CXLV.
Il secreto interprete delle ire impotenti dei milanesi era il Conte di Virtù, il quale teneva d'occhio la corte e la città di Milano, e ne spiava i procedimenti ed i voti, meglio che non facesse Barnabò, in uno co' suoi figli e con Medicina.
Giangaleazzo sapeva che presso di sè, e nello stesso suo castello, si tenevano pratiche col signore di Milano. Egli non disperse però le sue forze nella ricerca degli infidi: ma si giovò dell'opera loro per spargere sul proprio conto notizie ingannevoli, e per crescere e rassodare la cieca confidenza dello zio.
Vero è che il pensiero di affrettare la vendetta, nato dal suo nuovo incontro con Agnese, lo aveva quasi indutto ad abbandonare il consueto riserbo, onde colpire Medicina, ancora più odioso e scelerato che lo stesso Barnabò. Gli sorrideva la speranza di potere raggiungere e percuotere colla sua spada l'infame ciurmatore. Ma abbandonò anche questo pensiero; perchè uno sdegno subitaneo e generoso gli parve meno sicuro che una lenta e ben preparata punizione. — Benchè egli godesse nel suo stato di quella sicurezza, che è la forza di un principe mite e generoso; benchè il suo governo fosse una favorevole eccezione pei tempi che correvano, e diventasse un modello di moderazione, a confronto dei governi vicini e delle recenti tirannidi di suo padre; pure egli non osò mettere a prova la fedeltà e il valore del suo popolo, levandolo in armi e spingendolo inconsideratamente nelle incertezze della guerra. Un'altra via, più lunga ma certa, lo doveva condurre alla fortunata meta.
Lunghi mesi di aspettativa pose egli tra il concetto ed il fatto. — Stancò l'impaziente rabbia de' suoi nemici con una mansuetudine che ne disarmava la mano. Lo scudiero di Caterina corse più e più volte da Pavia a Milano, recando null'altro che le ripetute istanze della sua padrona, e riportando promesse vaghe, rimandate ad un'epoca più o meno vicina, che non arrivava mai. Le relazioni, che venivano fatte a Barnabò sul conto di suo nipote, lo lasciavano troppo tranquillo. Il signor di Pavia nella mente dello zio spendeva la giornata in opere di pietà, interrompeva le consulte per ricordare a' suoi ministri esservi un Dio giudice e punitore dei potenti; non compariva in publico che accompagnato da numerosa scorta di cavalieri; ed infine sollecitava dall'imperatore Venceslao la dignità di vicario imperiale, sdegnosamente rifiutata da Barnabò. — E le parole sue, come i suoi atti, erano sempre, od apparivano, il frutto di un animo timido, irresoluto, ossequioso.
Agnese, penetrato il secreto di questa condotta, l'avvalorava de' suoi consigli; ed aveva fede nell'avvenire. Non così Caterina; le speranze continuamente deluse accendevano vieppiù i suoi sdegni e sviluppavano in una natura fiacca ed impotente una volontà intolerante d'ogni indugio e più che mai cupida di vendetta.
Passò tristamente l'inverno del 1385 per la corte di Pavia. — Il conte ed Agnese fiutavano quell'aria pregna di miasmi, che precede lo scoppio della bufera. Un sorriso artificioso ed ironico da qualche tempo posava sulle pallide labra di Caterina. Le veniva riferito dal fratello, che Barnabò, trovando esausto l'erario, a motivo delle splendide doti assegnate alle molte sue figlie, aveva finalmente risoluto di ristorarlo colla conquista di Pavia. Non s'aspettava che la buona stagione per mettere in atto il disegno. — La conclusione di quella notizia era la seguente: egli, cioè Rodolfo, avrebbe pensato di vendicarla delle offese ricevute da suo marito; lasciavasi poi a lei sola l'incarico di punire, come meglio credesse, la sua rivale.
Tutto ciò venne a notizia del Conte di Virtù. Gli fu riferito ancora che Barnabò pensava ad un futuro riparto dello stato fra i suoi figliuoli; per la qual cosa, se egli fosse venuto a morte improvisamente, la signoria di Milano verrebbe suddivisa in tante parti quanti erano gli eredi di lui. L'impresa sarebbe allora divenuta più difficile: era necessario affrettarla.
