CXLVI.

Era il mattino del sei maggio, il giorno del convegno, e Medicina non aveva fatto accettare a Barnabò nessuno de' suoi consigli. Solo tra lui e Rodolfo si erano, giorni addietro, pigliate le opportune intelligenze perchè la città in quel dì fosse guardata da un corpo di milizie assai più numeroso del solito. Il pensiero di un colpo di mano sul castello di Porta Griovia non era stato abbandonato; i mezzi ad effettuarlo erano pronti. La Rocchetta di Porta Romana ed il palazzo di Barnabò brulicavano di gente armata. — La città era, o pareva, in festa.

Il Conte di Virtù, all'albeggiare di quel giorno, accompagnato da' suoi officiali Giovanni Malaspina, Jacopo dal Verme, ed Ottone da Mandello, e seguito da quattrocento lance, fra cui brillavano i suoi più fidi e valorosi cavalieri, montò in sella, e si diresse di buon passo verso Milano. Il viaggio fu sollecito e senza avventure.

In quello stessa mattino, poche ore dopo la partenza del Conte di Virtù, il messo secreto di Caterina, reduce da Milano e portatore di un'altra lettera di Rodolfo Visconti, entrò nel castello di Pavia; e, venuto alla presenza di Sua Grazia, da perfetto cortigiano, piegò un ginocchio a terra, e porse sur un bacile d'argento il messaggio diretto alla principessa.

Caterina, in quel momento più impensierita del solito, raccolse il foglio con manifesta trepidazione, ne ruppe il sigillo colla mano tremante, lo spiegò, e lesse sotto voce le seguenti parole.

“Sta di buon animo, o sorella. Dimani (il foglio portava la data del giorno 5 maggio) Pavia obedirà a te sola. — Tre mila alabarde ed altretanti cavalieri aspettano un mio cenno per operare il prodigio. — La residenza di Porta Giovia diverrà un carcere; chi v'entra oggi da padrone vi rimarrà dimani qual prigioniero. — Nostro padre ci applaude. — Penso a te, mia diletta; penso alle tue, alle nostre vendette. Vivi felice.

Rodolfo.
Signore di Bergamo e di Soncino.„

Queste poche parole decidevano una questione lungamente discussa e rimasta sempre sospesa. L'urgenza dei fatti richiedeva una pronta soluzione; questa era la più lusinghiera. La buona novella dissipò le nebbie ipocondriache che intorbidavano la mente della principessa, e richiamò sulle sue labra quasi livide un sorriso di compiacenza, che parve al fido cortigiano la caparra di un generoso premio.

Costui aveva inoltre l'incarico da Rodolfo di spiegare alla sorella, perchè non conveniva farlo per iscritto, i motivi che lo determinavano a rompere gli indugi, e le circostanze che gli garantivano un buon successo. E in questa missione il manieroso scudiero trovò una lena insolita. Egli, che si sarebbe fatto in pezzi per rattenere quel fuggevole sorriso che lo aveva reso beato poco prima, raccoglieva ogni minuta circostanza, e l'esponeva coll'eloquenza della passione, onde convincere la signora essere ormai certo e prossimo il suo trionfo. — Caterina aveva bisogno di ciò. Poche ore prima, al momento di veder partire il corteggio, aveva trovato suo marito altr'uomo da quello che era stato fino a quel giorno. Egli montava in sella, e passava in rassegna le quattrocento lance con un ardore sì nuovo, con un'aria sì balda e sicura, che sconveniva ad uomo come lui, e molto più al devoto che si dispone ad un pio pellegrinaggio.

La lettera di Rodolfo e le parole dello scudiero tolsero ogni incertezza, e sospinsero la sua mente cedevole oltre i limiti di quell'aspettativa peritosa che vagheggia la vicina fortuna, ma non si abbandona del tutto alle sue lusinghe.

Ormai certa della vittoria, essa volle iniziare il suo solenne trionfo. Verso il mezzodì, precisamente a quell'ora in cui Barnabò e il Conte di Virtù s'incontravano in Milano, Caterina raccolse intorno a sè la corte: e come investita dell'autorità sovrana in assenza dello sposo, diede ordini, ricevette omaggi, dispensò grazie col sussiego di una regina.

