CXV.
Non è a dire che, dietro tali pensieri, fosse sùbito bandito e per sempre ogni dubio, ogni angoscia. Agnese provò spesso il ritorno de' suoi dolori; ebbe più e più volte ancora il cuore turbato dalla memoria della perduta felicità; sentì di nuovo e più forte il rossore della sua posizione; provò non la convenienza ma l'onta del mistero, in cui ella doveva vivere sepolta. Ma non era per intoleranza o per stanchezza che ella volgeva le sue preghiere al cielo. Quanto erano più gravi i suoi dolori, altretanto più certa e più vicina attendeva la riabilitazione. Dimandava a Dio la forza di sopportarli, non di rimoverli; d'essere rassegnata, non assolta.
Di ciò diede prova quando surse questione sull'opportunità di abbandonare la sua casetta. Nessuna esitanza attraversò tale risoluzione; non la discusse, l'adottò come una necessità, come un dovere. Prima che venisse il momento di spiccarsi dal suo soggiorno, il solo pensiero di dover rinunciare a quell'asilo, che era stato testimonio di tanta felicità, le cagionava una stretta sì forte, che credette non avere animo a sopportarla. Ma quando Canziana le annunciò d'essere riescita a procurarle un nuovo ritiro, ella gradì il troppo sollecito servigio, e seppe troncare il filo di tante soavissime rimembranze senza pure un sospiro.
La scelta della nuova dimora era stata affidata a Canziana. Pensò la buona donna che era bene far presto; ma nello stesso tempo la prudenza la tratteneva, ponendole dinanzi non pochi ostacoli. — Si arrestò qualche tempo a considerare se fosse più conveniente il ridursi a Milano, o a Campomorto. Sottili ma abbastanza valide ragioni la persuasero a non far cadere la scelta sui due luoghi. In questo mezzo, il caso le fece trovare, presso persona di sua antica conoscenza, una romita casipola al di là del Ticino, dove Agnese sarebbe al riparo d'ogni sguardo indiscreto e d'ogni scortese dicería.
Al momento di abbandonare la città, Agnese trasportò seco tre cose soltanto: la lettera di suo padre, quella di Ognibene, e lo scritto del conte da lui dimenticato a Campomorto. Erano i documenti più preziosi della sua storia. — Al resto provide Canziana.
Quando Agnese si dolse pensando che lo staccarsi dalla dimora di Pavia avrebbe affievolito le sue care memorie, si ingannò. Nel suo deserto romitaggio, coll'ajuto del cuore, ella visitava ogni dì la casa abbandonata, e ne richiamava gli oggetti con tanta vivacità di colori, con sì squisita precisione di forme, come se li avesse presenti. Nei primi dì ella era più taciturna del solito: ma a poco a poco la nuova solitudine le riescì gradita; e se pensando al passato ella aveva gravissime ragioni di piangere; nel presente, e ancor più nell'avvenire, trovava qualche motivo d'essere consolata.
A fare meno triste la sua condizione presente, giovò l'esercizio della più saggia carità: ella soleva trovare presso di sè molto superfluo per farne parte ai poverelli. — Ad abbellire il futuro, le valse il pensare alle prossime gioje della maternità: gioje sì vive e sublimi, che non potevano essere turbate da nessuna memoria per quanto amara. Ripigliò ella i lavori dell'ago, non per trapuntar ciarpe ed inezie, come in addietro; ma per allestire il corredo dell'aspettato suo consolatore. Nell'assiduo travaglio, e nello scopo di esso, temperò le acerbe ricordanze, senza abbatterne quella parte che le faceva sperare nuovi e più dolci compensi. Così mentre la mano, con alacrità straordinaria, attendeva all'opera pietosa, la mente si occupava di quello cui essa era destinata. La diletta creatura, che le aveva fatto riamare l'esistenza, già viveva con lei e per lei; le appariva dinanzi ad ogni momento vispo, amorevole, bello quanto un angelo. Ed ella lo vedeva e lo ascoltava, pregustando tutte le delizie dell'esser madre. Nè si arrestava ai primi passi della sua vita; ma lo vedeva crescere garzoncello avido di affetti e di cognizioni; farsi giovine generoso ed intrepido; maturare saggio e benvoluto cittadino. La stima che egli si sarebbe procacciata, era tutto suo merito; di nulla egli era debitore al casuale retaggio di un nome illustre. — Anche la riabilitazione dell'infelice sua madre diverrebbe sua gloria. Quando quel frutto della colpa fosse diventato un valent'uomo, chi mai avrebbe ardito gettare la pietra contro la cagione de'suoi giorni? — Abbandonatasi a tali pensieri, correva Agnese sur un pendío pieno di dolcezze, fino a sognare una felicità completa e durevole. Quel figlio che le era costato tante lacrime le prometteva, già prima di nascere, altretante gioje. Le nostre leggitrici perdoneranno alla sventurata donna questo delirio pel merito dei soavissimi affetti che lo inspirano.
