XXX.

Il ciurmatore fu tratto a stento da quel trabocchetto, e ne usci più morto che vivo. Quanti erano accorsi ad ajutarlo, attribuivano l'accaduto ai fumi del vino: nè allora nè poi nacque sospetto sulla vera sua cagione.

Medicina, certo che la fanciulla non avrebbe toccata quella corda, avvalorò della sua asserzione la comune diceria; e confessando d'avere a fare una grossa penitenza, sopportò rassegnato alcuni giorni di malattia, che gli lasciarono tutta la libertà di provedere ai casi suoi. Quando tornò alle sue abitudini, egli era ancora l'uomo di prima; se non che, mostrando d'avere imparato ad essere sobrio, s'accontentava di beverne qualche rara volta una mezzetta, e giurava che non avrebbe passato i termini nè pure a nozze. — Del resto, egli era sempre grande amico di Bertolino; e pareva che gli si mostrasse ancora più affezionato, dopo le sollecite cure che gli si prodigarono in casa sua.

Il contegno di lui con Maria era irreprensibile, — Non cercava di incontrarla nè da solo nè in faccia ad altri; ma se il caso gliela conduceva dinanzi, e se il fuggirla poteva sembrare villania, egli era sempre l'uomo socievole, e non mancava di salutarla e di indirizzarle qualche parola cortese: di quelle però, che si attagliano a tutto, e che, sotto il velo d'un complimento comunale, possono, fra persone che s'intendono, nascondere il veleno dell'ironia.

La fanciulla ben s'avvedeva di ciò; ma perdonando al suo seduttore un po' di stizza per lo smacco ricevuto, persuasa che il tempo vi avrebbe posto rimedio, finiva per chiamarsi sodisfatta di lui, dicendo tra sè: che quella crollata gli aveva rotto il capo, ma racconcio il cervello.

Ella s'ingannava. — Medicina si ritraeva solo quanto era necessario per ricominciare da capo. Faceva come il pilota, che per trarsi dagli scogli, che gli impediscono il passo, indietreggia, e scandaglia con prudenza, finchè trova la via sicura, a cui abbandonare tutte le vele. — Il caso gli presentò ben presto questa via; e la perversità dell'animo suo ve lo sospinse fino alla meta.

A Bertolino de' Sisti veniva un giorno presentato un ordine sovrano, in forza del quale la signoria pigliava possesso di un suo poderetto confinante col parco de' Visconti. — Quest'atto era del tutto arbitrario; il modo con cui veniva messo ad esecuzione non aveva ragione legale. Nondimeno bisognava piegare la fronte. L'insaziabile cupidigia del potente signore, traeva seco tutte le conseguenze della necessità che non ha legge.

Figuratevi il dolore del dabben uomo, che in quelle poche zolle aveva ogni ben suo, e se le teneva care perchè erano la sorgente della sua modesta agiatezza, e l'orgoglio avito della sua famiglia, illustrata già pel corso di un secolo da quel possesso allodiale. Figuratevi la sua disperazione quando s'accorse che quella non era nè vendita nè permuta; ma una cessione a tutta perdita, perocchè, come egli diceva, non gli veniva fatta nè dimanda nè proposta, ma gli si portava via la roba sua, senza dire “guarda„; e dovea chiamarsi fortunato se gli si dava un cencio di carta che almeno salvasse a' suoi figli il nome, se non il possesso, di quel poco ben di Dio; anzi bisognava dir grazie se il fisco non mandava alle forche e lui e la figlia, e tutto il parentado, per divenire l'erede dei Sisti, e tenersi il fatto loro in buona coscienza.

Però di questo bolli bolli non faceva parola con tutti, sapendo, che la giustizia (quale giustizia!) gli teneva gli occhi addosso. Il consigliere, il testimonio della sua passione, il depositario de' suoi secreti era Medicina; egli, che previde forse un tale momento, se pur non l'affrettò co' suoi maneggi, alimentava in lui qualche debole speranza, impiegando le più belle frasi, che dir possa un amico.

Ma non era soltanto il balsamo delle parole, che egli versava con affettata sollecitudine sulla piaga del povero taverniere: a tempo e luogo dava libero corso agli sdegni, che, a dir suo, gli invelenivano la vita; assumeva la parte dell'offeso, mandando imprecazioni contro l'autore di quelle ribalderie; ripeteva, che era tempo di mettere fine a tanti soprusi; che la giustizia, quando non si può ottenerla, bisogna farsela da sè, e chiudeva il suo dire con una reticenza, che aveva tutta l'aria di una minaccia.

