APPENDICE IV

Nell'archivio di Ginevra sta un Libro di memorie diverse della Chiesa italiana, raccolte da me Vincenzo Burlamacchi in Geneva, MDCL. Ne caviamo ciò che importa all'assunto nostro.

= In appresso saranno notati li nomi delle persone italiane, le quali sono venute ad abitare in questa città di Geneva, e fatto professione della religione reformata, e di più l'anno del loro arrivo in esso luogo.

1550. — Giuseppe Fogliato di Cremona. Bartolomeo Roncado di Piacenza, con sua moglie.

E qui do notizia che solo sono qui messi i nomi che sono scritti ne' libri; essendo certissimo che solo una parte d'essi è qui registrata. Ciò si prova perchè già l'anno 1551 furono deputati alcuni per la cura de' poveri. Il che mostra che, già allora ed avanti, v'era numero d'Italiani qui. La raunanza per le prediche cominciò nel 1552, che venne Celso Martinengo da Basilea, che fu primo ministro.

1551. — Galeazzo Caracciolo, marchese di Vico nel regno di Napoli (signor marchese), Antonio suo servitore.

Giovanello Connello di Reggio di Calabria. Lattantio Ragnone di Siena nobile sanese. Francesco Tedesco di Messina. Paolo Buonaria. Vincenzo di Roccia. Jacomo Tomasini di Siena, con sua moglie. Lazaro Ragazzo di Cremona, con sua moglie. Francesco Santa di Cremona, con sua moglie. Giuseppe Fossa di Cremona. Paolo Gazo di Cremona. Niccolò Fogliato di Cremona. Ambrogio Varro piemontese. Michele Varro piemontese. Simone Pauli di Fiorenza. Tomaso Pueraro di Cremona, con sua moglie.

1552. — Celso Martinengo, conte bresciano, marzo, primo ministro.

Bernardo Loda di Brescia e suo servitore. Giuseppe Fenasco di Cremona. Alfonso Mulazzano di Ravello. Ludovico Manno di Sicilia. Giovanni Paolo de la Motta. Giovanni Aluigi Paschale. Orsino Roccia di Capua. Francesco Gazino di Dragonesi. Giovan Tommaso Gazino di Dragonesi. Francesco e Sebastiano Sartoris di Chieri fratelli, con due sorelle. Bernardino Susanno di Piacenza, con sua moglie e due figliuoli.

1553. — Francesco Marchiolo di Cremona, con sua moglie e cinque figliuoli. Giovanni Antonio Pellissari di Mussa (moglie e quattro figliuoli). Girolamo da Milano. Silvestro Tellio di Fuligno, con sua moglie. Fabio Tedesco di Reggio in Calabria. Simone Fiorello di Caserta, catechista poi ministro in Tirano (circa 1559). Giovanni Bernardino Ventimiglia. Nicolao Giustiniano. Bottini di Genova, con sua moglie.

1554. — Andrea Rubatto di Cuneo, con sua moglie. Tommaso Portughese, con sua moglie e cinque figliuoli. Jacomo Milanese, ecc. Georgio Miol di Pancabero, con sua moglie e cinque figliuoli. Giovanni Paolo Alciati piemontese. Stefano Rivorio di Cavore. Domenico Fiorentino. Andrea di Verto di Salasco. Nicolao Carignano di Carignano. Bonifacio Morena di Cavorre, con tre figliuoli. Giofredi Morena di Cavorre, con sua moglie e quattro figliuoli. Giovanni Pietro milanese. Antonio Gazzino, piemontese. Costanzo Gazzino, con sua moglie. Giuseppe Bondiolo di Cremona, sua moglie e due figliuoli. Giulio Cesare Paschali di Sicilia, con sua moglie. Antonio del Buono di Novara, sua moglie e cinque figliuoli. Giovanni del Buono di Novara, calzolajo, con sua moglie e cinque figliuoli. Gioannina Cottina di Racconigi con quattro figliuoli. Anselmo Quaglia. Tonino Tommasini. Giofredo Mozino. Hipolito Carignano. Giovanni Battista Guazzone. Giovan Ugali, con sua moglie di Verona. Pietro Cierigino. Giovanni Antonio Merenda. Giorgio Scarparo. =

Seguitando troviamo nel 1555 60 persone fuggite d'Italia a Ginevra, principalmente dalla Calabria. Nel 1556 36, fra cui sette da Lucca, colla famiglia Balbani.

Nel 1557 son 39 gli emigrati, fra cui Gioffredo Varaglia di Bosco. Apollonia Merenda di Cosenza. Giorgio Biandrata ben noto.

Nel 1558 son 35, di cui sette spagnuoli.

Nel 1559 son 47; 19 nel 1560, fra cui Andrea del Ponte, fratello del doge di Venezia; 22 nel 1561; 36 nel 1562, tra' quali il Castelvetro e Fausto Sozzino; nel 1563 son 53: così in trent'anni, circa quattrocento persone ci vennero, la più parte italiani. Torniamo al registro del Burlamacchi[129].

= Si è trovato memoria, come le prime catechisme furono fatte nella sala del Collegio, nel qual si celebrava il battesimo e il mariaggio. E che il numero delli Italiani crescendo giornalmente, il luogo d'essa sala del Collegio non sendo bastante per celebrare la santa Cena, fu, per arresto del Consiglio, alli 13 giugno 1555 ordinato che si predicherebbe e celebrerebbe la santa Cena alla Maddalena, la domenica seguente quella de' Francesi, e nell'ora solita della prima predica.

Nota di coloro che hanno esercitato il santo ministero nella Chiesa italiana, raccolta in questa città di Geneva.

1552. — Il conte Celso Massimiliano Martinengo di Brescia arrivò in questa città nel mese di marzo 1552, e dopo poco fu stabilito ministro nella Chiesa. Morì alli 12 agosto 1557.

1551. — Lattantio Ragnoni di Siena, arrivato qua nel mese di giugno 1551 (prima catechista), fu ricevuto ministro nella Chiesa alli 24 ottobre 1557. Morse alli 16 febbrajo.

1559. — Non potendo ottener Girolamo Zanco, nè appresso M. Emanuelle, dopo lunga ricerca. Niccolò Balbani di Lucca, arrivato qua in luglio 1557, fu ricevuto ministro nella Chiesa, alli 25 maggio 1561. Passò a miglior vita alli 2 agosto 1587.

1577. — Giovan Battista Rota di.... in Piemonte fu ricevuto nella nostra Chiesa, alli 20 agosto 1577, ne fu scaricato alli 20 luglio 1589 per avere lui desiderato ritirarsi in Francia.

1590. — Giovanni Bernardo Bosso, di nazione piemontese, venuto in questa città anno 1578, fu ricevuto ministro nella Chiesa italiana alli 20 del mese di maggio 1590. Esso passò a miglior vita alli 5 decembre 1612.

1612. — Giovanni, Diodati di nazione lucchese, nato qua alli 6 giugno 1576, fu ricevuto ministro nella Chiesa italiana alli 20 decembre 1612. =


Il secolo seguente, nella successione de' pastori italiani troviamo Benedetto Turrettini di Lucca, Giacomo Sartoris, piemontese come Giacomo Leger. Francesco Turrettini. Fabrizio Burlamacchi, Benedetto Calandrini, Michele Turrettini, tutti d'origine lucchese; Antonio Leger, ultimo, durò fin al 1689: dopo di che il parlar francese divenne così comune ai migrati, che più non fu mestieri di Chiesa distinta. Il Burlamacchi dà pure la lista di quei che furono anziani od amministratori de' poveri.

Negli archivj del Consiglio di Stato a Ginevra stessa trovansi quest'altre annotazioni dal registro del concistoro, che va sino al 1612.


1551. — Le marquis Galeace Caracciolo, arrivé ici 1551, travailla avec M. Calvin pour établir l'Eglise et l'ordre de la prédication ordinaire, y ayant dejà grand nombre de familles. Il alla querir a Bâle le comte Celso Massimiliano Martinengo, fameux auparavant pour ses prédications en Italie et compagnon de Martyr a Lucques, qui arriva ici en mars 1552, et y fut etabli ministre des Italiens, etant examiné par la compagnie des pasteurs.

1555. — On precha au commencement, et on fit les catechismes en la sale du Collège vieux: et l'assemblée etant fort accru en 1555, par arrêt du Conseil du 13 juin fut dit qu'on feroit le prêche italienne pour la sainte Cène à la Madaleine, le dimanche suivant la Cène des Français à 8 heures du matin.

1556. — En l'assemblée générale de mars 1556 on établit pour adjoints du pasteur 4 anciens, dont le dite marquis fut le premier, pour la conduite de l'Eglise comme corps de concistoire qu'on appela Collèges, avec 4 diacres pour administrer les aumônes. Les règlements du dite College se trouvent renouvellés le 8 mai 1564. Les dites anciens avoient charge de visiter frequemment les familles, se partageant les quartiers. Item les malades. Il y en avoient toujours deux, etablis sur les differences, pour les accomoder. Un ou deux sur les écoles qu'on dressa.

On etablit pour catechiste dès devant Simon Fiorello, et on expliquait un petit formule, et un plus grand à certaines heures. En 1556 Lattantio Ragnone, noble siennois, faisait aussi des catechismes. Dès le commencement on eut 50 psaumes, qu'on imprima en 1556 augmentés. Tout ceux qui arrivoient d'Italie se présentoit au concistoire, et étant connu de leur instruction, ils étoient incorporés en la communion de l'Eglise, se soumettant à la confession de foi, et à l'ordre de la discipline. Ceux qui n'étoient pas suffisamment instruits, étoient renvoyés aux catechistes.

La congrégation générale se tenoit, dès l'an 1557, après les catechismes italiens, au temple ou auditoire de S. Marie, dont il y eut quelques démélés avec les Anglais pour l'heure et tout fut remis à M. Calvin. Dès cette année on fit la depense du plancher pour la dite auditoire par resolution du 3 mars 1557, et de quelques bancs pour les femmes in novembre 1558, et de plancher les chapelles y mettant des bancs, janvier 1559.

1551. — Dès le commencement de 1551 jusque au fin de 1553, furent élus entre les Italiens pour le soin des pauvres qu'ils assistoient de leurs déniers, Niccolò Fogliato de Cremone et Amedeo Varro piémontois.

1554. — Pour les pauvres en l'assemblée générale du 4 janvier 1554, furent députés Simon Fiorillo et Niccolò Fogliato, et en janvier 1555 leur fut adjoint Jean Paolo Alciati.

1556. — Pour l'entretien des ministres et des pauvres, il y avoit une regle dressée de ceux qui volontairement s'y obligeoit selon leur pouvoir, et depuis ceux de la nation y ont toujours pourvu à ses frais, comme aussi pour les maîtres d'écoles et un chantre à gages. Le chantre pour 8 écus. =

Nell'archivio stesso trovasi questa nota del maggio 1558. «Sur ce qu'on decouvrit que Valentino Gentili, Giovanni Paolo Alciato, Giorgio Biandrata et d'autres soutenaient des discours comme ne sentant pas bien des trois personnes en une seule divinité essentielle, et troubloient la paix de l'Eglise sémant des opinions erronées, par l'avis de M. Calvin et des pasteurs de la ville, et du pasteur et consistoire italien fut dressée une confession de foi special là dessus, étendant ce qui est plus reservé en la confession ordinaire de Genéve, laquelle fu souscrite en une congrégation générale le 18 de mai en presence du quatrième sindyque M. Chevalier (commis au nom de la seigneurie des pasteurs français) par la plus part des membres de l'Eglise, et par le reste en d'autres jours suivants; et le 23 mai par six de ceux qui y faisaient difficulté, Silvestro Teglio, Filippo Rustici, Francesco Porcellino, Nicolò Sardo, Valentino Gentili, Hyppolite Gallo».

DISCORSO XLIV. CONFLITTI GIURISDIZIONALI. POLITICA CATTOLICA. IL BELLARMINO. ERESIA SOCIALE.

Oltre i canoni fondamentali, quali la trasmissione del carattere sacerdotale mediante una cerimonia sacra in cui è l'azione divina; la subordinazione a un capo infallibile; l'indissolubilità del matrimonio, e tutto quanto concerne la vita eterna, dove la Chiesa non bada a tempi o a luoghi, sempre identica nell'evangelizzare Cristo e il regno de' Cieli, essa ha una legislazione in ordine alla ragione civile, che tempera all'indole dei popoli e alla loro età morale.

Fra tanta divergenza d'accidenti e di dogmi, unico proposito conforme dei dissidenti era l'abolire le centralità pontifizia, opponendo le nazionalità alla cattolicità, le opinioni individuali alla unità della fede, subordinando la potestà ecclesiastica alla civile, cioè la coscienza al decreto, il diritto al fatto, la libertà alla permissione, il fòro interno all'esteriore.

Aveano tutto il torto?

Che l'autorità deva governare le opere, non già possedere i popoli, di modo che rimangano indipendenti i due poteri nell'ordine della propria competenza, l'aveva mal compreso il medioevo quando il potere, che unico sopravvisse della società, e che unico potea frenare la prepotenza de' Barbari e proteggere il popolo era l'ecclesiastico: onde ne nacque un diritto, assentito anche da quelli cui ponea limiti, e che difendeva i deboli o per podestà immediata e diretta, o per derivata dal pontefice[130]. Questo elevarsi de' pontefici sopra i sovrani anche pel temporale parve trascendesse il precetto del «Rendete a Cesare quel ch'è di Cesare»; i cesaristi non negavano il diritto canonico, bensì discutevano se dovesse essergli subordinato il diritto pubblico: e Dante, un de' monarchici più assoluti, prescriveva che illa reverentia Cæsar utatur ad Petrum, qua primogenitus filius debet uti ad patrem.

Via via però che i governi ripigliarono ordine e vigore, andavasi ritogliendo alla Chiesa quel che la necessità dei tempi v'aveva aggiunto di là dalla sua competenza essenziale divina: ma l'atto effettivo della Riforma consistette nel fare l'opposto, sovrapponendo il temporale allo spirituale fin a dimenticare di render a Dio quel che è di Dio. Le nazioni, cioè quei pochi che arrogansi di parlar in nome d'esse, non volevano più l'unità teocratica; volevano costruire lo Stato indipendentemente dalla Chiesa; e la protesta sembrò un legittimo sforzo per isvolgere l'inviolabilità della coscienza dal diritto ancora oscuro dalla società moderna. L'errore consistette non nell'emanciparsi dai vincoli curiali, bensì nell'istituire Chiese distinte, nazionali, foggiate secondo il bisogno civile. Era un frantendere la gran lite fra la Chiesa e lo Stato; tanto più che non trattavasi d'affrancar l'anima del cittadino, bensì di ridurlo più servo, retrocedendo fin al paganesimo.

Di primo acchito i principi s'accorsero qual partito potessero trarre dalla Riforma, concentrando in sè i poteri della Chiesa, e incamerandone i beni; fra i Luterani restò convenuto dover un paese avere la religione che volesse il principe; Grozio assegna come primario diritto maestatico l'imporla: in arbitrio est summi imperii quænam religio publice exerceatur; idque præcipuum inter majestatis jura ponunt omnes qui politica scripserunt. Ciò importa, secondo il Böhmer, il diritto di costituire i dottori, di prescrivere i riti, di riformar le cose sacre e la disciplina, di dirigere l'insegnamento e la predicazione, di usar nelle cose sacre la giurisdizione criminale e civile e penale, di decider le controversie religiose, di convocare i concilj, di designar le diocesi e le parrocchie. Tirannide la più completa se mai fosse stata applicata nella pienezza delle sue conclusioni e non ristretta dalle costituzioni scritte, alle quali fu duopo ricoverarsi dopo tolto quel supremo custode della verità, della giustizia, del diritto. Così alla monarchia cattolica del medioevo sostituivasi la monarchia politica moderna, coll'unità e universalità del pubblico potere.

Quel che i Protestanti avevano conseguito di colpo coll'aperta ribellione, i Cattolici s'ingegnarono ottenere con mezzi termini, accordando la coscienza coll'ambita onnipotenza. Principi che avevano declamato contro gli abusi non sapeano acconciarsi ai rimedj, e contro le decisioni tridentine accampavano le ragioni del principato: onde nuovi dissensi vennero a turbare il seno della Chiesa romana.

Quanto ai dogmi, nessun Cattolico poteva impugnare l'autorità irrefragabile del Concilio; ma v'aveva articoli che toccavano la società secolare. Perocchè i prelati tridentini poco si curarono della parte legittima spettante alla politica, e presero per ribellione a Dio ciò ch'era una riscossa contro l'arbitrio dei poteri umani. Sbigottiti dall'attacco recato all'attribuzione loro più sublime, i papi non pensarono più che a difendersi, tantochè, invece di continuare a capo del progresso come erano stati fin allora, parve si atteggiassero in opposizione o almeno in sospetto di esso, dacchè vedevanlo staccarsi da loro; severità affatto precarie, e volute dalle circostanze, presero l'aria d'una missione sacra e durevole: e l'Italia, nel punto che cessava di essere il centro dell'unità religiosa, scadde da maestra delle civili dottrine.

Ma al primo momento, tratti a sè tutti gli elementi della vita morale e intellettuale, e rifattasi vigorosa col precisare il dogma ed emendare la pratica, e posar come assolute le sue verità, e negando che fuori di queste si dia salute[131], Roma non solo represse nelle genti latine la propensione alla Riforma, ma volle ricondurre alla sua obbedienza i traviati; e ripigliata l'offensiva, parve resuscitare i tempi della sua prevalenza. Anche in questo punto correggendo il paganizzamento della società, avrebbe voluto togliere ogni diversità interna di chiese distinte, di riti nazionali, credendo prova di forza l'esigere di bel nuovo quell'unità assoluta, che dapprincipio aveva salvato la civiltà.

Come le reliquie d'un esercito scompigliato si rannodano allo stato maggiore, così i Cattolici sentirono la necessità di stringersi al papa: e principalmente i Gesuiti, animati dall'alito del ringiovanito cattolicismo, si applicarono a sostenere il solo pastore, attorno a cui dovea formarsi un solo ovile.

La stampa avea mostrato un'inaspettata potenza facendosi aggressiva e dissolvente sotto la bandiera della Riforma per iscassinare i poteri stabiliti, le sovranità riconosciute, e ridurre all'intelligenza comune, le objezioni accumulate da quindici secoli contro il cattolicismo; e mentre prima o morivano coll'uomo che aveale inventate, o restavano fra teologi ed eruditi, allora ottenne che la religione non fosse più sovrana dell'opinione, ma le contraddizioni e gli attacchi, giusti o ingiusti, venissero accreditati ed estesi. I Cattolici vollero da un lato porre un argine a' suoi eccessi, dall'altro adoprarla ad assodare e ricostruire; e stupendi scrittori comparvero anche nel campo nostro, non solo profondi di dottrina, ma anche abili a spiegarla e diffonderla, e nuovo grandioso campo s'aperse alla letteratura teologica e storica nel propugnare l'autorità e le ragioni di Roma. Ma poichè il protestantismo aveva implacabilmente osteggiato la santa sede, gli apologisti si volgevano di preferenza a difenderla. Melchior Cano che pel primo fece un trattato De' luoghi teologici, sostenendo i diritti del sopranaturale e della rivelazione, appoggia la fede sulle profezie e i miracoli: pure anche in esso e nei seguaci suoi trattasi della Chiesa e del papato, più che delle prove e de' caratteri della rivelazione.

Le Decretali si diceano il codice della tirannia papale, a scapito dell'autorità dei vescovi[132]. La severa critica dell'età nostra fe ragione delle tante baje spacciate in proposito delle false, riconoscendo che in fondo esse non istabilirono verun punto il quale già non fosse convenuto; e che dirigevansi a sostenere l'indipendenza de' vescovi, a fronte de' metropoliti; e ciò, non coll'inventare documenti, bensì col raccogliere brani di costituzioni, e di lettere, o regie, o pontificie, che già aveano vigore, e darvi forma di legge.

Pio IV elesse una congregazione che le coreggesse, rintegrando ciò ch'era mutilato, sceverando lo spurio dal sincero, e riassettando la cronologia. Dissipate le false Decretali, l'autorità pontifizia si trovò più solida perchè più misurata, e venne rigenerato il diritto ecclesiastico, il cui corpo si potè pubblicare sotto Gregorio XIII.

La baldanza d'un recente trionfo, o lo sforzo di chi dissimula la sconfitta apparve nel ridestare, in un secolo di dubbio e di negazione, le pretensioni che, in una età organica, aveano accampate Gregorio VII e Innocenzo III, e asserire di nuovo il predominio illimitato della Chiesa sopra lo Stato; il papa superiore a qualunque giudizio, e decaduto il re che uscisse dal grembo cattolico. L'atto formale di queste pretensioni fu la bolla, detta in Cœna Domini perchè doveasi leggere solennemente ogni giovedì santo. Antica e più volte aumentata, ebbe l'ultima mano da Paolo V, e suole citarsi come il massimo dell'arroganza papale. Tralasciando i punti di minor rilievo, e spogliandola delle frasi adatte al tempo e alla curia, essa in ventiquattro paragrafi scomunica gli eretici di qualsia nome, e chi li difende, o legge libri loro, o ne tiene, ne stampa, ne diffonde;

chi appella dal papa al Concilio, o dalle ordinanze del papa o de' commissarj suoi a' tribunali laici;

i pirati e corsari nel Mediterraneo, e chi depreda navi di Cristiani naufragate in qualunque siasi mare;

chi impone nuovi o rincarisce antichi balzelli o tasse o pedaggi a' suoi popoli;

chi somministra ai Turchi cavalli, arme, metalli, o altre munizioni da guerra, o vi dà consigli;

chi offende nella persona i cardinali, patriarchi, vescovi, nunzj, o li caccia dalle proprie terre; o giudici e procuratori deputati sopra cause ecclesiastiche, o vieta di pubblicar le lettere apostoliche o i monitorj;

chi le cause o le persone ecclesiastiche trae al fôro secolare, e fa leggi contro la libertà ecclesiastica, o turba i vescovi nell'esercizio di loro giurisdizione, o mette la mano sopra le entrate della Chiesa e i benefizj, o impone tasse al clero;

chi turba i pellegrini diretti a Roma, o che ivi dimorano o ne tornano;

chi occupa o molesta il territorio della Chiesa, compresevi Sicilia, Corsica, Sardegna; e così le Marche, l'Umbria, il principato di Benevento, Avignone, il contado Venesino, e insomma quanto alla Chiesa spetta di fatto. Estendesi la scomunica ai vasi d'oro e d'argento, vesti, suppellettili, scritture, beni del palazzo apostolico; e non se ne darà l'assoluzione se prima non siasi desistito dal fatto, o cassati gli atti contrarj alla libertà ecclesiastica, distruggendoli dagli archivj e dai libri; nè qualsivoglia privilegio o grazia valga perchè possa uno venirne assolto che in articolo di morte, e anche allora deve dar garanzia di pentimento e soddisfazione. La condanna colpisce pure chi impedisse di pubblicare o attuare la bolla.

Le riazioni trascendono sempre, e in guerra armata o inerme il miglior difendersi è l'attaccare. Se non che a condiscendere trovavansi poco disposti i principi, i quali reluttarono contro il sinodo tridentino, e accettandolo fecero riserva per le consuetudini e le leggi de' loro Stati; e il frangere le barriere, al potere assoluto opposte dall'immunità clericale, e cincischiare la giurisdizione ecclesiastica, divenne l'intento di ciascuno Stato, parendo ai re che, per trovarsi davvero indipendenti, non dovessero lasciar veruna ingerenza ad altri nel proprio paese, nè consentirvi autorità che non fosse accentrata nel Governo. Sino i più cattolici, impuntatisi in tali pretensioni, talvolta sbigottirono i papi col minacciare d'abbandonare la messa per la Cena e pel sermone; e con questi spauracchi li ridussero alla loro volontà. Altri, senza spingersi tanto oltre e rinnegando la logica, procuravano dipendere il meno possibile da Roma, solleticavano le ambizioni nazionali, e a titolo d'indipendenza tendevano ad isolare i sacerdoti dei loro Stati dagli altri, impedire le comunicazioni dirette col capo spirituale, formando speciali Chiese, necessariamente docili al potere locale per cui concessione esistevano, e che un moderno chiamò aborti del protestantismo[133].

La superiorità dei Concilj al papa, pretesa in quelli di Costanza e Basilea, fu ritenuta dai Tedeschi; i Francesi ne fecero il cardine delle libertà gallicane, riconoscendo infallibile il papa sol quando sia unito al consesso della Chiesa[134]. Ma anche nella Chiesa gallicana non disputavasi della libertà individuale, bensì della distinzione delle due potestà e della loro indipendenza; non facendosi cenno della libertà di coscienza. Ora, l'ammettere un'opposizione non è un rinnegare i contendenti; se anche non si riesca ad accordarli, la Chiesa e lo Stato esistono, giacchè si contrastano.

Perchè mancassero appigli alle declamazioni contro l'avidità de' prelati, era stabilito che delle ricchezze loro non ereditassero i parenti, bensì la Chiesa romana; onde il papa mandava collettori per tutto il mondo. Ed ecco derivarne controversie e dispute inestricabili cogli eredi e colle chiese stesse, turbarsi i possessi, e viepiù sotto papi rigorosi come Pio V. Dall'invigilare all'adempimento dei legati pii, i vescovi traevano ragione di voler vedere i testamenti, ma con ciò scoprivansi i secreti di famiglia, e fisicavasi sulle frodi supposte, come poi fecero i governi moderni. La proibizione del concubinato portava a ricorrere alla forza per isciogliere temporarie unioni, e le curie volevano all'uopo valersi di birri e carceri proprie. Tutto ciò parve usurpazione ai Governi, e l'andarono impedendo fin al punto che, quasi il pontefice fosse uno straniero, il quale pretendesse invadere colla sua universale la giurisdizione particolare del principe, si sottoposero gli atti suoi e i suoi decreti a esame, a ordini di esecuzione e di placitazione[135], dopo esaminato se ne rimanessero «salvi i diritti dello Stato».

La bolla poi in Cœna Domini fu ripudiata da alcuni, da altri accettata col proposito di modificarla nell'applicazione; Venezia la ricusò, per quanto il nunzio insistesse; l'Albuquerque governatore di Milano vi negò l'exequatur; a Lucca non si teneano obbligatorj i decreti dei funzionarj papali senza approvazione del magistrato; i duchi di Savoja conferivano benefizj riservati al papa: i vescovi di Toscana lasciavano ammollire nell'applicazione que' tremendi decreti. Ma i frati la zelavano a rigore; guai a parlare di tasse sui beni ecclesiastici! negando l'assoluzione a magistrati, cagionarono tumulti ad Arezzo, a Massa marittima, a Montepulciano, a Cortona. E sparnazzavasi il nome d'eretici, tale considerando chi disobbediva a un ordine papale.

A Genova era proibito tener assemblee presso i Gesuiti, pretestando vi si facessero brogli per le elezioni; l'Inquisizione vi fu sempre tenuta in freno, e dopo il 1669 sottoposta alla giunta di giurisdizione ecclesiastica. Stefano Durazzo arcivescovo, martire della peste del 1556, interminabili dispute sostenne col doge sul posto che gli competesse nel presbitero, e sul titolo d'eminenza; non soddisfatto, negò coronare il doge, e la lotta si prolungò anche dopo che l'arcivescovo ebbe abdicato.

I governatori di Milano alle riforme di Carlo Borromeo opponevano i diritti regj, e quel senato i privilegi della Chiesa milanese; e Pio V scrivendogli gli rammentava che nulla re magis sæcularis potestas stabilitur et augetur, quam amplificatione et autoritate ecclesiasticæ ditionis; quidquid ad spirituale patrimonium firmamenti et virium accedit, eo temporalis status maxime communitur; nam observantia et pietas principum et magistratuum in ecclesiarum antistites, populos ipsis adeo praebet obedientes, ut fatendum sit regnorum ac statuum incolumitatem uno illo ecclesiastici juris præsidio tanquam fundamento contineri, quod utinam contrariis ad multorum exitium exemplis non pateret.

Già dicemmo di san Carlo. Il suo cugino e successore Federico Borromeo due volte per queste dispute dovette viaggiare a Roma; minacciò di censure chi trafficasse con Svizzeri, e Grigioni eretici, e scomunicò il governatore perchè, col proibire le risaje nelle vicinanze delle città, arrogavasi giurisdizione su possessi ecclesiastici[136].

Il regno di Napoli se ne trovava viepiù compromesso, attesa la sua feudale dipendenza dalla Santa Sede. Filippo II re di Spagna con qualche restrizione ricevette i decreti del Concilio tridentino, e il 2 luglio 1564 ordinò al vicerè di Napoli, di pubblicarli perchè fossero osservati anche in questo paese, protestando però non si derogava con essi alle preminenze regali, nè ai patronati regj, od altri diritti della sovranità. Esaminatili, il reggente vi trovò molti punti che pregiudicavano tali diritti. Così il Concilio infligge scomunica e multa a chi stampa libri sacri senza licenza del vescovo; or se alla Chiesa spetta la censura, spetta al principe il consentire o no la stampa. Per certi casi si dà licenza ai vescovi di procedere contro ecclesiastici e secolari colla scomunica non solo, ma collo sfratto e con pene pecuniarie anche forzose: ora l'esecuzione è attributo regio. Ad essi vescovi è pure conferito l'approvare i maestri e professori, e con ciò s'intacca l'autorità del principe e delle Università. Per fondar nuove parrochie o seminarj, il vescovo può imporre decime, oblazioni, collette sul popolo; mentre questo diritto è inerente alla sovranità, e non alla podestà ecclesiastica. Così la visita e amministrazione di tutti i luoghi pii e spedali e confraternite, il rivederne i conti, il commutar la volontà de' testatori, l'imporre pene ai laici e patroni che malversino le rendite e ragioni di loro chiese, il sottrarre ai tribunali secolari i chierici tonsurati, sono atti che assottigliano la giurisdizione civile. In quel regno, per abitudine antica, le censure ingiuste o nulle erano fatte revocare, e ciò il Concilio proibiva; come colpiva di scomunica e fin privazione di dominio i principi che permettessero il duello; ai combattenti e padrini, oltre la censura, infliggeva la confisca dei beni e perpetua infamia.

Pertanto il Concilio fu lasciato divulgare, ma senza pubblicazione solenne, e si tenne in non cale ogni qual volta paresse pregiudicare la regalia; nè bolla o rescritto di Roma valea senza l'exequatur regium, e poichè il papa di ciò si offendeva, Filippo II gli scrisse non volesse porsi all'avventura di veder di che cosa fosse capace un re potente spinto all'estremo.

Nuovi urti cagionò la bolla in Cœna Domini, alla quale il vicerè duca d'Alcala risolutamente si oppose, fino ad arrestare i libraj che la stampassero; fu condannato alle galere uno che aveva pubblicato l'opera del Baronio contro il privilegio d'esenzione, chiamato la Monarchia Siciliana, pel quale al re competevano le divise e i diritti di legato pontifizio[137]. Di rimpatto i vescovi pretendeano giurisdizione sui testamenti, e per qualche tempo tenere i beni di chi moriva intestato, applicandone una parte a suffragio del defunto: nei casi misti, cioè di sacrilegio, usura, concubinato, incesto, spergiuro, bestemmia, sortilegio, potesse procedere il fôro ecclesiastico o il secolare, secondo che all'uno o all'altro fosse prima recata la querela; donde inestricabili altercazioni. Il popolo vi trovava il suo conto, perocchè nel 1582 essendosi messa la gabella d'un ducato ad ogni botte di vino, il cappuccino frà Lupo uscì minacciando di grave castigo celeste quei che la pagassero o la esigessero. Pensate se vi si diede ascolto: tanto che fu dovuta sospendere. Nè pochi vescovi proibivano l'esazione delle gabelle nella loro diocesi, in forza di quella bolla: e la Piazza di Nido a Napoli ricusò un dazio nuovo, perchè non approvato dal papa. E il papa vi dava rinfranco, e minacciava interdire la città; fu respinto dal confessionale e privato del viatico chi, ne' consigli vicereali, aveva opinato in contrario, e il famoso reggente Villani a stento ottenne l'assoluzione in articolo di morte.

Per tal operare i doveri di suddito trovavansi in conflitto con quelli di cristiano, nè vedeasi via di composizione. S'aggiungano a ciò le citazioni che faceansi alla Curia di Roma, e i visitatori apostolici che il papa mandava nel regno per esiger le decime, ed esaminare le alienazioni indebite di beni ecclesiastici, e se adempiti i legati pii; se no, trarli a vantaggio della fabbrica di san Pietro.

Privilegi ecclesiastici consentiti all'autorità secolare rendevano la Sicilia indipendente da Roma, ma la sottomettevano alla Spagna e all'Inquisizione, che quivi potea più che in altro paese d'Italia, elidendo la giurisdizione dei vescovi, oppugnando la resistenza dei vicerè, e alle prepotenze de' baroni opponendo la secreta efficacia de' foristi o famiglia del Sant'Uffizio. Avendo il duca di Terranuova mandato in galera un orefice ladro, di Spagna gli venne ordine di rilasciarlo perchè era forista del Sant'Uffizio, pagargli ducento scudi per indennità, e far pubblica penitenza. Essendo nel 1602 bandito un Mariano Alliata forista, il Sant'Uffizio intimò ai giudici lo ripristinassero; e non obbedito, li scomunicò; e perchè l'arcivescovo gli assolse dalla scomunica, il Sant'Uffizio scomunicò l'arcivescovo. Questi ricorre al vicerè marchese di Feria, il quale manda contro gli Inquisitori due compagnie d'alabardieri col connestabile e il manigoldo; e gli Inquisitori dalle finestre del convento scomunicano costoro e chiunque vi dà ajuto: i soldati sfondano la porta; ma trovando i frati assisi in giro e tranquilli, non osano far violenza; al fine il dissenso è accomodato ritirando l'interdetto e consegnando il delinquente agli Inquisitori[138].

I principi mal tolleravano queste restrizioni alla loro autorità, e che si avessero giudizj non solo, ma armi indipendenti dall'unità di governo che andavano introducendo. Di qui una concatenazione di litigi, che l'età nostra compassiona, ma che in fondo erano le quistioni costituzionali d'allora, dove la libertà compariva sotto le cappe pretesche, come ora in abito di avvocato e di senatore. Anticamente essa libertà non era conosciuta che in forma di privilegi, e questi erano tanti, così varj, così gelosamente protetti dalle corporazioni o dall'energia personale, che costituivano un insieme robusto e bastevole di pubbliche garanzie. La Chiesa era stata la prima ad acquistar e assicurare la sua libertà, e sovente offrì un asilo alle pubbliche o individuali, che mancavano di sicurezza. Quando la monarchia assoluta le assorbì tutte, molti popoli credettero che le immunità della Chiesa, più o meno rispettate, fossero un compenso più o meno sufficiente di quanto i principi aveano tolto, e zelarono le immunità ecclesiastiche.

Taglieggiata da principi, la politica romana parve si voltasse a favorire di preferenza i popoli, perchè ragionava de' loro diritti, e ponea qualcosa di sopra all'onnipotenza dello Stato e dei re. Chi seguì le nostre disquisizioni ha potuto vedere come ella avesse sempre prediletto i governi elettivi, il suffragio popolare, la preminenza dei migliori; sempre all'assolutezza regia opposte la legge di Dio, cioè la giustizia eterna. Sottentrati i secoli princicipeschi, il diritto nuovo vi surrogava i dominj ereditarj, la onnipotenza parlamentare, cioè la supremazia del numero e della forza; e scassinata l'autorità divina, si dovette cercare nuovi fondamenti alle obbligazioni dei privati e delle nazioni.

Fra i pensatori italiani che si staccarono dalla Chiesa già altrove mentovammo Alberico Gentile. Fondator della dottrina del diritto pubblico, separava questo dalla religione, volendo che le differenze di fede e di culto nulla ingerissero sulle relazioni di Stato e sulle ambascerie. Però ne' pubblicisti d'allora sentesi la riazione cattolica sebben sieno protestanti, non ostentando più le sguaiate immoralità di Guicciardini e Machiavello, l'indifferenza tra il bene ed il male, la venerazione per la riuscita qualunque ne siano i mezzi. Molti de' nostri corsero quei campi, senza lasciarvi orme insigni. Scipione Ammirato difende la Corte di Roma, e nega che da essa venga lo sbranamento d'Italia, il quale del resto egli preferisce a una «mal costante e peggio impiastrata unione», la qual non potrebbe ottenersi senza la ruina del paese. Paolo Paruta, adoratore della libertà della sua Venezia, ritrasse la guerra di questa coi Turchi, che è l'epopea della riscossa cattolica, della quale quanto egli stesso risentisse appare nel Soliloquio sopra la propria vita. Giovanni Botero piemontese, segretario di san Carlo e di Federico Borromeo, nella Ragione di Stato, una teorica intera della economia dello Stato fonda sul Vangelo, vale a dire sulla giustizia e l'umanità, in perfetta opposizione al Machiavello, che combatte sempre e non nomina mai[139]. Messo che lo Stato sia «dominio fermo sopra i popoli», giustifica troppo i mezzi di conservarlo; approva la strage del san Bartolomeo, mentre sgradisce la cacciata dei Mori di Spagna, e loda la Francia d'aver concesso libertà di culto ai Protestanti. Da orgoglio e potenza derivano i vizj del clero, che altra autorità non dovrebbe avere se non quella venutagli dalla moderazione e dal disinteresse. Nella Regia Sapientia ammanisce precetti alla condotta dei re, traendoli da passi scritturali, donde forse tolse esempio d'ispirazione Bossuet alla sua Politica tratta dalla santa scrittura.

Ma i liberali protestanti non giungevano che alla negazione, resistendo al despotismo in nome del diritto non del dovere, o zelando quel criticismo inesperto, che vede le piaghe, non la difficoltà del rimedio, e che distruggendo il rispetto, incita alla disobbedienza. Essi tacciavano i Cattolici di legittimare la resistenza agli arbitrj; di voler che anche la Chiesa partecipasse al potere, anzichè concentrarlo tutto ne' principi; di supporre qualcosa di superiore e anteriore ai patti sociali, là dove essi non deducevano le obbligazioni se non dalle leggi; d'insegnare con san Tommaso che l'obbedienza ai re è subordinata all'obbedienza dovuta alla giustizia.

I teologi nostri sostenevano che la papale sovrasta alla prerogativa politica, perchè di diritto divino[140]. Se rispondeasi dover essere divino anche il diritto dei principi, altrimenti qual ne sarebbe il fondamento? essi non esitavano a rispondere, il popolo, sancendo così la sovranità di questo, cioè il diritto che Dio conferì alle società di provedere al proprio governo qualora ne manchino; non però di violare diritti acquistati, nè di sostituire il capriccio della folla alle legittime istituzioni.

Personificazione di tali idee fu Roberto Bellarmino gesuita da Montepulciano (1542-1621). Secondo lui, la podestà civile deriva da Dio; prescindendo dalle forme particolari di monarchia, aristocrazia o democrazia, fondasi sulla natura umana, e non essendo insita ad alcun uomo in particolare, appartiene all'intera società. La società non può esercitarla da se medesima, onde è tenuta trasferirla in alcuno od alcuni, e dal consenso della moltitudine dipende il costituirsi un re o consoli o altri magistrati, come il diritto il cambiarli[141].

Fine diretto e immediato della Chiesa è l'ordine spirituale, del principe il temporale. Se il principe trascende a danno delle anime, la Chiesa dee richiamarlo, e lo può anche esautorare.

La supremazia papale è sottratta da qualsiasi giudizio; essendo il papa anima della società, di cui non è che corpo la potestà temporale[142]. Però negli affari civili non deve egli maneggiarsi, salvo ne' paesi suoi vassalli; anzi è lecito resistergli qualora turbi lo Stato, e impedire che sia obbedito. Deporre i re non può ad arbitrio, se pur non sieno suoi vassalli; ben può mutarne il regno ad altri, ove lo esiga la salute delle anime, e qualora egli pronunzii, una nazione deve cessare d'obbedirgli[143].

Questo sistema giuridico insieme e storico è quel che noi esponemmo dominare ne' tempi ove professavasi regnante Cristo. Alla monarchia pura antepone il Bellarmino quella temperata dall'aristocrazia; e se pur dice che il papa può l'ingiustizia render giustizia, convien ricordarsi che Hobbes attribuiva lo stesso diritto ai re[144].

La sua opera spiacque grandemente a Napoli e a Parigi; neppure gradì a Roma, e Sisto V la pose all'Indice, ma contro il voto della Congregazione, sicchè ben tosto ne fu depennata; e ad attestarne il merito basterebbe sapere che ben ventidue opere uscirono a confutarlo[145], anzi si eressero cattedre a posta per ciò.

Nel 1585 comparve un Avviso piacevole dato alla bella Italia da un giovane nobile francese. Secondo il De Thou è opera di Francesco Peratto, calvinista, che vi costipa quanto di peggio dissero contro del papa i classici nostri, poi altri, e sostiene ch'esso è l'anticristo, e che il ben d'Italia vorrebbe fosse sterminato. Vi rispose il Bellarmino coll'Appendix ad libros de summo pontifice, quæ continet responsionem ad librum quendam anonymum, e vi sostiene che la bellezza d'Italia «in ciò consiste, che non è contaminata da veruna macchia d'eresia nè di scisma».

Eppure com'egli sentisse la necessità di riguardi e transazioni il mostrano certe istruzioni che dirigeva ad un nipote vescovo, tra il resto dicendogli: «Viviamo in un tempo dov'è difficilissimo tutelare le libertà ecclesiastiche senza incorrere nell'indignazione dei poteri secolari. D'altro lato, se noi siamo timidi o negligenti, offendiamo Dio stesso e il glorioso suo vicario. Bisogna col nostro modo di operare mostrar ai principi e ai loro ministri che non cerchiamo occasioni di cozzare con essi, ma che il solo timor di Dio e l'amore del suo nome ci determinano a difendere le libertà della Chiesa. L'esserci avvolti in un combattimento legittimo non ci tolga d'apprezzare la benevolenza de' principi del secolo».

Il Bellarmino, già predicatore cercatissimo a ventidue anni, da san Francesco Borgia spedito all'Università di Lovanio per opporsi all'eresia serpeggiante, vi fu consacrato sacerdote; combattè Bajo che deviava in punto alla Grazia, e continuò a predicare e istruire finchè per titolo di salute si restituì a Roma. Nelle Dispute delle controversie della fede espone prima l'eresia, poi la dottrina della Chiesa e i sentimenti de' teologi, rinfiancandoli non con argomentazioni, ma con testi della Scrittura, dei Padri, de' Concilj e colla pratica; infine confuta gli avversi. Modello d'ordine, di precisione, di chiarezza, scevro dalle aridità e dal formalismo di scuola, se sbaglia talvolta sul conto degli scrittori ecclesiastici, non ancora passati al vaglio d'una critica severa, sa arditamente ripudiare scritti apocrifi; non inveisce contro gli avversarj, ma appoggiato all'autorità di teologi, li ribatte con chiara e precisa verità; e Mosheim, uno dei più accanniti campioni dell'eterodossia, pretende che «il candore e la buona fede di lui lo esposero a' rimbrotti de' teologi cattolici, perchè ebbe cura di raccogliere le prove e le objezioni degli avversarj, e per lo più esporle fedelmente in tutta la loro forza».

Uno de' tanti libelli usciti contro di lui narrava come, straziato dai rimorsi, fossesi condotto alla santa casa di Loreto a confessare sue colpe: ma uditene alcune, il penitenziere lo cacciò come irreparabilmente dannato, sicchè cadde per terra, e fra orribili scontorcimenti perì. Ciò stampavasi mentr'egli viveva in umiltà laboriosa; ammirato per disinteresse e umiltà, in tutt'Europa volava il suo nome e traducevasi il suo catechismo; un Tedesco venne apposta a Roma, con un notajo attese presso la casa dove il Bellarmino abitava finchè questi uscisse, fece rogar atto d'averlo veduto, e di ciò glorioso tornò in patria: il papa lo creava cardinale quia ei non habet parem Ecclesia Dei quoad doctrinam. E morendo santamente, professava non solo tener tutta la fede cattolica, ma nel punto controverso della Grazia pensare come i Gesuiti[146].

Anche l'altro gesuita Santarelli insegnava poter il papa infliggere al re pene temporali, e per giuste cagioni sciogliere i sudditi dalla fedeltà. Invano i suoi confratelli ritirarono tosto quell'opera; il parlamento di Parigi e la Sorbona, cui era stata denunziata, la condannarono ed arsero, obbligando i Gesuiti a far adesione a tale condanna, e dichiarare l'indipendenza dei principi[147].

Per queste opinioni i Gesuiti furono dichiarati nemici ai re, apostoli della democrazia, predicatori del tirannicidio, insomma precursori dell'odierno liberalismo; il quale poi alla sua volta dovea sentenziarli dispotici, oppressori del pensiero, alleati de' tiranni; e allora e adesso senza esame o senza lealtà. Nè dobbiamo tacere come Clemente VIII, in un'istruzione sull'Indice, raccomanda «si abolisca ciò che, dietro alle sentenze, ai costumi, agli esempj gentileschi, favorisce la polizia tirannica, e ne induce una ragion di Stato avversa alla cristiana legge». Ecco da qual lato stesse il sentimento più umano.

Eppure corre opinione che la Riforma partorisse la libertà, e che la Chiesa nostra la esecrasse. Il vero è che, divisa da quel punto l'Europa in cattolica e protestante, cessò la comune azione civilizzatrice, e bisognò congegnare un equilibrio, che d'allora divenne la legge politica. Ridotta impotente alle più elevate attribuzioni sociali, e ristretta ognor più alla vita individuale e al bisogno di conservarsi, la Chiesa alleossi coi re, declinando dalla propensione popolare che l'avea controdistinta nel medioevo; la tirannide uffiziale, che essa avea sempre riprovata, ma che allora veniva introdotta dai principi protestanti, si comunicò pure ai cattolici; e il clero, che non poteva impedirla, pensò tornasse opportuna a frenare i dissensi baldanzosi: mentre i principi, sentendosi minacciati dalla libertà del pensiero, fecero sinonimi eretico e ribelle, e insieme li perseguitarono. Di rimpatto i fautori della Riforma e d'una libertà sfrenata e persecutrice, vedendo la Chiesa cattolica porsi dal lato della resistenza e dei regni assoluti, contro le sorgenti franchigie politiche, la denunziavano come sostegno del despotismo, inducendo quella confusione di cose umane e divine, che il secol nostro si compiace di rinnovare a sterminio della vera libertà.

Mentre dunque dapprima il delitto confondeasi col peccato, il fôro secolare stava a servigio dell'ecclesiastico, alla Chiesa affluivano tributi, tasse, diritti, or tutto cambiava. I papi, spoveriti di mezzi[148], scaduti d'autorità, trovaronsi ben presto soccombenti davanti all'assolutismo organizzato e armato, dovettero rassegnarsi a molte concessioni per salvar l'essenziale, e lasciar che i principi acquistassero passo a passo le attribuzioni ecclesiastiche, che i Protestanti aveano carpite. La sanzione di tali acquisti viene espressa ne' Concordati, che sono il preciso opposto della formola assurda e micidiale, or proclamata da certuni, la separazione della Chiesa dallo Stato. La Chiesa cattolica possiede la verità tutta, la verità pura, e con essa i principj puri della giustizia e della prudenza, talchè anche nell'ordine temporale è la più opportuna alla felicità. Ma se il dominio suo è desiderabile, non sempre è possibile: mentre è necessario v'abbia una potenza spirituale, sicura, indipendente, che eserciti diritti proprj e costanti, conferitile dal divino suo fondatore. Essa riconosce a se sola l'autorità di definire, corregger gli abusi, modificare, riformare la disciplina esteriore, in quanto non si opponga ai dogmi e al gius divino. Perciò, secondando i tempi, più volte consentì privilegi, indulti, dispense, grazie, esenzioni. Finchè concernevano piuttosto il favore concesso che non il vantaggio generale della Chiesa, ebbero la forma ordinaria; ma dacchè trattossi di assicurar l'esercizio dei diritti della religione, e modificavano talune discipline per un'intera nazione, sicchè acquistavano effetto di legge obbligatoria, vestirono forma più solenne, e chiamaronsi Concordati.

Furono sempre promossi dai principi per materie su cui non si estendono le loro facoltà, prendendo l'aspetto di domanda, anzichè d'esigenza; e la santa sede li sanzionò per gravi motivi, quali il libero esercizio della religione cattolica o della giurisdizione episcopale; la libera comunicazione dei fedeli col papa; l'uso dei beni; l'osservanza della disciplina ecclesiastica; la nomina de' vescovi, attribuita ai capitoli o ai principi; la cognizione delle cause ecclesiastiche e l'appello alla santa sede; l'incolumità della fede e dei costumi de' Cattolici viventi fra eterodossi, o simili intenti.

Roma li considerò come liberalità de' pontefici e dovere de' principi: questi riconoscendo l'indipendenza dell'autorità ecclesiastica, quelli dando concessioni per quiete delle coscienze. Non sarebbero patti bilaterali, giacchè la Chiesa riservasi il diritto di interpretare, modificare, abrogare: pure seguono la natura degli altri contratti quanto alla durata e alla soluzione.

Ma oggi, che la Riforma s'è innestata sulla ragion di Stato, una politica, sterminatrice d'ogni personalità giuridica, cassa arbitrariamente gli accordi colla Chiesa, e la vuole segregata affatto dallo Stato, protetta coll'ignorarla, in effetto perseguitata, spoglia della proprietà, dell'associazione, dell'insegnamento, e ridotta alle serene contemplazioni e a giaculatorie. Questa eresia sociale nel linguaggio nuovo adombrasi col nome di Chiesa libera, e serve alle volubili opinioni delle maggioranze politiche: anzichè accettare qual è naturalmente il dualismo umano di anima e corpo, per cui la società, attraverso alle cose mortali, pellegrina verso le eterne.

DISCORSO XLV. ERETICI NEL VENETO. ACCADEMIA DI VICENZA. FRANCESCO NEGRI. GIROLAMO ZANCHI. ALTRI.

Fin dal 1248 Venezia avea stabilito si punissero quelli che un concilio di prelati sentenziasse d'empietà; e nella promission ducale di Marino Morosini nel 1249, per la prima volta si legge: Ad honorem Dei et sacrosanctæ matris Ecclesiæ et robur et defensionem fidei catholicæ, studiosi erimus, cum consilio nostrorum consiliariorum vel majoris partis, quod probi et discreti et catholici viri eligantur et constituantur super inquirendis in Veneciis. Et omnes qui illis dati erunt pro hæreticis per dominum patriarcam Gradensem, episcopum Castellanum, vel per alios episcopos provinciæ ducatus Veneciarum, comburi faciemus de consilio nostrorum consiliariorum vel majoris partis ipsorum. Il 4 agosto 1289, ad istanza di Nicola IV s'introdusse l'Inquisizione, composta di tre giudici, che erano il vescovo, un domenicano e il nunzio apostolico: però non poteano seder a tribunale senza commissione sottoscritta dal doge: solo dal doge poteano aver ajuto nel loro uffizio: si depositerebbe una somma presso un deputato del Comune, il quale ne farebbe le spese, e ne riceverebbe tutti gli emolumenti e benefizj: vi assisterebbero tre savj dell'eresia, incaricati dal doge per impedire gli abusi e tener informato il Governo delle prese deliberazioni. Procedere doveano unicamente contra l'eresia; non contra Turchi ed Ebrei i quali non sono eretici; non contra Greci, perchè la loro controversia col papa non era ancora stata decisa; non contra i bigami, perchè, il secondo matrimonio essendo nullo, aveano violato le leggi civili, non il sacramento; gli usuraj pure non intaccavano alcun dogma: i bestemmiatori mancavano di riverenza alla religione, non la negavano: nè tampoco fatucchieri e stregoni doveano esser competenza di quel tribunale, salvo che si provasse aveano abusato de' sacramenti. Le ammende ricadevano all'erario, e agli eredi i beni de' condannati.

Essendo denunziato un libro favorevole alle opinioni di Giovanni Huss, la Signoria lo fece ardere, e l'autore mandò attorno colla mitera in capo, indi sei mesi di prigione e nulla di peggio. Viepiù tollerante era verso gli Ebrei, come negoziatori. L'ingegnere Alberghetti nel 1490 ideò un congegno nuovo, e per applicarlo essendosi associato ad alcuni Ebrei, domandò al collegio se l'ordinanza 19 marzo 1414 relativa ai privilegi fosse applicabile anche agli Ebrei. Risposto fu che quella concessione riguardava chiunque inventasse alcuna nobile ed utile opera, non distinguendo veneti o forestieri, cristiani od ebrei, di qual fossero città o setta. Anche più tardi vietossi d'inveir dal pulpito contro gl'Israeliti, nè di obbligarli andar alla predica o portar segni umilianti.

Da una autobiografia di Giovanni Bembo veneziano, scritta nel 1536 e dall'erudito Teodoro Mommsen pubblicata nel 1861, raccogliamo che sua madre Angela Corner, con altre venete matrone, il nome delle quali scomparve in una laceratura del manuscritto, assistevano alla lettura e spiegazione del vangelo in lingua vulgare, fatta da Giovanni Maria da Bologna medico. Questo, denunziato da Francesco Giorgio frate Mendicante, fu posto in carcere, da cui venne liberato dopo molti anni da papa Giulio. Ciò dovette dunque accadere ne' primi anni del secolo, e avanti che di Germania tonassero i riformatori.

Al 26 agosto 1520 presentossi al senato il vicario del patriarca Contarini, esibendo la bolla pontifizia che condannava le opere e le proposizioni di Lutero, e minacciava di scomunica chi le tenesse e le professasse; e domandò di poter mandare i famigli nella libreria del tedesco Giordano, sita a San Maurizio per sequestrar di tali libri, venuti di Germania. Avutone licenza, li fece solennemente bruciare, ma già alcune copie n'erano uscite, e Marin Sanuto, autore di curiosi Diarj, dice averne avuta una, e tenerla nello studio. Il qual Sanuto racconta pure come «sul campo[149] san Stefano fo predicato per messer Andrea da Ferrara, qual ha gran concorso: era il campo pien, e lui stava sul pozuolo[150] della casa del Pontremolo, scrivan all'officio dei Dieci; el disse mal del papa e della Corte romana. Questo seguita la dottrina de frà Martin Lutero, ch'è in Alemagna homo doctissimo, qual seguita san Paolo, ed è contrario al papa molto, ed è sta per il papa scomunicato»[151].

Lamentossi il pontefice, per bocca del suo segretario Bembo, dell'impunità concessa a questo frate, e raccomandò che la Repubblica non permettesse di stampare un'opera di esso, di sentimento luterano: del che venne data sicurezza al legato; e il frate fu lasciato o fatto partire.

Quell'anno stesso Burcardo Scenck, gentiluomo tedesco, scriveva allo Spalatino, cappellano dell'elettore di Sassonia, che Lutero godeva stima a Venezia, e ne correano i libri, malgrado il divieto del patriarca; che il senato penò a permettere vi si pubblicasse la scomunica contro l'eresiarca, e solo dopo uscito di chiesa il popolo. Lutero stesso per lettere[152] felicitavasi che tanti di colà avessero accolto la parola di Dio, e tenea corrispondenza col dotto Giacomo Ziegler che caldamente vi s'adoperava; come di là giungevano esortazioni a Melantone perchè non tentennasse nella fede, nè tradisse l'aspettazione degli Italiani.

Al 21 marzo 1521 il consiglio dei Dieci deliberava intorno ad eretici di Valcamonica, accusati di stregheria, e rammemorando lo zelo sempre spiegato a favor della Chiesa cattolica, soggiungea doversi però in tal materia procedere con cautela e giustizia, e affidarne la procedura a persone di chiara intelligenza, di retto giudizio e superiori a ogni sospetto. Pertanto ne fossero, insieme col padre inquisitore, incaricati uno o due vescovi insigni per dottrina, bontà, integrità, e s'accordassero con due dottori laici nella confezione del processo. Finito questo senza tortura, i rei sarebbero sottoposti a nuovo interrogatorio dai due rettori di Brescia colla corte del podestà e quattro altri dottori, procedendo con ogni diligenza e circospezione prima di passar alla sentenza, e ponendo mente che la cupidigia di denaro non fosse causa di condannare o diffamare alcuno senza colpa[153]. Raccomandavano poi di mandare nella valle predicatori, de' quali que' semplici e ignoranti montesi aveano maggior bisogno che non d'inquisitori.

Monsignor Aleandro scrive al Sanga da Ratisbona il 31 marzo 1532 d'un frà Bartolomeo minorita veneziano, fuggito per sospetto di luterano, e diceva, per malevolenza particolare contro lui di monsignor Teatino. Anguillava costui, chiedendo un breve del papa che lo giustificasse in modo da poter vivere tranquillo in patria, ma al tempo stesso parlava da luterano, e asseriva d'aver buone offerte dagli eretici se si desse con loro. L'Aleandro usava seco or dolci modi or aspri, ma non venendone a capo, gli parea meglio lasciarlo andare fra tante migliaja di Luterani, che non rimetterlo in Venezia, dove «avendo parenti e, per la tristezza de' tempi, molti fautori etiam de summatibus», potrebbe disseminar tristi germi.

Più tardi troviamo costui a Norimberga in mezzo a Luterani, «che cantava di bello contro la Chiesa con parole donde nascea non piccol carico τῶν ἑνετῶν». Ove l'Aleandro soggiunge: «Da Venezia messer Roberto Magio mi stimola con lettere che io vadi colà, che è molto necessario, e grande espettazion di tutti. In una che ebbi jeri mi è scritto, che questi sono tempi da potersi far per me in quella città di buone opere[154]».

Baldassare Altieri d'Aquila, stabilito in Venezia, e agente di molti principi tedeschi, ebbe comodità di diffondervi libri e idee nuove; e tanto crebbero, che nel 1538 Melantone esortava il senato a permettere vi s'istituisse una chiesa: «Voi dovete conceder, particolarmente ai dotti, il diritto d'esternar le loro opinioni e insegnarle. La vostra patria è la sola che posseda un'aristocrazia vera, durata da secoli, e sempre avversa alla tirannia: assicurate dunque alle persone pie la libertà di pensare, e non si incontri costà il despotismo che pesa sugli altri paesi»[155].

La quaresima del 47 predicò in San Barnaba un giovane servita con maggior concorso che altri mai, e parendo avesse trasgredito i modi cattolici, fu detenuto, toltigli i libri e le scritture, dal cui esame apparve «luterano e persona di grande scandalo e degna di castigo»[156].

A Venezia da Enrico di Salz e Tommaso Molk di Königsgratz fu fatta stampare una Bibbia ussita, che or trovasi nella biblioteca di Dresda[157]. Vedemmo che il Bruccioli ivi pubblicò la sua Bibbia vulgare in senso luterano. Nelle case di Giovanni Filadelfo, il 1536 e 37, vi fu stampato il «Commento sull'epistola di san Paolo, compuesto per Juan Valdesio, pio y sincer theologo»; nel 46 da Paolo Gherardo il Beneficio di Cristo, e per Filippo Stagnino Le opinioni di sant'Agostino sulla Grazia e il libero arbitrio nel 1545 da Agostino Fregoso Sostegno. Ivi predicava l'Ochino; a Padova fece lunga dimora Pietro Martire Vermiglio, e tenne scuola lo Spiera di Castelfranco (Vol. II pag. 124): a Treviso si formò un'accolta di novatori; e in una a Venezia tennero conferenze circa quaranta persone, che spingeansi ben oltre i confini dei Protestanti. Di ciò prese ombra Melantone, e nel 1539 scriveva al senato pigliasse precauzioni contro gli Antitrinitarj, nè lui confondesse con essi; finchè n'è tempo ci proveda, perchè è fama che più di quaranta persone nella loro città e campagne ne siano infette, persone nobilissime e d'acuto ingegno[158].

Dicemmo di monsignor Della Casa, ito nunzio papale a Venezia nel 1544, e della parte sua nel processo del Vergerio. Dalle sue lettere appajono le guise che quel Governo teneva coll'autorità ecclesiastica. Al cardinale Farnese il 29 maggio 1546 scrive: «Avendo io fatto mettere prigione un Francesco Strozzi, eretico marcio, il quale si tiene che traducesse in vulgare il Pasquillo in estasi, libro di pessima condizione e pestifero, e sendosegli trovato adosso, quando fu preso, uno epitafio mordacissimo e crudelissimo fatto da lui contro la persona di nostro signore, ed avendo sua santità a Roma con l'oratore di questi signori fatta ogni istanza necessaria, ed io qui non mancato di tutte le diligenze possibili per potere mandare il detto Francesco a Roma, il quale è prete e stato frate dodici anni, non si è potuto avere, e finalmente il serenissimo mi ha dato tanto precisa negativa jeri mattina, che giudico non sia più da tentare questa pratica; fondandosi sopra la conservazione della giurisdizione, e mostrando quanto ciascuno Stato debba sforzarsi di mantenerla».

Il 29 giugno: «Sopra Francesco Strozzi la illus. Signoria mi ha promesso stamattina di darmelo in qualunque prigione io lo vorrò; e come io l'abbia in loco comodo, farò fare quanto richiede la giustizia in caso così atroce[159].

Il 25 agosto: «Qui son molti fautori de' Luterani che spesso spesso levano rumori assai. I quali non avendo modo di ribattere, quantunque questi signori siano prudentissimi, e non diano orecchio così facilmente a ogni cosa, crescono però e si dilatano per tutto».

Il 21 maggio seguente: «Io non ho ancora potuto aver risoluzione di quello ch'io debba fare del frate eretico, del quale io parlai mercoredì passato in Collegio (in senato) bene efficacemente, mostrando a quei signori che i rimedj ordinarj non bastavano a reprimere la malizia di questa setta, come l'esperienza dimostra tuttavia. E perchè lor sublimità furono di varj pareri, non ebbi risoluzione ferma: ed io ho molto riguardo di non pronunziar cosa che non sia poi eseguita da loro, che sarebbe poco onor di questo officio, e darebbe animo alli eretici. Averò la resoluzione lunedì, e sono assai certo che i signori deputati hanno novamente avuto ancora maggior autorità, e sono stati esortati alla severità e al rigore. Per il che io spero bene».

Raccogliamo da altro luogo che quel frate fu degradato in San Marco, in abito secolare condotto nel Forte, condannato in vita; e i suoi libri e la scritture bruciati[160].

L'11 giugno 1547 lo stesso Della Casa scriveva: «Io credo che quello che sua santità ha detto al signor ambasciadore abbia fatto bonissimo frutto nella causa delle eresie, perchè due di quei signori deputati mi hanno ringraziato molto delle buone relazioni che dicono saper che io ho fatte a Roma delle persone loro, mostrando di averne infinito piacere: e la causa in se va molto bene, e spero che, con qualche destrezza necessaria, in effetto in tutta questa negoziazione di qua si sarà, con l'ajuto del santo Dio, fatto assai opportuno rimedio a questa fastidiosa e pericolosa malattia».

E il 3 agosto 1549: «Sopra due eretici di Padova, per aver un poco di querela fondata contra di loro, si è commesso al vicario che faccia un poco di esamine secreto, e si vedrà di farli venir qua».

Infine il 9 novembre all'eletto di Pola a Roma: «Facendo io jermattina instanza in Collegio per aver il braccio secolare per il Grisonio nelle eresie di Conegliano, il principe m'interruppe dicendo, che aveano fatto un'esecuzione molto laudabile contra quei di Digiano ecc. e che si avvertisse che i preti che si poneano in luogo dei contumaci fossero buoni, e sedessero là per sanar e correggere quanto aveano infettato questi ecc.»

Nel 1546 Baldassare Archiew inglese domandava al senato licenza di rimaner in Venezia come residente per la sua nazione, e presentar lettere di cui lo aveano incaricato i principi di Germania. Sul consentirglielo si disputò per molti giorni. Michele Barozzi sostenea che in paese cattolico non poteasi tollerare un residente eretico, per cui favore l'eresia troverebbe modo d'insinuarsi: ma il Pesaro riflettea trattarsi di Stato, non di fede: i Protestanti erano grandi principi, occupavano mezza Europa, si opponevano all'imperatore, di che tornava vantaggio a Venezia: se poi si volesse aver riguardo alla fede, ben altri rigori occorrerebbero per reprimere la simonia. Il Barozzi replicava che la domanda dell'Archiew riguardava appunto la fede, poichè tendeva a procacciarsi stabile e riconosciuto dominio in Venezia, e perciò arbitrio di parlar liberamente, spacciare suoi libri, e scandolezzare i Cattolici coi liberi modi di protestante. Il Trevisan insisteva, i Protestanti non mandare certo a trattar di fede, bensì di Stato: i principi tedeschi non cercare che la conservazione della propria libertà e degli interessi religiosi: solo per questi, dopo ventinove anni che professavano la nuova fede, essersi ora uniti in lega spedendo nunzj alle diverse potenze, fra cui anche a Venezia, dirigendole per mezzo dell'Archiew una lettera alla quale sarebbe scortesia il non rispondere: come sarebbe improvido il non tenersi amica una Lega tanto potente. In fatto la lettera fu ricevuta, e datavi risposta evasiva; e l'Archiew rimase come residente d'Inghilterra. Del che lagnandosi il papa, gli fu risposto esser ciò necessario per le continue comunicazioni con quel regno; del resto sua santità non poter dubitare della devozione della Repubblica.

Nessun però creda che i Veneziani s'allentassero nel perseguitare l'eresia; sì perchè ve li portava l'indole dei tempi, sì perchè essa turbava la quiete pubblica, primario intento di quel Governo. Fin dal 22 aprile 1547 erasi data questa commissione agli assistenti del Sant'Uffizio.

«Nos Franciscus Donato dux Venetiarum, ecc. Conoscendo, niuna cosa esser più degna del Principe Cristiano, che l'essere studioso della Religione e difensore della Fede Cattolica, il che etiam n'è commesso per la promissione nostra ducale, e stato sempre istituito dalli Maggiori nostri; però ad onore della Santa Madre Chiesa avemo eletti in questi tempi col nostro minor Consiglio voi, dilettissimi nobili nostri, Nicolò Tiepolo, dottor Francesco Contarini e Marco Antonio Venier dottore, come quelli che sete probi, discreti e cattolici uomini, e diligenti in tutte le azioni vostre, e massimamente dove conoscete trattarsi dell'onore del Signore Iddio. E vi commettemo, che dobbiate diligentemente inquirere contro gli eretici, che si trovassero in questa nostra città, e etiam ad mettere querele contro alcuno di loro, che fossero date; e essere insieme col reverendissimo Legato e Ministri suoi, col reverendo Patriarca nostro e Ministri suoi, col venerabile Inquisitore dell'eretica pravità, sollecitando cadauno di loro in ogni tempo e in ogni caso che occorrerà, alla formazione de' processi: alla quale etiam sarete assistenti, etiam procurando, che siano fatte le sentenze debite contro quelli, che saranno conosciuti rei. E di tempo in tempo ne avvisarete tutto quello che occorrerà, perchè non vi mancheremo d'ogni ajuto e favore, secondo la formola della promozione nostra ecc.».

Il 21 ottobre 1548 fu presa questa parte, cioè determinazione nel Consiglio dei Dieci:

«In esecution della Promission del serenissimo principe nostro e del capitular di conseglieri, furono da Sua Serenità con il consenso loro deputati tre delli primarj nobili nostri ad inquirir e accettar denunzie contra eretici in questa città e ducato solamente. I quali essendosi ridutti insieme con l'auditor del reverendissimo legato e con l'inquisitor tre fiate alla settimana dal mese di aprile 1547 in qua, hanno fatto quel buon frutto che a cadauno è noto. Imperochè sono cessate le conventicule che prima si facevano in diversi luoghi publici e privati di questa città, e molti immersi in tale diabolica pravità si sono abjurati publicamente; la qual bona opera quando si facesse nelle altre città del Stato nostro, nelle quali vi regna questa detestanda setta, si come da diversi Rettori nostri per molti casi d'importanzia siamo stati ricercati a fare, e anco dal reverendissimo legato apostolico, non ha alcuno che non conosca quanto si faria cosa grata all'onnipotente Dio e Signor nostro Jesù Cristo, però,

«L'anderà parte, che la deliberazion di questo Consiglio del 21 marzo 1521 in materia de strigoni e heretici, sia, quanto spetta ad eretici della fede catolica e di sacramenti della santa Chiesa, riformata, e da novo sia dechiarito che si abbi ad osservar quanto si osserva in questa nostra città, cioè:

«Che li rettori delle infrascritte città, debbano primamente far elezione de dui dottori, over persone intelligenti, catoliche e di bona vita, e poi ridursi in qualche loco commodo con il reverendo vescovo over suffraganeo o vicario suo, e con il venerando inquisitor, e tutti insieme inquirir et accettar denunzie contra cadaun eretico sottoposto alla città, alle castelle e a tutta la diocese sua; assistendo continuamente li rettori e li dui per loro ut sopra eletti al accettar delle querele e alla formazione di processi e non altramente, prestando il consiglio e favor suo fino alla compita formazione di essi: e che per i ditti reverendi ecclesiastici siano fatte le sentenzie contra quelli che sarano conosciuti rei secondo il tenor di sacri Canoni. Al far delle qual sentenzie debba sempre intervenir il Consegio e li dui per loro eletti, si come è ditto di sopra e non altramente, e similmente assister e prestar il loro consegio in ogni cosa pertinente a questa materia. Fatte veramente le sentenzie, debbano li rettori darli la debita esecuzione. E se per qualche justo impedimento non potessero assister ambidue li rettori alle cose sopra ditte, vi debba almeno intervenir uno di loro, insieme con li dui qualificati ut sopra. E ove si attrova uno solo rettor, quello debba assister personalmente, avendo sempre appresso di sè li altri dui a questo deputati da lui. E questo ordine sia posto de cætero nelle commissioni di essi rettori, acciò ch'el sia del tutto osservato.

«Li processi veramente che sin ora fussero sta fatti in questa materia senza la presenzia di rettori nostri, s'intendino nulli, ma ben si possano da novo formar nel modo sopra ditto.

«Sia etiam commesso alli predetti rettori, che, subito receputo il presente ordine nostro, debbano far pubblicamente proclamar nella città a loro commessa e in tutte le castelle sottoposte alla sua jurisdizione, che se alcuno averà libri proibiti dalla santa Chiesa Catolica, possino e debbino presentarli ad essi rettori fra quel termine che li parerà statuirli, senza incorrer in pena alcuna, ma ben i libri siano brusati publicamente. Passato veramente il termine, si procederà contra li inobedienti come parerà alli rettori esser conveniente.

«E da mo sia preso che alli stessi rettori nostri[161] insieme con la deliberazion soprascrita, sia scrito a parte secretamente quanto si contiene ut infra:

«Istruzione secreta.

«Averete veduto quanto vi avemo commesso con il Consegio nostro di Dieci e zonta, in materia di proceder contro eretici con l'assistenzia e consiglio nostro, e di quelle due persone qualificate da esser per voi elette, la quale deliberazion volemo che eseguiate. Ben vi dicemo con l'istesso Consegio e zonta che quando si trattasse de qualche persona dalla quale vi paresse poter provenir qualche scandalo per alcuno rispetto, debbiate, avanti che si devenga a retenzione o sentenzia, dar avviso alli Capi di esso Consegio con dichiarir particolarmente la qualità della persona, li parenti ed aderenti, e facoltà soa, e ogni altra cosa e rispetto che ve paresse degno de considerazione, e il simile servarete avanti l'esecuzion delle sentenzie contra ogni altra persona quando abbia intervenir pena de vita o membro, overo di confiscazion di beni, perchè poi vi si darà commissione di quanto ne parerà convenirse.

«Questo ordine nostro essendo importantissimo, volemo che teniate secretissimo apresso di voi soli, sì che nè alcun ministro vostro nè alcun altro, sia chi esser se vogli, lo possa saper, e consignarete le presenti alli vostri successori in propria mano con la istessa secretezza, i quali facino il medesimo a quelli che si succederanno di tempo in tempo».

Lo stesso Consiglio dei Dieci colla sua Giunta, a' varj rettori delle provincie scriveva:

«Averete veduto il modo col quale s'abbia proceder contro li eretici luterani, dell'esecuzion del quale credemo ve sarà cura diligente. Ben vi dicemo col detto Consegio e zonta, per conveniente rispetto, che quando ve paresse la cosa redutta in termine ch'el se dovesse venir a sentenzia contra alcuno de vita over de membro o de confiscazion de beni, vediate de intervenir, sì che abbia star suspeso il proceder più oltre, e debiate scriver alli Capi di esso Consiglio, mandando il processo formato sotto sigillo e espettando ordine nostro».

Al 29 novembre 1548 il doge Francesco Donato scriveva al rettore di Bergamo:

«Avemo inteso con grandissimo dispiacere nostro, che in questa città si ritrovano alcuni eretici, i quali non solo non vivono cattolicamente, ma pubblicano, disputano e cercano di persuadere agli altri le opinioni luterane, cosa che non volemo comportare per modo alcuno». Ed essendosi il papa doluto che il capitano e podestà di Vicenza lasciassero predicare liberamente l'errore, la Signoria, conforme ai detti ordini severi, cominciò supplizj. Guido Zanetti fu consegnato all'Inquisizione romana; Giulio Ghirlanda trevisano e Francesco di Rovigo condotti a Venezia e di subito strozzati; così Antonio Ricetto vicentino, Francesco Spinola prete milanese e frà Baldo Lupetino: Francesco di Ruego fu affogato nel 1546. Alquanti approfittarono del terribile avviso per fuggire, tra cui Alessandro Trissino con altri riparò a Chiavenna, donde a Leonardo Tiene suo concittadino scrisse, eccitandolo ad abbracciare una volta la Riforma, con tutta la città.

L'Altieri suddetto, il 24 marzo 1549, scriveva al Bullinger da Venezia: «Qui la persecuzione si fa ogni dì più insolente: molti son presi, e condannati alle galere o a carcere perpetuo, alcuni s'inducono a ritrattarsi per timor della pena, talmente ancora è debole Cristo: molti son proscritti colle donne e i figli, altri provedonsi colla fuga. Tra questi il pio e dotto vescovo Vergerio, il quale se viene a voi, accoglietelo bene e favoritelo cortesemente. Io pure sarò ridotto alla condizione stessa, giacchè Dio vuol con queste tentazioni provar la fede de' suoi».

Esso Altieri procurò che i Tedeschi e Svizzeri facessero ritirare il decreto del senato: ne scrisse al duca di Sassonia; andò in Isvizzera: protestava i Veneti esser tutti favorevoli ai Francesi e perciò nemici dell'imperatore, e in conseguenza dovere i principi di Germania tenerli in conto, come opportuni ai loro divisamenti: ma non potè ottenere se non lettere commendatizie, e reduce ebbe intimazione di professar il culto romano, o andarsene. Così in fatto fece, passando per Ferrara a Firenze, poi tornando nel Bresciano, donde scriveva ad esso Bullinger, il novembre 1549, trovarsi in gran molestie e pericoli della vita, nè scorger luogo in Italia ove stare sicuro colla moglie e il figlio: «nè avran posa gli empj finchè non mi assorbano vivo».

Più violento il Vergerio scriveva: «Se sarebbe crudeltà, barbarie ed asineria a voler impedire che fosse restituita la purità e bellezza della lingua volgare, perchè non è da dire che sia infinitamente maggior barbarie, crudeltà, asineria l'aver mandato un Archinto milanese legato in Venezia, il quale non pensa ad altro tutto il dì che di far strascinare in prigione e cacciar in bando gli uomini da bene, solamente perchè si dimostrano bramosi di veder restituita alle Chiese quella purità e bellezza dell'evangelo, che Gesù Cristo venne ad insegnarci, e la quale era stata sconcissimamente contaminata e vituperata?[162]»

E al Dolfin vescovo di Lésina: «La ingiustizia e crudeltà è grandemente cresciuta d'un tempo in qua appresso de' vostri, perciocchè a' tempi nostri i papi fan annegare i nostri fedeli di notte segretamente, senza che possano prima esser le loro difese ascoltate, almen in luogo pubblico, come s'è fatto novamente di que' due santi martiri di Cristo frà Baldo Lupetino d'Albona, di cui fu nipote e discepolo M. Mattia Flacio Illirico, ben conosciuto dal mondo, e M. Bartolomeo Fonzio, tra gli altri dico che di notte furon fatti annegare, nè vogliono i medesimi papi che i rei in questa causa possano essere ascoltati, se non appena da qualche diabolico inquisitor in un cantone Sed tu Domine usquequo?».

Sotto il 24 aprile 1551 racconta: «C'è di nuovo in Italia che i signori Veneziani avean fatto un decreto che niun legato papale nè vescovo nè inquisitore potesse procedere contro alcun suddito, senza la presenzia ed intervento di alcun magistrato laico; ed ora il papa freme, ed ha fulminato una sua bolla, che sotto gravissime pene niun principe secolare possa impacciarsi nè molto nè poco nelle materie degli accusati per conto di religione, e staremo a vedere se i Veneziani vorran obbedire. Buona cosa sarebbe se per questa via entrasse discordia tra loro e l'anticristo»[163].

Poi al Bullinger da Tubinga il 6 settembre 1554: «Ho qui con me Gerolamo Donzelino medico, cacciato or ora da Venezia pel Vangelo; uom prudente, che sa molto di ciò che si fa in Italia; e m'afferma che la peste servetana più che mai serpeggia, e ch'egli fu tentato dal Gribaldo per accedere a quella opinione. Certo è che da alcuni di Basilea si fe, con alquanti italiani, una cospirazione che, se non venga compressa, ci partorirà qualche gran male». E negli ultimi suoi giorni (1562) scriveva informando Venetos impios sœvire, quod antea non fecerunt; nec dubium est quin cum papa sint confœderati contra, ut ajunt, Lutheranos. Florentiæ ibidem; imo una vice propter religionem XVIII captos et in carcerem conjectos fuisse. Theologum, qui diversam de Trinitate sententiam pro concionibus defendere voluerit, Genevæ esse decolatum; quod factum non omnes approbant.

Aveasi dunque a Venezia libertà di costumi, non libertà d'opinioni, che spesso con quella è confusa[164]. Vero è che i Tre Savj dell'eresia, istituiti nel 1551, erano uno spediente per vigilar l'azione del Sant'Uffizio. Gli Esecutori sopra la bestemmia doveano approvare le stampe, vigilare sopra gli eretici, i bestemmiatori, i violatori di cose sacre, coloro che celebrassero messa non ordinati.

Ed è pur vero che i papi querelavano la Signoria di troppa mitezza; e segnatamente Giulio III nel 1550 ne mosse vive rimostranze all'oratore Matteo Dandolo[165], anche perchè i laici fossero chiamati a giudicare cogli ecclesiastici in materia di fede; contro la qual pratica esso pontefice pubblicò una bolla.

Fu forse per le instanze del papa che, il 3 novembre 1550, fu emanata questa provigione:

«Franciscus Donato Dei gratia dux Venetiarum etc. Nobilibus et sapientibus viris Francisco Venerio, de suo mandato potestati, et Hieronymo Grimani capitanio Veronæ, et successoribus suis, fidelibus dilectis salutem et dilectionis affectum. Avendo noi esistimato cosa equa e conveniente, che contra li imputati d'eresia da per tutto nella giurisdizione del Dominio nostro si abbi a procedere ad un modo istesso, avemo deliberato nel consilio nostro di Dieci e Zonta, che, nelli casi occorrenti e che occorreranno di essa eresia, si debba osservar la medesima forma di procedere che è statuito si servi in le città nostre di Bressa e di Bergamo, come in le lettere scritte alli rettori di quelle per il ditto Consilio di X con la zonta, sotto li 29 di novembre 1548 si contiene in tutto e pertutto, cioè: che ritrovatevi con quel reverendo Vicario, over con quel reverendo Episcopo se si troverà presente de lì, e l'inquisitore, debbiate insieme con loro e doi dottori delli primarj di quella città, che a voi pareranno prediti di bontà e dottrina, non ostante alcuno altro ordine, formar diligente processo in questa materia: nel qual vi troverete presenti in tutto quello che si opererà; ovvero, se qualche fiata per alcun necessario impedimento non poteste voi intervenire, farete che vi si ritrovi il Vicario di voi Podestà, appresso alli sopradetti, e usarete ogni diligenzia acciò che il processo sia formato di quel modo che si conviene, e noi possiamo intendere con bon fondamento come passano le cose nella prefata importantissima materia, e finito che sarà, lo mandarete alli Capi del Consilio preditto immediate, il quale poi che averemo veduto, vi daremo avviso di quello ch'occorrerà. Pertanto con l'autorità del preditto nostro Consilio di Dieci e Gionta vi commettemmo che debbiate così osservar e far osservare, facendo registrar queste lettere in quella cancellaria vostra per memoria de quelli che di tempo in tempo vi succederanno a effetto di tal osservanzia»[166].

Pio IV nel 1564 si doleva coll'oratore Marco Soranzo perchè la Signoria non operasse abbastanza severa ne' casi d'eresia, che si verificavano a Venezia, Verona, Vicenza. «Bisogna che si mostrino più severi, e che facciano migliori rimedj che non han fatto finora. Lo Stato loro da più bande è vicino ad eretici; è necessario che facciano buona guardia che questa peste non vi entri, e che, quando alcuno vien scoperto d'eresia, lo puniscano acerbamente. Il che non hanno fatto fin adesso in quel modo facea bisogno, e noi sapemo che anco in Padova hanno tollerato delli scolari tedeschi apertamente eretici, li quali hanno infettato degli altri»[167].

In conformità, il Consiglio dei Dieci emanò un'ordinanza, ove professava non potersi fare a Gesù Cristo e a tutti i fedeli cosa più grata, che il cercar tutti i mezzi d'allontanare que' mali uomini, i quali in materia di religione seguono opinioni particolari: pertanto ingiungevano ai rettori di sbandirli da tutte le terre della repubblica fra quindici giorni dalla pubblicazione del decreto, con minaccia che, se tornassero, verrebbero chiusi in prigione sicura, appartata da quella pe' delitti ordinarj, e sottoposti a grave multa.

Ciò non tolse che l'anno medesimo scrivessero a' Grigioni di venir pure a negoziare in Venezia senza paura dell'Inquisizione, sicuri sulle promesse già date anche per tutto lo Stato, purchè vivessero modesti e non recassero scandali.

Sollecitato da Pio V perchè la Signoria applicasse rigorosamente l'Inquisizione, l'ambasciatore veneto Paolo Tiepolo scrive avergli risposto si farebbe, ma guardando «troverebbe che in quel dominio si vive più religiosamente e cattolicamente che forse in qualsivoglia altra parte; e non sapeva dove più si frequentassero le chiese e i divini uffizj che in quella città. Di che rimase alquanto sopra di sè, forse per l'informazione avuta del contrario».

E altra volta: «Venne a trovarmi l'inquisitore di Brescia, e mi disse che il papa l'aveva lungamente esaminato sopra le cose di quella città, e che egli, che conosceva che con sua santità non era bisogno di sperone ma di freno, avea fatto ogni sorta di buon officio, scusando e raddolcendo quelle cose che erano venute alle orecchie della sua santità, affermando che da quei clarissimi rettori gli erano prontamente prestati tutti quegli ajuti e favori che sapea desiderare. Mi soggiunse aver detto a sua santità d'aver sentito che non era ben disposto verso quel serenissimo dominio: ma come devoto della sua santità volea dirle che non sapea Stato che facesse più di quello per la santa sede; che, sebbene in una moltitudine grande si trovasse qualcuno che non avesse mente del tutto retta, non bisognava fare mal concetto di tutta una repubblica così degna e così buona come quella».

Altrove narra come rassicurasse il santo padre che la Signoria vigilava occulatissima sugli eretici, non solo per zelo religioso, ma per la concordia e unione de' cittadini, la quale ne rimarrebbe turbata; e che «le cose erano in buono stato, e forse migliori che in altra parte della cristianità, non ostante che quel dominio avesse per più di trecento miglia continui confini colla Germania, e per questo rispetto convenisse aver molto commercio con Tedeschi». Aggiungeva «che noi usiamo più effetti che dimostrazioni, non fuochi e fiamme, ma far morire segretamente chi merita... Quelle dimostrazioni palesi, più grandi, severe e terribili, portavano maggior danno che utile, e poteano piuttosto confermar quei che seguirono i loro umori che spaventarli: in Francia e ne' paesi di Fiandra si eran fatte ammazzare le decine di migliaja di persone, non solo senza frutto, ma con vedere ogni giorno moltiplicar la gente nell'opinione dei morti; che il Consiglio dei Dieci aveva ultimamente fatto legge, che, chiunque fosse bandito da qualsiasi città per conto di religione, s'intendesse bandito da tutto il dominio, cosa che forse non si avrebbe potuto fare per gli ordinarj termini di giustizia».

Quella terribile frase del Tiepolo «far morire segretamente chi merita» speriamo fosse una di quelle diplomatiche, ove la seconda parte distrugge l'effetto della prima, e che si usano da chi cede nelle forme per conservare il fondo. Chè, se vi furono supplizj segreti, dovettero essere eccezionali, non mai per sistema. Ed anche nel 1588 querelandosi Sisto V de' portamenti della Repubblica, il cardinale Farnese replicò sorridendo: «Padre santo, que' signori governano lo Stato colle regole di Stato non con quelle del Sant'Uffizio; e se devesi aver occhio sincero alla religione, bisogna averlo anche ad altro»[168].

Nelle carte Medicee cogliemmo una lettera del cavaliere Nobili ambasciadore di Toscana, il quale da Madrid scrive, l'8 giugno 1568[169]:

«Io ho ritratto dall'ambasciadore di Venezia, com'egli è qua un Italiano, il quale è stato molti mesi in terra di Svizzeri e Grigioni là al confine di Milano, ed è venuto in notizia di molti vassalli del re, che tengono intelligenza con Luterani di que' paesi; ed è venuto alla Corte per manifestar a sua maestà questi tali infetti d'eretica opinione. E costui medesimo ha parlato con l'ambasciatore di Venezia, dicendogli che nel trattare questo negozio ha trovato molti delle terre de' Veneziani, uomini di qualità, di questa mala intenzione: e che se la Signoria vorrà remunerarlo, andrà là, e darà conto di tutte queste cose con molta giustificazione e verità. Onde l'ambasciadore s'è mosso a scrivere alla Repubblica, esortandola a volerne veder il vero, e castigar severamente chi tenesse queste pratiche nello Stato loro, e massime in Bergamo e Brescia, terre dove costui accenna esser seminata questa infezione».

Poi il 30 luglio: «Sopra quello che per lettera delli 11 aprile passato scrissero il duca mio signore e vostra eccellenza a sua maestà Cattolica del pericolo che sovrastava all'Italia da' Franzesi e dalli eretici quando si fossero volti a tentar questa provincia, sua santità ancora n'ha scritto in conformità, e particolarmente s'ingegna di mostrare in qual sospetto si doveano tenere il duca di Savoja e i Veneziani; l'uno per l'infezione ch'è nello Stato suo di questa peste dell'eresia e per la vicinità con Francia, e questi per tener poco conto come ciascun viva o cattolicamente o altrimenti; e con l'ajuto o pur con la sola permissione di questi duoi pare che possino derivare tutte le turbazioni che altri disegni per Italia: e contro quel duca e quella Repubblica s'è disteso, caricandoli molto appresso sua maestà, come quelli dei quali è molto dubbiosa la volontà in servizio della fede cattolica e di sua maestà».

Jacopo Brocardo veneziano (secondo altri, piemontese) seguì Calvino, e pretese confermare colla santa scrittura le visioni che dicea d'avere: nel 1565 ritiratosi nel Friuli, scrisse di fisica, ma scoperto fu arrestato dai Dieci: rilasciato, andò vagando a Eidelberga, in Inghilterra, in Francia, in Olanda, ove pubblicò libri sostenendo che i profeti aveano vaticinato gli avvenimenti particolari del secolo XVI: e gli applicava ai fatti venturi, a quanto accadrebbe a Filippo, a Elisabetta, al principe d'Orange. Il sinodo di Middelburg disapprovò questa guisa d'interpretar la Bibbia. Segur Pardalliano bretone credette che il personaggio, designato in queste profezie come destinato ad abbatter l'idra papale, fosse Enrico IV, e indusse questo a spedirlo ai principi protestanti per tal oggetto; ma divenne ridicolo quando palesò donde traeva tali persuasioni.

Un commento del Brocardo sulla Genesi fu condannato dal sinodo nazionale della Rocella nel 1581. Ritrattò poi i suoi libri mistici e profetici, pure fu sbandito dall'Olanda, e campò miseramente fin dopo il 1594.

Il modo di procedere in fatto d'eresie a Venezia appare da questa istruzione:

«Modus qui servatur in tribunali nostro in procedendo contra hæreticos.

«Et primo, porrecta querela, sive denuntia contra aliquem per judices ecclesiasticos, videlicet reverendum dominum Auditorem reverendissimi d. Legati apostolici et per patrem inquisitorem hæreticæ pravitatis, cum assistentia clarissimorum dominorum deputatorum contra hæreticos, ex offitio super ea testes assumuntur et examinatur; et si faciunt inditia aut probationes, ita quod deveniri possit ad capturam denunciati, tunc Judices ecclesiastici, accedente consilio prædictorum clarissimorum dominorum deputatorum, dictam capturam decernunt; sin autem, eundem ad comparendum personaliter citari mandant, qui si non comparuerit, proclamatur in scalis publicis, et contra ipsum proceditur, ejus contumacia non obstante. Si vero comparuerit, judices ecclesiastici cum assistentia prædictorum clarissimorum d. deputat. ejus rei recipiunt aut constitutum, et eo recepto, decernunt (accedente consilio ut supra) quod incarceretur aut consignetur in aliquo loco quem ei deputant pro carcere, cum fidejussione de se præsentando et de non recedendo, et successive ad ulteriora proceditur, examinando testes et contestes, et constituendo inquisitum qui confitetur se errasse, et qui se remittit sanctæ matris Ecclesiæ correctioni. Tunc formata abjuratione illa, reus, ore proprio, si scit legere, sin autem notarius reo præsente et omnia in eadem abjuratione confitente, recitat die statuto per judices. Deinde ipsi judices ecclesiastici, habito colloquio de pœna sive pœnitentia, ad quam reus veniat condemnandus, cum prædictis clarissimis dominis deputatis, et citato reo ad audiendiam sententiam, illam in scriptis, accedente consilio ut supra, proferunt et promulgant, et in ipsius sententiæ fine serenissimi principis pro executione ipsius sententiæ brachium humiliter implorant. Si vero reus negaverit delicta, de quibus in inquisitione, perpetrasse, tunc in arctiori carcere detrudi mandatur, ut eo mediante, delicta per se perpetrata confiteatur. Si vero illa confiteri negaverit, tunc et eo casu utatur deductis in processu et attestationibus testium, dummodo videantur esse conformes et sine aliqua inimicitiæ suspicione, ac tales quod in juditio fides eisdem adhiberi possit: et sic ad sententiam condemnatoriam, prout juris fuerit ut supra proceditur. Si vero testes examinati non plene probaverint, ita quod tantummodo inditia fecerint, aut semiplene probaverint, tunc et eo casu proceditur ad torturam, licet hactenus in tribunali nostro hujusmodi non evenerit casus, et ita hactenus fuit servatum et processum, cum assistentia prædictorum clarissimorum domin. deputatorum et eorum accedente consilio decretum et sententiatum».

L'archivio del Sant'Uffizio di Venezia, or riunito agli altri nel convento de' Frari, consta di cencinquanta cartelle. Eccetto un processo del 1541, la serie regolare non comincia che al 1548. Secondo il Romanin, fra quest'anno e il 1550 si fecero sessantatre processi sia nella dominante o nelle provincie; diciannove di essi vennero sospesi: gli altri riuscirono a condanne di multa o bando; alcuni di carcere temporario, uno di galera, uno di morte. Gl'imputati sono preti o artigiani: pochi civili, nessun nobile. Solo alla Marciana[170] esiste la sentenza contro Francesco Barozzi per stregheria, seduzione, apostasia ostinata: egli acconciossi a confessar tutto, purchè gli si lasciasse salva la vita e non confiscati i beni: restò alcun tempo in carcere, pagò cento ducati di cui fare due crocifissi d'argento, e s'obbligò a certe preghiere e a confessarsi regolarmente.

Nè scarseggiarono nel Veneto i processi di streghe; e ne' Diarj di Marin Sanudo ne occorrono varj, coi soliti abusi delle procedure d'allora, e con evidenti prove di superstizione, di delirio, di allucinazioni. Dagli Annali di Brescia, manuscritti alla Quiriniana, raccogliesi che nel 1455 frate Antonio inquisitore invocava il Governo contro eretici nella pieve di Edolo, che ricusavano i sacramenti, immolavano fanciulli, adoravano il diavolo. Nel 1510 a Edolo e Pisogne essersi bruciati da sessanta streghe e stregoni, che confessarono aver ammaliato uomini, donne, animali, seccato prati ed erbe: e menati al fuoco, non si mostravano sbigottiti, nella certezza che il demonio avrebbe fatto miracolo per salvarli. Nel 1518 essersi bruciate da settanta streghe in Valcamonica, togliendone i beni: e di quell'anno stesso una lettera da Orzinovi denunzia come infetti di stregoneria molti preti, che non battezzavano, e che dicevano la messa come Dio vuole.

Il dottor Alessandro Pompejo, in lettera da Brescia del 28 luglio 1518, racconta come sul monte Tonale si raccogliessero fin duemilacinquecento persone alla tregenda: e Carlo Miani patrizio veneto con maggiori particolarità riferisce che, sollecitate dalle madri, le fanciulle fanno una croce in terra, poi la calpestano, e sputacchiano; ed ecco presentarsi loro un cavallo, sul qual montato, subito si trovano sul Tonale alle turpi nozze. Introdotte in magnifica sala tutta a seta, vedono un signore, assiso in tribunale d'oro e gemme, che le fa scompisciar la croce, indi le accoppia a giovincelli bellissimi. Anche sul monte Crocedomini fra la val Sabbia e la Camonica teneansi di tali congreghe, testimonio il Gàmbara nelle note alle sue Geste de' Bresciani durante la Lega di Cambrai.

Per l'Inquisizione de' libri proibiti Venezia volle salve le ragioni del principato, e affidò tal materia al Consiglio dei Dieci, il quale, con decreto del gennajo 1526, comandò non si stampasse nulla senza licenza dei tre capi del Consiglio: poi passò tal cura agli Esecutori contro la bestemmia. L'Indice di Clemente VIII non fu ricevuto che con certe restrizioni, e nel concordato del 1596 si stabilirono nove capitoli: 1º i libri sospesi dal nuovo Indice per doversi espurgare, possano vendersi a chi abbia licenza dal vescovo o dall'inquisitore: 2º se gli stampatori volessero ristamparli, potran essere corretti dal vescovo o dall'inquisitore, senza mandarli a Roma; 3º de' libri nuovi si consegnerà l'originale al segretario de' riformatori dello studio di Padova o al cancelliere del capitano delle altre città; 4º sui libri si stamperà la licenza avuta e il nome di chi gli ha riveduti: 5º non si pongano figure disoneste; 6º i libraj per questa sola volta presentino all'inquisitore l'inventario dei libri che hanno, per espurgare i notati nell'Indice; 7º vescovi e inquisitori possano proibire solo per titolo di eresia o per falsa licenza: 8º non son obbligati gli stampatori a dare il giuramento; 9º gli eredi libraj diano all'inquisitore la nota de' libri proibiti che trovassero nell'eredità.

Siffatti rigori non tolsero che la tipografia fosse una delle principali e nobili industrie di Venezia, segnalata dagli Aldi, dai Baglioni, dai Comini, dagli Zatta: anzi i Baglioni ottenero la nobiltà veneta, e gli Albrizzi la dignità di procuratori di San Marco.

Ogni capoluogo del Veneto aveva il suo tribunal d'Inquisizione, organizzato a immagine di quel di Venezia; e d'accordo coi riformatori dello studio di Padova, facea la revisione de' libri e delle stampe; e la licenza dovea registrarsi dal magistrato degli Esecutori contro la bestemmia. Un consultore ecclesiastico ed uno secolare venivano interrogati nelle differenze fra gli avvedimenti religiosi e i politici; un Revisore dei brevi esaminava tutte le bolle e carte che venissero da Roma.

Quanto dicemmo nel Discorso IX sulla scuola di Padova vuolsi inteso per Venezia, di cui quella città era il ginnasio. Il Caracciolo denunzia Padova come «ricetto di eretici; vi furono per alcun tempo non solo il Vergerio, ma Enrico Scotta, Sigismondo Gelvo, Martin Borrao, il Gribaldo e lo stesso Calvino, quando, fuggito di Picardia, venne in Italia e arrivò sino a Firenze. Chioggia aveva il vescovo molto sospetto d'eresia, sicchè poi al Concilio non fu arrestato sol per la protezione del cardinale di Trento. In universale di tutta questa provincia di Venezia quanto fosse macchiata di eresie, si può scorgere dalla relazione fatta di lei a papa Clemente VII dal vescovo Teatino».

Fra le lettere del Bullinger n'ha una del 30 marzo 1543, dove Osvaldo Miconio parla d'un decano di Padova, il quale parea voler combinare i riti cattolici colle nuove credenze; e d'un altro, non nominato, che in colloquio sosteneva volersi un solo pastore e un solo ovile, si osservasser la quaresima, il digiuno, le feste, l'intercession dei santi, insomma (dice) connettere Cristo e Belial. Accenna pure d'un altro italiano, che cattivossi Calvino in modo, da ottenerne una commendatizia; eppure venuto ad Arovia, palesò di non credere nello Spirito Santo.

Anche Bernardino Tomitano di Padova, che stampò una Esposizione letteraria del testo di Matteo evangelista (Venezia 1547), che probabilmente è tradotta da Erasmo, fu accusato d'eresia, ma se ne scolpò colla «Orazione I e II ai Signori della Sant'Inquisizione di Venezia»; (Padova 1556).

Nell'archivio vaticano si trova una «Scrittura fatta sotto Federico Cornaro vescovo di Padova circa il tollerare o non tollerare la licenza della nazion germanica»[171], dove si muove lamenti perchè anche in questa Università si esiga altrettanto che in quelle d'Inghilterra, di Ginevra, di Germania, «che vogliono che tutti li forestieri dopo tre giorni siano obbligati, lasciando il proprio rito, accomodarsi all'abuso e licenza loro».

L'insegnamento degli Averroisti[172] sopravvisse nella scuola di Padova anche dopo che di quelli la barbara forma era condannata dagli umanisti, e il fondo dai Cattolici. Zabarella, Zimara, Federico Pendasio, Luigi Alberti ed altri proseguirono quella tradizione, benchè repudiassero tutti l'unità dell'intelletto. Francesco Ludovici veneziano, in una delle tante continuazioni del poema dell'Ariosto, intitolata il Trionfo di Carlo Magno, canta di Rinaldo, che penetrato nelle viscere del monte Atlante, si trova nel tempio della Natura, e là vede dar l'esistenza a quanto vegeta e respira; la quale Natura v'è collocata al posto di Dio, come l'intelligenza e la ragione tengono luogo dell'anima. Interrogata da Rinaldo perchè gli uomini abbiano anima più intelligente che le bestie e immortale, la Natura risponde:

Nell'uom ne pon'io più (d'intelletto) ch'è mio volere;

E tanto è quel, che d'ogni altro animale

Eccede di lontan vostro savere.

Quell'altro poi, che in voi dici immortale,

Io non lo fo. Se Dio lo fa, sel faccia:

Che cosa ella si sia non so, nè quale.

Puote esser molto ben che a lui ne piaccia

Far, quando i corpi io fo, qualcosa in voi

Che torni al vostro fin nelle sue braccia;

E questo, se a te par, creder lo puoi.

Ultimo rappresentante di quella scuola ci appare Cesare Creminino da Cento, che professò diciasette anni a Ferrara, poi quaranta a Padova. Le poche cose sue stampate non ne giustificherebbero l'alta reputazione; ma sussistono molte copie de' corsi che spiegava agli scolari. Egli non accetta l'unicità dell'intelligenza: pone per intelletto attivo Dio stesso, distinto dalle potenze dell'anima, sussistente per se stesso, vita dell'universo, il qual universo non è, ma diventa (mundus nunquam est, nascitur semper et moritur). Distingue sempre la verità filosofica dalla teologica, e specialmente nell'aprire il trattato dell'anima dice agli uditori: «Io non pretendo insegnarvi quel che hassi a credere dell'anima, ma solo quel che disse Aristotele. Ora tutto quanto è in Aristotele è contrario alla fede, e i teologi vi han risposto ad esuberanza. Una volta per sempre ne siate avvertiti, acciocchè, se udrete qualche proposizione di mal suono nel mio corso, sappiate ove trovarne la risposta»[173].

Queste e altre precauzioni non tolsero che l'inquisitore di Padova, ai 3 luglio 1619, gli scrivesse per richiamargli il decreto del Concilio Lateranense, che obbliga i professori a confutare seriamente gli errori che espongono[174].

«La santità di nostro signore mi ha ordinato ch'io faccia sapere a vostra signoria che nella sua Apologia non solo non ha sodisfatto alla correzione del primo libro, inscritto Disputatio de Cœlo, secondo la disposizione del Concilio Lateranense, ricogliendo la ragione d'Aristotele, confutandolo, e manifestamente difendendo la fede cattolica, ma d'avantaggio ha di proprio senso inventato certi modi di dichiarazioni e distinzioni, che contengono asserzioni degne di censura, come si può vedere dalle osservazioni che gli ho fatto avere. Per tanto V. S. corregga per se stessa il primo libro, secondo il prescritto del Concilio Lateranense; e essendo questo debito suo e non dei teologi e d'altri, V. S. lo deve fare così per obbligo di coscienza, essendo quel filosofo cristiano e cattolico che dice di essere, come per stimolo di riputazione, volendo esser tenuto dal filosofo cristiano e non etnico. E di più, V. S. levi dall'apologia e rivochi quei modi d'esplicare e di distinguere che di propria mente ha rese per dichiarazione delle propositioni che furono notate e censurate nel primo libro, perchè non soddisfano all'ordine che li fu dato, nè si devono per se stesse tollerare. Per tanto essendo necessario per ovviare a quei mali che la lettura di detti libri può causare, V. S. corregga il primo libro, secondo il prescritto che le fu ordinato in conformità del Concilio Lateranense, e levi e rivochi dal secondo gli errori ed asserzioni degni di censura che V. S. ha scritti di proprio senso, insieme con quei modi che ha tenuti in dichiarare la sua intenzione in dette cose; altrimenti mi scrivono da Roma che si verrà alla proibizione di detti libri; nè in questo negozio si pretende altro che l'onor di Dio e la salute delle anime. In oltre si pone in considerazione a V. S. che la retrattazione in cose concernenti alla fede deve esser chiara e manifesta, e non involuta nè ambigua, ed altri uomini di valore hanno esposto Aristotele in questa Università di Padova; con tutto che tenesse l'anima mortale, provavano non di meno insieme Aristotele essersi ingannato intorno a ciò, e in lumine naturali, e egregiamente confutarono le sue ragioni, in principiis philosophiæ, e tra gli altri il Pendasio a' nostri tempi, uomo di molta dottrina e pietà. Che è quanto mi occorre farli intendere in scrittura, oltre al ragionamento avuto seco a lungo di tal proposito. V. S. dunque mi risponda in scrittura distintamente a quanto io le scrivo, a fine che ne possi dar conto a Roma per venerdì prossimo futuro. Dio la conservi».

Il Cremonino di rimando:

«Ho vista la lettera che mi scrive vostra paternità, nella quale trovo due cose: una è l'avvisarmi, incitarmi e persuadermi a procurar di dar soddisfazione all'osservazioni venute novamente intorno a' miei libri. La ringrazio del buon affetto, e credo che ella sappia ch'io l'altra volta, secondo l'ordine de sua santità, fui prontissimo, e deve credere che ancor ora sono il medesimo ad ogni conveniente richiesta. L'altra cosa è quello che mi propone doversi fare; del che di passo in passo le dirò quello ch'io possa fare. Vedrò poi l'osservazioni più tosto ch'io possa, essendo ora un poco risentito, sì che non posso attender a studio, e farò con vostra paternità per adempimento di quanto occorrerà.

«Quanto a metter mano nel primo libro, non posso farlo assolutamente, perchè, allora che si trattò, fu concluso di ordine di nostro signore, che si facesse con l'occasione dell'Apologia, come s'è fatto; e ciò fu saputo in senato, e si tien per certo, sì che io non ho autorità di metter mano nel libro.

«Quello ch'io posso fare è questo: nell'ultima parte che darò fuori De cœli efficientia, avere riguardo ad ogni cosa che accaderà, e far quanto convenga per farmi cognoscere quel filosofo cattolico e christiano che dico di essere, e che so che vostra paternità sa chi io sono, che qui mi vede ogni dì essa l'esser mio, e non ha a stare a Dio sa quali relazioni. Quanto ai modi d'esplicare che dice, credo questi saranno a parte notati nell'osservazioni; vedrò e sarò con lei. Vedremo anche insieme il Concilio Lateranense, e così farò quello che occorrerà. Ma quanto al mutar il mio modo di dire, non so come poter io promettere di transformar me stesso. Chi ha un modo, chi un altro. Non posso nè voglio ritrattare le esposizioni d'Aristotele, poichè l'intendo così, e son pagato per dichiararlo quanto l'intendo, e nol facendo, sarei obbligato alla restituzione della mercede. Così non voglio ritrattare considerazioni avute circa l'interpretazione ch'abbiate fatte delle lor esplicazioni circa l'onor mio, l'interesse della cattedra, e per tanto del principe. Ma vi è rimedio; ci sia chi scriva il contrario; io tacerò, e non procurerò di respondere altro. Così al Suessano fu fatto scrivere il libro De Immortalitate, contra il Pomponazio.

«Quanto alle cose dell'anima, ora non è tempo; quando farò il commento, mi porterò da buon cattolico, e non inferiore di pietà cristiana ad alcun altro filosofo».

Bisogna dire che, in causa delle sue credenze, nessun disturbo gli venisse, perocchè continuò ad insegnare a Padova. Ma il suo nome restò come tipo della dotta miscredenza, narrandosi che in modo antifilosofico troncasse risolutamente l'accordo tra la fede e la filosofia, dicendo, Intus ut libet, foris ut moris: e che, morto ottuagenario dalla peste del 1631, anche dal sepolcro protestasse contro l'immortalità mediante l'epitafio: Hic jacet Cremoninus totus.

Questo fatto è vero?

Gisberto Voet scrive[175] che antehac ab eruditissimo viro et amico mihi comunicatum erat epitaphium quod dicebatur sibi fecisse, Totus Cremoninus hic jacet: sed postea ab eodem aliunde aliter informato, monitus revocari illud.

Ma il Balzac, raccomandando un M. Drouet, dice: «Son nom est en grosse lettre dans les archives de l'escole de Padoue; et il sortit de la discipline du grand Cremonin, presque aussi grand et aussi savant que luy. Non pas que pour cela il soit partisan aveugle de feu son maistre. Je vous puis asseurer qu'il n'en a espousé que les legitimes opinions, et jamais fidèle ne fut mieux persuadé que luy que le Dieu d'Abram et d'Isac est le Dieu des vivans, et non pas des morts».

E Lorenzo Crasso[176] pronunzia del Cremonino: «È veleno d'animo contagioso l'insegnare che l'anima dell'uomo, soggetta alla corruzione, non differisce nella morte da quella de' bruti, com'egli faceva, ancorchè sagacemente asserisse sostener ciò solamente in sentenza d'Aristotele»; e aggiunge che «fu ben composto di corpo, austero di volto, brieve di sonno, ambizioso di saper molto, finto di costumi, lontano d'ogni religione, avendo, secondo il parere d'alcuni, fatto non pochi allievi, confidenti di questa prava sua dottrina».

Veramente reca meraviglia che il peripatismo scolastico durasse sì tardo in quell'Università, e il Cremonino vi sponesse il trattato della Generazione e Corruzione, e quello del Cielo e del Mondo, mentre Galileo vi spiegava Euclide; il Cremonino che, quando Galileo scoperse i satelliti di giove, non volle guardarli col telescopio perchè quel fatto repugnava ad Aristotele. Ma la ruina di quella scuola non fu tanto dovuta alla scienza seria e sperimentale, quanto al trionfo definitivo dell'ortodossia.

Nella terraferma veneta conosciamo Paolo Lazise veronese, canonico lateranense, che mentre insegnava il latino a San Fridiano di Lucca, udì Pietro Martire, e gustò i dogmi eterodossi, de' quali fece professione nel 1542. Stette alcun tempo professore a Zurigo, poi a Basilea, infine Martino Bucer lo invitò a insegnar greco ed ebraico a Strasburgo.

È famoso nell'ampia schiera de' letterati ciarlatani Giulio Cesare Scaligero, di Verona probabilmente, che sulle prime attaccò Erasmo per le beffe contro i latinisti italiani, e fu sospettato d'aderire alle opinioni nuove: consta che morì da cattolico il 21 ottobre 1558, pure sul suo sepolcro a Agen in Francia scolpirono questa scettica epigrafe: J. C. Scaligeri quod fuit.

Domizio Calderini, di Caldiero presso Verona, autore di varj commenti sopra gli antichi, segretario apostolico a Roma, con una critica presuntuosa si procacciò nemici, i quali dissero schivava la messa, e quando doveva assistervi esclamava: «Andiamo all'error comune»[177]. Ciò basta perchè l'abbiano posto fra i testimonj della verità.

Alessandro Citolini, di Serravalle diocesi di Céneda, oltre un'Arte di ricordare, ove riduceva a certe categorie tutte le cose escogitabili, affine di poter discorrere sopra qualunque soggetto, nel 1561 stampò a Venezia la Topocosmia, o il Mondo ridotto a un luogo solo, miscuglio di tutte le cose intelligibili e materiali; spargendovi per entro gli errori, dai quali s'era lasciato affascinare. Rifuggì a Strasburgo, poi in Inghilterra, e grandemente è lodato dallo Sturm.

Al 13 luglio 1528, Clemente VII dirigeva una bolla al vescovo di Brescia Paolo Zema e all'inquisitore di quella città, congratulandoli perchè essi e tutto il municipio, a non perdere l'ottimo nome lasciato loro da' parenti e antecessori, con ogni diligenza vigilassero acciocchè l'eresia non vi pullulasse, e per estirparla se ve ne fosse. E che, avendo essi saputo come taluni, scuranti della fama e dell'onore, non si fosser vergognati di professare la dottrina luterana, e quel che non osavano in pubblico insegnavano in disparte, molti traviando, avevano eletto tre cittadini, per cui cura l'eresia diabolica luterana fu quasi divelta dalla città e dal territorio, e puniti gli autori e seminatori di essa. Pertanto gli esorta a dar ascolto a questi cittadini, affinchè del tutto sia sradicata la dottrina luterana e gli altri errori nella città e diocesi; e ricordando l'accusa ch'e' mossero contro Giambattista Pallavicino frate carmelitano, che, predicando la quaresima precedente a Brescia, aveva enunciato alcune cose erronee ed avverse alla fede cattolica, scandolezzando i pii, gli autorizza a proferir sentenza, escludendo qualunque appello, foss'anche alla santa sede; obbligar colle censure ecclesiastiche i testimonj che ricusassero; e proceder contro chi tenga, o favorisca, o consigli le massime di frà Martino; dichiara infami e intestabili i pertinaci, e indegni della sepoltura sacra: si ricevano all'abjura i pentiti, e a giurare che mai più non ricadranno: e vengano assolti da ogni inabilità o infamia[178].

Anche del già mentovato bresciano Jacopo Bonfadio, fatto morire dal Governo genovese per delitto nefando, gli scrittori plebei vollero dire che del supplizio fosse promotrice la corte di Roma. Al contrario nell'archivio genovese esiste lettera di monsignor Giambattista Lomellini, scritta da Roma a quel Governo il 1 febbrajo 1551, in cui racconta il cardinal Crescenzio avergli detto come «sua santità restava grandemente scandolezzata di quella Signoria, a cui si era dovuto in poco tempo far richiamo di tre quattro casi esorbitanti, commemorando primo il Bonfadio, il quale ancorchè allegasse esser prete, l'aveano fatto morire senza dargli tempo di provar questo».

Nel processo del Cardinal Morone trovammo inserta questa lettera, di nota difficile e scorretta:

«Al molto dotto predicatore e reverendo vicario generale don Polito Crizola mio osservandissimo. Roma, alla Pace.

«Carissimo fratello, già due mie dopo la prima vi ho scritte; credo averti scritto al mio intento e parere: non dirò altro se non che, da Dio incatenato contro ogni mio volere e determinio, son venuto a Milano, e ho cominciato oggi a predicar: sia fatta la volontà del Signore. Io predicherò con quella diligenza che potrò. Nostro Signore mi guidi. Mai fu mio intento rovinar niuno, dimandando Dio in testimonio che, se la coscienza mi si potesse aquietare, il tutto sarebbe aquietato. Userei di que' rimedj che voi mi scrivete. Son tanto persuaso che la libertà cristiana deva servire alla carità cristiana, che anco questa deva servir alla fede. Maledetta quella libertà cristiana, la quale distrugge la carità, ma più maledetta la carità che distrugge la fede. Che se potessi accozzar queste tre cose, io sarei il più contento uomo del mondo, ma non posso. Io pensavo di trovar il vescovo di Bergamo, che vedesse se mi poteva aquietar. Di grazia vi prego che richiediate il Polo, Morone, patriarca, e vescovo di Bergamo a' quali tutti me raccomanderete. Vedete se potete avere tanto ozio, che mi medichiate dove mi duole. Questo mi consolerebbe. Io desidererei godere i comodi del mondo, onesti però e cristiani, se potessi: nè mai fui tanto in calma quanto ora che so che non mi abbandoneranno. Ma con gran mio piacere ora finirò di predicare. Voi scrivete, ed io scriverò, fra tanto, pregando il comun padre Gesù Cristo il quale del cuore egli solo ne è padrone, veghi che questa è piaga del cuore. Non mancate pregare con tutti i fedeli.

«Da Milano, la prima domenica di quaresima (1552).

«Vostro Celso.

«Salutanvi Ottaviano Pisogno, e Adiodato, che sono qui con esso meco».

Questo Celso Massimiliano, figlio del conte Cesare Martinengo di Brescia, canonico lateranense, eccellente predicatore, chiamato a Lucca dal Vermiglio, con esso venne nell'errore. Racconta il Vergerio che, trovandosi questo eccellente servo di Dio presso Milano, il Muzio mandò soldati con bastoni e spade per arrestarlo, e darlo nelle mani degli scribi e Farisei[179]. Uscito d'Italia, il Martinengo posossi in Valtellina, ma quivi fu sospetto di anabattista e unitario[180]; non ostante divenne pastore della Chiesa italiana a Ginevra, dove fu ricevuto cittadino gratuitamente il 30 gennajo 1556.

Pietro Martire, in una lettera del 1557 entrante, si conduole a Calvino della morte della moglie del Martinengo, che era la inglese Giovanna Strafford vedova Williams, rifuggita a Ginevra e da lui sposata il febbrajo 1556. Egli poi morì nel 57, e gli succedette Lattanzio Ragnoni di Siena. Ci accadrà altrove di discorrerne.

Il tante volte citato Caracciolo riconosce in Bergamo molti eretici, e principalmente il vescovo e il suo vicario prevosto Nicolò Assonico; e che il Ghislieri fu mandato a formarne processo, con gran pericolo, perchè quello era favorito dai rettori e dai principali della città. «Ma essendo alla fine scoperto, e mandato i rettori e il vescovo gente per ritenerlo e per farlo con grande strazio morire, se ne fuggì, avvisato ed ajutato d'alcun fautore della Inquisizione, e fu condotto in sicura parte, e il processo tanto importante (affinchè non corresse pericolo insieme con la persona) fu lasciato in salvo in man d'un frate di San Francesco: non guari dopo, per mano d'amico lo riebbe, e tornossene a Roma con molto onor suo per sì degna opera. Ove citato il vescovo, benchè favorito e difeso da potenti uomini, comparve in persona, e posto in Castel Sant'Angelo e convinto, sottoscrisse a molti capi d'errori eretici e di pessimo esempio, per li quali scorgeasi lui tener modi per infettar tutto il paese, se con l'opera di frà Michele alla ruina di tante anime non si riparava. Il vescovo, privato della chiesa, morì poi in Venezia infelicemente».

Sappiamo in fatti che alla sede di Bergamo era stato preconizzato il famoso Pietro Bembo, il quale mai non vi andò; quindi gli successe nel 1547 Vittore Soranso, che ripetutamente accusato di eresia e condannato, fu alfine cancellato di vescovo[181]. Il suo vicario prevosto Assonico, processato, morì a Venezia.

Nel 1593 Alvise Priuli, rettore di Bergamo, scriveva alla Signoria veneta, «non esservi in quel territorio eretici, ad onta de' molti mercanti tedeschi che vi abitano; che però vivono senza scandalo, e ad onta della frequente pratica de' Bergamaschi nella Valtellina: e ciò perchè que' fedelissimi sudditi, impiegati ne' negozj e traffichi loro, sono lontanissimi dall'ozio, dal quale infine derivano tutti questi mali».

Che però il paese non fosse così mondo ce lo provano il medico Guglielmo Grattarola fuggito ai Protestanti, e Girolamo Zanchi (1516-96) di Alzano. Era egli figliuolo di Francesco e nipote di Paolo, uomo erudito, i cui figli Basilio e Cristoforo segnalaronsi per talento. Basilio, buon poeta e canonico lateranense, studioso di sacre scritture, sotto Paolo IV fu per accusa d'eresia messo in prigione, e vi morì nel 1559. Girolamo, non eremitano, ma canonico regolare, cambiò di fede nell'ascoltare a Lucca Pietro Martire, al quale si conservò poi sempre devoto. Uscito di patria il 1550, a Strasburgo succedette a Gaspare Hedion nello spiegar le lettere sante, continuandovi dal 1553 al 63, e dando anche lezioni sopra Aristotele. Secondo il genio de' nostri italiani, non accettava integralmente la Confessione augustana, ma moderatissimo, riprovava le esagerazioni, non oltraggiava il papa, riconosceva molti pregiudizj ne' Riformati, e cercava conciliare le diverse opinioni. E scriveva allo Sturmio: «Mi muove a sdegno il veder nelle nostre chiese riformate il modo di scrivere di molti, anzi di quasi tutti coloro, che pur vogliono passare per pastori, dottori, colonne della Chiesa. Sovente a bella posta rendiamo oscuro il vero stato della quistione, acciocchè non possa esser bene intesa: abbiam l'impudenza di negare le cose evidenti, e sfacciatamente affermiamo il falso: inculchiamo fortemente ai popoli come principj di fede dottrine apertamente empie, e denunciamo come ereticali opinioni perfettamente ortodosse: mettiamo a tortura le Scritture per ridurle d'accordo colle nostre invenzioni, e ci vantiamo d'esser discepoli dei Padri, mentre ricusiamo seguirne la dottrina. L'inganno, la calunnia, l'ingiuria sono a noi famigliari, nè pensiamo quanto, con simili scritti, nociamo al progresso del Vangelo, quanta rovina portiamo alla Chiesa di Cristo, e come rassodiamo i settarj nelle loro eresie, eccitiamo i tiranni a prender le armi contro di noi, dilatiamo sulla terra il regno del demonio. Sia bene o male, sia vero o falso, poco ci cale, purchè sosteniamo la causa nostra. O tempi, o costumi! Chi mai, vedendo, leggendo, esaminando queste cose, se scintilla conserva di pietà cristiana, non sarà profondamente addolorato ed inquieto, e, non deplorerà amaramente le sciagure de' nostri tempi?»[182].

Ma mentre cercava metter pace, egli stesso versò in continui dissidj. Entrato in quel capitolo di San Tommaso, per le sue divergenze intorno alla predestinazione, alla perseveranza nella santità, all'ubiquità, all'anticristo fu preso in iscrezio, non gli faceano di cappello, non gli dirigevano la parola; sinchè egli, per conservar il posto, segnò un formulario, però con riserve, e modo ortodoxe intelligatur.

Rinunziò poi al canonicato, e a Chiavenna stette dal 63 al 68, fructuose quidem, sed non absque cruce. Avea sposato Violanta, figlia di Celio Curione, e in lettera a Pietro Martire Vermiglio ne descrive la morte: tutta piena di aspirazioni, prelibava il paradiso; struggeasi di veder il Salvatore; incaricava Olimpia Morata di sepellirla: e nell'abbraccio del marito finì esclamando, Al cielo, al cielo[183]. Dapoi egli sposò Livia Lumaca ricca chiavennasca, e n'ebbe molti figliuoli. Dall'elettor palatino Federico III fu domandato a professar teologia ad Eidelberga, e scrisse contro gli Antitrinitarj; ma alla morte di quel suo protettore cangiatesi le credenze del paese, egli trovossene sbalzato con tutti quei che deviavano dal luteranesimo, e ricoverò a Neustadt finchè potesse tornar ad Eidelberg. Di settant'anni e già cieco, stese una professione di fede per sè e la sua famiglia, ove dirigendosi a Ulisse Martinengo, protesta non aver ripudiato tutti i dogmi della Chiesa romana, ma que' soli che non erano conformi agli insegnamenti della Chiesa primitiva; nell'abbandonare la romana, essersi proposto di ritornarvi qualora ella si emendasse; e lo bramava di tutto cuore, poichè il fato più desiderabile è di viver gli ultimi giorni in seno della Chiesa in cui si fu battezzati.

Morto nel 1590, gli fu posto quest'epitaffio:

Hieronymi hic sunt condita ossa Zanchii

Itali exulantis Christi amore et patria.

Qui theologus quantus fuerit et philosophus

Testantur libri editi ab eo plurimi.

Testantur hoc quos voce docuit in scholis

Quique audiere eum docentem ecclesias.

Nunc ergo quamvis hinc migravit spiritu

Claro tamen nobis rem auxit nomine.

Le opere sue vennero raccolte in sei volumi, contandone due di Lettere pubblicate a Ginevra il 1619. La più celebre fu De Dei natura et de tribus elohim Patre, Filio et Spiritu Sancto, uno eodemque Jehova, in due parti: nella prima espone la pura dottrina e spiega il mistero della Trinità: nell'altra confuta gli argomenti opposti. Queste scritture lo levarono in tal fama, che lo Sturmio diceva basterebbe egli solo a tener testa a tutti i Padri tridentini; ma se ottennero molte lodi, ebbero pochi lettori, e il Bayle riflette che le si aveano per un nulla, e le compravano men tosto i teologi che i pizzicaruoli.

In non minore rinomanza salì Francesco Negri da Bassano. Per un amore infelice entrò negli Agostiniani[184]; di nuovo l'amore lo trascinò fin ad un assassinio, pel quale ricoverossi in Isvizzera. Legatosi con Zuinglio e adottatone le dottrine, vuolsi l'accompagnasse alla conferenza di Marburgo nel 1529; alla dieta d'Augusta sostenne la piena libertà de' culti, che invece fu limitata alle due Sette principali, e finì cogli Antitrinitarj.

Si annunziò che il suo carteggio fosse, or fa alquanti lustri, trovato in Isvizzera e portato a Bassano, ma per quanto noi ne cercassimo, non trovammo che due lettere, tra quelle onde il Baseggio arricchì quella biblioteca. Una è di nessun interesse: nell'altra da Strasburgo il 5 agosto 1530 al molto reverendo maestro Paolo Rossello di Padova parla del quanto, dopo spatriato, ebbe a soffrire per Cristo; e come la quaresima precedente si fosse recato incognito a Venezia e in altri luoghi d'Italia, ove trovò «diversi fratelli alli quali narrai (dic'egli) diffusamente tutte le cose sì mie quanto dell'Evangelio. Li nomi di essi fratelli sono questi. In Venezia parlai con prè Aloisio dei Fornasieri di Padova, olim in monacato chiamato don Bartolomeo. In Padova parlai con prè Bartolomeo Testa, al quale lasciai el benefizio mio, che al presente è maestro de casa de monsignor Stampa. Deinde in una villa sul Veronese, appresso Lignago tre ovver quattro miglia, il nome della quale al presente non mi soccorre, parlai per due giorni copiosamente con prè Marino Gujoto, qui quondam monachus, dicebatur don Pietro de Padova. Ultimo loco, a Brescia ragionai cum don Vincenzo di Mazi per un giorno continuo. Da questi adunque potrete intender tutto»[185].

Dategli poi le nuove di Germania, conchiude: «Non potiamo se non aspettar qualche gravissima croce. Orandum sine intermissione nobis ac vobis est, ut Dominus ipse negotium suum defendat. In Venezia non potei parlar con frate Alvise, come desiderava, imperciocchè l'era andato a star a Treviso, prout mi disse sua madre. Altro non mi occorre se non instantissimamente pregarvi che vui e gli altri fratelli cristiani preghino enixissime Dio per nui».

Il Negri prese stanza a Chiavenna come maestro, ma non pare vi fosse pastore, giacchè il primo di tal chiesa fu Agostino Mainardi, vissuto fin al 1563, il quale anzi lo scomunicò come socciniano. Il Negri se ne scolpò a Zurigo, poi pubblicò la propria professione di fede, confessando la divinità e incarnazione di Cristo, e l'efficacia del battesimo e dell'eucaristia.

Le molte opere sue lo attestano dotto di greco e d'ebraico e delle quistioni teologiche, ma scarso di gusto e d'eleganza. È notevole quella sulla morte del Fanino di Faenza (non Fanno, come dice il Tiraboschi) e di Domenico Cabianca di Bassano. Quest'ultimo avea militato con Carlo V, e delle dottrine nuove fattosi apostolo, a Piacenza le predicò apertamente, onde arrestato e ricusando ritrattarsi, fu appiccato nel settembre 1550.

Il Negri tradusse in latino il caso di Francesco Spiera da Cittadella. Ma il suo scritto più famoso è la tragedia intitolata Libero arbitrio, stampata il 1546, poi il 1550, poi in latino il 1559. È un atteggiamento drammatico delle controversie religiose; e le invettive contro monsignor della Casa, il Tedeschino, cioè monsignor Tommaso Stella vescovo di Capodistria, il Muzio la fecero dallo Zeno attribuire al Vergerio[186], da altri a Luigi Alamanni o all'Ochino, ma non par dubbio sia del Negri, che certamente si palesa ben addentro nelle quistioni che tratta, nelle eresie di Lutero e Zuinglio, nello svolgimento de' dogmi, nell'introduzione dei riti, nelle leggi canoniche, nelle istituzioni di Ordini.

L'azione accade in Roma, sulla piazza del Vaticano, regnante Paolo III, e dura dal pranzo a sera; con personaggi reali, misti ad allegorie. Fabio da Ostia, pellegrino tornato da Terrasanta, fa la protasi. Monsignor Clero, figliuolo del papa e primo ministro del regno cattolico, simboleggia il pontefice; nel cui palazzo tiensi il Concilio. Diaconato, maestro di casa di monsignor Clero, diplomatico, sostenendo i diritti pontifizj, fa la più fosca dipintura della Corte di Roma. Ammonio e Trifone, cancelliere e notajo della dateria, rivelano gl'intrighi degli ecclesiastici; inoltre compajono Orbilio servo, il cappellano di messer Clero e suo confidente, ipocrita ignorante; l'angelo Rafaele e la Grazia giustificante, mandati in terra a uccidere il Libero Arbitrio, e condannar il papa come anticristo.

Il papa, convocato il Concilio per reprimere la ribellione, sembra sulle prime riesca a conservare la sua illimitata autorità. Fabio da Ostia, reduce da Palestina, imbatte il Discorso Umano, dal quale ode la rivolta de' Settentrionali contro il re Libero Arbitrio; Diaconato sopraggiunto gliene espone le ragioni, e come Libero Arbitrio fosse coronato re dal papa, che gli concesse il regno delle buone opere, gli altri possessi riservando per sè e per l'unigenito suo monsignor Clero, che dotò colla provincia sacramentaria, cui capitale è l'Ordine sacro, paese diviso in molte contrade, in ciascuna delle quali stanzia una gerarchia diversa, fra cui primeggia il concistoro dei cardinali, e ciascun cardinale tien una Corte sontuosa della quale si dipingono i disordini.

Partito il pellegrino, Ermete, interprete del Concilio di Trento, esce a raccontar a Diaconato quai discorsi tennero fra i bicchieri i teologi, banchettati da monsignor Clero: cioè le quistioni intorno alla Riforma, e le decisioni del Concilio, statuenti l'inviolabile volontà del papa e la illimitata sua podestà, condannando chiunque sparge massime contrarie, o interpreta al popolo le divine scritture in modo differente. Felino, spenditor del Concilio, racconta grossolamente gli stravizzi, cui s'abbandonarono i teologi.

Al secondo atto, Libero Arbitrio e i suoi ministri, Discorso Umano segretario e Atto Elicito maestro di casa, cioè i due impulsi dell'animo a operar con libertà, discorrono sopra una lettera dell'imperatore, che gl'istruisce dei progressi della Riforma in Germania. Il re fa cercar nella dateria documenti che provino il loro legittimo possesso; i quali son letti dal notajo, e commentati dal buffone alla guisa che potete immaginare; enumerandosi i varj Ordini religiosi, le ricchezze e le colpe loro, le dignità clericali, le istituzioni di luoghi pii e di congregazioni secolari; poi si discute della confessione, della eucaristia, dell'orazione, della messa, delle limosine, dei suffragi, delle indulgenze; con un incidente drammatico per mostrare che a denaro si ottiene qualunque assoluzione.

Al terzo atto, Discorso Umano, per commissione del re, partecipa a monsignor Clero e a Diaconato che in segreto colloquio esso re e il papa conchiusero di scomunicare e combattere gli eretici tedeschi, emanare severissimi banditi, inacerbire l'Inquisizione: a tal uopo si convochino i cardinali, prescelti alla congregazione del Sant'Uffizio. Diaconato vorrebbe che Felino ritrattasse le calunnie date ai prelati; e poichè questo invece rincarisce le accuse[187], vien interrogato Ermete, il quale mostrando sostenerli, gli appunta d'ignoranza e nequizia: dove espone anche una quistione sorta fra Zuinglio ed Echio, in cui il primo esce vincitore.

Al quarto atto, i santi Pietro e Paolo in arnese da pellegrini presentansi a Bertuccio, cugin di Pasquino, e riconosciutolo propenso alle novità, gli si manifestano, dicendo esser venuti dal cielo a Roma onde chiarirsi quanto ci avesse di vero nelle notizie da Pasquino recate in cielo circa le innovazioni papali contrarie alla divina scrittura. Mentre essi van cercando maniera di penetrar nella Corte, monsignor Clero esce con Felino discorrendo della congregazione di cardinali eletta per inquisire; dove Bertuccio si pone a inveir contro costoro e contro monsignor Della Casa, il Muzio giustinopolitano, il vescovo Stella, ed altri impugnatori della Riforma. I due apostoli, convintisi del traviamento della Corte romana, declamano in modo, che Bertuccio si converte affatto alle dottrine di Lutero e Zuinglio, dei quali sono esposti i dogmi e le discipline.

Al quinto atto, la catastrofe s'avvicina. L'angelo Rafaele e la Grazia Giustificante scesero dal cielo; questa decapita il re Libero Arbitrio: l'angelo racconta il caso ai due apostoli, e il papa esser l'anticristo, e grave giudizio sovrastare alla cattolica potestà. Fra ciò sopraggiunge in trionfo la Grazia Giustificante, e impone all'angelo di divulgare per tutto la sentenza da Dio pronunziata contro l'intruso tiranno, che «l'Anticristo sia, col coltello dello spirito che è la parola di Dio, a poco a poco ucciso»; e ragionando cogli apostoli, mette a parallelo i canoni sacri colle dottrine di Roma, rilievandone le contraddizioni[188].

Come già vedemmo a Treviso e a Modena, così a Vicenza nel 1546 era una adunanza di eletti ingegni, quali Valentino Giulio di Cosenza, il Paruta, il Gribaldo, il Biandrata, Giampaolo Alciato, l'Ochino, Lelio Soccino, che intertenevansi di dispute religiose, e spingeano la critica fino a negare la Trinità. Le persecuzioni allora cominciate gli obbligarono a disperdersi, e andarono pel mondo apostoli di eresia. Giulio Ghirlanda trevisano e Francesco di Ruego, malgrado la nobiltà, la ricchezza e la fama, vennero messi a morte, e dagli Unitarj sono contati fra i loro martiri[189].

È singolare che di quell'accademia, della quale tanto si discorre, nulla si sa, nè tampoco il titolo, o dove s'adunasse, o il decreto che la condannò. La tradizione, forse non fondata che sulla bizzarria della facciata, porterebbe si raccogliesse nella casa Pigafetta o in una nel pianoro vicentino, ove i colli a Lonedo si attaccano alla montagna; e segnasi la via per la quale fuggendo ricoverarono in Germania.

L'eresia dovette essere favorita dal disordine in cui la Chiesa vicentina era abbandonata dal cardinale Ridolfi, tantochè ne fu mosso rimprovero davanti al Concilio dal vescovo di Calaora, ch'era stato mandato colà da Paolo III quando ideava raccoglier il Concilio nella gentile città. Certamente i sopranominati apparvero poi fra gli Antitrinitarj, sicchè possiamo indurne che questa eresia vi fosse comune. Principalmente la famiglia Thiene fu involta in quella persecuzione. Giulio e Brunoro, esigliati nel 1532, si erano ricoverati a Mantova colle mogli, di casa Camposampiero. Quivi Giulio uccise la cognata, sotto pretesto di averla côlta in colpa, ma dissero per trarne a sua moglie l'eredità: questa moglie stessa fu trucidata nel 1553, non sappiamo da chi. Giulio è nominato in una sentenza dell'Inquisizione di Vicenza del 4 aprile 1570, e in una di quella di Cremona del 1580, per le quali era spogliato dei beni, ch'egli però avea già trasferiti ne' figliuoli. Stabilì poi la sua casa in Francia ove si propagò.

Odoardo Thiene, conte di Cicogna, feudo padovano, generoso protettore de' letterati e del Palladio, lasciata la patria del 1557, si pose in Isvizzera, favorendo chi fuorusciva per religione; ricevette la dedica del discorso di Alessandro Trissino, pur vicentino e pastore a Chiavenna, intorno alla Necessità di ritirarsi a vivere nella Chiesa invisibile di Gesù Cristo (1572): morendo nel 1576 lasciò erede principale Giulio, e destinò esecutori testamentarj Teodoro Beza, Nicola Balbani, Prospero Diodati.

Dalla Camposampiero era nato Tiso Thiene, a cui il padre fece dono della sostanza: ma l'Inquisizione di Cremona cassò quell'atto, perchè era tenuto calvinista: e la donazione fruttò ai nipoti, che tornarono al culto degli avi. Dalla Camposampiero nacque pure Antonio, che visse in Francia, ed era signore di Chelles e Tourane nel Delfinato. Il Sant'Uffizio di Cremona non tenne buona la procura che, al 3 giugno 1569, stando in Basilea, fece in Francesco Borroni, il che lo dà a credere eretico; ma dovea discordare dal conte di Cicogna, che lo espunse da' suoi eredi, col pretesto fosse già ricco.

Alessandro Thiene fece testamento l'11 maggio 1566, prima di fuggire da Vicenza: morì nel 1568 in Spira: e i suoi beni furono confiscati dalla Inquisizione di Cremona.

Nicolò, magistrato municipale nel 1558, esulato da Vicenza divenne scudiero di Enrico III e fe testamento nel 1579. Aveva moglie una Leoni di Padova, dalla quale generò Ermes, che anch'egli abbracciò i riti calvinici, e visse a Corcelles. In Francia andò pure, probabilmente per causa di religione, Adriano Thiene, amico del Palladio, che fece testamento nel 1550.

Di questa famiglia era economo Francesco Borroni vicentino, a cui dicemmo ch'essi diedero una procura da Basilea il 3 giugno 1569. Venuto a Cremona per affari de' suoi principali nel feudo di Rivarolo, vi fu preso dall'Inquisizione, che questo feudo confiscò, e lui condannò al fuoco il 3 agosto 1580.

Coi Thiene aveano grand'entratura i Pelizzari, che li seguirono nell'esiglio, e posero banca a Lione.

A Londra si piantò Gaspare Gato mercante di seta, e alla regina Elisabetta regalò un par di calze, fatto con seta nata, filata e tessuta in Inghilterra. Le espressioni de' contemporanei fan credere appartenesse alla società ereticale.

Alcune frasi del testamento del 1575 fecero noverar fra gli aderenti al calvinismo anche Volpe Brunoro.

Una lettera del 7 marzo 1591 di Gabriele Capra narra che i figli di Marcantonio Franceschini tolsero per forza una loro sorella al convento, e la voleano convertire; ma questo non basta per farli credere eretici.

Di Giulio Pace, altrove da noi mentovato, fu quartogenito Giacomo, che tornò cattolico, e stette professore a Padova. Una sentenza del 5 luglio 1570 del tribunale ecclesiastico di Vicenza, firmata da Antonio Rutilio vicario generale e frà Andrea da Materno inquisitore speciale, condannava Francesco Renalda e Giambattista Trento. Quest'ultimo, ricoverato in Inghilterra e postosi ospite del ministro di Stato Francesco Walshingam, protesse i profughi per religione: nel testamento del 2 marzo 1588 beneficava i fratelli Pelizzari suddetti; i suoi libri ed altro lasciava alla chiesa italiana in Londra, nominando esecutore il Walshingam, e volle esser colà sepolto in San Nicolò.

Nel martirologio di Ginevra è notato Ricetto da Vicenza, che il 15 febbrajo 1565 a Venezia fu posto sopra le famose due gondole unite, che poi separandosi lasciavano cadere in mare il condannato. Ivi cercò un mantello perchè sentivasi freddo. «Che freddo? (gli rispose alcuno). Ben maggiore n'avrai ben tosto in fondo al mare. Che non cerchi piuttosto salvar la tua vita? Fin le pulci fuggono la morte» — «Ed io (rispose) fuggo la morte eterna».

In un manuscritto di memorie autografe, or posseduto da monsignor Marasca di Vicenza leggesi: «1559 a dì primo zunio morse ne le preson monsignor Augustin da Cittadella, e dappoi morto fu posto in Campo Marzo, e lì brusado per luterano»[190].

All'11 marzo 1585 Giovanni Strozzi scriveva al granduca di Toscana da Trento: «Qui s'è detto che inverso Lione sono state intercette lettere di Vicentini, che da Vicenza mandavano a quelli di Lione, confortandoli a difendersi costantemente e non dubitare, perchè presto verrebbe tempo che tutti insieme godrebbero della comune vittoria». E al 15: «Essi inteso che a Vicenza sono stati presi, per ordine del consiglio dei Dieci, alcuni gentiluomini per conto d'eresia, forse per occasione di quelle lettere intercette, che per l'altra dissi a vostra eccellenza illustrissima».

Del poeta Gian Giorgio Trissino accennammo altrove le libere critiche contra il clero, ma non v'è ragione di aggregarlo ai miscredenti. Fra i tanti che v'aspiravano, egli fu prescelto a sorreggere lo strascico del manto papale nella coronazione di Carlo V a Bologna. Venuto nel 1542 a lite col figlio Giulio ecclesiastico, lo dipingeva qual luterano, sedotto da Pellegrino Morato e da un prete Salvago, probabilmente vicentino; e che seguisse e favorisse gli eretici, e ne adduce qualche prova.

Carlo Sessi nacque da Gian Lodovico e Caterina Confalonieri a Sandrigo, donde i suoi erano feudatarj, e donde lo menò via il vescovo di Calaora, ch'era al seguito di Carlo V, e gli diè sposa una nipote. Dicemmo come fosse vittima dell'Inquisizione di Spagna l'8 ottobre 1559. I suoi figli rimpatriati, si stabilirono a Verona.

È noto come nel 1560 si trattava di congregar il Concilio generale a Vicenza: ma la Signoria veneta vi renuiva perchè potrebbe nel Turco destar sospetti che, sotto velo di religione, si macchinasse altro; e perciò molestare i sudditi della serenissima.

Grand'avversario degli eretici mostrossi san Gaetano Thiene da Vicenza, il quale vantasi d'averne convertiti molti sul patibolo, come fecero pure i Teatini da lui istituiti, e introdotti in patria nel 1595. Dopo quest'anno era da quel Sant'Uffizio condannato a morte Francesco detto il Tartarello, per eretico relapso; ma un Teatino riuscì a farlo ricredere e salvarsi. Presto vi erano stati introdotti anche i Barnabiti, che vi fondarono l'Opera della missione per ricoverare convertite, e teneano congregazioni di laici per opporle a quelle di eretici. Convien dire fossero benedetti di molti frutti, giacchè nel 1550 i loro avversarj sollevarono una persecuzione contro di essi, tacciandoli di turbolenti e fin di eretici, e riuscendo a farli cacciare.

Sappiamo di altri protestanti che abitavano il paesello di Calvene. A Schio ed Arzignano nel 1562 allignava la setta degli Angelicati, a estirpar la quale fu mandato il padre Pagani. Don Silvestro Cigno prete vicentino, predicator famoso tra il 1541 e 1570, deplorava esistesse colà la setta dei Donatisti e dei Ribattezzatori. Girolamo Massari d'Arzignano, a Strasburgo insegnò medicina. Alcuni tra' suoi amici e settarj, sbigottiti dalla persecuzione, eransi professati cattolici, e lui l'esortavano a far altrettanto, togliersi dalla comunione ereticale, e venir a una conferenza con essi. Egli ricusò, temendo fosse un lacciuolo per catturarlo, ma perchè alcuni gliene davano colpa, scrisse un libro, ove finge che un Eusebio Uranio, prigioniero a Roma, renda conto della sua credenza davanti al papa e all'Inquisizione. Son tre giornate: i giudici parlano pochissimo, troppo l'accusato che esce in lunghe digressioni[191]. Nel 1536 stampò De fide ac operibus veri christiani hominis ad mentem apostolorum, contra evangelii inimicos, nella cui prefazione accenna a molti italiani dimoranti in Basilea. Fe pure una versione latina e parafrasi del trattato d'Ippocrate De natura hominis (Strasburgo, 1564), una grammatica tedesca ed una ebraica, e morì a Strasburgo il 1564.

Domenico Cabianca di Bassano, d'anni trenta, fu condannato a morte dal Sant'Uffizio di Cremona, e alcuni dicono fosse il primo che venisse ucciso a Roma per apostasia: come di martire ne scrisse la vita Francesco Negri.

In Valtellina nel 1594 troviamo profugo a Morbegno Bernardo Passajotto, vicentino. Poi quando que' valligiani uccisero tutti i Protestanti, caddero fra questi Anna Liba di Schio, moglie d'Antonio Crotti, con un bambino alla mammella, e Paola Beretta monaca pur di Schio, che fuggita di convento, avea sposato il frate Carolini. Quest'ultimo, tradotto a Milano, dicono si salvasse abjurando.

Nella biblioteca Silvestriana di Rovigo esistono gli Elogi de' Rodigini di Giovanni Bonifazio, fra' quali è menzionato Domenico Mazzarella, eccellente nella legale e nella poesia, che dettò in italiano un dialogo della filosofia nel 1568, e altri lavori, ma tristi fato has regiones penitus deserere coactus est.

Baldassare Bonifazio, altro biografo, ricorda Teofrasto Mazzarella figlio di Domenico, nato in gran povertà, brutto, guercio, ma di bell'ingegno nelle leggi, nella poesia e nella fisica, che scrisse in italiano un sermone della filosofia: ma poi, quasi fossegli guastato lo spirito dal corpo, mentre la patria prometteasi da lui gran cose, factus pharabuta, perduellis, disertorque fidei, Genevam repente contendit, ubi sumptus inter novatores magister et ecclesiastes, maximos quoque apud hostes catholicæ religionis obtinuit honores, si tamen infamibus viris in ignominioso impiorum asylo ullus esse honor potest. E in nota è soggiunto che fu scomunicato e dichiarato infame in chiesa di San Francesco.

Pare che Domenico e Teofrasto sian una persona sola. Un trattato di massime religiose stampato a Ginevra accenna in fatti «Mazzarella Domenico accademico degli Addormentati in Rovigo: pei rigori dell'Inquisizione abbandonò la patria e si recò a Ginevra ove si fece calvinista: diventò predicante di quella comunità, e cangiò il suo nome in quel di Teofrasto; è fama che morisse assassinato nel letto da un domestico sul finire del secolo XVI». I riscontri che cercammo nella sua patria poco ci soccorrono.

Neppure il Friuli fu mondo di eresie. Nel 1558 il senato veneto deputò commissarj, che uniti a quelli del patriarca d'Aquileja, inquisissero alcuni eretici in Cividale[192]: al tempo stesso che il luogotenente del territorio di Gradisca metteva in avviso il capitolo d'Aquileja contro il suo vicario di Farra, il quale ricusava levare e accompagnar i morti secondo l'antico rito; toglieva le divote immagini, e vietava a' suoi il venerarle[193].

Il Grimani patriarca d'Aquileja fu processato dalla Inquisizione di Roma per opinioni intorno alla predestinazione; laonde nella promozione de' cardinali del 1561 fu escluso, malgrado le istanze della Signoria di Venezia; dovette ritrattarsi a' piedi del papa, e non fu assolto se non dal Concilio Tridentino, ove molti teologi opinarono che le sue sentenze erano quelle di sant'Agostino e de' santi padri.

Nel 1571 il luogotenente della Patria del Friuli, richiesto dal vicario del patriarca e dall'inquisitore, spediva Zanetto Foresto, accusato d'eresia, come da una ducale di quell'anno nell'archivio di Udine[194], ove ha pure un decreto del luogotenente del 1580, che annulla un processo in materia d'eresia, fatto in Gemona dagli Inquisitori senza che vi assistessero il luogotenente e due dottori, a norma delle leggi.

Giorgio Rorario di Pordenone credesi autore delle note marginali alla Bibbia tedesca di Lutero[195].

Col Vergerio avea tenuto corrispondenza Orazio Brunetti di Porcia, militare, istruito nella medicina dallo Zarotto di Capodistria. A Venezia nel 1548 stampò lettere, che abbondano in senso protestante, e combatteva il cattolicismo collo svisarlo in molti opuscoli italiani, nè pregevoli per scienza nè belli per forma, senza lealtà nè convinzione.

È memoria di Bernardino Gorgia, che, sul fine del Cinquecento, fuggito dalle carceri del Sant'Uffizio di Udine, predicò le massime luterane nella parte austriaca del Friuli, insieme con Federico Soriano di San Vito[196].

Jacopo Maracco, vicario del patriarca d'Aquileja, diffuse colà le massime nuove, e non profittando quanto desiderava, si volse a predicarle nella parte veneta del Friuli, dove già la bandivano il Primosio, il Vergerio, Nicola da Treviso, gli anzidetti Gorgia e Soriano.

Nel 1567 col Carnesecchi fu mandato al fuoco un frate di Cividal di Belluno come relapso. Chi era?

Giulio Maresio, essendo di diciotto anni tornato in Belluno dallo studio di Bologna verso il 1541, fu circuito da un Francescano imbevuto delle nuove dottrine, dandogli anche a leggere scritture ereticali. Ma quando nel 1551 ebbe a Padova ottenuto il grado di dottore in teologia e di guardiano nei Conventuali di Belluno, quel frate per invidia lo accusò di eresia al vescovo, il quale mandollo a Venezia all'inquisitore. Poichè questi volea metterlo in carcere, egli fuggì a Roma presso il generale Giacomo di Montefalco: e trovandolo morto, raccomandossi al cardinale Maffeo protettor dell'Ordine, che umanamente lo accolse e lo spedì a Bologna. Quivi il reverendo Giulio Magnano lo chiuse in prigione, minacciandolo della galera e del rogo se non confessasse d'aver dubitato d'alcuni articoli di fede; e fu obbligato leggere una formola di ritrattazione, e condannato a cinque anni di confino in Polonia. Il quarto anno, Florio Maresio suo fratello gli dava buone speranze da parte del generale Magnano; ma altri misero in sospetto l'inquisitore se lo lasciasse rimpatriare. Fu allora che il Lismanino, giunto colà dalla Svizzera, lo persuase a gittar la tonaca, e andare apostolando con lui; lo spedì poi a studiar greco ed ebraico in Isvizzera, dove Lelio Soccino lo tenea ben d'occhio perchè non si restituisse in Italia, come ne mostrava sempre intenzione. In fatto, dolente per la morte di suo padre, e disgustato dell'Ochino, di Pietro Martire, del Soccino, fuggì in Polonia, e ritornò alla Chiesa e al suo convento. Nel 1566 gli fu fatto il processo dalla curia di Belluno, nel quale trovammo lettera sua, dal convento de' Francescani di Cracovia il 1560, in cui ad un suo superiore racconta questi fatti[197]; e potrebbe darsi fosse egli appunto il frate che venne arso col Carnesecchi.

Nella contea di Gorizia penetrarono alcuni luterani della Carniola e della Carintia[198], ma erano poco favoriti; Giovanni Rauscher parroco vigilava perchè non sorgessero eretici, ed erano esigliati dal principe.

Del Lismanin di Corfù, e del Lucar di Candia parliamo altrove. Al 20 febbrajo 1582 il residente veneto a Roma, informava della pubblicazione di diciasette inquisiti dal Sant'Uffizio, tre dei quali furono mandati al fuoco come relapsi, fra i quali Jacobo Paleologo di Scio, famoso eresiarca unitario, che riprovato per eccessivo sin da Fausto Soccino, girò assai per la Germania finchè fu tradotto a Roma. Lo nominammo nei Discorsi XXXII.

Matteo Flach, nato in Albona d'Istria nel 1520, e noto col nome di Flacius Illiriens, studiò belle lettere a Venezia sotto l'Egnazio, e voleva ridursi monaco, ma un suo parente, provinciale de' Cordelieri, lo dissuase; andasse piuttosto in Germania. Questo provinciale era Baldo Lupatino di Albona, che molto adoprò a difondere la riforma nel Veneto, e che preso, fu in Venezia tenuto prigione venti anni, e dopo questi buttato in mare. Il Flacio a Wittenberg si pose scolaro di Lutero e Melantone, che molte accoglienze gli fecero, e cominciò la storia ecclesiastica, famosa sotto il nome di Centurie di Magdeburgo.

Espertissimo nel cavar fuori documenti antichi, fra il resto trovò una Messa de' primissimi tempi del cristianesimo[199]. I Luterani ne menarono vanto come diversissima dagli usi recenti di Roma; ma postavi maggior attenzione, trovaronla sfavorevole ai loro dogmi, e diedero opera a sopprimerne tutte le copie, mentre il cardinale Bona la ristampò al fine de' suoi Liturgici.

Nel Catalogus testium veritatis (Basilea, 1556) il Flacio schierò le persone e scritture che prevennero o sostennero il protestantesimo. Incitatissimo contro il papato, però nelle opinioni non sempre si conformava ai capi, che lo diceano accattabrighe, intollerante: causò disordini, e parea che di questi si giovasse per tener in freno i principi. Mentre Melantone, che all'amor della pace avrebbe sagrificato tanto, scrisse un libro delle cose indifferenti (De adiaphoris), ove vuole non s'abbia a ostinarsi nel ripudiar riti e cerimonie, purchè non inchiudano idolatria, Flacio furibondo urlava si dovrebbero devastar le chiese, minacciar i principi d'insurrezione, piuttosto che tollerare una sola cotta[200]. Sosteneva in tutta forma che il peccato originale è la sostanza dell'uomo decaduto; sublimazione dell'errore, che eccitò moltissimi contraddittori.

DISCORSO XLVI. VENEZIA INTERDETTA. FRÀ PAOLO SARPI. IL DE DOMNIS.

Con quanto iroso disprezzo i rivoluzionarj di settant'anni fa abbatterono l'italiana Venezia perchè antica, con altrettanta ammirevole pietà noi riguardiamo a quella gloriosa repubblica, che sempre ebbe per grido «Italia e indipendenza»: che aspirava all'egemonia di tutta la penisola, cui avrebbe ridotta a repubbliche municipali, invece degl'infausti principati: finchè la Lega di Cambrai, primo delitto della politica nuova, non venne a spezzare quella che gli ambiziosi chiamavano sua ambizione.

I Veneziani erano stati i primi ad accettare il Concilio di Trento, sicchè Pio IV, oltre encomiarli, donò alla Repubblica il magnifico palazzo a Roma che tuttavia si dice di Venezia, con desiderio vi risedesse continuo un loro ambasciadore, siccome fu fatto. La serenissima in ricambio donò per residenza del nunzio in Venezia il maestoso palazzo Gritti. Nè queste cortesie, nè l'attenzione in perseguitare gli eretici, toglievano che i Veneziani si tenessero sempre sulle guardie nel trattare coi pontefici; riservavansi di concedere o ricusare l'erezione di chiese e conventi: di governare gli studj, eccetto i puramente ecclesiastici; di regolare le esteriorità del culto, e proteggerle; di riscontrare gli atti che venivano da Roma, e darne l'exequatur: non volevano impacci di ecclesiastiche immunità nel punire i delitti comuni[201]; anzi spingevano l'ombrosità fino a temere che i preti colla virtù acquistassero influenza sulla plebe. «La ragion di Stato non vuole che i suoi sacerdoti siano esemplari, perchè sarebbero troppo riveriti ed amati dalla plebe»; è scritto nel Discorso aristocratico sopra il governo de' signori Veneziani[202]. Un Gesuita raccoglie i gondolieri ogni festa per istruirli nelle cattoliche verità? la Signoria riflette che i gondolieri praticano con persone d'ogni grado, e quindi possono servire allo spioneggio, e proibisce quella congregazione, ed espelle il Gesuita. Un altro declama contro il carnevale, asserendo che quel denaro si spenderebbe meglio in soccorrere il papa nella guerra contro i Turchi, minacciosi alla Repubblica; e la Signoria lo sbandisce.

Il clero indistintamente era tenuto sottoposto alla giurisdizione dei Dieci ed escluso dagli uffizj civili: qualora si recassero in discussione affari relativi a Roma, venivano rimossi dal Consiglio i papalisti, vale a dire che avessero aderenza con quella Corte, o soltanto parentela negli Stati pontifizj: e il 9 ottobre 1525 i Dieci risolsero, chi avesse figli o nipoti negli Ordini fosse escluso nel trattar qualunque affare concernente Roma. Allegando che il custodire Corfù e Candia, antemurali della cristianità, costava più di cinquecentomila scudi l'anno, Venezia ottenne dal papa un decimo delle rendite ecclesiastiche, non escluse quelle de' cardinali. Alle trentasette sedi vescovili l'investitura era data dal doge stesso, in nome di Dio e di san Marco; ma dopo la lega di Cambrai la curia romana n'avea tratto a sè la collazione, lasciando alla Signoria solo un quarto delle nomine, sebbene le altre non potessero cadere che in sudditi veneti. Quando Innocenzo VIII pretese l'incondizionata elezione dei vescovi di Padova e d'Aquileja, la Signoria si oppose, com'anche alle decime ch'e' voleva levare sopra le istituzioni di beneficenza. Pio IV nomina vescovo di Verona Marcantonio da Mula, allora ambasciatore a Roma; e la Signoria ricusa riceverlo; così fa quando lo elegge cardinale, e ai parenti suoi vieta d'assumere la veste purpurea di seta in segno di festa; e ne manda scuse al papa, scrivendo: «Noi siamo schiavi delle nostre leggi, ed in ciò consiste la nostra libertà». Nè volle che il Vendramin, eletto patriarca, dovesse subire l'esame a Roma; proibì di ricevere o pubblicare la bolla in Cœna Domini.

Gregorio XIII, quando volle ordinar la visita generale delle chiese venete, come erasi fatto di tutta la cristianità, trovò somma opposizione: in nessun tempo essersi ciò praticato nel dominio: ne sarebbero scompigliati i paesi di rito greco o confinanti coi Turchi: si arrivò fin a minacciare di unirsi alla Chiesa greca; e solo con somme precauzioni nel 1581 fu lasciata operare, ma da prelati indigeni[203].

Quando gli ambasciadori veneti andarono a Ferrara a congratularsi con Clemente VIII dell'acquisto di quella città nel 1598, il papa chiese loro, che anche la Repubblica ajutasse a quel ch'egli faceva cogli infedeli convertiti, procurando ad essi modo di vivere, impiegandoli o come palafrenieri e cavalleggieri, o a cavar terra o pietre o altro; che non lasciassero vivere in ghetto gli Ebrei fatti cristiani; che molti vivendo in bigamia, sebben questo reato spettasse al Foro laico, se ne lasciasse il giudizio all'Inquisizione senza ledere la giurisdizione civile; che si procedesse con dolcezza nell'esigere le taglie de' beni ecclesiastici[204].

Della giurisdizione sovra persone ecclesiastiche Venezia era tanto gelosa, che gl'Inquisitori di Stato, avuto spia come in casa del nunzio si discorreva «che l'autorità del principe secolare non si estende a giudicar ecclesiastici se questa facoltà non sia concessa da qualche indulto pontifizio», stabilì che i prelati paesani, i quali tenessero simili discorsi, fossero notati su libro apposito come «poco accetti, e si veda occasione di farne sequestrare le entrate; e se perseverino, si passi agli ultimi rigori, perchè il male incancrenito vuol al fine ferro e fuoco». Quanto ai curiali del nunzio, se tengono di tali propositi fuori della Corte, «sia procurato di farne ammazzar uno, lasciando anche che, senza nome di autore, si vociferi per la città che sia stato ammazzato per ordine nostro, per la causa suddetta»[205].

Nel 1603 il nunzio movea querela perchè l'ambasciadore d'Inghilterra facesse tener pubbliche prediche in sua casa: vero è ch'erano in inglese, ma potrebbe anche presto voler farle in italiano. La Signoria rispose che, trattandosi di re sì grande come l'inglese, e del quale è preziosa l'amicizia, non poteasi impedir al suo ministro d'esercitare il proprio culto; vorrebbero però pregarlo di non ammettere altra gente[206].

Un frate a Orzinovi pubblica un libello contro un magistrato veneto, e questo lo fa arrestare, togliendogli di mano il Santissimo, ch'egli avea preso per garantirsi. Condannato un prete marchigiano, la Signoria manda al patriarca che lo sconsacri; e poichè questi esitava, alcuni in Consiglio propongono di dargliene ordine preciso; altri soggiungono che con ciò s'impiglierebbe in futuro il corso della giustizia, e perciò si mandi al supplizio senza degradazione. Egualmente la Signoria fa carcerare Scipione Saraceno canonico di Vicenza e l'abate Brandolino di Narvesa nel Trevisano, imputati di nefandità, e rinnova l'antico decreto che gli ecclesiastici non possano acquistare beni stabili, e devano vendere quelli che ricevessero per testamento, nè si fondino nuove chiese senza beneplacito del senato.

Se n'adontò Paolo V. Era egli stato Camillo Borghese, e salito papa senza brighe, si credette eletto dallo Spirito Santo per reprimere gli abusi che aveano abbassato la Santa Sede. Di rigorosa virtù, erogava dodicimila scudi l'anno in limosine e doti; censessantamila ne spese in erigere quel maestoso tempio ch'è Sant'Andrea della Valle, e moltissimi in doni a Loreto e ad altre chiese e santuarj. Degli affari decideva egli stesso, anzichè riferirne in concistoro; insistette perchè i vescovi risedessero; voleva istituir una congregazione per istudiare i mezzi di ampliare l'autorità ecclesiastica e mortificar la presunzione de' governi secolari, e ripeteva: «Non può darsi vera pietà senza intera sommessione alla podestà spirituale». Per questa lottò con Malta, con Savoja, col senato di Milano, coi governi di Lucca e Genova non solo, ma con Francia e Spagna, e sempre prosperamente.

Col doge si trovava già in iscrezio per affari di decime, di franchigie, di commercio, di guerra coi Turchi; e guardava di mal occhio questa Potenza, oculatissima ad escluder gli ecclesiastici da ogni maneggio d'affari, a non mantenere pensionarj a Roma, a esiger tasse anche dai beni ecclesiastici, allegando ch'erano un terzo dell'intero territorio; a voler giudicare anche i preti per le colpe ordinarie: e anticipando una qualifica che Federico di Prussia applicò a Giuseppe II, diceva al Contarini: «Signor ambasciatore, con nostro grandissimo dispiacere intendiamo che i signori capi dei Dieci vogliono diventar sagrestani, poichè comandano a' parocchiani che all'Ave Maria serrino le porte delle chiese, e a certe ore non suonino le campane».

Nato quell'aperto «pretesto di spiritualità» che dicemmo, scrisse minaccie al doge, e non ascoltato, radunò un concistoro, nel quale quarantun cardinali, eccetto un solo veneziano, convennero non potersi spingere più oltre la tolleranza: sicchè il papa mandò monitorj il 25 dicembre 1605, poi la scomunica, espressa con una severità che ripugna ai tempi[207]. La Signoria se ne mostrò addolorata, ma non cambiò tenore. Potea facilmente rassettar la cosa col consegnare al Foro ecclesiastico uno dei due arrestati; ma prevalse il puntiglio e il voler braveggiare contro la maggiore autorità; ed avviluppandosi nelle meschinità consuete a chi fa guerra ai preti, intimò guai a chi «lasciasse pubblicare il monitorio»; impose che gli ecclesiastici continuassero le uffiziature pubbliche e ad amministrar i sacramenti: dietro ciò guerricciuole contro chi disobbediva; ai vescovi di Brescia, e di Treviso, al patriarca di Udine minacciar confisca e peggio; si citino l'arcidiacono Benaglio e l'abate Tasso; si puniscano preti e frati d'Orzinovi e il Lana arciprete del duomo di Brescia, renitenti; si obblighi ai divini uffizj l'inquisitore di Brescia, che se ne astiene allegando le sue molte occupazioni: e perchè reluttò, sia bandito; si scarceri il priore dei Domenicani, dacchè promise obbedire al Governo; s'arrestino i commissarj apostolici: lamenti contro i frati di Rodengo, contro i rettori di Verona per renitenze di que' preti: lode ai rettori di Bergamo per aver ingiunto ai cappelletti e soldati côrsi d'impedire a qualsivoglia curato di partirsi dai luoghi, nello spirituale sottoposti all'arcivescovado milanese; suggerir che il conte Martinengo generale di cavalleria, sotto pretesto d'andare a caccia, vada a rinfrancare que' curati nell'obbedienza; i rettori così alla sorda chiamino due o tre per volta i confessori, scandaglino le loro opinioni in materia d'interdetto, e i renitenti puniscano a loro arbitrio; si sorveglino le monache che stavano in carteggio con Roma e non andavano alla messa[208]. Al vicario del vescovo di Padova, che rispose farebbe quanto lo Spirito Santo gl'ispirasse, il podestà soggiunse: «Lo Spirito Santo ispirò ai Dieci di far impiccare chiunque recalcitra».

Bandironsi Gesuiti, Teatini e Cappuccini, i quali, tenendosi obbligati d'obbedire al papa anzichè al principe secolare, andarono via processionalmente dallo Stato, con un crocifisso al collo e una candeletta in mano[209]; e restò proibito di scrivere e ricevere lettere a e da' Gesuiti, pena il bando e la galera come pel lasciare figliuoli ne' loro collegi.

Sarebbe bizzarro e, mutati i costumi, avrebbe riscontro in altri tempi il descrivere le intime dissensioni delle terre e delle famiglie sull'obbedire o no al pontefice; ne' conventi, monache le quali di soppiatto scrivono a Roma: frati che tirano a sorte chi dovrà pubblicare le bolle dell'interdetto; altri che vengono di nascosto a infervorare alla resistenza: e chi a dispetto suona le campane: e chi procura venga celebrata la pasqua[210]: pure la Signoria, più civile e più accorta che alcuni Governi sparnazzanti il preteso progresso, non soffrì venisse insultata la religione, nè calpesta l'autorità, ch'è il fondamento d'ogni viver civile: e quando un Servita in pergamo si permise acerbe parole contro il pontefice, sin a dire che Paolo era divenuto Saulo, essa lo disapprovò.

Tesi, apologie, consulti furono scritti e contro e in favore dai meglio reputati giuristi[211], e singolarmente dal celebre Menocchio, presidente al senato di Milano; i più sostenendo ne' governi il diritto di esaminar i motivi delle scomuniche e delle ordinanze pontifizie. Quel che ne sentissero i libertini ci appare da Gregorio Leti che nella Vita di Sisto V scrive: «I frati veneziani hanno tanto a cuore la riputazione della loro repubblica, che in servizio di questa rinuncierebbero, per maniera di dire, Dio, non che il papa e la religione; ed io trovo che tutti gli altri frati devono fare lo stesso in servizio del loro principe, quantunque si veggano molti esempj contrarj e scandalosi».

Durava ancora il tempo vagheggiato da Giulio II, ove non si mandasse scomunica che sulle punte delle lancie: onde il papa faceva armi; armi facea la repubblica, e al litigio prese parte tutta Europa, in tutta ritrovandosi persone e cause interessate. La Spagna, che, attenta a ribadire il suo predominio in Italia, guatava in sinistro questa republica che gliel contendea, soffiava nel fuoco; rifiutò l'ambasciadore veneto come scomunicato; il duca d'Ossuna diceva a Paolo V che i Veneziani non bisognava contarli per cristiani, giacchè spesso aveano conchiuso trattati coi Turchi, espulso i Gesuiti, cozzato col papa, parteggiato cogli eretici di Francia e d'Olanda. Di rimpatto Enrico IV stimolava i Veneziani a suscitare disordini ne' dominj spagnuoli. Più li favorivano l'Inghilterra, l'Olanda, il conte di Nassau, i Grigioni, avversi al papa, e spinti dai predicanti, che speravano in quei dissidj un'occasione di impiantare la Riforma in Italia, cioè proprio nella sede del cattolicismo.

La franchigia di commercio, per cui Armeni, Turchi, Ebrei v'erano egualmente i ben venuti, favoriva a Venezia l'indifferenza religiosa. L'autore del Discorso aristocratico sopra il governo dei signori Veneziani assicura che, venendo a morte un Luterano o Calvinista, permetteasi fosse sepolto in chiesa, e i parroci non se ne faceano scrupolo; aggiunge però: «Non ho mai conosciuto alcun veneziano seguace di Calvino o di Lutero od altri, bensì d'Epicuro e del Cremonini, già lettore nella prima cattedra di filosofia nello studio di Padova, il quale assicura che l'anima nostra provenga dalla potenza del seme, come le altre dell'animal bruto e per conseguenza sia mortale. Seguaci di questa scelleratezza sono i migliori di questa città, ed in particolare molti che hanno mano nel governo».

La proibizione de' libri rovinava le stamperie, che a Venezia erano in gran fiore. Le idee democratiche, diffuse dalla scuola gesuitica, disturbavano la dominante aristocrazia, che in conseguenza parteggiava pel potere assoluto de' principi, e favoriva i Protestanti contro i Cattolici.

Campione del partito principesco ci si presenta Paolo Sarpi, frate servita, uno de' migliori ingegni di quell'età anche nelle scienze positive. Teologo della Repubblica, in quel litigio fu condotto ad esaminarne i titoli, e con ragioni ed autorità sminuire l'ingerenza del papa ne' civili negozj, e contro le dottrine democratiche de' Gesuiti sostenere che il poter de' principi deriva immediatamente da Dio, e non è sottoposto a nessuno: il papa non aver diritto di esaminare se le azioni d'un Governo siano colpevoli o no, poichè ciò porterebbe a indagini incompatibili colla sovranità principesca. Sebbene scrivesse per comando e «a norma delle pubbliche mire»[212], venne ad infervorarsene per modo, che suo distintivo rimase l'avversione alla santa sede. Stampò allora (se pur è sua) la Consolazione della mente nella tranquillità di coscienza, cavata dal buon modo di vivere nella città di Venezia nel preteso interdetto di papa Paolo V, ove propone tali quistioni: 1º nel pontefice e nella Chiesa v'è autorità di scomunicare? 2º quali persone sono soggette a scomunica, quali le cause di applicarla? 3º la scomunica è appellabile? 4º è superiore il pontefice o il Concilio? 5º per ragion di scomunica il principe legittimo può essere privato de' proprj Stati? 6º per impedire la libertà ecclesiastica s'incorre giustamente nella scomunica? 7º qual è questa libertà? e si estende solamente alla Chiesa, ovvero anche alle persone di questa? 8º il possesso delle cose temporali spettanti alla Chiesa è di diritto divino? 9º una repubblica come un principe libero può restar privata dello Stato per causa di scomunica? 10º il principe secolare ha legittima azione di riscuotere le decime, e legittima potestà d'ordinare ciò che giovi alla repubblica sopra i beni e le persone ecclesiastiche? 11º ha per se stesso autorità di giudicare gli ecclesiastici? 12º quanto si estende l'infallibilità del pontefice?

E rispondeva in somma, che la potestà del santo padre si limita a procurare la pubblica utilità della Chiesa: il Cristiano, non che a quello dover obbedienza cieca, pecca se la presta, ma deve esaminare se il comando è conveniente, legittimo, obbligatorio; e quando il pontefice fulmina scomunica o interdetto per comandi ingiusti e nulli, non s'ha a tenerne conto, essendo abuso di podestà: la scomunica è ingiusta e sacrilega quando lanciata contro la moltitudine; non può sussistere se non s'appoggia a peccato, anticipatamente minacciato di scomunica: il Concilio di Trento, fuoco di Sant'Elmo apparso nelle maggiori burrasche della Chiesa, ingiunge estrema circospezione nell'infliggerla, ma erra quando vuole che, chi vi persevera un anno, sia dato all'Inquisizione come sospetto d'eresia; e quando vieta al magistrato secolare d'impedire al vescovo di pubblicarla: le immunità ecclesiastiche non sono di diritto divino. La Chiesa greca, sempre povera, patì minori scandali che la latina. È patto tra il popolo e i ministri della Chiesa che questi somministrino la parola e i sacramenti, quello il pane corporale. I papi, non che la temporale, neppur sempre ebbero la sopreminenza spirituale, e la usurparono favorendo principi usurpatori. Mentre le cose umane col tempo svigoriscono, nella monarchia ecclesiastica cresce l'autorità, non già la santità e la riverenza. I principi temporali non dipendono che da Dio: nè Cristo poteva trasmettere al suo vicario la potestà temporale ch'egli non esercitò. Il papa non ne ha veruna sui principi, non può punirli temporalmente, non annullarne le leggi, o spogliarli de' dominj. A rincontro gli ecclesiastici non han nulla che resti esente dalla podestà secolare, e il principe esercita sulle persone e i beni altrettanta autorità che sugli altri sudditi.

L'impugnar Roma era prova di tutt'altro che d'eroismo in una repubblica sempre ricalcitrante alle pretensioni curiali; e frà Paolo, sbraveggiando il papa, umiliavasi a Filippo II, preconizzandogli ridurrebbe schiave Europa ed Africa, e muterebbe Parigi in un villaggio; porgevasi sommessissimo ai nobiluomini del suo paese, e blandendo ad essi ed all'opinione interessata, usurpavasi gli onori del coraggio. Come sentisse in fatto di libertà cel dicono certe costituzioni da esso ideate pel suo Ordine, ove non dubita ricorrere fin alla tortura; e l'insinuare alla Repubblica provedimenti tirannici: dai giudizj escludere il dibattimento[213]; tenere ben depressi i nobili poveri; opprimere le colonie levantine; ai Greci, come a belve, limar i denti e gli artigli, umiliarli spesso, toglierne ogni occasione d'agguerrirsi, trattarli a pane e bastonate, serbando l'umanità per altre occasioni; nelle provincie d'Italia industriarsi a spogliar le città dei loro privilegi, fare che gli abitanti impoveriscano, e i loro beni sieno comperati da Veneziani; quei che nei consigli municipali si mostrano animosi, perderli se non si può guadagnarli a qual sia prezzo: se vi si trova alcun capoparte, sterminarlo sotto qualsiasi pretesto, cansando la giustizia ordinaria, e il veleno tenendo come meno odioso e più profittevole che non il carnefice. Suggerisce una legge rigorosa contro le stampe, atteso che «da pochi anni in qua escono quotidianamente a stuolo libri, che insegnano non esser da Dio altro governo che l'ecclesiastico; il secolare esser cosa profana e tirannia, e come una persecuzione contro i buoni da Dio permessa: che il popolo non è obbligato in coscienza obbedire le leggi secolari, nè pagar le gabelle e pubbliche gravezze, e basta che l'uomo sappia far di non essere scoperto: che le imposte e contribuzioni pubbliche per la maggior parte sono inique ed ingiuste, ed i principi, che le impongono scomunicati: insomma i principali magistrati sono rappresentati e posti in concetto dei sudditi per empj, scomunicati ed ingiusti; e se è necessario tenerli per forza, in coscienza è lecita ogni cosa per sottrarsi dalla loro soggezione».

Contro il papa e contro Gesuiti e Cappuccini predicava pure frà Fulgenzio Manfredi minorita, il quale poi andato a Roma con salvocondotto, ottenne ricevimento cortesissimo e l'assoluzione: poi repente fu arrestato dal Sant'Uffizio, e trovatogli libri proibiti, scritture ereticali e carteggi d'intelligenze col re d'Inghilterra, fu appiccato ed arso.

Secondava al Sarpi frà Fulgenzio Micanzio da Passirano presso Brescia, predicando con tale franchezza, che il medico Pietro Asselineau d'Orleans, dimorante in Venezia e caldo in quei maneggi, per cui spesso scriveva consulti invece di frà Paolo, ebbe a dire: «Pare Dio abbia per l'Italia suscitato un altro Melantone o Lutero»[214]. Fece egli il quaresimale nel 1609 «con libertà, verità e gran concorso di nobiltà e popolo, a dispetto del nuncio e delle sue rimostranze», come scriveva Duplessis-Mornay.

Alle scritture che, in occasione dell'interdetto, pubblicavansi contro Roma, esultavano i Protestanti; Melchiorre Goldast, Gaspare Waser, Michele Lingeslemio, Piero Pappo ne esprimevano congratulazioni, faceanle tradurre e divulgare; lo Scaligero viepiù, il quale scriveva: «Il signor Carlo Harlay di Dolot m'ha detto di aver portato libri di Calvino a diversi signori di Venezia, dove già molti hanno la cognizione degli scritti nostri»; e divulgavasi la profezia di Lutero nell'esposizione del salmo XI: «A Venezia sarà ricevuto il vangelo: e i poveri e gli oppressi cristiani liberamente si sostenteranno e nutriranno, sicchè la Chiesa si moltiplichi».

Chi abbia vissuto appena questi ultimi anni, sa come le controversie con Roma o l'avversione ad un papa infondano ardire e lusinghino speranze di rompere colla Chiesa. Chi ciò cercasse non difettava in Venezia, quali Ottavio Menino di San Vito, legale lodato e poeta latino, che molto scrisse in proposito dell'interdetto, ed eccitava il Casaubono a fare altrettanto; Antonio Querini, autore dell'Avviso pernicioso; l'erudito Domenico Molino; Alessandro Malipiero, «uomo d'una pietà senza fuoco e senza superstizioni, che era solito ogni sera accompagnare il Sarpi, a cui portava un amore e venerazione singolare, che era tra loro vicendevole»[215]. Aggiungiamo don Giovanni Marsilio, gesuita napoletano apostato, che colà rifuggito, continuava a celebrar messa, benchè sospeso dal pontefice. «Jeri morì don Giovanni Marsilio, (scriveva frà Paolo, di Venezia il 18 febbrajo 1612). Li medici dicono, che sia morto di veleno; di che io, non sapendo innanzi, altro non dico per ora. Hanno bene alcuni preti fatto ufficio con esso lui che ritrattasse le cose scritte; ed egli è sempre restato costante, dicendo avere scritto per la verità, e voler morire con quella fede. Monsieur Asselineau l'ha molte volte visitato, e potrà scrivere più particolari della sua infirmità, perchè io non ho possuto nè ho voluto per varj rispetti ricercarne il fondo. Credo che, se non fosse per ragion di Stato, si troverebbono diversi, che salterebbono da questo fosso di Roma nella cima della Riforma: ma chi teme una cosa, chi un'altra. Dio però par che goda la più minima parte de' pensieri umani. So ch'ella m'intende senza passar più oltre».

Questi, e Leonardo Donato, Nicola, Pietro, Giacomo Contarini, Leonardo Mocenigo ed altri aveano ritrovi in casa d'Andrea Morosini, ove dibatteano le controversie d'allora circa l'autorità regia e la papale, avversi del pari alle esorbitanze romane come alla prevalenza spagnuola. Vi davano appoggio ed incitamento l'ambasciatore d'Inghilterra ed il famoso Bedell suo cappellano, il quale tradusse da frà Paolo la Storia dell'Interdetto e quella dell'Inquisizione, e studiavasi d'introdurre la Riforma, continuando la pratica anche dopo che Venezia si fu rassettata col papa. Il nunzio Ubaldini nel novembre 1608 avvisava il cardinale Borghese come fossero partiti per Venezia due predicanti ginevrini, sicuri di avervi liete accoglienze da alcuni nobili, ma poi aveano ricevuto ordine di tornar indietro.

Giovanni Diodati, che menzionammo discendente da profughi lucchesi, dalla Chiesa di Ginevra deputato al sinodo di Dordrecht nel 1618, ed eletto, benchè straniero, a redigerne le deliberazioni, avea procurato la versione della Storia del Concilio di Trento di frà Paolo; e a lui di queste intelligenze dando informazione, il Bedell soggiungeva: Ecclesiæ venetæ reformationem speramus, e lo esortava a recarsi colà, dove lo sospiravano l'ambasciator suo e frà Paolo. Fu per tal occasione che il Diodati pubblicò la sua versione italiana della Bibbia, e scriveva: «Non istò senza speranza di farne entrare e volare degli esemplari in Venezia, dove la superstizione ha già ricevuto una breccia, per la quale è entrata la libertà, cui Dio santificherà per la sua verità quando ne sia il tempo». E pochi mesi dopo: «A Venezia ne ho già spedito qualche numero di esemplari, e spero ben tosto maggior commissione. Per suggerimento dell'ambasciatore d'Inghilterra in Venezia, io fo adesso stampare il Nuovo Testamento a parte, in piccola gentilissima forma, perchè serva agli avventurosi principj che Dio vi ha fatti apparire. E forse il meno sarà questo servirli con la penna solamente; poichè bisognerà intraprendere altra cosa più forte ed espressa, e belli e formati sono i progetti, i quali il tempo è vicino molto a metter fuori, siccome io spero in Nostro Signore».

Duplessis-Mornay, detto il papa de' calvinisti francesi, avea fatto il Mistero d'iniquità e la Istituzione, uso e dottrina del santissimo sacramento dell'eucaristia nella chiesa antica; come, quando e per quali gradi la messa s'è introdotta in sua vece (La Rochelle 1598), opera dove i Cattolici verificarono quattrocento false citazioni, su di che si tenne una famosa conferenza a Fontainebleau il 4 maggio 1600, dopo la quale egli ristampò quel libro a Saumur il 1604, con meno infedeltà. Egli zelava la conversione di Venezia, e a lui il Diodati porgeva contezza come già da due anni ne stesse in pratica: da lettere di colà venir reso certo che il paese è rinnovato; liberissimi discorsi tenervisi, massime da frà Paolo, da frà Fulgenzio, dal Bedell, in modo che uno crederebbe esser a Ginevra; il mal umore contro il papa non acchetarsi; e tre quarti de' nobili aver già raggiunta la verità. De Liquez, compagno del Diodati, soggiungeva: «Frà Paolo mi assicura che nel popolo conosce più di dodici o quindicimila persone, le quali alla prima occasione si volterebbero contro la Chiesa romana. Son quelli che da padre in figlio ereditarono la vera cognizione di Dio, o resti degli antichi Valdesi. Nella nobiltà moltissimi hanno conosciuto la verità, ma non amano esser nominati finchè non venga il destro di chiarirsi. E una prova si è che frà Paolo, quantunque scomunicato, ebbe ordine dal senato di continuare a celebrar messa». Aggiunge che, avendo i preti esatto che, prima di ricever l'assoluzione, i loro penitenti promettessero obbedire al papa nel caso d'un nuovo interdetto, il Governo gli ha arrestati, et mis en lieu où depuis ne s'en est oui nouvelles; tellement que, depuis l'accord, ils ont plus fait mourir de prètres et autres ecclésiastiques, qu'il n'avoyent fait en cents ans auparavant. Anche Link, emissario dell'elettor palatino, del quale si legge la relazione negli Archivj storici del professore Lebret, parla di oltre mille persone aspiranti alla Riforma, fra cui trecento distinti patrizj: s'avrebbero dunque trecento voti nel gran consiglio, che di rado eccedeva i seicento; se vi si aggiungano quelli che voterebbero per la costoro influenza, facilmente potevano conseguire la maggiorità, e quindi l'effetto de' loro desiderj.

