XXXII.

L'indimani di quel fatto fu uno di que' giorni che la storia consegna alla sua più luttuosa pagina, perchè sia feconda di un grande insegnamento.

Quando l'uomo insuperbisce di sè, e s'inebria dello spirito sovrumano che riscalda la sua creta, si specchii in quella: egli troverà di che stupire, di che piangere.

La leggano i posteri finchè l'abbiano scolpita nella memoria; imperocchè se dai fatti gloriosi egli apprende ad amare gli eroi; dalla storia de' suoi traviamenti imparerà assai più: a superare, a vincere sè stesso.

Ecco in poche parole il tristo séguito di quel fatto.

La città, allo spargersi la notizia dell'attentato, assunse un aspetto di lutto generale. Da ciò s'apprende che fin d'allora esisteva quella falsa civiltà, che insegna a mentire publicamente. — Nel cuore di molti, forse in quello de' più, la mestizia non era altro che l'amara delusione di un colpo fallito. Il secolo permetteva queste aspirazioni scelerate. I mali erano estremi; pareva lecito il ricorrere agli estremi rimedj.

Il vero e profondo sgomento esisteva; ma in quali individui? nel servidorame sfaccendato e leccone che aveva associata alla vita del principe la propria fortuna; ne' devoti, che stavano per raccogliere il frutto di lunghe adulazioni; ne' mozzorecchi largamente stipendiati a puntellare il trono colle sceleraggini. — V'erano pure di quelli che deploravano l'acciecamento di Bertolino, che si dolevano di cuore nel vedere messe le sorti del paese nella mano di un farnetico, che si fa interprete di un voto inconsulto. — Questi erano gli uomini illuminati; quindi la minoranza.

Il pericolo del principe fu da tutti creduto gravissimo. Chi ha seguito con noi i disegni ed i maneggi di Medicina saprà che pericolo non vi fu; perchè tutto era preveduto. Il delatore aveva creato un delitto, per assecondare i suoi sentimenti d'odio e di vendetta, per buscarsi il pingue proveccio della denuncia secreta.

Si celebrò la salvezza di Galeazzo con feste religiose e civili. Fu chi la chiamò un miracolo. Il popolo cantò l'A Dio lodiamo; come avrebbe cantato il miserere. — Dimenticò i suoi rimpianti, i suoi sdegni nelle gazzarre. Corse in folla al torneo ordinato dal principe; vi si satollò di stupore e d'allegrezze; e ne ritornò cantando osanna a colui contro il quale, un giorno prima, aveva in secreto scagliato bestemmie e maledizioni.

E la giustizia? decretò la più grave delle pene al povero demente; e, perchè giovasse l'esempio, lo raccomandò alla perizia del più famoso carnefice. Questo ne fece sfoggio; trascinò il reo per le strade di Pavia a coda di cavallo, mentre, zelante come il medico che sorveglia ogni sintomo dell'infermo aggravato, sogguardava il moribondo, e ne consultava i polsi, temendo che la vita di lui gli sfuggisse troppo presto. La natura del condannato non potè reggere a lungo; fu necessario affrettare l'estremo supplizio. — Legato per ciascuna delle gambe al fornimento di due barberi sboccati, venne fatto a quarti da quegli ammali, sospinti furiosamente, a colpi di nervo, in direzione opposta.

La sua agonia fu benedetta da un monaco: le esequie furono celebrate sopra una catasta di legna, entro cui si raccolsero e s'abbruciarono le membra stracciate. La sua tomba fu l'aria, che disperse le ceneri.

La morte del povero demente destò profonda impressione. Egli era reo, e la colpa davanti ai giudizii umani non poteva essere perdonata: ma la pena, perchè intemperante, risvegliava nell'animo dello spettatore qualcosa di pietoso, che ne falsava lo scopo. Il supplizio diveniva la caparra del perdono del cielo; l'uomo, tradito al carnefice come un colpevole, usciva dalle sue mani riabilitato dal martirio.

Qui non hanno fine gli orrori di quella giornata; v'ha assai di peggio. La giustizia umana, dopo aver messo a morte un pazzo, colmava la misura della iniquità, premiando l'omicida. Il vero autore del doppio misfatto, colui che aveva creato l'assassinio e l'assassino, riscuoteva una vistosa somma di denaro, e si meritava la fiducia e la protezione di colui, che fu salvo unicamente dall'apparenza di un pericolo inventato per affrettare l'altrui ruina.

Ma la più laida mercede di tanto delitto non gli fu data da alcuno; gli uscì spontanea dal fondo dell'animo, in cui fermentava da tempo il lievito corrotto della vendetta. — Quando, due giorni dopo la morte di Bertolino, egli incontrò Maria sola, incadaverita, coperta di un sajo bruno, esultò più assai di quella sera, in cui sognava di trionfare della sua virtù. Nè il commovente aspetto del dolore, nè quello ancora più solenne dell'innocenza, bastarono a porre un freno alla sua instancabile persecuzione. Studiò ogni passo di lei per attraversarlo colla sua presenza; giunse alcuna volta a susurrarle all'orecchio qualche parola. — Un dì, in cui ella usciva di chiesa, le disse piano e con un sogghigno infernale “a poco a poco i gruppi verranno al pettine.„ Quelle parole erano un insulto ed una minaccia. Ne tremò Maria; ma l'infelice non aveva altro rimedio che il piangere ed il pregare.

