XXXV.

Quella notte parve eterna al conte; più lunga e dolorosa di quelle che dianzi aveva passato fra l'insonnia e la febre. L'annuncio del ciurmatore gli aveva fitto nel cuore una spina, a togliere la quale non valevano ragioni. Il silenzio e la solitudine che lo circondavano, non erano i mezzi più acconci per dissipare un funesto presentimento. Egli conosceva Maffiolo solo per nome e per fama; ma ne apprezzava altamente la virtù. Ora cominciava a venerare in lui il padre d'Agnesina; tremava per esso, e più ancora per la sorte dell'amata donzella.

Riandò colla mente ogni probabilità che Medicina si fosse ingannato nell'udire o nel ripetere quel nome. — Posto anche che il nome fosse vero, molti erano dello stesso casato in Milano; e riposava qualche momento sulla speranza di un errore di persona. — Alla peggio, quando fosse caduto il sospetto di Barnabò su Maffiolo, egli impiegherebbe ogni suo mezzo per dissiparlo; tenterebbe ciò che non aveva mai osato prima, i buoni officii, le speciali raccomandazioni, le preghiere; purchè Agnesina non avesse a soffrire. — Ma gli effetti d'ogni ragione consolante erano passaggieri. Tutto dipendeva dalla esatta conoscenza dei fatti; l'incertezza è per sè sola un tormento, che avvelena anche le cose liete. Se la pigliava quindi colla insufficienza di Medicina, colla sua lentezza, coll'eterna durata di quella notte; implorava il ritorno della luce, e più volte era disceso al balcone per vedere se inalbava.

Medicina intanto, cacciando a viva forza le calcagna nel fianco del cavallo, e flagellandolo ad ogni passo sulla groppa, era volato a Milano. Ivi cercò e rinvenne; interrogò e seppe quanto gli era necessario. La sua missione fu coronata d'un ampio successo. Egli ritornava quindi colla stessa velocità a Campomorto, carico di notizie raccolte dalla testimonianza di chi aveva trovato in casa dei Mantegazzi, e confermato da uno scritto chiuso a sigillo e diretto ad Agnese.

Quando Medicina pose il piede nella stanza del conte, era ancora notte; la piccola lampada che ardeva, mandando una luce vacillante, attestava la veglia del conte. Ma questi aveva abbandonato il letto; e ravvolto in un'ampia guarnacca di velluto bruno, sedeva davanti ad uno scrittojo, col capo tra le mani, fantasticando ed aspettando. Egli aveva distinto ben da lontano il galoppo del cavallo, aveva udito il cigolío dei perni del portone; teneva conto del tempo necessario per scavalcare, per salire, per giungere alle sue stanze. — E quando udì che alcuno bussava alla sua porta, non potè trattenersi dall'andargli incontro.

“Ebbene?„ disse egli colla sua solita formola interrogativa.

“Grandi notizie, o mio signore...?„

“Dì presto: buone o grame...„

“Ciò dipende dagli interessi di chi le ascolta...„

“Parla: dimmi, che avviene di Maffiolo Mantegazza?„

“È al sicuro dalle ire di messer vostro zio: parola d'onore.„

“Fuggito forse?„

“Fuggito appunto, e per non ritornare mai più.„

“Ma dove, ma quando?...„

Medicina in vero esitava, non sapendo se la notizia che egli recava sarebbe bene o male accetta. Ad ogni modo avrebbe voluto, che non andasse sfruttato il merito dell'opera sua. Invano studiava il volto del conte per indovinarne i desideri; su quella fisonomia non leggeva altro che l'impazienza.

“Hai tu paura di dirmi tutta la verità? — ripigliò il Conte colla amorevolezza propria di chi è lieto d'aspettarsi una buona nuova — e che? credi tu forse che io goda del male altrui? Se Maffiolo Mantegazza è fuggito, tanto meglio: Dio vegli su lui... e lo conduca a salvamento.„

“Dio veglierà su lui, non ne dubitate„, soggiunse Medicina, arrestandosi sulla frase, che lasciava sottintendere in certo modo la nuda verità “Messer Maffiolo non è più in balía degli uomini. Egli....„

“Non è più in balía degli uomini!!„

“Si, o Messere, poichè egli è morto.„

“Maffiolo è morto?...„ sclamò il conte con accento di desolazione.

“Maffiolo è morto!...„ ripetè il ciurmatore, scomponendo la frase nelle sue sillabe e pronunciandole con tuono patetico.