Sulla fine d'aprile, Giangaleazzo indirizzò a suo zio una lettera piena, al solito, di frasi umili e devote. — In essa gli ricordava i vecchi legami di sangue, che lo facevano superbo di chiamarsi suo nipote. Gli rammentava inoltre che quei vincoli erano stati ribenedetti dalle nozze di lui con sua cugina, ond'egli aveva acquistato il diritto di chiamarsi suo figlio. Della freddezza, che regnava fra le due corti, incolpò le preoccupazioni del governo; le quali, se assorbivano gran parte della sua meschina esistenza, non gli chiudevano però il cuore alle voci della natura. Pesava sul suo animo il rimorso di non avere fino allora mostrata al mondo tutta la riverenza ch'egli nutriva per un sì nobile principe e per un parente tanto affettuoso. Gli annunciava che, come ammenda de' suoi peccati e pel bene dell'anima sua, gli era stato imposto di recarsi in sacro pellegrinaggio al Monte sopra Varese, per ivi sciogliere un voto alla Vergine. A tale scopo egli doveva passare da Milano ai primi di maggio, ed arrestarsi un giorno nel castello di Porta Giovia. Chiedeva allo zio di poter avere in tale occasione l'onore di baciargli la mano. Che se poi, come caparra d'affetto o di perdono, il nobile parente avesse assentito di unirsi a lui nella pia impresa, egli lo seguirebbe a manca del suo cavallo, e gli porgerebbe la staffa in salire, come suo scudiero. Concludeva dicendo che a Dio ed alla Vergine riescirebbe più gradito il voto, quando fosse consacrato da quest'atto di spontanea ed amorevole conciliazione.
Questa lettera produsse l'effetto che il conte s'era aspettato. — Barnabò trovavasi in mezzo a' suoi figli, quando la ricevette. L'aperse, e riconobbe, senza guardare la firma, i caratteri del nipote. Il suo volto, che prima era torvo, si fece piano e sereno su quei caratteri. Avviata la lettura, mano mano ch'egli scorreva le righe ed affoltavasi nel leggerle e nel pronunciarle, la sua fisonomia ripigliava la consueta aria burlevole, che era sintomo di buon augurio pe' suoi famigliari. Quando l'ebbe scorsa tutta, la ripiegò sghignazzando. A quell'improviso accesso d'ilarità, tutti guardarono in viso al padre; ma nessuno osò interrogarlo. Lo stesso Barnabò non volle defraudare i suoi figli di ciò che lo metteva di buon umore; fe' cenno a Rodolfo, che gli si avvicinasse, e gli diede a leggere il foglio. — Lesse questi, e sorrise per fare la corte alla paterna ilarità, poi consegnò lo scritto ad altro de' suoi fratelli:
“Che ne dite del nostro caro parente?„, chiese Barnabò a suo figlio.
“Dico, soggiunse Rodolfo, che quando la preda cade da sè nella tagliuola, non c'è merito pel cacciatore. Ma pure, o volpe o lupo, ch'ella sia, non conviene lasciarla scappare„.
“A lupo o volpe di questo pelo io fo sciogliere il laccio.„
“Oh, oh, davvero?„
“E poi, se la paura rende l'animale poltrone a segno da non lasciarlo fuggire, io lo scuoto colla punta dei miei calzari e lo fo trottare lontano, perchè i miei valletti l'atterrino a colpi di pietra o di bastone. Prede di questa razza non meritano d'essere toccate dalle mie armi„. — Tali parole erano dette con un tuono di scherno, che vuol essere indovinato.
Rodolfo, incoraggito dalla confidenza che suo padre gli mostrava in un affare di tanto rilievo, abbandonò il traslato, e prese a spiegare con calma e chiarezza i suoi progetti. — Secondo lui, salvo il dovuto rispetto a Sua Grazia, Barnabò avrebbe fatto bene a gradire l'invito del nipote; quando poi il Conte di Virtù si trovava nel castello di Porta Giovia, bisognava cingerlo d'armati, e forzare il presidio alla resa. Rodolfo assicurava di aver pronte a ciò alcune migliaja di fanti e di cavalieri; insisteva nel decantare la superiorità delle forze di suo padre; ed augurava a sè stesso l'onore di una sì bella e sicura impresa. Ma Barnabò trovava magro mercato lo spendere tanta forza per accalappiare un coniglio. Disse, che ad assediare il castello di Porta Giovia, difeso da suo nipote, avrebbe giovato una confraternita di mendicanti o il capitolo di una chiesa, meglio che non le migliaja di alabarde e di cavalli apprestate da suo figlio.