Bertolino che, a quel poco che n'abbiam detto, ognuno riconosce per l'uomo il più mansueto del mondo, all'udire quelle parole risorgeva alquanto dal suo abbattimento, e si sentiva nascere in cuore un non so quale ardore guerriero fino allora sconosciuto. — In que' colloquj, tenuti in istrettissima confidenza, egli concludeva sempre, essere nelle disgrazie che si riconoscono gli amici; — e stringeva la mano a Medicina!

Un giorno costui, dopo le solite tirate, gli lasciò travedere, che la cosa non era poi affatto disperata, — che non si lasciasse andar tanto di spirito. Il giorno seguente fece un passo avanti, insistette sulla necessità di ottenere giustizia; disse che, per ottenerla, bisognava cercarla. Al terzo dì, entrando nella taverna con un viso più accigliato del solito e mettendo maggior riserbo nelle parole, gli si fece vicino, e gli disse piano all'orecchio: “ho a dirvi cosa importante; ma che nemmeno l'aria ci ascolti.„

Bertolino meravigliato di questo invito, e nello stesso tempo confortato dalla speranza di potere finalmente udire qualcosa di decisivo, avrebbe voluto chiarir sùbito il mistero. — Medicina nol volle. Si stabilì che il colloquio avrebbe avuto luogo dopo la chiusura dell'osteria: e così fu.

“Amico mio, — gli disse il ciurmatore, poichè furono soli, versando da bere a Bertolino, che in quel momento sembrava l'avventore e non l'oste, — cosa servono tanti accoramenti, tanti piati? che ve ne viene in scarsella? Quando avrete pianto gli occhi, a conti fatti, restate ancora il poveretto di prima, e peggio.„

“Avete ragione, disse l'altro, e intanto sospirava, ma.... l'è grossa, vedete, e non la mi vuol passare....„

“Non la vuol passare? — soggiunse con una certa leggerezza disinvolta il falso amico, quasi volesse fargli scendere nell'animo inavvertitamente la cosa che stava per dirgli. — Io ne' panni vostri non mi starei lì da quasi un mese a rodermi inutilmente le viscere. Ma non capite, che vi vogliono far crepare; per ridere poscia di voi?„

“Cosa fareste voi che la sapete lunga? sentiamo...„ disse l'oste, a cui non erasi data invano l'imbeccata....

La cosa che stava per aggiungere il ciurmatore era assai grave, e voleva essere amministrata a piccole dosi, onde non producesse un effetto contrario a quello che se ne aspettava. — Egli dunque la pigliò alla lontana.

“Vi sono de' nostri che pensano fare grandi cose a pro di noi tutti — gente, che ha sangue nelle vene e ducati in scarsella. Quell'affare di Voghera, voi lo credete finito? ed a quel modo? Finito, perchè nè in piazza nè qui nella vostra bettola udite parlarne. — Le zucche, Bertolino mio! Ne vedremo delle belle, se Dio ci dà la vita. Guardate — e in dir questo colmò la caraffa del compagno e poi la sua — io ho tanta fede in quella buona gente, che voglio bere alla salute di loro ed alla nostra, poi alle vendette di Voghera, e infine alla vostra fortuna„.... E in dir ciò, Medicina di proposito, l'altro macchinalmente, vuotarono le tazze.

L'oste, soprafatto ma non istrutto da quelle parole, non vedeva più chiaro; ma cominciava a provar diletto di quella mezza oscurità, che gli poneva dinanzi agli occhi qualche visione lusinghiera.

“Alle corte — continuò a dire Medicina quando vide che le sue parole non cadevano in fallo — bisogna venir fuori da questo viluppo, poichè vi ci siamo cacciati. Già il cielo ne dice: ajutati che ti ajuterò.„

“Dunque?„

“Non mi fate il broncio, figliuol mio, se per oggi vi lascio tutta la vostra curiosità. Risponderò dimani, quando anch'io avrò chiesto a chi si deve, e fiutato ben bene, dove.... il dove lo so io.... Andate intanto a dormire; ed a rivederci dimani, alla istessa ora, e davanti a un fiasco simile a questo.„

Detto ciò, se ne andava, dandosi una fregatína di mano e dicendo: “gli è una buona pasta d'uomo costui; un po' testardo; ma non monta. Tanto torna la gatta al lardo, che ella vi lascia la zampa.„