XLV.

Sull'orlo della gradinata, da cui si dominava quella moltitudine d'uomini e di cavalli, divisa, nel modo che il lettore già conosce, il conte ravvisò la lettiga, che, dietro ordine del medico, era stata spedita da Pavia pel suo trasporto. Accorreva egli stesso l'Esculapio, poichè dove tutto già fosse in ordine, ei pur voleva aggiungere del suo; e, per non starsene colle mani a cintola, s'affannava a disfare ciò gli altri avevano fatto. Perciò in attesa del principe, rimproverava i lettighieri pel modo con cui avevano caricata la portantina; e qua faceva stringere le cigne, là allentar le tirelle, accompagnando ogni atto manuale di coloro con un crollar del capo in aria di compassione; cui i lettighieri rispondevano sotto voce con qualche bestemmia. — Assestato il tutto a modo suo, raccomandò loro la prudenza, e cent'altri riguardi da mettersi in pratica in quella spedizione. — “E guai a voi, disse egli alzando il dito in tono di minaccia, se oserete far levare il trotto alle bestie; chè ne andrebbe in pericolo la salute del principe.„ — Il quale avvertimento era dettato da zelo pel suo padrone, e più ancora da carità verso sè stesso; poichè l'onore di cavalcare al fianco della lettiga principesca voleva questa volta goderselo a tutto agio.

Quando apparve il principe, gli andò incontro; e fu accolto per verità come un mal capitato. Alla vista di colui, che per zelo della sua carica gli offriva il braccio a discendere, il conte balzò con tutta agilità dalla gradinata, e si perdette fra la calca de' suoi scudieri. — Quivi, senza molto riflettere, tolse dalle mani di un paggio le redini di uno de' più focosi giumenti; in un salto lo cavalcò, e stringendolo ai fianchi coi ginocchi, lo spinse corvettando fuori di quella pressa, lasciando dietro a sè una doppia fila di visi attoniti. Dall'alto dell'arcione potò girare l'occhio indietro, vedere Agnesina, fissarla, avere da lei in ricambio uno sguardo, più del solito, fermo e penetrante; indovinarne la sorpresa, l'affetto, la commozione. Lesse sul volto di lei la storia de' suoi secreti; misurò la profondità de' suoi dolori; comprese che in quel mistero di gioje e di lutti egli aveva la sua parte, e non l'ultima. Quello sguardo dava compimento alle frasi interrotte, a tante reticenze inesplicabili, ai molti sospiri.

Anche Agnesina, dal canto suo, pensò e concluse allo stesso modo. — Se il dolore era troppo vivamente scolpito sul suo volto, ella non studiò in quel punto di mascherarlo; la gente, che s'aveva attorno, fosse anche la più maligna, non era autorizzata a crederlo effetto d'altro male, fuorchè di quello recente e gravissimo che ognuno conosceva. — Se poi il conte indovinava, che con esso era confuso qualch'altro sentimento, poteva dolersene Agnesina? Poteva ella accusare sè stessa se la verità si faceva strada da sè in quel momento, a dispetto d'ogni volere e d'ogni proposito?

Quello sguardo fu pertanto il passo più ardito di quanto osassero i due amanti nel tempo della loro vicinanza. Le parole non erano mai uscite dal labro di chi le pronunciava, senza subire la censura della ragione; gli sguardi, da persona a persona e troppo da vicino, solevano essere brevi, interrotti; quindi timidi e di ambiguo valore. Questo solo accolto e ricambiato da lungi, lanciato e sostenuto senza esitanze, era una schietta confessione degli interni sentimenti; era la proposta di un patto che ambedue offrivano ed accettavano con gioja.

Quando il corteggio s'avviò, la folla non potè contenersi più a lungo nel rispettoso silenzio serbato fino allora: e varie grida proruppero dalle diverse parti della corte. Vi facea coro la folla sclamando: “Viva il Conte di Virtù; Dio lo benedica.„

In mezzo alla calca trovavasi pure quella povera contadina, cui il principe aveva salvato il figlio. Lo portava sulle braccia; ravvolto ne' suoi meno laceri panni; poichè in quel giorno, ella diceva, dovendosi mostrare al suo liberatore, bisognava vestirsi a festa. — E nell'adornarlo alla meglio gli insegnava il nome di lui, e gli diceva mille tenerezze; chè, dopo il passato pericolo, ella sentiva d'amare la sua creatura ancor più, se ciò era possibile. — Le comari che, fino a quel momento, non avevano mai voluto concedere che quel bambino fosse tanto bello (perchè la madre ne sarebbe stata troppo superba, e perchè ciascuna aveva la roba propria da tenere in credito) non potevano trattenersi dal prodigar carezze a quel putto, chiamandolo un angioletto, un botton di rosa, un bambinello da presepio; solo perchè ciò valeva ad accrescere merito a chi lo aveva salvato. — E anche per ciò la madre, gongolando di contentezza, non poteva stancarsi di mandare al cielo mille benedizioni.

Ma la sua gioja e le azioni di grazia, che prodigava in secreto al suo liberatore, le parvero cosa meschina. Volle far di più; si mise, quanto era possibile, sui passi del corteggio, per mostrare al conte la sua creatura, ed offrirgli, come tributo di esultanza e di gratitudine, un suo sorriso. — Che una donna vulgare giungesse a tanto, non parrà troppo strano: l'amore materno può elevare l'anima la più umile all'altezza dei concetti poetici. Cornelia romana avrebbe additato nei figli il suo tesoro, anche senza essere la nobile madre de' Gracchi.