Con quale asseveranza ciò è raccontato! Eppure, non che risoluzione, nemmanco proposta di ciò trovasi mai negli Atti verbali. E come saria stato possibile? In Venezia tutto era cattolico; l'origine, il patrono, le feste nazionali, le belle arti: ivi sfoggiatissime le solennità; ivi antica l'inquisizione contro l'eresia; ivi sulla religione innestata la politica per la crociata perenne contro gl'Infedeli: ivi aggregati quasi tutti alle confraternite, dove anche il plebeo trovavasi non solo pari, ma fin superiore al nobiluomo e al senatore: chi ha occhio dica se fosse culto che perisce quello che fabbricava allora tante suntuosissime chiese. Dove lo spirito pubblico era così identificato al cattolicismo, un Governo eminentemente conservatore potea mai pensare alla rivoluzione più radicale? Moltissimi atti noi scorremmo a proposito dell'interdetto, e in tutti gran franchezza e dispetto ci apparve, ma sommessione cristiana e desiderio di riconciliarsi.

Il Diodati stesso nel 1608 venuto a Venezia, trovò assai meno che non si fosse ripromesso; nè però deponeva le speranze: quei due frati adoprarsi a tutt'uomo, ma ancor troppo radicata esservi la riverenza pei monaci[216]. Soggiunge che frà Paolo non vuole svelarsi, allegando che così potrebbe meglio saper secrètement la doctrine et autorité papale, en quoi il a extrêmement profité: quanto a frà Micanzio, sans doute il aurait effectué quelque notable exploit, s'il n'était continuellement contrepesé par la lenteur du père Paul. E altrove confessa avere «a fondo scoperto il sentimento di frà Paolo, e ch'ei non crede sia necessaria una precisa professione, giacchè Dio vede il cuore e la buona inclinazione». Anche l'apostato De Dominis a Giacomo I d'Inghilterra scriveva che il Sarpi «non udiva volentieri le soverchie depressioni della Chiesa romana, sebbene aborriva quelli che gli abusi di essa come sante istituzioni difendessero».

Ma il Sarpi accettò la confessione protestante? Oltre la storia sua, azioni e lettere fanno della fede sua molto dubitare[217]. Avendo Nicola Vignerio stampato una dissertazione contro il Baronio, Filippo Canaye ambasciatore di Francia in Venezia e amico di frà Paolo scriveva al signore di Commartin, da quell'opera tenersi offesa la Signoria veneta, perchè vedeasi noverata fra quelli che si smembrarono dalla Chiesa. Eppure a quell'opera del Vignerio e all'esposizione sua dell'Apocalisse, ove riscontra l'anticristo nel papa, diede applausi e forse ajuti frà Paolo. E da questo crederonsi esibiti i materiali al libello inglese di Eduino Sandis sullo stato della religione in Occidente, ove non ravvisa che superstizione e inezie nella pietà dei Cattolici, e massime degli Italiani. Ugo Grozio, lodando grandemente quel libro, scriveva: Sandis quæ habuit scripsit ipse, sed ea ex colloquiis viri maximi fratris Pauli didicerat. Item ad quædam capita notas addidit, jam egregias in defæcando lectorum judicio[218].

Esso Grozio, stando ambasciadore in Isvezia, ebbe in mano, e trascrisse a varj amici questo passo di lettera 12 maggio 1609 del Sarpi al Gillot, canonico della santa Cappella di Parigi, che scrisse sul Concilio di Trento e sulle libertà gallicane; Si quam libertatem in Italia aut retinemus aut usurpamus, totam Franciæ debemus. Vos et dominationi resistere docuistis, et illius arcana patefecistis. Majores nostri pro filiis habebantur olim, cum Germania, Anglia et nobilissima alia regna servirent: ipsique servitutis istrumenta fuere. Postquam, excusso jugo, illa ad libertatem aspirant, tota vis dominationis in nos conversa est. Nos quid hiscere ausi fuissemus contra ea quæ majores nostri probaverant, nisi vos subvenissetis? Sed utinam omnino subsidiis vestris uti possemus![219].

Quando il Priuli ambasciatore veneto tornava di Francia, moltissimi libri ereticali furono imballati da Francesco Biondi suo segretario, il quale poi passò col De Dominis in Inghilterra, e apostatò. Successe ambasciatore in Francia quell'Antonio Foscarini, che finì decapitato per isbaglio, e ch'era molto legato cogli Ugonotti. Poi diè luogo al cavaliere Giustiniani, che frà Paolo indica come papista, soggiungendo che perciò «conviene servirsi di quello di Torino per far qualche cosa di bene per la religione»[220].

Questo residente a Torino era Gregorio Barbarigo, tutta cosa di frà Paolo, che lo giudicava «una delle più tranquille anime che abbia non solo Venezia ma forse l'Italia»; ma presto fu spedito in Inghilterra ove morì, surrogandogli il Gussoni, col quale frà Paolo avvertiva il Groslot di non comunicare «le cose di evangelio, se non in quanto fossero congiunte con quelle di Stato e di governo». E sempre con questa bilancia pesa egli i differenti ambasciatori.

Coloro che si lusingavano di ridur Venezia protestante ebbero per buon sintomo il vederla legare accordi coi sollevati dei Paesi Bassi e riceverne un ambasciatore[221], ma era un espediente politico per avversare la Spagna. Confidavano che Enrico IV, per la sua nimistà con casa d'Austria, vi favorirebbe le innovazioni; ma, qualunque fossero le costui credenze religiose, egli, come tutti i re del suo tempo, riteneva che il Governo ha podestà d'intervenire nelle pratiche religiose de' suoi sudditi; e nello stesso editto di Nantes, di cui gli si fa tanto merito, non concedeva libertà di ogni culto, ma del solo calvinistico. Inaspettatamente egli trasmise alla Signoria veneta una lettera del Diodati, il quale al Durand, pastore in Parigi, esponeva per filo e per segno quant'erasi tramato in Venezia; nominava come consenzienti i principali; che fra poco le fatiche sue e di frà Fulgenzio conseguirebbero l'intento; e se il papa si ostinasse, Venezia romperebbe definitivamente colla Chiesa cattolica, di che già il doge e alquanti senatori erano in desiderio.

Questa diretta denunzia[222] costringe la Signoria a provedere; i papalini prevalgono; il Sarpi se ne scoraggia, e geme, ed «È incredibile quanto grande sia stato il male fatto con quella lettera. Se sarà guerra in Italia, fia bene per la religione, e per questo Roma la teme; l'Inquisizione cesserà, e l'evangelio avrà corso»[223]; e si duole che «le occasioni sono smarrite, dirò morte e sepolte, e solo Dio può eccitarle, al quale se piacerà così, ho materia accumulata e formata secondo le occasioni»[224]. Come ogni altro mestatore, desiderava dunque la guerra, e invocava gli stranieri; ora Enrico, da cui «unicamente potea venirci salute», ora Sully, ora il re d'Inghilterra, od altri nemici della Spagna; si duole che il papa proceda lenemente, sicchè i politici s'acconciano alla pace, tanto più che i Turchi minacciavano; e «Non vedo altro rimedio per conservare e nutrire quel poco che resta, se non venendo molti agenti de' principi riformati e massime dei Grisoni, perchè questi farebbero l'uffizio in italiano[225]. Spagna non si può vincere se non levato il pretesto di religione: nè questo si leverà se non introducendo Riformati in Italia. E se il re di Francia sapesse fare, sarebbe facile e in Torino e qui. La Repubblica negozia lega coi Grisoni; per questa strada si potrebbe far qualche cosa, se dimandassero esercizj di religione in Venezia»[226]. Del suo scoraggiarsi lo rimbrottava Mornay, soggiungendogli che, di tal passo, morrà prima di vedere compiuta la sua opera[227].

Con questa disposizione di cose e di spiriti, il litigio col papa poteva incancrenirsi. Ne esultavano i Protestanti, e il Casaubono rallegravasi di essere stato dall'ambasciatore Priuli invitato a Venezia, dove conoscerebbe magnum Paulum, quem Deus necessario tempore ad magnum opus fortissimum athletam excitasset; invitava Giuseppe Scaligero e Scipione Gentile a rallegrarsi che in mezzo a Venezia fosse sorto un sì magnanimo oppugnatore dei sofisti per manifestare i paralogismi con che illudono il mondo[228]. Ma gli uomini positivi vedeano altrimenti, e il famoso Sully, benchè ugonotto, compiangeva che il Sarpi svertasse l'autorità del pontefice fra i Veneziani, i quali, se avessero dato segno d'apostatare, subito avrebbero avuto in soccorso Turchi, Greci, Evangelici, Protestanti d'ogni paese, rattizzando un incendio, quale al tempo di Leone X e Clemente VII. Laonde egli si concertava coi cardinali di Giojosa e di Perrone per impedire che tali semi si sviluppassero in Italia, e per rimettere in concordia Venezia col papa[229].

Un tale pericolo viepiù affliggeva le anime pie[230]; e il Bellarmino lasciò da banda le controversie cogli eretici per ribattere i libelli de' sette teologi veneziani. Oltre le ragioni di che la francheggiano esso e il Baronio[231], Roma minacciava anche coll'armi, finchè l'imperatore e i re di Spagna e Francia e i duchi di Savoja e di Firenze interpostisi, ripristinarono la pace. Nell'aprile 1609 il nunzio pontifizio fu mandato con istruzioni moderatissime, abrogando gli atti lesivi, rimettendo alla quieta i frati, eccetto i Gesuiti, non obbligando Venezia a verun atto d'umiliamento o ritrattazione, solo che usasse temperamenti. Il doge Lionardo Donato annunziava a tutti gli ecclesiastici che, «colla grazia del Signore, s'è trovato modo col quale la santità del pontefice ha potuto certificarsi della candidezza dell'animo nostro, della sincerità delle nostre operazioni e della continuata osservanza che portiamo a quella santa sede, levando le cause dei presenti dispareri: noi, siccome abbiamo sempre desiderato e procurato l'unione e buona intelligenza colla detta santa sede, della quale siamo devoti ed ossequentissimi figli, così ricevemo contento di aver conseguito questo giusto desiderio»; e perciò ritirava la protesta che avea fatta contro l'interdetto. I due prigionieri furono messi in due gondole, consegnati all'ambasciatore di Francia cardinale Giojosa che era stato incaricato d'interporsi, e che assicurava Enrico IV aveagli sempre scritto di ricordare ai Veneziani di star bene con il papa[232].

E il papa ricevette cortesemente l'ambasciatore Contarino, dicendogli che «dalla buona intelligenza fra la santa sede e la Repubblica dipende la conservazione della libertà d'Italia; che non volea ricordarsi delle cose passate, ma nova sint omnia et vetera recedant»[233].

Sarebbe contro natura se all'abbaruffata sottentrata fosse così subito la cordialità. Venezia, che che gliene dicessero, capiva d'essere la vinta; il papa non potea dimenticare con quei modi gli si era resistito: pure smetteano i puntigli, col che ripianavansi le differenze. Giacomo I d'Inghilterra, re teologastro, avendo pubblicata allora l'Apologia pro juramento fidelitatis in senso ereticale, e mandatala a tutte le Corti, il re di Spagna e il duca di Savoja negarono riceverla; il granduca di Toscana la fe bruciare: i Veneziani combinarono fosse presentata dall'ambasciatore in Collegio, e dal doge ricevuta come segno della benevolenza reale, poi trasmessa al grancancelliere, che la riponesse sotto chiave. Il nunzio apostolico Gessi presentò al Collegio la censura che Roma aveva proferito contro quel libro, e domandò venisse proibito: e il Collegio gli espose l'operato, e al capo degli stampatori comunicò verbalmente di non venderlo. Se ne indispettì l'ambasciatore inglese tanto, che fu duopo spedir apposta in Inghilterra Francesco Contarini, il quale sì ben ne ragionò, che il re ebbe a lodare il cauto procedere de' Veneziani[234].

Colla lite dileguarono le speranze d'apostasia, e frà Paolo si moderò, benchè non cambiasse sentimenti. Invero egli fu nimicissimo ai Gesuiti: non è male che non ne dica in ogni occasione: non lasciò via intentata perchè fossero esclusi prima, non riammessi poi dalla Repubblica: procacciavasi sollecitamente i libri contrarj ad essi, e «Non c'è impresa maggiore (scriveva) che levare il credito ai Gesuiti. Vinti questi, Roma è presa; senza questi, la religione si riforma da sè». «È sicuro (soggiunge) assolverebbero d'ogni colpa anche il diavolo, quando con loro volesse accordarsi»; e «si vantano di dovere fra poco potere tanto a Costantinopoli quanto in Fiandra»[235]; e al signor Dell'Isola scriveva: «De li Gesuiti ho sempre ammirato la politica e massime nel servar li secreti. Gran cosa è che hanno le loro istituzioni stampate, eppure non è possibile vederne un esemplare. Non dico le regole che sono stampate in Lione; quelle sono puerilità; ma le leggi del loro governo, che tengono tanto arcane. Sono mandati fuori, ed escono dalla loro compagnia ogni giorno molti e mal soddisfatti ancora, nè per questo sono scoperti li loro artifizj. Non vi sono altrettante persone nel mondo che cospirino tutte in un fine, che siano maneggiate con tanta accuratezza, ed usino tanto ardire e zelo nell'operare».

Il buon senso non accecato da passione avrebbe dovuto conchiuderne che non è vero esistessero queste regole secrete; pure la vulgarità le voleva: ma se si trovò chi stampolle col nome di Monita secreta, l'accannimento non toglieva al Sarpi il lume della ragione fin al punto da non avvertire l'assurdità di quel libercolo. «L'ho scorso, e m'è parso contenere cose sì esorbitanti, che resto con dubitazione della verità: gli uomini sono scellerati certo, ma non posso restare senza meraviglia che tante ribalderie sarebbero tollerate nel mondo. Al sicuro, di tali non abbiamo sentito odore in Italia; forse altrove sono peggiori; ma ciò sarebbe con molta vergogna della nazione italiana, che non cede a qual altra si voglia». Ci voleva la depressione più mortificante della ragione umana perchè quel libretto fosse aggradito e ristampato dai nostri contemporanei, per pascolo della spensante Italia[236].

A chi dunque fa tutt'uno Gesuiti e santa Chiesa non può che puzzare d'inferno frà Paolo: ma altri vorrà solo in lui vedere un patrioto infervorato, perciò nimicissimo alla Spagna, e in conseguenza a' Gesuiti, che credeva incarnati con questa; mentre ben sentiva de' Protestanti perchè, nelle guerre d'allora, contrabilanciavano Casa d'Austria. Alla curia romana, che, in ogni caso, bisogna ben distinguere dalla Chiesa, frà Paolo professava un'ostilità esacerbata da puntiglio: sempre acerrimo contro le pretensioni di essa[237], applaudiva alle libertà gallicane, e «se briciolo di libertà noi abbiamo o ci rivendichiamo in Italia, è tutto merito della Francia: a resister a una sfrenata signoria voi (francesi) c'insegnaste... e come giunger al termine che il supremo potere di stabilire la disciplina ecclesiastica risegga nel principe... e il segnar le norme a bene usare dell'autorità della Chiesa»[238]. Ciò lo portava all'assolutismo, asserendo che «se v'ha alcuna cosa che alla sovranità del principe si sottragga, quel principe da quell'ora rimansi esautorato di fatto». Repugna dal Baronio e dal Bellarmino, celia sui miracoli, mentre applaudisce agli Ugonotti: il durar di Roma giudica che «dipende da un sottil filo, cioè dalla pace d'Italia... Vogliate credermi; una volta messa la guerra in Italia, vinca il pontefice o sia vinto, non importa, la cosa è spacciata»[239]. Ma da questi pensamenti corre ancora un gran tratto all'apostatare. La riforma ch'egli bramava consistea nella disciplina più che nei dogmi, intorno ai quali, è mai probabile si lusingasse di impegnare l'attenzione d'una Signoria tanto positiva, tanto nemica dei cambiamenti? Giurisprudente nel senso antico della parola, non paradossale come Calvino, non sottile come Soccino, eresiarca non poteva riuscire, giacchè considerava la religione come inviolabile nell'essenza, purchè non abbia parte alcuna nel poter dello Stato. Eccedono dunque e detrattori[240] e panegiristi[241], e degli uni e degli altri abbondò. Anzi che luterano o calvinista, potremmo qualificarlo razionalista, venerando, la propria ragione più di qualsiasi autorità, in traccia della verità, senza voler mai trovarla ove riposa. Ai carteggi suriferriti non si può scemar forza, se non imputandoli all'opportunità politica, e al voler carezzare le opinioni degli adulatori, come allorchè la Chiesa chiamava meretrix, bestia babylonica e simili titoli.

Ben a questa recò un colpo micidiale colla Storia del Concilio di Trento. Da fanciullo dovette sentire, da chi vi prese parte, discorrere di quel fatto capitalissimo nella Chiesa; a Mantova usò famigliarmente con Camillo Olivo segretario al cardinale Gonzaga, uno de' presidi al sinodo; in Venezia con ambasciatori di principi: e parendogli che le storie già stampate, fin quella di Giovanni Sleidan che a tutte antepone, non dessero sufficientemente a conoscere l'Iliade del secol nostro, si propose di raccontare «le cause e i maneggi d'una convocazione ecclesiastica, nel corso di ventidue anni per diversi fini e con varj mezzi da chi procacciata o sollecitata, da chi impedita o differita, e per altri anni diciotto ora adunata, ora disciolta, sempre celebrata con varj fini, e che ha sortito forma e compimento tutto contrario al disegno di chi l'ha procurata e al timore di chi con ogni studio l'ha disturbata; chiaro documento di rassegnare li pensieri a Dio, e non fidarsi della prudenza umana. Imperocchè questo Concilio, desiderato e procurato dagli uomini pii per riunire la Chiesa che incominciava a dividersi, ha così stabilito lo scisma ed ostinate le parti, che le ha fatte discordi e irreconciliabili; e maneggiato dai principi per riforma dell'ordine ecclesiastico, ha causato la maggior diformazione che sia mai stata da che vive il nome cristiano: dalli vescovi sperato per riacquistar l'autorità episcopale passata in gran parte nel solo pontefice romano, l'ha fatta loro perdere tutta intieramente, riducendoli a maggior servitù. Nel contrario, temuto e sfuggito dalla Corte di Roma, come efficace mezzo per moderarne l'esorbitante potenza, da piccioli principj pervenuta con varj progressi ad un eccesso illimitato, gliel'ha talmente stabilita e confermata sopra la parte restatale soggetta, che non fu mai tanta nè così ben radicata».

Il Sarpi vi lavorò con attentissima pazienza; come costumavasi allora, copiò a man salva gli storici precedenti, Giovio, Guicciardini, De Thou, Adriani, e sovente non fa che tradurre lo Sleidan, ostilissimo a Roma: ma li completò con qualche documento e colle relazioni de' legati veneti; rialzò i fatti con osservazioni proprie; ma non guardandone che il lato esterno, fa la parodia anzichè la storia della più insigne assemblea che si fosse mai veduta; vuol ridurre alle proporzioni d'un intrigo la decisione delle cose superne, e farle dipendere da una manovra, da un'infreddatura, da un'arguzia felice, da un discorso eloquente, da un'infornata di cardinali, dalla pronunzia strana d'un prelato forestiero, dall'artifizio de' presidenti a soffogar la questione o prorogarla, come succederebbe in un parlamento d'oggi; anzichè dallo Spirito Santo, che, come empiamente dice, viaggiava in valigia da Roma a Trento.

Come nella vita, così nell'opera non abbracciò risolutamente un simbolo protestante, eppure staccasi dal dogma cattolico volendo la personale interpretazione delle sacre scritture; ripudiando i libri deuterocanonici; disprezzando la vulgata; separando l'esegesi dalla dottrina patristica; riguardo al peccato originale, alla grazia, alla giustificazione, ad altri dogmi, copia alla lettera il teologo Martino Chemnitz, uno de' più avversi al Concilio.

Non solo i polemici, ma gli annotatori più benevoli ed assenzienti lo convincono di grossi errori; senza contare la sistematica finzione di lunghi discorsi, che mai non furono recitati o da tutt'altri che da quelli, in cui bocca li pone. Il quale vezzo retorico, se è brutto nelle storie profane, sta ben peggio qui, dove si discutono punti di fede. Ma appunto uno de' molti artifizj di frà Paolo è il non asserire in testa propria, ma o far dire da altri ciò che sarebbe evidente eresia, o narrarlo come dottrina nè approvata nè riprovata, oppure confutarlo con ragioni che ne crescono la forza.

In tempo d'impetuose diatribe conservava un'apparente calma, quasi non riferisse che fatti e documenti: e coll'aspetto d'imparzialità cattivava gl'inesperti, e mascherava le ignoranze e contraddizioni sue, mentre tutto disponeva non per chiarire la verità, ma per ottenere effetto, sin alterando i documenti perchè servissero alla sistematica sua opposizione e agl'interessi politici del suo paese.

Quanto non si raffina nell'interpretare le intenzioni, sempre in sinistro qualvolta trattasi di Cattolici! Si bruciano in Francia i Protestanti? compassiona «quei miseri che di nessun'altra cosa erano colpevoli se non che di zelo dell'onor divino e salute dell'anima propria» (Lib. V). Parlando dell'Indice, conchiude che «non fu mai trovato il più bell'arcano per adoperar la religione a fare insensati gli uomini» (Lib. VI) ed aggrandir l'autorità della Corte romana col privarli di quella cognizione ch'è necessaria per difendersi dalle usurpazioni. Alla Chiesa primitiva, nella quale soltanto egli vuol incontrare il vero cristianesimo, revoca sempre la credenza o la disciplina, condannando come intrusioni umane tutte le istituzioni che essa trae dalla sempre fresca sua vitalità. E come ne' primi tempi, vuol la Chiesa sottomessa alla territoriale direzione; ne' quali tempi le relazioni della Chiesa collo Stato, o pagano o giudaico, troppo differivano da quando essa giunse a compiuto sviluppo. Perciò nè storica, nè ecclesiastica è la sua intuizione della gerarchia, della giurisdizione spirituale, del primato, della scolastica, del monachismo, e via discorrendo. La gerarchia non fa consolidata che per ambizione de' papi, e debolezza e ignoranza de' principi; nè fruttò giovamento ai popoli, bensì oppressione e tirannia: non che il clero favorisse il sapere, l'arte, l'umanità nel medioevo, usufruiva a puro suo vantaggio i collegi e le scuole. Nel ribatter ostinato le pretensioni della Corte romana, neppur s'avvide che il rinnovamento di esse era un'espressione dell'iniziato restauramento religioso.

Marc'Antonio De Dominis, che, come nato in Dalmazia, dominio veneto, contiamo fra gli italiani non meno del Vergerio, studiò a Loreto nel collegio degli Illirj, poi a Padova: a vent'anni entrato ne' Gesuiti a Verona, lesse retorica e filosofia in Brescia, matematica in Padova; ma più volte castigato per indisciplina e superbia, uscì di quella compagnia. Clemente VIII, su proposizione di Rodolfo II, lo pose vescovo di Segna in Dalmazia il 1596: Paolo V lo trasferì arcivescovo di Spalatro, cioè primate della Dalmazia e della Croazia. O credendosi non abbastanza venerato da' suoi suffraganei, o accattabrighe per indole, vivea scontento, pretendeva ricondurre il clero all'apostolica semplicità; scrisse contro di Paolo V a difesa de' Veneziani, ed avendovi mostrate opinioni eterodosse, rinunziò al vescovado, e passò a Venezia, donde nei Grigioni, poi ad Eidelberga, infine a Londra, ove Giacomo I gli conferì ricchi benefizj, e lo creò decano di Windsor. Egli professava volere adoprarsi a rimettere in concordia le varie sette cristiane, ma in realtà cercava libertà di studj e credenze.

Ivi compilò due volumi de Republica Christiana. La repubblica ecclesiastica comprende la monarchia del pontefice, l'aristocrazia de' vescovi, la democrazia di tutti i fedeli, ognuno de' quali, se lo meriti, può divenir vescovo[242]. Gli eterodossi alterarono quest'armonia, ed uno de' più audaci fu il De Dominis, che nella Chiesa romana ammette un primato d'onore, non di giurisdizione; tutti i vescovi avere egual pienezza di autorità e giurisdizione: ma nè il papa nè i vescovi hanno il potere esplicito senza l'universalità dei fedeli: democrazia talmente estesa, che il Concilio richiederebbe la presenza di tutti i credenti.

Gli apostoli (a suo dire) furono eguali; nè Pietro era lor principe; ad essi non fu conferito altro che il primo ministero della fede cristiana onde propagare il Vangelo come ministri, non come potenti; finchè Cristo visse, non sussistette chiesa, nè a lui venne data l'amministrazione di essa, poichè era capo soltanto della Chiesa invisibile: negli apostoli non fu veruna podestà, ma solo il ministero: Pietro ricevette le chiavi, non proprio e formalmente ma parabolicamente, sicchè esso è figura della Chiesa: gli apostoli, sono pastori di Cristo, non agnello; e Pietro tolse a pascere solo le agnelle degli Israeliti: chiunque era fatto vescovo dagli apostoli, subito acquistava la stessa apostolica podestà universale nella Chiesa: non sono di diritto divino i metropoliti, i primati, i patriarchi, e la superiorità delle chiese d'Alessandria, d'Antiochia, di Roma deriva unicamente dall'eminenza d'esse città; la romana è capo sol di poche chiese, nè devesi appellare ad essa dalle altre: i cardinali non sono di prerogativa superiore agli altri; nè il papa è successore di Pietro. Dai vescovi ai preti corre differenza essenziale: ogni vescovo «è monarca nel suo distretto»; e la podestà sua, com'era quella degli apostoli, non dipende dal papa, anzi è eguale ad esso: possono andar a qualunque chiesa, nè per diritto divino sono legati a veruna; nè papa nè vescovi hanno lo spirito, cioè il potere esplicito, senza l'universalità de' fedeli[243]. I popoli hanno intrinseco diritto nell'elezione de' vescovi: e questi il diritto d'eleggersi il successore. Dio non volle obbligar il suo concorso speciale a verun sacramento; vero sacramento non è l'Ordine, e la Chiesa non può annettervi voto di continenza. L'istituzione de' monaci non venne da alcun pubblico provvedimento, nè lo stato loro è distinto da quello de' laici.

Molti il confutarono, fra cui Domenico Gravina domenicano, Filippo Fabro minorita, Zaccaria Boverio cappuccino, Domenico Veneto vescovo di Vercelli[244]; e la Sorbona prima, poi l'Inquisizione romana ne riprovarono gli scritti.

Fosse ravvedimento o naturale incostanza, un giorno salì in pulpito disdicendosi, poi la ritrattazione stampò, confessandosi ispirato da ire e da gelosie; laonde scadde affatto di credito. Ai vescovi cattolici mandò una sua difesa e ritrattazione[245] ove confessa non aver tra i Protestanti veduto alcuna riformazione, bensì molte deformazioni: raro insinuarsi l'orrore e il rimorso dei delitti ove fu abolita la confessione: i Cattolici essere discordi e peccatori, ma pure ritengono il fondamento unico, che i Protestanti perdettero, cioè il Cristo uno, la Chiesa una. A Gregorio XV ch'era stato suo scolaro, scrisse: «Errai come un agnello smarrito; beatissimo padre, cercatemi, poichè i comandamenti di Dio e della Chiesa non dimenticai», e tornato in Italia, abjurò in concistoro di cardinali per ricuperare il vescovado. Ma il nuovo papa Urbano VIII accertossi che teneasi in corrispondenza con persone sospette, e che il suo ravvedimento non era sincero, sicchè come incostante e recidivo il fece chiudere in Castel Sant'Angelo, ove morì di settantasette anni l'8 ottobre 1623. Correva ancora il suo processo, onde fu deposto in terra sacra; ma da quello e dal trovatogli carteggio apparve come tenesse corrispondenza con eretici inglesi e tedeschi, e diffondesse un'altra eresia, di antica origine e di perenne durata, cioè che si possa salvarsi in qualunque setta cristiana; laonde il suo cadavere fu arso coll'opera della Repubblica Cristiana[246].

Mentre abitava in Inghilterra, il De Dominis fece stampare l'opera di frà Paolo Sarpi col titolo: Istoria del Concilio Tridentino di Pietro Soave Polano, nella quale si scoprono gli artifizj della Corte di Roma per impedire che nè le verità de' dogmi si palesasse, nè la riforma del papato e della Chiesa si trattasse. La dedicava a Giacomo re della Gran Bretagna, dicendo come, «dipartendosi d'Italia per ricoverarsi sotto l'augusto manto della sua clemenza», avesse raccolto varie composizioni de' più elevati spiriti di quella nobilissima provincia, che potessero venir grate a lui come vero difensore della vera cattolica fede. «Non mancano in Italia (soggiunge) ingegni vivaci, liberi in Dio, e dalla misera cattività coll'animo sciolti, i quali con occhio puro e limpido veggono gl'imbrogli ch'ivi si trappongono alle cose della santa religione; s'accorgono troppo delle frodi e inganni, co' quali, per mantenersi nelle grandezze temporali, la Corte romana opprime la vera dottrina cristiana, induce falsità e menzogne per articoli di fede, e l'armi già date dallo spirito di Cristo alla sua santa Chiesa perchè le servano a difesa e all'espugnazione delle eresie e abusi, converte all'oppressione di essa Chiesa, per farsela schiava sotto a' piedi». Segue meravigliandosi che una tale storia del Concilio sia «uscita dalle mani di persona nata ed educata sotto l'obbedienza del pontefice romano»: loda l'autore per erudizione, giudizio, integrità, rettissima intenzione, e che «sebbene non udiva volentieri le depressioni della Chiesa romana, abborriva quelli che gli abusi di essa come sante istituzioni difendessero»; e paragona questo libro a un Mosè, salvato dalle acque a cui l'autore lo destinava per riverenza al papato; Mosè che ajuterebbe i popoli a liberare da quel Faraone, che «con li ceppi anco di sì sregolato e fallace Concilio li tiene in cruda servitù oppressi». E qui svergognatamente mentendo, narra le sollecitudini de' papi a distruggere o rinserrare tutti i documenti relativi al Concilio.

Fosse sincerità, o piuttosto una finta per causare mali incontri, frà Paolo Sarpi mostrossi addolorato di tal pubblicazione, e frà Fulgenzio ne movea questa querela al De Dominis da Venezia l'11 novembre 1619:

«Reverendissimo signore. Io do a vossignoria reverendissima questo titolo, perchè, sebbene sia messo nel numero de' Protestanti, però sempre le resta nell'anima il carattere sacerdotale ed episcopale, di cui non teme voler spogliarsene. Il mio p. m. Paolo molto si lagna di tal suo eccesso, e moltissimo pure che, avendo a v. s. reverendissima prestato da leggere il suo manuscritto dell'istoria del Concilio Tridentino che guardava con tanta gelosia, ne abbia tirata una copia, e siasene poi abusato, non solo facendola stampare senza il di lui beneplacito, ma ponendole anche quel titolo impropriissimo e quella dedica terribile e scandalosa, e ciò per motivo d'interesse, non già per onorare l'autore modesto. Queste non sono le vie per acquistarsi credito, e il p. m. Paolo ed io non la credevamo tale, nemmeno nel momento che venne intesa la diserzione sua dalla chiesa di Spalatro, e fu letto successivamente il manifesto che sparse per l'Europa della sua condotta ed erronea maniera di pensare. Pregando il Signore che la illumini, mi dichiaro ecc.».

Sia giudice il lettore sul tono di questa lettera: certo è che l'autografo d'essa storia, che noi esaminammo nella biblioteca Marciana, non iscatta d'un punto dallo stampato. Quando il protestante Courayer la tradusse in francese[247], il cardinale Tencin avventò una pastorale fortissima contro quest'opera, che giudica di vero protestante.

Pio IV aveva proibito a qualunque persona sotto pena d'interdetto e scomunica di pubblicar commenti, annotazioni, glosse o qualsifosse interpretazione del Concilio di Trento, foss'anche per conferma di esso: chi bramasse chiarirne alcuna difficoltà ricorresse alla sede apostolica che si riservava di decidere le controversie e i dubbj[248]: a tal uopo avere istituito la Congregazione del Concilio, che interpretasse i punti di disciplina e riforma, riservando al papa quelli che concernono la fede.

Sarebbe dunque frà Paolo già colpevole di disobbedienza, quand'anche non si fosse mostrato sempre contrariissimo alla santa sede. Che dunque a Roma egli dispiacesse possiam dubitarne? Già nel 1602 gli si era ricusato il vescovado di Nona, benchè raccomandato dalla Repubblica. Nelle istruzioni date al nunzio al tempo dell'assoluzione è detto: «A me pare poterle ricordare che convenga procedere con lenità; e che quel gran corpo voglia esser curato con mano paterna... Delle persone di frà Paolo e Giovanni Marsilio e degli altri seduttori, che passano sotto il nome di teologi, si è discorso con vostra signoria a voce; la quale doveria non aver difficoltà in ottenere che fossero consegnati al Sant'Officio, non che abbandonati dalla Repubblica, e privati dello stipendio che si è loro costituito con tanto scandalo del mondo».

L'anno dopo che la Storia del Concilio era stata pubblicata, mandavasi alla riconciliata Venezia un nunzio apostolico, nelle cui istruzioni del 1 giugno 1621 leggiamo: «Sotto il capo della santa Inquisizione pare che si possa ridurre la persona di frà Paolo servita, della quale vostra signoria ha piena cognizione. Io non le favellerò dei mali che faccia, nè delle pessime dottrine ed opinioni che sparge, e de' perniciosissimi consigli che apporta, tanto più rei e malvagi quanto più sono coperti dal manto della sua ipocrisia, e dalla falsa apparenza della mal creduta sua bontà, perchè il tutto è a lei manifesto; ma le dirò brevemente che nostro signore non ha lasciato di parlarne come si conviene a' signori ambasciadori, li quali, così in questo come nella materia del Sant'Officio hanno sfuggito gl'incontri delle paterne[249] esortazioni di sua santità, non coll'opporsi ma col negare il male; e però, quanto a frà Paolo, hanno risposto non essere stimato da loro, nè tenuto in credito nessuno appresso la Repubblica, ma starsene colà ritirato, nè doversene poter avere ombra o gelosia veruna, benchè si sappia pubblicamente il contrario. Vostra signoria potrà nondimeno osservare di presso i suoi andamenti, e ce ne farà la più vera relazione che potrà averne, perchè sua santità penserà a continuare gli ufficj od altro opportuno rimedio; e vostra signoria successivamente ci anderà proponendo quello che più riuscibile si potesse adoprare, almeno per levarlo di colà, e farlo ritirare altrove a viversi quietamente, reconciliandosi ad un'ora colla Chiesa. Ma finalmente non è da sperarne molto, e converrà aspettarne il rimedio da Dio, essendo tanto innanzi negli anni, che non può esser grandemente lontano dalla sua fine; e solamente si deve temere che non si lasci dietro degli scolari e degli scritti, e che, ancora morto, non continui ad essere alla Repubblica pernicioso».

Che però in tempi, in cui l'assassinio politico era praticato universalmente e lodato; in cui lo stesso frà Paolo scrive, «Tali sono i costumi del nostro paese, che coloro che si trovano nel grado dove io ora sono non possono perdere la grazia di chi governa senza perdere anche la vita»[250], che in tempi tali siasi trovato chi attentasse alla vita di lui, non è meraviglia. Cinque volte dicono si rinnovasse il tentativo, ond'egli impetrò di farsi accompagnare per la città da un frate col fucile: altra scena che caratterizza i tempi. Ma una volta fu colpito da alcuni assassini. Principale di questi era un Poma, mercante fallito, che credeva lecito qualunque mezzo per salvare la religione, e che ad un amico scriveva: «Non è uomo del mondo cristiano che non avesse fatto quel ch'io, e Dio col tempo lo farà conoscere»; e volea stampare d'aver operato, non per istanza di chicchessia, ma per servizio di Dio. Frà Fulgenzio racconta che, fatto il colpo, essi ricoveraronsi in casa del nunzio; e vuolsi che frà Paolo, ricevuta la ferita, esclamasse: «Conosco lo stile della curia romana». Il giuoco di parole fece fortuna, e restò dell'assassinio incolpata Roma: forse come oggi, ne' frequenti assassinj de' campioni del cattolicismo, vogliam ravvisare la mano de' Protestanti. Ma il fuggire presso il nunzio potè non accadere che per profittare delle immunità, che la casa degli ambasciadori godeva: eppure dalle deposizioni de' gondolieri consta che ciò è falso. Gli assassini vantavansi di aver denari a josa, e invece a breve andare si trovarono nella miseria, poi vennero arrestati, e dove? in terra di papa; e il Poma, il Parrasio, prete Michele Vida finirono nelle carceri papali di Civitavecchia; uno fu decapitato a Perugia, dominio papale. Come spiegare questa contraddittoria condotta? domandansi coloro che presuppongono il delitto, e non se ne ricredono per quanto vi repugnino le conseguenze. Il papa manifesta altamente il suo rammarico per quel fatto? buttano la colpa sul cardinale Borghese, o, se altri manca, sui Gesuiti, capri emissarj[251].

A repulsare gli attacchi di frà Paolo, altri modi pensava Roma, e commise al gesuita romano Pallavicino Sforza (1607-67) di stendere un'altra storia del Concilio di Trento. Già molti aveano confutato frà Paolo, tra i quali Bernardino Florio arcivescovo di Zara in otto volumi, appoggiandosi a documenti, convinceva il Sarpi d'infedelità nell'usarne e nell'espor le quistioni e le decisioni: ma appena finito morì, e il lavoro inedito rimane nella biblioteca tridentina. Ora il Pallavicino ebbe aperti gli archivj più ricchi, cioè i romani, e a differenza di frà Paolo, indica continuamente la natura dei documenti e i titoli; cataloga trecensessantuno errori di fatto del Sarpi, oltre infiniti altri (dic'egli) confutati di transenna.

Quella di frà Paolo è la prima storia che si dirigesse di proposito alla denigrazione, applicata a tutti i fatti, che il narratore non pondera, ma accumula. Egli suppone sempre distinta la verità dalla probità, donde bassezze e ipocrisie, e maneggi dapertutto, e sottofini; mentre il Pallavicino ritrae caratteri nobili, salde persuasioni, generose resistenze. Così eleva gli animi e istruisce meglio gl'intelletti: ma il Sarpi ha i movimenti vivi e leggeri di chi assale e ferisce; l'altro, ridotto a schermirsi continuamente, attedia col sempre ribattere le opinioni del nemico.

Il Sarpi mostra pochissima arte di composizione; esponendo cronologicamente, interrompe le materie, e lascerà a mezzo una discussione per dire che entrò il tal ambasciadore e con quali accoglienze; che si celebrò la tal festa, si spedì il tal corriere; e d'incondite digressioni trae occasione ora dalla legazia del Morone, ora dalla morte dei Guisa, or da quella del cardinale Seriprando o di frà Pietro Soto. Accorgeasi che il suo libro riuscirebbe nojoso, e tanto per difetto nelle forme, quanto per la natura della materia presto sarebbe dimenticato come le altre opere simili (Lib. III), ma non curando perpetuità nè diuturnità, bastavagli che l'opera facesse profitto ad alcuni. Pure egli con quella dettatura alla mano, quantunque scorretta di grammatica e di lingua, e col frizzo onde avviva la morta materia, colle mordacità che solleticano i maligni istinti, fa sorridere e alletta a continuar la lettura. Il Pallavicini appartiene alla scuola che dissero gesuitica, dalla frase lambiccata, dalla parola pretensiva: elabora il dettato come chi spera vivere per lo stile, e professa che esser accademico della Crusca lo lusingherebbe quanto l'esser cardinale. Quindi fa sentire incessantemente l'arte, rinvolge i pensieri nelle frasi e per istudio d'armonia casca talvolta nell'oscuro, spesso nell'indeterminato, e convince del quanto l'eleganza resti inferiore alla naturalezza.

Nè l'uno nè l'altro hanno l'imparzialità di storici; e ai cercatori della verità riesce doloroso il trovarsi costretti a ricorrere a due fonti, entrambe sospette per opposta eccedenza. I papi proibirono la storia del Sarpi: i Veneziani quella del Pallavicino. Ma questi non dissimula le azioni biasimevoli della corte pontificia, e a chi ne lo appuntò rispondeva: «Lo storico non è panegirista; e lodando meno, loda assai più di qualunque panegirista»[252].

Il più vantato storico della odierna Germania, il protestante Ranke, riscontrò le asserzioni del Pallavicino coi documenti a' quali s'appoggia, e lo trovò di scrupolosa esattezza, benchè alcune volte pigliasse sbagli, e, come avviene nella polemica, eccedesse nel volere scusar tutto, perchè frà Paolo tutto accusava: dove non può negare, almeno affievolisce; dissimula qualche objezione, qualche documento; conchiude il Ranke che al Sarpi devono somma grazia i principi, giacchè rinfiancò il loro assolutismo, come ai nemici del cattolicismo affilò armi, più micidiali appunto perchè somministrate da un cattolico e frate.

Dall'esempio di frà Paolo siamo chiariti quanto vadano collegati il dogma e l'attuazione esterna, e come s'illudano coloro che la Chiesa combattono a fidanza, protestando rispetto a quello; poichè egli rimase il corifeo del partito antiecclesiastico, non per l'accannimento, anzi per l'arte del dissimularlo, e, in abito da frate e col titolo di teologo aguzzar le armi più fine contro la Chiesa cattolica; s'anche non vogliasi asserire col Pallavicino che gl'insegnamenti di frà Paolo erano semi di ateismo, togliendo la certezza di qualunque religione[253]. Monsignor Fontanini lo dà come un tipo dell'ipocrito, perchè del carattere sacerdotale e dell'esemplarità «non volle servirsi ad altro fine che per guadagnarsi il concetto popolare di uomo dabbene, con disegno occulto di quindi poter seminare a man salva le sue dottrine, senza sospetto che fossero giudicate aliene dalla vera credenza». Ma se il Fontanini, per zelo religioso, può credersi nemicissimo di frà Paolo, uno che, per furore anticattolico, lo ammira, dicea testè che egli rimase nella Chiesa sino al fine come fosse un de' credenti, ma per ispiarla, per sorprenderne gli atti, per denunziarla al mondo[254]. Ufficio deplorabile!

DISCORSO XLVII. I GRIGIONI. LA VALTELLINA. SACRO MACELLO.

Nella parte orientale della Svizzera i Grigioni abitano il pendio settentrionale delle Alpi Leponzie e Retiche, dalle sorgenti dell'Hinterrheim fino all'Ortlerspitz che divide l'Italia dal Tirolo. Suppongonsi discendenti dagli Etruschi, che, incalzati dai Galli, in quelle romantiche valli rifuggissero secento anni avanti Cristo, sotto la condotta di Reto, donde il nome di Rezia. Ad essi mescolaronsi Romani che eranvi posti in colonie militari per custodire quei passi verso l'Alemagna, o che vi si ricoverarono allo sfasciarsi dell'Impero, e vi lasciarono dialetti somigliantissimi al latino. Tali sono il romancio e il ladino; curiosità filologiche, che coll'idioma italico hanno identiche le radici e le forme grammaticali, miste con tedesco, o forse con celtico e con osco raseno, come di preferenza sosterrebbe il Conradi.

Traggasene dunque l'origine dagli Etruschi o dai Romani, stanno in gran parentela con noi italiani, tuttochè le loro sorti corressero diverse dalle nostre dopo caduto l'Impero romano.

Come gli altri paesi elvetici, questi devono la civiltà a' monaci, che in quelle solitudini cercando pace, vi piantarono romitorj e conventi, i quali divennero nuclei di mercati, di villaggi, di città. Vi serbò preminenza Coira, il cui nome (Curia) indica come originasse da un tribunale romano ivi collocato. Il primo vescovo ne fu istituito da sant'Ambrogio, onde è il più antico della Svizzera, com'era dei più ricchi.

Quando san Colombano, venuto dall'Irlanda, a Bobbio fra gli Appennini fondava un monastero, divenuto poi famosissimo e subito operoso contro all'eresia ariana, alla rilassatezza de' monaci italiani e agli ultimi aneliti dell'idolatria, Sigeberto suo compagno varcò quel monte che fu poi detto San Gotardo: arrivato alle sorgenti del Reno, si fabbrica un capannone fra quegli alpigiani ancora idolatri; col segno della croce arresta l'ascia che un di costoro dirigeagli al capo; converte Placido, signore di Truns, il quale, resosi frate, dota co' suoi beni il monastero di Dissentis, piantato sul piovente settentrionale della val Calanca, allo schermo di selve inviolate. Quivi i Benedettini fiorirono, e crebbero di dominj, tra cui contavano anche la val Orsera, e il loro abate fu principe del sacro romano impero, e capo della lega Grigia. Coltivarono anche gli studj umani, e raccolsero libri e manuscritti, che andarono dispersi quando i Francesi incendiarono la badia nel 1799.

Gli abitanti, non infiacchiti dalla civiltà e difesi dalla povertà, viventi in capanne sospese alle nude roccie, poc'a poco si sottrassero alle prepotenze de' signorotti, che di castelli coronavano le vette, donde come l'aquila piombavano alla preda: e sostenuti dal clero, costituironsi in governo libero, ove ciascun Comune restava sovrano, uniti però in tre leghe; la Caddea (Ca-de-Dio), la Grigia, le Dieci Dritture; che confederaronsi poi per la difesa comune nel 1471, sotto il nome di Grigioni.

Le leghe son eguali fra loro: e portano un solo voto ciascuna, benchè una sia molto più estesa di territorio e conti maggior numero di Comuni. L'annua Dieta si avvicenda fra Coira, Ilanz e Davos. Nei casi di Stato e nei pericoli della repubblica, i Comuni spiegano i loro stendardi, e in qualche luogo piantano lo Straffgericht, tribunale straordinario, che giudica colle forme eccezionali e spicciative, che sogliono imporre i terrori plebei.

Appartiene alla lega Caddea l'Engaddina (En-co-de-Inn), valle dell'Inn, una delle più belle della Svizzera, lunga diciannove ore, dove un novemila abitanti, divisi in piccoli villaggi, vedono a rigidi e lunghi inverni succedere estati deliziose. È parallela alla Valtellina, verso la quale apre varj passi difficili, e principali quello della val di Poschiavo che riesce a Tirano, e quello della val Bregaglia che sbocca a Chiavenna.

I Grigioni, operosi e in povero paese, sciamavano a prestare servigi nelle città d'Italia e di Germania, e a farsi soldati di forestieri: nel secolo XVI armavano da cinquantamila uomini, di cui diecimila metteano a soldo di Francia, cinquemila di Venezia, guadagnando di bei denari, e purgandosi così (dice il Lavizzari) la repubblica di que' torbidi umori che la potrebbero sconvolgere. Coira era il punto di riunione di quelli che anche dal resto della Svizzera e dalla Germania scendeano a militare in Italia; onde facilmente vi si sparse la Riforma, derivata non si sa bene se da Lutero o da Zuinglio. Giovanni Comander, arciprete di quella cattedrale, Enrico Spreiter, Giovanni Blasius, Andrea Fabritz, Filippo Gallizio Salatz[255] ne furono i primi apostoli, e ben presto la ampliarono nelle Dieci Dritture; pochissimo nella Lega Grigia; nella Lega Caddea prosperò attorno a Coira, indi nell'Engaddina, principalmente per opera d'Italiani.

I Riformati si valsero della lingua romancia, che allora acquistò vita e fiore: Travers in essa tradusse il catechismo di Comander, primo libro romancio che si stampasse a Poschiavo nel 1552; il Gallizio voltò nel dialetto della Bassa Engaddina il Pater, il Credo, il decalogo; Benvenuto Campell, molti capitoli della Genesi dall'ebraico, il simbolo di sant'Atanasio, e salmi e canzoni da chiesa e un catechismo proprio; Biveron tradusse il Nuovo Testamento nel 1560.

Ai Riformati si mescolarono Antitrinitarj; Tommaso Münzer, che a Zurigo predicava nel 1522 il ribattezzamento, vi lanciò le dottrine anabattiste: ma avendo esse in Germania eccitato la guerra de' paesani contro i possidenti, qui furono repressi col tribunale straordinario. Poi alla dieta di Ilantz del 1526 fu stabilito fosse libero professare la religione cattolica o l'evangelica; i ministri non insegnassero se non ciò ch'è contenuto nella Bibbia: ciascuna parrocchia scegliesse i proprj pastori; non si ricevessero frati nuovi nei monasteri, nè si mandasse denaro a Roma per annate o dispense o qualsiasi titolo. Questo rimase sempre lo statuto religioso dei Grigioni; i Riformati non ebbero vescovi, ma concistorj, sotto al sinodo nazionale che s'accoglieva ogni mese di giugno.

Il vescovo di Coira, ch'era come il principe del paese, rimase cattolico in una città di religione riformata, talmente che nel suo castello, cioè nella parte elevata della città, dov'egli esercitava la giurisdizione, verun cattolico si trovava, eccetto il suo clero; e i beni che aveva copiosissimi perdè, a tal punto che Enrico II di Francia per mantenimento gli assegnò un'abbazia in Picardia. Da lui dipendeva il clero cattolico, diviso in quattro capitoli.

Paolo Ziegler vescovo, irato per quegli statuti che il privavano d'ogni potere esterno, si ritira a Firstenburg, e maneggia la rinunzia a favore del cardinal De Medici che fu poi Pio IV. N'era mediatore l'abate di San Lucio Teodoro Schlegel suo vicario, caldo campione de' Cattolici alla dieta d'Ilanz: scoperta l'intelligenza, egli fu dato al carnefice nel 1529.

Queste persecuzioni nascevano da basse passioni, anzichè da fervor religioso; avvegnachè del 15 marzo 1530 abbiamo lettera di Valentino Tschudi, che scrive a Zuinglio: «Vedo insinuarsi la trascuranza di Dio, lo sprezzo dei magistrati, la violazione de' giudizj, la vita licenziosa; esacerbati gli animi da rancori, l'equità vien meno, s'estingue la carità, e mentre ognuno cerca soddisfare alla volontà propria, purchè s'innalzi quel ch'egli desidera non bada a qual danno si corre. Popolo così accannitamente diviso, che altro deve aspettare se non desolazione?»

E Giacomo Bedroto a Giovanni Gast: «Il mondo si riempie con paradossi, asserzioni, incriminazioni, recriminazioni, apologie, antapologie; sotto pretesto di cercare o di asserir la verità, niuna cosa va naufraga peggio di questa»[256].

È parallela all'Engaddina, lo dicemmo, la Valtellina, valle italiana solcata dal fiume Adda, che, nascendo dal monte Braulio, ergentesi verso il Tirolo, scorre per ottanta miglia da levante a ponente fin al lago di Como, fra due schiere di monti che la separano dal Veneto a mezzodì, a settentrione da' Grigioni. Sondrio n'è il luogo principale, poi Morbegno e Tirano, capi di tre terzieri. All'estremità nord-est formava contado distinto il territorio di Bormio; presso al lago di Como diramasi l'altro contado di Chiavenna, antichissimo passo del commercio colla Germania, che dalla val del Liro o di San Giacomo varca lo Spluga, dalla val della Mera la Malogia o il Septimer, per raggiungere il paese de' Grigioni.

La comodità e l'utile dei passi facea da questi desiderare di acquistare la Valtellina; più volte il tentarono, e finalmente, con que' pretesti che son buoni quando sostenuti dalle armi, la occuparono nel 1521, sottraendola al ducato di Milano. Nella pace di Jante l'avean essi ricevuta come alleata, ma presto l'ebber ridotta serva, non partecipe ai diritti della sovranità: le Leghe mandavanle magistrati, che all'incanto compravano dai comizj i posti di governator della valle o di podestà de' terzieri e delle contee, poi o subappaltavano questo loro uffizio a qualche nativo, oppure industriavansi a cavarne profitto col rivendere la giustizia in paese, di cui non aveano nè conoscenza nè amore.

Appena si sparsero le nuove opinioni in Italia, a chi per queste era perseguitato sembrarono comodo rifugio la Valtellina e le terre confinanti della Rezia, interamente o a metà italiane. Già il 12 aprile 1529 il Comander scrive al Vadiano che un profugo d'Italia s'era ricoverato in Valtellina, e non credendovisi sicuro, passò nella Pregalia, poi in un Comune dell'Engaddina, dove sin allora non si era diffuso il vangelo. Non è detto chi fosse, ma supponiamo Bartolomeo Maturo di Cremona, da altri indicato come il primo che evangelizzasse l'Engaddina. Costui, stomacato principalmente dai miracoli che vedeva attribuirsi da' suoi frati a non so qual Madonna, fuggì, e fermatosi a Vicosoprano nell'Engaddina, vi mutò il culto, e vi si trattenne fino al 47. Ma volendo la libertà del credere, ai simboli nuovi preferiva le personali opinioni; e non molto erudito, pare bevesse le credenze di Camillo Renato che facea da maestro privato in Valtellina, e pendeva agli Antitrinitarj. Dietro al Maturo[257] vennero Agostino Mainardi, l'Ochino, Pietro Martire, Francesco Calabrese, Gerolamo da Milano, più tardi il Curione e lo Stancario. Bevers fu riformato da Pietro Parisotto.

Giulio da Milano, sfuggito dalle prigioni di Venezia, fu pregato di stabilirsi a Poschiavo, donde scorreva predicando i vicini paesi dell'Engaddina non solo, ma della Valtellina, massime Tirano e Teglio[258]: vi durò ben trent'anni, finchè morì vecchissimo nel 1571, e alla sua morte quei di Brusio si tolsero un pastore loro proprio; e così i riformati di Tirano. A Poschiavo gli succedette Cesare Gaffori piacentino, ch'era stato guardiano dei Francescani.

Nella Pregalia la riforma era favorita dalla famiglia Prevosti: e predicata dal Vergerio, vescovo apostata su cui versa il nostro Discorso XXVII, scribacchiatore d'opuscoli, ove mai non si eleva alle idee che allora dividevano il mondo delle intelligenze, ma solo sfoga i rancori suoi colla cinica violenza d'un linguaggio triviale[259]. Per opera di lui, nell'aprile 1551, tutte le immagini vennero abbattute in San Gaudenzio di Casaccia, e disperse le ossa del santo patrono. Dopo di esso furonvi pastori Leonardo eremitano, Guido Tognetta, Bartolomeo Silvio, Domenico Genovese, Giovan Battista da Vicenza, Tommaso Casella, Giovanni Planta di Samaden, Giovanni di Lonigo, Simone di Valle, Lucio Planta di Samaden, Nicola carmelitano, Nicola eremitano: nel 1598 vi predicava Giovanni Antonio Cortese da Brescia che col fratello Giovan Francesco avea riformato Solio.

A Solio duravano cattolici potenti, pure il 1553 furono abbattute le immagini, e vi ministrò Lattanzio da Bergamo, poi messer Antonio Florio, indi Giovanni Marzio di Siena. A Castasegna Gerolamo Ferlito siciliano, poi Agostino da Venezia, Giovan Battista da Vicenza che vi morì, Antonio da Macerata, Giovanni La Marra e Giovanni Planta di Samaden. A Bondio, Gerolamo Torriano di Cremona, Antonio Bottafogo, Giovanni Beccaria di Locarno, Armenio napolitano, Natale da Vicenza che vi morì, Giovanni La Marra, Giovan Battista carmelita.

Questi nomi, di cui molti abbiamo già incontrati nei discorsi precedenti, bastano a chiarire che principalmente a italiani è dovuto l'aver susseminato il mal seme nell'Engaddina e nella Pregalia: e più adopraronsi, ma con minore frutto nella Valtellina. Sgomentato dai pericoli di questa, già il vescovo di Como v'avea mandato inquisitore un tale Scrofeo; ma avviluppato negli affari politici di Francia, badò a questa, più che a salvar le credenze. A Chiavenna sopratutto le truppe grigioni, acquartierate durante la guerra mossa dal Medeghino castellano di Musso, diffondeano gli errori proprj o almeno il disprezzo delle cose sante, ed erano favoriti da Ercole Salis, colonnello elvetico, e da Paolo Pestalozza suo parente. Nè pochi aveva adescati la novità, fra cui Paolo Masseranzi, il capitano Malacrida e un Alfiere. Li contrariava il clero cattolico, e sovratutto Cesare de Berli parroco di Samòlaco, appoggiato anche dall'essersi sparso che la Madonna apparisse a una fanciulla, predicendole disastri per Chiavenna se non se ne estirpasse la zizania luterana. Proruppe allora lo sdegno contro gli eretici, si ordinarono digiuni e processioni, raddoppiaronsi i voti che quelli repudiavano: ma presto si scoperse l'apparizione essere impostura d'uno, che perciò fu decapitato ed arso nel 1531.

Se stiamo alle memorie d'acattolici, anche altri preti e frati vennero condannati per colpe sudicie; come a vicenda gli acattolici erano imputati d'incendj alle chiese e d'altre colpe. Non si costuma così da tutti i partiti e in tutti i tempi?

Chiavenna e tutta la Valtellina erano di comodissimo rifugio a quei che fuggivano d'Italia, sì per la vicinanza, sì perchè continuavano a godervi il clima e la lingua della patria, insieme colla libertà di culto. Camillo Renato siciliano, al novembre 1542 scriveva da Tirano al Bullinger ringraziandolo delle premure che si prendeva per quelli che fuoruscivano d'Italia; perseverasse, in modo che quanti di là migravano per amor del Vangelo scorgessero un porto sicuro fra gli Svizzeri e i Tedeschi: e interpone gli uffizj di Celio Curione, per riceverne lettere.

Nel 1546 già una chiesa erasi formata a Caspàno, terra della bassa Valtellina che diceasi la cuna di quella nobiltà; e la favorivano Bartolomeo Parravicini e suo fratello Rafaele, uom dotto e pio, di famiglia numerosa. Ma ecco una mattina si trovò spezzato un crocifisso; onde i Cattolici a levar rumore contro una religione che neppur Cristo risparmiava; non voler più soffrire che gli eretici compissero i loro riti nella chiesa comune; il pretore dovette far arrestare il ministro, che alla tortura confessatosi complice e consigliere del fatto, ebbe una multa e bando perpetuo dalle tre leghe. Giunto però a Chiavenna, egli protestò contro la violenza usatagli, asserendosi innocente, e citò a Coira il pretore, ignoriamo con qual esito. Dissero poi che il fatto non fosse altro che monelleria d'un figliuolo di Rodolfo Parravicini tredicenne, il quale confessossene reo. Bei sotterfugi, che rivedemmo all'età nostra.

Il De Porta stampò un lungo consulto di ministri evangelici al comizio di Ilantz sopra quanto tornerebbe spediente per costringere all'obbedienza religiosa i Valtellinesi, Chiavennaschi e Bormini, e per isvellerne le tante «superstizioni ed empj errori»: e decidevano mandarvi predicanti, sbandirne i frati, e massime i Cappuccini, e le confraternite di disciplini; impedire ogni ingerenza del vescovo di Como, e porre un maestro di scuola riformato per ciascun terziere.

Nel 1544 alla Dieta di Davos Ercole Salis avea fatto decretare che ogni abitante di Chiavenna e della Valtellina e de' contorni, che giungesse alla cognizione evangelica, avesse diritto di tenere insegnamento pubblico e privato; chi per causa di religione fuggisse dalla patria, in qualunque luogo delle Leghe trovasse sicurezza e libero esercizio del culto.

Quanto i Salis favorivano i novatori, tanto li contrariavano i Planta, loro emuli politici; e il prevaler dell'una o dell'altra famiglia variava i provvedimenti. Così nel 1551 Antonio Planta governatore della Valtellina escluse i predicanti, sicchè Ulisse Martinengo scriveva al Bullinger, l'ultimo agosto di quell'anno: «Qui si disputa, e poichè la legge esclude i banditi per delitto o gli omicidi, vogliono cacciati noi pure come banditi; forse non potrò restare nelle Tre Leghe, talmente il diavolo imperversa contro di me». Ma ai 18 aprile 1557, il Bullinger da Samaden a Federico Salis: «Nella Valtellina, nei contadi di Chiavenna e di Bormio molta fatica si durò, pure vinse la verità, poichè furono espulsi i monaci forestieri, e assegnati tempj agli Evangelici, dove col decoro conveniente predicar il Vangelo.

«In alcun luogo, come a Sondrio sul monte di Rogoledo, fu ordinato che, ove molti aderiscono al Vangelo, si erga una chiesa dalle fondamenta, se non abbiasi altrove dove congregarsi. Scoperto che alcuni, con denari forestieri e favori, procuravano contrariar il Vangelo, li multammo, e togliemmo giù da ogni voglia di nuocere. In somma, io ed i miei colleghi adopriamo attenti per agevolar la via al Vangelo».

A ciò industriavansi moltissimo il Vergerio con prediche, lettere, opuscoli; ed Agostino Mainardi piemontese. Questi fece un Trattato dell'unica perfetta soddisfazione di Cristo, nel qual si dichiara, e manifestamente per la parola di Dio si pruova che sol Cristo ha soddisfatto per gli peccati del mondo, nè quanto a Dio c'è altra soddisfazione che la sua o sia per la colpa o sia per la pena (1551, 18 pagine in-8º), dove si lamenta che «oggidì alcuni, che fanno professione di predicar Cristo, sotto pretesto di tal nome scorrono in orribili bestemmie, pubblicamente ed in pulpito innanzi agli popoli predicando apertamente, e come dir si suole a piena bocca, e per essere meglio intesi spesso replicando il medesimo, dicono che alla salute nostra non basta la soddisfazione, la quale ha fatta Cristo per noi, ma è necessario di altra soddisfazione per gli peccati nostri che quella di Cristo».

Egli passava pel campione di questa dottrina, e l'Ochino essendo imputato d'averne sostenuta una diversa e diffusala in Valtellina, affrettavasi a dichiarar la sua fede ad esso Mainardi[260]. Il qual Mainardi credesi pure autore dell'opuscolo dell'Anatomia della messa, che comparve prima in italiano come lavoro di Antonio Adamo, e per esortazione del marchese di Vico fu tradotto in francese e a lui dedicato, indi in latino nel 1561 con tanti errori tipografici, che l'editore attribuisce a Satana l'avervene fatti scorrere più del centuplo di quei che sogliano (Bayle).

I rifuggiti d'Italia cercavano, come abbiam troppo ripetuto, piuttosto libertà di credenze personali che professar le nuove; frati e preti apostati i più, mossi da odio contro di Roma e de' loro superiori, e desiderosi di sfrenarsi, riuscivano spesso irrequieti e accattabrighe, in modo che moltiplicavansi dissensi religiosi, e formossi una mistura incondita d'elementi biblici tedeschi, e di razionali italiani. Primi ad apostolare dottrine ariane e antitrinitarie furono frà Francesco di Calabria parroco di Vettis e frà Girolamo da Milano parroco di Livigno. E dicevano, il dogma della trinità quale si insegna implicare contraddizione e assurdo: dell'immortalità dell'anima dubitavano, nè che essa continui attiva dopo morte, o rimanga sopita fin al giorno del giudizio, quando sarebbero dannati da Dio coloro che colla negligenza e la disobbedienza l'avessero demeritato; riguardo alla redenzione diceano che noi fummo salvati non tanto per la morte di Cristo, quanto per grazia del Padre; la giustizia di Cristo non può imputarsi ad alcuno, ma ciascuno sarà giudicato al tribunal divino secondo le opere proprie: nessuno esser corrotto dal peccato in modo, che non gli rimanga libero arbitrio al vero bene; la concupiscenza non doversi noverar fra i peccati; i sacramenti esser solo esternazioni della professione cristiana e segni commemorativi della morte di Cristo; il battesimo non doversi conferire a bambini, ma nell'età della discrezione. Formulare però il costoro simbolo sarebbe difficile, perocchè ora da essi, ora da altri usciva ogni tratto qualcosa di nuovo; chi pretendea si conservasse l'Ave Maria, chi nell'eucaristia non volea si pronunziasse Hoc est corpus meum, o vi s'adoprasse pane azimo; che per padrini al battesimo non si scegliessero cattolici, come faceasi spesso: la taccia d'ignorante e superstizioso era in pronto per chiunque li contraddicesse.

Combinata una disputa a Süs nell'Engaddina nel 1544, vi comparvero tutti i predicanti, Andrea Schmid, Corrado Jeklin, l'Altieri, e alla lor testa Pietro Bardo Pretonio parroco di Tusis, e il Salutz; e dopo due giornate di dibattimenti, il frate calabrese fu escluso dalla Rezia e dal Tirolo, e si divisarono i modi per isbarbicare gli errori di esso.

Il Tiziano, che diffondea dottrine di quel sapore a Coira, fu carcerato, e il popolo a furia lo volea morto. Il Salutz s'adoperò da un lato per mitigargli i giudici, dall'altro per convertirlo, ma interrogato egli avviluppavasi in parole, evitando di precisare le sue credenze: finalmente si ritrattò, e fu condannato ad esser condotto per la città flagellandolo, poi bandito per sempre dall'Elvezia (1554): primo esempio di castigo corporale per eresia tra i Riformati di quel paese.

Per corregger Camillo Renato, che a Chiavenna sparnazzava siffatte dottrine, il Mainardi, nel 1547, stese una confessione propria, che fu la prima pubblicatasi ne' Grigioni. Non la possediamo, ma si può raccoglierla da un libro italiano che nel 1561 Pietro Leoni, seguace di Camillo, stampò a Milano, adducendo le ragioni per cui non avea voluto sottoscriverla. In essa il Mainardi condannava gli errori degli Anabattisti, e chi facea che l'anima, morta col corpo, col corpo resuscitasse al finale giudizio; il negare che all'uomo resti alcun lume naturale onde conoscer ciò che deve fare od evitare: che Cristo abbia avuto carne di peccato o concupiscenza; che la fede giustificante abbia duopo di conferma; che Cristo non fece veruna promessa nell'istituir la Cena; che il battesimo e la Cena sieno semplici segni del Cristiano, ed espressioni del passato, non del futuro; che il battesimo sia succeduto alla circoncisione, nè con questa abbia veruna somiglianza.

Non par dunque che Camillo Renato seguisse i Soccini, anzi Lelio Soccino potè aver imparato da esso mentre stette a Chiavenna. Certamente Camillo ascondeva accortamente le sue opinioni; se non potesse altro, dicea d'averle sostenute soltanto per esercizio logico; scrisse un libro Contro il battesimo che ricevemmo sotto il segno del papa e dell'anticristo, sostenendo nol si dovesse conferire se non a chi conosceva il vangelo; e più straniava in fatto dell'eucaristia.

Lo sorreggeano Francesco Negro e Francesco Stancario, i quali teneano dogmi ancora differenti, che fecero approvare dal Comander col ridurli a poche parole dove la quistione era dissimulata. Su tenore somigliante insegnavano Aurelio Sittarca, succeduto al Vergerio nella cura di Vicosoprano, Girolamo Torriano a Piuro, Michelangelo Florio a Soglio, Pier Leone in Chiavenna. Natogli un figlio, il Negri lo presentò al Mainardi perchè lo battezzasse nella sua fede. Questi rispose lo battezzerebbe nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, nella fede della Chiesa di Cristo. Sì, no: ne nasce litigio, e il Vergerio presume conciliarli, se non altro conchiudendo ch'erano quistioni di lana caprina, ed anzichè disputare per queste, conveniva cercar la riforma della vita. Il Bullinger, il Blasio ed altri s'industriarono a toglier via uno scisma così dannoso; infine il sinodo impose silenzio a Camillo. Non per questo egli tacque: il Mainardi dovette recarsi nel 1558 a Zurigo a far approvare la sua confessione; poi tediato voleva andarsene in Inghilterra, dove era invitato dall'Ochino.

Fra le varie lettere del Mainardi, che serbansi nel Museo Elvetico, scegliamo quest'una al Bullinger del 15 maggio 1549.

«Ricevetti la tua con due decadi di sermoni, regalo più prezioso che oro e gemme. Le occupazioni non mel permisero ancora, ma li leggerò, e li declamerò dal pulpito, non potendo che esser eccellente quanto viene da te. Io son sì piccolo, da non avere cosa a mandarti, se non tale che ti affligga. Giocondissimo m'arrivò quanto scrivi della Sassonia, della Pomerania ecc. D'alcune cose avevo sentore, ma a stento vi prestavo fede: tante ai dì nostri se ne spacciano! Sopratutto gratissimo mi fu l'udire che in Inghilterra prevalse la nostra e vostra opinione sulla Cena, onde speriamo ciò succeda anche altrove. Della Chiesa nostra non ti posso dir nulla che ti rechi piacere; il lator di questa te ne informerà. Gli autori dello scisma sono anabattisti; e un di costoro che aderivano a Camillo, in presenza di molti, trovandosi alla mensa d'un nobile dov'era anche Pietro Paolo Vergerio, chiaramente confessò d'aver testè preso il battesimo, e così esser divenuto un altro uomo, cioè innovato e riempito dello spirito di Dio; col battesimo aver rinunziato al papa o a quanto avea trovato sotto il papato, perchè quel battesimo non era di Cristo ma dell'anticristo e del diavolo[261]; e ch'io sia un lupo e un seduttore. Camillo, lor corifeo e piloto, non va così precipitoso a confessar all'aperta; è più prudente, non perchè non sia peggiore, ma perchè teme di manifestarsi: del resto bisogna stiano avvolti nel medesimo errore quelli che son tanto amici. Io non so quello che farò; son chiamato in Inghilterra: qui nessun m'ajuta, e resto solo a premer il torchio. Perdonami, o Signore, giacchè ciò conviene al solo Cristo, solo di lui voglio esser detto. Diriga il Signore i miei passi: io non so quel che mi fare. Odo che Camillo ti scrive; tu rispondigli secondo la tua prudenza: egli è peste della Chiesa e grande eretico. Dicono si prepari a lasciar Chiavenna: possa altrove divenir migliore! Così portasse seco la sua peste! ma temo ci lasci le reliquie.

«Questa ti è consegnata da Baldassare Altieri, uomo esimio e di singolare ingegno: dàgli ascolto, poichè io non ti posso scriver ogni cosa in tanta fretta. Egli ti aprirà i suoi concetti. Tu, uom di tanta prudenza, se vedrai che il fatto suo sia da promuovere a gloria di Cristo, giovagli di consiglio e di favore. Io, quanto possa capire col mio piccolo ingegno, stimo che i voti suoi giovino sommamente ad estender il vangelo di Cristo. Ma ai capi non sarà facile corrispondere a' suoi desiderj. Sta bene in Cristo Gesù Signor Nostro, e prega per me».

Si prese il partito di radunare un nuovo sinodo: quattro pastori, eletti dal concistoro, nel dicembre 1549 vennero a Chiavenna e ospitati in casa di Francesco Pestalozza, tennero lunghe dispute, ove si finì col proibire a Camillo d'insegnare o predicare in privato nè in pubblico; e si stanziarono ventuna conclusioni: dietro le quali Camillo fu scomunicato il 6 luglio 1550. Camillo stese una professione di fede, che in fondo è mera parafrasi in versi esametri di ciascun articolo del Credo, diretta a Federico Salis, dissimulando i punti sui quali deviava[262]; scrisse anche Errori, inezie, scandali di Agostino Mainardi dal 1535 e dopo, ove lo accusava di cenventicinque errori. In altre scritture ribatte le credenze luterane.

In quell'occasione i predicanti offrirono di venire a dibattimento anche col capitolo cattolico di Chiavenna, che non credette dover accettare la sfida. I dissidenti pensarono poi togliere di mezzo queste discordie nel sinodo nel 1553 per cura del Travers, del Bullinger e d'altri, combinando una Confessione retica, secondo aveano determinato nell'adunanza di Chiavenna, e metter così un freno agli Italiani liberi pensatori. Comincia essa colla professione dei tre simboli ecumenici, poi de' meriti di Cristo, e della sola potenza di santificazione della fede; rigetta che Dio sia la causa del male: la carne di Cristo è in cielo, pure egli sta presente nella Chiesa; il battesimo fu sostituito alla circoncisione, e il ribattesimo è da fuggire in ogni caso. Ogni anno due sinodi si terranno, dove l'adunanza comincerà dalla preghiera in ginocchio; il ministro o il seniore leggerà il 119 salmo in latino o in tedesco; verrà dietro la profession di fede; indi, scelti il presidente, due assessori e il cancelliere, si comincerà a trattar gli affari. Son festive le domeniche, natale, pasqua, pentecoste; e in ognuna si reciterà il pater, il simbolo, i dieci comandamenti. Il battesimo si dà in chiesa, escludendo il sale, il crisma, la saliva, e colla liturgia di Zurigo o di Coira; i padrini non occorre siano conosciuti per fedeli, purchè scelti dal numero dei comunicanti; senza cognizione del padre e consenso del magistrato nessun parroco può battezzar un bambino. Per la comunione si può adoprar pane non lievito; nè mai la si farà in casa. I matrimonj si celebrano in pubblico; vietato il divorzio. Nessuno deve abbandonare la propria comunità. La scomunica esclude uno per sempre dalla Cena, se indubitabili segni di emenda nol facciano riammettere.

Tale Confessione fu tenuta dalla Chiesa retica, e si firmava dai ministri; benchè, quando fu pubblicata nel 1556 la Confessione elvetica, questa venisse adottata dai Grigioni. Ma i profughi italiani non vi si voleano acconciare; il Vergerio, trovandola in molti punti dissona dalle credenze sue, negò sottoscriverla, e ricordandosi d'essere vescovo, domandava d'essere eletto visitatore della Rezia e della Valtellina, ripromettendosi di riconciliare i dissidenti. Di ciò il Salutz lo beffava, come si desse soverchia importanza: «Il cielo non cascherà se anche costui nol sorregge colle sue spalle. In luogo di diffonder il vangelo, esso ne divenne un ostacolo, giacchè i predicanti litigano fra loro, invece di unirsi tutti contro de' Cappuccini».

I Cappuccini di fatti in Valtellina opponevansi agli eretici, come i Domenicani stanziati in Morbegno, donde si diffondeano a predicare; e principalmente frate Angelo da Cremona a Teglio eccitò il popolo in modo, che prese a sassi Paolo Gaddi ed altri venuti da Poschiavo, e ne nacque una baruffa, dove andarono di mezzo molti borghesi, che parteggiavano pel Gaddi.

Premeva ai Grigioni d'assicurare la condizione degli Evangelici in Valtellina, massime dacchè come capo della chiesa retica in Coira al Comander era succeduto il Fabrizio. I predicanti v'erano sempre considerati come persone private, maestri nelle case particolari: fin il Mainardi a Chiavenna non era sostenuto che da Ercole Salis ed alquanti altri, e in un salotto di questo predicava; doveansi osservar tutte le feste antiche, massime quando uscisse commissario qualche cattolico. Allora si decretò che gli Evangelici non fossero obbligati ad altre feste che alle prescritte dal sinodo; a loro si attribuisse un terzo delle entrate della chiesa di San Lorenzo di Chiavenna; non più frati novizj ne' chiostri: ad ogni predicante si assegnassero quaranta corone l'anno, desumendole dalle entrate in Valtellina del vescovo di Coira e dell'abate di Sant'Abondio di Como; dove fossero più chiese, una dovesse cedersi agli Evangelici.

Incaricato d'eseguire tal decreto, Federico Salis fu festeggiato dagli Evangelici; e nominato commissario in Chiavenna, s'adoprò caldamente a diffonderne le credenze. Allora Giovanni Schenardo, giurisperito di Morbegno, sporse una supplica al granconsiglio retico contro di questi predicanti, che disertati da Agostino e da Benedetto, sollecitan unicamente il vantaggio proprio, non quello di Cristo. Il vero evangelico s'attiene a san Paolo, che proibisce di far nulla per litigio, non rivendicar neppur le cose proprie, sopportare le frodi, le ingiurie: esso vantava di non riuscir di peso ad alcuno; costoro invece, eccoli retribuiti lautamente. Che se non vogliono imitar Paolo, che imitava Cristo, almeno lo stipendio chieggano da quelli per cui militano, non da quelli a cui contrariano. Ma questi disertori servono al ventre, non a Cristo, desiderando tutt'altra vita che quella degli apostoli, i quali la passarono in fatica, in travagli, in vigilie e fame e freddo e nudità. O come si dicono Evangelici se detestano una vita cui seguirono tanti Padri del deserto, fra vigilie, digiuni, cilizj? Evangelici come sono questi che si sfratano, mentre Cristo proclamò beati quei che si mutilano pel regno de' cieli, e Paolo preferisce il celibato alle nozze? Cristo e gli apostoli fecero miracoli, pei quali fu creduta la loro dottrina; i santi, i pontefici o per miracoli o per la pazienza de' mali si segnalarono; questi avveniticci non operano miracoli, fuggono l'austerità della vita; sicchè non meritano fede. È poi ingiusto ed illegale il rivolgere ad una religione ciò che era destinato ad una opposta; i suffragi pei defunti devonsi rispettare quanto le leggi e i testamenti; togliere ciò che altri possiede per giusto acquisto o per usucapione è iniquità. E conchiudeva si abrogassero quelle leggi, o almeno si sottoponessero al suffragio universale dei Valtellinesi.

Gli fu dato ascolto come si suole dai prepotenti; e il decreto, benchè in Morbegno incontrasse qualche opposizione violenta, fu eseguito, e assunto l'inventario dei beni ecclesiastici in Valtellina.

Il cavalier Quadrio, medico dell'imperatore Ferdinando, destinò la sua casa in Ponte per istabilirvi una scuola di Gesuiti: l'imperatore ne prese tale impegno, che nella dieta di Ratisbona del 1558 ne parlò amicalmente al borgomastro di Coira, e il Canisio provinciale dei Gesuiti mandò lo spagnuolo Bobadilla con dodici compagni ad aprirvi il collegio. Se ne sbigottirono i Riformati; Fabrizio vi si oppose di tutta forza, e ottenne una decisione della dieta del 1561 contro quella scuola.

Agostino Mainardi moriva nel 1563 l'ultimo di luglio, e Ulisse Martinengo scriveva al Fabrizio: «La mattina, convocati i fratelli, tenne un discorso eccellente, la cui somma è che persistessimo in quella dottrina ch'egli per venti anni avea predicata; dottrina sicurissima e saluberrima, perchè appoggiata alla pura parola di Dio. Al domani lo portarono sulle proprie spalle gli anziani della chiesa con gran mestizia; perocchè talmente a tutti era caro, che neppur gli avversarj trovavano di che rimproverarlo».

Per succedergli si invitò il bergamasco Zanchi; bello ingegno, che volentieri accettò per sottrarsi alle molestie che a Strasburgo davangli i Luterani. Ma nè qui ebbe pace, mancandogli la forza di carattere necessaria a tenere in freno i migrati. Simone Fiorillo napoletano, che nell'intervallo aveva supplito al Mainardi, or pretendeva precedenza sopra lo Zanchi, e rimestava le idee di Camillo. S'aggiunse nel 1564 la peste, che in poche settimane uccise centotto persone, talchè il sermone si faceva all'aria aperta, e ciascuno portava un ampolla di vino da bever alla santa Cena per evitare il contagio. I preti cattolici mostravano il solito eroismo nell'assister i malati: ma neppure i ministri evangelici abbandonarono il posto, eccetto il Torriano di Piuro.

Quando poi sopraggiunsero il Biandrata e l'Alciato, spargendo nuovi errori sulla Trinità, lo Zanchi lasciolli fare: ma dopo quattro anni se n'andò. E prima fermossi a Piuro, dove sposò una Lumaga, poi ad Eidelberga succedette a Zaccaria Orsino.

In Chiavenna fu pastore Scipione Lentulo, già barba dei Valdesi in Val d'Angrogna, poi ministro a Montagna sopra Sondrio; donde scriveva al professore Wolf a Zurigo il 19 ottobre 1566: «Quasi ogni giorno devo combattere con Italiani, e benchè italiano io pure, non mi dorrà dire che ad essi nessuna religione piace, dacchè cominciò a spiacere la papistica». E informava il Bullinger qualmente egli s'applicasse agli scritti teologici di lui e di Calvino, che aveva udito a Ginevra; mentre fu nell'Angrogna, trovavasi gravato di tanti affari, da bastargli appena tempo di leggere la Bibbia. A Chiavenna dovendo predicare cinque giorni per settimana, non gli avanzava tempo di leggere opere estese come quelle di Lutero (3 giugno 1575).

Tobia Eglino di Zurigo, uno de' pochi discepoli del nostro Giordano Bruno, del quale parla con rispetto in una dedica a Giovanni Salis, era venuto pastore di San Martino di Coira e amministratore del concistoro retico. A lui descrivendo lo stato della chiesa di Chiavenna, il Lentulo fa motto d'un Salomone di Piuro fabbro ferrajo, già da dieci anni scomunicato per ariano, che qualunque occasione gli si presenti, professa di non credere che Cristo sia Dio, sebbene concepito di Spirito Santo. Un Ludovico Fiero bolognese, per la stessa ragione scomunicato, reduce testè dalla Moravia, viepiù ostenta il suo delirio: un Enrico ferrajo non fu ancora mandato via, benchè egli lo abbia denunziato al pretore come scelleratissimo anabattista: un Alessio trentino, infame anabattista: un Jacobo veneziano, ex-prete, che non va mai nè al sermone nè alla Cena, nè si piace che di conversare con eretici; vi sta pure un costui nipote o piuttosto figlio, dichiarato dalla nostra Chiesa empio e scellerato, e della Chiesa si ride. «Da tre anni (egli continua) qui migrò un Pietro, che si dice romano benchè si capisca spagnuolo, che fece retta confessione da principio, ma poi si scoperse anabattista, e porta attorno, e dà a leggere come oracoli i libri di Giorgio Siculo. Conta fra costoro Francesco di Bagnacavallo, che prima buon cristiano, dopo alcun tempo d'assenza tornò, asserendo che Cristo non è Dio per natura, ma per grazia. Aggiungiamo Giovanni da Modena, sozzo uomo il quale a tutti ricanta che i rigenerati non possono peccare. Che dirò di quelli che non vonno firmar la Confessione retica, nè esser interrogati sulla loro fede dai Ministri? anzi vituperano tutto il governo ecclesiastico e la disciplina? E v'è poco lontano chi a questi impostori favorisce, e li sorregga come attaccatissimi fratelli. Fate dunque, o fratelli, che dagli illustrissimi signori si mandi al pretor nostro di cacciar tutti costoro dal territorio di Chiavenna» (7 novembre 1569). E nuove insistenze faceva il maggio seguente, all'avvicinarsi del sinodo.

Già lo Zanchi aveva pregato il Bullinger a non ammettere verun profugo se non facesse la sua professione sulla natura di Dio, sul peccato originale, sulla soddisfazione di Cristo, sul futuro stato delle anime: chè altrimenti, se Spagna aveva prodotto la gallina, Italia schiuderebbe le ova, e già sentivasi il pigolio. L'Eglino di fatti espose il pericolo che dagli Anabattisti derivava alla chiesa e di Coira e di Chiavenna, onde fu decretato che ognuno dovesse professarsi o cattolico o della Confessione retica, se no sarebbe cacciato (27 giugno 1570), e aver licenza di predicare dal vescovo di Como o dal concistoro retico.

Ne levarono rumor grande i dissenzienti, e massime il Torriano ministro a Piuro, e altri della Pregalia e della Valtellina, appareggiando quel decreto all'Inquisizione romana: scrissero contro di esso Bartolomeo Silvio, ministro a Traona, e Marcello Squarcialupo medico; e il Lentulo vi oppose una Responsio ortodoxa pro edicto ill. D. D. trium fœderum Rhæticæ adversus hæreticos et alios ecclesiarum ræthicarum perturbatores promulgata, in qua de magistratus aucthoritate et officio in coercendis hæreticis ex verbo Dei disputatur. Alessandro Citolino, profugo dall'Italia fra' Grigioni poi in Inghilterra, sotto lo stemma retico ch'era dipinto sul muro, come si suole colà, avea posto questi versi:

Fortia signa simul connectunt armipotentes

Tergeminos populos sociali fœdere junctos

Solamen profugis. Felices vivite semper.

Lo Squarcialupo li cancellò, e vi sostituì:

Est liber Christus et Rhætia, liber et hospes:

Este procul vulpes: dura catena vale.

Eglino gli replicò:

Est liber Christus et Rhætia, liber et hospes

Sed grave servitium prodit ab hæreticis

Calcatur Christus, non hospes ab hospite tutus:

Rhæte, volens liber vivere, pelle lupos:

allusione al cognome di quel dottore. Il Torriano, Camillo, Silvio sottoscrissero la formola; disposti a violarla, e sicuri d'andarne impuniti per denaro; ma il decreto fu applicato a un Cristoforo, maestro a Sondrio; e i martirologi degli Anabattisti riboccano di vittime di quelle persecuzioni.

Questo punto del diritto di perseguitar gli eretici venne discusso acremente nel sinodo di Coira il giugno 1571: Tobia Eglino sosteneva il sì: lo contraddiceva Giovanni Gantner anabattista. Vi si presentarono i nostri italiani: il Torriano, che a Piuro accoglieva alla comunione quelli che il Lentulo scomunicava a Chiavenna; Nicola Camulio, denarosissimo mercante, che a Piuro stessa gli ospitava; Lelio Soccino, un Sadoleto, omnes perversi homines (dice il processo verbale) circondati da quantità d'amici, e patrocinati dal medico Bellino, che ne garantiva la sicurezza. Il padre Giulio da Milano, curato della chiesa di Poschiavo, recò lettere del Camulio al Torriano, intercette da nostri, dove i ministri evangelici chiamava vecchie e nuove volpi, nuovi Farisei, uomini di sangue, papi anticristiani, carnefici; deplorava l'esiglio dell'Ochino e la sua cacciata da Zurigo, e proponeva il modo di metterlo in sicurezza a Piuro; dava a Camillo Soccini il titolo di probo e santo e resistente ai nuovi Farisei: aspettava il Betti e il Dario eretici; lodava la lunga consuetudine colla scuola senese, e deplorava la morte del Castalion, gran cristiano[263]. Il Camulio si scusò come mal pratico delle sottigliezze teologiche; aver largheggiato coi rifuggiti per compassione; pure sosteneva che nessuno vorrebbe subir pene contro la propria coscienza; laonde se pensano così, non si potea forzarli; che del resto disputavasi di materie non essenziali alla salute, come è il cercare, se il magistrato possa punir gli eretici. Ma gli fecero tali minaccie, che svenne; e tutti questi italiani furono colpiti di censura; pure colle blandizie ottennero di rimanere in paese, e fin ne' loro benefizj.

Mino Celsi di Siena, nel 1572 scriveva: «Tre anni fa essendo sfuggito dalle mani dell'anticristo, e stanco del lungo viaggio e de' superati pericoli come a un porto approdando alle Alpi retiche, credevo (come tra' fratelli nostri italiani si crede) che le chiese, le quali giustamente chiamiam riformate, fossero legate d'indissolubile consenso e unità di dottrina: e invece con somma afflizione d'animo trovai che, sebben tutte consentano che il papa è vero anticristo, che la messa sorpassa qualunque peggior idolatria antica, che gli uomini sono giustificati non dalle proprie opere ma dalla fede in Cristo, che il purgatorio è una bottega del papato, che i sacramenti son due, non sette, e altri articoli pii e santi, in molt'altri discordano. E poichè ognuno ritien la sua fede per vera e ortodossa, ove ammettasi la persecuzione degli eretici è forza che ognuno perseguiti l'altro, e col ferro, col fuoco, coll'acqua si tolgano di mezzo, nè più sia fine ai supplizj».

Viepiù s'infervorò poi la disputa intorno alla predestinazione; e l'Alciato e il Biandrata, che ritornavano nella Valtellina a confermar i loro concredenti, ne furono sbanditi; Fabrizio Pestalozza, che professava le stesse opinioni ariane, fu obbligato disdirle nel 1595, gli altri o si convertirono o tacquero.

Dopo la credulità, l'altro male che cruccia i rivoluzionarj è la paura. In conseguenza domandano persecuzioni e processi, e se con questi legalmente non riescono a trovar rei e punirli, imputano di connivenza i magistrati. Bucinavasi che i Domenicani di Morbegno spiassero tutto, per tutto denunziare al Sant'Uffizio: perciò arrestavansi ai confini, e ripeteasi che ne' loro cappucci si fossero trovate carte compromettenti, le quali poi nel processo più non comparivano. Agostino Mainardi, lodato di moderazione, mandava al famoso Fabrizio: «Devo scrivervi sebben controvoglia, e quanto posso vi prego di tener a mente quel che scrivo, ma la lettera non mostrare ad alcuno, perchè di materia odiosa. L'altrjeri il commissario arrestò Vincenzo Stampa di Chiavenna, nemicissimo agli Evangelici. Era amico di quel ribaldo Domenicano, che fu assolto e rimandato impune dal podestà di Tirano. Vincenzo sapeva tutti i secreti di esso, e una volta disse struggevasi di lavar le braccia nel sangue de' Luterani. I più credono mandi spia all'Inquisizione di quanto qui si fa. Io ve ne voglio avvertito, affinchè con questi signori facciate che non se la campi. Scriverò anche al commissario acciocchè lo sforzi a confessar la verità, manifestare le macchinazioni contro i fedeli di Cristo, i consigli de' profeti di Baal, cioè i Domenicani, e degli altri che son nemici non solo al vangelo, ma a' nostri signori. Quest'è l'unico corifeo da cui potrà risapersi tutto, meglio che da qualunque altro si sia; tengasi dunque in carcere, nè si lasci sfuggire. Credo che, se venga forzato a dir la verità contro i Domenicani, ne dirà di tali, che giustamente verran cacciati dai signori... Ripeto che ciò scrivo malvolentieri, perchè non vorrei nuocer a nessuno»[264].

Poco poi si lagnava perchè il pretore non volesse proferir sentenze se non dopo udito il consiglio de' signori Grigioni.

E Tobia Eglino al Bullinger: «Questo è ben certo che molti frati emissarj girano a Chiavenna, a Piuro e nelle vicinanze, pagati dall'oro pontifizio, per fiutare quel che risolvano i Grigioni, e assalendo un a uno, o per forza, o per timore, o per premj, svolgere dalla vera religione. Se mai infuriò l'Inquisizione spagnuola, gli è adesso. Quasi nessun mercante è più sicuro a Milano, dove i sospetti vengono con atroce crudeltà uccisi, o mandati alle galere, o tenuti in prigionia domestica se nobili. Testè un Giacomo Serravallense veneto, che professò il vangelo a Chiavenna, e andava per affari in Italia, fu preso a Crema, e tra molti strapazzi e colle mani avvinte al tergo a guisa d'un gran birbante, fu condotto a Venezia, e quivi condannato alla galera, o dicono altri precipitato in mare. Simile beccheria e peggio a Bologna, dandosi egual morte, eguali catene, eguali torture a grandi e ad infimi. A Piuro capitò un frate, e fidato nella benevolenza degli abitanti papisti e nella liberalità del pontefice, scrisse lettere proditorie, per le quali, d'accordo coi migliori del luogo, avesse podestà d'incrudelire contro i predicanti e gli Evangelici. Volle recarle a Roma acciocchè il papa vedesse le facoltà attribuitegli, e profondesse denaro per corromper altri. Ma non volendo firmar la lettera i consoli del luogo, la cosa venne manifestata dal curato del paese, e il monaco incarcerato e punito di ducento coronati» (29 dicembre 1567).

E si credeva! Ma l'accusa era stata data; se i due spioni fuggirono n'avea colpa il pretore, vendereccio; su di essi accumulavansi tutte le infamie possibili; a forza di ripeterle faceansi indubitate, e si spediva al senato di Milano a portar lamenti e pretendere soddisfazione: ma questo e il governatore chiedevano le prove, o assicuravano esser affare dell'Inquisizione; sporgevansi querele alla dieta, e questa era compra dall'oro di Roma, dalle baje de' frati, dalle decorazioni cavalleresche. Non son gli argomenti che si ripetono anche adesso?

Non vogliam però dire che i Cattolici non s'adoprassero per salvar la Valtellina dall'eresia; e poichè, secondo il diritto comune d'allora, l'eretico era un nemico pubblico, si ricorreva a tutti gli spedienti che il diritto di guerra consente, fino a staggire le merci che capitassero in Lombardia appartenenti ad eretici, e coglier le loro persone qualora fosse possibile, e vietare severamente il darvi albergo[265]. Più si teneva occhio ai preti e frati apostati, procurando coglierli e consegnarli al Sant'Uffizio. Tra questi era Francesco Cellario, della Chiarella, figlio di Galeazzo, già minore osservante. Inquisito dal Sant'Uffizio a Pavia, ne era stato dimesso il 1 maggio 1557 con imporgli solo alcune penitenze. Ma presto fu denunziato di tenere e difonder libri ereticali, nutrire opinioni fallaci e predicarle; onde messo in prigione, confessò d'aver lodato pubblicamente il Bucero, il Calvino, l'Ochino ed altri di quella risma. Riuscito a fuggire, ricoverossi fra' Grigioni: prese moglie; e insegnava non darsi purgatorio, non esser sacramento il matrimonio, nè vietato ai preti; il corpo di Cristo trovarsi nell'eucaristia soltanto idealmente; a Dio solo doversi far la confessione de' peccati; non venerare le immagini dei santi; Pietro non essere stato superiore agli apostoli, nè il papa ai vescovi. Non contento di predicar a Morbegno, qualche volta spingevasi secretamente fino a Mantova, sicchè furono tesi agguati per coglierlo. Era andato al sinodo di Zutz nell'alta Engaddina il 1568; ed essendo intercetto dalle nevi il passo della Bernina, ritornò per Chiavenna, attraversando quel lembo del Pian di Colico che spetta al Milanese. Quivi l'appostavano; e côlto al passo dell'Adda, fu inviato a Piacenza, donde il duca Ottavio Farnese si fece un onore di spedirlo a Roma, e quivi processato, come apostato e relapso fu dato al braccio secolare il 20 maggio 1569. I Grigioni strepitarono come di violato diritto pubblico, mandaron note all'Albuquerque governator di Milano e ai principali Stati d'Italia, ma si rispose ch'era nelle autorità del papa l'arrestar gli eretici. Essi allora pubblicarono una taglia sopra l'inquisitore frà Pietro Angelo da Cremona, premiando chi prendesse lui o alcun suo compagno, e il consegnasse.

Più tardi Lorenzo Soncini, che predicava a Chiavenna, fu côlto al modo stesso, e mandato all'Inquisizione.

Anche i vescovi di Coira vegliavano alla preservazione del cattolicismo. Essendosi in quella cattedra preferito Tommaso Planta ad Andrea Salis, si esacerbarono le ire fra le due famiglie rivali, e imputavasi il Planta di mangiar grasso anche in giorni di digiuno, non dir la messa, e andare zoppo nella fede come ne' piedi. Le accuse furono portate all'Inquisizione, e frà Michele Ghislieri lo processò; egli giustificossi, e d'allora raddoppiò di zelo, e in conseguenza fu odiato dagli Evangelici, coi quali durò in continua lotta.

Era il tempo che spingevasi meglio il Concilio di Trento, e nel 1561 fu mandato ne' Grigioni Bernardino Bianchi prevosto di Santa Maria della Scala di Milano, col nobile milanese Giovanni Angelo Rizzi segretario regio, che alla dieta di Coira querelaronsi perchè in Valtellina e a Chiavenna si ricettassero i profughi, senza esaminarne i costumi e la condotta, bastando si mostrassero nemici della fede cattolica: si obbligassero i fedeli a spartire coi ministri ereticali i benefizj, ajutandoli così a sparger interpretazioni del vangelo contrarie a quelle de' Padri e de' Concilj ecumenici; invece si costringessero i predicatori cattolici a dare sicurtà pei loro atti: si fosse vietato di eriger chiese e conventi, e riprovato il Quadrio perchè fondò il collegio dei Gesuiti a Ponte: a Poschiavo si tollerasse la stamperia Landolfi, ostilissima alla sede romana[266]; si impedisse al vescovo di Como di esercitar la sua giurisdizione, e fin di esigere i suoi livelli e canoni; si fosse ordinato che tutte le parrocchie scegliesser il curato a loro beneplacito, senza chiedere bolla o approvazione da Roma; e allorchè di Roma giunga alcun breve non si pubblicasse senza consentimento delle tre Leghe.

Eccitossi l'indignazione popolare contro questi messi, quasi attentassero alla libertà, e Pier Paolo Vergerio venne apposta dal Wurtenberg per contrariarli. Adunata la Dieta, vi si diedero risposte evasive; dalla stamperia di Poschiavo non si lascerebbero uscire libri contro la santa sede nè ingiurie al papa: non si contenderebbe al vescovo di Como quel che gli apparteneva; nulla esservi d'ingiusto in ciò ch'erasi disposto sul convento di Morbegno e il collegio di Ponte: l'istanza del Bianchi perchè si spedissero legati al Concilio di Trento ebbe il no, con gran trionfo del Vergerio. Anzi nel 1583 adunati a Chiavenna, i capi della repubblica sancirono che, dov'erano tre famiglie riformate, si tenesse un ministro a spese comuni, e questo potesse usar le chiese «fabbricate dagli avi per uso de' posteri».

Abbiamo già accennato quanto san Carlo Borromeo s'affaticasse a sostenere la causa cattolica fra i Grigioni e in Valtellina; vi spediva catechismi; cercava ne fossero rimossi gli apostati, e vi si aprissero scuole cattoliche; ma poco potè trarre a riva: anzi fu rinnovato l'ordine che non predicasse se non chi approvato dal sinodo[267]. Il Volpi vescovo di Como, che era stato spedito alla Dieta di Baden per patrocinare davanti ai signori Svizzeri gl'interessi de' Cattolici, invitò il cardinale Borromeo a visitare la Valtellina. In fatto egli, trovandosi nella Valcamonica, varcò i Zapelli d'Aprica, e venne in atto di pellegrino al celebre santuario della madonna di Tirano «per infiammare (scrive egli) quanto potessi gli ortodossi di questa valle; poichè giacciono dall'intollerabile giogo degli eretici quasi oppressi, e gran pericolo reca di contagione il quotidiano convivere coi nemici della nostra fede. Ivi predicai per dare qualche consolazione a quel popolo, che ardentemente bramava udire la mia voce, e volentieri lo feci, con facoltà del vescovo di Como».

Lo stesso santo fiancheggiò vigorosamente il Pusterla arciprete di Sondrio nell'opporsi al collegio che voleva istituirsi in quel paese sotto la direzione di Rafaello, figlio di Tobia Eglino: ne seguì una vera sollevazione, e molti furono processati e sbanditi, fra cui il Pusterla stesso, ma il collegio non si potè aprire. San Carlo ottenne dai Cantoni svizzeri cattolici che inviassero deputati alla dieta de' Grigioni per tutelare gli affari dei Valtellinesi ortodossi. Dopo il viaggio nella Mesolcina che descrivemmo (vol. III pag. 91) avrebbe bramato scendere in Valtellina, ma non l'ottenne[268].

Dicemmo che, quando la costituzione corra pericolo, i Grigioni erigono un tribunale speciale (Straffgericht) di giudici scelti dalle comunità, con poteri dittatorj. Allora lo piantarono per iscoprire e castigare coloro che aveano favorito la venuta del Borromeo, al quale attribuivano sottofini politici; tanto più che era nipote di quel Gian Giacomo Medeghino, che viva guerra avea fatto a' Grigioni, e tentato toglier loro la Valtellina. A quel tribunale Girolamo Burgo mesolcino confessò alla tortura aver dal Borromeo ricevuto denari e grano da distribuire ai fautori, nominò i complici, e tutto quel che si volle.

Certo è bene che al Borromeo i Valtellinesi recapitavano i lamenti contro gli abusi dei loro padroni e che trattarono di ribellarsi coll'ajuto dei governatori di Milano, non mai rassegnati alla perdita di quell'importante valle. Don Ferrante Gonzaga governatore aveva intrigato all'uopo fin col vescovo Vergerio[269], sebbene invano; e una lettera del Borromeo del 1584 ci fa chiari che la cosa fu anche più tardi discussa, e ch'egli la favoriva siccome propizia alla religione, e ne trattava coll'ambasciador di Francia, e teneasi presso que' confini per accorrere ad ogni moto; pur protestando «non voler tenere, per ajutar que' popoli, altra via che la spirituale»[270].

Di quel tempo un Rinaldo Tettone, ricco negoziante milanese, avea mal condotto i suoi affari, e come uomo che nulla aveva più da perdere, si pose a capo d'una banda di bravacci, mestiero che allora non disonorava se non chi non riuscisse. Dal fare preso ardimento al fare, meditò invadere la Valtellina, e metterla a sacco; e per mantellare la ribalderia, come si suole, avrà sparso di andarvi a rialzare la santa religione cattolica, ed operar d'accordo col governatore Terranova, col cardinal Borromeo, con papa Gregorio. S'avviò di fatto, ma il Parravicino governatore di Como non permise che quella ciurma entrasse in città, e a forza lo respinse colle armi cittadine, mandando al supplizio quanti colse de' costui seguaci.

Ita al vento l'impresa, il governatore di Milano se ne fece nuovo affatto, ed il Tettone fu cacciato in galera[271]. I Grigioni ne fecer un capo grosso, e molta gente inquisirono, senza verificare d'alcuno la colpa: ma il cardinale tennero in memoria di fazioso e brigante.

Era questi morto l'anno avanti nell'atto, dice il Calandrino, di metter fuori il scelleratissimo suo parto[272]; la lettera addotta lo mostra innocente di maneggi, ma conscio: e il Ripamonti e il Ballarino[273] fanno testimonianza che colla Spagna assecondava la trama: e il suo nome restò formidabile agli eterodossi, e da quel punto chi ad essi opponevasi diceanlo appartener alla Lega Borromea, come ai dì nostri dicesi della Congrega, de' Gesuitanti, de' Paolotti: e campioni n'erano il padre Giovanni Odescalchi vescovo d'Alessandria, e Giovan Pietro Negri domenicano.

Nè i dissidenti cessavano di sorreggere i proprj religionarj e sfavorire i Cattolici; negli statuti di Valtellina stampati il 1549 furono intrusi alcuni a favor di quelli: al giubileo del 1575 si pose ogni possibile incaglio: nel 1585 trovandosi a Chiavenna unite le bandiere de' Grigioni, sancirono di nuovo intera libertà di religione, il che allora come altre volte, significò persecuzione della cattolica: non voleano ricevere frati esteri, nè manco per la predicazione quaresimale; e sopratutto non soffrivano si pregasse per l'estirpazione delle eresie, quando non si dichiarasse non intendersi quelle professate dai signori Reti; non potendo comportare che si facesser orazioni contro i proprj signori. Ai predicanti riformati si assegnavano soldi[274]: le rendite della prepositura di Sant'Orsola di Teglio già da anni eransi applicate a mantener il predicante di colà, sorrettovi dalla famiglia Guicciardi. Natane opposizione, e mescolatisi i partiti, si pretese che l'onorevolissimo cittadino Tommaso Planta fosse guadagnato dall'oro spagnuolo, e fattogli processo, venne condannato a morte.

Broccardo Borrone di Busseto parmigiano, studiando in Padova conobbe gli scritti di Calvino, e ne fu pervertito; venne in Valtellina il 1592, e mediante il favore di Andrea Ruinelli, medico e professore ne' Grigioni, fu fatto predicante e maestro a Traona, donde il 1596 passò cancelliere del commissario Giovanni Planta in Chiavenna. Accusato d'esser fuggito d'Italia non per religione, ma per turpitudini commesse, d'aver più volte esternato il desiderio di tornare cattolico se il papa gli perdonasse, al qual fine cercherebbe ridurre in mano dell'Inquisizione alcuni predicanti, fu messo alla tortura rigorosa: e non confessando, fu dimesso pagando cencinquanta coronati per le spese di processo: poi la Dieta lo bandì da tutto il paese, perchè temeasi meditasse vendetta. Nel suo breve soggiorno nella Rezia, erasi egli giovato del suo posto per raccogliere curiose notizie: perocchè nel 1601 un Giorgio Pini di Traona scrisse da Roma che vi si trovava il Borrone, e che avea fatto un libro ove descriveva il paese e gli abitanti: subito si cercò un tal libro, poi si pose una taglia sulla costui testa, ma non si trovò chi la volesse guadagnare. In realtà, per aver denaro, egli avea steso un libello, dal quale scegliamo solo alcuna cosa di quel che concerne i paesi italiani, de' quali dice: «Attorno al lago di Como son le parrocchie cattoliche, di Novato, Campo, Samolago, Gardona, dove non c'è eretici, talmente prevalse l'esempio dei vicini. Cattolica è tutta la val San Giacomo, per la quale si passa a Coira, sempre fra cattolici. Il contado di Chiavenna ha quindici parrocchie, tutte con preti cattolici; ministri eretici sono a Chiavenna, Piuro, Pontilio, Mese, tutti apostati dall'Italia. De' cinquemila abitanti, ottocento son eretici; e mille capaci dell'armi, fra cui al più cento eretici. Non sarebbe difficile purgar il paese dall'eresia, non mancandovi gente di cuore, che aspetta l'occasione.

«Allo sbocco dell'Adda vedonsi gli avanzi d'una torre, dove Gian Giacomo Medeghino avea posto campo per impedire che i Grigioni v'entrassero; e converebbe rialzarla.

«Nella Valtellina ha 65 parrocchie, ciascuna col suo curato, ma vorrebber essere visitate, essendovi di molti contumaci e profughi dall'Italia senza dimissoria. Non c'è verun luogo tutto eretico, bensì alcuno ove neppure un eretico; e i ministri son appena dodici, tutti apostati italiani, i quali se si allettassero, credo che in breve la valle sarebbe risciaquata dal calvinismo. De' venticinquemila abitanti appena un decimo abbracciarono la Riforma: scrivonsi quattromila alla milizia, tra cui ottocento eretici. Ma è da confessare che cogli eretici stanno i principali e più ricchi, non solo di Valtellina ma di tutti i Grigioni. I natii aborrono i dominanti, e all'occasione se ne disferebbero. Nè difficil sarebbe il redimerli, tanto più che nella Rezia non potrebbe entrare per soccorso alcuno de' confederati se non per passi angustissimi che stan in mano de' Cattolici; mentre ai Cattolici italiani e tedeschi son aperti i varchi».

Qui descrive la politica e la miseria de' Grigioni, poi vien a informare de' pastori evangelici di Valtellina.

«Nicola da Milano, già francescano, tre anni fa recossi a Chiavenna, ove predica il catechismo ereticale; menò povera donna, de' cui costumi è disgustato, e n'ebbe figli che fatica ad allevare. Nè si loda della sua chiesa perchè gli fu preferito Ottaviano Mei lucchese. Con tali scontentezze, parmi che potrebbe guadagnarsi a promesse.

«Questo Mei, benchè nato e educato nell'eresia, è giovane, celibe, di buona casa, dotto in latino, greco, ebraico e nelle buone arti, facondo; e con largo promettere potrebbe trarsi alla Chiesa nostra; oppure coglierlo presso il lago, ove si diletta della pesca.

«Michele Acrutiense, già pievano nella Rezia, poi apostata e ministro a Piuro: di sessanta anni, abbastanza dotto, ma povero, con chiesa piccola e sottili proventi; cuculato perchè sposò una giovinetta.

«Tommaso Capella genovese carmelita, or ministro a Poncila, sui quarantacinque anni, con moglie sterile e sgraziata: egli dotto, ma audace, ambizioso, pieno di sè, ricco; non credo deponesse l'amor dell'Italia; ma non soffrirebbe mai di tornare in convento.

«Giovanni Marzio da Siena, già da trent'anni apostato, or predica a Solio in Val Bregaglia, ha moglie una veneziana smonacata, da cui ebbe due belle figliuole, or da marito; stampò qualche cosa contro la Chiesa, e fu avvocato degli eretici nella disputa di Piuro. Crederei vano ogni tentativo con lui.

«Da un anno venne dal ducato di Spoleto Ferdinando di Umbria; subito sposò una giovinetta, colla quale vive in bizze; e non dubito cederebbe a lusinghe.

«Marziano Ponchiera, già prete, or predicante a Vicosoprano, gran parlatore, gran bevitore, di sessant'anni sposò una giovinetta, per la quale è martellato da gelosia. Una volta volea rimpatriare, e si spinse fin a Milano, poi diè la volta indietro. È povero in canna, poichè la rendita d'un anno mangia in un mese».

Detto di Rafaele Eglino e Gabriele Gerber, segue di Giovanni Luca calabrese, conventuale, or ministro a Dubino, di ventitre anni e di molta erudizione, sposò una poveretta di che presto si pentirà. Se non si può colle dolci, potrebbe farsi rapire da un pajo di armati, essendo la sua chiesa vicinissima al lago.

Nè altro partito che di rapirlo propone per Luca Donato Poliziano, già francescano, ora a Traona, con trentacinque anni e tre figliuoli.

«Ercole Poggio bolognese, predicante a Morbegno, ambizioso e mezzo fatuo, ha moglie un'altra Santippe, colla quale se la passa bene benchè sessagenario, nè saprebbe staccarsene.

«Da un anno fissossi a Caspano un frate, che dicono piacentino e dottore in teologia; sposò una di Chiavenna, e non ne ho altra conoscenza.

«Scipione Calandrino di Lucca, ministro a Sondrio, è il più pericoloso, e molti libri tradotti dal greco e dal latino invia e diffonde in Italia; ha cinquant'anni, moglie nobile, e nobile vantasi egli stesso; senza figli; gode gran credito presso gli eretici.

«Cesare Gaffori piacentino, già cappuccino, or ministro a Poschiavo, di quarantacinque anni; con moglie e tre figli; parlatore, versatissimo nella Scrittura, stampò contro il Bellarmino.

«Marco Eugenio Bonacino milanese e Alfonso Montedolio piacentino dianzi a mia persuasione andarono nel Tirolo, aspettando il salvocondotto per ricondursi in Italia.

«Altri ve n'ha che con promesse e ragioni potrebbero trarsi alla Chiesa romana. Ogn'anno i ministri si radunan al sinodo: e per arrivarvi devono traversare un angusto passo vicino al lago di Como, ch'è di giurisdizione milanese. Si potrebber facilmente cogliere al varco»[275].

Fin qui il Borrone non è che una bassa spia; ma non manca d'arguzia ove morde i vizj de' Grigioni, nel che del resto va daccordo cogli storici, anche nazionali. La religione li divideva, li divedeva la politica: non badando alla patria, ma a donativi, pensioni, collane, decorazioni, favorivano chi questa Potenza, chi quella; divisi in due fazioni, una devota a Spagna ed ai Cattolici, l'altra a Francia ed agli Evangelici; capo di quella era Rodolfo Planta, di questa Ercole Salis, le due famiglie primarie delle Leghe. Il grosso dei Grigioni essendosi sottratto al cattolicismo, aveva in uggia l'Austria e la Spagna, e guardava l'amicizia dei Francesi come fondamento di libertà; sicchè prevalsero i Salis, e venne rinnovata con Enrico IV una lega di offesa e difesa, nella quale non facevasi eccezione veruna a favore del milanese.

Con questo ducato i Grigioni nel 1603 aveano stretto una convenzione di buona vicinanza, per la quale il commercio non troverebbe impedimento; essi non consentirebbero il passo ad esercito che venisse contro il milanese; questo in compenso dirigerebbe il transito delle merci pel paese delle Leghe. All'udire dunque della nuova convenzione coi Francesi, gran lamento alzò il conte di Fuentes, il più memorabile fra i governatori spagnuoli di Milano, umore guerresco, che nel cuor della pace teneva numerosissimo esercito, e operava colle prepotenze d'un governo militare. Egli mandò minacciando i Grigioni di trattarli da nemici, e a nulla approdando colle parole, si pose a fabbricare un fortalizio, detto dal suo nome, appunto là dove la Valtellina e il Chiavennasco confluiscono al lago di Como: sicchè dominando que' passi, poteva impedire alla Rezia i viveri ed il commercio, come chiuder l'adito ad ogni esercito che di là venisse. Quella striscia di territorio spettava in fatto al milanese, ma il duca Francesco II Sforza avea stipulato coi Grigioni non si porrebbe veruna fortificazione in quel giro. Ne mossero dunque reclamo i Grigioni, ma il Fuentes, non che badarvi, finì e presidiò il forte, e coll'adunare genti e navi all'estremo del lago di Como, confermò la voce che volesse ricuperare la Valtellina al ducato di Milano[276].

Queste pratiche davano l'ultimo tuffo alla Valtellina: le Leghe vi crebbero guarnigioni; ad ogni ombra davano corpo; e subillate e sostenute dai novatori, lieti che i loro religionarj crescessero in autorità, disponevano come donni e padroni, e arrogatasi la nomina degli ufficiali, mandavano magistrati di più che bassa mano, i quali soperchiavano, non curando d'esser amati, purchè temuti. Nuovi editti vietavano le indulgenze e i giubilei, tacciavano di superstizioso il culto del paese, cassavano le dispense curiali, berteggiavano i decreti pontifizj; cacciaronsi i Gesuiti, abolendo le donazioni lor fatte; processaronsi i miracoli di san Luigi; turbavasi la giurisdizione col forzare i curati a celebrare matrimonj in gradi vietati, escludere buoni sacerdoti forestieri, obbligare tutti alle prediche degli eretici: delle quali ascoltate prima per celia, poi per curiosità, poi talvolta sul serio, l'ornamento più consueto erano rampogne contro l'avito culto, e il purgatorio e l'astinenza dalle carni: dietro al che la ciurma non mancava di rubare ostensorj e sparpagliare le particole, sfregiar tabernacoli, fare smacchi a' sacerdoti nelle processioni del Sacramento, e in quei devoti riti della settimana santa, che l'intimo dell'animo commovono a patetica devozione. Sotto la protezione dei signori, che dicevano «Credi quel che ti piace, ma fa quel ch'io ti comando», ogni tratto qualche nuovo cattolico disertava, anche preti e curati: ed essendo ordinato che, ove fossero più di tre famiglie riformate, convenisse accomodarle di ministro e di chiesa a spese comuni, i Cattolici vedeansi costretti a mantenere i predicanti co' benefizj ecclesiastici: e non compatendo la religione loro che i preti evangelizzassero dalla bigoncia dond'era sceso dianzi il ministro calvinista, conveniva si provvedessero di nuove chiese. Credendo ciascuna parte essere in possesso della verità, e l'avversaria trovarsi nell'eresia, lo zelo esacerbava gli odj da fratello a fratello, tirandosi al peggio che si facesse. Il conte Scipione Gámbara bresciano, per aver ucciso un suo cugino era fuggito a franchigia in Tirano, ed ivi tenevasi attorno una masnada di bravi. Entrò sospetto nei Grigioni ch'egli volesse dar mano a stabilire l'Inquisizione, e sbrattare la valle dai Protestanti: onde, côltolo, e coi metodi consueti, convintolo di tramare col cardinale Sfondrato e coll'inquisitore Montesanto, fu decapitato a Teglio; il suo complice Lazzaroni di Tirano squartato vivo, e le spese del processo caricate alla valle.

Peggio avvenne quando Ulisse de' Parravicini Capello di Traona, che, reo di molto sangue, campava la vita sul bergamasco, osò una notte ricomparire con venti sicarj in patria, e trucidare i magistrati. L'atroce fatto seppe di ribellione ai Grigioni, e ne colsero pretesto a spicciolare altri Cattolici.

La certezza d'esser in odio al pubblico faceva prendere provisioni, che lo rendevano implacabile. Qualche buon ordinamento veniva talora[277], ma di corto cadeva nell'obblio, e non rimanevano che la persecuzione, impolitica non meno che empia, e un'opposizione non sempre generosa. Morto il parroco della Chiesa in val Malenco e sepolto il tempio di colà da una frana, un Tommaso paesano adoprò caldamente per indurre que' montanari a valersi del ministro evangelico, spacciando che la parola di Cristo predicata da questo varrebbe assai meglio che la messa dei papisti, che orazioni recitate in una lingua non intesa, che preti le cui dicerie riboccan di baje, di idolatria il culto. Ma Tommaso Sassi pastore distolse i terrazzani dal cambiar religione. In Caspoggio della valle stessa, mentre i mariti estivavano sui pascoli montani, le donne seppero che i Riformati intendevano sepellire in San Rocco un loro bambino allora morto, col che avrebbero preteso d'acquistare possessione di quella chiesa. Munitesi di sassi, aspettano il funebre convoglio, e come s'avvicina, schiamazzando alla donnesca, lo tempestano di pietre.

In Sondrio il governatore accingevasi ad entrare per viva forza nella chiesa cattolica, e ridurla al nuovo rito; ma un Bertolino, uomo all'antica, commise a Giangiacomo, suo figliuolo di gran cuore, che colla daga alla mano l'impedisse. Come il governatore glie ne mosse querela, Bertolino menosselo a casa, e gli improvvisò una lieta merenda: fra la quale presentossi Giangiacomo, sempre accinto della sua daga, e con un fiasco del miglior vino, che cominciò a mescere in giro alla ragunata: e fatti comparire quindici garzoni in tutto punto d'armi, «Ecco (disse) e me e questi pronti pel governatore e per la repubblica fino all'ultimo sangue, solo che non ci si tocchi la religione».

Altri fatterelli rinnovavansi ogni giorno, e non sempre risolveansi in riso quando i reciproci rancori faceano pronti a correre ai risentimenti.

In Sondrio degli abitanti un terzo erasi sviato dall'ovile romano; così molte delle contrade vicine; e le miste usavano due preti[278]. Dal 1520 al 1563 v'era stato intruso come arciprete Bartolomeo Salis, che contemporaneamente era arciprete di Berbenno e di Tresivio e curato di Montagna, e in nessun luogo risedeva, lasciando il gregge a pascoli infetti: de' benefizj valevasi per dotare nipoti; portò anche le armi; il che tutto agevolava la diffusione dell'eresia. Di quel tempo venne a predicarvi un frate, in aspetto di somma dottrina e pietà; e il popolo, che da gran tempo non udiva più prediche, accorse alle sue: ma ben presto egli si scoperse eretico. Se ne levò tumulto, ed egli rifuggì ai Mossini in casa i Mignardini, donde seguitava a sermonar ai nuovi convertiti. L'arciprete Salis non se ne dava pensiero, tutto blandizie verso i Grigioni nella speranza di esser assunto vescovo di Coira. E vi fu assunto, onde rinunziava i tanti benefizj in Valtellina: ma poichè l'elezione non fu confermata, si trovò sprovisto, e morì poveramente in Albosaggia.

Ben altrimenti si era comportato Nicolò Pusterla, ma con sei zelanti Cattolici rapito in prigione, colà vollero dire fosse avvelenato dal governatore.

Gli succedette Nicolò Rusca, nato in Bedano terra del luganese, da Giovanni Antonio e Daria Quadrio. Avea studiato a Pavia: indi nel collegio Elvetico di Milano, ove a san Carlo ne parve sì bene, che postagli sul capo la mano, «Figliuol mio (gli disse) combatti buona guerra, compi la tua carriera; per te è riposta una corona di giustizia, che ti renderà in quel giorno il giudice giusto». Fatto arciprete di Sondrio, mostrò lo zelo del buon pastore che offre l'anima per le pecorelle. Dotto di greco e d'ebraico, non che di latino; versato nella storia ecclesiastica e nella teologia, spesso agitava le correnti controversie sia in dispute coi dissidenti, sia nelle prediche dove, tutto lume della somma verità, in prima ribatteva l'errore, poi stabiliva la dottrina vera; ma nè usava egli, nè soffriva in altri le invettive e le ingiurie. Trovata la chiesa sproveduta di arredi, disusata di funzioni, muta di canti, egli rinnova tutto, introduce preghiere e processioni, ricupera i disusati beni, ripristina la disciplina delle monache; ottiene che i Cappuccini possano confessare. Si oppone alle pretendenze de' novatori, i quali, oltre esigere dal capitolo la provvigione di trenta zecchini pel ministro evangelico, volevano ch'egli cedesse porzione del suo giardino per farsene il cimitero: proibivano le processioni del Corpus Domini e del venerdì santo, e il suon delle campane come pubblico insulto ai magistrati dissidenti.

Simone Cabasso curato di Tirano predicava incessantemente contro Calvino, onde fu accusato e condannato. Egli si appella, e dal pretore vengono invitati Antonio Andreossi ministro di Tirano, Cesare Gaffori di Poschiavo, Antonio Mejo di Teglio, Scipione Calandrino di Sondrio, Nicola Cheselio di Montagna, perchè tengano un colloquio sopra la fede, e principalmente sopra Calvino. Da questo e da sè repulsarono la taccia di eretici, mostrando (e il Calandrino principalmente) che quel dottore non avea deviato mai dalla Chiesa quanto alla divinità di Cristo e alla sua eccellenza come mediatore, anzi l'aver egli perseguitato gli Unitarj e scritto contro Valentino Gentile. Non bastando il primo, si venne a un secondo colloquio il 1 marzo 1596; poi ad un terzo il 7 agosto; dopo il quale gli oratori grigioni sentenziarono che il Cabasso aveva calunniato, e perciò pagasse centrentadue coronati.

Fra' Cattolici primeggiavano, oltre questo di Tirano, il parroco di Mazzo e Nicolò Rusca, il quale del colloquio diede a stampa una relazione (1598 Como, pel Frova). Questa parendo aliena dal vero e calunniosa quanto alle persecuzioni che gli ecclesiastici soffrivano in Valtellina, i signori Grigioni permisero ai ministri di rispondervi, come fecero con uno scritto latino, il cui titolo suona, «Della disputa di Tirano fra i papisti e i ministri del verbo di Dio nella Rezia, tenuta gli anni 1595 e 96, quattro parti, dove accuratamente e solidamente si tratta della persona e dell'officio di Gesù Cristo mediatore secondo le due nature; e si vendicano le parole di Calvino sopra la natura divina di Cristo dalle calunnie dei papisti valtellinesi; risolvonsi i sofismi del Bellarmino, e scopronsi gli errori de' Monoteliti, de' Nestoriani, degli Ariani, e d'altri; oltre la storia esattissima di quella disputa: l'indice delle calunnie dei parroci di Valtellina; la risposta ai ripetuti costoro sofismi. Autori Cesare Gaffori, Ottaviano Mej, e gli altri ministri della parola di Dio nella Rezia, or primamente stampati, e non solo degni di lettura, ma giovevoli a chiunque ama la verità» (Basilea, per Waldkirch 1602 in-4º).

Nel 1596 Giovanni Marzio di Siena, pastore a Solio, avea stampato un libro italiano della Messa, che molto si divulgò. L'Apologia della Messa, che frà Giovanni Paolo Nazari cremonese domenicano vi oppose, fu giudicata vittoriosissima dai Cattolici, ridicola dagli altri. Si stabilì una disputa a Piuro, che fu fatta il gennajo e maggio 1597, presenti gli arcipreti di Chiavenna e di Sondrio, il Calandrino, il Marzio, il Mej, il quale fu trasferito allora dalla chiesa di Teglio a quella di Chiavenna per succedere al Lentulo.

Martello degli eretici, quale veniva chiamato si mostrò singolarmente il Rusca allorquando i Riformati ottennero di istituire a Sondrio un collegio, del quale il rettore e tre dei cinque professori fossero calvinisti. Fin dal 1563 erasene divisato, poi aperto nel 1584 accettandovi cattolici e no; ma nessun cattolico andandovi, cadde. Quando si volle rinnovarlo, il Rusca, senza guardare in faccia nè ai Salis che lo proponevano, nè al re d'Inghilterra che dicevasi somministrar il denaro[279], attraversò questa impresa, e riuscì a sventarla, ed unire anzi un'accademia che propagasse le cattoliche dottrine.

Nel 1614 l'Archinti vescovo di Como per seicento fiorini comprava la licenza di visitar la Valtellina, il che da venticinque anni era proibito, e ne mandò relazione a Paolo V. Dopo estreme lodi al paese, si consola che, in quell'esecranda libertà di vivere e dire quanto a ciascuno piace, appena tremila persone abbiano adottato la Riforma, e i popoli accorreano festosi e piangenti ad accompagnarlo. A Tirano trova da cencinquanta eretici, vil plebe. I cattolici di Poschiavo e Brusio tengonsi incontaminati, benchè mescolati ai Calvinisti. In Sondrio questi erano potenti per numero e ricchezza, sicchè a fatica egli vi ottenne accesso. Un terzo de' Chiavennaschi aveva abbracciato l'errore, fra cui i meglio stanti, e dalla Bregalia i Riformati minacciavano assalirlo in armi. Quando esso Archinti tenne un sinodo nel 1618, il podestà di Traona pubblicò per editto terribili pene contro qualunque ecclesiastico spedisse lettere o uscisse dalla valle: cento scudi di multa o tre tratti di corda a chi conoscendolo nol denunziasse.

Perpetuo e vivo contraddittore de' loro disegni com'era il Rusca, gli acattolici miravano a torselo d'in su gli occhi. Dapprima Giovanni Corno da Castromuro, capitano della valle, lo condannò in grave multa perchè avesse rimproverato un giovane suo popolano d'aver assistito a un sermone dei Calvinisti. I Sondriesi presero le armi, e si fu ad un pelo di far sangue: onde il capitano denunziò l'affare a Coira; dove il Rusca fu assolto, ed il capitano ammonito.

Vivo contraddittore gli era il molte volte nominato Calandrino, del quale nell'archivio di Zurigo conservasi un autografo, ove racconta «la lunga e costante persecuzione» dei Valtellinesi contro degli Evangelici e massime dei ministri, gli assassinj tentati, specialmente sopra di lui, imputandone chiaramente il Rusca, benchè non lo nomini. In fatto a questo apposero d'aver fatto trame con un Ciapino di Ponte per ammazzare o tradurre all'Inquisizione esso Calandrino. Il Ciapino fu messo a morte dopo orride torture, nelle quali disse aver avuto consiglio dal Rusca, cui perciò fu aperto processo. Egli ricoverò a Como; poi giustificatosi, tornò più glorioso, aggiungendosi alla virtù il lustro della persecuzione. Tanto più bramavano i nemici suoi di metterlo per la mala via, e la fortuna vi mandò tempo.

Tra le brighe di Potenze straniere, ne' Grigioni pigliavano il sopravento i predicanti, e intendendosela con Zurigo, Berna e Ginevra, non cessavano di gridare doversi far nello Stato una sola religione; essere violate le costituzioni pei bocconi stranieri; bisognare qualche efficace provedimento per rintegrare la libertà, riformare il governo, e simili frasi, che sempre titillano le orecchie della plebe. Fidati nel favore di questa, sotto Gaspare Alessi di Gamogaso, da Ginevra venuto predicante a Sondrio, e destinato rettore del seminario, accozzarono un loro concilio, prima a Chiavenna presso Ercole Salis, uomo per servigi ed ingegno in gran nome, poi a Berguns, paese romancio alle falde pittoresche dell'Albula. Ivi dichiararono la fazione spagnuola funesta alla Rezia ed alla religione, micidiale l'alleanza di Francia, buona quella sola di Venezia: gridarono contro gli Austriaci, e che v'erano maneggi per quelli, e che il governatore di Milano sparnazzava denari per la Valtellina, e che per reprimerli si doveva stabilire il tribunale inquisitorio, il quale correggesse la costituzione, venuta omai in gran punto. Il popolo gli ascolta: Ercole Salis se ne fa capo: l'Engaddina e la Bregalia levansi in arme: i castelli dei Planta fautori degli Ispani son diroccati: uomini malfattori entrano a forza in Coira, e dispersi o carcerati come ribelli i preti e persone di gran bontà, conduconsi a Tusis, paese romancio a piè del fertile Heinzenberg fra il Reno posteriore e la formidabile Nolla: ed ivi stanziando le venticinque bandiere con un migliajo e mezzo di soldati, proclamano tredici capitoli per conservare la libertà, e piantano lo Straffgericht, aggiungendovi un consiglio di predicanti (1618).

Accintisi a rintegrare la libertà politica col solito modo di togliere ogni libertà legale, una furia d'accusatori sbuca addosso a quanti erano sospetti. Le prime sette sentenze furono pubblicate da' giudici stessi con prefazione apologetica; e subito tradotte in italiano, francese, olandese, vennero dapertutto esecrate per atrocità. Giambattista Prevosti detto Zambra, di settantaquattro anni e podagroso, quasi avesse favorito l'erezione del forte di Fuentes fu decapitato: una taglia su Rodolfo e Pompeo Planta, Lucio da Monte, Giovanni Antonio Gioverio, il Castelberg abate di Dissentis, e se possano cogliersi vengano fatti in quarti: Daniele Planta, nipote dei predetti, Antonio Ruinello, Pietro Leone di Cernetz, Teodosio Prevosti della Bregalia, Giuseppe Stampa e suo figlio Antonio, Agostino Traversi e il padre Felice di Bivio, all'esiglio per tutta la vita; per quattro anni Andrea Jennio console di Coira, Antonio Molina e Gianpaolo interprete del re di Francia, Andrea Stoppani prete di Ardetz; tolti i beni e la mitra a Giovanni Flug vescovo di Coira, e ucciso se sia côlto: multata di ventimila fiorini la città di Coira, come ispanizzante; il pastore di essa Giorgio Salutz escluso dal sinodo; e tacendo varj multati, dannato a morte in contumacia il capitano Giovanni De' Giorgi; fra i Valtellinesi, Anton Maria e Giovanni Maria Parravicini e Giovanni Francesco Schenardi a morte; a quattro anni di esiglio Nicola Merlo di Sondrio e Giovanni Cilichino parroco di Lanzada, perchè avea sonato a martello quando fu arrestato il Rusca: al cavaliere Giacomo Robustello e ad Antonio Besta bando per un anno e mille zecchini: due anni e seimila zecchini a Francesco Venosta; minor pena a Giovanni Battista Schenardi e Francesco Paravicino d'Ardenno, che settagenario e infermiccio non potendo esser alzato sulla corda, ebbe serrati i pollici in un torchietto; ma stette saldo a negare. Il dottore Antonio Federici di Valcamonica, mutatosi per opinioni religiose in Valtellina, ove prese moglie a Teglio e si fe protestante, diede voce che Biagio Piatti, cattolico infervorato di questo paese, avesse subornato un fratello di lui ed altri della Valcamonica, perchè venissero e uccidessero i Protestanti di Boalzo mentre assistevano alla predica. Il Piatti fu arrestato con supposti complici; e messo alla tortura, confessò quanto si volle e fu decapitato: intanto che un fratello di esso uccideva Paolo Besta che aveva recato l'ordine dell'arresto: mandaronsi uffiziali che cacciassero di Valtellina gli oratori quaresimali, assistessero i pretori nell'applicare gli editti de' signori, istituissero processi di maestà.

Marc'Antonio Alba di Casal Monferrato, predicante di Malenco, a capo di quaranta satelliti, la notte del 22 giugno avea côlto il Rusca nella sua arcipretura, e per l'alpestre via di Malenco e dell'Engaddina lo strascinò a Tusis. Nel primo furore i Sondriesi per far rappresaglia si voltarono addosso a Gaspare Alessio predicante, ma s'era ridotto in salvo: diressero una deputazione a implorare per l'arciprete, e non fu ricevuta: i Cantoni cattolici e Lugano sua patria mandarono Gian Pietro Morosini a perorarne la causa; ma il tribunale gli rinnovò l'accusa dell'attentato contro il Calandrino; poi di avere subornato il popolo a non ubbidire alle Tre Leghe: cercato tornar al cattolicesimo i Riformati, tenuto carteggio col vescovo e con altri; esortato in confessione a non prender servizio contro il re cattolico; aver istituita la confraternita del Sacramento, che sotto le devote cappe portava micidiali armi.

Invano gli avvocati suoi lo scolpavano: aver operato bensì che si mitigassero i decreti pregiudizievoli alla cattolica religione, non però tramato mai contro il governo: col Calandrino non aggrezze, ma aver usato cortesie, visitandolo talora, e prestandogli anche libri. Qual pro delle difese quando già è prestabilita la condanna? Il ben vissuto vecchio, disfatto di forze e di carne, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità, che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, fra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere a seppellir sotto le forche, mentre egli dal luogo, ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà pe' suoi[280].

Ciò avveniva il 4 settembre 1618; e quel giorno fu segnalato da un gravissimo disastro naturale, la distruzione del bello e ricco borgo di Piuro, sepolto da una frana con tutti gli abitanti. Pensate se si mancò di vedervi un'immediata punizione del Cielo. Poco poi il tribunale a Coira cassò gli atti di quel di Tusis, ma i morti non tornano più.

Il popolo dal terrore alla pietà, poi allo sdegno passò; e prima parlottar segreto, poi aperte querele, e venire pel più leggero appicco a parole, a sassi e coltelli. Avendo voluto i Grigioni impiantare una chiesa evangelica in Boalzo e Bianzone, s'opposero di forza i Cattolici; e per vendetta di Biagio Piatti, ammazzarono un Riformato di Tirano, maltrattarono il predicante di Brusio, primizie de' martiri[281]. Anche al Calandrino, mentre predicava a Mello, una banda s'avventò, e lo ferì gravemente[282]. Anzi avendo i predicanti, dopo la pasqua, tenuto la solita loro accolta in Tirano, i terrieri in armi s'erano rimpiattati al ponte della Tresenda per trucidarli; ma essi ne sentirono a tempo per ripararsi. Così i signori vivevano timorosi e tremendi; nei sudditi covava un'irosa speranza, e fra il silenzio della paura udivasi quel sordo rumore dello sdegno di Dio che si appressa.

I colpiti dal tribunale di Tusis empirono di lamenti il mondo, e più la Svizzera e la Lombardia, e com'è stile de' profughi, trescavano per introdur armi straniere nella Valtellina non solo, ma nella Rezia. Dal duca di Feria, nuovo governatore del milanese, e dal Gueffier ambasciadore di Francia ricevevano subdoli incentivi: cercavano muover l'irresolutezza delle Corti d'Austria e di Spagna; al papa inviarono non una sola volta, ed esso li confortava ad una pazienza che pareva omai intempestiva ai fuorusciti, i quali, gridando giunta al colmo l'oppressione della patria, confortavano i Valtellinesi a levarsi una volta per la causa santa.

Che i Riformati si fossero giurati a trucidar i Cattolici, e ridurre alla nuova religione la valle, scrittori cattolici lo affermano; e che il governatore di Sondrio si fosse lasciato sfuggire di bocca, non andrebbe molto che sarebbero tutti d'una fede. Nelle suppliche sporte dal clero e dal popolo di Valtellina al re cattolico ed al cristianissimo si asserisce questa congiura; possibile ardissero mentire così sfrontatamente in faccia a quelle corone? Parrebbe anzi che alle suppliche ne unissero le prove[283]. Ma perchè, mentre si conservarono esse suppliche, perì il documento? come, fra tanti fasci di carte, che ad altri ed a me non parve fatica rovistare, questa non si rinvenne? Ben si ragiona di qualche lettera, ma vaga e d'incerto autore e scoperta miracolosamente, e che, piuttosto d'acquistar fede a questa congiura, la fa credere uno spediente, consueto anch'oggi, quello d'accusare la parte che soccombette, coprendo l'atrocità colla calunnia, e ammantando di difesa il misfatto. Era tempo di rivoluzioni; e se queste non misurano mai i mezzi, allora ancor meno, quando la discordia religiosa aveva abituato ai delitti: la Francia, dopo il macello della notte di san Bartolomeo, erasi agitata fra guerre terribili, che appena allora avevano posa: l'Olanda scotevasi sanguinosamente dal giogo della Spagna in nome della religione: in nome di questa la Boemia rompeva guerra all'imperatore: tutta Germania era sossopra per quella che poi si chiamò guerra dei trent'anni. Quanto l'esempio ecciti la passione della guerra, delle stragi, delle rivolte non fa mestieri ch'io 'l dica; nè dovette essere allora inefficace sui Valtellinesi.

Giacomo Robustelli di Grossotto, parente dei Planta perseguitati, perseguitato egli stesso, nobile, agiato, d'animo gagliardo, e di quell'ambizione che de' sagrifizj altrui sa fare vantaggio proprio, servendo nell'armi, era da Carlo Emanuele di Savoja stato fatto cavaliere dei santi Maurizio e Lazzaro e molt'aura si era acquistato tra' suoi coll'affabilità e la splendidezza, sicchè parve opportuno centro alle trame per liberare la patria.

Accozzati nella propria casa a Grossotto alcuni Valtellinesi di maggior recapito e di spiriti più vivi, ai quali pareva lodevole il far libera la patria, o utile il comandarla, o santo il purgarla dalla eresia, esclamavano essersi sofferto abbastanza: dai padri nostri ne fu lasciata una patria da amare, un patrimonio da difendere, leggi da conservare. E la patria e i beni e le leggi e, che più monta, la fede, ci hanno codesti stranieri tolto o contaminato. Chetare le speranze in Dio è lodevole quando cresca stimolo alle forze, non quando sia pretesto a cessar dalle opere. Centomila cattolici, quanti ne abitano dalle fonti del Liro a quelle dell'Adda, elevano un voto solo; ducento milioni di cattolici in tutto il mondo aspettano da noi esempio, e ci preparano applausi e soccorsi. Noi dunque concorde volere; noi sdegno generoso; noi magnanime speranze: noi armi giuste perchè necessarie, formidabili perchè impugnate per la patria e per gli altari. Il papa ci benedice: Spagna ci appoggia: la discordia de' Grigioni ci favorisce. Se l'occasione fugga, chi più la raggiungerà? Torna meglio morire una volta, che tremar sempre la morte. Cadremo colle armi alla mano? il mondo ci compassionerà, ci ammirerà come martiri, come eroi. Sopravviveremo alla ben condotta impresa? quanto sarà dolce nei tardi nostri anni dire ai figliuoli: Noi pugnammo per la patria e per la fede: se liberi, se cattolici voi siete, è merito nostro.

Così prevalendo i consigli esagerati, giurarono ridurre le vendette ad un colpo, e fare a pezzi quanti eretici natii o stranieri respirassero nella valle. Il capitano Giovanni Guicciardi di Ponte, spedito per amicare il cardinale Federico Borromeo, il duca di Feria[284] e gli altri magnati del governo milanese, ne ottenne tremila doppie[285] con cui assoldò esuli e gente d'ogni risma pel primo sforzo. Traverso alle penose incertezze che dividono una fiera risoluzione dal suo attuamento, ed a quei casi che sempre vi si interpongono, venne la terribile alba del 19 luglio 1620, quando a Tirano cominciossi a scannare e fucilare, e ben sessanta persone vennero in diversa foggia tolte dal mondo, fra cui tre donne; le altre ed i fanciulli perdonati se abbracciassero la cattolica fede. Il Robustelli, entrato a Brusio in val di Poschiavo, schioppettò da trenta riformati, poi mise fuoco al paese; falò, diceva egli, per la ricuperata libertà di religione[286].

Guai se il popolo comincia a gustare il sangue! I Venosta, i Quadri, i Besta, i Torelli, i Parravicini scannavano intorno a Teglio, a Ponte, in Val Malenco, a Sondrio; sopratutto infierivano coi predicanti e i rifuggiti. Bortolo Marlianici, Giovan Battista Mallery di Anversa, Marcantonio Alba predicante in Malenco perdettero la vita; l'Alessio campò con Giorgio Jenatz predicante di Berbenno ed altri. Francesco Carlini vicentino, da frate mutato in predicator calvinista, fu mandato all'Inquisizione ove abjurò: Paola Beretta, ottagenaria già monaca, inviata anch'essa a quel tribunale, resistette e fu arsa viva. Anna di Liba da Schio vicentino, fu trucidata con un bambino alla mammella: altre donne ancora e nella florida e nella cadente età, furono passate per le spade. Giovan Antonio Gallo di Gardone, fabbricatore di schioppi, per due giorni si difese, poi côlto nella fuga, venne attaccato a un albero e preso a fucilate. Andrea Parravicini da Caspano, preso dopo molti giorni, fu messo fra due cataste di legna e minacciato del fuoco se non abjurasse: durando costante, fu arso vivo: e si videro spiriti celesti aleggiargli intorno a raccoglierne lo spirito[287]. Nè fu questo il solo prodigio, onde le due parti pretesero che il Cielo ad evidenti segni mostrasse a ciascuna il suo favore.

Ignobili affetti presero il velo della religione; contadini e servi piombarono sui loro padroni, i debitori su cui dovevano, i drudi sui cauti mariti. Poi per molti giorni, come bracchi entrati sulla traccia, mettevansi fuori all'inchiesta i villani con forche e picche e moschetti e crocifissi tutt'insieme. Non moveali religione, bensì quel furore che accompagna le fazioni, iniquamente incitato da fanatici capi, che pretessevano a questi orrori il nome del Dio della pace, il sostener una religione, che deve essere propagata con armi incolpate, colla santità degli esempj, coll'efficacia della parola e della grazia, col morire non coll'uccidere. Fanatici frati e sacerdoti, l'arciprete Parravicini di Sondrio aizzavano la moltitudine. Battista Novaglia a Villa tre di sua mano ne scannò: frate Ignazio da Gandino venne a posta da Edolo: il Piatti curato di Teglio attaccò il dottor Federici di Valcamonica e fatto il segno della croce quale portava nella mano sinestra e una spada nella destra, ammazzò detto dottor calvino con altri seguaci[288]: il domenicano Alberto Pandolfi da Soncino, parroco delle Fusine, con uno spadone a due mani guidava il suo gregge a trucidare i fratelli di quel Cristo, che aveva detto non ucciderai.

Molti per forza si apersero il varco e fuggirono; alcuni giunsero a Zurigo, dove ebbero chiesa particolare, e rimane la nota delle persone che vi si salvarono, cioè una di Tirano, due di Teglio, sedici di Sondrio, fra cui padovani e vicentini, sei dai monti vicini, fra cui Marta vicentina, due di Berbenno; di Caspano e Traona novantatre, fra' quali un Sadoleto; una di Mello, quattro di Dubino. Vincenzo di Bartolomeo Paravicini di Caspano fu ministro di quella chiesa, alla quale si aggregarono i profughi di Val di Monastero; approvata dal senato, ottenne d'adoprar la lingua italiana finchè al senato paresse: nelle sole domeniche tenessero prediche in italiano, e in ore diverse dalle tedesche; i sacramenti e la benedizione del matrimonio non si facessero che nelle ordinarie congregazioni tedesche; le preci si formassero e recitassero secondo il rito zuricano. Poi nel decembre 1621 ottennero di ricever la Cena da ministri esuli di Valtellina e Chiavenna; di tenere due sermoni la settimana, ma non, come domandavano, di elegger due anziani valtellinesi e due chiavennaschi per assister i poveri, nè d'avere un custode proprio della chiesa: raccomandavasi di acquistar l'uso del tedesco, come pare facessero, giacchè dopo tre anni la chiesa italiana vi cessò.

Degli uccisi l'appunto non si può dire; essendo chi li scema e chi d'assai li cresce oltre i seicento: poche decine erano grigioni, gli altri indigeni o rifuggiti d'Italia, il che mostra come tanto meno fosse necessaria la strage. Ma di tempo in tempo gettasi tra' popoli un furore simile alle epidemie, durante il quale ogni riparo di ragione, ogni consiglio di prudenza esce indarno: quasi per una adamantina fatalità bisogna che si compia il reato, che si colmi la misura, che trovi chi l'ecciti prima, l'applauda poi, per lasciar in appresso il pentimento quando dalla colpa e dal delirio germogliano inevitabili la miseria, l'oppressione, il tristo disinganno e il tardivo pentire.

Ma sulle prime non si ebbe che l'esultanza del trionfo e le congratulazioni di popoli e principi, come poi di storici[289]. I Valtellinesi, scancellate le impronte della retica dominazione, si diedero un governo provvisorio, e cominciarono a far decreti: pigliare al fisco i beni de' Grigioni, restituire la patria agli sbanditi, i possessi alle chiese, i conventi alle monache, chiamare il vescovo a far la visita, e frati a predicare e confessare: accettare il calendario gregoriano, la bolla in Cœna Domini, il concilio di Trento, l'Inquisizione contro gli eretici; levare il seminario acattolico e le ossa di eretici dai cimiteri; e prometteano soffrir tutto, anzichè tornare alla scossa dominazione. Il contado di Bormio era stato immune dalla strage: ma per essere quella santa risoluzione a Dio dedicata[290], anch'esso venne a quel che chiamavasi il partito santo, il partito di Dio.

Quei di Poschiavo non aveano preso parte al macello, ma più tardi vedendo non potere altrimenti liberarsi dai Protestanti, meditarono scannarli: e Claudio Dabene, cameriere del Robustelli, fiero di lingua e di mano, entratovi uccise quanti potè sorprendere: del che domandato in giudizio, fu sostenuto a Tirano, ma ben presto dimesso. Leggo nello Sprecher e nel Quadrio che il curato fosse complice dell'assassinio; ma più volentieri credo al cronista Merlo, il quale racconta che esso curato Beccaria aprisse il presbitero per ricoverarvi gli eretici cercati a morte.

I Valtellinesi in generale ragunata sortirono al grado di capitano della valle e governatore Giacomo Robustelli, con ducento scudi il mese «per aver cominciato l'impresa di nostra libertà con sue gravi spese e danno»: suo luogotenente il Guicciardi; e sentendo imminente il pericolo, sfondarono i ponti, bastionarono borgate, steccarono accessi, fecer uomini, armi, denaro; mandarono ambasciadori ai Cantoni Svizzeri, al nunzio apostolico in Lucerna, al papa, all'arciduca Leopoldo d'Austria, e lettere a tutti i popoli cattolici, per loro mentosto giustificazione che vanto. Più tenevano raccomandati al duca di Feria i soccorsi che diceano promessi: ma mentre gli altri governi temeano da questo sangue la prevalenza di Spagna, il duca spagnuolo stava colle mani giunte o non volesse far manifesto d'aver intesa coi Valtellinesi in quel che la coscienza riconosceva per gran misfatto, o attendere finchè avessero dato segno di valore, prova di fermezza, speranza di esito prospero, e mostrato se dovesse il mondo chiamarli ribelli od eroi.

I Grigioni, che in Chiavenna stavano in grosso numero, come intesero la strage, ebbero tempo di pararsi in difesa, e farsi dai natii giurar fedeltà; onde quel contado rimase immacolato di sangue. Il governo grigione, si affrettò alla vendetta, e chiesto l'ajuto de' confederati, tremila uomini spedì per la Spluga a Chiavenna e per Chiavenna in Valtellina[291], e schivando o sperdendo le opposizioni, grossi ed impetuosi voltarono sopra Sondrio, dove altri giungevano da val Malenco. Fuggiti i natii, essi v'entrarono, uccisero due infermi trovati, e n'ebbero i mirallegro da alcune donne, le quali, salvatesi col fingersi cattoliche, ora gettavano a' loro piedi i rosarj e gli scapolari, di che s'erano fatto scudo.

Ho sempre creduto il più inutile uffizio della storia il divisare per minuto i casi delle guerre; tanto, mutati i nomi, è uniforme questa scienza de' figli di Caino: dapertutto invasioni e fughe, incendj di paesi, racquisti, vittorie, sconfitte alterne, furti, violamenti, sangue, lacrime, terrore, desolazioni dei vincitori non men che dei vinti; e la forsennata umanità applaudire a chi più versa sangue. Lasciando dunque le particolarità al vulgo degli storici, e cogliendo i sommi capi, diremo come il Feria, veduto che ai Grigioni davano soccorso e i Cantoni protestanti e la repubblica di Venezia, in modo che la guerra minacciava i confini della Lombardia, mandò giù la visiera, gravò il Milanese in novecenmila lire, ottenne che Madrid dichiarasse la valle sotto la protezione reale, e bandì guerra ai Riformati. Paolo papa offrì ottantamila scudi d'oro, bramoso di mettere una barriera all'eresia; i predicatori in Milano esortavano i fedeli all'impresa che denotavano col titolo così spesso e stranamente abusato di crociata.

Tutta Europa si mise in ragionamenti di politica per quell'angolo d'Italia, piccolo sì, ma che per la sua postura faceva gola a troppi potentati. Imperocchè la Valtellina, come dicemmo, dall'estremità occidentale tocca il Milanese, dall'opposta il Tirolo; gli altri due lati confinano il meridionale coi Veneziani, l'opposto coi Grigioni; ed è noto che allora un ramo austriaco imperava in Germania, un altro nella Spagna, nel Nuovo Mondo e in tanta parte d'Asia; possessi nella cui immensità andavano smarriti il Milanese e il Napoletano. Cadeva la Valtellina alla Spagna? ecco aperto e spedito un passo, onde tragittare qualunque esercito dalla Germania in Italia, assentissero o no gli Svizzeri ed i Grigioni. Che se in tal modo si fossero dato mano i dominj austriaci dalla Rezia fino alla Dalmazia, avrebbero tolto in mezzo la Venezia e gli altri Stati italiani, impedendo a questi i soccorsi esterni, e rendendosi arbitri della penisola. Il papa sperava in quel torbido pescare grandezza alla Chiesa od ai nipoti: la Francia, come sempre, agognava di surrogar la sua alla potenza austriaca. Dall'altra parte i Riformati della Rezia, di Svizzera, di Germania, d'Olanda, fin d'Inghilterra sostenevano gli antichi dominatori, loro correligionarj; i predicanti in ogni paese narravano con esagerazione l'assassinio, chiedendone vendetta, a nome non solo della fede, ma dell'umanità. Non è dunque meraviglia se per la Valtellina si travagliassero tanti Stati con tutto lo sforzo dell'imperio e dell'autorità.

I Grigioni, respinti sulle prime, calarono più grossi e accanniti sopra Bormio; ed unendo cupidigia e crudeltà al fanatismo religioso, piacevansi profanare quanto i Cattolici avevano in venerazione; nella marcia vestire piviali, tunicelle e cotte; sfregiare e bersagliare le immagini devote; illaidire i lavacri battesimali ed il sacro pane; coi crismi ungersi gli stivali; mutilare sacerdoti, menar danze nelle chiese al profanato suono degli organi, usare a desco i calici e le patene. Poi grossa e brava battaglia a Tirano l'11 settembre 1620, durò otto ore, finchè i Valtellinesi ebbero la migliore; più di duemila fra Grigioni ed ajuti si dissero periti chi di ferro, chi nell'Adda, e fra essi il colonnello Florio Sprecher e Nicola da Myler, capo degli ausiliarj bernesi, che in sul partire per la guerra, toccando i bicchieri co' suoi amici, avea promesso di riportar loro tante chierche di papisti, quante anella contava una sua lunga collana d'oro. Ucciso lui, quella collana fu mandata in trofeo al governatore Feria. La vittoria, anzichè al valor confidente di chi combatte per la patria e per la religione volle ascriversi a prodigio, asserendo che la statua dell'arcangelo Michele posta versatile sul pinacolo del santuario della Madonna, per quanto durò la pugna, contro ai Grigioni si tenesse rivolta, benchè contrario spirasse il vento, minacciosamente vibrando la spada. Il Feria fece stampare tal prodigio, e mandollo a Madrid insieme con un'immagine dei santi Gervaso e Protaso, che sulla facciata della chiesa di Bormio, fatta bersaglio delle fucilate, n'era rimasta illesa.

La vernata chiuse di nevi e ghiacci i passi: onde sostando il pericolo, si venne in quel secondo stadio delle insurrezioni, dove gl'intriganti sottentrano ai convinti. Agitavasi il destino della valle da politici, da giureconsulti, da teologi; e mentre tanti ponevano in campo ragioni sopra di essa, la Valtellina mandava al papa, ai re, alle repubbliche, affinchè la conservassero indipendente. Più che i soccorsi e la diplomazia a gran vantaggio di essa tornavano i lunghi odj civili delle Tre Leghe, ove Cattolici e Riformati, Salis e Planta si contrastavano fieramente, men per fede e patria che pei raggiri di Spagna e di Francia. A maneggi e ad armi soprastettero in fine i Cattolici, ed il Feria usò questa sbattuta a pro della sua corona, lasciando i fiacchi nelle peste, e conchiudendo in Milano una perpetua lega (1621 6 febbrajo), a condizione che la Valtellina tornasse ai Grigioni con buoni patti, e i Grigioni concedessero libero passo alle truppe spagnuole.

Veneziani e Francesi sbigottironsi di questo incremento della Spagna, onde s'accingeano a rialzare i Grigioni, e restituire loro la valle in piena signoria. I potentati e Gregorio XV, succeduto papa e subillato da persone gelose dell'austriaca potenza, scrissero al re di Spagna, quasi fosse turbatore della comune pace, e supplicandolo perchè rendesse le cose di Valtellina in punto di comune soddisfazione. E l'imbelle Filippo IV, per non aver aria d'invadere l'altrui, nè soperchiare la libertà italiana, stabilì in Madrid che la valle ritornasse ai Grigioni nell'antico assetto di cose, demoliti i forti, levati i presidj, perdonata la ribellione: il re di Francia, gli Svizzeri e i Vallesiani stessero mallevadori pei Grigioni. Ne fremettero gl'insorgenti, gridandosi traditi da chi gli aveva mossi, e l'accordo non ebbe luogo perchè gli Svizzeri ricusarono farsi garanti. Si fu dunque di nuovo sulle armi; dodicimila Grigioni irrompono nel Bormiese, saccheggiando da barbari e fanatici. Ma il governatore Feria erasi accontato coll'arciduca Leopoldo, e mentre questi invadeva i retici confini, egli veniva su per la Valtellina, accolto a stendardi sciorinati, a saluti di trombe, d'artiglierie, di campane, acclamato il protettore, il liberatore.

All'ancipite pericolo i Grigioni eransi ricoverati in casa, e gli Spagnuoli inseguendoli, aveano messo il fuoco a Bormio, di settecento case sol tredici lasciando illese; tanto e amici e nemici parevano in gara di far male. Anche da Chiavenna snidolli il Feria, e gli incalzò per la val del Reno e per la Bregalia. Il generale Baldiron con diecimila Austriaci occupa l'Engaddina e Coira stessa; d'ogni parte cacciati gli eretici, presa vendetta delle antiche ingiurie, respinti i Salis; e dopo scene compassionevoli di assassinj fraterni, le Dritture furono staccate dalla Rezia e poste a dominio austriaco. Tal frutto coglieano delle loro dissensioni.

I Grigioni ai cenni del vincitore stipularono in Milano una perpetua confederazione colla Spagna, concedendo passo libero alle truppe di questa; quanto alla Valtellina, godesse piena ed assoluta libertà civile e religiosa, pagando il tributo di venticinquemila scudi: acattolici non vi potessero dimorare, e dentro sei anni dovessero vendere quanto vi possedevano: l'arciduca manderebbe alla valle un commissario per rendere la giustizia. Chiavenna, sgombrata dagli Spagnuoli, fu ceduta ai Grigioni: ma poichè questi non mandavano ufficiali che tenessero ragione, si provide d'un governo suo proprio.

Così parevano rassettate le cose: ma gli emuli dell'Austria, che contavano come perdita ogni guadagno di essa, e quelli che sempre in lei videro la più pericolosa nemica dell'italiana libertà, mal soffrivano acquistasse alla cheta un passo così ambito all'Italia; mentre dalla Rezia poteva, per l'Alsazia e pel Palatinato del Reno, conquista sua recente, spedire qualunque esercito nelle Fiandre ove la guerra imperversava. I principi italiani ne tremavano per la propria indipendenza: al duca di Savoja rincresceva che più non fosse mestieri ricorrere a lui per ottenere un passaggio ch'e' sapea farsi pagare: ai Veneziani il vedersi rapito il frutto di un'alleanza comprata a peso di zecchini: tutti gridavano contro gli Spagnuoli quasi, col titolo di religione, insidiassero gli altrui possedimenti.

Col vezzo antico degli Italiani di ricorrere alla Francia ne' loro frangenti, e dei Francesi di professarsi tutori delle italiche libertà, questi con Savoja e Venezia, formarono una lega contro casa d'Austria per sostenere il trattato di Madrid, e rimettere i Grigioni in possesso della Valtellina. Il re di Spagna, per non crescersi altri nemici, calò ad un di mezzo, cioè di consegnare i forti della valle al papa, il quale dovesse custodirli con genti proprie, ma a spese della Spagna, finchè le due corone vi prendessero un partito decisivo. Orazio Lodovisi duca di Fiano, nipote di Gregorio XV, occupò i forti co' Papalini, cioè con una mano di banditi e di ribaldi, il 29 maggio 1623.

Ne seppe assai male al partito santo, che vedeva prepararsi lo sdrucciolo per restituire la Valtellina, salvo il decoro della Spagna; ma misero chi non ha dal canto suo che la ragione, e commise le proprie sorti a fede di re e a maneggi di diplomazia! Sapeva pur male ai Veneziani che ingrossassero o il re o il papa, il quale lasciava trapelare l'idea di costituirne un principato ai suoi parenti. Ma successo Urbano VIII, propenso alla Francia, in Avignone si combinò lega tra Francia, Inghilterra, Danimarca, Venezia, Olanda, Savoja ed i principi di Germania a danno della Spagna e dell'imperatore, singolarmente per costringerli a restituire il Palatinato del Reno e la Valtellina[292]. Una consulta di teologi aveva proferito che il papa non poteva in coscienza rimettere i Cattolici sotto eretici, con urgente pericolo delle anime; ma il re cristianissimo gli intimò che o demolisse i forti della valle, o li restituisse alla Spagna, affinchè egli potesse, senza offesa delle sante chiavi, entrare armatamano in quel paese, per richiamare a libertà i Grigioni, e sottrarli dal giogo austriaco.

I Grigioni si trovavano all'ultimo tuffo. Gli Austriaci vi avevano perseguitato i Riformati, singolarmente i ministri, rapite le armi; mandato colonie di Cappuccini tedeschi nel Pretigau, a Tavate, a Coira, di milanesi nella Pregalia, di bresciani in Val Santa Maria, sostenendone l'apostolato colla forza: molti rimasero martiri fra questi, molti martiri fra i Protestanti. Quando si volle a forza costringere quei del Pretigau ad usare alle chiese cappuccine, ruppero a schiamazzi: e «Questo è troppo; morremo senza patria, senza libertà, ma salviamo almeno le anime nostre». Fuggirono dunque nelle selve: donde con falci e coltella e sassi e mazze precipitaronsi addosso agli Austriaci il giorno delle palme 1622, esultando fin le donne allo sterminio dei tiranni della patria loro[293].

Le armi del Baldiron e del Feria ricomposero per allora la quiete: ma il Feria, alla Corte di Madrid era scaduto di credito come primo autore di questo moto della Valtellina, che alfine non partoriva che guai; ed il papa, i timori dicendo sottili invenzioni spagnuole, non volle ricevere in Valtellina guarnigione austriaca. Se così pensava da vero, il fatto lo disingannò, avvegnachè il Cœvres, che fu poi maresciallo d'Estrée, spiegata bandiera francese, entrò in Coira, così ordinato dal Richelieu ministro di Luigi XIII; restituì a libertà le Dritture, cacciò il vescovo, rimise il primiero stato, e difilossi sopra la Valtellina, donde i Papalini si ritirarono. Quivi conchiuse un accordo coi deputati della valle, promettendo gli alleati la proteggerebbero, i Grigioni non entrebbero nei forti, solo restandovi sinchè fosse stabilito un ragionevole governo: intanto si solleciterebbe una decisione finale. Il Robustelli, adoprato invano a difesa della patria, che avea tratta in così infelice ballo, si ridusse sul milanese; la valle tutta fu occupata dai Francesi, fra l'esultanza dei tanti che chiamano liberazione il cambiar di signori.

Grand'apprensione ebbe allora il Feria non volessero i Francesi, mentre l'aura era destra, calare sul Milanese, e ritogliere parte de' suoi a chi aveva voluto occupare i possessi altrui: onde difese i passi. Poi i maneggi diplomatici condussero una concordia, praticata in Monçon città dell'Aragona il 6 marzo 1626, dove, per quel che riguarda la Valtellina, si stabilì vi si conservasse la religione cattolica, ridotte le cose allo stato del 1617; i natii eleggessero i proprj magistrati e governatori, senza dipender dai Grigioni: toccasse però a questi il confermare gli eletti entro otto giorni, e ricevere un annuo censo di venticinquemila scudi d'oro: le fortezze fossero rimesse al papa da demolire: Grigioni più non entrassero armati nella valle, nè gli Spagnuoli tenessero forze oltre le ordinarie alla frontiera milanese.

Questo trattato salvava il decoro della Spagna, la quale pareva avere proveduto alla religione ed alla libertà di quei popoli. Ma non era ancor tempo. Imperocchè i Grigioni chiedevano si osservasse il trattato di Madrid, aizzati dai predicanti, da Venezia, dalla Francia; mentre in Valtellina il partito santo spingeva ad ordini rigorosi contro gli eretici, pubblicava i beni dei ricaduti; e molti coperti riformati o dall'Inquisizione o dagli zelanti erano fatti capitar male. E la natura delle cose portava che i Cattolici, trovandosi spalleggiati, soprusassero ai dissenzienti[294], se non altro in parole. Abbiam lettera di frà Giovanni da Martinengo predicatore in Ponte, che a Giovanni Bongetta e Filippo Battista detto Sfodego ed altri di Sondrio, il 18 marzo 1627 annunziava: «Ho inteso le orrende bestemmie che voi ed altri eretici uomini e donne che sono in Sondrio dite contro la santa fede cattolica nostra. Ero risoluto senz'altro di venir al debito castigo, ma voglio peccare con voi di soverchia misericordia. Pertanto questa mia servirà a voi ed altri eretici per dolce invito alla fede cattolica. Quando non vogliate, fate che subito tutti siate fuor della valle e confini; altrimenti guai a voi se m'aspettate là; che al sicuro il minimo castigo ha da essere il fuoco e fiamme. Se mi domandate con quale autorità scrivo e minaccio, dagli effetti v'accorgerete di quello posso e voglio fare per nettar affatto la valle di simil peste...».

Si stabilì anche il Sant'Uffizio, e nell'ottobre 1628 si decretò che tutti gli acattolici fra due anni dovessero vender quanti beni sodi possedessero in Valtellina, e andarsene, pena la vita. Il vescovo Caraffino, venuto in visita, dai Protestanti trasferì in altri i livelli della sua mensa, benchè n'avessero pagato il canone.

Nel 1631 essendo morto di peste il ministro di Poschiavo, esso Caraffino scriveva ai signori di colà il 16 gennajo: «Nel progresso ch'ha fatto il mal contagioso in cotesta terra e nel rimanente della mia diocesi, intendo che sua divina maestà abbi levato di vita il predicante di costà. Segno evidentissimo che abbiamo della sua misericordia verso di noi. E perchè corrispondiamo tutti dal canto nostro con soddisfare al debito, mi è parso scriver la presente alle signorie vostre, e di avvertirle di non permetter che entri più nel contado simil peste, opponendosi virilmente..... sicuri che, oltre l'assistenza che avremo da Dio benedetto, io dal canto mio non solo gli porgerò tutti gli ajuti immaginabili, anco col mandare quantità di gente ad opponersi insieme con loro alla resoluzione d'essi eretici, ma bisognando me ne verrò in persona, come prontamente farà anche il reverendo padre inquisitore con tutti li suoi familiari a prendere ed il ministro e li fautori e anche quelli che non avessero pienamente soddisfatto al debito loro in opponersi».

Era scoppiata intanto la guerra pel possesso del Mantovano, disputato fra i duchi di Nevers, eredi dei Gonzaga, sostenuti da Francia; i duchi di Savoja, sempre attenti ad ampliarsi; e gli Austriaci, sempre vogliosi d'impedirlo. Il duca di Nevers, profittando della recente convenzione di Francia coi Grigioni, per la Valtellina passò coll'esercito sul Veneto, e andò a toglier possesso del ducato. Da altre intanto delle valli Alpine sbucavano soldati francesi, spagnuoli, savojardi a disputarsi il tristo onore di spogliare ed avvilire questa povera Italia, premio ognora della vittoria. L'imperatore Ferdinando, per fare smacco alla Francia e sostener, egli austriaco, le austriache ambizioni, mandò trentaseimila fanti e ottomila cavalli, guidati da Rambaldo Collalto; truppe terribili sempre, allora viepeggio pel timore della peste che serpeggiava. Il grosso di costoro per Lindau era venuto nel Chiavennasco onde calarsi sul Milanese: e spargendosi per la Valtellina, oltre i latronecci, vi diffusero la peste, flagello aggravato dai lunghi patimenti della guerra e dalla recente carestia. Per libri altrui e miei, divenuti popolari, sono conosciutissime quelle miserie, nelle quali da una parte crescevano i pii legati ed i voti; dall'altra, non che farsi migliori alla terribile voce del castigo divino, peggioravansi i portamenti degli uomini, che, insultando al Dio che flagellava, godeano della vita che fuggiva, del disordine che regnava, degli averi che nei superstiti si accumulavano.

Noi ai gran savj del nostro secolo vorremmo raccomandare di non permettere mai queste orride sciagure naturali. In primo luogo, essi vantano l'onnipotenza dell'uomo fin a domare la natura, un avvenire di godimenti quando esso avrà tolte le cause di distruzione, incatenati gli elementi: ma ecco un torrente, una scossa di terre, un morbo che s'attacca all'uomo, alla vite, alle patate, un'avversità di stagione, dissipa le gioconde previsioni, e attesta una mano preponderante, e quanto precario sia il possesso dell'uomo su questa crosta che copre un incendio.

Secondariamente le gravi sventure sono il giorno del prete, del frate, della carità; cose tutte che i gran savj del nostro secolo denno ingegnarsi di screditare; e d'impedirne quell'ingerenza, che divien tanto efficace quanto benedetta in simili casi.

Ed anche allora, quando il vivere era un'eccezione, quand'era un eroe chi rimanesse al posto destinatogli dalla Provvidenza, se al male v'avea qualche rimedio lo porgeva la carità cristiana. Al clero si erano concesse amplissime facoltà; non pochi con ispontaneo sagrifizio esponeano nell'assister i malati la vita temporale per acquistare altrui l'eterna; i Cappuccini dì e notte erano ove li chiamasse il bisogno altrui: essi ad apprestare cibi e medicine, rassettare i letti, vegliare i moribondi, trasportarli, nettarli, profittare di quei terribili momenti, che sogliono far trovare la coscienza anche ai più perduti d'anima, e mandare i morenti confortati nella speranza del perdono. In Tirano singolarmente infierì la morìa, e gli infermi si fecero collocare in un palancato attorno al tempio della miracolosa Madonna, fidando d'averne conforto al corpo o all'anima; consolati almeno di morire ove bramavano. Si erano colà nel 1624 stabiliti i Cappuccini, e fin ad uno morirono a servigio degli appestati: altri sottentrarono volenterosi alle loro cure, a morire anch'essi. Dare la vita per fare del bene! a queste azioni ti riconosco, o religione, che sola crei i martiri dell'amore.

A prevenire ed a curare il malore si erano dati provvedimenti, quali buoni, quali superstiziosi, quali esecrabili. Sequestrare i malati, durare le quarantene, non comunicare con alcuno, portarsi in mano ruta, menta, rosmarino, aceto, un'ampolla di mercurio, che credevasi assorbisse gli effluvj contagiosi. E poichè ne' grandi flagelli, dove non si osa bestemmiar la Providenza, sentesi il bisogno di sfogar contro alcuno il brutale istinto dell'odio, e della superbia umiliata dall'impotenza, la pubblica opinione, mostro terribile nei tempi perversi o negli imbecilli, asseriva che uomini malvagi con malìe ed unzioni propagassero la peste: e molti paesi soffersero il miserabile spettacolo di untori, non solo trucidati a furia di popolo, ma processati, convinti e mandati ai peggiori strazj.

Bormio avea posto divieto che nessuno osasse passare nell'Engaddina, ove il contagio infieriva. Nelle guardie del cordone incappò un contadino che l'aveva trapassato; e che confessò come, trovandosi la donna sua inferma, e dubitandolo effetto di stregheria, si era condotto di là per consultare coll'astrologo di Camosasco; vulgar uomo che se l'intendeva col diavolo, e che di fatto aveagli dato a vedere in un'ampolla tre persone, che avevano fatto l'incantesimo alla sua donna[295]. Ignorante o maligno, il contadino nominò una povera vecchia, che catturata e domandatane alla corda, incolpò se stessa e denunziò molt'altri. Il giudice di Bormio istruì il processo, facendo, per sicurezza di coscienza, intervenire l'arciprete Simone Murchio; e col consenso del vescovo di Como furono decapitati ed inceneriti trentaquattro fra uomini e donne[296]. Così e folli guerre, e tremendi contagi, e pazzi pregiudizj concorrevano ad affliggere ed esterminare la miserabile umanità.

La peste cessò, non i mali della Valtellina, corsa da soldati che andavano alla tremenda guerra de' Trent'anni. Quest'agevolezza di inviar truppe facea più increscere la Francia del nuovo possesso della rivale: onde levossi alfine risoluta di liberare l'Italia, titolo solito (diceva il Ripamonti) onde i Francesi valicano le Alpi; i Francesi (soggiunge egli) ai quali punto credere non si dovrebbe, essendo gente inquieta, e che vuol gli altri inquietare[297].

Il duca Enrico di Rohan, il più compito gentiluomo del suo secolo, come capo de' Riformati aveva con forza e genio tenuto testa al Richelieu, il quale potè fargli perdere il favor della Corte, ma non la riputazione di capitano eccellente: colla quale e con dodicimila pedoni e millecinquecento cavalli passò per Basilea e Sangallo fin a Coira, ed entrato per Chiavenna, senza difficoltà occupò la Valtellina.

Tosto vengono Tedeschi da Bormio, Spagnuoli e Milanesi dal forte di Fuentes; da' cui rincalzi il Rohan è costretto ritirarsi nell'Engaddina. Quivi rinnovato di forze, rientra, agita terribili battaglie, vince, e mentre avea buono in mano, precipita sopra le Tre Pievi all'estremità settentrionale del lago di Como, e postele a sacco e fuoco, s'inoltra, finchè nei castelli di Musso e di Lecco trovò tale resistenza, da abbandonar l'impresa per impossibile.

Francia, smaniata di togliere all'Austria quel passaggio, sollecitava i Valtellinesi, promettendo sottrarli affatto dai Grigioni, redimerli fin dallo stabilito censo incaricandosene ella stessa, e concedere giustizia propria, unica religione. Ne venne sentore a' Grigioni, i quali altamente adontatisi che il re gli accarezzasse solo in quanto gli giovavano contro gli Austriaci, abbandonarono di tratto l'alleanza del cristianissimo, e si volsero a Spagna. E Spagna, non avendo maggior desiderio che questo, non istette ad assottigliare sulla coscienza, accettò, ebbe di nuovo in mano la fortuna della Valtellina, e non si fece scrupolo di sagrificarla per saldare l'alleanza coi Reti. Il marchese di Leganes, nuovo governatore del milanese, profondeva cortesie ai Grigioni ambasciadori, niuna ai Valtellinesi: chiese al vescovo di Como se colla religione cattolica fosse compatibile il dominio grigione, e questi rispose del sì, nè diversamente avea deciso una congrega di teologi in Ispagna.

Già nel castello di Sondrio s'era messo presidio grigione. Del che fremendo i Valtellinesi, erasi da certuni proposto di avventarsi di bel nuovo nell'armi, scannare i pochi nemici in paese, e far da sè, gettata ogni fiducia di soccorsi da Francia o da Spagna. Pareva ottimo quel che non era più a tempo. Perocchè non più vettovaglie, non denaro nè credito: la peste del 30, rinnovata cinque anni dipoi, aveva decimata la popolazione; in tutti era quella stanchezza che suole succedere alle forti commozioni, come al delirio furente il delirio tremante; e che fa guardare come minor male il chinar la testa, e pregare Dio che la mandi buona.

Il governatore Leganes coi deputati reti ultimò l'affare in Milano il 3 settembre 1639, restituendo ai Grigioni la Valtellina coi patti e salvi compresi in quaranta articoli, i cui termini principali erano questi: — Nessuno venisse riconosciuto pei fatti corsi dopo il 1620: cassate le procedure di Tusis; le finanze, le tratte e le consuetudini tornino come avanti l'insurrezione: gli uffiziali, dal vicario della valle in fuori, vengano eletti dai signori Grigioni, e la sindacatura se ne faccia in paese: degli statuti del 1549 sono derogati nominatamente quelli intrusi a danno della fede e delle immunità ecclesiastiche: unica religione la cattolica, operando in ciò come gli Svizzeri ne' baliaggi italiani: non Inquisizione: vescovo, preti, frati esercitino sicuri i loro ministeri: non vi fermi dimora alcun Protestante, se non sia magistrato. A ciascuna delle tre leghe dovea la Spagna pagare millecinquecento scudi l'anno, e mantener sei giovani a studio a Milano e a Pavia: libero a soldati austriaci il transito per la valle, e a niun altro.

Rato e stipulato, egli informò i Valtellinesi dell'accordo. Cadde il fiato a tutti in udirlo: gridarono contro il vescovo Caraffino; parodiavano il nome del Leganes in liga-nos; s'appellarono, protestarono, ultimo rifugio dei soccombenti: il grancancelliere alle loro lagnanze rispondeva, non essersi potuto ottenere di meglio; gli stranieri davano ad essi ragione, ma nulla più.

Questo capitolato formò la base del gius pubblico della Valtellina verso i suoi padroni, e la misura dei dritti e dei doveri reciproci. I Grigioni tornarono nell'intero possesso, e dicasi a loro lode, moderatamente. Il cavaliere Robustelli, benchè affidato di pace e di salute, non sofferse d'obbedire cogli altri ove agli altri avea comandato: e disse addio alla patria, cui più non poteva giovare. Non mancò chi gli affiggesse il titolo che gli Italiani serbano a chi non riesce, di traditore.

Le cose però non potevano passare di cheto dopo tanto astio e sangue: e sarebbe un non finir mai il ripetere le lagnanze de' Valtellinesi per le violate convenzioni. I Riformati, benchè avessero divieto dal paese, crescevano di giorno in giorno: la sola piccola Mese dopo un quindici anni ne contava cinquanta: quattro famiglie n'erano a Tirano, tre a Teglie, altrettante a Cajolo, il doppio a Traona, nove a Sondrio, due a Berbenno, dodici a Chiavenna, altre altrove di buona parentela, a non contare gli artigiani e i forestieri: e questi vivere alla libera, facendo gabbo dei divoti e de' riti: ed i magistrati ledere le immunità del clero, proibire il ricorrer a Roma, pretendere la rivelazione delle confessioni, tenere in palazzo a Sondrio conventicole di predicanti, e industriarsi d'introdurli. Anzi i Riformati aveano chiesto alla Dieta grigia di potervi avere tre chiese. Intanto i ricchi tenuti sempre in colpa, per ismungerne denaro; assolto chi pagava; processati due ragguardevoli sondriesi perchè avessero usato la parola eretico e lo stesso arciprete perchè congregò alcuni caporioni a prendere partito sopra questa cattura[298].

I Riformati però non ebbero più il vantaggio nella diocesi comense, e libertà di riti tennero solo a Poschiavo e Brusio, terre che anche oggi appartengono alle leghe grigie, benchè di lingua italiana e cisalpine[299]. Ivi i Riformati sono un terzo, ed in questa proporzione si distribuiscono gli impieghi: essendo il podestà due anni cattolico, uno riformato, e così delle altre cariche e delle beneficenze. Vivono in buona concordia e tolleranza, e noi vedemmo assai tra gli Evangelici assistere ai riti dei cattolici con modestia. I pastori delle due chiese riformate sono spediti dal capitolo dell'alta Engaddina. Nel concistoro, che tengono ogni anno i pastori della Rezia per turno, sopravveduto dal decano, approvansi i ministri, e si danno a vicenda consigli sulla fede e sui costumi. Seguono la confessione retica e l'elvetica, ma ne' loro catechismi variano assai anche in punti fondamentali; alcun che del luterano vi s'introdusse talvolta, fin a conservarsi il sacramento e portarlo agli infermi; s'era anche proposta la confessione auricolare, ma tutto dipende dai ministri; laonde questi da alcuni anni ebbero istruzione di non trattare mai di dogma, ed attenersi alle sole verità pratiche. E deh sia presta l'ora che rinverdiscano i rami, e il sacro sangue della redenzione unisca essi pure in un solo ovile sotto un solo pastore.

DISCORSO XLVIII. SGUARDO RETROSPETTIVO ALLA RIFORMA.

Al punto d'abbandonare il secolo e le immediate conseguenze della Riforma, domandiamo se abbiasi a deplorare l'Italia perchè non l'abbia abbracciata, e perciò non corso un differente stadio di civiltà; ovvero con sant'Ambrogio rallegrarsi perchè non hic tibi infidelis aliqua regio,... Italia, Italia, aliquando tentata, mutata numquam[300].

I dissenzienti da noi traggono vantaggio dal mostrare la decadenza che da quell'età subì la nostra patria.

Dopo ciò, dunque per ciò; argomento triviale. Ma l'essere ingojate le sue repubblichette da parziali signorie; il parteggiare non più per la patria e pei diritti, bensì per la volontà, le ambizioni, le pretensioni di principi; il rinascere in Europa la smania delle conquiste lontane, piaga romana ch'era stata medicata dalla feudalità: la conseguente invasione degli stranieri; l'appoggio che questi ebbero dagli eserciti stanziali, allora generalizzati; il rifiorire delle lettere classiche, che portava a venerare la forza dello Stato pagano, anzichè la giustizia della società cristiana, queste ed altre furono le cause per cui l'Italia restò prostrata moralmente e civilmente, allorquando la scoperta, a Italiani dovuta, di due nuovi mondi sviava la ricchezza da' suoi mercati. A colpir non meno le fantasie che gli interessi sopravvenne in Germania la guerra religiosa dei trent'anni; l'età più disastrosa per l'Europa; quella ove gl'individui e gli Stati ebbero patimenti ben peggiori che nelle invasioni dei Barbari: chiusa colla pace di Westfalia[301], cui conseguenza fu che anche la Germania decadesse da quel primato che avea tenuto durante tutto il medioevo. Così i Tedeschi, che per invidia al nostro sole più brillante, alla nostra lingua più armoniosa, ai costumi più forbiti, alle istituzioni più liberali, alla civiltà nostra più sviluppata, aveano spinto alla Riforma, da questa nimicizia all'Italia raccolsero la propria rovina. Si temette la prevalenza della stirpe latina, onde si osteggiò la Spagna, e poichè questa era cattolica, si guerreggiò il cattolicismo. Ma non si riuscì che a consolidare Casa d'Austria, che da quel punto non perdette più la corona di Germania e il dominio sull'Italia; invece d'abolire l'impero si abolì il papa; invece di acquistare libertà civili e municipali, si ottenne di non andar più a messa o a confessarsi, e di cantare i salmi in tedesco: politicamente restò impedita la fusione della Germania; gli ingegni si svaporarono in dispute teologiche: le classi privilegiate sbigottironsi del diritto d'esame.

Maggiormente ne scapitò l'Italia, che cessava d'esser la metropoli di tutto il mondo, nè più vi affluivano le ricchezze e i devoti dalle quattro plaghe: non più vi convenivano i prelati da ogni paese, nè in ogni paese andavano i nostri, acquistando e difondendo ricchezze e cognizioni, e trovando sfogo all'attività, stimolo agli ingegni colle speranze.

