VII.

Quelle due misere nel raccontarsi reciprocamente i loro casi s'erano sentite più che mai sorelle ed amiche. La Tina teneva come un favore che l'avessero destinata a prestarsi nelle incumbenze dell'ufficio spettante a suor Maria Eletta; ed attenta ad ogni suo minimo cenno la obbediva e l'assisteva premurosa; e quando giaceva malata, vegliava al suo capezzale e ingegnavasi di usarle tutte quelle piccole attenzioni che sa pensare soltanto il cuore d'una figlia. D'altra parte la monaca s'era così affezionata alla giovane, che se la voleva sempre vicina, e non sapeva dissimulare la gioia grande che avrebbe provato, se il Signore le avesse dato l'inspirazione di assumere il velo e legarsi anch'ella indissolubilmente alla stessa vita. Persuasa che nella sua posizione questo fosse il meglio, glielo veniva dolcemente insinuando. Passarono così quattro anni all'incirca, e l'infelice affievolita dalle tante lagrime inutilmente versate oramai cominciava ad accogliere il desiderio di finalmente quietarsi in quel luogo di pace. — Era sulla fine d'aprile. Dopo alcune settimane di precoce primavera cadeva una pioggia dirotta che unita alle molte nevi disciolte nei monti ingrossava fuor di misura il torrente. L'acqua toccava i segni delle piene straordinarie. Un momento di sosta era successo, e suor Maria Eletta ne approfittò per venire al suo solito nell'orticello a contemplare quell'imponente spettacolo della natura. Aveva portato seco un suo libriccino di memorie, e posata sul parapetto vi segnava per entro alcuni suoi pensieri. Le nubi s'accavallavano minacciose, e i flutti in senso inverso gonfi e spumanti correvano rapidi a infrangersi nei massi empiendo il creato della fragorosa lor voce. Alberi sradicati, tavole e legnami passavano convoluti sotto i suoi occhi. A forza di fisare quel precipitoso fuggire della torbida fiumana le pareva che tentennassero gli edifizi della riva opposta e che si movesse perfino il ponte. In faccia alla tremenda maestà delle acque stette gran tempo assorta e come fuori di sè stessa. La sera, quando si fu ritirata nella solitudine della sua cella, dinanzi alle chiuse pupille era tuttavia il torrente che trapassava, e aveva tuttavia piene le orecchie de' suoi soniti procellosi. Alcune gocce di piova percossero nelle invetriate. Le sovvenne che aveva dimenticato lo stipo delle sue carte e che non s'era neppure avvisata di chiudere la porta del giardinetto. Prese il lumicino e discese. La notte era buia e ad intervalli piovigginava. Nell'accostarsi al parapetto le parve in mezzo al romoreggiare del torrente di discernere un grido. Stette in orecchi, ed era una voce umana che veniva dal basso ed implorava aiuto con un accento così lacerante da cavarti il cuore. Corse dalla Badessa a narrare spaventata il caso. Pochi minuti dopo per i dormitòri del convento suonava la sveglia, e le monache coi loro lumicini in mano uscivano dalle celle a dimandare che fosse, ed ansiose s'avviavano giù per le scale alla volta dell'orticello. In un istante tutta la popolazione del recinto s'era adunata in quel sito. Le tenebre cubavano impenetrabili sull'alveo, ma le grida laggiù in quel profondo continuavano. Attaccarono uno dei loro fanali ad una cordicella e la lasciarono discendere dal parapetto. Quando fu a basso, le sue quattro zone di luce, gettate sul torrente come tanti ventagli, lasciavano scorgere per lungo tratto i flutti illuminati che passavano attraverso, ma il vento che lo faceva girandolare rendeva continuamente mobile la scena, senza che l'occhio valesse in nessun punto a poterla fisare. Come rapida visione ei rischiarò una volta il molino sottoposto, e alcune monache scoprirono ch'era in parte rovesciato e che due travi del tetto apparivano sollevate in forma di croce spaventosa. Era da quel punto che veniva la voce, e il fragore delle onde pareva ivi fremere in modo più iracondo. Dopo un istante di tenebre, il fanale tornò di nuovo a rischiarare quella rovina, e allora si vide distintamente un uomo, che salito sul tetto della fabbrica già più che mezza diroccata, si teneva miseramente abbracciato a una di quelle travi, mentre a lui d'intorno mordevano i flutti, e il muro scrollato precipitava a tonfi nella corrente. Le monacelle spaurite si misero a gridare; alcune inginocchiate pregavano, altre piangevano. Ma la Badessa, assunta tutta l'autorità del suo grado,

— Presto, disse, a cercar delle funi. Voi, Teresa Felice, andate subito a prender quella del bucato; Rosa Luigia, portate del refe. Le cordicelle della chiesa, Tina!... Sgombrate il parapetto: oltre a Maria Geltrude che tiene il fanale una sola si resti, tu, Maria Eletta; e guarda attenta tutti i movimenti di quell'infelice. Qua le più giovani e pronte all'opera e con coraggio! — Intanto che si eseguivano questi diversi ordini, talune bisbigliavano tra loro, e una delle anziane si appressò alla Badessa, chiedendole qual fosse la sua intenzione. — Salvarlo, se Dio ci aiuta!... — Avverto, disse suor Maria Angela, che noi abbiamo voto di clausura, e che senza il preciso permesso del Decano della Collegiata....

