CXIX.

La corte dell'Arengo che, nella divisione della città di Milano toccò a Galeazzo II, padre del Conte di Virtù, era il luogo fissato pel convegno degli sposi. La cerimonia nuziale doveva essere celebrata nella capella d'Azzone, dall'arcivescovo di Milano, assistito da quello della chiesa pavese.

Il vastissimo palazzo era stato splendidamente abbellito ai tempi della signoría di Azzone. Da ogni città d'Italia aveva quel principe invitato i più cospicui maestri dell'arte, perchè raccogliessero nella sua reggia quanto di più splendido sapevasi fare in quel secolo. Giotto ed Andreino da Edesia pavese, con una numerosa schiera di discepoli, l'avevano ornato di pitture allora stupende, oggi ancora, se esistessero, preziosissime per una semplicità di stile, ed una castigatezza più unica che rara. A decoro delle pareti, degli atrii e delle volte, il pisano Balducci aveva apprestato ricchi rilievi in marmo. — Ma ciò che la rendeva più splendida e meravigliosa erano le peschiere e le fontane; chè l'abbondante deflusso d'acqua limpida e saliente, pel minimo pendio e per le condizioni del suolo, doveva essere un miracolo dell'arte. A ciò aveva proveduto lo stesso Azzone, quando, nel raccogliere e guidare gli scoli sotterranei della città, trasse dal suburbio settentrionale una copiosa vena d'acqua potabile, e la fece scorrere sotto le fondamenta del suo palazzo. — Celebre fra le altre era quella vasca, in cui l'acqua, versata dalla bocca di quattro leoni accosciati, raffigurava il porto di Cartagine col corredo necessario a rappresentare in piccolo una scena della guerra punica. È questa una singolarità attestata da tutti i cronisti; della quale, a dir vero, duriam fatica a farci un'idea.

Luchino aveva rispettato le opere del nipote, suo antecessore nel principato. Non così Galeazzo; che nojato da quel lusso, o invidioso di un nome, che si raccomandava alla sontuosità di molte opere, vantaggiose o magnifiche, le distrusse. Profuse invece immensi tesori per costrurre un castello in Milano, e un altro in Pavia; e li corredò di quanto era necessario per far sbollire ogni furiata di plebe.

La corte dell'Arengo era però sempre il più splendido e decoroso palazzo di Milano. — Ivi, come in suolo neutrale, nel giorno stabilito, convennero Barnabò, e Giangaleazzo, col rispettivo seguito di prìncipi, di magistrati, di cortigiani, di militi. — Nella chiesa di s. Giovanni in Conca fu poi celebrato il rito nuziale; e l'arcivescovo, dopo aver benedetto gli sposi, recitò loro un sermone, nel quale affastellò, colla solita licenza dei tempi, verità evangeliche ed iperboli pagane, onde provare che la Providenza offriva in quel dì la più luminosa prova della sua dilezione al popolo milanese. — Poscia la coppia nuziale tornò alla corte; e, attraversati gli appartamenti guerniti a festa e stipati da gente curiosa, entrò nel gran salone, ancora nominato il tempio della gloria, benchè gli eroi di ogni epoca e d'ogni storia, ivi capricciosamente congregati dal pennello di Giotto, fossero già da più anni scomparsi.

Nel tempio della gloria erano apparecchiate le mense. Inutile il dire ch'elleno furono, per l'apparato e per le imbandigioni, sontuosissime.

Un secolo prima, Guglielmo Ventura, cronista astigiano, faceva le alte meraviglie, perchè il re Roberto in un banchetto dato ai cittadini d'Asti usasse piatti e vasi d'argento. In questo, poteva dirsi che tale lusso era divenuto una necessità per le mense dei ricchi. Quella, alla quale noi ora assistiamo, era il più magnifico esemplare di regale splendidezza. — In mezzo alla mensa erano disposti con istudiata simmetria, fino a recarvi ingombro, vassoi, conche, piattelli d'argento e d'oro, lisci, cesellati o lavorati a niello; fiaschi e coppe di terso vetro; canestri, statuine e piramidi a portar fiori o frutta. E intorno a questa splendida mostra erano schierati gli scranni di velluto e d'oro pei commensali, fra cui emergevano più ricchi i seggioloni destinati ai prìncipi. — Quando un maestro della casa ebbe assegnato i posti ai convitati, i prìncipi pigliarono il proprio, ed ognuno s'assise. Subito dopo, entrarono parecchie coppie di paggi, portanti brocche d'argento, da cui si versò uno stillato d'ambra sulle mani dei commensali.