La feconda divisione de' piccoli Stati soccombette alla prevalenza austro-spagnuola, ormai non più controbilanciata dalla Francia, e solo tenuta in qualche rispetto dalle repubbliche di Venezia e di Genova. Al nord-est un principe transalpino si dilatava a poco a poco, e militando ora per la Francia, ora per l'Austria, cresceva innanzi, sperando mangiar l'alta Italia foglia a foglia come il carcioffo. I papi, che sin allora avevano impedito che l'Italia cadesse sotto una sola dominazione, ormai non poteano che accarezzarne il padrone, e quest'alleanza del papato coll'impero consolidò la servitù dell'Italia.

L'Italia, oltre gli eserciti che la straziavano anche quando ella avea cessato di esistere, simile a un cadavere denudato e violato, soffrì di squallide fami, di due terribili pesti nel 1576 e nel 1630, e di governi stranieri, che unica arte conosceano la fiscalità; onde potè giudicarsi perita la civiltà da chi non credesse fermamente che la Provvidenza per la via del male guida l'umanità a continuamente procedere verso idee più vere, costumi più umani, libertà meglio intesa.

Aggiungiamo il piantarsi dei Turchi a' suoi confini. Gli Italiani aveano sempre avuto speciale cura a

La santa terra ove il supremo amore

Lavò col proprio sangue il nostro errore[302]:

e incessantemente combatterono i Musulmani sotto le insegne di Venezia, di Genova, di Pisa, di Napoli, soprattutto di Roma. Or però, abbandonati da mezza la cristianità, dovettero vederli piantarsi fin in vista delle nostre coste. Dove non è estraneo il riflettere che, mentre la costoro conquista tolse ogni vita all'Oriente perchè era scisso da Roma, nell'Occidente invece, dove al potere crollante imperiale era già succeduto il pontifizio, si conservarono i germi d'una civiltà, i quali svoltisi in Italia, dipoi a danno dell'Italia propagavansi altrove.

È arte di ogni rivoluzione l'afferrare due o tre idee buone, e spacciarle per sue, e per raffaccio domandarne l'attuamento all'ordine esistente, il quale non le repudiava, e forse non le predicava sol perchè non revocate in dubbio. Così ai dì nostri essa proclamò la nazionalità italiana: eppur questa era accettata così generalmente, che neppur se ne parlava. Delle amplissime verità che la Chiesa abbracciava, alcune particolari afferrò la Riforma e se ne fece vanto, quali l'esame della verità storica, la civile tolleranza, la moralità di tutti e specialmente del clero, la gratuità de' sacramenti, il ripudio delle superstizioni e de' racconti apocrifi, ed altri punti che però erano non solo accettati dalla Chiesa, ma promossi e raccomandati, colla prudenza da cui solo possono dispensarsi le rivoluzioni.

E sotto l'ali della Chiesa era sempre vissuta l'arte, questa rivelazione di Dio nello spirito umano, che fra i Pagani idealizzava la forma, fra i nostri incarnava l'idea. La Chiesa colla scolastica aveva non solo esercitato il pensiero, lasciandolo spingere le speculazioni fino al punto ove l'audacia della ragione diventa licenza[303]. La civiltà acquistava quell'universalità per cui non si conosce un affare particolare di un regno se non si allarghi lo sguardo sull'intera Europa, della quale gl'incrementi di comunicazioni e la stampa tendeano a far una nazione sola. Il rinascimento fu dunque opera eminentemente italiana, ma alzò subito un grido contro il passato, quasi un figlio che si vergogna del genitore: acclamò al paganesimo, e filosofia, governi, civiltà, letteratura dovere conformarsi a quello. Bastava un passo perchè si ribellasse alla Chiesa, e il fece quando, attraverso al grandioso incammino del risorgimento, si gittò il frate di Vittemberga.

Nessuno più di noi ha riconosciuto i disordini introdottisi nell'attuazione temporale della Chiesa, risoluti come siamo di non dissimulare veruna macchia per aver diritto a non velare veruna gloria, e professando con Gregorio Magno esser meglio scandolezzare che mentire: ma bisogna distinguere le istituzioni dagli atti degli uomini che ne sono ministri: ed esse istituzioni valutare non sopra gli abusi, ma sopra i fatti giuridici, che per la Chiesa sono i decreti, le leggi, i concilj. E se anche il frutto è fradicio, bisogna salvar il seme per le vegetazioni future. Anzi, dal vedere che, in tanto traviamento, le dottrine supreme rimasero immacolate, nè gran peccatori quai ci dipingono gli ecclesiastici pervertirono i dogmi, il simbolo, la morale, argomentiamo alla divinità dell'opera, e i costumi esser altro che i principj: talchè poteano quelli emendarsi, senza toccar a questi. E ciò più facilmente in quanto, nell'attuazione esterna della Chiesa, tutto è modificabile, tutto fu modificato, eccetto la disciplina che riguarda l'amministrazione de' sacramenti. Ma la Riforma quei ch'erano uniti dalla religione separò in due campi ostili, in cui e da cui si avvicendarono le persecuzioni. La divisione essendo religiosa, fu profondissima, sicchè apparvero da per tutto diffidenza e sospetto: essendo opera di collera, trascese, e presto ebbe scosso tutto, la società religiosa come la politica e la domestica, gli affari come le coscienze, seminando l'Europa di sanguinose, comechè feconde ruine, sottoponendo a leggi arbitrarie le relazioni dell'uomo con Dio, al dogma surrogando opinioni variabili quanto le teste; eccitando dubbj nell'intelletto, scrupoli nella coscienza da che era rotto l'equilibrio fra il sentimento dei diritti e quello dei doveri.

Gli eroi della vita austera diventavano oggetto di beffa; mentre prima il delitto era peccato; il fôro secolare stava a servigio della Chiesa per punire la bestemmia come il furto; le decime retribuivansi ad essa più fedelmente che l'imposta ai principi; la ricchezza de' suoi prelati parea più comportevole che quella de' cortigiani, tutto fu cambiato d'un tratto.

La Riforma cercò anche annichilare la distinzione dei due poteri, introdotta dal cristianesimo, e sottoporre l'anima allo Stato: col che toglieva la libertà di coscienza, mentre di questo nome onorava il mancare di convinzioni. Il diritto canonico era stato un gran progresso sopra le consuetudini dei Barbari, ma avea dovuto piegarsi alla costoro selvatichezza: e quindi sconveniva a tempi più colti: ma i papi stessi aveano approvato lo statuto fondato sul diritto romano, riconoscendolo meglio applicabile, non ricorrendo al Canonico se non nelle materie speciali, dove il principio religioso corregge il diritto puro.

Noi non crediamo progresso l'aver distrutta la supremazia in materia di fede, e tolta al papato l'onnipotenza delle mediazioni, perocchè, se il cristianesimo è una società diffusa per tutto il mondo, è egli conveniente lasciarla senza un capo, senza giudici, senza consultori universali? Anche il credente più schietto ama veder l'ordine in ciò che crede e le verità connesse fra loro; e mentosto la sparpagliata discussione che non l'accordo donde trae zelo alle pratiche religiose. Già sant'Agostino diceva ai Donatisti: Quæ est pejor mors animæ quam libertas erroris?

Il clero non offendeva i re, giacchè promulga il principio d'autorità; non l'aristocrazia, perchè rispetta i possessi e l'ingegno e i diritti storici; non il popolo, perchè esce da quello, e per quello avea fatto tutto; e finchè stava con esso, il popolo non avea bisogno di abbracciarsi ai re per abbattere i baroni. Il potere dei principi divenne eccessivo, perchè cessava l'opposizione e il sindacato del clero. Si rinfacciò ai papi di dire «La Chiesa son io», ma allora i re dissero «Lo Stato son io», e dalla monarchia restò non solo ristretto il papato, ma soffogato il popolo. I papi del medioevo soli erano capaci d'esercitare l'arbitrato europeo perchè capi della società conservatrice e propagatrice del vero ideale, capi civili delle nazioni non per forza d'arme ma coll'autorità della parola. Per quanto però ristretti, rimasero non solo re di Roma, ma cattolici, e quindi di nessun partito, e desiderosi dell'accordo di tutte le potenze cristiane; accordo che solo avrebbe potuto risparmiare all'Europa odierna la vergogna d'aver fra' suoi uno Stato che professa la poligamia, gli eunuchi, la potestà assoluta, la pirateria, e che la maggior reliquia del culto cristiano rimanga in mano de' Turchi.

Un secolo che era cominciato nel modo più grandioso, colla scoperta d'un nuovo mondo e la rapida conversione di quello, con tanto rigoglio dell'arti e delle lettere, trovossi tuffato nella quistione religiosa, dietro a cui la confusione degli spiriti, l'anarchia degli atti, la tirannide ammantata dal pretesto di reprimerla, il fanatismo persecutore; sicchè, invece di poter congiungere la libertà cittadina coll'indipendenza religiosa, fu duopo combattere dentro e fuori la barbarie che parea rinnovarsi.

Che la Riforma causasse prosperamento degli studj e delle lettere vien negato anche in altri paesi, benchè ivi coincidesse con quel che dapertutto chiamossi il risorgimento. Ma l'Italia era già prima a capo del mondo civile; da tre secoli studiava il suo san Tommaso, da due leggeva Dante e il Petrarca suoi; aveva prodotto Colombo e Cesalpino, educati Copernico e Vesalio; stava compiendo la maggior basilica del mondo, attorno alla quale sorgeano le meraviglie del Mosè, della cappella Sistina, delle Logge Vaticane; glorie accompagnate da quelle del Tiziano e del Correggio, dell'Ariosto e del Caro; le sue Università traevano studiosi da tutto il mondo; Erasmo vi ammirava cattedre di greco[304], d'arabo, d'ebraico: e la nostra repubblica letteraria concedeva la cittadinanza anche a quei dotti che nazionalmente si chiamavano barbari[305].

Ma fanatizzate le moltitudini per dispute che prima stavano nel ricinto di conventi e presbiteri, si sviò dalle belle lettere. Fra gli scrittori della Riforma nessun italiano è insigne; nobilissimi ingegni dispersero nelle controversie la forza che poteano destinare a far opere; lasciarono scritti incompleti come le polemiche, nelle quali gli ammiratori stessi lodano ciò che si volle, anzichè ciò che si fece. Nuova importanza acquistò la filologia, trovandosi necessarie le lingue antiche per le disquisizioni religiose. Ma la stessa traduzione della Bibbia, che in altri paesi schiuse l'êra del vulgare moderno, non potea farlo qui, ove almeno da cinquecento anni parlavasi e da trecento scriveasi l'italiano. Il Manuzio, eruditissimo editore, lagnavasi che le scuole si abbandonassero, e ch'egli dovesse passeggiare solitario davanti all'Università romana nell'ora della lezione. Giulio Pogiano valentissimo latinista, all'altro non men lodevole scrittore Anton Maria Graziano, in lettera del 30 maggio 1562 lagnavasi che il bello scrivere fosse perito: unum, aut ad summum alterum vel in maximis civitatibus reperias, qui speciem aliquam præseferat romani sermonis: succum vero et sanguinem incorruptum latinæ orationis qui habeat, fere neminem. Nec injuria. Libri enim qui nobis præstantis illius laudis et disciplinam præscribunt et exempla proponunt, pæne obsoleverunt. Nullus jam est in manibus Terentius, nullus Cæsar: ipse latinæ eloquentiæ princeps legi desitus est: tota denique jacet antiquitas, optima tum vivendi, tum loquendi magistra. Ad quos igitur plerique se contulerunt? Pudet, nec omnino dicere licet. Sunt enim iidem barbariæ et impietatis auctores, quorum in dispari scelere par voluntas agnoscitur. At multis vocabulis auxerunt linguam latinam. Utinam non tam portenta quam verba, ut in religionem sic in sermonem induxissent! at incitarunt loquendi et scribendi celeritatem: ut illorum studiosi, vel in magnis rebus, subita et dictione et scriptione satisfaciant.

Cercarono scuoter gl'ingegni i Gesuiti introducendo scuole con metodi nuovi, con ingegnosi artifizj, col rendere piacevole l'insegnamento, come s'è costretti fare allorchè la voglia n'è rintuzzata: ma lo scopo loro era l'educazione, più che l'istruzione; piegar le volontà, ancor più che affinare gli intelletti: e presto ebbero gl'inconvenienti delle scuole legali; e il mal gusto, se non vi fu originato, non vi fu combattuto dall'artificiosità dello stile e de' componimenti; da una certa lecornia, distinta dalla vera eleganza; dal belletto, surrogato ai robusti colori della sanità.

Dopo ciò si pena a credere che, nel secolo nostro, l'Istituto di Francia abbia premiato una memoria dove s'è potuto sostenere, dirò piuttosto asserire che la Chiesa era sempre stata capitale nemica dei lumi; che «le nazioni erano da essa mantenute attentamente in un'ignoranza, propizia alla superstizione: che, per quanto possibile, lo studio era reso inaccessibile ai laici: che quel delle lingue antiche era tenuto come una mostruosità, un'idolatria: che la lettura delle sante scritture era severamente vietata[306]». E c'è un vulgo che lo ripete. Viepiù fa stupore che un pensator cattolico, il Gioberti, in Lutero vedesse tre doti:

1. D'aver voluto restituire la loro primitiva grandezza alle idee di Dio e di Cristo, menomate dagli scolastici; 2. d'avere, non che conosciuto, ma agguagliato il suo secolo, benchè non giungesse a superarlo, come superollo Soccino; 3. nell'evoluzione logica dell'eresia luterana scorgersi il predominio della ragione (discorso) sulle potenze inferiori; privilegio dell'Italia, alla quale pertanto si compete l'onore del luteranismo.

Se con ciò s'intende il libero uso della ragione, l'aveano ben prima i nostri, e lo mostrammo; ma troppo ci corre dall'esame del vero, dallo scherzo, dalla satira alla negazione sistematica e riottosa.

Lutero, dopo bestemmiato la cattedra pontifizia, bestemmiò il libero arbitrio, bestemmiò la ragione, questa (a dir suo) fidanzata di Satana, questa prostituta, mostro abominevole, che bisogna calpestare, strangolare; essa è maledetta dalla rivelazione, e perciò ogni parte dell'ingegno umano è menzogna e tenebra; le Università, sono invenzioni diaboliche, deputate a convellere il cristianesimo.

Invece il Pallavicino, nell'Arte della perfezione cristiana, professava che «infine tutte le altre potenze dell'uomo s'inchinano all'intelletto; l'intelletto giudica di tutte le cose, l'intelletto governa il mondo».

I soliti uomini di pregiudizj diranno che la restaurazione d'allora fu un ritorno verso il medioevo[307]. Noi diremo che fu una fermata ne' grandi progressi di quello. Il sospetto fece reprimere la cultura anche qui dove avea preso tanto incremento; perocchè solito torto delle violenze rivoluzionarie è il disgustare chi di queste era volenteroso, e far che la società indietreggi davanti alle crisi dell'impazienza.

Colla storia alla mano potremmo sostenere che al cattolicismo è dovuto l'acquisto di tutte le libertà civili; le forme parlamentari, che oggi si considerano qual salvaguardia di queste, derivavano dalle abitudini della Chiesa, e noi le godevamo ben prima di Lutero, unitavi la libertà della discussione e della critica, che dappoi per paura e riazione, venne soffogata dalle armi principesche e dall'inquisizione ecclesiastica, la cui potenza noi desumiamo non tanto dai roghi, quanto dal disparire di quell'infinità di stampe che aveva accompagnato e favorito lo spandersi della Riforma.

La filosofia dovette arrestarsi ne' suoi ardimenti, eppure furono cattolici, come di fuori Cartesio e Bossuet, così tra noi Galileo, Campanella, frà Paolo.

Le riforme prescritte dal Concilio vennero dimenticandosi, nè si conciliarono Chiesa e Stato, nè si segnarono limiti morali e giuridici alla politica.

Svelto ogni germe di protestantismo languirono gli studj ecclesiastici, e sebbene repudiamo la separazione or posta da Neander tra la fede, la religione e la teologia, certo è che questa scienza, disarmatasi, s'avvolse in intestine querele di carattere meschino, che fornirono arme terribili agli scredenti; e il clero, inerte, impopolare, diviso, con giansenisti ridicoli, gesuiti esosi, abati indifferenti, popolo ragionacchiante, si trovò esposto ai liberi pensatori.

La morale fu però migliorata, anche per l'opera di coloro che vennero denigrati col nome di Casisti, i quali furono alla pratica quel che erano stati gli scolastici alla teoria; persone che spingevano l'argomentazione fino all'abuso: e che, invece di dedur i canoni della morale dalla sola legge di Cristo, andavano a fantasticarne o ne' filosofi pagani o nelle opinioni della tale o tal altra scuola. Con ciò arrivarono qualche volta a scusare il vizio, a scolpare il delitto, sicchè molte loro proposizioni furono dalla Chiesa condannate; ma chi li confutava non avea che a ricorrere all'insegnamento evangelico e alla tradizione[308]. Realmente in quelle dispute si chiarì la morale; il vizio sussistette ancora, ma fu chiamato col suo nome; mentre fuor della Chiesa nostra fra suddivisioni infinite si giunse fin a negare la virtù obbligatoria e ogni dottrina positiva; e volendo l'unità, e non riuscendovi perchè non è possibile accoppiar l'errore e la verità nel cristianesimo, cercavano questo distruggere.

Separato il mondo della scienza da quello della fede, proveduto piuttosto a reprimere l'opinione falsa che a diffondere la vera, ne seguì la trista necessità di riazioni violente. Quando una società perisce, non v'è modo a restaurarla che coll'autorità. Questa è il fondo del cattolicesimo, che perciò, vedendola attaccata dapertutto, se ne sbigottì; e se prima avea protetto la libertà, vedendola ricalcitrare fino a metter lui stesso in quistione, se ne sbigottì, si alleò al potere assoluto per farsene sostegno, nè ravvisò l'incompetenza assoluta della forza in materia di fede. Per ovviare gli abusi si restrinse la primitiva libertà degli scritti; si ebbe paura del pensiero come forza o sterminatrice o repressiva; si sentì bisogno di ricorrere alla podestà principesca, che schiacciava le eresie, ma nell'abbraccio soffogava la Chiesa.

Il clero, vedendo perire le libertà del medioevo sotto la pressione principesca credette salvarsi coll'associarsi all'assolutismo regio, il quale così trionfò. Ed oggi altrettanto vorrebbesi farlo associare all'assolutismo democratico, che trionferebbe se esso cessasse di resistervi.

L'Italiano, che bada ai fatti non alle declamazioni; che, fra questa tirannide dell'opinione, osa ancora ascoltare la coscienza e serbare convinzioni, rabbrividisce allorchè osserva la conformità dell'età nostra con quella del Cinquecento che venimmo divisando, e quali terribili rimedj, e quanti patimenti di due secoli furono necessarj per chetare la turbolenza, e ripristinare quell'ordine che le popolazioni desiderano anche più della libertà.

Sarà necessario altrettanto oggi? A questa frenesia d'una libertà astratta, che le libertà individuali sagrifica tutte all'opinione di piazza, alla statolatria, alle apparenze, bisognerà che succeda lo spossamento, come al delirio fremente succede il delirio tremante? Se, come vuole Fontenelle, l'uomo non giunge al vero che dopo esauriti tutti i possibili errori, ancora lunga serie ne resta; e se ciascuno bisognerà che produca la sua messe di disordini e di infelicità, alla misera generazione nostra avrà a portare invidia quella de' nostri figliuoli.

Ma a chi ci dipinge l'odierno sfasciarsi della società nella sua parte morale: quando, sentendo scosse le fondamenta, ognuno cerca nelle nebbie del futuro qualche crisi alla malattia d'una società corrotta, scettica, sbranata dai partiti, noi offriamo il quadro di essa ai giorni di Lutero. Chi non avrebbe detto che la barca di Pietro periva? Di poca fede! Eppure allora l'alto clero era corrotto, mentre ora unanime resiste al demonio che gli dice, «Se mi adori, tutto questo sarà tuo»; e fra i traviati non compajono se non le erbacce che il pontefice sarchia dal suo orto.

Coraggio dunque; poichè Dio tira sovente la salute degli uomini dal fondo della loro perversità: e una voce santa ci ripete che «A riguardo de' giusti saranno abbreviati i giorni della prova».

DISCORSO IL. PAOLO V. URBANO VIII. IL TASSO. IL GALILEI. LO STENON. LA SCIENZA E LA FEDE.

Qui associamo due nomi, che non vanno scompagnati nella storia letteraria, dove stanno registrate le critiche argutamente acerbe che Galileo Galilei fece a Torquato Tasso. Questo gentile poeta ci rappresenta la riazione cattolica nella poesia, perocchè, mentre i precedenti cantavano o prodezze di paladini, o amori e magie, o fole mitologiche, egli scelse a soggetto d'un poema il momento più epico della storia cristiana, quello dove tutta l'Europa si unì contro il popol misto d'Asia e di Libia per arrestare gli spaventosi progressi dell'islamismo. Il celebrare quel glorioso acquisto aveva anche un'opportunità, giacchè allora di nuovo il Turco minacciava l'Europa, e spiegando le sue bandiere sotto a Vienna e in faccia a Civitavecchia, metteva in forse se prevarrebbe la schiavitù musulmana o la cristiana libertà.

Torquato non possedeva spiriti tanto elevati da secondar l'ispirazione cattolica, e trarne tutta la poesia, di cui sì copiosa messe offrivagli la terra piena dei canti de' profeti e delle prediche degli apostoli, segnata dalle orme de' patriarchi e di Cristo, teatro alle figure dell'antico e alle misteriose avventure del nuovo patto. Scarso di storia e di fantasia, egli arrestossi alla liturgia, poetizzò le processioni, la messa, i salmi, pur nella gemebonda armonia invocando non la Musa dei caduchi allori, ma quella che ha fra gli angeli la corona di stelle immortali.

Qui non siamo a valutarne i meriti e i difetti, ma solo a notare come il dubbio penetrasse quell'anima debole e affettuosa, tanto d'aver sempre bisogno di protettori e di fede. Nella malattia mentale che offuscò alcun tempo la sua bella intelligenza, suppose che il diavolo gli recasse molestie personali e facesse dispetti: e temendo non si credesse aver egli meritato questi tormenti, si fa un dovere di protestare che non fu nè mago nè luterano; non aver letto libri ereticali o di necromanzia o d'altra arte proibita; non essersi piaciuto a conversare con Ugonotti o lodarne le dottrine; non aver tenuto opinioni contrarie alla Chiesa cattolica; e sebben non neghi aver talvolta prestato troppa credenza alle ragioni dei filosofi, pure umiliò sempre l'intelletto ai teologi, più vago d'imparare che di contraddire, anche prima che la sventura lo saldasse nella fede.

Ciò scriveva a Maurizio Cattaneo parlandogli del folletto che lo perseguitava: e pur confortandosi che gli fosse apparsa «l'immagine della gloriosa Vergine, col figliuolo in braccio, in un mezzo cerchio di vapori e di colori, laonde io non debbo disperar della sua grazia», lo crucciava il timore d'aver errato. Andò pertanto all'Inquisitore di Bologna, ed accusossi di dubbj intorno all'Incarnazione. Quegli, ascoltatolo, gli disse, «Va in pace e non peccare»: ma poichè gli crebbero quelle paure colla malattia, il duca di Ferrara gli suggerì di ripresentarsi al Sant'Uffizio. E questo l'ascoltò, ed assicurollo o che non aveva colpa, o che gli era rimessa. Pure il Tasso non istimava l'avessero scrutato con bastante rigore, nè assicurato in tutte le debite forme. Poi quando stava chiuso nell'ospedale, rivolgevasi a Dio, chiedendo perdono delle incredulità. «Non mi scuso io, o Signore, ma mi accuso che, tutto dentro e di fuori lordo e infetto de' vizj della carne e della caligine del mondo, andava pensando di te non altramente di quel che solessi talvolta pensare alle idee di Platone e agli atomi di Democrito... o ad altre siffatte cose di filosofi; le quali il più delle volte sono piuttosto fattura della loro immaginazione che opera delle tue mani, o di quelle della natura, tua ministra. Non è meraviglia dunque s'io ti conosceva solo come una certa cagione dell'universo, la quale, amata e desiderata, tira a sè tutte le cose; e ti conosceva come un principio eterno e immobile di tutti i movimenti, e come signore che in universale provede alla salute del mondo e di tutte le specie che da lui son contenute. Ma dubitava se tu avessi creato il mondo, o se ab eterno egli da te dipendesse; se tu avessi dotato l'uomo d'anima immortale; se tu fossi disceso a vestirti d'umanità... Come poteva io credere fermamente ne' sacramenti o nell'autorità del tuo pontefice, se dell'incarnazione del tuo figliuolo o dell'immortalità dell'anima era dubbio?... Pur m'incresceva il dubitarne, e volentieri l'intelletto avrei acchetato a credere quanto di te crede e pratica la santa Chiesa. Ma ciò non desiderava io, o Signore, per amore che a te portassi e alla tua infinita bontà, quanto per una certa servile temenza che aveva delle pene dell'inferno; e spesso mi sonavano orribilmente nell'immaginazione l'angeliche trombe del gran giorno de' premj e delle pene, e ti vedeva seder sopra le nubi, e udiva dirti parole piene di spavento, Andate, maledetti, nel fuoco eterno. E questo pensiero era in me sì forte, che qualche volta era costretto parteciparlo con alcun mio amico o conoscente...; e vinto da questo timore, mi confessava e mi comunicava nei tempi e col modo che comanda la tua Chiesa romana: e se alcuna volta mi pareva d'aver tralasciato alcun peccato per negligenza o per vergogna, replicava la confessione, e molte fiate la faceva generale. Nel manifestare nondimeno i miei dubbj al confessore, non li manifestava con tanta forza nelle parole, con quanta mi si facevano sentir nell'animo, perciocchè alcune volte era vicino al non credere... Ma pure mi consolava credendo che tu dovessi perdonare anche a coloro che non avessero in te creduto, purchè la loro incredulità non da ostinazione e malignità fosse fomentata; i quali vizj tu sai, o Signore, che da me erano e sono lontanissimi. Perciocchè tu sai che sempre desiderai l'esaltazione della tua fede con affetto incredibile, e desiderai con fervore piuttosto mondano che spirituale, grandissimo nondimeno, che la sede della tua fede e del pontificato in Roma sin alla fin de' secoli si conservasse; e sai che il nome di luterano e d'eretico era da me come cosa pestifera aborrito e abominato, sebben di coloro che per ragione, com'essi dicevano, di Stato vacillavano nella tua fede e all'intera incredulità erano assai vicini, non ischivai alcuna fiata la domestichissima conversazione».

Questa devozione ipocondriaca l'accompagnò il resto di sua vita: e quando il papa lo invitò a Roma per ricevere in Campidoglio la corona di poeta, egli non volle alloggiare che nel convento di Sant'Onofrio, dove morì prima di conseguire quella sospirata onorificenza.

Allora soltanto tacquero le invidie; pe' cui punzecchiamenti egli aveva diffidato di se medesimo a segno, che rifuse il suo poema da Gerusalemme Liberata in Gerusalemme Conquistata. Tra molt'altre novità, in questa introdusse la profezia delle turbolenze religiose di Francia, e il modo di porvi fine accenna nel diritto allora accettato, per cui il papa era arbitro delle corone:

ei solo il re può dare al regno

E il regno al re, domi i tiranni e i mostri

E placargli del cielo il grave sdegno[309].

Pei Francesi, idolatri della monarchia anche quando trucidano Enrico III o decapitano Luigi XVI, quest'era un'eresia: laonde la Gerusalemme Conquistata fu proibita dal Parlamento di Parigi «per idee contrarie all'autorità del re, e attentatoria all'onore d'Enrico III e IV».

Chi facea questa proibizione non era dunque il Sant'Uffizio, che invece recò famosi disturbi ad un avversario del Tasso, Galileo Galilei.

— Galileo, sommo astronomo, scoperse che la terra gira attorno al sole. Questa dottrina era contraria agli asserti della Chiesa, e perciò la Santa Inquisizione lo colse, lo incarcerò, lo mise alla tortura; nè sfuggì di peggio se non col ritrattarsi, e stando ginocchione in camicia avanti agli inquisitori dichiarare che la terra è ferma; ma nel pronunziarlo soggiunse «Eppur si muove»[310]. —

Tale è il racconto leggendario, insegnato nelle scuole, declamato dai romanzieri e dai parlamentari, dipinto, litografato; sicchè viene tacciato di pregiudizj e d'ignoranza chi attentamente abbia studiato i fatti, e maturamente asserito che è lontanissimo dal vero.

Già il moto riformatore delle scienze sperimentali era cominciato; l'Aldrovandi, il Cesalpino, il Mattioli aveano ristaurato la storia naturale: Aquapendente la chirurgia; Vanelmonzio la chimica; Sarpi e Porta l'ottica; Eustachio, Falloppio, Vesalio, Fracastoro l'anatomia; i Lincei, fondati nel 1603 da Federico Cesi, aguzzavano l'occhio sugli arcani della natura. Viveva allora Bacone, al quale il titolo di restauratore della scienza s'addice ben meno che a Galileo, chè, sebben questi nascesse tre anni dopo, e sopravvivessegli quindici anni, le sue scoperte fece avanti il 1620 in cui comparve l'Organon. Ma mentre Bacone pretendeva dare un organo, un metodo per fare invenzioni, e nulla inventò, Galileo che inventò tanto, credea derivassero da intuito, da ispirazione. «Una mattina, mentre ero alla messa (scrive a frà Fulgenzio Micanzio) mi cadde nella mente un pensiero, nel quale poi più profondamente internandomi, mi vi sono venuto confermando, e m'è parso più sempre ammirando come, per modo stupendo di operar della natura, si possa distrarre e rarefare una sostanza immensa, senza ammettere in essa veruno spazio vacuo». E a Marco Welser: «Da virtù superiore per rimoverci da ogni ambiguità vengono inspirati ad alcuno metodi necessarj, onde s'intenda la generazione delle comete essere nella regione celeste». E nei Dialoghi, parlando della scoperta del Gilberto sulle calamite: «Io sommamente laudo, ammiro e invidio gli autori per essergli caduto in mente concetto tanto stupendo circa a cosa maneggiata da infiniti ingegni sublimi, nè da alcuno avvertita... L'applicarsi a grandi invenzioni, mosso da piccolissimi principj, e giudicar sotto una prima e puerile apparenza potersi contenere arti meravigliose, non è da ingegni dozzinali, ma sono concetti e pensieri di spiriti sovrumani». E delle proprie invenzioni parla sempre come di congetture, di ipotesi. Così avesse continuato rimpetto al Sant'Uffizio.

Instauratore della filosofia e della scienza, che portò nel campo della sperienza sagace e spregiudicata, il maggior merito di Galileo non è d'astronomo: l'osservar i satelliti di giove, e le macchie del sole e l'anello di saturno[311] e le fasi di venere, poteva farsi anche da un mediocre, armato di discreto cannocchiale; e ogni dì, quasi solo pei raffinati stromenti, a simili scoperte arrivano persone anche novizie nell'astronomia. Quelle tre scoperte astronomiche di Galileo, sono dal Delambre giudicate ben piccola cosa a fronte delle tre leggi di Keplero, delle quali nessun'idea s'aveva, anzi urtavano le ricevute, e alle quali esso arrivò con venti anni di studj ostinati; e furono esse che condussero Newton a riconoscere la legge universale della gravitazione[312].

Ma solo coll'ingegno e con istudio grande egli potè determinar le leggi della gravità, e calcolare gli effetti della forza, malgrado l'incrociarsi de' fenomeni e l'ingombro dei pregiudizj, creando la dinamica. Fin a lui non eransi considerate le forze che come agenti su corpi in istato d'equilibrio: e sebbene l'acceleramento de' gravi, e il moto curvilineo de' projettili non potesse attribuirsi che all'azione costante della gravità, nessuno prima di Galileo avea formulato il principio delle velocità virtuali, fondamento della meccanica e della scienza dell'equilibrio. I discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, stampati a Leida il 1638, poco furono stimati allora, mentre Lagrangia li riconosce pel titolo più solido della sua gloria[313].

Eppure Galileo fu ammirato subito come astronomo, e sol tardi come meccanico. Per riconoscer il primo merito bastava l'occhio; per l'altro occorre penetrar seco in ricerche elevate; per quello l'entusiasmo popolare lo acclamava; per questo era contrariato dai sapienti, sconosciuto, fischiato. E non solo dai concittadini, caso troppo ordinario; ma il gran Cartesio, che viaggiava onde ne' colloquj co' dotti raggiungere la verità, venne a Firenze quando Galileo era nel maggior rinomo, e non cercò tampoco vederlo: in una lettera al padre Mersenne mostra conoscerne le opere, ma non avervi trovato cosa degna di serio esame.

Tanto vale il giudizio dei contemporanei! e una prova ce ne darebbe in Galileo stesso, che, mentre dice che alle magagne del sistema di Tolomeo rimedia il copernicano, non accenna che il vero medico n'era Keplero collo sbandir tutti quegli eccentrici ed epicicli; nè di lui fa cenno che una volta sola nei dialoghi, per combattere come assurda e inetta e degna di star fra le cause occulte l'ipotesi d'attribuire la marea alla combinata azione della luna e del sole, mentre Galileo l'assegnava al doppio movimento della terra[314]. Quest'ingiustizia non iscusa in parte le usategli da suoi connazionali?

Se i più con Tolomeo tenevano che piana fosse, e immobile stesse la terra, e attorno ad essa rotassero i pianeti, pure non erano mai mancati fautori al sistema, già dato dall'antichissimo Pitagora, che fa la terra rotonda e girante attorno al sole, centro immobile. Più volte noi in libri di tutt'altro intento cercammo inaspettatissime rivelazioni scientifiche. A tacer di Dante, che riconosce gli antipodi e l'attrazione centrale, il beato Giordano da Rivalta, predicatore del secolo XIV di cui parlammo, dice: «Chi fosse sotto alla terra, all'altra faccia del mondo di sotto, si terrebbe i piedi suoi incontro a' piedi nostri, e le piante de' piedi suoi si pareggerebbero colle nostre. Tu diresti: or dunque come può stare colaggiù? Dicoti: perchè a quel che fosse colaggiù parrebbe esser di sopra, ed esser ritto come te. E così se fosse levato in alto, cioè inverso giù, ricadrebbe inverso la terra, come qui uno che cadesse d'una torre. Imperciocchè d'ogni parte gli parrebbe che il cielo fosse altissimo sopra capo: e di verità così è, nè più nè meno». Fin dal 13 dicembre 1304 questo frate ignorante ne sapeva dunque quanto Newton sugli antipodi e sulla forza centripeta.

Virgilio vescovo di Salisburgo aveva insegnato la stessa dottrina; la ciancia è che papa Zaccaria lo minacciasse di scomunica se ostinavasi a sostenere quod alius mundus et alii homines sub terra sint[315]: il fatto è che Gregorio IX lo pose fra i santi.

Il moto della terra fu preconizzato da Nicolò da Cusa[316], che pur fu fatto cardinale, e sepolto in San Pietro in Vincoli a Roma. E Nicolò Copernico prussiano, allievo dell'Università bolognese e maestro nella romana, appoggiato al metafisico argomento che la natura adopera sempre le vie più semplici, e che bellezza e semplicità appariscono meglio nel sistema pitagorico, sostenne che la terra, come gli altri pianeti, giri attorno al sole. Da prelati insigni eccitato, pubblicò le Rivoluzioni degli orbi celesti, e dedicandole a Paolo III, tratta d'assurda la immobilità della terra, e «se mai ciancieri, ignoranti di matematiche, pretendessero condannare il mio libro per rispetto a qualche passo della Scrittura, stiracchiato al loro proposito, ne sprezzerò i varj attacchi... Lattanzio ha detto baje sulla forma della terra: e in oggetti matematici si scrive per matematici». Dai pregiudizj dunque dei dotti e dalle calunnie de' malevoli Copernico chiede protezione a chi? al capo della Chiesa. I distillatori d'intenzioni affermano non fu perseguitato sol perchè morì appena uscita l'opera! ebbene: l'anno stesso Celio Calcaguini aveva in cattedra professato quod cœlum stet, terra autem moveatur.

Anteriormente a tutti questi Gian Alberto Widmanstadt, trovandosi a Roma nel 1533, in presenza di Clemente VII, di due cardinali e d'illustri personaggi espose il sistema pitagorico, e n'ebbe in dono dal papa l'opera greca di Alessandro Afrodiseo Del senso e del sensibile, bel codice che ora conservasi in Monaco, e sul quale egli medesimo fece annotazione di questo accidente[317].

Il padre Antonio Foscarini carmelitano, da Napoli partendosi per predicare a Roma, scrisse una lunga e non inelegante lettera al generale del suo Ordine, cercando conciliare la teorica de' Pitagorici e di Copernico coi passi scritturali che sembrano repugnarvi[318]: e che saviamente dice non doversi prender sempre letteralmente. Oltre questi, enumera le opinioni di coloro che mettono il cielo in alto, la terra al basso, l'inferno nel centro, o che credono, dopo il giudizio finale, il sole rimarrà stabile all'oriente, la luna all'occidente. Chi sorride a tali difficoltà, s'immaginerà quali sieno le risposte che seriamente egli vi oppone; e sebbene il Montucla, dotto e imparziale storico delle matematiche, la giudichi opera giudiziosa, a me non pare che egli accampi una sola ragion concludente: il suo achille è l'analogia fra il sistema planetario e il candelabro mosaico di sette rami; fra i pianeti e il frutto vietato del paradiso terrestre, e perfino l'abito sacerdotale di Aronne, e il fico d'India, e il melogranato; ad ogni simbolo, ad ogni frutto allegando tutti i passi della Bibbia ove son mentovati, o che possono, per quanto faticosamente, trascinarsi a provare il sistema mondiale.

Qui non ci sarebbe che da compatire: ma adoprando il metodo stesso, molti riuscivano ad infirmare l'autorità biblica, e meritavano la disapprovazione della Chiesa per ciò, non perchè ella professasse nimicizia originale contro una dottrina che non l'offendeva. Dicasi piuttosto che questa era contrariata dal testimonio dei sensi nel vulgo, e peggio ancora dai pregiudizj negli scienziati, cui rincresceva disimparare l'imparato, rinnegar la fede in Tolomeo e in Aristotele, e confessare i meriti d'un contemporaneo.

E appunto per intendere l'elevatezza di Galileo, giova considerar la bassezza de' suoi contradditori; e la distanza ne spiega l'invidia e la persecuzione. I platonici credeano il cielo governato da forze speciali, che nulla avessero di comune colla terra. I peripatetici eransi fabbricata un'astronomia a priori, e tutto sottometteano all'argomentazione. Il Chiarimonti di Cesena, in un'opera del 1632, sillogizzava siffattamente: «Gli animali che si muovono hanno membri e flessure; la terra non ne ha, dunque non si muove... I pianeti, il sole, le fisse, tutti sono d'un genere solo, che è quello di stelle; dunque o tutti si muovono, o tutti stanno fermi... È un grave sconcio il mettere fra i corpi celesti puri e divini la terra, che è una fogna di materie impurissime». Altri filosofi in libris, come Galileo li chiama, credeano l'ipotesi del moto della terra irreverente alla sapienza antica. Un buon credente argomentava: «Nel cielo empireo non siede Iddio colle anime beate? Se è simile alle altre sfere, ecco distrutta quella credenza». Quando Keplero, con ardite eppur ragionate ipotesi suppose che fra marte e giove esistesse un nuovo pianeta, verità provata solo dopo cencinquant'anni, il Sizzi astronomo di Firenze lo ripudiava perchè, come non v'ha che sette fori nella testa, che sette metalli, che sette giorni nella settimana, che sette rami al candelabro ebraico, e a sette mesi il feto è perfetto, così non può esservi che sette pianeti. Cristoforo Clavio gesuita, proclamato l'Euclide de' suoi tempi e consultato dal Galilei sopra i suoi studj di geometria nel 1588, quando udì scoperti satelliti a giove, sorrise dicendo: «Sì! prima d'uno stromento per vederli bisognerà uno stromento onde fabbricarli». Un genetliaco soggiungeva: «Come credere a' tuoi pianeti medicei se non puoi mostrarmene l'influenza?».

Rappresentavansi mascherate per celiare le lune di giove; la corte di Francia esibiva doni a Galileo se trovasse astri da chiamare borbonici, come medicei aveva intitolati quelli; e allorchè egli, lasciando cascare un grave dalla torre inclinata di Pisa, convinse d'erroneo il teorema d'Aristotele che proporzionava la celerità al peso, destò tale un vespajo, che dovette da quell'Università migrare a quella di Padova, sotto un governo che alle opinioni filosofiche usava la tolleranza che negava alle politiche.

Esperienza, esperienza, esclamavano altri: un sasso gittato in alto non ricadrebbe tante miglia lontano quante la terra ne girò in quell'istante? l'uccello spiccatosi dal suo nido, saprebbe più ritrovarlo se la terra si fosse roteata sotto di lui? Inoltre non è accertato che la luna gira attorno alla terra? perchè essa sola avrebbe tal proprietà? Alessandro Tassoni, pensatore così sagace e indipendente, faceva questa objezione, che, ridicola oggi, pure molti allora cattivò: «Stiasi uno nel mezzo d'una camera fermo, e miri il sole da una finestra prospiciente a mezzogiorno. Certo se il sole sta fermo nel centro e la finestra gira con tanta velocità, in un istante sparirà il sole da' colui occhi». Il Vieta, perfezionatore dell'algebra, intelletto eminentemente filosofico, nell'Harmonicum cœleste che giace autografo nella Magliabechiana, sostiene che il sistema di Copernico deriva da una geometria fallace. Montaigne diceva «che non ci dee calere qual sia il sistema più vero dei due, e chi sa che una terza opinione da qui a mill'anni non rovesci le due precedenti?». Cartesio lo negò in alcun luogo. Gassendi non ardì proclamarlo, perchè il vide tanto contraddetto: Bacone lo derise come ripugnante alla filosofia naturale. Claudio Berigardo francese, professore a Pisa e a Padova, e autore dei Circoli pisani, reputato fra i più arguti pensatori in filosofia, lo confutò nelle Dubitazioni per la immobilità della terra. Pascal, negli stupendi suoi Pensieri, poneva: «Trovo bene che non s'approfondisca l'opinione di Copernico»[319].

Non solo ignoranti dunque, non frati soli impugnavano una verità, enunciata inesattamente, nè corredata di tante prove quante oggi[320]. Gli è vero che la scoperta dei satelliti di giove e di saturno, l'assicurata rotazione di marte e giove, le fasi di venere e mercurio traevano ad indurre che altrettanto avvenisse della terra, giacchè ad un osservatore posto in quelli si offrirebbero i fenomeni medesimi che a noi, ma troppi dubbj restavano quando non s'erano ancora poste in chiaro l'aberrazione, la depressione della terra ai poli, il gonfiarsi delle acque sotto l'equatore, il variar del pendolo col variare di latitudine. Gran difficoltà facea pure la distanza delle stelle fisse, che rendeasi incalcolabile perchè mancava d'ogni parallassi annuale. Copernico credea necessariamente circolare l'orbita degli astri, onde, se spiegava l'alternar delle stagioni mediante il parallelismo che in tutto l'anno conserva l'asse della terra, era costretto attribuire siffatta conservazione ad un terzo movimento.

Galileo stesso dapprima credette, coi più, immobile la terra. Anche dopo convinto del sistema vero, non osava professarlo alla scoperta per tema delle beffe, colle quali, allora come adesso, si perseguita chi ha ragione troppo presto. Aggiungasi ch'egli stesso supponeva la terra girasse attraverso all'aria, la quale «non pare sia nella necessità d'obbedir al suo movimento[321]». Del resto perchè una verità si collochi stabilmente nella scienza non basta presentarla come un'ipotesi che più o meno spiega i fatti, ma studiarla in se stessa, discuterla, verificarne tutte le conseguenze.

Oggi riconosciamo che niuno superò Galileo nel talento d'osservazione e nella sagacia a penetrar gli arcani della natura e scoprirne le leggi per arrivare alle primordiali dell'universo; e lo proclamiamo padre di quella che chiamiamo filosofia naturale. Ma per far valere queste verità di mezzo ai pregiudizj, egli ricorse alla polemica, la quale non sempre sceglie le armi più perfette; dell'ironia e dello scherzo si servì talvolta per cattivar gli spiriti, sino a sagrificare il genio all'abilità. Erasi dunque fatto una quantità di nemici, parte per la istintiva malevolenza del mondo contro gl'ingegni superiori, parte per aver flagellato gli Aristotelici inesorabilmente, repulsati gli attacchi con sarcasmi spietati, assalito egli stesso senza rispetto all'ingegno e alle sventure. In ciò appariva uomo, e chi osò cercare macchie nella sua vita com'egli nel sole, trovò che profondo nella filosofia naturale, non fa altrettanto nella religiosa e morale[322]; dapprincipio diede in sogni astrologici, mostrò noncuranza e disprezzo per qualunque scoperta non venisse da lui; debolezze di carattere attestare il suo contegno prima e durante il processo, e difetto di prudenza avanti, di fermezza poi.

Ma il clero in quale opinione ebbe Galileo? Uno di quei paradossi che solleticano la curiosità irriflessiva dell'età nostra e che vedemmo adoprati sul conto di Dante, di Michelangelo, di altri, fu pure applicato al Galilei, spacciandolo per un libero pensatore, che tutta la sua vita intese a scassinare la Chiesa cattolica, pur fingendo esserle devoto «da ser Simplicio sempre, e con finissima ironia»[323]. Il grand'uomo sarebbe dunque stato un abjetto ipocrita, e troppo misericordiosa l'Inquisizione. Per provarlo, l'autore sofista adduce che Galileo in Venezia praticò molto frà Paolo Sarpi; cita suoi detti e scritti, fra cui un capitolo ove loda l'andar nudo e i primi popoli che «non portavano le mutande. Ma quanto era in altrui di buono e bello Stava scoperto da tutte le bande».

Il Galileo ebbe la disgrazia d'avere una famiglia non legittima; ma due figlie naturali collocò in un convento a Firenze, come Dante le sue aveva poste a Ravenna e a Verona, e poichè diffettavano dell'età, espugnò con grand'istanza la dispensa da Roma, il che l'autore che confutiamo dice aver egli fatto per portare anche là entro l'apostolato anticattolico, o succhiellarne informazioni.

Accettando questi fatti, ed escludendo le interpretazioni, che saranno smentite da tutta la nostra esposizione, appare che non poteva il Galileo essere in odore di santità presso il clero: pure ci è noto che il padre Foscarini, il padre Castelli, monsignor Ciampoli, il cardinale Conti e molti Gesuiti onorarono lui e le sue scoperte: a Roma fu sempre accolto con benevolenza e onorato da' Lincei; quando inventò il cannocchiale, i cardinali, smaniosi di vederlo, pregavanlo a recarvelo; il papa, al quale s'inginocchiò secondo l'uso, lo fe tosto alzare, prima che dicesse pur una parola: e il cardinale del Monte scriveva al granduca: «Il Galileo ne' giorni ch'è stato in Roma ha dato di sè molte soddisfazioni, e credo che anch'esso n'abbia ricevute, poichè ha avuto occasione di mostrar sì bene le sue invenzioni, che sono state stimate da tutti i valentuomini e periti di questa città non solo verissime e realissime, ma ancora meravigliosissime. E se noi fossimo in quella epoca romana antica credo che gli sarebbe stato eretta una statua in Campidoglio per onorare l'eccellenza del suo valore».

In quell'occasione Galileo vi conobbe san Giuseppe Calasanzio, il quale diceva che il mondo diverrebbe un paradiso se tutti imparassero a leggere, scrivere e il catechismo. Ma quella ciurma che pare destinata dalla Provvidenza a far espiare il genio, cominciò a metter ombra ai timorati contro il sistema fin allora non sospetto; insulsi predicatori lo tacciarono d'una curiosità profanatrice[324].

Roma che, in tempi di contenziose innovazioni, non può rimanersi indecisa nella proclamazione del vero, doveva adombrarsi d'un filosofo, che le operazioni dell'intelletto sottometteva affatto alle leggi naturali, poichè ciò traeva in pericolo anche le verità metafisiche e morali. Il proclamare che bisogna attenersi unicamente all'esperienza, cioè ai sensi, se recava a dubitar del sopranaturale, autorizzava a chiedere come mai l'esperienza possa dimostrare che la materia è eterna, che essa genera il pensiero, che non Dio, non l'anima esistono. Finchè il moto della terra rimaneva ipotesi, non era essa in necessità di combinarlo coi passi scritturali, bensì quando fosse dato per certo. Ma se cominciasse ad acconciar i testi a tale significazione, troverebbesi condotta alla necessità di modificare l'intelligenza della Scrittura secondo modificavansi i sistemi fisici; nell'Università medesima si sarebbero dati al medesimo testo due sensi differenti, perchè vi si dibatteano due sistemi; e massime che le prove non erano perentorie. Saviamente il cardinale Baronio diceva: «La Scrittura insegna come si salga al cielo, non come il cielo sia fatto»: ma troppo spesso gli interpreti ebbero la smania di ravvisare nella Bibbia più di quel che vi appare, al modo che Macrobio, Servio, Gellio, Donato usavano coi classici; ed era comune dottrina che vi si trovasse un senso letterale, uno allegorico, uno morale, uno anagogico. Di ciò aveano fatto uso e abuso gli scolastici per le loro temerarie curiosità, ed ecco or minacciato il rinnovarsi di quegli eccessi.

Era un tempo di transizione fra le credenze del medioevo, e la scienza dell'evo moderno; tempo perciò d'incertezza e di lotta. Al medioevo, che noi ci sforzammo di mostrare tutt'altro da quel che i pedanti lo denigrano, come un gran vuoto fra l'antichità e i tempi moderni, non mancarono mai cultori della scienza. Alcuni s'accontentavano dell'antica, traducendo, commentando, attenendosi all'ipse dixit. Altri, pur appoggiandosi ai classici, pretendeano all'indipendenza e al progresso, preparando materiali per un edifizio che, simile alle cattedrali d'allora, sarebbe compito sol col volgere de' secoli. Altri invece, rinnegando di proposito i vecchi, novità scientifiche ed arcani naturali chiedeano ad arti strane, all'ispirazione, alle scienze occulte, creando sistemi assurdi, teorie impossibili.

Noi oggi non ne abbiamo paura, e ci contentiamo di beffarle; ma allora quell'audacia diveniva pericolosissima, giacchè in religione spingeva ad assurde eresie, in morale a pratiche incondite, a insociabilità, a ruine, dapertutto a gravissime temerità. La Chiesa, conservatrice eterna della verità incorruttibile, potea non reprimerle? Allorchè tutto metteasi in dubbio, e sollevavansi tante difficoltà senza risolverle, potea rimanervi indifferente l'autorità che si considerava custode e autrice del ben sociale come della salute eterna? Oltre dunque incorare e proteggere i lavori delle Università e de' monaci, la Chiesa condannava errori, che repugnavano non più alla fede che alla società, non più alla religione che al buon senso, come le osservazioni astrologiche, le pratiche teurgiche, le ricerche alchimistiche. Se gli erranti si ravvedevano, essa riceveali al perdono; se si ostinassero a intaccare i fondamenti della morale naturale come della rivelazione, li puniva coi mezzi che le dava la civiltà d'allora.

Il sottoporre le verità divine alle dispute umane, e confonder nel metodo stesso la ragione e la fede, la storia mostra a quali conseguenze recò, a quali spaventosi disordini, e persecuzioni, e guerre. E allora appunto incaloriva il giansenismo, ond'era a temere ricomparisse anche in questo nuovo campo la questione sul senso privato nell'interpretazione della Scrittura. E dal cuore del giansenismo Pascal pronunziava: «L'autorità ha principal forza nella teologia, perchè questa è inseparabile dalla verità: per dare certezza alle materie men comprensibili dalla ragione, basta vederle nei libri santi: per mostrar l'incertezza delle più verosimili basta mostrare che non vi sono».

Oggi una verità astronomica rimane isolata nel campo suo proprio; ma toccava all'universo sapere allorchè del cielo erasi formato quasi un mediatore fra l'assoluto e i contingenti, fra Dio e il mondo; nel cielo risedevano e le facoltà motrici della natura divina e le attive della natura terrestre: stromento del motore immobile, mobile eppur motore, gira con migliaja di astri attorno alla terra, fissa; donde la metafisica dell'astronomia: agente universale, raduna ciascuna forma e la sviluppa, donde la generazione spontanea, prodotta dal calore solare; ricetto di tutte le potenze misteriose, variamente le distribuisce fra i tre regni naturali, e le trasforma, donde la magia e le scienze occulte, e l'alchimia: co' suoi influssi governa la materia, gli spiriti, le intelligenze e gli avvenimenti; donde l'astrologia. Il pareggiare una innovazione filosofica ad un delitto sociale, non era un abuso, ma facoltà conferita dalla legge civile e canonica, riconosciuta e convalidata dalla coscienza pubblica.

E il torto di Galileo consistette appunto nel volere, come fa specialmente in una lettera alla granduchessa, mescolare le verità rivelate colle scoperte fisiche, le considerazioni teologiche colle disquisizioni scientifiche, e insegnare in qual senso fossero a intendere i passi scritturali; a questi appoggiar teoremi che richiedevano dimostrazioni del calcolo e dell'esperienza. Che la Scrittura rivelata adotti le forme e le credenze popolari per farsi intelligibile, è consentito da tutti; e già Dante cantava nel IV del Purgatorio:

Per questo la Scrittura condescende

A nostra facoltate, e piedi e mano

A Dio attribuisce, ed altro intende.

Ma Galileo diceva che «nella Scrittura si trovano proposizioni false quanto al nudo senso della parola; che essa si espresse inesattamente sin in dogmi solenni per riguardo all'incapacità del popolo; che nelle dispute naturali essa dovrebb'essere riserbata nell'ultimo luogo, prevalendo l'argomento filosofico al sacro»[325].

Temendo che la scienza non si ingrandisse che per far guerra a Dio, i buoni se ne sbigottivano sin a repudiarla; solo dappoi gl'intelletti migliori compresero che la fede non ha paura di veruna dottrina; che la critica storica può mostrarsi indipendente e imparziale senza divenire irreligiosa; laonde delle vulgarità che si lanciarono contro la Chiesa a proposito di Galileo fe ragione il buon senso, distinguendo le asserzioni semplici dagli articoli di fede, i divieti positivi e necessarj dai provvedimenti prudenziali e disciplinari, gli oracoli della Chiesa dalle deliberazioni di un tribunale particolare.

Al quale il Galileo fu denunziato quasi asserisse, egli o i suoi, che Dio è un accidente non una sostanza, non un ente sensitivo, e che i miracoli non sono letteralmente tali; onde il papa proferì: «Perchè cessi ogni scandalo, la Sacra Congregazione citi Galileo e l'ammonisca».

Gl'Inquisitori soleano rimettere l'esame del fatto a qualificatori, specie di giurati che pronunziavano su materie a loro conosciute. La risposta che il famoso Clavio e tre altri Gesuiti diedero al cardinal Bellarmino, attesta che non ripudiavano le osservazioni di Galileo; solo trovavano arroganza il suo darle, non soltanto per opinione ipotetica, ma per verità assoluta.

Il confondere le ragioni della filosofia cogl'interessi della teologia produsse che Cartesio fosse reputato avverso alla messa, attesa la sua ingegnosa distinzione fra lo spirito e la materia; che fossero riprovati Leibniz per le sue monadi e l'armonia prestabilita, Gassendi per gli atomi, Pascal pel peso dell'aria. Nei giorni stessi di cui parliamo i teologi protestanti di Tubinga anatemizzarono Keplero perchè la Bibbia insegna che il sole gira attorno alla terra: ed egli sbigottito volea distrugger l'opera sua, quando gli fu offerto un asilo in Graz, e i Gesuiti lo protessero anche contro le accuse di sortilegio avventategli dai suoi[326]. Avvenne altrettanto a Sternkammer in Inghilterra. L'accademia di Siviglia non riprovò Colombo che supponeva la terra popolata in giro? L'accademia di Francia non isgradì ai giorni stessi la proposta di navigar a vapore? Oggi stesso non vediamo i giornali, inquisizione moderna, tediare e peggio per titoli teologici? È l'eterna implacabilità de' saccenti.

Galileo non potea sfuggirla, e gl'inquisitori, sopra informazioni di persone credute competenti, condannavano opinioni ch'erano già state proclamate all'ombra della tiara, e proferirono «falsa e contraria alle divine Scritture la mobilità della terra».

Esso Galileo il 6 febbrajo 1616 da Roma scriveva a Curzio Pichena, segretario del granduca, trovarsi ben contento d'esser andato per dissipare le trame tesegli; già essersi rimosso ogni dubbio sulla sua persona. «Ma perchè alla causa mia viene annesso un capo che concerne, non più alla persona mia che all'università di tutti quelli che, da ottant'anni in qua o con opere stampate o con scritture private o con ragionamenti pubblici e predicazioni o anche in discorsi particolari avessero aderito e aderissero a certa dottrina e opinione non ignota a V. S. I., sopra la determinazione della quale ora si va discorrendo per poterne deliberare quello che sarà giusto e ottimo, io, come quegli che posso per avventura esserci di qualche ajuto per quella parte che dipende dalla cognizione della verità che ci vien somministrata dalle scienze professate da me, non posso nè debbo trascurare quell'ajuto, che dalla mia coscienza come cristiano zelante e cattolico mi vien somministrato. Il qual negozio mi tiene occupato assai, e non senza profitto... Jeri fu a trovarmi in casa quella stessa persona che, prima costà dai pulpiti, e poi qua in altri luoghi aveva parlato e macchinato tanto gravemente contro di me: stette meco più di quattr'ore, e nella prima mezz'ora che fummo a solo a solo cercò con ogni sommessione di scusar l'azion fatta costà, offrendosi pronto a darmi ogni soddisfazione. Poi tentò di farmi credere non essere stato lui il motore dell'altro motore qui. Intanto sopraggiunsero monsignor Bonsi nipote dell'ecc. e rr. cardinale, il canonico Venturi e tre altri gentiluomini di lettere: onde il ragionamento si voltò a discorrere sopra la controversia stessa, e sopra i fondamenti sopra i quali si era messo a voler dannare una proposizione ammessa da santa Chiesa da tanto tempo. Dove si mostrò molto lontano dall'intendere quanto sarebbe bisognato in queste materie, e dette poca soddisfazione ai circostanti. I quali dopo tre ore di sessione partirono, ed egli restato tornò pure al primo ragionamento, cercando dissuadermi quello che io so di certo».

E il 6 marzo: «Si sta per pigliar risoluzione sopra il libro e opinioni del Copernico intorno al moto della terra e quiete del sole, sopra la quale fu mossa difficoltà l'anno passato in Santa Maria Novella e poi dal medesimo frate qui in Roma, nominandola egli contro alla fede ed eretica. Ma per quello che l'esito ha dimostrato, il suo parere non ha ritrovato corrispondenza in santa Chiesa, la quale altro non ha ricevuto se non che tale opinione non concordi con le sante scritture; onde solo restano proibiti quei libri, i quali ex professo hanno voluto sostenere che ella non discordi dalla Scrittura; e di tali libri non c'è altro che una lettera di un padre Carmelitano stampata l'anno passato, la quale solo resta proibita. Didaco a Stunica agostiniano avendo, tre anni sono, stampato sopra Job, e tenuto che tale opinione non repugni alle Scritture, resta sospeso donec corrigatur, e la correzione è di levarne una carta nell'esposizione sopra le parole Qui commovet terram de loco suo. All'opera del Copernico stesso si leveranno dieci versi della prefazione a Paolo III, dove accenna non gli parere che tal dottrina repugni alle Scritture; e per quanto intendo, si potrebbe levare una parola in qua e in là, dove egli chiama due o tre volte la terra sidus... Io non ci ho interesse alcuno, nè punto mi ci sarei occupato se i miei non mi ci avessero intromesso».

E al 12 marzo: «... Jeri fui a baciare il piede a sua santità, colla quale passeggiando ragionai per tre quarti d'ora con benignissima udienza... Le raccontai la cagione della mia venuta qua, dicendole come, nel licenziarmi dalle loro altezze ss., rinunziai ad ogni favore che da quelle mi fosse potuto venire, mentre si trattava di religione e d'integrità di vita e di costumi. Feci constare a sua santità la malignità de' miei persecutori e alcune delle lor false calunnie: e qui mi consolò col dirmi che io vivessi con l'animo riposato, perchè restavo in tal concetto appresso la sua santità e tutta la Congregazione, che non si darebbe leggermente orecchio ai calunniatori».

Ma l'ambasciadore Pietro Guicciardini al 4 marzo avea scritto al granduca: «Il Galileo ha fatto più capitale della sua opinione che di quella de' suoi amici, ed il signor cardinale del Monte ed io e più cardinali del Sant'Offizio l'avevamo persuaso a quietarsi, e non stuzzicare questo negozio: ma se voleva tener questa opinione, tenerla quietamente senza far tanto sforzo di disporre e tirar gli altri a tener l'istessa, dubitando ciascuno che non fosse venuto altrimenti a purgarsi e a trionfar de' suoi emuli, ma a ricevere uno sfregio... Dopo avere informati e stracchi molti cardinali, si gettò al favore del cardinale Orsini... il quale in concistoro, non so come consideratamente e prudentemente, parlò al papa in raccomandazione di detto Galileo. Il papa gli disse che era bene ch'egli lo persuadesse a lasciare quell'opinione. Orsini replicò qualche cosa incalzando il papa, il quale mozzò il ragionamento, e gli disse che avrebbe rimesso il negozio ai cardinali del Sant'Offizio. E partito Orsini, il santo padre fece chiamar il Bellarmino e discorse sopra questo fatto; fermarono che questa opinione del Galileo fosse erronea ed eretica. E jer l'altro, sento fecero una congregazione sopra questo fatto per dichiararla tale; ed il Copernico ed altri autori o saranno emendati o ricorretti o proibiti. E credo che la persona del Galileo non possa patire, perchè come prudente vorrà e sentirà quello che vuole e sente santa Chiesa. Ma egli s'infuoca nelle sue opinioni, e ha estrema passione dentro, e poca fortezza e prudenza a saperla vincere... Il Galileo ci ha de' frati e degli altri che gli vogliono male e lo perseguitano; ed è in uno stato non punto a proposito per questo paese, e potrebbe mettere in intrighi grandi sè ed altri, e non veggo a che proposito nè per che cagione egli ci sia venuto, nè quello possa guadagnare standoci».

A Galileo dunque non fu inflitto verun castigo nè penitenza dalla Congregazione dell'Indice, ma solo intimato di non parlare più del sistema di Copernico, e Paolo V l'assicurò che, vivo lui, non sarebbe più molestato. Non si proscrivea la dottrina, bensì il sostenerla pubblicamente come privata interpretazione della Bibbia, e Galileo riconobbe il decreto per prudentissimo e salutifero ad ovviare i pericolosi scandali dell'età; temerarj quelli che lo biasimavano; in Italia, e più a Roma sapersene meglio che dalla diligenza oltremontana. Il cardinal del Monte informava il granduca: «Egli si parte di qua con intera la sua reputazione e con laude di tutti quelli che hanno trattato seco: e si è toccato con mano quanto a torto sia stato calunniato da nemici i quali (come afferma egli medesimo) non hanno avuto altra mira che di pregiudicargli nella grazia di vostra altezza serenissima. Io che molte volte ho parlato con lui, e ho anche sentito quelli che son consapevoli di quanto è passato; assicuro vostra altezza serenissima che nella sua persona non è ad imputare il minimo neo, ed egli medesimo potrà dar conto di sè, e reprimere le calunnie de' suoi persecutori, avendo in scritto tutto quello che gli è occorso di produrre». Il granduca Cosimo II volle viaggiasse in letiga di corte, ed entrasse in Firenze con corteo di servi di corte: premure per un processato, o riparazioni, che non hanno certo i ministri odierni.

E rimanga fisso che Galileo pretendeva alla fama di buon cattolico. Al balì Cioli scrivea: «Nessuno può revocare in dubbio la mia esemplare pietà, la mia cieca obbedienza ai comandamenti della Chiesa». Quando comparve al Sant'Uffizio, si mise in ginocchioni davanti ai cardinali supplicandoli nol dichiarassero eretico, di che gli verrebbe dolor sì acerbo, da preferire la morte; dal cardinal Bellarmino domandò un'attestazione qualmente non ebbe a far nessuna abjura delle sue dottrine ed opinioni, nè fu sottoposto a qualsiasi penitenza[327]: onde chi conosce il cuore umano e l'amor proprio dei letterati, forse dirà ch'egli si ostinasse a voler vittoria sopra gli oppositori, appunto perchè in questa parte sentivasi men sicuro che non sul campo delle matematiche, o forse perchè la contraddizione loro impediva il trionfo delle sue verità.

Moriva fra ciò Gregorio XV e nel conclave del 1623, avendo la Spagna dato esplicitamente l'esclusione al cardinal Federico Borromeo, che nell'arcivescovado suo di Milano avea zelato le prerogative ecclesiastiche, risultò eletto Matteo Barberini fiorentino, che si chiamò Urbano VIII. Uom di mondo, arricchitosi ne' traffici; per disposizione naturale e per istudio del diritto e per usata con persone esperte, acquistò pratica delle cose diplomatiche, e più vi s'addentrò stando nunzio in Francia, dove già fin d'allora trattavansi gli affari di tutta Europa. Assunto papa in età fresca, con salute atletica; grande, bruno, venerabile d'aspetto, elegante nel vestire, di modi e moti aristocratici, parlava bene e su tutte le materie; acuto ad assalire, pronto a difendersi, scherzi e lepidezze amava più che la sua dignità nol comportasse, e più che nol lasciasse aspettare la irreprovevole sua condotta; prendeva in beffa e anche in ira chi gli contraddicesse, ma facilmente deponeva lo sdegno. Dilettavasi de' poeti moderni, poeta egli stesso, senza che ciò lo stogliesse dagli studj severi. Chiamò di Germania i dotti Luca Olstenio ed Abramo Eikellense, di Levante Leone Allacci, oltre il fior degli Italiani; agli ecclesiastici interdisse i traffici scolareschi; pubblicò migliorato il Breviario romano, correggendone egli medesimo gl'inni. Diffidava di quei che lo circondavano e massime de' diplomatici e de' cardinali addetti a questo o a quel principe, e non parole ma ne volea espresse dichiarazioni. Sebbene parlasse con tal aria ingenua, che ispirava fiducia a coloro che ancor credessero possibile in un principe la sincerità, in fatto dissimulava i proprj divisamenti. Sentendo alto di sè, non volea concistoro, non consulta, ma veder tutto da sè, e diceva: «Io intendo gli affari meglio di tutti i cardinali». Franco nel disapprovare i suoi predecessori; gli si faceva un objezione tratta da antiche costituzioni papali? rispondeva: «La decisione d'un papa vivo val meglio che quella di cento papi morti»; voleasi fargli adottare un'idea? bisognava esibirgli la contraria. Amò la pace, anche perchè esausto l'erario; e pure, non che difender il suo Stato, lo rese minaccioso; vi unì il ducato d'Urbino, e se mostravangli i monumenti di marmo de' suoi predecessori, diceva: «Io ne erigerò di ferro»; pose Forte Urbano alle frontiere di Bologna, fortificò Roma; istituì a Tivoli manifatture di armi; arsenali e soldati a Civitavecchia, dichiarata portofranco, in modo che i Barbareschi venivano a vendervi le prede fatte sui Cristiani. Cercò frenare Casa d'Austria e Casa di Savoja per conservare la libertà d'Italia, che allora riponeasi nell'equilibrio fra le potenze prevalenti; si offrì mediatore fra Spagna e Francia, e davvero per tutta Europa era invocato arbitro, ma non che decorosamente sostenere sì sublime parte, cogli ambasciatori chiacchierava, dissertava anzichè stringere, e piegavasi dal sì al no per capriccio, non per ponderazione. Ma se condiscendeva nelle materie temporali, stava irremovibile dove si trattasse delle spirituali. Da San Benedetto di Polirone nel Mantovano fe trasferire le ceneri della contessa Matilde in Vaticano, ponendole un mausoleo dov'è effigiato Arrigo V ai piedi di Gregorio VII, allusione significativa dell'onnipotenza papale.

Essendo ancora nella porpora, avea egli scritto a Galileo il 15 giugno 1612, che leggerebbe i suoi libri «per confermarmi nella mia opinione che concorda colla vostra e ammirar con tutti il frutto del raro vostro intelletto»; fece versi in lode di esso; divenuto papa, lo raccomandò caldamente al granduca[328] ed assegnò una pensione a lui e a suo figlio Vincenzo; accettò la dedica del Saggiatore di esso, stampato dai Lincei: l'esortò venisse a trovarlo, come ei fece la primavera del 1624, quando seco s'intertenne a lungo sopra le sue teorie astronomiche. Intanto Galileo avea scritto sulle macchie solari e sul flusso e riflusso, e mandandoli al granduca, rammenta la proibizione fattagli; malgrado quella, aver qui ragionato come se la terra si muova; ben vuole si consideri «come una poesia, ovvero come un sogno; tuttavolta anche i poeti apprezzano talvolta alcuna delle loro fantasie: io parimente fo qualche stima di questa mia novità».

Realmente non cessava di discutere, e mettere in ridicolo gli oppositori, e allegar sempre Giobbe e Giosuè e i santi padri; e gli scolari suoi scorrevano più in là. Poi nel 1632, con approvazione del maestro del sacro palazzo, se non carpita, sottratta con gli artifizj che conosce chi s'arrabatta colla censura, pubblicò il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolomaico e copernicano, critica vittoriosa de' vecchi sistemi di filosofia naturale. Non era terminato, e proponeva un'altra giornata «per confutare in più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato, la detta opinione falsa e dannata». Mentre i dotti notavano spiegazioni false e monche, gl'invidiosi insusurrarono Urbano VIII perchè Galileo, dopo essere sì umanamente trattato, non solo fallisse alla promessa di non più discorrerne, ma in quel dialogo avesse adombrato lui papa nel grossolano peripatetico Simplicio, e messe in iscena appunto le conversazioni che in proposito avea tenute con esso. Urbano, che avea le passioni d'uomo e di letterato, si risentì di quello scherno vero o supposto, mandò ad esaminare il libro alla Congregazione di cardinali, e questi lo rimisero all'Inquisizione perchè chiarisse in qual senso Galileo continuasse a sostenere quell'opinione. Allora egli fu citato a Roma. Avrebbe potuto passare a Venezia o in Olanda, ove sarebbe stato accolto a braccia aperte: ma preferì obbedir alla citazione.

Il processo di Galileo fu stampato dal cardinal Marini: un estratto ne fu dato dall'Alberi nel IX volume delle opere di Galileo. Ma dopochè Biot aveva sgomberato la storia da una menzogna e da una sciocchezza intorno alle sevizie usate a quel grande, il Perchappe, Bertrand ed Ernesto Renan[329] (oltre il Libri) tornarono a rilevarla, dicendo che, stando il processo in mano d'ecclesiastici, possono averne cancellato ogni cenno di tortura. È argomento insulso verso persone che della tortura non si faceano scrupolo: è argomento strano, pel quale potrebbe torsi fede ad atti ed accuse qualunque. Pure noi vorremo lasciar da banda il processo, e citar le lettere e le informazioni che il ministro del granduca a Roma inviava a' suoi principi, caldi sostenitori del Galilei. Eccoli:

1632, 24 agosto. Sento da qualche amico ci sia pensiero non di proibir il libro, ma sibbene che si accomodino alcune parole...

5 settembre. Sua santità proruppe in molta collera, e all'improvviso disse che anche il mio Galilei aveva ardito di entrar dove non doveva; ed in materie le più gravi e le più pericolose che a questi tempi si potessero suscitare... e d'aver decretata una congregazione di teologi e d'altre persone versate in diverse scienze, gravi e di santa mente, che parola per parola pesavano ogni minuzia, perchè si trattava della più perversa materia che si potesse mai aver alle mani, tornando a dolersi d'essere stata aggirata da Galileo e dal Ciampoli... Aggiunse d'aver usato col signor Galilei ogni urbanità, perchè gli ha fatto penetrare quel che egli sa; e non ne ha commessa la causa alla Congregazione della Santa Inquisizione come doveva, ma a Congregazione particolare, creata di nuovo...

11 settembre. In effetto il papa vi ha senso, perchè tiene che s'incorra in molti pericoli della fede, non si trattando qui di materie matematiche, ma della scrittura sacra, della religione e della fede, perchè non è stato osservato il modo e l'ordine dato nello stampare il libro...

26 dicembre. Il Galilei sarà sicuramente ristretto d'abitazione, e posto in qualche necessità o di disdirsi o di scrivere contro a quel che ha pubblicato.

Non ci sia negato di riflettere come la piccola Toscana, popolata di non un milione di anime, pesasse nella bilancia europea, fosse cerca da tutte le Corti, trafficasse in America e nelle Indie Orientali, creasse una flotta nel Mediterraneo, colla quale toglieva Bona ai Barbareschi, e sui Turchi riportava vittorie, che meritavano gli inni del Chiabrera e del Filicaja.

E molto ascoltato n'era a Roma il ministro Niccolini, il quale assiduamente teneva informato il duca; e come la difficoltà consistesse in ciò che il Galilei, «sebbene si dichiara di voler trattare ipoteticamente del moto della terra, nondimeno, in riferire gli argomenti, ne parla e ne discorre poi assertivamente e concludentissimamente, ed ha contravvenuto all'ordine datogli nel 1616 dal cardinale Bellarmino d'ordine della Congregazione dell'Indice[330], e spesso torna a lagnarsi perchè si ostina a voler fare il teologo, e resiste agli amici che gli consigliano di prender aria ed evitare la lotta.

Citato, il Galileo tardò cinque mesi: venticinque giorni consumò nel viaggiar da Firenze a Soma. Quivi giunto, prosegue il Niccolini, ai 13 marzo:

Il papa mi rispose d'avergli fatto un piacer singolare, e non più usato con altri, in contentarsi che possa trattenersi in mia casa, invece del Sant'Uffizio... un cavalier di casa Gonzaga non solamente fu messo in una lettiga accompagnato e guidato fino a Roma, ma condotto in castello, e tenuto ivi molto tempo, fino all'ultimo della causa... Il cardinale Barberino disse lo stimava per uomo singolare, ma che questa materia è assai delicata, potendosi introdurre qualche domma fantastico nel mondo, e particolarmente in Firenze, dove gl'ingegni sono assai sottili e curiosi...

Sua santità mi disse non credere si possa far di meno di non lo chiamar al Sant'Uffizio quando s'avrà a esaminare, perchè così è il solito. Io le replicai di sperare che la santità sua fosse per raddoppiare l'obbligazione con dispensarlo anche da questa, ma mi fu risposto di credere che non si potrà far di meno... e che Iddio gli perdoni di entrar in queste materie, tornando a dire che si tratta di dottrine nuove e della sacra scrittura, e che la meglio di tutte è quella di andar con la comune... che v'è un argomento al quale non hanno mai saputo rispondere, che è, che Iddio è onnipotente, e può far ogni cosa: se è onnipotente, perchè vogliamo necessitarlo?[331]. Conchiuse che gli avrebbe fatto dare certe stanze, che son le migliori e le più comode in quel luogo...

16 aprile. Dopo trasferito colà, il cardinale Barberino m'offerse tutte le comodità desiderabili, e che vi sarebbe tenuto non come in prigione nè in secrete, ma provisto di stanze buone, e forse anche lasciate aperte... Si procura che possa tenervi un servitore, e tutte le comodità...

Il padre commissario del Sant'Uffizio lo ricevette con dimostrazioni amorevoli, e gli fece assegnar non le camere o segrete solite darsi ai delinquenti, ma le proprie del fiscale di quel tribunale; in modo che non solo egli abita fra i ministri, ma rimane aperto e libero di poter andare sin nel cortile... Si vede sarà spedito presto, perchè in questa causa s'è proceduto con modi insoliti e piacevoli... mentre si sa che vescovi, prelati o titolati, appena giunti in Roma sono stati messi in Castello o nel medesimo palazzo dell'Inquisizione con ogni rigore e con ogni strettezza. Anzi gli permettono che il suo servitore medesimo lo serva, e vi dorma, e quel ch'è più, vada e torni donde gli piace, e che i miei medesimi servitori gli portino di qui la vivanda in camera, e se ne tornino a casa mia mattina e sera...

25 aprile. Il signor Galilei... mi scrive giornalmente, ed io gli rispondo e gli dico il mio senso liberamente, senza che vi si pensi punto...

1 maggio. Il signor Galileo mi fu rimandato jeri a casa quando manco l'aspettavo, ancorchè non sia finito il suo esame, e questo per gli uffizj fatti dal padre commissario col signor cardinale Barberino, che da se stesso, senza la Congregazione dell'Indice, l'ha fatto liberare perchè possa riaversi dai disagi e dalle sue indisposizioni solite che lo tenevano continuamente travagliato...

3 maggio. Il signor Galilei fu lasciato tornare in questa casa, dove pare sia tornato in migliore stato di salute. E perchè desidera che si venga all'ultima terminazione della sua causa, il padre commissario del Sant'Uffizio gli ha data qualche intenzione di venire a questo fine a trovarlo...

22 maggio. Parlai con sua santità della spedizione del negozio del signor Galileo, e mi fu data intenzione che la sua causa si terminerà facilmente nella seconda congregazione di giovedì a otto giorni. Posso ben dubitare assai della proibizione del libro, se non vi si rimediasse col fargli fare un'apologia da lui medesimo, come io proponeva a sua beatitudine. Ed a lui toccherà anche qualche penitenza salutare, pretendendo ch'egli abbia trasgrediti gli ordini nel 1616 datigli dal cardinale Bellarmino sopra la medesima materia del moto della terra. Io non gli ho ancor detto ogni cosa, perchè intendo, affine di non l'affliggere, d'andarvelo disponendo pian piano...

18 giugno. Ho di nuovo supplicato per la spedizione della causa del signor Galilei, e sua santità mi ha significato ch'ella è di già spedita, e che di quest'altra settimana sarà chiamato una mattina al Sant'Uffizio per sentirne la risoluzione... Aggiunge che avea fatta volentieri ogni agevolezza al signor Galileo in riguardo dell'amore che porta al granduca, ma quanto alla causa non si potrà far di meno di non proibire quell'opinione perchè erronea e contraria alle sacre scritture. E quanto alla persona, dovrebbe egli per ordinario rimaner qui prigione per qualche tempo, per aver contravenuto gli ordini che teneva fin dal 1616, ma che, come sarà pubblicata la sentenza, mi rivedrà di nuovo, e tratterà meco di quel che si possa fare per manco male e per manco affliggerlo... ma che non si potrà far di meno di non lo rilegare in qualche convento, come in Santa Croce, per alcun tempo... Io non ho riferito al signor Galileo che la prossima spedizione della causa e la proibizione del libro, ma della pena personale non gliene ho detto niente per non affliggerlo, e anche sua beatitudine mi ha ordinato di non gliene conferire per non lo travagliar ancora...

26 giugno. Il signor Galileo fu chiamato lunedì sera al Sant'Uffizio, ove si trasferì martedì mattina per sentire quel che potessero desiderare da lui, ed essendo stato ritenuto, fu condotto mercoledì alla Minerva avanti alli signori cardinali e prelati della Congregazione[332], dove non solamente gli fu letta la sentenza, ma fatta anche abjurare la sua opinione. La sentenza contiene la proibizione del suo libro, come ancora la sua propria condannazione alle carceri del Sant'Uffizio a beneplacito di sua santità, per essersi preteso ch'egli abbia trasgredito il precetto fattogli sedici anni sono intorno a questa materia. La qual condannazione gli fu solo permutata da sua beatitudine in una relegazione o confine al giardino della Trinità de' Monti, dove io lo condussi venerdì sera, e dove ora si trova, per aspettar quivi gli effetti della clemenza della sua santità.

3 luglio. Mi disse sua santità che, sebbene era un poco presto diminuirgli la pena, nondimeno s'era contentato di permutargliene prima nel giardino del granduca, ed ora che potesse arrivar fino a Siena, per star quivi in qualche convento a beneplacito... o appresso monsignor arcivescovo. Pensa poi di permettergli fra qualche tempo che se ne vada alla Certosa di Firenze.

Egli stesso il Galileo dappoi, al 23 luglio, da Siena scriveva ad esso balì Gioli:

Le scrivo spinto dal desiderio di liberarmi dal lungo TEDIO di una carcere di più di sei mesi, aggiunto al travaglio ed AFFLIZION DI MENTE di un anno intero, ed anco non senza molti incomodi e PERICOLI corporali; e tutto addossatomi per quei miei demeriti che son noti a tutti, fuorchè a quelii che mi hanno di questo e di maggior castigo giudicato colpevole.

Dopo ciò, non so come basti fronte ai sofisti per supporre fin la brutalità di sevizie personali[333]. La prigione stessa, che pur toccò ai cardinali Polo e Moroni e al Caransa, fu risparmiata a lui[334], perchè non trattavasi di un punto di fede, bensì di matematica. E indegni figli d'Italia van supponendo che in Italia gli fosse inflitta la tortura!

Eliseo Masini stimò bene di esporre in italiano il Sacro Arsenale, ovvero Pratica dell'ufficio della santa Inquisizione (Bologna 1675); tanto poco si cercava di tener nascoste quelle procedure. Nella sesta parte vien egli a parlare della tortura. «Avendo il reo negato i delitti oppostigli, e non essendosi essi pienamente provati, s'egli, nel termine assegnatogli a far le sue difese non avrà dedotto a sua discolpa cosa alcuna, ovvero, fatta difesa, ad ogni modo non avrà purgato gl'indizj che contro lui risultano dal processo, è necessario, per averne la verità, venir contro di lui alla rigorosa esamina, essendo stata appunto trovata la tortura per supplir al difetto di testimonj, quando non possono intera prova portare contro il reo». E prosegue a dimostrare come ciò «punto non sconviene all'ecclesiastica mansuetudine e benignità».

Ora nel caso del Galilei, nessuna di queste circostanze interveniva. Il Masini prosegue che, «perchè in negozio di tanta importanza si può facilmente commettere errore, o in pregiudizio notabile della giustizia, sicchè i delitti restino impuniti, o in danno gravissimo ed irreparabile de' rei, fa di bisogno che l'Inquisizione proponga prima, nella congregazione de' consultori del Sant'Offizio il processo offensivo e difensivo, e col dotto e maturo consiglio di essi si governi e adopri sempre»[335].

E spiegando a minuto le procedure varie, per ogni caso di tortura esige il previo consenso della sacra Congregazione. Or nella sentenza di Galileo è detto: Judicavimus necesse esse venire ad rigorosum examen tui, in quo respondisti catholice. Volesse anche dir la tortura, poichè rispose catholice non gli fu inflitta. Galileo non si ostina: anche testè Proudon, amava meglio Galileo in ginocchio che in carcere; incalzato, non solo professa «non tener per vera la dannata opinione copernicana, e tener per verissima e indubitata l'opinione di Tolomeo, cioè la stabilità della terra e la mobilità del sole», ma fin dal primo interrogatorio dichiara: «Del non aver io poi tenuta nè tener per vera la dannata opinione della mobilità della terra e stabilità del sole, se mi verrà conceduta, come io desidero, abilità e tempo di poterne fare più chiara dimostrazione, io sono accinto a farla, e prometto di ripigliare gli argomenti già recati (per compiacenza di sottilizzare, ha detto innanzi) a favore della detta opinione falsa e dannata, e confutarli in quel più efficace modo, che da Dio benedetto mi verrà somministrato».

Abbastanza avrà patito quel grande nel vedersi obbligato a declinare le sue opinioni davanti a persone incompetenti e prevenute: perocchè la persecuzione ebbe i soliti effetti immorali; quei giudici disonorandosi col presumersi autorevoli in materie ad essi estranee, disonorandosi Galileo coll'abjurare opinioni di cui era convinto, e colla propria disdetta facendo credere ragionevole la persecuzione.

Deploriamo gli errori umani, condanniamo questa implacabile nimicizia de' mediocri contro gli alti ingegni, e l'insanabile debolezza degli amici contro l'operosità de' nemici[336], ma non facciamone aggravio alla Chiesa, nè esageriamo i torti dell'Italia, attribuendo ad essa quel ch'è della natura umana. Forse non ebbe ben più serj travagli il gran Keplero? il quale in patria era atteggiato nelle burlette colla parte di buffone. Newton, che stabilì la legge più universale, la gravitazione, non solo fu combattuto da Fontenelle, da Cassini, da Bernouilli, ma il gran Leibniz l'imputava di materialismo, e i principj neutoniani trovava funesti alla religione. Nel caso nostro, Roma seppe rispettare un grande, di cui credea dover disapprovare gl'insegnamenti; mentre l'età nostra offrì ben diversi esempj in casi dove la persecuzione non era tampoco giustificata da profonde convinzioni. Galileo fu condannato alla prigione «per quanto tempo piacesse»; ma Urbano papa gliela commutò subito in relegazione nel giardino de' Medici sul delizioso Pincio. Vi si aggiungeva l'obbligo di recitar una volta la settimana i salmi penitenziali; ma questo se lo assunse sua figlia suor Maria Celeste, le cui lettere, scrittegli dal convento di San Matteo in Arcetri, tutte d'affetto e di pietà, appajono come un soavissimo ruscello tra la motta di quel processo[337]. Presto egli fu trasferito a Siena nel palazzo dell'arcivescovo suo amicissimo; e appena a Firenze cessò la peste, fu reso alla sua villa d'Arcetri, ove proseguì i lavori fin quando perdette la vista. Quivi il Galilei usava frequente la compagnia di varj frati, con altri era in amicizia, e principalmente con frà Bonaventura Cavalieri[338]. Benedetto Castelli, ai 16 marzo del 1630 scrivevagli: «Il padre Campanella, parlando i giorni passati con nostro signore, gli ebbe a dire che aveva avuto certi gentiluomini tedeschi alle mani per convertirli alla fede cattolica, e che erano assai ben disposti, ma che avendo intesa la proibizione del Copernico, erano restati in modo scandolezzati, che non ne aveva potuto far altro; e nostro signore rispose le precise parole seguenti: Non fu mai nostra intenzione, e se fosse toccato a noi, non si sarebbe fatto quel decreto»[339]. Vuol dire che il papa era servo del regolamento, e rispettava l'indipendenza de' tribunali, come si usa in ogni ben costituito reggimento. Galileo stesso da Arcetri il 26 luglio 1636 scriveva a frà Fulgenzio Micanzio, l'amico di frà Paolo Sarpi: «Di Roma intendo che l'eminentissimo cardinale Antonio e l'ambasciadore di Francia hanno parlato a sua santità cercando sincerarla come io mai non ho avuto pensiero di fare opera sì iniqua di vilipendere la persona sua, come gli scellerati miei inimici le aveano persuaso, CHE FU IL PRIMO MOTORE DI TUTTI I MIEI TRAVAGLI: e che a questa mia discolpa rispose, Lo crediamo, lo crediamo; soggiungendo però che la lettura del mio dialogo era alla cristianità perniziosissima». Aggiungiamo che il cardinale Cajetano aveva commesso al Campanella di scrivere l'apologia del Galilei; e quando questi era moribondo, san Giuseppe Calasanzio gli mandò uno de' suoi preti ad assisterlo: morto, fu deposto in Santa Croce.

È natura dell'ingiustizia la difficoltà del ripararla, per non tornare sul giudicato, per non confessar il torto, per non mortificare il nostro amor proprio. E i libri di Galileo e quei che sostenevano il sistema copernicano rimasero nell'Indice donec corrigantur, tanto che ancora nel 1748 il celebre metereologo Toaldo avendo trovato nell'Università di Padova il dialogo di Galileo intorno al sistema copernicano, lo stampò, ma premettendovi la protesta dell'autore che il moto della terra non possa sostenersi se non come ipotesi; emendando i passi ov'era dato per teorema assoluto, e unendovi la dissertazione del Calmet, ove i passi scritturali sono cattolicamente combinati colla scienza[340]. Nel 1820 nelle scuole romane liberamente trattavasi della mobilità della terra non più in forma d'ipotesi; poi dall'Indice scomparve quella deformità, viepiù sconveniente quando Roma e gli Ordini religiosi diedero e danno tanti insigni astronomi e tanto favore a questa scienza.

Nè taciamo che la prova della mobilità della terra con indizj fisici, vale a dire la deviazione progressiva del piano d'oscillazione d'un pendolo sospeso a un punto fisso, non fu trovata che ai giorni nostri da Foucault. Ma al vedere cotesta pertinacia in rinfacciare questo errore, si sarebbe indotti a dire che altro non se ne sia commesso. Del resto un giudizio erroneo di tribunal civile infirma forse la legge, o le istituzioni giuridiche? E appunto qui s'ingannò un tribunale ecclesiastico, non già il papa: foss'anche il papa, non pronunziava ex cathedra. Perocchè della Chiesa vanno distinti i pronunziati assoluti sulle verità di fede e morale, e quelli soltanto relativi ad esse o alla disciplina. Ai primi il fedele sottomette affatto la sua ragione; gli altri guarda con rispetto, senza però tenervisi obbligato di fede. In questa nostra mistura poi di male e di bene, di dottrine eterne e di opportune, c'è dei veri, pericolosi a un dato tempo, o che non voglionsi accettare alla cieca perchè ancora disputati: s'incolperebbe a buon dritto l'autorità tutrice che avvisa sopra di esse?

E poichè in questo discorso ci occupammo assai d'uomini insigni, sia luogo a rammentare la conversione d'un illustre straniero. Nicolò Stenon di Copenaghen, lodato naturalista, visitò l'Italia e Roma, dove i discorsi di valenti persone lo fecero dubitare della religione protestante in cui era cresciuto. Venuto a Firenze il 1666, per istanza del Viviani fu dal granduca dato maestro al principe Ferdinando, «ordinandomi (così scrive lo Stenon medesimo) con questi precisi termini, che io gli insegnassi la filosofia cristiana; e venuto poi a dar principio all'esecuzione di questi suoi comandi, un'altra volta mi disse che io gli facessi ben capire, che v'era un altro principe superiore, alla cui autorità stanno sottoposti tutti i principi».

Al convento d'Annalena tornò più volte per comprare manteche e simili cose, ove suor Maria Flavia del Nero[341], udito ch'egli era eretico, gli disse non potrebbe salvarsi, ed entrò seco in ragionamento dell'anima: egli con essa recitava l'Ave Maria, ma solo la metà, non potendo credere all'intercessione della beata vergine e de' santi: pure s'asteneva dalle carni il venerdì e sabato, e visitava chiese, a consiglio della pia, che lo mise in corrispondenza con dotti padri. Sempre però egli era trattenuto dalla vergogna di parere apostato, e più volentieri udiva la monaca parlarle del nostro Cristo, come le donne sanno fare cioè col cuore. In ciò lo coadjuvava la signora Arnolfini, moglie dell'ambasciadore di Lucca, finchè dopo lunghi discorsi e studio de' Padri, abjurò.

Anche qui lasciamo la parola a lui stesso, che così scrive ad essa Arnolfini:

Nell'ultima venuta costà di questa Corte, a cui ho l'onore di servire, promisi a vossignoria di spiegarle in carta le ragioni che mi aveano persuaso ad abbandonare la credenza luterana di cui era stato tenacissimo, e ad abbracciare la fede cattolica romana, da me per l'addietro aborrita. Ho tardato molto a soddisfare a questo mio debito; perchè stimavo di esser tenuto ad esporle tuttociò che appartiene a sì gran causa. Un tale assunto era materia piuttosto da volumi che da una lettera: e questo pensiere mi ha sospeso la penna più lungamente di quel che richiedevano e la mia promessa e il mio desiderio. Finalmente per servir più che posso la brevità, ho risoluto di restringermi a un solo articolo; ed a quello appunto, sopra del quale Iddio mi diede i primi impulsi per cercare sinceramente la verità di quel ch'egli avea rivelato alla sua Chiesa, e che dovea credersi da noi con fede divina, non soggetta ad errori. Certificato che fui della verità dell'articolo di cui le parlerò, non ebbi più dubbio veruno di esser tenuto ad abbandonare la credenza luterana: poichè, dove una religione erra in un punto sostanziale della fede, al certo non può essere da Dio, il quale, siccome per la sua infinita sapienza è incapace di errore, così per la somma sua veracità è incapace di mentire in quel che dice, ed ingannarci co' suoi detti; onde non può non essere una mera invenzione degli uomini qualunque sètta che discordi da quello che a noi consta essere stato rivelato da Dio alla sua Chiesa. E benchè io mi restringa ad un sol punto nella presente, non avrò difficoltà a render ragione degli altri, sopra de' quali piacesse a vossignoria di chiedermela.

Mi ritrovava io in Livorno, dove ella si ritrovava, nel tempo della solennità del Corpus Domini; ed al veder portare in processione con tanta pompa quell'ostia per la città, sentii svegliarmisi nella mente quest'argomento: O quell'ostia è un semplice pezzo di pane, e pazzi sono costoro che gli fanno tanti ossequj; o quivi si contiene il vero corpo di Cristo, e perchè non l'onoro ancor io? A questo pensiero, che mi scorse l'animo, da un canto non sapea indurmi a credere ingannata tanta parte del mondo cristiano, qual è quella de' Cattolici romani, numerosa d'uomini svegliati e dotti; dall'altro non volea condannare la credenza in cui era nato ed allevato. E pure era forza il dire o l'uno l'altro: poichè non vi era nè vi è modo di conciliare insieme due proposizioni che si contraddicono, nè di poter reputar vera quella religione, che in un punto tanto sostanziale della fede cristiana andasse errata, e facesse errare i suoi seguaci.

In questo stato capitai in Firenze per dimorarvi qualche spazio di tempo, a cagione della lingua italiana che qui si parla con fama di pulizia, e proseguir dipoi il mio viaggio a vedere il resto delle principali città dell'Italia. Qui, per soddisfare all'incertezza dell'animo mio agitato nell'accennato mistero dell'eucaristia, adoperai ogni possibile diligenza nel cercare la verità, confidato in Dio che mi avrebbe scorta la mente col suo lume a conoscere il vero che io cercava con sincerità di cuore; comunque l'educazione avuta fin dalla mia nascita nella credenza luterana mi facesse forza, e mi animasse al contrasto ed all'ostinazione nelle mie antiche opinioni. Non contento di trattare sopra tal materia con persone dotte, delle quali niuno può negare che molte non ve ne sieno fra i Cattolici, volli con mio agio chiarirmi de' testi originali della sacra scrittura e degli autori antichissimi, ed in più modi, e particolarmente in una famosa libreria di antichissimi manoscritti greci ed ebrei, a fine di non fidarmi delle versioni latine senz'altro esame, ma di riscontrarle co' testi originali delle accennate due lingue, giacchè per lo studio già fattone le possedevo. Insomma, dopo il molto conferire, il molto leggere ed un lungo esaminare e riscontrare quanto leggevo ed udivo, non potei non rimaner convinto e della verità che in fatti professano i Cattolici romani, e della falsità nella quale vivono ingannati i Luterani. Lo stesso avverrà a chiunque de' Luterani sinceramente si farà a cercare il vero: poichè Iddio non lascerà d'illuminare chi cerca la vera fede con cuor sincero, siccome per sua bontà ho sperimentato in me stesso.

E perchè la fede divina, quale è quella con cui si crede nella vera Chiesa di Cristo, si dee fondare sulla parola divina, ecco a vossignoria come sopra tal fondamento mi son io fermissimamente persuaso di tre verità, che sono le sostanziali intorno al sagramento dell'Eucaristia, sopra del quale furono i miei primi dubbj, conforme le ho accennato.

La prima che, in virtù delle parole della consacrazione per la forza onnipotente di Gesù Cristo nostro signore, il quale istituì il sagramento dell'Eucaristia, si fa la mutazione sostanziale del pane nel corpo di Gesù Cristo, e del vino nel sangue di lui:

La seconda, che il corpo di Cristo non solo si ritrovi nel pane consacrato nel tempo dell'uso di tal sacramento, e fino alla comunione; ma ancora dipoi, e fuori dell'uso attuale; e lo stesso dee intendersi del sangue in ordine al vino consacrato, dove questo si conservasse:

La terza, che non è contro la sacra scrittura, ossia la parola di Dio, l'amministrarsi il sagramento dell'Eucaristia solamente sotto una specie qual è quella del pane, anzi ciò è un rito convenevolissimo.

Per discorrere distintamente incomincierò dalla prima verità. Questa con ogni chiarezza viene esposta nell'evangelio di san Giovanni al capo 6, dove si legge, come detto da Cristo N. S., Panis quem ego dedero, caro mea est pro mundi vita; e più sotto nel medesimo capo, dice il medesimo Signore: Caro mea vere est cibus, et sanguis meus, vere est potus. San Matteo poi, nel riferire l'istituzione di questo divinissimo sagramento nel capo 26, parla come segue: Cœnantibus autem eis, accepit Jesus panem, et benedixit ac fregit, deditque discipulis suis, et ait: Accipite et comedite; hoc est Corpus meum. Et accipiens calicem, gratias egit, et dedit illis dicens: Bibite ex hoc omnes; hic est enim sanguis meus novi testamenti, qui pro multis effundetur in remissionem peccatorum. Parimente san Marco parla dell'istesso tenore al capo 14. Et manducantibus illis, accepit Jesus panem, et benedicens fregit, et dedit eis, et ait, Sumite; hoc est Corpus meum. Et accepto calice gratias agens dedit eis, et biberunt ex illo omnes, et ait illis: Hic est sanguis meus novi testamenti qui pro multis effundetur. Così fa anche san Luca nel capo 22 del suo Evangelio. Et accepto pane, gratias egit, et fregit, et dedit eis dicens: Hoc est corpus meum quod pro vobis datur. Similiter et calicem, postquam cœnavit dicens: Hic est calix novum testamentum in sanguine meo, qui pro vobis fundetur. Finalmente l'Apostolo san Paolo, nell'epistola prima a' Corinti al capo 11 parla nel modo seguente: Ego enim accepi a Domino, quod et tradidi vobis quoniam Dominus Jesus, in qua nocte tradebatur accepit panem, et gratias agens fregit, et dixit: Accipite et manducate, hoc est corpus meum, quod pro vobis tradetur: hoc facite in meam commemorationem. Similiter et calicem, postquam cœnavit, dicens: Hic calix novum testamentum est in meo sanguine; e dopo soggiunge: Itaque quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit calicem Domini indigne, reus erit corporis et sanguinis Domini.

Su questi testi sì chiari della Scrittura divina fondano i Cattolici la loro dottrina ed indubitabile credenza intorno alla presenza reale del corpo di Gesù Cristo sotto le specie del pane, e del suo sangue sotto le specie del vino; nè si può dire altrimenti se non si vuol fare una manifesta violenza a' sensi chiarissimi di tali testi, conforme l'han fatta i Sacramentarj, gli Zuingliani, i Calvinisti e simili, i quali contro la verità hanno insegnato, che tali testi parlino metaforicamente e figuratamente, sicchè si abbia ad intendere che il pane sia una figura del corpo di Cristo, ed il vino lo sia del suo sangue. Niun uomo disappassionato si può figurare un tal senso in tali proposizioni per se stesse chiarissime, e quando non altro, una tale spiegazione si convince falsissima da ciò che si dice del corpo, Quod pro vobis tradetur; del sangue, Qui pro vobis, qui pro multis effundetur; poichè non la figura, ma il vero corpo e il vero sangue di Gesù Cristo fu quello che fu dato e fu sparso sulla Croce per la redenzione del genere umano, e per la remissione de' nostri peccati. Di più, come si possono accordare con tale spiegazione quelle altre parole in san Giovanni: Panis, quem ego dedero, caro mea est pro mundi vita; Caro mea vere est cibus et sanguis meus vere est potus? Posta l'accennata spiegazione, come poteva dire il Signore, che il pane che egli avrebbe dato è la sua carne, e che la sua carne e 'l suo sangue sono veramente cibo e veramente bevanda, se tutto si riduce ad una figura, ad un segno, ad un simbolo?

Fondano ancora sopra de' medesimi testi i Cattolici romani quest'altra verità, che, in virtù della consacrazione, cessino le sostanze del pane e del vino, ed in vece loro succedono sotto quelle specie il corpo ed il sangue di Gesù Cristo. Lutero in questo punto ha parlato in diverse maniere, conforme può vedersi nelle sue scritture a que' di Argentina, a' Valdesi ed altri, discordando da se medesimo. I suoi primi discepoli hanno insegnato, e dietro ad essi insegnano e credono i seguaci della loro credenza, che nel tempo dell'uso del sagramento vi sia bensì la reale presenza del corpo e del sangue di Cristo, ma unitamente anche le sostanze del pane e del vino; il che è negato costantemente da' Cattolici, e si prova naturalissimamente da' medesimi testi soprallegati, a non voler cavillare ed interpretare di capriccio la parola di Dio, ma secondo il suo vero e naturale senso, conforme è di ragione che se ne intenda il significato. Imperocchè, come si può verificare in senso reale (non avendo più luogo il mistico o figurato de' Sacramentarj e loro partigiani, impugnati da' medesimi Luterani, non che da' Cattolici romani) il detto di Cristo, Il pane che io vi darò è la mia carne: questo è il mio corpo: questo è il mio sangue; siccome egli disse del pane che aveva in mano, e del vino che era nel calice da lui tenuto in mano? Imperocchè sarebbe stato necessario, per avverarsi ciò in senso reale, che veramente il pane fosse il suo corpo, ed il vino fosse il suo sangue; rimanendo quello pane, e questo dell'essere sostanziale di vino: il che ognun vede che è cosa impossibile, e che rinchiude implicanza. Adunque il senso legittimo e naturale di tali testi è quello che insegnano i Cattolici, secondo il quale le predette proposizioni della sacra scrittura portano la vera e reale mutazione del pane nel corpo, e del vino nel sangue del Signore; sicchè il senso sincero sia: Quello che vi do sotto l'apparenza, o specie del pane, non è più pane ma il mio corpo sotto le specie del pane; e lo stesso si dica del vino consacrato; siccome nelle nozze di Cana Galilea, mutata l'acqua in vino per l'onnipotenza del Signore, non rimase già la stessa cosa acqua e vino, ma quella fu tramutata in questo. Certo sarebbe una mostruosa interpretazione di quelle parole dell'evangelio di san Luca al capo 7, Cœci vident, claudi ambulant etc., se si desse loro questo senso che coloro fossero insieme ciechi e veggenti, storpi e raddrizzati a camminare; mentre il senso vero naturale delle citate parole è: Quei che erano ciechi, ora non son più ciechi, ma veggono; quei che erano storpj o zoppi, ora non sono più storpj o zoppi, ma sono abilitati nella persona a poter camminare.

Nè questo intendimento avuto per vero e legittimo da' Cattolici romani contro gl'insegnamenti de' Sacramentarj e loro simili, e de' Luterani, è una cosa nuova nella Chiesa di Cristo, come han preteso que' che sono contrarj alla Chiesa romana, ma è antichissimo nella Chiesa, e tramandato a noi di secolo in secolo fino dal primo in che Gesù Cristo la fondò, come cosa chiarissimamente fondata nella parola di Dio, espressa nei testi sopracitati, alla quale non si può dare altra legittima spiegazione. Per isfuggire lunghezze maggiori porterò qui a vossignoria alcune autorità di quelli che hanno scritto ne' primi cinque secoli, uomini dottissimi e che sono venerati anche da' Luterani, come gran maestri della Chiesa di Dio; per le quali si vede che la Chiesa romana di mano in mano ha sempre seguita e insegnata la vera fede insegnataci da Cristo, e che le sue dottrine non sono inventate dagli uomini dopo più secoli dalla fondazione della Chiesa, per politica, o per altri motivi e disegni umani, conforme senza ragione han preteso i suoi avversarj.

Tralascio quello che si ha negli atti del martirio di sant'Andrea apostolo descritti da' suoi discepoli, che furono presenti alla sua passione e morte, per ristringermi a' soli dottori. Nel primo secolo scrissero adunque sant'Ignazio vescovo e martire, e san Dionisio areopagita, ancor esso illustre per i medesimi pregi, ambedue contemporanei degli apostoli.

Il primo, nella sua epistola a' cittadini di Smirne, scrivendo di quegli eretici, i quali negavano che Cristo avesse vera carne, così dice: Eucharistias et oblationes non admittunt, quod non confiteantur eucharistiam esse carnem Salvatoris, quæ pro peccatis nostris passa est, quam pater sua benignitate suscitavit. Il secondo, nel libro De Hierarchia eccles. cap. 3, parte 3, oltre le molte cose che dice di questo sagramento, così a lui parla: O divinissimum et sacrosanctum sacramentum, abducta tibi significantium signorum operimenta aperi, et perspicue nobis fac appareas, nostrosque spirituales oculos singulari et aperto tuæ lucis fulgore imple. Una tale invocazione pazzamente, anzi empiamente si farebbe al sagramento, se questo fosse pane lavorato di frumenti, e non pane celeste e divino, qual è il corpo di Gesù Cristo.

Nel secondo secolo, cioè dal cento al dugento, fiorirono san Giuliano e sant'Ireneo. Il primo nell'Apologia al capo 2 verso il fine, asserisce che quel cibo del quale ci alimentiamo, cioè il pane santificato dalla parola di Dio, è la carne del Signore; e le sue parole sono: Sic etiam per preces verbi Dei ab ipso eucharistiam factum cibum, ex quo sanguis et carnes nostræ per mutationem aluntur, illius incarnati Jesu et carnem et sanguinem esse edocti sumus. Il secondo, nel lib. IV, al capo 34, dice: quomodo constabit eis, eum panem, in quo gratiæ actæ sunt, esse corpus Domini sui. Sicchè l'uno e l'altro vuole che sia vera questa proposizione: Il pane consacrato è il corpo del Signore; ma senza la mutazione del pane nel corpo del Signore non può essere vera, poichè il pane rimanendo pane, mai non può essere il corpo del Signore, siccome abbiam detto di sopra. Nè io replicherò quest'argomento intorno alla seguente autorità, perchè lo stimo superfluo; potendo ognun vedere che tutte si tiran dietro le suddette mutazioni, se non vuol farsi volontariamente cieco per non vederlo.

Nel terzo secolo scrissero Tertulliano e san Cipriano. Il primo nel libro IV contro Marcione, dice di Cristo: Acceptum panem corpus suum facit dicendo: Hoc est corpus meum. Il secondo nel sermone De Cœna Domini dice: Panis iste, quem Dominus discipulis porrigebat, non effigie, sed natura mutatus omnipotentia verbi, factus est caro.

Nel quarto secolo scrissero Cirillo Gerosolimitano, Ambrogio vescovo di Milano, san Gregorio Nisseno, e san Gaudenzio. Il primo nella sua Catechesi 4. Mystagog, così dice: Aquam aliquando mutavit in vinum, et non erit dignus cui credamus quod vinum in sanguinem transmutavit? E poco poi dice: Sub specie panis datur tibi corpus, et sub specie vini datur tibi sanguis; e più abbasso: Hoc sciens et pro certissimo habens panem hunc qui videtur a nobis, non esse panem, etiamsi justus panem esse sentiat. Il secondo nel libro De iis qui initiantur mysteriis, al capo 9 dice della consecrazione dell'eucaristia: Quantis utimur exemplis ut probemus non hoc esse quod natura formavit, sed quod benedictio consecravit, majoremque vim esse benedictionis quam naturæ, quia benedictione etiam natura ipsa mutatur? Il terzo in oratione magna cathechetica al capo 37, così scrive: Recti Dei verbo sanctificatum panem in Dei verbi corpus credimus immutari. E di poi: Hæc autem tribuit virtute benedictionis in illud (cioè nel corpo del Signore) rerum quæ videntur (cioè del pane e del vino) naturam utens. Il quarto nel trattato secondo de Exodo scrive come segue: Ipse naturarum creator et dominus qui producit de terra panem, de pane rursus, quia et potest, et promisit, efficit proprium corpus, et qui de aqua vinum fecit, de vino sanguinem suum facit.

Nel quinto secolo vissero e scrissero Giovanni Grisostomo, Agostino, Cirillo Alessandrino. Il primo nell'Homelia 83 in Math. dice: Non sunt humanæ virtutis opera proposita, nos ministrorum locum tenemus, qui vero sanctificat ea et immutat, ipse est. Nell'Homelia de Eucharistia in Enceniis: Num vides panem? num vinum? num sicut reliqui cibi in secessum vadunt? absit ne sic cogites. Sicut enim si cera igni adhibita, illi assimilatur, nihil substantiæ remanet, nihil superfluit, sic et hic sumta mysteria consumi corporis substantia. Il secondo, nel sermone citato da Beda sopra il capo 10 della prima a' Corintj: Non omnis panis, sed accipiens benedictionem Christi, fit corpus Christi. E nel sermone 28 de Verb. Dom.: Ubi Christi verba deprompta fuerint, jam non panis dicitur, sed corpus appellatur. Il terzo nell'epistola a Calosirio: Ne horreremus carnem et sanguinem apposita sacris altaribus, condescendens Deus nostris fragilitatibus influit oblatis vim vitæ, convertens ea in veritatem propriæ carnis.

Potrei qui registrare a vossignoria gli autori di ciascheduno de' secoli susseguenti, riveriti nella Chiesa come dottissimi ed insieme santissimi uomini, i quali hanno parlato sempre nell'istessa conformità della trasmutazione del pane e del vino consacrato nel corpo e nel sangue di Cristo N. S., ma per non allungarmi di vantaggio con accrescere a lei la fatica di leggere li tralascio; pronto ad inviargliene il catalogo con le loro sentenze, dove così ella desideri o me lo comandi. Da ciò si fa manifesto che la sopradetta intelligenza de' testi della sagra scrittura, per se stessi chiarissimi, la quale ora è fra i Cattolici romani, è quella che sin dal suo principio è stata, e di mano in mano sempre si è continuata nella Chiesa di Dio, e non è stata altrimenti un'invenzione, o sia spiegazione fatta a capriccio dopo dodici secoli da alcuni particolari dottori cattolici romani; ma questa è la fede di Gesù Cristo e de' nostri padri, sin da' primi tempi, e non mai interrotta nella Chiesa di Dio. E se tale intelligenza fosse stata falsa ed eretica, e come mai avrebbe permesso la Provvidenza divina che tutti i santi padri in ciò si fossero accordati? Di più, come mai non sarebbe stata condannata in alcuno de' Concilj generali della Chiesa per falsa, per eretica, ed in una parola, per aliena e contraria alla sacra scrittura, che è quanto dire alla parola di Dio? Certo è che i Concilj generali non hanno mai avuto timore de' primi personaggi della Chiesa nel distinguere e nel sentenziare la dottrina vera dalla falsa, ed hanno condannate come eretiche più sentenze sostenute da gran vescovi, da gran patriarchi, comunque appoggiati dal patrocinio e dall'autorità eziandio violenta degl'imperatori, conforme è notissimo nelle istorie de' secoli a noi più lontani; e questi Concilj sono rispettati e venerati eziandio da' Luterani, nonchè da' Cattolici romani. Tali sono il Niceno celebrato nell'anno 325, il Costantinopolitano nell'anno 381, l'Efesino nel 430, il Calcedonese nel 450, il secondo Costantinopolitano nel 553, e 'l secondo Niceno nel 787, per tacere qui di tutti gli altri Concilj generali della Chiesa, celebratisi dipoi fino agli ultimi tempi.

Or prego vossignoria a considerare se possa rifiutarsi un'intelligenza e spiegazione de' sacri testi, pur troppo chiari in se stessi, avuta nella Chiesa fin dal primo secolo, e tramandata a noi senza interruzione veruna di secolo in secolo da' santi padri e dal senso comune ed universale della Chiesa senza taccia veruna, anzi con approvazione e con sentimento generale, quale è questa de' Cattolici romani nella sopraccennata materia; se possa, dico, rifiutarsi come falsa e non accettarsi come vera; e se al suo confronto possa stimarsi vera la spiegazione contraria, nata nel secolo prossimo passato, e riprovata da un Concilio generale come repugnante alla dottrina cattolica, abbracciata in tutti i secoli dalla Chiesa di Dio? Per me stimo che niuno vorrà discostarsi da una tale verità qual è questa, se disappassionatamente vorrà giudicarne.

Lo Stenon divenne non solo caldo nel professare, ma anche nel propagare la fede, e varj suoi compatrioti convertì. Passando pel primo anatomista e uno de' migliori filosofi, era carezzato e dai letterati e dai principi: dopo otto anni si vestì sacerdote, visse in rigorosissima penitenza, fu fatto vescovo Titopolitano, e morì in odore di santità al 25 novembre 1686[342].

DISCORSO L. IL SECOLO XVII. FILOSOFI. IL QUIETISMO.

Da un secolo e mezzo le discordie originate dalla Riforma sovvertivano tutta l'Europa, dove più dove meno sanguinose, e peggio nel paese dove prima era stata annunziata. Perocchè la Germania, campo di battaglie e teatro di dissoluzioni fin dal primo momento, vide alfine prorompere la guerra che si chiamò dei Trent'anni, dove scopo ostentato era la libertà de' credenti; scopo vero, la libertà de' principi di introdurre qual religione volessero. Paesi intieri rimasero spopolati, molti castelli divennero tane di lupi e la civiltà di quel popolo che avea primeggiato nel medioevo, restò affogata nel sangue. Alle due parti spossate caddero alfine le armi di mano, e la pace di Westfalia, conchiusa nel 1648, fu la prima che si combinasse non più, secondo il patto religioso del medioevo, in nome del vangelo e della repubblica cristiana e secondo la prevalenza del papato o dell'impero, ma dietro ad un nuovo diritto politico e al concetto dell'equilibrio materiale fra le potenze. Trent'anni di strazj aveano convinto che ormai una religione non poteva abbattere l'altra, e perciò nella pace si stabiliva che la cattolica, la luterana, la calvinista fossero egualmente tollerate, però entro i confini territoriali che aveano allora. Non si metteano dunque d'accordo le parti, ma si obbligavano a cessare d'osteggiarsi. Costituendo legalmente come protestante tanta parte d'Europa, toglievasi ai papi la speranza di ricondurla all'unico ovile. La Chiesa non recede mai, per venerazione degli eventi, da ciò che legittimamente una volta possedette, per quanto le convenzioni internazionali anche più solenni violino il suo inalienabile diritto. Pertanto Innocenzo X riprovò il trattato di Westfalia[343], destituendolo d'ogni effetto, non perchè non desiderasse la pace, non l'avesse anche sollecitata con ogni studio, ma come pregiudicevole alla religione e alla salute delle anime, giacchè vi si professava un canone assolutamente immorale, cioè che padrone della religione fosse colui ch'era padrone del paese. Dal qual canone nacque il despotismo sulle coscienze, che portò una tirannia, qual mai, dopo caduto il paganesimo, non era pesata sul mondo civile, finchè, spente le vivaci credenze nell'indifferenza del dogma, i principi poterono decretare quello che vollero, senza che ai popoli importasse di resistere.

A questa pace finisce il rialzamento che la Chiesa cattolica avea ripigliato dopo il Concilio di Trento. Il principato temporale se ne compì e consolidò. Clemente VIII (1592-1605), che riaperse la Chiesa ad Enrico IV, e mediò la pace di Vervins, nel suo giubileo godette della conversione di molti Ebrei e Musulmani, e ricuperò Ferrara ch'era stata data in feudo; come Urbano VIII recuperò Urbino, Montefeltro, Gubbio, Pesaro, Sinigaglia; e fedele alla bolla Admonet vos di Pio V, che vietava di infeudar possessi ecclesiastici, li negò a' suoi Barberini, accontentandosi d'arricchirli di denari. Già Camerino era stato ripreso da Paolo III nel 1539; poi Innocenzo X nel 1649 riebbe Castro e Ronciglione; restando così compiuto lo Stato Pontifizio secondo la bolla di Pio V, con quanto territorio bastasse ad esercitare liberamente l'augusta sovranità papale.

Quasi ristoro alle tante perdite, ampiamente si diffuse la Propaganda, che pose nuove sedi al Brasile, nella California, ai due lembi dell'Africa e nelle sue isole; i Gesuiti si spinsero nel Tibet, fra i Birmani, a Siam, a Malacca, al Tonchin, alla Cocincina.

Ma cominciavano le riotte interne, e i principi anche cattolici non rispettavano più la supremazia religiosa, e negavano ai papi fin i riguardi di sovrani.

Nelle conferenze che precedettero la pace di Westfalia avea avuto gran mano il cardinale Fabio Chigi senese, che poi divenne papa col nome di Alessandro VII. Un M. Lebrun stampò a Ginevra, colla data dell'Aja 1686, un viaggio in Isvizzera, ove narra che, nelle lunghe trattative co' principi e ministri protestanti, esso cardinale avea concepito stima della loro religione; e mentre prima avea pubblicato, col pseudonimo di Ernesto Eusebio, il Giudizio d'un teologo ove bistratta i dissidenti, allora rimase convinto che nelle loro dottrine nulla vi ha d'ereticale. Non spingeasi però più avanti, sinchè il conte Pompeo, suo prossimo parente, finì d'aprirgli gli occhi. Viveva questi in una terra di Germania, venutagli per eredità materna; e il nunzio, colà andato a trovarlo, vi passò seco tutto un inverno. Dove entrati a parlare di religione e avutone molti colloquj, diedero mano alla Bibbia colle postille del Diodati, e dopo molto disputare caddero d'accordo che la religione protestante è la vera, ed il nunzio promise al suo parente di abbandonare l'errore dopo uscito di nunziatura, e di venir a raggiungerlo e abjurare la religione romana. Il conte Pompeo andò infatti a Orange, dove fece pubblica professione di protestante, del che si levò rumore in tutta Europa; ma presto a Lione morì avvelenato. Di ciò rimase atterrito il nunzio, che poi fatto cardinale e primo segretario della camera apostolica, mutò risoluzione, pure si conservò calvinista nell'anima, e molte stampe in Fiandra lo asserivano.

Tutte queste doveano essere baje de' giornalisti del tempo; e quand'era scarsa la stampa accadeva facilmente che notizie false durassero tanto da parer verità. Ma avvertiremo che Sorbière, rispondendo a un tale che aveagli scritto, se andasse a Roma, vi scorgerebbe cose che lo farebbero tornare nella chiesa riformata, afferma non avervi veduto nulla che non lo edificasse, e singolarmente ammira il santo padre, e la sua conversazione affatto famigliare. E che alcuni gentiluomini inglesi avendolo visitato, e inginocchiatisi secondo l'uso, egli, saputo ch'erano protestanti, disse: «Su: alzatevi: non voglio commettiate un'idolatria secondo l'opinione vostra. Non vi darò la mia benedizione, giacchè non credete quel ch'io sono, ma pregherò Dio che vi renda capaci di riceverla»[344].

Raccontasi pure che, quando fu eletto papa, non voleva essere posto in San Pietro per la solita adorazione de' cardinali, e durante quest'atto tenne un gran Crocifisso, perchè a quello si dirigesse l'adorazione. Spogliandolo per indossargli le vesti papali, scopersero sulla sua pelle un aspro cilicio: subito fe prepararsi il feretro, e lo teneva sotto il suo letto. Compì fabbriche suntuose, tra cui il colonnato di San Pietro, e meditava raccogliere in Roma un collegio de' maggiori dotti per valersene nelle controversie della fede, e a confutar le opere eterodosse. Dovevamo far conoscere questo pontefice, poichè tanto male ne fu detto dacchè nacquero acerbe quistioni colla Francia.

Se sul modo di coesistere la Chiesa collo Stato aveano sospeso di contendere i principi coi papi finchè entrambi minacciati da nemico comune, ora tornavasi a discutere se il papa sia superiore al Concilio, se abbia primazia sopra le corone onde proteggerne l'autorità e impedirne gli abusi. La Francia voleva restar cattolica, ma a patto che la Chiesa non s'ingerisse nello Stato; ed anche persone dotte e savie credeano, senza rompere l'unità, si potrebbe istituire una chiesa nazionale, avente a capo il re, a giudici le assemblee del clero; formando così una Chiesa gallicana, non segregata, ma distinta dalla Chiesa oltremontana.

Infinite scritture si pubblicarono in proposito, e minacciavasi uno scisma, non in nome della libertà umana, ma dell'assolutismo principesco. Il cardinale Richelieu, ministro di Francia, avea sperato che quelle novità gli procaccerebbe la dignità suprema; e attraversatone, diede alla Corte romana quegli smacchi e quelle noje, con cui i potenti sogliono punirla dell'aver ragione. Re Luigi XIV poi, che introduceva e faceva ammirare il despotismo amministrativo, non voleva aver meno autorità nelle cose sacre che n'avessero i protestanti.

L'uccisione di un domestico del cardinale di Estrée a Roma diede occasione al re di pretendere soddisfazioni chiassose, che ad Alessandro VII parvero tanto più indecenti, in quanto che esso Luigi sopportava i vilipendj recatigli dal gransultano, che al suo nunzio De la Haye fece dar la bastonatura in Costantinopoli.

Radunatosi poi nel 1682 il clero francese, pubblicò la famosa Dichiarazione, che si tenne come simbolo della Chiesa Gallicana, sebbene in fatto non sia che una consulta di diritto canonico; dove, sancendo la onnipotenza del re, stabilivasi come antica consuetudine di Francia che la decisione del papa in materia di fede non sia irreformabile se non quando v'intervenga il consenso della Chiesa: il re gode il frutto de' benefizj vacanti, sinchè gl'investiti non abbiano prestato il giuramento.

Luigi, che alla scenica sua magnificenza voleva accoppiare le campagne teologiche[345], forte nella decisione del parlamento, che avea decretato non dover nessuno esser superiore al re, decretò che questi articoli fossero legge dello Stato, vietando d'insegnar altrimenti; e volle estenderli anche ai paesi che novamente acquistava.

Era una nuova fase del conflitto fra Chiesa e Stato: e trentaquattro soli vescovi, ligi al re e radunati per comando del re, pretendevano insegnare alla Chiesa e al capo di essa quel che può o non può.

E il fatto e il modo spiacquero al nuovo papa Innocenzo XI, che ricusò confermare i nuovi vescovi di Francia; e quando Bossuet, al modo d'un nostro contemporaneo, gli scriveva a nome de' vescovi, esortandolo «a cedere alla volontà del più cattolico dei re, e mostrare la bontà in un frangente, dove non c'era luogo a mostrar coraggio», Innocenzo rispondeva: Adversus vos ipsos potius pugnatis dum nobis in ea causa resistitis, in qua vestrarum Ecclesiarum salus ac libertas agitur. Il re, oltre assalirlo con molte scritture, mossegli querela per le franchigie. Gli ambasciatori aveano ottenuto l'immunità in Roma, per modo che i loro palazzi e le vicinanze fossero esenti dalla giustizia del paese. Tale garanzia, opportuna in tempi di violenza, degenerò in modo, che que' palazzi co' giardini e le piazze circostanti divennero asili di furfanti o di delinquenti, che di là insultavano le leggi e i magistrati; al punto che Roma ormai tornava un ricovero di ribaldi, tanto più che i cardinali e principi paesani pretendeano altrettanto.

Innocenzo XI pensò ripararvi col non ricevere più nessun ambasciatore se non rinunziasse quella franchigia. E i più vi s'aquetarono, ma non Luigi; e col diritto del forte, ordinò al Lavardin nuovo suo ambasciatore, facesse la sua entrata con ottocento armati, coi quali vigilava i contorni del palazzo di Francia: e poichè il papa ricusava riceverlo, e se entrasse in chiesa i preti ne uscivano, Luigi occupa Avignone, e minaccia mandare un esercito a Roma.

Qui il solito urto fra una coscienza ferma e una forza prepotente; fra il vogliamo d'un armato, e il non possiamo d'un inerme. Ma le chiese di Francia restavano senza vescovi; l'idea d'uno scisma sbigottiva i timorati; tanto che il re dovette suggerire ai nuovi vescovi atto di sommessione, come fecero; poi si cessò d'applicare gli editti repugnanti alle libertà ecclesiastiche, e tutto fu rappacificato.

I Francesi, ligi sempre al re, non è ingiuria che non dicessero contro Innocenzo XI, e applausi a quelle fastose brutalità di Luigi XIV; i giornali riboccavano di contumelie al papa, fin a dire che, per isfavorire la Francia, avesse protetto i Protestanti, da Luigi perseguitati, e fosse protestante egli stesso[346]; e Voltaire lo chiamò «il solo pontefice di quel secolo che non sapesse acconciarsi ai tempi». Onorevole imputazione!

Innocenzo XI soppresse un Officio dell'Immacolata Concezione della SS. Vergine nostra signora, approvato dal sommo pontefice Paolo V, ecc. Milano, 1615. Subito i Gallicani fecero stampare questo decreto del 17 febbrajo 1678, con un altro ove abrogava varie indulgenze, e volevano da ciò dedurre la fallibilità del papa. Ora quell'Officio era già vecchio, e approvato e usato, ma nell'edizione milanese vi si erano aggiunte cose false o temerarie, e su queste cadeva la disapprovazione.

E pur troppo in questi principeschi garriti ebbe ad occuparsi la curia romana, più che nei grandi problemi morali e politici, che molto s'agitarono e fuori e in seno della Chiesa. Perocchè questa età fu caratterizzata dall'indipendenza con cui le nazioni straniere, e specialmente Francia e Inghilterra che dalle turbolenze interne erano state impedite di prender parte al movimento scientifico del secolo precedente, venivano ad empire il vuoto lasciato dal cadere della scolastica, mediante artifiziali combinazioni filosofiche, sempre disapprovando il passato, e aspirando a un rinnovamento, parte con fantasie proprie, parte con reminiscenze; tanto più dacchè il protestantesimo avea dalla teologia separato la filosofia, e questa tendeva a stabilire la ragione come giudice suprema ed assoluta finanche delle cose che spettano al mondo sopranaturale: e se non negavansi ancora i principj generalmente ammessi, e riveriti, si scassinavano però col dubbio.

Renato Cartesio (1596-1650) volle staccarsi affatto dal passato, ed emancipare la ragione umana da ogni idealità oggettiva intromettendo il dubbio scientifico a tutto, eliminando dalle scienze ogni autorità fuor della ragione pura, ogni criterio della verità fuori dell'evidenza: non si cerchi quel che pensarono altri o che supponiamo noi sopra l'oggetto de' nostri studj, ma ciò che possiamo vedere con chiarezza, dedurre con sicurezza.

Così rimetteva in dubbio ogni cosa; libri, uomini, se stesso, perfin la morale; costituendosene una provisoria, che consisteva in obbedire alle leggi e costumanze del paese pur conservando la religione propria; compiere con risolutezza ogni atto ben deliberato, quantunque in se dubbioso; moderare i proprj desideri, educare la propria ragione.

Già Galileo avea scritto al padre Castelli: «Il dubitare in filosofia è padre dell'invenzione, facendo strada allo scoprimento del vero»[347]. Ma se il dubbio logico è universale, non resta veruna certezza, e ne nasce quella discordia di sistemi, quella anarchia di pensamenti che formano il preciso opposto del metodo cattolico, il quale mette per fondamento ideale il verbo rivelato, per criterio irrevocabile di certezza la rivelazione, e per guida di dottrina la voce del sacerdote; col che porta a credere all'esistenza nostra e degli altri uomini e di Dio, e alla redenzione e alla Scrittura, e a molti fatti. È dunque forza o essere illogici, o cadere nel pretto scetticismo ripudiando l'evidenza naturale dell'intelletto. E per non cadere nello scetticismo stillò argomenti Cartesio. Provato che Dio esiste perchè noi ne abbiam l'idea, ne induce che esiste il mondo perchè altrimenti Dio c'ingannerebbe facendo c'ingannassero i nostri sensi, da lui creati. Non riconosce però un intimo nesso fra le cose e il loro concetto; v'è un dualismo dell'anima e del corpo, da cui deriveranno le cause occasionali di Malebranche. Cartesio non previde certo le conseguenze disastrose che ne trarrebbero i suoi successori, e come aprisse la via al sistema panteistico e al vezzo che ciascuno si crei una scienza, la quale porti in se stessa la ragione della propria certezza e la cognizione di Dio. Anzi egli era religioso, e mentre passionavasi attorno al suo Metodo di ricerche, fe voto di pellegrinare alla santa casa di Loreto, e v'andò a piedi da Venezia con tutta la devozione nel 1624, passando poi al giubileo a Roma.

Mentre il Fardella chiama analisi divina la cartesiana, il Gioberti non trova frasi sufficienti per riprovare l'inettitudine, l'ignoranza, la leggerezza di Cartesio, i continui suoi parologismi nell'attuare l'opera più assurda, qual è piantare il dogmatismo sopra lo scetticismo, considerare il niente come origine di tutte le cose: e l'imputa d'aver introdotto il psicologismo, che costituisce l'eterodossia moderna. I delirj della scolastica e la degenerazione de' monaci faceano (al dir di Gioberti) sentire il bisogno d'una riforma. Nella ricerca di questa si traviò, e i Tedeschi precipitaronsi alla negazione dell'idea, volendo risalire immediatamente all'espressione scritta del vero ideale, senza il sussidio della parola, cioè della Chiesa, e così interrompendo la continuità storica dell'idea. Con ciò si tolse anche ai futuri di più racquistare l'idea, per quanto i Tedeschi ne sieno invaghiti, poichè l'eresia è il psicologismo religioso, padre del filosofico e fonte d'ogni errore.

Pare al Gioberti che, in Italia, il terreno fosse più che in Germania disposto a ricevere il seme luterano, almeno fra le classi colte, mentre le altre se ne mostrarono sempre repugnanti; i Soccini adopravano il principio protestante, non più a sorvertire gli ordini e i riti cattolici, ma l'ontologia cristiana. Cartesio fe il terzo passo trasportando le dottrine protestanti nel campo filosofico, applicando, come Lutero, l'analisi senza sintesi anteriore, non solo alla fede ma alla ragione[348]. Anzi, mentre il protestantesimo accetta l'autenticità della Bibbia e le verità morali connaturate allo spirito dell'uomo, Cartesio dubita di tutti i veri, e così si toglie ogni sussidio a riedificare la scienza, mentre crede poterlo fare col solo studio di se stesso, e dedurre l'essere dal proprio pensiero. Di là derivò il vizio principale di tutta la filosofia moderna, il psicologismo, che conduce di necessità al sensismo e a tutte le miserabilità della scienza odierna. E Cartesio fu sensista ne' principj e nel metodo, e da lui derivano Locke, che alla psicologia tolse anche la base ontologica; Spinosa, che cerca una ontologia nuova, staccata dalla tradizione; Kant e Condillac, che rigettano l'ontologia, tutto lo scibile riducendo alla psicologia, e alla cognizione danno le qualità del senso; infine gli scettici assoluti, che negano la possibilità d'ogni psicologia o dogmatica e d'ogni ontologia, cioè tutto il reale e tutto lo scibile.

Non tralasceremo di dire come il nostro Bruno nella filosofia, il nostro Galileo nella fisica avessero precorso Cartesio: il nostro Ochino avesse già esposta la famosa sua formola Io penso, dunque esisto[349]; pure la influenza di lui fu immensa, ponendosi a capo de' pensatori moderni. Se, dal pensiero e dall'estensione ben separati fe produrre due serie di fatti perpetuamente distinti, onde il distacco delle scienze spirituali dalle fisiche, pure al sensismo di Bacone opponeva le idee innate, e sui fenomeni interni volgeva l'attenzione, dagli Inglesi tenuta unicamente sugli esterni: e se, affacciandosegli questioni religiose, rispondeva «Ciò non mi riguarda», è pur vero che, attenendosi alla filosofia platonica, rischiarò la via che conduce a Dio, esclamando: «Cosa imperfetta, incompleta, dipendente da altri sono io; che tende e aspira continuamente a qualcosa di migliore e più grande; ma le grandi cose a cui aspiro le possiede attualmente o infinitamente colui da cui io dipendo»[350].

Ma i discepoli, pretendendo applicar la sua dottrina, cadeano nel panteismo e nell'epicureismo. Gassendi provenzale (1592-1655), grand'avversario della scolastica, fe da Dio creare soltanto gli atomi, dal cui concorso si formò quanto vediamo; l'anima stessa non è che un'attenuazione della materia: sicchè riconoscendo solo il lavoro della natura, resta negato il soprasensibile. Nella morale esaltò Epicuro e Lucrezio, pure volendoli purificare da buon prete com'era.

Malebranche (1638-1715) distingue le idee dalle sensazioni e anche dai sentimenti; ma l'esistenza reale de' corpi esterni non trae certezza che dalla rivelazione; e tra essi e gli spiriti non sussiste altra correlazione se non quella che stabilisce Dio; ed essi sono mera causa occasionale delle sensazioni.

Baruch Spinosa ebreo (1632-77) definisce la sostanza ciò ch'è in sè, e che si concepisce per sè; per substantiam intelligo id quod in se est et per se concipitur. La sostanza è dunque necessaria e infinita, e perciò una e indivisibile; è Dio.

Una sostanza non può essere senza attributi; ed essendo infinita, non può aver che attributi infiniti. Adunque Dio ha un numero infinito d'attributi infiniti. Fra essi noi possiamo discernerne due soli: l'estensione infinita, il pensiero infinito.

L'aver estensione infinita non implica che Dio sia corporeo e in conseguenza divisibile: per l'estensione infinita si sottrae ad ogni divisione. Anche quanto al pensiero, Iddio non ne ha altro che l'essenza sua stessa: sicchè quando per metafora parlasi dell'intelletto divino, non s'ha a confondere coll'intelletto umano, come chi parla dell'ariete dello zodiaco nol confonde coll'ariete dell'armento. Stentiamo, è vero, a non riferire a Dio le nostre proprie facoltà; ma se il triangolo potesse pensare, direbbe che Dio è eminentemente triangolare.

Estensione infinita ma non divisibile, pensiero infinito senza intelletto, Iddio dev'essere considerato come libero, purchè non si sbagli su questa parola. Creder che Dio abbia a scegliere, attribuirgli una libertà d'indifferenza, supporre che a voglia acconci certi mezzi a certi fini, è grossolano errore. La libertà di Dio è quella virtù che fa che tutto proceda da Dio appunto come ne procede: gli svolgimenti di Dio gli sono inerenti, come al triangolo le sue proprietà: in conseguenza tutto e bene qual è: tutto è per lo meglio: tutto vien da Dio, tutto è per Dio, tutto è Dio: Dio è la causa efficiente, immanente di quanto esiste.

Dio è natura naturante. Che se questa, sostanza infinita con infiniti attributi, si rivela pei due attributi dell'infinita estensione e del pensiero infinito, questi attributi manifestansi con modi; donde la natura naturata, il mondo. Non già che v'abbia creazione. Immobile nella sua pienezza infinita, tutto essendo uno, fra i modi degli attributi e gli attributi non v'è procedenza, ma grado. I modi dell'attributo che è l'estensione infinita, sono i corpi: quei dell'altro attributo son le idee, gli spiriti, le anime.

Fra questi due modi si ravvisa un costante parallelismo: corpi ed anime non essendo altro che i modi di due attributi spettanti ad una sostanza unica. E però tale dualità di corpi ed anime trovasi dapertutto, fin anche nei minerali.

Considerato distintamente in mezzo all'universalità delle cose, l'uomo è un modo complesso dell'estensione e del pensiero divino; l'anima sua è una idea, una successione d'idee divine. E poichè ogni idea ha un ideato, cioè un oggetto, il corpo è appunto l'oggetto dell'idea, che è l'anima. L'anima è il corpo che pensa sè; il corpo è l'anima che sente sè. Il corpo non può determinare l'anima al pensiero, nè l'anima il corpo al movimento. Dio, sostanza e dell'anima e del corpo, fa l'armonia di quella con questo; non potendo avvenire nulla in Dio, estensione del nostro corpo, che non si rifletta in Dio, pensiero dell'anima nostra.

All'uomo così concepito spetta la conoscenza. La quale talora è adeguata, come quella che abbiam dallo spirito; talora inadeguata, come quella che abbiamo dal corpo. La conoscenza ha gradi, opinione, immaginazione, ragione, ma l'errore essendo solo una negazione, ogni conoscenza in noi è divina, ogni idea è idea di Dio.

Con una conoscenza tale è delirio parlare di libertà. La volontà non è che il giudizio, e tra il fare e il patire non corre altro divario che quello fra l'idea chiara e la confusa. Ogn'altra libertà fuor dell'idea distinta che abbiamo della causa della nostra azione, è chimera d'ubriaco. Dio determina tutto in noi; noi siamo argilla in man del vasajo; l'uomo è un automa spirituale. S'egli si lamentasse d'aver ricevuto da Dio un naturale malvagio, sarebbe come se il circolo si lagnasse di non aver le proprietà della sfera. Si dirà che dunque, se pecca, è scusabile? Se con ciò vuolsi dire che non ecciterà la collera di Dio, sta bene, giacchè Dio non può irritarsi; se dire che è degno della beatitudine, è un'insensatezza; chi fu morsicato da un cane rabbioso è certo scusabile, eppure a buon dritto viene soffogato: così colui che non può domare le proprie passioni è scusabile, ma pure bisogna sia privato della vision di Dio. Cadesi nell'antropomorfismo se si concepisce Dio come un giudice che premia e castiga. Dio va considerato assolutamente e puramente come Dio: la qualità dell'opera conviene apprezzare, non la potenza dell'operajo; giacchè l'opera porta le sue conseguenze necessariamente, come è naturale al triangolo che i suoi tre angoli formino due retti.

Voi vi avete ravvisato il panteismo materialista del nostro Bruno.

Lo Spinosa dichiara venerabile la teologia per l'obbedienza e la fede, ma le si metta accanto la filosofia, che dalla sola ragione chiede la verità e la certezza. Le pratiche religiose nascono da timore, e perciò son indipendenti ne' governi liberi. Lo Stato ha diritto di regolare e la filosofia e la religione. Le religioni son parto dello spirito umano, relative alle circostanze, e convengono a Dio purchè guidino gli uomini alla virtù. Non miracoli, non profezie; alla salute non è necessario credere a Cristo; la tranquillità dello spirito è la maggior aspirazione dell'uomo, che in questo ragionato egoismo evita le agitazioni recate dalla compassione, nè cerca l'amor di Dio o quel de' suoi simili.

Così lo Spinosa tirava francamente le conseguenze de' principj cartesiani, davanti alle quali erasi arrestato Malebranche. Mentre poi Cartesio portava l'esame sull'interno dell'uomo, sull'esterno lo fissò Locke, che popolarizzando, o piuttosto vulgarizzando la metafisica, fu vero padre dei sensisti; non riconoscendo altra rivelazione che la rivelazione dei sensi; la morale riducendo tutta a religione, e religione è il calcolo dell'interesse. Malebranche dunque, a forza di pensar al creatore, smarriva il senso della creazione, considerando Iddio come causa non solo efficiente ma immanente: Locke s'inorgogliva nella potenza del me, fino ad annichilar Dio.

Continuatore dell'empirismo politico del nostro Machiavello, che cerca la riuscita non badando alla giustizia, fu l'inglese Hobbes (1578-1679), che alle discordie rivoluzionarie del suo paese volle por rimedio la tirannia, asserendo perversa l'umana natura, e quindi necessaria la forza dello Stato, ch'e' personifica nel Leviatan, animale enorme, traente vita da congegni politici. Non vede dunque che sensazioni, interesse, macchinamenti, guerra di tutti contro tutti; il cristianesimo limita a credere che Gesù Cristo fu mandato a fondare il regno di suo Padre: ma la Chiesa dev'esser nazionale, e sotto la dittatura dello Stato, ch'è interprete supremo delle Scritture, acciocchè il senso non ne resti abbandonato al talento individuale. Che se il principe volesse cambiar religione, bisogna obbedirgli. Si vale dunque di Dio soltanto per togliere anche l'ultimo appello alla libertà dell'uomo.

Dal cartesianesimo prese le mosse anche il maggior pensatore di quell'età, Leibniz (1646-1716), ma per giungere a confutare il sensismo di Bacone e di Cartesio, e provare le verità cristiane mediante la scienza; all'idea di sostanza oppone quella di forza, di causa sostanziale; e mostra come la fede concilii in un mistero la coesistenza del finito e dell'infinito, della libertà e della necessità, della creatura e del creatore.

Più positivo Bacone (1561-1626) già prima avea voluto ai sistemi della filosofia razionale, dell'empirica, della superstiziosa, surrogare l'investigazione de' fatti, le classificazioni, il metodo: indica le fonti degli errori; vuole si colga la natura sul fatto, si combinino i fenomeni, si classifichino, e coll'induzione si arrivi alla reale loro intelligenza. Allora dispone l'universo sapere secondo un albero enciclopedico, riferendolo alle tre facoltà della memoria, della fantasia, della ragione. I razionalisti lo magnificarono come il primo che rompesse apertamente col medioevo; eppure tanti dei nostri l'aveano preceduto[351].

Perocchè il vero risorgimento fu opera degli Italiani, in quell'esuberanza di vita intellettuale e materiale, che traevano da tanti centri di civiltà e politica quant'erano le repubbliche e i principati nostri. Che se gl'ingegni del Bruno, del Telesio, del Campanella, del Cesalpino non piantarono sistemi dottrinali, molto contribuirono ad emancipare il pensiero dall'autorità. Ma ormai i nostri non sapevano che camminare sulle orme straniere, e non abbiamo nomi da pareggiare a quei sommi, per quanto mostrino ingegno e vigore; imitatori anzichè copisti, e vogliosi di trasformare anzichè riprodurre, e di infonder nuova vita alle cose morte, pure a queste attengonsi, anzichè a cercare il vero collo studio immediato delle cose conoscibili. Che se anche talvolta diedero lampi splendidissimi, facilmente scivolano nel paradosso; nè piantarono verun sistema che comprendesse verità bastanti a signoreggiare l'intelletto, il quale, se ammira un momento le bizzarrie, non riposa che nell'ordine.

Ad originalità vedemmo pretendere Tommaso Campanella, prima di Bacone tentando fondare una filosofia della natura sopra l'esperienza. Venera la rivelazione, fondamento della teologia, mentre della filosofia è fondamento la natura: ammira san Tommaso e Alberto Magno, ma la sua procellosa insofferenza lo porta alle temerità della logica; riprova i Gentili, non approva i Cristiani, i quali ex parte christianizant et ex parte gentilizant: disgustato dei Peripatetici, predilige il Telesio per la sua libertà del filosofare; scriveva al granduca Ferdinando II, lodando i padri suoi che, col rivocar la platonica, avessero sbandito la filosofia aristotelica, e sostituito ai detti degli uomini l'esperienza della natura. «Io con questo favore ho riformato tutte le scienze secondo la natura e la scrittura dei codici di Dio. Il secolo futuro giudicherà di noi, perchè il presente sempre crocifigge i suoi benefattori; ma poi resuscitano al terzo giorno del terzo secolo». E mandandogli da Parigi le sue opere, «Vedrà (dice) che in alcune cose io non mi accordo con l'ammirabile Galileo, suo filosofo e mio caro amico e padrone. Può stare la discordia degli intelletti con la concordia della volontà di amendue; e so che è uomo tanto sincero e perfetto, che avrà più a piacere le opposizioni mie: (del che tra me e lui c'è scambievole licenza) che non delle approvazioni di altri» (6 luglio 1638).

Secondo lui, tutto il creato consta di essere e non essere; l'essere è costituito di potenza, sapienza, amore, cui scopo sono l'essenza, la verità, il bene, mentre il nulla è impotenza, odio, ignoranza. L'Ente supremo, nel quale le tre qualità primordiali sono une, benchè distinte, nel trar le cose dal nulla trasferisce nella materia le inesauribili sue idee, sotto la condizione di tempo e di spazio; e vi comunica le tre qualità che divengono principj dell'universo sotto la triplice legge della necessità, della previdenza, dell'amore. Così procedendo per triadi, contro i machiavellici difende la libertà del sapere e i diritti della ragione; contro gli scettici stabilisce un dogmatismo filosofico sopra il bisogno che la ragione prova di raggiungere la verità.

Fu egli panteista? No nell'intenzione, giacchè professa aver Dio creato le cose finite dal nulla, da sè e non della sostanza di sè[352]: bensì è panteista di conseguenza, dicendo che Dio crea per una certa emanazione. Che se l'uomo possiede un'intelligenza immortale, quanto meglio il mondo che è più di tutti perfetto? Che tutto abbia vita e sentimento gli sono prova la calamita e il sesso delle piante, e con eloquenza dipinge le simpatie della natura e l'effondersi della luce in tutte le parti con un'infinità d'operazioni che non è possibile si compiano senza voluttà.

Cartesio, il quale pur era tutt'altro che avverso alle novità, scrive: «Quindici anni fa ho letto il libro De sensu rerum e altri trattati del Campanella, ma fin d'allora trovai sì poca solidità ne' suoi scritti, che non ritenni memoria di cosa alcuna. Non saprei ora dirne altro se non che, quelli che si smarriscono affettando battere strade straordinarie, mi pajono meno compatibili di quelli che si smarriscono in compagnia di molti altri». E in fatto il Campanella ricorreva perfino alle arti occulte.

Solo pel nome illustre nella letteratura e nella giurisprudenza citerò Gian Vincenzo Gravina (1644-1718) che, nella prima gioventù stando a Roma in casa di Paolo Coardo torinese, che fu poi cameriere di Clemente XI, conobbe molti insigni personaggi, coi quali disputava principalmente sulla morale lassa. Sulla quale stese poi il trattato De corrupta morali doctrina, mostrando che i fautori di questa recano alla Chiesa maggior male che gli eresiarchi. L'opera levò rumore, e il padre Concina la inserì quasi tutta nel suo trattato De incredulis.

E poichè siamo a poeti, non tacerò Tommaso Ceva milanese (1648-1736), tutto pietà nei suoi versi latini, il quale canta che le eresie di Lutero e Calvino nacquero dall'avere abbandonato Aristotele.

Fu nel combattere il cartesianesimo che acquistò forze Giambattista Vico napoletano (1668-1744) e confutando il genio, genio riuscì. Non s'occupò egli del primario problema della filosofia in sè, come da Pitagora a Malebranche erasi fatto; bensì delle applicazioni, mostrando le attinenze di essa colla filologia, la giurisprudenza, la storia, e come s'incorpori e manifesti nel corso delle nazioni; cercando risolvere il dubbio col vero positivo, creando una scienza nuova del diritto cristiano, la filosofia della storia.

Il Vico disapprova in Cartesio quel pretendere evidenza matematica in verità che non la comportano; il metodo suo poter produrre critici, ma nessuna grande scoperta; il disprezzo dell'erudizione portar disprezzo degli uomini. Per contrario egli adopera mito, etimologie, tradizione, linguaggio per riscontrare l'attuamento del diritto nella storia, e chiarire come questa cammina per certi corsi e ricorsi sotto la guida della provvidenza.

Il maggior filosofo italiano, e un dei maggiori d'Europa dopo la Riforma fu dunque gran cattolico, e profondamente istruito nella teologia, come furono gli altri pensatori di quel secolo, Leibniz, Malebranche, Pascal, Newton, Keplero, Cartesio, Fénélon, Bossuet; che tutti applicarono la potenza della ragione e dello spirito a scoprire e intendere la verità, perpetuando le grandi tradizioni filosofiche anche quando professavano d'emanciparsene; credendo alla potenza della ragione, ma anche all'anima e a Dio.

Quel però che il Naudé e il Languet apponevano alla filosofia italiana del XVI secolo, d'essere eccessiva (nimia), può dirsi anche della cartesiana del secolo seguente col Gravina, il Vico, il Fardella. Leibniz scriveva al presidente Des Brosses che Itali et Hispani, quorum excitata sunt ingenia, tam parum in philosophia præstant quia nimis arctantur[353]; e ultimamente Eckstein[354] credea ne' nostri filosofi trovar un occulto soccinianismo; mentre forse non era che predilezione per la fisica, e disprezzo per le scienze razionali, mal confondendole colle inezie scolastiche: ma poichè questo li traviò, nacque o paura o ribrezzo ne' pii e negli assennati per le scienze speculative, e quindi il freno impostovi.

Le verità religiose dovettero necessariamente risentire delle filosofiche, che alcuno introdusse, altri confutò anche in Italia. Nelle difficultés proposées à monsieur Steyaert, opera d'un teologo cartesiano, cioè Arnauld (IX parte, pag. 81) leggo «essersi trovate a Napoli persone, che la lettura di Gassendi gettò nell'errore d'Epicuro sulla mortalità dell'anima». E l'autore soggiunge che in fatto le Istanze di quel filosofo contro Cartesio possono ispirare tal errore a giovani mal fondati nella fede, perchè sostiene che colla sola ragione non si colgono prove solide che l'anima sia distinta dal corpo, più che come un corpo sottile da un grossolano.

Sappiamo infatti che a Napoli l'accademia degli Investiganti seguiva molto Gassendi, onde varj giovani s'impigliavano nelle teoriche d'Epicuro e Lucrezio, del che altamente si dolevano i frati, scontenti che le loro scuole restassero non solo abbandonate ma derise. I lamenti raddoppiarono quando il medico Tommaso Cornelio pose di moda Cartesio. L'Inquisizione di Roma tentò introdurre nel regno suoi commissarj; e Monsignor Gilberto vescovo della Cava rizzò tribunale e riceveva accuse e teneva proprio carcere, molti costringendo ad abjurare[355]; ma la città si oppose, e nel 1692 le furono confermati i privilegi, cioè tolta al Sant'Offizio l'indipendenza del processare nel regno.

Quel bizzarro ingegno di Trajano Boccalini, arguto critico degli errori e delle tirannie del suo tempo, si mostra non solo avverso ai Riformati, ma ad ogni tolleranza verso di essi, e fin alle dispute religiose.

Ma in generale è maraviglioso il silenzio che si faceva sopra le quistioni de' Protestanti; benchè fervessero fin al sangue in una parte d'Italia, e mezza Europa fosse volta sossopra dalla guerra di religione, non troviamo in quello scorcio di secolo nè grandi campioni nè grandi avversatori della Chiesa, nè le dottrine protestanti eccitavano più curiosità. I teologi nostri d'allora erano troppo lontani dal vigore che mostravano i francesi. Il cardinale Vincenzo Gotti bolognese dimostrò la verità del cristianesimo contro atei, idolatri, ebrei, maomettani. Il padre Domenico Gravina di Napoli combattè Marcantonio de Dominis, e dettò Catholicæ præscriptiones adversus omnes veteres et nostri temporis hæreticos. Il padre Francesco Brancati pure di Napoli trattò della predestinazione secondo sant'Agostino, e della giurisdizione del Sant'Uffizio. Filippo Guadagnolo, lettore di arabo e caldeo alla Sapienza, fu incaricato di tradurre in arabo la Bibbia, come fece. Morì del 1656, e aveva pubblicato in latino (1631) un'apologia della religione cristiana contro le objezioni di Ahmed-ben-Zin-Alabedin, che dicono il miglior libro contro il maomettismo.

Fra i libri allora proibiti compajono: Riccamati Giacobo, Dialogo nel quale si scoprono le astuzie con che i Luterani si sforzano d'ingannare le persone semplici e tirarle alla loro setta: La scienza della salute, ristretta in quelle due parole Pochi sono gli eletti, tradotta dal francese dall'abate Nicolao Burlamacchi; Buonaventura abate di Laurenzana, Croniche della riforma di Basilicata; Precipizj della Sede Apostolica, ovvero la corte di Roma perseguitata e perseguitante; Ragionamento in materia di religione accaduto fra due amici italiani; a cui aggiungiamo per la pertinenza: «Trois lettres touchant l'état présent de l'Italie, écrites en l'année 1687. La première regard l'affaire de Molinos et des Quietistes: la seconde l'Inquisition et l'état de la religion: la troisième regarde la politique et les intérêts de quelques Etats d'Italie».

È superfluo rinotare che l'esser all'Indice non implica eresia. Più direttamente riguardano ad eresie i libri di Giacomo Picenino, Apologia per i riformatori e per la religione riformatasi. — Vestimento per le nozze dell'agnello qui in terra. — Concordia del matrimonio e del ministero. — Trionfo della vera religione contro le invettive di Andrea Semery, che vennero proibiti nel 1707 e 1714.

Così conosciamo un Pissini Andrea, che, nella Naturalium doctrina, si mostra materialista; un padre Mazzarini che fu processato per opinioni eterodosse: un Antonio Pellegrini che nei Segni della natura dell'uomo impugna la Provvidenza: un Tommaso Leonardo, che provò esser eretico san Tommaso[356].

L'Inquisizione, più che all'irrompere delle eresie, ebbe a far processi di fatuchieria, come altrove mentovammo. Una donna che viveva a spese d'un mal prete, confessò a questo che donna Vittoria Mendoza, moglie dell'Ossuna, vicerè di Napoli, avea fatto una malia acciocchè questi non amasse altri che lei, suo figlio, suo genero; e ciò spiegava perchè costoro salissero in tanta grazia con esso. Denunciata la cosa, l'Ossuna corre alla Vittoria, e col pugnale alla gola la obbliga a confessare, ed essa il fa. Egli allora va da sua moglie, riferendole l'avvenuto, e attribuendolo alle preghiere di lei; la quale non rifiniva di ringraziar Iddio d'aver rotto quel fascino. Ma l'accusata era figlia del duca d'Alcala, moglie del duca d'Uzeda, imparentata con grandi di Spagna: talchè l'Ossuna, che le voleva bene, non pensò a punirla, benchè applicasse la legge ad altre streghe e loro mariti[357].

Del processo contro il Centini d'Ascoli parlammo nel vol. II, p. 389, ove pure d'altri di quest'età.

In più d'uno scritto verso il 1547 è riferita la storia dell'anima di Salvatore Caravagio, più minutamente in un lungo discorso di monsignor Bonifacio arcidiacono di Treviso, press'a poco in questi termini:

Nella via famosa dei Santi Quaranta, che nella città di Treviso è la più spaziosa e la più diritta, rincontro alla chiesa dei Cappuccini, una piccola casa era infestata da spiriti, e durò la molestia per lo spazio di oltre venti mesi. Vi abita Perina, vedova di ottima fama e di età senile, il cui marito, or fanno dieci anni, fu chiamato a vita migliore, e con essa lei, che ne è padrona, altri non vi abita che Genevra figliuola di Bernardino suo figliuolo che è morto, fanciulla di quattordici anni, non bella, non vana, e, come ho veduto nel formare il processo e nel ragionare con lei, molto semplice e schietta. Sono esse poverelle e vivono colla industria dei lavori donneschi, mediante l'ago, e il fuso, non avendo che un poderetto di piccolissima rendita, che dovrà bentosto dividersi in molte parti per aver la Genevra non solo alquante sorelle, ma fratelli ancora. Giorno e notte si vedevano volar sassi, e mattoni, rompere stoviglie, trasportar bagaglie ed arnesi, e allora mo' l'avola, mo' la nepote erano leggiermente percosse, senza lividori ma non senza doglie. Non v'essendo pane in casa, furono trovati alcune fiate i pani inzuppati. Fu svelto e rimosso il cocchiume e la cannella d'un vasseletto e d'un barillotto versandosi tutto il vino. Rimesse le spinole ed i turaccioli, di bel nuovo erano sterpati e dischiusi, ed evacuati gli arnesi, ed infine tutti furono nel mezzo d'una stanza in un fascio gettati.

Cotali stravaganze non solo dalle abitatrici si vedevano, ma da vicini, da parenti e da amici, che per vaghezza di veder maraviglie vi concorrevano, ma non fu poi giammai veduto mano o piede o altro agente naturale nè artificiale, che facesse quelle operazioni. Furono anco tagliate le gambe sul nodo del ginocchio a tutte le galline con sì leggiadra e sottil destrezza, che camminando elle alquanto, pareano sane, ma poi cadevano giù dalle proprie gambe come se fossero gruccie o piedistalli posticci. Fu di vantaggio veduto un lenzuolo nel mezzo della camera maggiore così gentilmente agrumato e con piegature artificiosissime, così bene ridotte in figura d'uomo, che pareva propriamente un cadavere, messili due candellieri l'uno da capo e l'altro da piedi, e una croce tra le mani composta di due arpioni di ferro, che facilmente si trovarono in quella casa per avere il possessore quivi esercitato la mercanzia di fare e vendere salciccie, lardi, prosciutti e altri cibi di carne porcina insalati. Fornito il lungo corso di cotali disturbi quando piacesse alla divina provvidenza, s'udì pure una voce inarticolata prima con fischi, e poscia con gemiti, che fiocamente tanto di giorno che di notte si lamentava, e pareva che chiamasse mo' la Perina, mo' la Genevra, ancorchè non si snodasse in parole perfette. Scongiurata finalmente nel gran nome di Dio, che dicesse chi era, professò d'essere Salvatore Caravagio marito dell'una e avolo dell'altra: chiestogli ciò che egli volesse: Ajuti (rispose) e suffragi per esser cavato di purgatorio. Ricercato se gli era in grado che si chiamassero i Cappuccini, rispose di sì. Vennero adunque quattro sacerdoti di quella santa religione, e fatti i dovuti esorcismi, scongiuri e benedizioni secondo il rito della santa Chiesa, ed aspersa la casa cogli abitanti con l'acqua benedetta; ed esposte con le sacre cere delli agnusdei le reliquie dei santi, invitarono l'anima a notificare la sua condizione. Rispose distintamente in varj congressi, replicati in diversi tempi, sè essere l'anima di Salvatore Caravagio che morì già da dieci anni, e fu sepolto nella parrocchia di Venegazzone, villaggio di questa diocesi: andassero alla cassa in cui giaceva, iscavassero, e tutto intiero il suo corpo vi troverebbono. Interrogato ciò che pretendesse, rispose che siano celebrate otto messe a san Gotardo, chiesa poco quinci distante in villaggio che da lei prende il nome. Dettoli che saria lungo e disagevole farle celebrare in quella chiesetta mal frequentata, rispose rimanere egualmente soddisfatto se saranno offerte sull'altare di san Gotardo nella chiesa di santa Margherita collegiata dei pp. Agostiniani in questa città. Addomandato se d'altro le facea mestieri, disse che di otto messe egli abbisognava all'altare del Crocifisso in santa Agnese sua parrocchiale in questa città. Vi aggiunse infine una messa nella chiesa della Certosa nel bosco del Montello, e pregò con replicate e caldissime istanze Giorgio dei Grossi suo nepote di sorella, che prestasse la carretta a Perina e a Laura sua nuora, e alle figlie di lei, che sono la Genevra con le sue sorelle acciò che andassero alla Certosa ad udire la messa, e scioglier il voto, che nè da lui, nè da Bernardino suo figliuolo padre delle donzelle era mai stato soddisfatto. Esortò finalmente gli astanti, che erano amici ed attenenti al ben vivere, alla frequentazione dei sacramenti e alla giustizia e lealtà nelle loro arti e mercanzie. Parlava lo spirito senza esser veduto, in voce distinta, benchè alquanto impedita, quale appunto egli l'ebbe nell'ultima infermità sua, che dai mortali il sottrasse. Nel medesimo tempo apparve lo spirito di Bernardino ad un zoppo sarto di quella contrada, nominato Domenico Minoto, e pregollo a far celebrare la messa votiva alla Certosa: il che avendo il sarto prontamente eseguito, lo spirito di Salvatore si dichiarò restargli obbligato per la carità ch'egli a Bernardino suo figliuolo aveva fatta, la quale era anco ridondata a suo pro siccome di colui che aveva parte nel voto. Volendo con tutto ciò quei venerabili religiosi meglio certificarsi s'egli era spirito buono, gli proposero la recita di molte pie preci, ed egli intieramente con voce ben franca, come che alquanto balbettante, disse più volte In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum; vi aggiunse alcune fiate Peccavi, Domine, miserere mei, parole improfferibili a diavoli, che sono incapaci di confessare il proprio peccato, e di chiederne il perdono. Disse inoltre tutto il salmo Miserere mei Deus, l'antifona Salve Regina, il simbolo degli apostoli, e altre devozioni, e mentre i padri salmeggiavano, egli espressamente diceva di sentirne gran refrigerio, particolarmente nel vangelo di san Giovanni quando genuflessi pronunciavano Verbum caro factum est, perchè allora esclamando diceva: Siano per sempre benedette queste sante parole! oh quanto conforto, oh quanto alleviamento mi apportano!

Interrogato per qual cagione se era eletta alla gloria celeste e congiunta di sì stretto nodo con quelle donne, avesse loro cotanti danni inferiti, essendo certissimo che l'anime del purgatorio, siccome quelle che nella divina grazia si trovano confermate, non possono neanco leggiermente peccare, rispose: Non io, ma lo spirito maligno ha fatto quelle inconvenienze, e quelli spropositi. E ricercato chi fosse cotesto spirito maligno, disse che egli ne aveva sempre seco due degli spiriti, uno buono ed uno reo. Dimandato ciò che fosse dell'anime d'alcuni, che erano stati suoi congiunti o per sangue per vicinanza o per amistà, disse di due sacerdoti che erano in paradiso, di altri due secolari che erano in purgatorio, d'un solo ch'era nell'inferno per aver dimezzate le sue confessioni, e soppressa buona parte delle sue colpe.

Interrogato circa lo stato d'alcuni altri disse non aver conoscenza, ma che, se l'angelo assistente glielo scoprisse nol tacerebbe: e non guari dopo disse, che erano in purgatorio. Richiesto se quando fossero fatte le soddisfazioni e i sacrificj da lui addimandati, saria più tornato, rispose di no, come in effetto è successo, perchè, eseguito quanto egli desiderava, non s'è più sentito rumore nè movimento alcuno in quella casa, abitata con somma quiete e sicurezza da quelle donne: ma prima che l'anima partisse ricercata a manifestare qual sorta di pena ella maggiormente patisse, rispose, ghiaccio grande e freddo eccessivo. Per cotale risposta molto si maravigliarono i semplici, parendo loro essere impossibile che le anime tormentate dal fuoco possano esser anco dal freddo crucciate, e pur egli è vero che, contro l'ordine della natura, per affliggere gli spiriti o dannati o purganti concorrono due contrarie pene ed opposti supplicj di gelo e di arsura, perciocchè chiaramente lo dice per bocca di Giob lo Spirito Santo, Transibunt ab aquis nivium ad calorem nimium, e lo conferma il Salvatore dicendo, che staranno in camino ignis ubi erit fletus et stridor dentium.

Qui segue una dissertazione sulla quistione del freddo e caldo che provano i dannati.

Interrogato lo spirito perchè alla Genevra fosse prima che ad altri apparso, ed a lei più che ad altri avesse favellato e non a sacerdoti, senza ch'ella ci fosse presente, rispose, tale essere stata la volontà dello spirito suo custode perchè gli angeli amano la verginità.

Qui vengono altre citazioni su tale argomento. Molte altre interrogazioni gli furono fatte, ed egli se ne sgravò dicendo che oggimai riuscivano importune. Ricercato in fine da qual parte uscirebbe, disse che per la fessura d'una finestra, che era ivi dirimpetto; e richiesto a dare il segno della partenza, percosse con tanta forza il palco superiore, che cadde la polvere copiosamente sopra gli astanti.

Tutto queste cose rimangono giustificate per la concorde attestazione di quattro sacerdoti cappuccini che v'intervennero, delle due donne abitatrici della casa infestata, di Luigi Caravagio figliuolo dell'una e zio dell'altra, di Giorgio di Grossi, di Mario Zambelli fabbro, di Libera sua moglie, di Domenico Minoto, di Bernardino Carraro, e di altri testimonj, tutti da me con questo esaminati, e nelle loro deposizioni appajono ancora molte altre cose concernenti questo affare, che troppo lungo e nojoso fora l'andarle una per una particolarmente divisando. Io feci diligentissima inquisizione in tutti i luoghi, e in ciascun ripostiglio di quella casetta, e non vidi alcun vestigio di fraudi, nè poteva ella star celata per sì lungo spazio di tempo: nè si potevano ingannar tante persone viziose, scaltre ed accorte, nè sofferto avrebbe la luce di non appalesare una sì lunga e replicata impostura, poichè i rumori e le voci non meno il giorno che la notte s'udivano: e non già da pochi, ma ben da molti di variato genio, pensiero e fine, tra i quali non potea darsi concerto, e accordo[358].

Se chi non crede all'odierno spiritismo in ciò volesse vedere soltanto arte di prestigiatori, vi associeremmo il ricordo di Giuseppe Francesco Borri milanese. Nato il 1625 da un medico e senatore, allevato da' Gesuiti a Roma, s'insinuò nella corte papale come chimico e medico, ma accusato delle peggiori sregolatezze, rifuggì in una chiesa (1654), ed evitò il castigo col fingersi emendato. Cominciò allora a dirsi ispirato da frequenti visioni celesti a riformare il mondo, rimettere la purezza nella fede e ne' costumi; esser egli il pro-Cristo, cioè difensore di Cristo, che si presenterebbe in piazza del duomo di Milano, comincerebbe a predicar le gravezze del corpo e dell'anima, e fra venti anni stabilirebbe il regno dell'Altissimo, e ridurrebbe tutti in un solo ovile: chiunque ricusasse, foss'anche il papa, verrebbe sterminato per mezzo dell'esercito pontifizio, di cui egli si porrebbe a capo con una spada datagli da san Michele, e coi denari procacciategli dall'alchimia. A Roma sterminati i malvagi, nel Sancta Sanctorum si troverebbero scritture della Beata Vergine; il pontefice succedente a questo sarebbe amico suo: avrebbe triplice corona di spine in oro. E qui impastando una bizzarra religione, diceva che il Figliuolo di Dio ab æterno non fu contento della sua gloria e aspirava alla futura, onde stimolava il Padre a creare ab extra. La divinità della terza persona è ispirata: l'essenza del Verbo è generata e filiale; e questo e quello son inferiori al Padre. Maria vergine è dea, concepita per opera divina; figlia del Padre, eguale in tutto al Figlio e incarnazione dello Spirito Santo; nata da vergine, ond'è detta gratia plena; è presente anch'essa nella ss. Eucaristia; e la chiamava Vergine sacratissima Dea, e da' suoi sacerdoti faceva aggiungere all'ave e al canone della Messa Unispirata filia altissimi[359].

Iddio volle che Lucifero adorasse Gesù e la sua madre con-dea; e avendo ricusato, precipitollo nell'abisso, e con lui molti angeli, mentre quelli che v'aderirono solo col desiderio volteggiano per le regioni dell'aria; per mezzo di questi Iddio creò la materia e gli animali bruti, mentre gli uomini hanno anima divina e ispirata. La creazione non fu atto di libera volontà, ma Dio vi si trovò costretto. I figli concetti nel peccato non possono cancellarne la sozzurra, e rimangono infetti non solo dalla colpa originale, ma anche dell'attuale. Se l'uomo crede, Dio è obbligato concedergli la Grazia.

Dicendosi autorizzato da san Paolo a criticare san Pietro, molti errori dei libri santi emendava; correggeva e interpretava il pater: nel credo insegnava che Maria uscì dal grembo della divina essenza con anima deificata. Intitolava Ragionevoli od Evangelici i suoi discepoli, dai quali esigeva voti d'unione fraterna, di segreto inviolabile, d'obbedienza a Cristo e agli angeli, di fervente apostolato e di povertà, per la quale consegnavano a lui tutto il denaro; ed egli coll'imposizione delle mani impartiva ad essi la missione divina. Dio ha riservato a questi tempi l'unione de' fedeli cogl'infedeli acciocchè si manifestino le prerogative della divinissima Madre di Dio, eguale in tutto al Figlio.

Ottenuto il trionfo, la Chiesa godrebbe pace per mille anni, e i soldati vincitori sarebbero raccolti in un Ordine monastico, vestiti di pelle bianca, con un collare di ferro portante il motto «Pecora schiava dell'agnello pastore». Tutto ciò eragli ispirato dal suo angelo, e lo sosteneva con testi scritturali adulterati; copriva gl'insegnamenti di arcano e formole iniziatrici, e tentò attuare la sua chiesa alla morte di Innocenzo X, quando nei tre mesi di vacanza anche molti fra' cardinali ordivano d'assicurare l'indipendenza italiana, spossessando la Spagna. Ma succeduto Alessandro VII, il Borri stimò prudente ritirarsi a Milano (1655) continuando a far proseliti quivi e a Pavia. Pare strano che nè il Governo nè il Sant'Uffizio n'avessero sentore fino al marzo 1659: quando egli, sentendosi decretato d'arresto, stabilì un colpo risoluto; presentarsi sulla piazza di Milano fra' suoi settarj, trucidare l'arcivescovo e i curiali, scarcerare i detenuti, inveire contro gli abusi del governo secolare ed ecclesiastico; gridando Mora Cristo e Viva Calvino, eccitare alla libertà, ed occupato il Milanese e fattosene duca, di là spingere le sue conquiste. Scoperto, molti suoi settarj furono arrestati, sette dovettero in duomo far abjura solenne; indi furono rimessi a Roma, e condannati a portar «per contrasegno dei loro falli una mantelletta gialla sopra le spalle». Egli fuggì, e in contumacia il Sant'Uffizio lo processò e condannò, ordinando omnia illius scripta hæretica comburenda esse; omnia bona mobilia et immobilia confiscanda et applicanda, vetantes sub pœna latæ sententiæ ne quis cum illo tentet, recipiat, juvet; et mandantes omnibus patriarchis et primatibus ut ipsum Burrum arrestent, vel arrestandum curent, teneant, certiores nos faciant ut statuamus quid ipsi faciendum; relaxantes ut non solum magistratus secularis sed quilibet qui possit et velit in favorem fidei nostræ ipsum capiat et teneat.

Ai 3 gennajo 1661 «l'effigie del detto Giuseppe Francesco Borro, depinto al naturale in un quadro, fu portata per Roma sopra un carro accompagnato dalli ministri della giustizia, nella piazza di Campo di Fiore, dove dal carnefice fu appiccata sulle forche, e dopo abbruciata con i suoi scritti».

Egli era rifuggito in Isvizzera, ben accolto come vittima dell'Inquisizione, e a Strasburgo «è fama incitasse quegli eretici ad abbruciare pubblicamente la statua del pontefice, forse in vendetta d'esser egli stato abbruciato in effigie a Roma. In Olanda acquistò gran credito come insigne chimico e medico, e cavalieri e principi di Francia e di Germania veniano per le poste a consultarlo e conoscerlo»; onde arricchito sfoggiò; faceasi dare dell'eccellenza, fu dichiarato cittadino d'Amsterdam, e dicono avesse dodicimila doppie in denari e gemme quando, caduto di credito colla facilità ond'era salito, fuggì di colà lasciando pessima fama. Ad Amburgo incontrò Cristina regina di Svezia, che gli diede soccorsi per raggiungere la grand'opera, cioè la tramutazione de' metalli inferiori in oro. Fallitogli il tentativo, fu a Copenaghen, ove re Federico III gli somministrò ancora denari e comodità per fabbricar oro, anzi gli chiedeva consigli politici. Ma il succeduto Cristiano V gli diede cinquecento talleri, patto che se n'andasse subito. Difilossi allora verso la Turchia, ma in Moravia arrestato per sospetto, fu dall'imperatore consegnato al nunzio pontifizio, che lo spedì a Roma, con promessa gli sarebbe salva la vita. Al giudizio comparve ben in arnese, «con un vestito di moàro fiorato nero, con un'ongherina dell'istesso, ben fornita di guarnizione: la sua statura è alta, ben proporzionato di membra: capelli neri e ricci, viso tondo, carnagione bianca, sembiante maestoso». Fu tenuto per pazzo ed obbligato solo a solenne abjura l'ottobre 1672, condotto a Loreto a far amenda presso la Beata Vergine, poi condannato a recitar salmi e credo, e chiuso in prigione perpetua. Quivi restava sempre oggetto di curiosità, e il duca d'Estrée ambasciadore di Francia, gravissimamente malato, ne chiese un consulto; e guarito, impetrò fosse detenuto semplicemente in Castel Sant'Angelo; anzi potesse uscir qualche volta a visitare malati, e tenere corrispondenze. Morì il 20 agosto 1695.

Le dottrine sue sono deposte nella Chiave del gabinetto del cavaliere G. F. Borro, col favor della quale si vedono varie lettere scientifiche, chimiche e curiosissime, con varie istruzioni politiche, ed altre cose degne di curiosità, e molti segreti bellissimi (Colonia 1681); e sono dieci lettere che fingonsi scritte a persone qualificate intorno ai segreti della grand'opera. Per la quale Olao Barch non esita a chiamarlo phœnicem naturæ et gloriam non tantum Hesperiæ suæ sed Europæ[360]. Ma essa fu stampata da altri durante la sua prigionia, ed è strano come, mentre vi discorre degli spiriti elementari, della pietra filosofale, di cosmetici e panacee, mostri beffarsi delle scienze occulte, e «aver sempre sospettato fossero piene di vanità»: ma si giovò della credulità universale; «e così (dice) mi trovai ben tosto un grand'uomo; aveva per compagni principi e gran cavalieri, dame bellissime e delle brutte ancora, dottori, prelati, frati, monache, infine persone d'ogni serie. Alcuni inclinavano a' diavoli, altri agli angeli; alcuni al genio, altri agli incubi; alcuni a guarire d'ogni male, altri alle stelle; alcuni ai segreti della divinità, e quasi tutti alla pietra filosofale». Certo e' profittava dei creduli, come fanno i ciarlatani de' nostri giorni.

Altra cura dell'Inquisizione fu il vigilare sopra devozioni o improvide o eccessive, quali erano quelle degli schiavi della Madonna santissima; del voto sanguinario, che importava di sostener anche colle armi l'Immacolata Concezione di Maria; le indulgenze prodigate a chi portava l'abitino, e simili. Di ciò doveva peccare Giacomo Lombardi, la cui Semplicità spirituale, il Trattato dell'esteriorità, ecc., furono proibiti il 28 marzo 1675 con tutti i costui opuscoli. Le pratiche o arsenali del Sant'Uffizio contengono lunghi cataloghi di libri superstiziosi, preghiere, storielle devote, scapulari, come la Hebraica Medaglia detta Maghen David et Abraham, dichiarazione di Angelo Gabriello Anguisciola, che la sant'Inquisizione ordinò consegnasse al Sant'Uffizio chiunque ne possedesse alcun esemplare.

Neppur era dimenticato il concetto dell'Evangelio Eterno, cioè d'una nuova rivelazione che si surrogasse, e compisse quella di Cristo, conducendo ad una perfezione cenobitica più sublime[361]. Marc'Aurelio Scaglia del Monferrato vestiva da prete, possedeva le visioni del Beato Amedeo confessore di Sisto IV e quelle del Neri fiorentino; e diceva che, in tempo di Paolo V, seguirebbe gran riforma della Chiesa con grandissime tribolazioni; e che verrebbe un Francescano, uomo angelico di nome Pietro, indi altri Pietri; e ogni felicità succederebbe a Firenze[362].

Anche una suor Teresa in Sicilia da pretese illuminazioni si lasciò indurre a credere d'esser la quarta persona della Trinità e corredentrice, e trovò fede in molti. Nel 1693 si conobbe una setta di cavalieri dell'Apocalisse, che proponeasi di difender la Chiesa cattolica contro l'anticristo. L'aveva istituita Agostino Gabrino, nato da un mercante bresciano, e avea reclutati da ottanta seguaci, la più parte mercanti ed operaj, che anche durante il lavoro doveano tenersi a lato uno stocco; sul petto portavano una stella con sette raggi e una coda, circondata da un filo d'oro: questa dovea figurare il globo terracqueo; la coda, la spada veduta dal rapito di Patmo. Il Gabrino intitolavasi monarca della santa Trinità; e chi dicea mirasse a sovvertimenti politici, chi che volesse introdur la poligamia. La domenica delle palme del 1693, allorchè in San Pietro del Vaticano intonavasi Quis est iste rex gloriæ, cacciossi colla spada alla mano fra i celebranti, gridando: Ego sum rex gloriæ: altrettanto fece in altra chiesa; onde fu posto ne' pazzi. Ma uno de' suoi adepti, intagliatore di legno, lo denunziò all'Inquisizione, che processò gli accusati.

Antonio Oliva di Reggio (1624-89), venuto in tal fama a Roma, che a soli diciannove anni fu eletto teologo del cardinale Barberini, prese parte alla sollevazione di Masaniello: sbandito, ritirossi a Firenze, ove fu ascritto all'accademia del Cimento, e scrisse sui liquidi, sui sali, sulla generazione dei bacherozzoli, molto lodato dai contemporanei. Repente abbandonata la cattedra di Pisa, forse per nimicizie col Redi, portossi a Roma, careggiato dai prelati e dai pontefici. Ma sotto Alessandro VIII il Sant'Uffizio scoprì che, in casa di monsignor Gabrielli, tenevasi una conventicola, nominata Accademia de' Bianchi, perchè proponeasi dar di bianco non solo ad abusi del governo pontifizio, ma della religione, col fine di ricondurla alla primeva semplicità. V'apparteneva il nostro Oliva, con un Picchetelli detto Cecco Falegname, un Alfonsi, un Capra, i dottori Mazzutti, e un Pignatta segretario. Furono arrestati, e messi tutti alla tortura, eccetto il Gabrielli il quale passò per imbecille, e riversò ogni colpa sull'Oliva. Questi vedendo disperato il caso suo, si precipitò da una finestra del palazzo dell'Inquisizione, e si fracassò la testa.

Altrove indicammo come il misticismo invadesse anime pie e sante; nel qual senso anche il Bellarmino scrisse La scala per ascender a Dio dalle creature, tradotta dal latino in tutte le lingue, e il Gemito della Colomba ossia il ben delle lacrime. Più illustre fu santa Teresa, destinata dal papa e da Filippo II a riformare monasteri: la quale definiva il diavolo «quell'infelice che mai non amò»; e diceva «che l'intelletto umano dovrebbe giudicar delle cose come se al mondo non esistessero che Dio e lui»[363].

Ma altre volte i mistici pareano trasportar ancora al medioevo, quando l'ardimento e fin la temerità delle idee associavasi alla più fervente pietà, alla fede più ferma: e questa tendenza a ingolfarsi nella divinità di Cristo fin a dimenticarne l'umanità, portava a pensieri che davano alimento pericoloso alle passioni e a teorie superbe, le quali non valgono il minimo atto di bene pratico.

A un frate Egidio fu rivelato che una buona donna può amar Dio meglio d'un dottore di teologia: ed egli corse per le vie gridando: «Venite, buone donne; amate Dio Signor nostro, e potrete esser più grandi di san Bonaventura».

Michele Molinos prete di Saragozza (1627-96), stabilitosi a Roma nel 1662, e salito in fama di gran pietà, nel 1675 vi stampò una Guida spirituale che conduce l'anima per cammino interiore a conseguire la perfetta contemplazione e il ricco tesoro della pace interiore. Suo dogma fondamentale era che, chi coll'orazione della quiete congiunge l'anima a Dio, più non può peccare di volontà; e così induceva ad una specie di estasi; insomma ad annichilarsi pensando a Dio, e in tale stato non prendersi briga di checchè succedesse nel corpo; le fantasie più lubriche possono sorgere nell'anima sensitiva senza contaminarla, e senza giungere alla superiore dove risiedono l'intelligenza e la volontà. Iddio sottomette il credente al martirio spirituale di vive tentazioni per dargli a conoscere la propria abjettezza, ma non che sgomentarsene, convien mostrarne disprezzo, lasciando operar il demonio, e tenendosi tranquilli, nella certezza che Dio guida alla salute non solo colle virtù ma coi vizj. Parrebbe udir Lutero quando scriveva a Melantone: «Sii peccatore e pecca poderosamente, ma la tua fede sia più grande che il tuo peccato... Ci basta aver conosciuto l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Il peccato non può cancellare in noi il regno dell'agnello, quand'anche fornicassimo e uccidessimo mille volte al giorno»[364].

