CVIII.

Medicina soleva dire: che il primo prossimo è sè stesso; e fin qui tutto il male sta nello scandalo della parola; perchè al mondo non v'era, non v'è, e, pur troppo, non vi sarà penuria di chi pensa così, e di chi opera su questo metro. Per amar molto gli altri, continuava egli, bisogna cominciar dall'amar moltissimo sè e gli interessi proprii. — E in questo gioco di parole egli non solo trovava il coraggio e l'acume necessario alle sue ribalderie, ma acquietava la coscienza quelle poche volte che essa osò porre, fra lui e le sue mire, l'ostacolo momentaneo di qualche brusca puntura. — Ma, l'abbiam detto e speriamo che il lettore l'avrà appreso dai fatti fin qui esposti, egli non era l'uomo da preferir sempre il certo e scarso guadagno d'oggi al pingue, ancorchè incerto, dell'indimani. — Il rischio, ch'ei poneva nelle sue imprese, valeva a persuaderlo che, gittandosi in braccio alla fortuna, spettasse a lei sola la responsabilità dei fatti che ne derivavano; e, con questa arte finissima, giungeva ad addormentare ogni sinderesi, riputandosi lo stromento del destino, e chiamando fortuito quanto egli aveva temerariamente operato. Seduto ad una mensa sontuosa, su cui la fortuna imbandiva i suoi tesori, egli non soleva trinciar giù alla buona, e pigliarsi sulle prime il meglio che gli stuzzicasse l'appetito. Il suo egoismo era salito al grado di scienza, ed assumeva perfino il colore di virtù, facendolo schiavo di una artificiosa sobrietà. Quindi egli si fingeva talvolta sollecito del bene degli altri, tal'altra curvava il groppone ai capricci di un tiranno, o sapeva rinchiudersi in un mansueto silenzio aspettando migliori momenti; ma tutto ciò pel fine di salvare, a migliore occasione ed a più certo scopo, mente, labro e braccio, rinvigoriti dalla sua studiata astinenza.

Con ciò noi abbiamo reso completo il ritratto di questa mostruosa individualità. I nostri lettori sanno che egli obediva alla volubile sorte press'a poco come i ministri d'Iside si piegavano alle infami rivelazioni degli oracoli, che essi stessi avevano dettato. Vogliamo ora smascherarla del tutto; poichè non vi è perversità più profonda ed esiziale di quella che adopera ad empio fine mezzi leciti e di onesta apparenza, facendo del bene strumento al male.

La lettera del Manfredi, vergata da una mano convulsa, concepita da una mente credula, febrile, traviata da false rivelazioni, era l'ingenua e santa parola di un amico, che dal fondo della sua miseria si rileva un istante, ed approfitta di un lampo fuggevole di vita per dare un avviso salutare alla figlia del suo benefattore. Tale era dessa, almeno nell'intenzione di chi la scriveva. — Ma nelle mani di Medicina diveniva lo strumento di un supplicio lungo ed atroce: era la face agitata sur un acervo di materie incendevoli, o la pietruzza mossa dal vertice del monte che stacca la valanga. Già, prima di ricevere quello scritto, varii sospetti travagliavano l'anima d'Agnese, e la rendevano incredula della propria felicità, perchè essa era soverchia. A poco a poco la gelosia del bene posseduto s'andava mescolando coi presagi di un male ancor lontano ed indeterminato. La stessa ragione sembrava piegarsi più di buon grado a confermare che non a dissipare i vani timori. Ma il più strano si è che il suo interno rodimento era, per una parte non piccola, il riflesso di quella mestizia, che ella medesima portava sul viso; poichè il conte, scorgendo la languidezza, il pallore e la taciturnità d'Agnese, se ne accorava, e non tanto in secreto che non lo facesse conoscere all'amante.