Meravigliarono i cortigiani nel vederla sì apparecchiata al comando. — “Dov'è andata la novizia, l'acquacheta, la timidetta dei giorni passati?„, susurravano tra loro i cicisbei della corte, che credevano aver occhi di lince per penetrare checchè frullasse nella mente dei loro padroni. Ma non era il diletto del comando il solo fumo che salisse al capo della misera donna. Ella era ebra di gioia al pensiero di vendicarsi d'Agnese, e la sua vendetta doveva cominciare da quel giorno, da quel momento. — Se una voce amica le avesse detto piano nel cuore: rimetti a dimani i tuoi progetti, ed attendi d'aver la conferma delle notizie di Rodolfo, ella avrebbe risposto: ho tardato fin troppo; ora non è più possibile. Se il devoto scudiero aveva qualche potere sull'animo di lei, egli ne avrebbe fatto uso per spingerla ai fatti estremi; poichè appunto dalla compiacenza della vendetta consumata, il ribaldo cortigiano sperava il premio della sua complicità.

In mezzo alle dame, che facevano corona in quel dì alla principessa, brillava Agnese Mantegazza, non tanto perchè fosse la più bella, quanto perchè in essa si aggiungeva alla regolarità delle forme, ed alla maestà del portamento, l'espressione di una mente elevata, e di un cuore buono e generoso. Più volte Caterina aveva tentato d'abbattere co' suoi sguardi iracondi l'innocente supremazia della rivale; ma altretante volte gli occhi d'Agnese, prevedendo il maligno incontro, lo sfuggivano e mandavano a vuoto l'insulto della superba, punendola colla più gelida noncuranza. — Tanto più s'accese d'ira Caterina, che credeva d'avere cominciata la sua vendetta, e si trovava di fronte un nemico invulnerabile. Chiamò scherno l'imperturbabilità di chi non teme l'ingiuria; la dignità confuse coll'orgoglio. Certa che gli sguardi loro si erano incontrati, giudicò che l'accortezza d'Agnese nell'evitare la sfida, più che un atto di prudenza, fosse un'insolente provocazione.

Riescì non pertanto a moderarsi e a far rifiorire sul suo volto un sorriso. Tornò alla solita fantasticaggine dei discorsi: armeggiò colle ironie e coi frizzi. L'insolita sua vivacità raddoppiava la lena dei cortigiani. Lo adulazioni e le parole melate, le facezie e le insulsaggini si avvicendavano rapidamente, ora trionfanti dell'ilarità degli ascoltatori, ora sepolte modestamente dai motti incalzanti dei nuovi discorsi.

Il moderno costume non ha saputo bandire dai convegni l'adulazione; ma, nel tolerare che essa vi penetri, esige che almeno sia castigata, e sopratutto che parli sommesso. Anche in bocca al più impudente parassita sarebbe disdicevole e ridicolo ai nostri dì il pronunciare il panegirico del protettore, mentre egli è presente. — Lode e biasimo ci seguono alle spalle come lo strascico delle vesti tagliate all'antica. — Nel secolo di cui parliamo invece, la piacenteria e l'adulazione erano le tinte dominanti dei discorsi fra persone d'alta levatura. Si gareggiava di spirito per trovare traslati e concettini atti a creare meriti che non esistevano, o ad ingigantire virtù microscopiche. I potenti e i mecenati dal canto loro, con una toleranza ed una compiacenza egualmente marcate, si lasciavano portare sui trampoli della rettorica dagli adulatori, per sostenere davanti al mondo la parte di eroe in simili apoteosi da scena. Il linguaggio dei poeti aveva generata l'abitudine all'intemperanza delle imagini; e per conseguenza l'insensibilità alle vere e moderate parole. Lo stesso Petrarca non fu del tutto mondo da tale peccato; poichè questo commercio di leziosaggini diveniva una palestra di pedanti discipline; e in molti casi non era altro che ossequio alla moda. Hanno origine appunto da quest'epoca certe formole di servitù, colle quali salutiamo gli amici ed i conoscenti; formole in cui le parole hanno talmente perduto il loro significato primitivo, da farle credere reliquie di una lingua morta.

In questa occasione, vi fu chi entrò a parlare dei Visconti, ed a celebrarne la stirpe, le imprese, i campioni. Ogni membro di quel casato, morto o ancora esistente, aveva il suo tipo negli eroi e nei miti dell'antichità. Pareva che quelli e questi fossero stati i loro precursori. Taluno magnificò la sapienza di Matteo Magno; un altro l'animo invitto di Marco; un terzo la mitezza di Azzone, o la severità di Luchino. — Quando si parlò del Conte di Virtù, la gara si fece più viva e più concorde. Era il panegirico del santo che, nel suo giorno solenne, è sempre più santo degli altri. — La stessa Caterina che, secondo le nostre usanze, avrebbe dovuto accogliere in silenzio quelle proteste di ossequio, volle aggiungervi la sua parola. — “V'ha forse al mondo, disse ella, altro principe sì buono, che onori nella sua corte l'iniquo avanzo di una stirpe, che ha congiurato contro la sua casa?„