Fin qui il solenne silenzio non era interrotto che dall'urto argentino degli arredi, e dal fruscío delle vesti dei valletti e dei cerimonieri. E intanto coll'ordine prestabilito venivano recate sulla mensa le più squisite vivande, le quali seguivano nel loro passaggio un corso sì rapido, che talvolta giungevano appena a farsi ammirare dall'occhio degli epuloni, lasciando alle ghiotte fantasie molti desiderii insodisfatti.

Da prima si cominciò con una portata di spicchi d'ogni maniera; poi apparvero caprioli, porchetti, cervi e cinghiali serviti in un pezzo; i polli e la selvaggina in parte erano vestiti delle loro penne quasi a parer vivi, altri guazzavano nei sapori (salse) paonazzo, verde o citrino. Seguiva una messa di altre delicature, come fagiani, pernici e starne; i pesci erano coperti di foglie d'argento che imitavano le squame. Infine i dolci, le torte, i marzapani, le pignoccate brillavano agli occhi dei commensali per la stravaganza delle rappresentazioni, meglio che non promettessero al palato; giacchè v'erano figurate castella, torri, armi da guerra e blasoni; ed era lecito ai commensali il pigliarli d'assalto e l'abbatterli, per far onore all'anfitrione, e per affrettare le più ridicole sorprese. Quella di vedere svolazzare degli uccelletti fuori da una crostata era, in mancanza d'altro, il solito colpo di scena d'ogni pasto. — Il pane era dorato; i vini copiosi e scelti non venivano posti sul desco, ma ad ogni messa si versavano dai fiaschi nei calici di cristallo, a ciascuno dei quali s'accostavano le labra di parecchi commensali.

La moda d'allora imponeva ai grandi di sciupare in un banchetto il centuplo di quanto avrebbe servito a nutrire splendidamente gli invitati; ciò che ai dì nostri con più ragione farebbe nausea. I rilievi della mensa, dopo aver satollato l'innumerevole servidorame, bastavano alla baldoria di una bella parte di popolo. Le reliquie e l'untume, come avanzaticcio di niun conto, colavano per l'acquajo nella scodella del pitocco. In mezzo a tanta profusione però, i nostri maggiori, che volevano essere maestri nell'arte del vivere, mancavano di quei rispetti che ai dì nostri sono il primo requisito d'ogni convegno sociale. — Un solo piatto bastava a due persone; nella stessa coppa bevevano forse dieci invitati. Non conoscendosi l'uso delle posate, quell'acqua d'ambra che si dispensava ad ogni messa non era, come ognun vede, un uso gentile, ma un miserabile ripiego.

L'apparire d'ogni imbandigione era salutato dal suono delle trombe; e i paggi, facendo l'officio d'araldi, li annunciavano alla mensa. Deliziose armonie, tra l'uno e l'altro servizio, riempivano le lacune lasciate dal riserbo dei convitati. — Tacque la musica, quando un trovatore salito sulla bigoncia declamò un canto epitalamico in onore degli sposi, dei prìncipi e dei nobili cavalieri che loro facevano corona. Peccato che la cronaca non ci abbia trasmesso i voli pindarici, i leziosi concettini e nemmanco il nome del poeta; essa si limita a magnificarlo altamente. — Doveva essere uno dei tanti cantori d'amore, reduci da Provenza, che facevano traffico di versi “scritti, come dice Giusti, sulla falsa riga di ser Francesco Petrarca.„[70]