XXXIV.

Il Conte di Virtù, che nei rapporti co' suoi soggetti fu il più mite tra i principi del suo tempo, persuaso che sul campo e ad armi eguali sarebbe sempre stato vinto da vicini più forti di lui, ebbe ricorso a quelle arti, che più tardi il secretario fiorentino spiegava ai regnanti dicendo che “loro è necessario saper usare la bestia e l'uomo„, cioè la forza e la legge, e che “essendo a ciò necessitati, debbano di quella pigliar la volpe ed il leone[12]„. Forte di questo principio, che egli praticò prima che altri lo insegnasse, mirava a divenire potente, mostrandosi debole; addormentava i suoi emuli, fingendosi alieno da ogni ambizione; e, intanto che la sua spada era oziosa nel fodero, esercitava una importante influenza sugli stati vicini, sollecitando in secreto i partiti, scoprendo o sventando i disegni de' suoi avversari.

Fu tra i primi ad accreditare, presso le corti dei principi amici, gli inviati della sua corte muniti di lettere patenti piene d'ossequio, e d'istruzioni secrete piene di astuzia. — Medicina, ne duole il dirlo, poteva considerarsi da questo lato come un informe abbozzo d'uomo diplomatico. Non gli mancava l'arte di nascondere i fatti proprii e di scoprire gli altrui; di trattare con apparente leggerezza le cose gravi, e di dar aria di importanza alle lievi. Intanto, servendo ed ingannando entrambi i suoi padroni, costringeva la fortuna a versargli i suoi favori a due mani.

Era ben naturale che il Conte di Virtù accogliesse súbito il suo inviato; poichè s'aspettava qualche importante rivelazione. Ordinò quindi che fosse condotto al suo cospetto; e mentre colui s'inchinava profondamente, traendosi il cappuccio, egli, recatosi a sedere sul letto, aperse con lui il dialogo.

“Notizie?„

“Le solite a un dipresso.„

“E il tuo padrone che fa?„

“Il mio padrone è il Conte di Virtù, che Dio conservi„, soggiunse Medicina con accento ipocrito.

“Hai il solito rapporto in iscritto?„

“Sì illustrissimo„ — e in dir ciò trasse di sotto l'abito un portafogli, che slacciò per cavarvi una carta. Nel porgerla al conte, s'inchinò umilmente verso di lui, poi rialzatosi diè di piglio ad un doppiere, fe' lume sullo scritto, e disse: “perdonerà Vostra Grazia, se le presento degli uncini in cambio di caratteri. — Ma la fretta e la paura...„

Il conte era tutt'occhi e leggeva la relazione seguente, che trascriviamo colle stesse parole di Medicina:

Adì 30 Augusto hujus anni domni al hora XIV el domino Barnabove dixe queste parole al suo famulo et vestro = Messer Johanne Galeacio non se move dil suo palatio de Tesino per tema di noi: verum el prenzipe de Mediolano quando se delectasse de videre et osculare il suo dilectissimo nepote, no harria che a mouere puocchi fidi militi, et currere ad Pavia; et cvm gran festa et clamore saria receputo da i boni Pavesi = Et hoc dixit ridendo quasi ad lacrymas et cum malitiâ mvlta.

Deinde el che duoppo intervenne in Mediolano magna grameza per la sententia de duoi citadini condemnati a la forcha: caussa el hauere cazato nel bosco de Maregnano de proprietate del predicto Domino.

Item el camparo de Lambrate fu inguerzito cum uno spuntirolo roxo nel ochio destero, per hauer passato ultra la stangha de la strada privata del predicto Domino.

Item XII contadini furono mulctati et VII tirannice uerberati per mala custodia de cani.... ad jussum Magistri canateri predicti Domini.

Item....„

Ma qui sarà meglio che tagliam corto col nostro referendario, e che entriamo noi al suo posto a raccontare meno barbaramente, se non con più evidenza, l'ultimo fatto di quella strana relazione. Ma per ben farci intendere, ci conviene tornare un passo indietro.