Povera fanciulla! la perdita del poderetto le aveva cagionata la morte del padre, questa la conduceva alla più squallida miseria. La taverna fu chiusa, e l'orfana, portando seco il tenuissimo avanzo del suo patrimonio, trovò un rifugio mal sicuro in una lurida soffitta. Coloro, che tante volte l'avevano festeggiata, e che conoscendola sì bella e sì ben proveduta posero gli occhi su lei, e se l'augurarono in isposa, scomparvero tutti, quando della sua doppia dote le restava soltanto la più caduca. Il destino che sembrava averla condannata al più terribile isolamento, non riempiva l'eterno vuoto della sua esistenza che coll'imagine spaventevole del ciurmatore. Fosse caso o studio, ella doveva sempre incontrarlo.

Circa un mese dopo, ritornando sull'imbrunire alla sua stanza, trovò l'uscio mal rabbattuto. Lo scosse spaventata, entrò, e si vide dicontro Medicina.

Stremata dai lunghi patimenti, e certa dell'impossibilità d'avere soccorso, non ebbe nè la forza per resistere, nè la destrezza per fuggire. Mise un debole grido, e cadde svenuta sul pavimento.

Il ribaldo si dolse di quest'accidente perchè dinanzi ad un corpo inanimato non poteva vomitare quel veleno di vituperj e d'oltraggi, che da lungo tempo gli pesava sul petto. — Pel resto!..

Ma la providenza vegliò ancora su Maria.

Mentre lo scelerato, alla luce sinistra di un lumino da lui acceso, ritto della persona, coll'occhio torvo e le labra atteggiate all'insulto, stava contemplando la vittima, ormai tutta sua, che non gli chiedeva più nulla, che tutto abbandonava indifeso, s'udì al di fuori un alternare concitato di passi, come d'alcuno che s'affrettava ad arrivare.

Medicina si pose in ascolto, sospettò, comprese. — Trasse dal fodero un coltellaccio, spense il lumino, e si mise in guardia.

Un giovinetto, tenendo in una mano una lanterna cieca, nell'altra un pugnale, passò la soglia della stanzetta, e drizzò un raggio sul volto di Medicina. Non gli fu mestiero di guardarlo a lungo, perchè l'aveva veduto entrare pochi istanti prima. Ma quella luce era il giudizio del colpevole; al giudizio tenevano dietro la sentenza e la pena.

Le lame de' due armati s'incrociarono in una lotta breve, ma decisiva. Pareva che il coltello dell'assassino non avesse nè filo, nè punta; strisciava di piatto sulle carni del giovine, senza recargli alcun danno. L'altr'arma invece, guidata da più che disperato ardimento, s'aperse strada nel petto dell'assassino e lo ricacciò, come morto, sul suolo.

Il liberatore prestò a Maria i soccorsi necessarii per richiamarla ai sensi. — Quando la fanciulla rinvenne, si trovò sdrajata sul letto, e vide al suo fianco il giovine che la vegliava. I tratti di quel volto non le erano ignoti; ma un piglio franco e pago di sè dava a quelle sembianze un rilievo di vita affatto nuovo. Lo guardò meglio, lo riconobbe — era il garzone della taverna. Il poveretto non s'era avveduto della bellezza di Maria, e non aveva neppure sognata la felicità di poterla amare. Ma quando, separato da lei, si trovò d'esserle eguale almeno nella povertà, la trovò bellissima, e l'adorò in secreto. In faccia alla figlia del suo padrone egli non aveva mai osato levare lo sguardo; dinanzi all'orfana infelice, derelitta, trovò un ardimento tutto nuovo, e volle e seppe essere il suo angelo tutelare. Ricco le avrebbe offerto gli agi della vita, un compenso almeno ai molti rovesci della fortuna; inetto a tanto, s'accontentò di vegliare alla sicurezza di lei, pensando, nella sua giovanile sagacia, che la bellezza accompagnata dall'inopia è spesso troppo difficile carico alla virtù. — Il garzone rimase, quanto era necessario, vicino alla sua antica padrona, ma al momento di separarsi, non ne provarono dolore, giacchè entrambi spontaneamente ad una voce si dissero; a rivederci. — Maria volle compensare il suo liberatore accordandogli la mano ed il cuore. Questi disse che il premio era troppo grande, ma l'accettò con tal gioja, che non si può descrivere.

Fra l'uno e l'altro non si allentò mai il legame reciproco del beneficio e della gratitudine. A poco a poco, coll'assiduo lavoro, ridonarono alla propria famigliola qualche agio, e furono felici, “Per riconoscere la sola felicità possibile al mondo, diceva Maria, bisogna cercarla fra chi ha patito; il confronto la fa scorgere; e in ciò, concludeva ella con un sospiro, io non ho che a ritornare in me stessa.„