Dopo alcuni mesi di un rigoroso ritiro, durante i quali la tranquilla serenità di quell'anima non fu turbata che da un'ansia amorevole, precorritrice degli eventi, venne il dì benaugurato, in cui lo sguardo della madre potè finalmente fissarsi nelle sembianze della sua creatura. Oh il primo bacio che ella stampò sulle gote rosee del suo bel bambino! Quanta felicità, quale esultanza! — Allora la natura, trionfando di tutti i riguardi umani, infundeva ad Agnese tale sicurezza di sè, ch'ella non avrebbe esitato a dichiarare al mondo intero che quella creatura era sua.
Ma l'orgoglio muliebre cedette sùbito e sempre a più imperioso sentimento. Agnese dimenticò il mondo ed ogni cosa esteriore per non occuparsi che di sè; e in sè stessa comprendeva appunto il suo caro, il suo vezzoso bambino. Dopo avergli prodigato le più tenere carezze, lo sogguardava con occhio innamorato, lo componeva nella culla; poi di lì a poco, stanca di non vederlo, di non toccarlo, ne lo sollevava di nuovo per palleggiarlo e stringerlo al seno; e lo chiamava sue viscere, sua delizia; lo copriva di baci e di lacrime. Agli avvisi di Canziana, che la vegliava con materna sollecitudine, e non aveva fine di raccomandarle un po' di quiete per il ben suo e della creatura, non si mostrò arrendevole, che quando la stanchezza vinse gli affetti, e il consiglio divenne necessità. Allora Agnese giacque tranquilla; ma, posata la testa sul capezzale, volgeva gli sguardi al suo diletto che le dormiva allato. E l'occhio materno (che non è il miglior giudice delle sembianze dei figli) aveva già riscontrato nel tondo e roseo visetto del bambino i tratti vigorosi e severi del padre. A quella scoperta, una lacrima di ben altra natura le spuntò sul ciglio. Pianse la poveretta pensando che a tanta festa non pigliava parte chi vi aveva il più sacro diritto. Dolevasi che lo sguardo di lui non scendesse un momento su quella cuna; perchè ivi avrebbe dovuto farsi più mite e più giusto.... In tale pensiero chiuse gli occhi affaticati, e sognò cose liete.
Ma quando, poco dopo, una esile vocina la scosse dalla fantastica visione e la condusse di colpo alla realtà del momento, oh come le brillò caro e dolce alla mente il ricordo del novello acquisto! Pur quella voce era flebile; il poverino piagnucolava: — “Che hai ben mio? prorompeva la madre, perchè piangi?„ — ed accorsa alla cuna, ne sollevava il tapinello colla maestría che le donne non apprendono, e lo stringeva a sè, cullandolo dolcemente — E quando vide che il bambino appoggiato al suo seno cessava dal piangere, quando s'accorse, che ella compiva l'altro pietoso officio della maternità, nutrendolo della sua vita, nuovo giubilo, nuova ebrezza!
Troppo arduo sarebbe l'enumerare e il dipingere convenientemente tutte le fasi per cui trascorse l'amore sviscerato d'Agnese in quei primi giorni. Quella vicenda di sollecitudini, di gioje, di trepidazioni, quella litania di dolci ed iperbolici appellativi, con cui una madre vezzeggia il suo bambino, sembreranno a taluni frivole minuzie, pallide imagini di quanto si vede ognidì e dovunque. Ma lo scandagliare per quel mezzo il cuore d'Agnese, e il comprendere tutta la potenza de' suoi affetti, non sarà dato che a voi, sensibili donne. — Voi, dalle placide ed incolpevoli gioje provate o presentite, saprete misurare quelle più tempestose, ma non meno sacre, della nostra eroina; e se la vista di un bel putto che dorme in grembo alla madre vi fa tenerezza, a maggior ragione dovrete essere impietosite nell'imaginarvi Agnese, il cui affetto era ravvivato ancor più da un altro sentimento, maggiormente degno di pietà perchè tanto infelice. — Anzi, (dovrò io apprendervelo come fosse una scoperta?) quello stesso mistero che s'aggrava su lei la farà ai vostri occhi più cara e più degna di compassione. La legge, che disconosce e condanna i fortuiti legami della passione, può avere da voi il culto della coscienza e dell'esempio, senza perciò provocare dal vostro labro un troppo rigido giudizio contro le infelici, che in un consorzio d'affetti offrirono virtù ed innocenza, e ritrassero colpa e vergogna. Costrette a sentenziare Agnese, la vostra ragione non v'impedirà, condannando i fatti, d'amare un po' la colpevole. Non vorremmo che, con danno delle leggi sociali, voi l'assolveste troppo leggermente: non imploriam ciò per Agnese. Imploriamo il vostro perdono; e non vi può essere perdono dove non siavi stata colpa.