XXXI.

Il piano di una vasta cospirazione, meditata da un pezzo e ormai matura, che Medicina svelò il giorno dopo all'oste, era accompagnato da quel corredo di circostanze minute e verosimili, che aggiungono fede al più strano racconto. V'era più che bastasse per convincere Bertolino. Inetto a penetrare da sè nel midollo di queste faccende per lui del tutto nuove, egli accettava checchè gli venisse detto coll'ingordigia di un affamato, che ingoja il cibo senza masticarlo. — Ascoltava attonito, ma non incredulo; prometteva ciecamente di fare quanto gli venisse ingiunto, non mirando ad altro che a rivendicare il fatto suo; e non pensava, l'incauto, che quelle promesse lo legavano ad un patto terribile, che gli poteva costare la vita al solo sognarne.

È inutile il tener dietro alle ciance dilungate di Medicina. La cospirazione non esisteva che nella fantasia di lui. Quel metterne a parte un uomo, che aveva grande interesse a prestarvi fede e braccio, era il tranello, in cui sperava cogliere il padre di Maria, per quel perchè già noto a tutti.

A creare un delitto, e sopra tutto un crimenlese, non era necessario nè un grande apparato di indizii, nè il concorso di molte circostanze, nè l'esecuzione materiale d'un atto aggressivo. Bastavano delle apparenze; bastava un'accusa indeterminata, financo la calunnia. Chi sa d'aver meritato l'odio altrui, non a torto ne sospetta e ne teme la conseguenza. — Che ciò potesse accadere sotto la dominazione dei più esecrati fra i vecchi tiranni, noi certo non ne dobbiamo far meraviglia, e molto meno oseremo dubitarne; imperocchè, senza punto interrogare le cronache di quel secolo, troviamo registrato, a lettere di sangue nelle memorie di jeri, non pochi fatti che comprovano questa terribile verità.

Bertolino, dal momento che aveva ascoltato le parole del ciurmatore senza correre a farne denunzia, era reo di morte. Tutt'al più era a disputarsi quale supplizio, dallo spedito capestro all'eterna quaresima, gli verrebbe inflitto. — Ed egli mesceva al suo assassino!

Costui, con arte diabolica, aveva cominciato dal sollevare nell'uomo il più mansueto l'ira che gli bolliva secretamente nel cuore senz'altra manifestazione che rimpianti e sospiri innocui. Il cruccio convertì poscia in livore. Abituò il suo animo alle idee del sangue; gli parlò in nome de' suoi doveri di cittadino e di padre; lo fece sicuro dell'ajuto di innumerevoli compagni; gli rammentò infine la cacciata de' Beccaria, ed il supplizio di frate Jacopo Bussolari, perchè si convincesse aver egli a rifar ciò, che era stato operato da quelli stessi, che ora parlavano dal trono in nome della giustizia, mentre la calpestavano. A questo modo dall'una all'altra parola, da questo a quel proposito, spianando la via ad ogni difficoltà, lo condusse all'estremo di quell'ebrezza, che altro non chiede se non un ferro di cui armare la mano ed un petto in cui immergerlo.

Se alcuno dubita, che Bertolino osasse tanto, gli dirò che quanto ei si dispone ad udire è confermato da tutti gli storici.[10] Solo avrei a confessare di non aver saputo svolgere convenientemente tutto l'apparato delle seduzioni, che tolsero ad un uomo onesto la coscienza de' proprii doveri, e ne pervertirono il senno ed il cuore. Ciò che deve far meraviglia non è tanto l'improviso coraggio di Bertolino, quanto la profonda e sapiente perversità del suo falso amico. — Se l'assassino compie il delitto con un'arma spuntata, il nostro stupore non si arresta alla insufficienza dello strumento, ma risale all'audacia del braccio che se ne valse.

Il dì seguente, verso il cader del sole, dopo un più lauto pranzo, in cui Bertolino bevve a chiusi occhi la sua completa demenza, i due compagni s'avviarono fuor di Pavia, e penetrarono nel parco dei Visconti da quel lato, in cui il ricinto interrotto mostrava dalle sue morse il progetto di un ampliamento.