Per ventidue anni egli fu tenuto in concetto di santo direttore di spirito; e Paolo Segneri, che lo confutò nell'Accordo dell'azione e del riposo nell'orazione, passò per invido calunniatore, e per poco non ebbe a perdervi la vita; ma il vescovo Inigo Caracciolo di Napoli s'accorse de' guasti che ne venivano nella sua diocesi: e smascherati gli errori, papa Innocenzo XI ne ammonì la cristianità. Il Molinos avea così estesa corrispondenza, che, quando fu arrestato nel 1685, gli furono trovate dodicimila lettere e molto denaro affidatogli da' suoi devoti. Malgrado le potenti protezioni, sottoposto a processo dal Sant'Uffizio, furono condannati i suoi libri; ed egli, convinto di brutali eccessi, dovette ritrattarsi pubblicamente sulla piazza di Santa Maria sopra Minerva il 3 settembre 1687, vestito di giallo con croce rossa davanti e dietro. Erasi pubblicata indulgenza di quindici anni e quindici quarantene a chi assistesse a quell'atto, sicchè, oltre il sacro collegio v'accorsero gran popolo e nobili e dotti, pe' quali eransi eretti palchi. All'udir leggere quelle massime, non men mostruose che le colpe, la folla fischiava, e gridava Al fuoco, al fuoco. Terminato, abjurò gli errori, ricevette l'assoluzione e i colpi di verga sulle spalle e l'abito di penitenza, poi chiuso in una camera coll'obbligo di confessarsi quattro volte l'anno, e recitare ogni giorno il Credo e la terza parte del rosario, sopravvisse in pentimento fino al 28 dicembre 1696.

Con lui furono condannati all'abjura e alla prigionia i suoi proseliti Simone Leoni sacerdote e Antonmaria suo fratello laico, di Campione sul lago di Lugano. L'ultimo si ostinò per due mesi anche in false interpretazioni di certi passi della Scrittura, finchè pur esso abjurò. Sessantotto proposizioni di Molinos vennero formalmente condannate da Innocenzo XI colla bolla Cœlestis Pastor, 20 novembre 1688. Insieme condannossi come infetta di quietismo la Contemplazione mistica del cardinale Pietro Matteo Petrucci, natìo e vescovo di Jesi che avea difeso il Molinos, e che, pentito, rinunziò a tutte le dignità.

Così l'immoralità veniva eretta in teorica con un osceno quietismo.

I nostri paesi subalpini, e nominatamente Vercelli, udirono dal barnabita savojardo Francesco La Combe, e dalla famosa Guyon predicare le vie dell'interiore, l'orazione del silenzio, la fede nuda, l'amor di Dio puro e per se stesso, senza timori nè speranze: in modo che l'anima, perduta l'individualità, confonde la volontà propria con quella di Dio, al punto che non sa più qual cosa condannare in sè, di qual colpa confessarsi. È noto che lo stesso Fénélon andò preso alle esaltazioni mistiche della Guyon, e n'ebbe diverbi con Bossuet, poi condanna da Roma come d'opinioni erronee, alla quale egli si sottomise.

Nella Valcamonica, terra alpina bagnata dall'Oglio fra il Trentino e il Bresciano, il vescovo di Brescia Marco Morosini, per istruzione di quei montanari, aveva istituiti molti oratorj o congregazioni. Ricevettero queste eccitamento da Giacomo Filippo, laico milanese, il quale indusse il vescovo a sistemarli a somiglianza degli oratorj di Santa Pelagia in Milano, ma subito ne apparver tali disordini, che il vescovo sospese e proibì l'opera (1653). Pure il mal seme fruttò, diffondendosi una specie di quietismo, secondo il quale laici e sacerdoti predicavano pubblicamente; uomini e donne indistinti s'adunavano nottetempo a orare e flagellarsi, negando obbedienza ai parroci e ai vescovi, prolungando fin sette e otto ore la preghiera, credendo sè soli santi, e confessavansi pubblicamente. Pietro Ottoboni cardinale, divenuto vescovo di Brescia, accorse rigorosissimamente a reprimer questi Pelagiani; mentre stava alla finestra (raccontano) vide passar un fabbro, con chiavi e catenacci, che gridava la sua mercanzia; poi un altro, e un terzo e un quarto. Insospettito fe chiamar il seguente, e legò discorso con esso, poi frugando nella cassetta di que' chiavacci, ecco vi trova catechismi calvinici e libretti concernenti le credenze e le pratiche pelagiane: onde emanata una pastorale il 13 marzo 1656, mandò inquisitori nella valle, che molti ne scopersero: furono aboliti gli oratorj, relegati o carcerati i sacerdoti Marc'Antonio Ricaldini, Giambattista Maurizio, Benedetto Passanesio, e alquanti. Pretendeano anche far miracoli; e specialmente un Francesco Negri, detto il Fabianini, vantavasi di parlar faccia a faccia con Dio, e avea scritto un discreto volume di rivelazioni e profezie, con tanti errori, che l'inquisitore di Treviso il decretò al fuoco.

Giovanni Agostino Ricaldini, fratello del Marc'Antonio, fe la sua ritrattazione nella chiesa di Treviso, abjurando d'aver creduto che l'orazion mentale sia l'unica porta della salute; che il dono dell'orazion mentale è maggior che quello della redenzione e dell'istituzione del ss. Sacramento: che le asprezze e penitenze non son care a Dio in quanto domano la carne, poichè non è bene macerar questa, essendo noi creati per amare non per patire; che Dio vuol levare il ministero di spiegar le sacre scritture di mano dei ministri della Chiesa e darlo ai secolari; che i principi avranno giurisdizione sopra gli ecclesiastici, e ne faranno morire molti, altri spoglieranno delle dignità.

Come quietista fu dai savj sopra l'eresia di Venezia condannato un Giuseppe Beccarelli di Brescia.

Tale eresia aveva fatto guasto principalmente fra le donne e nei monasteri, e nominatamente quelli di Faenza, di Ravenna, di Ferrara[365]. Quell'Ottoboni che sopra nominammo, fatto inquisitore generale, operò assai a sradicar il quietismo, e più dopo che salì papa col nome d'Alessandro VIII. E il Bernino, ripetendo il grand'orrore che aveva per ogni eresia, aggiunge che fece arrestare anche un chierico della propria camera, protonotaro apostolico e sospetto di spinosismo, e processare dalla Congregazione del Sant'Uffizio, benchè in questo si trovassero quattro cardinali parenti del reo.

Dalla Inquisizione fu nel 1689 condannata suor Francesca pistojese, monaca in San Benedetto di Pisa, che si fingea santa. Morta senza ricredersi, fu condannata ad esser sepolta come i convinti d'eresia; cioè sul carro dei malfattori furono portate le ossa e il ritratto di essa, e per man del carnefice bruciati al luogo del supplizio, e le ceneri disperse.

La Ricasoli è una famiglia delle più illustri di Toscana, d'antica origine longobarda, avente il titolo di barone; e nel sepolcro d'uno di essa in Santa Maria Novella leggesi come sia per retaggio devota alla famiglia regnante.

Dal ramo di tal casa detto dei Baroni della Trappola, e precisamente da Francesco Maria e da Diamante Antinori, era nato ai 2 aprile 1581, Pandolfo, che dotto nelle lingue greca ed ebraica, valente teologo ed oratore, entrò gesuita, poi uscitone prima della professione, divenne canonico della metropolitana fiorentina. Scrisse senza pubblicarle molte opere di controversia e d'ascetica, fra cui le Istruzioni pei sacerdoti, dove si formano le spirituali medicine, mediante le quali devesi da quelli far la spirituale cura alle inferme anime dei fedeli, e darne lo spirituale soccorso a quelle che nell'agonia e fine di loro vita sono venute. Recitò pure le orazioni funebri pel principe Francesco de' Medici e per Cosimo II: stampò a Bologna nel 1613 l'Accademia Giaponica, dialogo in difesa delle verità cattoliche; e v'aggiunse un'Orazione in lode di Gesù Crocifisso, ch'egli avea recitata davanti ai magistrati di Ragusi; e nel 1621 a Napoli pubblicò Osservazioni di una molto eminente virtù cristiana ed una sacra istoria sopra la celeste vita e divini sacrifizj della beata Margherita da Cortona; poi nel 1623 a Venezia, Osservazioni sul modo facile dell'acquisto della perfezione cristiana contenute nella vita del padre Angiolo Maria Montorsi, con un'aggiunta che mostra la via d'adempiere gli obblighi del proprio stato. Restano molte sue cose inedite, di cui principale quella De unitate et trinitate Dei, et de primo et secundo adventu filii Dei, hebraice et latine, adversus nostræ ætatis atheistas, hæreticos et judæos.

Sono opere destituite d'ogni merito e dottrinale e letterario, pure vantatissime de' contemporanei, che lo lodano di grande assiduità al pulpito e al confessionale, e di zelo e costumatezza.

Faustina Mainardi vedova Petrucci, avea fondato un istituto di fanciulle sotto il titolo di Santa Dorotea, e non credette poter collocarlo meglio che sotto la direzione del canonico Ricasoli. Mal per lui; che già di cinquant'anni fu preso d'amore per la direttrice; e per giungere a' suoi fini si giovò della propensione di lei all'ascetismo; o forse egli stesso, per desiderio di tranquillar la coscienza, credette poter volgere i libri santi e le dottrine teologiche a significare che tutto potesse esser permesso al senso, purchè l'anima restasse indifferente: merito d'un cristiano l'accettare quel che Dio manda; i tocchi carnali, non che peccaminosi, esser meritorj purchè fatti nell'intenzione di rendersi sempre più perfetti nella vita spirituale, e di dar gloria a Dio. Appoggiava tali errori a rivelazioni che asseriva fattegli dall'angelo custode, il quale gli appariva spesso, e gli faceva prelibare le gioje del paradiso; anche con miracoli manifestandogli il volere e l'approvazione di Dio.

Non solo la maestra, ma le educande rimasero illuse da dottrine così conformi al senso; e che erano propagate e applicate da un padre Serafino Lupi servita, autore di opere di teologia mistica, da un giovane prete di casa Fantoni, da un cavaliere Andrea Biliotti, da un Girolamo Mainardi, e da un innominato.

Neppure di mezzo a questa corruttela il Ricasoli cessava gli studj e lo zelo; all'occasione della peste del 1630 tradusse e pubblicò la bella orazione di san Cipriano sulla morìa: finì il Typus optimi regiminis ecclesiastici, politici et œconomici, ove offre David come esempio ai regnanti; interpretò varj salmi per esercizio di ebraico[366], e la Perfectio pulchritudinis, seu Biblia ebraica.

Da otto anni durava l'oscena tresca quando l'Inquisizione n'ebbe sentore. Il Ricasoli non esitò ad andare accusarsene egli stesso, onde fu messo in carcere coi compagni. Giovanni Mazzarelli da Fanano inquisitore non potè procedere alla sicura, trattandosi di personaggi d'alta nobiltà e dottrina, e imparentato con primarie famiglie. Aggiungansi i segni di sincero pentimento ch'egli diede in prigione, sicchè la pena fu men severa che non meritasse il delitto.

Mentre la prudenza avrebbe imposto di tirare un velo sulle colpe e sulla pena, al contrario, il 23 novembre 1641 nel refettorio del convento di Santa Croce, con funebre apparato, alla presenza de' principi medicei e di gran quantità di teologi, signori, popolani, ai rei vestiti colle cappe infami e inginocchiati fu letto il processo, colle scandolezzanti particolarità. Il Ricasoli, il Fantoni e la Mainardi venner condannati a prigione perpetua. Il Ricasoli, fatto abjura e ammenda degli errori e de' peccati, fu chiuso in angusta cella di quel convento, ove durò sedici anni macerandosi con austere penitenze. Il 17 luglio 1657 moriva, e gli furono negati i funerali solenni[367].

Nella biblioteca nazionale di Napoli sta manuscritta la storia di suor Giulia di Marco e delle false dottrine insegnate da lei, dal padre Aniello Arciero e da Giuseppe de Vicariis. Nasceva costei a Sepino provincia di Molise da un contadino di Sarno, e fatta orfana, venne a Napoli a servizio d'una signora. Traviata da uno staffiere, confida il suo fallo alla padrona, che pietosamente l'assiste a celarne il frutto. Ridottasi a vita pia, si rende terziaria di san Francesco; ma il padre Aniello Arciero crocifero, confessore suo, le insinua le sozze dottrine del quietismo, e la induce perfino a raccoglier in casa sua donne, che le oscenità ammantano di parvenze religiose, e tra le quali praticavansi i riti, che trovammo imputati ai Patarini. Talmente era velata la cosa, che nobilissime dame vi aderivano e fin due mogli di vicerè; sinchè scoperto il vero, que' pervertiti furono portati a Roma, e là dovettero fare l'abjura nella chiesa della Minerva il 12 luglio 1615.

L'isola di Sicilia, che si vantò sempre immune da eresie, e che nel 1631 eresse, sulla piazza Bologni a Palermo, una statua di bronzo di Carlo V in atto di giurare la costituzione, coll'epigrafe Purgatori Europæ lernæarum hæreseon eversori extinctori Panormus piissima d. d., dopo un breve e non fausto dominio dei duchi di Savoja tornò ai prischi signori austriaci, che, colle solite esagerazioni, furono festeggiati con medaglie portanti Ab Austro prosperitas et felicitas. Governando il marchese d'Almenara, il 6 aprile 1704 fu fatto a Palermo un solenne auto da fè nella gran piazza al fianco meridionale del duomo, presenti forse ventimila persone e le autorità, e la nobiltà e il corpo diplomatico. Alcuni poteano ricordarsi d'averne veduto un altro nel 19 giugno 1690 contro suor Giovanna Rosselli francescana e Vincenza Morana. Pomposa processione accompagnò questo nuovo atto di fede. Sull'altare eretto nel mezzo ardeano molte candele di color giallo, e dalla mezzanotte in poi vi s'erano celebrate continuamente messe per la conversione de' condannati. Fra questi venivano primi i convertiti e penitenti, a testa scoperta e con un cero in mano; di poi i riconciliati, coperti del sanbenito, scapolare di rozza lana gialla, stretto al corpo e sparso di croci rosse, e in capo la mitera: ultimi i recidivi ed ostinati col sanbenito e la mitera a fiamme. Collocaronsi sui gradini dell'altare, e il padre Antonio Majorana fece un discorso allusivo: rimpetto al pulpito stava il segretario dell'Inquisizione, davanti al tavolino portante i processi: accanto i membri del Sant'Uffizio, aventi in petto la croce d'oro a brillanti e rubini, e più in alto il grande inquisitore don Giovanni Ferrer. Davanti a loro passarono i processati, a cui fu letta la sentenza, che rimandava molti con lievi penitenze, coll'abjura e l'assoluzione; alcuni furono messi su giumenti e frustati: ma suor Geltrude Maria di Gesù, terziaria di san Benedetto, che nel secolo era stata Filippa Córdova, e frà Romualdo laico degli Agostiniani scalzi, al secolo Ignazio Barberi, entrambi di Caltanisetta, furono condannati ad esser arsi vivi, donec in cinerem convertantur, cinis vero dispergatur.

Posti s'un carro tratto da bovi, furono condotti al rogo sulla piazza di Sant'Erasmo, e fatte ad essi nuove esortazioni a pentirsi, ond'essere strangolati prima che venissero gettati sul rogo ponendo in prima il fuoco ai capelli e alla sopravesta della donna; ostinandosi essi, furono avventati nelle fiamme. E il popolo stette a spettacolo[368].

DISCORSO LI. PIEMONTE. I VALDESI SUBALPINI.

Fra le Alpi occidentali formavasi una potenza, che annettendosi gli avanzi del regno di Borgogna, poi ottenendo dalla badia di San Maurizio la lancia e l'anello di questo, poco poco dilatava dalla Saona alla Sesia e dal lago di Neuchatel al Mediterraneo, dalla vetta alpina fiutando di qual parte spirasse il vento, per ispiegar a quello le vele, non ben determinata se di là di qua de' monti giovasse meglio ampliarsi, e favorendo ora l'impero di cui era vassalla, or Francia di cui era insidiosa vicina, finchè si volse risolutamente all'Italia, ove doveva non solo sopravvivere, ma surrogarsi a tutte le dinastie. È perciò che alla storia italiana riferiamo quella pure de' paesi da cui i duchi di Savoja trassero e la cuna e il titolo, e che repudiarono appena testè per aspirazione maggiore. Carlo III il Buono era nipote di Francesco I; ma temendolo appunto per la vicinanza e perchè possedeva le chiavi del suo Stato, cioè Saluzzo, inchinò a Carlo V, di cui sposò la cognata, e a cui diede grand'appoggio contro l'emulo in Italia. In conseguenza il re di Francia ne occupò tutti gli Stati da Moncalieri alle Alpi, mentre l'imperatore tenevasi gli altri, e muniva Asti, Fossano, Vercelli; sicchè esso duca diceva al Muzio: «Due mastri di casa ho io; l'imperatore e il re, che governano il fatto mio senza rendermene conto».

Come dovesse starne il povero paese Dio vel dica; ma il duca sperava, sempre, col bordeggiare, di giunger alla sua meta. E per riuscirvi meglio fu chi lo esortava a valersi della Riforma, ed abbracciarla palesemente; col che raccorrebbe il favore di tutti quelli che avversavano il papato e l'Austria.

Anemondo di Coct, cavaliere del Delfinato infervoratissimo del nuovo simbolo, stimolava Lutero a indurvi il duca: «Questi è grandemente propenso alla pietà e alla religione vera[369]; ama discorrere della Riforma con persone della sua Corte; adottò la divisa Nihil deest timentibus Deum, la quale è pure la vostra. Mortificato dall'Impero e dalla Francia, avrebbe modo d'acquistare suprema ingerenza sulla Savoja, la Svizzera, la Francia».

Lutero in fatto gli scrisse, ma senza effetto. Anzi il duca passava intere mattinate a visitar chiese e udire messe: i tre stati di Savoja nel 1528 richiedevanlo di tener in pronto milizia che bastasse a reprimere i tentativi dei Riformati, e impedire si estendessero nel paese; egli pure, vagheggiando il concetto, allora nascente, dell'unificare lo Stato, non bramava di meglio che svellerne l'eresia. Ma in cinquant'anni di signoria, per la passione di tutto acquistare, quest'ambizioso non fece che perdere; vedemmo (pag. 92) come la sua smania di insignorirsi di Ginevra fece che questa gli si rivoltasse, e appoggiandosi ai cantoni Svizzeri riformati, abbracciasse la Riforma di cui dovea diventar la Roma, e come il duca serbasse eterna ribrama di quel dominio; e più volte tentasse recuperarlo, ma sempre con sua onta. [Nella lista de' pastori, inviati a chiese straniere dalla compagnia de' pastori di Ginevra dal 1555 al 1566, trovo nel 1555 mandato a Aunis e Saintonge Filippo Parnasso piemontese: e mandati in Piemonte Giovanni Vineannes il 22 giugno 1556: Giovanni Lanvergeat l'ottobre 1556: Alberto d'Albigeois il 27 settembre 1556: Giovanni Chambeli il gennajo 1557: Gioffredo Varaglia di Cuneo nel 1557: Bacuot Pasquier il 14 settembre 1557: a Pragelato, Martino Tachart il 3 giugno 1558: a Torino, Cristoforo figlio del medico di Vevey nel dicembre 1558.]

In una storia della Val d'Aosta, che trovasi nella biblioteca del re a Torino, vi sono lettere da cui appare che, sebbene non si volessero inquisitori, pure, avendo Calvino diffusa l'eresia in quella valle, alcuni furono processati dal vicario del vescovo Gazzino, e i convinti furono rimessi ai signori pari e non pari, per metter ad esame la sentenza, senza che alcun inquisitore vi avesse parte.

Il 12 luglio 1529, Pietro Gazzini vescovo d'Aosta, ambasciadore a Roma, scriveva al duca di Savoja d'aver esposto al papa che a Chambery s'era tenuto un sinodo generale di prelati e abati sopra gli affari della religione, e che lo pregavano di soccorrerli, attese le esorbitanze commesse dai Luterani nelle valli di Savoja. Aggiunge che la Borgogna superiore e il contado di Neuchâtel sono invasi da questa setta; che a Ginevra il vescovo non osa più dimorare, nè vi si fece il quaresimale, e mangiasi carne i giorni di magro, e leggonsi libri proibiti. Aosta e la Savoja sarebbero assolutamente pervertite se il duca non v'avesse fatto decapitare dodici gentiluomini, principali apostoli di queste dottrine. Malgrado ciò, non manca chi diffonda quel veleno nei dominj del duca, benchè questi abbia, sotto pena di ribellione e di morte, vietato parlarne. Costoro esclamano che il duca non è re loro, e atteso i gravi tempi e le grosse spese della guerra, domandano a gran voci si vendano i pochi beni che gli ecclesiastici ancor possedono, e con tali maledette promesse fanno molti aderenti. Il vescovo conchiude aver detto al Santo Padre quanto grandi servigi renda esso duca al Santo Padre col perseguitare questa sètta, ed impedir che penetri in Italia. Il papa gli rispose ringraziandolo; non poter mandare denaro, attesa la ruina del suo tesoro, ma supplicava specialmente il duca di tener d'occhio Ginevra, la cui perversione bisogna impedire a ogni costo.

Una lettera del dicembre 1535 riferisce gravi quistioni degli Aostani col vescovo Gazzini che gli avea scomunicati. L'anno stesso troviamo quei contorni agitati dalla guerra e dall'eresia di Calvino, e Ami Porral, deputato di Ginevra e Basilea, scriveva: «Il duca ci dice d'aver molto a che fare di là dai monti, in parte a cagione del vangelo, che si diffonde per tutte le città. La cosa conviene che proceda, poichè essa viene da Dio, a dispetto de' principi».

La medesima storia racconta come, uscente febbrajo 1536, Calvino penetrasse nella valle, e si accostasse alla città, tenendosi nascosto nella cascina di Bibiano, presso l'avvocato nobile Francesco Leonardo Vaudan. Riuscì a pervertire alcuni, e sparse biglietti per esortare gli abitanti a mettersi in libertà, e allearsi ai Cantoni svizzeri protestanti. Il pericolo fu scongiurato con prediche e con processioni, alle quali assistevano col popolo il vescovo Gazzini, il clero, il conte Renato d'Echalland, e le persone più distinte, a piè nudi, coperti di sacco e di cenere: e fecero trattato coi signori delle sette decurie nel Vallese di sostenersi a vicenda contro ogni innovamento in fatto di religione o di fedeltà. Poi in assemblea generale si fece divieto, a nome di sua altezza, sotto pena della vita di lanciar qualsiasi proposizione contraria al sovrano o alla religione.

Gli aderenti a Calvino fuggirono, passando a guado il torrente Buttier sotto Cluselino, donde recaronsi nel Vallay per le montagne di Valpelina. I tre Stati raccolti in assemblea, a mani alzate fecero una pubblica professione di fede, e solenne giuramento di vivere e morire nella religione cattolica, e stabilirono una processione il giorno della Circoncisione e la terza festa di Pasqua e di Pentecoste, cui assisteva tutta la città, oltre erigere in mezzo alla città una grossa croce di pietra: tutti gli abitanti mettessero sulla loro porta il nome di Gesù.

Nella relazione di Gregorio Barbarigo ambasciadore veneto a Carlo Emanuele I nel 1611, è narrato quanto la perdita di Gex e degli altri cantoni e di Ginevra pesasse al duca di Savoja, «desideroso piuttosto d'allargare gli antichi confini dello Stato suo, che facile a soffrire di esser privo di quello che già è stato de' suoi antenati». Sperò riaverli alla morte d'Enrico IV, e col matrimonio del principe suo figlio, e perchè restava tolto l'appoggio de' Francesi a Ginevra, dove allora aveasi meno affluenza di Protestanti, dopo che erano tollerati in Francia, meno industria dopo che a Lione si favorirono le manifatture nazionali meno lavoro di stampa dopo che ai libri colà pubblicati, che spesso erano anche pontifizj e buoni, non si permetteva di mettere la marca de' libraj lionesi, colla quale circolavano liberamente.

E prosegue come esso duca sempre si valesse delle cose di religione per ampliar i suoi Stati: mediante intelligenze colla Lega sperò estendersi in Provenza: col pretesto di tor via gli Ugonotti, agognava ottenere Ginevra; ma poichè videsi non abbastanza soccorso, si amicò coi Protestanti di Germania, e non esitò disgustare il pontefice, massime col tirare la guerra in Italia. Il pontefice però comprende come bisogni usar riguardi a paese, che trovandosi in contatto con Ginevra, potrebbe declinare dal rispetto dovutogli. E qui ragiona delle valli Valdesi, e della loro tenacità nelle antiche e nuove credenze. Aggiunge che nello Stato, mentre fu posseduto dai Francesi, molto si propagò la dottrina degli Ugonotti, e v'ebbe pubblici predicatori in Torino[370] e altrove, «i quali, rimesso il duca in istato, furono fatti partire, talchè ora si vive cattolicamente dappertutto; comprendendo i duchi che, quanto scemava lo zelo per la religion cattolica, cresceva l'inclinazione pei Francesi».

Il clero vive dipendentissimo dal duca, lo che toglie ogni possibilità al papa di contrariarlo: perocchè i benefizj ecclesiastici son quasi tutti conferiti liberamente dal duca, compreso i due arcivescovadi di Torino e Tarantasia e i nove vescovadi, godenti da due fin a cinquemila scudi d'entrata; il duca propone alla conferma del papa un nome solo; lascia lungamente vacanti i posti, valendosi degli intercalari a gratificare persone e famiglie sue devote, e non permette che ne godano forestieri, nè che questi moderino le coscienze de' suoi sudditi: molti ne convertì in commende dei ss. Maurizio e Lazaro. Nelle materie giurisdizionali di là dai monti ha piena autorità anche sopra le persone ecclesiastiche: in Piemonte sopravvive qualche privilegio a queste. Nei feudi procura escludere l'ingerenza clericale. Ha gelosia de' Cappuccini, che dipendendo dalla provincia di Genova, non hanno spiriti abbastanza principeschi, onde diè loro lo sfratto, principalmente dal convento che hanno sulla collina di Torino.

Ciò pel Piemonte proprio: quanto ai paesi di quel regno già appartenuti a Genova, trovo a Ventimiglia nel 1573 esser dal vescovo ribenedetto un Antonio Planca di Tenda, il quale in Genova (o Ginevra?) aveva abbracciato la religione luterana. In Sospello poi si indicano ancora le case ove abitavano alcuni calvinisti, colà solo tollerati.

Al 17 aprile 1582, Ugolino Martelli vescovo di Glandève, scriveva al duca di Savoja d'un caso d'eresia avveratosi a Pogetto, e come v'avesse trovato un tal Morin medico, che dieci o dodici anni prima n'era partito con suo padre a causa di eresia, poi ripatriato, fece atto d'obbedienza alla Chiesa davanti al governatore. Quanto agli uomini ei dice che tutto va bene, ma in fondo alla coscienza dubita della sincerità di lui, onde lo circondò di precauzioni affinchè non vendesse i beni paterni, di cui era stato rimesso in possessione dopo l'abjura: e consiglia al duca di far in modo che non possa ridurli a denaro, per poi andarsene e tornar al vomito.

Assicura che l'eresia, manifestatasi a Pogetto dodici anni fa, non vi ricomparve. Bensì a Cigala i preti si lagnano che molti si confessano per ottenere licenza di viaggiare, ma come l'ottennero, si scoprono eretici, e se ne portano il denaro dei beni che in secreto vendettero. Egli suggerisce che tali vendite siano annullate.

Ad Aghidone, alcuni fanno insolentemente professione d'eresia, ma essendo povera gente, basterà farvi paura e darvi buone censure. Se però persistessero, bisognerebbe toglier loro i figliuoli, e metterli in luogo sicuro.

Anche a Sero il male si diffuse tra le montagne, non per difetto delle popolazioni, ma per volontà de' signori (Archivj del regno. Corrispondenza dei duchi di Savoja).

Il vescovo di Ventimiglia al 28 agosto 1572 annunziava al duca dolergli che Maladorno fosse stato sciolto di prigione, mentre è complice delle abominevoli cose operatesi poc'anzi: è sospetto d'aver abbattuto l'immagine di santa Maddalena, e insudiciato i gradini dell'altare (Ibid.).

Chi da Torino procede a libeccio verso le Alpi Cozie, che fan confine alla Francia, dopo Pinerolo fra monti più o meno selvaggi a cui sovrastano il Monviso e il Moncenisio, vede aprirsi una successione di valli: a settentrione quella di Perosa, solcata dalla Germanesca e più oltre quella di Pragelato; a mezzodì di esse quella di Rorà, più piccola ed elevata; a occidente la valle di Luserna, bagnata dal Pellice, da cui diramasi quella d'Angrogna o San Martino, che da un lato chinasi al Piemonte, dall'altro pel colle della Croce dà adito al Delfinato, importante passaggio d'eserciti e di merci per Francia. Lungo i torrenti Angrogna e Pellice, che scendendo di balza in balza, le irrigano di troppo fredde acque e non di rado le devastano, si stendono pingui pascione, da cui a scaglioni si elevano piani, studiosissimamente coltivati dagli abitanti, che nella pastorizia, nella caccia, nella pesca, nell'educare i cereali, i gelsi, la vigna, i boschi, e nel cavar pietre lavagne esercitano la forte vita. Alle scene campestri più in su e più in dentro ne succedono di austere, con nevi quasi perpetue e terror di valanghe. Il dialetto piemontese che vi si parla ha mistura ancor maggiore di francese.

La val di Luserna è ora popolata in quantità di ventimila anime, e n'è capo Torre con tremiladucento, amenissimamente posta alle falde del Vandalino, ed eretta appunto a schermire la valle da forestiere escursioni.

Colà fra la pianura subalpina e le gigantesche Alpi che la proteggono si erano ritirati gli avanzi di que' Valdesi, che nel secolo XIII vedemmo turbare l'Italia e dare origine all'Inquisizione. I Valdesi cercano persuadere che la religione loro derivi direttamente dagli apostoli e da' primi loro discepoli, che si conservasse senza adulterazione fra questi Israeliti delle Alpi, che perciò sarebber i cristiani più antichi; predestinati da Dio a mantener la vera fede e la purezza del Vangelo: che i Riformatori d'ogni tempo attinser da loro le dottrine che predicarono. Eppure queste variarono a seconda de' ministri e de' tempi. Parlandone nel discorso V indicammo come vogliansi discernere dagli Albigesi e dalle altre sette manichee. Bossuet asserisce che, quando si separarono da noi, in pochissimi dogmi deviavano, e forse in nessuno[371]: Ranerio Saccone, che, essendo stato dei loro, dovea conoscerli, dice credevano dirittamente in tutto, se non che bestemmiavano la Chiesa e gli ecclesiastici[372]; e Lucio III papa li pose fra gli eretici per alcuni dogmi e osservanze superstiziose, il che indicherebbe non avessero errori fondamentali, e massimamente di quelli che dappoi levarono rumore. Anche dopo la condanna del papa, tennero una conferenza a Narbona, dinanzi ad arbitri: e il ragguaglio che ne dà Bernardo abate di Fontecaldo, ci ajuta a determinare che le loro colpe consisteano principalmente nel negare obbedienza a preti e vescovi, credendosi autorizzati a predicare, uomini e donne; in opposizione ai Cattolici, i quali sosteneano bisogna obbedire ai sacerdoti e non sparlarne, le donne non dover predicare, e neppur i laici senza licenza de' pastori; non doversi ripudiare la preghiera per i morti, nè abbandonare le chiese per far orazione in case private. Anche Alano dell'Isola, che scrisse un libro per confutarli, insiste sull'obbligo che corre di non predicare senza missione, e di obbedir ai prelati sebbene cattivi; che l'ordine sacro, non già il merito personale, conferisce l'autorità di consacrare, di legare e sciogliere; che bisogna confessarsi a preti, non a laici; che è permesso in certi casi giurare e punir di morte i malfattori, il che essi negavano[373].

Condannati da Bolesmanis arcivescovo di Lione, chiesero protezione da papa Lucio III, che invece esaminatili, condannò i nuovi eretici nel 1184[374]: non obbedirono, ma tornarono a cercar il voto di Innocenzo III, che di nuovo condannò ogni loro riunione e insegnamento, nel 1199.

Giacomo vescovo di Torino, andato nel 1209 alla corte di Ottone IV imperatore, gli palesò questa infezione della sua diocesi: e n'ottenne un rescritto, ove quegli protesta che «il giusto vive di fede, e chi non crede è giudicato»; laonde nel suo impero vuol che ogni eretico sia punito coll'imperiale severità; gli conferisce autorità speciale di cacciar dalla diocesi i Valdesi, e chiunque semina la zizzania della falsità[375]. Pure poco a poco crebbero d'audacia, e al modo dei Fraticelli, sostenevano che, per amministrare i sacramenti, bisogna esser poveri, e in conseguenza i preti cattolici non erano veri successori degli apostoli. Nel 1212 tornarono a Roma per ottener dalla santa sede licenza di predicare; e Corrado abate Uspergense, che ve li vide col loro maestro Bernardo, dice affettavano la povertà apostolica con certi zoccoli e tuniche come i monaci, ma capelli lunghi, a differenza di questi, e che nelle assemblee secrete e nelle prediche contrafaceano i riti della Chiesa. E soggiunge come fu per dare alla Chiesa de' veri poveri, che il papa approvò i Francescani[376].

Allora viveano rinserrati nelle valli subalpine, donde nel 1308 respinsero armata mano gli inquisitori, e uccisero Guglielmo prevosto cattolico della valle, sospettando gli avesse egli denunziati. Giovanni XXII, in un breve dell'8 luglio 1332 all'inquisitore Alberto di Castellaro marsigliese, movea lamenti del crescere dei Valdesi in Piemonte, e massime di Pietro Martino pastore, e designava provvedimenti. Nel 1354 Giacomo, principe di Acaja residente a Pinerolo, ordinava a Balangero Rorenco ed Ueto suo nipote, signori della Torre, d'imprigionar quanti Valdesi cogliessero nella valle di Luserna[377]. Nel 1365 il giorno della Purificazione: fu da essi ucciso nel convento de' Francescani di Susa Pietro Cambiano de' Predicatori, che aveva acquistato il feudo di Ruffia. Antonio Pavoni domenicano, inquisitore in Savigliano, mentre quivi predicava la domenica in Albis del 1374, fu da essi ucciso e straziato. Scoperti gli uccisori, il conte di Savoja ordinò ne fosse diroccata la casa con divieto di riedificarla, nè di coltivarne i campi: se essi fossero côlti, venissero menati per tutto il Piemonte con abito ignominioso e le mani al tergo, e posti sulle porte d'ogni chiesa in tempo delle festive funzioni, poi chiusi in carcere finchè avesser la pena meritata[378]. Nel 1370 essendo aumentati tanto da non bastarvi le produzioni del paese, molti Valdesi migrarono, e forse fu allora che stabilirono colonie nelle Calabrie e nella Puglia.

Regolavansi essi sotto la direzione di anziani, detti barba, cioè zii, carezzevole nome di famiglia, donde trassero il titolo di Barbetti. Avversi a Roma e ai riti che qualificavano d'idolatrici, pretendeano aver conservata la integrità dell'evangelica predicazione; ma non intricandosi in sottigliezze dogmatiche, stavano paghi di poter credere e adorare come la coscienza lor dettava; e così poco dissentivano dalle credenze cattoliche, che, quavolta non avessero barbi, o troppo rozzi nelle cose dell'anima, chiedeano sacerdoti nostri.

Andavano alcuni frati ad apostolarli, e san Vincenzo Ferreri nel 1403 scriveva al suo generale qualmente avesse predicato in Piemonte e in Lombardia: «Tre mesi occupai a scorrere il Delfinato, annunziando la parola di Dio; ma più mi badai nelle tre famose valli di Luserna, Argentiera e Valputa. Vi tornai due o tre fiate, e sebbene il paese sia zeppo d'eretici, il popolo ascoltava la parola di Dio con tal devozione e rispetto, che dopo avervi piantato la fede, Dio soccorrente, credetti dover ricomparirvi per confermar i fedeli. Scesi poi in Lombardia a preghiere di molti, e per tredici mesi non cessai d'annunziarvi il Vangelo. Penetrai nel Monferrato e in paesi subalpini, dove ho trovato molti Valdesi ed altri eretici, principalmente nella diocesi di Torino; e Dio sorreggeva visibilmente il mio ministero. Queste eresie derivano principalmente da profonda ignoranza e difetto d'istruzione: molti m'assicurarono che da trent'anni non aveano inteso predicare se non qualche ministro valdese, che solea venirvi di Puglia due volte l'anno. Di ciò io arrossii e tremai, considerando qual terribile conto avranno a rendere al supremo pastore i superiori ecclesiastici, che alcuni riposano tranquillamente nei ricchi palazzi, altri vogliono esercitare il ministero soltanto nelle grandi città, lasciando perir le anime, che sprovedute di chi spezzi loro il pane della parola, vivono nell'errore, muojono nel peccato... In val di Luserna trovai un vescovo d'eretici, che avendo accettato una conferenza con me, aperse le luci al vero, e abbracciò la fede della Chiesa. Non dirò delle scuole de' Valdesi e di quanto feci per distruggerle, nè delle abominazioni d'un'altra setta in una valle detta Pontia. Benedetto il Signore della docilità con cui questi settarj rinunziarono ai falsi dogmi, e alle usanze criminali insieme e superstiziose! Altri vi dirà come fui ricevuto in un paese, ove già tempo si erano rifuggiti gli assassini di san Pietro Martire. Della riconciliazione de' Guelfi e Ghibellini e della generale pacificazione dei partiti, meglio è tacere, a Dio solo rendendo tutta la gloria»[379].

Con così cristiana carità operavano i missionarj, nè però credasi che supplizj mancassero, e ventidue Valdesi furono arsi in Cuneo il 1442[380]. Il sabato 5 settembre 1388 in Torino frate Antonio di Settimo da Savigliano, inquisitore nell'alta Lombardia, proferì condanna contro Catari, Patarini, Speronisti, Leonisti, Arnaldisti, Circoncisi, Passaggini, Gioseffini, Franceschi, Bagnoresi, Comisti, Berrucaroli, Curamelli, Varini, Ortolani, Sacatensi, Albanesi, Valdesi e d'ogni altro nome. Già nel VOL. I, pag. 86 riferimmo questo processo, il quale fu fatto senza tortura, e i castighi consistevano nell'obbligar a portare sulla veste due croci gialle lunghe un palmo e larghe tre dita, e con queste assister alla messa grande e alla predica, e pagar alquanto. Ai relapsi confiscavansi i beni, ed erano rimessi al castellano di Asti e di Pinerolo per punizione severa. Molt'altre volte bestemmiatori e relapsi troviamo puniti di multe pecuniarie: nel 1272 Pasqueta di Villafranca fu condannata in quaranta soldi perchè faciebat sortilegia in visione stellarum: in quaranta fiorini Antonio Carlavario nel 1363, accusato d'aver fatto scendere la gragnuola in Pinerolo leggendo libri di necromanzia; e nel 1386 in cenventi fiorini d'oro trentadue uomini della valle di San Saturnino, che credeano per incanto far sanare le loro bestie in un'epidemia[381].

Verso il 1440 eransi introdotti altri eretici, causando gran perturbazione; e pigliato ardire, inveivano contro i parroci cattolici, dicendoli ignoranti e che traevano le anime e i corpi in perdizione; due ne malmenarono; uccisero il curato di Angrogna che ne ribatteva i sofismi; batterono quel di Fenile; assalirono quel di Campilione ed altri. Non volle soffrirli impuniti il vescovo di Torino, che nel 1446 inviò frà Giacomo Buronzio inquisitore con una scorta di soldati, et si non fuissent milites qui eum custodiebant, dice un cronista, una cum multis aliis bonis catholicis non redisset vivus. Trovò quasi tutti i valligiani dati all'eresia, e molti relapsi. Tenne anche colloquj, e avendo invitati in Luserna quanti voleano seco disputare, con trecento e più Valdesi ci venne il vecchio barba dottissimo Claudio Pastre, che nè convinse nè resto convinto. Costui altre eresie predicava contro l'incarnazione del Figliuol di Dio e la presenza reale, e teneva adunanze fin di cinquecento eretici, i quali gl'inquisitori o respingevano o assediavano o beffavano. L'inquisitore non volendo usare altre armi che le ecclesiastiche, nè potendo procedere singolarmente contro tanti, pronunziò interdetta la valle, che durò così dal 48 al 53, quando tornatovi frà Buronzio e convertitine alcuni, questi supplicarono perdono da Nicolò V, che in fatti ordinò ai vescovi di Torino e Nizza riconciliasse tutti quelli che abjurassero. E ne fu più di tremila, e il vescovo gli accolse e regalò, ma impose che quelli che ricadessero perderebbero i beni. Ciò non impedì che molti e presto ritornassero al Vomito[382].

Fu sotto questo vescovo Ludovico da Romagnano, che, avendo alcuni ladri rubato un ostensorio colle sacrosante specie, il giumento che le portava, passando per Torino, si buttò a terra, e l'ostia elevossi luminosa (6 giugno 1453): miracolo sin ad oggi festeggiato.

Questi ed altri prodigi di quel tempo non tolsero che i Valdesi persistessero nell'errore; onde nel 1475 si decretò che nessun contratto con essi avesse valore e frà Giovanni d'Aquapendente curava che i magistrati a ciò s'attenessero.

Il 23 gennajo dell'anno seguente, Jolanda, sorella di Luigi XI, vedova del beato Amedeo di Savoja e tutrice di Carlo, d'accordo coi vescovi ordinava ai castellani di Pinerolo e Cavour e al podestà di Luserna facessero osservare gli ordini dell'Inquisizione, e adoprassero tutte le vie per ricondurre i Valdesi alla Chiesa cattolica. V'andò poi inquisitore Alberto de' Capitanei, arcidiacono cremonese, i cui rigori eccitarono a resistere; da Pietro Revel d'Angrogna nel 1487 fu ucciso il Negro di Mondovì, e malmenate le truppe venute per opprimerli. Violentemente li perseguitò il beato Aimone Tapparelli d'Azeglio inquisitore nel 1495. Margherita di Foix, vedova del marchese di Saluzzo, si accontò col vescovo di questa città per escluderli dal marchesato nel 1499; onde i Valdesi si restrinsero nelle valli. Per quanto vi si tenessero tranquilli gli alpestri silenzj non sempre li sottraevano a sospetti e animadversioni de' governi, massime per parte della Francia, ombrosa della loro vicinanza. Re Carlo VIII avea tolto a perseguitarli, e papa Innocenzo VIII eccitato i credenti contro questi aspidi velenosi; e il legato condusse un esercito nelle placide valli d'Angrogna e Pragelato. Al suo rincalzare alcuni abjurarono, altri si ridussero fra monti più inaccessi: ma re Luigi XII, dopo presane informazione, ebbe ad esclamare: «Son migliori cristiani di noi».

Giudice incompetente! Ma nel 1517, Claudio Seyssel arcivescovo di Torino, venerato per sapienza, e per incarichi affidatigli da Luigi XII e Francesco I, avendoli conosciuti nella visita pastorale, s'adoprò a ricercare fin nella radice gli errori, e convertire i Valdesi, che giudica una genia abjetta e bestiale, avente appena tanta ragione che basti a distinguere se bestie o uomini sieno, se vivi o morti: e quindi non occorre con essi alcuna disputa formale. Pure ne divisa le dottrine, e non sono quelle che poi professarono i Riformati. La principale consisteva nel far dipendere l'autorità del ministero ecclesiastico dal merito delle persone, nè poter consacrare e assolvere chi non osserva la legge di Cristo; in conseguenza non doversi obbedir al papa e ai prelati, perchè si sono distolti dalla via degli apostoli; e Roma, carica d'ogni mal mendo, è la meretrice dell'Apocalisse. Ben soggiunge che «alcuni fra essi, dotti d'alta ignoranza, ciarlano più che non ragionino intorno alla sostanza e alla verità dell'eucaristia; ma quel che ne dicono come un segreto è talmente alto, che appena i più esperti teologi arrivano a comprenderlo».

Non trattavasi dunque della assenza reale, massima la meno alta, e la più conforme ai sensi. Anzi esso arcivescovo fa dire a un Valdese: «Come mai il vescovo e il prete, ch'è in ira a Dio, potrebbe propiziarlo agli altri? Colui ch'è sbandito dal regno di Dio, come potrebbe averne le chiavi? Se la preghiera e le azioni di lui non hanno utilità veruna, come mai Gesù Cristo, alle parole di esso, potrebbe trasformarsi sotto la specie del pane e del vino, e lasciarsi maneggiar da uomo, ch'egli ha interamente rejetto?»[383].

Bossuet che, nella Storia delle Variazioni, esibì pur quelle de' Valdesi, assicura esistere in una biblioteca i processi fatti il 1495 nelle costoro valli, raccolti in due grossi volumi, dove, tra altri, è l'interrogatorio d'un tal Quoti di Pragelato. Alla domanda su qual cosa i barbi insegnassero del sacramento dell'altare, risponde com'essi «predicano e insegnano che, quando un cappellano che abbia gli Ordini proferisce le parole della consacrazione, sull'altare egli consacra il corpo di Cristo, e il pane si cangia nel vero corpo»; ch'egli ricevea tutti gli anni a pasqua «il corpo di Cristo»: e i barbi dicevano che per ben riceverlo bisogna esser confessati, e meglio dai barbi che dai cappellani, cioè dai preti, perchè questi scapestravansi a vita libera, mentre quelli la menavano giusta e santa. Sempre riferivansi dunque alla teorica del merito personale, dogma loro principale; e lo ripetono anche gli altri, e che confessavansi ai barbi, i quali hanno facoltà di assolvere; confessavansi a ginocchio; e per ogni confessione davano una moneta; riceveano penitenze, le quali per lo più consisteano in un Pater, un Credo, non mai l'Ave Maria; proibito il giurare; non doversi invocare i santi nè pregar per i morti.

Così seguitarono a vivere e credere fin quando, mal per loro, ebbero contezza della Riforma predicata da Lutero. Ad abbracciarla non erano spinti per riazione, come gli Svizzeri e i Tedeschi. Invitati però da questi, nel 1530 deputarono Pietro Masson, Giorgio Morel e Martino Gonin loro barbi, a conferirne in Basilea con Ecolampadio, a Strasburgo con Bucer, a Berna con Bertoletto Haller ed altri campioni. Ai quali esposero come essi praticassero la confessione auriculare; i loro ministri vivessero celibi; alcune vergini facessero voto di perpetua castità.

A chi le negazioni protestanti appoggiava sugli usi del primitivo cristianesimo, spiacque il riconoscere che questi pretesi contemporanei degli apostoli discordassero in punti così controversi, e che prendessero scandalo delle asserzioni di Lutero contro il libero arbitrio. Pietro Gilles loro storico nota che que' maestri gli ammonirono di tre cose; 1º di alcuni punti dottrinali, ch'e' riferisce, sui quali voleano si riformassero; 2º di meglio disciplinare le assemblee; 3º di non permettere più che membri della loro chiesa assistessero alla messa, nè aderissero in verun modo alle superstizioni papali e ai sacerdoti cattolici[384].

Del resto da nessun autore trapela che avessero una confessione canonica di fede; sicchè quelle che si producono è presumibile venissero compilate dopo la riforma loro, per la quale cessarono d'essere quel che prima, e si misero sull'orme de' Protestanti, mentre volentieri si spacciano per loro precursori. Lo stesso Beza confessa che i Valdesi aveano «imbastardita la purezza della dottrina», e declinato dalla pietà e dalla dottrina[385]; e il protestante Scultet, nel riferire la loro conferenza con Ecolampadio[386], fa da uno dei deputati confessare che fin allora aveano riconosciuto sette sacramenti; ma ripudiavano la messa, il purgatorio, l'invocazione dei santi; i ministri erano in supremo grado ignoranti, siccome persone costrette a vivere di lavoro onde di limosine, e non da essi, ma da preti romani riceveansi i sacramenti, del che domandavano perdono a Dio, perchè non poteano di meno; ch'essi ministri non menavano moglie, ma spesso fornicavano, e allora restavano esclusi dalla società dei barbi e dal predicare. E per loro istruzione domandavano non solo «se al magistrato sia lecito punire i criminali di morte», ma anche se sia permesso uccider il falso fratello che li denunziava, attesochè, non avendo giurisdizione fra loro, quest'unica via trovavano a reprimerli; se gli ecclesiastici potessero ricever doni, e tenere cosa alcuna in proprio; se accogliere la distinzione del peccato in originale, veniale, mortale; se i bambini di qualunque nazione sono salvati pei meriti di Cristo; se gli adulti che manchino di fede possono giunger a salute in qualunque religione. Sopratutto mostravansi colpiti da ciò che in Lutero aveano letto sulla predestinazione e il libero arbitrio, «mentre credeano che gli uomini avessero naturalmente alcuna forza e virtù, la quale, eccitata da Dio, avesse qualche valore, conforme alla parola Battete e vi sarà aperto. Che se i predestinati non posson divenire riprovati e viceversa, a che tante prediche e scritture? a che, se tutto arriva per necessità?»

Maggiore conformità si pretese trovarvi colle dottrine di Calvino, il quale, penetrato nella val d'Aosta allorchè abbandonò la duchessa di Ferrara, diede calda opera perchè que' valligiani abbracciasser la sua credenza, e sottraendosi a Savoja, si fondessero coi Cantoni protestanti svizzeri. Gli stati però di quella valle, adunatisi nel febbrajo 1536, presero severi provvedimenti per la conservazione della fede cattolica. Meglio riuscì coi Barbetti il celebre ginevrino Farel, e gl'indusse a pubblicare la loro professione di fede, e chiarirsi o divenire calvinisti, abolendo i suffragi pei defunti, i digiuni, il sagrifizio della messa, tutti i sacramenti eccetto il battesimo e la cena, e credere alla predestinazione e alla salvezza per mezzo della sola fede, nè altri che Cristo esser mediatore fra Dio e gli uomini.

Era questo veramente il simbolo antico? o è vero quel che sopra vedemmo asserito, che da prima ammettessero l'efficacia delle opere?

Quando ai novatori rinfacciavasi d'esser nati jeri, importantissimo riusciva l'accertar questi punti, e quindi se ne discusse con quell'accannimento, che sempre offusca la verità. I più recenti negano che i Valdesi derivassero da Claudio di Torino, nè che la confessio fidei sia del 1120, bensì posteriore al colloquio con Ecolampadio[387], e che poc'a poco eransi allontanati dalla Chiesa cattolica.

Nell'assemblea che i Valdesi tennero per sei giorni in Angrogna a mezzo settembre 1532 fu proposta un'unificazione, i cui punti erano:

1. Che servire a Dio non si può se non in ispirito e verità;

2. che quei che furono o saranno salvati, sono eletti da Dio prima della creazione;

3. che riconoscer il libero arbitrio è negar la predestinazione e la grazia di Dio;

4. che si può giurare, purchè chi lo fa non pigli il nome di Dio invano;

5. che la confessione auricolare ripugna alla Scrittura; bensì è lodevole la confessione reciproca e la riprensione secreta;

6. non v'è giorni prefissi al digiuno cristiano;

7. la Bibbia non proibisce di lavorar la domenica;

8. nel pregare non occorre articolar le parole, nè inginocchiarsi o battersi il petto;

9. gli apostoli e i padri della Chiesa usarono l'imposizione delle mani, ma come atto esterno e arbitrario;

10. i voti di celibato sono anticristiani;

11. i ministri della parola di Dio non devono andar vagando e mutare dimora, se pure nol richieda il ben della Chiesa;

12. per provvedere alle famiglie, essi possono godere altre rendite, oltre i frutti dell'apostolica comunione;

13. soli segni sacramentali sono il battesimo e l'eucaristia.

Non tutti però convennero in tali articoli; e nominatamente li ricusarono i barbi Daniele di Valenza e Giovanni di Molines, che ritiratisi dal sinodo, passarono in Boemia; primo scisma fra' Valdesi, dedotto principalmente da ciò, che «alcuni pensarono, coll'accettare tali conclusioni, si degradasse la memoria di quelli che fin allora aveano condotto la loro chiesa».

Un'altra professione di fede sporsero al luogotenente del re di Francia dopo l'editto del 1555, portante che la religione loro e de' loro padri era rivelata da Dio nel vecchio e nuovo Testamento, e sommariamente espressa nei dodici articoli del Credo; confessavano i sacramenti, ma non il loro numero; accettavano i quattro Concilj ecumenici Niceno, Efesino, Costantinopolitano e Calcedonese, il simbolo di sant'Atanasio, i comandamenti di Dio; riconoscevano i principi della terra, ma non intendevano obbedir alla Chiesa cattolica e ai decreti di essa.

Pare dunque che gl'insegnamenti ingenuamente scritturali de' barbi non tenessero di quel dogmatismo assoluto e sistematico, di cui i Riformati si armarono per combattere la Chiesa romana: poco aveano letto, poco discusso, difendendosi piuttosto col soffrire e credere; e comportavano alla Chiesa romana tutto ciò che non urtava il lor senso morale. Ma a ripudiar ogni accordo con questa gl'indussero Farel e i seguaci di Calvino, riuscendo a mutarne le credenze più che non avessero ottenuto tante predicazioni e persecuzioni. E nel 1842 il pastore Paolo Appia gemeva delle novità introdotte. «Chi voglia ben conoscere la Chiesa Valdese bisogna la osservi avanti la Riforma, quando non ancor deformata dalle professioni calviniche. Non fu un bel giorno per essa quello, in cui il genio colossale ma dialettico di Calvino le impresse il suo suggello, vigoroso sì, ma duro. Amo meglio i nostri barba, che nelle caverne o a cielo aperto recitano i passi della Bibbia. Deh perchè gli Israeliti delle valli non prefersero di rimaner nella loro oscurità, quali erano prima di quel profluvio di controversie, cioè uomini della Bibbia, della preghiera, dell'abnegazione, poveri di spirito come quelli cui appartiene il regno de' cieli?»

Furono i Valdesi che diedero alla Francia la prima traduzione della Bibbia. Perocchè, avendo veduto come le poche che correvano fossero di senso e di copia fallaci, indussero Roberto Olivetano, pratico di greco e d'ebraico, a voltarla in francese. Ed egli l'eseguì in un anno: e «ho fatto il meglio che potetti, ho lavorato e approfondito il più che seppi nella viva miniera della pura verità per trarne l'offerta che vi reco, a decorazione del santo tempio di Dio. Non mi vergogno, come la vedova del Vangelo, d'aver portato innanzi a voi due soli quattrini, che son tutta la mia sostanza. Altri verranno appresso, che potran meglio riparare il cammino, e far più piana la via».

Una colletta per farla stampare fruttò millecinquecento scudi d'oro, e nella prefazione all'edizione del 1535 diceasi alla nascente chiesa di Francia: «A te, povera chiesuola, è diretto questo tesoro da un povero popolo, tuo amico e fratello in Gesù Cristo, e che, da quando ne fu dotato e arricchito dagli apostoli di Cristo, sempre ne ebbe il godimento: ed ora volendo regalarti di ciò che desideri, m'ha dato commissione di cavar questo tesoro dagli armadj greci ed ebraici, e dopo averlo involto in sacchetti francesi il più convenevolmente che potessi giusta il dono di Dio, ne facessi presente a te, povera Chiesa, a cui nulla vien presentato. Oh la graziosa derrata di carità, di cui si fa mercato sì utile e profittevole! Oh benigna professione della grazia, che rende al donatore e all'accettante una medesima gioja e dilettazione!»[388].

Dacchè il contatto de' Riformati li strappò dalla quieta loro oscurità, i Valdesi fortuneggiarono nelle procelle d'un tempo sospettosissimo. Subito il parlamento d'Aix e quel di Torino (stando allora il Piemonte in servitù di Francia) applicarono ad essi le leggi capitali comminate agli eretici, e il rogo e il marchio; poi, perchè maltrattavano i frati spediti a convertirli, si bandì il loro sterminio, e che perdessero figli, beni, libertà. Forte s'oppose a tali rigori il Sadoleto vescovo di Carpentras; e re Francesco I, vedutili mansueti e che pagavano, ordinò al parlamento di cessar le procedure, e diè loro tre mesi di tempo per riconciliarsi: ma scorsi questi, Giovanni Mainier barone D'Oppède, preside al parlamento, lo indusse a dar esecuzione all'editto. Ecco allora una fanatica soldatesca cominciarvi il macello: quattromila sono uccisi, ottocento alle galere, Cabrières, Merindol e altri venti villaggi sterminati (1549). Il racconto sente delle esagerazioni consuete a tempi di partito; fatto è che, per quanto universale e sanguinaria fosse l'intolleranza, ne fremette la generosa nazione francese, e il re morendo raccomandava a suo figliuolo castigasse gli autori di quell'eccesso. Ma quando al parlamento di Parigi fu recata l'accusa, D'Oppède vi si presentò impassibile come chi ha adempiuto a un dovere; cominciò la difesa dalle parole «Sorgi, o Signore, sostieni i nostri diritti contro la gente iniqua», e fu assolto; gli altri pure uscirono impuniti, di che grave dispetto presero i Protestanti.

Poco a poco rallentatasi la persecuzione, i Valdesi esercitarono anche pubblicamente il loro culto: nel 1555 fabbricarono il primo tempio in Angrogna, e sebbene Giovanni Caracciolo, principe di Melfi e duca d'Ascoli, luogotenente del re di Francia, smantellasse i forti di Torre, Bobbio, Bricherasio, Luserna, pure sotto la dominazione francese dilataronsi anche nel marchesato di Saluzzo e ne' contorni di Castel Delfino, e ricettavano profughi d'Italia, tra cui Domenico Baronio prete fiorentino, che volle comporre una messa, la quale conciliasse il rito cattolico con quello de' Valdesi; ma fu ricusata come di mera fantasia[389]. Costui scrisse pure diverse operette latine e italiane contro la Chiesa cattolica, in una delle quali sosteneva, in tempo di persecuzione esser dovere di manifestare senza reticenze le proprie opinioni religiose; nel che venne contraddetto da Celso Martinengo.

Non cessavasi di procurare la conversione de' Valdesi colle prediche e con altri mezzi acconci al tempo, e i decurioni di Torino vigilarono non poco affinchè non si estendessero in questa città. Al quale intento scrissero a Pio IV di voler fermamente sino alla morte mantenere la fede dei loro maggiori: e mandarono supplicando Carlo IX, lor re, non tollerasse gli scandali che davano i Luterani, e nel 1561 ottennero un decreto che colà non predicassero ministri eretici, nè tenessero adunanze pubbliche nè private. Già dal 1532 la città aveva eletto un maestro che leggesse le epistole di san Paolo, tema delle più consuete controversie, e nel 1542 ponea che nessuno conseguisse pubblico uffizio se non fatta professione di cattolica fede. Sette pie persone, quali furono l'avvocato Albosco, il capitano Della Rossa, il canonico Gambera, il causidico Ursio, Valle mercante, Bossi sarto, Nasi librajo, istituirono la Compagnia della Fede, detta poi di san Paolo, che subito estesa, abbondò in opere di carità, le quali voleva fossero predicazione viva contro l'eresia. Dell'erezione di questa confraternita ebbe principal merito frà Paolo da Quinzano bresciano, che avea combattuto i Luterani fra gli Svizzeri: la storia di essa fu scritta dal famoso Emanuele Tesauro, e le sante opere ne sono continuate sino ad oggi tra gli scherni plebei e le difficoltà governative.

Gli annali de' Cappuccini raccontano come Torino, allorchè a Carlo di Savoja l'aveano tolto i Francesi, molti eretici fra questi custodendo le porte, insultavano ai Cattolici e massime ai frati, qualora vi scendevano dalla vicina Madonna del Campo. Un coloro capitano svillaneggiò un famoso predicatore, il quale mal sopportandolo, cominciò a dirgli ragioni, e infine gli propose: «Leghiamo insieme le nostre braccia ignude, e mettiamole sul fuoco. Di quello il cui braccio resterà illeso, terremo per vera la fede». Ricusò la proposta l'eretico, ma ne prese tal rancore contro tutti i Cappuccini, che cospirò co' suoi di assalirne il convento, e trucidarli una tal notte. Lo seppero essi; ma nè fuggirono, nè si misero in parata di difese; il guardiano li raccolse in chiesa a pregare pei persecutori, e raccomandare le proprie anime a Dio. All'avvicinarsi della banda assassina, il guardiano comanda si tiri il catenaccio e si spalanchi la porta: ma gli aggressori, côlti da sgomento, quasi da uno stuolo d'armati fossero assaliti, gettansi a fuggire, e i Cappuccini hanno la palma del martirio senza sangue[390].

Quando Torino fu restituita al duca, questi vi trovò molti Ugonotti; laonde istituì nell'Università una cattedra di teologia per ispiegarvi le epistole di san Paolo, nel che ebbe grand'ajuto dal gesuita Achille Gagliardi, dal teologo Lodovico Codretto e dal padre Giovanni Martini, che scorsero predicando le valli valdesi.

Narrano pure che a Vercelli un cortigiano calvinista, perdendo al giuoco, entrò furioso nella cattedrale, e percosse di schiaffo un'effigie marmorea della Madonna. Vi restò l'impronta della mano e del sangue che ne sprizzò, e il duca Carlo volle che il reo, benchè appartenente alla Corte, fosse impiccato.

È parimenti narrato che nel castello di Ciamberì, il 4 dicembre 1532, la sacra sindone, lenzuolo entro cui si crede fosse avvolto Cristo morto, restasse preservata da un incendio sì forte, che fuse il metallo della cassa in cui era contenuta: a verificare il qual miracolo, Clemente VII spedì il cardinal Gorrovedo. Più tardi, cioè nel 1578, quel sacro lenzuolo fu tolto da Ciamberì perchè correa pericolo d'esser violato dagli eretici, e portato a Torino dove ottiene costante venerazione[391].

I Valdesi aveano preso baldanza dai subbugli del paese e dagli incrementi de' loro religionarj di Svizzera e di Francia, onde il duca da Nizza pubblicò un editto per frenarne il proselitismo. Furonvi poi spediti l'inquisitore Tommaso Giacomelli e missionarj, fra cui il Possevino.

Il Possevino era nato a Mantova nel 1534 da gente nobile ma povera, ed entrato educatore in casa del cardinale Ercole Gonzaga, vi conobbe quanto di meglio fioriva in Italia, e ne ottenne la stima. Posto abbate di Fossano, vedevasi aperta innanzi una splendida carriera, ma vi preferì la faticosa di gesuita, e fu de' più operosi in quella operosissima società. Non abbiamo qui a raccontare le sue legazioni in Isvezia, in Polonia, in Ungheria, a Mosca, paesi de' quali diede si può dire i primi ragguagli; fondò collegi in Piemonte, in Savoja, in Francia.

E in mezzo a terre di Francia giaceva il contado d'Avignone, che atteneasi all'Italia come dominio dei papi, i quali lunga dimora vi aveano fatto durante quella che si disse schiavitù babilonese: e da poi vi mantenevano un legato pel governo civile, il quale presto ebbe ad occuparsi d'escluderne l'eresia. Perocchè gli Ugonotti vi eccitavano tumulti, onde averne pretesto per sottrarre il paese alla signoria del pontefice, di cui distrussero fin i palazzi. Pio IV vi mandò suo cugino Fabrizio Serbelloni, fratello del famoso Gabriele, il quale, col titolo di generale poi di governatore e con poteri straordinarj, sostenne i Cattolici, onde i Protestanti gli diedero taccia di enormi crudeltà; fatto è che riuscì a domarli, ne sbandì duemila, e ripristinò la messa.

Scoppiate poi le guerre civili di Francia, quel contado ebbe molto a soffrirne, e la stessa città fu nottetempo assalita, ma una fiaccola miracolosa fece il giro delle mura svegliando le scolte; sicchè la sorpresa fallì. Dappoi fu confortata dalle armi di Torquato Conti e dalle prediche di Feliciano Capitoni di Narni.

Colà era stato mandato il Possevino come prefetto del collegio gesuitico: ma nel 1569 essendo venuto a Roma, quando tornò bucinossi ch'egli vi fosse andato a denunciare molti eretici al papa; e che questi volesse introdurvi l'Inquisizione alla spagnuola, e abolire le confraternite dei Disciplini. In tempi sommossi nulla sì facile come il far credere anche le men probabili baje. Gl'inveleniti inveleniscono; la città si solleva contro il Possevino; il magistrato è costretto calmar quelle furie con colpire di severo editto i Gesuiti: ma il papa scrive smentendo i fatti; le ire sbollono; tutto ritorna alla quiete.

Del Possevino conserviamo un curioso racconto della sua missione tra i Valdesi[392], nella quale adunò un'assemblea generale in Chivasso, ma senza frutto. Insieme con gravi comminatorie di galera e di forca si vietarono l'esercizio pubblico del culto, e le prediche dei barbi; sicchè Scipione Lentulo, napoletano di molta dottrina[393], e Simone Fiorillo, che v'erano rifuggiti, trasferironsi a predicare in Valtellina, dove gli abbiamo trovati. Altri pure abbandonarono quel ricovero: poi crescendo i rigori, i Valdesi posero in disputa se fosse lecito resistere colle armi. Alcuni barbi sosteneano, «Non si deve al principe opporsi, neppure a difesa della vita, massime qui dove coi nostri averi possiamo ritirarci in monti più reconditi»; altri: «Sì; avete autorità d'usar le armi, non essendo contra il principe ma contra il papa». Quali seguono il primo parere; quali avventansi ad aperta ribellione. Per chetarli il duca propose un colloquio; ma al papa spiaceva che, nell'Italia stessa e sotto i suoi occhi, si mettesse in controversia la indisputabile sua autorità: se a quei popoli facea bisogno d'istruzione, manderebbe teologi e un legato con plenaria autorità di assolverli: sebbene di poca speranza si lusingasse, conscio della pertinacia degli eretici, che ogni passo a persuaderli interpretano per impotenza a costringerli.

I duchi di Savoja pubblicarono molti editti per sistemare o per comprimer i Valdesi; v'andavano spesso inquisitori e missionarj, e vi si adoperarono le arti della persuasione e della preghiera. Le sventure del paese, cui l'ambizione irrequieta di Carlo III avea tirata addosso la dominazione francese, davano impulso anche a movimenti antireligiosi, finchè Emanuele Filiberto (1553-1580), a servizio dell'imperatore acquistata rinomanza guerresca colle vittorie di Gravelina e San Quintino, in compenso ricuperò gli aviti dominj nella pace di Castel Cambrese. Cercò rendersi indipendente da Francia e robusto col fare armi, col togliere le rappresentanze paesane e gravare i sudditi d'imposte, mentre li scioglieva dai vincoli di servigi personali e di manomorta. Capì esso come gl'interessi di sua casa dovessero trasportarsi in Italia, e qui stabilì la sua capitale; ma non per questo abbandonava le idee avite, e fantasticava un regno allobrogo, confinato dalla Provenza e dal Delfinato, dal Lionese e dalla Bresse, dalla Svizzera francese e dalle provincie subalpine. A ciò l'infervorava il senatore Joly d'Allery nel 1561 in uno scritto, che, come gli opuscoli di Napoleone III, diffuso a migliaja di copie, doveva o creare o ingannare o scandagliare l'opinione pubblica. Ma per aver fautori a tal pensiero, suggerivagli di conciliarsi gli Ugonotti di Francia e i principi e Cantoni protestanti coll'abbracciarne la dottrina, come avea fatto egli stesso, il senatore Joly, che avea stabilito una Chiesa evangelica a Ciamberì.

La proposizione dovea far orrore, e venne processato; ed egli confessò che l'ingrandimento della Savoja era ambito da tutti i sudditi; quanto alla religione non desiderava di meglio che di veder pubblicato, non le dottrine di Calvino o di Farel, ma il vangelo. Condannato a lievissima pena, presto fu rintegrato dal duca, di cui avea carezzato le ambizioni.

Certamente coll'apostasia Emanuele Filiberto avrebbe rimosso l'opposizione che ai suoi incrementi facevano il Lesdiguières, Ginevra, Berna, e attirato a sè gli Ugonotti di Francia, i quali, badando più alla religione che alla nazionalità, come tendeano la mano all'Inghilterra e all'Olanda, così sarebbonsi messi col capo de' Valdesi.

Ma fra il bisogno che avea di Spagna e del papa, tra la particolare pietà[394] e il desiderio d'aver ne' sudditi l'unità di credenza, preferì le armi, mestier suo, e tanto più che accorreano molti Francesi in quelle valli per ajutare i loro religionarj, ond'egli temeva non rimettessero in pericolo la nazionale indipendenza. Spedì dunque truppe, che nella difficile guerra di montagna recarono e soffersero gravi strazj. Vedendo la difficoltà dell'esito e l'inopportunità dei mezzi, avendo anche settemila uomini di Savoja toccato una grave sconfitta a San Germano, con grande rincoramento degli insorti, il duca calò ad accordi; concesse a' Valdesi perdono, e di tener congreghe e prediche in determinati luoghi; negli altri soltanto consolar gl'infermi, e far certi riti; i profughi rientrassero; potesse il duca escluder i predicanti che non gli aggradivano, ma essi eleggerne altri: però non trapassassero i loro confini, e non escludessero i riti dei Cattolici (5 giugno 1560). Il borgo di Torre, smantellato dal Caracciolo, venne munito di nuovo, e diventò sede del governator della valle.

Con ciò Emanuele Filiberto gratificossi la Corte di Roma[395], che s'interpose onde fargli cedere dalla Francia le fortezze che teneva di qua dell'Alpi. Ma il duca, che pure ajutò la Francia contro gli Ugonotti[396], restò in mala fama presso i novatori, sì per questi provvedimenti, sì pei processi contro eretici. Il 20 giugno 1556, in piazza Castello a Torino era stato ucciso Bartolomeo Actor, côlto mentre da Ginevra portava lettere e libri eterodossi nella val San Martino; altre condanne negli anni seguenti; e il Mainardi scriveva da Chiavenna il 7 maggio 1563 a Fabrizio Montano: «Da coloro che vengono qui dal Piemonte ci è riferito che il duca di Savoja fu fatto dal papa capitano della Chiesa, o confaloniere; e riceve ogni anno sessantamila scudi di paga». E il Vergerio al duca Alberto il 5 aprile 1562: Cum natus fuerit filius ill. Sabaudiæ duci, ille non modo antichristum, sed quinque pagos Helveticos acerbissimos purioris evangelii hostes ascivit sibi in susceptores, seu compatres, quod non obscuram dat significationem quod adversum nos aliquid moliatur.

Fabrizio Ferrari, residente a Milano pel granduca di Toscana, ai 5 febbrajo 1566 scriveva: «Di Piemonte s'intende che ogni dì si scoprano diversi umori di Ugonotti, e che il duca ha molta difficoltà di provedere, temendosi massime che la moglie e quasi tutti i ministri di sua eccellenza siano del medesimo umore. Piaccia al Signore Dio di porvi la mano, perchè, ogni poco di fomento che venisse dato a que' popoli, che restano in generale malissimo soddisfatti, dico gli Ugonotti e gli altri del duca, si teme che darebbe occasione di accender un'altra volta il fuoco in queste parti»[397].

Di rimpatto il padre Laderchi, al 1568, insinua che Margherita di Valois, figlia di Francesco I e sorella d'Enrico II, avesse bevuto gli errori dalla famosa Margherita di Navarra, protetto il Carnesecchi che le raccomandò il Flaminio; e venendo moglie a Filiberto di Savoja, seco menasse letterati ed eruditi infetti di calvinismo, e per se stessa e coll'ajuto di quelli abbia subillato il marito a reluttare contro l'autorità pontifizia, alla quale esso, come i suoi avi, era stato docilissimo. Agli abitanti di Verna e d'altri luoghi spettanti alla chiesa d'Asti, aveano i ministri del duca imposto di pagar una parte di tributo, e dare soldati, e comprar del proprio certe armi. Questa diminuzione di franchigie parve ingiusta al papa; rimostrò al duca come ne patisse il suo nome, e l'esortava a ritirar gli ordini, o se credesse avervi ragioni, gliele facesse conoscere. Gravi rimproveri indirizzò il papa al vescovo d'Asti Gaspare Caprio, che aveva assentito a tali insolite imposizioni, ond'egli andava a portarne richiamo al duca, quando cascò da una scala e morì. Essendo costui stato pigro nel perseguitar gli eretici, che in occasione della guerra erano venuti numerosi in quella diocesi, molto lasciò da faticare al successor suo frà Domenico Della Rovere, già inquisitore. Il quale colla fermezza seppe indurre il duca a desistere da varie usurpazioni, che avea cominciate contro le immunità ecclesiastiche.

A Onorato di Savoja conte di Tenda, omnium hæreticorum hostem acerrimum, Pio V scriveva il 30 dicembre 1569 perchè arrestasse quell'Antonio Planca, segator di legna, che su mentovammo, e che era ricaduto nell'eresia dopo ritrattato: Innocenzo Guino detto Umeta, ed altri di cui gli trasmetteva i nomi: con gran diligenza e secretezza li consegnasse al vescovo di Ventimiglia. Anche ad Emanuele Filiberto esso papa domandava il 21 aprile 1570, consegnasse al Sant'Uffizio Giovanni Toma, eretico e apostata, che giaceva nelle carceri di Torino; e da cui sperava trar notizie de' complici. In quegli anni ricordansi editti, condanne, riazioni, sì in queste valli sì nel Delfinato, e distruzione di chiese e uccisioni di parroci, attribuiti dagli uni ai Valdesi, da altri agli Ugonotti, raccoltisi in val di Pragelato. Frà Tommaso Giacomello da Pinerolo, morto il 1569, inquisitor generale a Torino poi vescovo di Tolone e autore di due trattati De auctoritate papæ, e Contra Valdenses, preso il capo de' Barbetti, lo diede al braccio secolare.

Insignemente procurò per la conversione de' Valdesi san Francesco di Sales (1567-1622). Era egli stato scolaro del Panciroli all'Università di Padova, ove fu dottorato il 5 settembre 1591; e durante gli studj aveva conosciuto il pio e dolce gesuita Possevino: e presolo direttore della sua coscienza, forse ne trasse quella dolcezza, che divenne suo carattere. Special devozione professava alla Beata Vergine, e la spiegò principalmente nella visita alla santa casa di Loreto. A Roma non trovò che santità dove Lutero non avea visto che abominazione: e fattosi prete, si pose tutto a convertire eretici, e divenne vescovo di Annecy, poi di Ginevra. Recandosi a Milano a venerare il corpo di san Carlo, e nel viaggio avuto contezza della congregazione de' Barnabiti, da poco istituita, alloggiò presso di essi nelle camere già usate da quel santo quando andava a farvi gli esercizj spirituali, e li pregò a venir a reggere il collegio di Annecy, istituito da Eustachio Chappuy, ch'era stato ai servigi di Carlo V. Col consenso di Federico Borromeo vi andò infatti il padre Giusto Guerin, che poi succedette al santo nel vescovado di Ginevra, e che vi istituì i preti della missione.

Era sottentrato duca di Savoja Carlo Emanuele (1580-1630), detto il grande perchè irreposato nel mestare in tutte le brighe d'allora, e perchè cercò ingrandir il Piemonte col pretesto di unificare l'Italia e di sbrattarla da' forestieri, mentre vi adoprava mezzi che ve li attiravano. Egli mandò a pregar san Francesco venisse a Torino, per divisare i modi di tornar alla via retta il Sciablese; e il santo, persuaso che del traviamento fosse stata causa principale il non conoscer la vera religione, propose vi si spedissero missionarj zelanti, capaci di dissipare le prevenzioni e confutare le calunnie; si escludessero dalla Savoja i ministri calvinisti; ai libri ereticali se ne surrogassero di buoni; s'introducessero i Gesuiti per educare i giovani e sostenere le controversie. Però fra i ministri stessi di Carlo non pochi inclinavano alle novità; e san Francesco ebbe troppo ad esercitare la modesta sua maestà e la dolce persuasione per rinnovare i riti cattolici nella Savoja, donde alfine i Calvinisti rimasero esclusi.

Il duca cooperava col santo nel convertire i Savojardi; li traeva al suo castello di Thonon, e accoltili con cortesia, esponeva loro gli argomenti più efficaci a dimostrare l'unità della fede e della Chiesa. Molti risposero alle sue premure, e quand'egli usciva, la gente faceasegli attorno gridando: «Viva sua altezza reale! Viva la Chiesa romana! Viva il papa!»[398].

Cristina di Francia, venuta sposa al principe di Piemonte, volle avere Francesco per limosiniere, ed egli sol dopo lunghe istanze accettò, a patto di non dovere staccarsi dalla sua residenza. Essa gli regalò un bel diamante, e presto il santo lo vendè; gliene diede allora un altro, ma poichè egli facevale intendere non gli era possibile conservare preziosità finchè poveri ci fossero, essa lo pregò di nol vendere, ma impegnarlo, ed ella medesima lo riscatterebbe. Ecco il comunismo dei santi.

Carlo Emanuele, nell'irrequieta ambizione d'ingrandirsi, sperò profittare, come di tutto, così delle guerre religiose di Francia, ed alleatosi con Filippo II, col suo appoggio tolse Saluzzo ai Francesi, assicurando lo faceva per sottrar quel paese al pericolo di cascare in mano degli Ugonotti (1588). E atteggiandosi campione del cattolicismo, chiama tutta l'Europa a soccorrerlo, assale la Provenza, tenta aver Marsiglia, adopra a vicenda maneggi e violenze, finchè stancato, Enrico IV gli dichiarò guerra.

Il Lesdiguières prese la capitananza dei Protestanti del Delfinato, che allora si diffusero nel marchesato di Saluzzo, in San Germano, a Pramollo; e con essi nel 1592 espugnò i castelli di Perosa, Cavour, Bricherasio ed altri, onde fu soprannomato Schiumatore delle Alpi. Il forte di Santa Caterina che dai confini della Savoja sempre minacciava Ginevra, fu dato a questa città, togliendolo al duca, il quale nella pace cedette i paesi attorno al lago Lemano, ma si assicurò Saluzzo.

Carlo Emanuele, disposto a voltar casacca qualunque volta gli giovasse, si accostò ai Protestanti tedeschi, per mezzo del conte Ernesto di Mansfeld e di Cristiano d'Anhalt, offrendo soccorrerli nella guerra dei Trent'anni: col che sperò perfino ottener l'impero; ma l'intento non gli successe[399]. Legò intelligenze anche col connestabile di Lesdiguières, al quale avea sempre fatto guerra come a capo degli Ugonotti, e concertava seco di conquistar il Milanese, il Monferrato, la Corsica e il Genovesato, del quale cederebbe la città e la riviera di levante a Francia, affinchè avesse libero passo all'Italia. Scontento del mal esito qui e della vergognosa sua spedizione contro Ginevra, e rovinato il paese suo per acquistar l'altrui, morì di crepacuore.

In un memoriale che al duca sporsero nel 1585, i Valdesi diceano che il loro culto da alcune centinaja d'anni professavasi secretamente, e da trent'anni palesemente; vantavano diritti a tolleranza; voleano patteggiar coi proprj sovrani, e mandavano ambasciatori ai sovrani esteri. Nel 1593, quando Enrico IV stava per abjurare, gli scrissero: «Sire, Dio vi ha reso padrone della Gallia transalpina; la cisalpina pure sarà vostra, appena lo vogliate. Il marchesato di Saluzzo tornerà a voi, e Milano anche. Le valli di Luserna, Perosa, San Martino son già vostre, e al Delfinato vostro serviranno di bastioni, costruiti dal supremo Fattore, ed elevati fin al cielo. Ciò è molto, ma non tutto, perchè con queste muraglie altissime e merlate voi avrete mura e fortezze vive. Son i popoli vostri, o sire, che abitano le viscere di queste valli, combattenti per natura insuperabili, e rinomati per antichità, consacrati ora e sempre al servizio di vostra maestà. Ad essa fecer oblazione de' loro beni, sagrificarono sull'altare di essa i corpi e le vite; essi e i figli loro vissero per vivere e morire sotto la vostra corona. Insomma essi son vostri»[400].

Non è dunque vero quel che tanto si ripetè or ora, che Enrico IV volesse ingrandire la casa di Savoja in Italia: anzi è notevole che, nel famoso suo Piano di repubblica cristiana, metteva capo della federazione italiana il pontefice, e non tollerava in Italia che la religione cattolica[401].

In quelle sue tresche col Lesdiguières, lasciossi da questo indurre a concedere ai Valdesi un editto di grazia nel 1617. Per questo i fedelissimi ed umilissimi sudditi e servitori di sua altezza, che fanno professione della religione riformata secondo l'evangelo di Gesù Cristo nelle valli di Luserna, Perosa, San Martino, Roccapiatta, San Bartolomeo, Taluco, Meana, Matti e marchesato di Saluzzo», ebbero lunga pace. Della quale giovandosi, ripassarono il Pellice, confine prescritto, si diffusero nelle valli di Susa e di Saluzzo, fabbricarono tempj, celebrarono solenni pasque con sì grande affluenza, che il vescovo di Saluzzo vi si portò nella medesima settimana affine di rimettere in qualche splendore la sua chiesa abbandonata[402]. Commisero anche profanazioni di chiese e cimiteri, e delitti che la storia riceve con gran precauzione, conscia delle calunnie che i partiti sogliono rimbalzarsi.

Carlo Emanuele al 24 gennajo 1624 ordinava si demolissero sei nuovi tempj, si mandasse via un maestro; e mandava ai Valdesi editti, somiglianti a pastorali; vietava trattassero in chiesa d'altre cose che del culto; ne frenava i bizzarri umori con castelli; spediva Cappuccini e Gesuiti, che teneano anche pubbliche dispute. Una ne fu il 1598 a San Germano fra il cappuccino Filippo Ribotti di Pancalieri e il ministro Davide Rostagno, dietro alla quale abbracciarono il cattolicismo varj capitani; nel 1602 l'arcivescovo di Torino dava un salvocondotto a' barbi perchè venissero a discutere seco in Perosa.

Nel 1596 l'arcivescovo Broglia visitava le valli Valdesi, a capo di missionarj cappuccini e gesuiti, e grandi frutti di conversioni raccolse, cominciando da minacce, poi ricevendo con tutta carità i ravveduti. Solo a Festeona, presso Demonte, gli eretici durarono insolenti e contumaci, sinchè vennero anche quivi all'obbedienza, eccetto tre che furono esigliati. Vi tornò poi nel 1601, e potè purgare Luserna: quei di Bibiana vollero che il loro barba Agostino, frate italiano, ivi rifuggito e ammogliato, potesse disputare sulla verità della Messa; ma sì questo, sì altri, quand'erano serrati dalle argomentazioni, volgeano la cosa in riso. Tenea poi sempre colà missioni, principalmente di Cappuccini, e largheggiava in limosine. E nel 1620 il padre Girolamo da Mondovì ristorò la chiesa a Perrero e la casa parrocchiale; il padre Ambrogio da Moncalieri alla domenica radunava i fedeli per ispiegar la dottrina; e negli anni seguenti il padre Stefano da Torino rialzava le distrutte cappelle, istruiva, soccorreva. Il padre Giantommaso di Brà fondava in Perosa un ginnasio: il padre Girolamo da Pamparato nel 1648 vi tornò più volte per impedire che il fisco carpisse i beni destinati a quelle missioni. Nel 1623 l'arcivescovo Chiglietti facendo la visita alla valle di Pragelato, suddita a Francia, non vi trovava più vestigio di cattoliche consuetudini.

Marcaurelio Rorenco, consignore della valle di Luserna e gran priore di San Rocco a Torino, adoprò assai a convertire i Valdesi, secondato da sua madre, e fu considerato, a detta del Léger, come il più diligente, sottile ed efficace stromento contro di essi. Nel 1632 stampò una «Narrazione dell'introduzione delle eresie nelle valli di Piemonte», e nel 1649 «Memorie storiche dell'introduzione delle eresie, dedicate al duca di Savoja» esprimendo nel proemio: «Voi fate e dite, e vivono persone che si ricordano che i vostri padri facevano e dicevano altrimenti».

Quando, pel trattato di Cherasco del 1633 il duca di Savoja Vittorio Amedeo recuperava gli aviti possedimenti, si ripeterono gli editti antichi, allontanando i Valdesi da Pinerolo, pena di morte l'abitar fuori de' confini assegnati.

Ma rottesi nuove guerre, Carlo Emanuele II nella pace dovè ceder ancora ai Francesi Pinerolo e la val di Perosa; dove Luigi XIV, il 4 agosto 1654, vietava l'esercizio del culto valdese, e richiamava in vigore gli editti dei duchi. Cambiata allora la pazienza in furore, i Valdesi, radunatisi in forza tra le valli della Dora di Pragelato, sotto la presidenza di Giovanni Léger, consacrato ministro di Prali, San Germano e Rodoreto nel 1639, s'avventano nella val del Po saccheggiando; di incendj a monasteri e chiese sono imputati i ministri e le loro mogli; e d'assassinj, come quel del parroco di Fenile, il cui uccisore Berru confessò averne commissione da Antonio Léger e da altri barbi.

Anche il duca, usciti vani i ripetuti editti, e nuove concessioni e rigori per restringere i Barbetti fra i designati confini, manda il marchese di Pianezza ad accamparsi in mezzo a loro, e occuparne i castelli e gli abituri. Corsero allora fiere battaglie, e in una dell'11 marzo 1655 a Bobbio perirono censessanta Valdesi e altrettanti Cattolici, cencinquanta per parte a Villar; e dicesi duemila in tutto. Nell'aprile l'intera valle di Luserna era devastata d'incendj e morti. Condotti da Léger, Gianavello e Jayer, che uccidevano quanti Cattolici cogliessero, i Valdesi si raccolsero sulle rive dell'Angrogna, verso le cime più erte; e alla Vaccheria e al Prato del Forno si munirono insuperabilmente, mentre invocavano l'ajuto de' correligionarj di tutta Europa.

Ribaditi nelle loro credenze dal trovarle perseguitate, tennero nota giornale d'ogni lor avvenimento; e le fughe, le vittorie, l'esiglio narrarono con quella passione, che, se scema fede, cresce interesse. E se oggi pure ha tanta attrattiva per noi lontani, noi dissenzienti, che doveva essere allora, e tra religionarj? Giovanni Léger, che gli aveva inveleniti contro i Piemontesi, poi al sinodo di Boissel determinati all'insurrezione, descrivendo e (speriamo) esagerando le persecuzioni da loro sofferte, massime nella Storia delle chiese evangeliche nelle valli del Piemonte (Leida, 1669) eccitava l'indignazione de' Riformati di tutta Europa, narrando di vergini stuprate, di madri impalate, di fanciulli sfracellati contro le roccie, d'uomini attaccati agli alberi col petto aperto e strappatone il cuore e i polmoni, d'altri scorticati vivi, di sangue scorrente a rigagni, del paese sparso d'incendj dal Pianezza, infellonito da' frati; v'aggiunse l'allettativo de' disegni di que' martirj. Da questo Tacito della sètta i successivi ritrassero i fatti e l'ira, onde non solo fra i coetanei Carlo Emanuele II passò per un Nerone, e rimasero esecrate le pasque piemontesi. Rimostranze fioccarono dall'Olanda e dalla Svizzera; Cromwell, protettore in Inghilterra, mandava lamentarsene, e Carlo Emanuele rispondeva, sentirgli di strano il qualificar di barbarie castighi paterni inflitti a sudditi ribelli, cui nessun sovrano avrebbe potuto tollerare; pure egli esser disposto a perdonare per deferenza al serenissimo protettore. Da tutte parti vennero collette per soccorso de' Valdesi; due milioni di lire dall'Inghilterra; secenquaranta mila fiorini dall'Olanda; Cromwell assegnò dodicimila sterline l'anno a soccorso delle chiese de' Valdesi, ai quali offrì asilo e terre in Irlanda.

Avendo Alessandro VII disapprovate le piemontesi crudeltà, molto il lodarono le gazzette olandesi di quel tempo[403]. Alfine interpostasi la Francia, a Torino il 31 luglio 1655 fu ristabilita la pace con perdonanza generale e colle concessioni di prima; le terre che i Valdesi possedeano fuor de' confini eran loro compensate con altre fra il Pellice e il Chisone.

Non è vinto un nemico che si lascia intatto di forze; e ben presto nuovi tumulti attirarono nuove armi e guerre su quella «terra maledetta, senza monaci nè madonne». Attizzavano le ire i molti che, sdegnando il perdono, s'erano fissati in Isvizzera, e che, come tutti i fuorusciti, sommoveano la patria più per vendetta che per desiderio di recuperarla; il Léger, ch'era stato condannato a morte in contumacia, non cessava d'accannire imbrunendo ogni atto del governo, portando lamenti ai principi protestanti, accumulando calunnie, armi, denari con soscrizioni; non placabile mai finchè non morì ministro a Leyda. Ne seguivano sevizie d'ambe le parti[404]; a Torino faceansi processi e condanne, nelle valli insurrezioni, massime nel 1663 con molte uccisioni; poi l'anno appresso, per interposto delle potenze cattoliche, si rifà la pace, e Carlo Emanuele concede perdono «malgrado le qualità e le circostanze delle offese, i danni ricevuti da fedeli sudditi, da noi e dalla giustizia, e l'esser ritornati a delitti sempre maggiori».

Poco dopo (1685), Luigi XIV rivocava l'editto di Nantes, pel quale Enrico IV avea concesso libero culto in Francia ai Calvinisti. A questo re papa, a questo re Dio, che non avea più sudditi ma adoratori: che da Bossuet n'era felicitato colle parole indirizzate dai vescovi in concilio all'imperatore Costantino; che era riuscito (come vantavano i suoi adulatori) a far cambiar religione a un milione di sudditi, e ridurre tutto il regno ad unità di credenza, fu dato a intendere che i religionarj profughi di Francia trovasser ricovero nelle valli subalpine per sottrarsi al carcere e alle dragonate. Per mezzo del suo ambasciadore marchese d'Arcy chiese dunque, il 12 ottobre 1685, che, volendo egli convertire le valli soggette al suo dominio, anche il duca di Savoja spegnesse quel focolajo d'eresia e di ribellione sulle sue frontiere, e spedì truppe per indurlo ed ajutarlo a cacciarli. Vittorio Amedeo II, allora giovinetto, sebbene mostrasse quanto il fatto era difficile, dopo sì lunga consuetudine, e averlo tentato invano i suoi predecessori, ch'erano nel pieno loro diritto, non credette poter contraddirgli, e intimò che fra due mesi tutti i Protestanti del marchesato di Saluzzo si rendessero cattolici, se no morte e confisca. Pertanto di quelli sparsi nei Comuni di Paesana, Brondello, Crissolo, non uno rimase: anche nelle valli privilegiate ne interdisse il culto fino in case private; fossero demoliti i tempj, espulsi i barbi; i bambini si allevassero cattolici; se no, cinque anni di galera ai padri e sferzate alle madri: gli eretici stranieri uscissero, vendendo i loro beni, che altrimenti sarebbero compri dal fisco.

Per eseguire l'intollerante decreto bisognò un esercito, e lo comandò Vittorio Amedeo in persona, forse per farlo men sanguinario; Louvois, ministro della guerra del gran re, unì ai Savojardi quattromila soldati: grosso esercito contro montanari inermi, comandato dal francese Catinat e dal savojardo Gabriel. Gli uomini presi e legati mandavansi a Torino: restavano donne, fanciulli, vecchi, esposti alla brutalità de' soldati, che li straziavano per farli abjurare.

Gli Svizzeri impetrarono da Vittorio Amedeo che i Valdesi potessero migrare: e «Voi potete ancora (diceano a questi) uscir da paese sì caro e sì funesto; potete condur con voi le vostre famiglie, conservare la religione vostra, evitare nuovo sangue: in nome del cielo non ostinatevi a inutile resistenza». Pure nell'assemblea di Roccapiatta l'aprile 1686 decisero di resistere fin alla morte; scannarono e salarono il bestiame, e rifuggirono fra le Alpi meno accessibili, mentre i robusti s'accingeano a respingere risolutamente le truppe.

Chi, conoscendo la potenza del gran re e il valore del maresciallo Catinat, mal sapesse persuadersi che un pugno di Valdesi resistesse con effetto, mostrerebbe non conoscere la possa di gente che difende la patria e le credenze; nè l'insuperabile natura delle posizioni di Balsilla, di Serra il Crudele e d'altre, ove due possono respingerne mille, e i sassi sepellire cavalleria e cannoni. Ma la disciplina del nemico e più la fame peggioravano la situazione de' Barbetti, che, quando fossero côlti, come rei di lesa maestà venivano uccisi, o mandati alle carceri, alle galere. Ridotti a piccol numero, ricoverarono sul suolo elvetico: ma di là ribramavano la patria; e alcuni per forza vollero ricuperarla, e una colonna di novecento, sollecitata e condotta dal vecchio Gianavello, imbarcatisi sul lago di Ginevra, per la Moriana valicarono il Moncenisio, e sceser dalla val della Dora in Pragelato, e dalla Balsilla respinsero dodicimila Francesi e diecimila Piemontesi; ma il Catinat molti ne colse ed appiccò.

Fra tali eventi, il duca di Savoja trovò che gli tornava conto guastarsi colla Francia ed unirsi all'Austria. Allora, per ingrazianir l'Inghilterra, amica di questa, ripristinò ne' loro diritti i Valdesi, rilasciò quei che tenea prigionieri a Torino, e giunse fin a permettere tornassero al culto paterno quei che l'aveano abbandonato per paura o fini umani. L'Inquisizione romana cassò queste disposizioni come enormi, empie, detestabili, e il duca proibì si pubblicasse il decreto di essa, e chiese ne' suoi Stati l'abolizione del Sant'Uffizio; e papa Innocenzo riconobbe che si era ecceduto.

I Valdesi ricambiarono la tolleranza del duca col fortemente ajutarlo nella guerra alla Francia, servendo d'antiguardo al principe Eugenio di Savoja; e unitisi in reggimenti colla divisa La pazienza stancata divien furore, gravemente danneggiarono il Delfinato e le truppe di Luigi XIV. Poco andava, e Vittorio Amedeo trovava utile di ricomporsi in pace col gran re, ricuperando Pinerolo e la val di Perosa, da sessantasei anni obbedienti alla Francia. Per patto con questa si obbligò ad espellerne i Valdesi; i quali in numero di duemila cinquecento uscirono allora dal Piemonte per ricoverarsi in Isvizzera, nella Prussia, nell'Assia, nella contea d'Isemberg, nel Baden-Durlach: da Eberardo Ludovico duca di Würtenberg, con diploma del 1699 ottennero terre fra Maulbronn e Knittlingen, dove eressero casali che, rinnovando i nomi alpini, chiamarono Villar, Pinasca, Luserna, Mentoulles.

I rimasti abitarono poi sempre con più o men pace in quegli antichi ricoveri della libertà e delle credenze loro, silenziosi obbedendo, ed anche amando il loro principe e oppressore. Non mancarono mai zelanti che procurarono convertirli, e il beato Valfrè, di Verduno diocesi d'Alba, molto adoperossi nel 1686 per istabilir fra loro parroci cattolici. Questo pio frate oratoriano rincresceasi grandemente che Vittorio Amedeo II fosse venuto a cozzo colla santa sede; e allorchè il re andò a visitarlo moribondo, gli raccomandò di risparmiare i mali della guerra ai sudditi, e di tenersi sempre unito col vicario di Gesù Cristo, se vuole che Dio feliciti lui e la reale famiglia e il suo Stato. Nel 1637 la duchessa Maria Giovanna Battista, reggente, fondò in Torino un ricovero pei catecumeni, affidandone la direzione ai cavalieri dei ss. Maurizio e Lazaro, e doveano avervi vitto e vestito, come usavasi nell'Albergo di Virtù; i giovani fosser istruiti nella fede e in qualche arte: i vecchi vi trovassero riposo; una dote le nubende. Così continuò fino al 1740, ma le guerre e i dissidj aveano mandato a male l'istituzione e cumulato debiti, sicchè bisognò riformarlo. Carlo Emanuele III nel 1754 ergeva in Pinerolo un magnifico ospizio pei catecumeni: ma questo nel 1800 fu dato ai Protestanti dalla Commissione esecutiva che governava il Piemonte dopo l'occupazione de' Francesi. I quali gli accarezzavano, e Napoleone imperatore riconobbe l'organamento che si erano dato in chiese concistoriali a Torre, Prarostino e Villa Secca, considerando i loro tempj come edifizj pubblici a carico dello Stato: e ai ministri assegnando mille franchi in terre e ducento di supplemento. Più tardi quell'ospizio fu riaperto dallo zelante vescovo Charvaz[405], che fu il primo cattolico che, dopo Bossuet, scrivesse sui Valdesi.

Restituito nel 1814 il Piemonte agli antichi regnanti, nel farnetico di rintegrar il passato si richiamarono gli antichi decreti, e si diede qualche inquietudine ai Valdesi: ma i governi di Prussia e d'Inghilterra s'interposero a loro favore, e vi ottennero il permesso d'esercitar molte professioni civili, di conservar i beni che avessero comprato fuor de' limiti prescritti, e si provide al sostentamento de' loro pastori. Il parlar che se ne fece mosse molti, massime inglesi, a visitarli e soccorrerli, e scriverne la storia e le difese[406], e nel 1825, massime per opera del Gilly, s'istituì a Londra un comitato per proteggerne gl'interessi. Contavano essi allora quindici chiese, ciascuna con un ministro che dev'essere suddito sardo, stipendiato dagli abitanti, ai quali per tal uopo accordasi una diminuzione sull'imposta. Dirige queste chiese un sinodo, in cui ogni cinque anni si raccolgono tutti i pastori e deputati laici. La Tavola, magistratura di tre ecclesiastici e due laici, governa negl'intervalli fra un sinodo e l'altro, è rieletta ad ogni sinodo, risolve le controversie, ripartisce le limosine. Ogni chiesa ha un concistoro proprio, composto del pastore, degli anziani, dell'economo, del procuratore, che cura l'amministrazione spirituale e temporale, i buoni costumi, i poveri, le scuole, nelle quali, come nel culto, s'adottò la lingua italiana. A tempi determinati il ministro va a cercare le popolazioni isolate fra le Alpi, per recarvi il ristoro della religione. Allora da tutte le praterie, da tutti i vertici accorrono i mandriani sui passi di esso; e l'eco delle vallate ripete le lodi del Signore e i salmi della fede e della consolazione. Il ministro dispensa consigli, conforti, rimproveri, compone dissidj, concilia matrimonj, sradica scandali; poi a tutti insieme infrange dalla cattedra il pane della parola, e raccomanda loro di vigilare, pregare, star in fede.

Nel 1603 aveano pubblicata la loro professione di fede, consentanea alle Chiese riformate; la ripeterono nel manifesto del 1655, e conserva forza legale. Metodisti vi furono da Ginevra introdotti dopo il 1821, e benchè combattuti, fecero proseliti; osservano rigorosi la domenica, astenendosi da feste o danze, e tengono adunate vespertine, obbedendo solo alla ispirazione dello Spirito Santo.

In Torre, capo del mandamento, nel 1844 fu consacrata la Chiesa e inaugurato il convito per circa novecento cattolici che v'abitano; pei duemilatrecento Valdesi serve il tempio, aperto solennemente nel 1852, con architettura semigotica e l'iscrizione: La vera vita consiste nel creder in Dio e in Gesù Cristo suo figliuolo. È vicina la casa del pastore e de' ministri, che attendono al culto e all'istruzione; e in essa si tengono adunanze e si custodiscono gli atti della loro scuola, alla quale, composta di laici e ministri, spetta l'amministrazione suprema degli interessi de' religionarj. Nel 1825 la propaganda inglese contribuiva venti mila sterline per fondare il collegio, assegnava dieci borse, da cento franchi l'una, a favore degli allievi, oltre mantenere tre giovani in Inghilterra che potessero poi venire a farvi da maestri; altri sussidj per scuole femminili. Instancabile ad ottenere soccorsi, il Gilly da un solo anonimo ebbe cinque mila sterline: e con simili collette un ospedale vi fu fondato nel 1827. Una biblioteca di opere altrove assai rare fu promossa principalmente dal colonello Beckwith, che spese da ducenmila franchi per difondere l'istruzione fra i Valdesi, e quando nel 1842 i maestri delle valli si raccolsero a festa in cima d'un monte, nello scendere portava ciascuno un ramoscello di rododendri, e giunti a Torre ne staccarono ciascuno un fiore, e lo presentarono al Beckwith.

Poteano i Valdesi possedere ed anche fare da notaj, architetti, chirurghi, procuratori, speziali, amministratori del Comune; ma solo entro i loro confini. Tali restrizioni cessarono al 17 febbrajo 1848, quando, ridotto costituzionale il regno sardo, furono pareggiati a tutti gli altri cittadini. Nel luglio 1849 i Protestanti di Torino chiesero di congiungersi con la chiesa Valdese, laonde quella congregazione fu proclamata parrocchia Valdese: nel 1853 si aperse in questa città un tempio nuovo; e favoriti da circostanze e da rancori politici, anche altrove erigono chiese, stampano giornali[407], fanno proseliti ed ispirano paure e speranze. Dopo il 1856 cominciarono alcuni a migrare in America, e nella Repubblica Orientale dell'Uraguai fondarono una colonia, detta del Rosario, che finora prospera per laboriosità e morale.

DISCORSO LII. SECOLO XVIII. GIANSENISMO. FILOSOFISTI. FRANCHIMURATORI. CAGLIOSTRO.

Con tre avversarj, oltre i consueti, ebbe a lottare la Chiesa nel secolo XVIII: i Giansenisti, i Franchimuratori e i Filosofisti.

Allorchè un uomo delibera sopra il fare od ommettere un'azione, sente di potere decidersi in un senso o nell'opposto: ma l'azione e la deliberazione presente dipende da anteriori, in guisa da parerne quasi inevitabile conseguenza. Ciò non significa che l'uomo sia legato alla fatalità; bensì che egli non opera a caso, e che la libertà sua non vien mai esercitata così bene, come quando si conforma alla legge morale, insita in esso. Prescinde egli da questa? Se n'accorge, e confessa, «Volendo avrei potuto fare altrimenti».

La volontà dunque ha bisogno di appoggi estrinseci, quali l'esempio, i conforti, l'amicizia, l'approvazione o disapprovazione, la preghiera, la coazione morale e fisica. Ma oltre quest'esterna si dà un'azione interiore, che tutti sentono, che nessuno spiega. Il negare quest'azione, i diversi tentativi di ragionarla[408] e di misurarne la relativa importanza danno origine a variissimi sistemi, che collegansi con quelli che concernono l'altro arcano dell'origine del male.

Fin dai primi secoli, Pelagio, per sostenere il libero arbitrio, attenuava l'efficacia divina, cioè la Grazia, ponendo che le forze naturali bastino per adempiere la legge. L'uomo, a dir suo, fu creato mortale; nè il peccato ne deteriorò punto la prisca condizione. I bambini nascono nel medesimo stato in cui fu posto Adamo, e gli uomini sono liberi come erano nel paradiso terrestre. Ognuno può dunque serbarsi immune da peccato e osservare la legge; sebbene non possa raggiungere la perfezione. Che se vuolsi ammettere la Grazia divina, questa consiste appunto nella libera volontà di non peccare; tutt'al più è una ulteriore facoltà, concessaci da Dio per poter più facilmente compire quel ch'egli ci comanda: il libero arbitrio consiste nell'equilibrio fra il bene e il male, nella piena libertà di fare questo o quello.

Sant'Agostino, il primo de' Padri latini che riducesse a forma sistematica la dottrina evangelica, molto occupossi di questo dogma capitale della vita cristiana; e combattendo Pelagio, sosteneva che l'uomo, dopo la colpa d'origine, cessò di potere per sè evitare il peccato ed osservare la legge: la grazia di operare il bene non può venirgli che da Dio, il quale la concede a chi e in qual grado vuole. Per lo peccato originale i bambini non partecipi della redenzione, van perduti irremissibilmente; e in alcune anime predestinate alla gloria, la Grazia si manifesta in modo indeclinabile e insuperabile. Queste frasi, comparandole ad altre dello stesso santo, da san Fulgenzio e dai teologi sono chiarite in modo di stabilire che col peccato originale l'uomo perdette la Grazia santificante, divenne soggetto alla morte; il libero arbitrio fu in lui non annichilato, ma indebolito; nè è dalla concupiscenza trascinato inevitabilmente al peccato; nè portato irresistibilmente al bene dalla Grazia, acquistata pel sangue di Cristo, e mediante la quale riceve la facoltà di far bene. Questa Grazia interiore deve prevenire la volontà, ed elevarla di sopra delle forze sue naturali; nè da noi la meritiamo, ma ci è data gratuitamente: senza di essa l'uomo non può fare opere meritorie; anche con essa non può restare immune da qualche venialità.

È dunque atto creativo la predestinazione, per la quale la creatura riesce quel che è; e una libertà finita non potrebbe limitare la infinita del Creatore; il quale non sarebbe perfettamente libero se la libertà finita non potesse determinare altrimenti che sforzandola. Però la Grazia non viola il libero arbitrio nè potrebbe violarlo, poichè è essa medesima che lo crea. Ma in che consista l'azione di Dio sulle creature libere, in che modo producasi quell'effetto, si disputa.

Mentre alcuni, attribuendo tutto alla Grazia, pensavano che Dio abbia irrevocabilmente prestabilita la sorte di ciascuno, Cassiano riconosceva insufficiente la volontà umana, e necessario un sussidio esterno, per operare il progressivo santificamento, ma negava l'azione gratuita e preveniente, immediata e speciale di Dio sull'anima per muoverla a cominciare il bene: anzi in un certo senso l'uomo colle forze naturali può tutto, in quanto che i meriti di Cristo apersero a tutti indistintamente un tesoro di grazie, ove ciascuno, mediante il desiderio suo naturale di procacciarsi la salute, può attingerli quando e quanto vuole (Semipelagianismo).

La quistione tocca a punti supremi di filosofia, di politica, di religione; e per quanto il secolo possa deriderla, essa ancora sopravvive ne' filosofi, che tutto attribuiscono all'energia umana, escludendo ogni influenza superna sulle azioni e perciò ogni bisogno di preghiera; e ne' pubblicisti che indagano se v'abbia una filosofia della storia, cioè quanto l'azione della Provvidenza si combini con quella dell'uomo nell'attuamento della società. Che se nella grossolana sua manifestazione primitiva di Pelagio soccombette alle condanne della Chiesa, modificata s'aggirò nelle scuole teologiche, dibattuta contraddittoriamente dai seguaci di san Tommaso e da quelli di Duncano Scoto (Tomisti e Scotisti): la vedemmo ridesta dai Protestanti, e non risoluta pienamente dal Concilio di Trento, il quale, come non avea determinato le precise relazioni della Chiesa collo Stato, così lasciò indecise e la supremazia papale e la questione della natura della Grazia, enigma della religione come della ragione, di cui Dio riserva a sè il segreto.

Bensì avea pronunziato che la giustificazione si fa pei meriti di Cristo, pe' quali l'uomo, liberamente consentendo e cooperando, riceve e la remissione de' peccati e una carità inerente all'anima. La Grazia è gratuita, ed è necessaria non solo per far opere meritorie, ma fino per concepire il desiderio di farle. Col peccato, all'uomo restò indebolita la libertà naturale, e Cristo non gli restituì l'innocenza. Iddio concede a tutti quanta grazia è sufficiente all'eterna salute; ad alcuni, che predilige per fini imperscrutabili, dà una grazia efficace, che li stabilisce irremovibilmente nel bene. Tutti dunque son liberi di fare il bene, alcuni non sono liberi di fare il male.

Qualche luce in questo mistero venne portata allorchè fu condannato Bajo. Il quale, o i suoi seguaci, insegnano che il predominio della carità o della cupidine toglie la libertà di operare differentemente dall'affetto predominante; mentre i Cattolici credono che all'uomo rimane sempre il libero arbitrio a necessitate, non solo per le opere proprie allo stato in cui trovasi attualmente, ma anche per quelle dello stato contrario, cioè verso il male finch'è in istato di grazia, e reciprocamente. Bajo fa che l'uomo dominato da cupidità abituale non può fare azioni buone, sicchè tutte le opere degli infedeli e de' malvagi sono peccato; mentre i Cattolici tengono che l'uomo signoreggiato dalla cupidità può, in virtù d'un soccorso attuale, operar bene in ordine al debito fine, benchè l'azione non possa esser meritoria, mancandovi la giustizia abituale. Secondo Bajo, ogni azione non diretta al debito fine da un abito oltranaturale è intrinsecamente viziosa; mentre i Cattolici credono tale azione possa esser buona nella sostanza, benchè non lodevole in ogni parte: e questo indirizzo al debito fine può darsi anche nell'infedele e nel peccatore per opera della sola Grazia attuale: tali azioni possono esser buone in sè, ma non bene fiunt.

I teologi sono lontani dall'andare d'accordo nell'esposizione; e i Domenicani sopra l'opinione di san Tommaso compilarono il catechismo romano: i Gesuiti propendettero a Duncano Scoto, che asseriva l'uomo essere capace di qualche movimento verso il bene, fondandosi sulla bontà del Padre e la misericordia del Figlio; ond'erano tacciati di semipelagiani.

Maggiore efficacia all'arbitrio volle attribuire lo spagnuolo Luigi Molina, supponendo che l'uomo, senza il soccorso della Grazia, possa produr opere moralmente buone, resistere alle tentazioni, elevarsi da sè ad atti di fede, speranza, carità, contrizione; giunto a questo, Iddio gli concede la Grazia pei meriti di Gesù Cristo, per la quale prova gli effetti soprannaturali della santificazione: ma l'arbitrio rimane sempre indifferente anche sotto l'azione della Grazia, la quale esso può render efficace o no. In somma l'opera buona la giustificazione vengono dal cooperare della volontà e della Grazia; Iddio prevede, ma non determina l'azione, bensì vede qual sarà la deliberazione della volontà.

Piacque tale sistema, che nella sua chiarezza pareva conciliare l'azione della Grazia col libero arbitrio; ma viva guerra gli mossero i Domenicani come a liberalismo razionalista e superficiale. Per avere una precisa decisione sarebbe bisognato prima definir la natura della Grazia efficace, e la Chiesa non lo fece mai. Clemente VIII ne affidò l'esame a una congregazione De auxiliis divinæ gratiæ, ma questa si sciolse prima di nulla decidere: e si disse che ciò siasi fatto per non condannare un Ordine tanto benemerito come i Gesuiti.

Imposto silenzio su tale materia, non altro rimaneva più che di usare strettamente le parole della Chiesa e di sant'Agostino. Ma sant'Agostino insegnò egli appunto la dottrina adottata dalla Chiesa? Se poi il principio della giustificazione sta nella volontà e libertà dell'uomo, in modo che possa di per sè cominciare il suo rigeneramento e meritare per moto spontaneo della sua buona volontà, egli non è caduto irreparabilmente, nè in conseguenza è indispensabile la redenzione sempre vivente per opera di Gesù Cristo.

Questo opponevano gli avversarj ai Gesuiti, i quali, sostenendo l'opinione più larga e ampliando il benefizio della redenzione, parve portassero un rilassamento nella morale, un pericoloso tranquillamento delle coscienze e una sciagurata facilità d'assoluzione, tappezzando di velluto la via del paradiso. Per riazione altri teologi s'accinsero a ripristinare, come diceano, la vera scienza interiore dei sacramenti e della penitenza; e a tale intento Giansenio, vescovo d'Ipri, espose il sistema di sant'Agostino in modo da combattere i Semipelagiani, ed egli intendeva i Molinisti. Quell'opera rattizzò le controversie cui pretendeva sopire, e in essa si ripescarono cinque proposizioni repugnanti ai dettati della Chiesa e che Innocenzo X condannò; ma il litigio si prolungò fra equivoci e sottigliezze, che fu menato coll'entusiasmo e colla furberia, colle bajonette, e le caricature, e di cui si scandalizzò e si divertì il secolo di Luigi XIV in Francia. Il giansenismo confondeva nel primo uomo la natura e la grazia, la ragione e la rivelazione, sicchè in lui non v'era nè il fine soprannaturale detto la gloria, nè il mezzo soprannaturale detto la Grazia, ma fine e mezzi puramente naturali ad esso. Nell'uomo caduto e redento la Grazia non era che il restauramento della natura, la rivelazione non era che il restauramento della ragione naturale.

Mentre coi lassi militavano cattolici di santità e scienza segnalata, anche i rigoristi onoravansi dei nomi di Nicole, di Pascal, di Racine, di Arnauld, di Sacy, di Tillemont, insigni per scienza, e che la Chiesa non disgiunse mai dalla nostra carità. Non ebbero questi umiltà bastante per sottoporsi alla decisione del papa: non voleano però staccarsene: onde sostennero da prima che le proposizioni condannate non si trovano proprio in Giansenio; poi, che il papa non aveva intenzione di condannarle; indi che questo non è infallibile se non quando decida colla Chiesa riunita. Ma se la promessa di Cristo dee limitarsi ai Concilj ecumenici, la Chiesa non avrebbe più sufficienti mezzi per arrestare il progresso dell'errore ogniqualvolta essa non potesse adunarsi. Restringete con condizioni arbitrarie le promesse divine e indistinte, e si troverà sempre il modo di eluderle. Se la Chiesa può ingannarsi una volta, il potrà sempre. In somma il Giansenismo era ancora l'ostilità contro il papa, ma disciplinata; misurando i diritti della Chiesa e de' Concilj; disubbidendo, mentre si protestava obbedire. Pure se que' settarj negavano d'aver emessi, e sostenuti gli errori a loro attribuiti, non valea meglio prenderli in parola? Ma ne' partiti si vuol che l'avversario si dichiari nel torto, non già che si scusi o si giustifichi; e i nemici dei Giansenisti aveano preso anch'essi tal questione come personale, e la spinsero all'estremo. Tacciavano essi Giansenio di rinnovare Calvino, il quale avea detto che «i comandamenti di Dio sono sempre superiori agli sforzi dei giusti». Posto un Dio austero, men padre amoroso che esattore inesorabile, il quale impone una legge superiore alle forze e non concede i mezzi per adempirla: con un gelo razionale assideravano il germe della vita cristiana, approfondavano l'abisso fra Dio e l'uomo, sostituendo il fatalismo e la necessità del male alla fiducia nella Grazia; rinserravano fra la disperazione e l'incredulità. Straordinarj in conseguenza doveano essere i rimedj: onde, torcendo contro l'uomo la virtù sua stessa, e perdendolo pel desiderio di perfezione, i sacramenti venivano posti tant'alto da restare quasi inacessibili, da esser piuttosto la difficile ricompensa che non il mezzo del santificamento; la confessione rendeasi tanto più severa, quanto censuravansi i Gesuiti d'averla resa comoda mediante il probabilismo.

Dicono probabile quella opinione che, senza aver la forza e il carattere della certezza, pure determina a credere che un'azione sia permessa o vietata. Alcuno ha per probabile un'opinione quando ad affermarla si hanno maggiori ragioni che a negarla. Per altri a considerarla tale basta sia stata sostenuta da qualche teologo. Ad ogni modo il probabilismo non può cadere su nulla che osti alla morale o ai precetti divini ed ecclesiastici: nè su opinamenti intorno a cui la Chiesa abbia pronunziato. La volontà dell'uomo può spingersi fin dove Iddio non le pose limiti. Se legge v'è, l'uomo dee conformarvisi; ma una legge dubbia non toglie la libertà. Or questi dubbj sono appunto il campo del probabilismo: diviene però vizioso quando tenda a scusare i disordini, e mettere una maschera di onestà a ciò che la offende.

La morale evangelica suggerisce sempre il partito più umano, il più generoso; ma messa a cozzo colla natura depravata, e cogli interessi personali, non può non adagiarsi a consigli d'opportunità. Il confessore che dee dirigere le coscienze e risolvere i dubbj particolari, è sottoposto a terribile responsabilità, potendo o suggerire o non impedire un atto peccaminoso. Peccato che l'uomo abbia, la Chiesa non vuol gettarlo nella disperazione, ma lo chiama a pentire e soddisfare. Pure la soddisfazione non sempre è possibile, non sempre può determinarsene il preciso grado. Inoltre, sussisteva l'Inquisizione che puniva corporalmente; ed il peccatore lasciato un anno senza assoluzione e perciò senza i sacramenti, trovavasi esposto ai rigori di quella.

Si studiarono dunque ripieghi e compensi che, salvando il diritto della coscienza, non disperassero della salute, nè però allettassero colla soverchia indulgenza.

Maggiori dubbiezze porgevano la veridicità e le obbligazioni derivanti da promessa. Con quanti sofismi l'interesse non cerca di sottrarsi a carichi assunti! quanto transigere fra la legge dello spirito e quella della carne! Moralisti epicurei, della scuola del Machiavello, insegnarono a scientemente mentire, sicchè è insania il dire che i Gesuiti ciò inventarono perchè industriaronsi a conciliare l'onestà colle necessità della politica e la corruttela del mondo, e a salvar almeno la coscienza fra la crescente depravazione.

Di tale tolleranza erano essi imputati: e, vero o falso, ciò che d'uno si dice ha forza più di quel che è e fa veramente. Non cerchiamo dunque quanto di realtà ci avesse in accuse, mosse forse da quelli stessi che ruggivano contro la intolleranza della Chiesa: fatto è che quella società, nel secolo precedente denunziata come frenetica contro i miscredenti, allora fu tacciata di connivenza mondana, di avversione ai Cattolici austeri; e per una delle solite contraddizioni di partito, quei che avrebbero giudicato tirannide il proibire teatri, danze, lusso, dichiaravano lassismo il trovarvi scuse. Gran rigorista il domenicano Daniele Concina friulano (1687-1756) calde controversie agitò contro i Gesuiti, massime pel digiuno quaresimale e pei teatri; ristampò con aggiunte i casi di coscienza del Pontas; fe una Disciplina monastica, la Storia del probabilismo e del rigorismo (1743): la Teologia cristiana dogmatica-morale, le Lettere teologiche-morali relative ai casi riservati, la Quaresima appellante dal fôro contenzioso di alcuni recenti casisti al tribunale del buon senso: scrisse pure della Religione rivelata (1754) contro atei, deisti e materialisti; e gli integerrimi suoi costumi e la saldissima persuasione possono solo scusarlo dell'accannimento contro degli avversarj e dei moltissimi contraddittori, i quali avranno avuto la loro parte di ragione e di torto, come in ogni contesa umana[409].

Contro il gesuita Jacobo Sanvitali parmigiano il domenicano Vincenzo Patuzzi veronese agitò le quistioni del lassismo e del rigorismo col pseudonimo di Eusebio Eraniste. Altro campione del Concina, il padre Fassini di Racconigi combattè valorosamente il Freret intorno all'autenticità dell'Apocalisse.

Passarono per rigoristi il Rotigni di Trescorre, detto il priore di Brescia; il milanese don Celso Migliavacca ( — 1755) ed altri, contro dei quali sarebbe facile trovare violenti libelli d'imputazioni ingiuriose. Che se tali quistioni or pajono solo da sacristia, appassionavano tutti in tempo che tutti si confessavano, persino Voltaire. Viepiù le complicavano le gelosie fra gli Ordini religiosi, l'inestinguibile odio contro i Gesuiti e le arroganze principesche. Perocchè i re, se aveano un momento incensato ai pontefici quando si trovarono di fronte la rivoluzione, nemico comune, presto ripigliarono le pretensioni giurisdizionali, quasi restasse sminuita la regia dignità da cotesto papato che volea farsi credere un potere e un diritto. Cercavano pertanto restringere l'ingerenza de' nunzj[410], sottraendone le cause matrimoniali, ed escludendoli dai processi per delitti comuni; limitare le nomine riservate a Roma; pubblicare editti concernenti materie religiose; sindacare l'amministrazione de' beni ecclesiastici e fin le comunicazioni tra le chiese particolari e la romana; ridur la Chiesa ad una funzione dello Stato, e riformarla non a vantaggio del popolo o della nazionalità, ma nell'interesse del principe. Li secondava l'opinione, ch'è così facilmente abbagliata dalla forza o raggirata dall'intrigo.

Per imitare Luigi XIV di Francia, che avea fatto ammirare il despotismo amministrativo, e proclamata l'onnipotenza del re sottomettendovi anche la Chiesa e collocando il trono più alto che l'altare, si ridestarono le libertà gallicane. Queste erano restrizioni che, non già la Chiesa di Francia, ma alcuni dottori francesi aveano poste a Roma quando pareva ella invadesse il diritto civile e nazionale; e poco a poco crebbero a segno da escluder Roma da ogni ingerenza nella Chiesa e nello Stato francese, pur rimanendo nel cattolicismo. Con ciò non temperavano l'autorità pontifizia a favore della libertà popolare, bensì la libertà sottoponeano al re, facendolo indipendente. Da trentaquattro fra i centrenta vescovi di Francia, mandato regio congregati nell'assemblea del 1682 per (come dice Fleury) «mortificar il papa, e soddisfare il lor proprio risentimento», furono proclamati quattro articoli, la cui sostanza è: 1º che i papi nulla possano in generale o in particolare su quanto concerne interessi temporali ne' paesi sottoposti all'obbedienza del re di Francia; se il fanno, nessun suddito, sebbene ecclesiastico, è tenuto obbedirgli; 2º il papa ha sovranità nelle cose spirituali, ma pure in Francia la potestà sua è limitata dai canoni e decreti degli antichi Concilj della Chiesa. Se ne deduce l'assoluta dipendenza dei vescovi dal re; non devono uscir dal regno senza suo consenso; non vanno esenti da imposte, o dal fôro comune; non si conferiscono benefizj a chi non sia nazionale; tocca al re nominare o confermare le elezioni. Sono dunque libertà di re, il quale resta vero capo della Chiesa, come giudici ne sono le assemblee nazionali: gli ecclesiastici, non appoggiati più ad un potere lontano e indipendente, rimangono al pieno arbitrio dell'autorità civile, niente meno che gl'impiegati[411].

Così, invece della libertà della Chiesa universale zelavansi privilegi d'una particolare: ma sotto il nome di Chiesa gallicana celavasi qualcosa di più durevole ed effettivo, la paura di una autorità, inerme e perciò non domabile colle bajonette, che si estende sopra ducento milioni di Cattolici, e che alcuni per venerazione, altri per dispetto dichiaravano onnipotente. Vi si applaudiva anche fuori, per la pendenza allora cominciata di centralizzare le amministrazioni, sull'esempio di Francia; e per la scossa che il libero pensare dava al sentimento dell'autorità, il quale avea dettato i regolamenti del medioevo. Che se nel secolo precedente la gran protesta contro la Chiesa avea diviso gli eterodossi dai cattolici, ora in seno di questi sottraeva l'obbedienza al pontefice, per attribuirla ai re; salvo nel secolo successivo a negarla anche a questi[412].

I Romanisti dicono: La Chiesa è una monarchia che il papa governa per mezzo dei vescovi; successore di san Pietro principe degli apostoli, egli nomina i vescovi o da solo o in accordo coi governi: i vescovi, col concorso dei sacerdoti da essi ordinati e da loro dipendenti, amministrano i sacramenti, insegnano; sotto la vicaria paternità del papa esercitano tutti i poteri spirituali, eccetto la suprema determinazione della fede, che ricevono da esso, e che trasmettono ai laici. Il papa, in cui risiede l'autorità cattolica, pronunzia dalla cattedra come infallibile; i vescovi da lui istituiti, e i preti che da questi dipendono formano il legame della Chiesa[413].

Invece di ammettere questo prezioso accordo di monarchia, aristocrazia, democrazia, attuato nella repubblica cristiana, i Giansenisti, traendo in mal senso parole che buono l'aveano, sostennero che sant'Agostino, col dire che le chiavi non homo unus sed unitas accepit Ecclesiæ, ponevano l'università de' fedeli al disopra del pontefice; per modo che vera sovrana sia la generalità de' credenti, e loro ministri o delegati i vescovi e il papa, a cui obbediscono solo quando e in quanto vogliano[414].

I vescovi sono tutti successori degli apostoli, i quali furono scelti da Cristo al par di Pietro, la cui primazia non fu nulla più che una presidenza. Adunque la podestà dei vescovi non emana dal papa ma da Cristo stesso, per l'intermezzo degli apostoli e per la non interrotta successione. Ogni vescovo sia scelto dai fedeli della sua diocesi, e istituito dai vescovi della provincia, i quali all'occasione diventano tribunale per proteggere i preti contro il vescovo: esercitano tutti i poteri spirituali, e pronunziano sul dogma, sotto la presidenza del papa. Il papa è successore di san Pietro, non perchè vescovo di Roma, ma perchè papa, cioè scelto dagli altri a preside; come scelsero il vescovo della metropoli del mondo, potrebbero designarne un altro: e papa è quel ch'essi tengono per tale. Il Concilio di Costanza proferì decaduti i due papi e ne nominò un altro: e volle che dall'elezione derivino tutti gli impieghi e le dignità; e ogni dieci anni abbia a convocarsi il Concilio, nel quale risiede l'autorità cattolica. Nessun Concilio vale se non preseduto dal papa, ma la parola del papa non vale se non perchè promulga ciò che il Concilio ha deciso; e ciò che ha deciso questo non diviene irreformabile se non quando l'abbia accettato la Chiesa. Il papa ha la presidenza della Chiesa: il Concilio ecumenico ne ha l'autorità: l'assemblea intera de' fedeli, preti o laici, è infallibile. Tale, dicono, era la costituzione primitiva, alterata per circostanze che la storia registrò.

E intorno all'infallibilità del papa fanno riserve, prima sull'oggetto de' giudizj, sottraendo al papa il proferire in materia ch'essi dichiarano non interessare la religione e la disciplina; secondo, sul soggetto che dee proferire i giudizj, dichiarando indefettibile la sede, non il sedente: infallibile non il papa, non la Chiesa dispersa, ma raccolta in Concilio universale, e i cui decreti siano accettati all'unanimità; terzo, sulla modalità dei giudizj. Con ciò mascherano la reluttanza, ma quando sieno serrati, son dialetticamente costretti a pronunziare che i pastori insegnano l'errore; e s'appoggiano non all'autorità pontifizia, ma ad un esame storico critico; distinguono il corpo visibile della Chiesa dall'autorità spirituale di essa: quella infallibile, questa soggetta ad errore. Con senso privato esaminano dunque la tradizione, e all'antichità si appellano dalle decisioni della Chiesa contemporanea. Mentre il protestantismo, col criterio supremo della coscienza individuale, arrogava a ciascuno il diritto di interpretare a suo senso la Bibbia, il giansenismo accettava la condanna che ne pronunziò il sinodo tridentino; ma si riservava d'interpretare la Chiesa stessa, distinguendo la nuova dalla vecchia. Or qual cosa più facile che confondere la Chiesa coi documenti che ne esprimono la fede, e le parole e la storia spiegare in senso privato? Così prendeano un mezzo termine fra l'obbedienza in astratto e l'obbedienza in concreto; l'indocilità verso l'autorità viva della Chiesa coprendo colle attestazioni di rispetto ad un'antichità della Chiesa, foggiata a lor modo: quelli obbligano il credente a studj filologici, questi a indagine di archivj per trovare frasi e fatti, repudiando la legittima interprete vivente e perpetua delle tradizioni.

E appunto il richiamo verso i tempi primitivi è consueto ai Giansenisti. Con ciò rinnegano il progresso e lo svolgimento; perocchè non bisogna ritornare al passato per isciogliere il gran problema del presente; bensì volgersi all'avvenire colla coscienza del passato, coscienza di principj che stanno, mentre le forme si cangiano. Pure, anche guardando al passato, fin dai primordj i santi padri deplorarono gli abusi derivati dall'eleggersi popolarmente le dignità ecclesiastiche. Cristo elesse i proprj apostoli; questi elessero i loro successori, e così continuossi sempre. I Padri del sinodo di Trento, non che introdurre verun elemento democratico, anzi con lunghi ragionamenti ne mostrarono la sconvenienza, solo affidando ai capitoli delle cattedrali l'elezione dei vescovi: e fu condannata la dottrina del Richerio che mettea nel popolo il primo possesso della sovranità.

Mentre poi erano democratici in chiesa, fuori i Giansenisti mostravansi monarchici, come aveano fatto nel medioevo i Fraticelli; la riforma della Chiesa voleano ottener da altri che dalla Chiesa; e come Calvino avea detto «Non c'è altra giustizia in Dio che la volontà di Dio», i Giansenisti dissero «Nella società civile non v'è altra giustizia che la volontà del principe»; così esagerando l'autorità regia, fecero nascere la rivolta popolare.

Prima d'indicare lo svolgersi di queste dottrine in Italia accenneremo come eresie di più franca faccia s'introducessero, o si trasformassero le precedenti coll'innestarvi il razionalismo, venuto di moda fra i pensatori dopo la rivoluzione d'Inghilterra. Locke, nel Cristianesimo ragionevole, la questione ch'era da Cattolici con Protestanti trasporta a razionalisti con credenti, da chi accetta la parola rivelata a chi la ricusa. La Bibbia non ripudia egli, ma Cristo riduce a un essere umano, i misteri a verità di mera ragione, e conchiude che chiunque crede al Messia è fedele, per quanto differisca d'opinamenti; non è eretico nè scismatico chi pensa a modo proprio, ma solo chi pretende fare chiesa da sè: per credere a una vita fuor del corpo volersi dati positivi, nè questi poter darli che la rivelazione; i dogmi ricavati dalla Scrittura giova crederli, ma non mena a dannazione il fare altrimenti.

Questo deismo fu ridotto a sistema da Eduardo Herbert, da Collins che ripudia la resurrezione de' corpi, e sostiene che il mosaismo non ammette speranze postume: da Carlo Blount negli Oracoli della ragione; da Bury nel Vangelo nudo, da Shaftsbury che, armatosi d'epigrammi, vuol che della Chiesa non si parli che bernescamente: da Mandeville che mostra il vizio come causa di tutti i fatti grandi, di tutti i progressi sociali: da Toland che nel Cristianesimo senza misteri impugna i miracoli, poi anche la personalità di Cristo; gli apostoli aver copiato gli Egiziani, e il loro ascetismo dover cedere al culto della natura e dell'istinto; e nei Destini di Roma pronosticava imminente la caduta dei papi: da altri che ergevano la religione naturale sulle ruine della rivelata, alla fede surrogando la supremazia della ragione, dalla quale doveano essere garantite anche le verità religiose.

Il conte Lorenzo Magalotti, pur inclinato a quella filosofia spiritosa, gioviale, tutta mondo, scrisse Lettere famigliari contro questi spiriti forti, ove descrive un conte vissuto fra galanterie. «Entrate a tavola in gran compagnia: ecco il discorso della religione in campagna. Sentite un brutale discorrerne con poco rispetto; un altro che ci fa del libertino, portar con derisione un luogo oscuro della Scrittura; applaudire quello che ci fa il filosofo, e farne spiccare l'implicanza colla corrotta ragione naturale. Voi ridete ed applaudite, e piacendovi tutto quello che tornerebbe comodo alle esigenze del cuor vostro, la compiacenza a poco a poco senz'avvedervene vi tien luogo di persuasione... Entrate in letto; per conciliarvi il sonno leggete un capitolo del Trattato teologico-politico o del Leviatan, dite subito che hanno ragione... Dormite sino a mezzogiorno; andate in chiesa per vedere il bel mondo, affettate sopra tutto l'irriverenza, perchè questa vi pare che rialzi il concetto del vostro spirito, della vostra galanteria, della vostra bravura, e in questo caso vi rallegrate che vi sia religione al mondo per far gala di non farne caso. Questi sono i fondamenti del vostro ateismo».

Tali abitudini crebbero assai col difondersi della filosofia francese, perocchè il filosofismo, dall'Inghilterra propagato alla Francia, vi prestò quel ch'essa ha d'attraente e di contagioso nel carattere e nella lingua. Prima sparpagliò dubbj, poi si fece ateo, deista, sopratutto materialista, e beffardo al punto da isterilire fin il bene che predicava a titolo di filantropia; affettava scienza sapendo ben poco; dalle confutazioni sguizzava collo scherzo; vantava di riformare e non sapeva che distruggere, e non inventò nulla, neppur un errore.

Ma errori e verità pare non si diffondano per l'Europa se non attraversando la Francia, e in fatti da questa si propagò agli altri paesi come al nostro l'incredulità galante, non più sotto abito monacale e con gergo teologico, ma lepida, caustica, ironica, negando il fallo primo e la necessaria riparazione; il culto e tutta l'attuazione esterna della religione qualificando astuzia di preti, tradizione di gabbamondo; appellando al senso comune, ragionacchiando senza nè storia nè autorità, sentenziando senza aver mai studiato di materie nelle quali esitano coloro che vi logorarono la vita intera, abbattendo senza riedificare, facendo una gaja abbaruffata contro il papato, quasi il repudiarlo fosse necessario al progresso; professando con Bolingbroke che dove il mistero comincia finisce la ragione, intitolando pregiudizio tutto ciò che non rispondesse all'arida ragione, e follia ciò che non produce egoistici piaceri; riducendo la filosofia a puro sensismo che esclude tutto quanto non si brancica; la politica giudicando dalla riuscita; sofisticando o deridendo le verità che meglio consolano il cuore, e tranquillano lo spirito; coi frizzi, cogli aneddoti, colle cene, colla sensibilità volendo spegnere il desiderio dell'immortalità, e le aspirazioni al soprasensibile. A dritto dunque il costoro patriarca Voltaire potè vantarsi d'aver fatto ben più che Lutero e Calvino. Questo cortigiano della fortuna e del piacere, che vantavasi ciambellano dei re e trafficava di Negri; che applaudì agli sbranatori della Polonia e sputacchiò Giovanna d'Arco; che scrisse un infame poema e osceni romanzi, mentre vantavasi rigeneratore della filosofia e della religione, sicchè potè dire De Maistre, «Non v'è nel giardino dell'intelligenza un sol fiore che questo verme non abbia contaminato», meritò le imprecazioni di quanti v'ha pensatori o patrioti. Ed oggi l'Italia redenta soscrive per erigergli un monumento, e le autorità ne danno l'esempio, e i maestri spingono gli scolari all'infame sacrilegio. Ed han ragione, perocchè egli proclamò la dottrina che oggi è più applicata: «Calunniate, calunniate; qualcosa ne resta sempre».

E ben que' maestri dovrebbero dire ai loro allievi che la menzogna fu il costui distintivo. Egli smentiva sfacciatamente i proprj scritti, chiamandoli persino abominevoli e infami; dedicava la sua Merope al nostro Maffei, dal quale l'avea desunta, e nel tempo stesso gli lanciava una villana critica sotto il nome di abate Lalandelle: a Benedetto XIV dedica la sua tragedia Maometto, chiamandolo decus et pater orbis e baciandogli i sacri piedi[415], al tempo stesso che diceva: «Mia parte è di buffonchiare Roma e farla servire alle mie piccole voglie»; e «Verrà tempo che metteremo sulla scena i papi, come i Greci metteano Tieste e Atreo per renderli odiosi»[416]. Al vescovo di Mirepoix scriveva: «Grazie a Dio, la religione m'insegna quel che bisogna soffrire. Il Dio che l'ha fondata, dacchè degnò farsi uomo, fu il più perseguitato di tutti; dopo un tale esempio è quasi un delitto il lamentarsi. Davanti a Dio che mi ascolta posso asserire d'essere buon cittadino e vero cattolico; e lo dico perchè sempre l'ebbi in cuore. I miei nemici mi rinfacciano non so quali Lettere Filosofiche: la più parte di quelle stampate sotto il mio nome non sono mie; avevo lette al cardinale Fleury quelle che falsificarono così indegnamente» (ottobre 1743): e intanto a Formont scriveva: «Ebbi cura nel leggergliele, di tacer tutto che potesse sgomentare sua divota eminenza: egli trovò piacevole quel che restava, ma il poveretto non sa quanto ha perduto».

E cotesto vero cattolico insinuava a tutti: «Schiacciate la infame», cioè la religione; a Dannilaville: «Vorrei che schiacciaste la infame: qui sta il punto: bisogna ridurla qual è in Inghilterra»; e a Thiérot: «Non si può assalir la infame ogni otto giorni con scritture ragionate, ma si può andare per domos a spargere il buon seme»: e «Il primo dei doveri è annichilar la infame»: ed «È vero che c'è de' preti alla Bastiglia? bell'occasione per ischiacciare la infame»; e «Appena ho un momento di posa, medito portar l'ultimo colpo alla infame. Credo che il miglior modo di piombare sulla infame è il mostrare di non aver voglia d'attaccarla»[417]. Eppure intanto carteggiava col papa, teneva un confessore, assisteva alla messa, riceveva i sacramenti, dichiarando voler vivere e morire nella religione cattolica apostolica romana; piccole facezie, com'esso le chiama, alle quali assoggettavasi perchè non avea ducentomila uomini a' suoi comandi.

Colla costui ispirazione e cogli esempj inglesi erasi formata una scuola, che, professando fede sconfinata nell'umanità e nessuna in Dio, volea smuovere il mondo senza aver un punto d'appoggio; riformarlo coll'eguaglianza, la libertà, la fraternità senza comprendere che questi sono sentimenti e canoni cristiani, senza volerli come parte della giustizia e della carità evangelica; predicavano l'amor del bene come frase, sebben in alcuni sincera; una virtù generica, che non s'impone alla vita pratica; una cittadinanza del mondo, che assolvea dai doveri di patria e di famiglia. E poichè l'opinione non è ascoltata se non si fa accusatrice, denigravasi e denunziavasi tutto il passato, e principalmente l'istituzione più conservatrice dell'autorità.

Dal riso sardonico di Voltaire e dalla biliosa sentimentalità di Rousseau i nostri imparavano che tutto il passato era un male; bisognava dimenticarlo, e assumere abitudini, credenze, sentimenti, leggi, non secondo la tradizione e l'esperienza, ma secondo canoni filosofici prestabiliti, eguali per ogni tempo e luogo; sono i grandi uomini che innovano le nazioni; bastano leggi e decreti per conseguire quel che si vuole: e perchè quei decreti siano buoni ed eseguiti richiedesi governo libero, cioè che non trovi impedimenti di nobiltà, di corporazioni, di clero. I più begli atti, i migliori sentimenti, questo spettacolo dell'umanità che progredisce faticosamente migliorando, sono calcolo, furberia, secrezione, accidente. Dio non v'è, o così alto che non bada alle azioni di quest'essere che egli gettò sulla terra per un giorno.

Tolta l'idea d'un'origine comune, d'un fallo primitivo e della conseguente espiazione, l'uomo non deesi credere nato che per se stesso e per godere; e maledetti gli uomini e le leggi che ne l'impedissero. Quindi la cura di cercare il ben essere proprio e l'altrui, la quale da carità cristiana mutavasi in filantropia filosofica, non operante per Dio ma per gli uomini, amando questi senza abborrire il peccato, nè riconoscere altri doveri che quelli degli onesti uomini, altra sanzione che la stima de' concittadini.

L'espressione più significante della filosofia d'allora fu l'Enciclopedia, immensa opera dove gl'ingegni più belli e più paradossali s'accordarono a formar l'inventario dell'umano sapere per gloriarlo delle conquiste fatte; inventario dove si confondono il sublime e il buffo, l'errore e la verità, lo scetticismo e l'intolleranza; sempre eliminando l'anima dalla natura, il creatore dalla creazione facendo astrazione dall'uomo, dalle idee sue, dai suoi bisogni, fin dai dogmi della scienza che per l'uomo solo sussiste: e storie, viaggi, matematiche, scienze naturali strascinando a cospirare contro Dio[418]. Gli enciclopedisti ignoravano ancora il mondo orientale, e i simboli primitivi, scopertisi dappoi: della religione non consideravano che l'abito esterno, talchè s'attaccavano a qualche forma di culto, a qualche colpa di preti, ne traevano risa ed epigrammi e la persuasione che tutto fosse impostura di re e di sacerdoti per usufruttare un popolo tenuto nell'ignoranza, nella superstizione e nella miseria. Tutto asserivasi col furore del fanatismo; e scossi tutti i principj, andavasi dritto alla materialità, ora proclamata sfrontatamente, ora sottilmente dedotta con sofismi epigrammatici, adulando il male e cercando abolire le coscienze.

I nostri, avvezzi a cercare nella letteratura francese le voluttà dello spirito e la norma del pensare, si ispiravano a quella, e non credeasi assicurato un posto nel tempio della gloria chi non avesse ottenuto un applauso dai filosofisti, non fosse penetrato ne' loro circoli, alle loro cene: i regnanti stessi ne chiedeano il parere, ne sollecitavano le lodi, mentre dagli amari sarcasmi e dal tono dispotico di loro restavano paralizzate le penne che osassero esporre la verità. Un Piattoli, avvocato di Modena, avea scritto un Saggio intorno al luogo ove seppellire. Un ministro del duca gliene scrivea congratulazioni; e «Piace al serenissimo il di lei coraggio per l'erudito opuscolo, di cui per altro gli resta qualche vaghezza di udire cosa ne sentano i Francesi, e segnatamente M. Dalembert». Uno degli uomini più tranquilli, direi sino infingardi, fu Cesare Beccaria. Eppure quand'ebbe pubblicato il suo libretto sui Delitti e le Pene, del quale era ben lontano di supporre l'importanza, e ancor meno il rumore che desterebbe, nulla gli parve sì beato come il riceverne congratulazioni dall'abate Morellet, adepto ed organo de' filosofisti. E gli rispondeva: «Io debbo tutto ai libri francesi: essi hanno risvegliato nell'animo mio i sentimenti d'umanità, ch'erano stati soffocati da otto anni d'educazione fanatica... Dalembert, Diderot, Elvezio, Buffon, Hume, nomi insigni che nessuno ode senza sentirsi commuovere, le vostre immortali opere sono mia lettura continua, ed oggetto delle mie occupazioni nel giorno, delle mie meditazioni nel silenzio della notte... Da soli cinque anni data la mia conversione alla filosofia, e ne vo debitore alle Lettere Persiane. La seconda opera che compì la rivoluzione della mia mente è quella d'Elvezio».

Ma questo abate Morellet trovava giusto che fra noi fosse lodato lo Spirito di Elvezio «car de tous les Européens ceux qui estiment moins l'humanité sont sans contredit les Italiens».

Brillò tra' que' filosofi Luigi Antonio de' Caraccioli, parigino ma di origine italiana, oratoriano, e che vuolsi qui nominare perchè autore delle Lettere di papa Ganganelli; opera migliore dell'altre sue, onde taluno le credette genuine e tradotte dall'italiano, ma l'originale neppur di una si trovò, quand'anche i sentimenti non ne rivelassero l'impostura, che può sfuggire soltanto agli occhi lippi di qualche moderno. Il Caracciolo avea pur fatto «il Cristiano moderno svergognato dai Cristiani de' primi tempi»: poi cessatagli una pensione che traeva dalla Polonia e una dall'Austria, morì poverissimo nel 1803.

Ai cenacoli degli Enciclopedisti e delle loro amiche acquistò pur fama colle arguzie originali e coll'empietà l'abate Ferdinando Galiani napoletano, i cui dialoghi da Voltaire erano trovati «dilettevoli quanto i migliori romanzi, istruttivi quanto i migliori libri serj». E venne di moda in quella città, ad assennate disquisizioni mescolando il paradosso, e di paradosso dando aria alla stessa verità, tanto per isfavillare di spirito ed esser nominato. Da quei convegni trasse il disprezzo degli uomini e d'ogni entusiasmo, fin della gloria quando non frutti denaro: ma negli ultimi giorni si ricoverò alla religione de' suoi padri.

A Venezia la libertà sfogavasi col mal costume e col dir male della Chiesa: il governo restrinse a questa la facoltà di possedere, e il mandar denari a Roma; impose taglie sui beni ecclesiastici; altri provedimenti fece, pei quali Clemente XIV la ammonì colla mansuetudine che i tempi esigevano, e n'ebbe risposta altera, come i tempi suggerivano. Colà uscì nel 1766 Del celibato, ovvero riforma del clero romano, trattato teologico-politico del C. C. S. R., e a Venezia, o almeno colla data di Venezia si stampavano le opere più ostili a Roma e alla Chiesa.

Carlantonio de' Pilati, nato a Tassullo in Val di Non il 1733, insegnò giurisprudenza a Gottinga, poi a Trento, indi lasciò la cattedra per viaggiare Francia, Olanda, Germania, Danimarca, insinuandosi nell'alta società fin a dare pareri a Giuseppe II e Leopoldo II. Quando il Tirolo fu invaso dai Francesi, egli vi tornò presidente al consiglio supremo del Tirolo meridionale, e morì il 27 ottobre 1802.

Oltre varj libri di affettata giurisprudenza, dettò Dei mezzi di riformare i più cattivi costumi e le più perniciose leggi d'Italia; giacchè il moderar gli eccessi e riformare gli abusi fu sempre il pretesto onde distruggere l'autorità. Dapprima egli non domandava a Clemente XIII che di abolire la mendicità ed altri parziali rimedj, ma nelle successive edizioni invelenì, scagliandosi contro preti, frati, papi con idee più protestanti che giansenistiche; domandando che i principi traessero a sè ogni azione; istituissero collegi, dai quali togliere poi gl'impiegati dello Stato, infondendo così a tutti le idee che il principe vuole. Talora introduce apologhi di mal gusto e anche scurrili, a imitazione di Voltaire.

E imitazione di Rousseau sono le Riflessioni di un italiano sopra la Chiesa in generale, sopra il clero sì regolare che secolare, e sopra i vescovi ed i pontefici romani, e sopra i diritti ecclesiastici de' principi, precedute dalla relazione del regno di Cumba e di riflessioni sulla medesima, stampate a Borgofrancone, cioè Venezia il 1768, che da alcuni si attribuiscono a Giuseppe Pujati, ma i più le assegnano al Pilati. Comincia da un allegorico racconto dei mali che recò a un'isola l'introdurvisi di missionarj, che spacciando per miracolo la loro scienza, svogliano dalla primitiva semplicità, insegnano a fabbricare, aprono scuole, empiono il paese di letterati, mentre la campagna si rende deserta e sentesi la fame: le belle arti si difondono, mentre camminasi alla miseria. I missionarj allora predicano dottrine che prima aveano dissimulate; la supremazia del papa; i meriti del celibato, l'utilità delle opere pie, l'indissolubità del matrimonio, la difficoltà del salvarsi, le indulgenze. Da qui un cumulo di vizj, e la necessità di repressioni vigorose e di tribunali, ove i missionarj riescono a impiantare il diritto canonico, a tal fine uccidendo il re per surrogarne un ligio. Poi i frati cominciano a disputare fra sè e massime contro i Gesuiti, tacciati di insegnare il regicidio.

Ognun vi riconosce il tema allora messo di moda da Rousseau, da Raynal, da Bernardino di Saint-Pierre, d'accusare de' vizj sociali la civiltà, applicandolo specialmente alla religione. E l'autore ne deduce quanto di peggio mai s'argomentò contro le corporazioni religiose, tessendone a suo modo la storia, dando come regola o consuetudine gli abusi, come dottrina cattolica le sentenze di qualche canonista, e sempre protestando che la sola verità lo costringe a parer calunniatore. Non credano i principi che basti distruggere i Gesuiti: gli altri frati faranno altrettanto e peggio; arriveranno fino a ricorrere alla santa sede contro i loro principi, e a ribellare i popoli. Bisogna levare ai frati l'istruzione della gioventù, il confessare, predicare, catechizzare, le loro feste particolari, gli oratorj, e ridurli sotto l'obbedienza dei vescovi. Prima però di distruggere i frati bisogna riformare il clero secolare pei seminarj, pei benefizj; e «lasciar che il papa protesti com'ei vuole, e ch'egli mandi quante bolle gli piace; quella Corte già sa che sono passati i tempi degli Arrighi, e che il lanciare in questi giorni una scomunica contro ad un sovrano, altro effetto non produce che lo sdegno degli uni e le beffe degli altri».

Deplora che gli Italiani siano ormai soli a subire il giogo della Corte romana, la quale «da più secoli ha precipitata la verità in fondo a un abisso, dov'essa viene da millantamila Cerberi di color rosso e pavonazzo e nero e scuro e bianco e bigio e cenerognolo, per siffatta maniera guardata e custodita, che, se taluno mostra di volersi soltanto dalla lunga a lei approssimare, cotesti mostri incontanente se gli avventano addosso, e l'afferrano e mordonlo e laceranlo, e fannolo miseramente in mille brani». E qui protestando esser cattolico, e perciò astenersi da molte verità, s'avventa contro la religione, mostrando che ne' suoi primordj non correa distinzione fra il popolo e il clero, e svolgendo la disciplina, asserisce l'intera dipendenza della Chiesa dallo Stato, fin a dire: «Chi potrebbe dar torto a' nostri principi s'essi venissero nella risoluzione di non voler più soffrire ne' loro Stati la religione cristiana con alcuni di que' suoi principj, con cui è stata praticata finora, e che però essi ci proponessero di abbandonare o cotesti principj o le loro terre?» Molto male si può far ne' Concilj, e perciò niuno si dee poter tenerne senza commissari del principe. E via sulle orme del Böhmer, del Lounoy, del Dupin, del Barbeyrac arroga allo Stato il pieno dominio sulla Chiesa, la quale non è che un collegio di fedeli; le toglie il diritto di possesso; le immunità considera come usurpazioni, al par della primazia di Roma; e gli abusi delle indulgenze e gli sbagli delle Decretali, e le trascendenze del fôro ecclesiastico compulsa con molte cognizioni legali e sfoggio di storia a suo modo, desunta da fonti ben conosciute.

Venuto un tempo ove si rimescola ogni fango, anche quell'opera si ristampò a Torino nel 1852.

Suo pur credo il libro Di una riforma in Italia, stampato a Villafranca, cioè Venezia, il 1767, poi ancora il 1770, indi il 1786 colla data di Londra (Lugano) assai cresciuta e coll'aggiunta di venti novelle.

«Io protesto (dice) che sono amico della nostra fede, ma nemico degli abusi che danno il guasto alla nostra Italia. Laonde non temo di poter essere incolpato d'eresia veruna, se non che da qualche ignorante chiericuzzo o da qualche stordito frate, o da qualche maligno spirito». E il capo I che tratta del pontefice e delle leggi canoniche comincia: «Io non intraprendo qui d'attaccare i legittimi diritti del papa, nè di scemare l'autorità delle leggi ecclesiastiche, che alla giustizia, al decoro e allo spirito della vera Chiesa sono conformi. Essendo io cattolico, non voglio scrivere nè consigliare cose che a persona cattolica non si convengano».

Tratta poi della tolleranza religiosa, del clero, dei monasteri, del culto de' santi, delle loro vite, de' libri ascetici; dell'uso de' santi padri; della teologia, degli studj di storia ecclesiastica e diritto canonico; della religione; dei beni ecclesiastici; di mezzi generali per intraprendere una certa riforma. Soggiunge un'umilissima supplica del popolo romano al sommo pontefice pel ristabilimento dell'agricoltura, delle arti, del commercio, delle leggi civili[419].

Un altro libro conosciamo della risma stessa, intitolato: All'Italia nelle tenebre l'Aurora porta la luce. Riflessioni filosofiche e morali. Documenti ed avvisi all'Italia. Sistema nuovo mai trattato pria, tanto dagli antichi che dai moderni scrittori. Milano, 1796. È senza nome d'autore, ma in fine delle trecennovantuna pagine è firmato Enrico marchese l'Aurora[420]. Vi si produce un nuovo sistema di creazione, con sette cieli abitati da angeli, dotati di maggiore o minor grado di perfezione, vigilanti alle vicende del mondo, poi la creazione dell'uomo a cui Dio impone tre soli precetti. Sostiene che il feto non riceve l'anima che al momento di nascere. Propone una pace universale, col solito ordigno del congresso, e la distribuzione dell'Italia in otto dipartimenti, sotto un presidente; riformando la religione, abolendo i preti e i frati minori di 40, e le monache di 30 anni, pensionandoli a vita, e il doppio se si maritano.

Il cittadino Spanzotti nei Disordini morali e politici della Corte di Roma esposti a nome de' zelanti dell'ecclesiastica libertà, alla santità di Pio VI, (II edizione, Torino anno IX) ripone questi disordini nel dominio temporale, nella monarchia papale e nel ridicolo vanto dell'infallibilità; donde vennero le pessime conseguenze che l'autorità de' vescovi derivi dal papa, che il papa possa esercitare autorità nella diocesi altrui, che possa riservarsi le cause maggiori, e conferire benefizj esistenti nel territorio de' vescovi, esigere annate, ricevere appellazioni, assoggettar tutte le chiese alla disciplina romana, esser superiore al Concilio, poter dispensare dalle leggi universali, accordare indulgenze, canonizzare i santi. Per fomentare tali disordini esso si valse de' cardinali, de' preti, de' regolari, della cattedra di canoni nell'Università di Bologna, della proibizione de' libri, dell'inquisizione ecclesiastica e della scomunica. Ne derivarono corruzion di costumi e il rovescio del regime ecclesiastico nelle diocesi: nè Roma volle rimediarvi colla convocazione e la libertà dei Concilj. Propone di sciogliere le corporazioni religiose; togliere le ricchezze e il dominio temporale ai papi, riformare la disciplina ecclesiastica, anche coll'autorità del governo civile; senza badare se Roma ci dichiara scismatici o ci scomunica.

Il marchese Giuseppe Gorani milanese nel 1770 pubblicò anonimo il Trattato del despotismo, violento attacco ai governi stabiliti: poi uscito di patria, andava cercando col fuscellino lo scandalo in ogni atto de' principi o de' preti: affigliato alle società segrete, denunziava all'opinione pubblica il despotismo sacerdotale, regio, ministeriale, aristocratico, con giudizj all'avventata, e rimedj da pazzo. Scoppiata la Rivoluzione, Bailly domandò per costui la cittadinanza francese, che avea meritata con violenti articoli nel Moniteur e con lettere ai re contro Luigi XVI. Venuto nella Svizzera per eccitare tumulti nella Lombardia, l'ambasciadore austriaco lo fe cacciare. Quando il regno del terrore cascò, egli ritirossi a Ginevra, dove povero e ignoto morì nel 1819 di sessantacinque anni[421].

Altri potremmo indicare di siffatti, che proruppero principalmente allorchè i Francesi repubblicani calarono in Italia.

A difonder quelle idee razionaliste e sovversive, condite di sentimentalismo filantropico, adopravasi la società segreta de' Massoni o Franchimuratori, moda venuta anch'essa d'Inghilterra; nè sarà fuor d'opera il dire alcun che dell'organamento suo e dei misteri, tra cui avvolgeva la dottrina dell'uguaglianza fra gli uomini.

Le origini della Massoneria colloca alcuno fino nel paradiso terrestre, dove uno degli eloim mescolatosi con Eva, generò Caino, mentre Adonai, altro degli eloim, creò Adamo che da Eva generò Abele. Fra le due stirpi rimase eterna sconcordia, e i figli di Caino inventarono le arti: Adonhiran fu chiamato da Salomone a fabbricare il suo tempio, durante la quale impresa fu da un gigante ucciso e trascinato nell'abisso del fuoco. Ma quivi glorificato, tornò a compire l'opera. Salomone per gelosia lo fe uccidere; ma nove maestri ne trovarono il cadavere, assassinarono gli assassini, e in mezzo a un triangolo di fuoco ascosero il nome del Grande Architetto Dell'Universo, che fu custodito con gran segreto da alcuni eletti. I più moderati deducono la massoneria dai Templari, e che Giacomo Molay, ultimo costoro granmaestro, prima d'esser bruciato istituisse tre loggie, una delle quali a Napoli.

Il più probabile è che nascesse intorno al Mille, quando, rassicurati che il mondo non finirebbe al compiersi dei dieci secoli, venne una smania di fabbricar chiese, donde consociazioni di mastri da muro. Erano o monaci, o diretti da spirito religioso: ond'ebbero voti, giuramenti, forme d'iniziazione: i capannoni che ergeano attorno alle fabbriche, dissero loggie: custodivano in segreto i procedimenti delle costruzioni, e tra loro chiamavansi fratelli; aveano gerarchia di capi, nè venivano ammessi che dopo confessati e colla benedizione del vescovo. Dapprima i Franchimuratori non erano diretti che a ciò, ma quando furono distrutti i Templari, essi ne adottarono i riti e le credenze, che dai processi apparvero inchinare alle gnostiche e manichee.

Certo i muratori nel medioevo costituivano corporazioni, come quella de' Magistri Comacini, ricordata nelle leggi longobarde; ma principalmente in Germania; fra esse tramandavansi arcanamente le regole migliori per le fabbriche; e da queste traevano il nome ed anche i simboli, ch'erano l'archipenzolo, la squadra, il martello, il grembiule, la cazzuola e così i gradi. Una riforma ebbero tali società nel capitolo generale che, il giorno di san Giovanni Battista del 1307 radunossi da Aumont e Harris fratelli militari, e da Pietro di Bologna fratello ecclesiastico.

Pretendesi abbiano contribuito alla Riforma religiosa, ma noi non ne trovammo indizio di sorta. Ben taluno asserì inventasse queste società Lelio Soccino a Venezia nel 1546; ma in contrario è noto che nel 1535 pubblicossi una circolare a tutte le loggie, ove negavasi che loro scopo fosse vendicare Molay, e ripristinare i Templari, nè introdur nuovi scismi; fin là aveano creduto bene tacere e celarsi, ma allora trovavano opportuno far pubblico l'antichissimo loro essere e l'intento loro, ch'è la vera morale impressa nei cuori, e difonder la felicità e il regno della luce; non avere altro di secreto che la beneficenza.

Senza discutere quanto v'abbia d'autentico in quelle pretensioni d'antichità, certo è che durante la rivoluzione d'Inghilterra i Franchimuratori presero altri assunti politici e religiosi; poi, fuori dell'isola si diffusero dopo il 1719, principalmente nella Germania, inclinata ai concetti mistici, e dove il culto restringendosi a prediche, facilmente si passa dai sistemi all'errore, dall'errore alle sètte. A Parigi la prima loggia fu aperta nel 1725, ove abbandonato il carattere severo degli isolani, la massoneria divenne gaja e benevola. A tutti i Franchimuratori della nazione presedeva un grand'oriente; a ciascuna loggia un venerabile, e sotto di lui il vigilante; il fratello terribile riceveva i neofiti, ai quali erano date le istruzioni dal maestro delle cerimonie; il grand'esperto teneva i sermoni; un tesoriere, un elemosiniere, un secretario aveano gli uffizj indicati dal loro nome. Nella camera dell'adunanza vedeansi quadri emblematici, motti geroglifici, il settangolo, il triangolo, la cazzuola, la squadra, il compasso, il martello, il teschio da morto, la pietra cubica o triangolare o rozza, i ponti da fabbrica, la scala di Giacobbe, la fenice, il globo, il tempio, la lavagna co' motti Lucem meruere laboreOdi profanum vulgus et arceoPetite et accipietisPulsate et aperietur vobisO vincere o morireIn constanti labore spes. Attorno a un letto a bruno colla croce e l'ulivo stavano i fratelli in tunica, con emblemi di spade e squadre; sparsi qua e là cazzuole, martelli, il tamburro di pelle d'agnello, fazzoletti chiazzati di sangue, ossa, teschi, stili, e altri apparati da colpir la fantasia, e il cui linguaggio trisense è difficile e incerto.

Diversi erano i gradi, e a proporzione di questi la comunicazione del secreto. I più non doveano vedervi altro scopo che di riunirsi a far cene e discorsi, ajutarsi a vicenda, riconoscersi anche in paesi lontani mediante certi segni e toccamenti, offrire l'ideale della società a cui si aspirava, dove nessun divario di religione, di nazione, di grado; levate tutte le distinzioni sociali; insomma quella fraternità umana che corregge gl'inconvenienti inevitabili in ogni società civile. Ma gl'intriganti utilizzavano a loro profitto quella misteriosa solennità di forme, che copriva e simulava le istituzioni del fanatismo per realizzare la religione filosofica, I gradi esterni e simbolici non sono che l'ombra degli interni: la parte esoterica, non solo tollerata, ma alcune volte favorita dai Governi, è solo il peristilio d'un tempio, inaccessibile a' profani[422].

Quanto alla religione, ammetteano Dio uno e trino, ma varj loro atti, mentre s'intitolano in nome della Santissima Trinità, chiudonsi professando: «Salute al Dio eterno. Noi possediamo il bene di trovarci nella maggior possibile unità dei numeri sacri». Quanto a Cristo, fu un savio, di eminente moralità, e benemerito dell'uman genere. La Bibbia è parola di Dio, in quanto ogni parola vera uscente da labbro umano ha l'impronta della divinità. Del resto alla rivelazione deve surrogarsi dapertutto la ragione. Questa farà ammettere tutte le religioni, e distruggere la superstizione, l'ignoranza, il fanatismo, coi quali nomi dinotano il cristianesimo e più specialmente il cattolicismo, che esprime assassino, assassinio, assassinato. Quest'assunto appare principalmente nell'iniziazione del cavaliere kadosc, che è il trentesimo dei 33 gradi. Ivi al neofito si mette in mano un pugnale, ai piedi il Crocifisso, e gli si intima di calpestarlo. Se nol fa, è lodato, ma gli si taciono i grandi arcani: se lo fracassa, seguono fiere rappresentazioni, e fin simulata uccisione di tre persone, che simboleggiano la superstizione, il re, il papa.

Questi mistici novatori son dunque una società religiosa, morale, sociale, e almen nello svolgimento successivo, vi riconosciamo il razionalismo puro, applicato alle credenze, agli atti, alla società. Che fede? che tradizioni? nulla v'è di superiore all'intelligenza umana: le religioni non sono che le varie forme con cui l'uomo intende Dio; sicchè tutte sono buone del pari, buoni tutti i culti, eccetto quello che pretende esser unico vero. Per ciò, e per abbagliare i vulghi, da tutti i misteri di antiche società ricavarono simboli e segni; le abraxe dei Gnostici, le dodici tribù, le tavole, la colomba de' riti mosaici e talmudici; la teogonia egizia cogli angeli di due sessi; il sabeismo de' Parsi; sincretismo, che dee condurre alla indifferenza: adottarono fin l'I. N. R. I. de' Cristiani, interpretandolo per Igne Natura Renovatur Integra, oppure Igne Nitrum Roris Invenitur, oppure Jamin Nour Rouch Jebeschal, acqua, fuoco, vento, terra. Perocchè la grande eguaglianza, cui aspira la massoneria, deve demolire le religioni, i governi, le autonomie; non spettando essa a verun paese, non ha nazionalità; son raggi diversi d'azione, ma unico il centro.

Di qui trapelava l'intento politico: ma la massoneria assunse il carattere odierno dopo che al suo teosofismo s'innestò l'illuminismo del bavarese Adamo Weishaupt, professore dell'Università d'Ingolstadt, il quale ebbe l'arte di combinare queste permanenti cospirazioni in modo uniforme, e tutte convergerle a un fine, ch'era insomma la distruzione e la ricostituzione dell'intero organamento sociale. Era il tempo che ispirava sgomento la potenza dei Gesuiti, ed esso che gli avea conosciuti, pensò surrogarvi quest'altra società gerarchica, altrettanto vigorosa ma scevra di religione, e che assumea per dogmi quelli appunto che bugiardamente apponevansi ai Gesuiti. Al 1 maggio 1776 Weishaupt costituiva la sua setta, alla quale innestò ben presto le altre di Germania e le loggie massoniche, ma durò solo fino al 1785. Tutto era disposto gerarchicamente, in modo che ne' gradi inferiori neppur trapelasse ciò ch'era l'intento dei gradi superiori; e poichè l'obbedienza doveva essere assoluta, gl'infimi compirebbero atti, in apparenza innocui o virtuosi, ma pur sempre diretti al fine de' superiori; nè a questi poteva essere promosso quando non avesse procacciato due proseliti. E insegnava: «L'arte di rendere infallibile una rivoluzione è illuminare i popoli, insensibilmente conducendo l'opinione pubblica a desiderare cambiamenti, che sono l'oggetto indeterminato d'una prestabilita rivoluzione. Se l'oggetto di questo desiderio non potesse manifestarsi senza pericolo di chi lo concepì, se ne propagherà l'aspirazione nell'intimità delle sette segrete. Se l'oggetto sia una rivoluzione universale, tutti i membri della società devono cooperarvi, cercando dominare invisibilmente, senza apparenti violenze, e sovra gli uomini di qualsiasi condizione, gente o religione, tutti dirizzandoli alla meta stessa. Conquistato così l'impero dell'opinione mediante l'accordo e la moltitudine degli adepti, sottentri la forza; si leghino le mani a chiunque resiste; si soffoghi il male nel suo germe, cioè si opprimano quelli che non si giunse a persuadere»[423].

In un famoso congresso di Franchimuratori, uno de' capi, dopo fatti immensi elogi del Weishaupt, conchiudeva: «Bisogna perpetuare i modi ch'egli ci ha lasciati in eredità, e continuarli instancabilmente fino alla mirifica attuazione, che farà stupire l'universo colla più terribile, ma più felice metamorfosi, soddisfacendo nella tomba questo saggio nemico dei re».

Tali intenti venivano nascosti sotto formole di iniziazione, fra drammatiche e paurose, varie secondo i paesi e i tempi. Tiriamo un velo sull'adozione femminina, sulle misteriose gioje dell'isola della felicità, del fratello sentimento, della sorella discrezione. Ne' loro matrimonj, fatti dal venerabile, si dichiara che l'indissolubilità è contro la natura, giacchè più volte trovansi unite persone, che riconosconsi assolutamente incompatibili; è contro la ragione perchè si vuol eterno l'amore, ch'è il più capriccioso e involontario de' sentimenti.

Quei che li temeano dicevano che gli Illuminati erano Gesuiti mascherati; e Weishaupt chiamavano il Lojola della filosofia, versando così nuovo odio sopra quell'Ordine, il cui nome pare trascelto sempre a indicare ciò che vuol farsi odiare[424].

E Illuminati e Massoni tendevano del pari ad abbattere: e tutte queste demolizioni (che nella storia aveano poi a costituire la rivoluzione) doveano portare a edificar una nuova Gerusalemme coi frantumi dell'antica, per opera del gran sacerdote apocaliptico, il quale compare vestito come la donna mistica dell'Apocalissi, con dodici stelle attorno al capo. È la deificazione dell'umanità, perocchè gli uomini, pervenuti alla massonica purità, sono Dei della terra. Allora non vi sarà più teologia, ma una religione, consistente nel vivere da onest'uomini, credendo ognuno quel che vuole, poichè ogni opinione è per se stessa giustificata dal diritto della libertà e della contraddizione: fossero anche le stravaganze del socialismo e le iniquità del comunismo; fosse la negazione d'ogni soprannaturale, d'ogni gerarchia umana; fossero i mezzi con cui la rivoluzione sovverte ogni cosa.

I quali mezzi suggeriti sono: accarezzare i principi col mostrar d'ingagliardirli, rimovendo gli ostacoli che pone alla podestà loro l'autorità religiosa: distrugger pure gli ostacoli delle corporazioni, degli stati, delle università, sicchè l'uomo si trovi isolato a fronte d'un poderosissimo organamento d'impieghi e di eserciti: staccare la scuola dalla Chiesa, riducendola a semplice istruzione; poi ai re sovrapporre la responsalità dei ministri e le onnipotenti risoluzioni dei parlamenti, appoggiati dalla libera stampa e dalla giustizia sottomessa all'opinamento dei giurati; costituendo così un diritto tutto positivo, di fatti compiuti, di opportunità; riducendo l'Europa a pochi grandi Stati che assorbano i piccoli, in nome di nazionalità geografiche: e di tal passo, col nome di libertà si riesca a rendere l'individuo interamente servo allo Stato.

Quando il neofito vede tutte le spade appuntate contro il suo petto, il venerabile lo rassicura dicendogli: «Non temere. Esse non minacciano che allo spergiuro. Se fedele alla massoneria, esse saranno disposte a difenderti. Ma se tu fallissi, nessun luogo della terra ti assicurerebbe contro l'armi vendicatrici».

E il neofito, in nome del Grande Architetto Dell'Universo, giura non rivelar mai i segreti della massoneria: «Se manco, mi siano bruciate le labbra con ferro rovente; tronche le mani, strappata la lingua, segata la gola; il mio cadavere sia sospeso in una loggia durante l'iniziazione d'un altro fratello, per terrore di tutti: poi sia bruciato e le ceneri disperse al vento, sicchè non rimanga memoria del traditore».

Con ciò la compagnia arrogavasi il diritto punitivo, proprio della società civile, e da eseguirsi coll'assassinio: fatto che basterebbe a riprovarla.

Come quest'associazione tenebrosa penetrasse in Italia non è chiaro; ma nel 1733 già esisteva una loggia a Firenze, perocchè fra i cimelj della massoneria sta una medaglia, ivi coniata quell'anno al granmaestro duca di Middlesex. Nel 39 fu introdotta in Savoja, nel Piemonte, in Sardegna, tre paesi aventi un solo granmaestro provinciale, nominato dalla loggia principale d'Inghilterra. A Roma, convegno di tanti forestieri, ve n'avea nel 1742, quando decretarono una medaglia a Martino Folkes presidente della società reale di Londra, ma rimasero secrete fino all'89.

La loggia degli Amici Sinceri alla Trinità de' Monti fu fondata il 6 novembre 1787 da cinque Francesi, un Americano e un Polacco, che appartenendo a loggie estere, gemeano di viver in mezzo alle tenebre: vi furono ricevute persone d'ogni condizione, e dipendeva dalla loggia madre di Parigi, con cui teneasi in continua corrispondenza; ogni settimana se ne ricevea la parola d'ordine o di passo, e ogni anno vi si mandava un dono: come ogni anno per elezione si rinnovavano i gradi di venerabile, vigilante, fratello terribile, cerimoniere, tesoriere, limosiniere, segretario, grand'esperto ossia oratore. Il neofito era da un fratello in maschera introdotto nella camera delle riflessioni, parata a nero, illuminata da una candela di cera gialla, e con un tavolino, su cui un teschio. Il fratello terribile lo avvertiva di meditare seriamente, e rispondere a tre quesiti che davansegli in iscritto, concernenti i suoi doveri, e ai quali esso rispondea pure in iscritto: talvolta dovea far la sua confessione ad un finto frate. Il fratello in maschera portava poi queste risposte nella camera superiore, detta il tempio, e le presentava al venerabile. Sceso, intimava al neofito di deporre oriuolo, spada, fibbie, ogni metallo, abbassar la calza della gamba sinistra, snudare la spalla e il braccio destro. Così ad occhi bendati era condotto nel tempio, dove inginocchiato al venerabile, dichiarava il nome e le qualità sue e gl'intenti che lo moveano ad aggregarsi. Condotto in giro fra strani e spaventosi rumori, toccando i Vangeli e la spada d'onore giurava il secreto e cieca obbedienza. Levatagli la benda, trovavasi in mezzo a molti fratelli colle spade appuntate contro di lui, pronte a difenderlo se fedele, a ucciderlo se sleale. Allora riceveva l'abbraccio, il grembiule, i guanti; gli si insegnavano i toccamenti e le parole, e finivasi con un banchetto a spese del novizio. Altre cerimonie accompagnavano i gradi seguenti, sempre con teschi e cataletti e finti cadaveri. Alla domanda se obbedirebbe a qualunque comando ancorchè contrario alla religione e alla sovranità, uno esitò; e subito fu rassicurato che nè di religione nè di sovranità mai non trattavasi nella loggia.

La loggia dapprima fu indipendente, poi si fece instituire regolarmente dal grand'oriente di Francia: componeasi di francesi e tedeschi; n'era venerabile un tal Bello; e s'affratellò a molte loggie, quali la Perfetta Eguaglianza di Liegi, l'Armonia di Malta, la Concordia di Milano, il Consiglio degli Eletti di Carcassona, il Patriotismo di Lione, la Perfetta Unione di Napoli. Sui suoi diplomi era disegnato a mano il triangolo inscritto nel circolo, e avente nel centro la lupa lattante.

Varie loggie ebbe Napoli, le quali poi nel 1756 si legarono in una nazionale, che corrispondeva colla Germania: nel 1767 un moribondo per iscrupolo, e un cavaliere, cui la società avea sospeso i larghi sussidj, ne rivelarono l'esistenza e il granpriore di quel regno, ch'era il duca di San Severo. Arrestato questo, immediatamente al suo palazzo fu messo fuoco, ma il popolo lo estinse, talchè poteronsi avere i carteggi. Esso duca non negò nulla, espose il fine e i mezzi, e accertò che da sessantaquattro mila massoni contavansi nella sola Napoli, mentre a milioni erano gli adepti. Secondo un ragguaglio steso allora e colle incertezze inerenti a società secrete, la massoneria rimontava a censettancinque anni indietro, quando il vescovo inglese Cromwel fondò una camera di quattro segretarj e sette assessori, uno per nazione; ciascuna nazione suddivisa in cinque provincie, con un assessore per provincia.

Questo secretume dovea recare sospetto non men che al clero, ai principi, i quali vollero ripararvi ma colla fiacchezza caratteristica di tutti gli atti di quel secolo. Nel 1737 il granduca (imitando l'Olanda e la Francia) avea proibito le adunanze muratorie. Carlo III di Sicilia vi applicò le ordinanze contro i perturbatori della pubblica tranquillità; e il Tanucci, che pur era propenso alle novità, le proibì affatto, massime in occasione che una iniziata restò colpita dalle cerimonie in modo, che cadde malata e morì, onde il pubblico ne levò rumore. Carolina regina le fece ripristinare, onde ne' banchetti brindavasi alla salute di quest'austriaca, che fra poco doveano esecrare.

A Venezia si aprirono loggie fin dai loro cominciamenti, ma nel 1686 se ne ordinò la chiusura. Ve le ripiantò un Sessa napoletano, e vi erano affigliati nobili, abati, negozianti. Quegli oculatissimi inquisitori di Stato n'ebbero conoscenza da un rotolo di carte, che Girolamo Zulian dimenticò in gondola. Subito invasa, mentre nessun v'era, la loggia presso San Simon Grande, se ne asportò quel mistico e burlesco corredo di teschi, pentagoni, seste, tamburri, cazzuole, grembiuli, e si bruciarono al cospetto del popolo, che li credette stregherie. Allora vengono proibite le loggie, anche quelle aperte a Vicenza e Padova, senza però castigare gli aggregati, che forse erano troppi di numero e di potenza, e che non tardarono a rannodarsi e a cospirare per la distruzione della repubblica.

Anche fra loro v'avea protestanti, che faceansi Illuminati o rosacroce, oppure a forza di evocazioni teurgiche e speranze febbrili, diventavano cattolici, come avviene degli odierni spiritisti.

Nella lista dei primi Illuminati avanti il 1776 trovo di italiani, Brutus che era il conte Savioli, Coriolano che era Troponero, Diomede che era marchese di Costanzo, tutti consiglieri a Monaco. Quest'ultimo napoletano costituì società filiali in Roma e a Napoli; ed essendo andato a Berlino per servigi della setta, Federico II ne prese sospetto, e avvisò l'elettor di Baviera, che sequestrò le carte di questi settarj e le pubblicò.

Giuseppe II piaggiatore dell'opinione, a' suoi governanti diramava una circolare del 1 dicembre 1785, professando nulla conoscere della massoneria (e certo se nella massoneria v'avea secreti, sarebbero appunto i re che non li conoscerebbero), ma sapere che fa del bene, soccorre poveri, incoraggia le dottrine; onde cassa la proibizione fattane da sua madre, e la prende in protezione, a patto che nelle città primarie non abbia più di tre loggie, e facciansi conoscere i loro membri, e i giorni e i luoghi delle adunanze[425].

Meglio ne avvisarono la natura i pontefici, e come il fine reale ne fosse di togliere via le differenze che la religione pose fra gli uomini, e d'accogliere chiunque deserta da qualsiasi fede positiva. Laonde sin dal 28 aprile 1738 Clemente XII denunziava i pericoli di queste accolte di persone d'ogni fede; del segretume che ne proteggeva i riti e gl'intenti; dell'opposizione alle leggi e canoniche e civili. «Vario ne corre il grido (diceva il papa): ma se volgonsi a scopi onesti, perchè tanti arcani?» Laonde ammoniva i fedeli ad astenersene, e non favorirle in verun modo, sotto pena di scomunica, la quale non potesse sciogliersi che dal sommo pontefice, salvo che in articolo di morte. Inoltre agli inquisitori ingiungeva di procedere come contra gravemente sospetti di eresia, invocando, ov'uopo fosse, il braccio secolare.

Con ciò la Chiesa non faceva che mostrare il carattere solito di tutrice della libertà, non compatendo vi fossero persone che giuravano obbedire ciecamente ad un capo. A molti bastò quest'avviso per ritrarsene, ma essi (dice il Muratori negli Annali d'Italia) allora pubblicarono le regole loro, dalle quali risultava «terminare la massoneria in una invenzione di darsi bel tempo con riti ridicolosi, ma sostenuti con gran gravità; nè altra maggior deformità vi comparve se non quella del giuramento del segreto, preso sul Vangelo, per occultare siffatte inezie».

E molti in fatto non ci vedevano che un legame di benevolenza universale, una scuola di pensare spregiudicato; al più un'arte degli astuti per acquistare influenza, distinzioni, denari, in funzioni per le quali nessuno studio occorre. E poichè alle scomuniche attaccavasi ancora qualche importanza, quando morì il papa dissero che la condanna da lui proferita cessava con lui, non avendola il successore confermata. Benedetto XIV stimò dunque bene ripeterla, lodandola in tutto, ed esortando i principi a ricordarsi che furono eletti da Dio a difensori della fede e protettori della Chiesa.

Questa eresia galante dovette dar a fare alle Inquisizioni d'Italia, ed è ricantatissimo fra le vittime di essa il Cagliostro.

Dove è a premettere come, cadute le dottrine sane e pure, in Germania e in Francia grandeggiasse la superstizione, per quell'aspirare alle realtà ideali, così proprio alla natura dell'uomo, che, piuttosto di rinunziare alla speranza, ultima dea, buttasi nella tenebra delle scienze occulte. Nacquero dunque nuovi taumaturghi: e presa in beffa la metafisica, e tronchi gli slanci legittimi, non appagandosi d'una filosofia senza ideale, si prestò fede a ciarlatani, o si ricorse al meraviglioso per sottrarsi alle severe lezioni della verità. Alcuni di essi erano mistici, come Swedenburg, Lavater, Saint Martin; altri rivoluzionarj, come Weishaupt, Knigge, Bode; altri giocolieri e furbi, come Giangiorgio Schröpfer, garzone d'osteria, che arrivò ad affascinare ministri, diplomatici, principi con operazioni taumaturgiche, finchè scoperto di vere truffe, s'uccise. Pochi secoli furono così goffamente creduli e la gran città de' filosofi fu piena di diavoli, vampiri, silfi, come il XVIII, che s'intitola forte pensatore; convulsionarj, magnetici, cabalastici, Rosacroce, Massoni, evocatori, elisir di lunga vita[426]. Il marchese di San Germano, di tenace e vasta memoria, trattava i grandi, i dotti, la società colla massima confidenza, e spacciava bizzarri racconti, asserendosi testimonio oculare di eventi lontanissimi, aver conosciuto David, assistito alle nozze di Cana, cacciato con Carlo Magno, trincato con Lutero; e i Parigini gli credeano. Pare fosse figlio del principe Rakosky di Transilvania, e molto fu anche in Italia, prima dicendosi marchese di Monferrato, poi conte di Bellamare a Venezia, cavaliere Schöning a Pisa, cavaliere Weldone a Milano, conte Soltikof a Genova; spesso ricordava avventure sue in Italia e in Ispagna; e fu molto protetto dall'ultimo granduca di Toscana che lo avea fatto istruire.

