XLIV.

Come mai, ci verrà detto, quella fanciulla, riputata un modello di figliale tenerezza, poteva in quel momento associare a tanto e sì recente dolore una pietà d'indole affatto diversa? Come mai il suo cuore, lacerato da una sciagura sacra e solenne, poteva essere pronto ad accogliere una passione nuova e del tutto profana?

Avendo noi dinanzi agli occhi, non un fatto solo, ma tutta intera una vita, ciò che può sembrarci una velleità colpevole, diviene il principio di una passione dominatrice e prepotente, di cui ci è necessario determinare l'origine fin d'ora. Sarebbe stata colpevole Agnesina se, in mezzo al suo lutto, avesse coltivato le trepide speranze di un amore felice; se mentre perdeva il padre, si fosse procurato l'amante. — Ma tale non era il suo pensiero. Ella aggiungeva dolori a dolori. Del suo affetto pel conte, accettava solo quel tanto, che le rammentava essere impossibile ogni legame colla persona diletta. Amava il conte, perchè egli aveva meritato la stima di suo padre. Ma amandolo, si dipartiva da lui per sempre. Non coglieva speranze, ma disinganni; non gioie, ma nuovi dolori.

Noi non accompagneremo il conte ed Agnesina in quell'atto di pietà, che compirono insieme, nel mattino vegnente, come erasi convenuto. — Volendo tener conto di tutti i gradi per cui passarono i sentimenti d'ambedue, ricadremmo in troppe ripetizioni di ciò che si è detto, o non faremmo che dir ciò, che il lettore ha già indovinato.

Agnesina, tutta assorta nel suo mesto officio, pregava genuflessa sui gradini di una tomba. Il conte la sogguardava commosso, e pregava per sè; perocchè credeva, che in quel momento fosse egli il meschino, che avesse maggior bisogno dell'ajuto del cielo.

Era una bellissima giornata, uno di quei dì in cui il creato, mostrandosi in tutta la sua bellezza, infunde una contentezza insolita. Il sole splendeva puro come nel mezzo della state; ma i suoi raggi erano temprati dallo spirare di una brezza autunnale, che ad intervalli scoteva gli alberi, ed inclinava dolcemente le pagliuzze dei prati e i culmi degli arbusti, traendone un armonico mormorio. Il turchino dell'aria non troppo carico, ma diafano e lucente, era screziato a quando a quando da nuvolette, coi bordi dorati, che, ora sciogliendosi, ora cangiando forma, erravano sulla volta celeste quasi a diporto. — Alcuna fiata intercettavano essi i raggi solari, ed immergevano i campi in una vasta penombra, per render loro più magnifico, pochi istanti dopo, il ritorno della luce. — La campagna non aveva esaurito la sua forza produttrice; il verde degli alberi non deciso e smagliante come all'erompere della novella vegetazione, non arido e scolorito come durante l'estate, brillava vivace e vario: dove additando il completo vigore di una madre ancora feconda, dove la languida maturità di quella, che ha dato frutti recenti, e sta ristorando le forze. — In pieno una natura viva ed operosa, quella che meno obedisce all'arte imitativa, e che è più grata al nostro cuore: sopratutto se, dopo aver vissuto lungamente tra le mura di una città, esciamo dall'abitato per contemplare nel cielo, nell'aria, nei campi, l'opera ancora vergine del creatore.

Quella giornata era assai propizia al viaggio del conte; troppo propizia, direm noi; poichè egli avrebbe accolto di buon animo qualche pretesto che gli concedesse l'indugio d'un altro giorno. — Ma con quel sole, con quell'aria tiepida e mite, non v'era scampo; bisognava accogliere l'insolita pompa della stagione come i convenevoli di un amico, che vi saluta per congedarvi.