Nessuno rispose alla dimanda; perchè nessuno seppe se ciò fosse veramente un'interrogazione. Chi la pigliò per un bollore d'orgoglio a cui bastava rispondere con un inchino d'adesione; chi invece la stimò un dardo lanciato non del tutto a caso, ed aspettava di vedere dov'esso mirava, e quali cose metteva allo scoperto. Un certo numero, infine, tra i più destri, comprese che quel motto era una fardata bella e buona rivolta a qualcuno degli astanti. Tranquillo sul proprio sè stesso, ognuno cercava nei vicini il colpevole. Ma gli sguardi non ebbero ad errar molto per iscoprire dove, e contro chi, era rivolto lo strale.

Se l'infelice Agnese non avesse ascoltate le parole della sua nemica, doveva riconoscerne il valore dallo scandalo che si levò nell'adunanza, appena furono pronunciate. Ma quel motto era giunto fino a lei, perchè Caterina lo indirizzava a lei sola coll'occhio e colla voce. — Agnese ancora sì giovane aveva, in pochissimo tempo e in mezzo a tante vicende, guadagnato quella profonda esperienza, che suol essere l'ultima messe della vita per chi sta in pace colla fortuna. Eppure non aveva ancora provato una puntura tanto acuta e profonda come quella, che le veniva fatta in questo momento. Nelle parole di Caterina ella vedeva falsata e sconvolta tutta la storia della sua esistenza. Il nome di suo padre, vittima del più santo affetto, era bruttato di fango, e confuso con quello dei traditori; una grossolana contumelia le ricordava la sua miseria per poi rinfacciarle un beneficio, che ella aveva subíto, non implorato.

Ma Agnese non si mostrò abbattuta per questo. L'oltraggio era di tal natura che, invece di arrivare tutto allo scopo, risaliva in gran parte all'impura sua sorgente. La malvagia donna sorrideva; ma Agnese non avrebbe voluto essere nel grado di lei, e ridere come ella di un trionfo così indecoroso. Più di una parola le corse alle labra per ribattere l'insulto: fu ad un punto di spiegarsi, a costo di dimenticare dov'era ed in presenza di chi. Non lo fece, e per più ragioni. — Mirando in volto Caterina, e vedendola tanto deturpata dalla passione, ne provò ribrezzo, e temette di rassomigliarle rintuzzando l'ingiuria coll'ingiuria. “È meglio, diss'ella fra sè stessa, sopportare indifesi i colpi della perfidia, che raccogliere l'arma dei vili, per volgerla contro loro.„ Pensava poi a suo figlio; al pericolo cui verrebbe esposto se avesse provocato maggiormente lo sdegno della principessa. La toleranza, consigliata dall'amore di madre, non poteva essere una viltà: era più grande il coraggio del silenzio che non quello della riscossa. — Ammutolì, e per tutta difesa levò l'occhio non dimesso nè ardito, e, girandolo intorno a sè, ruppe colla fermezza degli sguardi le occhiate avide e maliziose che s'intrecciavano davanti a lei, e posavano sulla sua fronte, quasi volessero indovinarne i pensieri, e scoprirvi il resto di quella reticenza, che Caterina aveva abbandonata alla maligna interpretazione di tanti testimonii.

Al frizzo insolente tennero dietro un silenzio ed una svogliatezza generale. La conversazione andò languendo. — Il trionfo della superba rassomigliò ad una festa da piazza, sorpresa al suo bel principio da un acquazzone.

Sciolto il convegno, ogni cortigiano tornò alle proprie abitudini. Chi non aveva a meditare sopra sè stesso, e sopra i probabili vantaggi che sperava ritrarre dal suo mestiere, tornò colla mente alle insolite piacevolezze della signora, e si provò a spiegare l'oracolo delle sue parole.

Volle il caso che in quel giorno spettasse ad Agnese il servizio d'onore presso la principessa. — Fu ella un momento in forse di sciogliersi dall'impegno, adducendo qualche pretesto; ma non lo volle fare, perchè Caterina l'avrebbe accolto come una prova de' suoi trionfi. — Caterina infatti fu più indispettita di quella fortuita combinazione che non lo fosse Agnese: ma, pensando poi di farle pagar cara la sua imperturbabilità, si dispose a percuoterla con nuovi sarcasmi, ed a stancarla colle sue fantasticaggini.