Quando infatti il conte arrivò alla uscita principale del castello, gli fu forza arrestare il cavallo, onde non mettere in pericolo le persone che gli si stringevano intorno. Egli fece buon viso a tutti e a tutte; rese il saluto colla mano e col capo a quella buona gente nella più affabile maniera. E quando ravvisò la madre, che, sollevando in alto il suo bambino, gli disse: — “eccovi il sangue mio che voi avete risparmiato„ — un avviso secreto del cuore, inspiratogli dagli affetti di Agnesina, i cui sguardi esercitavano ancora un dolcissimo impero su lui, gli comandò d'arrestarsi, di volgersi a quella donna e di chiederle che gli si avvicinasse: dopo di che, piegandosi quanto era necessario per cingere d'ambe le mani il piccolo busto del bambino, lo sollevò alcun poco, ed impresse un bacio sulla sua gota color di rosa.

Presso la generalità degli uomini, un tale atto non sarebbe che la naturale manifestazione di un sentimento, in cui quanto v'ha di affabile e di gentile viene ad usura compensato dalla stessa sodisfazione di rendere omaggio alla natura in ciò che essa produce di più bello e gradevole. Gli è come se, passando in un giardino, ci inchiniamo ad inspirare il profumo di un fiore. Ma in un uomo potente, un atto così semplice e spontaneo, ebbe il carattere di una straordinaria degnazione, e provocò l'applauso meglio che se fosse un'impresa eroica. E che? non gli sarà concesso d'aver cuore, come ogni altro individuo, e di serbare sentimenti teneri e semplici anche in mezzo alle sue gelide cure? Qui non v'erano adulatori; i testimonii di quel fatto potevano dirsi giudici di tutta buona fede; questi non dissimularono il prodigioso effetto di quell'atto di famigliarità. — “Un gran signore, sclamavano essi, si degnò d'occuparsi di un nostro fantino, e di pigliarlo fra le sue mani, e di baciarlo in viso! oh che degnazione! oh quant'è buono colui! oh come egli è alla mano!„ — E dietro ciò, altri applausi: perchè ognuno di quei poveri villani gradì la cosa come fatta a se. — Le donne invero non menavano gran rumore in quel momento; ma non perchè fossero indifferenti: chè anzi, provarono una stretta al cuore così tenera e dolce, che dava loro la voglia di piangere. E delle lacrime ve ne furono: — tanto è facile il farsi ben volere dalla gente alla buona.

Agnesina, non meno commossa, accolse assai di buon grado quell'atto come un correttivo alla gagliarda virtù del guerriero. — La donna, dinanzi ad un prode, divien più debole, e quasi senza saperlo, si fa schiava di una ammirazione, che la guida all'entusiasmo ed all'amore: ma quando trova un coraggio temperato da miti sentimenti, ella stessa muove, meno timida e più conscia di sè, incontro all'uomo, il cui cuore rassomiglia alla miglior parte del suo. Quella consonanza di sentimenti è il legame che meglio li ravvicina. — Delle prove ne aveva già avute, e più d'una, per dire che il Conte di Virtù non fosse impastato di quella ferrea natura propria ai cavalieri d'allora: ma quando mai sentiam noja di ciò, che ci conferma quello che il nostro cuore ha interesse di credere? — Alla presenza del conte Agnesina era stata fin troppo cauta, ricordando che le più belle azioni alcuna volta non sono che vane apparenze per ingannare i creduli; ma ora che egli partiva, sconfortato forse dal dubio di essere stato mal compreso, avrebbe voluto corrergli dietro; e poichè era impossibile il farlo colla persona, almeno volle seguirlo collo sguardo e col pensiero. — Perciò, mentre poco prima si faceva merito di non essere stata nè corriva nè debole, ora si accusava di avere operato da scortese ed ingiusta. Da questo momento la passione regnò più imperiosa: le parole stesse di suo padre sembravano incoraggiarla ad aver maggior confidenza nell'uomo che aveva meritata quella del più virtuoso cittadino.

Un tal ritorno sul passato, non era però una completa resipiscenza; accusava sè stessa, solo perchè una separazione eterna le faceva credere impossibile il ripigliare la posizione de' giorni addietro. — Passato il pericolo, è cosa istintiva il crederlo meno grave; ci duole allora di non avere fatto assegnamento su tutto il coraggio che sentiamo di possedere. — Eppure siamo d'avviso, che rimessa Agnese nel caso di prima, non avrebbe agito diversamente; la sua virtù era simile a quei farmaci, che recano salutari effetti solo quando il male esiste, o la minaccia del male ci sovrasta.

Uscito il corteggio, la donzella accompagnò coll'occhio il polverío che si svolgeva dietro i suoi passi; e, quando una voltata della strada ne le intercettò la vista, salì alla più alta parte del castello per iscoprirne le tracce, e tentò sorprendere coll'orecchio il frastuono lontano e morente della cavalcata. — Vide ed udì, quando altri non avrebbe più nè veduto nè inteso. — Ma pur troppo ogni incanto si dileguò: la campagna che si stendeva vasta e piana davanti a' suoi occhi, era deserta. L'aria non le recava all'orecchio che il sibilo della foresta. Allora ricadde l'infelice in un vuoto desolante; si staccò quasi indispettita da quel balcone, che le ricordava soltanto una lontananza insormontabile, e, chiusasi nella sua cella, dimandò alle facili lacrime un po' di conforto. — Pianse infatti, e lungamente, quella solitudine, poco prima sì vagheggiata, in cui, con troppa sicurezza di sè, aveva riposto il secreto delle sue consolazioni.