CXVI.

Mentre nella romita dimora tutto era calma e silenzio, il castello di Pavia e la corte di Milano brulicavano in modo insolito di gente intesa ad affrettare gli apparecchi per le prossime nozze fra il conte di Virtù e sua cugina. — Il conte, nelle sue frequenti corse a Milano, aveva cercato di rendersi bene accetto a Barnabò, e vi era, almanco in apparenza, riescito: quanto alla timida Caterina non davasi gran pensiero. La giovine principessa, più schiava che l'ultima donzella del popolo, non avrebbe potuto dire una parola, nè tampoco alzare uno sguardo, che non fosse profondamente ossequioso all'indeclinabile cenno del genitore. — Buon per lei, che un cuor tiepido ed una volontà inerte la piegavano al suo destino senza farla accorta del grave sacrificio. — Ella però nella sua pochezza aveva fatto un'osservazione non del tutto frivola: quel principe, or trovato degno di stringere nuovi legami colla sua casa, era quel desso, che, poco prima, facevasi bersaglio dello sprezzo di suo padre e del sarcasmo dei cortigiani. In ciò v'era una contradizione manifesta: ma la mente della fanciulla sapeva conciliarla a tutto suo vantaggio, pensando che il più veritiero dei giudizj sul conto del suo sposo doveva essere l'ultimo.

Non con pari freddezza vi si apparecchiò Giangaleazzo: giacchè se la ragione gli aveva consigliato questo legame come un rimedio, il cuore si disponeva a subirlo suo malgrado, e con penoso disgusto. Parevagli talvolta d'operare con precipitazione, e di fidar troppo nelle sue forze; e concludeva che la dimenticanza, questo farmaco sovrano delle passioni infelici, può bene essere consigliata e voluta; ma che il volerla e l'apprezzarla è ancor poco; perocchè i mezzi impiegati a spegnere violentemente un affetto, conducono a spontanei raffronti; e in essi, a dispetto d'ogni proposito, il passato si veste di seducenti colori; i quali ad altro non giovano che a far più bella ogni cosa perduta. — La grandiosa reggia di Barnabò gli richiamava alla memoria l'invidiata semplicità del casolare di Agnese. Quella turba di cortigiani gli faceva desiderare il piacevole isolamento di Pavia: al bieco sguardo di Barnabò, opponeva la rimpianta serenità di Maffiolo, il freddo contegno di Caterina era il più eloquente contrapposto all'appassionata parola d'Agnese.

Eppure, benchè sentisse essere il suo rimedio inefficace non solo, ma quasi peggiore del male, gli bisognava inghiottirlo; chè, date anche plausibili ragioni a rompere un tale negozio, sarebbe stato cosa strana, e temeraria il tentarlo. — Laonde, come tutti coloro che non potendo fuggire un male gli vanno incontro di buon passo, studiò d'appianare ogni difficoltà, e pose tutto il suo buon volere perchè almeno a una sventura inevitabile non si aggiungesse la pena di una inutile lotta.

Era uso dei tempi il presentare gli sposi di donativi sontuosissimi. — Tale costumanza, in origine consigliata da una giusta compiacenza, era in sèguito divenuta l'oggetto di gare esorbitanti fra le famiglie. Si profondeva un tesoro per accasare una fanciulla, o condurre sposa una nuora; a tal segno che gli Statuti di Milano dovettero porre un limite alla prodigalità dei doni nuziali con apposita legge suntuaria.[53] Scarse all'incontro erano le doti delle fanciulle. — Il Musso, cronista piacentino che illustrò quest'epoca, e da cui ci accadrà altre volte di raccogliere notizie, ne accenna come splendida la dote di seicento zecchini d'oro. Mentre lo sposo, all'istante della promessa, doveva, come caparra del patto, deporre nelle mani del futuro suocero una somma detta meta; poi preparare il dono morganatico pel mattino susseguente al matrimonio, e sborsare una terza pecunia, chiamata mundio, per far suo il diritto paterno di tutelare la fidanzata.

Tutte queste pratiche si dovevano compiere su di una scala più vasta e più complicata, trattandosi di matrimonio fra prìncipi. — Ciò esigeva tempo, trattative, consulte: onde, in mancanza di ragioni valide per rompere un patto sconsigliato, s'aveva un pretesto a ritardarlo e ad incagliarlo.

Ma il Conte di Virtù, benchè nel fondo dell'animo scontento d'aver ceduto ad ambiziose lusinghe, respinse ogni intrigo, e preferì di abbandonarsi al corso degli avvenimenti; anzi volle affrettarli, annuendo a quante proposte gli venivano fatte. Gradì la dote, stipulata in una somma di fiorini d'oro; eguale a quella attribuita alle altre figlie del signor di Milano. —[54] Soscrisse all'obligo dei donativi e delle tasse nella misura prescrittagli dallo zio. Sollecitò presso Urbano VI, il Papa di Roma, (ad Avignone sedeva Clemente VII) le dispense per le nozze fra cugini — Accordò finalmente l'onore di recitare l'inevitabile epitalamio nel dì degli sponsali al primo che gliene chiese l'onore. Intanto venivano allestiti con grande sfarzo e colla maggior prestezza possibile nuovi appartamenti nel suo castello. — Fece acquisto di ricche suppellettili, d'arredi, di vasellami d'oro e d'argento; e comandò, che ogni gran sala fosse ornata di cammino e di focolare, lusso rarissimo a quei tempi.[55]

