CXXXII.

Erano trascorse due ore dalla partenza dei messi, e non si era ricevuta alcuna notizia di loro. Canziana, nullameno, era piena di speranza; Agnese, in seguito al colloquio che abbiamo riferito, aveva cessato dal disperare. Dopo la preghiera, il suo cuore era in grado di raccogliere e valutare quelle poche probabilità di buon successo, che le rimanevano ancora. Teneva conto dello zelo e dell'accortezza del suo vicino; faceva assegnamento sull'importanza degli oggetti che si offrivano in riscatto del prigioniero. Non le pareva possibile che vi fosse ne' suoi nemici altro interesse fuor quello di un turpe lucro. — “Se Dio guida i nostri amici sui loro passi, diceva ella, se permette che gli sciagurati siano raggiunti, la vittoria è nostra. E ciò sarà; perchè Dio è infinitamente buono!„

Ricordava, che nel fervore della preghiera ella aveva offerto al Signore la vita del suo bambino; e dalla calma soave, che dopo quella orazione le era discesa nel cuore, osava concludere che Dio avrebbe gradita l'offerta, ma non accettato il dono. Le tornava alla mente come Abramo, pronto ad immolare sull'altar del Signore l'unico suo figlio, si rendesse caro a Lui. Avrebbe voluto possedere la docilità e la rassegnazione del santo vecchio, per farsi degna dello stesso beneficio. E pure il suo cuore, sebbene conoscesse di non potere vantare tanta virtù, non si stimava del tutto immeritevole della grazia divina. La confidenza rinata pigliava il carattere di buon presentimento.

Passò un'altra ora a questo modo. — Il sole, surto libero e splendente da un letto di nebbia frutto della stagione, vibrava i raggi tiepidi più dell'usato; sembrava che, prima di cedere i suoi diritti all'incalzante inverno, volesse riguardare un'altra volta amorosamente gli ultimi frutti dei campi, e dar l'addio al creato. — Il placido aspetto della natura, che s'apparecchiava al riposo, induceva nell'animo delle nostre afflitte un non so che di confortevole. — Agnese aveva trascorse tutte quante le eventualità fortunate, discutendole ad una ad una colla compagna. Questa, agitandosi nell'immensità del possibile, riesciva a rannodare i fili delle soluzioni più felici onde giustificare tante lentezze, e tener viva la speranza della sua padrona. — Nell'ozio di quella dolorosa aspettativa, quando le parole cominciavano a venir meno, lo spirito di Agnese con spontanea e perdonabile superstizione chiedeva agli oggetti materiali, che le stavano intorno, un responso a' suoi dubii; e come in quel dì ogni cosa era calma e lieta, così tutto pareva ripeterle: abbi fiducia. Ma pure non ne aveva quanta bastasse a renderla rassegnata al lento correre delle ore; mentre, per altra parte, desiderava che elleno non scorressero mai, poichè ogni minuto spegneva una piccola probabilità. — Per porre freno a questi contrasti, ricorreva ad un artificio quanto puerile altretanto spontaneo. Imponevasi la legge di sospendere le ansietà, di aspettare lo scioglimento dei suoi dubii, da questo e da quel caso del tutto fortuito. “Ancora per poco, ella diceva tra sè e sè, finchè il sole giungerà qui co' suoi raggi, finchè quel ragno avrà steso il suo filo sul pergolo.„ E con tale artificio cercava di ingannare sè stessa, e fino ad un certo punto vi riesciva.

Se non che, quel medesimo istinto, che doveva risvegliare nel bambino il desiderio ed il bisogno della madre, faceva in questa rivivere l'assopita necessità di stringere al petto la sua creatura. — Le sembrava di udire i vagiti del bambino che dimandava alimento. Al pianto sommesso e lamentevole, succedevano strida strazianti; vedeva il volto di lui, già roseo, sorridente, farsi torbido, rubicondo, quasi soffocato dall'inutile pianto. Le sue gote si coprivano di lacrime; i vermigli labrucci boccheggiavano convulsamente, ingojando le lacrime e i singhiozzi.

A un quadro così straziante, invano la ragione artificiosamente rassegnata tentava opporre indugi e pazienza. Quelle strida echeggiavano involontariamente nell'anima d'Agnese, dappoichè la natura cangiava in ispasimo quella pienezza di sangue e quel rigoglio di vita, che doveano essere sangue e vita d'un altra creatura. — Martirio di questo genere potrà essere compreso soltanto da chi fu madre.

Non convinti d'avere compiuta la dipintura della scena che ci sta davanti, noi ci affrettiamo alla fine. — Chi ha posto un po' d'affetto nella nostra eroina, deve averci compreso; chi ci ha compreso, non avrà bisogno d'altro eccitamento per far omaggio della meritata pietà alla infelicissima donna. Coloro, che avendo irrigidite le fibre del cuore, negano ogni culto alla sventura, coloro che non videro o non si curarono mai di vedere cose tristi, coloro infine, a cui la pietà fa paura, non gradiranno questi piagnistei. Piacerà ad essi il poter dire che questi fatti sono fole da romanzo, perchè allora è lecito il non sentirne pietà. — Così fa l'avaro; ei non dice di voler negare soccorso all'indigente, ma non discende mai a cercarlo, e se l'incontra, finge di non vederlo, e se lo vede, lo disconosce.

Alla sollecita e fervida pietà delle donne, alla tenerezza delle madri e delle spose, non sarà raccomandata invano la nostra eroina. Elleno sapranno misurare la profondità della sua ferita, e indovinarne tutti i dolori, che nessuna penna saprebbe ritrarre fedelmente. E se qualche ciglio si è fatto severo nel leggere sulle pagine precedenti la storia dell'amante felice, esso ora diverrà più indulgente leggendo quella della sventuratissima madre.