XX.

La donna, riavuto il suo bambino, non mise il cuore in pace, prevedendo che il modo con cui esso le veniva restituito, era il principio, non lo scioglimento della questione.

Non aveva essa armi o forza, nè possedendone, avrebbe saputo impiegarle. Ma la sua mente, poichè ebbe diretto a Dio un atto fervidissimo di ringraziamento, scese alla realtà delle cose che le si paravano dinanzi, e si agitò dolorosamente vedendo il suo liberatore caduto in quello stesso pericolo, dal quale egli aveva poco prima, con tanto coraggio, sottratto un'altra vittima. — Pregava quindi il cielo, che la illuminasse sul modo più acconcio a soccorrerlo.

Con occhio fisso ed attonito aveva assistito a quella scena di calma provocante, che precedeva la lotta. Dalla fermezza del conte aveva tratto buon augurio per lui; quando vide scorrere un rivo di sangue dal petto del cinghiale, credette confermato il suo presagio. — Ma non tardò ad accorgersi dell'inganno. Allorchè la fiera con quel furore, che abbiam tentato descrivere, si scagliò moribonda sul suo avversario e lo stese a terra, la povera donna mise un grido, e, volte le spalle ad uno spettacolo cui non le durava la vista, corse, come disennata, nel bosco chiamando ajuto.

Un branco di que' cavalieri che, come si è detto, errava in traccia del suo padrone, udì quelle grida, ed entrò in sospetto di qualche serio avvenimento. Ognuno di essi, libero di sè o chiamato a dare il suo parere a quattr'occhi, avrebbe deciso di non badare a tanto; ma nessuno osava proporlo: quanto a coraggio, mancava loro fin quello della viltà francamente e publicamente professata. Il perchè, tutti proseguirono la via battuta; attratti, per dir così, dalla voce della sventura; ma silenziosi, col broncio sul viso e colla paura nel cuore.

Quando alla fine, dopo breve corso, comparve dinanzi a loro la donna, l'animo di que' prudenti, scorgendole in volto i tratti di un'angoscia mortale, non si rasserenò. — Una serie di domande piovve su lei; “Che è? che avvenne? a che quelle grida? parlate in nome di Dio...„

La donna, come meglio seppe e come glielo permetteva il turbamento dell'animo, raccontò il fatto. E benchè la sua narrazione fosse talvolta prolissa, tal altra insufficiente ed interrotta, l'essenziale d'un grave pericolo per un cavaliero, apparve come una verità incontrastabile, alla quale non era lecito rispondere in altro modo che coll'accorrere prontamente al soccorso.

Giunti sul luogo del combattimento, videro quello che già sappiamo. È inutile descrivere le impressioni cagionate da quello spettacolo sull'animo di ciascuno. — Il timore non era svanito del tutto; in molti rimaneva il sospetto che la morte del cinghiale fosse apparente. Anche sulla sorte del conte s'arrestava il pensiero de' cortigiani, e si mesceva a un doloroso dubio. La sua disgrazia reclamava il rimpianto di tutti quelli, che credevano impossibile trovar un ozio più beato e più pingue. — Tutti facevano corona al corpo esamine; e ciascuno, affettando un'aria mesta e compunta, voleva farsi credere il più fido ed affezionato de' suoi servitori.

Due canattieri si fecero avanti per liberare il conte dall'enorme peso che lo schiacciava. Vi si avvicinarono cautamente, coi coltelli impugnati, pronti a ferire se la belva avesse dato segno di vita.

Ma non vi fu bisogno d'altro che di braccia vigorose per levare da terra il cinghiale, e sciogliere le strette, con cui s'era avvinghiato alla sua vittima negli ultimi momenti della lotta — Le branche della fiera ancora tiepide, conservavano l'inflessibilità che loro era stata impressa dal furore convulso, che precedette la sua morte.

Sciolto il nodo e gittata in disparte la fiera, i cortigiani, dando ancora più rilievo al loro aspetto pietoso e commosso, si avvicinarono al conte per prestargli soccorso, se pur non era troppo tardi.

Lacero, insanguinato, colla testa cadente all'indietro, giaceva egli in una fanghiglia rosseggiante. Il volto avea livido, l'occhio socchiuso, le guance infossate da una magrezza improvisata dagli spasimi. — Da un ampio straccio praticato nelle vesti, vedevasi a nudo la ferita, contornata da grumi, in mezzo ai quali gemevano stille di sangue ancor rosso e tiepido.

Era quello l'unico sintomo di vita. — Uno de' suoi, inginocchiatoglisi a' fianchi, gli pose una mano sul petto e gli cercò il cuore. I compagni, collo sguardo fisso nel volto dell'esploratore, aspettavano una decisione suprema, e dalla faccia di lui sparuta, mesta, solcata da rughe, che esprimevano nel modo il più solenne la gravezza di quell'istante, s'atteggiavano ad un aspetto di dolore, che forse era troppo uniforme per sembrare del tutto veritiero.

Ad un tratto, il viso di colui si rasserenò, le labra dianzi spenzolate si rialzarono, le profonde rughe della fronte sparirono; il suo aspetto sembrò porre una riserva alla sentenza pronunciata poco prima con una taciturnità troppo eloquente. — Levò lo sguardo, e con ippocratica gravità disse agli astanti. “Il cuore batte: sì leggiermente però, che sembra vicino ad arrestarsi del tutto; presto, togliamolo da questo luogo, ed affrettiamogli i soccorsi dell'arte.„