“Ma quando, e per mano di chi?„

“Jeri, e per mano propria.„

“Se ne conosce il motivo?„

“Vi è ogni ragione per credere ch'egli pigliasse l'unico disperato partito che lo sottraeva ai fanti di giustizia, pronti a mettergli le ugne addosso.„

Il conte si coperse il volto colle due mani, e con parole soffocate, che niuno avrebbe potuto comprendere, susurrò tra sè. “Che avverrà mai di sua figlia?... e lo amava tanto....! povera Agnesina....!„

Il ciurmatore, meravigliato di una sensibilità così nuova, desiderava mitigare l'asprezza della notizia, e non sapeva come farlo.

“Mi fa male il vedervi tanto afflitto, o signore„; prese egli a dire.

Si scosse a quelle parole il conte, e dimandò:

“Sai tu i particolari di quest'avvenimento?„

“Una lettera dello stesso messer Maffiolo diretta a sua figlia chiarirà l'arcano. Eccola:„; — e la consegnò al principe.

Pensava tra sè il conte, se quello scritto doveva essere posto nelle mani d'Agnesina, perchè fosse resa consapevole della sciagura dalle stesse parole di suo padre. Ma ciò era forse quanto ucciderla. — Assunse pertanto sopra di sè il carico di informarla, sperando che l'amor suo gli avrebbe suggerito le parole più proprie a così doloroso officio. Ripose la lettera di sotto al giustacuore, ed alzando gli occhi su Medicina, gli disse:

“Ora narra, e con tutta chiarezza, quanto è a tua notizia.„

“Vi parlerò per bocca di un testimonio, che vide quanto era possibile vedere — soggiunse Medicina con una voce sì commossa, che non sembrava più quella del cantambanco. — Fino da jeri mattina alcuni ceffi scomunicati, che appestavano di bargello a un miglio, facevano la ronda lungo la via, dov'è la casa dei Mantegazzi. Messer Maffiolo non mise piede fuori della porta. I vicini, che avevano annasato i birri, cominciavano a rallegrarsi nella speranza, che il buon messere l'avesse data a gambe. Così fosse stato! egli invece era rinchiuso nel suo studio, in mezzo a un monte di carte, che, dicesi, ripassava una per una; questa riponendo, quell'altra gittando alle fiamme. I fanti, vogliosi di far preda, senza dar nell'occhio alla plebaglia, che quando vuol giustizia sa farla in via sbrigativa assai meglio che il capitano, attendevano la notte, per fare il colpo. — Dicesi ancora che Messer Maffiolo informato di tutto, aspettasse l'ora opportuna per cavarsela, e che a ciò corressero intelligenze col vicinato: anzi che vi fosse una scala già pronta, perchè potesse discendere da un finestruolo, e per gli orti scantonare alla sorda. — Tutti sogni della buona gente, che vorrebbe liberarsi dalla pena di compatire e di operare. Non v'era nè soccorso, nè scala, nè tampoco un uomo; nessuno volle risicare la propria per la pelle altrui. — Venne infine quella sciagurata notte. Messere non era mai uscito dal suo studio. Alcuno, che lo vide, attestò che egli era sparuto, scarno, quasi contrafatto, che sedeva davanti al suo stipo, scribacchiando come uno che ha più cose a dire, che tempo per enumerarle. — Un servo tentò distoglierlo da quella occupazione, rammentandogli essere l'ora della cena; egli rispose all'invito chiedendo gli venisse portata una lampada, e tirò avanti nel far correre la penna e nel rovistare le carte. — Quando fu bujo fitto, il servo udì scorrere il chiavaccio alla porta dello studio; e quante volte s'accostò ad essa per agguatare dalle fessure, nulla vide nè udì.„

A questo punto il narratore fece una breve pausa, dubitando che non gli fosse prestata attenzione: perocchè il conte, appoggiata la testa nel cavo della mano dritta, sembrava assorto nei proprj pensieri. Ma quell'istantaneo silenzio lo scosse, e gli fe' levare lo sguardo con tale espressione, che non lasciava dubio che egli provava grande interesse nell'udir quel racconto, ed equivaleva ad un comando espresso di continuarlo, senza dimenticarne alcun incidente. Medicina quindi ripigliò:

“Quando io giunsi in Milano doveva essere all'incirca mezzanotte. Entrando per la porta, udii la tabella ferrata di non so quali monaci dar il segno del mattutino. — Faceva bujo come in gola del lupo: il cielo era rannuvolato; le case tutte chiuse. Non vidi un solo lume ad una finestra, non incontrai un lampione per la via; non udii una pedata che battesse il lastrico[13]. La vostra bella Milano, sì vivace e popolosa durante il giorno, sembrava un sepolcro. — Durai fatica a rintracciare la casa dei Mantegazzi, benchè mi fossi proposto di recarmi a quella del signor Maffiolo, che sapeva essere presso la Torre dell'Imperatore, non lungi dal monastero della Vecchiabbia. Quando misi capo nel terraggio, uno splendore di fiaccole mi fece riconoscere la casa che io cercava. La porta era spalancata, e sulla soglia stava un branco di zaffi, allumando all'ingiro con sospetto. — Scavalcai da lontano per non dar nell'occhio, legai la mia rozza trafelata a un pilastrino; e avanti. — Due di quelle guardie, appoggiate agli stipiti della porta l'una rimpetto all'altra, tenevano le alabarde incrociate. Per verità, non era necessario usar tanta precauzione, perchè al di fuori era un deserto. Sul mio passo le alabarde si rialzarono tosto, perchè il cencioso guarnaccone, lo aveva lasciato sul basto della cavalcatura; e mi mostrai ai soldati col giustacuore fregiato del vostro potente biscione. — Nell'interno della casa era un nugolo di fanti: alcuni appostati agli usci, altri radunati nell'androne. Brillava loro sul volto la contentezza del bottino; e preludiavano l'orgia collo schiamazzo e le sorsate.

“Io mi avvicinai ad uno di loro, e chiesi: — Che avviene? — Un affare di nulla, prese egli a dire; un pulcino da condurre a pollajo — Chi è egli? — Messer Maffiolo Mantegazza — E il perchè?... Ne sappiam noi! ci dicono di venir qui, di far la guardia, di catturare.... sanno forse i vostri tomaj dove voi pensate di andare? — E il prigioniero ove trovasi? — In quella camera, rispose il bravaccio additandola; colà il capitano ed un giudice frugano e tasteggiano fra le carte, peggio che se quei cenci fossero aste e pugnali. Ma c'è voluto del buono, vedete, a penetrare là dentro; si dovette abbattere la porta, che messere non volle aprire, ancorchè ne lo pregassimo con tutta civiltà.

“Il bravaccio mezzo brillo continuava a blaterare, quand'io già lontano da lui tentava d'introdurmi nella stanza del prigioniero, — Alla porta nuove difficoltà; il giudice aveva dato ordini severi. Io finsi d'averne de' più severi de' suoi; fatt'è che entrai.

“Vostra Grazia[14] per certo pensa che io m'abbia un cuore di macigno, eh! ella non va lontano dal vero. Ne ho vedute tante a questo mondo, che ci ho fatto il callo. Eppure bisogna dire, che coll'andar avanti negli anni si arrivi al tenerume, perchè questa volta anche senza i soliti piagnistei, m'ebbi una stretta al cuore così nuova, che quasi credetti fosse compassione.

“Vi degnate voi d'ascoltarmi? — Messer Maffiolo sedeva nel fondo della camera col corpo addossato al leggío, e il capo sur un libro, che gli faceva l'officio di capezzale. Io fissai quel volto; gli occhi erano chiusi, ogni tratto rigido ed immobile: vi rimaneva solo un'impronta di dolore, che la vita fuggendo non s'era tolto seco.

“Col consenso del curiale, che mi riconobbe, mi avvicinai a lui, e lo scossi; non diè segno di vita; gli posi una mano sulla fronte, era di marmo; una altra al cuore; mùtolo del tutto. — Constatata la morte, il curiale fece insaccare quante carte credette appartenere alla giustizia, ed il capitano affidò la custodia del cadavere a' suoi sgherri. L'uno e l'altro dopo ciò se ne andarono.

“Io stava per partire con loro, allorchè, non so per qual ragione, dovetti arrestarmi un momento; allora pensai che avrei potuto conoscere, meglio che il curiale, qualcosa di quel garbuglio. — La stanza era stata frugata, tramestata, sconvolta in ogni sua parte; io la frugai di bel nuovo, e non invano; perchè in un canto scopersi una coppa, probabilmente ivi riposta da poche ore. Benchè fosse vuota, le sue pareti erano umide e crasse; e nel fondo stagnavano alcune gocce di un liquido denso e verdognolo, che alla vista ed al fiuto riconobbi subito per uno stillato di tossico. — Il curiale se n'era ito coll'intima convinzione, che messer Mantegazza fosse morto di un colpo: pover'uomo!

“Finalmente era per andarmene anch'io, contento di avere almeno qualcosa di più positivo da aggiungere alle vaghe conclusioni della giustizia, quando vidi a terra un non so che di bianco e riquadrato, che mi sembrò essere ivi dimenticato o perduto. — Mi affrettai a raccogliere quel nonnulla, e per tal modo giunsi a sottrarre alle ugne degli sgherri quella lettera, che v'ho testè rimessa, perchè vi degniate di consegnarla a madonna Agnese. — Quello scritto dirà ciò che noi e la giustizia non giungeremmo mai a sapere.„.