Barnabò Visconti, che aveva diviso con Giangaleazzo lo stato e l'eredità del fratello Matteo, non tenendo in comune che la città di Milano, ambiva ad accrescere la propria signoria a spese del nipote. — Il carattere di costui sembrava favorire i suoi disegni; e il primo tentativo non avea fallito; perchè Giangaleazzo mostrava di non aver coraggio di metter piedi in Milano, benchè vi avesse una residenza inespugnabile nella rocca di Porta Giovia.

Se non che, Barnabò colla sua politica astiosa e frenetica (o meglio colla sua nessuna politica) pensava tirare una bellissima posta giocando a carte scoperte; e siccome possedeva tutte le città che occupavano la parte settentrionale dello stato, stimò che nulla meglio gioverebbe ad indebolire il suo consorte, quanto il porglisi accanto sul limite meridionale, acquistandovi qualche terra o città, ed impedendogli di riquadrare i suoi possessi coll'aizzarlo ed inquietarlo ad ogni istante.

Trattò a questo fine con Feltrino Gonzaga della cessione di Reggio; e ne stipulò la compera al prezzo di cinquantamila fiorini d'oro. Somma equa riguardo ai tempi, ed all'importanza del territorio ceduto; scelerata se si pensa all'inconsulto assenso del popolo, che fremeva al nome di Barnabò, e che si disperava al solo dubio di doverne sopportare il governo.

Checchè fosse, Reggio ed il suo distretto divennero proprietà della casa Visconti; e Barnabò, per rassodare il suo dominio, non ignorando che in alcune castella del territorio s'aggregavano de' malcontenti pronti ad una riscossa, quando l'intruso signore osasse intimarne la resa, catturò Francesco Fogliarti fratello di Guido, uno de' più caldi nemici de' Visconti e il più potente fra i castellani di quella terra.

Benchè tra il Visconti ed i fratelli Fogliani non vi fosse mai stata alcuna ruggine, Barnabò ritenne Francesco prigioniero di guerra, come una caparra dell'obedienza dei baroni reggiani. Lo fe' chiudere perciò nel più squallido carcere, privandolo di luce, e di cibo, minacciandogli tormenti e patibolo, quando non sapesse indurre il fratello a sottomettersi al nuovo signore. La sola libertà che s'avesse il prigioniero, era quella di scrivere elegie a' suoi, per dipingere loro il suo stato deplorabile e supplicarli ad averne compassione.

Barnabò, che aveva tutti i requisiti del tiranno, fuorchè la finzione, approvava ed incoraggiava queste veritiere pitture della sua ferocia; perchè riponeva sempre il supremo de' suoi diritti nell'incontrastata facoltà di opprimere; e perchè, in questo caso, valevasi della sua vittima come di un mezzo per indurre i nemici a piegarsi a' suoi voleri.

Le querimonie dell'infelice Francesco Fogliano trovarono eco ne' cuori dei Reggiani riboccanti di un insuperabile odio contro la dominazione del Visconti. Il fratello di lui si confortava colla speranza, che Barnabò non avrebbe osato spargere il sangue d'un innocente. — Ma intanto si preparava a farne vendetta, non a liberarlo.

La resistenza dei Reggiani aveva preso dimensioni le più imponenti; l'ingiusta prigionia di un loro concittadino attizzava gli sdegni. Ai baroni ed ai signori, che l'avevano progettata, si unì parte del popolo; a questa, alcuni cittadini d'altre province. In Milano se ne parlava sommessamente, e non a caso; molti cospicui personaggi vi pigliavano parte da lungi col suffragio, col consiglio, col denaro.

Ma Barnabò sfidò il dolore e l'ira dei Reggiani mandando a morte lo sciagurato ostaggio: ed, aggiungendo lo scherno alla crudeltà, volle ch'egli fosse appiccato alle mura della stessa sua patria.