Di costoro invidiò le glorie Giuseppe Balsamo, nato a Palermo l'8 giugno 1743 da Pietro Balsamo e Felicia Braconieri. Dapprima aggregato ai Fatebenefratelli di Caltagirone, dove imparò un poco di chimica e medicina, ne uscì per iscapestrarsi fra begli umori, tagliacantoni, attrici, duelli, bische, falsificazioni di cedole e di istromenti. Per una truffa costretto a spatriare, associossi al greco Altotas, che pretendeva essere l'ultimo depositario delle scienze occulte, e che morì poi per esalazioni di suoi preparati: con esso girò la Grecia, l'Egitto, Malta, dove rubò i secreti d'un famoso chimico Pinto: e valeasi della scienza di Kircher e Robertson, maneggiando gli specchi magici, usando la radomanzia, confezionando profumi inebbrianti, fabbricando drappi di lino che pareano seta, colorando stampe che spacciava per aquarelli, e indagando il grande segreto. Conosceva gli uomini costui, sicchè contava sulla loro dabbenaggine. Variò nome secondo l'opportunità, conte Harat, conte Fenice, marchese dei Pellegrini, Belmonte, Melissa, infine prevalse quello di conte di Cagliostro: a chi volesse contezza dell'esser suo, rispondea Sum qui sum; pure talvolta narrava d'aver conosciuto Abramo, assistito al supplizio di Cristo; oppure discendere da Carlo Martello; essere generato da un granmaestro di Malta in una principessa di Trebisonda, e altre baje ch'erano credute dal secolo, il quale non credeva più ai vangeli. Se si chiedeva la base del suo sapere diceva: In verbis, in herbis, in lapidibus. Sposata una romana, la pose sulla mala via, sicchè, oltre guadagnare del proprio corpo, essa lo secondava abilmente vendendo polveri panurgiche, vin d'Egitto per rinvigorire i nervi, pomate ringiovanenti; ed egli le diceva: «Io volto le teste a costoro, tu fa il resto».

Con ciò e col falsificare biglietti in complicità con un marchese Agliata suo compatriota che poi finì sulla forca, arricchì; a vicenda impoverì perchè imprigionato ed espulso, o derubato da suoi complici, o pel suntuoso vestire e il lauto banchettare e viaggiare per posta con molte carrozze e ricche livree. A chi stupisse di tanto denaro confidava che, a forza di calcoli, indovinava i numeri del lotto; noi sappiamo ch'era espertissimo nel plasmare gemme e nel falsare monete e cedole; che signori sfibrati e donne avvizzite pagano lautamente chi promette rinvigorirli e rinfiorirle, e che il mondo retribuisce largamente i ciarlatani. Così acquistò fama nella Spagna; poi in Inghilterra, ove processato più volte, seppe sgabellarsene: poi in Russia ove le famigliarità di sua moglie col Potemkin eccitarono la gelosia di Caterina II, che lo regalò riccamente perchè partisse.

Crebbe di celebrità col legarsi ai Franchimuratori; e avutone del buon denaro per andar a costituire nuove loggie, cessò d'essere un ciurmadore volgare, per darsi grand'aria, vuol genealogia, vuol miracoli, vuol mistero e ammirazione, e al pari della moglie aspira a successi straordinarj. Non contento della solita società massonica, istituì una riforma di essa, detta degli Egiziani, ammettendovi solo chi fosse già appartenuto ad altre loggie; e sotto emblemi e simboli e con lunghi digiuni e diete esaltanti vi s'insegnava che tutte le religioni sono buone egualmente purchè riconoscano Dio e l'immortalità dell'anima; egli intitolavasi gran cofto; ai fratelli assegnava i nomi dei profeti, alle sorelle quei delle sibille, e prometteva condurli alla perfezione mediante il rigeneramento fisico e il morale; cioè trovando la pietra filosofica e l'elisir dell'immortalità, e procacciando un pentagono con cifre scritte dagli angeli, per la cui interpretazione si arrivava alla originale innocenza.

A Strasburgo, dove aveva ottenuto onori il Borro che tanto a lui somiglia, lungamente indugiossi nel 1780, accolto da chi con ammirazione, da chi con sbigottimento, da chi con devozione; poichè, fra tanti altri programmi, dicea venire a convertire gl'increduli e rialzare il cattolicismo, e che a tal fine Iddio gli avea conferito il dono de' miracoli e la visione beatifica, e realmente fece moltissime guarigioni, e n'ebbe benedizioni infinite. Servivasi per intermedio di fanciulli e bambine, colombe sue, che comunicavano cogli spiriti per mezzo d'una tazza: e per tre anni vi fu festeggiato, riverito, benedetto. Raccomandato dai signori di Segur, di Miromesnil, di Vergennes visitò Bordeaux e Lione, finchè si credette famoso quanto bastasse per affrontare la pubblicità della gran Babilonia, e profittarvi della credulità de' celebri increduli.

Preconizzato da affissi apocaliptici e dai giornali, arrivò a Parigi, prese suntuoso alloggio con magnifica sala, nella quale ben presto affluì quanto v'avea di ricco, di bello, di dotto, di potente. Per un pezzo la gran città, dove ogni novità o stravaganza è certa d'avere un momento d'entusiasmo, non parlò che di lui. Era il tempo che la ragione, ribellatasi a Dio, strisciava dinanzi ai Rosacroce: che negavansi i miracoli, ma s'accettavano le evocazioni di spiriti di Gassner, gli scongiuri di Cazotte, le potenze invisibili di Lavater: che Giacomo Böhme e Martinez aveano discepoli non solo nelle reggie ma negli episcopj. Principalmente Mesmer agli animi annojati della fredda ragione e bisognosi di sensazioni variate avea preparato pascolo di fantasia e preoccupazione delle cose del mondo soprasensibile col magnetismo animale, colla bacchetta, colla vasca. Il secolo nostro non ha più ragione di riderne, come non arrivò a spiegarlo, giacchè l'ipotesi del fluido elettrico nè del fluido animale non corrispondono agli effetti, e a quest'azione della volontà sopra lo spirito altrui[427]. Cagliostro accingeasi all'opere stesse, e ne fece sperienza in Russia, in Polonia, in Germania, le quali se non riuscissero ne dava colpa alla mancanza di fede, o ai peccati de' soggetti. Egli non adoperava nè vasca nè bacchetta nè manipolazioni, bensì il solo tocco: e non cercava guadagno dalle guarigioni, anzi sollecitava i poveri a venire cercargliene, ed esibiva cinquantamila scudi per fondare un ospedale egiziano. Neppure esponeva la sua scienza all'esame degli accademici come Mesmer, ma imponeva coll'audacia, colla bella presenza, colla bizzarra magnificenza del vestire, colla pompa abbagliante. Nelle vetrine non solo, ma sui ventagli, negli anelli, in medaglioni ripeteasi la sua effigie, come ora quella di Garibaldi, e incisioni e busti e bronzi ornarono i palazzi coll'iscrizione Divo Cagliostro: gran personaggi facevangli visita: in Curlandia esibirongli il trono: Bordes nelle lettere sulla Svizzera non rifina d'ammirarlo: «Il suo aspetto rivela il genio: i suoi occhi di fuoco leggono in fondo alle anime. Sa quasi tutte le lingue d'Europa e d'Asia; la sua eloquenza stordisce; strascina anche in quelle che meno conosce». Eppur sappiamo che ebbe guardatura torva e spaventata e corpo deforme, carattere collerico, superbo, prepotente; senza civiltà di modi nè grazia o correzione di favella.

«Iniziato nell'arte cabalistica (dice un altro contemporaneo), in quella parte che fa comunicare coi popoli elementari, coi morti e gli assenti, è Rosacroce; possiede tutte le scienze umane; è esperto a trasmutare i metalli, e principalmente in oro; è un silfo benefico, che medica i poveri gratuitamente, vende per poco l'immortalità ai ricchi; con corse vagabonde racchiude immensi spazj nel giro di poche ore»[428].

E di fatto ci appare or ventriloquo, or alchimista come gli antichi, or elettricista come i magnetizzatori del suo tempo, or come quelli del nostro; muove le tavole, comunica coi medium, produce il sonnambolismo e l'ipnotismo; valeasi pure della necromanzia, tanto che Figuier lo considera come «una prodigiosa personificazione della taumaturgia moderna, nel quale splendeva congiunta la magia orientale colla occidentale»[429]. Certo egli interveniva a convegni nella via della Sourdrière, ove martinisti e swedenburgiani evocavano morti: tanto, allora come oggi, il sincretismo irreligioso accumula tutte le superstizioni onde combattere la fede. E quando, per conciliare allo stesso fine le varie sette dei rosacroce, dei necromanti, dei cabalisti, degli illuminati, degli umanitarj si raccolse il gran congresso a Wilhelmsbade, poi nelle loggie degli Amici riuniti, col Saint Martin, col Mesmer, col Saint Germain vi figurava Cagliostro[430].

Simili ciarlatanerie ci farebbero compassione, se altro sentimento non eccitasse il vederle riprodotte con pochi cambiamenti dalla nostra età, che alla precedente disputa il titolo d'illuminata. Anche sua moglie esercitavasi attorno al vassojo mesmeriano, e propose dare un corso di magia naturale se trovasse tre dozzine di discepole, che contribuissero cento luigi ciascuna: e prima di sera le ebbe; tutte gran dame, e doveano giurare fede e secreto. Crebbe Cagliostro di fama per avere guarito il duca di Soubise: e più per aver tenuto mano nella tanto famosa baratteria della collana. Per chi nol ricordasse basti accennare come al cardinale di Rohan, invaghito della regina Antonietta, fu fatto credere che essa gli accondiscenderebbe se le donasse una ricca collana di diamanti, che Luigi XVI avea ricusato comprarle. Una finta lettera e un notturno convegno con una donna che le somigliava alquanto, ingannarono il principe; la collana fu compra, ma sparve nelle mani di truffatori. Erettosi processo contro costoro, si sospettò complice Cagliostro, ma egli riuscì a camparne: e poichè quella società corrotta e gaudente applaudiva allo scandalo, l'accolse in trionfo quando uscì di prigione, per fare izza alla Corte.

Ebbe però lo sfratto; ma ecco la popolazione affollarsi alla sua casa ed a Passy, disposta fino ad un'insurrezione per difenderlo e trattenerlo: personaggi di Corte fecero alternata guardia alla sua porta sinchè partì: alla nave a Boulogne più di cinquemila persone l'accompagnarono, alle quali diede, come soleva, la sua benedizione.

Passato a Londra, gridò a voce e a stampa contro i soprusi usatigli alla Bastiglia, e le preziosità involategli: pubblicò un libello violento contro il re e il governo francese, esortando a scuoterne il giogo, e a valersi per ciò della massoneria (20 giugno 1786); stampò anche una memoria stesa da un abilissimo avvocato, ove ripulsa l'asserzione della La Motte, rivela alcun che delle sue avventure, invoca la testimonianza de' personaggi più illustri che dice aver praticati, e de' banchieri che gli somministrarono denari, non indicando però donde li traesse. Vi era anteposta la sua vita, preceduta da magnifico ritratto coll'epigrafe: «Ecco le fattezze dell'amico degli uomini. Tutti i suoi giorni son segnati da nuovi benefizj. Egli prolunga la vita, soccorre l'indigenza; unica ricompensa sua è l'esser utile».

Ma se vi era accolto in trionfo dalla ciurma, la buona società ne fu presto stomacata, viepiù dacchè, Morand, redattore della Gazzetta d'Europa tolse implacabilmente a smascherarlo e deriderlo, tanto che dovette andarsene. Neppure in Svizzera fece fortuna; la tentò a Torino, ma il re gli intimò di partire, come fece il vescovo principe di Trento, dove fu pubblicato un Liber Memorialis de Caleostro dum esset Roboreti ove con frasi scritturali Clementino Vannetti raccontava le costui ciurmerie. A Venezia ingannò un mercante promettendogli cambiare la canapa in seta e il mercurio in oro. Respinto ormai d'ogni parte, lusingossi trovare più gonzi a Roma, spintovi anche dalla moglie, desiderosa di rimpatriare e cambiare vita. Egli stesso si finse convertito, ma ivi trovò pochissima adesione, neppure fra quelli che già erano ascritti alla massoneria ordinaria, e per quanto moltiplicasse segni, tocchi, parole, gerghi, e brandire la spada, e battere tre volte la terra col piede, e applicare le dita al fronte, e alitare in faccia. Egli, che aveva sì bene illuso la giustizia di Parigi, qui, sebbene prevenuto, lasciossi cogliere dal Sant'Uffizio il 27 dicembre 1789 con tutte le carte e i simboli e i libri: e avendo giudici e carcerieri incorruttibili, si trovò isolato dall'immensa sua dipendenza: sicchè non credette restargli altro partito che svelare ogni cosa, mescolandovi certamente vanterie, degne di Benvenuto Cellini o di Pietro Aretino, e fingendo circostanze, che ad un tribunale ecclesiastico attenuassero le sue colpe. Nel lungo processo confessò che molte v'ha sette massoniche, ma le più frequenti sono quella della pretta osservanza a cui appartengono gl'Illuminati, e quella dell'alta osservanza: la prima col titolo di vendicare il granmaestro de' Templari, mira alla distruzione della religione cattolica e delle monarchie: l'altra cerca la pietra filosofale e gli arcani ermetici. A quest'ultima fu egli ascritto a Londra, passando pei gradi di alunno, compagno e maestro, e n'ebbe le insegne: e sua moglie un nastro, su cui era recamato Unione, Silenzio, Virtù, e quella notte dovea tenerlo cinto alla coscia. Avuti poi certi manuscritti, su quelli confezionò il nuovo rito della massoneria egiziana, eliminandone le superstizioni e la magia, dirigendola a ottenere la perfezione mediante la rigenerazione fisica e morale. I riti e le cerimonie sono i soliti; un giocoliere aveva suggerite a Cagliostro i sacri nomi di Helion, Melion, Tetragrammaton; ma il gran cofto, cioè il fondatore, pareggiavasi a Dio, gli si faceano adorazioni, gli si cantavano parodie del Te Deum, del Veni Creator, dei salmi, e credeasi comandasse agli angeli. Ogni religione v'è ammessa, e il grado supremo è per gli uomini quel di profeta, di sibille per le donne. Nelle massonerie ordinarie, all'iniziato si danno due paja di guanti, uno per sè, l'altro per la donna che più stima: qui vi s'univa una ciocca di capelli, che la donna dovea regalare all'uomo che predilige. Oltre la festa del Battista, comune a tutti, questo rito avea quella di san Giovanni evangelista, per la somiglianza che l'Apocalissi ha coi lavori d'esso rito. Fra questi citeremo come, nell'ammettere una alunna, la maestra le soffia dalla fronte al mento, proferendo: «Questo soffio farà germogliare nel vostro cuore le verità che noi possediamo: e fortificare in voi la parte spirituale, e confermare nella fede dei vostri fratelli. D'ora in poi voi siete per sempre femmina massona e libera».

Quando uno è elevato a maestro, prendesi una fanciulla, a cui dal venerabile è comunicato il potere che avrebbe avuto prima del peccato originale, e particolarmente quello di comandare ai puri spiriti. Pregasi Dio che permetta l'esercizio del potere che ha concesso al gran cofto, e alla pupilla o colomba di servire di medio fra lui e gli spiriti. Vestita di bianco con fascia turchina e rossa, vien chiusa in un tabernacolo, in cui stanno uno sgabello e una tavola con tre candele accese. Allora il venerabile evoca gli spiriti a comparire alla pupilla, dalla quale fa domandare a un di essi se il candidato sia degno. Più complicata è l'iniziazione delle maestre, con serti e vesti benedette dagli spiriti e da Mosè.

Per ottenere la perfezione morale e la fisica si prescrive un ritiro di quaranta giorni, e una cura corporea. Il primo si fa sopra un monte che s'intitola Sinai, con un padiglione a tre piani, e camere ritualmente formate e con nomi biblici, e sono prescritti indeclinabilmente i lavori di ciascun'ora. I primi sei giorni si occupano al riposo e alla riflessione; poi tre alla preghiera e all'offrire se stesso all'Eterno; nove alle sacre operazioni del preparare carta vergine e consacrare altri istromenti: gli ultimi alla conversazione e a restaurare le forze. Dopo il trentesimoterzo giorno, i rinchiusi cominciano a comunicare cogli angeli primitivi, e ne conoscono gli emblemi e la cifra, che da quelli vengono impressi su carta vergine. Compiti i quaranta giorni, ognuno ne gode il frutto col ricevere per sè il pentagono, cioè quella carta impressa, per cui il suo spirito è riempito di fuoco divino, il suo corpo diviene puro quanto quel d'un fanciullo, smisurata l'intelligenza e la potenza; nè ad altro aspirerà che al perfetto riposo per giungere all'immortalità e a dire Sum qui sum. Di sette altri pentagoni, ove è impresso il sigillo di un solo spirito, possono disporre a favore di chi vogliono; e chi li possiede comanda a un angelo solo, e in nome del maestro.

La perfezione fisica, per cui uno può o prolungare la sanità finchè a Dio piaccia trarlo a sè, o giungere alla spiritualità di cinquemila cinquecencinquantacinque anni, s'ottiene ritirandosi ogni cinquant'anni, nel plenilunio di maggio, in campagna con un amico, e per quaranta giorni serbare dieta rigorosa, cacciar sangue, prendere certe goccie bianche, e infine il grano di materia prima, che è quella che Dio creò per rendere immortale l'uomo, e di cui questi perdette la cognizione per lo peccato, nè può recuperarla che per grazia speciale e pe' lavori massonici. Resta allora in sopore e convulsione per tre ore, dopo di che viene ristorato con buon manzo; nei dì seguenti altri grani gli producono febbre e delirio, perdita della pelle, de' capelli, dei denti: poi mediante nuovi cibi, tutto rinasce e rigermoglia, e buoni bagni e balsami lo rendono ringiovanito alla società.

La visione beatificante la spiegava per un'assistenza spirituale, angelica, che Dio concede a chi gli piace, o facendosegli visibile come ai patriarchi; o coll'apparizione degli angeli, o con impulsi interni. Tale grazia si ottiene stando sempre unito a Dio, alla Chiesa, alla fede cattolica, e avendo la carità e la fede. Con queste premesse, basta domandarla a Dio con fervore; e se non oggi, vien giorno che la concede. Fu con tali operazioni che ottenne il maggior numero de' suoi adepti.

Cagliostro andò egli propagando queste pratiche nell'intento (dic'egli) di provare l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, e distruggere quanto han di superstizioso gli altri sistemi massonici. Dall'Olanda passò a Venezia, poi a Pietroburgo, traversando le varie città di Germania, accolto dapertutto dai Franchimuratori, e dapertutto predicando, profetizzando, guarendo, procurando visioni or di vivi or di morti, e istituendo loggie. A Francoforte sul Meno gli fu mostrato il codice gelosamente custodito, contenente i nomi di tutti i capi e il giuramento di distruggere il presente ordine sociale, prima in Francia, poi in Italia e particolarmente a Roma: e seppe esservi ventimila loggie: e che centottantamila massoni pagavano ogni anno cinque luigi l'uno; col qual denaro manteneansi i capi e gli emissarj, e soddisfaceasi ai bisogni e agli intenti della società.

A Lione istituì la loggia primaria, col titolo di Sapienza Trionfante, consacrandola con riti simili agli ecclesiastici e v'ammise anche personaggi d'alto stato[431], che stordì coi portentosi apparimenti e colle visioni del pupillo. Una volta però invece di angeli apparvero scimmie: un'altra fu veduto egli nelle nuvole fra Enoch ed Elia. Sperò fino, coll'ajuto della Corte, far approvare questo rito dal pontefice, come già il teutonico, ai soliti voti aggiungendo quello di convertire i Protestanti senza violenza.

Quanto ai principi, or suggeriva la subordinazione, or la rivolta, secondo il genio degli uditori; del pontefice e della gerarchia ecclesiastica sempre diceva il peggio; molti testimonj, e principalmente la moglie confermarono o smentirono le sue asserzioni, e che non riuscì mai se non convertire i cattolici in miscredenti, gli atei in deisti con quelle ridicole sue prediche sui dogmi, in un gergo fra siciliano e francese, senz'ordine nè scienza. Gl'inquisitori vollero averne qualche saggio, onde escussolo sopra una temeraria allocuzione di lui sulla redenzione, scrissero fedelmente la sua difesa che diceva: «Rispondo che tutto è falso, perchè nel mio sistema primitivo, in tutte le mie operazioni fo gran caso del serpe col pomo in bocca, che è la mia cifra, che denota la causa del peccato originale e di tutte le nostre disgrazie per cotesto: e che la redenzione di nostro signor Gesù Cristo è stata quella che l'ha traffitto, come noi dobbiamo sempre avere avanti agli occhi e nel cuore costui, come gli occhi ed il cuore sono lo specchio dell'anima; e che tutt'uomo deve essere sempre in guardia contro tutte le tentazioni diaboliche, ed in conseguenza credo tutto questo, e la redenzione di nostro signor Gesù Cristo ed avendo sempre fatto osservare questa, non è possibile che io abbia parlato come sopra, perchè sarei andato a disdire tutto quello che ho detto dapertutto».

Interrogato sul catechismo, se ne palesò affatto ignaro. Chiesto se l'uomo abbia potenza sugli spiriti celesti, rispose: «Io credo che, colla permissione di Dio, l'uomo può comandarli, perchè Dio benedetto avanti la sua morte ha lasciata a noi la visione beatificante e divina[432], e perchè l'uomo è stato creato a similitudine di Dio, e gli angeli non sono stati creati come l'uomo, ma divinamente».

Eppure molti andavano inebbriati de' suoi discorsi: li conservavano a mente, li ripetevano: lo considerarono come qualcosa più che umana: nelle lettere era chiamato coi titoli che si profondono oggi a Garibaldi; baciargli la mano, prostrarsegli chiedendo la benedizione. Mio maestro; dopo l'Eterno, mio tutto — Mi getto ai vostri piedi consegnandovi il mio cuore. — Qualunque possano essere li vostri ordini sovrani, o mio maestro, gli adempirò collo zelo che dovete aspettarvi da un suddito che vi ha giurato l'obbedienza più cieca. — Nessuna cosa uguaglia i vostri benefizj, se non la felicità che ci procurano, son frasi delle lettere trovategli, ed egli sapeva colla condiscendenza o col rigore coltivare quell'entusiasmo, asserendo gli atti suoi esser effetto d'ispirazione superna. Lasciamo via i suoi miracoli e le profezie; le rivelazioni delle pupille talvolta erano artificiosamente preparate; d'altre neppure la moglie dava altra ragione se non l'arte diabolica; e il gazzettiere Morand, suo implacabile nemico, non volle vedervi che maestria da giocoliere. Cagliostro protestava non aver mai operato coi diavoli, ma «non ne ho mai capito nè capisco il costrutto». E davvero que' dialoghi delle pupille ci pareano da pazzi quando le leggevamo in nostra gioventù, lontanissimi dal supporre che, come tant'altri errori e scelleraggini e ridicolezze, che credevamo cadute per sempre, dovessero rinascere a mortificazione della nostra vanità[433].

Roma che avea svelato le imposture del Gabrielli e dell'Oliva, di Cordano e di Gabrino di Pietro d'Abano, del Borri, dissipò le costui. Stretto da argomenti, rimandava di non capire più se stesso; non sapere più cosa dire: «compiango il mio stato infelice: domando solo soccorso per l'anima» e chiedeva di ritrattarsi «in faccia a un milione di suoi seguaci». Poi ricadeva negli errori, e ad inveire contro gli esaminatori, contro la corte di Francia che, dopo il processo della collana, per rovinarlo avea corrotto fin sua moglie.

Finita l'inquisizione, accettò per suo difensore il conte Bernardini avvocato de' rei al Sant'Uffizio, al quale volle aggiungersi monsignor Costantini avvocato de' poveri. Udito a che punto si trovasse, chiese ajuti e istruzioni spirituali, e mostrossi ravveduto e pentito. Atteso ciò, gli venne risparmiato d'essere consegnato al braccio secolare, che volea dire alla morte; e fu condannato a carcere perpetuo in fortezza: fatta abjura delle sue eresie, venga assolto dalle censure; resti solennemente riprovato il suo manuscritto Maçonnerie Egyptienne, e bruciato pubblicamente cogli arnesi della setta; si proibirà di nuovo la società de' Liberi Muratori, con particolare menzione del rito egiziano e di quella degli Illuminati, comminandovi le più gravi pene temporali (7 aprile 1791).

Chiuso nel forte di San Leo, posto in cima d'un monte isolato, entro una camera scarpellata nel sasso, dove si scende per una scala a piuoli, e illuminata solo poche ore da un pertugio, non potè più fare miracoli; chiese di confessarsi, e tentò strozzare il Cappuccino per ciò mandatogli, sperando uscire colla tonaca di questo: onde custodito a maggior rigore, più non se ne intese parlare. I Giacobini lo contarono fra i martiri dell'Inquisizione, e m'aspetto che da oggi a domani venga santificato tra le vittime della tirannide romana[434].

A tale irruzione d'errori e di superstizioni in nome della ragione e dei lumi, esclamavano gli spiriti retti. Il buon latinista Jacopo Facciolati dice che al tempo suo, delle cose religiose disputavasi fin nei caffè (viatica): molti preti professavano quel che non credevano: duolsi che gli studj teologici fosser poco coltivati in Italia, nessun orientalista in Venezia, e che i principi lascino migrare da noi ai Sarmati il sapere (Lettere). E per verità il secolo XVIII fu compassionevole anche perchè, fra tanti attacchi così funestamente frivoli, non comparivano difese abbastanza efficaci: alcuni non faceano che scomunicare, sempre in aria dell'angelo Michele che schiaccia il perverso; altri declamavano retoricamente, come il vescovo Adeodato Turchi; passioncelle da sacristia e l'abbaruffata giansenistica di cui parleremo, occupavano o distraevano il clero, per non dir nulla degli abati galanti, come il Frugoni, il Parini e purtroppo il Casti. Ma non v'è forse scrittore italiano di grido che non movesse querela di tal corruzione. A tacere il buon Metastasio[435], il Parini rinfacciava ai giovani signori suoi contemporanei, di trar a quella malsana bevanda[436]. Lo Zola cantava:

Zendrin, quanti del Nord empi e superbi

Dottor sorser ben vedi

Ch'han di vana scïenza un nome vano;

Vedi quanti il bell'italo terreno

Senza schermo o riparo

Di dolce metafisico veleno

Libri sparsi inondaro,

Che a poco a poco nelle menti inferme

Fan sì profonda piaga

Onde ancor muoja della fede il germe;

Nè si bella più in lor splenda e riluca,

Nè più di vita i bei frutti produca.

Ah, se non che, pur frema

Il superbo aquilon, l'urti e la scuote

Qual rupe in mar, fino agli estremi giorni

Fia di Cristo la fe salda ed immota.

Ahi quanto a lei sovrasta

Grave danno e periglio!

Non pare che le orrende

Tenebre ricondotte

Sien dell'antica notte,

E il nero antico caos non ancor torni?

Persin Vittorio Alfieri lanciava una satira all'antireligioneria:

Or di Cristo vediam se la severa

Dottrina, a lato all'indottrina tua

Debba, o Voltero, dirsi una chimera.

In poppa ha il vento, e spinta pur la prua

Non ha della tua frale nave al lido

Colui che più ne' dogmi tuoi s'intua.

Ci vuol altro a cacciar Cristo di nido,

Che dir che ella è una favola; fa duopo

Favola ordir di non minore grido.

Sani precetti ed a sublime scopo

Dà norma l'evangelica morale,

Nè meglio mai fu detto, nè anzi nè dopo.

Stanco il mondo d'un culto irrazionale

E stomacato da schifosi altari,

Su cui sempre scorrea sangue animale:

Di un sol Dio maestoso e appien dispari

Da' suoi fin là mal inventati Dei,

I non fetidi templi ebbe più cari.

Certo in un Dio fatt'uom creder vorrei

A salvar l'uman genere, piuttosto

Che in Giove fatt'un tauro a furti rei.

Non mancarono serj campioni della verità, ma poco letti. Francesco Manzoni pubblicò «Cinquanta motivi per indur gli eretici a venir alla Chiesa» ed ebbero l'onore d'essere bruciati a Londra. Era milanese, come Taddeo Caloschi, che fece un Esame del protestantismo, e Nicola Gavardi, che confutò la Concordia del sacerdozio e l'impero di Pier Della Marca, Giovanni Trombelli ( — 1784) bolognese scrisse sapientemente De Cultu sanctorum, e lo difese contro il Kiesling di Lipsia con tale urbanità, che questi il chiese amico. Contro lo Schœlhorn campeggiò il cardinale Quirini, valendosi di molti documenti, non accessibili ad altri, per difendere i cardinali Contarini e Morone, Paolo IV ed altri.

Costantino Roncaglia (1677-1737), oltre una teologia, descrisse le variazioni delle chiese protestanti e gli effetti delle riforme di Lutero e Calvino e del giansenismo. Vincenzo Lodovico Gotti bolognese domenicano (1674-1742), dappoi cardinale, nell'opera De vera Christi ecclesia confutò Jacobo Picenino ministro a Coira, che nell'Apologia della religione riformata e nel Trionfo della vera religione avea malmenato la Chiesa nostra; come confutò un trattatello di Le Clerc sulla religione cattolica.

Contro il Picenino stesso difese il culto delle immagini Luigi Andruzzi ciprioto, e l'infallibilità del papa nelle decisioni di fede. Cesare Amedeo Bonaventura calabrese diede una voluminosa confutazione di tutte le eresie. Monsignor Giovanni Marchetti da Empoli confutò il Fleury, e scrisse La Religione vittoriosa e Interesse della religione cattolica. Aggiungiamo i lavori del Mansi sui Concilj, dell'Orsi sulla storia ecclesiastica; Gaetano Travasa bassanese che diè la storia critica della vita degli eresiarchi; il Massini da Cesena che fece le Vite dei santi, Antonio Sandini vicentino quelle di varj papi; Vito Coco dei Siciliani: Mittarelli e Costadoni veneti gli Annali de' Camaldolesi; Benedetto Trombini quelli di Certosini, Mamachi le origini e antichità cristiane; Flaminio Corner la storia ecclesiastica di Venezia. Giuseppe Bianchini veronese diede molte edizioni de' santi padri, e nelle Vindiciæ canonicarum scripturarum vulgatæ latinæ editionis porge la storia de' codici più rari e delle versioni della Bibbia e l'evangelario nella traduzione italica.

Il pio prevosto Lodovico Muratori, nelle opere per le quali è detto padre della storia italiana, ebbe frequenti occasioni di difendere la Chiesa, ma non favorì le pretensioni temporali del papato, anzi sostenne l'imperatore e i principi d'Este nelle ragioni che allegavano sopra Cervia e il Ferrarese ed altri possessi, contro la santa sede. Varie delle opere sue sono specialmente religiose. Nella Liturgia romana antica, stampando tre sacramentarj di san Leone, Gelasio papa e l'antico Gregoriano, pose in chiaro i riti primitivi di Roma a confronto di quelli d'altre chiese. Nel libro De ingeniorum moderatione in religionis negotio porge buoni canoni di critica in fatto di controversie religiose e sul contegno de' censori. Contro Giovanni Le Clerc difese sant'Agostino; opera molto difusa e ristampata, ma in un'edizione parigina essendosi alterate alcune frasi, in modo da far parere che l'autore aderisse alle opinioni gallicane, egli se ne dolse, protestando ammettere assolutamente l'infallibilità del papa. L'immacolata concezione di Maria era già asserita dai più; anzi in Sicilia una compagnia professava il voto sanguinario, cioè di sostenere quell'opinione anche col sangue. Il Muratori disapprovò tale eccesso; del che gli si sollevarono incontro molti, e principalmente il siciliano gesuita Francesco Burgio, col nome di Candido Partenotimo. Il Muratori si difese nel libro De superstitione vitanda col pseudonimo di Antonio Lampridio, ma non che sopire, invelenì la quistione. Anche il libro Della regolata devozione gli suscitò molti oppositori, tra' quali il cardinale Quirini: fin dal pulpito si predicò contro di esso, e fu denunziato alla Congregazione dell'Indice: ma questa, dopo morto l'autore, lo dichiarò immune da censura, e la dottrina di esso pia e cattolica[437].

La morale cristiana (De actibus humanis) di Giovanni Antonio Ghio, professore a Torino, fu forse la sola che gl'Inglesi traducessero in loro lingua dopo separati da noi.

Alfonso De Liguori napoletano, da avvocato messosi prete, predicava semplice e chiaro; e austero a sè, mansueto ai peccatori, tutto opere di santificazione e carità, tornò in credito l'educazione popolare, che aveano cessato di dare gli Oratoriani, ed ajutato dal cardinale Sersale, arcivescovo, estese le cappelle serotine sicchè da cento n'avea la sola Napoli con forse trecento uditori ciascuna, ove, terminate le opere del giorno, ai giovinetti impartivasi istruzione morale da maestri laici, secondo un antichissima consuetudine napoletana[438], che il secolo nostro osteggia inesorabilmente. Il Liguori lasciò un corso di teologia morale, che divenne classico, procurando l'esatta osservanza de' precetti della Chiesa e di Dio, senz'aggiungere altri obblighi. Fu esaltata forse di là dal merito perchè venne opportunissima a contrapporsi al rigorismo dei Giansenisti, e perchè raccoglie e coordina tutte le leggi ecclesiastiche positive, riuscendo comodissima a quelli che non vogliano faticarsi nel trovare, contentandosi d'applicare. Realmente copia affatto il Busembaum, aggiungendovi qualche erudizione e molte nozioni pratiche per la guida delle coscienze. L'appuntano poi di mancare di chiarezza, di deduzione logica e di sistematica coerenza; nelle controversie non coglie il nodo della quistione, nè sempre mostrarsi esattissimo, p. e. intorno alle restrizioni mentali, all'intenzione morale, al giuramento. Ha pure una storia delle eresie, ma piuttosto a edificazione che ad istruzione; e meglio giova l'Opera dogmatica contro gli eretici pretesi riformati, dove espone ciò che, sovra i singoli punti, fu definito dal sinodo tridentino.

Giuseppe Guerrieri di Cremona, essendogli proibito di amministrare frequentissimo la comunione ad alcune devote durante la messa, ostinasi che questo fosse inviolabile diritto de' fedeli; il vescovo gli impone perpetuo silenzio, ed egli tergiversa, cerca adesioni, fa firmare ricorsi: in fine il papa lo trasferì canonico a Busseto, ma nella enciclica Certiores dichiarò che all'integrazione della messa non era necessario comunicar i fedeli, bensì lodevole lo facciano qualora non si sturbino altri atti di pietà. Altri ci verranno nominati parlando de' Giansenisti.

Tra i filosofi poco abbiamo a gloriarci, lo Scarella bresciano combattè e gli scolastici e gli scettici, conciliando i principj della contraddizione e della ragion sufficiente. Ermenegildo Pino milanese professò rivelata la parola. Antonio Genovesi napoletano (1712-69) aderì alle dottrine materiali, ma dagli eccessi lo rattenne l'esser abate; e la Corte vietò di recargli disturbi, benchè un consesso di teologi l'appuntasse di proposizioni eterodosse. Prevedeva che, «andando tanti beni a ingrassar le budella de' frati, ben tosto questi ingojerebbero tutti i possessi, e ridurrebbero i baroni a servi della gleba!»

Il padre somasco Francesco Soave di Lugano colle migliori intenzioni del mondo appestò le scuole di vulgare sensismo, parte traducendo, parte rimpastando le miserie di Locke e di Condillac.

Appiano Bonafede, non abbastanza ponderato autore della Storia ed indole d'ogni filosofia, batte sempre le dottrine machiavelliche e irreligiose, e i moralisti della materia organizzata, recalcitranti contro i missionarj del vero; e compassionando i «vagabondi smarriti per le selve del caso e per li deserti del nulla», proclama che «senza l'ordine del cielo non ci fu e non ci sarà mai ordine in terra».

Distinto ricordo merita Vincenzo Miceli (1733-81) di Monreale, che da Leibniz e Wolf cavò un nuovo sistema metafisico[439]. L'ente per lui è una forza viva interiormente ed esteriormente, che agisce in perpetua novità, e comprende la trinità di onnipotenza, sapienza, carità. In esso trovasi ogni cosa: la sua continua azione si termina sempre in nuovo esternamento dell'onnipotenza, quasi veste di cui Dio s'adorna. Le anime sono modi della cognizione sperimentale della sapienza. Tutto in sè è buono: il peccato si riferisce all'ordine che è fatto dai limiti dell'onnipotenza, onde non può redimerlo che l'onnipotenza stessa.

Vi riconoscete il fondo delle dottrine di Giordano Bruno. Ma a differenza di questo, nega che il mondo sia Dio, perchè non è onnipotenza, sapienza, carità; il suo Dio può star senza il mondo, che n'è solo il vestimento; e Dio è personale, libero, perfettissimo. In somma ripudia il panteismo, ma vi giunge per conseguenza: se non che il suo panteismo viene dal considerare come nulle le cose a petto a Dio, temendo che il darvi sostanza ne faccia tanti enti, sussistenti per sè. Non dilegua l'essere di Dio, bensì l'essere del mondo: sicchè sarebbe un tentativo di innestare lo spinosismo colle dottrine cattoliche, nelle quali esso professavasi irremovibile[440].

Vincenzo Tommaso Moneglia fiorentino (1680-1767) entrato ne' domenicani di San Marco, lasciossi indurre a fuggire a Londra, ma poi reduce e pentito, lavorò dai pulpiti e in biblioteche, sebben sempre cinico e stravagante; sostenne, contro i Bollandisti, che la devozione del rosario è dovuta a san Domenico; contro i fatalisti, difese l'opinione di san Tommaso sulla libertà umana; ribattè i materialisti, e principalmente l'Esprit di Elvezio.

Contro i filosofisti e il diritto acattolico, scrissero Marco Zaguri vescovo di Vicenza un Piano per dar regolato sistema al moderno spirito filosofico: il vescovo di Crema Antonio Gandini Le verità di teologia naturale e le verità cattoliche; Alessandro Tassoni di Collalto in Sabina (-1818) la Religione dimostrata e difesa: Antonio Valsecchi, il padre Roberti di Bassano, Troilo Malipiero in quattro Notti in verso, e il conte Giovanni de Cattaneo nella Uranide batterono atei e macchiavellisti. Il più ingegnoso, dotto e profondo avversario dei filosofisti del XVIII secolo, Sigismondo Gerdil (-1802), nato fra le alpi savojarde ora strappate all'Italia, ma educato italianamente, e che in italiano non inelegante scrisse le principali sue opere. Nell'Introduzione allo studio della religione toglie a provare che i maggiori ingegni fiorirono senza la vantata libertà del pensare: contro gli empirici difende la scuola di Pitagora; contro Locke l'immortalità dell'anima e delle idee; contro Raynal la religione; contro Hobbes la immaterialità dell'essere pensante; contro Rousseau le buone pratiche d'educazione; contro i pregiudizj aristocratici combatte il duello, contro i pregiudizj filosofici la libertà e l'eguaglianza.

Monsignor Alfonso Muzzarelli ferrarese (1749-1813), soppressi i Gesuiti a cui s'era aggregato, s'applicò tutto agli studj, prese la direzione del collegio de' nobili a Modena, poi Pio VII lo fece penitenziere, e l'ebbe seco nella prigionia. Confutò il Contratto sociale, fece l'Emilio disingannato: meriterebbe esser riprodotto il suo Buon uso della logica in materia di religione, ove mostra che il cristianesimo è tutt'altro che opposto al bene della società[441].

Che però mal si scegliessero i difensori appare dall'esser Nicolò Spedalieri di Bronte (1741-95) eletto a combattere i filosofi, come il rispondere sopra la nunciatura si era affidato al cardinale Campanelli, nulla più che formalista e legulejo. Lo Spedalieri, nel libro dei Diritti dell'uomo, per confutare i nemici ricorre alle loro armi, transigendo colle idee di moda; accetta modificandola la teorica di Rousseau d'un contratto sociale, patto non fatto, a pruova del quale strascina i passi biblici; mette scopo della società civile la felicità, sebbene conchiuda ch'essa non può trovarsi senza una religione, non solo naturale ma rivelata. Così accetta il diritto pubblico protestante, benchè ne impugni le conseguenze, e scalza l'idea d'autorità mentre vuol consolidarla. Ai Giansenisti avventa tutte le infande accuse che sogliono i partiti; essi framassoni, essi atei, o se v'ha di peggio.

Molte opinioni di lui ribattè Vincenzo Palmieri nell'Analisi ragionata de' sistemi e dei fondamenti dell'ateismo e dell'incredulità.

Dall'istesso concetto di cavare l'antidoto dalla vipera nacque il pensiero di tradurre a Lucca l'Enciclopedia, mettendovi delle note che tranquillassero gli scrupoli; e l'arcivescovo Mansi aveva assunto di correggere così gli articoli di scienze sacre; appunto come chi credesse neutralizzare l'arsenico con una presa di zuccaro.

Meglio l'abate Zorzi veneziano avea divisato un Enciclopedia italiana da opporre alla francese, e mandò fuori per programma un albero delle scienze, diverso dal baconiano, con due articoli di capitale importanza, sulla libertà e sul peccato originale; chiese a collaboratori i migliori ingegni d'allora, ma la sua morte mandò a vuoto un'impresa, ove l'Italia sarebbe potuta mostrarsi meglio che nel tenue assunto, cui troppo spesso si rassegna, di compendiare e tradurre.

DISCORSO LIII. PREVALENZA DE' GOVERNI LAICI. ABOLIZIONE DELL'INQUISIZIONE E DEI GESUITI.

Erano di origine differente e differente intendimento Giansenisti e Filosofisti; quelli dediti alle austerità, questi all'epicureismo; quelli appoggiantisi all'autorità, questi sagrificando ogni fede alla pura ragione; quelli accinti a ricondur la religione alla ascetica semplicità de' primi secoli, e dicendo «Ciò ch'è antico è divino, ciò ch'è nuovo è diabolico»: questi tempestandola di dubbj, d'epigrammi, d'insulti, e rimbalzandosi per parola d'ordine «Guerreggiar la infame». Eppure accordavansi nello scalzare la sede romana, e preparare una rivoluzione nella Chiesa. Ma poichè rivoluzione è il cessare dallo sviluppo regolare per gettarsi alla ventura di fatti improvisi e imprevisti, mentre forse i caporioni ne speravano guadagno di libertà popolare, i principi conobbero potrebbero giovarsene per ingrandire la propria podestà, sostituendo alla teologia l'avvocheria, rendendo dispotico il governo nelle cose sacre come aveano fatto i Protestanti, e separandolo, non ancora dalla Chiesa, come fu proposto solo jeri, ma dal pontefice. Col furore d'una moda, in tutte le Corti passò il farnetico d'imitare Luigi XIV; e in Italia, dove unica restava questa grandezza, la supremazia papale fu contrastata dalle case regnanti, tentate allo scisma dalla seduzione del despotismo. Tutto ciò sotto il manto della filantropia, tanto che direbbesi, non volendo più forzare ad obbedire alla giustizia, volessero mostrar giusto l'obbedire alla forza: invece di fortificare la giustizia, giustificar la forza.

Noi non dobbiamo qui riprodurre fatti che altrove particolareggiammo[442], indicando come i re si facessero proseliti della ribellione contro l'autorità. Già nel Discorso LI mentovammo gli intendimenti della Casa di Savoja. Tuttora in dipendenza dall'Impero ed in pericoloso contatto colla Francia, aspirando a divenir italiana dopo che invano avea tentato impinguarsi a danno della Svizzera e della Francia, dovea tenersi amici i pontefici, sì perchè la devozione a questi era popolare e nazionale in Italia, sì perchè della loro potenza potea farsi un appoggio contro le insidie altrui, intanto che per la piccolezza e per la lontananza non ne eccitava le gelosie. E mentre per le ragioni opposte i re di Sicilia furono sempre a cozzo coi papi, i duchi di Savoja crebbero mediante favori continui della Chiesa; le diedero molti santi; a capo della magistratura e nelle ambasciate posero quasi sempre persone religiose: il Conte Verde fra ventitrè membri di cui componeva l'alto consiglio, ne voleva otto ecclesiastici; il clero tenea il primo posto negli stati generali; gran cancelliere degli ordini cavallereschi era sempre o l'arcivescovo di Torino od altro prelato; tanto ampia la giurisdizione del Foro ecclesiastico, da assorbire una metà dei processi; i beni e i feudi ecclesiastici rimanevano immuni; fin i malfattori restavano franchi per quindici giorni quando andassero a venerare la santa sindone. Dopo il 1560 risedeva a Torino un nunzio con ampie autorità, e gelosissimo di riservare a Roma le cause più importanti[443].

Ma Vittorio Amedeo II, che sossoprava l'Italia per ismania di conseguire il titolo di re, ruppe a duri conflitti col papa pretendendo eleggere egli stesso i vescovi nel suo paese, per (dicevangli gl'adulatori) «non mancare alla sua dignità». Peggio operò allorchè ottenne la Sicilia col titolo di regno. Questo, per antichissimo canone, rilevava dalla suprema signoria del papa; e avendo il duca ricusato di riconoscerla, il papa ordinò a' vescovi di colà di non riconoscerlo, sicchè molti uscirono dall'isola. Risoluto di vendicarsene, Vittorio Amedeo cominciò a sopprimere l'Inquisizione, avocando ai tribunali le cause a quella devolute[444]; impose tasse sui beni e sulle persone ecclesiastiche; puniva atrocemente chi tenesse conto dell'interdetto, mandò truppe protestanti su terre del papa, mentre fra' sudditi di questo facea reclute. Clemente XI minacciò più volte scomunicarlo, e sempre sospese; solo ordinò che in tutte le chiese di Roma si esponesse il Venerabile, onde supplicare Iddio a toccar il cuore del duca. Allora avvenne un miserabile strazio delle coscienze, massime nella Sicilia; il senato di Nizza obbligò i popolani di Roccasterone a riconoscere un parroco, benchè scomunicato e rimosso dal nunzio[445]: a ribattere le pretensioni romane aguzzavansi legulej piemontesi, il Pensabene, il D'Aguirre, il Degubernatis: Vittorio Amedeo fece raccogliere materiali da Girolamo Settimo e Giambattista Caruso, e li mandò ad Elia Du Pin, che ne formò la Défense de la monarchie de Sicile contre les entreprises de la Cour de Rome (Amsterdam 1716).

Non lasciarono sfuggire quest'occasione i Protestanti e gli spiriti forti per veder di guadagnare il duca. Alberto Radicati, conte di Passerano e di Cocconato da Casale, fu de' più ferventi oppositori alle pretensioni curiali e negava ogni supremazia del papa sui vescovi; la gerarchia ecclesiastica esser una corruzione della dottrina evangelica, donde passava a voltare in burla i dogmi e i misteri.

L'Inquisizione lo cita tre volte; non risponde; in contumacia è condannato ad esser bruciato vivo, ed egli trionfa in Torino: ma ecco un bel giorno gli è intimato che Vittorio Amedeo lo chiama. Egli ci va con esitanza, e si sgomenta davvero quando nell'anticamera scorge il padre inquisitore e il procuratore fiscale. Pure Vittorio l'accolse graziosamente; l'avvertì che potenti nemici teneano l'occhio sopra di esso, e l'accusavano d'ateismo: avesse cura di parlare più temperato; del resto egli eragli riconoscente dello zelo che mostrava per gl'interessi della Corona.

— Se il re mi approva, non curo la disapprovazione di chicchessia: (rispose l'accorto cortigiano) se il re mi biasimasse, tacerei».

Vittorio l'assicurò della sua protezione: tornasse domani. E al domani lo interrogò se conoscesse a fondo i diritti delle due podestà. Il Radicati rispose averne fatto lo studio di tutta la sua vita: e se tutti ne sapessero altrettanto, nessun principe accetterebbe nel suo Stato altra podestà fuor della propria.

— Ma se così operassero, che diventerebbe l'autorità della Chiesa?» dimandò il principe.

— Diventerebbe una chimera qual è veramente».

— Comprendete voi tutto il peso delle vostre parole quando trattate di chimera l'autorità che i papi tengono da Dio?»

— Maestà sì, la conosco, e mi darebbe il cuore di mostrarle che tale autorità, non che venire da Dio, è repugnante al Vangelo».

— Ma diminuendo questa autorità, non si correrebbe rischio di turbare la tranquillità pubblica?»

— Mi permetta vostra maestà di non crederlo, qualora l'impresa fosse assunta da principe saggio quanto Vittorio Amedeo. Il senato di Venezia ha pur potuto mettere freno alle esorbitanze del clero, malgrado i dispareri che nascono nelle assemblee numerose. Quanto più sarebbe agevole a principe, che non dee consultare se non la propria volontà?»

Pochi giorni appresso, il re tornava a chiamarlo, e gli disse come le sue ragioni avessergli fatto colpo, ma per restarne meglio convinto occorreagli di vederle rinfiancate con altre; ed esposte in iscritto per pesarle ad agio: il facesse, e mettesse cura di non asserire cosa senza provarla.

E il Radicati si pose all'opera, e già avevala ben avanzata quando si sparse voce di accordi fra Torino e Roma; al Radicati parve che il re nol ricevesse più colla cordialità di prima, nè in udienze private: credea che i magnati della Corte stessero seco sul grave, che frati e preti ridessero di lui, come già sovrastasse il giorno delle vendette. Son fantasie, con cui si piacciono alcuni di mostrarsi perseguitati: fatto è che, non tenendosi più sicuro, uscì di Piemonte e passò in Inghilterra. Il marchese d'Aix, che colà stava ambasciadore del re, gli fece sapere come avesse avuto torto di abbandonare il Piemonte, che nulla a temere v'aveva, nè il re cesserebbe di tenerlo in protezione. Pertanto deliberò rimpatriare: ma giunsegli ordine di indugiare finchè al re non avesse presentato il libro, del quale tanto si parlava, ancor prima che comparisse. E il Radicati, datovi l'ultima mano, lo spedì a Torino.

Ma ecco il ministro intimargli che sua maestà era indignata gli avesse spedito uno scritto siffatto, e che non potrebbe più conservare seco relazione: i beni suoi, come di nobile migrato senza consenso regio, furono confiscati.

Il libro è intitolato Receuil de pièces curieuses sur les matières les plus intéressantes (Rotterdam 1736), e sostiene dodici proposizioni: 1º Il principe dee aver libera la collazione degli arcivescovadi, vescovadi, badie, parrocchie, e disporne a suo talento come i re di Francia: nominare inoltre i provinciali, priori, superiori degli Ordini religiosi, o rimuoverli. 2º Determini egli il numero de' preti, frati, di ciascun Ordine, monastero, collegio. 3º Incameri tutti i beni e le rendite della Chiesa e degli Ordini religiosi, dando al clero sufficienti provigioni. 4º Vieti ai sudditi di donare mobili o stabili a Chiese o a corpi religiosi. 5º Proibisca ai Gesuiti o frati qualunque d'insegnare pubblicamente o privatamente, ma stabilisca scuole laicali nelle città e nelle borgate. 6º Proibisca al clero di ricevere mercede per la celebrazione di messe, punendo come simoniaco chi ne accetta. 7º Tenga per ribelli i confessori o ecclesiastici che ne' penitenti o ne' fedeli eccitano odio contro il sovrano. 8º Abolisca l'asilo delle chiese; pigli le terre del papa che si trovino nello Stato, come sono i feudi pontifizj in Piemonte. 9º Abolisca il Sant'Uffizio 10º e le confraternite del Rosario, del Monte Carmelo, della Cintura di sant'Agostino, del Cordone di san Francesco, dello Spirito Santo. 11º Diminuisca il numero delle feste, riducendole alle domeniche, pasqua, natale, capo d'anno, natività della Beata Vergine, tanto per distinguere i Cattolici dai Protestanti. 12º I beni del clero scomparta fra i nobili ed i Comuni; e poichè cesserebbero d'esser immuni dal tributo, diminuisca d'altrettanto le gravezze pubbliche.

Avanti procedere a tali riforme bisognava fondare l'Università e l'insegnamento laicale, togliendo ai Gesuiti l'istruzione: stampare un'istruzione popolare sulla distinzione fra l'autorità spirituale e la temporale; e difondere gli scritti di frà Paolo Sarpi.

L'opera alla quale precede il racconto dei fatti che su riferimmo, nella stampa fu dedicata a Carlo III Borbone delle Due Sicilie; e poichè confidava diventerebbe re di tutta Italia rifacendo la nazione, gli offriva questi pensieri come conducenti a tal fine. È scritta con vivacità e acrimonia, attaccando anche l'autorità spirituale, e proponendo a modello Enrico VIII e il czar. Suggerisce però ai principi si mostrino zelanti della religione per ingannare il popolo, e averlo favorevole nella lotta contro gli ecclesiastici: non tocchino il dogma per non offendere gli altri sovrani.

In Inghilterra si amicò a Collins, a Tyndal ed altri spiriti forti, e per secondarli avventò contro la Chiesa una finta lettera all'imperatore Trajano, ove si pongono a parallelo Maometto e Sosem cioè Mosè. Fece pure una Storia succinta della professione sacerdotale antica, dedicata all'illustre e celebratissima setta degli spiriti forti da un libero pensatore (freethinker) cristiano nazareno; e il Racconto fedele e comico della religione dei canibali moderni, di Zelim Moslem, in cui l'autore dichiara i motivi che ebbe di rinunziare a tal idolatria abominevole. Ivi numera le cause che pervertirono i costumi dei Cristiani, i mali che la moltiplicità de' templi e degli ecclesiastici causò alla repubblica cristiana, e i modi con cui si formò e si mantenne la monarchia papale; mentre l'autorità sacra come la civile spetta di diritto al sovrano.

Dappoi nella Dissertazione sulla morte (1733) sostenne la fatalità degli atti e giustificò il suicidio; essendo l'uomo semplice materia, ch'ebbe la vita per essere felice, può rinunziarvi quando manchi lo scopo. Per questo libro processato insieme collo stampatore, dall'Inghilterra dovette uscire, e vagò in Olanda, in Francia, impugnando anche le verità bibliche, massime nel libro La religione maomettana comparata colla pagana dell'Indostan da Ali-Ebn-Omar-Moslem, e in un sermone che fingea predicato nell'assemblea de' Quacqueri di Londra dal famoso fratello Elvell (1737).

Si sa che Vittorio Amedeo abdicò, ma volendo intrigarsi ancora d'affari, e forse ripigliare la corona, fu dal figlio fatto arrestare. Di questo fatto vergognoso le invereconde e spietate circostanze furono tenute occultissime; e poichè allora non v'avea giornali onde far propagare la bugia, il marchese d'Ormea ministro finse che una relazione di quei fatti fosse diramata alle legazioni, e la fece arrivare agli ambasciadori stranieri residenti in Torino quasi provenisse da infedeltà d'un impiegato. L'ebbe pure il Radicati, e tradottala in inglese, offrì al ministro di Piemonte a Londra cavalier d'Ossono di cedergliela, sperando così amicarsi Carlo Emanuele III, e ottenerne il rimpatrio. Non gli si badò: ond'egli, fingendo gli fosse mandata in forma di lettera da Torino, e aggiuntevi altre notizie, la pubblicò: più volte ristampata, fu una delle scritture più lette di quel tempo, e gli storici ne adottarono le favolose circostanze, come troppo spesso confondendo il proibito col vero. Dicono che il Radicati, morendo in man di ministri protestanti, abjurasse gli errori contro il cristianesimo.

Nelle controversie stesse s'agitò Pietro Giannone d'Ischitella (1696-1758), uno de' più pertinaci sostenitori dell'onnipotenza regia. A tacere varie scritture polemiche, fe la Storia civile del Regno (1723), quasi unicamente diretta ad abbattere le opposizioni che i feudatarj o i Comuni o la Chiesa mettevano agli arbitrj de' regnanti, sempre appellando alla legalità ch'e' confonde colla giustizia; tornando al sistema pagano che non v'abbia diritto se non quel che è promulgato, nè alcun diritto contro ciò che fu promulgato: e la dedicò all'austriaco Carlo VI, «del cui felicissimo regno il maggior pregio è l'aver col decoro dell'imperiale maestà sostenuto tra noi le sue alte e supreme regalie». Quanto devoto ai re, è avverso ai papi, sui quali e sulle cose sacre versa facezie indecenti, intento ad opprimere l'autorità spirituale sotto ai pronunziati del diritto romano, e dare la società all'arbitrio dei giureconsulti; con durezza ed acrimonia piuttosto da curiale che da storico, e talvolta travisando il testo[446]. Secondo lui, la Chiesa da principio era nell'Impero; gl'imperatori anche battezzati chiamavansi pontifices maximi, episcopi ab extra; e quelle della Chiesa sono usurpazioni, continuate per secoli con un freddo calcolo, per cui la repubblica invisibile del sacerdozio soverchiò ogni repubblica politica.

Il suo odierno panegirista dice ch'e' fa la storia del diritto contro la Chiesa, coi soli dati dell'esperienza, come se Dio non fosse; e contro «le critiche tradizionali della scuola storica, e la falsa superiorità della scienza municipale di chi prende a censurare gli storici passati»: e non solo il difende, ma non dubita affermare che la Storia Civile sovrasta «al tanto celebrato Discorso sulla storia universale di Bossuet, nel quale non si trova nè filosofia nè storia», mentre il Giannone è fondatore della filosofia della storia.

A tale vanto non assentirà chi veda come le epoche sue il Giannone deduca non da idee, ma da fatti, cioè da conquiste, da regnanti; osservi le leggi fatte in ciascun'epoca, non i loro motivi e intenti; non induca la legittimità delle tante e sempre facili conquiste dalle aspirazioni e soddisfazioni popolari: nonchè sciogliere, neppure ravvisi i grandi problemi della «contraddizione tra la follia del papato e il costante suo elevarsi» (Ferrari): dell'antagonismo fra la Sicilia e la terraferma, della rispondenza o contrarietà cogli avvenimenti dell'alta Italia; della predilezione federativa dapprima, poi della centralizzazione imposta dalla più popolosa città. Protervia d'uomini, malvagità di natura, volontà di principi sono le spiegazioni ch'egli reca, anzichè disegnare il gran moto della civiltà e della religione. Teme il progresso, teme la stampa, e se crede usurpazione la censura affidata alla Chiesa, dice «ai principi importa che lo Stato non si corrompa, che i suoi sudditi s'imbevino (sic) d'opinioni che ripugnino col buon governo: nel che ora più che mai è bisogno che veglino per le tante nuove dottrine introdotte, contrarie alle antiche ed ai loro interessi e supreme regalie, poichè da quelle ne nascono le opinioni, le quali cagionano le parzialità che terminano poi in fazioni e in asprissime guerre»[447]: si rallegra delle restrizioni messe nel regno ai vescovi di stampar senza licenza neppure i calendarj, «ciò che poi si è inviolabilmente osservato sempre che ministri del re han voluto adempire alla loro obbligazione, ed aver zelo del servizio del loro signore».

Per difendere i Longobardi che, nel vulgare sogno d'un'unità regia in Italia, assalivano il pontefice, sostiene che non erano stranieri, perocchè non aveano altro dominio fuori d'Italia; ragione che varrebbe anche pel Turco in Grecia, e che egli applica ai Saraceni, i quali dice «erano omai fatti siciliani»[448] perchè da un secolo tiranneggiavano la Sicilia.

Tutto re, nulla aspettando dal popolo, fu dal popolo preso in sinistro a segno, che il presidente Argento, valentissimo giureconsulto napoletano, diceagli: «Vi siete messo in capo una corona, ma di spine»; e il vicerè cardinale Altan lo consigliò di ricoverarsi in Austria. Insultato a Barletta, a Manfredonia, non trovò pace che arrivando a Trieste e Lubiana, donde a Vienna, dove undici anni godette una pensione di mille fiorini assegnatagli da Carlo VI, che allora teneva il trono delle Due Sicilie. Di là il Giannone chiese dall'arcivescovo di Napoli e dal sant'Uffizio l'assoluzione per la sua storia e l'ebbe, onde fu sopito il processo. Nè per questo desisteva dal sostenere i diritti regj contro la curia, e contrastar «le vittorie riportate dalla prevalente astuzia del vero», come dice il suo panegirista. Ma quando l'italica indipendenza si trovò quasi compiuta, e Carlo VI perdè la dominazione della Sicilia, Vienna cessò di careggiare i fuorusciti, e sospese la pensione al nostro storico. Il quale allora stabilì ritornare in patria ad offrire i suoi servigi a re Carlo III. E prima errò per varj paesi, trovando contraddittori alle falsità e nemici alla mordacità della sua storia: a Venezia il senatore Pisani ben l'accoglie; il senato gli offre cattedra di pandette a Padova, ma egli allega non aver l'uso del latino; cerca gli si agevoli il ritorno in patria, ma Carlo III nol vuole: si offre alla Corte di Torino per servirla nelle controversie allora vive con Roma, ma è politamente ricusato (1735).

Per questi oggetti egli trattava coi ministri esteri, e poichè ai senatori e a chi stesse in lor casa era proibito parlare con rappresentanti stranieri, gl'inquisitor di Stato, cui già era accusato d'appartenere ad una società di ottanta gentiluomini che si burlavano del papa, delle preghiere, dei miracoli, lo fecero arrestare, mettere in una barca, e deporre a Crespino terra di papa. Non vi fu scoperto, e passò a Modena, indi dai Trivulzj a Milano, città che per un momento si trovava sotto al Piemonte, poco contenta d'un re di dubbia indipendenza, di soldati che invadevano i vescovadi, di professori scomunicati. Tornò allora offrirsi al re sardo mediante il conte Pettiti e il marchese D'Ormea, promettendo che «con tutto lo spirito avrebbe in suo servizio sagrificato tutto il rimanente della sua vita, in qualunque occasione la sua opera e la sua penna potesse essergli di gradimento». Ma un ordine preciso del re gl'intimò d'uscire di Lombardia. Traversò il Piemonte nel novembre 1735, e poichè Roma mostrava desiderio fosse arrestato, onde, fissatosi in paese d'eretici, non portasse danno, il marchese d'Ormea le dava contezza che, saputo come si dirigesse a Ginevra, avea spiccato l'ordine d'arrestarlo. E al cardinale ministro Albani scriveva il 13 dicembre 1735: «Vostra eccellenza avrà inteso che, sulla notizia datami dal grancancelliere di Milano delle intenzioni di Pietro Giannone di voler passare a Ginevra, s'erano date disposizioni necessarie per farlo arrestare. Or devo aggiungerle che, essendosi trovato partito da Milano, ne feci far qui le più esatte diligenze, e finalmente scoprii, non senza grande stento, stante che qui s'era nominato per Pepe Anello, che non avea fatto che qui pernottare la notte del 27 caduto, essendo partito la mattina del 28. Spedii subito l'ordine sulla rotta (strada) ma essendo già passati alcuni giorni dacchè era in viaggio, più non si potè cogliere. Se sua santità avesse da principio lasciata intendere la sua intenzione che fosse arrestato, non sarebbe certamente mancato il colpo, e se fosse riuscito dopo che qui se ne era presa spontaneamente la risoluzione, avevo risoluto di mandarlo legato al papa sino dentro Roma, scortato da un distaccamento di dragoni. Desidero sinceramente che le attenzioni incaricate novamente al signor conte Piccone (governatore della Savoja) sortiscano il loro effetto; perchè in tal caso sua santità potrà conoscere che, se nelle cose temporali la disgrazia ha voluto che non si sono potute incontrare in cotesta Corte le dovute convenienze, nelle spirituali non v'è chi superi sua maestà nella sua devozione ed ossequio verso la santa sede e la persona di sua santità, ne chi più vivamente s'interessi per il sostegno e vantaggio della nostra santa fede».

E fu allora che venne ordito un infame tranello, d'accordo col governatore Piccone. Giuseppe Guastaldi, gabelliere a Vesenà, villaggio sardo vicin di Ginevra, finse interesse per la sorte del Giannone e d'un figlio naturale che menava seco, e volerlo riconciliare colla Corte. A tal uopo gioverebbe mostrasse non esser vero che avesse apostatato, nè altra cosa il proverebbe meglio che il far pasqua; andasse seco a riceverla nel vicino villaggio savojardo. E il Giannone vi andò il 24 marzo 1736, ma v'erano disposti birri regj, incaricati d'arrestarlo «con destrezza e piacevolezza»[449] come fecero. Roma attestò al re «simili ingegni turbolenti dover celeremente essere sconcertati e allontanati dal consorzio degli uomini»: il re significò al governatore Piccone l'agrément très-distingué avec lequel il avait reçu la nouvelle de l'emprisonnement de Giannone: il marchese d'Ormea sollecitò perchè se ne raccogliessero i manuscritti, se ne esplorassero le intenzioni, e se avesse apostatato o ci pensasse: voleva anche farlo tradur a Roma, ma la clemenza del re s'accontentò di gettarlo nella rócca di Miolans poi a Torino, sottoponendolo per dodici anni a una prigionia brutalmente severa e vessatoria. L'Ormea assicurò Roma che mai, per qual fosse ragione non sarebbe liberato: il padre Prever fu mandato per convertirlo, pur dichiarandogli che, qualunque fosse l'esito della sua missione, non isperasse libertà, e soltanto pensasse all'anima sua: ond'egli fece la più ampia ritrattazione; desiderare che della sua Storia perisse fin la ricordanza; ringraziare Dio e il re e suoi ministri che, col tenerlo prigione, l'aveano campato da altri errori[450].

Quest'atto a nulla gli valse; non lo sporgere istanze; non il rammentare quanto fosse stato devoto alla Casa di Savoja, e che dall'arcivescovo di Napoli e dal Sant'Uffizio era stato assolto; la durezza de' ministri e l'avidità de' castellani peggiorava la sua miseria, nella quale lasciavasegli fino ignorare che ne fosse del suo figlio e della madre di questo, a spogliare i quali s'erano affrettati i parenti.

Che avesse rinnegato la religione de' suoi padri non appare. La sacra Congregazione proibì la Storia di lui per «dottrine false, temerarie, scandalose, sediziose, ingiuriose a tutti gli ordini della Chiesa, erronee, scismatiche, empie, e che a dir poco sanno d'eresia (hæreses ut minimum sapientes)» non però veramente ereticali. Ma oltre di quella avea scritto il Triregno, opera che non fu stampata, e neppure compita, ma della quale fra' manuscritti del prigioniero trovossi una copia dall'abate Palazzi di Selve bibliotecario dell'Università di Torino, incaricato dall'Ormea di esaminarli, e da lui trasmessa alla sacra Congregazione dove si conserva. Un'altra copia era a Ginevra in mano del ministro calvinista Isacco Vernet, che la cedette a un librajo olandese, e questi a un abate Bentivoglio, il quale la vendette al papa. D'un'altro esemplare, rimasto al suo figliuolo, diede estratti e indici il Panzini, tanto da poter ricomporre anche le parti che mancano.

E ciò tolse a fare un'ingegnoso quanto dotto nostro contemporaneo, il quale, per esaltarlo davanti a un uditorio prevenuto, vi legge «riflessioni senza che vi siano», vi suppone uno scopo, una connessione ideale, mettendo il pensiero scettico d'oggi al posto della quistione avvocatesca d'allora.

Sull'orme dei filosofi inglesi e francesi che rompevano guerra alla tradizione religiosa, il Giannone combatte la Chiesa, cercando le leggi della storia in quelle della mente umana. Secondo la sua teorica, il pontefice dichiara che scopo della vita terrena è conquistare il regno del Cielo. Chi gliel'ha rivelato? chi intese la voce di Dio? e al mondo chi diè principio? Nessuno; è eterno; ha vita inerente alla materia, e produttrice di tutti i viventi; immutabili sono le sue leggi. Essa produsse anche l'uomo, se pur non è eterno: e in lui nulla parla di Dio; dalle bestie non differisce che per maggior grado d'immaginazione e d'esperienza, pei vizj, per la facoltà di errare, e di adorare gli Dei, formati dalla nostra immaginazione.

Una di queste creazioni della fantasia è il Dio di Mosè, ma questi non parlò di vita futura, e solo di prosperità o tribulazioni mondane, accompagnate anche da miracoli, nulla però accennando a retribuzioni postume; nè gli Ebrei, nelle varie età della loro storia ebbero altro concetto che di un regno terreno. Queste dottrine di Mosè concordano con quelle degli Egizj, de' Fenici, dei Greci, e non ne sono punto superiori. Meglio ancora i Romani vagheggiavano la grandezza terrena: e la discrepanza dei profani dai sacri sta solo nelle forme, nelle metafore; concordando del resto nel credere che uno spirito animasse tutto l'universo, una vita sola desse moto agli animali tutti; colla morte, quell'alito ritorna al principio da cui derivò. La vita spirituale e immortale è invenzione de' pontefici, nè tampoco conosciuta a Tertulliano e a Lattanzio.

Insomma il Giannone riduce tutto all'anima del mondo di Gassendi e agli atomi d'Epicuro, repudiando fin Cartesio che discerne il nostro essere in anima e corpo, in sostanza estesa e sostanza cogitante.

Ma prosegue il Giannone, le austere tradizioni egizie, conformi alla natura, cioè materialiste, vennero guaste dalle fantasie de' filosofi e poeti greci, onde la filosofia tramutavasi in mitologia, la verità in favola, e ne nacque tutta l'ontologia degli Ebrei negli ultimi tempi, come de' popoli classici. Sempre togliendo per suo bersaglio il pontefice, il Giannone gli chiede se i dogmi suoi concordino con quelli degli ultimi Ebrei, cioè di Cristo. Nel regno annunziato da questo trova tutt'altro che il paradiso, e sempre affacciando nuovi dubbj, sventa i mezzi proposti per acquistare il regno promesso. I primi Cristiani, persuasi che il mondo fosse per finire onde dar luogo a un nuovo, popolato dai morti resuscitati, sprezzavano i beni temporali, viveano in comune, aveano soli sacramenti il battesimo e la cena, senza significazioni magiche o soprannaturali. La risurrezione de' morti era il dogma fondamentale, il motore di tutte le azioni de' primi Cristiani: la punizione o il premio delle azioni susseguono alla risurrezione[451].

Questo dogma vacillò quando si vide tardare la venuta del regno di Dio: poi Basilide ed altri eresiarchi l'impugnano: nel confutarli, i Padri trascendono, ammettono un regno de' cieli, vi collocano i martiri e i santi: ne deriva un culto, e comincia la mitologia de' papi con Gregorio Magno, cioè la credenza che le anime salgano al cielo direttamente senza aspettare la resurrezione e il giudizio universale, e subito fruiscano della beatitudine eterna: sicchè riesce inutile il giudizio universale mentre s'inventano il cumulo delle opere sante, e i suffragi pei morti e le immagini devote, e le feste, e il culto di Maria e delle varie fasi della sua vita, l'annunciazione dapprima, poi la purificazione, la natività, la morte, l'assunzione, la concezione, indi la visitazione, i sette dolori, il rosario, lo scapolare, il matrimonio, le varie immagini, la casa, i tanti patrocinj; l'invocarla al principio di tutte le prediche, siccome introdusse san Vincenzo Ferreri; il ricorrere a Cristo per mediazione di lei; il farsela regina come gli Ungheresi.

Le tante chiese consolidano il governo ecclesiastico, nel tempo stesso che fanno moltiplicare i santi, talvolta annoverando di quelli che da secoli son morti. Mentre prima i vescovi lagnavansi perchè il popolo imponea loro la venerazione di certe persone, dappoi i papi trassero a sè il santificare, col che elevarono grandemente la propria potenza, combattendo l'eresia come la superstizione e l'indipendenza dei re. Fra i celesti si stabilisce una gerarchia di santi, beati, venerabili: e il Giannone descrive il paradiso parodiando Dante, e beffando que' varj spartimenti, dedotti da visioni o rivelazioni. Perchè poi il cielo dei papi non discordasse da quello di san Giovanni, nè fossero superflui la risurrezione e il giudizio finale dacchè le anime erano sentenziate subito dopo la morte, il Concilio di Firenze aggiunse che allora anche i corpi verrebbero glorificati, e dalla semplice visione beatifica si passerà al pieno possesso.

Qui ha luogo lo stato intermedio del purgatorio, colle indulgenze e i giubilei e le espiazioni e la loro riversibilità indefinita.

Dipinto l'inferno, il Giannone conchiude il regno celeste coll'asserire che la Chiesa riprodusse il gentilesimo, con minore genio, minor libertà e umanità; e una morale ridotta a pratiche, a genuflessioni, a pellegrinaggi.

Veniva ultimo il regno papale, cioè il governo della Chiesa, ma o nol fece o andò perduto: da tutta la Storia sua però e dai manuscritti si può argomentare come voleva mostrar il sacerdozio quale una continua usurpazione sopra i diritti del principato, in dieci periodi. Addita in Roma tutte le superstizioni di cui è incriminato il medioevo, e mostrando come i grandi fossero divenuti tali collo sprezzarle o servirsene, vorrebbe indurre a far altrettanto colla religione nuova. Per incoraggiare la Casa di Savoja nella lotta contro il papa, scrisse discorsi sulle Deche di Tito Livio, imitando non tanto il Macchiavello quanto il Toland, che poc'anzi vi avea cercato il culto della natura e la religione degli istinti.

Il suo panegirista conchiude che il Triregno è «la sola opera nella quale la religione sia apertamente assalita nel dogma, scandagliata nelle origini, analizzata nelle conseguenze: Giannone è l'unico scrittore col quale l'Italia si associa al moto europeo della scienza contro la fede». E appunto perchè «unico italiano contro la fede»; perchè all'Italia «non mancasse una delle categorie della ragione nazionale», il signor Ferrario tolse a illustrarlo e farlo rivivere dai brani dell'opera sua. Ciò proverebbe che non a torto era temuto e perseguitato; e la turpitudine di quella persecuzione gli attirò un vanto di liberalismo, che mal gli si compete. Ma per ciò stesso noi ci credemmo obbligati a badarci a lungo su di esso, ben lontani dall'attribuirgli nè il merito nè l'importanza che il suo lodatore. Noi ed altri ne abbiam appuntati gli errori e i plagi[452]. In fondo egli copia gl'Inglesi, principalmente il Burnet, massime nell'assumere come concetti delle tre grandi epoche la mortalità delle anime, la resurrezione de' morti, l'assunzione degli spiriti al cielo, e a queste trasformazioni subordinare tutta la storia. In carcere scrisse varie opere, in una delle quali vanta i teologi scolastici fin a disapprovare i santi padri, desiderando «manifestare al mondo (dice) i miei religiosi, sinceri e cattolici sentimenti, ne' quali vivo e persisto,... a riguardo dell'eminenza e superiorità della Chiesa di Roma sopra tutte l'altre del mondo cattolico, non ho tralasciato le prove più forti ed efficaci... che ben dovrebbe essere studio e somma cura di tutti gl'italici ingegni bene stabilirla, non essendo nella nostra Italia rimasto oggi pregio maggiore e cotanto illustre ed insigne che questo»[453]. I re di Sardegna non propendeano a dargli ascolto, benchè egli lodasse sguajatamente il suo carceriere come avea lodato l'austriaco suo stipendiatore; sicchè quest'infelice, punito nella parte morale ben peggio che colla tortura e la galera, moriva il 7 marzo 1748 dopo dodici anni di patimenti[454]. Al Guastaldi, suo giuda, furono riffatte le cinquantacinque lire spese per ingannarlo, e dato il grado d'ajutante di campo del duca. Al figlio di Giannone il re di Sardegna diede, dopo lunghi indugi, ottantasette ducati per libri tolti al suo padre e posti nella Biblioteca; ma il re di Napoli gli assegnò sui proprj fondi trecento ducati l'anno, in memoria «dell'uomo più grande, più utile allo Stato, più ingiustamente perseguitato che il Regno abbia prodotto in questo secolo».

Ancora l'esagerazione fin nella giustizia. Perocchè, se a costituire un grand'uomo bastasse l'avversare la costituzione ecclesiastica, il vanto toccherebbe agli Austriaci che qui dominavano, e ai Tedeschi di cui qui trapiantavano gl'insegnamenti.

Giovanni Nicola de Hontheim, suffraganeo al vescovo di Treveri (1701-90) e cancelliere di quell'Università, colle debite approvazioni di Vienna e col pseudonimo di Giustino Febronio pubblicò De statu præsenti Ecclesiæ et legitima potestate romani pontificis liber singularis, ad reuniendos dissidentes in religione christiana compositus (Bouillon, 1763), e subito fu levato a cielo, come sogliono i libri di partito, quasi pareggiasse i gran maestri di diritto. Tal fama non regge all'esame, ma che importa? Il Febronio, colle ignoranze sue e le palpabili contraddizioni dottrinali divenne bandiera del partito antipapale. Perocchè, proponendosi di mettere in accordo i dissidenti, non potea giungervi che abolendo il primato del papa; e in fatto si svelenisce contro di questo, esponendolo alla gelosia de' prelati, racimolando quanto n'aveano già detto i controversisti francesi e i nemici degli Ordini religiosi; e conchiude l'opera di conciliazione coll'insegnare il modo di formare uno scisma. Alla costituzione della Chiesa trova non convenire nè la monarchia, nè l'aristocrazia, nè la democrazia, sibbene un collegio che abbia forza coattiva; sublima l'autorità de' vescovi, sopra i quali i papi usurparono le riserve, i tribunali de' nunzj, le congregazioni romane, l'appello ed altri abusi derivati dalle false decretali; la infallibilità non spetta ai singoli vescovi, bensì l'autorità di condannare le eresie, e di esaminare le decisioni del pontefice: al quale insomma lascia solo una generale ispezione e sollecitudine, non autorità infallibile nè monarchica, nella misura che gli è attribuita da' Concilj e da' vescovi. Sta all'imperatore il convocare i Concilj generali, informandone gli altri principi.

Il libro giungeva opportuno, e perciò venne echeggiato dai tanti adoratori dei governi forti, e i principi se ne trovarono incoraggiati a levarsi dattorno ciò che solo ne impediva gli arbitrj. Illusi! scassinato il principio dell'autorità, essi sagrificatori oggi, sarebbero vittime domani.

Una delle parti dell'amministrazione, che i governi doveano specialmente adoprarsi di concentrare in sè era la giustizia, e come la toglievano ai feudatarj, così doveano voler toglierla anche agli ecclesiastici e principalmente al Sant'Uffizio. Questo in Roma dava appena segno di sè, e il presidente De Brosses che vi stette nel 1740, diceva: «La libertà del pensare in fatto di religione, e talvolta anche di parlare, v'è maggiore che in qualsiasi città ch'io conosca; non si creda che il Sant'Uffizio sia così nero come si dice: io non ho mai inteso che alcuno sia stato messo all'Inquisizione e trattato con rigore»[455].

Questa in Toscana era continuata con bastante placidezza, più che delle eresie curandosi dei costumi, non solo ne' chiostri, ma fin nelle case; e un Domenicano scorreva ogni anno il granducato, poi riferiva al principe le riforme necessarie. Per accennare qualche cosa, nel 1686 una vecchia, alquanto brilla, s'introdusse sulla bruna in una casa, e si posò accanto al focolare. Tardi ritornando i padroni la credettero una strega, calatasi per la gola del camino; chiamarono gente, fu presa, e sì malmenata, che al domani trovossi morta, e il suo cadavere sepolto fuor di luogo sacro. L'arcivescovo Morigia, meglio esaminato il caso, ne fece far riparazione. Il 27 febbrajo 1695, Jacobo Balestri, nato e educato bassamente, ma abile a tessere sete, fu imputato di molte eresie benchè non sapesse leggere nè scrivere, onde fu obbligato a pubblica abjura, e per dieci anni tenuto prigione, come ateo. Alessandro Martini nobile fiorentino dovette egli pure al 13 maggio 1690, abjurare, essendo accusato di confessione rivelata, e d'abusare di passi scritturali per sedurre incauti a difondere le massime di Molinos; condannato a carcere perpetuo vi morì dopo dieci anni. D'altri errori veniva imputato il Vanni, canonico della basilica Laurenziana, ma il suo libro intitolato Barlumi, esaminato dal Sant'Uffizio, n'ebbe assoluzione, ma dopo lunga prigionia.

Levò maggior rumore il caso di Tommaso Crudeli (1703-45) discreto poeta lepido, che mettea ne' discorsi più fuoco e ne' versi più idee che non si solessero, ma che fu lodato oltremodo perchè perseguitato. Encomiò il senatore Filippo Buonarroti perchè «frenar solea il tempestoso procellar del clero»; di che nimicatigli i preti, fu mandato al Sant'Uffizio il maggio 1739. Il processo è stampato colle esagerazioni che si adoprano quando si è deliberati di ruinar una causa: la bontà amichevole che gli mostrava il vicario dovea dirsi ipocrisia e artifizio per esplorare; doveano comparirvi tutte le tergiversazioni del puntiglio nell'accusarlo e volerlo reo. Era imputato d'appartener ai Franchimuratori, de' quali diceasi esistere trentamila in Toscana, aver assistito ai costoro convegni in casa del prussiano barone di Stoch; come avviene nei processi scoprironsi altre sue colpe che sariano passate inavvertite; celiare sulla Madonna dell'Impruneta e su San Cresci; legger libri proibiti, quali il Marchetti, il Sarpi, la vita di Sisto V; dir la scolastica una scienza chimerica; invece della messa alla festa andare alla caccia del paretajo; non inginocchiarsi al suon dell'avemaria alla sera o al mezzogiorno; aver detto che l'eucaristia non era che una cialda. La sacra Congregazione di Roma ordinò al sant'Uffizio di consegnarlo al governo secolare, che lo pose in fortezza, e la sera del 20 agosto 1740 in San Pier Scheraggio davanti all'Inquisitore e a magistrati fu sentenziato a rimaner nella sua casa in Poppi, e dire i sette salmi penitenziali per un anno una volta il mese.

Anche un frà Cimino napoletano, cancelliere del sant'Uffizio in Siena, avea fatto cogliere e battere un cittadino, si disse per togliersi da' piedi l'impaccio ad una sua tresca. Il capitano di giustizia lo pose in carcere: e perchè riuscì a fuggire, vennero condannati i suoi complici, e convenuto di non ammettere più al sant'Uffizio che nazionali. Già nel 1738 erasi proibito ai famigli del sant'Uffizio di portar le armi, e stabilita la censura de' libri indipendentemente da esso. Questo se ne lagnò come fa sempre chi perde un potere, e dichiarò proibito ogni libro che non avesse il suo visto; induceva gli editori a sottoporgli le stampe; e il governo arrestò questi libraj, tanto più perchè il clero aveva anche in istampa avversato la tassa sul macino[456].

Il conte Emanuele di Richecourt, capo della reggenza di Toscana, veduti i casi del Crudeli e di frà Cimino, nel 1744 fece schiudere le carceri dell'Inquisizione e sospenderne d'esercizio: poi si concordò con Roma di ristabilirla, però al modo di Venezia, cioè coll'assistenza di alcuni laici, e specificando i casi, che fossero di sua competenza. Infine Pietro Leopoldo la abolì il 15 luglio 1782 «usando dei mezzi che la podestà suprema ci somministra per mantenere e difendere la nostra santa religione nella sua purità»; con l'obbligo di consegnar gli archivj, e le carte ai vescovi «che soli hanno ricevuto da Dio il sacro deposito della fede».

Anche a Napoli l'Inquisizione romana non cessò d'operare per mezzo dei vescovi, che dichiarava suoi delegati, finchè sotto Carlo d'Austria ne fu spento ogni vestigio, volendo che in avvenire «nelle cause di fede si proceda dagli ordinarj per la via ordinaria, conforme si procede negli altri delitti comuni, e sta disposto ne' sacri canoni»[457].

Malta può riguardarsi come isola italiana sì per la lingua che v'è comune, sì per la dipendenza che ebbe dal regno di Napoli. Come in questo, v'era stata introdotta l'Inquisizione, contro gli abusi della quale nel 1760 reclamò presso la santa sede il granmaestro don Emanuele de Pinto, e principalmente contro i molti che, col titolo di famigliari del Sant'Uffizio, otteneano patenti di portar armi e restar immuni dalla giurisdizione ordinaria. Pertanto il pontefice, con bolla del 31 luglio 1760, restrinse que' patentati a soli sessantotto, e che dovessero venir notificati al governo. Il re di Napoli, come signor supremo di quell'isola, pretese dovesse togliersi affatto al nunzio il diritto di dar tali patenti, solo al re spettando il difendere la podestà feudale, da Carlo V concessa al granmaestro; ma Clemente XIII raccomodò quel disenso.

Nell'isola di Sardegna, dominata dalla Spagna, era stata con poca difficoltà stabilita l'Inquisizione, dipendente dalla suprema. Abbiamo memoria d'un processo che nel 1725 fece a Pietro Palla di Castelvecchio, che perdendo al giuoco, bestemmiò Cristo; nel 1719 a un Battioli, che dicea messa senza esser sacerdote, e fu appiccato: nel 1729 un forestiero che avea proferito non esservi altro inferno se non questo mondo ove si soffre tanto, e altre insanie sull'annunciazione di Maria, sulla natura di Cristo, fu condannato ai pazzarelli. Nell'anno stesso un letterato che teneva libri proibiti, fu condannato a dieci anni di prigionia, così altri per bestemmie, per peccati contro natura, per sollecitazione in confessionale.

È notevole che il paese donde mosse la persecuzione contro i Gesuiti, cioè la Spagna, rimaneva tuttora esposto alle procedure più severe dell'Inquisizione. Attenendoci a cose patrie, accenneremo Giovanni del Turco fiorentino, viaggiatore e letterato, che in Madrid fu inquisito per avere manifestato sentimenti eterodossi intorno ai sistemi filosofici: e dovette la sua salvezza alla protezione di Maria Luisa di Borbone granduchessa di Toscana, figlia di Carlo III.

Anche il colonnello Malaspina, pur di Firenze, percorsi per tre anni mari ignoti, spedì il ragguaglio de' suoi viaggi alla Corte, ma certe opinioni ivi espresse su fatti fisici, lo fecero sottomettere all'Inquisizione.

Più famoso è Gabriele Malacrida, nato il 1689 a Menaggio nel Comasco[458] da un valente medico, padre di undici figli, de' quali uno professò teologia a Roma, uno fu canonico in patria, uno si stabilì in Germania. Gabriele, dedito alla pietà dalla prima fanciullezza, educato dai Somaschi nel collegio Gallio, poi nel seminario di Milano, si fe gesuita, e fu destinato alle missioni nel Maranham, allora appartenente al Brasile, già benedette dal martirio d'altri Gesuiti. Oltre dirigere il collegio e la colonia, il Malacrida si spinse fra i selvaggi del Para, e con zelo instancabile e intrepida carità ottenne frutti stupendi, affrontando gli stenti, le malattie, la morte, più fiate minacciatagli, sicchè va contato fra i più insigni di quegli eroi, che la storia dovrebbe esaltare ben più che gli uccisori d'eserciti e soggiogatori di popoli: e le terre di Bahia, di Pernambuco, dei Tupinambi, dei Barbadi ne conservarono la memoria, finchè non divenne vanto moderno conculcare tutto il passato[459]. Non si mancò di circondar di miracoli le sue azioni.

Dopo dodici anni di stupende fatiche venne a Lisbona il 1749 per invocare la protezione e l'assistenza del re sul seminario e il convento che colà avea fondati, e quivi pure moltiplicavasi a servigio delle anime. Ma a Giovanni V che lo venerava successe Giuseppe, datosi affatto in balìa del marchese di Pombal, devoto alle fantasie de' filosofisti e odiatore de' Gesuiti. Il Malacrida, reduce da un nuovo viaggio in America nel 1754, incontrò l'ira del Pombal per le ragioni che non mancano mai fra due spiriti diretti su via opposta, e massime contro di chi ottiene la popolarità, ambita invano dai prepotenti. In occasione del tremuoto, sciaguratamente famoso, che sovvertì Lisbona l'ognisanti del 1755, il Malacrida spiegò uno zelo e un coraggio, che furono giudicati indiscreti dal Pombal, e tanto più l'aver quegli, in un opuscolo, attribuito quel disastro a punizione del cielo, mentre il Pombal volea non vi si vedesse che mera conseguenza di cause naturali; dal nunzio apostolico Acciajuoli lo fece esiliare a Setubal, ma colà lo seguivano i devoti, per fare sotto lui gli esercizj.

Addensavasi intanto la procella contro i Gesuiti, che furono sbanditi dalla Corte, tacciati di stabilir in America repubbliche comuniste, nelle quali invece dei soldati adopravansi i missionarj, invece delle carceri i conventi, invece delle verghe i cantici, invece della forca le penitenze. Quel turpe maneggio è noto, nè speciale al nostro intento, come si sa che re Giuseppe una sera fu assaltato per ucciderlo. Eretto processo per questo attentato, uno degl'imputati nominò per complice il padre Malacrida. Qual bella occasione di vendicarsi di questo e di denigrare tutta la società di Gesù! Cercatane la casa, fra le carte di lui si trovò una lettera, diretta al re, a cui annunziava sovrastargli un gran pericolo. Il Malacrida disse averne avuto rivelazione o ispirazione, come in altre predizioni[460]; ma la giustizia volle vedervi una complicità, e arrestatolo (1759) il condannò. Ma per accusa tanto assurda non si ardì mandarlo al supplizio, onde con un'arte pur troppo non disimparata, si pensò infamarlo[461]. Il Pombal, vantato filosofo, pensò valersi a tal fine del Sant'Uffizio, a cui capo avea posto suo fratello; dopo due anni di prigione vi denunziò come impostore, blasfemo, eresiarca il Malacrida, allora di settantatre anni, facendo sentire esser desiderio del re che fosse condannato, e a tal uopo allontanandone quei che l'avrebbero salvato.

L'accusa poggiavasi principalmente sopra due libri, che diceasi avesse composto in prigione, uno Tractatus de vita et imperio antichristi, l'altro Vita mirabile della gloriosa sant'Anna madre di Maria Santissima, dettato dalla medesima santa coll'assistenza, approvazione e concorso della medesima sovranissima signora e del suo santissimo Figliuolo. In essi parrebbe s'abbandonasse a fantasie mistiche, pretendendo aver visioni, colloqui, rivelazioni dal Padre, dal Figlio, dallo Spirito Santo, con voce chiara e distinta; essergli soprannaturalmente annunciato vi sarebbero tre anticristi, padre, figlio, nipote; quest'ultimo nascerebbe a Milano il 1920 da un frate e una monaca; sposerebbe Proserpina, furia infernale; e altri delirj. Asseriva pure che sant'Anna fu santificata ancora in seno alla madre, e colà intendeva, conosceva, serviva Dio, avea fatto i tre voti monastici, al Padre di povertà, d'obbedienza al Figlio, di castità allo Spirito Santo: piangeva, e per compassione faceva piangere i cherubini e serafini che le teneano compagnia. In vita poi essa fu la più innocente delle creature, pregava Dio pei cherubini, acciocchè più sempre gl'infervorisse a servire la sua divina maestà. Il Malacrida vi raccontava tante particolarità della vita di Anna e della Beata Vergine, della quale Dio aveagli ordinato di esaltare la grandezza usque ad excelsum et ultra, nè esitasse a comunicarle gli attributi del medesimo Dio. Aggiungeva che i Gesuiti fonderebbero un nuovo impero di Cristo, scoprendo infinite nazioni d'Indiani. Quelle dottrine proferì e scrisse e difese davanti al tribunale del Sant'Offizio, a cui erano state presentate le due opere, ch'egli riconobbe per sue.

All'eresia volle aggiungersi l'infamia del vizio, accusando questo vecchio settuagenario, rotto nelle fatiche delle missioni, d'abbandonarsi in carcere a oscene abitudini. Il Sant'Uffizio, dopo lungo processo fondato su queste assurdità, lo dichiarò «reo d'eresia, di bestemmia, di false profezie, d'empietà orribili, d'aver abusato della parola di Dio: d'aver oltraggiato la maestà divina insegnando una morale infame e scandalosa, scandolezzato col sostenere fin all'ultimo momento le pretese sue rivelazioni ed eresie»; pertanto lo consegnava con morso e berrettone e col cartello d'eresiarca alla giustizia secolare, chiedendo usasse con esso pietosamente, e non procedesse a pena di morte. E il 21 settembre 1761 a Lisbona con cinquantadue imputati di simili delitti, fu strozzato poi arso, secondo gli ordini del filosofo Pombal e cogli applausi di Voltaire.

L'accusa è tanto specificata, la sentenza tanto motivata, che il dubitarne parrebbe insensatezza se non fossimo in un tempo, ove tuttodì s'accettano le asserzioni de' nemici, comunque assurde, purchè stampate, purchè spacciate francamente. Il Malacrida era gesuita: e però il filantropo Voltaire esclamava: «Corre voce sia stato arrestato il reverendo padre Malacrida. Ne sia benedetto Iddio... Queste sì son notizie che consolano»[462]. Ma il buon senso non era stato ancora spento affatto dal filosofismo, e altra volta egli diceva che l'eccesso del ridicolo e dell'assurdità s'aggiunse all'eccesso dell'orrore in quella condanna. Il noto Giuseppe Baretti, che allora, restituendosi dall'Inghilterra al patrio Piemonte, attraversò il Portogallo e la Spagna, descrisse quel supplizio coll'indignazione d'onest'uomo contro l'ingiustizia e la barbarie, e tanto bastò perchè gli fosse proibito di continuare la stampa delle sue Lettere famigliari, e corresse per le bocche coll'orribile taccia di gesuitante.

Se il Malacrida avesse veramente scritto quelle stravaganze, sarebbe bisognato crederlo pazzo o rimbambito, e avea ragione Luigi XV quando, al leggere quella sentenza, proruppe: «Sarebbe come se io volessi far inrotare quel povero matto che crede esser il padre eterno»[463].

Ma non par tampoco fosse pazzo: tutti i Gesuiti che ancora restavano ne celebrarono le esequie come di santo: Clemente XIII esclamò: «Ecco un martire di più nella Chiesa di Gesù Cristo»; ne fu difusa l'efigie con un'iscrizione che lo dichiarava vitæ sanctitate, rebus gestis miraculisque clarissimus... summis infimisque semper mire gratus ac venerabilis; soli invisus dœmoni ejusque fautoribus et ministris... religionis lege damnatus inter bonorum lacrymas et præconia, publico tamen omnium judicio absolutus. Il padre Mattia Rodriguez ne scrisse in latino la vita nel 1762, sopra quanto sapeva direttamente, o raccoglieva da testimonj fededegni, e de' quali riferisce i nomi. Il celebre latinista Cordara scrisse Il buon raziocinio, o siano saggi critico-apologetici sul famoso processo e tragica fine del fu padre Gabriele Malacrida (1782). Il padre Homem, perseguitato esso pure dal Pombal e liberato allorchè questi cadde, stampò De tribus in lusitanos Jesu socios publicis judiciis dissertatio (Norimberga 1793), ove asserisce che l'opera sull'Anticristo era stata composta dall'abate Platel, famoso col nome di cappuccino Norberto, per infamare i Gesuiti; aver il Malacrida scritto bensì una vita di sant'Anna, ma tutt'altra dalla allegata. Su tali documenti una nuova vita, o piuttosto apologia fu stampata testè[464], dove ci parve strano mancasse il documento più importante e più diffuso, cioè l'atto d'accusa e di condanna.

Ma allora quel fantasma spaventevole che dal calamajo sorge col titolo di pubblica opinione, volle fare la prova decisiva dell'onnipotenza sua contro la verità e il buon senso col recare i principi a cacciare, e il papa ad abolire i Gesuiti.

Realmente la fazione filosofistica e massonica che occulta serpeggiava nelle Corti, nelle accademie, ne' presbiterj, voleva attuare quel che fu sistema di tutto quel secolo, di negare l'autorità del papa, eppur pretendere che a tutto intervenisse. Cospiravano coi pensatori i forti: e chi s'è indispettito di veder la Chiesa potente, or può consolarsi di veder porle il piede sul collo i re borbonici ed austriaci, e i loro ministri.

Perocchè i re omai voleano far tutto, spegnendo l'iniziativa e l'attività individuale. Giuseppe II in Lombardia schiaffeggiava la Chiesa ridendo: proibiva ai predicatori di trattar punti dogmatici, agli scrittori di discutere pro o contro le proposizioni giansenistiche, nè d'impugnare alcuna opera stampata negli Stati austriaci, cioè quelle più avverse alla giurisdizione ecclesiastica; disfaceva e rifaceva corporazioni e confraternite religiose; scemò parrocchie[465]: non processioni, non doni votivi nelle chiese; fissata l'ora di aprirle e di chiuderle, e di sonare le campane; e ad un vescovo che gli chiedeva istruzioni sul come contenersi fra ordini così moltiplicati, rispose: «L'istruzione è che voglio esser obbedito». Sottrasse i seminarj lombardi agli ordinarj per costituirne uno solo a Pavia dove s'insegnasse la libertà dei re: lo aperse nel 1786, e in margine al rapporto fattogliene dal ministro Kaunitz, scriveva: «Il punto starà nel trovare un buon rettore e vicerettore che s'accordino per dirigere questi giovani e mantenere il buon ordine», e ne fu chiesto uno dagli Oblati, che allora reggevano nella diocesi milanese sei seminarj[466].

Lo imitava suo fratello Pietro Leopoldo di Toscana, come avremo a divisare. L'arciduchessa Chiara d'Austria, nel 1665 alla morte di Carlo Gonzaga essendo divenuta reggente del ducato di Mantova, diè gran favore agli Ebrei, che col commercio arricchivano quella città, dove fino ad oggi ebbero sempre grand'entratura. Il genovese frà Giacinto Granara, allora inquisitore, pretendeva costringere gli Ebrei, come sempre aveano fatto, a intervenire un dato giorno alla predica in San Domenico, potendo la Chiesa non costringerli a forza, ma adoprare tutti i mezzi per vincerne l'ignoranza. Essi ricusarono, la duchessa gli appoggiò fin coi soldati, e l'inquisitore proferì la scomunica. Si intentò processo contro di loro, ma la duchessa stette ferma, e per buon tempo non si parlò d'altro che della quistione mantovana. Interpostasi la Corte di Vienna, fu conciliato col restituire in uffizio l'inquisitore e assolvere i censurati.

Le libertà siciliane, cioè il diritto che là vanta la monarchia di non dipendere da Roma, vi fecero estendere il giansenismo più che altrove: ai vescovi mancava ogni autorità, essendo concentrata nel tribunale della monarchia, dal quale dovea venire fin l'exequatur per la nomina d'un priore dei frati, o la licenza a questi di portarsi a Roma; proteggeva coloro che professavano le massime regaliste, alle quali inclinavano gli scrittori[467]. Tra questi però faceano bella eccezione Spedalieri, Barcellona, Saitta. Colà pure, come a Napoli e come ora nel regno d'Italia, si affidò la direzione degli ospizj e delle pie opere a secolari, il che le mandò preda d'ingordi o d'ignoranti, mentre spegneva lo spirito delle famiglie e l'obbligo tradizionale della carità cristiana: alla libera azione religiosa del clero si sottrassero i ricoveri della povertà, le carceri, i varj luoghi di misericordia per sostituirvi o la venale sorveglianza o la fastosa burocrazia. Bernardo Tanucci, ministro di Carlo III di Napoli, e amico a questo anzichè al paese, scarso d'intelletto e d'educazione, turbava il clero con minute insolenze curialesche, scriveva al papa con villana alterigia. Dopo che, per l'abdicazione di Carlo III, rimase arbitro del fanciullo re Ferdinando, gli fece proibire la costituzione Apostolicam, colla pena di trecento scudi a chi la tenesse, per ciò moltiplicando visite, perquisizioni, arresti; e fatte esaminare le costituzioni de' Gesuiti, se mai contenessero nulla di repugnante al poter regio, indusse il re ad usare «dell'autorità suprema indipendente che tiene immediatamente da Dio, inseparabilmente unita per l'onnipotenza di lui alla sovranità»; ed espellerli colla forza e con umiliazione[468].

Il francese Du Tillot, ministro del duca di Parma, aizzò questo contro Roma, trattandola d'autorità straniera; a preti e a frati menò la guerra in cui sogliono pompeggiare di coraggio quei che non ne hanno altrove; e finalmente fe cacciare i Gesuiti. Nel 1765 fece erigere una real giunta di giurisdizione per difesa dei diritti della sovranità «che sono quei soli raggi che rendono luminosa la corona», e dovea soprattutto badare che i vescovi non avessero alcun secolare nei loro tribunali, non stamperia propria: non affiggessero carte senza licenza del Governo; non traessero laici al loro Foro; non pubblicassero atti procedenti da Roma senza il beneplacito di essa giunta: questa accettasse i reclami contro le curie ecclesiastiche; potesse chiedere ai corpi ecclesiastici le fondiarie e informarsi de' loro beni e dell'uso che ne faceano; invigilasse sui conventi e i monasteri e le loro adunanze; restringesse le doti e le spese che si faceano per monache; potesse commentare le opere; traesse al Foro civile le cause per decime, nè all'ecclesiastico lasciasse portare causa alcuna dal giudice civile senza suo ordine: procurasse diminuir il numero de' cherici; e in tutto procedesse senza formalità di giudizj, ma in via economica.

Francesco III di Modena l'imitò, abolendo le riunioni ecclesiastiche, e molte corporazioni religiose. E principi, e repubbliche chiarivansi contro Roma, sino a far colpa di Stato il ricorrere ad essa, e si facevano gloria di questi trionfi contro un passato ormai impotente a difendersi; e il bel mondo si scandolezzava che il papa ignorasse il vivere del mondo al segno, d'osar dire no, quando i governi pretendevano dicesse .

Di quelle invasioni consolavasi Pietro Tamburini, quasi «il Signore avesse suscitato in Israele dei buoni, e zelanti principi, che mossi dagli abusi grandissimi che, coll'essersi moltiplicati e dilatati, aveano piantate profonde radici, prestavano tutta l'opera loro per la necessaria riforma. Nelle varie parti di Europa alcuni vescovi illuminati e probi corrispondevano con tutto lo zelo alle savie mire de' principi. Dotti maestri nelle varie Università del mondo cattolico spargevano i giusti principj della dottrina, che servivano a consolidare la esecuzione delle diverse provvidenze de' sovrani sugli articoli dell'ecclesiastica disciplina. La Toscana sotto gli auspicj dell'immortale Leopoldo apriva il più bello, e giocondo prospetto della desiderata riforma agli occhi dei giusti estimatori delle cose, ed ai veri amatori del bene della Chiesa. Nella Lombardia austriaca e nella vasta Germania le providenze, principiate da Maria Teresa e continuate da Giuseppe II, consolavano le speranze de' buoni, ed annunziavano vicino il compimento della riforma ecclesiastica. I seminarj generali aperti, le Università ristorate, i varj abusi soppressi, il progresso de' buoni studj, la unità delle massime, i varj capi di disciplina ristabiliti, tutto prometteva il felice ritorno dei più bei giorni della Chiesa di Gesù Cristo. Se dappertutto non trionfava la verità, a fronte degli inveterati pregiudizj ancora dominanti, dappertutto almeno respirava dalla dura schiavitù, in cui si era tenuta nei secoli antecedenti dai nemici di ogni bene e dai carnali figliuoli della Chiesa. L'appoggio che essa avea per divina misericordia trovato ne' principi, rendeva sicura la difesa della medesima, e prometteva in un breve giro d'anni la più felice rivoluzione nelle menti degli uomini. In questo apparato di cose ognuno riconosceva il dito del Signore e la voce di Gesù Cristo, che facendo cessar la procella portava la calma, ed annunziava alla sua sposa giorni lieti e sereni»[469].

Qualcheduno vorrà certo ricordarsi dove siano oggi tutte queste dinastie, che prendevano gelosia della Chiesa, e conculcavano l'autorità del papa. La meno rea fu certo la savojarda, che, sbollite le ire di Vittorio Amedeo II, tessè varj accordi. Che se colle istruzioni 20 giugno 1755 fu vietata la lezione propria di Gregorio VII, «con altri infiniti libri maligni e sediziosi non meno di quelli che tentano di rendere al papa soggetta la podestà temporale de' principi, insegnando che i medesimi, quando sono scomunicati, non si possa obbedire di coscienza, o che al papa spetti il deporli, o sciogliere, i popoli dal giuramento di fedeltà»[470]; è a ricordare come si concordò sarebbero liberi i vescovi di tenere sinodi, promulgare costituzioni, andare a Roma quando volessero, erigere benefizj, riservare e modificare i titoli di patronato; le curie vescovili tenessero uscieri proprj e notaj con attribuzioni eguali ai notaj regj, e proprie prigioni; e giudicassero i reati di bestemmia, eresia, furto di vasi e arredi sacri, poligamia, profanazione delle feste; ammesse le appellazioni alla santa sede in tutti i casi dal diritto canonico indicati; al regio exequatur fossero solamente soggetti i documenti che provenissero da paesi forestieri, mentre i prelati dello Stato rimanevano indipendenti da ogni censura e revisione; eccettuate fossero dal regio exequatur le bolle dogmatiche, le bolle ed i brevi morali, o relativi ad indulgenze e giubilei, e quelli della sacra penitenzieria e le lettere informative della congregazione dei cardinali. Anzi Vittorio Amedeo III vietava di scrivere nè pro nè contro la bolla Unigenitus e le quattro proposizioni gallicane, nè lasciava andare i suoi giovani alla giansenistica Università di Pavia.

Ormai dunque contro il pontefice non sorgeano più individui ereticali, bensì i re medesimi, lo Stato; il pensiero riottoso erasi annicchiato nelle secreterie; con uscieri e gendarmi lottavasi più che con teologi; la riforma non toccava il dogma, ma sbizzarriva sulla morale, sulla disciplina, sulle leggi: nè trattavasi della libertà delle coscienze o dei popoli, sibbene della libertà dei re.

Non vorrete però, o lettori, contare fra i secoli più infelici della Chiesa quello che incomincia colla pietà di Benedetto XIII e si chiude col martirio di Pio VI e tra altri insigni pontefici annovera il generoso Benedetto XIV e il pio Clemente XIII. Ma v'è tempi dove gli avvenimenti incalzano per modo, che si direbbe parimenti nuocere e il resistervi e il secondarli.

Clemente XI, Benedetto XIII e Clemente XIII vollero far fronte alle novità, traendo forza dalla natura e dai mezzi del papato, e non soffrendo la degradazione cui volevasi ridurlo. Clemente XI, che fu detto aliis non sibi clemens, serbò sul trono il modesto trattamento e gli studj: parenti non volle a Corte: spedì missionarj in Persia e in Abissinia, e potè riunir alla nostra Chiesa molti Armeni, e Greci: e a tacere tante fondazioni e fabbriche sue, citeremo il carcere penitenziario che pose a San Michele a Ripa, con celle distinte e morale e artiera educazione, modello dei moderni. Benedetto XIII conservò in Vaticano le abitudini del chiostro; umile cameruccia con scranne di paglia, immagini di carta, crocifisso di legno; non soffriva che i preti gli si inginocchiassero davanti; ed egli baciava la mano al superiore del suo convento. Passò dapprincipio per un altro Pio V spirituale e temporale, e i letterati temevano in lui un persecutore, i preti un rigorista, i positivi un irremovibile; ma le cose di Stato abbandonò a chi meglio le intendeva; rinunziò alle pretensioni sulla monarchia di Sicilia, e fece un concordato con Vittorio Amedeo: proibì il lotto, non arricchì parenti, canonizzò Gregorio VII, e nel 1725 tenne in Laterano un concilio per riformare i costumi ecclesiastici.

Clemente XIII parve, in un secolo di beffarda incredulità, rinnovare Gregorio VII; condannò l'Enciclopedia, «quell'oceano ove stillato ogni velen si bee»; e figliuolo di mercanti, osò resistere ai re ed ai filosofanti, principalmente nelle ostilità loro ai Gesuiti. Che il calunniare e francamente spacciare fatti falsi, e ripeterli e divulgarli sia l'arte di preparare ogni rivoluzione, i miei contemporanei lo san meglio d'altri. E già Calvino avea detto: «I Gesuiti bisogna ammazzarli, e se ne manchi il comodo, espellerli o per lo meno opprimerli sotto la menzogna e le calunnie»[471]. Fra i loro stessi compagni trovarono accusatori violenti, nè qui è il luogo di difenderli o denigrarli. Ma istituiti principalmente per combattere, non mai col rigore[472], ma col ragionamento gli errori che, dopo la protesta, metteano in iscompiglio la Chiesa e la società civile, aveano ostato anche alla giansenistica e alla filosofica. Noi però dovremmo registrarli fra i peggio eresiarchi, atteso che il parlamento di Parigi dichiarò che erano notoriamente colpevoli di aver insegnato in tutti i tempi e perseverantemente, con approvazione de' loro superiori e generali, la simonia, la bestemmia, il sacrilegio, il malefizio, l'astrologia, l'irreligione, l'idolatria, la superstizione, l'impudicizia, lo spergiuro, il falso testimonio, la prevaricazione de' giudici, il furto, il parricidio, l'omicidio, il suicidio, il regicidio; d'aver favoreggiato l'arianesimo, il soccinismo, il sabellianismo, il nestorianismo, i Luterani, i Calvinisti ed altri novatori del XVI secolo; di riprodur le eresie di Wicleff, di Fichonio, di Pelagio, di Cassiano, di Fausto, de' Marsigliesi, de' Semipelagiani; di cadere nell'empietà dei Montanisti e insegnare una dottrina ingiuriosa ai santi padri, agli apostoli, ad Abramo!

Esaminare e discutere la pubblica opinione sarebbe lesione del buon gusto: onde le accuse, spinte fin dove può arrivare la pubblica stupidità, accettate con leggerezza erano ripetute con asseveranza, senza badare se sia possibile che una società qualunque si proponga di sovvertire le leggi più elementari della morale, ed erigere in dogma la menzogna, il furto, l'impudicizia. Ma ribaldi così fatti, qual nazione potea tollerarli? La Spagna e il Portogallo li presero rinfusamente, e stivati in vascelli li gettarono sulle coste d'Italia, come un tempo aveano fatto coi Marrani; il papa dovette soccorrerli di vitto, e molti si resero celebri anche adoperando la lingua nostra e cose nostre illustrando, quali l'Arteaga, il Dell'Isla, autore del romanzo Frà Gerundio, ingegnoso quanto il Don Chisciotte, il Lampillas, l'Eximeni, il Requeno, l'Hervas, il Clavigero, l'Azevedo, il Tentori, il Serano, lo Scherlok[473]. Fra i Gesuiti italiani molti n'aveva allora di gran virtù e gran dottrina in ogni ramo dell'albero enciclopedico; potrebbe anzi dirsi appartenesse a quella società ciò che di meglio fioriva nelle lettere e nelle scienze.

Son note abbastanza le ragioni che li facevano temere e le arti con cui venivano indicati all'odio; eresia, gallicanismo, giansenismo, filosofismo cospirarono contro di loro: paventavasi soprattutto la loro efficacia sul popolo: asserivasi che essi corrompevano la Chiesa, e si assicurava che, tolto via questo scandalo, la sposa di Cristo tornerebbe pura, efficace, venerata e cara come ne' migliori suoi tempi; i laici invece d'osteggiarla ne diverrebbero passionati; la morale regnerebbe, riconcilierebbonsi principi e popoli dacchè fosse con loro abolita la dottrina del regicidio. Maria Teresa li difendeva: ma fu assicurata che il padre Parchammer suo confessore avea rivelato esser ella pentita d'avere cooperato allo sbrano della Polonia; del che indignata, accondiscese alla loro distruzione. Le Corti borboniche, alleate a quest'intento, non temeano certo la dottrina del tirannicidio, comune del resto anche ai Domenicani; non la sopreminenza dei papi, quand'erano così fiaccati: non la prevalenza di quest'Ordine, mentre aveva ostili tutti gli altri; non che s'impedisse l'incamerazione dei beni ecclesiastici, che Clemente era disposto a consentire: bensì temettero che l'Italia, asfisiata nelle dinastie, sorgesse a indipendenza, mentre essi Borboni fantasticavano farne un regno per la loro stirpe. Si asserisce che il Ricci di Macerata, generale de' Gesuiti, palesasse tale divisamento al papa, il quale scappò a dire: «Voi siete matto». Rispose: «Anche il duca di Ferrara dicea matto al Tasso».

D'accordo co' Borboni di Francia e Spagna, i Borboni di Napoli e di Parma chiesero al papa abolisse i Gesuiti, e desse in lor mano esso Ricci e il cardinale Torrigiani loro protettore. Clemente non solo non obbedì, ma osò lodare i Gesuiti e riconfermarli; onde i re indispettiti occuparono i paesi di esso, minacciarono bloccare Roma, ammutinando il popolo contro di esso. Ed egli esclamava: «Avessimo anche forza da opporre, ci asterremmo, non volendo, padre comune, aver guerra con verun principe cristiano, e tanto meno con cattolici. Spero che i sovrani non faranno cadere il loro scontento sopra i miei sudditi, incolpevoli di questo affare: se sono irritati con me, e pensano snidarmi come altri miei predecessori, subirò l'esiglio, anzichè mancare alla causa della religione o della Chiesa».

Queste generose voci doveano replicarsi per un secolo intero di umiliazioni inflitte dai forti, e sostenute generosamente dai deboli.

I papi succedutigli parvero convinti che il naufragio era inevitabile, e conveniva almeno camparne qualche cosa col riformare e sistemare. Mentre dunque i loro predecessori aveano ispirato il mondo, essi lasciaronsi dal mondo ispirare; invece d'un papato onnipotente, assoluto, iniziatore, ne accettavano uno illuminato, socievole, conformantesi a ciò che pareva si domandasse dal popolo, il quale dal baciar i piedi dei papi passava a stringersi fra le braccia dei re, coll'idea di redimersi dalla tirannia ecclesiastica.

Benedetto XIV (Prospero Lambertini) coll'opera De servorum Dei beatificatione dissipava le calunnie de' Protestanti contro la soverchia facilità della Chiesa nel riconoscere i meriti de' santi e i miracoli; profondo conoscitore di liturgia e storia sacra e Concilj, promosse quelli che coltivavano tali studj; pubblicò il Bollario, il Martirologio espurgato coll'opera del cremonese padre Ricchini; riformò l'Indice dei libri proibiti, e diede sapienti norme a quella sacra Congregazione: una ne istituì per esaminare i vescovi: condannò il duello; istituì quattro accademie per le antichità romane e per le cristiane, per la storia della Chiesa e dei Concilj, pel diritto canonico e la liturgia: abbellì chiese: aggiunse alla Vaticana la biblioteca del cardinale Ottoboni, fe misurare due gradi del meridiano. Nella bolla del 1721, ove approva i frati dell'abate De la Salle, diceva: Ignorantia, omnium origo malorum, præsertim in eis qui fabrili operæ dediti sunt. Ecco indicato il bisogno d'istruir principalmente gli operai, un secolo prima de' filantropi odierni.

Ma se zelava la disciplina, i diritti pontifizj era disposto sagrificare al bene della pace. Per isviare la coalizione de' potentati contro la Chiesa, volle questa ringiovanire e farla conforme ai tempi per intelligenza e ragione e governo; e diceva: «Viviamo in tempo ove bisogna tirarsi da banda. Dopo aver tanto gridato contro i quattro articoli gallicani, fortunati noi se possiamo indur i popoli a limitarsi a quelli!» Pertanto restrinse il numero delle feste; teneasi in corrispondenza col Muratori e col Maffei, non meno che con Voltaire e con Federico II: lasciò dibattersi indiscretamente Giansenisti e Molinisti, enciclopedici e parlamento; non vietò s'imponessero tasse al clero. Quando morì, il conte di Rivera piemontese scriveva: «Meraviglia inaudita! il popolo non sparla del papa morto; neppure Pasquino».

Il fatto supremo d'allora era la guerra rotta che le Corti borboniche aveano intimata ai Gesuiti; per indurre il papa a distruggerli, la Francia minacciava torgli Avignone, il re di Napoli Pontecorvo e Benevento. Questa domanda si ripeteva durante il conclave, mentre più positivo il popolo, al nuovo eletto gridava: «La benedizione, santo padre, e pagnotte grosse».

Accidente segnalato di quel conclave fu il comparirvi Giuseppe II, venuto a filosoficamente beffarsi di tutto. Visitando i Gesuiti, al generale chiedeva: «Quando deporrete cotesta tonaca?» e vedendo la statua d'argento di sant'Ignazio: «Che ricchezza! guadagni dell'India, eh?» Il buon popolo raccontava in solucchero: «E' s'è gettato boccone davanti alla tomba de' santi apostoli — Ha udito due messe a ginocchio in Gesù Maria. — S'è confessato da frà Martino. — S'è comunicato con tutti i fedeli. — Alla Trinità de' Monti disse le ore delle tenebre in coro coi frati. — A san Pietro stette in coro col rituale in mano. — Fece la scala santa».

I signori raccontavano ch'e' si divertiva a guardare i tavolini di giuoco; che s'accostava a tutte le dame, anche le vecchie; che alla cena dai Corsini spiegò il tovagliuolo, e spartì il pane, e ne offrì a una signora; che non prendea mai rinfreschi; che a' suoi pranzi spendeva cinquecento scudi il giorno, che danzò all'incantevole ballo mascherato del palazzo di Venezia.

Di più ne diceano i prelati e i loro camerieri; e di quando addomandò di fare cinque soli passi entro la clausura del conclave, e vi penetrò col fratello; e di quel che disse a ciascun cardinale e di ciascun cardinale; delle domande, che affollava, e a cui non attendea risposta. E il vulgo povero e il ricco, sempre curvo agli idoli del giorno, gli gridava: «Viva l'imperatore. Siete in casa vostra. Il padrone siete voi».

Lorenzo Ganganelli, che allora succedette col nome di Clemente XIV, fu sfigurato da amici e da nemici; dagli uni come intrepido distruttore de' campioni della santa sede; dagli altri come vittima dell'intrigo e delle paure. Degli scrittori di moda dicea: «Col combattere il cristianesimo ne mostreranno la necessità»; di Voltaire: «Non bersaglia sì spesso la religione se non perchè essa lo importuna»; dell'autore del Sistema della natura: «È un insensato il quale crede che, cacciato il padrone della casa, potrà assettarla come gli garba».

Vedendo i re minare il trono papale d'accordo coi nemici loro stessi, dicea: «La santa sede non perirà, perchè è la base e il centro dell'unità, ma ritoglierassi ai papi quanto a loro fu dato»; e in tal persuasione lasciava che i re lentassero più sempre i vincoli che stringevano le nazioni a Roma. Se i vescovi faceano rimostranze contro le regie prepotenze, egli si rimetteva alla loro prudenza; facessero in modo che non v'apparisse istigazione del papa[474]. Cessò di promulgare la bolla In Cœna Domini, sperando colle condiscendenze indurre i principi a desistere dal chiedere l'abolizione dei Gesuiti; ma per quanto pregasse, blandisse, si tenesse invisibile, si mettesse malato, minacciasse abdicare, i Borboni non gli concedeano tregua, nè rispondeangli se non «Abolite i Gesuiti». E dovette farlo per amor della pace della Chiesa, e sant'Alfonso di Liguori, esclamava: «Povero papa! cosa poteva fare?». Il Ricci loro generale fu chiuso in Castel sant'Angelo perchè denunziasse le smisurate ricchezze che la Società dovea possedere, e che non apparvero nè allora nè poi. Ai membri di quella Compagnia impose obbligo di non difendersi; onde i persecutori ebbero bel campo a insultarli; i filosofi, tripudianti di questa condiscendenza come sintomo della totale rovina della Chiesa, a questa rinfacciavano di rinnovare contro poveri religiosi le persecuzioni dell'Inquisizione. Erasi assicurato che, col distruggere i Gesuiti, si restituiva la primitiva purezza alla religione, e la riconciliava coi progressi del secolo: fra venticinque anni fu dichiarato non solo abolito il cattolicismo, ma Dio. Si era detto che cessava la scellerata dottrina del regicidio; e mai non fu, come dopo d'allora, praticato non solo ma giustificato[475]. I principi credettero aver dimostrato che ormai poteano ogni loro volere: ma invece la demagogia si sentì trionfante quando vide la tutrice dell'autorità ridotta a dar soddisfazione alle grida tumultuarie delle piazze, e alle non meno ignobili de' gabinetti[476].

Più tardi un pontefice, per domanda unanime delle potenze, ripristinò quella Compagnia, che per unanime domanda delle potenze era stata distrutta: e che, anche nelle tanto cangiate forme, infonde ire e paure; e sulla quale si disse e si scrisse tanto, che l'uomo rimane indeciso se abbia più giovato o più nociuto alla civiltà e alla Chiesa.

Ma allora, come altre volte, il titolo di gesuita si applicava a chiunque mostrasse maggior dottrina e zelo per la verità e le tradizioni; e tolti via que' campioni, le armi si diressero contro le altre corporazioni religiose, poi contro tutto il clero. Questo, sbigottito dalla vulgare opinione, armata di pubblicità, di concordia, d'ingiurie, di riso, perdeva il coraggio; e se la pietà dominava nel maggior numero, e conservavasi anche nei dotti, mancava lo zelo della persuasione e la franchezza d'affrontare il rispetto umano. Pertanto non disputavano di peccato ma di vizio; non di precetti divini ma di morale filosofica, e schivando di citare la Scrittura, foggiavano le prediche secondo il raziocinio e il buon senso, vestendole col linguaggio pulito del tempo, e cercando, non di sbigottire come in una missione divina, ma di convincere come in un'arringa, escludendo non soltanto il mistero, ma fin il sublime della rivelazione, restringendola a porgere motivi alla morale.

Il nuovo pontefice Pio VI nell'enciclica sua prima professava che «uno sfrenato filosofismo scioglie i vincoli sociali degli uomini fra loro e coi sovrani, ripetendo che essi son liberi, che è stupidità in curvarsi alle leggi, che la concordia del sacerdozio coll'impero è una barbara cospirazione contro le libertà naturali»; ma sentì troppo ch'era omai vano e il resistere e il cedere. Bell'uomo, e compiacendosene, di maestoso portamento, di modi graziosi, tutto decoro ne' ricevimenti, nelle funzioni, nelle benedizioni; gran tempo consumava all'abbigliatojo e alla digestione: crebbe il museo Pio Clementino, migliorò il porto d'Ancona e gli acquedotti di Terracina; ma con iscrizioni pompose volea rammentati i suoi benefizj, tra i quali fu insigne il prosciugamento degli stagni ferraresi e delle Paludi Pontine; irritavasi facilmente alle contraddizioni, e di gravissime gliene vennero in un tempo ove l'autorità pontifizia era subìta piuttosto che accettata.

Sbigottito alle incondite innovazioni di Giuseppe II, gli scrisse una lettera con riverenti riflessi, e poichè non vi si badò, mosse egli stesso, pellegrino apostolico, per Vienna. Rallegratevi, o Italiani! il vostro papa va supplichevole a Vienna, mentre un tempo Gregorio VII intimava all'imperatore di Germania di venire a' suoi piedi. E nulla potè conchiudere, e mortificato da un vano cerimoniale e da una ipocrita venerazione, tornò a Roma a deplorare le usurpazioni de' re e l'imminenza della rivoluzione[477].

Così davasi il crollo ad una società, dove erano costituzioni dispotiche ma pratiche libere, leggi cattive ma consuetudini buone o almeno opportune. I principi non s'avvidero del precipizio se non quando la belva, abbeverata del sangue francese, ustolava l'italiano; e diedero indietro, ma tardi e sconsigliatamente. Pio VI propose quel che altri suoi predecessori e successori, una federazione degli Stati italiani, ma i potentati ebbero paura di questa difesa; come i rivoluzionarj sbuffarono allorchè Pio VI ospitò le vittime d'una rivoluzione che germogliava dall'empietà proclamata, e lanciò la scomunica contro que' demagoghi, i quali, in punizione della pietà e della giustizia, scesero fra gli applausi nostri a toglierli lo Stato, e lo strascinarono prigioniero a Valenza, ove morì, ultimo, dicevano essi, dei papi.

DISCORSO LIV. SCIPIONE RICCI. PIETRO TAMBURINI. CONCILIO DI PISTOJA. LA RIVOLUZIONE.

De' Gesuiti l'ultimo generale era stato Lorenzo Ricci: e i re, secondando bassamente lo spirito persecutore de' liberalastri, cui non era bastato che abolisse la Compagnia, vollero che il papa tenesse prigione esso Ricci, il quale era reo di averla difesa sino all'estremo, e preferito vederla perire, anzichè consentire a snaturarla.

Restava a Firenze suo fratello Corso, il quale diede il proprio nome, poi la pingue eredità a un suo agnato, ch'è lo Scipione Ricci che tanto fece parlare di sè.

Questi volea dapprima entrare gesuita, allettato da una profezia che correva di san Francesco Borgia, che nessuno di quell'istituto andrebbe a perdizione; dappoi avviatosi per la carriera ecclesiastica, fatto auditore di nunziatura, poi vicario generale dell'arcivescovo Incontri, si condusse a Roma in occasione delle feste per l'elezione del papa Braschi, nella speranza di poter parlare al detenuto generale. Questi comunicava all'esterno coi soliti mezzi di qualche inserviente, e come il seppe giunto, scriveva a Scipione:

«Signor canonico riv. amat.

«Che buon vento l'ha qua portato? quante cose ho a dirle! per ora alcune: il latore del presente è il soldato che mi serve, ecc. ecc.

«Mi sta nel cuore una spina da lungo tempo. Temo che facciano spendere a Lei, a titolo di mia richiesta, mie voglie e mio sollievo, in cose che non chiedo e non mi si danno. Non incolpo veruno, e non so veramente a chi attribuire certi intrighi, ma è necessario ch'ella sia prevenuto... Non creda già ch'io sia un capo di fuorusciti. Sono stato trattato come tale, ma grazie a Dio non lo sono, ecc.».

E in un'altra:

«I miei pensieri, se sarò lasciato in libertà, son questi. Voglio venire a passare gli ultimi giorni miei in Firenze. Se i suoi signori fratelli mi gradiscono, voglio stare in casa loro, come Lei mi ha offerto. Spero che non darò incomodo: se mai questo accadesse, si prenderà partito. Le mie occupazioni saranno, fare un poco di bene per me, giacchè l'età mia mi rende inutile agli altri; e lo farò volentieri; divertirmi con libri di materie sacre, scrittura, teologia, ecc., e conversare con persone pie, savie e dotte...».

E torna ad insistere sul non arrivargli, o decimate, alcune delicature che la famiglia gli trasmetteva.

Gli ex-Gesuiti patrocinavano il nostro Scipione, che però resistette alla tentazione di mettersi a Roma in prelatura. Ebbe udienza da Pio VI, che non gli dissimulò la sua venerazione pel prigioniero: al quale, «per riguardi ai principi», tenuto coi rigori che all'ingiustizia son necessità e punizione, Scipione non potè mai ottenere di far visita: onde quegli scrivevagli il 2 luglio 1775:

«Mi conviene sagrificare il piacere grandissimo che avrei avuto di vederla e che speravo. Sia fatto il santo volere di Dio. Ma Lei potrà convincersi dell'oppressione inumana che mi si fa da' malevoli, con impedire le ottime intenzioni di nostro signore, e senza ragione alcuna, poichè mai ho fatto male a veruno. Il foglio che le ho mandato lo custodisca con molto segreto; acciò non si prenda da quello occasione di nuocermi. Dopo la morte mia desidero che si renda pubblico. Non mi resta altro che ringraziarla e darle il buon viaggio, che le pregherò dal Signore. Lei non mi può dare ciò che desidero umanamente, ed è la libertà: in altre materie non mi manca il bisognevole, ed i miei desiderj sono assai ristretti. Sa come io mi son contenuto, e penso di non passar questi limiti. Se mai pensassi a passarli e mi fosse possibile, glielo farò sapere. Si regoli nel mandare a me, o piuttosto non mandi a me cosa veruna, perchè non mi arriva, o al più arriva solo quello che è guasto e inservibile. Se desidero cosa alcuna, sarebbe solo qualche denaro di volta in volta e non molto, o per soddisfare una voglia che mi venisse d'un libro o simile, o per aggiungere qualche ricompensa all'uomo che mi serve oltre la sua obbligazione. Vi dovrebbe essere del denaro presso il signor cardinale Torrigiani. Il solo desiderio che ho è di molti suffragi dopo la mia morte, poichè la soppressione della mia religione me ne priva di molte migliaja, ecc.».

La carta quivi accennata era una protesta dell'innocenza sua e della sua Compagnia contro le incolpazioni ch'erangli date; ed è scritta tutta di suo pugno, come anche il sunto del processo ch'ebbe a subire, e ch'egli desiderava fosse conosciuto, affinchè il mondo non ne avesse informazioni bugiarde. Vi trovammo inoltre una lettera del laico Giovanni Maria Orlandi, diretta a Scipione da Roma il 1º dicembre 1775, ove lo ragguaglia degli ultimi momenti di quel pio:

«Essendomi toccato la sorte di servire il reverendo padre Lorenzo de Ricci, già fu nostro preposito generale, non manco darle parte come il medesimo mi impose nella sua ultima e penosa malattia di raccomandarlo a sua divina maestà con delle messe... Ha pregato che siano rimunerati tutti quelli che l'hanno servito sì in vita come in morte. Ha pregato che si rimandi quella croce di ebano, la quale gli fu lasciata dal suo signor fratello, desiderando l'abbia lei per sua memoria...

«Non le posso esprimere la rassegnazione e gli atti buoni che faceva. Già subito che si ammalò diceva: — Signore, il vicario di Cristo diceva che m'avrebbe liberato presto e bene: giacchè non l'ha potuto fare lui, fatelo voi presto e bene, acciò non vi abbia più da offendere. — Poi, prima di ricevere il santo viatico, fece una protesta avanti al Santissimo, che fece piangere tutti, della sua innocenza e de' suoi religiosi: questa protesta suppongo che l'averà avuta da altri, onde, per non crescer plico, non gliela mando».

Ci sta pure una nota di quanto il generale, avanti morire, disse a don Giuseppe Nava, e la lista di varj oggetti, de' quali, come appartenenza sua particolare, disponeva in ricordi ad amici.

Tutto ciò noi ricaviamo dalle carte di Scipione Ricci, le quali, benissimo ordinate da lui, in centotto filze furono conservate dalla sua famiglia, poi compre dal granduca Leopoldo II, dal cui gabinetto passarono nell'archivio di Stato di Firenze. Ma prima s'erano lasciate a disposizione del De Potter, vescovo apostata e autore d'una Storia del cristianesimo, nella quale demolì tanto, ch'egli stesso indietreggiò sbigottito[478]. Su quelle carte, e massime sull'autobiografia, il De Potter scrisse una vita di Scipione Ricci, che è piuttosto una diatriba di poco criterio e meno prudenza, diretta a magnificarlo come eresiarca. Noi rivedemmo quell'amplissimo carteggio, e non ci parve che il Ricci, onesta mediocrità, si staccasse mai di cuore dalla Chiesa cattolica, benchè a molti errori lo traesse la smania del figurare e la bassa condiscendenza ad un principe, qual fu Pietro Leopoldo, ligio alle idee antipapali degli Austriaci, e voglioso degli applausi d'un popolo, che s'annojava della sua quieta beatitudine.

I cominciamenti del Ricci, prometteano in lui tutt'altro che la più clamorosa personificazione del giansenismo in Italia. Piissimo, sopratutto zelava il culto della beata Caterina de' Ricci; racconta di grazie ricevute per invocazione del beato Ippolito Galantini, fondatore de' Vanchettoni; e si querela che il digiuno quaresimale, «troppo necessario per soddisfare in qualche modo ai debiti colla divina giustizia», venga negletto, nè la refezione si limiti a fichi secchi e zibibbo[479].

Fatto vescovo di Pistoja, tolse correggere la disciplina che in certi monasteri, sotto la direzione non dei lassi Gesuiti ma degli austeri Domenicani, era degenerata in una licenza appena credibile, cogli errori e le laidezze de' Gnostici, fomentata dalla lettura di Voltaire e Rousseau, mantellata qualche volta da un osceno quietismo, fin a dire che la nostra perfezione consiste nell'unirsi con Dio; e siccome tutti partecipano della natura di Dio, perciò ogni carnale unione fra gli uomini esser vincolo di perfezione e d'unione con Dio.

Non pago a ciò, egli tolse a modificare il culto e i riti; riduceva ad un solo gli altari d'ogni chiesa per togliere la simultanea celebrazione delle messe, «introdotta con molta indecenza contro lo spirito della Chiesa e mantenuta dalla ignoranza, irreligiosità e interesse de' ministri del santuario»: e ne levava le tabelle che li dichiaravano privilegiati, o prometteano liberazione d'anime purganti; processò reliquie ed immagini miracolose, sopprimendo le meno autentiche, tutte proibendo di coprirle con mantelline; abolì le cappelle domestiche e certi giorni festivi: non si recitino panegirici; alla festa i regolari tengano chiuse le loro chiese per non distrarre dalle parocchiali. Avrebbe anche voluto tutte le preci in italiano, per quanto alla religione universale convenga un linguaggio universale, ond'esser in comunicazione con tutti i popoli, e non dover variare coi tempi e coi papi le sue formole, le sue invocazioni, le sue decisioni.

Al tempo stesso favorì l'edizione delle opere di Machiavello, che l'austriaco granduca aveva affidata alle cure dell'abate Tanzini, imbevuto delle dottrine de' regalisti francesi e tedeschi. Queste erano venute allora in moda, e dirigevansi contro l'autorità pontifizia, sia coll'attribuirne gran parte ai vescovi, sia col sovrapporvi la principesca. Come sempre, i colpi maestri dirigevansi alla testa; ed allegavasi come ragione l'averne Roma abusato, coll'usurpare facoltà che non avea da principio. Risalendo ai primordj della Chiesa, se ne esaminavano la disciplina e i riti, e ciò che in que' principj non si trovava, sentenziavasi riprovevole: voleasi tornare il papa alla povertà di Pietro, e il ministro Giani diceva che il clero, quando fosse spogliato dei beni, vedrebbesi costretto ad acquistare meriti reali. È il metodo de' Luterani ortodossi; senonchè i Giansenisti non rinnegavano la papale supremazia; solo la voleano limitare, controbilanciare, press'a poco come i costituzionali in politica, i quali, s'anche trovano follia e assurdo il potere monarchico ereditario, non osano spingersi fino alla sovranità del popolo, e s'arrestano a mezza strada: onde Lacordaire la definiva «eresia sleale, che non osando attaccare la Chiesa in faccia, come un serpente le si ascose in seno».

In tutta quest'opera noi ci siamo proposto, anzichè affrontare gli avversarj, difendere noi e i nostri: se qualche amarezza ne trapelò, se alcuna ingiustizia commettemmo, ci sia di scusa la natura stessa della difesa, la quale suppone che l'autore creda aver ragione, e torto il combattuto. Onestà di modi noi ci sentiamo viepiù obbligati a tenere verso Cattolici, che per alcun dissenso particolare la Chiesa non ha espressamente respinti dalla sua unità.

Bisogna stare a ciò ch'è antico, diceano essi. — Sì, quanto alla fede nella parola di Cristo, com'è scritta dagli agiografi o conservata dalla tradizione; in ciò la Chiesa pretende esser oggi qual era nel cenacolo, e ripudia il concetto d'una successiva formazione dei dogmi, pur ammettendone una successiva esplicazione. Via via che nasceva un errore, la Chiesa lo chiariva, lo definiva, interrogando quel che le varie chiese aveano tenuto sul punto controverso, e definendo secondo era apparso allo Spirito Santo e ad essa.

Uno de' loro punti di dissenso dalla pratica universale de' fedeli è la venerazione verso i santi, e il culto a Maria, venuto, secondo essi, a tale esuberanza da derogare a quello dovuto a Cristo.

Certo gli stranieri che vengono ad ammirare il nostro cielo, le arti nostre, le nostre devozioni, allorchè vedono ad ogni crocicchio santi e madonne, e popolani prostrati a venerarle, e in collo e in petto immagini e scapolari; quando nella chiesa del tal santo, alla festa della tal Madonna si fanno orazioni particolari, si espongono ossa, si baciano reliquie, possono scivolare nella credenza che noi vi prestiamo adorazione, che teniamo presenti i santi più che Dio, che il culto della sua madre ecclissi quello di Cristo.

Ma distinguiamo bene la fede dalla devozione. La fede importa l'obbligo di credere ciò che crede la Chiesa universale. Devozione è l'onore che si tributa agli oggetti della nostra fede. Possiamo credere senza aver devozione, sebbene la devozione non possa stare senza la fede. La fede è sempre la stessa dapertutto e in ogni tempo; nella devozione è lasciata grandissima latitudine all'individuo. Il rito, la forma di un culto non isboccia bell'e formato come Minerva dal cranio di Giove: il Sole in primavera non ha ancora squagliato i ghiacci, fatto schiudere l'erbe e colorire i fiori: eppure è quello stesso che ci arde in luglio. Prima quel culto dovett'essere tributato all'apostolo; vennero poi i martiri, poi altri santi la cui glorificazione erasi manifestata forse maggiormente di alcuni, ben più vicini al Salvatore. Qui si venera il santo che vi nacque, vi morì, vi apostolò, vi operò un prodigio della grazia o della carità: là è la tomba d'un altro, gli stromenti del supplizio d'un martire, un'apparizione, una rivelazione. Son memorie, insite alla natura umana siccome tutto quanto ricorda le geste degli eroi, de' benefattori della patria; c'è la ammirazione pel dottor della Chiesa, c'è la compassione pel martire, c'è la compunzione pel penitente. In ciò tutto v'è qualcosa che decade, v'è qualcosa che sottentra: han luogo l'entusiasmo e il tepore, giacchè tutto quaggiù è vita, è movimento, cioè cangiamento continuo.

Giuseppe, lo sposo di Maria, è un santo che appartiene ancora all'antico e già al nuovo Testamento; fu il più vicino a Cristo; la Chiesa primitiva gli ebbe una venerazione implicita, eppure il suo culto cominciò tardi; cominciato che fu, tutti l'abbracciarono coll'ardore che conveniva allo sposo di Maria.

E Maria? non v'è dubbio che la devozione ad essa fu ampliata assai, dai primi tempi quand'appena trovasi nominata, infin quando Pio IX ne definisce come di fede la immacolata concezione. Il tipo di lei, dai rozzi tentativi delle catacombe sino alle meditate aspirazioni del Minardi si trasforma oh quanto, eppure senza cangiarsi.

Già nella prima scena del mondo, quando il seduttore corrompe l'umanità, è vaticinato che un'altra donna schiaccerà il capo del serpente. E seconda Eva la chiamarono i primi Padri; dottrina rudimentaria, dalla quale si può dedurne la santità, la verginità, l'immacolata concezione, l'efficace patrocinio. Maria non fu madre e nutrice di Cristo? non istette accanto alla sua croce? nol raccolse ucciso? Quanti dolci pensieri, quanti vivi sentimenti non deve eccitare una creatura, messa in così intime attinenze coll'ente divino? la donna elevata fin ad esser madre del Dio umanato? Ma egli rimane sempre il redentore, che ci rigenera continuamente; ella, la madre dataci sulla croce: ha gran potenza, ma affatto indiretta: il Cattolico non abbasserà mai il Creatore fino a questa creatura; nè lei eleverebbe a divinità, col che negherebbe quella di Gesù; il nome di lei nè tampoco si proferisce nell'amministrare i sacramenti; noi la preghiamo che preghi per noi peccatori: a lei portiamo affetto, usiamo famigliarità, appunto perchè somiglia a noi, provò i dolori nostri, eppur è tanto gloriosa[480].

Chiedetene il più semplice credente, e vi risponderà che queste chiese sono la Casa di Dio. Portano lo speciale vocabolo d'un tal santo o d'un tal fatto; vi saranno anche molti altari, dedicati a' varj santi: che monta? il Cristiano li prega come intercessori presso il Dio unico. Giunge la festa di quella chiesa? ognuno accorre al tempio, ognuno vi fa una preghiera, e genuflessioni e inchini e baci in diverso modo: sono altrettante vie per avvicinarsi a Dio.

Certo, come in tutte le dottrine concrete e vitali, è difficile assegnare teoricamente i limiti tra la verità e l'errore, tra il bene e il male. E viepiù quando si tratti d'affetti. Natura di questi è il correre senza ritegni, mirando l'oggetto proprio e null'altro: e sarebbe freddo e inconcludente quel che sapesse serbare tutte le convenienze, misurare tutte le esternazioni. Di che importanza non sono per chi le scrive e per quello cui son dirette le espressioni delle lettere amorose! Fate che un indiscreto le colga, che cadano sotto gli occhi d'un indifferente, che acquistino la pubblicità d'un giornale o d'un giudizio, parranno scempie, o esagerate. Or la fede è il cuore che sente, non la ragione che pruova.

Tanto avviene della devozione, qualora vogliasi anatomizzarla con fredda critica; e atti e parole di supremo affetto per chi le usa, possono, direi devono incontrare la disapprovazione o la beffa di chi le analizza; che se furono adoprate da qualche persona di eminente santità, divengono venerabili al popolino, la cui religione tien sempre qualche cosa di vulgare, sempre qualche mistura di fanatico o di superstizioso.

Non mi dite che appunto il dovere del pastore è di correggerla, appurarla. La snaturereste. I pastori vegliano perchè non trasmodi; ma essi non ne sono gli autori; e se volessero imprimere tutti i moti a misura, la ucciderebbero. La devozione, perchè sia universale, deve abbracciare tutte le intelligenze, tutti i sentimenti; direi che bisogna si pieghi agli istinti per poterli emendare. Gli è perciò che trovansi unite le sublimità del culto con ingenuità, che oserei chiamare puerili, delle pratiche.

Riflessioni simili avrà certamente fatto più d'uno, allorchè il Ricci a certe particolari devozioni particolare guerra movea.

Del cuore, come sede degli affetti, parlano più volte le sacre scritture, anche riferendolo a Dio. Tanto più poteasi applicare a Dio umanato; e non sarebbe difficile trovare negli scrittori sacri allusioni al cuor di Gesù. L'immagine poi, sotto cui ora è presentato, troviamo distintamente indicata da san Francesco di Sales in una lettera del giugno 1611, ove alla beata Francesca di Chantal descrive l'insegna che vorrebbe dare al nuovo Ordine delle Visitandine. «Sta notte Iddio m'ha dato il pensiero che la nostra casa della Visitazione, per la grazia sua è abbastanza nobile per aver il suo blasone. E ho pensato, se voi siete d'accordo, che dobbiam prendere per stemma un cuore trapassato da due freccie, chiuso da una corona di spine, e che sostiene una croce, coi santi nomi di Gesù e Maria».

Solo un secolo dopo, la visitandina Margherita Maria Alacoque manifestò una rivelazione, dove le era imposta la devozione al sacro cuore di Gesù. Le superiore del suo convento di Paray-le-Monial reluttarono gran tempo a darle ascolto: alfine è tenuta come una santa; teologi profondi attingono da lei lumi superni; la devozione del Sacro Cuore si difonde: il padre De la Colombière, uno de' più insigni fra' Gesuiti, la propagò nell'Inghilterra, allora gelosissima contro i Cattolici, mentre nella Francia filosofistica e giansenista era invano combattuta. Subitosi istituirono congregazioni sotto quel nome, e la devozione ne crebbe tanto, che monsignore Belsunce, eroe della peste a Marsiglia, consacrò questa città al Sacro Cuore nel 1720. Vedutone universalizzato il culto, Clemente XIII nel 1763 ne decretò la festa. La nuova devozione s'attribuì a intrighi gesuitici, talchè contro di essa sbraitavano quanti erano ostili a quell'Ordine, e il Ricci con una pastorale del 1781 la interdisse nella sua diocesi.

Quanto il Sacro Cuore dai Gesuiti, tanto dai Francescani era commendata la Via Crucis, e questa pure il Ricci impedì, o almeno ordinò una variazione in cinque delle stazioni, non espressamente indicate nell'evangelico racconto. Ne nacque disputa calorosissima, a cui presero parte il Bettinelli, l'Affò, e principalmente Giovanni Maria Pujati friulano (1733-1824) che per le opinioni sue osteggiato fra' Somaschi, andò benedettino, ma presto da Monte Cassino fu dagli amici richiamato nel Veneto a forbottare in que' garriti teologici. Credo di lui una Nuova maniera di prender la Via Crucis, dedicata al Ricci: operetta arida e senza unzione, e per nulla addatta a devozione popolare.

Insieme il Ricci difondeva i libri di suo sentimento, fortunatamente ignorati fin allora alla Toscana e opuscoli di quell'erudizione triviale e incompleta, che illude gli spiriti frivoli; favorì una stamperia in Pistoja «per isvelare le ingiuste pretese di questa Babilonia spirituale che sovverse e snaturò tutta l'economia della gerarchia ecclesiastica, della comunione de' santi, dell'indipendenza de' principi»; e di là uscivano gli opuscoli giansenistici. Egli stesso mandò a tutti i parroci le Riflessioni morali di Quesnel, dichiarandolo libro d'oro; parlava continuo contro «le pretensioni ildebrandesche, il regno fratino e romanesco[481], la pertinacia de' preti e frati nel vendicarsi dei torti non solo, ma d'ogni opposizione», e così o seminava o inveleniva questioni fin allora o ignorate o non curate fra noi.

In somma venivano messi in accusa il papa e gli ecclesiastici; e il sacerdozio stesso divertivasi a screditare il sacerdozio, come si fosse «diffuso negli ultimi secoli un generale offuscamento delle verità più importanti della religione, le quali sono la base della fede e della morale di Gesù Cristo».

Davvero, allorchè la scuola di Voltaire sottominava la Chiesa, è doloroso che il clero italiano parteggiasse in capiglie interne; allorchè Cristo era deriso, si venisse a misurare l'autorità del papa; allorchè a visiera alzata dichiaravasi guerra alla Infame, si diventasse nemici per un rito, per la pluralità degli altari, la Via Crucis, il Sacro Cuore, o la Grazia efficace e la sufficiente.

Conforme alle idee dispotiche allora in moda, Giuseppe II avea tolto i seminarj diocesani, e costituito un portico teologico a Pavia, la quale divenne il quartiere generale di quella guerra da sacristia. Nella libreria Comino le opere che si spacciavano erano le Conferenze del Duguet, le Istituzioni ecclesiastiche di Dannenmayer, la Bibbia del Sacy, le opere di Arnauld, le Provinciali di Pascal, i Discorsi famigliari del Thiebaut, la Verità della religione del Dupin, e gli altri raccomandati dal Ricci. Dettava in quel portico Pietro Tamburini bresciano, che nella lunghissima vita (1736-1827) campeggiò continuo contro la primazia papale, pubblicando principalmente l'Analisi del libro delle Prescrizioni di Tertulliano, la Vera idea della santa sede e delle Congregazioni di Roma[482], e De summa catholicæ de Gratia Christi doctrinæ prestantia vel necessitate; opera tradotta in molte lingue[483].

Lo secondava e difendeva Giuseppe Zola, nato a Concesio di Brescia il 28 agosto 1739, e morto colà il 5 novembre 1806.

Brescia fioriva allora di buoni studj e di felici ingegni, quali il latinista Barzani, il poeta Colpani, i letterati Lazzarini, Capelli, Torriceni, Gradenighi, Baitelli, Duranti, Roncalli, lo Zamboni, il Rodella, il Rozzi, il matematico Scarella, i teologi Almici, Verdura, Rotigni, il canonico Bocca, il bibliotecario Doneda; merito de' vescovi Quirini, Barbarigo, Morosini, dell'abate Garbelli, del canonico Gagliardi, del conte Mazzucchelli, che gli studiosi favorivano ed ajutavano. La città affidò la biblioteca Quiriniana al giovane Zola, il quale professò teologia nel seminario, e pubblicò de Fontibus theologiæ moralis, volendo richiamare dal molinismo. Quel che diceasi partito gesuitico riuscì a far destituire e lui e il Tamburini. Ma ecco Clemente XIV gl'invita a Roma a dirigere tre collegi, ove il Tamburini fondò un'accademia teologica in cui lesse sull'Apologia di san Giustino, sulle opere d'Origene contro Celso, sulle Prescrizioni di Tertulliano: difendea la chiesa scismatica di Utrecht: consigliava gli Inglesi cattolici a prestare il giuramento prescritto. Al Ganganelli succeduto Pio VI, i due bresciani dovettero partirne dopo sei anni; ma i duchi austriaci li chiamarono professori a Pavia. Lo Sperges, referente per gli affari d'Italia a Vienna, fece dare a ciascuno quaranta zecchini per le opere che aveano presentate al trono, poi quartiere e un assegno nel Collegio Germanico Ungarico, e allo Zola mandò libri opportuni a' suoi studj. Questi nel seminario teologico, che dicemmo da Giuseppe II sostituito ai seminarj diocesani, pubblicò un'orazione del Non dissimular i mali nella storia ecclesiastica, poi i Prolegomeni dove indica le fonti della storia ecclesiastica, con un bel parallelo tra il Fleury e l'Orsi. Ne' Commentarj delle cose cristiane prima di Costantino confuta molti errori de' Protestanti, e specialmente sul piccolo numero de' martiri. Ai varj trattati anteponea sempre dissertazioni storiche, come quella sugli errori intorno alla Grazia; sempre in latino terso, ma pesante. Difese Arnaldo da Brescia, ma avendo il conte Bettoni da Brescia proposto un premio a chi scrivesse novellette ove s'insegnasse la morale, prescindendo non solo dalla religione, ma da Dio, lo Zola il disapprovò in lettera del 15 settembre 1775. I gravi lavori interruppe per sostenere il Tamburini, ed a vicenda si fiancheggiavano, egli con più erudizione, questi con più fuoco, e molto contribuirono a formare una generazione di sacerdoti, ligi all'autorità secolare qualunque volta volesse soperchiare la ecclesiastica.

Nell'Analisi delle prescrizioni di Tertulliano (1781) il Tamburini portava all'eccesso la regola desunta dalla tradizione scritta, mentre attenuava l'autorità della Chiesa viva e parlante, e alla fede surrogava la storia e la critica, rimovendo così l'elemento sopranaturale dell'infallibilità della Chiesa, che non dipende da ragionamenti umani, sibbene dal perenne oracolo dello Spirito Santo.

Capirono i buoni qual portata avesse l'attacco, e s'accinsero d'ogni parte a respingerlo, talchè egli stimò prudente appigliarsi a quistioni più mascherate, e sull'orme degli stranieri dettò la Vera idea della santa Sede. In questa sostiene apertamente che la Chiesa insegnante non si compone solo dei vescovi, ma anche dei preti e diaconi, i quali sono egualmente giudici in materia di fede, e compartecipi al governo; vuol l'unità; accetta l'infallibilità del pontefice, ma quando siavi perfetta concordia fra i membri della Chiesa, fra tutti coloro che non si sono apertamente separati dall'unità di essa.

Aggiunse, sempre ad imitazione de' Francesi, i Caratteri d'un giudizio dogmatico; Cos'è un appellante? le Lettere Piacentine, le cui principali conclusioni sono, che il giudizio dogmatico del papa non è perentorio, quand'anche suffragato dalla pluralità de' vescovi; onde si può da esso appellare; e che unico giudizio perentorio nelle quistioni è la perfetta concordia intera della Chiesa. Ognun vede come questa sia impossibile, giacchè vi mancherà, non foss'altro, il concorso di quelli che la pretendono.

Nel 1783 a Pavia fu stampato Taddæi s. r. i. comitis de Trautmansdorf, i. collegii germanici ticinensis alumni, de tollerantia ecclesiastica et civili. È un'apoteosi del poter regio, sostenendo che «non può dubitarsi del diritto regio nelle cose sacre»: che «il principe come principe ha diritto sulla dottrina pubblica, le cerimonie e i riti, e di stabilir pei comuni suffragi la pubblica religione; i sacerdoti non diferire dagli altri ufficiali dello Stato, onde spetterà all'imperante la loro elezione, e tutta l'amministrazione esterna». Fu creduta opera o dello Zola o del Tamburini, e probabilmente entrambi vi cooperarono, come trapela dalle lodi ch'essi vi diedero, e da queste parole della dedica a Giuseppe II: Illud tacere nequeo, quod, singulari munere tuo nobis concessum est: habere nos scilicet egregios duos viros J. Zolam ac P. Tamburinum celeberrimæ Academiæ professores, quorum suavissima consuetudine summaque doctrina non uti solum, sed et frui mihi fas est. Hi sane stimulos mihi addiderunt, consiliis, monitis, atque opera juverunt sua, ut hunc laborem susciperem et inceptum absolverem.

Il Tamburini la difese colle Riflessioni del teologo piacentino: poi col pseudonimo di Frà Tiburzio svelenivasi contro gli Ambrosiani di Milano, alludendo principalmente all'oblato Locatelli, il quale, nella Esposizione della dottrina cristiana per la diocesi milanese, commentò insignemente le tesi che si proponeano in quel seminario in occasione delle lauree, e che effettivamente erano il sunto del giansenismo. Esso Locatelli forse, od altri anonimi pubblicarono un foglietto di dubbj su quelle tesi, facendone spiccare i sofismi, e sommessamente domandandone schiarimenti[484]. Frà Tiburzio sostenendo le tesi, demoliva l'infallibilità della Chiesa col far infallibili tutti i membri di essa; per modo che anche un piccolo numero potevano promulgare dottrine eterodosse, purchè non si segregassero dalla Chiesa; nè questa potrebbe escluderli se non per unanime suffragio universale.

Militavano con questi campioni i fratelli padre Bonaventura e Viatore da Coccaglio, il curato bergamasco Antonio Tommaso Volpi che nella Vera idea del giansenismo confutò l'ex gesuita Luigi Mozzi, il Caissotti, che in Piemonte pose molte scuole, sciolte da ogni ingerenza religiosa.

[Il padre Viatore da Coccaglio ci ricorda Paolo Lorenzini di Scapezzano nel ducato d'Urbino, che fatto claustrale, ne uscì, abbracciò la religione evangelica a Poschiavo; malato parve convertirsi, ma poi rinnegò, e scrisse in favore de' Protestanti, cercò apostolare a Bormio, e per difendersi pubblicò Brevi schiarimenti della solenne concio-abjura di Paolo Lorenzini professore di sacra teologia, ottenebrata dalle dilucidazioni di frà Viatore da Coccaglio cappuccino: dedicato ai magnifici comuni di Bregallia, delle due Engaddine, di Poschiavo, di Brusio, di Bivio: Scoglio 1761. Con tono violento, rinfiancato da continue citazioni bibliche, difende la propria abjura, sostenendo che pastori della Chiesa sono quei soli che pascono la greggia colla parola lasciata da Cristo; mentre è invenzione il papato, il cardinalato, il semplice presbiterato; non altro riconoscere che il puro vangelo, e questo appunto egli professò nella sua abjura fatta a Poschiavo. Così prosegue i suoi schiarimenti asserendo tutte le eresie intorno alla messa, al papato, alle indulgenze, ai santi, al digiuno, alla distinzione de' peccati in veniali e mortali.

Vanno sullo stesso andare i Brevi avvertimenti sulla solenne concio-abjura di Paolo Lorenzini ecc. dementati da frà Cherubino da Bogliaco cappuccino, dedicati ai veri fedeli di Gesù Cristo. Scoglio, Gadino.

Breve disame della genealogia e integrità di Paolo Lorenzini ecc. denigrata da un iniquo carteggio dei padri Viatore e Bonaventura da Coccaglio cappuccini.]

Giovanni Cadonici veneziano, canonico di Cremona, fece la Sovranità temporale e lo spirito della Chiesa e de' sovrani, stampato a Pavia con prefazione dello Zola, e voleva il clero si sottomettesse incondizionatamente ai principi, e pregasse per loro quand'anche tiranni, giusta formole adottate ne' primi tempi e soppresse nel medioevo, ma conservatesi ne' messali ambrosiano e mozzarabo[485]. Giambattista Guadagnini (1722-1806) parroco di Cividale in Val Camonica, uno de' maggiori campioni del giansenismo, da Molino passato a Giansenio, sostenne in pubbliche dispute contro i Domenicani la dottrina di sant'Agostino, difese il Tamburini, e fece una quantità d'articoli e libretti sulle quistioni d'allora, com'erano Diatriba de antiqua paroeciarum origine; Della pretesa infallibilità de' giudizj di Roma: Difficoltà sopra l'esercizio della Via Crucis; Dello stato de' bambini morti senza battesimo; L'unico vero giansenista scoperto e confutato; Sul celibato ecclesiastico; Diritto della civil podestà sopra il matrimonio; Falsità dell'asserta lega de' teologi antimolinisti e verità della lega dei molinisti coi moderni filosofi. La Vita, o piuttosto apologia di Arnaldo, nella quale tende a difendere se stesso, mostrandolo puro d'eresie, e modello di zelo ardente e fin prudente, è libro senza bellezza nè verità, asserendo fatti falsi, avventurando congetture. Forse erano più ardite le opere che lasciò manuscritte, cioè Riflessioni sopra la caduta del principato temporale del papa, e in conseguenza della così detta corte ecclesiastica di Roma. — Sonata seconda del tamburino sopra il tamburo in proposito del diritto della podestà civile sopra il matrimonio. — Postille al catechismo di Pistoja, contro del quale Francesco Gusta avea scritto la Difesa del Catechismo del venerando cardinal Bellarmino (Venezia 1799). Esso Guadagnini sostenea pure che i casi riservati possono assolversi anche da semplici confessori senza delegazione superiore; teoria pur fiancheggiata da Luigi Litta, da Giorgio Sicardi ed altri; e confutata da Giovanni Battista Locatelli Zuccala De potestate præsbiterorum in administratione sacramenti pænitentiæ, e da Vincenzo Bossi Osservazioni teologiche e critiche sopra la diatriba della validità dell'assoluzione, ecc. Brescia 1793.

Gian Lorenzo Berti di Serravezza agostiniano (1696-1766), professore a Pisa, pubblicò una teologia (De theologicis disciplinis, Roma 1739 e 1745) che dovesse servire di testo nelle scuole degli Agostiniani. Fulgenzio Bellelli, agostiniano di Napoli (-1742), avea pure pubblicato Mens Augustini de statu creaturæ rationalis ante peccatum, e Mens Augustini de modo reparationis creaturæ post lapsum, adversus bajanam et jansenianam hæresim, dove presumeva conciliar la dottrina del vescovo d'Ippona colla bolla Unigenitus. I due teologi parvero puzzare di giansenismo, e Saleon, vescovo di Rhodes poi di Vienne, pubblicò contro di loro il Bajanismus redivivus e Jansenismus redivivus (1745), esortando Benedetto XIV a farli condannare. Ma la congregazione cui il papa ne demandò l'esame, non confermò l'accusa; e all'insistenza del Saleon il Berti oppose Augustinianum systema de gratia, de iniqua bajanismi et jansenismi erroris in simulatione vindicatum (1749). Languet, arcivescovo di Sens, si unì al Saleon per ribattere anche questa opera, fin minacciando il papa se non proibisse quel veleno; il Berti replicò, e la controversia restò a questo punto, non avendo il papa voluto condannarlo. Nel 1769 e 70 stamparonsi tre Lettere d'un dottore della facoltà teologica di Parigi, attribuite al dottor Riballier, dove è esposta la dottrina del Berti e del Bellelli, mostrando che il sistema degli agostiniani d'Italia differisce da quel degli appellanti francesi, i quali pretendeano francheggiarsi del loro voto. D'opinioni variò il Berti anche nella sua Storia ecclesiastica in sette volumi. Uno scritto pei Lucchesi contro alcune pretensioni del papa gli attirò un severo rimprovero, che dissero causasse il colpo d'apoplesia, pel quale languì fin alla morte.

Aggiungeansi i giureconsulti Gaetano Argento, Nicola Capasso, il Conforti, il De Gubernatis, il Melanede, il Pensabene, il Bianchi, il De Marco sistematicamente avversi alla curia romana per emancipare i re, pur protestando non solo riverenza al dogma, ma al papa come depositario dell'inalterabile verità; cavillosi non protestanti. Ne derivò gran turbamento nelle singole chiese: alcuni vescovi riprendeano o sospendeano qualche prete, e questo passava per martire: talvolta uno sospeso continuava l'esercizio del culto e la cura delle anime come nulla fosse: in occasione delle visite pastorali, alcuno non lasciavasi trovare in casa: ogni provedimento dava occasione a dicerie, a libelli, a recriminazioni sui giornali.

Quanti campioni, altrettanti ebbe oppositori la scuola giansenistica, appoggiati dalla condanna che le lanciò Clemente XIII. Tale Giovanni Marchetti da Empoli, autore di note alla storia del Fleury e di Annotazioni pacifiche al vescovo Ricci; Giannantonio Bianchi lucchese, teologo e giurista che confutò passo a passo il Giannone (Vedi nota 11 del Discorso LIII); i padri Lagomarsini, Sangallo, Raimondo Corsi fiorentino, Camillo Almici bresciano[486], i fratelli Ballerini veronesi, che delle decretali di Isidoro mostrarono essere false, esser di poca importanza, e che la frode venne di Germania; il Noghera valtellinese; il gesuita Luigi Mozzi bergamasco (-1813) che diede una storia dello scisma di Utrecht (1785) e delle rivoluzioni della Chiesa (1787); il padre Fortunato Majoni da Brescia, buon filosofo e matematico che fece Jansenii systema de medicinali gratia Christi methodice expositum ac theologice confutatum. L'abate Luigi Cuccagni, rettore del Collegio irlandese, incessantemente impugnò il collega Tamburini, e nelle Lettere pacifiche (19 maggio 1780) lo taccia di scarseggiare d'erudizione, e più se non avesse «l'elemosina del signor Zola». Il cardinale Agostino Orsi (1692-1761), teologo di San Marco in Firenze, diede una Storia ecclesiastica che in ventun volumi arriva appena al 600 di Cristo, confutando Bossuet e Fleury nelle opinioni antipapali: e non è superfluo il notare come la recente storia del Rohrbacher usi moltissimo e spesso copii quella del nostro, tantochè nella versione italiana non si ebbe che a riprodurre il testo dell'Orsi. In molte dissertazioni contraddice spesso i Gesuiti: ed oltre quelle sul Giudizio irreformabile di fede, della Podestà del papa sui Concilj generali, dell'Infallibilità del pontefice, è capitale per documenti e per argomentazioni l'Origine del dominio e sovranità del pontefice. Gian Vincenzo Patuzzi domenicano di Verona (1700-1769) scrisse la Difesa di san Tommaso; dello stato futuro degli empj: la difesa della storia del probabilismo del Concina; la regola delle azioni umane nella scelta delle opinioni, e altre scritture sul probabilismo, sempre combattendo la morale lassa, di cui incolpava anche il Liguori.

Gravina Giuseppe, Maria gesuita di Palermo (1702-1780), scrisse sul probabilismo e contro i Giansenisti, e sul numero degli eletti, che crede molto maggiore che quello dei reprobi, appoggiandosi a rivelazioni apocrife. Quest'opera, messa all'indice, faceva seguito a una dissertazione sul Paradiso di Benedetto Plazza gesuita di Siracusa, il quale confutò la Regolata devozione del Muratori.

Il Traversara di Faenza fece le dottrine del preteso secolo illuminato XVIII intorno la gerarchia e la disciplina ecclesiastica confrontate colle dottrine del tenebroso secolo XIV, alludendo a Marsiglio da Padova che avea conteso non valere i decreti del papa absque concessione legislatoris humani.

Antonio Valsecchi veronese diede I fondamenti della religione, e fonti dell'impietà; La religione vincitrice; La verità della Chiesa cattolica romana. Giovanni Vincenzo Bolgeni di Bergamo (1733-1811), dopo la soppressione de' Gesuiti fatto da Pio VI teologo penitenzierie, scrisse varie opere polemiche[487], impedì una correzione che a Pavia volea farsi al catechismo del Bellarmino; e paragonò i Giansenisti ai Giacobini; ma avendo difeso il giuramento che la repubblica romana esigeva dagli impiegati, eccitò indignazione, e dovette ritrattarsi avanti al conclave raccolto in Venezia[488].

Il domenicano Tommaso Mamachi di Chio, nella propria casa a Roma teneva una specie d'accademia, ove discutere gli argomenti d'attualità, e scrisse sopra molti punti d'erudizione ecclesiastica, fra' quali la Pretesa filosofia dei moderni increduli; Epistola ad J. Febronium de ratione regendæ christianæ reipublicæ, deque legitima romani pontificis auctoritate. Fu maestro del sacro palazzo, e diresse il Giornale Ecclesiastico, cominciato a Roma il 1788 per sostenere i diritti papali in contrapposto alle Novelle ecclesiastiche di Parigi, al Giornale letterario de' confini d'Italia, agli Annali ecclesiastici di Firenze[489].

Fu de' più battaglieri Francesco Zaccaria di Poppi gesuita (1714-95), che girando a predicare, raccolse molti documenti ignoti e li pubblicò; assistette i suoi confratelli nelle polemiche; ai Bollandisti somministrò molte notizie, e più di cento opere lasciò, di cui in Francia bruciaronsi alcune. Quasi intaccassero le libertà gallicane e la fedeltà al sovrano. La sua Storia letteraria d'Italia, specie di giornale, è una delle migliori fonti, benchè giudichi spesso a passione, e gli abbia attirato un'infinità di nemici. Oltre la Storia polemica del Celibato (1774), la Denunzia solenne fatta alla Chiesa, e ai principi cattolici di un anticristiano e impudentissimo scartafaccio stampato in Italia colla falsa data di Londra, e intitolato: «Il dominio spirituale e temporale del papa, o siano Ricerche sul vicario di Gesù Cristo e il principe di Roma» (1782), dobbiamo memorare principalmente il suo Antifebronio [L'Antifebronius dello Zaccaria fu riprodotto testè nel Cours compléte de théologie de l'abbé Migne. T. XXVII] in quattro volumi in italiano (1770) e in latino (1771), poi più ordinato il Febronius abreviatus cum notis, ove dichiara: «Il monarcato del papa sostengo, non dispotico nella Chiesa, non qual lo fingono Febronio e suoi, ma stretto fra certi limiti, quale ce lo mostrano le sacre pagine e la tradizione»[490].

Il secolo nostro men che mai ha diritto di meravigliarsi se intitolavansi liberali quei che fiancheggiavano l'assolutismo dei re, e che trovavano favore principalmente dai principi austriaci di Lombardia e di Toscana. Tali erano in generale i legulej per abitudine antica, i magistrati per desiderio di soperchiare; il bel mondo per ispasso. A gloria d'essi austriaci mancava che anche i vescovi contrafacessero al papa, e in fatto al congresso di Ems i prelati di Germania, sotto la presidenza dei principi elettori del Reno e del primate di Salisburgo, auspice Giuseppe II, clamorosamente contrastarono di giurisdizioni con Pio VI. Volle imitarli l'Italia.

La vicinanza della Toscana agli Stati Pontificj avea moltiplicato i punti di contatto, e in conseguenza di conflitto fra i due Governi; e il liberalismo di que' ministri si pompeggiava nel sottrarre facoltà a Roma per arrogarle ai principi. Fin il debole Gian Gastone, ultimo de' Medici, avea proibito all'arcivescovo Martelli di pubblicare il sinodo diocesano, e intimavagli che «non può ingerirsi che nel mero spirituale, e non vogliamo proceda contro i laici con pene temporali, per qualunque titolo potesse allegare». Francesco di Lorena, ispirato da Giulio Ruccellaj[491] capo della giurisdizione e avversissimo alle pretensioni ecclesiastiche, limitò gli acquisti delle manimorte, tolse al sant'Uffizio la censura dei libri, e ne' processi gli aggiunse due assessori.

Pure al nunzio competevano sempre la giurisdizione ecclesiastica, il conceder alcune indulgenze e dispense per peccati occulti o casi riservati e per mangiare grasso, il commutare voti, legittimare spurj, vendere o livellare beni ecclesiastici, ed altri attributi che pareano incomportabili colle nuove idee del potere principesco. Pietro Leopoldo, aspirando alle lodi dei Giansenisti e de' filosofi, tolse ad imitare suo fratello Giuseppe II, il cui distintivo fu l'avversione al clero[492]: sicchè pose la mano negli ordinamenti della Chiesa con ruvidezza e dispregio; cassò il tribunale di nunziatura e l'immunità de' beni ecclesiastici, gli asili, il mendicare; abolì duemilacinquecento confraternite, tutti gli eremi e molte fraterie, tra cui, con comune dispiacere, i Barnabiti, che applicavansi all'istruzione con gran soddisfazione de' genitori; limitò le monacazioni; vietò i pellegrinaggi e qualunque pubblica devozione non autorata dal Governo, e le esteriorità nelle esequie, e il pubblicare le censure contro chi mancasse al precetto pasquale; modificò le curie vescovili; dispose del patrimonio delle chiese; mutò destinazione a pii lasciti, ne vendè i beni, restrinse le parrocchie, istituì un'amministrazione del patrimonio ecclesiastico, preseduta dal Ricci, al quale pure concesse alcuni conventi, di cui avea soppressi i monaci; regolò le dispense matrimoniali, l'età della monacazione, e i voti e la clausura; ai parroci, eletti tutti per concorso e con una stabile congrua, i vescovi comunicassero le facoltà de' casi riservati; i vicarj generali dovessero ogni tre anni approvarsi dal principe; nessun decreto valesse senza l'exequatur governativo; ne' dubbj come ne' bisogni i vescovi si volgessero a lui, tutto disposto ad esaudirli, ma non prendessero mai ingerenza nel governo.

In queste innovazioni era contrariato dall'arcivescovo di Firenze[493], ma quando leggiamo il tono dimessissimo con cui questi esponeva le sue querele anche in materia di tutta competenza ecclesiastica[494], ci rallegriamo che persecuzioni più apertamente illiberali abbiano restituita oggi al vescovado la dignità, che ipocrite protezioni gli avevano sminuita.

Di rimpatto il granduca era ispirato, o piuttosto secondato dal Ricci vescovo di Pistoja, che finamente adulando, gl'insinuava di far valere l'onnipotenza regia. Dico fina adulazione il rimpianger i tempi di Teodosio, quando il «popolo, meglio inteso de' diritti, o vogliam dire dei doveri di un sovrano verso le cose e le persone ecclesiastiche, lo chiamavano e lo riguardavano come vescovo esteriore. La calamità dei tempi ha fatto scordare questi titoli... e poichè ella vuol regnare più sul cuore che sul corpo dei sudditi, niuna cosa tanto è in cui le bisogni persuaderli, quanto in ciò che appartiene alla religione». E soggiunge: «Quanto alle materie (delle riforme) l'altezza vostra non ci troverà cosa che non sia di sua competenza: o sono canoni proprj della Chiesa, fatti nei generali o particolari Concilj, o sono cose che riguardano la esteriore disciplina. In tutti i casi all'altezza vostra conviene come protettore e difensore della Chiesa il rammentare e proteggerne i canoni, e come sovrano lo stabilire quello che il bene di essa richiede».

Con ciò gli attribuiva anche la potestà di abrogare i canoni, e stabilirne dei nuovi, quando lo richiedesse il bene della Chiese! «Solo dai buoni studj (aggiunge) può sperarsi una felice rivoluzione negli Stati; finchè gli studj saranno fatti secondo il sistema fratino, e secondo le mire della Corte romana, i sudditi saranno ignoranti e superstiziosi, e addetti a Roma... Si è dunque creduto bene l'ingiungere (negli studj) l'obbligo di tenere la massima importantissima della indipendenza della potestà temporale dallo spirituale. Se vostra altezza ha queste, può dire di aver tutto quello che è necessario perchè sia ben ricevuta ogni riforma ecclesiastica».

Allorchè Pio VI si lamentò che il Ricci, nel turpe processo delle monache pistojesi, avesse dato pubblicità a impudicizie, che era carità o prudenza ricoprire, Leopoldo chiamossene offeso, e dal ministro Piccolomini fecegli scrivere, sperava che, «fatte migliori riflessioni, darebbe ad esso prelato qualche contrassegno di propensione, e al granduca qualche motivo di essere meno disgustato dell'avvilimento in cui vede che la Corte romana riduce i vescovi quando non sagrificano col proprio dovere i loro diritti, per lasciare tutta l'estensione a quelli che Roma pretende»[495].

Tale linguaggio al papa cattolico potea tenere allora un arciduca d'Austria, che poi al teologo ducale scriveva essere «Stanca sua altezza reale del mal umore, animosità e contegno molto strano, col quale il santo padre tratta gli affari della Toscana». Tanto bastava per farlo applaudire dai liberalastri. I Punti di vista, da S. A. R. spediti a tutti i vescovi della Toscana sotto il 26 gennajo 1786, sono una specie di pastorale, dove esso ingiunge loro di convocare ogni due anni sinodi diocesani, in cui esaminare varj punti, fra' quali, introdurre migliori libri di devozione, impedire tanti giuramenti, anche ne' tribunali; se espurgare i breviarj dalle legende false o erronee; se amministrare i sacramenti in vulgare; se restituire l'elezione de' parroci al popolo, il quale scelga tre elettori, che coi parroci anziani del distretto presentino al vescovo il soggetto; il clero sia educato uniformemente: si formino molti libri ad uso dei parroci, a' quali raccomandansi la Regolata devozione del Muratori, la Storia ecclesiastica di Bonaventura Racine, noto portorealista; il corso di teologia morale del Tamburini; i Costumi degli Israeliti e de' Cristiani e i Discorsi sulla storia ecclesiastica del Fleury; dove si noterà non trovarsi indicate le Istruzioni di san Carlo. Proponeasi pure che tutti si conformassero alle dottrine di sant'Agostino sopra la Grazia. E perchè non restasse dubbia l'intenzione, il quinto punto esprimeva doversi «rivendicare all'autorità de' vescovi i diritti originarj loro, statigli usurpati dalla Corte romana abusivamente».

Non è da credere che tutti accettassero questi punti colla sbadataggine dei tempi, in cui i caratteri sono snervati; ed oltre i molti opuscoli stampati «in Ferrara, in Assisi, in Roma, non contro il Ricci solo, ma contro il gran duca e la maestà dell'imperatore, e col ministero de' frati divulgati per tutta Italia»[496], nell'archivio Ricci trovammo delle controsservazioni di granpeso (al Nº 28); fra il resto mostrando che sant'Agostino è degno d'ogni venerazione, ma la Chiesa non riconosce l'infallibilità in nessun dottore dopo gli apostoli. I vescovi di Colle e di Chiusi obbedirono, raccogliendo subito i sinodi diocesani, e decretandovi secondo l'ispirazione del granduca; ma quello che il Ricci adunò, segnò gran posto nella storia ecclesiastica col titolo di sinodo di Pistoja. V'invitò quanti in Italia favorivano il partito che diceasi regalista; quali il genovese Eustachio Degola (1761-1826) difensore di frà Paolo, e dappoi amico del famoso vescovo Gregoire e compilatore degli Annali politico ecclesiastici, ove sosteneva la religione esser fondamento della libertà[497]: Vittorio Sopransi milanese carmelitano, critico severo delle omelie del vescovo Turchi; il Pujati suddetto, professore a Brescia e a Padova, autore di moltissimi opuscoli e traduzioni sulle controversie del giorno[498]; i fratelli Cestari, l'orientalista padre Giorgi, il torinese Gautieri filippino, l'astigiano Vallua, Benedetto Solari vescovo di Noli, il Cadonici di Cremona, i bresciani Guadagnini, Zola, Tamburini; Martin Natali professore al portico teologico di Pavia; i toscani abate Tanzini di Firenze, Fabio de Vecchi di Siena, Ricasoli[499] ed altri, ne' cui scritti innumerevoli[500] non mancano le cognizioni teologiche, nè le storiche nè le sociali, bensì l'elevazione interiore e quello spirito di carità e rispetto filiale che si vorrebbe sempre nelle quistioni ecclesiastiche.

Presidente al concilio il Ricci, vicepresidente Giuseppe Paribeni professore dell'Università: il Tamburini, promotore e anima di quel sinodo, disse l'orazione inaugurale, e col Palmieri ebbe l'incarico di redigere i decreti. Si cominciò col recitare i salmi LXVIII Salvum me fac e LXXVIII Deus venerunt gentes; del resto ogni passo fu dato sulle orme degli appellanti francesi. È superfluo dire che ciascun punto vi era discusso con gran varietà, e da taluni con un'audacia che strisciava all'eresia; e si faceano correzioni, variazioni, proteste.

Molto vi si dissertò sopra la natura e gli effetti della Grazia, e furono accettate le dottrine che attribuivansi a sant'Agostino, e la fede esser la prima grazia, proposizione condannata dalla bolla Unigenitus: adottando secondo Bajo e Quesnel, la distinzione dei due stati e due amori, l'impotenza della legge di Mosè, la dilettazione dominante della Grazia e l'onnipotenza sua, e la poca efficacia del timore. L'indulgenza assolve solo da penitenze ecclesiastiche, e il tesoro soprarogatorio de' meriti di Gesù Cristo e la sua applicazione ai defunti son invenzioni degli scolastici: come è baja il limbo de' bambini.

Per la confessione è abolita la riserva de' casi: e la scomunica non ha altra efficacia che esterna.

Intorno all'Eucaristia si fece un'estesa e sviluppatissima professione. «E poichè si è introdotta nel popolo la falsa opinione che quelli che somministrano ad un prete una elemosina colla condizione che questo celebri una messa, percepiscono dal sacrificio un frutto speciale, il sinodo comanda ai parroci d'insegnare al lor gregge che il sagrificio della messa è d'infinito valore, ma che l'applicazione dei frutti di esso dipende da Dio, e che la maniera di parteciparvi maggiormente si è di unirsi con ferma fede e con spirito penitente e acceso di carità col sacerdote nell'offrirlo; che essi avranno il merito dell'elemosina quando l'abbiano fatta per spirito di carità; poichè Dio non riguarda il dono, bensì la pietà del donatore».

Nel matrimonio pregavano il granduca a dichiararlo contratto civile, ma metteano la necessità della benedizione, che conferisce la grazia necessaria a sostenere il peso conjugale. I principi possono stabilirvi impedimenti.

Nelle sette sessioni fu decretato che i vescovi sono vicarj di Cristo, non del papa; e da Cristo immediatamente tengono le facoltà per governare la loro diocesi, onde non si può nè alterarle nè impedirle: anche i semplici preti hanno voce deliberativa nei sinodi diocesani, e al pari del vescovo decidono in materia di fede. La Chiesa non può introdurre dogmi nuovi, nè i suoi decreti sono infallibili se non in quanto conformi alla sacra scrittura e alla tradizione autentica.

Nelle chiese vi abbia un unico altare, non quadri che rappresentino la santissima Trinità in attitudine mondana; non si veneri un simulacro più che l'altro; non il cuore carneo di Cristo; facciasi in vulgare la liturgia e tutta ad alta voce. Ogni fedele deve leggere la sacra scrittura, a tal fine volgarizzata. Proponeasi di ridurre i monaci a un Ordine solo, ed escludere i voti perpetui.

Il capo X versa tutto sul giuramento, ed è notevole come il Ricci, proponendo poi una legge pel granducato dicesse: «Non è parso conveniente introdurre il giuramento di fedeltà de' vescovi. Ogni suddito è astretto a questa fedeltà e soggezione al suo principe anco per dovere di coscienza: l'obbligo è più forte per un vescovo»[501].

Repudia molte definizioni dogmatiche degli ultimi secoli, quali abusi d'autorità che la divina provvidenza ha permessi per tentazione e prova dei suoi servi; sarebbe nuovo abuso dell'autorità il trasportarla oltre i confini della morale e della dottrina, estendendola a cose esteriori, e colla forza esigendo quel che dalla persuasione e dal cuore dipende, attesochè il divino Redentore ha ristretto tutte le facoltà della Chiesa allo spirito. Qualvolta i pastori travalichino questi limiti, perdono il diritto alla assistenza promessa, e le loro determinazioni sarebbero usurpazioni, atte a seminare scandalo e divisione nella società[502].