Il 15 Novembre era il giorno stabilito per la celebrazione degli sponsali. Giangaleazzo che, come compadrone di Milano, dimorava da più giorni nel castello di porta Giovia, escì sul mattino, accompagnato da un ricchissimo corteggio di cavalieri e di militi sfolgoranti d'oro e di gemme, con grande apparato d'armi, e con quella pompa di vesti e d'ornamenti, che spinse il contemporaneo Galvano Fiamma a deplorare le perdute costumanze dei padri, e le vane scimiotterie straniere. “I damerini d'oggi, (è il cronista che parla, e quell'oggi era appunto l'epoca in discorso) indossano vesti strette ed azzimate a modo degli Spagnuoli; si tondono il capo come i Francesi; coltivano la barba alla foggia dei nordici; portano strane calzature a guisa dei Tedeschi; ed imitano i Tartari nel parlar molte lingue. Le donne poi s'incoronano la fronte di crini increspati, il che le fa simili alle dementi; e s'ornano il seno con cinture d'oro, che pajono amazzoni...[56]„ Con tali parole lo scrittore morde i suoi tempi, e ce ne dà una idea. — La semplicità delle costumanze republicane era infatti sparita; e già nelle alte sfere sociali s'andavano istituendo quella gara di novità e quella smania di delicature, che annunciavano pei secoli successivi la tirannía delle mode straniere.

Il cielo era splendido, l'aria mitissima, benchè la stagione fosse già molto avanzata. Il corteggio escì dal castello di buon mattino. Cavalcavano inanzi ad esso gli araldi delle città soggette al conte, tutti uniformemente divisati, e coll'arma del comune, inquartata nello stemma visconteo, sul petto. — Portavano berretti di velluto, a piume leggiere e variopinte; impugnavano trombe d'argento con pendagli e nappe d'oro; ed alternavano il metro di un lieve galoppo con armonie militari. — Poi difilavano in doppio rango soldati a cavallo, in armatura uniforme di ferro, coperti sulla corazza da una tunica attilata di mezzalana a doppio colore. Gli elmetti lucidi, che sembravano d'argento, non avevano celata; una biscia aurea tre volte ricurva ne componeva il cimiero. Tenevano la spada sfoderata; ed ora stringendo ai fianchi, ora comprimendo col freno i focosi destrieri, procedevano corvettando senza guastare l'ordine della cavalcata. — Seguivan dietro loro più cospicui cavalieri: i nobili, cioè gli officiali, i gentiluomini della corte; vestiti in fogge diverse secondo l'età, il grado o il gusto dell'individuo. — Alcuni, tutti in armi, sfoggiavano le più preziose manifatture escite dalle officine di Milano: schinieri, corsaletti, bracciali, gorgiere, corazze, intarsiate a rabeschi od a niello di squisito lavoro; oppure disegnate a fiori, a liste, con rilievi di argento, rattenute da fibie dorate e da tratti di minutissima maglia. Erano armi vergini alle battaglie, consacrate alle leggiadre finzioni delle gualdane. — Altri, invece, coperti di velluto o di seta, sfoggiavano quegli abitini succinti, su cui era impossibile scoprire una piega: attillature nuove e strane, che il già citato cronista piacentino chiamò disoneste[57]. I giovani portavano mantelli corti, a cui facevano bizzarro contrasto lunghi e stretti cappucci, che scendevano fin dietro il ginocchio; avevano brache di sciamito con palme d'oro o d'argento; oppure maglie strette e listate. Calzavano stivaletti con zanche di velluto; o scarpe rostrate la cui punta, abborracciata di pelo di bue, si spiccava ben più di un palmo, oltre l'estremità anteriore del piede. Il collo e il petto erano ornati da catenelle d'oro e medaglie: ciarpe ricamate o catene sostenevano la spada; ma, benchè portassero armi, e ponessero grande studio a mettere in onore i primi peli del viso, al contegno ed all'abito avevano aria di feminette. Mischiati con loro, cavalcavano uomini di toga, i quali, per non far torto alla gravità degli anni e degli officii, o per non scomporre le pieghe dell'ampio guarnellone di grana e le ciocche della zazzera, non concedevano alle cavalcature di levar l'ambio, e ne affidavano il governo a paggi e staffieri. Su quei volti brillavano la prospera maturità dell'uomo agiato e fannullone, o la gioviale spensieratezza dei cavaliere del bel mondo, o la rubiconda petulanza dell'epulone. — Non mancava qualche viso serio, qualche fronte rugosa, qualche labro pieno di gravità; e costoro pigliavano importanza dalla canizie, o dalle insegne onorifiche che loro balloccavano sul petto.

Dietro a costoro, montato sopra un magnifico palafreno bigio, colla coda e i crini lucidi come fili d'argento, seguiva il Conte di Virtù. Vestiva egli una tunica di tela d'oro, entro la quale erano tessuti in seta gli stemmi della famiglia; e sovr'essa indossava la mastruca, specie di zamarra soppannata ed orlata di armellino. Aveva calze di seta bianca; scarpe leggermente rostrate di velluto rosso; berretto d'egual stoffa, rialzato davanti da un magnifico fibiaglio, tutto oro e gemme. Folte ciocche di capelli castani gli scendevano fin sotto l'orecchio, e scorrevano dietro la nuca con un taglio netto, parallelo al candido collare di lino. — Dietro lui, altre cavalcate di militi e gruppi di scudieri conducenti alla dritta i cavalli di scorta dei loro padroni, detti perciò dextrarii o destrieri; poichè l'apparire a tali solennità con una sola cavalcatura sarebbe stata grettezza vergognosa. — Finalmente, in coda a tutti sfilavano compagnie di fanti, varie d'armi e d'assisa: balestrieri, labardieri, pavesarj, guastatori, tutti distinti della insegna della contea di Virtù sposata a

“La vipera che i Milanesi accampa[58]