CXX.

Fino a questo punto, l'urto sonoro dei cristalli e degli argenti, il correre dei donzelli, le declamazioni del poeta erano il solo frastuono che soverchiasse il bisbigliare contegnoso dei commensali. Ma da qui inanzi, pel merito dei vini, si sollevò in mezzo ad essi una anarchia di parole, che vinse ogni etichetta. Seguire il filo di un discorso era da principio un affare difficile; perchè le parole, i motti, le arguzie prorumpevano, s'incalzavano, s'incrocicchiavano senza posa e senza legge. L'allegria, in onta al cerimoniale, era divenuta padrona del campo. — Però quelle voci e quelle lingue miravano per diversa via al solo intento di onorare il principe, e di far plauso alla regale splendidezza de' suoi conviti.

I più caldi evviva proruppero all'ultimo bere, quando, spalancati i battenti della gran sala, apparve una sequenza di donzelli recando e sporgendo ricchissimi donativi. Ogni commensale, a seconda del sesso, dell'età, delle abitudini, doveva trovarvi il fatto suo. Armi da guerra e da giostra, mute di cani o falchi o astori erano il dono per la gioventù guerriera e millantatrice. Agli uomini di toga si dispensavano guarnelli di velluto o di sciamito, oppure vesti di taglio succinto, o palandrani e tabardi, che in allora erano d'ultima moda, o infine pugnaletti e spade coll'elsa dorata. Le matrone e le fanciulle scieglievano un monile, una collana, una catena d'oro, oppure vezzi di moda straniera, o trine d'ottimo gusto. In mezzo all'allegria, destata da tanta prodigalità, non era difficile lo scoprire le piccole invidiuzze di chi era o si reputava meno fortunato; e ancora più bello era l'osservare il rapido annuvolarsi di qualche fronte cortigianesca, cui erano toccati oggetti sì improprii e fuor d'uso, da destare il riso dei compagni.

Un tale, per esempio, che godeva fama d'essere completamente illetterato, ebbe in dono i tre libri dei Commentarj scettici di Sesto Empirico, stupendamente copiati e raccolti in un volume coperto di bazzana coi cantucci e col dorso a borchie ed ornatini di bronzo: tesoretto, da far venire l'acquolina a chi appena fosse meno ignorante di lui. Fu uno sganasciare dalle risa di tutti, quando l'inesperto, per darsi l'aria di sapere ammirare il magnifico regalo, lo pigliò a rovescio. — A tal altro venne presentato un leone vivo. Un negro vestito all'africana, trascinandolo per la musoliera, faceva cenno alla gente sgomentita di non averne paura, e in prova, trattava l'animale con famigliarità: ma tutti giravano largo. Se non che il leone, irritato dalle troppe punzecchiature, scuotendo il grugno non senza stizza, sprigionò dalla criniera posticcia due enormi orecchie di ciuco, e si mise a ragliare a tutta gola. Quale dovesse essere l'ilarità degli astanti a quella improvisata, lo imagini il lettore; il quale, da queste sconvenienti bizzarie inventate da buffoni per tenere in credito il mestiere, potrà argomentare fin dove giungesse la spiritosaggine di quei convegni di buon tuono. Ma i cortigiani, teste vuote ed abilissimi piaggiatori, solevano mandare in burla ogni maltratto, e con eroico sanguefreddo, anche in mezzo alla minchionatura, facevano rifiorire un sorriso pieno di mansuetudine, che li rendeva tanto più graditi ai loro padroni.

Intanto anche nella piazza dell'Arengo, e per tutta la città, si diffuse quell'aura di tripudio, che spirava là dentro. Anzi, scostandosi dal suo centro, la publica festa sembrava pigliare maggior vita; perchè, se i tempi erano tristi, il popolo cercava ogni occasione o pretesto per iscordarlo. Sebbene Barnabò non fosse di quei tiranni, che sanno imbonire la plebe con qualche lampo di generosità, nondimeno in questa occasione, per fare onore alla famiglia, tenne un triduo di corte bandita, ed ordinò che si bagordasse e s'armeggiasse con tutta la pompa prescritta dalle vecchie consuetudini.

Le piazze e le vie principali erano perciò addobbate a festa. Drappelloni di tela a varii colori, ghirlande di fiori e di verdure, toccavano da parete a parete, cangiando le vie in pergoli, ed ornando le gronde e le arcate. Dalle finestre e dai veroni piovevano arazzi o tappeti, quali di fino tessuto, quali brillanti de'più bei colori. Gli angiporti erano chiusi da siepaglie di sempreverdi, dove tra pietre rozze e rivestite di borraccina, imitanti uno speco, zampillavano rivi di un liquido rosso ed agro, che il popolo beveva a larghe tirate, come fosse vino. — Qui era la pressa maggiore. In mezzo a quella gente ubriaca, fra le grida degli ingordi, che difendevano il miglior posto, e l'impeto degli assetati, che facevano ressa per arrivarvi, si svolgeva un fremito, che a molti potè sembrare sinonimo di gioja publica. Gli adulatori si spinsero più oltre; asserirono che quella baldoria era l'espressione della publica riconoscenza e della fede incorrotta dei milanesi.

Una folla, egualmente avida ma più tranquilla, si andava pure stipando intorno ai cantambanchi ed agli istrioni, assoldati per tre giorni dalla comunità per tener allegro il popolo con lazzi, o per commoverlo con istorie di guerre, d'incantesimi e d'amori. Costoro mischiavano il sacro al profano, la storia alla favola, le buone esortazioni alle più licenziose novelle. — Molti di essi traducevano in lingua vulgare i versi dei provenzali; altri li ricantavano nella favella natia solleticando l'orecchio degli ascoltatori col vezzo del metro e della rima. — Sulle pareti e sui palchi erano stesi cartelloni dipinti, con suvvi figure, allegorie e scene storiche: deboli e strane imitazioni dell'arte che Giotto aveva recato in Lombardia. Codesti pittori da trivio solevano affastellare sovra una sola tela i fatti successivi di una storia; a spiegar la quale, tornavano buone le enfatiche declamazioni degli espositori. — Qua ballava l'orso; là il babbuino faceva delle smorfie; dapertutto la folla s'andava stipando; e in quell'attrito si svolgeva qualcosa di molto simile all'allegria.

La nostra cronaca ne assicura però che qualcuno dentro di sè arrovellava al vedere tanta cieca servitù, che altri rimpiangevano le forze sprecate in orgie vergognose; sulla sua fede potremmo assicurare che gli schiamazzatori e gli ubbriaconi erano i pochi; che il maggior numero s'era astenuto dal pigliar parte a quelle servili dimostrazioni, sospirando ed affrettando col desiderio tempi migliori. Ciò non è inverosimile; abbiamo veduto noi stessi più feste e abbiamo udito parlar d'applausi, la cui storica importanza stette appunto nell'aver messo in evidenza il contegno dei più che non vi presero parte.

Con miglior proposito la gioventù aveva accettato l'invito di dar prove di sè nelle tre battagliole, che dovevano aver luogo nei giorni della corte bandita. — Barnabò, per far onore al nipote, permise che seguissero tre sfide tra la gioventù milanese; ed assegnò ai vincitori generosi premii d'armi, di stoffe e di cavalli. — Le battagliole ebbero luogo al Broglio fuor delle mura. Nell'ultimo giorno poi tutti convennero nella parte opposta della città, a s. Maria al Cerchio, dove si tennero corse di cavalli e sfide coll'asta (hastiludia) nella quale si distinse la gioventù patrizia.[71]