Verso il mezzodì, la corte del castello era tutta gremita di gente. All'intorno i terrazzani, accorsi a vedere il ricco convoglio del signor di Pavia, si distribuivano in gruppi, favellando sommessamente tra loro, ed additando or questa or quella meraviglia, con quell'aria attonita propria de' contadini, cupidi di assistere al fasto altrui come ad una scena di cui si brama essere spettatori e non attori. — Chi guardava con meraviglia un branco di cavalli impazienti e quasi feroci, tenuti a mano da garzoncelli che, colla voce e con qualche strappata di morso, li rendevano docili e mansueti. Chi ammirava il bagliore delle catenelle, dei fibbiagli, delle lastrine ond'erano cosparsi i fornimenti delle cavalcature, e, pigliando per oro ogni lucicchio, studiava indovinarne il valore raffrontandolo a quanto v'era di più prezioso nella stalla, o sul granajo. Le donne poi stupivano alla bella tenuta dei paggi, che sembravano la viva riproduzione dei cherubini dipinti nella chiesa: e, al vederli così lindi e gentili, pensavano forse che in simili creature tutto fosse perfetto, anche il cuore; e sbagliavano, le poverette; sbagliavano assai più dei loro compagni, che credevano oro ogni cosa che ne avesse il colore. Pei fanciulli poi era una cuccagna, una felicità tutta nuova. Meravigliavano essi, non tanto per l'apparato di quel corteggio, quanto per le mille inezie mai più vedute, di cui ignoravano l'uso e perfino il nome. Coll'occhio fisso e coll'indice teso, le accennavano ai compagni; e mettevano grida di gioja guizzando qua e là fra la gente e fra i cavalli; sordi alle chiamate delle donne, e docili solo alla minaccia di qualche tiratina d'orecchie del tardo, ma inesorabile massajo.

Era bello quel riscontro tra il lusso arrogante di un corteggio da principe, e la miseria succinta di quei poveri contadini; era bello artisticamente, e moralmente fecondo di una salutare lezione; giacchè ogni uomo, senza essere filosofo, avrebbe detto che quelle meravigliose assise pesavano indosso a chi le portava, come le cappe di piombo degli ipocriti nel divino poema; onde quei visi imbronciati, e quell'aria di noja e di stanchezza. Mentre la vispa allegria dei contadini sembrava tenere in credito la povertà; quasi che in loro fosse scarsezza di tutto: di beni, quindi, come di mali.

Nel mezzo della corte, i valletti avevano condotto le cavalcature, schierandole nell'ordine prescritto dal cerimoniale di partenza. — Ad un drappello di soldati venuti da Pavia, seguiva una doppia fila di paggi e di scudieri; e dietro esso la lettiga del principe. — Consisteva questa in una portantina coperta da un cielo di stoffa azzurra, con all'ingiro bandinelle ornate di frange e pendagli. Due stanghe la serravano ai lati, sporgendo davanti e nella parte posteriore quant'era necessario per caricarle sulle groppa di due mule; e s'affibiavano col mezzo di corregge al sellino del fornimento. — Le bestie difilate procedevano l'una sui passi dell'altra; ma la studiata misura dei cignoni e l'elasticità delle stanghe dovevano cangiare l'incommodo ambio in un ondulazione piacevole. La lettiga, addobbata nell'interno di seta turchina, con gli appoggiatoj imbottiti e i cuscini di piuma, era quasi una piccola cameretta, entro cui, tirate le cortine, poteva un uomo star seduto o coricato a suo piacere.

Quando il conte accompagnato da Agnesina si mostrò sulla porta del vestibolo, che metteva agli appartamenti terreni, cessò quel gridío: un bisbiglio generale, un volgere di teste, un trarre di berrette salutò la coppia. — I più avevano gli occhi sul principe, e miravano con curiosità rispettosa quel volto nobile e severo, la cui pallidezza attestava le non vinte sofferenze; e nel cuore dei riguardanti, quell'aria mesta era la più calda raccomandazione alla generale simpatia; perchè la credevano effetto dei pericoli corsi nel salvare la vita ad una povera creaturina. Altri, i più accorti e quindi i meno numerosi, non potevano stancarsi di guardare Agnesina, e dicevano dentro sè: che non era mai sembrata loro così bella come in quel dì. Vi fu taluno che pensò, poi disse: che Agnese colla sua statura svelta, col suo portamento da regina, quando apparve sull'alto della scala, cedendo in modo assai aggraziato la destra mano alla manca del conte, non sembrava la castellana, ma la principessa.

