XXI.
Mezz'ora dopo, un convoglio di cavalieri preceduto da una bara, formata da rami d'albero spiccati di fresco, entrava nella corte del Castello di Campomorto. Era steso su di essa il Conte di Virtù. Dal suo volto era sparito quel lividore cagionato dal peso, sotto cui dianzi soffocava. Una pallidezza trasparente annunciava il ritorno alla vita ed il ravviato corso del sangue.
Un cavaliere gli reggeva la testa; un altro, premendogli leggermente i polsi, li consultava ad ogni tratto, assicurando i compagni, essere ormai rimosso ogni sospetto di morte. — Quanto alla ferita non era lecito pronunciare; certo ella doveva essere gravissima. Le pedate della comitiva erano distinte da continue stille di sangue, che dopo avere inzuppati i lini, in cui era avvolta la ferita, piovevano dalle foglie, onde, era tessuta la bara.
La notizia della dolorosa avventura precedette al castello l'arrivo dell'ospite. — Agnesina, compresa da pietà e da ammirazione verso chi aveva esposta la sua vita con tanto coraggio e con sì prodigioso successo, si chiamò fortunata di potere essere utile ad uomo che soffre. Il cuore della fanciulla era troppo franco e sicuro di sè, perchè, anche in faccia ad un impegno sì nuovo ed improviso, potesse nutrire il più lieve imbarazzo, la più piccola timidezza. — Ella medesima, ajutata da Canziana, allestì con ogni sollecitudine un letto nel migliore appartamento; poi andò incontro al Principe, che, ancora fuori de' sensi, veniva trasportato sulle braccia de' suoi, nell'interno del Castello.
Intanto che lo si poneva a giacere, uomini a cavallo correvano a spron battuto sulla strada di Pavia e di Binasco in cerca di medici e di persone dell'arte — Fra la gente del séguito era un arrabbattarsi continuo, una foga di correre e di chiedere, una gara di servigi, quanto solleciti altretanto inopportuni. — Gli uomini del contado strabiliavano ad udire il fatto; e si dolevano di non essere accorsi in aiuto dell'eroe. — Le comari proponevano rimedj d'ogni specie, erbe, bibite, balsami d'effetto sicuro, il tocca e sana d'ogni male: e ciascuna di esse aveva una serie di prodigi da raccontare a rinforzo della proposta: peccato che in quel parapiglia non si trovasse un orecchio che avesse pazienza d'ascoltarle.
Agnesina e la sua governante (ma più quella che questa) conservavano in mezzo al trambusto un contegno alieno da ogni smargiasseria — Volevano essere operose, e perciò cominciavano dal mostrarsi calme. La nobile presenza della donzella impose silenzio ai garriti delle donne, alle vanterie dei contadini, alle verbose sollecitudini de' cortigiani. Vedendo che costoro s'inchinavano dinanzi alla sua dignitosa bellezza, credette poter giovarsi di quest'atto di riverenza per chiedere loro d'essere introdotta nella camera dell'infermo, proponendosi di vegliarlo fino all'arrivo dei medici.
Agnesina (lo abbiamo detto nel parlare della sua infanzia) era, pe' suoi tempi e fra le donzelle sue pari, un prodigio di sapere e di cultura. — A quei dì l'arte salutare, studiata e praticata in grande nelle scuole e nelle corsìe degli spedali allora nascenti, era ne' luoghi lontani dalla città interamente abbandonata agli empirici, che, con nessun'altra dottrina fuor quella di una pratica grossolana, riescivano non infrequentemente a strappare qualche vittima ad inevitabile morte.
La necessità pertanto di giovare a sè ed a' suoi, quando e dove non era facile l'aver soccorso dagli altri, impegnava ognuno a farsi pratico nella cura de' mali ordinarii e di più facile guarigione. — L'ignoranza ed i pregiudizii del popolo furono sempre favorevoli a questo contrabando della scienza; ed anche in oggi il vulgo, pronto a deridere i serii dettami della dottrina, perchè non v'intende nulla, accoglie di buon grado le più assurde e le non meno misteriose prescrizioni di un cerretano o d'una femminetta; forse perchè l'ignoranza è dote comune fra loro. — E siccome l'empirismo, nella maggior parte de' casi, si giova di sostanze semplici ed innocue, così ogni suo prodigioso successo non è altro che un tributo di lodi alla natura, che, abbandonata alle proprie forze è, soventi volte, medica esperta di sè stessa.
Anche Agnesina aveva studiato i semplici, e dalla applicazione di essi otteneva spesso i più felici risultamenti. Vivendo gran parte dell'anno in mezzo ai poveri campagnoli, conosceva quale suol essere la causa principale de' loro malanni; e alcuna volta seppe rimoverla e prevenirne le conseguenze; più spesso giunse ad arrestarne il corso. La carità era il suo sovrano rimedio, la panacea infallibile che rilevando il povero dal suo languore, distruggeva il germe di malattie insanabili e di morti premature.
