CIX.
Ma finita quella scena, i due attori, rientrando nell'esser loro, assumevano un aspetto assai differente. — Intensissimo il dolore d'amendue: quello di Agnese era uno schianto indescrivibile, una desolazione che vince ogni forza umana.
Non appena ella rivide Canziana, le si buttò al collo, e diè sfogo alla piena del suo dolore col più eloquente linguaggio della passione, il pianto. In quell'abbandono sì spontaneo e completo, riassumeva la poveretta la sua storia: un passato pieno di felicità, un avvenire tutto tenebre e sgomenti. Scorreva Agnese col pensiero le mutue promesse, i giuramenti prestati ed accolti con tanta e sì cara superfluità di parole; e di là scendeva ai raffronti; tentava di penetrare il mistero dell'improviso mutamento, e di scoprirne la cagione. Avida di dolorose sensazioni, spingevasi poi nel futuro, e, schierate le probabili sue sorti, le discuteva ad una ad una, numerando tutte le possibili torture, che l'aspettavano: la casa deserta, l'abbandono di tutti e.... quella gioja, la più sublime tra le gioje di una donna, amareggiata dal rimorso e costretta a racchiudersi nel mistero. Lo spirito travagliato non aveva posa; varcava anni e lustri; cercava la calma dell'età matura; invadeva la tarda stagione delle rimembranze; ma il lontano avvenire nelle sue molteplici vie non le offriva uno scampo. Tutto le annunciava che ella avrebbe un giorno arrossito davanti a suo figlio; poveretta!...
Eppure, spendendo fin l'ultimo anelito di vita in quel doloroso pellegrinaggio non pronunciò una parola di disperazione, non pensò di eludere la crudeltà del destino con mezzi violenti, non ravvivò la mente smarrita cogli acri stimoli della vendetta; ma, voltasi a Dio con voto fervido e rassegnato lo supplicò, che adeguasse al male la virtù espiatrice.
“Fate, o Signore, diceva ella dal fondo del cuore, che io viva tanto da poter narrare a mio figlio la storia de' miei dolori; egli mi perdonerà, ed io gli insegnerò a non maledire a chi gli diede la vita.„
La muta preghiera non aveva altro segno esteriore, che il pianto; nessun altro interprete fuorchè la buona compagna. — Canziana, già conscia di tutto, non osava profanare quella scena con vane frasi. Avrebbe chiesto volontieri al suo cuore una frase acconcia, una parola di conforto; ma il cuore era esausto di tutto, fuorchè di palpiti dolorosi. Piangente anch'essa, accompagnava col pensiero l'agonía mentale della sua diletta. Le tronche parole, che a quando a quando le uscivano dal labro, erano le parti sconnesse di una fervidissima preghiera, con cui implorava l'ajuto di Dio per l'infelicissima donna.
Medicina ben sapeva che il tormentare una creatura, quando questa fosse la mansueta Agnese, era la più facile parte del suo disegno. Più arduo doveva essere lo smovere la volontà del conte, il cangiare l'amore in odio, la stima in diffidenza, il far di lui il giudice e peggio il carnefice della sua amante. Che la denuncia da lui lanciata provocasse in chi la raccoglieva un moto di sdegno, era cosa troppo naturale, nè per ciò solo poteva darsi vanto di un trionfo. — Sbollito il primo ardore, restava l'accusa nella deforme nudità di una ingiuria gratuita; bisognava quindi darne sùbito le prove, e prove certe e complete, sotto pena di veder rovesciato l'ingegnoso edificio, e di sopportare il danno e la vergogna del calunniatore.
C'era di che mettere i brividi nelle ossa al più audace. — E per dir vero, anche Medicina, versatissimo mestatore d'iniquità, provava un'inquietudine tutta nuova. Egli aveva inteso e architettato ogni cosa prima di mettersi all'opera; ma, per quanto il suo piano fosse semplice e chiaro, una parte di esso sfuggiva ad ogni previdenza, e lo metteva in balía del caso.
Medicina e Bergonzio s'erano data la posta nella notte seguente, ad ora fissa, in una località determinata. — Zelantissimo e materiale esecutore degli ordini ricevuti, il Seregnino, mezz'ora prima del convenuto, passeggiava in su e in giù per un ronco, in capo al quale era un'osteriaccia di sinistro aspetto. Arrivò a tempo debito il ciurmatore, e riconosciuto il compagno, e presolo a braccio con una famigliarità insolita, lo condusse nella lurida tana, dove, con una lauta imbandigione, fu chiuso lo scelerato lavoro di quella giornata.