Si accettavano le quattro proposizioni della Chiesa gallicana, includendole nel decreto De fide, e i dodici articoli del cardinale Noailles: approvaronsi le riforme introdotte dal granduca e dal Ricci, e si prescrisse il catechismo, allora pubblicato dal Montazet arcivescovo di Lione. La professione di fede doveva essere siffatta:

«Io credo e confesso con ferma fede tutti gli articoli del simbolo degli apostoli. Ammetto e abbraccio con tutta fermezza le tradizioni degli apostoli e della Chiesa, con tutte le osservanze, usi e canoni di quella. Ricevo la sacra scrittura secondo il senso che ha sempre tenuto e tiene la nostra santa madre Chiesa, alla quale appartiene il giudizio e le interpretazioni, e giammai non la prenderò nè la esporrò che secondo il comune consenso de' padri. Confesso i santi sacramenti della nuova legge, istituiti da nostro signor Gesù Cristo: ricevo inoltre e ammetto le cerimonie approvate e usate dalla Chiesa nell'amministrazione di questi sacramenti. Io professo che nella santa messa si offerisce a Dio un sagrifizio vero, che è propiziatorio per vivi e per morti; e che nel sacramento dell'Eucaristia sono realmente, veramente e sostanzialmente il corpo, il sangue, coll'anima e divinità del nostro salvatore Gesù Cristo, e che in quello è fatta una conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo, e di tutta la sostanza del vino nel sangue; la quale conversione viene chiamata dalla Chiesa transustanzazione. Confesso inoltre che sotto una delle specie si prende e si riceve Gesù Cristo tutto intero, e il suo vero sacramento. Credo che vi ha un purgatorio, e le anime che vi si ritrovano possono essere sollevate dai suffragi e dalle buone opere de' fedeli. Che si debbono invocare i santi e venerare le loro reliquie, e le loro immagini. Confesso che nostro Signore ha lasciato nella sua Chiesa la facoltà di assolvere dai peccati, per enormi che possano essere, e di accordare le indulgenze. Io riconosco la santa Chiesa cattolica apostolica romana essere la padrona e la madre di tutte le chiese, e prometto e giuro obbedienza al pontefice romano, successore di san Pietro principe degli apostoli e vicario di Gesù Cristo. Io faccio professione di tutto quello che è stato determinato dai Concilj generali, e massime dal sacro Concilio di Trento intorno al peccato originale e alla giustificazione. E insieme detesto, riprovo e condanno quanto è contrario a quelli, e generalmente tutte le eresie che furono condannate dalla Chiesa, protestando che io voglio vivere e morire nella fede che abbraccio presentemente mediante la grazia di Dio. Ciò prometto e giuro; e così mi ajuti Iddio e i suoi santi evangelj, che io tocco».

Il granduca, nella circolare 26 gennajo 1786 chiariva di «considerare come suo primo e principale dovere il procurare che l'esercizio della nostra santa religione sia purgato dagli abusi e pregiudizj e da tutto ciò che impedisce che la medesima venga ricondotta alla sua vera e giusta perfezione, semplicità e splendore». Pertanto dalla real villa di Castello seguitava con giornaliera sollecitudine ogni passo del sinodo: allontanò il Marchetti ed «altri imbroglioni» che poteano mettere di mezzo le pretensioni romane: traeva ragione di rallegrarsi dal vedere i più attenersi puntualmente alla sua circolare, e sebbene non mancava chi resistesse, stimò potersi fidare a convocare un Concilio nazionale, cioè di tutta la Toscana, per fissare stabilmente e uniformemente in tutto lo Stato uno piano uniforme di dottrina e di disciplina ecclesiastica. Diffidavano dell'esito le persone meglio avvedute, e nominatamente il senatore Gianni, il più liberale fra' consiglieri del granduca, ma per disporlo lo persuase che nel 1787 chiamasse i tre arcivescovi e quindici vescovi nel palazzo Pitti ad una conferenza preparatoria ove potessero menare consultori e canonisti, purchè non frati[503]. Ivi pure il Ricci propugnava continuo le dottrine giansenistiche, presentava come modello il sinodo scismatico di Utrecht del 1663, ed esortava i vescovi a imitarlo, accettando i curati come giudici, e premuniva contro gli intrighi della Corte di Roma che adoprerà i monaci e il nunzio per mandare l'opera a vuoto, attribuiva ogni autorità al principe, o almeno agguagliavala a quella del sinodo tridentino col professare che si operava «in conformità di quanto ha prescritto quel sinodo, e degli ordini e istruzioni sovrane veglianti nel granducato».

Ma non vi trovò tanta adulazione come a Pistoja, e savj oppositori non lasciarongli attuare i progetti: e il granduca sciogliendo l'assemblea, con severe parole non dissimulò ai vescovi d'andare poco soddisfatto perchè avessero secondato le sue intenzioni.

«Calvino invade l'Italia», diceano i timorati. «Finalmente si vedrà repressa la tracotanza de' papi», diceano i regalisti. Ma da una parte molti ecclesiastici repugnavano al preteso ripristino de' vescovi negli antichi diritti e al nuovo giuramento; dall'altra sulla scena, fra vescovi e cortigiani, intrometteasi un attore nuovo, quel che a vicenda si divinizza col nome di popolo, si vilipende col titolo di vulgo. Nelle Fiandre si era esso furiosamente levato contro le innovazioni religiose, introdotte colà pure da Giuseppe II, oltraggiò i professori del nuovo seminario, ruppe alfine in aperta rivolta. Anche in Toscana, mentre i discoli buffoneggiavano quelle controversie[504], il popolo, affezionato alla religione degli avi, di sinistro occhio avea guardate quelle riforme del Ricci; il quale, gonfiato dall'aura principesca, facea recitare in vulgare i salmi, cambiava il fructus ventris nell'Ave Maria, alle litanie della Beata Vergine sostituiva quelle di Gesù, levava gli ornamenti preziosi dalle chiese, spogliando il culto del suo splendore e interrompendo pratiche care alla pietà, quale la funzione della notte di Natale. Quando si celebrò in italiano, e il prete alla fine si voltò a cantare «Andate, la messa è finita», fu uno scoppio di risate; scoppio d'indignazione nell'udir battezzare «per Dio vero, per Dio santo». I libri di pietà da lui raccomandati, stracciavansi e si gettavano negli immondezzaj: sulle pareti scrivevansi ingiurie, e si trovò appiccicato alla porta del duomo un cartello con Orate pro episcopo nostro eterodoxo.

Il Ricci aggiunge che s'insinuava non apertamente ma sordamente l'insubordinazione contro Leopoldo, quasi camminasse sulle traccie d'Enrico VIII, «il che però non fu chiaramente detto»: che s'attentò fin alla vita del vescovo: insinuazioni solite de' partiti, e che l'onest'uomo disdegna, ma che davano pretesto di ricorrere alla protezione sovrana, e d'ottenere guardie e castighi. Essendosi poi sparso che il vescovo volesse togliere dalla cattedrale di Prato l'altare ove si presta particolare venerazione alla cintola della Beata Vergine, que' plebani tumultuarono, e il 20 maggio dell'87 invasero la chiesa, cantando e sonando nei modi che il Ricci proibiva; arsero il trono e gli stemmi di questo, e i libri portanti novità; riposero in venerazione le reliquie ch'erano state sepolte, e sepellirono invece le pastorali del Ricci; e in onta di lui si diedero a fare processioni e litanie e venerare le immagini.

La popolaglia non si ferma a mezzo nelle sue dimostrazioni; la fiera sollevazione usò sgarbi a chi più si era appassionato nelle novità, e son curiose le lettere ove essi ragguagliano il vescovo degl'insulti che ricevettero. Il granduca, professando «di non aver la minima paura, e che il Governo volea procedere col massimo rigore», represse i riottosi, e ventotto volle puniti in pubblico colla frusta, ventuno condannati alla reclusione e sette alla milizia; esprimendo non facea di peggio per condiscendere al Ricci.

Questi era rimasto immune, ma non convertito; nè il fu dalla bolla dogmatica Auctorem fidei del 28 agosto 1794, ove Pio VI condannava ottantacinque proposizioni di quel sinodo, di cui sette qualificava eretiche. Tali erano: essersi offuscate le dottrine e la fede di Cristo; la podestà esser data alla Chiesa, e dalla Chiesa riceverla i ministri; esser abusi il fôro esterno e il potere giudiziale coattivo della Chiesa; il vescovo ricevere da Dio tutti i diritti occorrenti a reggere la diocesi, a giudicarvi, a riformarne le consuetudini e le esenzioni, nè questi diritti potersi alterare o impedire: le riforme eseguirsi in sinodo dal vescovo e dai parroci con voto deliberativo; essere stato costume de' secoli migliori che i decreti e le definizioni anche de' Concilj non fossero accettate se non coll'approvazione del sinodo diocesano.

Altre proposizioni si notavano come erronee, sovversive della gerarchia ecclesiastica, false, temerarie, capricciose, ingiuriose alla Chiesa e alla sua autorità, conducenti al disprezzo dei sacramenti e delle pratiche sante offensive alla pietà de' fedeli: e a ciascuna proposizione si indica il motivo della riprovazione, o perchè già condannata in Wiclef, in Lutero, in Bajo, in Quesnel, in Giansenio, o perchè opposta ai decreti di Trento, o lesiva dei diritti de' Concilj generali.

Vaglia il vero, se ogni sinodo diocesano si arrogasse di definire sulla podestà, sul dogma, sulla disciplina, ove sarebbe più l'unità ecclesiastica? Coll'esagerare i diritti dell'episcopato, lentavansi i legami gerarchici colla sede romana, e riducevasi il papa a nulla più che «il primo tra i vicarj di Gesù Cristo». Com'è divino, sebben delegato, il ministero de' curati, così asserivasi divina la loro istituzione, e quindi faceansi congiudici nel sinodo.

Tutti i vescovi aderirono alla bolla Auctorem fidei, eccetto due di Toscana e Benedetto Solari di Noli, in cui difesa scrisse un anonimo, confutato poi dal Gerdil. E del Gerdil credeasi lavoro meditatissimo questa bolla. Prima d'emanarla erasi invitato a Roma il Ricci per iscagionarsi; egli non v'andò; pubblicata che fu, denunziolla al Governo toscano come attentatoria ai regj diritti. Perocchè, abbandonato dal popolo, dai pensatori, dagli ecclesiastici, egli s'appoggiava affatto al granduca, al Governo. Fin dal primo tempo che fu accusato di eterodossia, aveva diretta al granduca una difesa «di quelle verità che l'ildebrandismo chiama eresie». Al modo stesso Febronio si professava cattolico: ma quando Roma lo condannò, il 27 febbrajo 1766, oppose che la Corte di Vienna e auliche magistrature l'aveano approvato.

Fallita l'idea del Concilio, il Ricci propose al granduca una legge, nella quale ordinava secondo le idee pistojesi tutto quanto concerne la Chiesa, con arbitrio cesaresco e con sanzioni rigorose, fin a proibire a qualunque stampatore di pubblicare libri o fogli che trattassero di tali materie[505].

Stampò anche un'apologia: il granduca, ormai unico suo sostegno, mandò in esiglio il Marchetti, autore delle Annotazioni pacifiche, e cercò gli autori del Dizionario Ricciano, ove di sarcasmi e celie opprimevasi il vescovo; ad istanza del Ricci fe pubblicare gli atti del sinodo; e anche dopo divenuto imperatore, raccomandava di tenere man forte nella diocesi di Pistoja contro gli emissarj e gli aderenti di Roma, cioè quelli che voleano ancora esercitar le devozioni al modo avito, e sepellire i loro morti con croci e lumi. Fatto è che il Ricci rinunziò, e il suo gregge ne fu lieto[506].

Esso Ricci durava in assidua corrispondenza coi prelati che più mostravansi avversi ai diritti papali: al conte di Bellegarde vescovo, e così al Colloredo arcivescovo di Salisburgo offriva di diffondere le opere in quel senso; col Gregoire consolavasi che «mercè di lui, una sacra filosofia cristiana va a succedere alla superstizione e all'irreligione che afflissero la Chiesa di Gesù Cristo» (10 marzo 1794): e il 14 giugno 1794 in cattivo francese «Il papa è ora alla Certosa di Firenze. La scandalosa condotta de' suoi famigliari contribuisce non poco ad abbattere l'opinione che il popolo ne avea. Dio voglia fargli misericordia! la Corte che lo circonda ha altrettanto orgoglio quanto aveva a Roma», e soggiunge che spende moltissimo, che mangia di grasso in giorno di digiuno: «Nulla m'ha più persuaso del cattivo stato in cui ci tuffava la bolla Auctorem, fatta sotto la scorta dei Gesuiti e del metafisico Gerdil, il gran consigliere del re di Sardegna di cui fu precettore». Vanno sull'egual tono altre lettere allo stesso. All'abate Giudici di Milano largheggia lodi perchè ama e professa la religione senza rinunziare alla ragione e al buon senso; e gli augura lena e vigore per difenderla dagli attacchi de' Saducei e de' Farisei moderni, che sono tanto peggiori quanto più coperti nemici della casta sposa di Gesù Cristo. A Ferdinando Pancieri parroco di San Vitale, nel maggio del 1794 scrive: «Io per me non ho mai dubitato che Roma sia quella Babilonia di cui si parla nell'Apocalisse, in Geremia ecc. Credo che lo spirito tutto carnale di quella curia ci adombri quella prostituta, che opera il male e se ne pavoneggia. Ma quanti secoli sono che questo scandalo regna? Chi ci dice che cesserà?»

Ma i tempi si erano fatti grossi; la rivoluzione francese convelleva dalle radici l'antica società; e la perpetuità cattolica trovossi a fronte coll'idea quotidiana, il vangelo coi giornali. Mentre fin là i principi eransi adombrati del clero come troppo favorevole al popolo, al popolo fu presentato il clero qual sostegno dell'assolutismo; e la rivoluzione, non men dispotica dei re, arruffò le cose religiose, e volle comandare alle coscienze. L'Assemblea Nazionale decretò che ciascun dipartimento di Francia formasse una sola diocesi, e ne assegnò il capoluogo; le divise fra dieci metropoli, cassando le altre; proibì di riconoscere l'autorità d'un vescovo o metropolita, la cui sede fosse in paese straniero; soppresse i capitoli, le collegiate, le abbazie, i priorati, le cappellanie, i benefizj, eccetto i vescovadi e le parrochie; ogni nuovo vescovo non s'indirizzerà al papa per ottenere la conferma, solo scrivendogli come a capo visibile della Chiesa universale; ma la conferma chiederà al suo metropolita o al vescovo anziano della provincia. Stabiliva il modo d'elezione dei vescovi e dei parroci, affidata a un corpo elettorale, abolendo i patronati laicali. Il vescovo e pastore immediato della parrocchia episcopale, con un determinato numero di vicarj che l'amministrino, e formino il consiglio permanente del vescovo, che senza di loro non potrà esercitare verun atto di giurisdizione pel governo della diocesi. Al vescovo e al suo consiglio spetta la nomina de' superiori del seminario, che son membri necessarj del consiglio del vescovo. Al primo od al secondo vicario della chiesa cattedrale spetta il diritto di sostenere le veci del vescovo in sede vacante, sì per le funzioni curiali, sì per gli atti di giurisdizione.

È questa la famosa costituzione civile, che il Thiers dice «opera dei deputati più pii, più sinceri dell'Assemblea, senza di cui i filosofisti avrebbero trattato il cattolicismo come le altre religioni». Così l'avessero trattato! ma questa era un'applicazione del giansenismo, e fu dai Giansenisti proposta e accettata come un mezzo di salvar almeno qualcosa: mentre la libertà qui pure avrebbe prevenuto gl'immensi mali derivati da questa mostruosità di trasformare i preti cattolici in semplici filosofi, che continuassero a dir messa senza creder nè al vangelo nè alla Chiesa, nè alla divinità di Cristo: conservare il culto come pascolo del popolo e salvaguardia della sua moralità; commettere cioè una grande ipocrisia, quasi fossesi conservato il fondo. Così costringendo i preti a giurare d'essere fedeli alla nazione, alla legge, al re, alla costituzione decretata, la Costituente obbligò gli onesti a separarsi dalla rivoluzione, gettò la divisione nelle coscienze e negli atti, e rese necessarie le migliaja di supplizj, che fanno ancora esecrata la memoria di quei tempi.

Il granduca, che era passato imperatore di Germania, trovò allora la necessità d'introdurre rigori anche nella mite Toscana, e di ristabilirvi la pena di morte, che in placidi tempi aveva abolita[507]. Ma poco tardò il torrente a valicare le Alpi, e innondare anche la beata Toscana, sovvertendovi religione, leggi, consuetudini, pensare; il che allora come altre volte s'intitolava liberazione.

Il popolo, colle solite ingiustizie, attribuiva a chi desiderava una novità l'approvazione di tutte le novità; e per lui giansenista equivalse a giacobino. Nicola Spedalieri, nel libro che gli fu fatto scrivere sui diritti dell'uomo intitola un capitolo «Il favore accordato all'ipocrisia del giansenismo è mezzo distruttivo della religione e del principato» e sosteneva che «l'idolo del giansenismo è la democrazia, come nel governo della Chiesa, così nel governo civile».

Il Ricci era propenso alle idee rivoluzionarie; ma sentendone l'eccesso, pubblicò un'istruzione pastorale sopra i doveri dei sudditi, ove dice: «La debolezza in cui nasce l'uomo, e i continui bisogni che in ogni età l'accompagnano, ai quali senza l'altrui ajuto non può soddisfare, sono altrettante voci, che, sempre vive nel fondo del cuore di ciascheduno, lo avvertono incessantemente, e lo convincono essere fatto l'uomo per vivere in società. Ma come mai gl'interessi di tutti gl'individui, che, a motivo delle passioni che agitano l'uomo, gli uni agli altri si oppongono e si urtano assieme, potranno essere diretti allo scopo del pubblico bene senza un capo che da tutti indipendente e superiore a tutti, vegli al buon ordine, alla prosperità ed alla sicurezza del corpo? Da questo così semplice principio con facile raziocinio si ricava, che, siccome Iddio è il creatore dell'uomo, e l'autore di quella dolce tendenza, che ha a vivere in società, così dee essere anco l'autore della podestà dei sovrani, senza la quale la società medesima non potrebbe sussistere. E perciò le loro persone son sacre e inviolabili, a loro si dee rispetto e sommissione, ed alle loro leggi e ordinazioni una esatta ubbidienza. Nè vi lasciate ingannare da qualche preteso filosofo, che sotto il falso pretesto di amore all'umanità, rovescia i fondamenti della società medesima, facendo i sovrani ministri del popolo e non di Dio. Poichè quantunque la forma del governo venga originariamente dalla scelta e dal consenso dei popoli, nondimeno l'autorità del sovrano non viene dal popolo, ma da Dio solo. Perchè ha bensì dato Iddio al popolo la podestà di scegliersi un governo, ma in quella guisa che la scelta di quei che eleggono il vescovo, non è quella che lo fa vescovo, ma fa duopo che l'autorità pastorale di Gesù Cristo gli sia comunicata per mezzo della ordinazione, così non è solo il consenso dei popoli che fa i sovrani legittimi, e dà loro un vero diritto su i sudditi; onde è che l'apostolo non chiama i principi ministri del popolo, ma di Dio, perchè da lui solo riconoscono la loro autorità. Fatta poi una volta la scelta del governo, l'autorità legittima di fare le leggi risiede unicamente, e privatamente nel sovrano che lo amministra. Questo negli Stati successivi non muore giammai, ma perpetuandosi l'esercizio di sua autorità nei legittimi successori, ci obbliga a rispettare sempre in essi la immagine visibile dell'autorità di Dio invisibile. La Religione che, lungi dall'essere alla ragione contraria, anzi tanto la perfeziona quanto ne è superiore, di così sfavillante luce ha rivestito queste verità, e con tanta chiarezza in tutta la loro estensione a tutto il mondo le ha proposte, che ignorarle è colpa, e il tentare di alterarle, e porvi dei limiti non può essere che effetto di una fina malizia».

Pure quando al clero francese fu imposto di dare il giuramento alla costituzione civile, ai vescovi che ribellavansi al papa egli aveva indirizzato una Risposta ai quesiti sullo stato della Chiesa in Francia, propugnando i decreti dell'Assemblea Costituente. Al mutar dunque delle cose egli aderì ai nuovi governanti; e mostrò loro altrettanta devozione quanta agli antichi padroni. Ciò si chiamava civismo allora, italianismo adesso.

Ma ben presto le armi che aveano portato la repubblica militare e l'empietà, portarono il despotismo militare e quella che diceano religione. Il popolo che, come ad ogni novità, dapprima aveva applaudito alle coccarde tricolori, al berretto rosso, agli alberi della libertà, alle municipalità, con altrettanto fervore e senno gli esecrò, e insorse contro i democratici, con una ferocia da mai non aspettarsi in contrade che si qualificano gentili. In Firenze assalse il Ricci, e a fatica il governo costituitosi lo sottrasse dal furore plebeo col farlo arrestare. «Sessagenario (egli si duole) fu tradotto come un vil malfattore per mezzo de' sbirri a piedi, in una sera di piena illuminazione e per le strade le più popolate, alle pubbliche carceri», benchè egli si fosse sempre «fatto un pregio di distinguersi per il particolare attacamento alla Casa d'Austria, e in ispecial modo ai sovrani che hanno governato la Toscana».

E dal carcere, poi da San Marco, infine da una villa in cui fu relegato scrisse varie lettere all'arcivescovo di Firenze, facendo atto d'intera sommessione. «Il Signore mi fece grazia di eccitare nell'animo mio una maggiore e filiale tenerezza verso il papa. Avrei ben di cuore desiderato di presentarmi ad esso quando era in Certosa per confessargli questi miei sinceri sentimenti e la parte che io prendeva alle di lui afflizioni; ma io non potea farlo senza il permesso del Governo». E soggiunge la più ampia professione di fede. Anche al papa che, strascinato fuor di Roma, e a fatica ricevuto alla Certosa di Firenze, alfine era messo prigioniero a Valenza, scrisse il 1º agosto del 99.

Erano i tempi, sempre sciagurati, della riazione; ma presto il ritorno dei Francesi nella Cisalpina e la battaglia di Marengo avvicendarono i tremanti e i minacciosi. Allora il Ricci, al 24 novembre 1800, al Pamieri in lunga lettera segretissima diceva ciò tutto avere scritto per violenza, per sottrarsi alle persecuzioni: «tra gli spaventi di morte e i più ignominiosi trattamenti mi obbligò l'arcivescovo a far una lettera a Pio VI, in cui protestava la mia ortodossia, ecc.». Altrettanto esprimeva al Gregoire nel gennajo seguente. In fatto egli, che avea ricusato accettare la bolla dogmatica «non potendolo secondo le regole della Chiesa», quando fu in carcere dichiarò accettarla «non altrimenti che inerendo alle regole della Chiesa»; cioè con un sottinteso, che spiega poi dicendo: «La pace pubblica della Chiesa e dello Stato esigeva un rispettoso silenzio sulla bolla Auctorem: tanto intesi di promettere nella sommissione, che professai secondo le regole della Chiesa. Io mi credei in dovere di appigliarmi a questo compenso seguitando il sentimento del grande Arnaldo, che fu il fondamento e la base della pace di Clemente IX».

Continuava dunque nello stile de' suoi, non negando l'infallibilità del papa, ma sofisticandone i modi: volendo ch'egli decidesse di concerto con tutta la Chiesa, e con certe regole canoniche[508]; rendendo insomma il suddito giudice degli atti e della coscienza del superiore; e anche dopo la condanna persistette a supporre savj quelli soltanto che aderissero al suo conciliabolo[509].

Tristo a chi si crede costretto a mutare tono colla politica! sciagurate le palinodie! Un nuovo ordine di cose impiantavasi sulle rovine dell'antico; le repubbliche divenivano regni e principati; all'ombra di nuove vittorie adunavasi un conclave, dove il Gerdil, autore della bolla contro il Ricci, sarebbe uscito papa se non metteagli il veto l'Austria[510]; e il nuovo pontefice Pio VII andava in Francia a coronare Napoleone, che, dopo venuto in Italia ad abbattere i troni egli altari, altari e troni avea rialzati. Allorchè, reduce da quell'atto, Pio VII passò da Firenze il 1805, il Ricci gli presentò nuova protesta «di non aver mai avuto altri sentimenti che quelli definiti dalla bolla di Pio VI; non sostenute nè credute le proposizioni enunciate nel senso giustamente condannato nella surriferita bolla, avendo sempre inteso che, se mai qualche parola o parole avessero dato luogo ad equivoco, fossero subito ritrattate e corrette».

Il papa l'accolse amorevolissimo, e anche dappoi il Ricci gliene scrivea ringraziamenti affettuosi: «Rammenterò sempre con filiale tenerezza il giorno felice in cui furono esauditi i miei voti; e nella vita ritirata che meno per attendere al grande affare della mia eterna salute, non cesserò mai di pregare caldamente l'Altissimo perchè conservi lungamente alla sua Chiesa nella santità vostra un pastore illuminato e zelante, e ai suoi figli un padre tenero ed amoroso, ecc.» (Firenze, 20 maggio 1805).

Le lettere che allora diresse agli amici suonano nel senso stesso: e sino al fedele Pancieri dice: «Io nulla tanto desiderava quanto questo, ma non potevo immaginarmi che ciò accadesse nel modo che ella avrà già saputo. Pio VII, superando le mie speranze, ha accolto con tanta amorevolezza i miei sentimenti sinceri di obbedienza e di attaccamento alla sua sacra persona... Dicano quel che vogliono i maligni, non dobbiamo curarli. La dottrina cattolica è salva: noi abbiamo fatto ciò ch'era necessario per l'edificazione de' popoli, mostrando il nostro amore alla unità; abbiamo tolto quello scandalo che taluni prendevano per ignoranza, altri per malizia. Il voler troppo difendere la nostra estimazione non era conforme all'esempio di Gesù Cristo» (15 giugno 1805).

Eppure allora stesso mandava al Targioni: «Ho alzato la voce senza riguardo; ho combattuto a campo aperto, coll'ajuto del Signore, finchè ho creduto volesse questo da me. Adesso il ritiro, il silenzio, la preghiera sono il mio dovere. Il tempo di parlare verrà, ma forse Iddio lo ha riservato ai nostri posteri, quando Babilonia avrà colmo il sacco. Non è per questo che il grido della fede non si senta sempre: ma, voglia Roma o non voglia, pur troppo la Chiesa ha addosso tutte le apparenze di debilitazione e di vecchiaja per l'oscuramento di tante verità che da molti s'ignorano, dai più non s'apprezzano»[511].

L'intolleranza degli scrupolosi non sa vedere nel Ricci che frode e doppiezza. L'intolleranza degli adulatori venali, peggiore che quella degli inquisitori, lo qualificherebbe di vile, giacchè sostengono che rinnegò la propria coscienza per paura. Noi vi vediamo un uomo che errò, se ne pentì, ma non seppe reprimere ogni lampo di umana superbia: lo condanni chi è senza peccato. Ma in lui veramente si veda quanto sia pericoloso il volere novità, che non entrarono nelle consuetudini o nelle idee del popolo, e il cercare appoggio dall'autorità governativa; e quanto a questa è improvido il mescolarsi in materie che spettano unicamente alla Chiesa, dovendo essa limitarsi a impedire che questa esca dalle sue competenze, e nel resto affidarsi alla libertà.

Nella calma degli ultimi giorni il Ricci radunò tutto il suo carteggio, poi compilò la propria vita, conchiudendo: «Qui farò fine a queste Memorie che forse un giorno potranno servire di disinganno e di scuola a chi le vedrà; e quando pure restino sepolte, non sarà poco profitto per me l'aver riandato nel mio ritiro i tratti grandi della divina misericordia sopra un suo servo inutile. Sia dunque lode e gloria al Signore che ha esaudito le mie preghiere, disimpegnandomi da tanti cimenti a cui ero esposto; e disimpegnandomi con modi così inaspettati ed impensati. Voglia pur egli preservarmi da nuovi rischi, e mi dia grazia pei meriti di Gesù Cristo e colla intercessione di Maria Santissima, dell'angelo mio custode e de' santi miei avvocati e di tutti gli eletti, di passare il resto di mia vita in modo, di esser in punto di morte chiamato a godere di quella eterna beatitudine che col prezioso suo sangue ci ha meritato. Fiat, fiat. Amen, amen».

E con tali sentimenti speriamo sia spirato al 27 gennajo 1810.

Altri molti il prevalere della rivoluzione avea richiamati al vero. Spargendosi che i Giansenisti l'avessero preparata colla loro insubordinazione, il Tamburini nelle Lettere teologico-politiche sulla presente situazione delle cose ecclesiastiche (1794) mostra come le riforme che i principi volevano introdurre negli affari ecclesiastici scontentassero il popolo, e scalzassero l'autorità dei Governi. «Moltissimi erano esacerbati dalla distruzione delle abbadie, risguardate utilissime al lustro delle famiglie; altri molti per la soppressione dei chiostri, considerati come opportuni alla comodità spirituale del popolo; altri non pochi per la distruzione delle confraternite, credute attissime a nutrire la pietà de' fedeli. I principi cercarono produrre una rivoluzione nell'opinione degli uomini», ristorando le Università, e facendo pubblicare opere che «alla sovranità temporale vendicassero gli originarj diritti»: ma si confuse il calor della mischia coll'idea della vittoria, e fidandosi nella forza, i principi posero mano alla Riforma nel calor della disputa, e recarono una ferita più acerba sì all'intelletto che alle passioni. Qui riferisce passi de' caporioni della sètta, tutti in favore dell'autorità regia e contro l'origine popolare della sovranità, asserita dal Buchanan e sua scuola: la taccia di Giacobini riversa sui Gesuiti, e la ribellione e il tirannicidio, cioè quel che oggi s'intitola liberalismo.

E appunto da libero cesarista, egli asserisce che tocca allo Stato stabilire l'osservanza dei giorni festivi, gl'impedimenti e le dispense nel matrimonio, nel quale dee separarsi il contratto dal sacramento, nè proibirlo al clero; peccano i pastori che sinceramente non fanno ossequio alle leggi e ai voti de' principi per la restaurazione della disciplina ecclesiastica; esser indecente che i sacerdoti vivano dell'onorario della messa.

Il Bolgeni, che con soda teologia e piana logica facilmente spezzava l'artifiziosa retorica del Tamburini, oppose anche a queste lettere l'opuscolo I Giansenisti son Giacobini? mostrando come essi appoggiassero, non l'autorità, bensì il regalismo. Al venir dei Francesi, il Tamburini ballò cogli altri attorno all'albero, cantando «Viva l'Università, figlia della ragione e madre della libertà»[512], e presentò la sua Introduzione alla filosofia morale all'amministrazione della repubblica cisalpina, professando, come al tempo dei duchi, i diritti sovrani sopra la Chiesa, e che «vescovi e preti non hanno propriamente se non una direzione nel puro ecclesiastico» (pag. 330).

Al tornare degli Austriaci nel 99 il Tamburini sofferse della riazione e dei rigori del vescovo Nani; poi Napoleone lo ricollocò all'Università a dettare la storia delle leggi e della diplomazia. Riguardato come caporione dei Giansenisti, onorato dagli scolari, distinto dagli imperatori, qual direttore della facoltà legale a Pavia visse sino al 1825 senza mai ritrattarsi; e vecchissimo pubblicò la Perfettibilità dell'umana famiglia e alquante poesie, vantandosi carico d'anni e di scomuniche. Ebbe esequie onorevolissime e un monumento nell'Università, ma l'edizione che si cominciò delle opere sue complete non ebbe lo spaccio che speravasi dalla proibizione, e lasciossi in tronco[513].

Il suo amico Zola, col quale studiava una specie di conciliazione tra il filosofismo francese e la fede richiamata ai primordj, avea ricevuto i favori dell'imperatore Giuseppe, che avendo trasportato da Roma a Pavia il collegio romano ungarico, ve lo collocò rettore con lauto trattamento, e gli offerse così un nuovo mezzo di diffondere fra' giovani il rigorismo. Pubblicò allora il Piano d'una riforma ecclesiastica, e per qual modo i principi cattolici possano riuscirvi (1790): ma quando salì imperatore Francesco II, egli fu congedato, assegnandogli, è vero, la pensione di quattrocentrenta zecchini, e gli onori e le insegne del posto, non men che al Tamburini. Al venire de' Francesi fu rimesso in posto, ma essendosi allora soppresso il seminario generale, egli tornò in patria, e sebbene vedesse la nazione bresciana decaduta troppo dalla prisca floridezza, v'accettò la cattedra di eloquenza. Ivi recitò un'orazione nella quale il famoso anatomico Antonio Scarpa lodava «quella filosofica franchezza che pochi in simile argomento avrebbero osato di spiegare nelle presenti circostanze. Come si troveranno piccoli i nostri repubblicani e i nostri legislatori, i quali non sanno nulla di tutto ciò che Zola si propone d'insegnare! Come dovrebbero trovarsi umiliati quelli che a governare credono bastevole l'andar vestiti da ranocchi, con gran pennacchio e gran sciabola».

Al lui vediamo prodigate lodi dagli scolari e dai colleghi, fino a dire,

Nulla ferent talem sæcta futura virum;

ma Germano Jacopo Gussago suo encomiatore parla «delle peripezie ch'egli ebbe a soffrire, sino a spargersi sopra di esso, da' preti, da' frati e da' bigotti, sospetti di libertinaggio e di empietà». Fu sempre appassionato dei romanzi, nel che esortava a non imitarlo.

L'alito del portico teologico di Pavia si sentì lungamente fra il clero lombardo, e proruppe fin nell'opposizione che, nel 1855, qualche prete pavese fece alla dichiarazione dogmatica dell'immacolata concezione. Si sofisticò sul modo della decisione e della promulgazione; si volle, nella bolla dell'8 dicembre 1854, vedere un tentativo del papa di svertare l'episcopato; si poneva in avvertenza il Governo; si sperava che il potere civile proteggerebbe dalle persecuzioni ecclesiastiche: frasi conosciute e ripieghi consueti di quella scuola.

E nella nostra gioventù noi vedevamo ancora, massime in Lombardia, il clero diviso tra papisti e giansenisti: questi ultimi, persone generalmente di austera condotta e di studio, e che facilmente curvaronsi alla servitù francese, impostaci col nome di libertà; ottennero impieghi, onori, vescovadi; pure non vi galleggiò alcun nome, che pareggiasse i tanto illustri di Francia.

E allorchè da questa, con un torrente d'armati ci fu trasmesso un torrente di errori, e della servilità nostra fu sintomo un vomito di opuscoli avversi alla religione e brutte copie di francesi, molti di quelli che aveano osteggiato il pontefice scesero nell'arena a difendere l'autorità, che aveano contribuito a scassinare. Così il Guadagnini negli ultimi suoi giorni dovette farsi apologista contro le diatribe che, all'ombra dell'albero giacobino, buttavano fuori il Ranza[514] e somiglianti.

Il prevosto Reginaldo Tanzini fece amplissima ritrattazione a Pio VII l'agosto 1800, confessandosi autore della Storia dell'Assemblea de' vescovi di Toscana, eccettuatane la prefazione: e d'una edizione di Machiavello, con proemio che lo discolpa. «Un errore d'intelletto, l'impegno travestito ai miei stessi occhi in sembianza di zelo, mi aveano talmente affascinato e deluso, fino a farmi reputare utile servizio alla Chiesa ciò che difatti la offendeva e la turbava»; e conchiudeva: «Ah non vi sia mai alcuno tanto infelice che abbia la deplorata temerità di disprezzare questa augusta religione, la quale, ne' suoi rapporti allo stato di corruzione del genere umano, inesplicabile senza il lume di lei, nelle sue testimonianze autentiche e sovrumane, nelle sue auree e preziose massime dottrinali e morali, porta scoperta ed evidente l'impronta della divinità».

Aveva assistito al sinodo pistojese Vincenzo Palmieri di Genova oratoriano (1753-1820), professore di storia e teologia nel portico pavese, autore d'un Trattato storico-critico-dogmatico delle indulgenze (1788), che fu confutato dal padre Anfossi maestro del sacro palazzo, al quale più tardi egli oppose La perpetuità della fede della Chiesa cattolica concernente i dogmi dell'indulgenza. Mutati i tempi, ritirossi in patria e col Solari, traduttore d'Orazio, col Molinelli, col Degola ed altri preti patrioti mandarono una lettera d'adesione al clero costituzionale di Francia. Dalla loro unione uscì un opuscolo, La libertà e la legge considerati nella libertà delle opinioni e nella tolleranza dei culti. Il Palmieri avea pur fatto una Esposizione ragionata dei sistemi degli increduli, e mentre alcuni dicono che, avanti morire, si ritrattasse di quanto avea scritto contro la santa sede, i suoi amici lo vantano d'impenitenza finale.

Alcuni furono più sfortunati, come Marcello Eusebio Scotti, napoletano, predicatore sospetto, autore d'un catechismo pe' marinaj e della Monarchia universale de' papi (1789)[515], scritta per sostener la quistione della chinea contro i pontefici, dei quali affolla le usurpazioni come causa di tutti i mali della Chiesa. Buttatosi nel vortice della rivoluzione, nel 1799 fu fatto appiccare dai re, de' quali aveva intrepidamente proclamata l'assolutezza.

Anche Giovanni Serrao di Potenza avea stampato degli illustri catechisti al modo di Cicerone De claris oratoribus, dialogo latino fra l'autore, Domenico Malarbi e Girolamo Vecchietti, dando gran lodi a Mesengui e censurando i gesuiti, allora soppressi. Il padre Mamachi criticò assai questo ed altri scritti, onde il papa prima di accettarlo vescovo di Potenza, l'obbligò a dare spiegazioni sui suoi sentimenti: ma il Serrao scrisse al ministero napoletano, eccitandolo a respingere le pretensioni di Roma. In fatti una commissione eletta da questo dichiarò insultante e inaccettabile l'interrogatorio, ed esortava il re a far consacrare il Serrao dal metropolita. La proposta fu accolta col piacere che allora metteasi in tutto ciò che cozzasse con Roma: alfine una congregazione di cardinali suggerì che egli facesse un atto di sommessione alla santa sede senza entrare in particolarità. Credesi suo il libro intitolato La Prammatica di san Luigi proposta ai riformatori della disciplina (1788), dove arroga ai re il diritto di eleggere i vescovi, e dove la sinagoga romana è presentata coi modi più insultanti. Dettò pure un Commentario de rebus gestis Mariæ Theresiæ dedicato alla regina Carolina, alla quale e al re profuse elogi: e quando fu chiesto a dar il giuramento d'obbedienza da vescovo, disse: «Volentieri, ma salvo quella che devo al mio sovrano». Quei re si gloriavano di sudditi così devoti; ma vien la repubblica, ed egli fu di questa caldissimo; nel cader della quale il popolo lo trucidò[516].

DISCORSO LV. L'ERESIA POLITICA.

La rivoluzione francese, protesta e decisa rivolta contro la tradizione civile e la dottrina teologica, colla smisurata tirannia che è resa possibile dal surrogarsi della forza materiale al corso regolato della forza morale, dapprima obbligò il clero a quell'abominio che s'intitolò costituzione civile, giurata da molti, e in cui conformità molti preti s'ammogliarono senza acquistare la fiducia del popolo, il quale la riserbava a coloro che subirono povertà e martirio. Dappoi montata in frenesia, avea tentato abolire con tutto il passato anche Dio, asserendo doversi ricominciare da capo il corso dell'umanità secondo il tipo che, facendo astrazione dai fatti, le esibivano i filosofisti; e provvidenza, ordine, bene, immortalità dichiarando ipotesi, a cui surrogava le altre di fatalità, male, forza, niente.

Poco appresso riconosceva la necessità d'un Dio; e dopo un secolo di preparazione, dopo svigoriti i caratteri e invigoriti gli ordigni del Governo, la ragione nel suo apogeo inventava una religione, che fu il più stolido dei culti, subito inabissato sotto i fischi universali.

Revellière Lepeaux, uno dei direttori, che aveva inventato questo assurdo culto teofilantropico, scriveva al giovane Buonaparte conquistatore d'Italia, il 21 ottobre 1797: «Bisogna impedire che diasi un successore a Pio VI: profittar della occasione per istabilire a Roma un governo rappresentativo, e liberare l'Europa dalla supremazia papale». Ma Buonaparte, genio dell'ordine e dell'autorità, invece di stancar la pazienza dei preti, come gli si ordinava, nè di secondare le beffarde antipatie de' suoi amici, che rideano d'ogni abito diverso dal loro, trattò col papa, bensì da vincitore, ma con riguardi come se avesse centomila bajonette. Quando egli però fu partito, la repubblica francese mandò Berthier ad occupare la moderna Babilonia, dove fu gridata la repubblica romana, invocando i mani de' Catoni, de' Pompei, de' Bruti, de' Ciceroni, degli Ortensj, e rapissi prigioniero in Francia Pio VI, che vi morì. I filosofi e i soldati esclamarono, «Abbiam sepolto l'ultimo papa»; i Cattolici temeano per lo meno una lunga vacanza; eppure a Venezia, cui non lo stilo della romana curia, ma la democrazia avea carpito l'essere e la libertà, fu raccolto il conclave, ed elettovi Barnaba Chiaramonti che si chiamò Pio VII, e che presto ricomparve a Roma, invocato dal popolo e dagli assennati.

L'esperienza sanguinosa anche in Francia strappava le empie illusioni; gli stessi trionfanti si trovarono spossati dalla vittoria; senza Dio, la natura parve schifosa, ironica la morale, impossibile la società dacchè mancava ogni stabile credenza, che dirigesse gli uomini in un accordo d'atti e d'opinioni; ripullulava il bisogno di fede, di religiosi conforti; tanti fanciulli rimasti orfani, tante donne vedovate, sentivano bisogno di rifuggirsi a Quello che è padre e sposo e immortale; le anime angosciate invocavano i riti ove riconciliarsi col Dio che consola; le amanti imploravano il Cristo che i loro affetti santificasse; i soffrenti, la croce che insegnasse la pazienza, e desse il conforto d'un giudizio, ove saranno rivedute le autorate iniquità dei potenti. Anche il politico disingannato conoscea dover rintracciare un'eguaglianza più reale, una libertà men fallace; il pensatore meditava melanconicamente su quella demolizione del cristianesimo senza sostituirvi una legge generale dell'uomo e del mondo, senza che nulla s'interponesse fra il gran tutto che rapivasi all'umanità, e il nulla in cui la si sobbissava.

Buonaparte, il quale, perchè si sentiva forte, reluttava alla tiranna de' fiacchi, la pubblica ciarla, anche fra gli scoppj di sua collera e le ubbriachezze di sua ambizione mostrò sempre e bisogno e desiderio di riconciliarsi col papa. Pertanto, appena la frenesia di superbia e di sangue diè luogo a qualche lampo di senso comune, si rannodò l'antico col nuovo mediante il Concordato, fatto dalla repubblica col papa nel 1801, dove si ristabilivano reciproche relazioni fra la Chiesa e lo Stato, non secondo astrazioni teoriche, ma in guise positive e pratiche. Non era il re di Roma, sibbene il sovrano spirituale della società delle anime che trattava col Governo della Francia; questo assumeva obblighi affatto materiali, proteggere l'esercizio del culto cattolico, assicurare un trattamento a' vescovi e parroci ecc., mentre la santa sede faceva concessioni tutte spirituali; consentiva al magistrato supremo di proporre i vescovi, e approvare i parroci, ed esigerne il giuramento. Non fu chiesto che la cattolica tornasse ad essere religione dello Stato, bastando ne fosse protetta la libertà. Benchè fossero stati tolti gli Stati ai principi ecclesiastici della Germania, a lui le Legazioni, alla curia i proventi di Francia, il papa rassegnavasi a grandi sagrifizj per recuperare il regno primogenito del cristianesimo. Non istette dunque difficile sui possessi usurpati alle manimorte, le ricchezze non essendo essenziali al clero, e fu riconosciuta l'alienazione di quattrocento milioni di beni nazionalizzati. Chiedeasi il matrimonio dei preti, ma Pio VII, per quanto pien d'amore per la Francia e d'ammirazione per l'uomo che la dirigeva, rispose potersi assolvere quei che l'aveano contratto, non autorizzarlo per massima. Nel 1516 tra Francesco I e Leone X erasi convenuto che il re nominerebbe i vescovi; non volendo nè che, fra la dominante corruzione, la nomina restasse ai Capitoli, nè che fosse privilegio della Corte romana. Ora Pio dovette riconoscere una nuova circoscrizione delle diocesi, uniformata a quella delle provincie, e i vescovi nominati ad esse dal Console: affinchè non rimanessero scoperte le loro sedi sollecitò egli medesimo la rinunzia dei vescovi, profughi per aver ricusato il giuramento; e tutti s'affrettarono ad aderire, colla generosità onde, allo scoppio della Rivoluzione, gli aristocratici aveano rinunziato ai loro titoli e privilegi.

Luciano Buonaparte presentando quell'atto al Corpo Legislativo esclamava: «Avventurata Francia se quest'opera fosse potuta finirsi nel 1789! Chi può calcolare il numero delle vittime che avrebbe risparmiato?»

Il concordato era un atto fra due potenze indipendenti, sicchè riconosceva non solo la sovranità morale della Chiesa come società spirituale visibile, ma anche il principato. Per esso la Chiesa si rialzava, ma non grondante di martirio e colla croce di legno, bensì all'ombra di una spada possente. Come indispettivano gli avvocati e i soldati a tale atto di quel Buonaparte, che veniva intitolato la rivoluzione fatta uomo! Eppure egli non solo ricostituì il cattolicismo col Concordato, ma la supremazia del papa sui re col richiedere da esso la sua consacrazione. In questa egli dovea giurare di mantenere la libertà dei culti. Ne concepirono scrupolo i cardinali e il pontefice; ma il cardinal Fesch, a nome di Buonaparte divenuto Napoleone, scriveva: «La promessa di rispettare e far rispettare la libertà de' culti non è che l'attuazione della tolleranza civile; non implica la tolleranza religiosa teologica, che è l'atto interiore d'approvazione; nè la parità delle altre sette. N'è prova lo stato della persona che deve prestar giuramento. Il senato sa benissimo che l'imperatore è cattolico. Il senato, che lo obbliga a seguir il Concordato, professione di fede di esso imperatore, non volle obbligarlo a un rispetto che implichi la tolleranza teologica, da cui sarebbe distrutta questa medesima fede e per conseguenza non volle esigere se non la tolleranza civile»[517].

Ma poichè la Rivoluzione avea proclamato in Francia l'unica autorità dello Stato, il che nel linguaggio ammodernato s'intitola libertà, la Chiesa veniva rimessa nella legge, ma sotto la legge; non le restava più nè personalità distinta, nè proprietà, nè potenza indipendenti; eppure si mantenevano i sospetti e le esclusioni di cui era stata circondata quando aveva e stato e potenza e proprietà e indipendenza. E stantechè l'Italia si foggia sugli esempj di Francia, neppur qua si riuscì fin adesso a trovarle luogo; riverendola anche, ma come una straniera; proteggendola come una pupilla; stipendiandola come una dipendente.

Finchè qui dominò la Francia or come repubblica or come regno d'Italia, di Napoli, d'Etruria, sulla Chiesa pesò tutta la prepotenza napoleonica, che pretendeva arrolare la volontà e le coscienze sotto i decreti. Il Concordato che venne conchiuso colla Repubblica Italiana non doveva imporre tanti sagrifizj, perocchè non trattavasi di ristabilir la religione, che mai qui non erasi abolita; laonde minori concessioni occorsero, e vi s'inserì la promessa di non fare altre novità se non d'accordo colla Santa Sede. Eppure anche qui si pubblicarono gli articoli organici che Napoleone aveva arbitrariamente soggiunti al Concordato, e che in tanta parte lo snaturavano: e se pei lamenti del papa si finse ritirarli, nei decreti del vicepresidente Melzi e del ministro del culto realmente sussisterono. Mutata quella repubblica in Regno d'Italia, Napoleone vi soppresse molti conventi, poi tutti; scemò le parrocchie; prefinì il numero de' seminaristi, e circondava d'esploratori il Vaticano e i cardinali[518].

Il papa, mansueto e sollecito sopratutto di conservar la religione, blandiva all'imperatore, ma le preghiere del sacerdote mal potevano alzarsi a favore del prepotente, se anche la prudenza ratteneva dal contrariarlo. Il governo pontificio spiaceva non meno ai rivoluzionarj che ai monarchici, perchè serbava ancora le libertà storiche ch'essi detestavano; non avea coscrizione, tributi moderatissimi, piene franchigie municipali; non aspirava ad ampliare i possedimenti; vero tipo d'un governo elettivo, facea vivo contrapposto all'irrequietudine gloriosa e alla democratica tirannia de' governi nuovi. Il Consalvi ministro di Stato ricusava prender parte alle guerre di Napoleone, non meno che alle coalizioni ostili ad esso: ma avendo questi rotto nimicizia al regno di Napoli, i capibanda comparvero nelle montagne limitrofe al reame, eccitando le popolazioni alle armi; in Roma si costituirono due comitati, e coglievasi ogni occasione di palesar odio al prepotente francese. Napoleone se ne lagnava, ed è curioso il veder quanto allora insistesse perchè il papa cacciasse da Roma Vittorio Emanuele, i cui successori vorrebbero ora cacciare da Roma il papa.

Ormai nei concetti del conquistatore più non restava luogo a prudenza o moderazione, più non sapeva arrestarsi sulla curva, che pareva sollevarlo al vertice e lo portava all'abisso. Risoluto d'involger anche le credenze e il culto nel despotismo amministrativo, pensava impossessarsi del restante Stato pontifizio. A chi gli mostrava come un papa senza regno sarebbe di necessità servo ad un re, e in conseguenza repudiato dagli altri. Napoleone rispondeva: «Finchè l'Europa riconobbe diversi signori,» certo non era decente che il papa fosse soggetto a uno in particolare. «Ma ora che l'Europa non riconosce altro signore che me?» Vale a dire che, dimenticando esser il papa capo non della sola Europa, metteva come condizione necessaria della sudditanza di quello la servitù di tutti i popoli[519].

Pure lo sbalzar di seggio un regnante, da cui testè egli aveva chiesta la sacra unzione, produrrebbe impressione sinistra; per ciuffare un piccolo territorio, per sottomettere il più debole e inoffensivo de' principi, rischiava di veder scandolezzate le coscienze cattoliche, dissipato il dogma dell'autorità, ch'egli tanto faticava a ripristinare: e la Chiesa potrebbe colpire ancora di maledizioni la fronte che testè aveva consacrata.

Che importa? più egli non tollera alcuna volontà reluttante alla sua; Pio continui ad essere papa, ma non impacci i grandiosi divisamenti del guerriero; nè Roma neghi all'imperatore quell'obbedienza che gli rendono Milano, Venezia, Firenze, Napoli. «Tutta l'Italia sarà sottoposta a' miei ordini (scriveva soldatescamente al papa). Di Roma voi siete il sovrano, ma l'imperatore ne son io; i miei nemici devono esser nemici vostri. La lentezza di Roma a dar le dispense e ad approvare i miei vescovi, è insopportabile; io non posso trascinar per un anno ciò che deve compiersi in quindici giorni».

Un papa politico avrebbe potuto simulare e dissimulare, guadagnar tempo, condiscendere in qualche parte per assicurare il tutto; ma Pio VII era un buon prete, altamente compreso della divina autorità del pontificato, fedelissimo a quella morale che non capitola colla menzogna, e al dovere di tramandar intatta l'autorità ricevuta in deposito. Consultò il sacro collegio, e i cardinali, già da un pezzo persuasi che, o piegasse o resistesse, Roma sarebbe travolta nel vortice, opinavano pel partito più dignitoso; ricusare l'alleanza colla Francia, poichè essa condurrebbe a guerra con tutta la cristianità, provocherebbe Russi e Inglesi a perseguitare i Cattolici loro sudditi; repugnerebbe all'affezione che il pontefice deve a tutti i credenti.

Napoleone se n'offendeva, come fa sempre il prepotente agli atti di dignità, e presto procedette al segno di spossessare il pontefice, allegando la donazione di Carlomagno, che certo fu non solo più giusto, ma meno barbaro e men inurbano di lui, e trascinarlo prigioniero.

Questi ricusò allora d'investire nuovi vescovi, talchè le sedi rimanevano vacanti, scarmigliate le Chiese, conturbate le coscienze. Napoleone, la più magnifica personificazione di quel potere monarchico, che avea raccolto dal fango e ingloriava di sangue, indignavasi contro questi preti che tengono per sè l'azione sugli spiriti, pretendendo lasciare ai re soltanto il corpo; e tentò rimediarvi col fare dall'alto clero di Parigi dichiarare, che sta a ciascun Capitolo il conferire l'amministrazione della diocesi al vescovo eletto dal principe, senza bisogno dell'istituzione pontifizia. Allora obbliga tutti i Capitoli dell'impero e del regno a rispondere a tal dichiarazione. I più in Italia vi aderirono; tanto pareva impossibile resistere a un così forte: anzi i nostri aggiungevano che il corpo dei vescovi in attività rappresenta la Chiesa; che qualunque istituzione di Roma è affatto estranea alla gerarchia ecclesiastica nel governo della Chiesa; che l'istituzione canonica e la professione di fede e di obbedienza sono restrizioni, messe tardi dai pontefici alla podestà vescovile, la quale è d'origine divina al pari della papale[520].

Coloro che credono tutto novità perchè non vogliono la fatica di guardare ciò che fu jeri, comprendano che, anche vivi noi, bollí quanto oggi quel conflitto, deplorabile ma forse necessario, della potenza materiale colla morale, del sistema politico col religioso, del popolo vero col popolo letterato e officiale.

Forte dell'altrui pusillanimità, Napoleone intima a Parigi un Concilio di tutti i prelati del regno e dell'impero, assumendosi la parte che Costantino imperatore sostenne al Concilio di Nicea. A quell'assemblea fu proposto: «Il papa può, per ragioni temporali, ricusar il suo concorso agli affari spirituali? — Non sarebbe dicevole che il concistoro fosse composto di prelati di tutte le nazioni? — Può il papa rovinar la Chiesa col ricusare l'istituzione ai vescovi? — Come prevenire che il papa non diffonda bolle di scomunica, eccessi repugnanti alla carità cristiana e all'indipendenza dei troni?».

Ma i vescovi congregati ripigliarono quel coraggio che disgiunti aveano perduto, e proposero una questione pregiudiziale; se avessero diritto a radunarsi senza il beneplacito del pontefice. Per tanto elusero le quistioni; spedirono al papa la loro sommessione, e l'imperatore affrettossi a scioglierli. Così fu causato l'imminente pericolo d'uno scisma.

Contro quel caparbio di papa che persisteva nel non è lecito e nell'asserire il diritto, gl'idolatri della forza non rifinivano di declamare, quasi portasse la rovina d'Italia e della religione; essi che applaudirebbero quando il vescovo di Cantorbery a nome del suo clero s'inginocchia alla regina Vittoria per porgerle una supplica, premettendo la professione di credere fermamente la supremazia della Sovrana sulle materie ecclesiastiche. Pio VII, che ricordava sempre la mano che rialzò gli altari, non quella che minacciava schiaffeggiarlo, e che diceva, «Se non fosse dovere pel successore di san Pietro il risedere in Roma, ameremmo fissarci in Francia», rassegnavasi agli oltraggi del forte e dei vili; e «Se bisognerà rinunziare alla tiara, vedano almeno gli avvenire che non ne eravamo indegni. Il mio predecessore ne' giorni prosperi avea l'impeto d'un leone, e morì da agnello: io vissi come un agnello, ma saprò difendermi e morire da leone». E all'imperatore scriveva: «Sovvengavi che Dio è re sopra i re; che non eccettuerà nessuno; che non risparmierà qualsiasi grandezza; si mostrerà, e presto, in forma terribile, e i forti saranno giudicati fortemente». Ai sudditi suoi ne' paesi occupati dichiarava non poter esser lecito qualsiasi atto che direttamente o indirettamente tenda a coadjuvare una usurpazione così notoriamente ingiusta e sacrilega, ed a stabilirne e consolidarne l'esercizio»[521].

Intanto vescovi e cardinali stavano dispersi e relegati, come li vedemmo noi testè. Roma deperiva, vedovata del papa e della Corte, che ne alimentavano la vita: pochi traviarono; la fede produceva la speranza, e «la resistenza di questi pretocoli (scrive Cesare Balbo) fu veramente meravigliosa; fu la sola resistenza italiana di quel tempo».

Invano Napoleone fece pubblicare un catechismo che fosse unico per tutto l'impero, dove l'obbedire a lui e il servirlo nel civile e nel militare veniva posto fra i primarj comandamenti di Dio[522]. Le coscienze restavano turbate; gli onest'uomini vacillavano nell'eseguire gli ordini dello scomunicato; il popolo rabbrividiva e pensava quel che De Maistre diceva alto: «Napoleone se la piglia col papa; la sua ruina è certa».

In fatto lo scontento de' popoli ispirò fidanza ai nemici, che presto spezzarono il colosso. Nel congresso radunatosi nel 1815 per rassettare l'Europa, si considerò come se il papa non fosse mai stato tocco, e gli si restituirono i dominj, salvo alcuni brani pei quali esso protestò. D'immensa letizia giubilarono gl'Italiani pel ritorno del pontefice. Ma la rivoluzione che alla democrazia, alle forze molteplici, alla fede avea sostituito la monarchia, la forza, l'unità materiale, conculcando il municipio, l'autorità, il passato, obbligò ad accettare le novità introdotte da essa, e stabilire un governo centrale, invece d'una confederazione di municipj, quale fin allora era lo Stato pontifizio. Quindi numerosi impiegati, imposte e tutto il resto, eccetto la coscrizione; e del non aver voluto questo tributo di sangue si fece e si fa principal carico ai papi, in un tempo ove gli Stati non ottengono considerazione che pel numero de' soldati. Confondendo l'amministrazione della città collo Stato, concentrando moltissimi affari e tutto il potere esecutivo nella segreteria di Stato, si spense la vita municipale, e si sminuì la partecipazione de' cardinali alla sovranità. Di ciò vediamo le conseguenze.

Nell'ecclesiastico la cura primaria de' pontefici fu restaurare la disciplina, e accordarsi coi principi per regolare le reciproche relazioni della Chiesa collo Stato. Riusciva difficile il combinare coll'inveterata disciplina le nuove pretensioni filosofiche e giansenistiche, adottate dai regalisti; e i principi, che tanto aveano bisogno di assodare l'autorità, la scassinavano col mostrare gelosia di colui che n'è il simbolo e la fonte; e cercavano lode dai liberal-astri coll'abbattere qualche ostacolo che i privilegi ecclesiastici mettesser all'onnipotenza amministrativa.

Negli Stati pontifizj, dove il capo dello Stato è anche capo della Chiesa, e sta in vigore il diritto canonico, non è possibile nasca conflitto fra le due potestà; nè si aveva a pretendervi l'indifferenza religiosa, benchè vi regnasse la tolleranza civile, avendo luoghi di preghiera persino in Roma, non soltanto gli Ebrei, ma i varj culti acattolici.

Negli altri paesi italici si fecero varj concordati con minori o maggiori restrizioni alla podestà ecclesiastica. Più degli altri devoto a questa il Piemonte, conservava le immunità reali e personali del clero, benchè ripudiasse certe antiquate cerimonie; ottenne una nuova circoscrizione delle sedi vescovili sotto i quattro metropoliti di Vercelli, Torino, Genova, Ciambery.

Anche nel concordato col regno di Napoli del 1818, modificato da una convenzione del 1839, lasciossi libertà ai vescovi di convocare sinodi, di pubblicare istruzioni, di giudicare le cause benefiziarie e matrimoniali, di rivedere i processi dei preti condannati a morte.

Ma la libertà della Chiesa non appariva che come una concessione; ad essa toccava l'odiosità di dominante, senza i vantaggi d'essere indipendente, poichè la burocrazia mostravasi gelosa dell'autorità sua, e l'attraversava in ogni modo. «I venti vescovi della Toscana (diceva Neri Corsini) se non sono assiduamente vigilati dal Governo, possono da un giorno all'altro sovvoltare il paese a piacere di Roma. Continua vuol essere la sorveglianza, circospetta, preventiva, onde evitare scandali e clamori, i quali irritano i tanti devoti che credono e non ragionano». E il presidente Peyretti, all'ambasciadore sardo a Roma scriveva: «Tutto quanto è oggetto di speranze in Roma, dev'essere a noi oggetto di timore, e dobbiamo guardarci dal concederlo». Povera sapienza!

Dopo le dolorosissime esperienze di mezzo secolo, Gregorio XVI, il 14 novembre 1833, scriveva al granduca Leopoldo II, mostrandogli gl'inconvenienti che derivavano dalle leggi avverse alla Chiesa, per cui rimanevano turbate le immunità ecclesiastiche, impedito l'episcopato, messa la mano laica nell'insegnamento, e con esso nel deposito della fede; e l'esortava a modificarle pel ben della Chiesa come per la prosperità dei popoli, dovendo egli esser convinto che togliesi al principato un grande sostegno collo screditare il sacerdozio; ed esser «funesta cospirazione de' nemici dell'ordine pubblico l'insinuare ai sovrani de' sentimenti di diffidenza verso la podestà ecclesiastica». Soggiungeva lo seconderebbe a tal opera: e «persuasi doversi dare alcuna cosa a tanta asprezza di tempi, decorreremo ove il meglio lo esige, con quelle facilitazioni, alle quali si prestò sempre questa santa sede, onde rendere regolare colla legittima autorità quel che un abuso di potestà incompetente aveva prodotto di vizioso e d'illegale».

Il granduca rispose che i suoi maggiori aveano creduto far bene; n'erano stati lodati da gran personaggi, e non potrebbe or fare innovazioni che gli renderebbero meno affezionati i popoli. Glielo diceano gli avvocati.

Ne' paesi dominati dall'Austria vigevano le sospettose restrizioni giuseppine; nelle scuole insegnavasi sul Van Espen; si ristampavano le opere del Tamburini e i Commentaria de jure canonico che nel 1788 avea pubblicati Domenico Cavallari per uso delle scuole napoletane: talchè i Cattolici liberali, sentendo tale tirannide pesare sopra la Chiesa, prevedevano che la libertà di questa non sarebbe sperabile finchè libera non fosse l'Italia. «Certo (scriveva il padre Lacordaire) l'elemento rivoluzionario e anticristiano è molto a temere; ma esso s'alimenta principalmente delle generali passioni del patriotismo, e da questa fortezza bisogna cacciarlo con una guerra da potenza a potenza, dove si ha probabilità di vincere il nemico sul campo, o di frenare al tempo stesso lo spirito anticristiano e rivoluzionario..... Presto o tardi l'Italia sarà libera, e raccolta in una confederazione liberale e cristiana. Prima di questo fatto, la Chiesa non ripiglierà il terreno che ha perduto dopo Lutero. L'Italia libera è il papato liberato, per quanto contrarie sieno le apparenze; e senza il papato sciolto dallo straniero, e dall'assolutismo austriaco, non è possibile ricondurre i popoli all'ovile «della fede[523]».

Prima che giungesse quel desiderato momento, il nuovo imperatore d'Austria, istrutto dalle terribili lezioni del 1848, proclamò la libertà della Chiesa, indi la sistemò col concordato del 15 agosto 1855 «per mettere in armonia le relazioni fra lo Stato e la Chiesa colla ben intesa prosperità dell'impero». Era il più ampio che nell'età moderna si formasse, e perciò il più impugnato. Non attribuiva nuovi diritti alla Chiesa, ma le restituiva la libertà di tutti i suoi atti interni, di pubblicare scritti, eleggere vescovi e parroci, erigere o restringere Ordini monastici, comunicare col capo supremo e coi fedeli, statuire di tutto ciò che concerne i sacramenti, la disciplina, i possessi suoi; senza perciò togliere la parità de' cittadini in faccia alla legge, rimanendo l'ecclesiastico passibile de' tribunali ordinarj pei delitti comuni. Attribuivasi ai vescovi l'ispezione sopra la stampa e l'istruzione primaria, e facoltà di proibire ciò che offendesse il costume e il dogma, ma poichè la censura politica preventiva era stata già tolta, anche l'ecclesiastica dovè restringersi in limiti ragionevoli e legittimi, mentre gli scrittori non trascendevano.

Sebbene riconoscessero alcune inopportunità, viepiù in paesi di religione mista, vi applaudirono coloro che capiscono come tutte le libertà si colleghino fra loro: l'arcivescovo di Westminster lo difese e spiegò in quattro conferenze a Londra; l'imperatore de' Francesi solennemente si congratulava coll'Austria, «ringiovinita dai cavallereschi sentimenti del suo leale sovrano»; di rimpatto ne fremeano o ridevano o blasfemavano i fragorosi, che aborrono ogni libertà della Chiesa: e ascrivevano a colpa dell'Austria quel che ad altri n'è parso l'atto suo più savio e popolare[524].

Su quel modello si sarebbero foggiati gli accordi colle altre signorie, se la rivoluzione non avesse di nuovo conculcato le libertà popolari.

Ammirando i prodigi coi quali Iddio manifestamente avea salva la nave di Pietro quand'era parsa più vicina al naufragio, per combattere gli arroganti sofismi degli enciclopedisti e le inumane celie volteriane erasi elevata altrove una falange battagliera, in cui primeggiavano Görres, Adam Müller, Luigi Zaccaria Werner, Federico Schlegel, Carlo Luigi de Haller, il barone d'Ekstein, il conte Stolberg, Boulogne, Frayssinous, Bautain. Giuseppe De Maistre, savojardo e ministro dei reali di Piemonte, spiegava il problema fondamentale della filosofia col supporre una primitiva rivelazione della parola, e delle idee con essa, offuscata poi dal peccato originale, del quale esagerava gli effetti per magnificare la redenzione; e non discutendo ma affermando, calpestava gl'idoli della rivoluzione, ergendo un sistema teosofico, dove i dogmi sono pareggiati agli acquisti della ragion naturale, e la scienza è ridotta a fede. Il mondo è un immenso altare dove, in perpetua espiazione del male causato dalla libertà dell'uomo, s'immola continuamente dal selvaggio come dal civile, il reo come il giusto: la man di Dio regola ogni cosa, talchè la storia terrena è regno immediato e visibile di Dio; e nella sanzione di questo si fonda non solo l'autorità suprema, ma anche l'interna condizione sociale e la distinzione delle classi: opera di Dio sono i re, gli Stati, le costituzioni, e quando l'uomo presume stabilirli da sè, s'appiglia necessariamente al peggio, e non edifica ma ruina. Credere a promesse di re è un mettersi a dormire sull'ale d'un mulino: reprimerli e correggerli non possono bajonette e tribune: è antilogico l'elevar la plebe sopra di essi: il contrappeso del potere dee venir dall'alto; dal papa, sulla cui supremazia appoggiasi l'infallibilità della Chiesa, unico rimedio alla corruzione della razza umana, che vuolsi gagliardamente reprimere. Il filosofismo non ebbe più inesorabile avversario del De Maistre, che lo colpisce coll'opporre alle affermazioni altre imperterrite affermazioni: genio esuberante, che ti lascia dubbio se sia sofista o profeta, e che anche co' suoi paradossi operò potentissimamente sull'avvenire.

Più conosciuti perchè più leggieri erano Chateaubriand, che la religione austera riduce in vaporosa e sentimentale poesia: Bonald che pone la verità fuori dell'uomo; Lamenais il quale spingea la logica fino all'iperbole, lo zelo fin alla procella, proclamando la ragione universale, il senso comune qual criterio unico della verità, il papa qual organo infallibile di questo senso comune; intimava guerra ai classici pagani, confondendo nel medesimo anatema sofisti, protestanti, rivoluzionarj. Il suo Saggio sull'indifferenza in fatto di religione fu tradotto da un insigne scrittore, apologista egli medesimo, e piaceva ripeter con esso che «senza papa non v'è Chiesa cattolica; senza Chiesa non cristianesimo; senza cristianesimo non religione; senza religione non società».

Ebbero qui alquanti proseliti: e in quel senso procedeano fin all'esagerazione le Memorie di Modena e la Voce della verità, dove Cavedoni, Baraldi, Galvani, Schedoni, Rosmini, Canosa, Monaldo Leopardi ed altri non solo difendevano ma assalivano. Come ostrogoti erano costoro denunziati dai volteriani, che presumeano colpirli d'una fittizia impopolarità.

Mentre le matematiche posavano il Dio astratto de' geometri, la chimica colle storte e il microscopio cercava la monade, l'anatomia e la fisiologia rimpastavano il Dio vivente degli Ebrei, erasi cominciata anche la riazione storica nel quadro stupendo e providenziale de' progressi dell'uman genere additando il Dio personale, creatore e redentore de' Cristiani. Allora si chiariva la logica de' fatti, per cui da certe situazioni derivano altre regolarmente non fatalmente. Contro un radicalismo ingrato quanto cieco, mettevansi in luce le opere de' padri, mostrando come le cose ebbero la loro ragione di essere; che non sono le verità fondamentali che variino, e neppur le loro reali applicazioni, bensì il modo d'applicazione in circostanze e condizioni variabili. Allora si cessava di osservare con leggerezza bernesca il passato, e di deriderlo sol perchè passato: si cercava la verità che sta sotto alle legende popolari e alle convenzioni da scuola come i classici sotto ai palimsesti, e si mostravano glorie e imprese italiane, e stupende dottrine, e sante azioni in quel medioevo, che gli accademici cortigiani, perchè ne tornava conto ai re, aveano dipinto come un grande abisso fra la civiltà pagana e la moderna. Insieme ricordavasi come i fedeli, se avanti tutto sono cattolici, appartengono anche ad un'associazione civile, a un popolo, a una patria, per le cui sorti non possono restare indifferenti: anzi sono solidali di quanto le accade, e devono contribuire alla prosperità di essa. Perocchè storia e politica non si scompagnano: la storia è la politica d'un tempo: la politica è la storia d'oggi; onde il soggetto è sempre lo stesso, anche a gran distanza; è l'uomo, è la società odierna: sicchè non fa meraviglia se vi si trovano gli stessi amici a lodare, gli stessi avversarj a combattere.

Di qual peso fosse tale riabilitazione storica apparve dal furore con cui fu assalito chi più vi adoperò alta imparzialità di spirito e sincera indagine del vero. Ma è notevole come il ravviamento di studj buoni provenisse da laici, in testa ai quali collochiamo Alessandro Manzoni, che mentre le poetiche ispirazioni attingeva dalla Bibbia e dalla fede, combatteva invincibilmente le accuse che la dotta plebe lancia alla morale cattolica. Egli si rallegrava che «tra gli orribili rancori che hanno diviso l'Italiano dall'Italiano, almeno non si conosce il religioso; le passioni che ci hanno resi nemici, non hanno almeno potuto nascondersi dietro il velo del santuario»[525]. A quanto diversa scena dovette poi partecipare!

Sfavillò in questa scuola l'abate Vincenzo Gioberti torinese, che comparve dapprima con tutte le armi della scienza, i vezzi dell'arte, i compatimenti della carità, le modestie della fede. Applicatosi alla filosofia dell'ente, impugnava risoluto come causa di tutti i mali il razionalismo, incarnato in Lutero per abbattere l'autorità della Chiesa, in Cartesio l'infallibilità della Bibbia, in Kant la validità della metafisica cristiana; talchè a restaurar la filosofia in Italia trovava necessario il ritorno alle istituzioni cattoliche. Vanno in questo assunto le prime opere sue, che tanto piacquero al giovane clero. Già dal 1840, nell'Introduzione allo studio della filosofia credea vicino a risorgere l'arbitrato del pontefice: «Le divisioni religiose d'Europa, l'eresia, lo scisma e la miscredenza, signoreggianti in una parte notabile di essa, vi rendono impossibile per ora quest'arbitrato: ma potrebbe nascere il caso che gl'Italiani mettesser mano in qualche modo a farlo rivivere. L'Austria intende da grandissimo tempo colle arti di cupa e scellerata politica ad allargar il suo dominio in Italia, ed a ghermire tutti i paesi circonpadani dal Veneto all'Adriatico. Le Legazioni sono la prima preda a cui ella agogna, e su cui si getteranno cupidamente gli artigli imperiali, come prima ne abbiano il destro. Io non credo che i buoni Italiani, qualunque sieno le loro opinioni politiche, possano esitare un solo istante, quando si tratti di scegliere fra un antico governo italico e un nuovo giogo barbarico, fra una monarchia nazionale, e una tirannide oltramontana. La libertà è una bella cosa, ma l'indipendenza nazionale è molto migliore; l'una compie la felicità di un popolo, l'altra gli dà il nome, l'essere, la vita. L'odio politico contro il dominio austriaco ed imperiale è perciò il sentimento in cui si debbono riunire tutte le opinioni; e siccome all'odio si dee contraporre l'amore, qual è il principio che possa stringere ad armonizzare gli animi di tutti gl'Italiani, se non quella dolce e sacra paternità del pontefice romano, tanto antica quanto il cristianesimo, e che malgrado l'empietà, e la freddezza dei tempi, è tuttavia adorata dalle cattoliche popolazioni? Forse il tempo non è lontanissimo in cui chiunque ha sentimento d'uomo dovrà stringersi intorno al venerando pastore, per guardare e difendere dalla rapace e fraudolenta Vienna le belle provincie fra l'Adriatico e l'Apennino, volgendo la morale e religiosa possanza del papato a liberar la penisola dall'oppressione straniera. Imperocchè coloro i quali si confidano che l'uccello grifagno non aspiri a dar di becco su qualche nuovo boccone d'Italia, finchè possa mangiarsela tutta, s'ingannano di gran lunga, e piangeranno un giorno amaramente, ma senza rimedio, la loro stolta fiducia»[526].

Volle poi amplificare uno smodato elogio all'Italia, mostrando come a lei competesse la primazia fra le nazioni, principalmente perchè sede del papato, antica tutela e novella speranza della nazione, centro jeratico e vincolo religioso e morale dell'universo; e dove Roma è «ai dì nostri asilo inviolabile di civile tolleranza e ricetto ospiziale, aperto a tutti gli uomini onorati, specialmente se infelici, qualunque sia la setta a cui appartengono». V'è pagine mirabili di fede e di verità storica, ma innoculava al paese una superbia, che doveva immensamente pregiudicare. Ivi esalta l'efficacia degli Ordini religiosi; ivi ridesta la teoria patristica che la Chiesa è anima delle nazioni e della civiltà, e i papi sono arbitri dei regni; al tempo stesso che il siciliano padre Ventura sosteneva esser il potere politico subordinato all'ecclesiastico, quanto il domestico al politico.

Il Gioberti, quasi avesse paura de' suoi asserti, professava non aver fatto che dedurli dal Balbo, dal Cantù, dal Manzoni, dai quali era nata una scuola che intitolarono Neoguelfa. Nell'indeclinabile conflitto tra la Chiesa e lo Stato, cioè fra il popolo e i governanti, eransi appigliati al partito, per cui giganteggiarono Milano, Firenze, Napoli, Venezia; quello cioè che alla supremazia armata dell'imperatore preferiva l'autorità morale del pontefice; ed, oltre il resto, vi vedeano un mezzo di far prevalere l'idea nazionale alla dominazione forestiera. Nel paese, ritemprato dai lunghi dolori, voleano ristabilire concordia e dignità, surrogare il culto della libertà all'orgia della rivoluzione, far della fede meglio d'una speculazione che tutto vuol conciliare nel vago, e che non è nè un alimento nè un freno; dallo scherno volteriano, o del credere unicamente nel Dio de' galantuomini, ricondur i nostri al Dio vivente, personale, creatore e redentore. Nella storia poi, nella ponderazione del diritto e nella statistica riconoscevano come la libertà fosse stata sempre protetta dai papi, i quali all'universale impero della forza opponendo la comunanza universale delle anime, aveano salvato la civiltà, impedita l'intera sommessione dell'Italia ai Barbari, favorito a tutti i tentativi d'indipendenza. Il progresso non consistere in quella febbre d'attività mercantile che specula sulle passioni della vita sensuale; e non può separarsi dal rispetto al diritto e alla morale. Ad elevare le plebi nessun mezzo riuscire meglio che l'elevare i sacerdoti coll'educazione e colla moralità; e consolidare il concetto dell'autorità, che surroga alla repressione de' gendarmi la vigilanza della coscienza.

Affrontando i gloriosi pericoli dell'impopolarità, i Neoguelfi credevano per tal via ottenere che l'Italia, umiliata dalla violenza straniera e dall'accidia nostra si rialzasse colle memorie e coll'azione di soli italiani, e fantasticavano una lega di cui fosse capo il pontefice, e per la quale lo straniero perderebbe dapprima la superiorità, quindi anche il dominio. Se non che pareva opporvisi la trista opinione invalsa intorno al principato temporale dei papi, denunziati incessantemente come pessimi amministratori, inetti governanti, avversi ai progressi della civiltà moderna.

Ma mentre alcuni la credeano in ritardo, altri in avanzo, parve Dio mandasse l'ora giusta al trionfare della Chiesa a capo della civiltà.

Pio VII, eroe dacchè la persecuzione pose fine alle sue debolezze, ingloriato dal martirio sì ben sostenuto, e appoggiato dal Consalvi, uno de' più insigni ministri, col motu proprio del 6 luglio 1816 diede all'amministrazione pubblica un ordine generale, cercando innestare sulle antiche consuetudini le innovazioni rivoluzionarie; serbò a soli ecclesiastici l'istruzione, la censura, la diplomazia, le supreme magistrature amministrative e giuridiche; rielesse cardinali, santificò varj santi. Leone XII, succedutogli il 28 settembre 1823, continuava le cure pastorali contro «l'irruente empietà e contro la meticolosa politica, invasata dalla paura de' forti e oltrecotante coi deboli»: e aveva divisato riformare le regole de' frati, riducendoli a tre soli Ordini; uno di regolari, poveri, di scienza discreta e tutti cuore, che coadiuvassero ai parroci, servissero al popolo, e si sagrificassero negli ospedali; uno tutto per l'educazione e istruzione della gioventù, e per propugnare gl'interessi della religione e del buon costume; uno di contemplativi che salmeggiassero e predicassero, mirando all'evangelica perfezione. Ripristinò il Sant'Uffizio, estese i privilegi della manomorta, e ai Gesuiti affidò il Collegio Romano col museo e l'osservatorio.

Volle attestare la indipendenza di Roma col pubblicare il giubileo, che più non erasi fatto dopo il 1775: cioè, malgrado le paure dei re e dei politici, invitar i devoti di tutto il mondo a venir a Roma, dove, «oltre i tesori della grazia, vedrà riuniti i più augusti monumenti della religione, tanti preziosi pegni dell'amor che il Signore attestò alle porte di Sion con maggior profusione che a tutti i padiglioni di Giacobbe; affrettinsi al monte dove piacque a Dio d'abitare. O Gerusalemme! voglia Dio che vengano a te colla fronte a terra i figli di coloro che l'hanno umiliato, e che adorino le orme sue quei che ne son fatti i detrattori. A voi specialmente ci volgiamo con tutta l'affezione del cuore apostolico, a voi che, separati dalla vera Chiesa di Cristo, e allontanati dalla via della salute, ci fate gemere sul vostro stato. Consentite al più affettuoso de' padri la sola cosa che manca all'allegrezza generale, cioè che, chiamati dall'ispirazione dello Spirito superno a goder della luce celeste, e rompendo le barriere della separazione, partecipiate ai sentimenti della Chiesa madre nostra comune, fuor della quale non v'è salute. Noi apriremo il cuore alla gioja, vi riceveremo con allegrezza nel nostro seno paterno; benediremo il Dio d'ogni consolazione, che nel più gran trionfo della verità cattolica ci avrà arricchiti di tutti i tesori della sua misericordia».

Noi non siamo costretti a giudicare le ordinanze civili di lui: basti che fu tacciato di far troppo, come di far poco il succedutogli Pio VIII (31 Maggio 1829), più rassegnato che lottante, e che breve durò.

Il dottissimo cardinal Maj, nell'orazione solita recitarsi in conclave de eligendo pontifice, diceva ai cardinali: «Dateci un papa che sia per la fede Pietro, per costanza Cornelio, per felicità Silvestro, per eleganza Damaso; abbia di Leon Magno la nitida eleganza, di Gelasio la dottrina, di Gregorio Magno la pietà, di Simmaco la fortezza, di Adriano l'amicizia de' principi; sia per la concordia delle Chiese Eugenio, pel patrocinio delle lettere Nicolò, per grandezza di pensamenti Giulio, per liberalità Leone, per santità Pio V, per vigor d'animo Sisto: e per non ricorrere solo le prische età, dateci un pontefice cui non manchino nè l'erudizione di Benedetto XIV nè la munificenza del sesto Pio, nè la forza e benignità del settimo, nè la vigilanza di Leone XII, nè la rettitudine di Pio VIII».

Gregorio XVI saliva papa il 2 febbrajo 1831 mentre l'Europa era sommossa da una nuova rivoluzione di Francia, che al ripristinato diritto divino surrogava quello delle moltitudini e della sollevazione. E una scoppiò nelle Romagne nell'interregno, ma ben presto l'Austria tornò all'obbedienza dei duchi e del papa l'Italia media, colla solita necessità di repressioni e la solita sequela di odj. Quanto inesperto delle cose politiche tanto fervoroso per la causa di Dio e la santa maestà del dogma, Gregorio XVI secondò la revivescenza cattolica in Italia e fuori[527]; infervorava ai doveri religiosi; ostava alle eresie ripullulanti; riformò i concordati col Piemonte e con Modena; lottò colla Spagna e colla Svizzera che molestavano la Chiesa; scomunicò i fautori della tratta dei Negri; denunziò alla cristianità il re di Prussia, che a cagione de' matrimonj misti teneva in carcere l'arcivescovo di Colonia; all'imperatore di Russia rinfacciò i maltrattamenti usati ai Polacchi, e additandogli le ruine del palazzo di Nerone diceagli: «Ecco quanto resta de' persecutori de' Cristiani».

Vaglia il vero, non sempre il clero si trovava all'elevatezza della sua missione; molti preti mancavano della scienza necessaria, e molti della ancor più necessaria pietà. Usciti dai seminarj, dove non sempre la vocazione gli avea condotti, tremando dell'impopolarità e dello scherno, pareano attenti a farsi perdonare il loro stato e il loro vestire coll'accostarsi il più possibile al viver mondano: usare ai caffè e ai ritrovi, bazzicare passeggi e fin teatri, educarsi sui giornali a cianciulliare di politica col gergo liberalesco; neppur rifuggire dalle società secrete e dalle cospirazioni; colle romanze del Berchet e i lazzi del Giusti e le declamazioni del Gioberti inebriarsi al prossimo ritornar dell'Italia nel suo legittimo primato; torturavano la Bibbia per trarne eccitamenti e giustificazioni alle loro demolizioni; rideano essi primi degli studj teologici, delle virtù ecclesiastiche, della carità non meno che della devozione, e di coloro che mostrassero o scienza non comune o zelo disinteressato: mentre riponevano il progresso nel trattare leggermente la fede avita, riprovare abusi di cui essi stessi profittavano, e parlar della secolarizzazione degli uffizj ecclesiastici, della abolizione delle fraterie e dell'incameramento dei beni: e dolersi di dover nascondere tanto talento e tanta attività sotto la veste talare. Costoro erano carezzati dai settarj, e lusingati colla speranza d'una rivoluzione civile e sociale, ma che lascerebbe intatto il cattolicismo, cioè i benefizj che godeano e le dignità a cui aspiravano: onde molti bonariamente credeano, o almen diceano che il cattolicismo, postosi a capo delle idee moderne, conquisterebbe l'universo mondo[528].

Chi sa la storia del nostro secolo, conosce che sempre fu regolato da frasi. E la frase proclamata nella rivoluzione del 1831 fu il non intervento. Questo restar indifferenti allo strazio de' nostri vicini repugna alla carità; ma la politica stessa se ne ride; ed oltre ripristinare coll'armi i principotti d'Italia e il pontefice, le Potenze vollero intromettersi dell'assetto interno, fino a pronunziare che lo Stato Pontifizio era mal governato, e dar suggerimenti ufficiali al suo principe. S'aperse con ciò l'èra nuova della rivoluzione, che comparve armata della penna dei diplomatici e delle ambizioni dei re, i quali faceansi alleati e complici delle società segrete istituitesi contro di loro, e subillatori dell'eresia che prima era da essi combattuta. Se l'aveano suggerito i regnanti, ben poteano i Romagnuoli domandare a gran voce la secolarizzazione degli impieghi e l'applicazione di codici stranieri: sicchè il malcontento poteva palliarsi di legalità, e farsene organi or elegiaci or ditirambici anche persone dedite all'idea carbonarica, ma repugnanti dalla Giovane Italia, quali Massimo D'Azeglio o il dottore Farini. A tale manifattura d'anarchia trovavano alleati troppi interessi e passioni; malcontenti che volevano annessi i paesi pontifizj al regno di Napoli o al Piemonte o sin all'Austria; Inglesi che bramavano crollasse il papato; Tedeschi che voleano impiantare il protestantismo nella sede stessa del cattolicesimo; avvocati che agognavano l'occasione di declamare in un parlamento o di regnare in un ministero; rivoluzionarj che erano sicuri di riuscire contro un trono che non vuol difendersi con un esercito, sicchè la minima insurrezione basta ad abbatterlo; napoleonici, che di quel paese farebbero il punto d'appoggio per sollevare tutta Europa. Il governo di Luigi Filippo non poteva reprimere la rivoluzione da cui era nato: e poichè nel paese suo era cominciata nuova guerra contro il ridestato zelo del clero, indicato col nome di Gesuita, si mandò ambasciadore a Roma un antico fuoruscito, il carrarese Pellegrino Rossi. Alla costoro ombra, dalla Francia, da Lugano, dalla inglese Malta avventavansi opuscoli incendiarj in Italia, che versassero aceto sulle piaghe: che, se bersagliavano il Tedesco, più concordemente inviperivano contro Roma. Tutto ciò cresceva gli scontenti negli ultimi anni di Gregorio XVI. E s'egli deplorava tale disorganamento, e vi provvedeva o con ammonizioni o con repressioni, era vituperato come retrogrado e tirannico; denigravansi gli atti suoi migliori; calunniavansi fino i suoi costumi; non occorrevan le prove e neppur la probabilità; bastava l'esser detto; chè in tempo di rivoluzione la credulità è inesauribile[529].

Quell'amministrazione diversa dagli altri regni, quel re prete che dava esempj o raffacci ai re, quella corte di cardinali come potevano piacere ad un'età tutta soldati e ciambellani? Credeasi avvilito un popolo perchè ubbidiva a tonache, anzichè ad uniformi; i sudditi diceano che il papa era uno strumento in man dei principi; i principi lo guardavano bieco come il solo che osasse opporsi alle loro trapotenze.

Aggiungiamo pure che un principe a vita, scelto in grave età, fra una classe aliena per istituto da intrugli temporali, preferito per le virtù che giovano ed onorano la Chiesa universale, deve riuscire men proprio al governo quanto è più austero ed esemplare: onde quivi peggiorano le condizioni di moralità che altrove sarebbero salvezza. Quindi moltiplicate le cospirazioni, finchè una nuova se ne ordì al comparire del suo successore, la cospirazione degli applausi.

Pio IX, avvezzo a lavar le sue mani tra gl'innocenti, pietoso di cuore, ameno di discorsi, buon sacerdote, che molte ore d'ogni giorno riserbava alla preghiera; che nelle dubbiezze gettavasi a' piedi della Madonna, a gran rinforzo di speranze e di lodi venne trasformato in un idolo a capriccio, attribuendogli atti, concetti, divisamenti alieni dal vedere e voler suo: «Viva Pio IX» fu il grido che risonò da un polo all'altro, più alto che a qualunque eroe, e come simbolo di tutte le speranze, non men della Chiesa che dell'Italia. Ai Cattolici parendo risorgesse quel che dopo Lutero non si era veduto più, un pontefice di tal grandezza, da stendere la sua efficacia sul mondo intero, esultando che il movimento venisse appunto di là ove è tradizionale la stabilità.

Ma i figli di Voltaire non riconciliavansi col papa se non foggiandolo sul tipo del loro patriarca; e in quella foga d'applausi, dove l'amore cancellava la riverenza, si tentò staccare il principe dal papa, il papa dall'ordinamento ecclesiastico e dai suoi predecessori, gridando «Viva Pio IX solo». Per quanto egli protestasse contro lo scopo che ognor più si rivelava di farlo scintilla d'incendio politico[530], con preghiere che somigliavano a minaccie se gli chiesero le riforme che i principi aveano suggerite nel 1831, ed egli le concesse; se gli chiese, istituzione di moda, il giornalismo, ed egli il concesse, e vi seguì il nembo delle falsità, l'annunzio di riazioni, di briganti, d'invasioni; in conseguenza gli si chiese la guardia nazionale e un esercito, ed egli concesse: se gli chiese una costituzione, ed egli la concesse; pel qual modo si ebbe in pochi mesi ciò che i più arditi avean appena sperato in un secolo.

Non può toccarsi al principato ecclesiastico senza che tutta l'Italia se ne risenta, anzi l'Europa, come a un interesse dì tutti e di ciascuno. Ben presto Francia scoppiò in nuova rivoluzione repubblicana; l'Europa tutta vi corse dietro, come a tutte le mode di Francia, e a titolo della fraternità universale restò contaminata di assassinj e di ruine. In Italia pure in nome della nazionalità cominciò la conflagrazione, che da venti anni mantiene quell'incertezza ch'è il peggiore dei danni perchè sospende tutte le forze dell'anima, elide il coraggio, differisce le risoluzioni, come di gente sulle mosse, che non ha nè una strada nè una meta.

La commozione erasi iniziata nel nome del papa, e nei concetti de' Neoguelfi di ridurre a concordia lo Stato colla Chiesa, la libertà coll'autorità. Più parve potersi sperarla quando l'assemblea repubblicana francese, proclamando il diritto inviolabile delle coscienze, sciolse i vincoli che un'improvida protezione avea messo alle facoltà della Chiesa, e il parlamento germanico abolì i divieti che le costituzioni particolari ponevano al culto pubblico. Anche in Italia i sacerdoti favorirono gli scotimenti del 1848, benedissero le bandiere e le armi, contribuirono denaro, preci, inni, esortazioni, esempio: il ministero piemontese gl'invitava a render odiosi al popolo gli Austriaci col mostrare come questi avessero sempre incagliata l'azione degli ecclesiastici[531]. Ognuno sa come la rivoluzione si voltasse contro Pio IX, fin a cacciarlo dalla sua sede; onde l'Italia, per la terza volta in cinquant'anni, dovè protestare contro gli oltraggi dell'esiglio del suo padre. Portata la gran lite sul campo della forza, la forza prevalse; lo straniero rioccupò l'Italia, e l'inevitabile riazione inaridì le rigogliose speranze, e divelse le ottenute libertà.

L'unico governo sopravvissuto con forme parlamentari cercò sviare le opposizioni col voltarle sopra il clero. Accennammo quanto il Piemonte concedesse alla giurisdizione ecclesiastica maggior campo che il resto d'Italia, e la Chiesa vi fruisse privilegi che dal principato altrove le erano stati tolti, e che dalla libertà s'invocano ora come diritti comuni. Le curie continuavano a conoscere delle cause relative a riti, a sponsali, a matrimonio, a benefizj, e così della bestemmia e dell'eresia, ed anche de' reati comuni qualora il fôro laico li lasciasse impuniti. Spettava ai vescovi l'ispezione sui pii istituti: ai parroci il registrare gli atti dello stato civile. Le cause d'ecclesiastici, se questi non volessero prevalersi del privilegio di fôro, venivano giudicate dalle corti d'appello, anzichè da tribunali inferiori: invece del giuramento, in giudizio bastava pel vescovo l'asserzione; e i chierici lo davano toccandosi il petto, anzichè gli evangeli. L'ecclesiastico era esente dal servizio militare, dall'obbligo della tutela, dall'esser imprigionato per debiti o privato del necessario: ancorchè minorenne, potea fare i voti e disporre de' proprj beni; se venisse arrestato, doveasi subito parteciparne notizia al vescovo, e tenerlo in carcere separato; non condannarlo mai a lavori forzati: non a morte senza che il processo fosse conosciuto dal vescovo. L'arcivescovo doveva approvar le tesi di laurea, assistere per mezzo d'un delegato agli esami dell'Università, ove si davano esercizj spirituali, uffizj festivi, obbligo di confessione. Per la stampa voleasi il visto d'un censore ecclesiastico: molteplici le congregazioni religiose. L'asilo sacro estendeasi a tutte le chiese dove si conservasse l'eucaristia ed ai sagrati: venivano aggravate le pene quando il delitto fosse commesso contro persone o cose religiose: gli Ebrei dovevano dimorare in un quartiere segregato, esclusi dal possedere e dagli uffizj pubblici e dai gradi universitarj. Neppure i Valdesi poteano possedere fuor dei loro confini.

I Gesuiti, la cui caduta non era bastata a calmarne i nemici, abbondanti non solo tra gl'increduli ma in frati gelosi e in puntigliosi giansenisti, erano rientrati nel regno coll'antica dinastia, e divennero onnipotenti, se crediamo a quel che ce ne dicevano i Piemontesi, che arrivavano ad invidiare la Lombardia, perchè, la dominazione forestiera non ve li tollerava. Che se il buon senso riflettesse che non un solo Gesuita dettava nelle Università; che i loro collegi, affatto liberi, erano popolatissimi, e da famiglie non servili e non ignoranti, gli si imponeva silenzio con quelle asserzioni che arrogansi il luogo di ragioni[532].

Quanta invece avessero potenza i loro avversarj fu chiaro dal caso del Gioberti. Nel Primato d'Italia volendo retoricamente mostrare come la nazione nostra sovrastasse a tutte le altre, l'udimmo magnificare e l'autorità pontifizia, e i sostegni di essa, i Gesuiti. Coloro che adorano un idolo purchè fatto a loro modello, gliene vollero male, e lo punzecchiarono tanto, che egli, supremamente bisognoso dell'aura vulgare, onde purgarsi dalla taccia di gesuitante, «da acqua tepida si convertì in lava», buttò fuori i Prolegomeni, ove cantava la palinodia, poi il Gesuita moderno, ove in cinque grossi volumi rivomitò (come si disse) il vomito di tutti i precedenti, e con menzogne elevate fin all'assurdità tolse a mostrare che i Gesuiti «son anime dure e spietate, anime di ferro; impenetrabili ai sensi più sacri, ai più nobili affetti; cime d'orgoglio di un crudo ed inessicabile egoismo; pronti alla frode, all'impostura, alla calunnia, sforniti di viscere, apostoli d'inferno, ministri di perdizione, insomma il nemico più funesto e terribile che siasi veduto ne' tempi moderni di ogni vivere umano e cristiano». Nominava e infamava persone vere e vive, come erangli denunziate da amici; e sopra denunzie altrui assicurava che nelle scuole gesuitiche «si predica una morale ribalda, che non ha di cristiano che le sembianze; un costume di cui gli onesti Gentili si vergognerebbero; una giustizia che contraddice alle leggi pubbliche, e non può avere altra sanzione che quella degli scherani».

Il secolo critico avrebbe osato revocarlo in dubbio? Ma a chi gli avesse chiesto ragione della diametrale contraddizione, il Gioberti rispondeva averli lodati per far prova di convertirli, ma uscito vano il tentativo (in pochi mesi) aver chiamato il pan pane[533]. L'illustre Pascal, interrogato dalla marchesa di Sablè se delle accuse che lanciava in quelle Provinciali, che furono definite immortali bugiarde, fosse egli ben accertato, rispondeva che l'assicurarsene era dovere di quei che ne lo informavano; a lui non incombeva che di servirsene[534]. Siffatta doveva pur essere l'opinione del Gioberti, che vivendo lontano, non era istruito del paese se non per lettere di pochi preti, come ce ne chiariscono il suo carteggio stampato, e più quel che abbiamo di non istampato[535], e di là trasse tutta quella spazzatura di sacristia, di cui infarcì dettature, nelle quali Iddio lo colpì di mediocrità.

Come ciò si combinasse colla sua devozione quasi idolatrica pel papato lo cerchino quei che pretendono coerenza in coloro che orzeggiano secondo il vento dell'opinione. Ben deplorevole è che ne nascessero baruffe da trivio, e persone oneste e venerande restassero esposte a insulti di piazza, e presto a violenze pubbliche. Perocchè i primi esperimenti della rivoluzione furono dapertutto il cacciare a furia i Gesuiti, nè molto esagererebbe chi dicesse che tutti i preti ne godettero. Ciò fin dall'ore rosee delle riforme. Dappoi che si stabilì il sistema rappresentativo, o per l'insita avversione delle sêtte a quanto sa di Chiesa, cioè d'autorità e di conservazione, o per istornare gli occhi dagli errori e dagli abusi proprj, il governo sardo suscitò garriti religiosi, e minute persecuzioni. Non che abolire la revisione ecclesiastica, alla revisione civile sottopose gli scritti dei vescovi. Protestavano questi contro tale indegnità, e con monsignore Charvaz dicevano: «L'intera libertà noi vogliamo, per la quale coll'errore può diffondersi anche la verità, e la religione parlare senza bavaglio: non vogliamo una mezza libertà, per la quale resti la revisione d'un tribunale non competente in materia religiosa; una mezza libertà, la quale, col pretesto che una parola inceppi il Governo, possa inceppare la libertà religiosa e sociale».

Di tal pretensione si scandolezzarono i liberali, e più quando i vescovi, adunatisi a Villanovetta, pronunziarono che agli ecclesiastici spetta il pieno esercizio de' diritti politici e civili quanto ad ogn'altro cittadino, ma devono astenersi da ogni discussione politica, dai circoli, dalle elezioni, da uffizj pubblici, dal legger abitualmente i giornali, qualora non siano autorizzati dal vescovo: non potersi, a norma dello Statuto, senza l'approvazione ecclesiastica pubblicare Bibbie, catechismi o libri che trattino ex professo di religione; e proponeano una riforma delle curie vescovili, col consenso del pontefice.

In paese libero questa libera unione fu violentemente accusata, e il La Farina la denunzia come «atto di vera ribellione» perchè «non se n'era chiesta l'autorizzazione del principe».

I concordati cambiavano d'indole quando non riferivansi più ad un re, bensì ad un ministero che cangia ogni stagione, ad un parlamento ove la maggioranza d'una sola palla basta a sancire la legge anche iniqua; ove la libertà dello stampare e dell'adunarsi concessa a tutti, rende più ingiusto il negarla agli ecclesiastici, come rendonsi superflui i privilegi di questi dacchè le garanzie volute in essi divengono comuni a tutti.

Ma appunto da questa mutabilità delle leggi e de' Governi vien cresciuta la necessità di vedere assicurata la libertà del capo della Chiesa: eppure contro di questo concentravano gli attacchi le sêtte, le quali, dopo essersi assoggettati lo Stato e il popolo, vogliono serva anche la Chiesa; e parve che d'allora Piemonte significasse rivoluzione, come popolo dovea significare i giornali. I quali, dopo rinnegata l'eguaglianza di tutti in faccia alla legge, sancita dallo Statuto, in nome di questa eguaglianza chiedeano si sopprimesse la giurisdizione eccezionale. Questa era portata dal concordato, sicchè sarebbe bisognato trattarne con Roma; ma i giornali impossessatisi della quistione, com'è loro stile l'avevano incancrenita; «i liberali (son parole del La Farina) generalizzando le accuse, disgustavano della libertà molti ecclesiastici che senza di ciò l'avrebbero amata: entrati una volta in queste vie, il soffermarsi era impossibile, perchè l'ingiuria chiama l'ingiuria; i tristi avvelenano le piaghe e le rendono letali».

Roma riflesse che il concordato era stato conchiuso di recenti; e che è un contratto sinalagmatico, ove ciascuna delle parti cede in alcun punto per ottenerne un altro[536]: nè dal mutare degli ordini politici doveano dipendere le leggi ecclesiastiche. Ai varj messi spediti a trattarne era impossibile riuscire ad accordi, atteso che Roma non potea transigere sovra i principj, e il governo Sardo era omai schiavo di quella che s'intitola opinion pubblica. Il conte Siccardi spedito a tal uopo, ne tornò irritato, e presentò al Parlamento un progetto di legge per rifondere la giurisdizione ecclesiastica in materia temporale. Inviperite le plebi, fra le escandenze di queste fu passata la legge, che aboliva il privilegio del fôro, il diritto d'asilo, le pene per l'inosservanza delle feste; imponeva la sanzione regia ai corpi morali per acquistare beni o ereditarne. È la legge del 9 aprile 1850, rimasta famosa col nome di Siccardi; e in Torino si eresse una piramide a perpetua memoria di franchigie che da mezzo secolo possedeano tutti gli altri paesi d'Italia; pure la regia firma non fu consentita agli articoli che toglievano l'osservanza delle feste, e riducevano il matrimonio a contratto civile.

Roma protestò; richiamò il nunzio da Torino, e non volle riconoscere il Pinelli, mandatole affinchè accettasse il fatto compiuto, e rimovesse il Franzoni arcivescovo, tenuto corifeo dell'opposizione clericale, e che avea proferto la legge civile non poter dispensare il clero dagli obblighi speciali, impostigli dalla Chiesa, e prescriveva qual contegno dovesse tenere rimpetto ai tribunali civili. Di aver ciò stampato gli si mosse processo in paese di libera stampa, e alla citazione non essendo egli comparso, fu chiuso nella cittadella: fatto nuovo e inaudito, dice lo storico succennato nello sbeffeggiare questo martire: al quale però serviva di conforto il giungere condoglianze e incoraggiamenti d'ogni parte, un pastorale dai fedeli sardi, un anello da quei delle chiese d'Italia, un calice dai Francesi.

Ammalatosi intanto il conte di Santarosa ministro, gli si negò il viatico se non ritrattasse la partecipazione che aveva avuto a quelle leggi. Nuova occasione di ire plateali e avvocatesche, per obbedire alle quali l'arcivescovo, sequestratigli i beni, fu chiuso nella fortezza di Fenestrelle, poi condotto ai confini di Francia, ove stette esule i dodici anni che sopravvisse. E parimente dovette uscire monsignor Morungiu arcivescovo di Cagliari e (dice il solito storico) «a sentire la fazione teocratica, era già tempo di nascondersi nelle catacombe: i martiri si moltiplicavano; le persecuzioni de' Neroni e de' Domiziani erano superate». Forse la fazione teocratica ricordavasi che, oltre lo Statuto, vigeva il codice ove l'articolo 2 dichiara che «il re si gloria d'esser protettore della Chiesa e di promuovere l'osservanza delle leggi di essa nelle materie che alla podestà di essa appartengono: i magistrati veglieranno che si mantenga il migliore accordo tra la Chiesa e lo Stato».

Quasi poi si fosse proposto di far d'un popolo senza fede un popolo senza doveri, la stampa metteva fuori libri i più ribaldi; riproduceva ad uso del popolo novelle e poesie di cui Sodoma si sarebbe vergognata: famigliarizzava coi delitti più atroci e più osceni; fatta palestra di obbrobrj, lanciava vituperi contro le persone e le istituzioni ecclesiastiche: il più lurido dei giornalisti, dopo scompisciato tutta la settimana ogni persona e cosa che ispirasse o meritasse rispetto, la domenica appestava il pubblico con migliaja di copie d'una spiegazione del vangelo, dove avvoltolava nella sua pozzanghera Cristo, e principalmente la Madonna. Ne sghignazzavano i caffè, e lo pensionava l'erario.

In più serio campo Giovanni Nepomuceno Nuytz, all'Università di Torino professava un corso di diritto canonico (Juris ecclesiastici iustitutiones) degno del Febronio, asserendo l'onnipotenza dello Stato sopra la Chiesa; l'incompatibilità del potere temporale collo spirituale; non potersi dimostrare che il matrimonio sia sacramento, nè la Chiesa stabilirvi impedimenti dirimenti; la Chiesa cattolica e specialmente la santa sede essere stata causa dello scisma orientale[537]. Messo all'Indice, l'autore fu strascinato in trionfo e promosso. E fioccavano scritti in cui voleasi considerare il potere pontifizio come un semplice ministero, anzichè una giurisdizione; la religione come società dell'uomo con Dio, eliminando la Chiesa visibile, e la suprema garanzia de' diritti civili; nelle materie miste, cioè nell'amministrazione esterna delle cose sacre, la decisione competere all'unico potere, primeggiando l'interesse pubblico in tutto quanto non è essenza della religione.

E qual cosa sia l'essenza della religione lo definirà ancora il Governo. Essenza della religione è che si predichi la verità, ma lo Stato prefiggerà da chi, quando, dove, come, e se quella verità nuocia al pubblico assetto. La preghiera è essenza della religione, ma lo Stato determinerà le ore, i luoghi, le formole; e se permettere una processione, le immagini, i pellegrinaggi, il richiamo delle campane. È essenza della religione il formare i proprj ministri, ma l'autorità origlierà ai seminarj, imporrà i maestri, le materie d'insegnamento, il numero e l'età degli allievi, e quando arrivino agli anni, li ghermirà per farne soldati. La Chiesa è giudice degli errori contrarj ai suoi dogmi e alla sua morale, ma lo Stato esaminerà la forma delle decisioni dogmatiche, potrà sospenderne la pubblicazione, vietarne la discussione[538]. Essa amministra i sacramenti e fra questi il matrimonio, ma lo Stato non lo riconoscerà se non stipulato davanti agl'infimi de' suoi magistrati, in via di contratto naturale. Potrà dirsi impedita la libertà del cittadino o turbata la quiete pubblica se una processione interrompe la marcia d'un reggimento; se ai nostri carnevali si oppongono le devozioni; se ne' conventi si ricoverano fanciulle destinate alla scena o a peggio; se i nostri tabernacoli impacciano le mostre delle botteghe; se i nostri vescovi stampano come i giornali, o i nostri curati declamano quanto i deputati e gli arruffapopolo: se infine un cristiano vuol praticare la libertà diversamente da quel che esigono i dominatori del giorno.

Insomma si ammetteva la religione, ma se ne ripudiavano le conseguenze; si tollerava Cristo, ma prima il re e il prefetto; il Governo, se non bastava l'aver tratte ai tribunali civili le quistioni beneficiarie e matrimoniali, stabilito nuove norme per la placitazione, sottoposto a speciale autorizzazione i lasciti e gli acquisti in favor della Chiesa, tolto la personalità morale alle corporazioni religiose, imposto tasse eccezionali e quote di concorso a certi benefizj, rendevasi ridicolo agli assennati e vessatorio ai credenti col rinnovare le scene dell'interdetto di Venezia, e dei re sacristani di casa d'Austria. Il papa nel concistoro 22 gennajo 1855 disapprovava tutti gli atti del potere legislativo ed esecutivo del Piemonte, lesivi della giurisdizione ecclesiastica, minacciando di censure coloro che a leggi siffatte dessero favore; e pubblicò i carteggi suoi co' varj ministri di Piemonte, e le lettere burbanzose di questi, che ad ora ad ora aveano tentato rannodare relazioni con Roma.

Peggiorò questa situazione la guerra del 1859; dove il Piemonte, avendo acquistata la Lombardia, vi applicò subito gli ordinamenti suoi, cassando il concordato che l'Austria aveva stipulato con Roma, e vituperando come ostile all'Italia indipendente quel clero che, come ostile al dominio forestiere, era stato sempre vigilato dagli Austriaci. Poi, con quel sintomo d'estrema decadenza ch'è la facilità con cui si perde e si acquista un trono, vennero annessi al regno sardo la Toscana, i Ducati, la Romagna; poi si conquistarono le Marche, l'Umbria, le Due Sicilie; infine si proferì l'unità d'Italia, e doverne essere capitale Roma.

Tali acquisti erano un fatto di mera politica esterna, di principe che spoglia un altro principe; ma doveano esulcerare le relazioni fra il pontefice e il nuovo regno; e alterare non solo le disposizioni reciproche degli spiriti, ma i doveri dei già sudditi pontifizj, che trovavansi sottoposti ad altro regnante, e a norme differenti anche in ciò che concerne la coscienza. Fu per voltare tutti i torti sopra di questi che il ministro Cavour promise le più ampie libertà alla Chiesa in libero Stato.

Come tutte le formole vaghe, questa non ha altro senso che quel che le si dà; gridata da tutti, è da ognuno intesa a suo modo, e se ne trastullano quelli che amano creare attitudini equivoche onde profittarne[539]. I Cattolici l'avrebbero aggradita ove significasse che la Chiesa non fosse più stretta da tutela estranea; autorizzata ad esercitare tutta la sua attività morale e civile, tolti gl'impedimenti alle relazioni dei fedeli e de' vescovi tra loro e con Roma, alle elezioni, alle stampe, alla beneficenza, all'istruzione, ai mezzi molteplici per cui si fa benefattrice dell'umanità, invece di vincolarsi a concordati per reciproche concessioni, avrebbe quella sicura libertà che invoca con quotidiana preghiera.

Chiesa e Stato sono due enti affatto distinti, eppure non separabili: viventi ciascuno di propria vita, non si devono reciprocamente impacciare, bensì nella loro indipendenza coadjuvarsi, l'una dirigendo le coscienze al rispetto dell'autorità, l'altro proteggendo l'attuazione esterna del dogma. La Chiesa sussisteva prima dello Stato, e abbraccia l'università de' credenti; mentre quella formola parrebbe rinserrare l'eterno nel contingente, l'universale nella circoscrizione geografica o politica. L'anima comanda al corpo, ma questo è inseparabile da quella finchè vive, e l'una tocca alle ragioni dell'altro in modo, ch'è impossibile delimitarle assolutamente, massime quando s'interpongano interessi e passioni.

Nel fatto poi questa libertà della Chiesa parea non tradursi che in scienza d'offendere chi non si può difendere. Man mano che si acquistò un paese, venne sottratto alle convenzioni che avea con Roma; si occuparono beni della Chiesa, benchè lo Statuto dichiari inviolabili le proprietà di qualunque siano natura, e benchè in fatto si rispettassero quelli delle congregazioni israelitiche e protestanti. Si obbligavano i vescovi a insolito giuramento, e perchè ricusarono furono carcerati[540] o rimossi dalle loro sedi, come altri sacerdoti che zelassero la Chiesa; lasciando anche scoperti moltissimi beneficj episcopali o capitolari o parocchiali per non voler accettare le elezioni o istituzioni fatte a forma de' canoni. Si sottoposero gli scritti de' vescovi a censura preventiva; a sorveglianza l'insegnamento de' seminarj, mentre dalle scuole pubbliche eliminavansi l'istruzione religiosa e ogni rito ecclesiastico; anzi si cercò fondare una teologia governativa, obbligando ne' seminarj a seguire i programmi dello Stato, poi riducendoli a un solo per provincia metropolitica, e ad insegnar la sola teologia. La proclamata libertà di culto non dava che agio agli eterodossi, mentre si obbligava il clero ad atti meramente politici, e a normeggiare il suo ministero alle esigenze del Governo, il quale ne misurava le processioni, le feste, il suon delle campane, le immagini; profanava le chiese, convertendole non solo in prigioni e caserme, ma fin in teatri e postriboli: s'imponeva di fare scendere Cristo in petti che lo repudiavano, e sepellire coi fedeli chi sino alla morte avea voluto starne separato; come turbatori delle coscienze punivansi con legge speciale quei parroci che al battesimo non accettassero padrino infedele o scomunicato, o esigessero ritrattazioni al letto di morte[541]. Intanto che si proibivano le esteriorità religiose, si ordinava ai vescovi di illuminare i loro palazzi[542] dai prefetti coi decreti, dal vulgo colla sassajuola; si mescolava la Chiesa a tutto ciò ch'è impopolare, e metteasi Cristo in opposizione all'impresa nazionale.

Il vescovo di Pesaro fa dai parroci suoi leggere in chiesa una pastorale ove raccomandava il culto di Maria, e riprovava il divulgarsi delle eresie; e il prefetto la proibisce e sequestra. Il vicario capitolare di Milano nomina tre canonici secondo il suo diritto; il Governo nega approvarli, e ne sostituisce tre altri che l'autorità ecclesiastica non riconosce, e il ministero li dota delle temporalità, come fa ad uno a cui l'arcivescovo di Firenze ricusa la canonica istituzione. Il vicario capitolare di Bologna dirama una risposta della santa penitenzieria sulla facoltà d'assolvere certe censure ecclesiastiche: e n'ha il carcere per molti anni. Quel di Rimini, per espiare le bestemmie del Renan invita i fedeli ad una funzione sacra, e l'autorità impedisce di pubblicar l'invito, e dai carabinieri lo fa strappare dall'interno delle chiese. I carabinieri andarono a insediare il parroco di Poppi, in onta all'arcivescovo. Il vescovo di Spoleto fu chiuso in fortezza perchè rammentò ai sindaci dovere «l'azion del Governo arrestarsi alle porte del santuario», siccome aveva dichiarato il presidente del ministero: l'arciprete di Cento perchè non benedisse col Sacramento un picchetto di guardie nazionali; e quel di Gaeta perchè nol benedisse bene: il prevosto Carsana di Bergamo perchè non volle dare la pasqua a uno scomunicato.

Onde i vescovi napoletani, protestando contro la legge che incatena ogni lor atto alla placitazione, esclamavano: «Niun governo è possibile quando un potere estraneo ed intruso il soprafaccia per modo, da voler esser arbitro d'ogni più vitale suo interesse, attraversargli il conferimento delle cariche, la destinazione de' pubblici magistrati, e metterne ad esame ogni provvedimento, ogni legge con piena balìa d'invalidarli a talento, staggirne il patrimonio e dispensare o negare a suo grado l'uso e il conseguimento dei beni, pei quali la cosa pubblica si amministra e sostenta»[543]. Perfino i tribunali risentirono delle antipatie religiose e della paura de' giornali, sottoponendo il giuridico al politico; e, per dire un sol caso fra cento, il supremo consiglio amministrativo di Napoli, il 3 giugno 1862, condannava i canonici di quella metropolitana per astensione e contegno ostile; reati ignoti al codice.

Può forse credersi che non sieno comandati dal Governo que' giornali, non pagati da lui que' monelli, non inviata da lui la tirannia in veste di prefetto: ma lascia fare e applaudire, punisce e disgrada chi vi contrasta; ha i prediletti suoi fra i persecutori; non protegge dagli insulti le sacre funzioni, ma le vieta perchè non eccitino disprezzi: sorregge abusi de' magistrati, abjetti co' superiori per prepotere sugl'inferiori, e cattivarsi l'applauso de' gaudenti e l'assenso d'una plebe che non sa quel che vuole, e vuole sempre quel che non ha; e che guarda a queste persecuzioni con indifferenza o anche con gusto perchè gli si ripete che menano a quella felicità, alla quale aspira sempre e sempre invano.

Gli sforzi principali dirigeansi a togliere l'educazione di mano al clero, non coll'impedire ch'esso ne avesse il privilegio, da gran tempo dimenticato, ma volgendo le istituzioni a escluderlo: nè solo le istituzioni governative, ma fin talune camuffate di carità, e dove si adula la gioventù o la moltitudine per pervertirla.

Principalmente si combattevano gli Ordini monastici, i quali, oltre esser legittimi come forma di libertà, rispondono a bisogni particolari di certi tempi e di certe classi di persone, dotate di grazie particolari, ma riescono incomprensibili alla vulgarità che conosce soltanto i piaceri e gli affari. Cacciati in nome della fraternità, erano tornati in nome della carità cristiana; ma si riuscì a farli detestati dalla classe gaudente quanto nel medioevo gli Ebrei; ed ogni riforma di governo venne seguita dalla loro distruzione[544]. Cacciati dalle case dove avevano composti tutti i loro desiderj, non poteano più vivere che mendicando: questa era colpa per cui erano arrestati, e così nudriti; onde una circolare autorizzò a non imprigionare quelli che non avessero ricevuta la pensione.

Così levate al clero le prerogative del vecchio diritto, ad onta del nuovo si manteneano contro di esso le leggi paurose e le ordinanze eccezionali delle tirannidi antiche; nella loro persecuzione i governanti alleavansi i partiti più opposti che si rassegnavano anche alla servitù di tutti, purchè della libertà non potesse vantaggiare il clero, non accorgendosi come ogni argomento che si accampa contro l'indipendenza delle comunità religiose, vale contro le politiche. Intolleranza tanto più notevole ove si tutelano le istituzioni più avverse al cristianesimo; si esaltano i culti di Budda, di Fo, di Maometto; si proteggono le associazioni protestanti e massoniche[545]. Nè a torto gli ecclesiastici rifletteano che anche Roma pagana, nella peggior sua decadenza, mentre adottava tutti i vizj e le superstizioni, repudiava le virtù cristiane; mentre era minacciata dai Barbari, sbigottivasi di pochi missionarj; mentre lasciava ostentar i vizj di Messalina, e Caracalla, riduceva i Cristiani a celar le loro penitenze nelle catacombe. Voi (diceano) intendete libera Chiesa al modo con cui libero Stato intendono i socialisti; poichè la portereste a piena rivoluzione, colla scena de' plebisciti per eleggere i curati e i vescovi; col rinfacciare ai prelati la carrozza e gli argenti e il palazzo; col repudiare la suprema giurisdizione che è indispensabile per l'unità; i papi sarebbero fatti per diploma dei re, non per ispirazione dello Spirito Santo nè dai prelati di tutta la cristianità; insomma senza culto senza morale, senza stabilità, la Chiesa rimarrebbe in balìa dello Stato che le porrebbe continui impacci: sarebbe il chiodo battuto continuamente dal martello della pretesa libertà. La spiegata ostilità non lasciò ignorare nessuno degli abusi che al clero potrebbero apporsi, ma voi volete far la politica col mezzo della miscredenza; confondete l'idea di società con quella di Stato; chiamate libertà il toglierla ad altri, ad una classe intera; pretendete alla concordia per mezzo dell'irritazione, e col dividere la nazione in vincitori e vinti. Riponendo ogni progresso nel livellare (continuano) a questi atti pretessete il titolo di eguaglianza, quasi la Chiesa pretendesse dare l'exequatur alla nomina del re o del ministro o del senatore, e stabilire qual bandiera, che divise, quanti soldati aver deva lo Stato, e come regolare i collegi militari o di marina, o impedirvi d'opprimere di tributi i cittadini. La società non tollererebbe più un clero privilegiato e dominante, ma forse la Chiesa aspira a questo titolo? Non chiede privilegi, vuol l'eguaglianza, vuole poter seguitare i proprj statuti che sono i canoni e le disposizioni conciliari, in quanto non repugnano al diritto comune; vuol garantiti i diritti che spettano a' ministri e membri suoi secondo quegli statuti.

Viepiù il raziocinio e le azioni scompigliò la aspirazione di conquistare Roma, sempre coll'ombra di quistioni accessorie offuscando le verità fondamentali. Nella meschinità de' concetti moderni si suppose che i contrasti della società secolare contro l'ecclesiastica nel medioevo mirassero a togliere a questa gli Stati Pontifizj, e si arrivò persino a fare di Dante l'apostolo, anzi il profeta d'un'unità italiana, di cui fosse capo un imperadore sedente a Roma; nel veltro allegorico di lui s'adombrò un re moderno, al quale un prete in pubblica solennità gridò, Vieni a veder la tua Roma che chiama. Chi serbava ombra di senno non potea dimenticare che quelle parole erano dirette ad Alberto d'Austria, cui il poeta minacciava il giusto giudizio di Dio se non venisse qua ad inforcare gli arcioni di questa Italia, fatta indomita e selvaggia.

Se la fede di Cristo fosse stata applicata nella sua pienezza, la pace avrebbe regnato nel mondo come in una famiglia; cor unum et anima una; con un solo simbolo per conoscere il suo Padre, una sola morale per servirlo, un culto per adorarlo, un cuore per amarlo, un pastore per condurci, eliminando dalla fraternità universale quelle irose ambizioni, che sopra migliaja di vittime erigono la gloria degli eroi.

Il medioevo sperò effettuare la pace riducendo il mondo a questa grande unità sotto un solo capo, che potesse imporre agli altri la giustizia, sia colla forza, o sia coll'autorità. Questo capo era o l'imperatore o il papa: e quello i Ghibellini, questo i Guelfi miravano a render più libero e assoluto che si potesse. Nello sfasciamento della società antica, quando non era sopravvissa altra podestà, altro organamento che l'ecclesiastico, altra legge che la canonica, altre regolari procedure che le sacerdotali, prevalsero i pontefici, che della civiltà antica aveano raccolto le parti migliori, e depurandole se n'erano valsi a ricostituire la società universale: i principi stessi invocarono l'alto dominio di essi, fosse per assicurare il proprio, fosse per attingerne norme d'amministrazione e di giustizia: il popolo ne li benedisse d'un aumento di potenza, che riusciva tutto a favor suo, perchè surrogava il diritto alle sciabole, la discussione al decreto, la carità alla tirannia.

Come le genti si furono sedute ne' paesi che doveano divenir patria loro, i dominanti particolari che, munitisi d'eserciti e d'erario, più non sentivano bisogno del patronato dei papi, studiarono ritrarsene, e recuperare al governo civile le prerogative che quelli aveano non usurpate, giacchè a nessuno le tolsero, ma esercitate quando altro organamento non sussisteva.

Forse, col rinnovarsi della civiltà, sarebbonsi potute conciliare le pretensioni dei due poteri, ma ne tolse speranza la riforma religiosa, che fu una vera riazione contro la preponderenza italiana e pontifizia. Sottrattogli mezzo il mondo, il papato non potè più influire efficacemente sulla civiltà e sulla politica: ristretto a un piccolo principato, scemata tanto l'efficacia della sua parola; per tutelarne l'esistenza e i diritti dovette cercare le alleanze dei forti, stringendosi ora colla Spagna, ora colla Germania, ora colla Francia, che colla loro protezione, coi loro concordati ne mozzavano spesso la podestà spirituale; e colla scienza e col moto civile cospiravano, talora senza accorgersi, a sottometterla al laicato[546].

D'allora il principato di Roma non diversificò dagli altri principati fra cui sminuzzavansi i regni tutti, ma specialmente l'Italia nostra e la Germania. La indipendenza più o meno intera di questi piccoli ovviava l'oltrapotenza dei grossi, che perciò miravano ad ingojarli. Ma di farlo non trovarono la opportunità se non quando la Rivoluzione, sotto il titolo di dar a tutti la libertà, abolì le libertà de' singoli a favore d'un ente astratto che chiamava lo Stato; poi ridottile a una fittizia unità, li gettava in braccio d'un re.

Questa genesi della libertà moderna ci è data dalla storia che non imiti un bullettino d'armata; vuolsi aggiungere che, per frenare i possibili abusi dei re, non più bilanciati dalle piccole aggregazioni e dalla Chiesa, dovette ricorrersi alle costituzioni, cioè metter limiti fittizj e irrispettati a principi su cui si era accumulata la piena assolutezza; e se non vi si attenessero, minacciarli non più della scomunica, ma della rivolta.

Mercè della Rivoluzione, la Germania che avea da quattrocento Stati, alcuni repubblicani, tutti con sovranità limitata da privilegi, fu ristretta in pochi regni, principalmente spodestando i principi ecclesiastici.

Dall'Italia scomparvero tutte le repubbliche, e gli Stati si ridussero a pochi, sinchè vennero assorti tutti in uno. Prima del 96 il papa pesava sulla bilancia europea come un'altra potenza, giacchè come queste poteva comprare soldati. Introdotta la coscrizione, e perciò misurata l'importanza dal numero de' sudditi, egli si trovò impotente a petto degli ambiziosi. Buonaparte nelle prime sue corse tolse ai papi le Legazioni, garantendo il resto: ma ingrandito, non sofferse che un prete osasse dirgli no quando gli altri re non sapeano che dirgli sì: che negasse concorrere a soffogar l'Inghilterra col blocco continentale, o ricusasse di maledire i suoi nemici, o di dargli soldati contro di questi, di scioglier il suo matrimonio, acciocchè potesse sposare una austriaca: sicchè dichiarò finito il dominio temporale del papa, ne fece dipartimenti francesi, e conferì il titolo di re di Roma al presunto suo successore.

L'Europa s'indignò alla prepotenza, ma ancora Abele fu il vincitore; e i popoli, appena ebbero rovesciato Napoleone, non ebbero premura migliore che di veder restituito al papa il suo dominio. Ma più che da quel misto di protestantismo e di misticismo che fu la Santa Alleanza, lo Stato pontifizio restava garantito dal confinare con principati non superiori di forze; e quando la sommossa del 1830 minacciò l'indipendenza del regnante di Roma, le grandi potenze d'Europa s'accordarono a restituirgliela piena.

Poi Pio IX credette maturo il paese agli ordini civili che il secolo nostro proclama; e con timidezza ma con sincerità, inesperto, scrupoloso, incoerente, ma tutto equità e benevolenza procedendo, si fece ammirare da tutto il mondo come nessun suo predecessore, e benedire dall'Italia, della quale egli fu che cominciò il rinnovamento, e sulla quale attirò l'attenzione di tutta Europa come negli splendidi giorni del papato.

Presto si trascese; non si seppe cacciar lo straniero, bensì il papa: Pio IX dovette fuggire dal suo paese che cadde in preda all'anarchia; e le aspirazioni de' Neoguelfi cedettero alle ambizioni dinastiche e alle astuzie dottrinarie. Il regno sardo pensò allora rifarsi delle sofferte sconfitte, e acquistare predominio in Italia coll'andar a ristabilire in trono il papa. I deputati savojardi, imperterriti sostenitori del partito conservatore e religioso, mal soffrivano una spedizione che poteva tornar utile alla repubblica romana, o minacciare gli altri principi per ingrandire il regno sardo, col che sarebbesi dovuta cangiar la capitale, e con ciò dare il crollo al regno[547]. Più l'avversavano i liberali, e gli atti del Parlamento del 1849 meritano esser letti per vedere sino a qual punto possa trascender la retorica, e come vi si producessero già que' sofismi, che tratto tratto ripullulano sulla sovranità popolare o sull'autorità pontifizia. Ma mentre colà si disputava, i potentati aveano di nuovo pronunziato legittimo il dominio del papa quanto gli altri, e necessaria all'indipendenza di ducento milioni di Cattolici la indipendenza del pontefice: e incaricarono di repristinarlo la Francia repubblicana, così governabile appena non ha più governo.

Così fu fatto: ma ciò portava l'ingrata necessità di una permanente occupazione straniera, per reprimere la rivoluzione che aveva concentrato i suoi fuochi contro di Roma. Il pontefice, in occasione che si trovavano i vescovi congregati per una sacra solennità, propose loro di decidere se il potere temporale fosse necessario qui e adesso. Risposero unanimi del sì, e diceano: «Come i prelati della Chiesa avrebbero potuto da tutte le parti del mondo arrivar sicuramente per conferire con vostra santità sui più gravi interessi, qualora avessero trovato su queste rive un principe geloso de' loro principi, o sospetto o nemico ad essi? V'è doveri di cristiano e doveri di cittadino, che non sono contrarj ma differenti. E come i vescovi avrebbero potuto compirli se non vi fosse a Roma una sovranità temporale, come è la pontifizia, assolutamente indipendente, e centro della concordia universale, senza ambizione umana, senza aspirazione a dominio terrestre? Noi liberi siam venuti a un papa-re libero: pastori noi ci occupiamo degli interessi della Chiesa: cittadini, degli interessi della patria: equamente congiungiamo gli uni cogli altri, e non negligendo i doveri nè di pastori nè di cittadini. Chi dunque oserebbe impugnare un principato così antico, fondato sopra tale autorità e necessità? Se anche si badi al diritto umano sul quale riposano la sicurezza de' principi e la libertà dei popoli, qual altra potenza potrebbe a questa paragonarsi? qual altra è così venerabile e santa? Se questi diritti si calpestino riguardo alla santa sede, qual principe sarebbe sicuro di conservar il suo regno, qual repubblica il suo territorio? È dunque per la religione, ma anche per la giustizia e pel diritto, fondamenti delle cose umane, se voi lottate e combattete».

Seicento mandarono indirizzi nell'egual senso, e milioni di firme accompagnate ciascuna da un'offerta, espressero l'omaggio verso il pontefice: ora legate in diciotto grossi volumi nella Biblioteca Vaticana, s'aggiunsero ai tanti documenti del principato romano. Qual lingua v'ha in cui esso non siasi affermato?

In realtà il potere temporale non è consacrato nè nella necessità nè nel principio, nè fuori nè dentro da verun dogma, cioè qual verità rivelata, proposta dalla Chiesa a credersi. È opportunità contingente; eppure scindere la quistione non è possibile, ed è necessario scegliere fra lo spirito della Chiesa e lo spirito della Rivoluzione. Quando tutto era forza, la Chiesa potè, mediante il suo potere, salvar la società e la civiltà: oggi pure, che al diritto si surrogano gli eserciti, i fatti compiuti: oggi che la forza proclama, gli oppositori balbettano, e pare assai ottenere una transazione; quanto le giova l'indipendenza materiale! vorrebbero il mondo senza papa, cioè come era in man di Nerone, ai piedi di Poppea, fra le braccia dell'insaziabile Messalina. Il papa ha per missione il governo della Chiesa, non dello Stato. La fede non dice che il temporale sia inseparabile appendice della divina missione, e indispensabile all'esercizio del potere spirituale, ma determina questo in modo, che non può venir esercitato se non da un capo indipendente. Tolte le varie gradazioni di sovranità, oggi non si riconoscono che re o sudditi: il papa, dal momento che cessasse di esser principe, rimarrebbe suddito d'un re, cioè all'arbitrio d'un ministero, che ben potrebbe usargli tutti i riguardi, tutte le deferenze, ma non lascerebbe d'esserne il padrone, anche quando camminasse d'accordo; in un conflitto poi potrebbe impedire ogni esercizio d'autorità a quello che ducento milioni di Cattolici han bisogno di saper indipendente.

Queste cose poteano esser comprese da Carlomagno[548] o Napoleone il Grande: non dalla trivialità de' giornali, non dalla rivoluzione che, elevato uno sul pinacolo del tempio, gli mostra la penisola, e gli dice: «Sarà tutta tua se prostrato mi adorerai». In fatto si fece credere che il ben dell'Italia richiedesse, non l'unità delle anime come vuol la Chiesa, ma l'unità geografica; si gridò in tutti i toni la frase di aspirazione nazionale, e fattosene organo il Piemonte, questo cacciò gli Austriaci dalla Lombardia cogli ajuti di Francia; poi contro il voto della Francia s'annettè i varj Stati d'Italia, facendo qui ciò che casa d'Austria fece un tempo colla Spagna. Possano esserne diverse le conseguenze!

Allora il pontifizio si trovò serrato entro un unico dominio, il quale gli aveva anche tolto le provincie sue migliori; le Legazioni per sollevazione, per conquista le Marche e l'Umbria, restringendolo a settecenmila abitanti, con una delle più insigni città del mondo; enorme testa di meschinissimo corpo.

Ridotta la politica a un calcolo di forze e ad una teoria geografica, si asserì che anche quel brano dovesse appartenere al regno, e capitale di questo fosse Roma; si tentò averla per forza; e poichè le altre potenze, e più dichiarata la Francia, lo impediscono, vi si mira con quelli che, un'altra frase del tempo, intitola mezzi morali. Il migliore certamente sarebbe il concedere la massima libertà religiosa, e il governar in modo da rendere desiderabili le leggi, i tributi, la giustizia, l'amministrazione nostra[549]. Invece si volge ogni studio a dimostrare che il pontifizio è il pessimo de' governi; e per farlo creder tale basta lo echeggino le trenta voci di quella che altra frase del tempo intitola opinione pubblica. Ma diversa cosa è la sovranità temporale dei papi e il loro governo. Ogni Governo conserva, ed è un modo di conservare il migliorar gradatamente. Ma perchè le idee, non avendo ostacoli di realità e d'attualità, procedono più rapide, sempre si trova che i Governi sono in ritardo. Perciò in ogni paese v'è una porzione, malcontenta del presente e desiderosa del nuovo, da cui spera ogni meglio: il grido di rivolta è sempre considerato come voce del popolo, dacchè, smarrito il senso dell'autorità, i teorici della sovversione guardano come segno di superiorità lo springar calci, e d'imbecillità il conservare. Come contro tutti i governi si declama perfin dai loro amici senza per questo volerli abbattere, così potrebbe esser pessima l'amministrazione del papa, che è infallibile nelle decisioni dogmatiche, non in quelle di Stato, nè perciò andarne invalidato il principio: questo è immanente, quella continuamente mutabile.

Allorchè si discute delle inenarrabili miserie dell'Irlanda, l'orgoglioso Inglese dice: «La causa n'è il papismo». Così qui si ripete che da Roma derivano immense jatture all'Italia; là si ricovera un re spossessato; là si fomenta il brigantaggio; là si desidera la restaurazione de' principi spossessati e si prepara; là s'insinua ai preti, e per essi alle popolazioni, che non è bene l'introdurre anche colà il giansenismo, la sofistica, le idee del 89, il codice francese: che i fatti compiuti non costituiscono un diritto: che al dominio della forza prevarrà il regno della giustizia. Se il papa è un capo dei briganti; se le sue speranze fonda sull'Austria; se i fautori di esso sono nemici della patria, chi non troverebbe giusto l'odiarli, e consono il perseguitarli, e il cercar in ogni modo la ruina d'un potere così micidiale? E chi nol crederebbe quando ogni giorno lo ripetono i giornali e l'effigiano le caricature?

Di rimpatto i Cattolici credonsi in dovere di obbedir al pontefice in quanto riguarda il dogma e la morale, e per venerazione filiale accettano la sua decisione anche quando pronunzia opportuna la conservazione della podestà temporale. Ai conservatori fa urto che Roma dovesse cessare d'esser la città delle arti; e colle vie dritte coi palazzi nuovi, colle caserme, cogli arsenali sostituire le trivialità odierne alla poesia di tante memorie, e i nomi di fatti e di eroi da scena a quelli che il mondo venera da secoli. I forestieri ricordano che Roma è di tutto il mondo, perocchè tutto il mondo contribuì a fabbricarla e arricchirla. I lepidi pongono in baja questo parlamento che starebbe al Quirinale mentre il papa al Vaticano; e quello pubblicherebbe leggi che questo maledice, ordinerebbe atti che questo proibisce[550]. I serj prevedono che a Roma non regnerebbero i Tarquinj, che sotto quell'aspirazione scavasi l'abisso alla dinastia. Altri poi non dissimulavano che, dietro la questione principesca, mascheravasi l'eresia, che vuole conservar la religione, tagliandole solo il capo; e lamentavano che la Chiesa è invecchiata, offuscate le sue verità, che bisogna ringiovanirla associandola alla progrediente civiltà. È la conseguenza della democrazia che, posto il governo nel popolo, vuol porre anche la Chiesa nel corpo de' fedeli; è un'applicazione della teoria protestante del senso privato, e vedemmo gli attacchi contro il dogma cominciar sempre da questo tema, troppo facile a chi guardi i disordini soltanto, non le mirabili istituzioni, non tanta esemplarità di vita e generosità di sacrifizj e d'abnegazione; non la faticosa propagazione del vangelo, non la perpetuazione dell'organamento gerarchico.

A questi concetti diè gran peso il libro Pro causa italica ad episcopos catholicos, auctore presbitero catholico (1861). Era opera del dottissimo Carlo Passaglia, che dopo avere insignemente combattuto fra' teologi e massime per l'immacolata concezione, erasi staccato dalla Compagnia di Gesù, e venuto professore a Torino. A detta sua, non può annoverarsi fra gli Stati uno che non basta a conservarsi e difendersi con forze proprie, ma è costretto puntellarsi d'armi straniere contro i sudditi, attenti ad ogni occasione di ribellarsegli, e che hanno diritto ad effettuare l'unità d'Italia, e perciò disfarsi di quel governo. Al papa dunque suggeriva di ovviare i disastri imminenti alla Chiesa col rinunziare al dominio terreno. Aggiungeva che il vescovo di Roma non può abbandonar la sua sede: asserzione contraria ai fatti di tanti pontefici e dei tanti vescovi in partibus, i quali niuno vorrebbe obbligar a rimanere là dove sono spogliati, avviliti, percossi.

In tal senso sporgeva una supplica, dove, confessatane la supremazia sui vescovi, pregava il papa a far pace coll'Italia, e lasciare che Roma divenisse capitale del nuovo regno. La petizione girò, e fu firmata da centinaja di preti, alcuni per verità in buona fede e per desiderio di concordia, ma pure presumendosi più teologi del papa, più politici dei consiglieri di esso.

Poco andò, e l'ispiratore vedea diminuirsi la sua autorità, e grandissimo numero degli aderenti far solenne ritrattazione: ma ciò che fu notevole, e che discerne l'età nostra dal Cinquecento, si è che neppure un vescovo sottoscrisse all'indirizzo passagliano. Molti vi diedero risposta, esagerando come si fa nelle politiche effervescenze: e domandavano: «Siete voi cattolico? — Sì. — Dunque dovete seguire la Chiesa e il papa. — Ma Chiesa e papa ingannano i fedeli e insegnano il falso — Dunque separatevi dalla Chiesa e dal papa; siate francamente protestante, e dateci il simbolo vostro come vera religione»[551].

Alle minaccie de' forti, come ai suggerimenti de' sofisti, Pio IX rispondeva una sublime e indomabile parola, Non è lecito. La Chiesa fu solita riconoscere i Governi di fatto, e ampiamente l'avea spiegato Gregorio XVI nella bolla Sollicitudo Ecclesiarum del 7 agosto 1831. Disputandosi la corona di Portogallo don Michele e donna Maria da Gloria, il primo mandò a Roma per provedere i vescovadi vacanti; e Gregorio, sull'esempio de' suoi predecessori, dichiarava che «se per necessità ecclesiastiche attribuisse ad alcuno un titolo di dignità anche regia, o gli spedisse legati, o trattasse o stipulasse con esso, non dovea tenersi cresciuto il suo o scemato il diritto di altri; avvegnachè si mirava solo a condurre i popoli alla felicità spirituale ed eterna». Chiedeasi dunque che anche Pio IX riconoscesse il fatto del regno d'Italia: ma i difensori della Chiesa rifletteano che oggi non trattavasi d'altri principi spodestati, sibbene del capo stesso della Chiesa. S'egli è legittimo per consenso di tutta la pubblica ragione, non si dà diritto contro il diritto, nè egli potea consentirne alcuna violazione: non potea rinunziare ad un'indipendenza che protegge l'indipendenza di tutti i Cattolici del mondo; rinunziare a possessi che avea ricevuti unicamente in deposito, da trasmettere a' suoi successori; nè colla propria rinunzia infirmare le ragioni di tutti i principi spossessati. Egli riformatore, diverrebbe rivoluzionario rinunziando[552].

Esposto alla doppia prova dell'ovazione e degli insulti, più che non de' possessi temporali Pio IX affliggeasi per le persecuzioni insistenti e per la vedovanza di tante chiese, i cui vescovi od erano morti nè più surrogati, o giacevano in esiglio o in carcere. Pertanto, essendo rotte le comunicazioni legali fra il padre di tutti e i suoi figliuoli, in modo privato dirizzò una lettera a Vittorio Emanuele, invitandolo a combinar modo di provvedere alle settantadue sedi vacanti. I ministri ne gioirono, quasi con ciò avesse egli riconosciuto il re d'Italia; e come una grazia mandarono persona che trattasse, ma senza veste pubblica. L'avvocato Vegezzi, tanto savio quanto pratico, portò ben innanzi gli accordi, ma mentre era prestabilito non si toccasse alla questione politica, ecco sopraggiungergli istruzioni che la implicavano. La Corte romana le ricusò; e i ministri, asserendo che n'era compromessa la dignità della corona[553], richiamarono il messo; e aprendosi allora il parlamento nel novembre 1865, vi fecero pronunziare dal re, che dovrebbe provedersi a segregar lo Stato dalla Chiesa.

Era una nuova frase d'un tempo che le frasi accetta per pensieri. I conservatori rispondevano che tale separazione suppone due podestà di fronte, mentre i governativi non ne ammettono che una; ma quest'una abbraccia l'intero individuo, o lascia qualche elemento del cittadino sottrarsi allo Stato? Il progresso civile del cristianesimo sopra la gentilità consistette appunto nel riconoscere che l'uomo, anche legato in civile società, resta padrone di sè, delle credenze sue, della sua fede, delle facoltà per le quali si inalza a Dio. In quell'ordine egli è sovrano; e può od isolarsi, od unirsi a un gruppo di persone, libere come lui d'adorare e credere. Lo Stato non ha nulla a immischiarsene; e trattisi d'un uomo, o d'un sodalizio, o d'un Concilio, la sovranità, che è d'origine puramente naturale, si arresta davanti al santuario della coscienza. Come ente morale distinto, la Chiesa dee aver facoltà d'amministrare, far leggi, osservarle, senza che il Governo possa impacciarla in quanto concerne i dogmi, la disciplina, la gerarchia.

E la Chiesa e lo Stato (argomentavano i conservatori) sono distinti per origine e per mezzi; ma entrambi operano sopra un individuo inseparabile, che come cristiano appartiene alla Chiesa, come cittadino appartiene alla società civile, sicchè necessariamente dipende e dalla Chiesa e dal Governo. Voler che quella restringa la sua autorità a sole le anime, implicherebbe che il corpo possa operare indipendentemente dallo spirito, o viceversa. Entrambi agiscono sull'ente duplice; e qualora propongansi lo stesso fine, non v'è titolo perchè operino separatamente; qualora siano in conflitto, l'uno soprafarà l'altro; saranno due potenze a cozzo; uno Stato nello Stato; una guerra inevitabile. Già Dante rimproverava l'antica Roma di confondere in sè due reggimenti, mentre lo Stato e la Chiesa devono restare non separati, ma distinti; non una Chiesa nazionale, servile alle esigenze politiche; non lo Stato impedito dalla Chiesa. Lontana dal tempo quando prevaleva allo Stato, essa a questo non domanda che la libertà; la quale val ben meglio d'una protezione comprata a spesa di diritti. Che importa alla Chiesa delle condizioni politiche? essa non ha per suo ideale verun Governo umano; basta nol trovi in opposizione colla sua dottrina. Suo uffizio è proclamare la verità, attuare la morale, comandando in nome di Dio al fôro interno. Tale uffizio non potrebbe assumersi il Governo senza ledere la libertà di coscienza. Il Governo deve possibilmente conformare i suoi atti politici ai beni spirituali e morali. Come conoscerli, come determinarli, quando cozzino coi temporali? Questo cozzo non deriva dall'esser uniti Stato e Chiesa, bensì dalla natura viziata dell'uomo, che ravvisa due sorta di beni, e non sa via di conciliarli.

Come all'umana natura sono insiti l'autorità della fede e la libertà del ragionamento, e perciò essendo indistruttibili, bisogna conciliarli, così è dello Stato e della Chiesa; e poichè tutti i poteri hanno il dovere di cooperare alla destinazione umana, lo Stato nel cercar il bene temporale non può prescindere dallo spirituale che n'è tanta parte, procedendo per la via della giustizia, santificata dalla religione.

La Chiesa ha bisogno d'aver la libera parola, perchè tutti ricevettero da Cristo il diritto di ascoltarla; ha bisogno d'aver libere le elezioni, onde conservare alla società cristiana il diritto alla successione apostolica; ha bisogno d'adunarsi e discutere, perchè i comuni interessi dei fedeli vengano in comune ponderati dai loro pastori; ha bisogno di diriger l'educazione e i matrimonj, perchè la famiglia ha diritto di far risalire a Dio la grazia della paternità, e di produrre cittadini degni della patria terrena e della celeste. Donde appare che i diritti della Chiesa sono infine diritti dei fedeli e lor patrimonio comune. Se, quale podestà spirituale, la Chiesa deve avere la libertà della parola, della grazia, della virtù, per insegnar agli uomini, convertirli, renderli perfetti, bisogna abbia la facoltà di difendere anche contro la forza i diritti della coscienza e la libertà delle anime. Suo destino è di vivere nel tempo e nello spazio, mescolata agli affari del mondo, e mal la conosce chi dalla segregazione spera pace e prosperità. Appunto perchè mista alle cose mondane ha il diritto di proprietà e sovranità, fondato sulla natura e sulla storia. Uno può possedere come proprietario o come sovrano. La Chiesa volle sempre il primo modo: non fe che accettare il secondo, perchè lo crede necessario in certe contingenze.

Non dunque Chiesa nello Stato o Stato nella Chiesa, nè Stato senza Chiesa, ma armonia dello Stato colla Chiesa, liberi nel loro campo d'azione, nell'amichevole esercizio dei loro poteri, e nel fine comune di prosperar l'umana convivenza; non secolarizzare la religione, bensì consacrare la politica, accordandosi in un potere discrezionale, di limiti indefinibili e di mutua compensazione. Lo Stato cura gli atti giuridici, la Chiesa i morali; quello è razionale, questa bada al sovranaturale, alla Grazia; per quello la libertà civile, obbediente alle prescrizioni umane, per questa la libertà morale, obbediente alla legge divina. Grave errore il lasciare cancellar dallo spirito, foss'anche pel barbaglio della gloria, la distinzione del giusto e dell'ingiusto, e fidarsi alla forza sin al giorno inevitabile ch'essa soccomba ad una maggiore! I due ordini coesistenti diansi la mano per la felicità del genere umano; è delitto di lesa società il confonderli quanto il disgregarli; e la difficoltà non consiste nello stabilire accordi, ma nella diffidenza che sieno osservati.

Non trattasi dunque se un principe abbia ad occupare un altro piccolo territorio, se un re governi bene o male[554], bensì dell'armonia universale: non vuolsi libera Chiesa in libero Stato, ma in popolo libero: non condannare ciò che l'immensa maggioranza venera ed ama; non sottomettere le magnifiche speranze dei giusti e le salutari paure de' peccatori a decreti di ministri e prefetti, bensì introdurre l'amore e la giustizia, senza cui non v'è pace; far concorrere al bene universale le due podestà, che concordi possono tutto, discordi nulla valgono contro il male.

Questi e ben più solidi argomenti produceano coloro che ancor credono all'efficacia delle ragioni e dei sentimenti virtuosi, cercando elevar la quistione di sopra all'atmosfera venefica delle passioni e al polverio della mischia, e lontano dagli irritanti ricordi[555]. Di fronte alle difficoltà complicantisi fra un popolo tormentato a vicenda dalla servitù o dalla libertà, che da un ordine senza dignità passa a un disordine senza grandezza, i timorati credono e i baldanzosi vantano che il cattolicismo, privato del piedestallo d'un dominio temporale, va a perire. Certo s'ingannano. Altri affermano che potrebbe il capo della Chiesa conservar la sua indipendenza sotto la tutela dello Stato. Crediamo che costoro lascinsi ingannare. Quelli poi che dicono il potere temporale dovere abbattersi acciochè meglio sia venerato lo spirituale, son gente che vuol ingannare. Del resto nessun più che il clero porta oggi le stigmate dell'ingiustizie del mondo: ma sa che la Chiesa ebbe per destino il soffrire, per gloria l'aver tutto affrontato, e per avvenire il soffrire tutto, tutto affrontare ancora, e resistere incessantemente all'ingiustizia e all'immoralità.

Non vedemmo agitarsi questo conflitto dello Stato e della Chiesa colle armi, poi colle dottrine, poi col sofisma, poi colle bestemmie? Se non vi riuscirono Diocleziano, Giuliano, Voltaire, il Terrore, mal pretenderebbesi ora scioglierlo colle frasi: ma chi dimenticò quel ch'è giusto è condannato a non conoscere più quel ch'è possibile. In fatto la Francia stipulò di nuovo col Governo d'Italia che il dominio papale verrebbe rispettato, e che la capitale sarebbe Firenze: a tali condizioni ritirerebbe le truppe che proteggevano non un principe straniero, ma il padre comune a Roma. Al pontefice, quando, per la convenzione del 15 settembre 1864[556], si trovò abbandonato anche dal Governo francese che in faccia a tutta l'Europa aveva assunto l'impegno di difenderlo, non restava che protestare. I Cattolici, trovandosi più sempre conculcati, pensarono premunirsi costituendo una «Associazione cattolica per la difesa della religione» che, secondo i suoi statuti, doveva aver un capo a Bologna, rappresentanti nelle varie città, ma tutti notificati al Governo, e tenersi estranea a qualunque azione politica, perfino alle elezioni. Subito dalle mille voci fu denunziata come una grande cospirazione austro-borbonico-clericale, «una vasta rete di congiurati per vituperare e combattere le disposizioni del Governo sulle faccende ecclesiastiche, procacciare nemici con la stampa, conturbare le coscienze, eccitare il fanatismo e l'intolleranza delle plebi sotto il pretesto di scuotere l'indifferentismo religioso in Italia; stabilire insomma una sètta ordinata, numerosa e compatta per mettere in rovina il potere, e rovesciarlo alla prima occasione propizia»[557].

A queste ombre dà corpo il partito che s'intitola liberale, e che dice al potere, «Ajutami ad abbattere i clericali»: poi dirà al popolo, «Ajutami ad abbattere il Governo»: infine dirà alla ciurma, «Ajutami ad abbattere Governo e popolo». Di applicare quel che, nel diritto nuovo, chiamasi libertà, cioè l'arbitrio del Governo, opportunissima occasione trovò allorquando il regno d'Italia, approfittando della nimicizia rotta dalla Prussia all'Austria, dichiarò guerra a questa per toglierle il Veneto. Mentre si ostentava baldanza per un esercito formidabile e una decantata marina, si finse temere che i Cattolici volessero cogliere il momento per tentare di sconnettere un regno, dove l'unione è decretata e legale, ma non ancor penetrata negli spiriti. Allora dunque i liberali fecero passare una legge de' sospetti (17 maggio 1866), che infaustamente serba il nome di Crispi, per la quale lasciava autorità al Governo di mandare a domicilio coatto le persone che dessero ombra. Subito in ogni città, in ogni borgata furono istituiti comitati che origliassero e denunziassero; v'ebbe spie che apersero le lettere, delatori fin tra parenti, fin tra deputati; sfoghi di vendette, prepotenze di magistrati. Universale fu la costernazione, e la servilità de' prefetti e de' sindaci, i rancori degli individui, le passioni de' partiti, la brutalità delle gazzette si accordarono per denunziare i vescovi e i sacerdoti che avevano mostrato o zelo della religione, o dottrina non comune, o fermezza a respingere gli abusi; e quelle persone che si possono calunniare ma non disprezzare, e che non è così facile far obbedire all'iniquità. Principalmente fu colpa, o almeno indizio l'esser appartenuto alla Associazione Cattolica. Secondo le statistiche presentate, seimila ottocenventicinque persone furono proposte per la relegazione, di cui quattromila censettantuno vi vennero sottoposte, anche senza processo; e benchè la legge non parlasse che di domicilio coatto, furono chiusi nelle prigioni dei ladri; appajati agli assassini nel trattamento. I giornali in quel terrore universale risero sardonicamente, esclamando: «Ecco applicata la libertà della Chiesa».

L'inverecondo strazio lentossi, poi cessò quando ci fu imposta la pace, e il ministero, sotto l'ispirazione migliore parve entrare in concetti più civili e meno illiberali rispetto alla credenza della maggioranza, come diceano, e togliere le inique parzialità. Allora dagli ergastoli, dalle isole, dalle caserme, dai lontani esigli ritornò quella folla di sospetti clericali, contro nessun de' quali erasi potuto procedere legalmente. Allora ancora si permise potessero restituirsi alle sedi i tanti vescovi che n'erano tenuti lontani per paura della loro virtù, e sotto la maschera di salvarli dall'oltraggio del popolo. E per verità quel pugno di persone che in ogni paese usurpa il titolo di pubblico, que' giornali che han tossico nel cuore e fango nel pensiero tentò dapertutto eccitare ire, dimostrazioni, fischi; per lo più prevalse il buon senso: e lasciò sfogo al sentimento devoto e riconoscente dalle plebi, tantochè potette applicarsi a tante diocesi d'Italia quella descrizione che Gregorio Nazianzeno fa dell'esultanza de' Cristiani dopo la morte di Giuliano.

Allora si consentirono alcune libertà alla Chiesa, come di scegliere i proprj vescovi senza bisogno di presentazione regia, di giuramento, di placitazioni: si propose una legge che, pure spogliando la Chiesa, promettevale le sue libertà. Nol sofferse il parlamento; abbattè il ministero e quella legge, nè tampoco volle discutere; rinnegò ogni libertà[558], e dopochè l'Austria ebbe abbandonato il Veneto, all'aspirata unità italiana dichiarava non mancare che l'acquisto di Roma. Tanto s'è iti lontani dai motori della rigenerazione italiana! tanto con mezzi sovvertitori si turbò la causa santa promossa da persone che per la patria aveano fatto più che scrivere una gazzetta!

Pio IX, se come principe adopra ogni guisa al miglioramento del suo Stato[559], come papa ha l'intima persuasione d'una particolare assistenza di Dio, il quale certamente lo caverà da questi mali passi, ripristinerà intera la sua autorità anche temporale, purchè egli non rendasi indegno delle grazie superne; ed anzichè cercare armi ed appoggi mondani, aspetta il miracolo. Intanto espone i torti e protesta, e il fece di nuovo nell'allocuzione del 29 ottobre 1865, dicendo:

«Più volte e con lettere e con allocuzioni abbiamo deplorato le cose di nostra religione, afflitte da molti anni in Italia, e le gravissime ingiurie fatte dal Governo del Piemonte a noi e all'apostolica sede. Cresce il dolor nostro, vedendolo incessantemente e con sempre maggiore violenza aggredire la cattolica Chiesa, le salutari leggi e i sacri ministri di essa, vescovi, integerrimi uomini d'ambo i cleri, onestissimi cittadini cattolici, senza umanità, con quotidiano eccesso cacciare in esiglio, in carcere, o vessar in modi indegni; le diocesi con gravissimo detrimento delle anime lasciar prive de' pastori; le vergini sacre a Dio espulse da' lor monasteri e ridotte a mendicità; i templi di Dio violati; i seminarj episcopali chiusi; la istruzione della gioventù tolta alla disciplina cristiana, e commessa a maestri di errore e d'iniquità: il patrimonio della Chiesa usurpato e distratto. Messi in non cale le censure ecclesiastiche e i reclami giustissimi da noi fatti e dai vescovi, sancì leggi avversissime alla Chiesa e alle dottrine e ai diritti di essa, fin la legge del matrimonio civile, sommamente contraria non solo alla dottrina cattolica, ma eziandio al bene della civile società, poichè rompe la dignità e santità del matrimonio, e promuove un turpissimo concubinato, stantechè tra fedeli non può esserci matrimonio che non sia sacramento. Violando la pubblica professione de' consigli evangelici, spregiando i grandissimi beneficj recati dagli Ordini regolari in tutte le cose religiose, civili e letterarie, non esitò a sopprimere le corporazioni religiose, e usurparne le possessioni cogli altri beni ecclesiastici. Fin prima di ottener il possesso della Venezia, estese a quelle regioni le medesime leggi e decreti, e abolì il Concordato da noi statuito coll'imperatore d'Austria[560].

«Epperò, come richiede il gravissimo ufficio del nostro apostolico ministero, di nuovo alziamo la voce pontificale per la religione, per la Chiesa, pe' sacri dritti di lei, pei diritti e per l'autorità di questa cattedra di Pietro, fortissimamente detestando e riprovando nel complesso e in ogni particolare tutto ciò che contro la Chiesa è stato decretato e operato dal subalpino governo e da' suoi magistrati di qualunque specie, e quei decreti e i loro effetti colla nostra apostolica autorità abroghiamo e dichiariamo di niuna forza e valore. Coloro che ne sono stati autori, e han nome di cristiano, seriamente vogliano pensare d'essere miserabilmente caduti nelle censure e pene spirituali che le costituzioni apostoliche, e i decreti de' Concilj infliggono ipso facto agli invasori de' diritti della Chiesa...

«Uomini astuti interpretano a lor modo e arbitrio quella benedizione che noi demmo all'Italia allorchè, per ispontaneo amore verso i popoli dello Stato Pontifizio, parlammo perdono e pace. Femmo umili e fervorose preghiere a Dio che dagli imminenti mali liberasse, l'Italia e qui maggiormente splendesse il dono preziosissimo della fede; coll'onestà de' costumi, la giustizia, la carità, le altre virtù cristiane. Nè abbiam mai cessato di pregare Iddio, affinchè la salvi da tante calamità di ogni genere; e più che altro chiediamo al clementissimo Iddio che questi popoli italiani col suo celeste ajuto soccorra e avvalori a star saldi nella sua divina fede e religione, e a sopportare con cristiana fermezza tante avversità.

«È però follia trarre da ciò argomento onde chiedere che noi rinunziassimo al principato civile. Per singolare consiglio della divina provvidenza avvenne che il romano pontefice avesse il suo civile principato, onde nell'assoluta indipendenza da qualunque potere politico, liberamente esercitasse la sua suprema autorità e giurisdizione su tutta la Chiesa universale, e tutti i fedeli ai decreti, e mandati suoi avesser fiducioso ossequio senza sospetto, che gli atti suoi provenissero da volontà o impulso di verun potere politico.

«Lo perchè il civile principato non solo non possiamo rinunciare, ma dobbiamo strenuamente tutelare in tutti i suoi diritti. È noto con quanta sollecitudine i vescovi di tutto l'orbe cattolico l'abbiano propugnato a voce e in iscritto, e dichiarato, nella presente condizione delle cose mondane, essere di tutta necessità al romano pontefice, per esercitare la sua libertà di pascere il cattolico gregge di tutto il mondo; colla qual libertà è connessa quella di tutta la Chiesa universale.

«Vociferano pure che noi dobbiamo pacificarci coll'Italia, intendo dire coi nemici della religione che intitolano se stessi Italia. Noi che, assertori e vindici della salutare dottrina della virtù e della giustizia, dobbiam procurare la salute di tutti, come potremmo accordarci con quelli, i quali, sordi alla verità, da noi fuggono, e neppur han voluto aderire ai desiderj nostri, unicamente diretti a provvedere di vescovi tante diocesi italiane deserte?

«Volesse Dio che costoro, i quali oppugnano sì fieramente noi e questa sede apostolica, alzando gli occhi e l'animo alla verità e alla giustizia, ne avessero lume e ravvedimento; e venissero a noi, guidati da salutare affetto di penitenza! Allora vedrebbero come l'augusta nostra religione conduca a privata e a pubblica felicità individui e popoli; dove essa impera, ivi di necessità si ritrovano la vita onesta, l'integrità, la pace, la giustizia, la carità e ogni altra virtù; nè i popoli vi sono percossi dai mali che gli opprimono ovunque essa è conculcata e invisa....

«Furiosi nemici non cessano di gridare che questa Roma dev'essere partecipe del sovvertimento italico; anzi esserne la capitale. Sperda Iddio gli empj consigli; e non permetta che quest'alma città, dove Egli collocò la cattedra di Pietro, abbia a tornare in quel tristissimo stato, quando la prima volta v'entrò il beatissimo principe degli apostoli. Noi, da ogni umano ajuto quasi deserti, fidenti nel solo ajuto di Dio, siamo apparecchiati a difendere anche col pericolo della vita la causa della Chiesa, a noi da Cristo divinamente commessa; e se fia bisogno, andarcene in qualunque altro paese ove nel miglior modo esercitare il nostro apostolico ministero...

«Purtroppo non è certo se questa o quell'altra nazione abbia da conservar sempre il tesoro preziosissimo della divina fede e religione. Popoli che un tempo custodivano fedelmente il deposito della fede e la disciplina dei costumi, al presente sono scissi da quella pietra, su cui è fondato l'edificio della Chiesa. Miseri i principi i quali, dimentichi d'esser ministri di Dio pel bene, han trascurato di fare quanto è in loro potere e dovere per impedire che si distrugga il preziosissimo tesoro della fede cattolica, fuor della quale è impossibile piacere a Dio...»

Questi gemiti ripetemmo perchè rivelano i dissensi della Chiesa dallo Stato, del popolo vero dai suoi rappresentanti, della nazione da' suoi padroni: perchè si ebbe cuore di dire solennemente che il papa non si duole delle ingiustizie contro la Chiesa[561]; e perchè si veda come i fabbricatori di distruzione allontanino più sempre quella conciliazione, senza della quale non potrà dirsi fatta l'Italia. E mentre scrivo vien ratificata (15 agosto 1867) una legge di passione e di guerra per dilapidare la Chiesa, lasciando senza risposta le lezioni del passato e le interrogazioni dell'avvenire, a cui legheremo tanti inganni, tanti errori, tanti rimpianti: suonano i gemiti di migliaja di anacoreti e monache, cacciati dagli asili dove s'erano formati all'amor del prossimo e all'energica sommessione al voler di Dio, e che esposti a vera fame, ispirano compassione fin ai loro nemici, che crederebbero viltà l'ostinarsi a ingiuriarli; suonano gridi dal parlamento che, «ritirati i Francesi da Roma, omai i preti possono prendersi a calci»[562]: suonano i proclami de' comitati, che spinti dal gran rivoluzionario, preparano armi, prestiti, mine contro Roma, non dissimulando che con ciò si dee scassinare l'ordinamento cattolico.

Se i potentati sostengono il pontefice, s'egli è una forza con cui le forze devono contare, gli è perchè il popolo è ben lontano dall'averlo abbandonato. Altrove le dinastie spariscono alle trame d'un ministro o d'un cospiratore; al comparir dell'oro o delle camicie rosse sfasciansi gli eserciti, spergiurano gl'impiegati. Qui non avvenne. Ma se Dio vorrà non esista più un popolo, a governar il quale basti un prete senza spada, che annunzia la pace e non vuol mai la guerra; dove non si cambiò dinastia da XVIII secoli; dove ogni lingua ha collegi e rappresentanti e tribunali; dov'è l'asilo comune de' perseguitati, la scuola degli artisti e degli eruditi; dove stanno gli archivj della civiltà che di qui fu inviata e protetta in tutto il mondo; dov'è una quiete che ripugna, un silenzio che mortifica il convulsivo rumore dell'altre genti; se s'avvererà la profezia che il demonio prevalga ai santi[563], il pericolo sarà de' Cattolici, non del cattolicismo, e ai paurosi suonerà la parola, «Di poca fede, che dubiti?».

DISCORSO LVI. LE SÈTTE SOFISTICHE. GLI ODIERNI DISSIDENTI.

Mentre gli uni voleano conquistar Roma colla forza aperta, altri lentamente invaderla coi mezzi morali, v'era chi, vedendo inseparabili l'ordine temporale e lo spirituale, asseriva non si riuscirebbe colla forza e colle tresche diplomatiche, ma solo col toglier la fede e distruggere il cattolicismo. Oltre dunque profittare di quelli che, se attirano scomuniche e interdizioni, non professano separarsi dalla certezza della fede e rompere il vincolo dell'unità, il Governo a' suoi fini si ricordò che, irreconciliabili come nel XVI secolo, rimangono sempre a fronte il cattolicismo, sintesi universale della ragione umana, elevata fin alla ragione divina mediante la rivelazione; e la protesta, ispirata massimamente da odio alla supremazia italiana, da pretensione a nazionalità segregata. Fin dal suo apparire noi indicammo come i nuovi suoi simboli e le confessioni non appoggiandosi all'autorità, essa dovesse o tradire la logica, oppure arrivare all'organamento libero della religione, all'unione de' Cristiani non più nella lettera morta, ma nell'idea pura, cioè nelle infinite gradazioni del giudizio individuale. In fatto adoprò indarno evoluzioni dogmatiche o ripieghi costituzionali per avvicinarsi all'unità; cercò indarno qualche autorità fuori di quella che dice antiquata, onde fissarsi tra lo scetticismo puramente materiale, e le forme sfumate del misticismo.

Alcuni fra' Protestanti credono ancora sia necessario alla salute l'accettare la rivelazione cristiana, prestar fede a certi miracoli, a certi dogmi, quali la trinità, l'originale corruzione della natura umana, l'impotenza dell'uomo al bene, le postume retribuzioni. Ma mentre la Chiesa cattolica confida di non venire mai meno perchè i suoi dogmi, trascendenti l'umana capacità, non sono inventati ma dati, e portano l'unità col sottomettere a un capo, pare che fuor di essa non possano darsi più che Metodisti o Sociniani.

Il secolo XVI aveva impugnato l'autorità della Chiesa mediante l'autorità della Bibbia: il secolo XVIII mediante frivolezze e riso battè culto, dogmi, misteri: il secolo nostro combatte il cattolicismo uscendo dal cristianesimo: vuol sottrarre alla Chiesa anche l'interpretazione de' libri santi, neppure il vangelo accettando se non in quanto risponde alle convinzioni del nostro intelletto, sovvertendo gli avvenimenti storici, e l'analisi esegetica applicando fin al subjetto teantropico. Alla salvezza (dicono) si giungeva prima del cristianesimo, e si giunge fuori di esso da coloro cui non fu dato riconoscere la vanità delle loro credenze: si dà un progresso della fede come delle altre scienze; libera l'interpretazione della Scrittura a segno, che nè tampoco occorre definire la divinità, nè riconoscere ajuti o impacci alla libertà morale, nè originale incapacità alle virtù e alla derivante santificazione: all'immensa equità e bontà di Dio repugna l'eternità de' castighi. Escluso il sopranaturale dalla ragion dell'uomo, si esclude anche dagli annali dell'umanità, e per aspirazione ad unificare il sentimento religioso si esclama, «Non più teologia dogmatica non miracoli[564], non superna ispirazione delle Scritture, non redenzione, non comunione dei fedeli: la religione è un sentimento, nè l'intelletto v'ha a fare; la scienza non ha nulla di comune colla fede, anzi la scalza». A persuadere ciò si mira non tanto con violenza e in aspetto di rabbia, quanto col lento e sistematico disfare pezzo a pezzo credenze e tradizioni, ed il sopranaturale e la Chiesa presentare quasi in contrapposto colla scienza e colla civiltà moderna.

La società cristiana si compone di Dio principio supremo; del Cristo, divino mediatore; della Chiesa, società conservatrice eterna dell'incorruttibile verità che unisce gli uomini. Ebbene: dapprima si disse: «Giù la Chiesa, tralignata, meretrice; si conservi Cristo solo, Cristo nudo». Poi si disse, «Cristo è un mito, i vangeli un romanzo: non più Cristo». Presto si arrivò al «Non più Dio»; e nell'impossibilità di far un credo comune, si fa senza credo; è ortodosso chiunque è sincero[565]. Ma i sinceri è notevole come ritornino verso l'autorità, siccome vedesi ne' Puseisti. Vi ritornano pure i liberali, che il suffragio popolare riscontrano nelle decisioni de' Concilj e nell'elezione dei papi; vi ritornano quelli che sentono l'istinto dell'ordine, il bisogno di certezza, d'unità di spirito, di comunanza di preghiere.

Nei tempi napoleonici, quando si considerava nemico chiunque non s'incurvava, se perseguitossi la Chiesa cattolica, non si favorì guari la protestante. Se il vulgo colto celiava ancora con Voltaire, il popolo cresceva rispetto ai sacerdoti quanto li vedeva più oppressi nel loro capo. La restaurazione credette consolidarsi mediante l'alleanza del trono coll'altare; e la religione dominante in Italia fu la cattolica, anche ne' paesi sottoposti all'Austria, dove ogn'altra era tollerata, e dove i Protestanti erano ammessi a tutti gli impieghi, non però con pubblicità di culto.

I Valdesi di Piemonte, de' quali accennammo le vicissitudini nel discorso LI. contro i proprj re invocarono l'intervento straniero: ma all'Inghilterra che s'intromise a loro favore, fu mostrato come gli editti contro di essi fossero meno severi che quei d'altri Stati contro i Cattolici. Non crescevano però di numero, nè presumevano far conversioni; e se moltiplicaronsi libri e storie apologetiche, v'ebbero contradditori; fra cui già nominammo il vescovo Charvaz, che, oltre la storia, fece la Guida del catecumeno valdese, ribattendone gli errori, e difendendo la religione cattolica ne' suoi dogmi, nel suo culto, nella sua disciplina. Re Carlo Felice aveva permesso una chiesa protestante a Nizza, ma che si predicasse solo in tedesco. Un Buscarlet ministro, non sapendo di tedesco, predicava in francese, ma gli fu vietato nel 1836, senza dar ascolto al conte Truchsses ministro di Prussia, che prese parte per lui. Esso Truchsses cercava trarre uditori alla cappella evangelica che teneva nel suo palazzo a Torino, e volle anche aprirne alcuna di fuori, ma ne fu impedito. Nel 1836 girava per Italia una signora Childers, dispensando Bibbie e stampe eterodosse, fra cui la Fede Generale dei Riformati, e una spiegazione del serpente di bronzo[566].

In favore de' Valdesi si mosse di nuovo l'Inghilterra nel 1841, quando Carlalberto ordinò rientrassero nei legali loro confini. Lord Aberdeen scrisse una calda nota al Governo sardo, che rispose con secco diniego. Ma poichè l'opposizione in Inghilterra tornava sempre su quel tema, il ministro rinnovò le pratiche, e il conte Pollone (18 febbrajo 1843) replicò sarebbe errore politico non men che peccato religioso il concedere ai Valdesi di abitare fuori dei loro limiti; volersi conservare l'unità cattolica, e i sentimenti del re e del paese doversi rispettare quanto quelli di Giorgio IV, inesorabile a non voler emancipare i Cattolici[567].

Quanto all'interno, nel 1820 era parso risvegliarsi lo spirito religioso, principalmente per impulso di Felice Neffi; e quella edificazione che più non trovavano nei tempj, molti la cercavano in riunioni indipendenti e riti liberi e più spirituali. Ai pastori ne spiacque, credendo lor privilegio la predicazione: la pietà dissidente tacciarono di Darbismo, e infatti a questo piegò, volendo escludere ogni liturgia fissa e uniforme, ogni sacerdozio privilegiato, quasi conducano al formalismo, all'indifferenza religiosa e alla disperante apatia della Chiesa officiale. Dio non istabilì veruna autorità che organasse la Chiesa di Cristo, nè tale sistemazione è contenuta nel codice sacro: una Chiesa ha unico capo Cristo, nè altro padrone, cioè è sovrana[568], e come tale può star da sè (congregazionismo) o confederarsi ad altre (presbiterianismo). Presbiteriana è la Chiesa valdese, ma il problema più difficile è stabilire i rapporti fra le Chiese particolari e la generale, in modo che questa non usurpi i diritti e l'individualità di quelle.

Le chiese rimanevano distinte e indipendenti ciascuna, senz'altro legame che della stessa fede e d'un'opera comune, ma nel 1839 si radunarono in parrocchie, poi nella costituzione della Chiesa valdese data dal sinodo del 1855 si consolidò questa novità col pretesto di francheggiarsi a fronte delle difficoltà, anzichè osteggiarsi una chiesa coll'altra. Il progresso delle idee liberali in Italia (diceano gli oppositori) abbastanza protegge ora i Valdesi, mentre la fusione vale quanto il distruggere i membri per formare un corpo: nè la Chiesa generale direbbesi libera quando nol sono le particolari. Il bisogno dell'unità è pericoloso, e non v'è chiesa generale dove non v'abbia chiese particolari libere, autonome e sovrane. Sono idee anglicane: e v'è chi vorrebbe introdurre fin i vescovi, sotto il nome di Moderatore a vita. Altri invece esorbitante trovano l'autorità concessa alla Tavola di «provvedere per mezzo di regolamenti a quanto concerne il culto pubblico e l'amministrazione spirituale e temporale delle parrocchie»; per lo che il clero riesce ad aver superiorità nella legislazione, nell'amministrazione, nella disciplina, nel culto, fin nell'istruzione pubblica; dispone dei doni e sussidj venuti di fuori. La nuova costituzione trasse alla Chiesa la nomina de' parroci diversi, dal che, oltre altri inconvenienti, deriva che le elezioni emanano da spirito di consorteria e di famiglia, «una delle più triste piaghe del paese, e che vi produce la lebbra che corrose la Chiesa romana, il nepotismo»[569]. Laonde per l'onor del paese e per la pace e la vita della Chiesa chiedeasi prevalesse il congregazionismo, l'indipendenza delle varie parrocchie, ciascuna delle quali nomini i deputati al sinodo[570]. Pertanto restarono divisi in Valdesi diaconi e Valdesi della tavola.

Nel 1839 a Filadelfia negli Stati Uniti si costituì una Società Degli Amici Italiani, che proponeansi di combattere il cattolicismo nel suo centro, e nel suo capo: e fu denunziata da Gregorio XVI. A Firenze tra l'arcadica fiacchezza di quel governo, e tra le pedantesche gelosie leopoldine contro il clero, potè estendersi il protestantesimo, favorito anche dal gabinetto letterario del Vieusseux, dove radunavansi il fior della città e tutti i forestieri; Matilde Calandrini, stabilitasi a Pisa nel 1831, introdusse gli asili infantili e convertì alcuno all'evangelismo; Enrico Meyer, autore di scritti pedagogici, fe porre un Istituto dei padri di famiglia protestante. L'apostolato invigorì però solo dopo che nel 1848, l'avversione ai pontefici fu innestata dalla nuova politica, colla libertà d'infamare e maledire ciò che era venerato e benedetto. I fratelli Guicciardini, spalleggiati da Mather, dagli Aldbourough e da altri, teneano conventicole, ove leggere e commentare la Bibbia; ma poichè ciò repugnava alle leggi del paese, furono indotti ad andarsene. Un ostiere Madiai, sposo ad una inglese, nel 1852 propagava libri e dottrine protestanti, e poichè, a norma della legge, venne arrestato, se ne levò uno scalpore europeo; l'Inghilterra minacciò richiamare il suo ministro; tutta la diplomazia parve sbigottirsi che alcun pericolo incorressero gli emissarj protestanti: il granduca dovette cedere, e se ne menò trionfo; i predicanti operarono più sicuri, e quest'atto fu una delle accuse che si accamparono per abbattere la dinastia. Ciò spieghi le irriflessive simpatie, onde i Protestanti secondarono le successive sovversioni[571].

Data al Piemonte la costituzione del 1848, i Valdesi aveano ottenuto di essere pareggiati agli altri cittadini, sicchè uscirono dalle loro valli, eressero chiese in Torino e altrove, e poterono gridare: «Ecco finalmente cadute le secolari barriere che intercettavano il passo alla parola di Dio: ormai si può credere diversamente dal prete, e professare senza ostacolo, e diffondere la propria credenza. Venite dunque, fratelli, presto venite, che è giunto il tempo d'evangelizzare l'Italia»[572].

E vennero, diffusero libri, moltiplicarono predicazioni e stampe. Fra queste la Buona Novella, giornale dell'evangelizzazione italiana, proponeva un premio di milleducento lire al migliore scritto «sopra la necessità e i mezzi di operar una riforma cristiana in Italia. Convinti che tutti i mali che affliggono l'Italia, di qualunque natura essi siano (!), ha per cagione principale l'ignoranza o l'abbandono dei principj del cristianesimo, e le false interpretazioni date agl'insegnamenti del Salvator degli uomini, dovrebbesi mostrare fino a qual punto il vero cristianesimo sia lungi dall'Italia, e ignoratine i principj; l'indifferenza, l'incredulità, la superstizione invadano le diverse classi della società, donde la decadenza del senso morale, l'indebolimento o distruzione della vita di famiglia; la vita pubblica, le lettere, le scienze, le arti, l'agricoltura, l'industria ed ogni materiale interesse del paese siano incagliati a cagione del suo stato morale».

Il simbolo di quel giornale era amplissimo «Sia facoltà a chi il voglia di non ammettere l'esistenza di Dio (pag. 109). La libertà dei culti non solo si deve estendere a tutte le credenze religiose, ma ben anche a qualunque setta o accademia o scuola che non riconosca nè religione nè Dio» (pag. 234). Ed assicurava che «tutti i giornali del Piemonte obbediscono a una direzione più o meno protestante e non si stancano di proclamare che la coscienza deve esser libera, e che nessuna potenza della terra ha il diritto di regolare le nostre attinenze con Dio».

Se ne sbigottirono non soltanto i vescovi nostri, ma i conservatori che vedeano minacciato lo Statuto, il cui primo articolo porta che «la cattolica, apostolica, romana è la religione dello Stato»: e che comprendeano il protestantesimo in Italia non poter essere mai culto e chiesa, bensì strumento di perturbazione e distruzione; sovvertirebbe la vita e le consuetudini dell'universalità del paese, precipiterebbe nell'incredulità formale spiriti già alieni dalla fede positiva e dalle pratiche religiose. Chi poi accetterebbe il vanto che si danno di far proseliti fra gl'increduli, e dir a questi, «Non credevi nulla; or almeno a qualche cosa credi?»

La Savoja, non ancor venduta alla Francia, lottò risoluta contro la propaganda; e Guglielmo De la Rive, in un elogio del conte Cavour, palesa quanto ebbe questo ministro a faticare onde superar quella resistenza. Della quale esso dà per ragione il maggior fanatismo de' Savojardi; l'essere in paese povero più forti i pregiudizj, e far parte de' costumi che preservano. Adduce casi ove bisognò tutta la prepotenza del Cavour per obbligare ad eriger cappelle: vi si riuscì a Mornex e altrove; ad Annecy potè costituirsi una comunità indipendente di Protestanti: così ad Aix: e benchè il codice penale castigasse le predicazioni ereticali e la vendita delle Bibbie, Cavour «metteva uno zelo infinito per salvar gli accusati, ne prendeva in mano la causa, la trattava quasi egli stesso appo i magistrati e gli interpreti e rappresentanti della legge»[573].

Perocchè, come la restaurazione politica, così il Governo volle la religiosa, distruggere cioè quel che da diciannove secoli la nazione rispettava. Dell'aprirsi nel 1854 il tempio protestante a Torino si fece una solennità legale coll'intervento della guardia nazionale. Oltre favorir tutti i preti che frangessero la disciplina ecclesiastica, una colluvie di libri combattevano apertamente non solo la sede romana ma il cristianesimo. È anteriore l'opera anonima Novità del papismo, ove dimostrasi aver la religione protestante esistito pria di Lutero, e che sia quella stessa promulgata da Cristo e da' suoi apostoli. L'accenniamo fra le tante come relativa al nostro lavoro, al par di quella dell'abate Jacobo Leone, Roma empia, ossia il paganesimo e volteranesimo professati da papi e da vescovi un secolo prima della riforma protestante, e predicati dai pulpiti di tutta Italia ne' secoli XVI e XVII, dissertazione critica fondata su testimonianze storiche e documenti tratti dal Vaticano[574].

Molto si diffuse il Compendio di controversie tra la parola di Dio e la teologia romana, ove si pone un dettato della teologia cattolica, e vi si contrappongono testi scritturali, spiegati come si vuole: forma opportuna a illudere, perchè afferma senza bisogno di dimostrazioni.

Luigi Desanctis, curato apostata, mandò al pallio un'infinità di scritti, fra cui un Saggio dogmatico storico sulla confessione, Il Cattolico cristiano, La coscienza; e con Vincenzo Albarella d'Afflitto, napoletano come lui, pubblicò i Principj di fede e disciplina, estratti dalla parola di Dio per servire di base alla Chiesa evangelica di Torino, ove esponeasi la professione di fede in diciannove articoli; poi la costituzione, le norme del ministero, delle riunioni, la disciplina e i doveri speciali. Nel 1866 stampossi a Firenze il Catechismo della Chiesa evangelica valdese.

Altri fuor di paese viveano di apostolato e di libri di quella risma. Tale il Pistrucci, che a Londra teneva una cappella italiana. Ci rincresce di dover associargli Gabriele Rossetti, discreto poeta napoletano, che esule dalla patria dopo il 1821, compose i Misteri dell'amor Platonico, ove asserisce che tutti i poeti d'Italia, e Dante alla loro testa, fingendo cantar d'amore, intendeano della protesta contro il cattolicismo[575]; poi in un poema polimetro bestemmiò la Chiesa, della quale pure aveva tradotto molti inni. Giacinto Achilli di Viterbo, già domenicano, nel 1826 privato della facoltà di predicare per colpe che poi svelate il fecero carcerare, riuscì a fuggire a Corfù, trescò non decorosamente nella spedizione dei fratelli Bandiera, poi festeggiato a Londra in aspetto di martire della Inquisizione, mosse processo contro il Newmann, famoso anglicano convertito, che ne aveva rivelato le avventure, per disinganno di chi gli credeva. Molto rumore se ne levò; provaronsi i fatti con testimonj e documenti, ma il giuri non li trovò bastanti[576], sicchè il Newman fu condannato nelle ingenti spese, a pagar le quali concorsero cattolici dei due mondi. L'Achilli andò poi ramingo, nè più se ne seppe. Altrettanto fu del Ciucci frate apostata, che accolto con festa a Londra, pubblicò un romanzo della propria vita, diffuso assai: eppure trovossi ridotto a mantener sè e la famiglia che s'era fatta, col dar lezioni, finchè scomparve. Prete Giuseppe Fiorito d'Acqui, di cinquant'anni fattosi valdese, per disperazione s'uccise nel 1864.