Il giorno in cui Reggio vide il migliore de' suoi figli subire la morte dei malfattori, la città ribelle parve domata. La storia, che riferisce fedelmente le grida disperate di un popolo che impreca contro la propria servitù, sarà sempre un eco debole ed infido di quel dolore cupo ed arcano, che divora dignitosamente l'oltraggio, ed aspetta. — Guai a colui che intollerante degli indugi, divora il seme, e non aspetta ch'egli porti frutto. Nulla v'ha di più sapiente che il frenar l'ira, per farne tesoro ai migliori momenti. — Forse il silenzio a prima giunta può sembrare viltà: ma noi, che per trista sorte ne fummo maestri, potremo insegnare, che esso non è soltanto la difesa del debole, ma diviene vittoria quante volte elude le speranze della tirannide; la quale sovente affretta un primo atto di crudeltà per provocare i risentimenti dell'oppresso ed avere pretesto ad altri e più gravi oltraggi.

Lo sgomento di Reggio si era diffuso fino a Milano. — Prima che vi giungesse la notizia della morte di Francesco Fogliano, correvano per la città voci sinistre sulla sorte di alcuni cittadini. Parlavasi di una grande congiura scoperta, di gente condotta prigione, di un nuovo e terribile processo, che doveva iniziarsi. Il primo annuncio di una sciagura non è per solito al disotto del vero. Ognuno sulla fede di tante crudeltà vedute, traduceva a suo modo, ma sempre con terribili colori, il risultato di quell'avvenimento. Chi ne conosceva il filo taceva; chi era ignaro dei fatti credeva scolparsi dichiarandolo, ma non era perciò più tranquillo; tutti prevedevano nuovi tormenti e nuovi tormentati.

Volgeva su questo argomento la relazione di Medicina, ed il Conte di Virtù, che dallo scritto di lui non sapeva cavare quanto bastasse ad appagare la sua curiosità, gli volgeva ad ogni istante la parola:

“Tu non mi accenni il nome di alcuna tra le vittime?„

“Messer no; la cosa è tanto recente; d'altronde sono parecchi, sono molti, e m'ero serbato l'officio di nominarveli a voce.„

“Ebbene?„ prese a dire il conte con aria d'interrogazione e d'impazienza.

“Le bujose dovrebbero essere già popolate — v'ha posto per un Biglia, per Anselmo Borri, per due degli Osii, un Martin Lanzani, uno de' Mantegazzi....„

“Un Mantegazza, e quale?„ chiese il conte meravigliato.

“Perdoni Vostra Grazia, non ve lo saprei dire — ve n'è più d'uno di questo nome, ed io....„

“Messer Medicina, fate meglio il vostro mestiero, o vi rinunciate del tutto — Questo servirmi a mezzo mi pone in sospetto — pensate ai casi vostri.„

Medicina non sapeva comprendere la ragione di quella minaccia. Egli non rammentava in quel momento d'essere in casa d'un Mantegazza; e molto meno poteva conoscere che quel nome risuonava caro alle orecchie del conte. — Attribuì quindi il rimprovero ad uno di que' ticchii dei grandi signori, cui, per l'essere suo, era abituato da un pezzo. In cuore non se ne curò punto; col viso finse d'essere commosso. Tutto raumiliato si prostrò davanti al suo signore, con quel fare mansueto, che sembra voler dir “batti„, e che perciò disarma.

“Signore, abbiate pietà del vostro più fedele servitore, sclamò l'ipocrita: se non vi manca che una sua prova di zelo per convincervi chi egli sia, comandategli di correre tosto a Milano a pigliar notizia del fatto. Prima che spunti il giorno, Medicina, vivaddio, vi porterà la risposta.„

“Allora partite: ma che nessuno sappia il motivo della vostra corsa; che nessuno al mondo prima di me conosca ciò che voi avete veduto ed udito.„

Medicina, senza aggiungere parola, si pose la destra sul petto in aria di obedienza, e di promessa; fece un inchino ancora più profondo dei consueti; ed escito fuori, chiese una cavalcatura su cui montò di un salto, e partì di galoppo per Milano.