— Mia cara, sono le undici, il Decano e tutti i canonici a quest'ora saranno a letto, e a meno che non voleste uscire di convento voi, non vedo come si potrebbe ottenere il suo permesso.... — E dato d'occhio ad altre due che sotto i loro veli rabbassati col viso arcigno stavano attente alla conclusione del dialogo,

— In nome di santa obbedienza, disse, voi suor Maria Cherubina e voi Crocefissa, seguite subito Maria Angela e andate in coro a pregare il Signore che metta la sua mano e mandi a bene questa nostra difficile impresa! — Si misero allora in fretta ad acconciare a più doppi le corde, poi le gettarono dal parapetto allo sciagurato che si vi aggrappò con tutta l'energia della sua disperata situazione. Le serve, le converse e le monache più giovani messe in fila l'una dopo l'altra tiravano come se si avesse trattato di attignere; Maria Eletta, pallida, tremante guardava nell'abisso; la Badessa dirigeva; una vecchia veneranda, inginocchiata sul nudo terreno, colle mani giunte pregava ad alta voce invocando la Vergine santissima e tutti i santi del cielo.

— Oh Dio! ecco, ha abbandonato la trave. Signore, salvatelo! Angeli santi, ch'ei non s'infranga nei creti! — La fune per alcuni momenti oscillava.

— È sospeso sull'abisso. Gesù misericordia!...

— Coraggio, figliuole! si tratta della vita d'un uomo.... Oh se ci fosse dato riuscire! — E le giovani robuste raddoppiavano i loro sforzi.

— Viene! È a mezzo, trapassa i virgulti.... torna isolato nello spazio. Guai adesso se le sue mani perdessero vigore!... Tenetevi forte, galantuomo! Anche un momento e poi sarete in sicuro. Raccomandatevi al Signore!... Eccolo! è in salvo! è fuori d'ogni pericolo!... — E un giovane sfigurato dall'angoscia, coi capelli irti e gocciolanti di sudore compariva al parapetto, e varcatolo con un ultimo sforzo cadeva a guisa di cadavere in mezzo alla turba femminile che gli si stipava intorno tra curiosa e lieta dell'averlo ricuperato.[10] Tina, che, visto quel deliquio, s'era subito affrettata di correre in cerca di qualche essenza spiritosa che valesse a farlo rinvenire, tornava adesso con un fiaschetto di stravecchio, e nell'intenzione d'insinuargliene alcune gocce fra le labbra, mettevasi in ginocchio presso di lui che giaceva sull'erba colla testa posata al vaso d'un arancio, e tanto bianco che pareva di cera. La fanciulla nell'atto di guardarlo, si risovvenne in un subito, e gridava stupefatta:

— L'Armellino, buon Dio!! Sogno mio desiderato da tanti anni!... Signore pietoso che me lo rendete per miracolo.... oh! ch'ei non muoia, o Signore!... E fuori di sè stessa accoglieva sul suo seno quella povera testa abbandonata. Il giovane sentì sulla fronte il dolce tepore delle lacrime ch'ella versava, aperse gli occhi attoniti, e come se gli fosse passata dinanzi una visione celeste sorrise innamorato. Ma al ritornare della vita, la coscienza dell'antico dolore gli si risvegliò più cocente che mai, e assunta un'espressione d'infinita amarezza, respinse quell'affetto come se fosse stato una crudele ironia. Fra tante Vergini che severe in quel momento s'andavano tacitamente ritirando turbate dal contegno della fanciulla, una pietosa gli si fece dappresso, una immagine serena e gentile, l'angelo che veniva a dire la parola di Dio.