La Società Biblica cominciata a Londra nel 1780, il primo anno raccolse mille lire, nel secondo centomila: nel 1804 si sistemò aggregandosi le congregazioni d'altri paesi protestanti. Una se ne istituì in Prussia nel 1814, che ebbe quarantotto succursali, e nel 1819 avea distribuito mezzo milione di Bibbie. Un'altra in America nel 1849 ne contava settanta affigliate e migliaja dipendenti. Nel Congresso di Londra del 1855, lord Shaftesbury avea vantato che la Società Biblica avea da ottomila aggregazioni, s'erano spesi cento milioni, tradotta la Bibbia in cencinquanta lingue, sparsine quarantatre milioni di esemplari, per istruzione di seicento milioni di persone. Essa dal 1853 al 1864 mandò in Italia centrentamila Bibbie, dalla cui vendita si ricavarono franchi centrentaduemila cinquecento. Posto che ogni copia costi di fabbrica franchi otto, la Società avrebbe scapitato di novecentosettemila cinquecento franchi, detratte le somme esatte, e non calcolando quelli spesi in venditori e magazzinieri. Lagnasi però che il frutto non sia pari al seme, perocchè i moderni Farisei l'impediscono. Per esempio a Milano molti accettarono i sussidj, pochi le dottrine degli Evangelici: sono forse ottocento i convertiti, fra cui dodici o tredici giovani di belle speranze, ma che si sono dati all'industria dell'apostolato perchè poveri e incapaci di educarsi altrimenti, e vivono a spalle dello straniero. Quando i successori de' conti del Monferrato coi sentimenti della più viva e sincera amicizia fecero lega col sultano per garantire l'integrità e indipendenza dell'impero ottomano (5 marzo 1855), e l'esercito piemontese campeggiò a favore dei Turchi in Crimea, quasi a ciascun soldato fu distribuita una Bibbia protestante, che poco deve aver fruttato. E mentre appunto scrivo, quella Società diffonde scritti suoi a piene mani in quel gran convegno di tutti gli splendori della civiltà che è l'esposizione di Parigi; ed ha già speso un milione di lire in libri ed opuscoli in quindici lingue differenti.

Di là vengono i sussidj ai nuovi evangelizzanti. A Nizza nel 1853, un ex-frate napoletano apostolava, ricevendone seimila lire l'anno; vi si diffusero seimila catechismi, mentre altri fluivano da Ginevra nella Savoja; moltissimi in Sardegna; e il maggior generale della brigata che stanziava a Nizza, il 12 aprile 1856 dovè riprovare come contrario al decoro militare l'uffizio che alcuni soldati eransi assunto per denaro di predicare l'eresia.

Nel 1847 erasi cominciato a Londra l'Eco del Savonarola da Salvatore Ferretti, collaborandovi il Desanctis, Teodorico Rossetti ed altri, a spese di qualche mecenate. Sospeso per manco di abbonati, ripigliò nel giugno del 1856, e allora chiariva esistere quattro movimenti protestanti in Italia, l'antipapale, l'antipapista, il protestante, l'evangelico. L'antipapale è di moderati, che vogliono togliere al papa soltanto il dominio temporale, qual impedimento all'unità italiana. Gli antipapisti, separati apertamente dalla Chiesa romana e più numerosi di tutti, combattono il papato con ogni sorta armi. Il protestante dice: «Noi siamo filosofi e quindi possiamo far di meno della religione. Ma il popolo ne ha bisogno, talchè se all'Italia si toglie il papismo bisognerà pur surrogarvi qualche cosa: e il meglio è il cristianesimo riformato». Il partito evangelico predica il vangelo puro: ma per quanto sovvenuto dalle società d'Inghilterra, e protetto a spada tratta dal Governo sardo, non prospera guari.

Visitando il re di Piemonte quell'isola nel 55, gli presentarono un ringraziamento «pei magnanimi sforzi che fa onde stabilire ne' suoi Stati la libertà civile e religiosa». Egli fe rispondere che, «come discendente da lunga serie di principi cattolici e sovrano di sudditi quasi tutti cattolici, non poteva approvare gli acerbi rimproveri inflitti al capo della Chiesa; bensì agli occhi suoi la religione esser il simbolo della tolleranza, dell'unione, della libertà, ed uno de' fondamenti del suo governo essere la libertà di coscienza».

Spaventati dall'irrompere del razionalismo, che negava ogni dogma rivelato e la divinità di Cristo, i Protestanti ortodossi, cioè quelli che ancora han fede nella Bibbia, costituirono una riunione ecumenica, che si raccolse a Londra nel 1846 e nel 51, nel 55 a Parigi, nel 57 a Berlino, nel 61 a Ginevra, e che finì coll'Alleanza evangelica nello scopo di fondere tutte le credenze in una sola, e combattere tutte insieme la cattolica. L'assemblea a Berlino trovò che l'accordo fra le varie sètte non era progredito, bensì divisaronsi i modi di osteggiare il papato, e si stanziò una somma per mandare missionarj in Piemonte e nella Toscana, e aprire ricoveri pei preti che apostatassero; in fatto se ne fondò uno a Londra, uno a Basilea, assegnando a ciascuno ducento scudi, ma non prosperarono, e il protestante Leo paragonava la cattolica all'unità del ferro, e l'Alleanza Evangelica alla ruggine del ferro impastata con acqua[577].

Per tale accordo anche i Valdesi assunsero il nome di Evangelici, e con questo fondarono varie stazioni per Italia, professando non badare a differenze di confessioni, bensì convenir tutti all'uffizio domenicale, qualunque credenza professino o comunque interpretino il vangelo. Anzi nell'ultima unione a Ginevra ben venti pastori ricusarono di riconoscere la divinità di Cristo.

Nel 1852, sei dignitarj del collegio di Londra dirigevano una lettera ai preti del Lombardo-Veneto, esortandoli a unirsi alla Chiesa anglicana, staccandosi dalla infedele romana. La Buona Novella nel 1858 diceva esser in Torino una società de' trattati religiosi per l'Italia, che aveva in due anni stampato 2,399,500 pagine; una libreria evangelica aver mandato in giro trentunamille copie di varie opere. Bonaventura Mazzarella pubblicò la Professione di fede de' Cristiani evangelici d'Italia[578], ove dichiara ch'essi non sono nè protestanti, nè valdesi, nè altro: «son cristiani perchè ripongono tutta la loro confidenza in Cristo, ed evangelici perchè non ammettono vi sia cristianesimo fuori dell'Evangelo.... Tra il ministero evangelico e il clero ufficiale, sia cattolico sia protestante, vi è un abisso. Quello è essenzialmente laico, non forma una casta, non avrà salarj fissi;... fuori della Chiesa è cittadino come gli altri; non ha potere, non onori, non sovvenzioni; esercita il mestiere che imparò...» Chiesto che cosa avesse predicato in Asti, risponde: «Mostrai il contrasto palpabile e spaventevole che esiste tra la vita e le parole di Cristo, e la vita e le parole del papa... Il papato ha ridotto il cristianesimo a un mercimonio... I sacerdoti ebraici che gridavano crocifiggilo, non fecero al cristianesimo il male che gli ha fatto il papato».

Maggior campo e più libero passo offersero all'apostolato eterodosso le conquiste del 1859, e il regno formatosi d'un conglomerato di voti. Non solo da giornali, ma alla Camera inglese da D'Israeli fu confessato che una delle ragioni per cui l'Inghilterra tollerò la spedizione di Napoleone III in Italia, fu la speranza che la santa sede crollasse, e vi si surrogasse il protestantesimo. Italiani residenti a Londra, Avesana, G. De Vincenzi, L. Serena, B. Fabricotti, G. B. Rocca il 2 settembre 1859 pregarono loro Shaftesbury, genero del ministro Palmerston, di farsi capo del movimento protestante in Italia, e di costituire un comitato per l'emancipazione degli Stati Pontificj. Egli accettò, asserendo che libertà e indipendenza non può aversi se non coll'abbandonare il cattolicismo, come hanno fatto gli Inglesi; i quali, per ottener le civili e religiose franchigie, cacciarono i loro regnanti, ne scelsero di nuovi, e consolidarono una forma di governo, che il meno possibile diversificasse dall'anteriore.

Appena espulso il granduca, gli Evangelici di Toscana sporsero al Governo Provvisorio una «Dichiarazione di alcune massime religiose professate dai Cristiani evangelici, che in questi tempi si sono manifestati in Toscana, persuasi che il giorno è giunto in cui la nostra patria nel suo seno vedrà svilupparsi ogni onesta libertà», e v'erano firmati Carlo Solaini e Scipione Bargali. Quel Governo lasciò in fatto stabilire cappelle, e i giornali tuttodì svelenirsi contro il papato, mentre escludeva i predicatori cattolici non toscani e proibì di stampare un opuscolo La Chiesa cattolica romana è la sola vera Chiesa di Gesù Cristo. Di ciò mosse pubblico lamento l'arcivescovo Limberti, e diceva al presidente Ricasoli: «Voi siete cattolico, e reggete un popolo cattolico; vi corre dunque l'obbligo di amare e favorire sapientemente la conservazione e l'incremento della fede che professate. Dissi sapientemente perchè non vi diate a credere che io intenda accattare da Voi per la religione e per la Chiesa quell'insidiosa tutela che inceppa o avvilisce, e molto meno quella specie di protezione, che, essendo tutta in perseguitare e tormentare gli sventurati che la disconoscono, non servirebbe che a renderla odiosa. Ma quella savia e provvidente sollecitudine, la quale caldeggiando le benefiche istituzioni della Chiesa, rispettandone i sacri ordinamenti, onorandone i ministri, e agevolandone la libera azione, conferisce a crescerla in riverenza ed efficacia, con profitto grande dello stesso consorzio civile. Questa io vescovo, a voi governante cattolico, ho tutta ragione di richiedere. Ma lo dovrò io dire? Sia colpa d'uomini o di tempi, sembra che questa ragionevole e giusta predilezione abbia ceduto il luogo al sentimento contrario, e che si procacci di avversare, indebolire e impacciare l'azione cattolica.

«Sono state aperte in questa città pubbliche scuole di errore, e vi si allettano con ogni maniera di argomenti, non escluso quello del denaro, persone di ogni età e d'ogni classe, e a preferenza la povera e rozza plebe e gli inesperti giovinetti, più facili ad essere carrucolati dalle seduzioni. Lascio ai politici di giudicare, se la tolleranza civile dei culti abbia ad allargarsi sconfinatamente così, che lasci adito a proselitismo tanto sfacciato e corrompitore; se conferisca ad abituare nel popolo quelle maschie virtù e quello spirito di annegazione e di sacrificio al dovere, che pur fa duopo ad esser liberi e forti, l'adusarlo a mettere a prezzo ogni cosa, sin la coscienza; se metta bene, in luogo d'infervorare la fede che opera miracoli, il gettare nelle anime il dubbio che isterilisce o la miscredenza che imbestia; giacchè, dubbio e miscredenza son per il popolo gli ordinarj portati delle controversie e dispute religiose, massimamente agitate in nome d'una dottrina, la cui essenza è la negazione; se sia prudente, or che tante e sì diverse ire bollono ed imperversano, l'aggiungere un fomite così tremendo e pericoloso come quello delle offese coscienze e delle religiose. Ma io vi domanderò perchè, laddove gente uscita da Napoli o da altri paesi sermoneggia furiosamente, sciente e tollerante il Governo, contro l'antica e benedetta fede dei nostri padri, si vieta poi che sacerdoti cattolici salgano il pergamo ad esplicarla e difenderla, se non sono toscani? perchè, mentre i nuovi predicanti vituperano impunemente nelle loro pubbliche arringhe il clero cattolico, e stimolando turpi e feroci passioni lo mettono in sospetto ed in odio, non abbia poi ad esser concesso ad un fervente sacerdote sfolgorare dal pulpito le orrende bestemmie che si odono tuttodì, gli insulti abominevoli con che si disonesta a voce ed in iscritto, per le piazze e pei trivj la sacra persona ed autorità del sommo pontefice, senza che appostati delatori, spesso ignoranti, maligni sempre, non corrano a farne ai tribunali denunzia, donde processo, moniti e vessazioni? Perchè, mentre si stampano francamente e pubblicamente si vendono a poco prezzo giornaletti, libercoli, calendarj, dove l'empietà usa il suo soverchio, guastando con sozze e villane parole e con più sozze e villane figure non pur l'intelletto e l'animo del nostro popolo, ma persino quell'abito di schietto buon senso e di squisita gentilezza onde va segnalato fra gli altri, avvezzandolo a gettarsi dopo le spalle ogni riverenza e sotto i piedi ogni autorità, abbia poi ad esser vietato un libretto di poche pagine, che a guisa di catechismo, rammenta una grande ed importante verità e avverte i buoni a cessare i pericoli di che l'errore li minaccia? Tolto da voi anche l'ultimo ritegno, dilagano senza misura i nuovi predicanti e s'affaccendano a diffondere, vendendoli a poco o eziandio regalandoli, libri tutti pieni di veleno e calunnie, di scene invereconde contro il papa, contro i preti, contro i santi, contro i sacramenti, contro ogni cosa a noi più cara e santamente diletta: Roma empia, per esempio, la Camarilla, il Prete e la Donna, il Gallo di Caifasso, gli Errori della Chiesa di Roma combattuti colla parola di Dio, la Bibbia in prigione e altri siffatti?»

Il ministro Ricasoli rispose che il martirio oggi invano si spera. «A' nostri tempi non si tratta di persecuzione nè di protezione religiosa; si tratta di libertà di coscienza, e di libero esercizio di culto, purchè non sia turbato l'ordine pubblico. Questa libertà, che è un diritto di ogni essere responsabile a Dio, che è un fatto della coscienza universale, ed un principio del diritto pubblico di ogni Stato civile, non toglie che la religione cattolica, se non è più la dominante, non sia la prevalente, e quella professata dal Governo e onorata con tutte quante le maniere. Il limite di questa prevalenza e di questi onori si trova solo nel non escludere le altre religioni, e non impedire gli altri culti. Ciò è cosa nuova nel nostro Stato: ma la Chiesa cattolica non vi perderà, come non ha perduto in quegli Stati dove oramai è vecchia. V. S. non deve credere avversata dallo Stato la religione cattolica se vi sono altre professioni, e se altri culti si esercitano. Questa simultaneità è un diritto, è un fatto indistruttibile. Il proselitismo è proibito e punito: l'eccitazione all'odio scambievole proibita e punita: ogni occasione di pubblico disordine prevenuta, o tolta via. Gli atti di Stato laico e indipendente da ogni estranea autorità non possono essere censurati di avversione ad alcuna credenza quando tutelano la tranquillità pubblica, che il Governo ha il dovere di conservare; e il Governo e non altri può conoscere ciò che le nuoccia, o le giovi. Se egli niega la stampa o la ristampa di qualche scrittura, è mosso da una ragione presente, che il pubblico ordinariamente non raggiunge. Ma ciò non impedisce, che quelle idee non possano esser pubblicate»[579].

Così proclamavasi l'ateismo dello Stato. E molto ivi adoperò il proselitismo, ajutato sì da alcuni preti o rifuggiti dalla Romagna o che davano un calcio alla Chiesa che gli aveva nudriti e educati; sì da opuscoli, non isproveduti di scienza o sfavillanti di spirito; sì dai giornali, per cui era una forma o un supplemento di libertà politica la irriverenza religiosa; sì da politici che voleano assicurarsi (come dice Boncompagni) il suffragio di coloro, per cui ogni angheria diviene scusabile, anzi lodevole quando sia detto «È contro i preti».

Carlo Poggi Laborcena vi pubblicò più tardi (Firenze 1866) un Triplice progetto di riforma, ove sostiene che a Gesù Cristo contraffà il papato coll'ammetter la messa, i suffragi per le anime purganti, il giuramento ai tribunali, le lunghe preghiere a Dio perchè interrompa le leggi fisse di natura: il papa è infallibile sol quando sia in grazia di Dio: l'elezione de' sacerdoti appartiene al popolo: mal s'insegna che il principato temporale vantaggi la religione: sono torti del papato tutti i mali che tormentano l'umanità, perchè esso non provede a banche popolari, a proteggere le serve, e fa che alcuni Gesuiti, fingendosi protestanti, impediscano l'unione di tutte le credenze. E propone un'assemblea mondiale, dove si elegga un capo alle chiese cristiane riformate, il quale formerà un collegio di venticinque o trenta individui, per ottenere il trionfo della religione di Cristo e la ricomposizione di tutte le nazionalità.

Gli Evangelici s'avventurarono più volte a molestare le sacre funzioni; in Santa Maria Novella turbarono la benedizione del sacramento, altrove le prediche; a Livorno vollero sepellire un dei loro in terra sacra; e impediti, s'avventarono fin contro l'autorità; spesso si fecero scoppiare bombe nelle chiese o nelle canoniche.

Vi si opposero eccellenti parroci e canonici e predicatori; moltiplicaronsi pubblicazioni religiose, quali l'Archivio dell'ecclesiastico, ed altre popolari del padre Morini, del Pierini, del canonico Righi, del Grassi, del Marescotti...: alle antiche associazioni religiose, conservate in fiore, si aggiunsero le nuove di san Francesco di Sales per la propagazione de' buoni libri, di san Vincenzo da Paola per l'esercizio d'ogni carità.

Nelle prime manifestazioni rappresentò gran parte il Gavazzi. Ancor barnabita nella rivoluzione del 1848, cominciò da entusiasta di Pio IX, e finì per essere uno de' più affaccendati demagoghi, tanto che dovettero reprimerlo quegli stessi, che della demagogia faceansi uno sgabello. Inviperito dai disastri, rinnegò il carattere sacerdotale, e fattosi apostolo delle dottrine dissidenti, compariva dovunque la rivoluzione scoppiasse e in coda agli eserciti conquistatori, con violente parole e scritture attizzando le passioni popolari, e con indomita persistenza costituendo cappelle e società.

Appena fatta nel regno meridionale la rivoluzione che spossessò i Borboni, v'affluirono i predicanti, e in capo ad essi il Gavazzi. «Indossata la camicia rossa dei Garibaldini, sulla piazza pubblica era il predicatore quotidiano del popolo, la gazzetta viva e passionata de' Napolitani. Tutto serviva di pulpito per lui; parlava da una finestra, o da un banco di piazza, o da un palco di teatro; suo tema obbligato Francesco II e il papa, sui quali lanciavasi a pugni con una violenza senza esempio. Era curioso vederlo nel palco coperto e pavesato a tre colori, che per lui ergeasi nel Largo del palazzo, vestito di rosso, battersi il capo, darsi pugni nel petto, stringersi come volesse soffocare, lasciarsi cascar melanconicamente sulla sponda; prendersi la testa colle due mani, come volesse staccarsela e avventarla agli uditori... Il padre Gavazzi credeva; di là l'incontestabile sua influenza. Dopo predicato nelle vie parlando di tutto, e facendo decapitare le statue equestri dei re e demolir il forte Sant'Elmo, depose la tunica rossa, e stabilì conferenze meno chiassose in una sala affittata apposta. Per tre mesi quattro volte la settimana, e ogni volta per due ore, davanti una folla accalcata, entusiasta e vestita per bene, inveiva contro il papa con un impeto instancabile. Era una satira oratoria, zeppa d'invettive e sarcasmi, addolcita però da un calor sincero, che attestava com'ei credesse. La domenica rinunziava affatto alla discussione, per insegnare piamente il Vangelo. Non so se questa melodia cristiana facesse molta impressione dopo il batter dei tamburri e le fucilate: ma quest'uomo strano, che aveva il demonio in corpo sulla piazza pubblica, diveniva tutto unzione quando cadeva a ginocchi».

Tiriamo queste parole non dal Perrone o dal Pellicani suoi smascheratori, ma da un panegirista, Marco Monnier, che scrisse sopra Napoli eretica e panteistica. Un altro ammiratore ce lo dipinge sulla piazza del Crocifisso a Messina e di San Francesco di Paola a Napoli, ad inveire contro i Borboni e i Gesuiti, predicare l'unità d'Italia e il re galantuomo; proporre si trasformassero le statue di Carlo III e di Ferdinando in Vittorio Emanuele e in quel Garibaldi «che in mille battaglie, coll'abito forato come un crivello, non potè mai esser ferito». E soggiunge: «Al teatro San Carlo si ebbe lo spettacolo bizzarro di un frate in camicia rossa, che la vasta e sonora sala facea sonare di parole molto insolite, mentre, rialzato il sipario, attori e figuranti, coristi e ballerini a gruppi, ne' loro vestiti teatrali, si spingeano sul davanti della scena per nulla perdere dello intermezzo inaspettato.» Un giorno rappresentavasi la Battaglia delle Donne, e finito il primo atto, il padre Gavazzi s'alzò nel suo palchetto, e prese a parlare di patria, di libertà, di Garibaldi, di combattimenti a Capua, in modo che il popolo entusiasta dimenticò affatto la commedia, e coprì d'evviva l'impresario quando venne annunziare che, attesa la circostanza eccezionale, invece degli altri due atti si darebbe l'inno di Garibaldi[580].

Dai primi momenti della rivoluzione si domandò, e pensate se si ottenne dal dittatore Garibaldi un luogo in Napoli, dove esercitare pubblicamente il culto evangelico; gli altri dissenzienti, mercè della legazione prussiana impetrarono pure di aver pubblico tempio; e quivi si combinò come estendere la propaganda nella terraferma e in Sicilia.

Essendo il nome di Valdesi legalizzato da secoli in Piemonte, lo adottarono, quasi desse diritto di fare proseliti, aprir conferenze, cappelle, collegi, e trovarono qualche adepto nella classe media, e padri che vi mandarono i figliuoli. Presa audacia, turbarono qualche volta le funzioni e le chiese: in qualche parte, come a Torre del Greco, vestirono la Madonna coi tre colori; quando si fecero espiazioni per le bestemmie del Renan, un giovane entrò in chiesa motteggiando, e gridò «Morte a Cristo». Di tali e simili atti sdegnato, il popolo diè loro addosso talvolta: ma l'autorità, punendolo col titolo di tutelare la sicurezza personale, non solo diè fidanza ai predicanti, ma arrestò parroci e fedeli che mostrassero avversarli. Taluni, che di prete non serbavano se non l'abito e i proventi, trovarono comodo il mettersi coi novatori, e col titolo di Emancipatori, sotto la guida dello Zaccaro, di Basilio Prota, del Da Foria valdese, formarono una società che repudiava i freni ecclesiastici, e nella Colonna di fuoco, poi nell'Emancipatore sputacchiavano la Chiesa stabilita, e menavano moglie, pur continuando il ministero in chiese interdette. Vi si oppose con petto forte il cardinale arcivescovo Riario Sforza, ed essi riuscirono a farlo proscrivere, sicchè dovette andar in esiglio come forse sessanta altri vescovi di quelle provincie, i quali sol da lontano potevano sostenere lo zelo, che parve infervorarsi viepiù nella causa del vero, e manifestossi sì cogli scritti, sì colle prediche, sì colle opere.

Lo scredito che fin presso i loro aderenti attiravansi gli ostiarj che aprivano le porte al nemico, i preti che tradivano Cristo mentre nel suo piattello continuavano ad attingere, tornava a credito dei Valdesi, che almeno non pretendeano conciliar l'irreconciliabile. Wrefort pose scuole a Capri; Leopoldo Perez stampava la Civiltà Evangelica: il pastore Rolier col dottore Escalona diffondeva instancabilmente opuscoli e Bibbie, rianimò gli avanzi de' Valdesi in Calabria, e tenea conferenza a San Pietro di Majella.

Nè i frutti furono scarsi, e in Napoli, cessata d'esser capitale, fondarono cappelle e scuole, ch'erano pubblicamente annunziate.

Anche a Palermo, ne' primi giorni della rivoluzione, alquanti preti formarono un Battaglione sacro che, mantellandosi di politica, sovvertiva la Chiesa, ma fu sciolto prima che v'arrivassero i nuovi predicanti. Subito cartelloni annunziarono la vendita delle Bibbie, esortando a togliersi dalla religione del papa per intendersela con Gesù Cristo mediante la lettura del Vangelo; si diffusero i libretti valdesi stampati a Torino, e le oscenità stampate a Milano, mentre il ciclico Pantaleo, cappellano del Garibaldi, urlava per le piazze i suoi moroloquj. Intanto a Messina evangelizzavano un Cappuccino e un Paolotto apostati: il padre Gavazzi a Catania era udito curiosamente finchè parlò di politica, ma abbandonato appena entrò sulla religione: tanto più che il Governo parve nol sostenesse, come invece faceva coi predicanti valdesi. Infatto la Buona Novella annunziava il 15 marzo 1861 che «due nuove stazioni di Evangelici vennero stabilite dalla Chiesa valdese; una a Milano avendo a capo il signor ministro O. Cocorda, l'altra a Palermo affidata allo zelo del caro nostro fratello, il signor ministro Giorgio Appia». Questi, che già nominammo parlando de' Valdesi (Discorso XLI), era uno de' più valenti, come de' più attuosi, ed oltre gli scritti sulla Buona Novella, molti ne stampò a Palermo dalla tipografia Claudiana, fra cui Roma e la Scrittura (1862). Egli sfidò ad una disputa il canonico Domenico Turano e il professore Melchiorre Galeotti, il quale saviamente si restrinse a discutere sull'autorità, cioè a chi competa il possesso e l'interpretazione della Bibbia; e diede una relazione di quel convegno, appunto come vedemmo essersi praticato un tempo dai preti valtellinesi[581].

Insieme colle Bibbie divulgavansi quelle scritture alla moda, che eccitano lo scontento della ragione, e l'indignazione della coscienza colle accuse menzognere. V'andavano compagni libri immorali ed osceni, stimolando insieme la libidine del corpo e quella dello spirito; immagini che la corruzione de' compratori comanda alla corruzione degli artisti, ed ostentavasi il vizio sotto la complicità della pubblica opinione; quasi il Governo, col non sottoporre questa peste al lazzaretto, amasse ajutare il pervertimento morale, che cominciato col violare la creanza, finirà col violar tutte le leggi. Ne venne spavento a' genitori che ricorsero per rimedio all'arcivescovo; e questi in una pastorale ricordò ai padri ed agli institutori, che su loro pesavano le conseguenze lacrimabili della procace infezione (febbrajo 1861). Poco dopo ebbe a pubblicamente congratularsi cogli studenti di quella Università, i quali aveano affissa nell'atrio essa pastorale, e cacciato obbrobriosamente il ministro che intaccava l'onor del costume e la fede sempre inviolata in quell'isola; «e invocato con civile moderazione dal governo un provvedimento contro queste svergognate sozzure di libri»[582].

Mal riuscito, l'Appia tornò a Napoli dond'era venuto, e dove ingloriavasi della conversione del marchese Cresi, e gli succedette Giovanni Simpson, che aprì scuole di poveri fanciulli, massime presso la chiesa della Gancia, divenuta famosa come primo focolajo della rivoluzione, o piuttosto delle rivoluzioni. Le scuole protestanti furono dal Governo autorizzate a radunarsi ed esporre i cartelloni, e popolaronsi coll'allettamento d'alquanti centesimi; mentre la timidezza, consueta negli onest'uomini, distoglie dall'opporvisi, e fa piegare la testa sotto al flagello. Ogni stampa alquanto franca a difendere il vero è resa impossibile quanto ogni associazione, atteso le paure che dominano e l'artifizio di tacciarle di trame contro un ordine politico, che si sa non esser amato. Pure gli Evangelici non v'erano favoriti dalle circostanze che avvertimmo in Napoli; i giornali nel loro senso, come Il Martello dei preti, Lo Specchio della verità, non durarono, e dovettero confondersi coi politici; sebbene non mancassero apostati che, come accade, inviperivano contro preti e frati ai quali erano appartenuti; e sebbene il Governo e i municipj travagliassero in ogni guisa il culto avito. Le chiese principali, fino il San Domenico, arricchito di trentadue monumenti di illustri siciliani, si videro conversi in caserme o in pubblici ritrovi o in sale d'esposizione; le sacre immagini delle vie furono abbattute: ma il popolo, di cui conculcavasi il sentimento mentre poc'anzi se n'era chiesto il suffragio, vi sostituì stampe e immagini a centinaja, massime al frequente ricorrere de' flagelli o naturali o umani, che fanno deplorabilissima quell'isola, sì degna d'invidia.

Milano, da cui uscirono le più sozze oscenità di libri, di teatro, di figure, emula Torino per gli scritti contro la fede; lascia insultare a' suoi prelati, e il Pantaleo montar sul pulpito della sua metropolitana con una scala a piuoli; scala del popolo (diceva) a differenza dalla scala de' Farisei. Cappelle evangeliche si moltiplicarono e non solo in città, ma per tutta Lombardia. A Como adoprò assai un E. R. al quale diede risposta Antonio Romano tessitore. Quel lago e la provincia ebbero catechizzatori e cappelle, sì per comodo de' forestieri, sì per traviare i paesani. La Valtellina, che nel XVII secolo fece una rivoluzione sanguinosa per non volere protestanti; che anche nel 1797 unendosi alla Cisalpina, domandava che unica religione vi fosse la cattolica, va seminandosi di questa zizania. De' Protestanti fra' Grigioni informò il dottor Mariotti (Londra 1846).

Modena, ch'era stata l'asilo dei più riflessivi osteggiatori delle novità, fu presa maggiormente di mira dai propagatori in questa. Così Reggio. A Guastalla convien che il male sia molto esteso, se quel vescovo crede necessario uscir continuamente a combattere corpo a corpo coi maestri de' dissidenti; e si vide costretto a ritirarsi quando nell'aprile 1867 vi comparve tra le ovazioni il padre Gavazzi. V'è ministro evangelico Francesco Rostagno, giovane di Prali nelle valli valdesi, che quest'anno pubblicò il Credo di un nuovo protestanteSfide e vergogneL'Evangelio di Cristo e le opere di umiltà, stampati dal Lucchini, il quale se ne scusa dichiarando che «se Maometto gli ordinasse copie del suo Corano, gliele tirerebbe di buon grado e senza scrupoli». Almeno costui professa quel che gli altri fanno e non dicono.

A Ferrara, entrati colla rivoluzione e ascoltati per curiosità, poco operarono gli Evangelici: e le conferenze che tennero in una sala già infamata da orgie carnascialesche, raccolsero pochi proseliti di bassa mano, che neppur tutti perseverarono, ed ebbero risa e sassajuola dal popolo. Nè meglio riuscirono a Bondeno, alla Stellata e in quelle vicinanze.

Poichè il Vergerio, il Muzio, il De Dominis, il Flacio ci menarono sulla costa orientale dell'Adriatico, per tanti titoli attenente alla vecchia Italia, aggiungeremo che la diffusione del protestantismo in quei paesi, asserita dal Vergerio, è smentita dalle carte contemporanee, nè si trova che fossero applicati gli editti dell'imperatore Ferdinando I e dell'arciduca Carlo contro gli eretici e i loro libri. Il vescovo Francesco Josephic croato fu rimosso come sospetto, ma non apostatò: nè è vero quel che leggesi in alcuni, che Primo Tuber stesse canonico a Trieste, e vi apostolasse in San Francesco. Ben vi predicò il gesuita Claudio Jay, e ne sarebbe stato fatto vescovo se sant'Ignazio non gliel'avesse proibito. Stobeo, vescovo di Stiria, chiesto nel 1598 da Ferdinando imperatore se convenisse introdur l'inquisizione, consigliava di no nelle provincie tedesche, perchè essendo infette, ne ridonderebbero guai; bensì per l'Istria contea, Trieste, Fiume, «perchè essendo rimaste illese dall'eresia, essa impedirebbe v'entrasse». Realmente non vi fu introdotta; le persecuzioni che vi accennammo vennero piuttosto da odj di parte e da eccessivi sospetti: e i Gesuiti di Trieste ebbero a faticare ben poco per la purezza delle credenze; assai per quella de' costumi.

Nel 1782, imperante Giuseppe II, gli eterodossi ottennero pubblicità di culto, sicchè in una costoro chiesa egli e il governatore conte di Zinzendorf sono lodati come amici de' Cristiani. Ultimamente non vi mancarono predicanti, ma crebbe anzi lo splendore del culto; si pubblicò perfino un giornale ecclesiastico in latino; e la stampa rispetta il cattolicismo, benchè vi siano sei chiese di varj culti e ogni sorta religionarj, eccetto turchi, il cui console è di religione greca, come i vecchi sciah bender.

Nel Christian World, giornale americano, il signor Hall riferiva i giganteschi sforzi che i comitati protestanti dirigono a sovvoltare il nostro paese. Uno di Ginevra manda in giro colportori, come francesemente chiamano i venditori di Bibbie, e fondò la Letteratura evangelica che stampa opere all'uopo. Un altro a Nizza di Inglesi vi eroga da venticinque a trentacinquemila lire l'anno. La società de' Missionarj Weslejani di Londra moltiplica d'attività in fondare chiese e scuole, occupa da quaranta a cinquanta persone, e spende cenventicinquemila lire l'anno. Da quindici a ventimila un comitato a Napoli, quasi tutto di forestieri; e di colà il Desanctis soprantende a molte scuole in varj paesi, e dispone di un ventimila lire l'anno. Le tante società delle varie sètte presbiteriane di Scozia, d'Inghilterra, d'Irlanda somministrano ai soli missionarj valdesi da settantamila franchi per scuole, stampe, missioni. L'Unione Cristiana americana e straniera nel 1864 passò ai Valdesi circa centomila lire, principalmente per mantenere trentacinque predicanti e spacciatori di libri; inoltre le tavole stereotipe per l'edizione italiana della Bibbia in-8º. Altri donativi vennero d'America e dalla Gran Bretagna.

Al sinodo tenuto il maggio 1865 fu dato ragguaglio che l'evangelizzamento valdese ha in Lombardia sei stazioni; a Milano, Brescia, Como, Valdintelvi, Pavia, Guastalla; con quattro ministri, un laico e tre maestri di scuola: in Piemonte quattordici agenti, tre ministri, quattro evangelisti non ancor consacrati, sette maestri di scuola. In Torino la congrega dell'evangelizzazione italiana ha due scuole con ducento fanciulli ciascuna, la più parte figliuoli di Cattolici, e una domenicale. Congregazioni e scuole e proseliti han pure in Val d'Aosta, a Livorno vercellese, a Montestrutto, Carema, Parella, Borgofranco, Brissagno, Chatillon, Viarengo, Cormajore, oltre Aosta, Pinerolo, Alessandria, donde si estendono a Pietra Marazzi, Montecastello, Bassignana. Nella Liguria esercitano tre stazioni con sette agenti, un ministro, un evangelista non consacrato, cinque maestri; e in Genova ha cencinquantaquattro comunicanti, in Sanpierdarena un evangelista con settanta fanciulli. A Firenze prosperano una scuola teologica e una società di trattati religiosi, con due pubblici ritrovi. A Lucca una buona congregazione; a Livorno la più numerosa, con molte scuole. Nell'Italia centrale adoprano tredici agenti, sei ministri, sette maestri e varj lettori della Bibbia. In Napoli si applaudono dei due agenti Appia e Gregori; un evangelista in Palermo ha congregazione sufficiente. In Sardegna Iddio suscitò un venerabile vecchio, che frutta assai.

Posteriori notizie vantano Simpson Kray, pastore in Palermo, ed altri di Barcellona, di Catania, d'altre stazioni; a Napoli, quattro scuole con undici maestri e quattrocenquaranta scolari: da trecento frequentano le assemblee di Livorno, da cenventi quelle di Guastalla, ove cinquantatre comunicaronsi alla Pasqua: in tutta Italia si hanno ventiquattro stazioni valdesi, con ventisette evangelizzanti, trenta scuole diurne, sette serali; milletrecentottantaquattro comunicanti; e in tutto forse cinquemila cencinquantadue acattolici. Pure gli statistici, per verità troppo fra noi inesatti, calcolano oggi la popolazione del regno italico in venticinque milioni d'anime, fra cui quarantasette mila ebrei, da ventisei mila valdesi, e da cinquecento protestanti di varie confessioni. Vedasi con quanta ragione i ministri facciano dalla Corona riconoscere i Cattolici come soltanto una maggioranza. Oserebbero interrogarla sulla religione col plebiscito?

Secondo lo stesso Christian World, quel che domandano gli Italiani sarebbe, che, 1. il laicato ricuperi il diritto di scegliere i proprj ministri e gli amministratori de' beni temporali della Chiesa: 2. i vescovi siano eletti dal clero e dalle congregazioni, salvi i diritti regj: 3. vescovi e metropoliti si rintegrino nelle loro antiche attribuzioni, cessando la servile dipendenza da Roma e i giuramenti di vassallaggio ad essa: 4. celibe o no sia il clero secondo la determinazione individuale: 5. il laicato abbia libertà illimitata di leggere le sante scritture: 6. la liturgia facciasi nella lingua nazionale e in una forma intelligibile a tutti: 7. la confessione non sia obbligatoria, ma volontaria, e la comunione sotto ambedue le specie.

Non crediate però camminino conformi nelle dottrine, eccetto l'odio contro le romane. I più vanno oltre, determinati a mandare a pezzi (dicono) il despotismo papale, ristabilire la primitiva condizione della Chiesa, ed introdurre un buono accordo tra il clero ed il laicato. L'Eco della verità non vuole «esser organo di veruna chiesa particolare, ma della verità evangelica: nè Cattolici nè Protestanti hanno a fare con noi»; e un evangelico di Ferrara al predicatore Franco scriveva nel 1865: «Loro preti non la vogliono capire: si scalmanano ad esclamare contro Lutero, Calvino ecc., ma oggi chi vien più ad insegnare il luteranismo? Noi cristiani evangelici siamo quasi avversi ai Protestanti quanto ai Papisti, perchè i Protestanti più o meno sono Papisti, non essendosi totalmente svestiti del papismo. Legga i Principj della Chiesa Romana e della Protestante e della Chiesa Cristiana e vedrà che noi avversiamo i Valdesi perchè fra loro s'introdussero e sono ritenuti con zelo gran parte degli errori della Chiesa romana; gli Anglicani, i Luterani, i Calvinisti ecc. sono protestanti nazionali, talvolta con gerarchia clericale, talvolta no, ma tutti hanno liturgia che, come nella Chiesa romana, si surroga al culto dello spirito. Noi mettiamo in un fascio Cattolici e Protestanti, e in faccia a questa Babele di sètte che ci vengono da oltremonte ed oltremare, la nostra Chiesa cristiana evangelica, sorta in Italia fra le persecuzioni e cresciuta tra le sofferenze, persevera e prosegue a combattere per la fede che è stata una volta insegnata dai santi; nè altro vuole che la Bibbia, senza Padri, nè tradizioni, nè teologia. Alle vostre calunnie non badando, continueremo nella via del Signore. Nè crediate lo facciamo per ispirito di parte, ma per amor di pace: perocchè desideriamo vivere in comunione con tutti coloro, che in sincerità di cuore invocano il nome del Signore; e quando per furore di sètta i preti d'ogni nome vengono a disturbarci onde imporre le loro forme fracide e rugginose, li compiangiamo. Noi riconosciamo le dissolutezze di Lutero, di Calvino, di Arrigo VIII, e non ci facciamo loro paladini. I Protestanti partecipano ancora del romanismo, e quindi noi non siamo protestanti nè punto nè poco, e ci allontaniamo, prima dai Cattolici e poi dalle sètte, secondo più o meno romanizzano: quelle che meno romanizzano più si accostano a noi, puri fedeli del Vangelo».

Sulla presente condizione delle Chiese acattoliche fra noi informava testè il Temps, giornale che molto se ne occupa.

«Tre classi di spiriti s'affannano in Italia a scalzare le fondamenta di Roma: 1. I Protestanti; 2. I preti liberali; 3. I liberi pensatori, framassoni ed altri. Il protestantismo ha egli gran successo? Dalle nozioni che da un anno raccolgo, conversioni d'adulti accadono rare: le più a Bologna, a Livorno, a Firenze, a Napoli. Quivi, e soprattutto a Napoli e a Livorno, libere unioni serali produssero un incontestabile effetto sulla gioventù. A Napoli, nella scolaresca universitaria e presso una certa classe d'operaj, la disputa teologica secondo le idee protestanti prese singolare estensione. Assistetti alcuna volta a questi circoli teologici: vi è molta gente, fra cui intelletti svegliatissimi; parecchi propagandisti godono d'una certa popolarità; due o tre uomini popolari accettarono con entusiasmo le dottrine evangeliche, e le predicano in dialetto napoletano e con modi pittoreschi. Il culto non si pratica ancora che in cappelle senza apparenza esterna. Qualche volta è situata in un pianterreno; e a Firenze in una specie di magazzeno, sulla via della passeggiata alle Cascine. Questa cappella, molto osteggiata dallo zelo de' Cattolici, è quella attorno la quale avvi maggior moto dopo il 1860.

«La prima chiesa consacrata pubblicamente al culto protestante fu quella di Livorno, inaugurata lo scorso agosto[583]. La seconda a Napoli si termina presentemente nel quartiere di Chiaja, in situazione molto vistosa, sulla via che dal centro mette a quella passeggiata. Sarà molto bella; gotica; la porta maggiore e parte della facciata di marmo bianco; fu costruita per contribuzioni de' Protestanti residenti a Napoli, sopratutto degli Svizzeri; un famoso banchiere vi concorse con ottantamila franchi.

«Dove il protestantismo mi sembra aver propriamente vantaggiato è nell'opera delle scuole. In ogni città di qualche importanza è stata fondata una, ed ordinariamente è ben riuscita: quella di Napoli conta cinquecento allievi, e l'opinione la designa per una delle migliori della città.

«In quanto alla Bibbia, gl'Italiani poco ne usano; non è un popolo che legga molto. Tutto computato, i successi del protestantismo sono discreti. Quanto ai preti patrioti di Milano, alla società di mutuo soccorso di Firenze, alla emancipatrice di Napoli ed alle annesse del clero emancipato, dirò che i preti liberali dell'alta Italia e della media, senza esser perseguitati dall'autorità episcopale si sono indeboliti e diminuiti, e oggi sono obbligati di riunirsi alla società emancipatrice di Napoli, la sola restata in vigore. N'è capo il padre Prota, domenicano sui trentacinque anni, che tiene sedute nel capitolo del convento di San Domenico Maggiore: e a dispetto de' superiori e della Minerva di Roma, professa due principj fondamentali: restar cattolico col papa, andare a Roma con l'Italia. In conseguenza non volge al protestantismo; proclama energicamente il suo amore per l'unità all'ombra della cattedra di san Pietro, e grida, Viva il papa! abbasso il papa-re! Le idee di questi ecclesiastici e del padre Prota specialmente, sono liberissime in fatto di disciplina: nel loro giornale si parla del clericume, del pretume, degli ozianti, delle cappuccinerie come nei giornali laici, e forse in tono più deciso; si denunciano gli abusi de' conventi, si pubblicano fattarelli di scheletri, di fanciulli, di monachelle, degni di Diderot. Tutto ciò che il laicato domanda per la purificazione dell'Italia insozzata dalla superstizione, lo domanda con altrettanta insistenza questo gruppo sacerdotale, entrato senza divergenze nel movimento del paese. Il padre Prota ed i suoi amici hanno pubblicato articoli su tutte le quistioni sorte in questi ultimi tempi, la soppressione de' conventi, i beni del clero; e in forma scolastica han dimostrato che il matrimonio de' preti è lecito, e che nelle circostanze presenti d'Italia, farebbero molto bene a rinunciare al celibato. Però al dogma non toccano, e benchè dimostrino una certa indipendenza anche in simile materia, concludono sempre che bisogna rimanere cattolici romani, uniti al papato, trasformato e privo del dominio temporale.

«Chiamano anche a far parte della loro società persone di varie screziature. Ma quale efficacia esercitano queste associazioni di preti liberali? Il Governo non li seconda: li lascia semplicemente fare, proteggendoli negli urti contro il clero normale. L'opinione li sostiene vagamente in Napoli: ma i caporioni de' partiti avanzati non li carezzano troppo, nè si curano della loro opera: solo Garibaldi formalmente li chiama sacerdoti e monaci benemeriti, perchè riconoscono i diritti della patria.

«Nel clero fan qualche propaganda; il padre Prota annuncia ciascun giorno nuovi acquisti nelle parrocchie, ne' seminarj, e perfino ne' capitoli canonicali; ma non avvi precisa statistica de' risultati ottenuti. L'unione della società meridionale con quelle del centro e del settentrione potrebbe recare conseguenze serie in questa grande e difficile impresa, e date certe evenienze. Il popolo italiano ripugna dal cangiar religione, ma sarebbe facile persuadergli che egli non cangia, malgrado un profondo cangiamento: e col tenersi riguardosa su questo punto, la Società ha forse una vera ispirazione.

«Gli austeri protestanti sentono profonda antipatia per lo spirito de' preti liberali. Al grosso del popolo non si dirigono ancora gli sforzi continuati della Società emancipatrice: i predicatori che vengono da lei, come il prelato Santaniello, sono festeggiati dalla folla, ma in qualità di patrioti: sicchè il riformatore religioso rimane in ombra».

Anche testè l'Eco di Firenze sconfortavasi del poco successo dell'evangelizzazione, rimasta finora in una sfera elementare e superficiale, e non trovar negli Italiani quelle buone disposizioni che si speravano; la guerra che vi si fa al prete è più ch'altro politica, onde secondar il Governo e il parlamento: il cristianesimo ripongono in una continua contraddizione al clero; sicchè i predicanti si limitano ad emancipar il popolo dai preti, e sgrossarlo dai pregiudizi volgari; e si errò nell'affidar una chiesa o un'opera di evangelizzazione a taluno, sol perchè nemico de' preti e dotato di qualche capacità letteraria.

Il maggio 1867 la Chiesa valdese teneva l'annuo sinodo alla Torre, di cui pubblicaronsi gli Atti[584]. Consacrato il nuovo tempio, udita la predica del professore Rivoir, il corpo de' pastori impose le mani a Carlo Malan, candidato evangelista a Pisa: e fra le decisioni prese fu che possibilmente l'evangelizzazione si facesse per mezzo di operaj itineranti; e poichè le varie loro stazioni costituendosi in chiese, e nominatamente la fiorentina, che sarebbe la XVII, domanderanno d'esser ammesse come parrocchie della Chiesa valdese, se ne determinino le norme.

Quanto all'evangelizzazione, congratulavansi del suo estendersi, provato dagli operaj accorsi da tutti i punti della penisola. Da quegli atti appare che John Henderson, il quale nell'interesse di quella Chiesa contribuiva ogni anno 750,000 lire, morendo vi fece il lascito di 125,000 lire. Il reverendo Robertson annunziando ciò, e la fondazione d'una Waldensian aid Society in Inghilterra, soggiungeva: «La guerra che voi fate in Italia non è solo a benefizio dell'Italia, ma della Gran Bretagna, della Scozia, dell'Irlanda (sic), del mondo tutto: voi crollate le fondamenta del trono del nostro gran nemico: voi discendeste coraggiosamente nel pozzo: noi tenemmo ferma la corda».

Questi fatti, che anche i dissenzienti dichiarano avversi al sentimento comune, per quanto appoggiati dal Governo e da' suoi giornali, potevano compiersi senza grave scontento, non solo del clero, ma degli onesti amatori della patria e dello Statuto? Vero è che, essendosi in pochi anni tanto perduto d'onore, di alterezza, di coscienza pubblica, di sentimento del diritto e discernimento del male e del bene, la prostrazione de' caratteri e la codarda paura che a moltitudini degradate ispirano scrittori o grossolanamente ignoranti o brutalmente maligni, non lasciano all'opinione oppor la coscienza, ai prepotenti le maggioranze; e pochi vogliono affrontare i tedj d'una disputa, o i giudizj della folla, o la disaffezione d'amici e parenti, onde tutelare in pubblico ciò che venerano clandestinamente. Certo non mancarono coraggiosi, persino nel parlamento; ma, con meraviglia sua, sentì salutarsi di inattese congratulazioni un deputato che osò protestare d'essere e voler essere cattolico, e dire alla Camera, «Qui io sono solo, ma dietro me ho tutta la nazione»; e fu qualificato di cinismo cattolico il suo portarvi le lodi di Pio IX, non più sonatevi dopo il 1848.

Contro alle vessazioni e alle inurbanità quotidiane che i dominanti fanno ai riti e alle consuetudini della nazione; contro alla predilezione apertamente concessa agli apostati; contro all'impedire l'obolo che i fedeli danno allo spogliato lor padre, mentre la propaganda eterodossa profonde tesori; contro al rappresentarsi o drammi di sprezzo pei papi e la Chiesa, e in balli e in Opere vescovi e cardinali e i riti più augusti; contro alle irritanti calunnie ripetute a proposito di Calvino, di Galileo, del Bruno, fin di Sisto V e più di Pio IX, tace o bela la folla, che crede far molto col non partecipare al peccato. Ma contro agli insulti recati ai riti, disturbando le devozioni, interrompendo le prediche, schiamazzando all'atto della benedizione, e fin gettando per terra le ostie e il vino consacrato, le moltitudini più volte protestarono a loro modo, a fischi ed anche a colpi; alle case dove ergeansi cappelle o cattedre minacciò metter fuoco il popolo, che allora dovea chiamarsi plebaglia, e asserir che era incitato dai preti. A Palermo, sentendo i ministri insultare alla verginità di Maria nelle conferenze al Ponticello, assalse il predicante. Così ad Adernò: così nel Bresciano. Un Gaetano Giannini, legnajuolo fiorentino sproveduto di studj, era andato evangelizzare a Barletta con uno spacciatore di Bibbie; e adunate fino a cinquanta persone, con loro le leggeva e commentava; e assicurando che venticinque s'erano convertiti, invocava si stabilisse una vera scuola. I preti naturalmente attraversavano i costui armeggi, e i ragazzi gridavano per le vie, Viva Gesù e morte al diavolo; sicchè gli adepti s'adunavano in armi. L'autorità ben guardavasi dall'impedire gli evangelizzanti, pure non avrebbe potuto ostare all'universalità del popolaccio: il quale nottetempo assalse la casa del Giannini, e al grido di «Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi, Viva la fede» maltrattò quelli che non poterono fuggire. Ciò fu il 19 marzo 1866[585]. Il Giannini campò, e così Teodoro Meger inglese, pastore evangelico; che ricoveratosi ad Ancona, vi tenne una riunione per rassicurare i suoi adepti. Quivi pure poteasi temerne disordini per la reciproca irritazione, onde persone savie andarono a chiedere al prefetto d'impedire le conventicole; ma il titolo della quiete pubblica non valse questa volta, mentre suol valere per impedire feste cattoliche e rimuover vescovi e parroci.

Acquistata nel 1866 al regno d'Italia anche la Venezia, vi accorsero tosto i predicanti, fra cui il Gavazzi ed Emilio Comba, e subito empirono di loro grida le città di san Marco, di san Zeno, di sant'Ermagora; tutto fu inondato de' libri propagandisti, colla sciagurata accompagnatura degli osceni ed immorali. Il cardinale Trevisanato patriarca di Venezia credette dover suo, nella quaresima del 1867, premunire i fedeli contro questo veleno, e contro le «grame dicerie d'un infelice, che avendo miseramente smarrita la fede, vorrebbe strapparla anche dal cuore degli altri». A quella pastorale ne fu opposta un'altra, intestata «Alessandro Gavazzi, per la grazia e bontà di Dio ministro dell'evangelo, a don Giuseppe Luigi Trevisanato, per divina misericordia patriarca di Venezia». Scritto solazzevole e pagliaccesco dichiara egli la pastorale: «composizione di senile imbecillità, condita coi lazzi del trivio: quintessenza di buffoneria, di ragli da sacristia»: qualifica il patriarca «campione d'inurbanità, Sancio Panza del carnevale»; e si scaglia contro la «santa bottega, insegnatrice di un evangelo diverso da quel di Cristo, frutto dell'apostasia, della ventraja, dell'errore; vero paganesimo sotto nome di cattolicismo romano». Subito ad esso patriarca e ai vescovi di Udine, di Treviso, di Padova, si fecero insulti grossolani; in varie chiese di Venezia furono interrotti i predicatori quaresimali da lazzi, da minaccie, fin da percosse; a Verona si impose di sonar sull'organo l'inno di Garibaldi. Scene altrettanto dolorose si rinnovarono altrove con petardi lanciati duranti le prediche o negli appartamenti vescovili, e peggiori nella processione del Corpus Domini a Verona. L'autorità nè preveniva nè difendeva. Un tale nega levarsi il cappello davanti al viatico, e grida ch'è mero pane: un fedele lo abbatte con uno schiaffo, e la punizione cade su questo.

Dicono che tali atti villani sono inevitabili: certo furono o tentati o compiuti anche in paesi ormai non nuovi alla rivoluzione. Appena all'arcivescovado di Catania recentemente eretto, era nominato il padre Dusmet, dovette uscire con una pastorale a calmar il popolo, indignato contro persone che una notte deturparono le immagini pubbliche, collocate «quasi punti di riposo dove il cuore faticato va cercare la pace, la luce, la consolazione ed un po' di quella freschezza che non si trova nell'atmosfera soltanto degli uomini e degli affari». A Comacchio il nuovo vescovo è festeggiato il giorno dal popolo; la sera un altro popolo schiamazzante ne assale il palazzo. A Trani un calzolajo insulta il vescovo che amministra la cresima: diciannove padri di famiglia che ne mostrano indignazione son gettati in carcere.

Udimmo testè come Napoli si segnalasse per quantità di preti, che menarono moglie pur conservandosi sui benefizj, anche parrocchiali. Ivi più che altrove fu esercitata la persecuzione ufficiale, distruggendo immagini, edicole e croci, che ad esuberanza ornavano le vie; si proibì quanto metteano di scenico nel culto quelle fantasie meridionali; se ne misurarono i gesti, i rumori, le genuflessioni; poi nella persecuzione della legge Crispi si relegarono a folla e incarcerarono i sacerdoti. Il cardinale Riario Sforza, ch'era venerato come un san Carlo per l'immensa carità, mostrata principalmente al tempo del cholera, quando dal diuturno esiglio potè tornare, ottenne che le chiese, usurpate dai riti evangelici o amministrate da apostati, fossero restituite al culto cattolico, il che diede occasione a solennità, berteggiate da coloro che chiamano vulgo e lazzaroni quando manifesta i proprj sentimenti quel popolo, di cui jeri avean esaltata la sovranità co' plebisciti; e che, come dagli altri tiranni, così ripugna da quelli che lo obbligano a rinnegare la sua coscienza e le sue abitudini.

E l'Eco della verità parla continuo di minaccie e dimostrazioni fatte contro gli Evangelici, volendo con ciò farli compassionare come vittime, mentre attesta che ripugnano al sentimento popolare, sicchè trovano bisogno di provocare la forza contro i supposti persecutori. Chè veramente ci corre fra il perseguitare e il non lasciarsi insultare; non lasciarsi dire «Voi siete così scimuniti da credere... Voi villani continuate la buffonata delle sagre»: il non lasciar vilipendere l'intera nazione, come si fa secondo un patriotismo di moda[586]. Ma è doloroso il vedere l'Italia dilaniata nell'intimità dei pensieri e de' sentimenti; e incamminarsi a barbarie nuova per gli odj da cittadino a cittadino e per reciproche nimistanze. Vero è che l'indignazione, ispirata sulle prime da questi insulti de' privati e de' magistrati, vien dissipata dall'abitudine, a nulla avvezzandosi gli uomini più presto che all'ingiustizia: quegli stessi che dapprima non sapeano parlarne che col labbro fremente, ora li scusano come colpa de' tempi, come aberrazione politica, come conseguenza inevitabile de' cambiamenti odierni.

È questo l'effetto del giornalismo, che infatuato dalla propria inattaccabilità, non ha più duopo nè di arte nè di verità, bastandogli d'abbassare gli scritti a livello del lettore, anzichè rialzar la mente di questo, e di usar una lanterna cieca che lascia vedere in una sola direzione. Come l'individuo resta ora annichilato nel panteismo dello Stato, così l'aristocrazia dell'ingegno nella trivialità, i libri nel diluvio de' giornali, dove s'affoga il senso comune; lo spirito perde l'individuale libertà davanti all'audacia surrogatasi all'autorità; l'esagerazione, che è il linguaggio delle società scadenti, sopprime la verità ch'è il bisogno delle ordinate e rigenerantisi; spacciando francamente la bugia che non inganna nessuno, neppure se stessa: adoprando tutta l'arte della spudorata calunnia, dell'ipocrita ritrattazione, della maligna interpretazione per iscassinare tutte le credenze; al vizio accordando ogni perdono; alla virtù appena concedendo di scusarsi: e a chi li confutasse apponendo di mancar della carità cristiana, di fallire al precetto cristiano del soffrire e pregare.

Così, vuoti di carità perchè vuoti di fede, esercitano un'abilità senza principj sopra una sincerità senza lumi, in un tempo dove il leggere è divenuto un'infingardaggine mascherata. Ma troppo dell'indole loro fuggevole e di circostanza tengono anche i tanti opuscoli venuti ad appoggio dell'eresia; e dove la mancanza di calma attesta la mancanza di fiducia. Lungo sarebbe l'annoverarli, e scegliendo fra' capi, ci troviamo costretti registrarne uno, che altrove ponemmo fra i campioni della verità, Vincenzo Gioberti. Per un tempo diede la parola all'Italia cattolica, sicchè fu detto che i politici pareano seminaristi, guidati al passeggio da un teologo. Ma già avvezzo a piegarsi secondo le circostanze, dacchè, ubbriacato al vino della disobbedienza, smarrì il lume della verità che era sua passione, s'implebejò in tempestose discussioni e in pagine violente, ove diede sfoghi crudeli alla polemica personale, nel tempo stesso che dall'arsenale teologico traeva projettili contro la Chiesa. Peggio comparve quando un'amicizia più ammiratrice che prudente mandò in luce postumi lavori che aveva appena abbozzati, oppure scritti, come sempre soleva, sotto all'impressione del momento e all'ira degli acerbissimi disinganni che colpirono la sua vasta superbia; scritti che probabilmente avrebbe o distrutti o corretti nei giorni della riflessione; o dove, riferite objezioni di pretto razionalismo, si riservava forse di rispondere, mentre ora parrebbero dottrine da lui concepite e adottate. Più dunque che l'autore, son le opere stampate col nome di lui che meritano riprovazione. Massimamente nella Filosofia della Rivelazione, come credere che, tra splendide verità e un'insigne difesa del sopranaturale e del miracolo, uscisse affatto dall'unità cattolica, professando che molti precetti del Vangelo fossero meramente adatti al tempo: che i dogmi della predestinazione, del piccol numero degli eletti, dell'eternità delle pene, del perfezionamento e della espiazione nell'altra vita sono assurdi (p. 342); che la propaganda moderna dee essere principalmente laicale: che l'epoca nostra si può definire la secolarizzazione intera dell'Evangelo? Il dire vi siano tanti cattolicismi quanti gli spiriti umani è conseguenza di quell'altro teorema che l'atto libero concretivo dell'individuo fonda con un fiat la sua fede, e con essa fede il suo oggetto; crea a sè stesso la sua chiesa, il suo Dio, il suo culto, il suo dogma (pag. 189); teoria troppo conosciuta di Hegel, ch'egli forse intendeva confutare. In opposizione diametrale a' suoi primi libri, insiste sulla decrepitezza del cattolicismo, in cui la mancanza di vita è cento volte peggiore dell'eresia e dello scisma; tronco morto che si sostiene pel suo proprio peso e per l'inerzia. Nella Riforma Cattolica della Chiesa mette che il cattolicismo è ridotto immobile da Roma, dalla disciplina ecclesiastica, dalla teologia, onde a volerlo svecchiare bisogna riformar Roma, la disciplina, la teologia. È errore puerile il volere che tal riforma venga da fuor della Chiesa, come con Montano e Lutero; bensì è legittima quando venga da Gregorio VII o dal Concilio di Trento. Pure, qualvolta non possa ottenersi dalla gerarchia, la procurino sopragerarchicamente, non contragerarchicamente gl'ingegni cattolici, rivestiti della dittatura ideale.

Questo surrogare l'autorità dell'individuo o dell'opinione a quella della Chiesa, mena dritto allo scisma e alla protesta. E di fatto egli vede in Roma mancare l'armonia dialettica; il temporale nuocere allo spirituale: ne critica il governo civile, senza suggerire come renderlo perfetto; nè certo diverrebbe tale coll'imitar qualsiasi degli odierni. Quanto all'ecclesiastico, vorrebbe entrasse in una fase di larghezza teologica, di civiltà, di tolleranza, e molte riforme suggerisce alcune buone, altre insensate come gli eroi di Hugo: dividere i preti in sapienti e operanti, in celibi e no: abolire una quantità di pratiche che fanno perdere il tempo; erigere atenei ecclesiastici, dove e il vescovo e lo Stato istruissero; scegliere alle alte dignità scrittori di opere insigni; disapprova le devozioni e le astinenze, dimenticando che questa vita è preparazione ad una eterna. Così Kant, per paura del misticismo, restringeasi a freddo stoicismo.

Se l'esempio suo mostra come il ricalcitrare contro il centro vivente dell'unità cristiana basta per far discendere successivamente tutta la scala della protesta, le varie proposizioni sue convincono quanto, anche astrattamente, sia difficile e complesso il problema del principato temporale. Dopo averlo ne' primi libri esaltato come necessario, benefico, insigne, in questo della Riforma, ch'è de' più ostili, nel § II scrive che quel governo «ha difetti ma è capace di miglioramento»: poi nel § XX che «nuoce all'Italia, alla religione, alla indipendenza del papa» e quindi deve levarsi: nel § LXXV pone che «l'odio e la mala contentezza de' popoli muove meno dal governo superiore del papa che dalla amministrazione de' prelati: laonde, essendo il male non nel principio ma nella oligarchia pretesca, vi rimedierebbe un sommo sacerdozio, governato per mezzo del laicato»: e nel LXXVIII, che il diritto temporale di Roma è tanto oggi superfluo e dannoso, quanto dianzi opportuno; tiara e scettro sono contrari e incompatibili. Se nel Rinnovamento propone la spogliazione totale, nella Riforma vuol «lasciargli solo Roma e le sue pendici», oppure al § XC limitavasi alla «secolarizzazione del governo con istatuto rappresentativo».

Bisogna non avere mai scritto per non sapere come all'ultima ripulitura si serbi il dare simetria e accordo; sicchè tali palmari contraddizioni noi attribuiamo all'esser quelle carte nulla più che materiali da costruzione.

Anche quel poco che rimaneva di credenza e riti positivi sembrò soperchio al genio negativo, che vuol unificare col ridurre la convivenza civile e domestica a meri termini di natura, ponendo da banda ogni religione rivelata; e s'annunziò a Milano una società de' Liberi Pensatori, imitazione (già s'intende) d'una simile formatasi nel Belgio, secondo la quale la religione sarà qual piacerà a ciascuno di farla: ognuno carezzerà le ipotesi che gli convengano. E le ipotesi ch'essi vogliono imporre sono: — La forza non può comprendersi fuor della materia; non può esserci stata una forza creatrice, onde Dio non fu nè è creatore; non è forza regolatrice, onde non è potente; e non può esser nè buono, nè giusto. Non avendo dunque alcun attributo, non esiste, come non esisterebbe una pietra la quale non avesse nè volume, nè forma, nè peso, nè altra proprietà.

Sono le note teorie di Bruno Baur, di Feuerbach, di Steiner, che diceano: «Non solo non credo all'esistenza del soggetto divino, ma neppure delle qualità divine, alla giustizia, all'amore, alla saviezza che altri immaginano veder nell'uomo: una sola essenza reale vive: l'individuo nel godimento o nel patimento suo egoistico».

Come programma d'azione i Liberi Pensatori adottano: «Non più prete alla nostra morte, al nostro matrimonio, alla nascita de' nostri figliuoli». In conseguenza fin povere giovinette morenti si videro dai genitori negata la consolazione di spirare con Cristo sulle labbra; i padri non presentano i loro neonati al parroco; ai fanciulli non istillano veruna idea superiore alla materia.

Vollero esplicare maggiormente il loro teorema quelli di Siena, il cui manifesto, in ciò che concerne la costituzione civile, porta:

«La società democratica dei Liberi Pensatori procurerà diffondere nelle menti di tutti, ed in ispecial modo della gioventù, i veri principj della sana morale, scevre da ogni misticismo religioso, libera da ogni legge di qualsiasi setta religiosa, e regolata solo dalla ragione e dalla coscienza.

«Dimostrerà che al trionfo della sana morale è indispensabile la più estesa educazione delle masse, che deve necessariamente affidarsi ai Liberi Pensatori.

«Farà conoscere essere unico inciampo al trionfo della sana morale il dominio che tuttora si esercita sulle coscienze dalle sette religiose, e perciò aversi a distruggere questa preponderanza spirituale, dovendo ogni cittadino rimaner libero nel santuario della propria coscienza.

«Informerà tutti dei diritti che ciascun cittadino può e deve avere, quali sono: libertà di coscienza e di culto, inviolabilità di persona e di domicilio, libero diritto d'associazione, istruzione gratuita ed obbligatoria, suffragio universale, stampa libera, armamento nazionale.

«La società, forte dei diritti naturali civili, politici, sociali, riconosciuti e garantiti pur dalle leggi, intende operare energicamente, e disporre di tutti quei mezzi che troverà convenienti e sicuri a raggiungere l'alto suo fine, che è il ristabilimento del progresso morale, politico, sociale; mezzo unico a pervenire all'umana rigenerazione».

Non si tratta dunque più di rivestire l'incredulità con formole mistiche, siccome in Fourier o Saint-Simon, o di relegar Dio di là dalle latitudini accessibili alla conoscenza; ma gli si intima «Vattene dal tuo regno»: si nega la coscienza: riguardansi come quistioni oziose l'anima o l'immortalità, come ipotesi per lo meno superflua la creazione; è l'ironia succeduta all'oltraggio; è la comodità del non credere senza tampoco esaminare, eppure straziar di sarcasmi chi pensa altrimenti; a un popolo soffrente non parlar più d'un padre e d'un giudice, e alla sociabilità, alla simpatia, alla solidarietà affidar l'incarico d'asciugare tutte le lacrime; e far sottoscrivere di non tornare neppure in morte alla religione di nostra madre, della nostra famiglia.

Noi cattolici siam fortunati di essere costretti a difendere ciò che v'ha di grande, di sacro, di nobile: ma il fatto spiacque anche agli Evangelici, e da Milano scriveasi all'Eco di Firenze: «Alcuni corrispondenti di giornali religiosi avevano fatto credere in Inghilterra che la società dei Liberi Pensatori avesse posto salde radici in Italia, e Milano ne fosse il centro, dove contasse sessanta mila adepti. I nostri fratelli d'Inghilterra nol credano. È vero che s'invitò il pubblico alle adunanze, si cominciò a discutere lo statuto; ma quando si giunse all'articolo, che obbliga i socj a rifiutare in qualunque circostanza l'opera di qualsiasi ministro di religione, i pochi intervenuti compresero che si volevano Liberi Pensatori schiavi dello statuto, e lo combatterono, e lasciarono l'adunanza dicendo che ognuno è libero pensatore in casa propria, si cesserebbe di esserlo divenendo membri di una società, e giurando osservarne lo statuto».

Per verità il Caraibo è libero pensatore quanto cotesti; nè noi crediamo miglior pensatore un di costoro che Vico e Galileo, che Dante e Manzoni, che Gerdil e Rosmini. Perchè libero, io credo ai dogmi: ho studiato almen quanto voi; e il mio libero pensiero mi portò a repudiare un materialismo che non vuol solo corrompere, ma sedurre; un despotismo che dice alla coscienza «Taci»: un'idolatria della forza che fa esecrare la debolezza e la carità; mi portò ad aderire al cattolicismo che non ammette una verità se non dopo accertato ch'essa viene da Dio; quel Dio che, secondo una bella espressione della Scrittura, confidò a ciascuno la cura del suo prossimo.

Fuor d'Italia, gli stessi Protestanti adoprarono le armi loro per combattere il materialismo e il razionalismo, al quale già Bossuet avea previsto che doveva riuscire inevitabilmente la Riforma. Guizot considera il cristianesimo siccome concezione di filosofia divina, che la ragion pura ha diritto di svolgere dalle credenze definite, le quali sono imposte alla coscienza dei fedeli, e particolarmente dalla autorità pastorale che le insegna, le trasmette e le perpetua. Ma i nostri riformati o discutono ancora della giustificazione con Lutero, o col Vergerio rinfacciano alla Chiesa i suoi traviamenti, o con Voltaire ghignano di ciò che ha di più serio l'umanità. Dai giornali non solo, ma dalle cattedre stipendiate si intima a gran voce che le religioni son buone pel vulgo, acciocchè non veda nulla e soffra tutto: pei pensatori sono anticaglie da museo; doversi dare ascolto alla ragion sola, alla ragion pura. Che importa qual idea uno si formi dell'essenza e attività di Dio, del come il mondo esiste? È l'uomo, che, pensando, fece Iddio, questo nome che designa un'ipotesi: l'umanità è uno spettacolo, di cui lo spettatore compone il dramma. La spontaneità creò i miti, poi le legende; ora la riflessione le riconduce all'arte, e piacesi decomporre queste affettuose illusioni. Che è mai la Bibbia se non una bella poesia orientale?

I nostri, incapaci di creare, van dietro ai Tedeschi, nei quali le condizioni d'ogni ricerca feconda, cioè ostinazione al lavoro e passione della verità, son guaste da due difetti, cioè presunzione di sè e sprezzo degli altri; onde riescono stitici nell'ammettere le prove di ciò che è, e temerarj nel ricostruire ciò che dovrebb'essere. Per loro la critica, non più ristretta nell'antico senso di esame e valutazione d'opere d'arte, è il titolo d'una classe di filosofi, i quali, sotto il nome di Kant e di Hegel, rinnovano la formola dell'antico nostro Protagora, l'uomo esser la misura del tutto: tutto da lui comincia e in lui finisce: colle sue idee crea il mondo e Dio: colla sua potenza modifica gli esseri, inventa la società e il diritto e la giustizia: le modifica col continuo e indefettibile progresso; non muore mai, ma la materia di cui è composto si organizza in altre forme: non s'investighino le cause: non si dà assoluto: noi non conosciamo che il fenomeno: ogni verità è relativa; non v'è massime ma solo opinioni, le quali si completano mediante le loro antitesi: bando alla metafisica, all'ideale: solo storia e fisica e meri fatti, sui quali dobbiamo non ragionare ma osservare, non aver ammirazione ma curiosità. Non tenere per vero se non ciò ch'è dimostrato dalla tua ragione: di tutto cerca il perchè e il come, e vedrai che nulla vi è sopra della materia, della forma inintelligente.

Con questo grido di emancipazione, d'indipendenza, s'accordano le scuole filosofiche nel toglier la distinzione fra il sensibile e il soprasensibile, confondendoli nell'unità della sostanza che tutto fa da sè; nello spiegar l'uomo senza il governo della providenza. V'è chi crede che nessuno mai abusasse tanto della parola quanto Hegel, e la travolgesse al suo senso, avendo dottrine ardite e linguaggio ritenuto, sopprimendo le cose e ritenendo i nomi, pensando altrimenti da noi, e affettando parlar come noi. Egli insegna l'identità del no col sì[587], per atto del pensiero crearsi il me ed il non me, e fin la morale e la religione, sicchè l'uomo è Dio a sè, è la legge stessa: società, patria, mondo, devono servire a lui; diritto e dovere più non sono che un calcolo di tornaconto. Di queste dottrine erasi fatto campione il professore Vera, e perciò venne chiamato dal Governo a impiantarle nelle scuole di Milano e di Napoli.

Non crediamo noi a chi ha gran scienza e forte telescopio esistere stelle invisibili? Disapprovando le oziose disquisizioni, il Vico avea detto la filosofia esser data «per intendere il vero e il degno di quel che dee l'uomo in vita operare»; e, a differenza dei tanti, rivolti solo ad esagerare la degradazione, sostenne che «la filosofia, per giovare al genere umano, dee sollevare e reggere l'uomo caduto e debole, non convellergli la natura, nè abbandonarlo nella sua corruzione»[588].

E appunto i Tedeschi applicarono man mano i sistemi delle loro scuole alle origini del cristianesimo, ossia al valore storico de' libri sacri. Il protestantismo per abbattere l'autorità della Chiesa avea cresciuto l'autorità della Scrittura, ma la disarmava isolandola dall'interprete vero: oltre che il canone e l'ispirazione de' libri santi riposano sulla garanzia dell'insegnamento tradizionale. Samler, poi dietro a lui Eichhorn dissero che Cristo e gli apostoli dovettero acconciarsi alle opinioni correnti, e interpretare al modo che dagli Ebrei usavasi allora, il proprio pensiero mascherando per non urtare i pregiudizj. Or come distinguere il pensier vero di Cristo da quel miscuglio? Samler suggerisce a tal uopo il Talmud, gli scritti di Filone, gli apocrifi del Vecchio Testamento: Eichhorn trova più giusto il chiedere tal discernimento dalla sola ragione; ciò che non può ridursi alle leggi immutabili dello spirito umano è concessione ai pregiudizj giudaici. Con questa interpretazione morale uniformavasi a Kant, pel quale la religione non è che il complesso delle regole universali della morale. Da qui partendo, gli elementi storici poco importano; non si badi a critica o esegesi; la morale è indipendente dai fatti, siano miracolosi o no, reali o immaginati.

A tale teorica s'adatta Paulus, francamente mettendo Cristo e gli Apostoli sotto l'influsso delle idee popolari: pure annette qualche importanza agli avvenimenti, spiegandoli al suo modo, e i miracoli riducendo a fatti naturali, mal compresi dall'ignoranza o dall'entusiasmo. Di tali interpretazioni arbitrarie non contento, Strauss risolve il racconto evangelico in una leggenda, Cristo in un mito. Da tutti risultava che gli scritti evangelici non appartengono nè agli autori nè ai tempi a cui sono attribuiti, ma vennero successivamente alterati in guisa, che a fatica vi si discerne qualche traccia della primitiva redazione.

Ecco aperto campo vastissimo alla critica, e Baur e la scuola di Tubinga v'applicarono l'ingegno, l'erudizione, la fantasia, formando cento sistemi diversi, e tutti provati egualmente. I primi apostoli non sarebbero stati che una setta giudaica fin quando Paolo (personaggio più grande di Cristo) proclamò l'universalità della redenzione e l'emancipazione della coscienza dalla legge cerimoniale. I tre Evangeli sinoptici e gli Atti degli apostoli sarebbero scritture o fatte o rimpastate all'occasione del conflitto che nacque fra i primi cristiani ebraizzanti e Paolo, dalla cui tarda conciliazione venne la Chiesa cattolica, che conservò il doppio carattere dei due partiti. Lo spiritualismo rivalse al tempo della Riforma: oggi si compie l'emancipazione del pensiero religioso, spezzando le forme antiquate per ridestare il cristianesimo in ispirito e verità.

Nella primitiva Chiesa, Cristo passava per un uomo potente in parole e in opere, eletto da Dio, colmo dei doni dello Spirito Santo. Solo a mezzo del II secolo si desunse dai Neoplatonici l'idea del Verbo, associandola a quella del Messia, e all'unione morale surrogando la ipostatica; allora si scrissero l'evangelo di san Giovanni[589], le epistole agli Efesi, ai Colossensi, agli Ebrei.

Seguendo questi dotti, si vedrebbe donde attinse a poca fatica Renan, che col lenocinio retorico rese interessante il suo romanzo, quasi come la Capanna dello zio Tom, e per altrettanto tempo. Di confutarlo non han bisogno i Cattolici, perocchè essi non credono che sulla sola Scrittura sia fondata la verità storica e morale del Cristo. Un libro di frammenti sconnessi, fatti in diversi tempi, da persone diverse e senza concerto, sotto circostanze speciali, che offre principj ma non isviluppati, non sempre chiari, non coordinati, alcune cose tacendo, altre appena indicando o con simboli e parabole e allusioni, basterebbe egli qual codice della più estesa e incivilita società? potrebbe darsi alla plebe cristiana come norma delle credenze e della condotta?

Ma Cristo nella coscienza della sua Chiesa ne scrisse il compimento senza ambagi, senza lacune, collo sviluppo delle teoriche e delle applicazioni, col pieno accordo dell'insieme e delle parti. Or che critica è cotesta che, nell'interpretare quel libro, rifiuta un sì valido ajuto? perchè vuol ricostituire tutta la dottrina del cristianesimo senza tener conto dell'ulteriore svolgimento del pensiero cristiano? Come chiamasi indipendente, se muove da un pregiudizio, dalla negazione del sopranaturale? Così, non argomentando ma fantasticando, il Dio personale, creatore, redentore è fotografato in una camera oscura, sotto le varie pose dategli dall'artista; ed ora è il fatale assoluto di Spinosa, ora il me di Fichte, ora l'identità di Schelling, or l'idea di Hegel, or il mito di Strauss, ora il galileo di Renan, ora l'umanità di Littré, ora la giustizia di Proudhon.

Dovevamo toccare di ciò perchè qui pure, se non si inventano, si spacciano simili dottrine ai giovani, che ostentano poi un'incredulità, non derivata da forti ricerche, ma cominciata a vent'anni, nelle passioni e nell'ignoranza, e che rinega le verità della fede o della metafisica perchè non hanno l'evidenza di quelle della chimica e della geometria. Ma se vogliono accettare ciò solo che s'intende, non comprendono che novanta su cento uomini non si capacitano come l'uomo possa star sulla terra mentre gira?

Siccome alla ragione antica, la quale poneva come primo assioma che una cosa non può essere e non essere contemporaneamente, si sostituì la nuova che asserisce l'identità del sì e del no, così al diritto antico ed eterno, fondato sulla ragione, sulla giustizia, sui patti, surrogossene un nuovo, che ebbe acoliti e predicatori, ma non ancora una teoria nè una sanzione, se non quella dei fatti compiuti, vale a dire che ciò che riuscì è bene.

Così negli atti non meno che nella scienza viene a impiantarsi lo scetticismo, che proviene dall'osservar le cose da un punto sconnesso, veder le sole particolarità, percorrere una quantità di oggetti senza approfondirne nessuno, senza ordine e serietà, senza l'energia che raccoglie, avvicina, riassume, conchiude. Un tale scetticismo non può esercitar la critica, poichè cerca le objezioni e le difficoltà, non mai la soluzione, manca di quell'elevazione ingenua che indaga la verità per se stessa, e vi trova l'appagamento. Alcuni affettano d'investigare nell'avvenire le verità che da XVIII secoli son divenute patrimonio della civiltà cristiana, mentre non si avrebbe che a difenderle, chiarirne l'intelligenza, assodarne le fondamenta. Ma caduti in un'incredulità che diventa il loro castigo dopo essere stata la loro colpa, mostrano più sempre l'impossibilità di separar il problema filosofico dal religioso, dovendo per sincerità confessare l'insufficienza delle soluzioni scientifiche, e per superbia ricusare di rimontar il corso del razionalismo. Resta dunque solo l'idolatria di se stesso: egoismo dell'intelletto che genera il razionalismo; egoismo della memoria che ripudia gli elementi tradizionali; egoismo della fantasia che affoga nel realismo le arti belle; egoismo della volontà che traducesi nella morale indipendente; egoismo della civiltà che vuol separare lo Stato dalla Chiesa, e proclama il non intervento, cioè l'indifferenza all'ingiustizia, l'opposto alla solidarietà di tutte le nazioni civili nel difendere l'ordine, la proprietà, le tradizioni.

Il dubbio universale, lo scetticismo scientifico, la negazione di quanto non si vede e si tocca, sono l'insegnamento di Giuseppe Ferrari milanese. Non ammettendo stabilità di fede o di dinastie, neppur di grammatica o retorica, predica la legge agraria; fuor del mondo fenomenale la scienza umana non riconoscere che il nulla: essere è parere; pregiudizio l'idea della causalità; vanno abbattuti il Dio personale e il Cristo; «L'uomo è il solo Dio dell'uomo, e questo Dio risiede nella nostra vita — L'errore è sempre immanente nel nostro pensiero — La fede in Dio è l'errore più primitivo, più naturale del genere umano — La logica rende impossibili, come la natura, così il dovere e gl'interessi: se la logica esiste tutto deve perire — La critica ci lega alla terra, e ci vieta d'uscirne — La ragione non ha nulla a cercare, nulla ad apprendere di là dell'apparenza — L'interesse misura la morale — La ragione sta serva all'istinto, e il suo vantato regno si riduce ad una chimera della metafisica — Ardirete negar la ragione alle bestie? esse hanno tutte le nozioni che i razionalisti credono riservate all'uomo — Non abbisogna alcuna voce soprannaturale per insegnarci che i frutti della terra debbono nutrirci, e che la donna ci chiama all'opera dell'amore».

Per lui «la santa irreligione» è l'unico mezzo di liberar l'Italia; «non dimenticando un solo momento che il nostro capital nemico è il papa, che il papa è nemico eterno del genere umano, e la rivoluzione deve balzar dal trono il Cristo, congedare i santi, rinnovare il calendario»; senza ipocrisie annunzia che «emancipare l'Italia è distruggere la cristianità; è un abbattere i due poteri imperiale e papale in tutta quanta Europa»; vorrebbe imitati gli Stati Uniti, dove ogni uomo è a se stesso pontefice e imperatore, e dove i Mormoni si propagano come i Buddisti[590].

«La rivoluzione non è che la guerra contro Cristo e contro Cesare... Non equivoci, non incertezze o confuse dottrine semi-cattoliche, semi-cristiane, semi-pontificali. Adori pure ciascuno in casa propria i suoi idoli, i suoi penati: la religione della rivoluzione è quella che divinizza l'uomo, la sua ragione, i suoi diritti, disconosciuti, insultati dalla Chiesa... L'Europa ha intimato a Roma una guerra di religione, nè potremo avanzare d'un passo senza rovesciare la croce». La stessa guerra egli vuole intentata ai principi, perocchè «chi lavora pel re lavora per la ristaurazione della Chiesa: Cristo, Cesare, il papa, l'imperatore, ecco le quattro pietre sepolcrali della libertà italiana... Ultimo termine del progresso la legge agraria e l'irreligione, cioè la progressiva propagazione della scienza che si sostituisca alle favole del culto e alle contraddizioni fatali della metafisica» (Della Federazione Italiana).

A queste idee, manifestate esplicitamente nella Federazione repubblicana e nella Filosofia della Rivoluzione, come d'uomo che «con rara profondità annienta i sistemi vani ed assurdi della metafisica teologica, e stabilisce i veri principj del naturalismo razionale» applaude il curato Cristoforo Bonavino da Pegli[591], del quale, come già femmo dell'Ochino, del Vergerio, di altri, riferiremo la conversione colle parole sue stesse nella Filosofia delle scuole italiane:

«Le opinioni che oggi professo non sono quelle a cui venni educato: nè però si possono attribuire alla forza delle abitudini, o all'effetto di pregiudizj. Ho passato l'adolescenza e la gioventù sotto la disciplina del collegio, o del seminario, la quale trovò sempre in me un allievo non solo docile, ma affezionato e devoto fino allo scrupolo ed alla passione. I miei poveri studj di letteratura, di filosofia, e di teologia non uscirono mai dal cerchio della più pura e gelosa ortodossia romana; i miei prediletti maestri furono i santi, e in capo a tutti Tommaso d'Aquino e Alfonso de' Liguori. Due soli affetti governarono quel periodo della mia vita; lo studio e la pietà: e fino all'età di ventitrè anni, in cui venni ordinato sacerdote, io non ebbi altra occupazione, non gustai altro piacere che la lettura e la preghiera. Dirò tutto in una parola; se non era la prudente fermezza di un padre amatissimo, io sarei entrato, come avea già meco stesso risoluto, nella Compagnia di Gesù, unico instituto dove mi parea più facile di poter saziare la mia brama di sapere con lo studio, e il mio zelo di faticare per Dio colle missioni. Così la primavera della mia vita non conobbe altre gioje che quelle del sacrifizio e del terrore, e non assaggiò altre delizie che quelle dell'orazione e della penitenza. La mia fede avea serbato tutta la semplicità, il candore e l'abbandono dell'infanzia; e sol chi ne ha fatto in sè medesimo l'esperienza può intendere quella misteriosa condizione di un cuore, che a forza di virtù smarrisce la coscienza, per fervore di pietà rinega la ragione, e per amor di Dio volontariamente delira! Ma il sacerdozio fu per me l'alba di una nuova esistenza; e il primo raggio di luce mi balenò alla mente dal confessionale.»

«Al primo contatto dell'anima mia con la realtà della vita umana; a quella storia di miserie e di dolori, che l'uomo e la donna del popolo venivano a deporre piangendo, tremando, nel mio seno, io cominciai a sentire una repugnanza fra la dottrina morale delle scuole, e la voce intima delle coscienze. Indi i primi assalti del dubbio. A tranquillare l'animo mio ripresi adunque lo studio e l'esame de' principi teologici che io avea tenuto sempre in conto di verità eterne ed assolute. Allora per la prima volta io m'avvidi che i miei studi erano stati diretti, non dallo spirito della verità ma da quello di setta; e quando io credeva di averli compiti, m'accôrsi ch'era tempo e faceva mestieri ricominciarli. Non esitai un istante. Un nuovo mondo, ancora in confuso, mi s'apriva allo sguardo; ed un segreto presentimento m'avvertiva, che dietro alle quistioni sulla morale gesuitica sorgevano altre quistioni ben più gravi ed importanti, e sotto i casi di coscienza celavasi tutto il sistema della religione, della scienza, della società e della vita. E non esitai un istante. Quasi per istinto giudicai che la via, per cui mi incamminava, non poteva essere di quelle che guidano agli impieghi, agli onori; ed io incontanente di buon grado rinunciai a quelli che m'erano stati già conferiti; fermai tra me stesso di tenermi in una condizione affatto privata e indipendente...»

«Ripigliai pertanto il corso de' miei studj; e dalla morale dovetti bentosto passare alla dogmatica; indi alla storia, e di mano mano alla letteratura, alla pedagogia, alla filosofia, alla politica. Questo lavoro, che produsse una rivoluzione profonda e incancellabile in tutto l'essere mio, fu da prima una lotta tremenda contro me stesso, contro le credenze succhiate dal materno seno e attinte da venerato labbro, contro gl'insegnamenti della scuola, contro gli anatemi della Chiesa, contro i solismi dell'amor proprio, contro le seduzioni della paura, lotta che costò lagrime di sangue al mio cuore, il quale la intraprese, la sostenne, la vinse da se solo, nel segreto della coscienza, senz'altro testimonio, consigliere o giudice che Dio; lotta, che ogni giorno ad una ad una mi strappava dall'anima quelle convinzioni, ch'io avea sinora professato con tutto l'entusiasmo d'una fede pura ed illibata, a cui per voto avea consacrato il fiore della mia giovinezza, in cui avea riposto le delizie più care, le illusioni più nobili, le speranze più dolci della mia vita.

«Ma dopo aver esaminato le dottrine delle varie scuole cattoliche, mi son rivolto ai principj dei Giansenisti; poi ho consultato i sistemi dei Protestanti, interrogato la filosofia del secolo scorso, ponderato i lavori della critica moderna intorno ai simboli religiosi; e la prima conclusione certa, inconcussa, irrepugnabile, in cui la mente mia trovò il suo punto d'appoggio, fu questa, che il criterio supremo d'ogni verità risiede nella ragione. Stabilito questo principio, la mia emancipazione intellettuale e morale fu compiuta. Con esso pervenni immediatamente alla negazione di ogni ordine sovranaturale, d'ogni teologia positiva, d'ogni autorità teocratica, d'ogni rivelazione divina; esso mi scoprì la legge universale di progresso perpetuo e di transformazione successiva, che dirige la vita del mondo fisico e morale, degli esseri e delle idee, della natura, e della scienza, della civiltà e della religione; e in esso rinvenni quell'armonia dell'intelletto col cuore, che indarno io avea cercato in qualunque altro sistema. Quindi riebbi la pace dell'anima, pace profonda e imperturbabile, che deriva dalla libera contemplazione del vero, dal sentimento della dignità umana dalla conoscenza comechè imperfetta delle leggi dell'universo e dell'umanità, dall'amore disinteressato del bene, dal rispetto spontaneo degli altrui diritti, dall'osservanza volonterosa de' proprj doveri. Così ho sperimentato in me stesso e la vantata felicità del credente, e la pretesa disperazione dell'incredulo; ho provato le consolazioni, e le dolcezze, che ne procura il misticismo, e la filosofia, la Chiesa e l'umanità; E se per giungere a questa meta ho dovuto soffrire, di chi è la colpa? Non è tutta di coloro che pervertono l'intelletto co' pregiudizj, e la coscienza colle superstizioni? Di coloro che sconvolgono la fantasia con lo spettro del demonio e dell'inferno? Di coloro che presentano il dubbio come un delitto, e l'uso della ragione come un sacrilegio? Di coloro che hanno gettato la nostra società in tale abisso di fanatismo e d'ipocrisia, che altri non possa esprimere le sue opinioni, comunicarle a' suoi amici, discuterle, professarle, senza porre a repentaglio l'onore, il credito, l'officio, la sicurezza, la sussistenza di sè e de' suoi cari?[592]»

Parole simili avevamo udite dal Geoffroy quando diceva non poter sopportare l'incertezza sull'enigma della destinazione umana, e mancandogli la fede per risolverlo, aver cercato la luce della ragione per declinarlo. Come meglio potrebbesi rivelare il desiderio sterile di trovar la certezza, partendo dall'incredulità? E a tal punto si trovano gl'increduli intelligenti, che per ciò desiderano la disputa coi Cattolici, locchè non avviene a chi tiene una fede solida e assoluta, nè al pio che s'allieta quando gli è detto, Riposiamo nella casa del Signore[593].

Il Bonavino, adottato il pseudonimo di Ausonio Franchi e irato alla Chiesa che abbandonò, combatte «la filosofia che educa ancora al sofisma e all'assurdo la gioventù delle scuole italiane, e la religione che ancor mantiene in servaggio i popoli del secolo XIX»; confuta la teologia positiva; dissuade dall'indietreggiare fino a Lutero, e dall'accettare la Bibbia e l'assurdo dei misteri e il culto d'un Dio incarnato: la teorica d'un Dio personale e creatore esser infetta d'antropomorfismo e contraddizioni, nè potersi di Dio avere alcun concetto razionale; donde resta provato che la religione nostra è falsa, e il cattolicismo è contrario ad ogni libertà, ed ormai non è tenuto che da pochissimi[594]: poli delle nazioni moderne sono la scienza e la libertà, le quali non può l'Italia acquistare se non rinunziando alle idee filosofiche e religiose del medioevo: ond'egli, come l'antico Lucrezio, s'accinge a «svincolar gli animi dal giogo d'una fede cieca, immobile, misteriosa», per trarli alla «ragione, unico criterio del vero».

Negato ogni ordine sopranaturale, ogni autorità teocratica, mette come legge universale il continuo progresso e la successiva trasformazione. Il Dio d'un'epoca è sempre falso per rispetto ad un'altra più colta. — Dio del secolo nostro è la scienza. — Dio non lo pensiamo in quanto esiste, ma esiste in quanto lo pensiamo. — Il Dio di ciascuno è la personificazione del proprio ideale: onde tutte le variazioni che succedono in questo avvengono in quello. — Dio, providenza, natura è tutt'uno. — Nelle credenze occorre un'affermazione, ma è affermazione di una possibilità, non d'una realtà. — Sarebbe tempo di finirla con tante pie favole circa la natura di Dio, le sue persone, le sue idee, i suoi amori, i suoi voleri, i suoi atti. Il criticismo ha dimostrato che le essenze e le sostanze ci sono affatto sconosciute e inconoscibili. Gli uomini civili del secolo XIX non sono disposti a credere se non quello che intendono. — De' suoi futuri destini l'uomo non ha, e non può avere alcuna conoscenza certa e positiva: la vita avvenire, agli occhi della ragione, è un vago presentimento, un'aspirazione ideale, una certezza istintiva, ma non una teoria[595]. «Quel desiderio che per se stesso vi pare disordine e tormento, è insomma il carattere più nobile e sublime dell'uomo: giacchè, se gli togliete l'aspirazione all'infinito, voi lo disgradate, distruggete l'uomo per farne un bruto. Lo stimolo incessante di un bisogno che non sarà mai appagato ed estinto, è ciò che costituisce la vera grandezza e dignità dell'uomo ciò che lo rende educabile, perfettibile e progressivo senza fine».

E poichè può far senza della religione chi riesca a contenere la propria ragione dentro i limiti precisi della conoscenza scientifica, e interdica a se stesso ogni ricerca, ogni aspirazione ulteriore, vuole che gli Italiani siano «onesti senza temer inferno o sperare paradiso, generosi senza essere nè cattolici, nè cristiani, nè ebrei».

Calcando le orme di Ausonio Franchi, «suo generoso amico ed insigne maestro... inesorabile ed irresistibile critico», il Lazzarini trova strano che l'anima, conservando le sue condizioni di ente finito e personale dopo la morte, possa godere o soffrire in Dio ch'è infinito. Riconoscendo che «il razionalismo teorico si argomenta di abbattere ogni tempio, di estirpare ogni culto, predica la religione della natura e la scienza dell'umanità; esorta la fede a non ispirare nei petti umani che virtù cittadine del mondo: perchè sdegna conservare e correggere, e tende implacato a sconvolgere e distruggere», egli si astiene «da ogni discussione circa la convenienza di un tal programma». Pur confessa che si lascia indietro mille miglia la teorica della ragion pura, la filosofia gallo-eccletica, la teologia dogmatico-razionale, il sistema dell'umana infallibilità. Secondo lui, non è vero che il fatalismo induca gli animi all'apatia ed all'inazione. L'idea del libero arbitrio è l'idea d'un potere che non ha nè può aver limiti: ove pertanto esistesse nell'uomo questa esecrabile strapotenza, egli rimarrebbe sempre tal quale sarebbe nato, impassibile, inalterabile. Costui confida nel progresso civile, e ha «salda speranza che due religioni debbano costituirsi amiche, l'una terrestre e l'altra celeste». Io nol giudico perchè non lo capisco.

Nè sono a tacere i fisiologi e naturalisti. Cabanis, trasformando anche la politica in fisiologia, introdusse la parola razza, così poco precisa, e che divide i popoli nell'egoismo, invece di unirli nella giustizia e nell'incivilimento. Da noi il Gioja, il Lallebasque, Pasquale Borelli, e pochi altri teorizzarono la filosofia della materia con dottrine che si scusano sol perchè furono seguìte da ben peggiori. Perocchè dappoi affinato l'ingegno ad escludere Dio dalla creazione, si suppose una primitiva molecola o cellula che per un'«agglutinazione continuata migliaja di migliaja di secoli», diventa natura, poi uomo, poi Dio: è la scimmia che progredì in uomo, come l'uomo progredirà in animale più perfetto: oggi medesimo la materia organica può animalizzarsi. Anima è un nome che anatomicamente esprime il complesso delle facoltà del cervello e del midollo spinale; fisiologicamente, il complesso delle funzioni della sensibilità encefalica, cioè la percezione degli oggetti sì esterni che interni; la somma de' bisogni e delle tendenze che servono a conservar l'individuo e la specie, e a metterlo in relazione cogli altri esseri; e le facoltà che compongono l'intelletto e la volontà; il potere di muover il sistema muscolare, e d'operar per esso sul mondo esteriore. Nelle nostre Università Moleschott insegna «il pensiero, la volontà, le azioni dell'uomo essere nell'animale un prodotto della naturale necessità»[596]. Così il materialismo s'insinua anche nella scienza che più s'accosta ai dolori dell'umanità, e procede fino alle conseguenze che l'ignoranza vorrebbe trarre dall'uomo fossile e dalle abitazioni lacustri.

Queste dottrine dicono i dotti esser rattacconature di antiche o plagio di straniere; dicono i savj che, mentre mirano a far una rivoluzione, non arrivano che a fare uno scandalo; dicono gli artisti ch'è prodigiosa fatuità l'emettere con pretenziosa serietà idee assurde e stantie. Certo è orgoglio, cioè la meno filosofica delle passioni, il dire «Non è possibile la tal cosa perchè io non la intendo». O forse non s'appoggia a un atto di fede anche la vita intellettuale? e nello stesso ordine naturale si può dimostrare la veracità dell'intelligenza altrimenti che per l'intelligenza? Bensì è comodo quanto facile il sottomettersi solo al proprio talento, credere unico Dio l'uomo, unica potenza il numero, unica legge l'istinto, unico intento il godere finchè si può, e nell'accidia e nella voluttà stordirsi finchè il corpo si dissolva ne' chimici componenti.

Questi scrittori noi vorremmo poter combattere senza ferirli; tanto ci cale della concordia e di dar l'esempio d'un rispetto di cui non attendiamo il ricambio. Ma potremmo non indicarli ai nostri lettori? Soffogarli nella cospirazione del silenzio, come essi fanno di noi, non è possibile, giacchè quel ch'è mostruoso, che esce dalle leggi normali, dal senso comune eccita naturalmente l'attenzione e attira gli animi; nè di loro può dirsi, «Perdona perchè non san quel che fanno». Ma qualvolta alcuno toglie a combatterli, ecco gridarsi alle ingiurie ortodosse, al fiele teologico, alle intolleranze bigotte. La carità non deve giungere sino alla pusillanimità; può unire i simili, non i contrarj. Il filare ragionamenti, accumulare autorità e testi come ci rinfacciano, non è pieno nostro diritto? È possibile rimaner indifferenti quando si ode bestemmiar Cristo e Maria, e ciò che più venerarono i secoli e nostra madre, dichiarar assurdo ciò che credettero tanti sommi ingegni prima del regno d'Italia? E noi, per quanto ignoranti, abbiamo lume di ragione: e mentre essi pel disprezzo trascendentale[597] affettano di non guardar i libri nostri, noi studiamo i loro: e noi che apparteniamo ai 40 anni dacchè la storia fu creata[598], come gli Spartani sull'Ilota facciamo esercizj sulla critica, allo studio e alla pratica della quale, cioè al veder co' proprj occhi e pensar col proprio capo, richiamiamo incessantemente coloro, il cui ebetismo non ci pare ancora divenuto cronico, gl'invitiamo a ricuperare quel pane quotidiano dell'anima che è la verità. D'altra parte se, giusta le loro teoriche, un'asserzione non è più falsa che la sua opposta, perchè vengono sì da lontano a insegnarcele? se è indifferente l'adorar nel sacramento Iddio o un pezzo di pane, tollerino che noi crediamo e affermiamo le nostre dottrine, e che veneriamo la ragione come una forza, la quale cerca l'unità, sia quella che consiste nei fenomeni della sostanza, sia quella che sta nell'armonia, cioè la gerarchia.

Si dice, «Son pochi questi dottori». Sì: pochi, ma rumorosi, sostenuti, echeggiati in modo da soffogar i buoni. E se si troverebbe da deplorare un Governo che non si sente bastante autorità per reprimer le teoriche immorali, altro sentimento eccita quando vi appone il suggello dello Stato, quando paga perchè si insegnino nelle Università; cioè costringe la gioventù, se voglia conseguire i gradi accademici, ad abbeverarsi a tali fonti. Basti un'occhiata alle prolusioni de' professori, chiamati a dettare le tante filosofie introdotte dal Mamiani: onde deriva maggior lode a quei pochi che hanno il coraggio d'affrontare la cospirazione degli applausi e de' fischi.

Nel che rivelasi di nuovo il carattere del regno d'Italia, la ostentata nimicizia alla cattolica religione, con quell'ira che, quando non è forte, quando serve ai dominatori del giorno e ad una popolarità di bassa lega, diviene accattabrighe, e non attira che sprezzo. Dichiarata guerra alle istituzioni della Chiesa, e professato volerla affogare nel fango, non bastando l'opprimere si volle anche corrompere, spingendo alla licenza e alla deprevazione; poeti e romanzieri insultarono a Dio, al pudore, alla famiglia, e ottennero denari e decorazioni, applausi e posti, quasi non dissi gloria. Non occorre dire che si volgarizzano subito le produzioni più irreligiose degli stranieri, talvolta aggravandole con note e declamazioni; e non solo il romanzo delle libere pensatrici, ch'è il Renan, all'ipocrito suo sentimentalismo soggiungendo grossolanità irritanti; ma fin la Strega di Michelet, «gran parto dell'umano ingegno», ove si dà colpa alla Chiesa d'aver creato le fatucchiere.

Deplorabile sintomo di debolezza ne' nostri! Perocchè fra tante scritture lanciate dal Moretti di Bergamo, dal siciliano Castiglia, dal veneto De Boni, dal napoletano Petrucelli, dal cremonese Bissolato,... nessuna forse passò i monti; imitatori o plagiarj di Tedeschi, d'Inglesi, massime di Francesi, non capeggiamo fra gli eresiarchi, non possiamo annicchiarci tra le ammirate allucinazioni di Fourrier e Saint-Simon, nè con Neander, Lachman, Schleiermacher, Credner, Weisse, Schotten, Köstlin, Strauss, Wieseler, Reuss, Meyer, Holtzmann, nè tampoco con Pelletan e Quinet; siamo panteisti dietro a Vacherot, critici dietro a Renan, che ci appunta di far predominare l'idea politica[599]; positivisti dietro a Taine, Comte e Littrè; razionalisti dietro Ewald e Baur; socialisti dietro alle sublimi assurdità di Proudhon. E anche non volendo ripetere coll'iroso Niccolini «Italia vile, non ha di suo neppur i vizj», dobbiam confessare che non risplendiamo che di luce crepuscolare, neppur raggiungendo quella robusta brutalità che soggioga l'intelletto; paghiamo chi vada a fischiar un predicatore, a rompere i vetri d'un vescovado, a gettar un petardo in una cappella, non osiamo farlo noi stessi: per servilità ai Francesi indussero fin gli scolari a sottoscrivere per un monumento a Voltaire, non si osò erigerne uno al suo predecessore, Pietro Aretino. Sembra anzi fatale che questi oltraggi alla fede e alla morale non possano farsi senza oltraggiare e la lingua e l'arte. Scomparsa la serenità da tutti gli animi, si cerca l'orrido, lo straordinario: in piani di generale mediocrità, non si trova che trivialità d'idee, di stile, di distribuzione, che adulazioni alla incurabile snervatezza del tempo: per quanto i romanzi si condiscano di calunnia, di lubricità, di scandalo, nessuno ottenne la diffusione dei Promessi Sposi o delle Mie prigioni: non sorgono da costoro quelli che, allorquando la patria soccombe, sanno ancora amarla e piangerla.

La stupida demolizione è potentemente ajutata dalle società segrete. Indicammo come sin dal 28 aprile 1738 Clemente XII rivelasse le tendenze sovversive della massoneria, la condannasse in nome della libertà e della moralità, e i membri di essa considerasse come «gravemente sospetti d'eresia». Benedetto XIV, il 16 marzo 1751 ripeteva la condanna. Ciò non impedì i trionfi della sètta e della rivoluzione, giacchè è più facile deridere che smentire il Barruel, il quale suprema parte attribuisce alla massoneria nell'origine e nel procedimento della rivoluzione. Con questa scese ella trionfante in Italia a gavazzare nelle repubbliche Cisalpina, Romana, Partenopea. Trasformatesi poi questi in regni, Napoleone, invece di sopprimerla, pensò farsela ancella. In Milano già nel 1805 v'avea cinque loggie, adulanti fin nel nome di Reale Napoleone, Real Giuseppe, Eugenio, La Concordia, l'Heureuse rencontre; a Bergamo l'Unione, a Verona l'Oriente dell'Arena, a Taranto l'Amica dell'uomo...; oltre quelle dell'esercito, delle quali era granmaestro Giuseppe Lechi. Dal supremo consiglio di Parigi mandato qui come apostolo, Vidal divenne oratore della loggia madre di Milano, e blandendo alle passioni e all'opinione, raccoglieva i più distinti personaggi, e costituì un supremo consiglio di ispettori generali del 33 grado. Abbiamo a stampe l'Estratto de' primi travagli del Grande Oriente in Italia, in cui viene costituita la società, e si andò fastosi allorchè Napoleone concesse come gran commendatore il vicerè: suo luogotenente il Calepio, grandi ispettori il Felici ministro dell'interno, Costabili, Alessandri, Lechi, Degrasse, Tilly, Renier, Pyron; gran dignitarj Luosi, Fenaroli, Pignatelli, Jourdan, Jacob; il pittore Appiani facea da guardasigilli nel capitolo generale, e v'apparteneano Gioja, Romagnosi, Salfi. Furono poi stampati nel 1808 e 9 il Catechismo dei tre gradi e la Costituzione generale del Grande Oriente in Italia, francese colla traduzione italiana lurida di francesismi e di adulazioni al dio d'allora. Le adunanze aprivansi e chiudevansi al grido «Viva l'imperatore», e nel 1812 ben 1089 loggie dipendeano dal Grande Oriente di Parigi, coll'entrata di due milioni pel granmaestro di Francia, ch'era Giuseppe Napoleone, e centomila lire per Cambacérès suo vicario. Stromento di sorveglianza pel Governo, per gli ascritti erano mezzi ad acquistare impieghi o legare relazioni, oltre il sommuovere gli altri Stati, e preparare le vittorie dell'esercito. Allorchè questo s'avviò verso l'infausta Russia, fu dato per parola d'ordine Vittoria e ritorno a quella nostra eletta gioventù, che doveva impinguar delle sue ossa le rive della Beresina e del Reno.

Restaurati gli antichi principi, le loggie si ridussero secretissime, e appena qualche vestigio ne trapela ai momenti di politici sussulti. Ma il fatto loro capitale fu il trasformarsi nella carboneria. Questa nacque, o piuttosto da paesi forestieri fu trapiantata fra i boschi della Calabria, per opporsi alla smisurata ambizione dei Napoleonidi; e Murat, spintovi dal ministro Maghella, seppe valersene al concetto che gli spumeggiava in capo di farsi re indipendente di tutta Italia.

Egli ne rimase vittima; i Carbonari sopravvissero, e si restrinsero in cospirazione politica, dissimulata sotto le formole di vendita, di barracca, di carbone, di ceppo, di fornace, di minestra. Sono abbastanza conosciute le iniziazioni, il catechismo, la coccarda di azzurro, rosso e nero, e le sceniche apparenze sotto cui celavansi gl'intenti sovvertitori; perocchè tutta la nostra generazione ne fu partecipe o martire.

Ancona e Bologna erano centro di quelli degli Stati Pontifizj, che raccomandavansi per mezzo di carte da giuoco con segni convenzionali; e che presto cominciarono il terribile giuoco del pugnale. Nel 1817, credendosi imminente la morte del pontefice, si strinsero i nodi, moltiplicaronsi scritture contro il governo papale, e accolte e giuramenti. Il cardinale Consalvi ministro di Stato avvertiva Metternich della trasformazione: il carbonarismo esser ancora sparpagliato, ma l'evenienza più vulgare potea riunirlo: nol credesse un vano sbigottimento da prete: la rivoluzione aver cambiato tattica; e non assale più a mano armata i troni e gli altari, ma li scalza con calunnie incessanti; semina odj e diffidenze fra governati e governanti; rende odiosi gli uni compassionando gli altri: sicchè un giorno le monarchie più antiche, abbandonate dai loro difensori, si troveranno all'arbitrio d'alcuni bassi intriganti, ai quali oggi nessuno degna badare. «Il bisogno di cospirare (soggiungeva) è insito agli Italiani: non bisogna lasciare naturarsi questa mala inclinazione: se no, fra pochi anni i principi saranno costretti a rigori; le prigioni o il sangue porranno un muro fra loro e i sudditi; e si camminerà ad un abisso, che con un poco di prudenza sarebbe facile evitare».

Prevedeva egli giusto?

Non era però ancora stagione da poter altamente proclamare la nimicizia alle religioni; anzi la Carboneria assunse una tinta mistica, proponendosi di vendicar la morte di Cristo; nel simbolo libertà, eguaglianza, fratellanza del triangolo d'acciajo surrogò all'ultima parola quella di umanità: pure i suoi intenti arcani ci sono rivelati da questa istruzione data nel 1819.

«Dall'emancipazione dell'Italia deve uscir l'emancipazione del mondo intero, la repubblica fraterna e l'armonia dell'umanità. I nostri fratellii d'oltralpe credono che l'Italia non possa cospirare che nell'ombra, distribuire qualche pugnalata a spie o traditori, e subir tranquillamente gli avvenimenti che di là dai monti si compiono per l'Italia, ma senza l'Italia. Errore funesto, che non convien combattere a frasi, ma svellere coi fatti. E però, tra le cure che agitano gl'intelletti più vigorosi, una sovrattutto non dobbiamo dimenticare.

«Il papato ebbe in ogni tempo azione decisiva sugli affari d'Italia. Pel braccio, la voce, la penna, il cuore de' suoi innumerevoli vescovi, preti, frati, monache, fedeli d'ogni grado, il papato trovò persone sempre disposte al martirio e all'entusiasmo: dovunque piacciagli, ha amici che muojono o s'impoveriscono per esso. Leva immensa, di cui alcuni papi apprezzarono la potenza, ma se ne valsero con una certa misura. Oggi non si tratta più per noi di ricostituir questo potere, di prestigio affievolito: nostro intento finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese, annichilare il cattolicismo e l'idea cristiana, che, rimasta in piedi sulle ruine di Roma, lo perpetuerebbe. Per giungervi senza rovesci che ritardino per secoli la riuscita della buona causa, non bisogna badare ai nebulosi Tedeschi, ai vanitosi Francesi, ai tristi Inglesi che s'immaginano uccidere il cattolicismo chi con una canzone oscena, chi con una deduzione illogica, chi con un grossolano sarcasmo. Il cattolicismo ha vita ben più tenace: ha veduto nemici più terribili e implacabili; ed ebbe spesso il piacere di asperger d'acqua santa le loro tombe. Lasciamo dunque che i nostri fratelli di colà s'abbandonino alle sterili intemperanze del loro zelo anticattolico; lasciamoli beffarsi delle nostre Madonne e della nostra esterna devozione: la quale ci sarà di passaporto per cospirare al nostro intento.

«Il papato è da sedici secoli inerente alla storia d'Italia: l'Italia non può respirare, non muoversi senza beneplacito del sommo pastore: con lui essa ha le cento braccia di Briareo; senza lui, ridotta a impotenza deplorabile, non ha che divisioni da fomentare, rancori rinascenti, ostilità dall'Alpi all'estremo Apennino. Ciò non possiamo voler noi; bisogna cercarvi un rimedio, e l'abbiamo. Il papa non verrà mai alle società segrete: le società segrete facciano il primo passo verso la Chiesa. Non vi basta un giorno nè un mese o un anno: può volersene molti, fors'anche un secolo: ma nelle nostre fila il soldato muore, il combattimento prosegue.

«Guadagnar i papi alla nostra causa, farne proseliti de' nostri principj, apostoli delle nostre idee sarebbe sogno ridicolo; e comunque volgano i casi, se anche cardinali e prelati siano entrati ne' nostri arcani, non è una ragione per desiderarli elevati alla sede di Pietro: quest'elevazione ci rovinerebbe, poichè sola ambizione gli avrebbe condotti all'apostasia; il bisogno del potere li forzerebbe ad immolarci. Quel che dobbiamo domandare e aspettare è un papa secondo i bisogni nostri. Alessandro VI co' suoi delitti privati non ci converrebbe, perchè mai non errò in materia religiosa: bensì un Clemente XIV sarebbe il caso nostro, perchè a mani e piedi legati si consegnò ai ministri de' Borboni di cui avea paura, agli increduli che vantavano la sua tolleranza, e l'hanno esaltato come un gran papa. Se un siffatto capitasse, cammineremmo più arditi all'assalto della Chiesa che non cogli opuscoli dei nostri fratelli di Francia o d'Inghilterra.

«A questo termine arriveremo di certo: ma quando? e come? Tutto è incognito, ma poichè nulla dee sviarci dalla traccia, vogliam qui darvi consigli da inculcar ai fratelli, senza che appaja essere ordini della Vendita.

«Poco è a fare coi vecchi cardinali e coi prelati di carattere deciso, della scuola del Consalvi: dalle nostre officine di popolarità ed impopolarità caviamo armi per render utile o beffardo il potere nelle loro mani. Una parola inventata abilmente, e diffusa in certe famiglie oneste, donde discenda nei caffè, e da questi nelle strade, può annichilare un uomo. Se un prelato giunge da Roma nelle provincie con pubbliche funzioni, sappiatene subito il carattere, gli antecedenti, le qualità, i difetti. È un nemico dichiarato, un Albani, un Pallotta, un Bernetti, un Della Genga, un Rivarola? avviluppatelo di lacci, creategli una reputazione spaventosa di crudele e sanguinario. I giornali forestieri raccorranno questi racconti abbellendoli: e voi mostrateli a qualche spettabile imbecille: con un giornale di cui non capisca la lingua, ma dove vedrà il nome del suo legato o del suo giudice, il popolo crede senz'altre prove. Schiacciate il nemico, qualunque e' sia; schiacciatelo colla maldicenza e le calunnie; e principalmente schiacciatelo nell'uovo. La gioventù bisogna sedurre, strascinare nelle società segrete.

«Per procedere a passi misurati ma sicuri, due cose son di suprema necessità: aver l'aria di colombe ed esser cauti come serpenti; non comunicar mai il segreto ai padri, ai figliuoli, alle donne, e tanto meno al confessore: chi lo facesse, firma il suo decreto di morte.

«Al papa che desideriamo bisogna preparare una generazione degna del regno che fantastichiamo. Ai giovani non dite mai parole empie o impure: per insinuarvi nel tetto domestico, dovete porgervi gravi e morali. Stabilita la vostra reputazione ne' collegi, ne' ginnasj, nelle Università, fate che i giovani desiderino i vostri colloquj; favellate dell'antico splendore di Roma papale. In fondo al cuor dell'Italiano v'è sempre una ribrama della Roma repubblicana. Confondete abilmente questi due ricordi; riscaldate queste nature, gonfie di boria patriotica; offrite loro in segreto libri inoffensivi, poesie scintillanti di nazionalità; e poco a poco elevateli al bollore necessario.

«Gli avvenimenti che s'accelerano troppo pel nostro desiderio, meneranno fra poco un'intervenzione armata dell'Austria. V'è de' pazzi che alla spensierata avventano gli altri ne' pericoli, eppure i cosiffatti trascinano anche i savj. La rivoluzione che si medita non riuscirà che a disastri e proscrizioni; nè gli uomini nè le cose son maturi, nè lo saranno per un pezzo: ma potremo trarne una nuova corda da far vibrare nel cuore del giovane clero; l'odio allo straniero. Rendete ridicolo e odioso il Tedesco; all'idea della supremazia papale mescete sempre i ricordi della guerra del sacerdozio coll'impero; resuscitate le fazioni de' Guelfi e Ghibellini, e procacciatevi così la reputazione di buon cattolico e puro patrioto, colla quale penetrerete fra il giovane clero e ne' conventi. Quel giovane clero fra pochi anni occuperà i posti; governerà, amministrerà, giudicherà, dovrà eleggere il pontefice; e questo, come gli altri contemporanei, sarà imbevuto di principj italiani e umanitarj. Se volete rivoluzionar l'Italia, cercate un papa siffatto. Se volete stabilire il regno degli eletti sul trono della meretrice di Babilonia, il clero cammini sotto la bandiera vostra, credendo camminar sotto le sante chiavi. Se volete disperdere le ultime vestigia de' tiranni e degli oppressori, tendete le reti come Simone Bariona, non nel mare, ma al fondo delle sacristie, de' seminarj, de' conventi: e qualora non precipitiate, avrete una pesca più miracolosa della sua; colla tiara e la cappa pescherete una rivoluzione, che vada colla croce e il gonfalone; e che basterà a metter fuoco ai quattro angoli del mondo».

Potremmo dubitare che questa istruzione fosse inventata dopo gli eventi, se non ne conoscessimo la data, se non avessimo veduto quelle del Weisihaupt[600]. E poichè la rivoluzione d'allora fallì, un'altra circolare del 20 ottobre 1821 diceva:

«Nell'odierno conflitto tra il despotismo sacerdotale o monarchico e il principio di libertà, v'ha conseguenze che bisogna subire, principj che innanzi tutto bisogna far trionfare. Potevamo prevedere una sconfitta, non dobbiamo dolercene fuor di modo; e qualora non iscoraggi, dovrà, in un certo tempo, agevolarci i mezzi di combattere più profittevolmente il fanatismo. Basta esaltar sempre gli spiriti, e mettere a profitto tutte le evenienze. L'intervenzione straniera in quistioni di politica interna è un'arma effettiva e potente, che bisogna maneggiare con destrezza. In Francia si abbatterà la dinastia, rinfacciandole continuamente l'esser tornata sui cavalli de' Cosacchi; in Italia bisogna render impopolare lo straniero, in modo che, quando Roma sarà assediata dalla rivoluzione, un soccorso estero sia un affronto anche per i sinceri nazionali. Non possiamo affrontar il nemico coll'audacia de' nostri padri del 1793, impacciati come siamo dalle leggi e più dai costumi; ma col tempo ci verrà fatto di raggiungere la meta ch'essi fallirono, e frenando le temerità, giungeremo a rinvalidare le fiacchezze. Da sconfitta in isconfitta s'arriva alla vittoria. Occhio però sempre su quanto accade a Roma. Screditate il pretume con tutti i mezzi; fate al centro della cattolicità quel che alle ale noi tutti facciamo, individualmente o in corpo. Agitate; agitate la piazza con motivo o senza, ma agitate; qui sta la riuscita. La cospirazione meglio ordita è quella che più si muove, e che compromette più persone. Abbiate martiri: abbiate vittime; troveremo sempre chi sappia darvi i colori necessarj».

Vedasi se avessero ragione i pontefici di sgomentarsi a tali preparativi, e vigilare meglio dei re, i quali non aveano nè il coraggio di distruggere, nè la franchezza d'accettare le società segrete. Pio VII, il 13 settembre 1821 ripetè contro la Carboneria le condanne de' suoi predecessori, rivelandone gli errori e le trame, disapprovando altamente il giuramento di segreto assoluto, che proferivasi a modo degli antichi Priscillianisti; ma principalmente la licenza di formarsi ciascuno una religione a suo grado, il profanare nelle cerimonie la passione di Gesù Cristo e i ministeri e i sacramenti, e il proposito di rovesciar la cattedra apostolica. In fatto il giurar di obbedire ciecamente a un archimandrita può mai farsi non dico da un cristiano, ma da un leale amatore di libertà? Chi è legato a un giuramento diverso, come potrà adempiere lealmente i doveri d'impiegato, di maestro, di giudice, di giurato, di deputato?

Leone XII di nuovo sentenziò le società secrete; poi Pio VIII il 24 maggio 1829, quando erano all'apogeo, tornò a battere «quei baluardi dietro cui si afforzano l'empietà e la corruzione». Sopra l'altre indicava «quella formatasi testè per corrompere la gioventù ne' ginnasj e ne' licei. Sapendo i precetti de' maestri esser efficacissimi a formar il cuore e lo spirito, adoprasi ogni astuzia per dare alla gioventù maestri depravati, che la conducano nei sentieri di Baal; onde i giovani sono portati a tal licenza, che, scosso ogni timore della religione, bandita la regola de' costumi, sprezzate le sane dottrine, calpesti i diritti d'entrambe le podestà, non arrossano più d'alcun disordine, d'alcun errore, d'alcun attentato».

La lunga mina scoppiò dietro alla nuova rivoluzione francese del 1831: l'Italia media si sollevò, ma gli eserciti ripristinarono i principi e l'obbedienza. Giuseppe Mazzini genovese, non voluto ricevere nella gran Vendita carbonaria, diretta a sovvertire troni e Chiesa senza usare il pugnale, bensì con mezzi morali sul sacerdozio e la gioventù, costituì la Giovane Italia, che tolse a quella il primato. Colle sue idee cosmopolitiche, col tono d'illuminato, colla parola immaginosa che sente del biblico e fa subodorare un profeta, egli affascina i giovani; contenta il popolo col disinteresse, in tempo di sì sfacciati ladronecci; amica i settarj coll'abbracciarli tutti, mentre gli uni esecravano gli altri, e tutti adoprarli nella sua unica associazione educatrice; non minacciavasi morte ai disertori; non v'erano capi invisibili, non inanità di simboli; più che a vantar diritti badavasi a professare doveri; meta il progresso; modo d'attuarlo la repubblica una e indivisibile; tutto pel popolo e per mezzo del popolo.

Ma nel suo programma, oltre l'unità repubblicana della penisola, stava che il popolo italiano è chiamato a distruggere il cattolicesimo a nome della rivelazione continua»[601]. Dio è Dio, e l'umanità è il suo profeta. Dio s'incarna successivamente nell'umanità. L'umanità è la religione. Noi crediamo nell'umanità, sola interprete della legge di Dio sulla terra[602]: Cristo è un santo, la cui voce fu accolta come divina[603]. Il cattolicesimo è spento; forma logora, serbata ancora alcun tempo alla venerazione dei dilettanti d'antichità[604]. L'Europa oggi è in cerca dell'unità religiosa, nuovo vincolo che annoderà in concordia di religione le credenze, i presentimenti, l'energia degli individui, oggi isolati dal dubbio, senza cielo, e quindi senza potenza per trasformare la terra[605].

S'accorge il lettore che, di quanto ci cade nel presente discorso, non cogliamo se non ciò che concerne lo scopo del presente libro. E appunto qui consideriamo Mazzini come quello che la rivoluzione italiana vuole sia religiosa. Egli non è razionalista, poichè a volte ammette il sopranaturale; non è cattolico, ma neppur protestante, giacchè vede che il cattolicesimo si è perduto nel governo dispotico, il protestantesimo si perde nell'anarchia[606]: ha frasi e non bada a concordarle fra loro. Il Lesseps, dando ragguaglio della sua missione a Roma nel 1849, attribuiva a Mazzini di favorire lo scisma religioso non solo per gli scritti, ma per frequenti conferenze con missionarj inglesi e d'altre lingue. Noto è come fosse trattato il clero nel breve dominio de' rivoluzionarj a Roma, ove debaccavano alcuni preti apostati, cortigiani de' triumviri, i quali giunsero perfino a dar la benedizione urbi et orbi, come suole il papa dalla loggia di San Giovanni Laterano; e Mazzini esclamava: «Dalle fiamme delle carrozze cardinalizie, arse sulla piazza del Popolo, è uscita una luce che rischiarerà la via sulla quale i popoli s'affratelleranno, un giorno o l'altro, in uno sviluppo religioso, in una fede di opere redentrici e d'amore[607]. Il nuovo governo proclamerà non esservi più chiesa ma popolo di credenti; il papa dell'avvenire chiamerassi Concilio; assemblea costituita d'uomini virtuosi, che sentono il bisogno d'una fede viva, interrogherà il progresso, scandaglierà i mali, decreterà i rimedj, e porrà la prima pietra della Chiesa universale dell'umanità[608]. Noi fonderemo un governo unico in Europa, che distruggerà l'assurdo divorzio tra il potere spirituale, e il temporale»[609].

Poi quando la capitale del regno d'Italia fu tramutata a Firenze, Mazzini proclamava: «Roma non è una città, Roma rappresenta un'idea: Roma è il sepolcro di due grandi religioni, che altre volte diedero vita al mondo: Roma è il santuario di una terza religione futura destinata a dar la vita al mondo dell'avvenire. Roma rappresenta la missione dell'Italia in mezzo alle nazioni, il verbo del nostro popolo, l'evangelo eterno dell'unione fraterna. No, Roma non può annettersi a Firenze, ed è nostro dovere di annetterci tutti a Roma».

[Avendo Buchez, nell'Européen, ottobre 1836, detto che Mazzini avea tolta da lui l'idea della sua Giovane Italia, Mazzini negollo perchè Buchez ammetteva il dogma cristiano e professava riverenza pel papato, mentre «la scuola ch'io cercava promuovere respingeva fin dalle prime linee ogni dottrina di rivelazione esterna, e sopprimeva deliberatamente fra gli uomini e Dio ogni sorgente intermedia di vero, che non fosse il genio affratellalo colla virtù, ogni potere esistente in virtù d'un preteso diritto divino, monarca o papa».

Più esplicitamente Mazzini spiegò gl'intenti della rivoluzione nell'ottobre 1867, quando Garibaldi assaltava Roma. «Quando noi ripiglieremo Roma, sarà per dissolvere il papato, e a vantaggio dell'umanità intera proclamare l'inviolabilità della coscienza, che la Riforma del XV secolo acquistò solo per mezza Europa, e anche là ne' limiti della Bibbia... Fa più di trent'anni, io scrissi che il papato e il cattolicesimo erano due lampade estinte per mancanza d'olio, cioè del dogma di cui viveano. Il tempo confermò il mio giudizio. A quest'ora il papato è un cadavere, che nulla può galvanizzare. È la maschera inanimata d'una religione... Destituita da ogni sentimento del dovere, d'ogni potenza di sagrifizio, d'ogni fede nel proprio destino, il papato perdette ogni fondamento morale, e il suo fine, la sua sanzione, la sua fonte d'azione. Perciò spira. Ed è un dovere di proclamarlo senza reticenze ipocrite, senza ambagi, senza fingere di riverir ancora ciò che s'attacca, senza dividere il problema, invece di scioglierlo. Per noi tutti, cui sta a cuore d'edificar la città dell'avvenire e concorrere al trionfo della verità, è un dovere di guerreggiar il papato, non solo nel poter temporale, giacchè questo non vi sarebbe modo di ricusarlo al rappresentante riconosciuto di Dio sulla terra... Quei che osteggiano il principe di Roma, professando venerare il papa, ed esser cattolici sinceri, sono convinti di contraddizione flagrante o d'ipocrisia. Quei che pretendono ridur il problema a Chiesa libera in Stato libero, sono o stretti da sciagurata timidità, o spogli d'ogni convinzione morale... Estinta che sia ogni credenza nella vecchia sintesi, e stabilita la credenza in una sintesi nuova, lo Stato diverrà la Chiesa... Lo Stato incarnerà in sè un principio religioso, e sarà il rappresentante della legge morale nelle diverse manifestazioni della vita». Cioè lo Stato unirà in sè il potere spirituale e il temporale, come quel papato, che ebbe «una missione sì grande e sì santa, che che ne dicano oggi i fanatici della ribellione, falsando la storia, e calunniando nel passato il cuore e lo spirito dell'umanità».]

L'Ausonia, formatasi a Parigi verso il 1845, avea pubblicato una specie di costituzione per l'Italia, riducendola a federazione sotto due re elettivi e temporarj. Quanto alla religione, essa accettava la cristiana, richiamata ai suoi principj dal Concilio generale de' vescovi della penisola che nominerebbe i patriarchi: tollerato ogni culto; stipendiati dallo Stato i ministri: il collegio de' cardinali rimarrà finchè viva il papa; morto lui, è abolito (Articoli 34, 35). Gli Ordini monastici sono conservati, con libertà ai membri di essi d'uscirne; nessuno vi potrà entrare prima di aver adempito i doveri militari, nè legarsi a voti prima de' 40 anni se donna, de' 45 se uomo (Art. 53). Alla pagina 12, § 6 del gran Processo di Ancona, fatto dalla sacra consulta di Roma nel 1862, è detto che, nel 1849, in una tal casa, fra altri riti massonici, si pose un crocifisso sopra un tavolino, con quattro moccoli agli angoli, poi incrociate le pistole, si spararono, e con uno stilo ciascuno colpirono l'immagine; indi bucatosi il polso della mano e la gamba ove si stringe il legaccio, col sangue scrissero i proprj nomi e il giuramento in un registro[610]. Nel 1850 formossi una nuova società a Londra, di formole più semplici, e cui unico simbolo, «Giuro di cooperare con tutte le forze per la liberazione e unione d'Italia».

Che se non furono coronate dalla riuscita, le trame mazziniane aveano però esaltato gli spiriti, avezzo alle aspirazioni rivoluzionarie, dato il gusto di ciò che sente di criminale, e così reso possibili gli atti tutti del governo ammodernato nel Piemonte. Ivi subito si apersero molte loggie massoniche, le quali cercarono influenza col fondarne di filiali ne' paesi ancora quieti, mezzi morali per quella che taluno chiamò onesta cospirazione. Dopo falliti i sanguinarj tentativi del 1853, lo sbigottimento delle sette assassine ajutò anche nelle Romagne il costituirsi del partito piemontese, dal quale derivarono molte insurrezioni parziali. Mentre fin allora le loggie nostrali dipendevano dal grand'oriente francese, allora se ne formò a Torino una indipendente, l'Ausonia, di cui primo venerabile fu l'ottagenario Filippo del Pino. Molte altre se ne eressero, poichè, vulgarizzatesi anch'esse al par d'ogn'altra cosa, non sono più, come nell'età precedente, un'eccezione, il divertimento di pochi gaudenti; e la tendenza del nostro secolo a ripristinare le associazioni che i principj dell'89 aveano distrutte, fe dilatare la massoneria. La sua azione manifestossi non solo nelle elezioni, nelle nomine ad impieghi, nella scelta de' ministri, ma nelle congiure e nelle battaglie; di qui i premj o l'infamia, di qui le notizie ai giornali, e l'efficacia del Cavour che n'era granmaestro, e il diroccamento di patria, famiglia, troni per la sola ragione che bisogna esser più forti. Nè si appone al falso chi crede che delle cose politiche l'indirizzo resti in mano della sètta[611]; e al ministro d'una grande potenza che «in nome delle esigenze della società moderna» chiedeagli fosse restituito a' suoi parenti ebrei il giovinetto Mortara, il quale spontaneamente avea domandato di venire alla nostra Chiesa, Pio IX rispose: «Quella che voi chiamate società moderna è la framassoneria». Allorquando fu chiamato in Italia l'esercito francese, le sètte intesero che una gran parte del loro programma religioso e politico andava a compirsi; e i varj gruppi si strinsero nella massoneria.

A mezzo del superbo viaggio la man di Dio abbatteva Cavour. Trattossi allora di eleggere il granmaestro: e poichè non accettò il Nigra ambasciador sardo a Parigi, dal Govean che n'era capo provisorio furono radunati i rappresentanti di ben ventinove loggie, che formarono uno statuto, nel quale riconoscesi il G. A. D. U.; liberi tutti i culti; obbedienza assoluta e secreto: lega colle loggie straniere. Fu decretato il titolo di primo massone d'Italia al generale Garibaldi; ma nella nomina di grand'oriente prevalse il siciliano Córdova, allora ministro di grazia e giustizia. E poichè Garibaldi già presedeva alle loggie italiane di rito scozzese, il cui supremo consiglio risiede a Palermo, ne nacque scisma. Sebbene Garibaldi, dopo un clamoroso viaggio a Londra dove fu accolto con tanto entusiasmo quanto il re Teodoro nel secolo passato, Blücher nel 1814 e il sultano nel 67, convocasse le logge scozzesi a Palermo, nessun vi rispose; e invece al 21 maggio 1864 si tenne una grande adunanza a Firenze, dove apparve che la massoneria italiana contava settantasei loggie, oltre dieci fuori d'Italia e le eterodosse del rito scozzese e dell'egiziano; industriavansi nel sistemare società operaje, banche nazionali, scuole popolari, prosperar l'agricoltura e l'industria, e collegare le nazioni in una sola aspirazione e nella tolleranza di qualunque credenza, ponendo da banda le forme esterne. Colà fu concertata la fusione di tutte le loggie, qualunque ne fosse il rito, per maggiormente operare sui destini dell'intera nazione, sotto un unico grand'oriente, composto di venti membri del rito italiano, venti dello scozzese, che sederebbero a Torino finchè Roma non sia capitale del regno. Granmaestro fu proclamato il Garibaldi; ma non tutti aderirono a quella fusione; onde Garibaldi s'abdicò; e restò solo granmaestro del rito scozzese. Gli fu surrogato provvisoriamente Francesco De Luca, che professò non volersi affratellare colla rivoluzione violenta, nè servirsene ad intrighi egoistici: per le quali ragioni ne fu poi cancellato.

Quando Eugenio Sue co' suoi romanzi ebbe prodigato la calunnia e l'ira contro i Gesuiti e la religione, la loggia di Bruxelles gli mandò una penna d'oro. Nel ringraziarla, egli metteasi a cercare con quali mezzi si potrà osteggiare la fede e l'azione cattolica, e ne suggeriva tre: 1, propagare il razionalismo mediante un'associazione di persone che promettano rifiutare i sacramenti: 2, la propaganda dell'unità: 3, il protestantesimo in generale. Il primo si conseguì mediante l'associazione de' solidarj per la sepoltura civile: da questa si arriverà al battesimo civile; la libertà della tomba porterà l'emancipazione della famiglia e della società col battesimo e col matrimonio civile, fondando così la famiglia sulla negazione d'ogni legame religioso, anzi della fede.

E già sentesi l'effetto nell'indifferenza tra le varie maniere di riverire l'ente supremo. La Latomia, giornale della sètta, scriveva: «Il protestantismo non è che la metà della massoneria. Ormai bisognerà che esso o ritorni a' Cattolici, o si fermi a mezza via, o progredendo arrivi alla religione massonica». Di fatti avendo un neofito negato di riconoscere il Grande Architetto Dell'Universo, fu definito che ciò non facea difficoltà: e vi fu ricevuto perfino il notissimo socialista Proudhon[612], il quale dichiarò doversi «giustizia a tutti, devozione al proprio paese, guerra a Dio». Il panteismo v'è proclamato, facendo tutt'uno il muratore, il murato, la muratura; l'operatore, l'opera, l'operazione[613]. Pertanto nel 1866 non s'iniziarono più Alla gloria del G. A. D. U., ma In nome della ragione e della fratellanza universale, e propongonsi di sottrarre l'umanità al giogo sacerdotale; sostituire alla fede la scienza; nel compimento del bene surrogare le austere soddisfazioni della coscienza alle pompose speranze di ricompense eterne: rimuovere dallo spirito la vana preoccupazione di una vita futura, e il feticismo d'una provvidenza soccorrevole. Indipendenza, unità e fraternità delle nazioni; la massoneria italiana non riconoscerà mai altro potere sovrano sulla terra che quello della retta ragione e della coscienza universale: accelerar il tempo che, invece di navi corazzate, facciansi aratri a vapore; e la pace, fecondata dai capitali e dalle braccia ora rapite dalla coscrizione, produca i frutti migliori; del resto tolleranza di tutti i culti, adorazione della scienza, filantropiche cure nell'educazione delle moltitudini, nelle società cooperative, nelle banche di credito; in tutti gli uffizj con cui la Chiesa provedeva al pauperismo del corpo e dell'anima, surrogare il patronato e gli stipendj al volontario sagrifizio di gente, che si facea povera per arricchire gli altri, e per insegnar la sommessione al volere di Dio.

E a miti intenti mostrasi diretta la massoneria simbolica che ha il gran consiglio a Milano e per venerabile Ausonio Franchi. I suoi statuti sono semplici, e in questi stessi giorni pubblicò, nel suo Bollettino Massonico, un programma, dove attesta che non è fatta a pascolo d'ambizioni o d'incomposte aspirazioni, non domanda gravi sacrifizj, costanza e concordia nell'opera comune. E mentre il paese fu abituato a reluttare alle leggi e agli imperanti, ora il suddito ribelle, fatto cittadino, ha da concorrere a tener in onore gli ordini civili. Perciò esorta ad estender le loggie, a considerarsi tutti solidarj, a studiare le istituzioni del paese, diffondere l'istruzione, formar quella sana opinione pubblica che oggi è l'unica e vera sovrana di tutti i liberi paesi. Queste istruzioni esorta a comunicare, ma agli adepti di primo grado.

Come nel secolo precedente erasi cercato scusa alla sètta col dire che le bolle di Clemente XII e Benedetto XIV fossero o false o abolite, così ai dì nostri bucinarono che Pio IX fosse appartenuto alla massoneria. Egli protestò contro quell'asserto, e scaltriva gl'incauti, ignari del vero e illusi dagli intenti benevoli che vi si professano. I giornali, che aveano applaudito ai Governi d'aver proibito le pie conferenze di san Vincenzo di Paolo, trovarono ridicolo o tirannico il dichiarare che, chi fa parte della massoneria, cessa d'esser figliuolo della Chiesa cattolica. Ma poniam caso che sorgesse una società, la quale senza riguardi dichiarasse: «Noi non sollecita gelosia del cielo, ma vaghezza di rifare il cielo nella terra e nel cuor nostro, e di concorrere all'attuazione di quel regno dei cieli che ci fu promesso da Cristo. — Di tutte le arti, quella che produce e trasforma le religioni è la primissima di tutti i popoli. — Non solo le società segrete non repudiano quest'arte sovrana... ma si può asseverare che si formassero primitivamente per uno scopo non politico, ma religioso. — L'umanesimo è la fede nella quale, più o meno esplicitamente, consentono le società segrete. — Il vasto apparecchio della scienza è una grand'opera di circonvallazione contro l'invadimento della teologia. I sacerdoti dell'umanesimo restituiscono all'uomo tutto ciò che i teologi gli presero per addobbare i loro idoli e aggiungersi potenza. — Il progresso civile si effettua per un continuo ribellarsi dell'umanesimo al tentato monopolio della giustizia. In questo infaticato ribellarsi, la parte della preparazione spetta alle società segrete. — Furono ribellioni dell'umanesimo contro il monopolio sacerdotale della cristianità il risorgimento italiano e la riforma religiosa del secolo XVI. Ma in codesti assalti l'umanesimo non affermava idealmente e giuridicamente se stesso: questo compito era serbato alla gloriosa famiglia de' Liberi Muratori, e a quell'ultima ribellione in cui noi ancora combattiamo. — L'umanità procede verso il giorno, in cui, non riconoscendo più nè città, nè popoli, nè spiriti privilegiati; cessando dalle gare, dalle prepotenze, dalle intolleranze; non credendo che il divino sia esclusivo patrimonio di un uomo, nè di una nazione, nè di una chiesa, lo cercherà, lo troverà, e che è più, lo attuerà dapertutto. — Massimo ricettacolo dello spirito è l'umanità intera, le cui membra ponno compararsi al mistico corpo del Redentore. — La rivoluzione crea nel mistero come la natura. — Ogni società segreta è una pallida famiglia di vendicatori, stretti da infrangibile giuramento; i loro riti si direbbero il programma dello sterminio: ma la loro amicizia è tenera e soave. — Come cadono gl'imperi? Rovinano forse da sè per vecchiezza o per istanchezza? si suicidano forse in un'ora di tedio?... Non hanno essi la forza, il diritto storico, la fede, l'abitudine del comando? Che cosa li costringe all'abdicazione?..... La forza misteriosa ineluttabile non emana da quella Provvidenza anonima, che può appellarsi l'asilo delle nostre ignoranze e delle nostre paure, bensì da una provvidenza tutta umana, che elabora nel seno della società medesima i suoi decreti. Lo Stato è colpito dalla mano della società segreta: segreta oggi, palese domani; oggi militante, domani vittoriosa. — I Governi hanno fatto il loro dovere, e le società segrete hanno fatto il proprio. I Governi, dal più al meno, hanno oppresso, e le sètte hanno vendicato e rivendicato... Tutto ciò che ha governato nel mondo non vale certo quanto ciò che in esso ha congiurato. —

Queste professioni desumiamo da uno de' più ingenui, perchè de' meno addentrati neofiti[614], e domandiamo se a questi teoremi religiosi e sociali potesse tacere il custode della verità e vindice della giustizia. Che se la società degli Indipendenti e dei Cavalieri Guelfi metteva tra le massime dell'Ordine che «la religione di Cristo è la migliore, ma il migliore gran sacerdote è il più buon re», altrove ritroviamo un esplicito ritorno al paganesimo, e Maurizio Müller, nella Riforma religiosa, pone ricisamente che «il paganesimo ben inteso si accosta al simbolo massonico più che le religioni odierne; e la massoneria ebbe salutevoli ingerenze coll'osteggiare il cattolicismo». Trattasi dunque se devano primeggiare san Pietro o Nerone.

Come già vedemmo nel secolo passato, alla irreligione progredisce compagna la teurgia, sotto la forma di tavole giranti, di spiriti battenti, insomma di comunicazione tra i viventi e i trapassati, fondata sulla rincarnazione degli spiriti. Molti proseliti acquistò per le consolazioni che procaccia il confabulare con persone care perdute. Ne abbiamo altrove ragionato (Vol. II, p. 394), e lo spiritismo, screditato da indubitabili ciarlatanerie, si appiglia al nostro soggetto in grazia delle dottrine che fa rivelare dagli evocati, impugnando le credenze comuni, e pareggiando tutti i culti per quanto diversi; non doversi urtare le convinzioni di chicchessia, ma lasciar che ciascuno sia libero e responsale delle proprie credenze religiose; lo spiritismo, non brigandosi di dogmi o forme particolari, costituisce una religione sociale, santifica tutti gli uomini di mente sana e cuor retto, a qualunque fede appartengano. A chi domandava se sia bene seguir questa o quest'altra, lo spirito rispose «Se credete che la vostra coscienza vi sia invitata, fatelo»[615]. Si procede fra la metempsicosi e il panteismo, facendo p. e. il sole fonte primitiva della vita, al quale, dopo pellegrinato di pianeta in pianeta, le anime singole ritorneranno per far parte dell'anima universale, dalla quale furono disgiunte quando vennero in terra[616].

Niceforo Filalete che dirige Gli Annali dello Spiritismo in Italia, scrive che «lo spiritismo è divinamente sublime; è il vincolo che riunisce gli uomini, divisi per le credenze e i pregiudizj mondani, e atterrerà la più forte barriera che separa i popoli, l'antagonismo religioso. Egli si volge a tutti i culti... È un terreno neutro, sul quale tutte le opinioni possono incontrarsi e darsi la mano; le quistioni morali, le sole importanti, sono di tutte le religioni e di tutti i paesi»[617]. Porta dunque esso pure all'indifferenza, la quale sempre si traduce in ostilità alla religione stabilita.

Ma dove questa ostilità si scopre senza reticenze è nella più segnalata personificazione della rivoluzione italiana e la più sincera così ne' fatti come ne' concetti. Giuseppe Garibaldi nizzardo, elevatosi coll'ostinazione de' suoi propositi fra gente meticolosa e fiacca, e con un disinteresse che, a petto all'ambizione e all'avidità degli altri caporioni, fu giudicato miracoloso come le imprese sue da coloro che i miracoli sbeffeggiano; con un'attività che ha bisogno d'esercitarsi qui o fuori, per la patria o per gli estranei, parve attribuirsi la missione speciale d'abbattere il papato. Vi si adoperò colle armi nel 1849, ma respinto da Roma, respintone di nuovo con una fucilata nel 1862, non per questo cessò di gridare contro il cattolicismo e il sacerdozio, zelando un culto solo, quel della santa carabina: alle donne milanesi raccomandava la tenessero appesa al capoletto: il giorno dell'inaugurazione dei tiri a segno fosse surrogato alla festa della natività di Maria; i villani vadan se vogliono a messa, ma adorino la santa carabina.

Non potendosi in lui supporre le artefatte menzogne de' giornalisti, bisogna ritenerlo di buona fede quando attribuisce alla Chiesa quanto di male e d'odioso avviene: furono i preti che vendettero Nizza: furono trame d'ecclesiastici che procurarono le vergogne di Custoza e di Lissa: ai frati sono dovute l'insurrezione di Palermo, questa oscena sconcordia d'Italia, l'odierna voragine delle finanze, fin i disastri naturali che aggravano le sventure d'un popolo, abbeverato d'odio dai giornalisti, e che anima e salute consuma in desiderj e decezioni. Dal quale staccandosi, egli uom del popolo, per iscusare o assecondare i dominanti, concentra ogni ira contro la santa bottega, contro il cancro, contro il verme, la tabe, la rogna d'Italia: incita a dar l'ultimo calcio alla canaglia che la infesta, a rovesciar nella polve quel tabernacolo d'idolatria e d'impostura che s'attraversa in ogni modo e in tutte le vie al progresso umano, quella religione del prete che divide la famiglia umana, e ne condanna la maggior parte a perdizione eterna. Alle società operaje di Napoli diceva: «Faremmo un sacrilegio se durassimo nella religione dei preti di Roma. Fuori dalla nostra terra questa sètta contagiosa e perversa». E all'assemblea unitaria di Palermo: «Noi non siamo per la religione del papa. Papa, cardinali, vescovi cambiino bottega, e vadan il più possibile lontano dall'Italia». E come la Convenzione avea tirannicamente intimato «Fraternità o morte», così egli fe ripetere all'Italia «Roma o morte», conculcando e la coscienza dell'umanità e la libertà delle credenze.

Singolarmente nel 1867, essendosi il ministero proposto di venir ad accordi con Roma, e per riuscirvi avendo sciolta la Camera, Garibaldi uscì dal suo ricovero, e girò l'Italia inveendo contro papa e preti e Cristo, battezzando fanciulli, aizzando le plebi contro un ordine intero della società, senza che l'autorità e la legge avesse o voglia o forza di opporsegli, e sempre gridando: «Roma è nostra: neppure il diavolo può torcela. Non mandate al parlamento deputati che patteggino coi clericali, i quali c'impediscono d'andare a Roma. I milioni che si danno alla Chiesa s'adoprino per fare armi e per dar pane a chi non n'ha: ai prelati bastano quaranta centesimi il giorno: i Paolotti il diavolo se li porti». E fin dogmatizzando annunziava: «Noi siamo nella religione del vero, e la sostituiremo a quella del prete che è la menzogna. Libertà della ragione è la bandiera che opponiamo al cattolicesimo, il quale ha per tanti secoli abbrutito la creatura umana». E al tempestoso congresso della pace di Ginevra proferiva: «V'è cosa più terribile della guerra, il mostro che chiamasi papato, le cui emanazioni pestilenziali innondano il mondo, e arrestano l'umanità sulla via della civiltà. I vostri avi ebbero primi il coraggio d'affrontarle: compite l'opera quando noi daremo al mostro gli ultimi colpi, e abbatteremo il sacerdozio dell'ignoranza per adottare sola la religione di Dio (sic)». E ora appunto (ottobre 1867) spinge i suoi armati contro gli ultimi resti del dominio papale, a «crollar il tabernacolo dell'idolatria, dell'impostura, delle vergogne italiane, il piedestallo di tutte le tirannidi».

Invano, come si ispirò sgomento per Mazzini, si vuole spargere il ridicolo sopra Garibaldi. Mito piuttosto che persona, stupendo agente di decomposizione sociale; ammirato pel dono di ispirar la gioventù e spingerla al sacrifizio, riprovato perchè si fa superiore alla legge: se non destarono stupore le iperboliche ovazioni fattegli a Londra fra una plebe che ogni anno brucia un fantoccio schiamazzando «Non più papa»; fra Anglicani che da lui ripromettonsi la distrazione della cattolicità; fra la massoneria mondiale che divinizzava la propria creatura, in un secolo che è costretto crearsi degli Dei per far senza Dio; a chi ci lesse non farà neppur meraviglia il vedere l'entusiasmo durare in un paese tutto cattolico qual è l'italiano, e che altrettanto non n'avea mai mostrato a nessuno fuorchè a Pio IX. E Pio IX, continuo bersaglio de' più abjetti suoi strapazzi, incaricava il professore Tonello: «Dica a Garibaldi che questo povero vecchio, ch'egli chiama il vampiro del Vaticano, gli perdona, e prega per esso, e anche stamattina ha detto messa per lui».

E per verità il gran nemico consolida il papato col far vedere quanto la quistione sia superiore ai mondani intenti, giacchè tutta la cristianità vi prende interesse, e mostrano venir a difenderlo fin quelli che cospirano per abbatterlo. Ma è ben da aspettarsi che l'accolta de' suoi adulatori lo sorpassi; e mentre la ciurma lo acclama Dio e Messia e Cristo[618], e consacra la camera ove dormì a Palermo, e crede che la capanna della maremma ravennate ove morì sua moglie diverrà gloriosa come quella di Betlemme, il vulgo ricco, dotto e patrizio ne rincari le bestemmie, ne echeggi le provocazioni; e la stampa plebea denunzii i mali causati dalla religione, allora appunto quando la nazione più soffre di quelli cagionati dalla irreligione[619].

Ma uomini e fatti tali segnalano il carattere ed il valore d'un Governo. Il quale, esautorato da questi suoi veri padroni e creatori, oltre le incessanti e sin fanciullesche molestie alla Chiesa e agli ecclesiastici[620], oltre l'imputar ad essi ogni delitto, ogni sventura[621], si atteggiò spesso in modo da procurare uno scisma. Governo e parlamento professano ed attuano dottrine repugnanti fin al cristianesimo, sotto uno statuto che pone come unica religione dello Stato la cattolica, apostolica, romana. Alla Camera, nel 26 gennajo 1857, avendo il ministro Lanza proferito che «la religione cattolica sarà il fondamento dell'educazione ed istruzione morale, data dallo Stato negli istituti pubblici», si reclamò, si protestò fino a volere che nell'insegnamento si avesse anzi a combattere la religione cattolica, trascorrendo a segno che Revel riflesse, se altri avesse ciò detto della protestante o dell'ebraica[622], sarebbe stato gravemente ripreso. Ampliatosi poi il parlamento, e dalle elezioni astenendosi coloro che faceansi scrupolo di coadjuvare un ordine di cose originalmente riprovevole, la rappresentanza della nazione fu abbandonata alle sètte, e vi si dichiarò che il cattolicesimo è finito, che tutta l'opera del neonato regno deve consistere nel distruggerlo in ogni luogo, per ogni mezzo: vi si distinse il Dio di Pio IX da quello dei deputati: nel 1866, un giornale auspicato dal Governo (il Diritto) scriveva: «La nostra rivoluzione tende a distruggere la Chiesa cattolica, e dee distruggerla, e non può non distruggerla se non vuol perire»; un altro, pure governativo (l'Italie), inventava il Dio dell'Austria, e conchiudeva: «Se è vero che Dio esiste, bisogna scompaja col potere che lo invoca, e di cui fu complice. Il mondo moderno lo respinse, egli deve calar nella medesima fossa, in cui sarà gettata la dinastia degli Absburghesi, che fu lo scandalo e il flagello dell'Europa». Il professore Tommasi domandava: «Chi più sa che cosa sia l'evangelo?» Il professore Bertini asseriva un Dio molto diverso dal Dio teologico[623]: all'esposizione universale di Parigi la commissione italiana conferì un premio alla Società Biblica per le sue cure intorno all'istruzione. E ogni giorno, e viepiù or che si diede ai Protestanti il trionfo di poter comprare i beni rapiti alla Chiesa, ascoltando gli sproloqui del Parlamento, più che la nequizia de' concetti e l'inurbanità delle proposte fa stupore la supina ignoranza dei fatti e delle dottrine.

Per verità Iddio è una superiorità, e la superiorità diviene ogni giorno men tollerabile alla democratica eguaglianza. Eppure quest'idea è tanto difficile a cogliere quanto ad eliminare: più se ne ragiona men se n'intende: ma il sentimento la afferma: e Dio è l'ultima parola di quei che sanno come di quei che ignorano. Spingansi le scoperte quanto si vuole, resta sempre alla fine un mistero: contemplato l'universo, analizzati tutti i corpi, l'occhio s'inchina davanti al velo del santuario: più luce si sparge sulle cose sensibili, più v'appare Iddio. Gli zoologi disputano della trasformazione della specie; sta bene: ma coloro che se ne servono per escludere Dio dalla creazione, non fanno che sostituire un'idea all'altra, slontanare le origini, ma nulla provano nè in pro nè contro la divinità. Se non che in tale quistione non si tratta soltanto di Dio. Tolte le credenze positive di cui vive la società, e su cui fondasi il diritto, vacillano l'ordine morale e il civile, più l'uomo non sentendosi davanti ad una podestà maggiore di lui, e che sola ha diritto di regolarlo, ha potenza di soddisfarlo. Il libero pensare è la negazione teoretica della costumatezza, poichè, a guisa della prostituta, passa da un'opinione all'altra, secondo ogni desiderio isolato. L'errore morale più non può essere riprovato, giacchè le infinite suddivisioni arrivando all'assoluto individualismo, perfino la virtù obbligatoria si smarrisce per entro uno scetticismo, che non porge nè dogmi allo spirito nè norme alla coscienza. I triumviri a Roma pubblicavano al 27 aprile 1849 che «la vita e le facoltà dell'uomo appartengono di diritto alla società ed al paese nel quale la Providenza lo ha posto»; a Napoli il medico Renzi recita l'apoteosi di Agesilao Milano e il senatore Imbriani ne fa l'epitafio[624]: Cavour asserisce che colla verità non si governa: perfin l'Azeglio, nel proclama 11 luglio 1859 ai Bolognesi, diceva che «Iddio fece l'uomo libero delle proprie opinioni, sieno politiche o religiose». Qual meraviglia se i socialisti crescono a dispetto del senso universale, e in grazia de' terrori che spargono contro la politica cristiana?

L'immoralità mena al culto della forza, e questa surrogasi man mano che la Chiesa si restringe. Sit fortitudo lex justitiæ: chi è debole non è nulla; gli Stati si valutano dal numero de' soldati; il merito consiste nel riuscire; il fine giustifica i mezzi: interessi e scienza s'accordano a veder la religione come un ostacolo alla sovversione sociale, dunque si distrugga; ciò che sa d'ideale ripugna alla critica come principio di condotta, dunque si elimini: il giusto è di rafaccio col suo esempio, dunque si opprima; il diritto sia rappresentato dall'esito; la coscienza dall'utile. Che storia? che convenzioni? che trattati? idee antediluviane. Colla fede periscono la libertà e dignità dello spirito: abolito il creatore nella natura, la providenza negli eventi, non rimane più vita intellettuale spegnendosi la ragione; non vita morale obliterandosi la coscienza; non dignità politica in situazioni false da cui non possono uscire che situazioni disastrose; non gioja schietta inaridendosi il cuore nel mesto spettacolo della morte dell'Eterno[625].

In questo ontoso trionfo de' sofisti e de' violenti, dove il vero vinto è il buonsenso, vedrà altri le cause delle miserie odierne, delle applaudite iniquità internazionali, dell'indifferenza a mali veri per culto a frasi abbaglianti. Noi li guardiam solo come eresie; ma chi volesse salvare i dominanti dall'abisso ove li spingono i loro adulatori potrebbe rammemorare che Voltaire dicea, «Fra venti anni Dio sarà ito», e i re gli sorrideano. Dopo venti anni Desmoulins diceva: «I re sono maturi: Dio non ancora», e i re non poteano più ridere, côlti dal pugnale, dal patibolo, dalla conquista, dalle sommosse, dalle annessioni, fin da quella che i diplomatici chiamano pace, e non è che una maschera della reciproca paura.

DISCORSO LVII. LE DIFESE.

Parve che, col suffragio universale in politica, s'introducesse anche la competenza universale in fatto di dottrine e pratiche sacre; la parola scienza si contrappose a qualunque insegnamento dogmatico o religioso; nè tra l'atomo primitivo e l'essere pensante e libero si volle mettere altro che la forza, operante per secoli che non cominciarono e non finiranno. Guerra dunque a questa parentela delle anime che è la religione: guerra dai Regalisti, che confondendo lo Stato colla società, a quello sottomettono la Chiesa, altro non vedendo che individui rimpetto ad esso, e creando il cesarismo democratico che accentra tutto nel Governo, fin le coscienze, e titolo di libertà politica ricusano ad ogni libertà morale e indipendenza individuale; guerra dagli Unionisti che in una stessa chiesa, non ostante la diversità del simbolo, vorrebbero ridurre anglicani, ruteni, romani, accusando d'angustia il cattolicismo che respinge l'amplesso della verità coll'errore[626]; guerra dagli Unitarj, che proclamano la morale del cristianesimo, ma senza dogmi; guerra dai Latitudinarj che accettano del cristianesimo quel che residua dopo eliminate le differenze tra cattolici e protestanti; guerra dagli Umanitarj che sola religione riconoscono la natura; guerra dai Razionalisti, che, nei culti stabiliti, non vedono l'espression della fede, e solo alla scienza libera e indipendente, al pensiero filosofico domandano il secreto degli umani destini, la regola delle credenze e delle azioni, alla ragione sola attribuiscono tutti i progressi dell'umanità, compreso il cristianesimo, che fu un prodotto, tra filosofico e popolare, del genio e del cuore dell'uomo. Separata la ragione dalla fede, la separano anche dalla morale arrivando alla negazione del dovere; e al cristianesimo di canoni positivi e di sanzione sopranaturale surrogano massime d'elastica argomentazione, o affermazioni panteistiche, o negazioni materialistiche e scettica fluttuazione.

Con questa opposizione, sociale, religiosa, civile, principesca, alla distruzione di tutto l'ordine storico e morale faticano e applaudono persone che mai non conobbero i grandi lavori dell'apologetica cristiana, non apersero mai un'esposizione scientifica dei dogmi: sentirono un dubbio, uno scherno; lo trovarono conforme all'istinto proprio e all'indole del tempo, e se ne munirono contro la fede, a cui gli aveva educati la madre.

La qual fede porta che la ragione non abbia bastante lume, nè la volontà forza bastante per conoscere o raggiungere il fine, al quale l'indirizzo e l'assistenza non può darsi che dall'alto: sicchè tolto il Cristo, che rialzò l'umanità caduta, il Cristo che amò gli uomini sino a morir per essi, rimane soppressa la carità, e reciso alla radice l'albero dell'odierna civiltà. Perocchè l'anima non si lascia decomporre nelle sue facoltà come la statua di Condillac; e se ha la ragione, ha pure il sentimento e l'immaginazione; vuol conoscere, ma anche amare.

Contro di questi varj nemici ebbe a combattere la Chiesa, e in prima nell'ordine pratico colle antiche sue istituzioni e con nuove. Alla Congregazione di propaganda si crebbe attività. Gregorio XVI dal 1831 al 45 creò centonovantacinque vescovadi, e trentasei vicariati apostolici; ripristinò la sede vescovile d'Algeri; affidò agli Oblati di Pinerolo la missione di Ava, e del Pegù; istituì il vicariato dell'Africa centrale; dai selvaggi dell'Oceania ebbe lettere affettuose e doni singolari; favorì l'opera pia a tal uopo istituita a Lione, e morendo lasciò scudi diciasette mila alla Congregazione di Propaganda, e i suoi libri al Collegio Urbano che aveva affidato ai Gesuiti. Ventidue nuovi vicariati istituì Pio IX, massime nella Cina e Cocincina, e nel Bengala e in altre parti dell'India e dell'Africa: ristabilì la gerarchia in Inghilterra; la rinnovò in Olanda; la rintegrò nella Spagna riconciliata.

La Propaganda nel 1860 contava settantun vicarj apostolici, nove prefetti apostolici, tremila ducensessantasette missioni, con sei milioni seicento sessantaduemila e ottantaquattro fedeli; ed oggi annovera centuno vicariati e cenventisette prefetture. In appoggio di questa immortal gloria e gioja del pontificato, moltissimi collegi di Roma educano i Germanici, gli Ungaresi, i Greci, i Ruteni, gl'Irlandesi, i Belgi ecc., oltre quelli di varie congregazioni religiose, massime di Gesuiti, di Redentoristi, di Lazaristi. Il collegio Urbano, ubertoso semenzajo di missionarj, fu coadjuvato dalle pie società delle missioni (1854), dal collegio ecclesiastico Pio inglese (1852), dal Seminario francese (1853), dall'Americano (1858), e da altri fondati a Parigi, a Lione, in Irlanda, a Genova, a Milano, a Torino; i cui alunni accorrono dovunque i trattati schiudono un nuovo paese, spesso li prevengono; onde dalle Montagne Rocciose fino al Gange, dalla Cina al capo di Buona Speranza apronsi chiese, si consacrano sacerdoti, e le mazze colle quali i selvaggi spaccavano la testa de' nemici si convertono in croci, nel cui segno tutti divengono fratelli.

Così, oltre essere cattolica per l'imperturbabile stabilità de' suoi dogmi, come quando restringeasi fra dodici nel cenacolo di Gerusalemme, la Chiesa si rifà delle molte jatture con tante conversioni, le quali sono specialmente notevoli in Inghilterra[627].

Le istituzioni pie e caritatevoli, ricchezza delle età precedenti, che tanto aveano deteriorato nella rivoluzione, si diede opera a restaurarle, meglio conformandole all'indole del secolo. Gli Ordini religiosi, che dapertutto erano stati spenti, vennero ridesti almeno in parte, e fra essi, «annuendo alle pressanti suppliche di vescovi e di personaggi altissimi», anche quello dei Gesuiti, carico dei meriti e delle maledizioni di tre secoli. Coi Gesuiti furono confusi i Liguoriani da coloro che di quel marchio infamano chi mostra dottrina e zelo più dell'ordinario. Fra' nuovi Ordini introdotti rammenteremo gli Oblati della Beata Vergine senza speciali voti; i sacerdoti della Carità dell'abate Rosmini, diretti a perfezionare il sacerdozio: e le Figlie della Carità, istituite in Francia sotto la direzione di san Vincenzo di Paolo, ed ora moltiplicate in Italia e in molte guise imitate, principalmente da Maria Maddalena di Canossa veronese nell'intento di servir ai poveri e perfezionarsi nell'amor di Dio e del prossimo, ed esser sorelle di quei che non hanno sorelle.

Nuove opere di carità si propagarono; come a Milano la Pia unione, benedetta dal popolo e beffeggiata dai gaudenti col titolo di Società del biscottino per le chicche onde ricreava i poveri malati dell'ospedale, mentre ai sani compartiva sussidj, lavoro, educazione, ricreazioni, rifugi di pericolanti e pericolate; a Firenze il ricovero delle traviate aperto dalla Frescobaldi Capponi; a Imola l'unione di San Lorenzo; a Bologna la pia opera de' vergognosi; a Modena lo stabilimento di sant'Orsola per l'educazione di fanciulli poveri; ad Ancona, a Cremona, a Napoli, a Torino, a Venezia, a Brescia, a Bergamo, a Novara, larghe e molteplici beneficenze del Baroni, del Manini, della Ciceri, della contessa Barolo, del Massa, del Cottolengo, dei Cavanis, dei conti Passi, della Rosa Govona, della contessa Bellini. L'Olivieri, e il padre Lodovico da Casoria riscattavano bambini mori; il Botta e il Moriondi somaschi prendeano cura di fanciulli discoli; l'Assarotti e il Fabriani dei sordomuti, speciale attenzione delle Suore della carità.

Non so se agli eretici possa darsi miglior confutazione che la santità di queste opere, che sono derise dai fortunati, e dagli statolatri attraversate nell'esercizio del bene e nella libertà del sagrifizio.

In quest'ordine pratico non mancarono eccessi ed illusioni. Nel disastro di tutte le credenze v'è sempre anime amorose e passionate, che si vendicano dell'ateismo e dello scetticismo non solo col ristabilir la fede religiosa, ma inabissandosi in Dio col misticismo, che, quando invade, più non conosce freno, repudia l'autorità, tramuta la tradizione in simboli, e tutto assorbe nell'oggetto del suo amore. Di sue aberrazioni s'ha un testimonio nella Vera idea dei così detti millennarj cattolici, lettera d'un prete cittadino (Luigi Giudici) ad un parroco campestre (Lugano 1816), seguìta da un'Esposizione e dilucidazione; poi dal Nodo della quistione del giorno, e dalla Risposta ad alcuni dubbj; sempre in lettere, di cui l'ottava è Vera idea dell'errore millennario: e la sesta, Giudizio sull'opera del padre Giuseppe M. Pujati toccante il sistema millennario cattolico lambertiano.

Anche Agnese Maria Firrao, monaca di Santa Chiara a Roma e istitutrice d'una riforma del terz'ordine, acquistò reputazione di santità, ebbe estasi, rivelazioni, poi convinta di frode si ritirò a penitenza.

Francesco Antonio Grignaschi, parroco di Cimamulera in Valdossola, nel maggio 1843 pretendeva aver saputo in confessione esistere una setta adoratrice del diavolo, ne' cui ritrovi compivansi inaudite nefandità, usavansi le cose sacre ad atti impudichi, trafiggeasi con pugnali l'ostia consacrata; costoro aver tramato di uccidere Carlalberto mentre in Alessandria assisteva alla coronazione dell'immagine di Maria. Corse egli per rivelarlo al re, e nol trovò; al vescovo di Novara, e nol trovò; onde recossi a Roma per chiedere al Sant'Uffizio di poter denunziare le persone rivelategli in confessione. Tale facoltà niun vescovo, neppure il papa avrebbe potuto concedergli; ma a suo modo egli espose il fatto al conte Broglia ministro sardo, e questi alla Corte, e mandò la lista de' cospiratori che comprendeva anche alti impiegati e cittadini onorevolissimi, i quali, a sentir lui, aveano patto espresso col demonio, da cui riceveano denaro, erano trasportati all'adunanza mensile, dove, oltre le nefandità, si divisavano i modi d'abbattere la religione e i troni[628].

Queste rivelazioni occuparono il Sant'Uffizio non men che la diplomazia e il Governo sardo; ma pajono delirj d'un pazzo, forse al pari delle dottrine da lui foggiate, e dove supponeva d'esser un nuovo Cristo, venuto a rigenerare il mondo pervertito, e recare una nuova rivelazione. Fin dal 1842 cercò accreditare nella sua parrocchia un santuario, a cui s'accorresse da tutte le parti, e vi s'adoperava col pretendere di conservar le tradizioni della Chiesa, e col circondarsi di meraviglioso che colpisse le immaginazioni. Pertanto insinuava ch'egli avesse rivelazioni: una tal Giovannona, che fe passare come prediletta della Madonna, e che parlasse con questa, e ne recasse i comandi a lui curato, l'assicurava che avrebbe a patire quanto il Verbo umanato; sarebbe crocifisso, sepolto, e risorgerebbe a compier l'opera della redenzione. Morta costei il 1846 nel fior dell'età, nell'uffizio di ricever rivelazioni e far miracoli egli le surrogò Domenica Lana, che arrivò a spacciare esser la stessa Maria Vergine sposa di Dio.

Nel libro Crux de Cruce, tolto da quanto il Grignaschi dettò ad uno de' suoi e pubblicato da Giuseppe Provana, si spiegano errori inescusabili: la Chiesa di Cristo sarà distrutta, per venir poi riedificata colla cruenta riproduzione del sacrifizio della croce: sarà mondata colla verità dalla confusione degli errori che la infestano: non le furono rivelati ancora tutti i secreti di Dio: per la redenzione il peccato fu vinto, ma non distrutto[629].

Chi ci ha letti sa i modi e le conseguenze di tali opinioni. Il magistrato volle reprimere quelle eccentricità scandalose; mancando però l'esplicita dichiarazione de' fatti imputati, non si venne a condanna. Il cessar della persecuzione crebbe gli spiriti al Grignaschi; pie signore, fin sacerdoti lo appoggiarono, quasi fosse vittima delle ostilità che allora si cominciavano al clero e alla fede: quel che anche una vulgare prudenza bastava a prevedere, cioè i disastri del 1849, parvero profezie; tanto che il Grignaschi si avventurò ad asserire d'esser vero Cristo, incarnato per purgare il mondo dall'iniquità, e piantare una nuova religione. Ai parroci vicini e a varie persone a Casale, a Domodossola, a Vercelli, e principalmente ai Franchini e a Viarigi fe tali asserzioni, dapprima coll'allettativa del segreto, poi coi vanti delle solennità con cui era ricevuto, e della folla che traeva alle sue prediche. D'allora le stesse immondezze divenivano merito, siccome comunicazione del corpo di Cristo: distinguevasi il sentire dall'acconsentire, al modo de' Quietisti, lo spirito assorto nella contemplazione e la carne concupiscente. I proseliti egli ricevea con riti e giuramenti di secreto; fra loro costituiva gradi e cariche; e se ne serviva di stromenti per conoscere i fatti altrui e mostrarsene indovino. Vi univa il lacchezzo politico, promettendo Pio IX convertito, l'Italia unita sotto un solo vessillo; mentre agli scontenti prediceva il ripristino degli ordini antichi.

Molti gli credettero, e n'erano spinti ad atti di virtù, a limosine, a sacrifizj: interi villaggi, massime Viarigi e i Franchini, n'erano agitati: finchè il magistrato arrestò questi turbatori della quiete, e li processò. L'avvocato fiscale Minghelli asseriva che e lo Statuto e il Codice impongono al Governo di vigilare che nel regno non s'introducano altre religioni fuori della cattolica dominante e delle tollerate, per evitare il disordine della società[630]; sicchè il professare principj che intaccano o menomano la forza della religione cattolica dev'esser represso e punito, perchè colpisce la società nel punto più vulnerabile.

Colla consueta passione tolse a difenderlo l'avvocato Brofferio, come un infelice, spogliato delle insegne sacerdotali, rejetto dalla sede pontificia, denunciato dalla cattedra episcopale, e asseriva che una condanna non chiuderebbe al Grignaschi l'avvenire «che a lui incontestabilmente appartiene».

Il Grignaschi in una lunga difesa dicea press'a poco che, se Cristo può discendere nell'ostia e transustanziarla, lo può anche in un uomo. Il prete Marrone, che era uno de' più costanti proseliti, in un lunghissimo discorso sostenne la divina missione del Grignaschi, accumulandone le prove[631]: il che fece anche il Ferraris, adducendo fatti proprj, guarigione da mali, scoperta di secretissimi suoi pensieri, apparizioni, rivelazioni, che non lasciavano dubitare essere volontà di Dio si credesse quel ch'esse attestavano; giacchè egli non era «uomo di pregiudizj, nè di superstizioni, nè di panico timore, neppur troppo corrivo a credere lo straordinario e il nuovo». Luigia Fracchia ex-monaca, una delle più infervorate alla nuova credenza, e strumento del Grignaschi, da molti miracoli e rivelazioni che ebbe, parevale attestato «il medesimo, che trovasi nella Eucaristia, trovarsi pure sotto le spoglie di quel sacerdote», ond'essa corse a lui riconoscendolo per vero Cristo, e adorandolo.

Il 15 luglio 1850 fu proferita la condanna di relegazione per dieci anni contro il Grignaschi, oltre l'emenda pubblica: minor pena agli altri; la Fracchia a due anni d'ergastolo.

Tanti casi sopraggiunsero, che quel processo, cagione di tanto rumore, fu dimenticato a segno, che ben poco potemmo noi raccogliere dalle memorie, e a fatica ne trovammo i documenti[632]. Eppure non ci parve superfluo il richiamarlo a memoria, perchè vogliano i lettori confrontarlo con altri che ci vengono qua e là indicati, valersi del presente per ispiegare il passato, e, non foss'altro, divenir meno superbi di quello, e più indulgenti verso di questo. Soggiungeremo che il Grignaschi trovò credenti ed apostoli non pochi nelle diocesi d'Asti, Novara, Casale, anche probi e colti, da' quali fu tenuto in reputazione di santità anche dopo che le sue dottrine andarono condannate; e oggi stesso non mancano veneratori al Profeta e al suo mistero.

Alcuni seguaci ebbe pure il polacco Adamo Mickiewic[633], e più Andrea Towianski, il quale, dalla Svizzera tornando spesso a Torino, guadagnò proseliti a quella che intitola l'Opera di Dio; persuadendo che dalla presente corruzione non si possa uscire se non accettando il soccorso del Signore, il quale ora appunto dà la sua misericordia alla Chiesa e alle nazioni. Tutta la luce del Towianski riposa in questa unità, d'adempiere la volontà di Dio mediante i sagrifizj di Gesù Cristo; e crede che Dio nella sua misericordia permetta oggi d'estendere l'azione salutare della Chiesa chiamando l'uomo a conoscer meglio que' sagrifizj, ed applicarli alla vita privata e pubblica. Non proclama egli dunque una dottrina nuova, ma la grazia e la vita che riconciliano con Dio e col prossimo, e credesi eletto per ricevere il pensiero di Dio e trasmetterlo a quest'età. Un libro suo intitolato il Banchetto (Biesada) lo fece perseguitar a Parigi come a Roma, ma dichiarò non esser che una improvida raccolta di conversazioni intorno all'epoca superiore della via e del regno di Gesù Cristo. Quei che gli credettero esercitano l'amore con zelo e calma, quasi donati di particolar luce cristiana dalla misericordia divina[634], ma i Cattolici domandano donde egli deduca la sua missione.

È ben notevole come, fra tanto mareggiare nel dubbio e tanto fremere d'anime nate all'odio, s'incontrino ancora esempj d'allegrezza esultante o di profonda tristezza nel contemplare ciò ch'è fuori di questa valle di lacrime, astraendosi dalle presenti materialità per affissare in Dio il pensiero, la volontà, il sentimento, e abbandonandosi alla carità, talvolta sin al peccato, e sin a dare un carattere sensuale all'amor divino. Una nostra leggenda racconta d'un artista che dipingeva una Madonna Assunta sopra una cupola altissima. Per osservar l'effetto d'una mano tesa verso la terra, egli piegossi indietro senza avvertire che il palco finiva, e ne precipitava a sicura morte. Ma in quell'atto stese la sua alla mano ch'egli stesso avea dipinta, e quella il prese e lo sostenne, sicchè fu salvo dalla credenza nell'opera propria.

In un secolo di tanti errori, le opere e le istituzioni non sarieno bastate senza il sussidio della scienza; nè questa mancò. La teologia si tenne sempre all'altezza che le è propria, singolarmente in Roma come scienza della Chiesa cattolica, immobile nelle verità dogmatiche, progressiva nello scoprir le relazioni fra i termini. Perocchè la Chiesa, oltre il pensiero immutabile, eterno come Dio, ne ha uno sottomesso all'andar del tempo e de' luoghi; quello è il dogma rivelato, questo è scienza umana delle opinioni che al dogma s'innestano, e perciò partecipa della maggiore o minor cultura, e dee progredire colle dottrine e la civiltà, non solo pareggiandole nello sviluppo, ma sovrastandovi in estensione, profondità, eccellenza[635]. Come Napoleone quando vagiva ad Ajaccio non era quello che vinceva ad Austerliz, così la teologia è diversa in sant'Agostino e in san Tommaso, negli scolastici e nel Bellarmino. L'unità e l'uniformità sono due cose distinte, e un Padre notò che la veste di Cristo era inconsutile, ma quella della Chiesa ha diversi colori; ed oggi è mutato il modo di studiare il sovrintelligibile e di ridurlo coll'intelligibile a una concordia che il vulgo crede impossibile. Nell'esaminare la dottrina, gli effetti della dottrina, i titoli della dottrina, deve la teologia procedere sinteticamente, giacchè la dogmatica cattolica è il più compatto sistema che sia e la maggior unità, dove ogni dogma è tutta la scienza, nè l'uno può dall'altro disgregarsi senza intaccare l'integrità; a differenza dell'eresia che s'industria nell'analisi spicciolata, disgiungendo il fedele dalla Chiesa, il cristiano da Cristo, la fede dalla carità. Pei Cattolici la rivelazione è perenne nella Chiesa, come il sagrifizio; e non rivela o ispira cose nuove, ma tien perennemente viva la ispirazione originale, e fa che l'umano pensiero e la società cristiana viepiù s'addentri nelle verità rivelate. Quest'opera immanente e continua attribuì Cristo allo Spirito Santo che avrebbe mandato dal cielo dopo compiuta la redenzione. «Io (diceva) v'ho parlato stando presso di voi, ma fuori di voi: v'ho messo innanzi il corpo della verità; ma queste cose lo spirito Paracleto ve le suggerirà dentro; e sarà con voi in perpetuo, e voi lo conoscerete perchè sarà dentro di voi: egli è spirito di verità, e tutta ve la insegnerà: renderà testimonianza di me; mi glorificherà, perchè procede dal Padre come me, e da me stesso procede, e attinge dalla mia fonte, e riverserà a voi»[636]. Onde non v'è pericolo che l'insegnamento interiore discordi mai dall'esteriore, poichè sono due forme della stessa verità. Di qui la Chiesa trasse la preghiera con cui domanda lo Spirito che illuminandola la introduca in tutta la verità[637].

Le dispute fra probabilisti e tuzioristi non ci riguardano, e più volentieri diremo come la polemica applicò cognizioni complesse a sventare le ipotesi e i paradossi che i moderni aggiunsero agli antichi, discutendo le profezie, i miracoli, le testimonianze.

Il padre Pianciani nella Cosmogonia naturale comparata col Genesi difende il Pentateuco dagli attacchi de' naturalisti, come già avea fatto a Roma il Wiseman nelle famose Conferenze, abbandonando quei timidi che s'affiggono a interpretazioni troppo materiali, eppure astenendosi da affermazioni premature e compromettenti. Così il Ballerini, il Nardi, il Detorri, il Regis, il Gaude, il Pacifico, il padre Secondo Franco, il Ghiringhello... la teologia rinfrancarono colle scienze umane, e richiamarono le menti all'austera scienza dei dottori in quella ampiezza che comprende l'intelligenza come la sensitività, l'esame come la certezza naturale, la libera speculazione e l'autorità, l'indagine dei fatti interiori e la rigorosa deduzione de' principj. Tale affacciasi la teologia in san Tommaso, sulle cui orme vanno il padre Liberatore, il Capecelatro, l'Alimonda, il De Crescenzio (De intellectu philosophiæ 1863). Voghera discusse sulla podestà e infallibilità del papa e della Chiesa. Fin trenta edizioni ebbero le Istituzioni del padre Perrone, autore di opere insigni pei più dotti e per le scuole, come d'altre popolari, quali l'Apostolato cattolico e il proselitismo protestante; il Protestantismo e la regola di fede; il Piccolo catechismo intorno ai Barbetti e Valdesi; il Catechismo intorno alla Chiesa cattolica; il San Pietro a Roma; Lucilla disingannata, ove confutava un tristo libro del Monod.

L'Audisio, dopo educata l'eloquenza sacra, ragiona del diritto pubblico della Chiesa; come l'Avogadro, il conte Solaro della Margherita, i vescovi d'Imola, d'Ivrea, di Mondovì[638] ed altri dibattono le quistioni sociali e civili: e non è per difetto di maestri se sì mal le conosce quella turba che più crede sapere quanto ha meno studiato. Essa rinfaccia che non vi sono più i Tommasi, i Bellarmino: quasi gli Ariosti, i Galilei, i Raffaelli abbondino nella presente universale decadenza. Ben è a dire che la discussione è difficile quando l'oppositore ignora i principj, come non si può convincere dell'assurdità del moto perpetuo chi non sa gli elementi della meccanica.

In concorrenza con imprese forestiere, le compilazioni della Biblioteca Ecclesiastica, della Biblioteca dei padri e dottori latini diffusero studj di cui troppo era bisogno.

Alle produzioni dell'esegesi tedesca, e del razionalismo contro l'ispirazione e la canonicità delle Scritture non abbastanza si opposero studj d'ermeneutica sacra, e di patristica[639], e quell'alta teologia che eleva la critica ad invenzione; pure possiamo compiacerci del Secchi, di Bernardo Rossi, del Maj, del Patrizj, del Cavedoni; l'Ungarelli e il Vercellone compirono sul testo sacro lavori da non iscomparir a petto di qualunque straniero, e mostrare che l'intelletto umano sa rivendicar la sua indipendenza sempre, e lanciarsi all'esercizio individuale anche commentando.

Le bestemmie mistagogiche del Renan eccitarono a risposte il Passaglia, il Capecelatro, il Ghiringhello, l'Isola, il De Riso, il Delitala, il Grimaldi, l'Arnaldi, il Vitrioli e molti altri; dopo i quali la semplice lettura de' vangeli basta a convincerci che, al sommar de' conti, il nostro Cristo è migliore che non tutte coteste invenzioni.

