CXXXI.

Questi rivolgimenti dell'animo, non accompagnati da alcuna parola, erano scritti a chiare note sul suo volto; il quale, dopo aver palesato con rapido mutar di colore e di espressione la vicenda interna, finì per contrarre quella immobilità, che è l'ultimo e più terribile sintomo di un'anima soggiogata dal dolore.

Meno commossa Canziana, e quindi più padrona di sè, studiava invece di scoprire la via migliore per precorrere i fatti, e dirigerli a men fatale risultamento. Chiunque fosse il ribaldo, e qualunque lo scopo del suo delitto, saggia cosa era il tentare di raggiungerlo. L'assassino non poteva essere lontano. — Quanto ai mezzi per ispogliarlo della sua preda, ella non ne vedeva che due: la forza o l'oro; questo preferiva a quella. — Passò in rassegna le persone a cui avrebbe potuto affidare una missione tanto delicata. Il campo della scelta era ristretto; le persone abili a ciò erano due soltanto; ma le strade a tentarsi parecchie. A questo punto ella rimaneva interdetta.

Se non che, lo stato di Agnese la costringeva a scuotere l'inerzia comune, onde l'animo della addolorata non soccumbesse sotto il peso della disperazione. — Le frasi consuete, con cui un'anima pietosa tenta racconsolare gli addolorati, non avevano maggiore effetto che la rugiada sur un incendio. — D'altronde, a quali speranze poteva ella richiamare il cuore d'Agnese? doveva inaugurare le sue consolazioni coll'invitarla a piegarsi rassegnata alla mala fortuna, come se fosse perduta ogni fiducia nella potenza di Dio?

Tornò la vita, e con essa il moto e la parola, dove poco prima era silenzio ed inerzia, non appena Canziana propose di spedire il vicino e Bastiano sulle traccie dello scelerato. — Incerta cosa era il poterlo raggiungere, più incerta ancora la probabilità d'indurlo ad abbandonare od a cedere la preda. Ma un disegno qualunque, benchè vago, bastò a rannodare l'ultimo filo di speranza. A tale proposito la madre, rotto il desolato silenzio, trovò parole per animare la pietà altrui, accaparrandola colle proteste di una gratitudine senza confine.

L'amore materno, svolto in una serie di atti e di parole solenni e commoventi, cangiò la preghiera in comando, l'audacia in prudenza, il tentativo in necessità. — Lo stesso Bastiano trovò gli spiriti necessarii a secondare l'impresa del compagno. Il quale, intascato quant'oro si potè raccogliere, e quant'armi si celavano sotto le gabbanelle, s'avviò per escire, chiedendo prima a sè stesso, poi ai circostanti, dove era bene rivolgersi.

Nuovi dubii avrebbero rallentato le buone disposizioni di quei valentuomini, se in quel punto non fosse capitato un contadinello, il quale, tutto ansante dalla corsa e sbigottito nel trovarsi in mezzo a tanta gente, trasse di tasca una medaglia attaccata ad un nastro rosso, e raccontò come l'avesse allora allora trovata e raccolta sul sentiero del bosco, sulla direzione di V...*

La medaglia passò dalle mani del contadino a quelle di Canziana, la quale, senza dir parola, la rimise ad Agnese che tosto la riconobbe. Non fu bisogno di discutere più a lungo sulla via da scegliersi: quella scoperta l'additava chiaramente. — La povera madre si struggeva di tenerezza contemplando e baciando la cara reliquia, e già i due campioni camminavano o, per dir meglio, volavano all'ardita impresa.

Assai poco era a sperarsi da tanta sollecitudine. Dal momento dell'invasione a quello in cui ora ci troviamo, era passato il tempo necessario a disperdere ogni traccia del delitto. Eppure, non vi fu mai rimedio che con maggior prontezza restituisse la vita ad un moribondo. — Per esso l'animo d'Agnese si riscosse quanto era necessario ad aver forza di sopportare i nuovi mali, e di attendere un men fatale scioglimento della catastrofe.