Chi fosse stato vicino alla coppia illustre e avesse voluto tener conto soltanto di ciò che entrambi dicevano, non avrebbe penetrato il misterioso legame. Più facile era l'indovinarlo dall'imbarazzo, dal silenzio, dall'interruzione delle parole, sintomi certi delle forti passioni. — Le frasi che il conte volgeva alla sua ospite, non diverse delle tante che, altre volte, ne' discorsi familiari le aveva dirette, erano improntate sempre di quella cortesia affabile e squisita, che negli ordinarii convegni, soverchia il cuore; ma in questo punto il labro mentiva per difetto; ogni parola era l'eco troppo debole, e quindi men vero, degli intimi sentimenti. Se non che la parola, rattenuta per proposito entro i limiti di una riservatezza quasi austera, era proditoriamente amplificata dal tono con cui veniva emessa; perchè ben di rado, o mai, la più rigida virtù riesce a farci padrona della voce. È possibile il dissimulare, il volgere il discorso a cose frivole e straniere ai nostri interessi; è possibile il tacere o il mentire, ma non lo è il dare alla voce quella tempra di ingenua franchezza, che simula indipendenza o vacuità di cuore. Per la qual cosa, mentre il conte ed Agnese giungevano a nascondere il loro secreto alle investigazioni dei cortigiani, l'uno lo confidava all'altro, in modo più solenne, tacendo: le reticenze, e le studiate parole fecero l'effetto di una sincera confessione, alla quale gli sguardi e qualche sospiro aggiunsero piena testimonianza.

“Mia gentile ospite — aveva detto il conte, nel metter piede fuor degli appartamenti, ed avviandosi al luogo di partenza — eccomi ad un momento doloroso. Un congedo cagiona sempre gran pena al cuore.„

“È vero; ci duole assai alcuna volta il rompere le care abitudini, il tornare allo squallore dei tempi andati.„

“Ciò non accadrà di voi; lo squallore del vostro castello vi deve tornar caro; voi qui avete l'assoluta padronanza di voi stessa.„

“Sì, o Signore, amo la solitudine, ve lo confesso; e forza d'uomo non mi staccherà da questo luogo dove ho tanto amato.... almen qui potrò....„ — le parole furono interrotte da un sospiro.

“Non mi è dunque lecito sperare di vedervi una volta a Pavia?„

“No, mio principe; perchè ciò vorrebbe dire che una nuova sventura mi scaccia dalla mia casa. Voi non lo vorreste.„

“Ma se alcuna volta desiderassi vedervi?„ — soggiunse quasi timidamente il conte.

Agnesina non rispose.

“Io non oserò certo accostarmi più al vostro castello, se dubitassi che la mia presenza fosse discara alla sua nobile abitatrice.„

“Può essermi discaro, o principe, l'onore d'accordarvi ospitalità?„

“O Agnesina!„, sclamò involontariamente il conte con uno di quei vocativi accusatori.

La fanciulla non levò il capo su lui, e pur s'accorse d'essere investita da uno sguardo, che aveva il valore della più libera dichiarazione. Ma il conte ripigliò súbito la parola, quasi volesse rompere l'incanto di un involontario moto dell'anima.

“Quando il principe esce dalla casa di un suo vassallo, da cui ottenne le migliori prove di fedeltà, egli suol dargli licenza di chiedere una grazia. — Tale è il costume della mia corte. — Ora nel momento di abbandonare questo soggiorno, il Conte di Virtù interroga la nobile castellana: avete voi qualcosa a dimandargli?... Qualunque essa sia, si reputerà felice d'assecondare la vostra preghiera.„

“Mio principe — rispose la donzella, alzando questa volta su lui gli occhi senza temere di mostrarli umidi di lacrime — ricordatevi di mio padre e delle sue parole....„

“Vi giuro che non le dimenticherò per tutta la vita„ — soggiunse il conte con franchezza; e intanto stese la mano a cercar quella d'Agnesina, che strinse cortesemente. Fu in questo punto che la coppia si presentò allo sguardo dei curiosi, nella corte d'onore: e fu sotto l'impressione immediata di tali parole, che brillò sul volto d'entrambi quell'espressione di melanconica dolcezza, che non sfuggì nemmanco agli occhi di quei vulgari osservatori.