Oltre a queste larve prive di forma, aveva Agnese un'altra ragione positiva ed urgente che la rendeva mesta. Già da qualche tempo la sua salute era meno florida, le sue forze diventavano ognidì più languide e sbattute; e quelle sofferenze, che in diversa circostanza l'avrebbero fatta lieta ed altera, in questa le porgevano il continuo ricordo di un sospetto, al quale l'animo vinto dall'abitudine finiva per accomodarsi come a cosa vera.

Dopo quella lettera, ogni dubio s'era dileguato, ed alla scarsa speranza, che prima le era lecito nutrire, subentrò in lei una certezza ardita e sicura di sè, che decise la questione, come la sentenza tronca il giudizio. Ma quanto era grande il coraggio di Agnese nel sopportare di nascosto le sue torture, altretanto ella era timida nel pigliare una risoluzione: quella fin anco d'aprire il suo cuore all'amante, e di provocare da lui una conferma od una discolpa.

Intanto Medicina faceva un fatto e due servizii. — Già fin da tempo addietro, conduttosi inanzi al Conte di Virtù come soleva fare di sovente, dopo avergli narrate le cento cose più o meno significanti raccolte al castello di Barnabò, con quella studiata indifferenza, con cui il maledico lancia il primo dardo della calunnia, parlò d'Ognibene Manfredi, qualificandolo un avanzo della congiura di Maffiolo Mantegazza, a caso, o per oblio de' giudici, scampato al patibolo. — Tale novella ridestò la curiosità illanguidita dell'ascoltatore, il quale non fu sazio di volgere dimande sul conto di costui, sulle circostanze, che lo avevano condotto alla Rocchetta, e sul privilegio, che lo aveva scampato al supplicio. — Medicina rispose a questa furia di inchieste come il reo interrogato dal giudice. Non mostrava d'aver fretta a narrare: porgeva ad una ad una le sue rivelazioni, quasi fossero le più innocenti e le più frivole cose del mondo; non palesava circostanza, che non gli fosse prima dimandata; ma poneva studio a tener viva la curiosità di chi l'ascoltava, ed a provocare colle altre interrogazioni la necessità d'altre risposte. In questo cambio di parole impazienti e maliziose, non fu mai nominata Agnese; ma, assai peggio che il nome, ne fu indirettamente profanata la virtù. — Imperocchè Medicina, quando venne il buon momento, seppe indurre il conte a sospettare che tra il Manfredi ed Agnese, vivente ancora il padre, esistesse un legame d'affetto.

“Le prove...„ sclamò con calore il conte, dimenticando a quella ingiuriosa asserzione la sua consueta prudenza.

Medicina fu, o finse d'essere, sbigottito. Non per una vana circospezione o per diletto di propinare a stille il veleno, aveva cincischiato sull'esordio del suo racconto. Lodò, a cielo fra sè la propria pensata, e rinovò il proposito di trarne partito. Vedendo che il conte aveva il cuor dolce, conchiuse non esservi cosa più opportuna a stuzzicare la sua curiosità, che il fingere di voler disdire o menomare l'asserito. L'artificio riescì. Non appena il conte vide che il ribaldo, tutto mogio e rappreso si faceva piccino, e biasciava monosillabi vuoti di senso, per farne una scusa, si fè buono e, con voce pacata, tornò ad interrogarlo.

“Suvvia, parla. Possibile che io sia giunto a farti paura? Dimmi quanto sai; t'avrò grado per la tua schiettezza; se fosti ingannato, più tardi mi rallegrerò d'esserlo stato ancor io.„.

Medicina pigliò tempo a rispondere, asserendo che quanto aveva narrato si doveva considerare come una diceria. Chiese quindi licenza per allora; e giurò che sarebbe tornato con delle prove, appena gli fosse dato raccoglierne. Così, in questa come in ogni circostanza, ei ricorreva all'arte di mettere in dubio quello appunto, che bramava far credere agli altri: e vi riesciva.