Ivi esisteva il poderetto del taverniere. — Costui vedeva levarsi sul bruno velo dell'aria i contorni maestosi degli alberi, che egli stesso aveva piantati; vedeva le tracce dell'ultima messe da lui raccolta e le recenti stoppie che aspettavano il nuovo mietitore. Distingueva, ancorchè già fosse bujo, i tralci carichi d'uve, che egli ne' suoi sogni aveva pigiate ed imbottate cento volte. — L'umidità acre e velenosa, che si levava dai campi, gli inzuppava le vesti e gli intirizziva le membra; ma il sangue, rifluendo al cuore ed accelerandone i battiti, rinfocolava i propositi e l'ardimento.

Medicina sapeva che a quell'ora per una di quelle stradicciuole doveva passare il Signor di Pavia di ritorno al castello.

“Animo,„ disse al compagno, accorgendosi che questo era assiderato, e batteva i denti.

Bertolino non gli rispose.

“Animo, dunque, non mi fate il fanciullo.... Ma che avete?„

Il povero uomo non si trovava in istato di dir parola, tante erano le emozioni, che lo assalivano in quel punto. Ben se ne avvide il compagno, e, temendo che il coraggio gli venisse meno in sul più buono, si trasse di sotto alla guarnacca un fiaschetto vestito, e glielo porse, dicendogli:

“Bevetene una buona tirata: qui regna la mal'aria, bisogna cacciare il freddo; chè se vi piglia il granchio allo stomaco, dimani comincereste a piatire colla quartana, e Dio sa fin quando.„

La bevanda, che Medicina teneva in serbo, era un liquore da lui preparato secondo il recipe di Guido Bonatto, il più celebre professore di scienze occulte del secolo. — L'ingrediente principale era l'umor vitreo estratto dall'occhio del gallo; piccolissima dose di esso, quando fosse bene elaborata, bastava ad infondere il coraggio della disperazione nel cuore dell'uomo il più pusillanime. — La sostanza eroica, è bene saperlo, era sciolta nello spirito delle vinacce con aggiunta di ginepro e di genziana. Povera scienza occulta!

L'oste, in mezzo a tanto sbalordimento, e sotto l'azione del doppio veleno propinatogli nelle istigazioni e nella bevanda del ciurmatore, era ridotto ad uno stato di completa ubriachezza. In quel momento egli non aveva ombra di senno: forse avrebbe ucciso la sua diletta Maria, perchè non era in grado di riconoscerla. Di tutta la vita, egli non ricordava che una cosa sola; la sua ingiusta povertà. Un solo pensiero gli regnava nella mente; la ricerca del mezzo più acconcio per ottenere pronta giustizia. — Egli si sarebbe gittato ai piedi del suo nemico implorando grazia in nome di Dio, e per l'amore di sua figlia, colla stessa commozione, con cui lo avrebbe colpito nel petto; purchè ottenesse il suo intento.

Aveva tra le mani un pugnale, senza sapere chi ve lo avesse posto. Aspettava una persona, senza pure conoscerla. La prima creatura, che gli si fosse messa davanti, sarebbe stata la vittima designata. Ma Medicina colle sue infernali ciurmerie aveva scambiate le parti; la vera vittima era l'infelice a cui egli aveva tolto la ragione, e nelle cui mani affidava insidiosamente il ferro dell'assassino.

Medicina, che aveva udito lo scalpitare di una cavalcatura, abbandonò il suo compagno, e si ritirò. A pochi passi alcuni uomini armati lo aspettavano. — Costoro, vistolo e scambiato un segnale per farsi conoscere, s'appiattarono con lui dietro il tronco di un albero.

Il cavaliero avanzava; Bertolino non si curava neppure di nascondersi.

Quando furono di contro l'uno all'altro, questi si scagliò furiosamente contro chi gli passava dinanzi, e, levando la destra, vibrò a caso il pugnale.

Ma la punta, che non poteva far danno perchè ottusa e mal temprata, non giunse pure a toccare le anella della finissima maglia d'acciajo che indossava il principe. Un branco di sgherri piombò sul feritore, e, strappatagli di mano l'arma, l'aggratigliò strettamente. Medicina era il primo e il più zelante tra quelli. Per buona sorte l'infelice prigioniero trovavasi in tale stato di demenza, che non potè riconoscere il suo giuda.