— Armellino! — e la sua voce soave aveva come dell'inspirato. — Questa poveretta ha raccolto gli ultimi sospiri della madre tua. Sul suo letto di morte tua madre ha perdonato e pregava per tutti due e ha dato la sua benedizione a tutti due. Interprete di lei che ora dal cielo vi guarda commossa, io stringo insieme le vostre mani. Figliuoli, dopo tante lagrime il Signore vi concede un'ora di gioia. Siate buoni ed operosi, e laggiù nel mondo dove dovete tornare ricordatevi della povera monacella che ancora qualche anno starà qui pregando, e poi anderà ad aspettarvi nel seno di Dio! — La Tina avvezza a venerare suor Maria Eletta come una santa accolse con piena fiducia una sì dolce speranza; ma il giovane stette silenzioso, la sua mano si ritirò mestamente e guardava contristato la terra. Per farsi un'idea di quel che passava nel suo cuore bisogna che torniamo un istante addietro e che diamo una rapida occhiata alla vita ch'egli aveva menato in questo frattempo. Era partito dal suo paese nella certezza di aver perduto per sempre l'amata fanciulla. Egli infelice, per non essere spettatore delle altrui gioie, s'era volontariamente inchiodato a una tremenda catena che lo aveva strascinato lontano in mezzo ai vortici di straordinari e crudeli avvenimenti che lo fecero troppo tardi riflettere alle conseguenze della sua disperata risoluzione. Nella Svizzera, dov'era fuggito, non potè giammai saper nulla de' suoi cari. Fu allora ch'ei sentì tutta l'amarezza di quell'ineffabile dei dolori ch'è la patria lontana. Desiderava l'aere e la terra dei luoghi dov'era nato; desiderava i cari suoni della sua lingua, i cogniti volti delle persone tra cui aveva vissuto, la povertà e perfino i patimenti dei tempi passati. Ma a fargli più cocente il cruccio dell'esilio, due immagini gli stavano del continuo fitte nella memoria: il dolce sorriso della fanciulla perduta; e adesso avrebbe tolto di tollerare anche l'aspetto della felicità del rivale pur di rivederla! e le lagrime della sua povera madre. Ahi! ella che lo aveva allattato e cresciuto con tanto amore; ella che sempre compativa a tutti i suoi dolori, ella era sola, invecchiava ogni giorno, ed ei non poteva volare a consolarla!... Vedeva quella cara testa canuta, ne sentiva i pietosi lamenti, e nel rimorso infinito di averla abbandonata gliene chiedeva ogni momento perdono coll'anima. Per uno dei tanti capricci di quell'epoca di trambusti, quando meno se lo aspettava, egli si trovò sciolto dal malagurato impegno e libero di potersene tornare a sua voglia in paese. Non è a dirsi come s'affrettasse a varcare le alpi e come consolato rivide l'ampia pianura italiana. Tornava col cuore esultante, avido di tutti gli antichi affetti, ansioso dei luoghi e delle note persone, e non vedeva l'ora di sentir finalmente nominare il suo amato villaggio. Dopo rientrato in Friuli, a Tricesimo dovette fermarsi a riprender lena. Sperava che fosse l'ultimo riposo necessario, e seduto sulla panca dell'osteria aspettava impaziente che le forze rintegrate gli permettessero di ripigliare il cammino. C'erano lì alla stessa tavola altri viandanti, tra cui un mugnaio di Cividale ch'era stato a Magnano a provvedere una macina, con un merciaiuolo e due rivenduglioli; questi ultimi di Medeuzza venuti a comperare asparagi per poscia portare a Trieste, avevano intavolato un discorso che lo faceva stare con tanto d'orecchi. Era quistione di non so che affare e avevano più volte nominato Giorgio.

— Mi bastava la garanzia della moglie, disse il mugnaio, ma così per le dita....

— Son gente però di polso e un giorno o l'altro sarà già tutta roba del nipote, osservò il merciaiuolo che pareva aver molta pratica delle persone di cui parlavano.

— Sapete cosa sarà veramente di lui? la dote della poveraccia che s'è lasciata corbellare dalle sue millanterie, chè i suoi be' ducati dicono che la glieli abbia dati in mano senza briciolo di carta: in quanto ai campi dello zio è un altro paio di maniche. — A queste parole il giovane capì che Giorgio non doveva avere sposato la Tina; e curioso di sapere come fosse, entrò anch'egli in dialogo con questa interrogazione proferita quasi a mezza voce, tanto lo faceva palpitare la speranza di chiarirsi di un fatto che intravedeva a seconda de' suoi desiderj:

— Giorgio, il nipote dell'oste di Oleis s'è dunque ammogliato?

— Pare, galantuomo, che voi manchiate da molto tempo; gli ha già due bambocci!

— Ed è tuttavia uno sventato come quando era scapolo, — soggiunse l'uno dei rivenduglioli.

— Figuratevi, continuò il mugnaio, la bella società che avrei stipulata con colui! A me torna meglio, capite, un povero diavolo che abbia soltanto le braccia....

— Ma, e sua moglie? replicò l'Armellino, non doveva egli sposare una certa Valentina?...

— Valentina di dove? chiese il merciaiuolo.

— Di Soleschiano. Abitava la casuccia che ha dinanzi quel bel moro....

— Volete scommettere ch'egli intende quella siffatta? Eh! figliuolo caro, delle amorose, Giorgio ne avrà avute Dio sa il numero. Ma voi tirate fuori delle istorie rancide....

— Gli è, insisteva il giovane, che m'interesserebbe assai di sapere che sia avvenuto di quella ragazza, e poichè avete conoscenza del paese....

— Adesso mi risovvengo! interruppe il più attempato, si tratta della Monaca di Soleschiano!! e si mise a ridere. All'osteria, dove in passando si si ferma talora a bere una mezzina, ce ne hanno raccontato. Faceva all'amore con un contadino del villaggio che si è dato cambio per disperazione di trovarsi tradito.

— E la madre, aggiunse l'altro rivendugliolo, quando avvennero i trambusti del quarantotto, non sapendo più nulla del suo povero figliuolo, è morta di crepacuore: ma quella fraschetta fu punita, perchè Giorgio, venuta fuori una buona dote, se n'è lavato le mani, e l'ha piantata. Dicono poi che un bel giorno è sparita e che sia ita a farsi monaca. In che razza di monistero ve lo lascio pensare! Il certo si è che mai più se n'è sentito novella....