In una seconda conferenza, contemporanea alla spedizione di Bergonzio, mostrò Medicina d'aver raccolto quanto era necessario alla chiara spiegazione del mistero. Allora tornò l'uomo d'altra volta; bandita la scaltra timidezza, si fece a narrare minutamente quanto aveva saputo od imaginato intorno al Manfredi, componendone una storia che inevitabilmente riesciva a danno d'Agnese. — La verità gli prestò alcuni fatti principali, ma egli seppe ricucirli di maniera che acquistassero più o meno rilievo a seconda dell'importanza e del nesso che avevano colle sue mire. Non lanciò a chiare parole una calunnia; ma ne pose il seme e lo coltivò, perchè portasse in poco tempo molto frutto. Finse di voler palliare con ogni studio una colpa; e per tal modo confermava l'accusa. Tal fiata, arrestò la parola, sfuggendo all'aperta dichiarazione di una circostanza, che traspariva poi più certa dalla sua stessa reticenza; tal altra, dinegò timidamente ciò, che egli aveva già sotto il velo d'altre frasi dichiarato nelle sue premesse. — Il colpo di grazia era riserbato all'ultima e più positiva asserzione: quella, cioè, di una lettera escita di soppiatto dal carcere del Manfredi, e consegnata in tutta secretezza nelle mani d'Agnese.

Questa rivelazione ridestò l'ira del conte a tale che parve vicina a prorumpere. — Medicina allora si sarebbe volontieri dato una fregatina di mano in segno di esultanza; ma la rimise a miglior momento, pensando che aveva ancor molto a fare, e che la trama, benchè concepita a meraviglia, era ancora troppo leggermente avviata.

Del contenuto in quella lettera non volle dir verbo; asserendo e giurando, nel modo il più solenne, di non esserne al fatto; e per quanto il conte colle promesse e colle minacce lo invitasse ad essere schietto, perdurò nel silenzio, promettendo che avrebbe messo in opera tutti i suoi mezzi per saperne qualcosa; e poi riferirlo. Questa fu l'opera del secondo convegno; gli rimanevano ancora due giorni, prima di render conto a Barnabò del suo procedere; in questi due giorni egli sperava di potere raccogliere pel suo padrone più assai di quel che aveva promesso, e prometteva a sè di trarre più pronta e più lucrosa vendetta di quel che aveva osato sperare.

Il conte, dopo la fatale scoperta, fu in procinto di correre alla casa di Agnese, per chiederle uno schiarimento; ma volle e seppe frenare l'impeto della passione, forse temendo di sè, forse sperando di giungere del pari, e meglio, allo scioglimento del terribile enigma col silenzio e colle investigazioni. Intanto, per opera del perfido Medicina, surgeva fra il conte ed Agnese un fantasma ad arrestare d'improviso il placido corso degli affetti ed a rallentare in entrambi ogni confidenza. La posizione dei due amanti diveniva quanto strana altretanto crudele. Ciascuno pensava essere il giudice; ed appariva invece il colpevole; questi cercava sul viso di quella la cagione di un turbamento, che egli senza saperlo tradiva sullo stesso suo volto. — Come era stato eguale in entrambi l'affetto e la felicità, così doveva essere pari il male, ed identico il successo di una calunnia, destramente sceneggiata a danno d'ambedue.

In quel dì, al nuovo incontro, l'uno si mostrò forse più contegnoso del consueto: l'altra, cercando d'imporre al suo viso ed alle sue parole la consueta ilarità e quell'aria di confidenza che le era propria negli ordinarii convegni, apparve affettata, e quindi fu male intesa. Appena i due amanti furono separati, ciascuno riescì a quest'unica conclusione: lodavasi d'aver saputo resistere alla tentazione di rompere in querele; ma deplorava la presenza dei sintomi che accertavano la sciagura. Quel silenzio, che ognuno si era imposto come atto di prudenza, diveniva il titolo dell'accusa, la prova ineluttabile della colpa.