È inutile riferire i discorsi dei due compagni: l'uno ascoltava o rispondeva a monosillabi; l'altro, per fare onore al padrone, lodava a cielo ogni cosa che gli era posta davanti, traendone pretesto di squisite adulazioni pel già fatto e di splendidi augurj pel da farsi. — Al togliere le mense, il Seregnino ripose nelle mani del padrone il rótolo, entro cui era la risposta d'Agnese diretta a Manfredi. Medicina lo svolse senza guastarne il suggello, percorse lo scritto avidamente una volta, poi s'arrestò a studiarne una ad una le parole, quasi durasse fatica a rilevarne il significato; intanto che il compagno, straniero per necessità a tutto ciò che sapeva d'inchiostro, sfiorava un sonnellino impostogli dalla digestione laboriosa. — Lieto il ciurmatore di non aver testimonii, tolse di sotto le vesti un vasellino d'inchiostro, una penna, una lama; e, con un'arte di cui era maestro, raschiò alcune parole dello scritto, e qualch'altra v'aggiunse, senza guastare l'apparente autenticità dei caratteri. Chiuso poscia e suggellato di nuovo il foglio, scosse il compagno e gli consegnò il messaggio. — Parrà a taluno troppo arrischiato e quindi improbabile un tale artificio; e lo sarebbe difatti ai giorni nostri. Ma ricordisi che quella lettera era vergata su pergamena, e che su di essa era facile, anche a chi non possedesse le arti di Medicina, l'alterare o il togliere lo scritto, sopratutto quando era recente. Tal genere di frode era d'altronde assai comune a quei tempi; tanto comune, che Giangaleazzo, pochi anni dopo, dovette porvi freno condannando alla morte i falsificatori degli scritti[51].
Il Seregnino aveva certi occhi appannati e semichiusi che accusavano l'intemperanza, ed imploravano riposo. Alle parole di Medicina si scosse, e cercò di raccogliere a capitolo occhio ed orecchio; e intanto lasciava errare sulle labra uno sbadiglio lungo e sguajato, come se per la bocca dovesse scendergli al cuore la voce del suo padrone. Ma gli ordini di costui erano troppo chiari e concisi perchè non giungessero alla mente trasognata dell'ascoltatore, a dispetto delle nebbie che l'ingombravano.
“Intasca questo cencio, disse Medicina, e bada a custodirlo ben bene, che deve essere la tua e la mia fortuna.„ — A quest'ultima parola lo sgherro chiuse un po' la bocca, aperse alquanto gli occhi, e tese l'orecchio. — “Domattina all'alba partirai per Milano di tutte gambe. Giunto in città, andrai difilato alla rocchetta di Porta Romana, e prima del tocco avrai consegnato nelle mani del Manfredi questo scritto che vale un tesoro. Quanto al modo di penetrare colà, e di parlare al prigioniero, non hai che a ripetere le solite pratiche. — Sii lesto ed accorto. Eccoti un pugno di terzuolini per immollarti il becco durante il viaggio. Giudizio però: non far posa ad ogni rosta, che ti accenni la mezzetta pronta. Avrai agio di rifarti con quegli altri, che tengo in serbo se riesci a bene. Hai dunque inteso? Ah!... riprese poco dopo, mutando tuono di voce e stringendo il braccio al suo ascoltatore fino a trarne un lagno, guai a te, se osi fiatare con anima viva!...„
Il Seregnino, a tali parole e alla brusca scossa ricevuta, pigliava un'aria compunta, e raggrinzava le labra spenzolate, mordendole in aria di stizza; d'una stizza però che voleva significare essere ingiuria il mettere in questione il suo ossequio, la sua fedeltà.
“Ti viene la muffa al naso, poveraccio, — aggiunse Medicina, che forse sentiva un po' di compassione pensando al brutto tiro che gli preparava; — non hai torto; a un par tuo certi avvisi sono un di più„; — e diluì la parola in un risolino pieno di fiducia e d'indulgenza.
Dopo ciò, i due amici si levarono dal desco. Medicina pagò lo scotto; e Bergonzio, guidato da un guattero, prese alloggio nella stalla, dove, gittatosi sur una bica di paglia muffa, fece proponimento di voler dormir sùbito e sodo, per essere in piedi dimani prima dell'alba; e dormì infatti meglio che in un letto sprimacciato. — L'altro, che non aveva tempo e voglia di riposo, nel separarsi dal socio lo sogguardò con un fare fra il pietoso e il beffardo, dicendo tra sè: “mi duol per te: ma!... hai posto il muso nella mia scodella, bisogna che tu ne assaggi un poco anche il brusco. Manco male, il vino si fa pigiando, e nei travagli si fa l'uomo.„
Un momento dopo, e appena fuori dalla taverna, aveva obliato l'inutile tenerume, e correva, o meglio volava verso il castello per arrivare in tempo ad ottenere udienza dal principe.