Non aggiunse altro, nè dichiarò quale fosse il suo progetto, ma stabilì dentro di sè di accettare l'invito del conte e di unirsi a lui nel progettato pellegrinaggio. Gli sorrideva alla mente il pensiero di averlo per alcun tempo ospite nelle sue terre; voleva approfittare di questa bella occasione per assaggiarne le idee, le intenzioni, le speranze. Quello che suo figlio progettava pel momento dell'arrivo, potrebbe ancora farsi al ritorno. Intanto egli non lascerebbe di far parere bella al nipote la vita solitaria dei monaci di sopra Varese. — “Chi sa,... diceva egli tra sè, colui è sì impacciato in mezzo al mondo!.... un sajo bruno gli deve stare a meraviglia! e se me ne posso liberare a questo modo, tutti diranno che abbiamo fatto bene e l'uno e l'altro. C'ingrasserei a vedere quel bonaccio incappucciato; mi dà tanto fastidio il sentirlo gemere sotto l'elmo e la cotta!„
Questa era una prova. Se essa falliva, se il nipote non s'innamorava dell'aria pura del monte e della beatitudine di un chiostro, qualche altro ripiego più diretto e più efficace doveva tornar buono; in ultimo, quello proposto da suo figlio Rodolfo. Perocchè anche nella mente di Barnabò era ferma l'idea, che il Conte di Virtù non doveva tornar più signore di Pavia.
Con tali intendimenti rispose al nipote: avere egli benignamente accolte le sue parole; in prova di che accettava la sua compagnia per la divisata spedizione. Si stabilì che i due prìncipi s'incontrerebbero in Milano il giorno 6 del prossimo maggio, all'ora meridiana.
Questa risposta era affatto ignorata a Pavia. — La stessa Caterina ne ebbe notizia dal fratello, il quale, nell'accennare la probabile riescita del comune progetto, non dissimulava qualche impazienza e qualche timore.
Il conte disponeva ogni cosa per il buon successo de' suoi disegni; ma sapeva sempre coprire le arti sue colle apparenze le più ingannevoli. Non così a Milano: nella numerosa e ciarliera corte di Barnabò, i figli e i famigliari non facevano altro che discorrere di questo strano incontro; e ciascuno vedeva la cosa a suo modo; ognuno aveva la sua proposta a fare.
Chi più d'altro provò meraviglia e dolore all'annuncio di una riconciliazione, tanto impreveduta e inopportuna, fu Medicina. Il quale, senza provare le velleità guerriere di Rodolfo, nè la noncuranza e lo sprezzo del padre, conoscendo meglio che ogni altro il Conte di Virtù, negava fede alla vantata sua moderazione. — Guai per lui, se fosse stato vero che lo zio ed il nipote s'erano riconciliati: egli perdeva la speranza di far rifiorire il suo commercio fondato, come ognuno sa, sul disaccordo e sulla diffidenza delle due corti. Poi v'era un'impresa lasciata a mezzo, che già gli aveva cagionato un rodimento, uno sconforto indescrivibile. Vogliamo parlare dei casi d'Agnese, che invece di allontanarla dal conte, com'era sua speranza, l'avevano sì imprevedutamente ravvicinata a lui. Le sue scelerate intenzioni erano dunque scoperte da quest'ultimi fatti, dalle parole d'Agnese, e dalle probabili rivelazioni del Seregnino; che dopo quel dì non si era più veduto, e che, a quanto dicevasi, si era fatto un uomo da bene alla vista della forca.
Medicina avrebbe dato un occhio perchè l'incontro non avesse luogo; e, quando l'impedirlo fosse cosa assolutamente impossibile, avrebbe almanco voluto che messer Barnabò se ne valesse per pigliare il sopravento sul nipote, od anche solo per interromperne i sospettati disegni. — Intanto, per volere di Rodolfo e per conto proprio, si diede con ogni sollecitudine a cercare mezzi, arti, ripieghi, inganni onde la divisata spedizione fosse sospesa o rivocata. Si giovò della confidenza che in lui riponeva Barnabò, per accendere nel suo animo il sospetto: e, quando vide che ogni artificio umano riesciva inefficace, ricorse alle divinazioni ed alle stelle, e coll'ajuto della scienza e col mezzo di Canidia, formulò un responso minaccioso, che avrebbe dovuto far cangiare pensiero a Barnabò, se egli avesse conservato quel rispetto alla scienza che aveva dimostrato in altra occasione[77].
Ma Barnabò, che questa volta voleva interrogare l'uomo e non il cielo, accettò con animo indulgente i consigli di Medicina; perchè glieli aveva dimandati, ma s'irritò contro le stelle, che rispondevano senz'essere richieste. Le arti malefiche potevano inspirargli un pensiero, quando la sua mente fosse vuota; potevano convalidare un suo disegno, qualora egli fosse dubioso; ma non mutare, ciò che egli aveva fermamente deciso.