Infelicissima madre! Quando vide che alcuno si dava moto per lei, ringraziò Dio, che le infundeva vita e speranza. I suoi occhi si riaccesero, il suo labro articolò qualche parola, il cuor suo tornò a palpitare. La statua del dolore discese dal suo piedestallo per divenire l'imagine viva della carità, che si strugge in preghiere, in affetti. Ottima Agnese! non appena il potè fare inosservata, gettò le braccia al collo della fida compagna, e su quel seno, asilo consueto della sua fronte agitata, ed esperto a tante e ben diverse lacrime, trovò un momento di requie. Allora Canziana non meditò una parola di conforto; nè Agnese dimandò all'amica più che il ricambio di quella stretta, che le faceva credere d'abbracciare sua madre. In quel silenzio e in quella stretta, ambedue si erano comprese perfettamente. Nei mali dell'anima, come in quelli del corpo, una diagnosi felice è il certo indirizzo alla scoperta del rimedio. Quell'amplesso facilitò ad Agnese il pianto; questo le restituì l'uso della parola; e lo spontaneo sfogo degli affetti era già un dolce conforto.

“Pensa a quanto io ho sofferto, o amica, — disse Agnese con voce commossa; — pensa che dal giorno in cui ho perduto mio padre, la mia vita è un tessuto di disgrazie sempre crescenti.„

“Non lo dite a me, madonna, non lo dite a me, che ho tutto veduto e compreso...„

“Ma forse non avrai ancora compreso che i miei dolori si accumulano oggi in un solo; e che questo nodo di mali è tremendo, e diviene insopportabile.„

Canziana tacque; ma non perchè ignorasse il senso di queste parole.

“Ascoltami, ripigliò Agnese; ora ti voglio dir tutto. Quanto io aveva nel cuore non potè trovar sempre sfogo sul labro. I miei sorrisi erano veritiere prove di gioja; come i sospiri furono sempre l'espressione del mio dolore. Ma i lunghi silenzii, e le veglie inavvertite, velano una storia a te ignota. Ascoltami dunque, te ne prego. — Io era giunta fino ad oggi, pensando che Dio m'accompagnasse nel portare la mia croce. Tu sai che l'incontro di un uomo amato da mio padre ridonò qualche valore alla mia esistenza. Io mi sono abbandonata a lui, pensando che nel ravvicinamento delle nostre esistenze vi fosse qualcosa di sovrumano. In seguito, quando una vicenda misteriosa, in onta a tanti giuramenti, allontanò da me quell'uomo, cominciai a dubitare di me; ma non potei ancora convincermi, che la colpa altrui divenisse colpa mia, o se pur qualche volta provai rimorso, la vista del bambino, di cui Dio mi aveva fatto dono, mi rinfrancò. Non credetti possibile che un angelo potesse vivere e crescere nel seno di una donna maledetta. Credetti d'aver scoperto in questi fatti il secreto della mia espiazione. La mia vita non era più mia, ma della creatura che il cielo m'aveva dato. Io non poteva piangere se egli sorrideva; io non doveva maledire alla mia esistenza, se la sua diveniva ogni giorno più florida e più bella.„

Fin qui Agnese aveva parlato con un calore insolito; e, trascinata dall'entusiasmo degli affetti, obliava per un istante la realtà. Ma il gioco non poteva durare a lungo. Canziana, meravigliata nel vedere tanto cangiamento, era incerta se dovesse rallegrarsi o dolersi di quelle parole. Nulla di nuovo in quanto le veniva detto; ma tutto ciò non era che l'esordio di una impreveduta rivelazione. — Aveva la buona donna l'occhio nell'occhio d'Agnese; accompagnava leggermente col capo il ritmo sonoro delle parole, che escivano come inspirate dal labro di lei. A quando a quando, senza interromperla, v'intrometteva sommessamente un motto d'affermazione. Ma poichè la narratrice, con un calore sempre crescente, era giunta alle ultime parole, comprese che le sue forze erano ormai esauste; quindi, aprendo le braccia quasi accorresse in suo ajuto, raccolse di nuovo e strinse al suo seno il capo della infelice; le baciò affettuosamente i capelli; le prodigò mille carezze. In quella ripetuta testimonianza d'affetto ritrovò Agnese la forza necessaria a ripigliare il discorso: e quando si rilevò dalla sua positura, gli occhi e il volto avevano deposto la fittizia sicurezza, e rivelavano un completo scoramento. — Con altro tuono di voce, e con ben diversa espressione, la poveretta ripigliò la parola:

“Ora, tutto è mutato per me. L'ultima delle mie disgrazie non è soltanto la più grande, è il compendio e l'inasprimento delle altre. La doppia sventura della perdita di mio padre e dell'abbandono di colui riceve ora il suggello dal rapimento della mia creatura. — Dapprima piansero la figlia, e l'amante; ora sono le lacrime di una madre, che si debbono versare; e queste non avranno consolazione. Se ascoltassi una voce, ahi! troppo crudele, della mia coscienza, dovrei dire, che oggi mi vien negato il diritto della maternità, e che la mia speranza nel perdono di Dio si è illanguidita, poichè mi fu tolto l'angelo intercessore. — Dimmi, amica, che ciò non è possibile; che questo è un delirio; che io sono disennata.„ — E le parole d'Agnese finivano ancora nel pianto.

Canziana, troppo commossa per saper trovare le parole acconcie a consolarla, intercalava il discorso con monosillabi tronchi, che non avevano altro valore fuor quello d'essere pronunciati con un tuono affannoso, sintomo infallibile della pietà la più sincera.

“No, mia diletta, non dite così. — Per l'amor di Dio, acquetatevi.... Non fate ingiuria alla misericordia del Signore.... Egli non abbandona nessuno; nemmanco i più tristi peccatori. — Suvvia, siate buona.... preghiamo e speriamo....„

“Se Dio permise che una povera creatura venisse strappata dal seno materno, soggiunse Agnese, dovrò io supporre che la Providenza abbia scordato l'innocente? ma non è più saggia cosa il credere, che la giustizia divina ha voluto punire la colpevole?„

“No, no: per l'amor di Dio, per l'anima vostra, non indagate i consigli del Signore. — Esso opera per noi, anche quando apparentemente sta contro di noi. È un peccato cotesto vostro dubio. Cercate di dileguarlo. — Uniamoci per pregare Dio, e le anime care che abbiamo lassù.„

“Oh sì, pregherò i miei genitori„, disse Agnese, sempre, ma diversamente commossa.

“Il Signore, loro mercè, guiderà i passi dei nostri amici. Egli toccherà il cuore di chi ne vuol male: a Lui nulla è impossibile.„

Il tratto più caratteristico di queste parole era l'associarsi di Canziana ai dolori della sua padrona, e il volerne la sua parte. Non isfuggiva ad Agnese la squisitezza di questa forma di linguaggio; e si compiaceva di aver compagna nel dolore e nella speranza un'anima buona, la cui vita illibata doveva rendere grate a Dio le comuni preghiere.

“Canziana, prega anche tu.„

“Sì, io pregherò con voi. Iddio legge nel mio cuore, e vede che io gli offro la mia vita perchè voi siate consolata.„

Le due donne, abbracciate insieme, volgevano lo sguardo al cielo; ed inalzavano a Dio la mente ed il cuore. Il volto di Agnese, irradiato dalla luce celeste della fede, si era fatto ancora più bello. I suoi occhi grandi e splendenti più dell'usato, riflettevano i puri raggi del mattino, cui erano rivolti con una languidezza piena d'affetto. Due lacrime pendevano dalle sue ciglia, trasparenti come stille d'acqua che posano su un fiore, e vi attestano gli oltraggi della procella. La bocca lievemente socchiusa, quasi fosse pronta a parlare, non labreggiava parola: la preghiera era tutta mentale. Le chiome disciolte, aggiungevano una splendida cornice alla beltà addolorata, piovendole con leggiadria sul collo e sulle spalle. Le braccia aveva strette al seno, per raccogliervi i lini malassettati, e teneva le mani giunte in atto d'orazione. — La creduta colpevole era il ritratto vivo di una di quelle sante, che l'Angelico soltanto seppe dipingere, poichè le vide cogli occhi della fede.

Un'eguale pietà rendeva ancora più veneranda la precoce canizie di Canziana. Sparirono le rughe dal suo volto; l'anima ringiovinita dalla preghiera e dalla speranza, s'effundeva sul suo aspetto, e s'imprimeva in ogni suo moto.

La preghiera fu breve, appunto perchè fervidissima. Può il cuore umano toccare il cielo; ma non sa librarsi lungamente nelle regioni infinite dell'eterna luce. — L'uomo vede Iddio; come il suo occhio, trascorrendo l'orizzonte, fissa per un brevissimo istante il sole.