Quando poi o per la propria insufficienza o per quel mistero in che si cela la più squallida miseria, non giungeva in tempo ad impedire il male, ella sapeva mitigarne la gravezza, somministrando con sano criterio que' rimedj, che richiamano le forze ristoratrici della natura.
Se la sua scienza era limitata e il novero de' suoi farmaci ristretto, lo zelo e la pietà, con cui li amministrava, non avean confine, e ne centuplicavano il valore. Ne' casi di qualche importanza ella stessa preparava e porgeva le pozioni; nè s'allontanava dall'infermo finchè non avesse veduto gli effetti del rimedio: esperta fino d'allora della necessità di attraversare la falsa compassione della gente vulgare, che crede rendere la salute ad un malato, accontentandone ogni strana voglia, o rimpinzandolo a suo dispetto.
Nel medicare e fasciare le ferite, arte più pratica che induttiva, poteva chiamarsi abilissima; perocchè le continue guerre de' Milanesi contro gli Imperiali, e i Firentini, quando Bologna era il pomo della discordia fra Barnabò Visconti e Giovanni da Oleggio, riempiendo la città nostra di feriti, che per solito s'abbandonavano alla cura ed alla pietà de' cittadini, le avevano offerta l'occasione di fare una vasta esperienza.
Agnesina, recatasi al letto del principe, si sentì commossa fino al pianto nel mirare quel volto sì nobile e leggiadro, su cui la vita fuggente aveva impresso le tracce di una lotta eroica, chiusa dagli spasimi di una terribile agonia. — Predominata da una pietà imperiosa, non pensò chi ella era, nè chi fosse l'uomo, che le stava davanti; vinto il naturale riserbo d'una fanciulla, e risoluta di mettere in opera quanto era in lei per alleviare i dolori dell'infermo, respinse quella sensibilità morbosa ed inerte che guida alle lacrime, e rifugge dalla vista del sangue.
Gli si avvicinò quindi senza esitanza; con una mano lieve ed esperta staccò ad uno ad uno i panni, che aderivano cruenti alla ferita; ed ajutata da Canziana, che le reggeva una sottocoppa piena d'acqua tiepida, lavò diligentemente la piaga, facendovi scorrere sopra un lino umido e finissimo. Allora solo potè rilevare quanto fosse vasta e profonda la piaga; quanto acuti dovevano essere stati i dolori; come sarebbe lunga e penosa la cura: ma in cuor suo si rallegrò pensando che la guarigione era certa.
Ripetuta più volte la lavatura, che poneva a contatto della viva carne un umido lenitivo e refrigerante, il volto del malato sembrò rianimarsi alcun poco. — Ma Agnesina (le faremo noi torto di questa debolezza?) che augurava in cuor suo ogni bene a colui, temeva di vederlo troppo presto ritornare all'uso de' sensi. — Dinanzi ad un corpo inanimato ella si sentiva più sicura di sè; ove gli occhi del cavaliere si fissassero ne' suoi, dubitava della propria fermezza. — Se poi avesse udita la sua voce, chi sa? avrebbe forse arrossito: ma di che?... del bene forse che ella operava?
Nessuno oserà condannare la fanciulla se chiedeva di non essere disturbata nella sua operazione. Anche il chirurgo de' nostri giorni addormenta coll'ètere l'infermo, per non sentire una pietà che potrebbe essere fatale agli interessi dell'arte e del cliente.
Compiuta la prima parte della medicatura e ripulite diligentemente le incisioni profonde, che attestavano la formidabile potenza delle zanne d'un cinghiale, Agnesina si fece dare dalla governante il bisognevole per la fasciatura. Sopra uno strato di faldella morbidissima stese un unguento composto con sugo di dittamo, riputatissimo a sanare le piaghe ed a calmarne i dolori; e, rinversatolo sulla ferita, lo fece aderire, appoggiandovi lievemente la mano.
L'infermo allora si scosse di bel nuovo; e con un brusco corrugare delle ciglia accusò un dolore più intenso. Ma quel sintomo fu passaggero. La fronte gli si spianò ben tosto, e il volto riprese la sua consueta immobilità. — Una circostanza però dava già credito al rimedio. Dopo quella doglia momentanea, l'immobilità dell'infermo non rassomigliava, come prima, all'inerzia, di un cadavere, ma alla calma di chi dorme.
Con una perizia, che farebbe invidia ad un maestro dell'arte, e che è spontanea alla donna, istintivamente abile a tutto ciò che giova alla umanità sofferente, la fanciulla fasciò in una lunga benda l'omero dell'infermo, e vi assicurò la medicatura. — Rimessa poscia ogni cosa in ordine, si ritrasse dietro i drappelloni che piovevano dal sopracielo del letto; aspettando con impazienza il risultato delle sue cure. — Canziana era con lei; operosa, compassionevole, esperta essa pure, la buona donna; ma dobbiam dirlo? la pietà della fanciulla era altra e ben più nobile cosa.