Del resto la teologia ha una storia come l'altre scienze, ed è nobile esercizio dell'attività intellettuale il seguitarne le fasi; in che guisa gli atti della ragione umana s'applicarono al divino oggetto della rivelazione; con qual metodo queste verità furono esposte, spiegate, provate, combattute; qual nuova filosofia di Dio e dell'uomo ne origina: qual parte ha esercitato nell'incivilimento umano e nel progresso della società. Ma se si tornerà al bisogno del vero per altre vie, bisognerà bene che la teologia si atteggi al nuovo arringo, giustificando i fatti su cui fonda la sua autorità, a norma delle presenti condizioni dello spirito umano e delle profonde modificazioni che la controversia religiosa ora subì: alleandosi intrepidamente alla scienza per arrivare alla grande unione della fede, del raziocinio, dell'esperienza.

La predicazione si fece più austera che non avesse cominciato col Barbieri; e se possiamo citare pochi oratori che accoppiino familiarità e decoro, logica rigorosa ed eloquenza passionata, è consolante che in molti luoghi si tengono conferenze (Bausa, Franco, Perrone, ecc.) per trattare dottrinalmente i punti che gli avversarj gettano in pubblico. Si estesero le missioni, in cui pare che il sopravvenire d'un prete straniero a predicare e confessare ridesti le coscienze, assopite alla voce del parroco consueto.

Dalle altezze della filosofia come s'inizia l'errore così è necessario proceda e si rinfranchi la difesa della verità. Nè qui ci mancarono sommi ingegni.

Già al vulgare sensismo di Locke e di Condillac[640] eransi opposti fra di noi il cardinale Gerdil, che sostenne non poter l'idea dell'ente derivare dai sensi, e neppure esser idea formata: il Falletti, che al canone della sensazione surrogò il leibniziano della ragione sufficiente e la generale idea dell'essere, dedotta dal pensante; Ermenegildo Pino, che il principio d'una scienza universale trova nella natura divina, sorgente della ragione umana. Pure non tolsero che le inezie sensiste fossero propagate fra noi, senza malizia dal padre Soave e con arte dal Lalebasque (Pasquale Borelli) e dagli ex-preti Compagnoni, che tradusse il Tracy, e Melchior Gioja, il quale della morale faceva un ramo dell'economia politica e una scienza della felicità, sicchè ponea fra i delitti punibili il digiunare, il celibato, il mortificar la carne. Verso la verità e la natura si tentò ritornare o per via dell'ecclettismo coi Francesi, o del senso comune cogli Scozzesi, cercando conoscere la natura dell'uomo e la sua finale destinazione. Le dottrine di Kant, che toglievano la coscienza all'intelletto relegandola nella sensibilità, non ebbero molto seguito fra noi, dove furono limpidamente esposte e oppugnate da Pasquale Galluppi.

Il siciliano padre Gioachino Ventura (1792-1861), fermo a innestare la filosofia sulla rivelazione, ripudia l'intuito delle idee eterne; e staccato dal tradizionalismo di Bonald e di Lamennais, ricusanti ogni certezza fuor della parola di Dio, s'attenne a san Tommaso, il quale insegna che come la Grazia suppone la natura, così la fede suppone la ragione. Pertanto dalla prima opera sua De modo philosophandi modificossi assai. Dietro a quella sì cara illusione dell'alleanza della libertà politica colla religione cattolica, lasciossi trarre nel turbine rivoluzionario; ma lo svolgersi degli avvenimenti, che sono la logica delle idee, gli portò quella rettificazione de' proprj concetti che è la ricompensa delle intelligenze sincere. Le sue lettere a una protestante sono calzanti; come belle le ultime prove di temperar colla fede così la libertà civile come l'autorità sovrana, di librare la ragion filosofica colla cattolica; al qual uopo portò anche sul pergamo l'esposizione dottrinale del dogma.

Mentre i razionalisti dicono «La ragione è tutto», e i tradizionalisti «La ragione è nulla», noi diciamo «La fede e la ragione si scontrano nella verità» e su ciò fondasi la dottrina di Antonio Rosmini roveretano (1797-1855) che vuol elevare il mondo della scienza e della verità sulle ruine della sofistica e della menzogna. Pose egli innata l'idea dell'essere possibile, che poi accostò all'ente reale, svolgendola in tutta la comprensione e le forme, e repudiando quelli che trascurano i vincoli, per cui tutti gli enti sono connessi fra loro. Teologo al tempo stesso che argutissimo dialettico ed eminente filosofo, trattò le quistioni più scabrose e sottili, e se per quelle della coscienza fu denunziato alla Congregazione dell'Indice, ebbe la gloria d'uscirne senza taccia, a gran conforto della numerosa schiera de' suoi seguaci[641]. La sua Teosofia comparsa postuma fu giudicata l'opera più poderosa che si leggesse dopo san Tommaso. Di specchiata virtù e sincera fede, dalle eminenti speculazioni scendeva alle più minute pratiche della vita e della pietà; istituì i sacerdoti della Carità per l'esercizio d'ogni opera utile al prossimo, e le suore della Provvidenza per istruire fanciulle. In giorni procellosi pubblicò le Cinque Piaghe della Chiesa, ch'erano, la separazione del popolo dal clero nel pubblico culto, l'insufficiente educazione del clero inferiore, la disunione dei vescovi, la nomina di questi lasciata al poter laicale, la servitù de' beni ecclesiastici. L'acerbità di qualche espressione e la inopportunità coi tempi fecero censurare quest'opera, e l'autore vi si sottopose docilmente.

Non così piegossi il Gioberti, del quale ripetutamente avemmo a discorrere, e che rifacendo con metodo sintetico, ed esponendo con stile retorico la filosofia cattolica tradizionale dell'ente, già con finissima analisi esposta dal Rosmini, la esagerò sino alla formola L'Ente crea l'esistente: ponendo così fra sè e l'autore del Nuovo Saggio un inutile dissenso. Con forza irresistibile abbatte psicologi e soggettivisti, peccando però nel giudicar tali alcuni che nol sono.

Nè vuolsi dissimulare che i più dei filosofi nominati sono ecclesiastici, smentendo anche in ciò coloro che appajano chierica e ignoranza[642]. Si schierano essi sotto que' due campioni, Rosmini e Gioberti, pure mirando a qualche novità; e come la teologia li rattiene da teorie esiziali alla morale e al diritto, nella metafisica sostengono generalmente l'elemento intellettuale objettivo, l'intuizione immediata del primo vero, pertinenza divina, respingendo così lo scetticismo.

Il Saggio teoretico del diritto del gesuita Tapparelli sverta, come le dottrine sensiste del Locke e del Condillac, così le cesariane del Burlamacchi e del Romagnosi; subordina il diritto alla morale, senza però confondere il giusto coll'onesto, esterno quello, interno questo, quello obbligatorio, questo spontaneo.

Il padre Bonfiglio Mora e il Sanseverino (Philosophia christiana cum antiqua, et nova comparata 1862) posero la filosofia cristiana a riscontro della moderna.

Augusto Conti cerca il metodo compositivo, fondato sulla coscienza dell'uomo, non già solitario, ma con tutte le sue relazioni, le quali bisogna riconoscere quali sono: onde in una comprensione universale riunisce gli aspetti particolari del soggetto filosofico, per arrivare alla rigenerazione morale della coscienza.

Il Bertini nella Idea d'una filosofia della vita combatte l'antropomorfismo, cioè l'umanesimo esagerato, che supponendo originalmente buono l'uomo, deve immaginare un Dio nient'altro che clemente, la cui giustizia vendicativa è mera finzione andromorfica: e pensa che la filosofia critica, la quale, per dimostrare la veracità dell'umana intelligenza si vale soltanto dell'intelligenza, non può arrivare ad alcuna ferma conclusione. Sgomentato dall'assalto mossogli da Ausonio Franchi nella Filosofia delle Scuole italiane, scivolò cogli scettici, e ne' Dialoghi sulla questione religiosa (1861) pose a colloquio un teologo inetto, con un filosofo arguto, il quale argomenta che la certezza della fede non deriva da motivi religiosi, ma da atto della volontà: e che ogni religione, la quale faccia dipendere la salute dell'anima da certe credenze, è di necessità intollerante.

E sia pur vero che la ragione naturale non possa generare una fede sopranaturale; ma ciò non importa ch'essa non arrivi a generar una certezza naturale e piena. Ripudiamo poi affatto quel suo distinguere il dio teologico dal dio filosofico, del quale non importa tanto accertare l'esistenza, quanto formarsi un giusto concetto della sua natura; giacchè, si affermi o si neghi l'esistenza sua, egli se ne compiace del pari, purchè ciò venga da convinzione.

Come non deploreremmo tante avventatezze e fantasie buttate fuori col titolo di filosofia della storia? la quale non potrebbe essere che un connettere gli avvenimenti positivi a un piano divino, sicchè dall'avvenuto può argomentarsi quel che avverrà. Ma perduta la fede perdesi anche la ragione; laonde i sistemi nuovi son immaginazioni o ciarlatanesimo per annebbiar le menti giovanili nelle scuole imposte dal governo, in modo che neppur conoscano i fatti. Perocchè già vedemmo come da Cartesio, passando per Spinosa e Kant, s'arrivasse alla completa dissoluzione con Hegel: moda tedesca che vuolsi impiantare in Italia dopo che i suoi la repudiarono. Il dubbio di Kant è la fonte de' traviamenti moderni, e bisogna guarirne tornando all'esperienza e al buon senso. Ma l'esperienza deve estendersi a tutti i fatti, non restringersi a qualche applicazione, come fa quando esclude il sentimento, quando ama e odia, e le opinioni proclama come principj, e dal regno materiale deduce le leggi dello spirito, più nella novità confidando che nella verità, allettando col bizzarro anzichè col semplice e naturale, più ch'altro temendo la disapprovazione de' giornali e l'obblio de' contemporanei. Così pretendesi andar alla conquista della verità spogliandosi di parte delle armi che si possedono: a forza di sottigliezze si trae un codice di obbligazioni da un principio che non le racchiude: adopransi a turbare la ragione maggiori sforzi che non se ne vorrebbero a trarre dal buon senso facili regole, e revocare gli spiriti a se stessi, cioè al bene. Iddio ha dato all'uomo pensiero, libertà, amore, diverse e stupende realtà, colle quali mira alla realtà infinita; a Dio che è luce alla ragione, oggetto all'amore, scopo alla volontà, che egli fece, ma che non costringe.

Principio della filosofia è, la ragione esser capace di discerner il vero nell'ordine morale, e quel complesso di massime che costituiscono la religione naturale. La religione riconosce questa forza alla ragione: sol nega che essa sia sovrana: onde può benissimo associarsi colla filosofia, purchè questa convincasi che la religione è divina, che non si compone di tesi discutibili una a una, ma d'un accordo di dogmi rivelati dalla verità eterna in un libro sacro, affidato a un'autorità viva e infallibile. La filosofia erra quando le sue conclusioni contraddicono al dogma: ma possono allearsi mediante un atto reciproco. Per parte della religione, esso sta nelle decisioni dogmatiche della Chiesa: resta che la filosofia pronunzii il suo: e forse essa non potrà progredire se non ammettendo qual postulato la coesione del finito coll'infinito, della libertà colla necessità, della creatura col creatore; invocando la fede ad attestare la permanenza del me, e dare alla verità una sanzione superiore alla filosofica.

Al cristianesimo, la cui direzione è essenzialmente tradizionale, conferisce non poco la storia. Che se ella era stata, come alcuno definì, una vasta congiura contro la verità; se, non collocando gli uomini al loro tempo, facea piuttosto romanzi, e supponeva agli uomini e al tempo propositi che non ebbero perchè non aveano ragione di averli, e calunniava la verità nel passato per opprimerla nel presente; alcuni la revocarono a migliori uffizj, e istrutti dall'urtar in tante ruine di cose che credeansi immortali, esaminarono il vario indirizzo che via via presero il pensiero e l'attività degli uomini: col che i fatti non appajono più come fenomeni accidentali, ma sviluppo, seguito, effetto di precedenti, causa di susseguenti. Tale ci pare trovarla nei lavori del padre Tosti, del Capecelatro, del Balbo[643], del Troya, del Cantù, del Mozzoni. E ben della storia fatta seriamente e con un pensiero calmo e imparziale fa bisogno tra le passioni e i pregiudizj, e quando la critica è sì morta da lasciar credere a tutto ciò che venga asserito ne' libelli; i Congregandisti, i Calderari, i Gesuiti avvelenatori ed assassini, i Paolotti cospiratori, le monache prostitute, l'accordo fra clericali e borbonici, a Roma il brigantaggio pagato col denaro di san Pietro, la cuffia del silenzio a Napoli, e tant'altre menzogne elevate fino all'assurdità; quando un'ignoranza prodigiosa presta alla Chiesa dottrine di fantasia, assolutamente diverse, talvolta opposte alle sue.

Le storie contemporanee son tutte ossesse dalle passioni, e servili all'opinione decretata e adulatrice: pure alcune potranno leggersi non senza profitto, come il Farini e il Ravitti.

Non abbiamo una storia ecclesiastica, e fu tradotta persino una, che in grandissima parte non era se non traduzione dell'Orsi. Le vite dei papi ricevemmo da stranieri, e se le Memorie del cardinale Pacca ci introdussero ai dolori di Pio VII, quelle del cardinale Consalvi dovemmo aspettare da Francia.

Il padre Brunengo nelle Origini della sovranità temporale dei papi, e il Theiner nel Codex diplomaticus dominii temporalis sanctæ sedis, hanno raccolto tutti i documenti che chiariscono l'origine e i progressi del principato pontifizio; questo principato esposto ogni tratto ad assalti cui sembra dover inevitabilmente soccombere e che poi ne risorge, perchè dietro ad esso stanno la libertà e l'indipendenza della Chiesa.

E ripetiamo come la restaurazione e la difesa della verità cattolica sia stata assunta da molti laici. Ed «è bene (come disse un di noi in parlamento) che la protesta venga da chi dai frati, dai preti, dai vescovi, non ha nulla a chiedere, nulla a sperare nè per sè nè pe' suoi; nulla, se non che all'estremo giorno lo mandino confortato nella fiducia del perdono».

In ajuto della verità venne anche l'archeologia, frugando le catacombe, e traendone fin un'iscrizione del 71 di Cristo, affreschi del primo secolo, vasi di vetro, sculture del II, III, IV, musaici del IV, illustrati dal Marchi, dal Garrucci, da G. B. Rossi, che danno risposta senza replica alle negazioni di protestanti e razionalisti.

Non saremo noi che loderemo quelli che abusano della pietà con leggende indiscrete, e con idee antiquate, servili, irose convertono la religione in istrumento di riazione. Nè malgrado questo inverecondo abuso saremo noi che condanneremo la libertà della stampa, mercè della quale ci è dato di francamente saettare coloro che la fanno detestabile e i Governi che la depravano. Una stampa gladiatoria che si sostiene col quotidiano stimolante dell'empietà e del sensualismo, in gara d'immoralità grossolane contaminando ed avvilendo gl'intelletti e i cuori, e dando una febbre di bugia e d'esagerazione la quale tratto tratto prorompe in rivoluzioni, parve essere disapprovata dalla Chiesa, ma disapprovate anche certe censure legali, che lasciano la parola soltanto all'errore e alla tirannia. Congratulandoci di aver ottenuto le libertà a cui tutta la vita aspirammo, la libertà di far il nostro dovere, di pretendere il giusto, di dire il vero a tutto nostro rischio e pericolo, gemiamo delle restrizioni che vi domandano persone ignare del giusto, ostili al vero, impaccianti il bene.

Pio IX esortò più volte i Cattolici a ribattere colla stampa la bugia e l'immoralità sotto la guida de' proprj vescovi[644]. E dacchè quel che un tempo le madri, la scuola, il pulpito, oggi lo fanno unicamente gli opuscoli e i giornali, e questi, in gara di paradossi, schizzano ogni giorno il lor veleno a milioni di lettori, ogni giorno ripetendo che il papa è un brigante, i preti ingannatori e riazionarj, Cristo un romanzo; e irresistibilmente tiranneggiando deputati, ministri, popoli, sicchè non osano attaccarli nè il fisco nè la finanza, moralmente costringono gli uni a commetter l'ingiustizia, gli altri a neppur riconoscerla, e sanzionano il male col dichiararlo bene, parve un dovere l'adoprar gli stromenti dell'errore e del delitto a tutela della verità, a salvare gli avanzi del buon senso e della buona creanza. Fra i molti giornali vuol distinta menzione la Civiltà Cattolica, fondata «collo scopo di proclamare la riverenza del suddito alla legittima autorità e del superiore ad ogni diritto dei sudditi, subordinazione della forza alla legge morale, unità di morale sotto l'insegnamento della Chiesa cattolica, unità della Chiesa sotto il governo del vicario di Cristo»; e il santo padre ne perpetuò l'esistenza erigendone la compilazione in collegio gesuitico[645]. Se non che le due parti possono ingannarsi nell'eccesso dell'ammirazione e della denigrazione: e la verità, quando non converte, irrita. Ma chi mira a un grande scopo sacrifica i dissensi secondarj, e in faccia all'urgente pericolo sociale è colpa lo scindersi su quistioni parziali, e l'arrogarsi di decidere che è fuori della Chiesa chi non ne fu legalmente respinto. Le questioni sociali, politiche, economiche, sono da ciascun fedele risolute secondo il Vangelo, che è legge suprema, inappellabile. Ma non sempre si scorge a prima vista il principio morale, secondo cui va sciolta una quistione complessa d'economia sociale; poi i mezzi d'applicazione differiscono secondo gli spiriti e le considerazioni da cui sono dominati. Tale diversità di particolari costituisce la vita; e la carità c'impone di usar tanto più di amorevolezza e tolleranza, quanto meno ne aspettiamo il ricambio.

Queste erano industrie individuali; ma ridesti tutti gli errori delle età passate, proclamatine di nuovi; la Riforma, da analitica e religiosa fattasi sintetica e civile, diretta a corrompere la società tornandola pagana, invadendo tutti gli ordini dialettici e le appartenenze della vita civile, era necessario che la Chiesa v'opponesse i rimedj eroici che usò ne' tempi peggiori. Che se un Concilio è ora difficile, quando la onnipotenza degli Stati ha tolto alla Chiesa quella libertà, colla quale un tempo udiva e ascoltava gli ordini del suo capo, e vedeva i fedeli docili alle sue decisioni, benchè non munite di bajonette, di multe, di carceri; d'altro lato la miracolosa facilità delle comunicazioni fra i più lontani può supplire a quello che una volta non otteneasi che colla riunione. Pio IX pensò dunque raccogliere le molteplici decisioni delle varie chiese intorno all'immacolata concezione di Maria.

Già indicammo per un errore de' più divulgati come de' più funesti il dire che la dommatica cristiana si presentasse dapprima come vaga e imperfetta, nè acquistasse forma determinata e senso evidente che poco a poco. Questo ridurla alla condizione delle opinioni umane, non solo attenua ma distrugge il cristianesimo, gli toglie il carattere divino della fede e la legittima autorità sulle anime. Il Verbo incarnato diede tutta la perfezione alla verità religiosa: nulla potette esservi aggiunto: la Chiesa fu custode del deposito, non impedendo però le investigazioni, e quel che Vincenzo Lerinese chiama i progressi della luce nell'unità dogmatica. Se non si avesse che la parola scritta non si darebbe progresso. Colla tradizione invece, l'albero, rimanendo pur lo stesso, si sviluppa: le generazioni, ereditando la sapienza de' padri, v'aggiungono qualcosa di proprio. Nella costituzione Ineffabilis Deus dell'8 dicembre 1851 il pontefice riconobbe, colle parole d'un antico, che il dogma stesso cresce quanto all'esteriore manifestazione, mediante la virtù educativa della Chiesa, sempre però nel senso medesimo[646].

Il mistero dell'immacolata concezione era un diamante chiuso nella pietra, cavatone poi ma scabro, indi lavorato, alfine messo in isplendida luce. I teologi, anche i più fra i Domenicani che pur n'erano considerati come avversarj, lo riconosceano: veniva festeggiato con particolare solennità; era proibito il disputarne o chiamarlo in dubbio. Già Benedetto XIV avea fatto stendere la bolla per proclamarlo dogmaticamente, poi gli avvenimenti lo rattennero. Ora Pio IX, nei giorni più miserabili del suo esiglio a Gaeta, come se le tempeste politiche in nulla scotessero la nave di Pietro, mandò una circolare ai vescovi, interrogando l'opinione delle loro chiese su quell'asserto, e se gioverebbe definirlo dogmaticamente. Uditone il voto, più di ducento si adunarono col sacro collegio, fra cui più devoti quelli di Francia, quasi ad espiare le senili reluttanze gallicane; nè vollero tampoco discutere i termini dell'apostolica decisione, colla quale il dicembre 1854 fu definito come dogma che Maria Vergine fu concetta senza la macchia originale.

La Chiesa adunque, mediante il suo senso tradizionale, leggeva in modo chiaro e formale il dogma dell'Immacolata Concezione in quel libro confidato alla sua prudenza, ove ad essa «è dato conoscere il mistero del regno di Dio, mentre agli altri è proposto in parabole, sicchè vedendo nol veggano, e udendo nol comprendano»[647]; insieme riconosceasi la fondamentale, eppur negletta fede nel peccato originale, e sublimavasi la dignità della donna, fra la quale e il maligno fu dichiarata dal principio eterna l'inimicizia. Quest'atto ove una concordia e unanimità colla Santa Sede, qual mai non si era veduta ne' secoli precedenti, facea spiccare il senso dell'episcopato disperso nella parola di colui che accentra in sè la vita della Chiesa, recava nuovo consolidamento all'autorità suprema di Pietro[648] che, cosa insolita, definiva un dogma dalla cattedra senza il concorso formale della Chiesa adunata in Concilio. Tutta la cristianità ne fece festa: alcuni pochi reluttarono[649], e i soliti fragorosi vollero condannarlo, senza tampoco intenderne nè il fondo, nè i motivi, nè la portata.

Altro atto segnalato di Pio IX e documento d'alta autorità fu l'enciclica Quanta cura dell'8 dicembre 1864. Il fatto capitale del nostro tempo è il conflitto della rivoluzione colla società: quella trionfa dapertutto fin nelle azioni e nei detti di coloro che la combattono: sola Roma resiste colle lotte aperte dell'intelligenza e le secrete dell'anima. Come tiranno ogni principe, così i ciarlieri chiamano antipatriotico ogni uom religioso; ma non è vero ch'essa osteggi la libertà politica perchè mette l'autorità divina sopra le fantasie del giudizio umano: condanna la libertà che invade le cose certe e inviolabili; non la ricusa nelle contingenti; e aspira solo al governo morale d'un mondo, cui è più vanto lo sprezzare che il comandare. Quistioni le più ardite, affermazioni che sgomentano una società, capace solo di dubitare e negare, si discutono a Roma, perchè si è sicuri di giungere all'evidenza mediante il legittimo uso della ragione. E sebbene Roma abbia sempre repugnato dall'offrirsi come una specie di suprema consulta che dottrinalmente pronunzii sopra punti teorici, senza che dagli avvenimenti siano sottoposti di forza alla sua giurisdizione, in questi ultimi tempi derogò dalla proverbiale sua lentezza nel formulare avvisi intorno a questioni di grave importanza per la dottrina e la condotta.

Nella presente enciclica esponeva il pontefice qualmente gli antecessori suoi, difendendo la religione, la verità, la giustizia, avessero avuto a cuore di svelare e condannar le eresie, contrarie alla fede e all'onestà, e causa delle rivoluzioni che funestano la Chiesa e lo Stato; egli stesso in varj atti aver riprovato i mostruosi errori che oggi recano tanta jattura alle anime e alla civil società; vie più detestabili in quanto mirano a distruggere la salutare forza che la Chiesa Cattolica deve esercitare non meno verso gli individui che verso le nazioni, i popoli, i sovrani, e l'armonia fra il sacerdozio e l'impero; ed applicando allo Stato il principio del naturalismo, insegnano che il progresso civile esige una società costituita e governata senza riguardo alla religione, o senza divario tra la vera e le false; non si reprimano i violatori della cattolica se non lo richieda la pubblica quiete; si proclami in ogni società bene costituita la libertà di coscienza e di culto, e a ciascun cittadino facciasi illimitato arbitrio di manifestare i proprj pensieri a voce o per iscritto.

Rimossa la religione dalla società, si ottenebra la nozione del giusto, e al dritto si sostituisce la forza materiale, onde si annunzia che la volontà del popolo è legge suprema, ad onta d'ogni argomento umano o divino, e diventano diritto i fatti compiuti. Ammesso ciò, la società non ha altro scopo che di procacciarsi ricchezze, altra cupidigia che di comodi e piaceri; si riprovano gli Ordini religiosi; si limita la facoltà di far limosina; non si rispettano i giorni festivi, come ripugnanti alla pubblica economia. Perfin dalle famiglie si vuole svellere la religione, asserendo la società domestica esista solo in forza della legge civile; da questa dipendere i diritti de' genitori e specialmente quello d'istruire ed educare i figliuoli, con ciò allontanando dai giovani non ancora depravati la dottrina cattolica; e a tal uopo sottraendoli al clero, dichiarato nemico al progresso.

Altri impugnano i diritti della Chiesa e della santa sede sulle cose d'ordine esteriore, sottomettendole all'arbitrio dell'autorità civile, sino ad affermare che le leggi ecclesiastiche non obblighino in coscienza nè abbiano vigore se non siano promulgate dalla podestà civile. Per conseguenza non badano alle condanne contro le società secrete e gli usurpatori de' possessi della Chiesa; anzi dicono conforme al diritto pubblico e alla teologia che questi il Governo rivendichi; non essere la podestà ecclesiastica distinta e indipendente dalla civile; potersi negar obbedienza ai decreti della sede apostolica che non riguardino il bene generale della Chiesa, i suoi diritti e la disciplina.

Altre empie dottrine sono disseminate con libri, opuscoli, giornali avversi a verità e giustizia, fino a negare la divinità di Cristo. Pertanto i vescovi raddoppino di zelo per allontanare il gregge dai pascoli insalubri, e mostrare ai fedeli che anche la felicità terrestre dipende dalla religione; che la podestà regia è conferita non pel solo governo del mondo, ma per presidio della Chiesa, e ai principi niuna cosa può recar tanta gloria e vantaggio quanto il lasciare che la Chiesa usi delle sue leggi e della sua libertà.

A ottener tutto ciò il pontefice invocava le preghiere e la penitenza, e perciò bandiva un giubileo.

All'enciclica andava compagno l'indice (Syllabus) di ottanta errori, ch'esso pontefice in diversi tempi avea notati in lettere encicliche o allocuzioni, e che formavano un complesso di dottrine sulla Chiesa e i suoi diritti: sullo Stato e i limiti della sua podestà; sulle ragioni della famiglia; sulla fede e la ragione; insomma su quanto è di vivo ed attuale nell'umanità. Il sillabo li distribuiva sotto dieci capi. Il primo concerneva il panteismo, il naturalismo, il razionalismo assoluto, cioè la negazione della personalità o della providenza divina, della rivelazione, de' miracoli scritturali. Il secondo il razionalismo moderato, che equipara la teologia e la filosofia, e crede possa la ragione per forze proprie giungere alla vera scienza de' dogmi, nè si deva sottomettere la filosofia a veruna autorità, ma trattarne senza alcun riguardo alla rivelazione. Il terzo riguarda gl'indifferenti e i latitudinarj, che non pongono divario fra le religioni; e anche fuori affatto della Chiesa di Cristo poter salvarsi. Nel quarto si combattono il socialismo e comunismo, le società clandestine, le bibliche ed altre che tendono a sfrenare il clero e i fedeli. Nel quinto enumera errori intorno alla Chiesa e a' suoi diritti; cioè quelli che la fanno dipendente dal governo civile, che asseriscono i papi e i Concilj ecumenici avere trasceso i limiti della loro podestà e invaso quella de' principi: avere errato nel definir punti di fede e disciplina; non aver la Chiesa diritto ad alcuna podestà temporale diretta e indiretta; non ad acquistare e possedere; non a dominio temporale; non a immunità o foro privilegiato; non alla direzione dell'insegnamento teologico: il romano pontefice non esser principe libero, operante nella Chiesa universale; il pontificato potersi trasferire in altro vescovo o altra città; istituirsi chiese nazionali, disgiunte dall'autorità papale, e Concilj nazionali, che definiscano assolutamente.

Il sesto gruppo colpisce errori intorno alla società civile in sè e rispetto alla Chiesa; cioè l'ingerenza dello Stato anche nelle cose sacre, come fa coll'exequatur, coll'appellazione d'abuso, coll'annullare i concordati, col giudicare le istruzioni che i pastori della Chiesa pubblicano a regola delle coscienze, e far decreti sopra l'amministrazione dei sacramenti; col dirigere l'istruzione delle scuole pubbliche e fin de' seminarj, e sottrarre al clero l'insegnamento, che così, separato dalla fede, cerchi solo le cose naturali e i vantaggi materiali; coll'impedir che i vescovi e i fedeli comunichino col papa, e voler presentare i vescovi e fin deporli, proibire o limitare la professione monastica, e autorizzare chi la abbandona; sopprimere famiglie religiose e benefizj e occuparne i beni; e proporre che la Chiesa deva segregarsi lo Stato.

Quanto all'etica naturale, riprovava il tener la morale come indipendente dalla sanzione religiosa e dall'autorità divina ed ecclesiastica, l'asserire che uniche forze siano le materiali, nella cui somma consista l'autorità; che i fatti compiti equivalgano a diritto, per quanto ingiusti; che sia obbligo assoluto il non intervento; che si possa ribellarsi al legittimo principe, e per amor di patria mancare al giuramento e trascorrere a iniquità.

Nel capo ottavo appuntavasi il matrimonio civile, dove il sacramento è considerato mero accessorio, sicchè non sia indissolubile, e possano contrarlo anche gli ecclesiastici.

Il nono riguarda il principato civile del pontefice, e l'asserire assolutamente che l'annullarlo gioverebbe alla Chiesa.

Il decimo colpisce quel liberalismo odierno, che non vuol più la cattolica come unica religione dello Stato, ma pretende piena libertà di culti; e vuole che il pontefice non solo possa, ma debba venir a transazioni con siffatto liberalismo.

Il sinodo tridentino aveva raccolto tutti i dettati ereticali e pronunziatone l'anatema, segnando la precisa linea fra la verità e l'errore, senza transazioni nè compromessi. Altrettanto faceva il sillabo in tanta nuova esitanza, combattendo il falso senza serbare alcun legame con esso; colpendo l'eresia intellettuale del razionalismo o panteismo, l'eresia sociale della statolatria, l'eresia religiosa di separare la civiltà dalla rivelazione. Allora negavasi il papato nell'ordine religioso, ora negasi nell'ordine della civiltà, indietreggiando alle dottrine pagane: quello volle ravvivar la pietà e la fede de' credenti, questo richiamar la civiltà cristiana all'autorità, ridurre in armonia la scienza colla fede, la patria colla Chiesa, la libertà colla legge, la vita con Cristo, e con ciò salvare non men la Chiesa che la società, scassinate da quegli errori.

Non c'è vituperio che non siasi lanciato a questa enciclica e al sillabo, più che nel secolo precedente alla bolla Unigenitus. Non teologi, non moralisti, neppur uomini di Stato, ma le persone meno competenti, e più passionate, giovani che non sanno il catechismo e ancor meno perchè credergli, la sentenziarono d'eccessiva, se non altro d'inopportuna; e che valea meglio tacere, e non suscitare nuovi, o irritare vecchi nemici. In Francia i giornali la tradussero con istrane alterazioni, che parevano d'insigne mala fede, sinchè fu dimostrato ch'erano d'ignoranza. Non importa: le loro asserzioni vennero aggradite dalla solita spensieratezza del pubblico, e tanto più che il Governo, il quale ne permetteva la discussione non solo, ma fin l'adulterazione ai giornalisti, vietò ai vescovi di pubblicarla.

In Italia s'accettò quella disapprovazione come tutto quanto arriva di Francia, e senza prender cura neppur di leggerlo[650], si fe dire al papa quel che mai non avea; s'interpretò a capriccio; se ne fece un mostro che atterrisse i deboli e desse ridere ai capameni; e nel frasario plateale restò come una «sfida alla civiltà, alla filosofia, alla ragione».

Delle opportunità è giudice la Chiesa stessa; e se gli avversarj ne tolsero pretesto a molestarla, n'avrebbero côlto un altro o fattolo nascere. Non vedemmo anche nel Cinquecento imputarsi il papa delle inimicizie che si suscitarono a lui, o ch'erano suscitate dall'averlo abbandonato? Ben è notevole che, mentre in Francia fu proibito di pubblicare il sillabo, e condannato per abuso il vescovo che lo sostenesse, nel Belgio, nella Gran Bretagna, nell'America, in Germania fu divulgato liberamente, combattuto, difeso, senza che ne pericolasse lo Stato. E mentre i discorsi che i re pronunziano dal trono sono discussi per un momento, poi dimenticati, questa parola rimase; fu intesa dal mondo tutto, nel mondo tutto combattuta, eppure i secoli non ne cancelleranno una proposizione[651].

Il sillabo non obbliga se non quei che gli credono; non adopra coazione: siete voi così illiberali da impedire a me d'avergli fede? E il papa potè pubblicarlo perchè libero: se fosse suddito poteasi impedirglielo, come vorreste voi; voi abborrenti dalla libertà, mentre dal sillabo nessuna libertà fu tolta in nessun luogo, nè rotta veruna istituzione moderna. A cotesti freddi fanatici vorremmo chiedere se la Chiesa non abbia tanto diritto di difendersi, quanto essi ne pretendono d'assalirla. Tutti i giorni baldanzeggiano oltraggi contro ad essa, al papa, a Cristo; si cospira alla Camera colla parola, alle Università coll'insegnamento, ne' giornali colla sguajataggine, nei caffè colla vulgarità, nei teatri colle rappresentazioni, colle armi fra le bande cui non può frenare nè il ministero nè il re; i Governi non indietreggiano da nessuna odiosità, da nessun ridicolo per regolamentare una Chiesa, di cui o sconoscono o rinnegano le dottrine; fomentano la diserzione del sacerdote e l'apostasia: stipendiano chi dalle cattedre impugni Dio, l'anima, la ragione; dichiari immorale il vangelo, superstizioso ogni culto, scimmia l'uomo, vera soltanto la materia, cancro della religione e della società il pontefice; sono divulgati dalla stampa e usufruttati dagli abili quanti irrompono voti sacrileghi, sentimenti atroci; è applaudito ad ogni follia che si stampi, a ogni dio che si inalzi, a ogni sètta che rinnovi il grandioso libertinaggio dell'antico gnosticismo accoppiando il burlesco e il sublime. Quando mai Cristo fu tanto esposto agli sputacchi della frenesia patrizia, della ricca plebe, della ciurma scrivente? I principi che un tempo tormentavano il papa in secreto, ora l'assalgono apertamente, volendo esser Attila piuttosto che Carlomagno, e gli impongono urlando di benedirli. La nazione più non fa risalir al cielo le sue prosperità e le sue sventure, nè la preghiera attraversa più le lacrime di questa valle per salire a Dio. Non credendo che in sè, bisogna giungere a non obbedire che a sè, non preoccuparsi che de' bisogni fisici, degli appetiti sensuali; non cercar l'intelligenza che per far crescere i bisogni, ed eccitare a nuovi godimenti.

Ebbene! se un cristiano alza la voce, e denunzia questa rinnovata barbarie alla pubblica coscienza, se una libera voce ne avverte i fedeli, perchè dovrebbero esserne maledetti? Perchè scandolezzarsi quando il papa e i vescovi si lagnano di tante ingiustizie; quando proclamano che la società non dev'essere abbandonata all'arbitrio di una persona o d'un parlamento: quando fra tanti disastri fisici compiangono i morali? Presto si arriva a praticare i vizj che si cessa di biasimare, e la Chiesa che ordina i fedeli al vero e al giusto, come può non protestare contro la falsità e l'ingiustizia, contro gli errori del pensiero che possono recar sì gravi disastri? Essa vuole l'inviolabilità del diritto e del giuramento, la riverenza al potere, anzichè la rivoluzione, la quale nasce dall'egoismo che fa preferire la volontà, gl'interessi, la gloria propria all'altrui, e per rivendicarli conculcare i diritti del prossimo. Dottrine contrarie corrompono; la santa sede, guardiana delle massime sociali, non deve premunire? Essa che fa predominare l'idea sopra i fatti, può non condannare la dottrina de' fatti compiuti, la sovranità del fine, l'egoismo del non intervento, la legittimità del pugnale, l'onnipotenza del numero, la ribellione come unico rimedio al despotismo elevato sulla base della democrazia? Questi errori sociali erano già combattuti da economisti, da filosofi, da politici; quanto più lo doveano dalla Chiesa, stato perfetto, ideale normale, che vuole il vero assoluto?

Che tutti siano raccolti «nell'unità della fede e nella conoscenza del Figliuol di Dio»[652] è l'aspirazione della Chiesa: ma ciò le toglie forse di correggere anche, come un padre cui spetta il dovere di garantire i figliuoli dai proprj istinti o dalla seduzione? le toglie di curarsi delle istituzioni civili, di metter le verità divine sopra gli opinamenti umani? L'enciclica e il sillabo non fanno, nè domandano di più: cercano la pace intellettuale e il rinascimento delle convinzioni.

Quando si volle sbandir dalle scuole i classici profani come tarlo della società, prelati e dottori difesero i metodi antichi[653]. Così è della filosofia pagana. V'è chi attenua le forze dell'uomo, o spingendosi coi Luterani fino a negare il libero arbitrio, o fermandosi ad attaccare il valore della ragione individuale, o dando all'atto umano spiegazioni che pajono compromettere la libertà. Chi ammetteva non aver l'uomo cognizioni se non per una rivelazione primitiva (tradizionalisti) non potea riconoscere altra scienza che la divina, e perciò escludere la filosofia. Ma nel 1855 essendo sorta una scuola che annichilava i titoli della ragione, Pio IX proclamava l'accordo della ragione colla fede, entrambi derivanti dalla stessa fonte immutabile di verità che è Dio, e le prove razionali esser valevoli a dimostrarne l'esistenza, la spiritualità dell'anima, il libero arbitrio; l'uso della ragione preceder la fede; bene san Tommaso, san Bonaventura e altri scolastici aver proclamato che la ragione umana è una tal quale partecipazione della ragione divina, e aver messo le prove razionali come preamboli della fede; il raziocinio dell'uomo non creare la verità, ma trovarla: prima d'esser trovata esiste: quando la trovammo ci migliora[654]. Il cristiano non crede prima di ragionare; obbedisce perchè crede, sicchè l'obbedienza è atto di ragione come di fede.

Parimenti nel sillabo è difesa la ragione dai sofismi dell'identità de' contrarj; è frenata quell'esorbitanza che giunge fino all'onnipotente nulla di Feuerbach, fino a negar tutto, anche la fede. Pure molti tennero ancora la filosofia in discredito; riguardando la ragione come non affatto accecata dalla primitiva caduta, ma sì poco veggente che nulla può aspettarsi da ciò ch'ella insegni. I savj non negano la competenza della ragione nelle quistioni di cause prime e cause finali; la rivelazione stessa presuppone una serie di certezze razionali, senza di cui non si può nè stabilir la fede nè renderne conto.

Quando, dopo la rivoluzione del 1830, a Parigi pubblicavasi con buone intenzioni l'Avenir, che proclamava la libertà dei culti e la segregazione della Chiesa dallo Stato, Roma dichiarò che tali dottrine non possono essere presentate da un cattolico come un bene desiderabile, sebbene in alcune eventualità la prudenza esiga di tollerare pel minor male. Chi applaudirebbe all'indifferentismo delle leggi fra il vero e il falso? l'irresponsabilità morale dell'errore come si concilia colla morale obbligazione di cercar il vero? Pure, se male è l'errore, può non esser male la legge che lo tollera. Il soffrire gli acattolici, come Dio fa levare il sole anche sopra l'empio, è prudenza civile, e Roma vi si conforma. Oggi gli Stati ammettono che ciascuno professi la sua religione con egual libertà, ed ottenga l'egual protezione pel suo culto. Ne deriva maggior unità nel corpo sociale, perchè tutti gli abitanti d'un paese, qualunque ne siano le credenze, son più interamente cittadini della stessa patria; e la religione cattolica, cui virtù prima è la carità, accetta questa condizione, massime dove il dissenso è già entrato, perocchè dove tutti i cittadini fossero unanimi nel vero, neppur bene relativo sarebbe il seminar lo scandalo e la discordia. Altro però è l'ordine civile e temporale, altro lo spirituale e religioso; tutte le credenze religiose restino eguali avanti alla legge, ma non avanti alla verità, e il papa condannando l'indifferentismo, fa distinzione tra la verità dottrinale e la possibilità pratica. Una volta l'infedele, lo scomunicato era un ente maledetto, con cui non doveasi cambiare parola: ora Gregorio XVI ricevette affettuosamente il capo della Chiesa rutena, persecutore accannito della nostra: ma non per questo si deve imporre come norma di civiltà l'anarchia delle intelligenze, nè le necessità relative trasformare in pratiche assolute.

Il dichiarare che uno può giungere a salute in qualunque credenza purchè osservi le leggi morali, e che ogni culto sia buono, è tolleranza che la religione cattolica non può accettare, come il geometra non accetterebbe che un quadrato possa esser il doppio d'un altro, come le accademie repudiano chi propone il moto perpetuo, la quadratura del circolo, la trisezione dell'angolo. L'uomo non ha l'arbitrio di credere quel che vuole, bensì il dovere di credere la verità, e il diritto di giungervi per mezzo della persuasione, non mai della violenza. Non è una strada su cui, partendo da due estremi, si possa incontrarsi a mezzo: la verità è indivisibile, nè si può abbandonarne una parte: suo carattere costitutivo è l'esser una, immutabile, universale, indefettibile, e di generar la certezza. Non può dunque transigere coll'errore, nè riconoscer il diritto di professarlo, o accettare gli acconcimi chimerici e funesti che altri gli propone nel solo scopo d'inimicarle l'opinione plebea. Con ciò la Chiesa non s'arroga di giudicar le coscienze o accorciare la misericordia di Dio: nè esclude dalla salute quelli che stanno incolpabilmente nell'errore, oppure quanto all'arcane disposizioni dell'animo e della Grazia ponno appartenere tuttavia al regno interiore di Dio e alla Chiesa spirituale, che accoglie in seno molti figliuoli non appartenenti alla sua comunione esteriore. Molto meno gli esclude dalla carità, e dalla tolleranza civile che concede l'esercizio di tutti i diritti anche ai seguaci d'altra religione: in ciò la visione del diritto concorda coll'insegnamento evangelico. Il meglio d'una società considerata umanamente può richiedere si lascino praticare varj culti; ma l'impedire per ciò di considerar come religione dello Stato la cattolica, è ciò che il sillabo riprova.

A questo documento applicando le norme più ovvie della buona interpretazione, primamente bisognerà distinguere le proposizioni assolute dalle relative, potendo talvolta esser falso in tesi quel ch'è ammissibile in ipotesi. Alcuna delle proposizioni è condannata qualor si prenda come universale e assoluta. Per esempio, chi «mette come obbligatorio il principio del non intervento», condanna ogni intromissione ne' conflitti altrui, mentre il farlo no, l'accorrer nella casa del vicino quand'esso batte la moglie, il separare due che si accoltellano, il disarmare l'assassino, se anche non fossero obblighi di carità, sono regole di condotta, e questa può esser buona o cattiva, savia o imprudente.

La condanna d'una proposizione falsa non implica necessariamente l'affermazione della contraria, che potrebb'essere ella pure un errore. Il negare che un corpo sia bianco non significa che è nero. Chi dice che non è vero che in aprile piova sempre, non asserisce che faccia sempre sereno. Il non ammettere che sia identico liberale e onest'uomo, non esclude che il liberale possa essere onesto. Il sillabo appunta il dire in forma assoluta che «è permesso ricusar obbedienza ai principi legittimi»: ma non è necessaria illazione che in nessun caso ciò sia permesso.

Talune proposizioni si condannano perchè equivoche o sconfinate, e sol nel senso di chi le dice. Così alla sentenza che «la suprema sociale perfezione e il progresso civile, ætate hac nostra, esigono imperiosamente che la società umana sia costituita e governata senza tener conto della religione, senza metter divario tra la vera e la falsa», chi in tali termini si soscriverebbe? o al dire che nessuna autorità ecclesiastica o civile deve a nessun cittadino restringere la libertà illimitata (omnimoda) di manifestare e dichiarare i proprj concetti, qualunque sieno, colla voce, colla stampa o in qualsiasi altro modo?

È a riflettere inoltre che questo è un indice che dà i titoli, le rubriche delle condanne, o piuttosto delle note, il cui vero tenore esplicito bisogna ricavare dal documento proprio cui si riferisce; e che esso indice nella sua concisione può sembrare esorbitante dove non l'è il testo[655].

La logica impone ancora di pesare i termini delle proposizioni condannate. In un atto sciaguratamente solenne si era detto che il papa può e deve riconciliarsi, transigere colla civiltà moderna. Se lo deve e nol fa, egli manca al suo dovere. Or donde a costoro il diritto di sentenziar che il pontefice vien meno a ciò che deve? Poi transigere vuol dire mutarsi, cedere alquanto del suo per mettersi d'accordo con un altro. Ora la verità non può mutarsi, nè rimetter ombra de' suoi diritti per accordarsi coll'errore. Dicendo papa, intendete non l'uomo o il principe, sibbene la religione. Ma con ciò che la civiltà ha di bene, certo non fa contrasto la religione, nè quindi ha duopo di transigere; dovrebb'ella accordarsi con quel che ha di male? Dicono che essa non camminò collo spirito moderno. Or bene, qual è la verità cattolica che sia divenuta errore, o l'errore che sia divenuto verità? Iddio non dà una legge a ciascun secolo. Se intendete per civiltà strade di ferro, telegrafi, vapori, scienze, arti, Roma non solo non vi ripugna, ma n'è attrice e promotrice. Essa è l'autorità che regola il progresso; ma non per questo vi si incurva, non l'accetta quando presume abbatter tutto il passato, rompere la tradizione della verità, confondere il bene e il male, negar il sopranaturale e il dogma, proporre unico bene il godimento attuale; quel progresso che è l'idolatria dell'io umano. Se intendasi dei governi rappresentativi, delle elezioni popolari, della discussione a voce o per iscritto, queste son forme che la Chiesa praticò prima che i Governi; ma scaltrisce i popoli allorchè, sotto i nomi speciosi di civiltà, di libertà, si mascherano errori religiosi, intellettuali, morali, politici, sociali.

La Chiesa condanna gli abusi delle libertà politiche, e il voler di queste far la regola assoluta di condotta, come condannò le tirannie dispotiche[656]; ma non riprova le costituzioni, anzi le benedice col permettere vi si presti giuramento. Acconciandosi alle necessità del tempo e delle cose in cui vive, fa il ben possibile, pur reclamando il bene desiderabile; irremovibile nei dogmi, cammina colla società quando questa non ricalcitra alle idee, immutabili anch'esse, del diritto, della giustizia e dell'autorità, dell'obbedienza, del vizio, della virtù.

Ora che la voce di libertà è in così varj toni cantata dai cortigiani della folla; che con essa ubriaca le passioni chi vuol salire in alto; salito, trovasi incapace di resistere a nuovi sopraggiunti per la via stessa, talchè trovandosi disarmato in faccia all'anarchia, dall'indipendenza disordinata non sa che rifuggire alla dittatura democratica, la quale, non potendo legittimarsi colle idee, si sorregge colla pura forza, facendone stromento di universale depressione, e sol concedendo l'arbitrio di tutto ciò che contamina il cuore e l'intelletto delle moltitudini: ora che al dominio sfrenato si surroga il dominio corrotto, togliendo ogni stima al Governo, ogni devozione all'autorità, solleticando vergognosamente gl'interessi e l'avidità di godimenti vivi, istantanei, incalzantisi; chiamando bene tutto ciò che serve, male tutto ciò che resiste, la Chiesa sola dovea considerar inerte questo conflitto della libertà che senza autorità è anarchia, e dell'autorità che senza libertà è tirannide?[657]

La ragione, inorgoglita dei progressi che crede aver fatti senza la Chiesa, e che affidò ai Governi, crede bastar da sola a raggiungere qualunque verità, a governare il mondo secolarizzando la scienza, la politica, il lavoro. Pretensioni opposte ha la Chiesa, e queste esprime l'enciclica, che domanda alla ragione umana soltanto di non ribellarsi alla ragione divina; domanda ai popoli non che rimpastino i loro codici, o rineghino i principj decantati, ma solo che lascino la piena libertà del bene, che non concedano all'errore i diritti che competono alla sola verità, che non turbino colle loro ingerenze la famiglia, ultimo ricovero della libertà e dignità morale. Essa protesta contro lo spirito del secolo, tutto spedienti, freddo calcolo di utilità, ingordigia di guadagno, e vuol che non credasi costretta a riconciliarsi coi vantati progressi, bensì che essi si riconciliino col vangelo; che almeno ne' paesi liberi non si imponga alla Chiesa di stare separata dallo Stato; nè che l'autorità derivi dalla maggioranza delle teste, nè che il fine giustifichi i mezzi, che la ingiustizia fortunata abolisca la santità del diritto.

No: il cristianesimo non è un ascetismo, che deva tenersi lontano da quanto si riferisce all'umano consorzio; esso è idea e vita, sistema e spirito; e perciò è ingiustizia il segregarlo dallo Stato. Chi ammetta che la Chiesa possiede essa sola la verità, e con questa i più puri principj di giustizia, di saviezza e di tutte le virtù sociali, deve pur credere che una società diretta da essa sarebbe, anche nell'ordine temporale, la più perfetta e felice, e perciò la più desiderabile, sebben non sempre possibile.

È artifizio della rivoluzione (lo ripetemmo) l'impadronirsi di alcune idee dell'epoca, vantarsene inventrice, e volerle impiantare in onta all'ordine. Così fece la Riforma; così la rivoluzione d'adesso, col gridare alto le idee dell'89, la fratellanza, la libertà, l'eguaglianza in faccia alla legge, i poteri elettivi, i governi parlamentari, i congressi, tutti concetti che la società cristiana possedeva già, e che mai non ha repudiato; essa che ha il vangelo per statuto, l'elezione per applicarlo. Se alcuni si sbigottiscono di questa vertigine del mutare, del sovvertire, del rinnegare il passato, e si angustiano nello scrupoloso ribrezzo d'ogni novità, v'è cattolici che lealmente accettano le istituzioni moderne, che rassegnandosi alla necessità degli scandali, confidano nel progresso providenziale; avendo sempre visto la Chiesa camminar alla testa della civiltà per rialzare tutto, tutto salvare, tutto unire.

Il sillabo è il documento che continuo si rinfaccia al sommo pontefice, accusandolo di sostenere la verità pura, mentre accusavasi di non badar che al suo dominio temporale; accusandolo di avverso alla società, mentre la difendeva contro gli errori più ad essa perniciosi. Perocchè coloro che testè aveano detto «Crocifiggilo, non vogliam altro re che Cesare», ormai annunziano apertamente, «Fra il tronco cattolico e l'ascia democratica non resta che la corona». I lamenti del papa attestano che non si può chiedergli accordi quando non gli si usano che torti: eppure fra tante prove non mancano consolazioni a quei che si sentono qualche fiamma nel cuore, qualche elevazione nello spirito, e la più insigne è il vedere la concordia di tutti i vescovi del mondo col pontefice: verso il quale, non spinti dall'obbedienza, ma attratti dall'amore accorsero nel 1854 tutti, eccetto gl'italiani che non fossero esuli: e tra le faccie irose e le bocche spumanti degli avversarj, che lo minacciano eppur disperano, egli minacciato eppur sicuro e sereno, ricordarsi che l'Uom Dio fu pure l'uom dei dolori, dell'ingratitudine, delle calunnie, degli insulti, benedire alla intera cristianità, e pregar Dio che non domandi troppo severo conto ai persecutori, nè le pietre del diroccato Vaticano rotolino ad abbattere troni, case, tombe.

Ancor più magnifico fu il vedere, nel 1867, mentre voci autorizzate intimavano che la fede è ita, che nessuno più crede alle storie vecchie, alle vecchie Bibbie, mentre l'ostilità sorda o dichiarata de' Governi scrollava quest'ultimo argine degli arbitrj, e il Governo più vicino sconsacrava le chiese, disperdeva i monaci, carpiva i beni della carità, e intimava a Dio «Vattene dal mio regno; ritirati nel tuo cielo»; a un semplice desiderio di questo così bersagliato pontefice, accorrere da tutte le parti del mondo i vescovi per santificare alcuni martiri del Giappone[658], e celebrare il XVIII centenario del martirio di san Pietro: accorrere su quel lembo di terra che ancor gli rimane, quasi ad attestar novamente non solo la loro sommessione alla suprema autorità, ma il bisogno che vi sia un paese indipendente da nazioni e da partiti, ove la Chiesa non sia tollerata come ospite[659], ma tutte le nazioni possano adunarsi come in casa propria: accorrere a riconoscere che, mentre in diciotto secoli tutto il mondo cambiò, e tutto oggi è sovvertimento e incertezza, sola immobile sta la pietra, sulla quale Cristo edificò la sua Chiesa. Le feste del 29 giugno ricordavano il concorso ai primi giubilei ne' secoli credenti, sicchè parve angusta la basilica vaticana: ma ciò che più colpiva era la serena e fiduciosa maestà del pontefice, che aveva una parola, un consiglio, un conforto per ciascuno dei quattrocento vescovi accorsi, fra cui quelli d'Italia che aveano sofferto, ma creduto, ammirato, sperato; per le innumerevoli compagnie di preti; per le cento città d'Italia che rappresentate da mille cinquecento cittadini, gli offersero ciascuna una raccolta di disegni e cenventi pagine d'indirizzi e una limosina filiale, che esprimessero la stabilità del papato e la devozione degli Italiani per esso. In tutte le lingue si predicò, si orò, si attestò che la fede non è morta, che l'unità non è scomposta, nè lo sarà fin alla consumazione dei secoli; che la società può esser ancora salvata dall'autorità, purchè non la demoliscano coloro che han maggiormente il dovere e il bisogno d'appoggiarvisi. Poichè la grandezza sta nella semplicità, racconteremo come l'ultimo giorno che il Santo Padre diede udienza ai vescovi che gli presentarono l'indirizzo di adesione incondizionata, mentre stava per dar loro la benedizione apostolica, si sentì suonare l'Angelus. E il papa alzatosi, recitò la salutazione angelica, e vi risposero i vescovi. Erano più della metà di quelli di tutto l'orbe cattolico, sicchè mai alla Madre di Dio non era stata offerta così solenne salutazione.

Immenso conforto ne dovette venire al cuore esulcerato del pontefice, il quale ai vescovi congregati diceva: «Con letizia voi circondate i sepolcri gloriosi de' beati apostoli Pietro e Paolo, e con somma devozione li venerate. Siete in Roma, e quasi con un senso di novità fissate lo sguardo nel sacerdote massimo, costituito sopra tutta la casa di Dio, che vedete impavido al suo posto parlar a tutti con fiducia, e tutti esortare all'integrità della fede e ad una inconcussa speranza, sino a che giunga l'aspettato giudizio. Siete in Roma, e tenete in cuore e vedete cogli occhi la solidità di quella pietra sopra la quale Cristo ha edificato la Chiesa. Mentre i progetti dei popoli sono sparsi al vento, i consultori della nequizia o cadono nella stoltezza, o sono sradicati dalla terra; e i superbi capitani colpiti in guerra; e i principi ingannatori confusi, questo edifizio sta fermo non per potenza d'armi e di re; ma nella parola di Dio. Le nazioni ascendono a questa Sionne dall'austro e dall'aquilone, dal mare e dal deserto, perchè questa terra, benchè piccola, può essere abitata senza timore, nè la spada oltrepassa i suoi confini: la pace e la sicurezza custodiscono le porte della Città. Voi gioite pensando che sol per le dovizie della bontà di Dio poteste convenire in questa santa Sionne; voi che poc'anzi vi siete trovati in tante angustie, che avete sostenuto afflizioni, obbrobrj, tribolazioni, carceri, e con pazienza avete sopportato la rapina dei vostri beni, veduto i templi di Dio convertiti in spelonche di ladroni: i tesori della casa di Dio mandati a distruzione e rapina: i sacerdoti rimossi dall'altare e cacciati dalle abitazioni loro, e le sacre vergini gementi e squallide. Ed ora confortate l'amarezza dell'animo con una santa esultanza. A questa partecipando, noi ci rallegriamo con voi, perchè avete ereditato gloria ed onore col patire, ed alle mitre vostre aggiungeste la corona d'oro della fortezza. In mezzo a tanta letizia dell'orbe cattolico, innalzate le preci al Signore che può salvare; state confidenti, nè abbiate paura della moltitudine de' nemici: non è abbreviata la mano del Signore, non è otturato il suo orecchio. Egli esaudirà, ed apparirà vestito di giustizia e di vendetta; snuderà la sua spada, e con essa percoterà le nazioni e i re che ignorarono la giustizia, e i popoli che contristarono il suo Cristo. Allora i giorni della tristezza e del lutto convertiransi in gaudio, e colle vesti delle giocondità canterete un nuovo cantico a colui che ci trasse dalle mani degli inimici; sederete, nella venustà della pace, nei tabernacoli della fiducia e nell'opulenza del riposo». E ai rappresentanti d'Italia rispondea: «Da questo giorno comincia l'ora della misericordia. Han detto ch'io odio l'Italia. Deh se l'amai sempre! ho desiderato la sua felicità, e sallo Iddio quanto pregai e prego per questa infelice nazione. Non è unità quella che si fonda sull'egoismo. Non è benedetta l'unità che distrugge la carità e la giustizia, che conculca i diritti dei ministri di Dio, dei buoni fedeli, di tutti».

Come egli avea mostrato quanta fiducia metta nel voto de' vescovi suoi fratelli col radunarli intrepidamente attorno a sè, una splendida speranza diede alla Chiesa promettendo, ciò che mai non sarebbesi sperato in tanta incertezza di cose e ostilità d'eventi, di congregarli ben presto ad un Concilio generale, quasi la rivista che, alla vigilia d'una campale battaglia, fa chi è risoluto a morire, ma non avvilirsi davanti a nemico. Se più non occorre di fissare o chiarire dogmi, molto resterà a fare, per armar la scienza a lotte nuove contro il razionalismo irruente, che nega non solo la fede ma la ragione a nome del progresso; per vincere collo splendore della tradizione cattolica il conflitto tra ciò che v'ha di più vivo, l'amore o l'odio della libertà: fare dall'unità vivente e parlante in un Concilio accomodar la disciplina alle esigenze nuove; regolare il diritto canonico alle dottrine politiche ed economiche e ai problemi sociali; spiegare gli equivoci innestati dal delirio della stampa, potenza sconosciuta ai tempi addietro; vagliare il buon grano tra la paglia e il loglio delle teorie contemporanee; combinare le nuove relazioni della Chiesa collo Stato, sicchè possano la giustizia e la libertà ottenersi con mezzi giusti e liberali, e richiamarsi alla ragionevolezza, alla tolleranza, ai sentimenti della natura gli spiriti languenti nel dubbio, traviati dall'orgoglio, angustiati dall'egoismo.

DISCORSO LVIII. CONCHIUSIONE.

Ammirasi in questo momento all'Esposizione universale di Parigi il quadro, ove Kaulbach rappresentò il tempo della Riforma (Das Zeitalter der Reformation). Vi grandeggia nel mezzo Lutero, che nelle braccia elevate mostra aperta la Bibbia, volendo dar a intendere che da lui derivassero o rilevassero tutti i grandi che attorno gli stanno aggruppati. Poco badando all'unità di tempo, son fra questi Abelardo, Dante, Petrarca, non meno che Shakspeare, Cervantes, Galileo, Gustavo Adolfo; a tacere i novatori de' varj paesi, vi compajono Erasmo, Reuclino, Pico, il Machiavello, Nicola di Cusa; fra gli artisti non solo Durer, ma Rafaello, Leonardo, Michelangelo; e Guttenberg inventore della stampa, e Colombo scopritore del nuovo mondo, e Bacone autore del Nuovo Organo, e Harvey e Vesalio innovatori dell'anatomia, e Copernico e Keplero legislatori dei moti celesti, e i più insigni re e i maggiori capitani e statisti.

Il quadro presenta ad una sola occhiata quello a che molti s'industriarono, il confondere l'insigne movimento della rinascenza colla protesta anticattolica; e chi vi guarda coll'irriflessiva curiosità odierna si persuade che tanti eletti ingegni nascessero dalla Riforma o per essa o con essa, talchè ella segni l'apogeo dell'intelligenza umana.

Noi in tutta quest'opera c'ingegnammo di discernere questi due fatti, i quali, se sono ben distinti negli altri paesi, possono dirsi opposti nel nostro, dove splendidissima rifulgeva la civiltà allorchè il cammino vigoroso e unanime ne fu o riciso o sviato dallo scindersi la cristianità in due campi ostili, e dal cessare Roma d'essere la capitale di tutto il mondo civile, e l'unica educatrice dell'incivile.

Nè minore ingiustizia appare in coloro, che delle sventure piombate sulla patria nostra accagionano l'essersi ella conservata coi papi; e al paragone di lei esaltano le nazioni, fra cui rimasero appena conoscibili vestigia della grande unità cristiana, che formava un giorno la gloria dell'Europa[660].

L'Italia, malgrado qualche traviamento, rimase nell'unità della fede e della carità, sia nei tempi ove la ragione tiensi sbigottita lasciando predominare la superstizione, sia in quelli ove essa baldanzeggia producendo l'incredulità. E vi rimarrà, confidiamo, traverso alle nuove e diverse e ben meglio sistemate e risolute minaccie.

Le eresie antiche, le quali spesso erano una ricerca della verità, e le eresie nuove, che sono un contraddire alla verità ritrovata, provocano confutazioni e discussioni. In un secolo che osa investigare tutto, tutto dire, se v'è errore non può essere che volontario.

Dopo che la Chiesa disputò a lungo per sceverare la menzogna pronunziando «Questo è falso. Chi dice così sia anatema», oggi conviene dare l'affermazione de' veri, e dire «Il cattolicismo è questo e questo». Allora apparrà come non è vero che esso sia esclusivo: comprende anzi e riunisce tutte le verità, mentre gli eterodossi ne pigliano solo alcune, disseminate e tronche, e ripudiando qualche punto, rimettono tutto in problema, negando, escludendo, restringendo ciò che è fisso ed universale.

Se in questo campo abbia l'Italia fatto quanto e come era da aspettarsi nel centro della cattolicità, lo dicano gli spassionati; lo dica il veder come pochi de' nostri libri arrivano ai forestieri, mentre noi traduciamo da loro anche i più deboli, e le effemeridi pascoliamo di articoli stranieri.

Ed io non meno degli altri ebbi a cercar di fuori i sussidj al presente lavoro: di fuori mi vennero i più cari, direi i soli eccitamenti e conforti, allorchè, come altri coll'argomentazione e colla polemica, credetti prestare servigio alla verità col raccontare. I fatti fragorosi di cui si diverte quella mima che hanno travestita da storia, scarsi ci si presentavano: scarso quel che dovrebb'essere lo scopo principale delle scienze e delle arti, e che in Italia viepiù è trascurato, lo studio delle anime. All'esame di queste e delle opinioni divergenti noi portammo scarso ingegno, ma pazienti studj, costante sincerità, e rispetto al nostro tema e ai nostri lettori. Ci proponemmo d'evitare ogni asprezza, a costo d'esser tacciati d'indifferentismo, e non lasciammo che l'amore o la collera, l'entusiasmo o l'indignazione, l'espansione o l'ironia alterassero l'imparzialità, ben diversa dall'indifferenza. Veterani della libertà, non crediamo aver detto parola che rinnegasse la vera o blandisse la falsa, o sminuisse i diritti della ragione nel pensiero o negli atti. Non in caccia di novità e di paradossi, non con audacia e abilità, ma con intento sincero e chiara esposizione rivendicammo la verità, e non abbiam fatto a fidanza colla leggerezza di un'età insofferente d'ogni ricerca laboriosa e d'ogni seria conclusione, e appagantesi al rumore di frasi, facili a spacciare perchè non richiedono nè criterio, nè fatica, nè pudore.

Lo spirito d'oggi negativo, spoglio di critica, che ai cultori della sapienza coscienziosa affigge il titolo di cappuccini; e a chi professa le dottrine di Agostino, Anselmo, Tommaso santi, di Cartesio e Leibniz, di Vico e Gerdil e Rosmini, le dottrine che ci diedero Dante e Michelangelo, il Tasso e Bramante, Palestrina e Volta, la potenza delle nostre repubbliche e la magnificenza delle nostre città, avventa la taccia d'austriacanti e di reazionarj, ci avrà derisi di occuparci in lavori da canonici, in disquisizioni di età tramontate; ma noi chiederemo perchè ne giudicherebbe altrimenti se il lavoro fosse fatto da un acattolico e contro alla Chiesa. E cattolici sono i più degli Italiani: che se il numero non accresce diritto, non deve però scemarlo.

Noi abbiamo delineato la teologia de' primi tempi, solo in quanto toccava il nostro assunto; ne vedemmo lo splendore e i traviamenti nel medioevo, poi la trasformazione col rinascimento. Allora sorge una filosofia che presume bastar a se stessa, e considera supremo vanto l'emanciparsi dalla teologia, prendendo le mosse unicamente dall'uomo, dai sensi, dalla ragione, in conseguenza ritentando tutti i sistemi che già erano stati sperimentati prima della rivelazione.

Il secolo XVIII, sprovisto di coscienza, di sentimento storico, di passione per la verità, di rispetto per l'autorità e la tradizione, confidando senza limiti nella ragione umana, col dogmatismo negativo preparò il nostro, che doveva riuscire a uno scetticismo, assoluto eppure irrequieto. Allora proclamavasi la religione degli onesti uomini, in contrasto da una parte col Vangelo, dall'altra coll'epicureismo. Oggi si affetta l'indipendenza della vita civile, e alla religione si surroga qualche concetto di sociale egoismo. Allora con Voltaire si volgeva in burla tutto quanto ha diritto al rispetto; al miracolo davansi vulgari spiegazioni; la stella di Betlem era una delle solite comete, il passaggio dell'Eritreo una marea bassa, la morte di Lazzaro una sincope, l'acqua cangiata in vino un regalo improvisato agli sposi; Cristo non era morto, ma erasi appiattato, e Paolo l'incontrò alquanti anni dopo sulla via di Damasco; tutte le religioni erano scaltre combinazioni de' sacerdoti, propagate mediante prestigi.

Tutto ciò era predicato da scrittori che vantavansi spiriti forti, cioè eccezionali, e che ogni objezione rigettavano col beffarla di pregiudizio. Nel XIX invece l'empietà è consentita da' savj, è attuata con sembianza d'autorità dai Governi: questi s'impiantano senza Dio, mentre gl'individui operano come Dio non fosse, e non più per lepida schermaglia degli scriventi, ma per sistema dei governanti; non per negare la tripersonalità e deridere il Vangelo, ma per iscuotersi da ogni autorità; non per sostituire al verbo divino il verbo umano, e alzare una credenza contro l'altra, ma per negarle tutte, eliminare ogni dato tradizionale, i faticosi acquisti di tanti secoli di studio sagrificando alla fatuità de' giornali o di libri che n'hanno la forma e il peso; molestare, distruggere non solo le credenze avite, ma tutte.

Altri più serj, mediante teorie storiche e psicologiche, posate con serietà, dedotte con rigore, pretendono impugnare fin la creazione; e supposta una cellula prima, (che ad ogni modo bisognerebbe chiedere donde provenga) la vedono per milioni di secoli trasformarsi in corpi inorganici, poi negli organici, e via via perfezionarsi fin alla scimmia, poi all'uomo che ne deriva. E quest'uomo, in cui il ventre fu precursore del cervello, non è altro che materia e forza, poichè i risentimenti della coscienza sono irritazioni dei visceri, rimandate al cervello; il pensar nostro è fosforico lampo. Ma mentre si dice all'uomo, «Tu sei figlio di scimmia», gli si dà la superbia della prima tentazione: «Tu sei simile a Dio». Lo spinosismo pone il mondo, identificato con Dio, come fondamento a diritti e doveri, a speranze e certezze, all'esistenza della società e degli individui, sicchè il sopranaturale è dichiarato assurdo, nè si ha cura che a studj materiali, applicati e immediatamente profittevoli. Eppure negar il miracolo è negar Dio, poichè Dio è il miracolo in potenza: il miracolo è Dio in atto.

Nella farraginosa varietà d'opinioni, irreconciliabili fra loro, nè d'accordo che nell'osteggiare il cattolicismo, al tirar dei conti non rimane che lo scetticismo; negata l'irremovibilità del vero e la sua necessità, credesi supremo perfezionamento il dubbio. Trovammo scettici leggeri nel XV secolo; trovammo nel XVIII gli enciclopedici, che propagarono al resto d'Europa e all'Italia nostra la negazione frivola e beffarda; ma dettavano in mezzo a generazioni credenti; parlavano da cristiani anche nello scassinare le credenze. Divenuto predominante l'industrialismo, fatto cura unica il denaro come fonte di godimenti, di distinzioni, di felicità, la teorica si ridusse a meri fatti, le dottrine a consuetudini. Se pareva debolezza il capitolar con Dio e col diavolo, fu poi regolarità dacchè l'uno non si distinse dall'altro, attesa l'identità dei contrari; dall'educazione si eliminò ogni idea superiore ai sensi, e così si tolse la suprema efficacia delle prime ispirazioni. N'è conseguenza il ridersi della rivelazione, presentare il cristianesimo come qualcosa di melanconico, di cupo, di nemico alle gioje dell'arte, e resuscitare il paganesimo: sicchè udimmo Feuerbach, più risoluto di Giuliano e di Porfirio, non iscorgere nel cristianesimo che bruttura e ridicolaggine, a fronte alla bellezza e poesia gentilesca; e Göthe tener al capoletto l'Apollo, acciocchè elidesse le ascetiche immagini de' santi, ed esclamare che quattro cose detestava: il tabacco, le cimici, le campane, il cristianesimo.

Questa inurbanità gittava egli a pascolo del secolo inurbano, eppure avea confessato che mai non seppe valutar le cose al giusto come a Roma, che quel soggiorno avrebbe sulla sua vita un'influenza benedetta; l'arte stessa lo forzò a mostrarsi religioso ne' rimorsi di Margherita, a far che i canti della Pasqua commovessero fin quel suo tipo del pensiero umano abbandonato alle forze proprie maravigliose e impotenti.

Essi pochi, essi beati, essi con pace, essi con senno, non badano ai dolori profondi che chiedono pace e obblio; che per sostentar le lunghe speranze e la penosa rassegnazione hanno bisogno esempj di disinteresse e d'abnegazione: essi gaudenti ripetono quel che, censettantasette anni dopo Cristo, il giudice che condannava a morte sant'Epipodo: «Noi onoriamo gli Dei coll'allegria, con feste, musica, giuochi, divertimenti. Voi adorate un uom crocifisso, che ripudia la gioja, ama i digiuni e la sterile castità, condanna il piacere. Che ben può farvi costui, che non seppe salvar sè dalle persecuzioni di gente miserabile? Te lo dico affinchè tu abbandoni le austerità per godere le gioje del mondo, colla serenità, che s'addice alla tua età».

Che sperare da dottrine siffatte? Il cristianesimo mette la dignità e il valore dell'uomo nella coscienza intima; il paganesimo nell'esterna legalità. Pel Cristiano la perfezione consiste nel riconoscere l'ordine stabilito da Dio e sottomettervisi; pel Pagano basta l'adempiere alla legge civile. Il perfetto Cristiano è quello che meglio osserva la legge di Dio, e se quelle dello Stato vi ripugnano, osa disobbedirle: pel Pagano è cittadino perfetto quel che non offende le leggi, benchè lo faccia senza coscienza. Abbiasi dunque la forza per farsi obbedire esternamente, e la società sarà beata[661]. Lo vediamo!

Oltre la vita animale, ne abbiamo una intellettuale, una spirituale; cioè, oltre il corpo, esistono spirito e Dio. Le verità morali e religiose che hanno per fine il perfezionamento, per oggetto il bene, bisogna procedano da altra sorgente che le fisiologiche: e quella sorgente è la fede. C'è fede umana e fede divina. Oggetto di questa è il principio superiore e divino della natura umana; è Dio stesso. La fede umana porta che non si è uomini se non si ammettono certe verità sulla esistenza propria, sull'essenza della natura umana. E col coraggio della fede e la saviezza della speranza, ben meglio che colla presunzione individuale, si cresce la sapienza de' padri, e si trasmette migliorata ai figliuoli, abbattendo il nemico comune, lo scetticismo; separando le cognizioni sperimentali da quei disegni che Dio realizza nel mondo, e di cui vuol nasconderci il mistero.

Nè solo al fatalismo orientale noi opporremo la proclamazione della libertà umana, al panteismo buddistico la personalità di Dio, all'assorbimento nel gran tutto l'immortale retribuzione delle anime: ma aspiriamo all'unità di credenze, persuasi che la prima condizione di difender bene la verità è l'accettarla tutta intera.

Il protestantesimo, appoggiandosi solo all'individuo, accentrando ogni potere objettivo nell'io umano, reputando se stesso autorità suprema ed assoluta, cioè principio, legge, fine d'ogni istituzione, porta la morale autonoma nella volontà, l'autonomo pensiero nell'intelligenza, nell'arte, nel raziocinio, nell'economia, nella politica. Gli è perciò che gli apologisti cattolici combatterono sempre più quel sofisma fondamentale della Riforma, che è la negazione assoluta e universale dell'autorità, sia nell'ordine ideale, sia nel reale.

Nell'immenso scompiglio cagionato da una rivoluzione che presuntuosamente posò infiniti problemi, e forse neppur uno ne sciolse; quando un esecrabile jeri fa tremare d'uno spaventoso domani, il cattolicismo rimane grandioso rappresentante dell'autorità, in cui si conciliano la ragione e la fede, la stabilità e il progresso. E viepiù sentesi il bisogno di tornarvi, perchè l'obbedienza, quando non è figlia dell'affezione, è madre del rancore, e perchè al fine si trova che, anche agli occhi della logica, la sola autorità avea ragione. Perocchè chi dico cattolico sa che cosa esprime; mentre chi dice «Io son protestante» fa una negazione, come chi dicesse «Io non sono cinese». Il Cattolico non crede una cosa se non quando s'accertò che è rivelata da Dio, e mentre alcuni dicono «Il tal maestro insegna», ed altri «Maestro mio son io», egli ripete col Vangelo: Magister vester unus est Christus[662]. Così tiene un complesso di verità, una traccia sicura di condotta; in tempo che interessi e passioni rendono difficile il pensar giusto quanto l'operar giusto, s'appoggia ad un'autorità infallibile: non foss'altro, colla sommessione alla Chiesa si sottrae al mostruoso procedere di tanti che abusano della ragione per isragionare, alle follie che s'annicchiano in quel vuoto che il disparir della religione lasciò all'ostentazione d'un interesse pubblico, tutto a danno delle classi più amorevoli.

Fidato in questa, il credente, alla persecuzione sapiente o legale oppone la pazienza, e la fiducia che un giorno, se pur non si riconcilieranno Gerusalemme e Roma, verranno alla Chiesa stessa tutti quelli che credono al Vangelo. Ora un tal fatto sarebbe possibile se ognuno lo interpretasse a suo senno? È dunque necessario il cattolicismo, e questo non può rinunziare a nessun dogma, nè alla comunicazione della Grazia per mezzo de' sacramenti, di cui è dispensiero il sacerdote; onde sta la promessa divina che dalla persecuzione usciranno salvi il sacerdozio, i sacramenti, l'infallibilità della Chiesa.

Nella qual persecuzione gli arretrati e i servili continuano nel calunniare preti, nel sopprimere frati, nel canzonar monache, nel cuculiare psicologi, nel vilipendere la coscienza e la rivelazione come ostacoli al progresso; e s'affollano intorno al pretorio gridando ai moderni Pilati «Crocifiggilo, se no ti denunzieremo a Cesare come clericale». A questo grido, qualche apostolo rinnega, gli altri si nascondono, e la ciurma incalzando urla come al tempo di Tertulliano, Christianos ad leonem, tantum quod christianos.

Unico divario è che la persecuzione non si fa violenta, bensì ipocrita, fin a chiamarsi libertà; libertà il non poter prendere in mano un giornale, un opuscolo, senza dovervi leggere un attacco o violento o profondamente perfido contro la religione; libertà l'impedire che un padre o un marito possa condurre in giro la figliuola o la moglie senza che l'occhio e l'orecchio ne sieno contaminati da nefandità; libertà il contrafare ai sentimenti e alle abitudini d'un intero popolo per lasciar imbaldanzire gli Ebrei e i Vandali, in cui balìa fu consegnata la società; libertà il vietare atti innocenti e pii, anzichè reprimere coloro che gli oltraggiano, e che ridono vedendo sanguinare i cuori, cui sono strappate le più care abitudini; libertà l'impugnare la verità, e il farsi lecito qualunque atto, quasi sia libero il matematico di negare che tre e due fanno cinque; quasi sia libero Iddio di peccare; quasi abbia a considerarsi più libero l'Americano perchè può trafficare di Negri, e il Cinese perchè non gli è proibito trucidare i proprj bambini.

Eppure la crisi maggiore, l'eresia più funesta non sono le persecuzioni, il parlamento, i ministri: a questi flagelli la Chiesa è avvezza da Nerone a Napoleone, da Simon Mago a Renan, da Eutropio a Cavour. Chi piantò la forca per san Pietro pose le fondamenta del Vaticano. Gli attacchi stimolano a nuova energia; la persecuzione infervora lo zelo, obbliga allo studio, al riserbo, alla moralità. Pericolo maggiore che l'ostilità organizzata sono il silenzio, la noncuranza, il «Che cos'importa?» L'uomo di moda non contesta la nostra fede; ci perdona, ci compatisce d'averla, ma non badasi a dissuadercene, a confutare, neppur ad ascoltare le nostre ragioni; nè noi possiamo convincerlo, perocchè non discute, non ammette, non nega; ossia, negando tutto, si dà aria di nulla negare; ha ben altro di che occuparsi! Questi gran savj non odiano, non bestemmiano: si crogiolano nell'indifferenza; Cristo può esserci o no; è facoltativo; dei sacramenti e del papa che ci cale? Giovincelli che non hanno mai pensato, ripetono quel che intesero dire, la scienza aver distrutto la religione; e questo disprezzo, sofisma del cuore, dispensa dalla riflessione, dallo studio.

A siffatti s'aggreggiano anche buoni cattolici, che credonsi chiamati, non curano d'essere eletti: che cresciuti nella religione de' loro padri, non la repudiarono mai, professano il credo, ammettono dalla divinità di Cristo fino ai capelli di santa Filomena, ma non se ne brigano, ma operano come se nulla ne fosse: fede morta: ortodossia venuta da pigrizia, contro della quale già tonava Dante:

Considerate la vostra semenza:

Fatti non foste a viver come bruti,

Ma per seguir virtude e conoscenza[663].

A questa atonia, a questa diatesi astenica bisogna opporre l'azione, il fervore, la dottrina; poichè è poco onore subir il male che si sente e non fare ogni sforzo per guarirne; è duopo esaminar il pericolo ed armarsi alla difesa, invece di crogiolarsi a maledire il secolo come ministro d'opera infame e satanica.

Una delle prime cause del male è il poco studiare e praticare la disciplina ecclesiastica, onde ben predicava Vincenzo Di Paolo, che «è colpa de' preti se le eresie prevalsero, e se l'ignoranza troneggia fra i poveri popoli». Per verità pessimi nemici della Chiesa sono i sacerdoti che non intendendo la propria vocazione, nè sapendo di che spirito siano[664], amano se stessi anzichè le anime; confidano negli uomini anzichè nella virtù; e la storia mostra sempre alla decadenza del sacerdozio tenere appresso gravi crisi della società cristiana.

Se il clero del secolo passato, ossequioso alla podestà che lo vilipendeva, transigendo coi filosofi che lo flagellavano, per omaggio all'ora presente vilipese l'ora passata, oggi invece rimbalzò sotto i colpi, e chiarì che si può essere nobilmente liberale, eppure irremovibilmente cattolico; inseparati dal pontefice, eppure obbedienti al magistrato; soffrir tutto senza mancare al proprio dovere, nè smentire o palliare le proprie convinzioni.

Per far accettare da un'età tutta indipendenza, un'autorità che parla e deve esser creduta, che ordina e vuol essere obbedita; per serbare la dignità del sacerdote che non la deve se non al suo carattere; che davanti a tutti si batte il petto confessando d'aver peccato assai, eppure giovane e povero vede il vecchio, il magistrato, il sapiente, piegarsegli davanti per accusarsi e chiedere d'essere riconciliato, il miglior mezzo, l'argomento più decisivo è il praticar le virtù del proprio stato. Così la dottrina si traduce in azione, come l'errore si confonde col vizio.

Il progresso d'oggi non è più quel della rivoluzione della quale affetta osservare i principj: è rivoluzione non più religiosa che sociale, e aspira alla totale emancipazione da ogni potere costituito, sia politico sia religioso; a sopprimere ogni senso di venerazione.

In mezzo di una società smidollata dalla sensualità, barcollante nel vuoto delle credenze, impregnata di dubbj e di beffa, dai giornali inebbriata di declamazioni e di sofismi, quando l'assolutismo amministrativo sfibra gli animi; nè lascia muoversi che sotto l'impulso del Governo; quando l'insaziabile aspirazione a felicità superne si soffoga nella sazietà di piaceri e ricchezze e nell'organizzazione dei cinque sensi; quando l'arte si raffina nel render popolare l'irreligione; quando ogni tradizione è negata dal capriccio dell'idea personale o affogata nella vertigine di novità; quando la filosofia dichiara inimicizia alla religione, le leggi alla proprietà, la letteratura alla famiglia, è impossibile impedire al dubbio di nascere, alla ragione di esercitarsi sulla fede. È impossibile arrestare il pensiero nel suo precipizio quando la fede religiosa è estinta nel dubbio o nello scherno, quando gli scettici abbattono fin ciò che costituisce il fondo della nostra ragione; quando da tutte parti si acclama che questa ubbriachezza è trionfo della libertà sull'assolutismo, dello spirito sulla materia, del bene sul male. Or che, come la società civile, così la religiosa subisce un gran mutamento, ed è minacciata sì nell'attuazione esterna, sì nelle credenze, si parlerà di fare come nel buon tempo antico? Ma se le verità sono eterne, varia secondo i tempi l'amministrazione loro e il modo di distribuirle. La fede del carbonaro è buona e invidiabile nel semplice credente, ma per coloro che sono stati posti sentinella d'Israele, apresi un'arena, ove combattere ogni giorno e con tutte le armi l'ignoranza e il sofisma.

La Chiesa ponendo come fine dell'uomo il conoscere Iddio per amarlo e servirlo, ci obbligò a coltivare l'intelligenza. Nè la religione può essere solo una poesia, un affetto; vuol conoscere ciò che crede, vuol essere principio d'azione, sforzo di virtù personale e sociale, fondata sopra la verità che rischiara l'uomo pel suo dovere, additandogli la sua destinazione. Onde prestare un ossequio razionale è obbligo conoscere i nemici, e alla propria convinzione dar l'appoggio di sostanziale dottrina, trasformare (secondo la frase d'Origene) l'evangelo sensibile in evangelo intelligibile. Già san Paolo c'intimava: «Non siam più fanciulli che ondeggiano ad ogni vento di dottrina, ma procuriamo arrivar nella fede alla statura d'uomo perfetto». Bisogna armarsi tutti, come nell'altra invasione della barbarie: proclamar regole sane, mostrare e dare abitudini regolari e robuste di critica, per ripararsi dalla menzogna stampata e insistente; mantener salda la ragione a fronte dell'assurdo, echeggiato dai masnadieri letterarj a una gente che, perduta l'attenzione nell'intelletto come il rispetto nella volontà, applaude qual vincitore chi continua a gridare.

Una delle più abili perfidie del cesarismo fu l'insignorirsi dell'educazione, sia coll'escludere ogni insegnamento religioso dalle scuole comuni, e dopo scatolizzatele costringer i figliuoli a frequentarle; sia coll'abolire i seminarj, o restringerli, come volea Giuliano, a non insegnar che teologia. I genitori reclamino e adoprino la libertà di allevare i figliuoli ad altre scuole che quelle ove è messa in pericolo la loro fede, e dietro ad essa il resto.

Ricordiamoci che i maggiori effetti la Riforma gli ottenne sempre fra persone sprovvedute di dottrina, e che perciò lasciavansi lusingare dalla promessa d'istruzione. Ed anche nella deplorabile storia della ragione contemporanea, gli spiritisti e altri mistici, non meno che i pretesi Evangelici si consolano d'aver insinuato qualche nozione e qualche credenza a chi nessuna ne aveva.

All'intelligenza bisogna dare il maggiore sviluppo, estendendo la conoscenza delle verità, scrivendo pel popolo senza affettate sentimentalità, nè esagerazioni iraconde e minacciose, ma col linguaggio che arriva all'intelletto e al cuore; persuadendosi che, in tempo di rivoluzione, è più difficile conoscere qual sia il proprio dovere che non l'adempirlo. Bisogna coltivare il popolo il quale non è buono se non per l'elemento religioso: e il prete ha per esso parole tanto semplici quanto evidenti e credute, et docet et ducit.

Nello stemperato dominio che alla menzogna assicurano i giornali, dalle insistenti declamazioni la folla lasciossi persuadere che la Chiesa sia complice di tutti gli abusi, ostacolo a tutte le novità, e perciò la tolse in odio e in disprezzo, e volle il progresso senza di essa, anzi contro di essa. È dunque necessario mostrare che le scoperte naturali crescono l'aureola della rivelazione sopranaturale, ch'essa contiene il germe di tutte le libertà, come i limiti alle loro trascendenze. Ben perciò i moderni apologisti non si ristettero a dissipare le taccie apposte alla Chiesa, ma tolsero a mostrare la bellezza suprema di quel compiuto sistema di verità che la Chiesa presenta, con ciò attestando che essa non è soltanto un concetto speculativo, ma il fatto più decisivo della storia, e destinato a governare la società e utilizzarne tutti gli elementi; non presumendo di possedere essa sola la scienza, la filosofia, la politica, ma tutte abbracciando le forme dello scibile e degli istituti civili, tutti gl'incrementi del diritto pubblico e della critica.

Non bisogna addormentarsi un sol momento, non fidarsi al miracolo, non a protezione di braccio secolare o d'ordigni governativi, è necessario a tutti studiare a fondo la religione, se non si vuol perdere la fede; e combattere da sè il materialismo politico e sociale in ogni ramo dell'attività umana, in ogni fase dell'esistenza pubblica e privata.

Il prete, ajuto di Dio[665], in questa lotta contro la triplice concupiscenza, deve mostrarsi non inferiore in dottrina ai laici, perchè difficilmente si onora uno che si reputa meno colto e meno savio: e tra il gelo del razionalismo e la grossolanità del materialismo deve non arrestarsi alla mezza scienza, ma cercare la vera. Or che gli esegeti tedeschi vogliono ricondur la storia originaria del cristianesimo alle leggi pure dello spirito umano, abolendo la distinzione di naturale e sopranaturale; or che i filosofi politici a gara ventilano i problemi religiosi, e massime quelli che concernono la natura ed il valore del cristianesimo; or che tutti cercano l'uomo volgendo le spalle a Cristo, il prete deve mostrare Ecco l'uomo: e quei problemi affrontare senza gli scrupoli e le paure che un tempo ispirava l'indagine scientifica: ripudiare i pregiudizj; non confondere la legenda colla storia; non credere tutti i miracoli colla leggerezza con cui il bel mondo crede ai novellisti; non riconoscer mai utile la pia frode. Per tal modo gli uomini che nascono curiosi e creduli, poi divengono curiosi e investigatori, si condurranno ad essere curiosi e credenti. E s'anche non possa ottenersi che gli erranti ritornino alla verità, almeno se ne cerchi la buona fede e la carità, che possono avvicinarli alla riva della salvezza.

S'incolpano molte volte di poca carità i nostri perchè guardano con iracondia una società ebbra d'interessi e di godimenti, che, preoccupata nelle funzioni più umili dell'attività; giudica vergogna il ricusarsi a una scelleratezza ammantata di pubblico bene; loda il tradimento calcolato e l'ipocrisia a freddo; colloca la prudenza nel fluttuare tra obbrobriose contradizioni e sfacciate palinodie; dove l'egoismo del pensiero, passato nell'azione, produce una guerra universale di aspirazioni, di concorrenze, di accuse o d'epigrammi che fan l'uffizio del pugnale; dov'è implacata la congiura della mediocrità contro il talento, del servilismo contro la libertà, dell'ignoranza contro il sapere, del vizio contro l'onestà; dove anche gli spiriti eletti vanno falsati dalle consuetudini rivoluzionarie, fin a tollerare non solo, ma applaudire ciò che sulle prime faceva ribrezzo e nausea.

Chi veda in qual modo siano trattati i buoni da scrittori ingordi d'abjezione, che armano cittadini contro cittadini, tanto più sfacciati perchè i Cattolici non vi oppongono la bocca d'una pistola; chi oda tutto ciò ch'è cattivo chiamarsi cattolico; chiamarsi ragione e gloria tutto ciò che vi contraddice, e strapparsi l'aureola alla Chiesa, al papa, a tutto quanto è grande, inculcando così il disprezzo d'ogni autorità, e preparando lo sterminio della società, dovrà giudicar severamente i nostri se talvolta s'irritano? Ma tanto più domandiamo la moderazione da quei pochi che, nell'età infausta, continuano ad osservare, riflettere, preparare; che cercano la verità indipendentemente dall'utile che ne deriva; che sanno resistere alle minaccie, alle seduzioni e fin alla più lusinghiera di tutte, la popolarità.

Tutte le filosofie che montano se non conducono al bene? e il bene come trovarlo fuor della sua fonte? Le verità morali pajono così comuni, che sia pedantesco il ripeterle: ma pur troppo son dimenticate, sicchè giova l'insistere su di esse fino alla noja. Un tempo il pensier primo era Dio, poi l'anima, infine il corpo. Ora tutto si dà ai soli interessi materiali; se prima faceasi l'esame di coscienza, ora si fa il bilancio: se qualche volta si pensa alla religione, non la si vuole più universale o nazionale, ma domestica; un'ipotesi qual compie ad ognuno di formarsela: e il dileguarsi del gusto delle cose superne si cerca mascherare col dare finezza e solidità maggiore al senso morale, quasi questo possa sussistere anche toltogli l'appoggio delle credenze morali. «Basta esser onesto: che bisogno di Dio?» ripetono, dando per novità idee vecchissime; e così, separano la ragione speculativa dalla ragion pratica, l'idea del bene da Dio che n'è la sorgente: e cavando la morale fuori della teodicea, la vogliono fuori anche della metafisica, e la chiamano indipendente! Facile è prender un nome: il difficile sta nel farselo confermare dagli altri.

Ma primo dovere dell'onest'uomo sarebbe appunto riconoscere Dio, e rispettare la società che lo accetta, nè tale potrà dirsi chi manca d'una virtù così importante com'è la religione. La coscienza! ma che è essa senza Dio? L'ha il ribaldo che assassina; l'ha il selvaggio che mangia suo padre; e solo alla luce del bene noi riconosciamo il male. L'onest'uomo trova scuse nel tempo, nel carattere proprio, nel suo temperamento; rimane fido ad un principio, ad una causa fino a quando gli anni non l'avvertano che val meglio acconciarsi colla opposta; si compiace d'essere men ribaldo del tal ladro, men turpe della tal meretrice; ma costantemente morale non riesce che il pensiero cristiano: solo il Vangelo dà sempre precetti, a cui basta la coscienza, e consigli a cui vuolsi l'eroismo.

L'odierno funesto divorzio fra la Chiesa e il secolo piantò un falso concetto d'indipendenza, per cui l'uomo non sopporta se non ciò che rileva da lui stesso, l'egoismo spegne la carità, l'abnegazione, l'umiltà, la santità; e mentre la giustizia di Dio ridusse la ragione indipendente a divenire micidiale di se stessa, innumerevoli mali fisici, intellettuali, morali intuonano quanto danno derivi dal mancare delle virtù cristiane, e quanto sia bisogno di ritornarvi.

Una delle principali è il coraggio di professar le proprie credenze senza rispetti umani; il coraggio di dirsi figli della Chiesa, conoscerla, amarla, partecipare ai suoi dolori, viver delle sue speranze; il coraggio di sventare un'accusa conosciuta falsa, o di sbugiardare un'asserzione sfacciata. Ma la paura de' giornali paralizza la penna che vorrebbe scrivere la verità per chi è degno d'ascoltarla; e vestendo di tolleranza la pusillanimità, fa tacere per non sentirsi chiamare satirico e malevolo; e a troppi va applicato quel del Decreto, che fa traditori non solo coloro che mentono, ma anche coloro che dissimulano la verità[666].

E ben importa che tutti i Cattolici, ma più i sacerdoti operino il bene; oppongano la carità che unisce, all'egoismo che segrega, e che pensando a se solo riesce ingiusto, insolente, inesorabile, avido, incapace a ravvisar le proprie ignominie, e perciò intollerante del patimento e dei sagrifizj; cogli atti manifestino la permanenza di Cristo nella sua Chiesa e nella società, ricordando che Iddio, secondo una bella espressione della Scrittura, confidò a ciascuno la cura del suo prossimo.

La Chiesa predicò sempre il progresso degli individui, poco il progresso delle nazioni e delle loro forme sociali. Eppure Cristo rigenerò e l'individuo e la società, nè noi dobbiamo lasciare che soli i nemici del Cristianesimo usufruttino quest'idea cristiana, ma far palese il lavoro latente dell'individuale miglioramento.

A smentire poi l'accusa di pusillanimità intellettuale e di malvolere verso la scienza, i credenti non devono lasciarsi sorpassar dagli altri nello studio e nell'applicazione delle dottrine sociali; devono svolger i problemi che sì potentemente commuovono ora gli spiriti; dovrebbero essere a capo di tutte le società di miglioramento sociale, non esitando a impiegarvi tempo, denaro, sforzi, ardore; ricordandosi che le quistioni di libertà, d'eguaglianza, di fratellanza, di asili, di governi rappresentativi, di suffragio popolare, di famiglia, di pauperismo, di ospedali, di limosine, di soccorsi alla povertà vergognosa, di cura per le madri, per gli esposti, del lavoro di donne e di fanciulli, furono introdotte dal Vangelo.

Quando alcuni socialisti scompaginano la società, altri pretendono rifarla, e tra la scienza e la fantasia inventano varj sistemi; quando sovrastano grandi mutamenti sociali, importa conoscere le mutue relazioni fra la Chiesa e l'impero civile per trarne canoni ai progressi nel diritto pubblico, e convincere di follia il voler segregare la Chiesa dallo Stato, mentre fra essi non può darsi che un accordo, indefinibile è vero e discrezionale perchè di opportunità, ma con mutue compensazioni.

Ecco venti anni che l'Italia è avvoltolata nel turbine della rivoluzione, dove, come fu detto alla tribuna francese il 15 aprile 1865, si considerò progresso soltanto l'insurrezione o spontanea o spinta, e dietro ad essa rovesciar un Governo e chiamarne un nuovo; dove si generò dapertutto sorda resistenza, acrimonia diffidente, indefinita scontentezza: dove offuscate le nozioni di giustizia e diritto, posti in pericolo tutti i miglioramenti; dove l'incertezza del domani, e il diffidare di tutte le cose e di tutte le persone turbano ogni godimento. Il gran problema non è l'unità o la federazione, la monarchia o la repubblica, la tirannide principesca o la popolare, nè tampoco l'indipendenza o la servitù: bensì se l'uomo e la società devano esser regolati dall'autorità o dalla forza, dalla Chiesa o dalla rivoluzione, dal capriccio umano o dalla provvidenza divina; se norma degli atti, criterio delle risoluzioni devano essere i principj del 89, le dicerie parlamentari, i minacciosi vaniloquj de' giornali, oppure le eterne norme del decalogo, i precetti della Chiesa, le verità interpretate da chi ha la certezza di non errare.

Lo scherno scalza le credenze, ma non distrugge il bisogno di credere; e il sentimento religioso è talmente insito nella natura umana, che durerebbe anche quando sparissero i simboli e le istituzioni che gli servono d'espressione e d'appoggio. Nè il senso comune non si spegne mai in tutti, ma può indebolirsi in una società particolare; e ciò è peggio che non l'errore metafisico. Pure non convien disperare, giacchè è difficile trarre un'intera generazione sotto l'impero della falsità; e quando infuria la procella il navigante domanda la sua direzione agli astri, non ai marosi.

Che se pure le minaccie odierne si compiranno, e v'avrà interruzione nel regno visibile di Dio, per provare che l'unità non deriva da possessi terreni da grandezza nel mondo[667], noi sappiamo che la redenzione è mistero d'amore e di misericordia, e Dio, come sul Calvario, permette l'ingiustizia affinchè i frutti di essa facciano ravvedere l'uomo. Confidiamo dunque non tarderà a sorgere il giorno, che, visto non poter vivere il mondo senza autorità, verrassi a cercarla alla sua sorgente; che la civiltà umana sarà il corpo del cattolicismo; che la Chiesa costituirà l'unità vera, cioè l'unità degli spiriti, e accorderà alle idee politiche moderne tutto quel che non ripugna ai dogmi fondamentali; farà sparire tra essa e la società rivoluzionaria il dissenso e le male intelligenze, di cui tanto giovansi i suoi nemici. Allora si compiranno le grandi conquiste della Chiesa cattolica, e l'indipendenza del sacerdozio nell'applicare lo verità superne alle opere della carità, della redenzione, del progresso.

E qui prendiamo congedo, forse per l'ultima volta, da questa che un tempo diceasi «Bella Italia ov'è la sede del valor vero e della vera fede»: quest'Italia che fu il sogno della nostra giovinezza, la cura della nostra virilità, l'affanno della nostra vecchiaja. Gli storici futuri dovran narrare che vi fu tempo ove, gli abjetti errori dell'arianesimo e dello scetticismo, e i sottili della sofistica, abbattuti al rinascere della critica, dopo tanti secoli disepellironsi, muniti non solo dalle grida del parlamento, della taverna, della stampa, ma dalla pubblica autorità; diranno quanti anni durò questo regresso, finchè di nuovo la critica ridestò la coscienza e il senso comune. Noi dobbiam finire nelle circostanze più gravi e nelle prospettive più vertiginose, senza nulla conchiudere, nè tampoco prevedere, se non che il restauramento generale deve cominciare da quello di ciascun individuo. Limitandoci a voti, noi, come il pontefice, auguriamo l'indipendenza ai popoli, la libertà alla Chiesa; e deh possano i tuoi vigneti, o Italia, e le campagne tue non cessar di produrre vino e grani pei sacrosanti misteri, nè sugli altari arricchiti da' tuoi marmi e dall'arti tue cessare l'illuminazione de' tuoi oliveti: l'aure, che carezzano i laghi e i colli tuoi e il duplice mare, possano al pellegrino, che da tutto il mondo viene a visitare la metropoli del mondo, recar sempre la melodia de' cantici che risuonano concordi dall'umile cenobio fino a quelle basiliche, la cui incomparabile magnificenza è un'altra dimostrazione del cattolicismo. Consacrati i tuoi progressi, sanate le piaghe dalla benedizione del Padre, possa tu esser veramente una nell'unità delle credenze e dell'amore, veramente libera nella libera Chiesa, degna di produrre ancora menti che sappiano ammirare, cuori che sappiano amare.

AGGIUNTE E CORREZIONI ALL'OPERA

Nessuna speciale agevolezza a suoi studj l'autore ritrovò, sia ne' privati sia ne' governi del suo paese, e tanto meno nell'odierno. Biblioteche e archivj non potè usare se non come un cittadino qualunque: alcun favore chiesto ad uffizj pubblici gli fu negato; possessori di carte e di libri non sempre vollero essergliene cortesi. Gli è forza accennarlo per iscusar un difetto di tutti i suoi lavori, qual è di non aver usato le migliori edizioni, e non sempre essersi valso delle medesime ad assicurare le citazioni, come avrebbe solo potuto se collocato in una biblioteca.

E nel presente lavoro, moltissimi anni meditato traverso a quelle crisi che portano seco tanti frantumi d'umana dignità, neppure ottenne le facilitazioni, che a qualche straniero si erano abbondate, perchè richieste diplomaticamente da governi che non disgradano le lettere, e con troppo scarso esito ha invocato la limosina di consigli e avvertimenti nella lunga incubazione dell'opera sua. Siffatta è l'abitudine degli studj in Italia, che chi vi si applica deve nascondere ciò che fa, quasi una colpa che trami, onde non offendere anticipatamente le incontestate glorie de' mediocri: tanto meno può chiedere ajuti e collaborazione. Dopo pubblicata l'opera, forse neppur un giornale d'Italia l'ha tolta ad esame. È una discolpa che egli cerca alle imperfezioni di un lavoro, il cui intento essendo nuovo, avrebbe avuto tanto bisogno di coadjuvamento, di consigli, di materiali. È ben sconfortante il trovarsi solo, senza chi vi accompagni negli studj, vi soccorra nelle ricerche, vi applauda o vi critichi, s'interessi a quel che fate! Pure ciò ha procurato a questo, come agli altri libri dell'autore, maggiore indipendenza, non avendo avuto a sacrificare ad amici, come non voleva tremar di nemici.

Ridotto alle uniche forze sue, egli trovò durante la pubblicazione molte cose: e in parte le inserì forse dov'erano meno opportune, a scapito di quella geometrica disposizione, della quale egli si mostrò sempre geloso. Il conte Pietro Guicciardini raccolse da seimila volumi ed opuscoli di eterodossi e di loro contradditori, e volgarizzamenti della Bibbia, e trattati socciniani, e ne fe dono alla biblioteca Magliabecchiana. Per negligenza officiale rimasero lunghissimamente nelle casse, e appena adesso si stanno sballando e disponendo. Con festosa premura ne avrei offerto almeno il catalogo se ancora fosse fatto: così non potei che profittare della parte che già è disposta. Da qui l'autore trasse materia di nuove aggiunte, che colle correzioni suggeritegli da qualche amico o dal tempo e dalla riflessione metterò qui, per assettarle poi se mai il libro ottenesse quel che tutti gli altri suoi, il vantaggio di nuova edizione, almeno postuma, e giovarne le traduzioni che già ne sono cominciate.

I pochi lettori serj vogliano avergliene compatimento, e ai futuri studiosi augurino tempi e compagni migliori.

VOLUME I

Pag. 37, linea 15, leggi:

Ne' canoni apostolici, apocrifi ma del secolo III,

Pag. 40, lin. 25, aggiungi:

parve aderirvi, comunicando con alcuni con cui non comunicava Atanasio.

Pag. 63, lin. 1, leggi:

nel Ligurino, se pure non è apocrifo, come si sostiene,

Pag. 71, nota 3, leggi:

Cardinali vescovi erano quelli di Ostia, Porto, Santa Rufina, Albano, Sabina, Tusculo, Preneste, vicarj del papa qual parroco di San Giovanni Laterano. I cardinali preti succedettero ai venticinque preti delle chiese di Roma, specie di parrocchie. I cardinali diaconi presedevano agli istituti di carità, e curavano i diritti e i beni della chiesa.

Pag. 71, lin. 33, leggi:

Dopo il concilio di Clermont del 1092.

Pag. 74, alla nota 15, aggiungi:

Nella patria sua pochissima o nessuna efficacia esercitò Arnaldo, anzi fu cacciato da Brescia Ribaldo che n'era uno de' consoli, perchè n'avea favorito la parte: pochi anni dopo la morte di esso, negli statuti del 1200 si ordinava che il podestà di Brescia, entrando in uffizio, giurasse ad S. Dei Evangelia, quod infra octo dies regiminis dabo banum perpetuale comunis Brixiæ in publico arengo, more solito coadunato, Gazaris, Leonistis, Speronistis, Circumcisis, Arnaldistis, et omnibus hæreticis.

Noto è che Ribaldi chiamaronsi gl'infimi soldati di ventura (vedi il Du Cange e la Crusca), e che questo nome, come quello di masnadiere, prese un significato cattivo in grazia dei pessimi comporti di coloro. Ma è notevole l'essersi confuso Ribaldo con Arnaldo, sino a divenire sinonimi in senso obbrobrioso. Nello statuto di Brescia del 1380, pag. 219, leggiamo: Item statutum est quod aliquis Arnaldus seu Ribaldus, cum erit seu vixerit extra civitatem Brixiæ, non audeat nec præsumat ire, sive exire infra scriptas stratas etc. E nella pagina seguente: Item statutum est quod... Arnaldus seu Ribaldus, non audeat nec præsumat habere nec portare lanceam, nec arma etc. — Item statutum est quod aliquis Ribaldus sive Arnaldus; nec aliqua suspecta persona de damno dando in clausuris Brixiæ non possit etc.

Anche lo statuto di Como, c. 187, ha: Non fiat nec teneatur aliqua barataria... per aliquos stipendiarios, baratarios, Arnaldos. E in quello di Vercelli, libro v, pag. 126: Non debeat emere vel... ab aliqua persona ignota... meretrice, Arnaldo vel Ribaldo...

Il titolo di ribaldo rimase qualificativo, mentre prima era nome proprio usitato: l'altro cadde in obblio.

È una delle scoperte più disputate oggi, e delle più interessanti qualora ne fosse men dubbia l'autenticità, quella delle poesie di Aldobrando da Siena, che, nato nel 1112 e morto nel 1186, scriveva già in pretto italiano. Anch'egli lancia dei versi contro Arnaldo, poichè in una canzone ove celebra i tempi della lega lombarda, e un non sappiamo quale illustre personaggio di Siena, loda questo dall'aver distolto i cittadini dalle colui eresie.

Or del fellon Arnaldo già vicina

Prevedeste la ruina,

E manti (molti) pur toglieste all'infernale

Sentina d'onni male

Che 'l folle fra le fiamme, ahi membranze,

Tutte purgò fallanze.

Al qual proposito il signor Grottanelli emenda le molte inesattezze degli storici e romanzieri intorno al luogo ove fu arrestato Arnaldo. Fu alle Briccole, sulla strada per Roma, a dieci leghe da Siena. I visconti del vicino castello di Campiglio lo tolsero di mano al maestro ospitaliero, e lo venerarono: ma Federico Barbarossa li costrinse a darlo a lui, che lo consegnò al prefetto di Roma perchè lo giustiziasse.

Pag. 99, alla nota 1, aggiungi:

apud Dom Bouquet, T. X, p. 23.

Alla nota 9 in fine, aggiungi:

Dal Muratori (Ant. mæd. æv. Diss. LX) è citato un trattato inedito, Magistri G pergamensis contra Catharos et Passagios, che potrebbe esser del Guala vescovo di Bergamo.

Pag. 114, aggiungi:

Dopo l'opera nostra, fu pubblicato a Perugia un opuscolo, col titolo I Guglielmiti del secolo XIII; una pagina della storia milanese documentata dal d. Andrea Ogniben veronese medico militare. Prima edizione, volume unico: e sono 130 pagine. Tanto per fare secondo i tempi, vorrebbe l'autore scorgere in quel processo un movente politico che appena adombra, ma principalmente dimostrare che la Guglielmina fu una santa donna, e i processati tanti allucinati, mossi in parte da furore erotico, in parte da manìa religiosa, riscaldata dalle quistioni che allora si agitavano sulla grazia efficace (?), sullo stato delle anime avanti il giudizio, sulla rovinosa teoria del libero arbitrio (sic e più sotto la dice fatale teoria) per cui «nel solo ducato di Milano (sic) vi aveano allora ben tredici sette di religione». Di questa teomania trova egli esempj dove vuole, e dice che «il filosofo ed il psicologo, squarciando il velo misterioso d'una fede imposta alle menti umane dal despotismo sacerdotale, ci mostrano chiaramente l'origine umana d'una religione tutta amore e santità». Col che vuol far intendere che Cristo era un delirante, come erano «evidenti manie sensoriali quelle del Rapito di Patmos»; e visionarj i fondatori degli Ordini religiosi.

Dà egli tradotto un compendio del processo del 1300, o piuttosto d'un estratto che ne fece il notaro Beltrame Salvago, molti anni dopo. I fatti che ne risultano son quelli che accennai nel testo. Delle oscenità conformi a quelle de' vecchi Gnostici e dei moderni Quietisti, non trovasi quasi orma, a malgrado di quanto asserirono i primi cronisti e storici. Già i Montanisti consideravano Cristo non come ultimo termine del progresso morale e religioso, ma che sarebbe seguito da una nuova rivelazione; concetto svolto poi dal Lessing nell'Educazione progressiva del genere umano. L'illustre filosofo e filologo Postel credette e sostenne di una vergine veneziana press'a poco quel che i Guglielmiti della pia Boema. Perocchè pare che la Guglielmina non vantasse nè la sua divinità nè le rivelazioni, bensì le credessero o le spacciassero Andrea Saramita, la Manfreda e alcuni altri, massime dacchè fu morta. Un Mirano, cappellano della chiesa di San Fermo, che, morta la Guglielmina, era ito col Saramita a recarne l'annunzio al re di Boemia, rispondeva: «Da Andrea Saramita e da suor Manfreda di Pirovano e da altri devoti della Guglielmina, ho inteso che questa era lo Spirito Santo, terza persona della Santissima Trinità; che dovea risorgere, ed ascendere in cielo, alla presenza de' suoi devoti. Fui presente quando Andrea e Manfreda annunziavano tali cose ai devoti. Udii pure da loro che, siccome Cristo sotto forma d'uomo, così Guglielmina deve soffrire sotto forma di donna per li peccati dei falsi cristiani, e di coloro che crocifissero Cristo, e dopo che la Guglielmina fosse risorta ed ascesa al cielo, dovea mandare a' suoi discepoli, nel giorno di pentecoste, lo spirito paracleto; doveansi mutar leggi, rinnovare vangeli, ordinare i cardinali; e la risorta diverrebbe arcivescovo pontefice. Esso Andrea, Albertino di Novate, Franceschino Malcalzati portarono ostie da Chiaravalle. Alcuni devoti fanno dipinger l'immagine della Guglielmina sotto il nome di santa Caterina. Suor Manfreda istruiva i discepoli a non dir la verità quando interrogati dalla Inquisizione; che sarebbero ajutati dallo Spirito Santo; e soffrano tutto per la Guglielmina come gli apostoli per Gesù. Che il papa presente (Bonifazio VIII) non poteva assolvere nè condannare, perchè creato non legalmente. Esservi tante indulgenze a chi visitava il sepolcro della Guglielmina a Chiaravalle, quanto per Terrasanta. Andrea e suor Manfreda diceano veder la Guglielmina, essa parlare con loro, benedir la loro mensa. Prepararono una clamide di porpora con fibbia d'argento, una vesta di porpora e sandali d'oro, di cui si rivestirebbe dopo risorta. Suor Manfreda, per mezzo della Guglielmina aveva grazia, virtù ed autorità maggiore, che non n'abbia avuto mai san Pietro».

Altre volte il Saramita disse ch'essi vestivano a bruno perchè così la Guglielmina; «e perchè essa fu chiamata Felice, e si credea lo Spirito Santo, molti davan ai loro figliuoli il nome di Felicino e Felicina e Paracleto. Quando andavamo a Chiaravalle a venerar la Guglielmina, l'abate ci facea dare pane, vino ed altro. Que' monaci nella solennità faceano panegirici di essa e della sua congregazione. Fui presente allorchè la Guglielmina morì, e andai al marchese di Monferrato pregandolo mi desse una scorta onde portarlo con sicurezza a Chiaravalle, stando allora in guerra Milanesi e Lodigiani. Ella disse a quei che la circondavano: «Voi credete vedere, e non vedrete per la vostra incredulità», alludendo alle cinque piaghe che avea sul suo corpo. Credo che la Guglielmina è lo Spirito Santo, e che deve risorgere, e che fece molte cose simili a Cristo. Ma essa non disse mai che fosse lo Spirito Santo, ne cercò mai persuadercelo: bensì disse a Manfreda che l'arcangelo Raffaello ne annunziò la nascita alla beata Costanza sua madre, e quando fu concepita e quanto tempo stette nel ventre, perchè essa era nata il giorno di pentecoste, e pareami dovesse tutto ciò esserle accaduto a somiglianza di Cristo. Non dissi che in gloria divina superasse Maria e ogni altro santo: pur credo essa sia la terza persona della Trinità e di essenza divina, e l'avrei detto a tutti se non temessi destarne orrore. Il corpo suo non essendo ancora glorificato, nol tenevo per più glorioso di quel della beata Vergine».

Altre volte invece confessò averle essa detto che era discesa dal cielo su marmoreo seggio, sfolgorante di vivissima luce; essere lo Spirito Santo: e la Manfreda avere udito altrettanto dalla Guglielmina: e che dal 1262 non era stato consacrato il solo corpo di Gesù Cristo, ma quello pure dello Spirito Santo ch'era il suo. Credeva suor Manfreda dover essere papa vero, e con piena e reale giurisdizione: vicario dello Spirito Santo in terra, cessando il papato presente, i suoi riti, la sua autorità, succedendovi la Manfreda che dovrà battezzare Giudei, Saraceni e gli altri non battezzati: i quattro vangeli si conserveranno finchè suor Manfreda sia investita della pacifica potenza di Pietro: allora cesseranno, e quattro sapienti mandati da Guglielmina ne scriveranno dei nuovi, che porteranno i nomi de' loro autori.

La Manfreda confessò aver composto le litanie della Guglielmina e aver creduto a questa, e tenere conferenze dove si recitavano gli evangeli, le epistole e alcuni miracoli. Essa conserva dell'acqua con cui fu lavato il cadavere della Guglielmina, ma non l'ha adoprata per divozione nè per guarire infermità.

Sibillia, vedova di Beltrame Malcolzati, disse avere udito dal Saramita e dalla Manfreda che Guglielmina era lo Spirito Santo, vero dio e vero uomo, che doveva risorgere, ed apparire col corpo, e visibilmente ascender al cielo, presenti i suoi devoti, e mandare lo Spirito Santo in forma di lingue infocate: e che essa dovea redimere i Giudei e quanti erano fuori del cristianesimo. Che suor Manfreda avea ricevuto in consegna la Chiesa di essa, e le chiavi del regno de' cieli: che Franceschino Malcolzati canterebbe la prima messa al sepolcro della Guglielmina, e Manfreda la seconda. Essa Sibillia aveva in casa la cassa in cui primamente fu sepolta la Guglielmina, portatale dal Saramita perchè i vicini di essa, in via di san Pietro all'orto, la richiedeano, mentre i monaci di Chiaravalle voleanla per sè, come quelli presso cui la Guglielmina avea scelto di esser sepolta.

Tiene pure in casa un padiglione di zendado vermiglio che fu messo sopra la bara quando fu trasferita a Chiaravalle. La Manfreda prese colle sue mani un'ostia portatale da Chiaravalle, e gliela pose in bocca ad onoranza della Guglielmina.

Tornata poi al Sant'Uffizio, la Sibillia confessò che suor Manfreda erasi vestita degli abiti pontificali, di dalmatiche due altre suore, il Saramita e il Malcolzati; altri di cotte: e accomodato una specie d'altare, vi posero il calice e quanto occorre per la messa: la Manfreda celebrò; Andrea recitò il Vangelo, Albertone Novati l'epistola. Il Saramita le disse che, entrato in camera della Guglielmina, la trovò che orava, e alzatasi, gli disse ch'era lo Spirito Santo, venuto in forma di donna perchè, se fosse venuto in forma di uomo, sarebbe morta come Cristo, e tutto il mondo ne perirebbe. Di subito apparve una cattedra, e Guglielmina la convertì in un bue, e a lui disse: «Tienlo se puoi», e subito sparve. Soggiungeva che il nome suo non morrà, e per essa molti saranno consolati, e molti tribolati.

Nel processo, molti son nominati quali devoti della Guglielmina, e aveano comprato bellissimi drappi e tovaglie in venerazione di essa, e per ornarla al suo ritorno in terra.

Lo strano consiste nella connivenza de' monaci cistercensi, i quali credeano bensì che ella fosse de' reali di Boemia, ma non lo Spirito Santo. La casa in san Pietro all'orto ov'essa abitava, era proprietà del loro monastero, e diceano che da sei anni accendevano lampade al sepolcro della Guglielmina, udendo che liberava molti da infermità: avendo il Saramita detto che la Guglielmina era lo Spirito Santo, alcun di loro andò difilato alla casa di lei a interrogarnela, ed essa indignata rispose: Ite, ego non sum Deus, ma esser di carne e d'ossa, e aver condotto seco a Milano un figliuolo; e se non facessero penitenza di quelle credenze, andrebbero all'inferno. Dal che, e da molti altri riscontri può indursi che la Guglielmina non fosse che una pia donna, e tutto il resto invenzione o fantasia della Manfreda e del Saramita.

A quel processo segue qualche brano d'un altro, fatto il 1295 contro un Mangiarocca muratore, abbruciato per eretico, e un Ventura Rosso che avealo chiamato il miglior suo amico.

Il processo della Guglielmina si connette con quello che fu poi fatto contra Matteo Visconti, poichè nella lettera di papa Giovanni XXII del 1 aprile 1324 ove colpisce questo di anatema, è mentovato come sua prossima parente materna la Manfreda, che asseriva essersi lo Spirito Santo incarnato in una tal Guglielma, lo perchè fu data alle fiamme: e si facea colpa a Matteo di aver molto supplicato per la liberazione di essa, locchè smentisce quei cronisti antichi che lui incolpano d'aver denunziata quella setta. Dalla lettera stessa e da quella data il 1322 dalla chiesa di Valenza diocesi di Pavia, dall'arcivescovo frate Aicardo che nel sinodo Bergolicense fece condannar esso Matteo, appare che altri progenitori di questo erano stati sospetti o condannati d'eresia, cioè il nonno, una zia, Giacomo ed Obizzone: e che Galeazzo, figlio di Matteo, professava gli errori della Manfreda, onde fu arrestato, ma poi rilasciato per le minaccie di Matteo.

Quando Giovanni e Luchino Visconti si riconciliarono colla Chiesa, supplicarono fosse riveduto il processo del loro padre, il quale in fin di vita erasi pentito. Allora Benedetto XII rimproverò severamente l'eccessivo rigore di Aicardo, e annullò le sentenze proferite in quel sinodo. Nos, qui sumus omnibus in justitia debitores, nolentes justitiam denegare, hujusmodi processus et sententias archiepiscopi et inquisitorum, per nonnullos ex fratribus nostris S. R. E. cardinalibus examinari fecimus, et ipsorum relatione audita, nos, una cum eisdem et aliis fratribus nostris in concistorio, ipsos processus et sententias cum maturitate et discussione debitis examinavimus... et inique factos invenimus... et auctoritate apostolica inique facta ac nulla et irrita declaramus etc. La bolla è del settimo anno di Benedetto XII, e riferita dall'Ughelli ne' vescovi di Milano.

Ove nel testo diciamo che i Guglielmiti furono bruciati il 9 agosto leggasi settembre.

Pag. 120, alla nota 26, aggiungi:

Quelle sentenze sono stampate nel Richa, Chiese fiorentine, tom. III, pag. 19.

Alla nota 27, aggiungi:

Il Razzi, nella vita di san Pietro Martire, racconta che un giovane libertino di Firenze, vedendo dipinta in Santa Maria Novella l'uccisione del santo, esclamò: «Oh se fossi stato io, l'avrei ben percosso più gagliardamente». Ed ecco di tratto ammutolì: finchè riconosciuto l'error suo, e chiestone perdono, ricuperò la favella.

Alla casa ove nacque san Pietro in Verona è posta una statua di esso coll'iscrizione: Sum Petrus Martyr nutritus et editus infans his domibus: fiat testis imago mea. Alcuni lo fan di casa Milani, altri di casa Rosini.

Pag. 122, lin. 18, leggi:

Questi scritti sono, la Concordia del nuovo coll'antico Testamento, il Commento sull'Apocalissi, il Salterio delle dieci corde: moltissimi altri gliene vengono attribuiti forse a torto, come un commento a Geremia e Isaia, pieno di profezie contro gl'imperadori svevi, un libro sulla Sibilla Eritrea e sul profeta Merlino, e sulle profezie di Cirillo.

Pag. 130, al fine, si sostituisca quanto segue:

Quel versetto dell'Apocalisse, c. XIV, 6, et vidi alterum angelum volantem per medium cœli, habentem evangelium æternum, parve ad alcuni significar un evangelo che surrogherebbe quel di Cristo: sicchè, dopo l'età del Padre, in cui pontificavano i padrifamiglia, verrebbe l'età del Figlio o del Nuovo Testamento, col sacerdozio celibe e la vita attiva; da ultimo l'età dello Spirito Santo, che comincerebbe al 1260, caratterizzata dalla perfezione e dalla potenza della vita contemplativa de' cenobiti, opposta alla splendidezza de' prelati.

Primo apostolo di quest'ultimo evangelo era stato l'abate Gioachino. Se foss'egli un profeta, o un impostore o un visionario è difficile determinare fra le tante tradizioni che lo resero legendario: certo gli scolastici non osarono attaccarlo finchè visse: potè francamente rimproverare i traviamenti della Chiesa, divenuta feudale; gli errori in cui cadde sulla Trinità furono riprovati solo nel 1215 dal quarto concilio lateranese, però senza nominare quell'abate, benemerito della Chiesa.

Fu tra i discepoli suoi che venerossi l'Evangelo eterno; ma il testo essendone perduto, non possiamo che congetturare sopra quanto ne dissero gli scrittori, principalmente un Concilio d'Anagni ove gli errori ne furono condannati. Secondo loro, l'Evangelo di Cristo non sarebbe stato perfetto, e dovea surrogarsegli questo nuovo della vita contemplativa. All'attuazione dell'antico Testamento presedettero tre grand'uomini, Abramo, Isacco, Giacobbe, quest'ultimo accompagnato da dodici patriarchi: al nuovo tre grandi, Gioachino, Giovanni Battista e Gesù Cristo, accompagnato da dodici apostoli: all'eterno presederanno tre grandi, l'abate Gioachino, san Domenico e san Francesco co' suoi dodici seguaci. Nel 1200 fu abrogato l'Evangelo di Cristo, che nessuno condusse alla perfezione. Ora vi sottentrerà il nuovo. Nel 1260 s'avrà una grande tribolazione, e l'Anticristo apparirà: poi dopo breve pace avverrà nuova tribulazione, ancor più pericolosa perchè tutta spirituale.

Così preparavasi una nuova religione; una riforma ben più radicale di quella del XVI secolo, e non solo religiosa ma sociale, abolendo la proprietà.

Alcuni gioachiniti avendo cominciato a spiegar questo Evangelo nell'università di Parigi, que' dottori, meno ideali e più pratici come sono i Francesi, se ne sbigottirono e lo fecero condannare dai papi Innocenzo IV e Alessandro IV nel 1255, pur usando riguardo ai Minoriti che l'insegnavano. Da ciò nacque che restasse arcano il nome dell'autore, che i più credono Giovanni Burallo da Parma, nato verso il 1209, entrato francescano verso il 1232, professore a Bologna, a Napoli, a Parigi. Divenuto settimo generale de' Francescani, volendo tra questi ripristinare la stretta regola, visitò a piedi tutti i conventi, ove il suo rigore gli procacciò nemici. Da Innocenzo IV spedito a tentar la riconciliazione de' Greci scismatici, acquistò la stima dell'imperatore Vatace, del patriarca, del clero, del popolo, ma nulla conchiuse. Accusato di aderire alle dottrine dell'abate Gioachino, fu nel capitolo generale di Ara Cœli deposto, o indotto a deporsi da generale, e gli fu surrogato san Bonaventura, che ne fece fare il processo. Due suoi discepoli Leonardo e Gerardo rimasero condannati in perpetuo al pane della tribulazione e all'acqua dell'angoscia: per Giovanni intercesse il cardinale Ottoboni, sicchè potette ritirarsi nel convento della Greccia presso Rieti, ove visse trentadue anni. Ottenuto poi d'uscirne per tornare ad apostolar in Grecia, a Camerino morì. Gli si attribuirono miracoli e passò per beato, titolo confermatogli dalla sacra Congregazione de' riti nel 1777.

Ma che l'Evangelo Eterno sia opera sua non pare. Di fatto a principio era piuttosto una dottrina che un libro, sostenuta da mendicanti Predicatori o Minori. A questi dunque fu attribuito il libro quando comparve, ma i Predicatori lo ripudiarono, tanto più che nessun di essi era indicato come autore. Ma fra i Minori si nominò qual autore Gerardo da Borgo San Donnino, altri l'abate Gioacchino, mentre Giovanni da Parma avrebbe fatti il Liber introductorius in Evangelium Æternum. Probabilmente l'Evangelo Eterno non sussistette mai, ma solo per esporne le dottrine si fece quest'Introduttorio; ardito tentativo di consolidar la dominazione degli Ordini mendicanti mediante una nuova religione, perfezionamento di quella portata, dodici secoli prima, da Cristo(1). E appunto Renan, nella Revue des Deux Mondes del luglio 1866, con ricchissima erudizione sostenne che il titolo d'Evangelo Eterno davasi alle tre opere che mentovammo dell'abate Gioacchino. L'Introduttorio che epilogava le dottrine di questo, spesso venne indicato come l'Evangelo Eterno, e sarebbe opera di Giovanni da Parma o piuttosto di Gherardo da Borgo San Donnino nel 1254.

(1) Vedasi un articolo di Daunou su Giovanni da Parma, nel tom. XX della Histoire littéraire de la France.

Dom Gervaise, Hist. de l'abbé Joachim.

Meyenberg, De pseudo evangelio æterno. Helmstadt 1725.

Pag. 135, alla nota 7, aggiungi:

Nella Biblioteca Magliabecchiana, Manuscritti, classe XXXIV, n. 76, esiste un libro di 121 carte, che taccia d'eresia le decretali di Gio. XXII contro i Fraticelli; il processo e le proteste di frà Bonagrazia da Bergamo, e tutti gli atti relativi alla quistione, e a difesa da frà Michele, con moltissime particolarità anche di persone. Incomincia:

«Questa è una parte degli articholi heretici tratti dalle IIII decretali fatte contro alla povertà di Cristo e degli apostoli per Giovanni di Caorsa detto papa XXII, riprovati.

È sempre violento, e per es.: «Nell'anno XIIII dello suo papato ereticale fece un'altra costituzione, ovvero destituzione, ovvero destruzione, la quale incomincia, ecc.

«Qualunque queste cose latamente e diffusamente saper desidera, ricorra alle opere del venerabile padre maestro frate Michele, per addietro generale dell'Ordine de' frati Minori, nelle reprobazioni della prima, seconda, terza e quarta decretale: ed all'opera del maestro Francesco d'Ascoli sopra la quarta decretale: e all'opere del maestro Guglielmo Ocham sopra alla quarta decretale... ed altro le quali esse feciono, delle quali queste poche cose tratte sono: ma quivi più profondamente si trattano, et pruovasi e mostrasi la verità, e riprovasi l'eresia e la iniquità (carte 21).

Segue un altro trattato della stessa materia;

«In nomine Domini nostri Jesu Christi pauperis crucifixi et gloriosi sancti Francisci. Incomincia il primo motivo della quistione nata nella corte di Avignone nel tempo di papa Giovanni vigesimosecondo, della povertà di Cristo e degli Apostoli, e il processo e l'ordine d'essa medesima quistione». E narra i fatti, cominciando da frà Michele da Cesena. Son carte 62.

Segue la spiegazione d'un'omelia di Giovanni Crisostomo, ove si rincalza sempre la pretesa eresia di papa Giovanni.

Dello stesso argomento è un altro manuscritto, già nella Palatina, Cl. I, 6, di cui vedi Palermo i, 221.

Contro i Fraticelli così scriveva il b. Giovanni Dalle Celle: «Voi chiamate la Chiesa carnale, perchè usa lo ricchezze, e fate male; imperocchè le ricchezze sono buone a chi le sa bene reggere e governare secondo Iddio. Cristo non solamente ebbe discepoli poveri, ma gli ebbe ricchissimi; e più fede trovò in un ricco centurione, e più umiltà che in niuno del popolo d'Israele, e che non trova sotto cotesti vostri cappucci pieni d'arroganza. E acciocchè Cristo non mostrasse di riprovare le ricchezze, volle istare in casa del ricco Zaccheo; e udendo come molto le dispensava bene, il lodò, e non gli disse che le rendesse. Così il ricco Nicodemo meritò di ricevere nelle sue braccia il santo corpo di Cristo. Così il nobile decurione Giuseppe meritò di avere Cristo nel sepolcro suo. Adunque non si debbe chiamare carnali que' chierici che hanno le ricchezze, se le dispensano bene, come dispensava Cristo quelle ch'erano messe nella borsa che Giuda teneva; e come san Pietro dispensava quel prezzo, che gli era messo a' piedi, delle possessioni che si vendevano; e come le dispensava san Benedetto, luce del mondo, e san Bernardo dottore santissimo. E la Chiesa di Dio, avvegnachè sia dall'oriente all'occidente, nondimeno per dignità e autorità riluce ed e più possente nella sedia di san Pietro, che in niun altro luogo. Onde dice san Bernardo, che stando Cristo sul renajo, chiamò gli apostoli; e tutti andavano a lui, ciascheduno in su le navicelle loro, ma solo san Piero non andò con la navicella, ma andò per lo mare; a significare ch'egli era generale pastore. E perciò la Chiesa Romana è capo di tutto le altre, e principale sposa di Cristo. E voi dite che grande falsità è appropriare al papa quello che significa tutta la Chiesa, cioè l'arca; e dite ch'è arca di vizj e non di Cristo. Oh eretico miserabile! tu fai ingiuria a Cristo, bestemmiando la maestade e il vicario suo. Onde di voi parla Giuda apostolo nella sua epistola, e dice: E' bestemmiano la maestade! E tu fosti, o misero ardito, di bestemmiare colui ch'è più che uomo? Con che coscienza il secolare può giudicare il religioso, la pecora, il pastore, il cieco, l'illuminato della santa scrittura, il morto il vivo? Morti gli chiama il Signore, quando disse al discepolo: «Lascia sotterrare a' morti i morti». E il salmo dice: «Come i morti del secolo». Non porre dunque mano all'arca di Dio, cioè al sommo pontefice; e le stelle de' religiosi (così chiama la Scrittura) non iscurare co' nugoli della tua ignoranza e superbia.

«Or vediamo che segnali hanno i veri vangelisti. Disse Gesù: «In questo conosceranno che siete miei discepoli (cioè veri vangelisti) se voi v'amerete insieme». E ancora: «Di niuna cosa è il mio comandamento, altro che dell'amore» a dimostrare che la legge del cristiano e il vero vangelo, è l'amore. Ancora, il vero vangelista è colui che sta nella comunione e unione della Chiesa e de' suoi membri. E acciocchè questa unità fosse ne' veri vangelisti suoi, Cristo orò al Padre più volte, e disse: «Padre, conserva costoro nel nome mio, acciocchè siano una cosa come noi». Ancora, per tutti coloro che dovevano credere in Lui orò per questa unità: cinque volte priegò per questa unità, la quale voi miseri avete divisa e squarciata. Adunque, questo è il vero vangelo, amore e unità; delle quali virtù vi siete così pericolosamente ispartiti. E la seconda parte, nella quale istà il santo vangelo, si è la croce. Della quale Cristo parla, e dice: «Chi vuol venire dopo me (cioè, chi vuol essere vero vangelista) tolga la croce sua, e seguiti me». La quale croce voi fuggite quanto potete. Che è croce? È una mortificazione della propria volontà, e di tutti i sensi; e questa è la vera obbedienza. Di questa dice san Paolo di Cristo: «Fu fatto obbediente infino alla morte, e morte di croce». E Cristo di se medesimo dice: «Non venni per fare la mia volontà». Ma voi dietro a Cristo portate una croce con Simone Cireneo, per prezzo temporale; il quale è vanagloria, prezzo di tutti gl'ipocriti; e siete lodati in Firenze dalle femminelle e dagli uomini ciechi, e queste lodi vi sono tutte veleno. Voi predicate, e non siete mandati a predicare; e chi non è chiamato o mandato, non dee predicare. E sempre tutti gli eretici, dice un santo dottore, ebbono una intenzione, cioè acquistare gloria della singolarità della scienza. E l'empietà e malignità della loro singolarità intitolano col nome della religione; e non sono contenti d'abbandonare la via, ma ingegnansi di disertare la vigna di Dio. Ma tieni quello che ti dirò, come parola di verità: infine a tanto che tu non ti vedi peccatore e gli altri giusti, ma farai il contrario, tu se' nelle tenebre, figliuolo di superbia e di presunzione» (Mss. nella Magliabecchiana).

Pag. 136, nota 13, aggiungi:

Contro di frà Dolcino, che tenea la spada in una mano, il calice della voluttà nell'altra, mossero le genti di Trivero, di Mosso e di Biella, e guidati da Rainero degli Avvocati vescovo di Vercelli coll'immagine della Madonna d'Oropa, li sconfissero.

Pag. 154, alla nota 19, aggiungi:

La quistione di Dante eretico fu ripigliata nel Calendario Evangelico che si stampa a Berlino, dove il dottore Ferdinando Piper, professore di teologia in quella università, nel 1865 trattò di Dante und seine Theologie. Conviene egli che Dante pone come supremo bene Iddio, nè poter l'uomo raggiunger esso bene se non acquistando la beatifica visione: questa acquistarsi colle virtù teologiche: alle quali ci ajutano le sacre carte, l'esperienza e la ragione, che però nelle cose soprasensibili piegasi alla rivelazione. Dante propriamente non può dirsi uscito dalla Chiesa di Roma: le sue dottrine però menano dritto alla evangelica. E non solo quanto alla riforma del capo e delle membra, e quanto al poter temporale: ma anche nel dogma. In fatti (è sempre il Piper che ragiona) egli non ammette l'infallibilità del papa, giacchè colloca fra gli eretici Anastasio II papa: non ammette che niun altro che il presbiterato possa ingerirsi nella Chiesa, poichè egli stesso se ne ingerisce raccomandando la riforma: non ammette che le decretali possano esser fonte del vero quanto le sacre carte.

Veda ogni cattolico se questi siano argomenti valevoli a segregar uno dalla nostra unità.

Pag. 183.

Meritava qualche maggior discorso questo Matteo Palmieri. Come ambasciadore della repubblica fiorentina, accompagnando Alfonso re di Napoli a Cuma, finge che la Sibilla lo conduca ai Campi Elisi; e, seguendo un'opinione di Origene, figura che le anime nostre siano gli angeli che non si ribellarono al Dio, ma stettero indifferenti, sicchè Iddio le prova in questo mondo, finchè dopo molto errare, tornino alla città di vita.

Sono tre canti in terzine; non furono mai stampati, ma rumor grande se ne levò. Il Tritemio, il Genebrardo, Giosia Simler, Elia Dupin, Giovanni Rioche, Oudin, Vossio, Zeno ed altri dissero che Matteo fu bruciato come eretico, e lo Zilioli lo fa ardere in Cortona, appoggiandosi alla cronaca di frà Filippo da Bergamo, che però non dice nulla di ciò. Altri (come il Gelli ne' Capricci del Bottajo) vogliono ne fosse disotterrato ed arso il cadavere, o almeno gittato fuor di terra sacra.

Bruciar solo il libro si fa dal Giovio, dal Guazzo, dal Lami; mentre il Verino, il Landino, Giovan Matteo Toscano ed altri si limitano a dire che fu proibito. Alcuni poi nominano l'autore senza nulla accennare di tutto ciò; il che viene preso per un'artificiosa dissimulazione, ne, conchiude il Vossio, hominis eruditi beneque meriti de literarum studiis nomen ac gloriam labe non exigua aspergere viderentur.

Il Richa, nelle Chiese Fiorentine, s'estende a ridur queste asserzioni al vero, provando che l'autore ebbe solenni esequie il 1475, e Alemanno Rinuccini recitogli l'orazione funebre, ove leggesi: Postremo etiam poeticam ausus tentare facultatem, hunc, quem suo pectori suppositum cernitis pergrandem librum, ternario carmine composuit, quem propterea Vitæ Civitatem nuncupavit, quod animam terreni corporis morte liberam, varia multiplicia loca peragrantem, ad supernam tandem patriam civitatemque perducit, ubi beato fruatur ævo sempiterno.

Il Palmieri era stato tenuto in onore da' suoi contemporanei, deputato dalla patria al Concilio ivi adunato, ambasciadore a pontefici, e il suo libro scrisse con buona intenzione, e al fine notò Laus honor imperium et gloria sit omnipotenti Jesu Christo per infinita sæcula sæculorum. Amen.

Compiuto il suo lavoro, lo diede a censurare al canonico Leonardo Dati, che fu poi segretario del papa e vescovo di Massa; il quale lo ringraziò di questo præclarum opus, mihi longe gratissimum; e che sarebbe meritorio per lui, e utile ai Cristiani, cui ajuterebbe ad acquistare la città eterna.

Il suo ritratto restò sull'altare di San Pier Maggiore, in atto d'adorar la Madonna in un quadro, dipinto da Sandro Botticelli, ma invenzione d'esso Palmieri, che rappresentava l'Assunta, con zone d'angioletti che le facean corona. Sparsesi strane voci sul libro di lui, e accolte colla leggerezza che suole il pubblico, si credette scorgere eresia anche nel quadro; ognuno vi riscontrò quel che più voleva; tanto che gli ecclesiastici dovettero coprir quella tela, finchè, passato il bollore, la restituirono alla venerazione.

Pag. 198, alla nota 35, aggiungi:

Gaspare di Verona, cronista pubblicato da G. Marini Degli Archiatri Pontifizj, Roma 1784, appendice al vol. II, p. 179, dice che Paolo II amava raccogliere manuscritti, statue, pitture, medaglie, e n'era giudice competentissimo. Francesco Filelfo scrive a Leonardo Dati: Quod non debetur et a me et a doctis omnibus summæ immortalique sapientiæ Pauli II? Epist. L. XXX. E vedasi Quirini, Pauli II vita, præmissis vindiciis adversus Platinam aliosque detractores. Roma 1740.

Pag. 210, lin. 2, aggiungi in nota:

(1) Bisogna fosse comune l'uso di ciarlar in chiesa, perocchè il Vespasiano nella vita di sant'Antonino scrive: «Andando in Santa Maria del Fiore il dì quando si cantava il divino ufficio, dove erano quelle pancate delle donne a sedere con questi iscioperati e vani giovani intorno, l'arcivescovo dava una volta intorno dove egli erano, e non v'era niuno che non si partisse, per la riverenza e timore che avevano di lui».

Pag. 210, lin. 24, leggi:

detto, il Mantovano, che fu generale dei Minoriti(1).

(1)

Venalia nobis

Templa, sacerdotes, altaria, sacra, coronas,

Ignis, thura, preces, cœlum est venale, Deusque...

Ita lares italos et fundamenta malorum

Romuleas aras et pontificalia tecta

Colluviem scelerum.

De calamitate temporum, lib. 3.

Pag. 212, lin. 7 ultima, aggiungi in nota:

Revelatio sanctæ Birgittæ, lib. I, c. 41, edizione romana 1628.

Pag. 259, alla linea terz'ultima, leggasi:

Questo Ulrico di Hutten, nato a Eberstein il 1488... a sedici anni fuggì dal convento, studiò qua e là, e a Pavia nel 1512; messosi, ecc.

Pag. 260, lin. 6:

Oltre una ad Maximilianum in Venetos exhortatorium, le conquiste de' quali dichiara pesca insidiosa; tanto più dacchè osò illa tridentinos invadere montes: e dice che

Vendidit hæc Turcis urbes, hæc vendidit aras

Hæc Bysantenum prodidit imperium;

dei Tedeschi son tutte le vittorie: Cesare solo, padrone della terra come Dio del cielo, sovrano de' mortali come Giove degli Dei; deve punir Venezia, domare la penisola:

Non opus est flavi ducantur in arma Britanni,

Atque armet populos Gallia magna suos.

Adde nihil nobis, si quid Germania priscæ

Laudis habet, si quid martia turba potest.

Bastano i Tedeschi, purchè le Alpi del Tirolo versino come un torrente il cavaliere di Franconia, il cacciatore dell'Assia, il gigantesco Vestfaliano, il Sassone reso invincibile da un fiasco di vino, e tutti i guerrieri cui nutrono la pescosa Marca, la fertile Turingia, le sponde dell'oceano germanico. Tempo è che l'Italia riconosca il suo padrone, e Roma lo coroni: i poeti germanici sono pronti a celebrare il vincitore.

Pag. 260, lin. 12, aggiungi:

Scorre l'Italia insultandola(1).

(1)

Dicit io quia se novit Germania, dicit

Mobilis Italia est: nobilis ante fuit.

Pag. 260, lin. 21, aggiungi:

Pubblicò pure una raccolta di lettere del XI secolo, De schismate quod fuit inter Henricum IV imperatorem et Gregorium VII, ove trasportandosi nel calore della lotta fra il pastorale e la spada, esortava l'imperatore a ripigliar la sua delegazione divina, pari a quella del papa, e vergognarsi di aver baciato il piede del pontefice. E sempre egli mostrasi furibondo contro i papi, perchè difesero l'indipendenza italiana dagli Enrichi, dai Federichi, dai Carli.

Pag. 260, lin. 25, aggiungi:

Nel Vadiscus si riuniscono le tre opposizioni della letteratura, della politica, della religione, esaminando come Roma usi di questo triplo potere intellettuale, politico, religioso. Impedisce di stampar Tacito; occupa Roma, capitale dell'impero, e non soffre che l'imperatore sia re di Napoli: ha prelazioni e nomine, riserve di casi papali, indulgenze, Concilj; pure non vivit sine capite corpus, neque auferre caput necesse est: tantum inde resecare quæ vitiosa sunt. È la terra italica, l'aria romana che viziò la fede dell'unità cattolica, e in conseguenza la Chiesa. I Romani non si occupano che di passeggiare, palleggiare, amoreggiare: se pensano è per fraudare, mentire, spergiurare: i ricchi vivono del sudore de' poveri, di usura, di spogliare i Cristiani: i poveri vivono d'erba, d'aglio e cipolle. Il caro dei viveri, la perfidia, l'incostanza del cielo rendono insopportabile il soggiorno di Roma: se ne riporta cattiva coscienza, stomaco guasto, borsa vuota. In questa grande taverna, dove si trovano uomini d'ogni nazione, denari d'ogni conio, conversazioni in ogni lingua: dove non s'incontra che cortigiani, preti e scrivani: dove si vaga tra luoghi santi e luoghi sospetti e vecchie ruine: è impossibile conservar la fede nelle cose sante, la fedeltà ai giuramenti e la sanità: si lavora incessantemente a tre cose senza mai compirle: la santificazione delle anime, il restauro delle chiese, la crociata contro il Turco. Nulla vi si beffa tanto come gli esempj antichi, il pontificato di Pietro, il giudizio finale: nulla v'è creduto meno che l'immortalità dell'anima, la comunione de' santi, le pene eterne. Vecchio oro, donna giovane, messa corta, ecco i desiderj». E altrove: «No, a Roma non è la vera Chiesa. Come? Questa città ove di pien giorno s'incrociano, con cardinali e frati, femine da conio e spadaccini venali; ove carri, cavalli, muli, asini minacciano schiacciarvi, sarebbe la capitale del mondo cristiano? Cotesta folla di chierici d'ogni colore e vesti, avvocati, auditori, notari, procuratori, cancellisti, tabellioni, che passa la vita a suggere il nostro sangue e sudore, e ci rincarano ogni anno il regno de' Cieli, sarebbe la Chiesa?»(1)

(1) Klag und Vermahnung wider den Gewalt des Pabst. Dice aver preso a scrivere tedesco per essere capito da tutti.

Latein ich von geschrieben hab

Das was eim iedem nit bekandt

Jetz schrei ich an das vaterlandt.

Pag. 269, alla nota 5, premetti:

Qui chalybe et duris amicitur Julius armis,

Terribilis barba, terribilisque coma,

Cui torvos horrore oculos frons occulit atros,

Tartareæ ignescunt cujus in ore minæ.

Fraude capit totum mercator Julius orbem,

Vendit enim cœlum, non habet ipse tamen.

Pag. 269, alla nota 7, soggiungi:

A Croto Rubiano:

De statu romano epigrammate ex urbe missa.

Vidimus Ausoniæ semiruta mœnia Romæ,

Hic ubi cum sacris venditur ipse Deus.

Ingentem, Crote, pontificem sacrumque senatum,

Et longo proceres ordine cardineos.

Tot scribas, vulgusque hominum nihil utile rebus,

Quos vaga contecto purpura vestit equo,

Tot, Crote, qui faciunt, tot qui patiuntur, et illos

Orgia qui vivant cum simulant Curios,

Romanas, neque enim Romanis, omnia luxu,

Omniaque obscœnis plena libidinibus.

Desine velle sacram, imprimis, Crote, visere Romam.

Romanum invenies hic, ubi Roma, nihil.

Pag. 270, alla nota 21, aggiungi:

Nell'Indice de' libri proibiti è notata Epistola contra vitam monasticam ad Bernardum Mattium collegam olim suum, dell'Alciato.

Pag. 271, alla nota 33, aggiungi:

Kerker, Erasmus und sein theologischer Standpunkt, nei Theol. Quartalch. di Tubinga 1839.

Pag. 297, alla nota 19, aggiungi:

Hutten, nel dialogo Febris prima, rinfaccia al Cajetano d'esser venuto solo a sossoprar la Germania, e fare buona vita: dorme nella porpora, mangia nell'oro; vive così delicato che giudica nessun tedesco esservi che possa vantarsi di possedere un palazzo: condanna le pernici e i tordi perchè non somigliano a quelli d'Italia; fa le boccacce alla selvaggina delle foreste germaniche; trova insipido il pane; e tracannando il vin del Reno, rimpiange quello d'Italia.

Pag. 319, lin. 5 ultima, aggiungi in nota:

Il Gioberti, nelle opere filosofiche, vuol provare che l'essenza dell'eterodossia consiste nell'idea panteistica; Lutero e Calvino furono fatalisti, e il fatalismo è logicamente inseparabile dal panteismo. Zuinglio poi lo professa, giacchè nel trattato della Provvidenza, dice: Creata dicitur, cum omnis virtus numinis virtus sit, nec enim quidquam est quod non ex illo, in illo et per illud, immo illud sit; creata virtus dicitur eo quod in novo subjecto et nova specie, universalis aut generalis ista virtus exhibetur. E non intende solo dell'universalità di Dio come causa prima, poichè soggiunge: Cum autem infinitum, quod res est, ideo dicatur, quod essentia et existentia infinitum sit, jam constat extra infinitum hoc esse nullum Esse posse... Cum igitur unum ac solum infinitum sit, necesse est præter hoc nihil esse.

Tornavasi dunque al panteismo idealista de' Nominali del medioevo, che già insegnavano l'unità e universalità delle cose, la necessità di quanto succede, e perciò anche del male; l'uomo incatenato dai decreti della provvidenza: il fedele sciolto dalla legge morale; la certezza infallibile della salute, cioè il ritornar di tutti gli uomini a Dio.

Pag. 352, alla nota 37, aggiungi;

Anche Ulrico di Hutten scriveva: Atqui non sum luthericus, verum magis quam luthericus, hostili adversus impiam Romam animo (Bulla, dialog.). E ad Erasmo: Jam palam clamant isti omnium horum auctorem te esse, atque ab hoc fonte omnia profluxisse.

Pag. 353, alla nota 46, premettasi:

Della spedizione del 1532 contro i Turchi faceano parte i capitani italiani Guido Rangone, Gabriele Martinengo, Alfonso del Vasto, Pietro Maria de' Rossi conte di San Secondo, Fabrizio Maramaldo, Filippo Torniello. G. B. Gastaldo, Marzio e Pietro Colonna, don Ferrante Gonzaga: il duca di Ferrara mandò cento cavalleggeri: il papa stipendiò diecimila cavalli ungheresi a guerra finita. Suo nipote cardinale ecc.

Pag. 371, alla fine, aggiungi in nota:

Una lettera del 25 maggio 1538, di cui esiste la minuta nella Magliabecchiana (Manuscritti classe VIII, 51), al nunzio di Spagna, parla a lungo della politica di Clemente VII, e come il suo intento, nel colloquio di Marsiglia, non fosse già di maritare la nipote, bensì di conciliare l'imperatore col re, dar assetto all'Italia, e soprattutto riparare all'eresia. A quest'effetto credeva opportuno il Concilio, e l'assenti all'imperatore colla sola condizione che ne fossero contenti anche gli altri principi. Che se dalle risoluzioni del papa derivano poi effetti cattivi, non sono da imputare più che quel padre di famiglia del Vangelo, che seminò buon grano, ma il nemico sorvenuto ne sopraseminò del cattivo.

Pag. 373, alla nota 3, inserisci:

Luigi Gradenigo, ambasciadore veneto a Roma, nella sua relazione del 1523, dice che Adriano fu eletto dopo un'orazione in lode di esso, recitata dal cardinale Cajetano, il quale mostrava come non potesse scegliersi uno di vita migliore. Anch'egli attesta lo stupore successivo de' cardinali, ed è persuaso che rimarrebbe in Ispagna, anzichè venire a Roma.

Pag. 374, alla nota 19, aggiungi:

Intorno ad Adriano VI molto si occupò, e in senso ostile, il signor G. A. Bergenroth nella recente opera Calendar of State Papers, relating to the negotiations betwen England and Spain, preserved in the Archives of Simancas and elsewhere. Londra 1867. Il secondo volume comprende gli anni 1509-1525. Vi sono le trattative per far papa il famoso Wolsey e quelle pel divorzio di Enrico VIII. Un contemporaneo, riferito dal Bergenroth, dice di Adriano: Quamvis simulatione ingenii et errore hominum ad pontificatum obrepsisset, tamen, si ejus in privata vita doctrinam et eminentem, quam quotidie sacris faciundis ostentabat, religionem spectes, inter optimos antistites haberi poterat. Sicuti contra, si post adeptum pontificatum ejus avaritiam, crudelitatem, ac principatus administrandi inscitiam considerabimus, barbarorum quoque quos secum adduxerat, asperam feramque naturam, qui sine ingenio et humanitate erant, intuebimur, merito inter pessimos pontifices referendus videtur.

Pag. 375, alla nota 29, aggiungi:

Trattavasi dunque della difesa, non solo del dogma ma dell'intera società, e ciò darebbe spiegazione delle istruzioni che il Campeggi stesso presentò all'imperatore, e che il Ranke dice avere trovate in una biblioteca a Roma. Gli insinuava in quelle d'adoprar promesse e minaccie e alleanze con principi cattolici onde restaurare la fede: e «quando alcuni perseverino nella diabolica via, metta mano alla vanga di ferro per isvellere dalle radici la pianta velenosa. Quel che più monta è di confiscare i beni dei pertinaci, e mandar buoni e santi inquisitori, che con somma diligenza ne cerchino ogni avanzo, e procedano contro di essi colle norme che in Ispagna si praticano coi Marrani. Sia scomunicata l'Università di Wittenberg, e dichiarati indegni de' favori imperiali e papali quei che vi compiono gli studj. Si mandino al fuoco i libri d'eretici; nessuno di questi sia tollerato alla Corte; i frati disertori siano rimessi ne' loro conventi. Ma sopratutto fa mestieri di vigorosa esecuzione: quand'anche la maestà vostra non colpisse che i principali, ne trarrebbe molto denaro, ben necessario per guerreggiare i Turchi».

Vedi Leop. Ranke, Deutsche Geschichte im Zeitalter der Reformation. Berlino 1852, tom. III, pag. 186, e Die römischen Päbste. Berlino 1854, tom. I, p. 112: tom. III, p. 27. Instructio data Cæsari a. r. Campeggio. Il Ranke crede autentica quell'istruzione, e in fondo essa mira solo a colpir i principi ribelli in quello ove peccavano, cioè nell'usurpazione dei beni della Chiesa, col titolo di osteggiare i Turchi. Ai 10 giugno 1530 Carlo V entrava in Monaco, e fra altre feste, furono rappresentati Ester e Assuero, Tamiri e Ciro, Cambise. Il Campeggio disse all'imperatore che quei fatti «potrebbero applicarsi agli eretici, contro i quali, se non vorranno la pace di Dio, si userà la verga ferrea». E l'imperatore rispose che «non col ferro ma col fuoco era mestieri castigarli» (Ap. Laemmer, Mon. vat., p. 38). Cioè l'imperatore credea necessario un rigor maggiore che non la verga ferrea, che non la punizione legale, giacchè di questa, non di uccisioni intendeva il Campeggio. Certamente la lettera circolare che l'imperatore, d'accordo col papa, stese a Bologna per convocare la dieta d'Augusta, è tutta dolcezza e studio di concordia.

Vero è che altre volte il Campeggio esortava a sveller l'eresia con ogni modo. «La cattolica maestà vostra si disponga di voler al tutto estirpar queste eresie... Ed in questa gloriosa, santa, e ben veramente cattolica impresa... mostrerassi a tutto il mondo, siccome è col nome, così eziandio esser nelle operazioni sue vero ed indubitato successore di quel Carlomagno, del quale, fra le più magnanime imprese ancora risuona la fama della espugnazione che fece delli Sassoni, con la quale fu stabilita allora la santa e cattolica fede». Parere del legato Campeggio apud Lanz Staatspapiere, pag. 49. Ed al Campeggio scriveva il cardinale Salviati: «Sua santità giudica il medesimo che lei, che la parte infetta di Germania possa mai sanarsi se non con ferro e fuoco, e quando sua maestà cesarea si risolvesse di pigliarla per tal via, sua beatitudine dal canto suo non è per mancare d'ajutare la maestà sua con tutto quello che potrà» (13 luglio 1531, ap. Laemmer).

Fra le ragioni che il papa adduceva per non ajutare di denari quelle guerre, era l'essersi esausto per le somme che avea date all'esercito imperiale acciocchè non saccheggiasse Firenze dopo l'assedio.

Sui maneggi d'allora buoni indizj reca Giuseppe De Leva nella Storia documentata di Carlo V in correlazione all'Italia, che si pubblica ora a Venezia per fascicoli.

È notevole che Melantone, al congresso d'Augusta, asseriva trattarsi solo d'una leggiera dissomiglianza di riti (la confessione particolareggia il matrimonio de' preti, la messa privata, il calice ai secolari), ma i nostri capivano che la quistione era se le istituzioni ecclesiastiche fossero d'origine divina o di umana.

Pag. 381, alla nota 7, premetti:

Versi in appendice al libro di Lorenzo Humfred, Johannis Juelli Angli vita et mors. Londra 1573, ove pure si legge:

Prædicet assiduo divinum Martyra Tuscus,

Calvinumque suum Gallia in astra ferat.

(Va trasportata in questa nota la 3 del Discorso XXIX).

Pag. 399, lin. 32, in nota aggiungi:

Gl'intendimenti del Flaminio appajono da questa lettera alla signora Teodorina Sauli.

«L'affezione che porto a vostra signoria per l'amore ch'ella porta a Gesù Cristo nostro Signore mi fece scrivere quella che le scrissi. Ma se io fui presuntuoso ed arrogante, vostra signoria è tanto più umile e modesta pregandomi ch'io le insegni a edificar sopra quel fondamento che si contiene nella mia... Tre cose so per qualche esperienza che giovano sommamente alla edificazione della vita spirituale. E sono: l'orazione mentale, l'adorazione cristiana e la meditazione. Per orazione mentale intendo un desiderio fervente d'impetrare da Dio alcuna cosa: e le cose le quali principalmente dobbiamo desiderare d'impetrare da Dio sono la fede, la speranza e la carità; e perchè l'uomo può sempre desiderare, per conseguente può sempre orare, come ci esorta san Paolo che facciamo. La fede cristiana consiste nel dar credito a tutte le parole di Dio, e in particolare all'Evangelio di Cristo. L'Evangelio non è altro che la felicissima nuova, che hanno pubblicata per tutto il mondo gli apostoli, affermando che l'unigenito figliuolo di Dio vestitosi della nostra carne, ha satisfatto alla giustizia del suo eterno padre per tutti i peccati nostri. Chi crede questa felicissima nuova, crede l'Evangelio, e dando fede per dono di Dio all'Evangelio, si parte dal regno del mondo, ed entra nel regno di Dio, godendo del perdono generale; diventa di creatura carnale, creatura spirituale; di figliuolo di ira, figliuolo di grazia, di figliuolo di Adamo, figliuolo di Dio; è governato dallo Spirito Santo; sente una giocondissima pace di coscienza; attende a mortificare gli affetti ed appetiti della carne, conoscendosi morto col suo capo Gesù Cristo; attende a vivificare lo spirito, e a vivere una vita celeste, conoscendosi resuscitato col medesimo Gesù Cristo. Questi e altri stupendi effetti fa la fede viva nell'anima del cristiano, e per ciò dobbiamo sempre instare con l'orazione al signor Dio che ce la doni e ce l'accresca, se l'abbiamo. La speranza cristiana consiste nell'aspettare con pazienza e con desiderio e allegrezza continua, che Dio adempia in noi quelle promesse ch'egli ha fatto a tutti i membri del suo diletto figliuolo, promettendo di farli conformi all'immagine gloriosa di lui, il che sarà adempiuto quando, fatta la resurrezione de' giusti, saremo glorificati nell'anime e nei corpi. Chi ha questa speranza grida sempre col cuore, Adveniat regnum tuum: il qual regno allora verrà perfettamente, quando Gesù Cristo, dopo il giudicio universale, consegnerà il regno al suo eterno padre. La carità consiste nell'amare Dio per se stesso, ed ogni cosa per Dio, dirizzando tutti i pensieri, tutte le parole e tutte le operazioni a gloria di sua divina maestà. La qual cosa non potrà mai fare chi non crede all'Evangelio, e chi non gusta colla speranza i beni della vita eterna. Adunque il cristiano dee vivere in un continuo desiderio che Dio gli accresca la fede, per la quale si conosca giustificato, e fatto figliuolo di Dio per li meriti di Cristo; che Dio gli accresca la speranza per la quale aspetti con desiderio la risurrezione de' giusti; che Dio gli accresca la carità, per la quale ami Dio con tutto il cuore, odiando l'amor proprio, fonte d'ogni peccato. La carità sostenta la fede e la speranza, perchè l'amore fa che l'uomo creda e speri facilmente. La speranza della vita eterna fa che il cristiano non si curi della vita presente, e per conseguente è modesto e umile nelle prosperità, e forte e paziente nelle avversità. La fede viva ci mantiene incorporati in Cristo, e per conseguente vivificati dallo spirito di Cristo, il quale è spirito fecondissimo, e perciò nell'anima del vero cristiano produce frutti dolcissimi, come è la carità, il gaudio, la pace, la benignità, la bontà, la mansuetudine, la fedeltà e la speranza. L'anima, che si sente del tutto sterile di questi ed altri simili celesti frutti, tenga per fermo che non ha in sè lo spirito di Cristo, e chi non ha lo spirito di Cristo non è di Cristo, come dice san Paolo.

«L'adorazione cristiana consiste in spirito e verità, e allora il cristiano adora in spirito e verità, quando si umilia sotto la potente mano di Dio, benedicendo il suo santo nome in ogni tempo, e ringraziandolo di ogni cosa sì avversa che prospera, tenendo per certo che niuna cosa gli avviene senza la volontà di Dio. Con la quale volontà conformando la sua, il cristiano viene ad unirsi con Dio, e diventa uno spirito con essolui, e gode una tranquillissima quiete, sicuro da tutti i tumulti ed errori del mondo: perciocchè vengano pur sopra di lui le infermità, la persecuzione, la povertà, la perdita de' figliuoli, e tutte le altre avversità, che egli le riceve con la faccia allegra e serena, sapendo che vengono per volontà di Dio, la quale egli ha fatta sua, volendo tutto quel che vuol Dio, il quale usa di purificare nella fornace delle tribulazioni le anime de' suoi eletti, conducendogli alla felicità del paradiso per quella medesima via che condusse l'unigenito suo figliuolo Gesù Cristo.

La meditazione consiste nel pensare a Dio e alle sue perfezioni, e ai beneficj, i quali dalla sua onnipotenza, sapienza e infinita bontà sono comunicati liberalissimamente a tutte le creature, e particolarmente a veri cristiani, e consiste nel pensare a Gesù Cristo passibile e mortale, a Gesù Cristo impassibile e immortale. In Gesù Cristo passibile e mortale considera il cristiano l'umiltà, la mansuetudine, la carità, l'obbedienza a Dio, l'estrema povertà e le continue ignominie e persecuzioni, le quali finalmente l'uccisero acerbissimamente sul legno della croce. Questa cose considera ogni giorno il vero cristiano per imitare il suo maestro, per diventare umile, mansueto, amorevole, obbediente a Dio, per vincere la vergogna del mondo, per essere paziente e costante nelle tribolazioni, e pigliare la sua croce ogni giorno, e seguire arditamente il suo signore. In Gesù Cristo impassibile e immortale e glorificato, considera il cristiano, che egli per la sua obbedienza è stato esaltato da Dio ad un'altissima sublimità, e ha acquistato un nome, che è sopra ogni altro nome: considera che egli è nostro pontefice, perciocchè intercede ogni ora per noi; che è nostro Signore, perchè ci ha redenti e comperati col suo preziosissimo sangue: che è nostro re, perciò che ci governa col suo spirito santo, così nelle cose temporali come nelle spirituali; che è nostro capo, perciocchè, siccome dal capo umano discende una virtù che dà vita e sentimento a tutto il corpo, così da Cristo glorioso discende ne' suoi membri mistici una virtù divina, che li mistifica d'una vita sempiterna, e gli empie di doni e sentimenti spirituali e celesti; considera che egli ci porta un infinito amore; che ha più cura di noi che non abbiamo noi medesimi; che copre con la purità e perfezione sua tutte le nostre imperfezioni; che abita col suo spirito nelle anime nostre, e che finalmente ci farà abitare seco in paradiso, glorificandoci a immagine della gloria sua. Chi sarà colui che, considerando queste cose stupendissime con fede, non abbruci d'amor divino? che non s'innamori ardentissimamente di Dio e di Cristo? che non giudichi, e tenga per un vilissimo fango tutti gli onori, tutte le ricchezze, e tutti li contenti e piaceri del mondo? che non consacri l'anima sua e il corpo suo al suo Dio e a Cristo?

Signora mia, pensate sempre a Dio e a Cristo, e viverete una vita celeste in terra, vedrete in ogni cosa Dio e Cristo, farete ogni cosa per gloria di Dio e di Cristo, e amerete ogni cosa per amor di Dio e di Cristo.

Signora mia, in Cristo osservandissima, per obbedirvi mi son condotto presuntuosamente a parlare delle cose spirituali, nelle quali mi conosco poco esperto: ma siami conceduto di errare per questa volta; per l'avvenire cercherete persone sufficienti a tanta impresa, e lascerete stare me nel mio silenzio, pregando il signor Dio che mi dia orecchie da udire quello che egli parla secretamente al mio cuore. Prego sua divina maestà, che vi faccia sempre orare, adorare e meditare ad onore e gloria sua».

In Napoli il giorno XII di febbrajo MDXLII.

Pag. 414, alla linea 9, aggiungi:

Michelangelo e Vittoria Colonna consolavansi della lontananza scrivendo, ma ella gli mandava di frenarsi, «chè, volendo continuare con tanto calore, io mancherei di stare la sera con le suore nella cappella di Santa Caterina, e voi di andare di buon'ora a lavorare a San Pietro: e così l'una mancherebbe alle spose di Cristo, l'altro al suo vicario».

La frase non è d'eretica a eretico.

Pag. 416 in fine, aggiungi in nota:

È rimasto fra' nomi più esecrati Fabrizio Maramaldo, l'uccisore di Ferruccio. La marchesa di Pescara scrive al principe d'Orange una lettera, ove esalta le virtù di Maramaldo, «malgrado che le cattive informazioni che oggidì usano possano far dubitare a vostra eccellenza esser possibile cosa, remota da ogni possibilità»: attesta che il fu suo marito ne sperimentò molte volte le virtù, sincerità e fede, e parrebbele strano che la candida fede d'un tal cavaliere, affinata per tal mano, la malizia d'un tristo potesse offenderla.

Pag. 425, alla nota 18, aggiungi:

Le lettere del Flaminio, del Vergerio, d'altri sospetti d'eresia trovansi nella prima edizione di Aldo, e anche nella seconda fatta in Venezia il 1549 con privilegio di Paolo III: ma nelle successive sono levate, è perfin taciuto il nome di siffatti ogniqualvolta ricorra in lettere altrui.

Pag. 426, alla nota 24, aggiungi:

Nel pubblicare le lettere del cardinale Polo, il cardinale Querini non conobbe le molte che stanno nell'archivio de' Frari a Venezia; 349 delle quali sono scritte fra il 1548 e il 1558, con molte altre indicazioni relative alla storia inglese d'allora. Vedi Report upon the documents in the archives and public libraries of Venice, by Thomas Duffus Hardy ecc. Londra 1867.

Pag. 427, alla nota 26, aggiungi:

Durante quella guerra, il cardinale Farnese incaricò Brunamente Rossi, governatore d'Orvieto, di visitare spesso la marchesa di Pescara, in aspetto per onorarla, in fatto per ispiarla. Il 1 aprile 1541 egli scriveva al cardinale: «Non sono mancato, nè mancherò di visitare la signora marchesa con quella maggior gratitudine che sia possibile, in nome di vossignoria reverendissima ed illustrissima. La quale, tanto in parlare, quanto nelle altre azioni sue, si dimostra tanto devota e affezionata di nostro signore e di vossignoria reverendissima ed illustrissima quanto si possa. Sua Eccellenza si è rinserrata nel monastero di San Paolo, sola con due serve. E due servitori tiene di fuori, che la provvedano di quanto le fa mestieri. E vive con quella religione che soglion vivere le persone di santa e onesta vita».

VOLUME II

Pag. 6, linea 6, aggiungi in nota:

Alessandro Farnese duca di Parma, che, mandato governatore delle Fiandre a nome di suo zio Filippo II, acquistò gloria col reprimere i Protestanti di colà, fu denunziato all'Inquisizione spagnuola come sospetto di luteranismo e fautore degli eretici, e che mirasse, col favor di questi, a farsi re de' Paesi Bassi: molti testimonj appoggiavano ciò, ma non bastarono a convalidare l'accusa.

Pag. 11, mettasi in nota:

Giovanni Guidiccioni, uno de' pochissimi poeti patriotici di quel secolo, ha un sonetto ove si lagna che l'aquila imperiale minacci e guasti l'Italia, e intanto

Non vede i danni suoi, nè a qual periglio

Stia la verace santa fè di Cristo

Che (colpa io so di cui) negletta more.

Ha pure tre sonetti in lode dell'Ochino quando predicò a Lucca:

O messaggier di Dio, che in bruna veste,

L'oro e i terreni onor dispregi tanto,

E nei cor duri imprimi il sermon santo

Che te stesso e più 'l ver ne manifesta.

Il tuo lume ha via sgombra la tempesta

Del core ove fremea, dagli occhi il pianto.

Contra i tuoi detti non può tanto o quanto

De' feri altrui desir la turba infesta.

L'alma mia si fe rea della sua morte

Dietro al senso famelico; e non vide

Sul Tebro un segno mai di vera luce.

Si crederebbe veder qui un assenso alle dottrine dell'Ochino. Al quale pure dà lode perchè sappia commuovergli il freddo cuore.

Servo fedel di Dio, quel che divento

Allora è don delle tue voci sante.

Tu cui solo è dato

Spesso gl'infiamma (i miei spiriti) e lor mostra e rivela

Gli ordini occulti, e 'l bel del paradiso.

In lettera del 1538 da Carignano sua villa scrive ad Annibal Caro: «Ho udito in Lucca pochi dì sono frà Bernardino da Siena, veramente rarissimo uomo, e mi piacque tanto, che gli ho indirizzati due sonetti».

Pag. 18, metti in nota:

Qualche nuova luce può trarsi dal libro di Guglielmo Maurenbrecher Carl V und die teutschen Protestanten (Dusseldorf 1866) per conoscere gli sforzi di quell'imperatore onde ridurre la Germania a unità di credenza. Alle cose italiane poco s'attiene, se non per le contese con Paolo III.

Pag. 45, lin. 26, aggiungi:

Giulia Gonzaga duchessa di Trajetto, restava commossa dalle prediche dell'Ochino. Un giorno ch'ella usciva da San Giovanni Maggiore, il Valdes vedendola agitata la accompagnò fino al palazzo, mentre essa sfogavasi con lui parlandogli delle speranze, delle lotte, degli sconforti suoi. «Dentro di me sento una battaglia. Le parole di frate Ochino mi riempiono di terrore dell'inferno, ma temo le male lingue. Ochino mi dà l'amore del paradiso, ma sento al tempo stesso l'amor del mondo e della sua gloria. Come sottrarmi, a questo conflitto a cui soccombo? Col metter d'accordo le due inclinazioni o col sopprimerne una?»

Il Valdes la rassicurava che quell'agitazione era segno che l'immagine di Dio si ripristinava in essa. «La legge vi ha fatto la ferita, l'Evangelo ve ne guarisce. Solo temo che cerchiate regolar la vostra vita cristiana in modo, che quei che vi stanno intorno non si accorgano di cangiamento... Voi dovete scegliere fra Dio e il mondo. Ed io vi farò conoscere la via della perfezione. Amate Dio sopra ogni cosa e il prossimo come voi stesso.

Ed ella: «Ma se ho sempre inteso che solo i voti monastici guidano alla perfezione.»

E il Valdes: «Lasciate dire. I monaci non hanno perfezione cristiana se non in quanto hanno l'amor di Dio; non un soldo di più». E seguitò mostrandole l'unico mezzo per cui questa carità, che è la perfezione, si produce nel nostro cuore. Le opere nostre son buone solo quando fatte da persona giusta. Come fuoco bisogna per dare il calore, così vuolsi la fede viva per produrre la carità. La fede è l'albero; la carità è il frutto. Ma per fede intendo quella che vive nell'anima, che viene dalla grazia di Dio, che attaccasi con confidenza illimitata a tutte le parole di Dio. Quando Cristo dice chi crederà, fia salvo, il discepolo che crede non dee aver più il minimo dubbio sulla sua salute».

Come ella protestava di non ceder a chichessia quanto alla fede, il Valdes soggiungeva: «Badate bene. Se vi chiedono se credete gli articoli della fede, assicurate di sì: ma se vi chiedono se credete che Dio ha perdonato i vostri peccati, voi rispondete che lo credete, ma non ne siete sicura. Se accettate con piena fede le parole di Cristo, allora, anche provando pentimento dei vostri peccati non esiterete a dire con tutta sicurezza: Iddio medesimo ha perdonato i miei peccati».

Giulia l'interrogò qual fosse cotesta via della salute, e il Valdes rispondeva: «Tre vie conducono alla cognizione dell'onnipotenza di Dio. Il lume naturale che fa conoscere l'onnipotenza di Dio; l'antico Testamento che ci mostra il Creatore come terribile all'iniquità; finalmente Cristo, via luminosa e maestra. Cristo è amore: laonde quando conosciam Dio per mezzo di lui, lo conosciamo come un Cristo d'amore. Dio ha soddisfatto pel peccato: solo il Dio infinito potea pagare un debito infinito. Ma non basta crederlo: bisogna sperimentarlo. Ogni giorno, qualche momento consacrate a meditare sul mondo, su voi stesso, su Dio, su Gesù Cristo senza astringervi in modo superstizioso: fatelo in libertà di spirito, scegliendo la camera che vi par più opportuna; foss'anche quando vegliate nel vostro letto. Due immagini abbiate sempre davanti agli occhi: quella della perfezione cristiana, e quella della vostra imperfezione. Questi libri vi faranno avanzare in un giorno, più che gli altri in dieci anni. La stessa scrittura, se non la leggete con tale umiltà di spirito, potrebb'essere un veleno per l'anima vostra. La predica ascoltate con umile spirito.

«Ma se (interruppe ella) il predicatore è del gran numero di quelli che, invece di predicar Cristo, ciarlano cose vane e inutili, tratte dalla filosofia o da non so qual teologia: che contano baje e favole, volete ch'io lo segua?»

Valdes. «Fate in tal caso quel che vi pare preferibile. I momenti più cattivi per me sono quelli che perdo a sentir predicatori quali voi li descrivete; onde rado mi succede.»

Giulia. «Due parole ancora: qual uso fare della libertà cristiana?»

Valdes. «Il vero cristiano è libero dalla tirannia del peccato e della morte: è padrone assoluto delle sue affezioni; ma è anche il servo di tutti»(1).

(1) Valdes conservò questo dialogo in forma ben più estesa, nel suo Abecedario spirituale, chiamato così perchè destinato a far conoscere gli elementi della perfezione cristiana. Ultimamente fu riprodotto nella Enciclopedia di Herzog.

Pag. 47, linea penultima, aggiungi questa lettera del Tolomei:

«Ritornando alli dì passati di villa in Roma, mi fu subito detto una nuova, la quale non solamente mi parve nuova, ma stolta, incredibile e spaventosa. Mi fu detto che voi, non so con quale istrano consiglio, siete passato dal campo de' Cattolici agli alloggiamenti de' Luterani, consecrandovi a quella sètta eretica e scellerata. Tutto subito mi raccapricciai, e, come si dice, mi feci il segno della croce. Di poi, essendomi da quattro, da sei, e finalmente da ciascuno confermato il medesimo, fui costretto a mio malgrado a crederlo, parendomi aver udito assai più stravagante nuova, che se mi fosse stato detto che le colombe si convertissero in serpenti, o le caprette diventassero pantere. Ma pensando poi come Lucifero bellissimo angelo divenne diavolo, cominciai ad avvedermi che agevolmente potevano avvenire queste orribili trasformazioni; onde molti giorni sono stato in dubbio s'io dovevo scrivervi, oppur s'egli era meglio il tacere, ristringendo intra me stesso il dolore ch'io ho sentito e sento per questa vostra nuova e spaventevole mutazione; perciocchè da un lato mi pareva non poterci guadagnare scrivendo, poichè avete sì fisso il pensiero in questa nuova sètta, e mostrato al mondo non solo con le parole, ma con l'opere ancora, il risoluto animo vostro; e più tosto temevo che voi col rispondermi non mi travagliaste la mente, ch'io sperassi di potervi ritirare indietro da questo viaggio che avete preso; perchè io so bene quanta sia la dottrina vostra, quali e quante sieno le fiamme della vostra eloquenza, le quali due cose agevolmente avrebbon potuto nella loro dolcezza invaghirmi, e invaghito in qualunque pericoloso luogo trasportarmi. Ma d'altra parte temeva tacendo di non essere poi costretto a far poco onorato giudizio di voi; che, non sapendo le vostre ragioni nè quale spirito vi abbia mosso a partirvi, io non saprei mai appresso molti che v'accusano, scusarvi abbastanza; e solo mi rimane un luogo volgare d'iscusazione, dicendo ch'io non posso credere che un frate Bernardino Ochino, mostratosi per uomo di molta prudenza, di bontà singolare, di somma religione, sia ora senza giusta cagione trapassato in una tale diversità di pensiero e di vita. La quale allegazione, sebbene forse a qualcuno parrà verosimile, nondimeno a me soddisfa poco, ed agli altri molto meno, parendo loro che l'innovar le cose stabilite nella religione, il disobbedire al suo superiore, il trapassar da' cattolici agli eretici non sia cosa nè da prudente nè da religioso; e finalmente che il partirsi da questa santissima verità, la quale dai primi apostoli s'è di mano in mano insino ai nostri tempi conservata nella Chiesa romana; che il partirsene (dico) non sia lecito nè concesso in caso veruno; anzi si deve sopportare ogni pena per confessarla, per difenderla, laddove gli strazj si convertono in piacere, le carceri in libertà, i tormenti in gioja, la povertà in ricchezze, la morte in vera ed eterna vita, siccome già fecero tanti antichi martiri, i quali non si vollero mai discostare dagli articoli confessati dalla Chiesa cattolica, la quale è (come disse san Paolo) colonna e firmamento della verità. Quando dunque io sento che così si parla di voi, allora tutto mi conturbo, e mi attristo in tal guisa, che alla fine mi son risoluto scrivervene, pregandovi, s'egli è onesta preghiera, che mi rispondiate, e vi sforziate d'illuminarmi le tenebre di questa vostra non aspettata mutazione; perchè insino a tanto ch'io non ne ho altra luce, non posso se non credere che ella non abbia avuto la luce di Dio.

Forse mi dirà qualcuno che voi vi siete partito d'Italia perchè vi siete stato perseguitato, e che in ciò avete imitato l'esempio di Cristo e di Paolo e d'alcuni altri santi, i quali, essendo perseguitati, si fuggirono dalle mani e dalle unghie de' perseguitatori; e mi dirà che spesse volte gli accusati dal mondo sono iscusati da Dio, e i dispregiati dal mondo sono onorati da Dio. Ma io non so in prima come a ciascuno sia lecito il fuggirsene via contro i comandamenti e decreti del suo maggiore, al quale egli è sottoposto ed obbligato ad obbedire, siccome è intervenuto a voi; di poi non intendo qual sia stata questa persecuzione, nè qual sia questa accusazione, o qual disonore v'è stato fatto, onde vi fosse necessario il fuggire. Ben mi ricorda che in Italia eravate apprezzato, onorato, riverito, e quasi cosa divina adorato, e predicando voi il santo nome e la vera legge di Cristo, eravate con tanta divozione da tutta Italia ascoltato, che nè in voi maggior grazia, nè in lei miglior spirito si poteva desiderare. Nè per essere voi in tanto onore e riverenza nel mondo, eravate (come credo) in minor grazia di Dio; anzi in tanto maggiore, quanto maggior frutto facevate, ed ispiravate continuo amor di Dio nelle anime cristiane, siccome ancor fu il nostro primo padre e maestro san Francesco, il quale da' popoli e da' principi sommamente riverito, fu nondimeno così caro servo a Dio, ch'egli meritò d'esser segnato di quelle stimmate che soffrì il nostro signor Gesù Cristo in Croce.

Ma si dirà che nelle ultime vostre prediche alcune cose dette da voi furono avvertite, notate, riprese ed accusate, come piene di non sana nè cattolica dottrina. Che dirò io qui, se non che quella accusazione era giusta o ingiusta? Se ingiusta, di che temevate voi? perchè non piuttosto, chiamato, venivate a Roma, e qui dinanzi a questo giustissimo principe, il quale sommamente v'amava, avreste come oro nel fuoco raffinata quell'opinione che s'aveva della bontà e della virtù vostra? Ecco san Bernardino nato, pur nella vostra patria e dell'Ordine vostro, il quale accusato come idolatra, venne a Roma, e si purgò chiaramente; onde molto più venne gloriosa e lucente la santità della vita sua, e ne seguì maggior frutto nel popolo di Dio. Non poteva esser tanta la malignità dei vostri accusatori, che non fosse maggiore la forza della verità, sostenuta e difesa ancora da quel favore che era per voi, non pur in Roma, ma in tutta Italia.

Ma se la loro accusazione era giusta, io non so quel che si possa dir qui, se non che, o per ignoranza o per malizia era sparsa da voi quella dottrina nel volgo; di che, per dire il vero, l'uno mi par malagevole, e l'altro quasi impossibile a credere. Ma sia stato pur o l'uno o l'altro. Se fu per ignoranza, grande obbligo avevate agli accusatori vostri, i quali accusandovi, erano cagione che voi doveste riconoscere il vero, e partendovi dalle tenebre dell'errore, potevate ridurvi nella luce della verità, la qual cosa non era altro che ridursi a Cristo, somma verità, fonte, principio ed origine di tutti i veri; e se fu per malizia, reo pensiero è questo, nè so qual luogo da difendervi ci rimanga, quando che questo fine è biasimato nell'uomo, abborrito nel cristiano, condannato nel religioso, anatemizzato in colui che predica la parola di Dio: e crederei quasi che, chi si conduce a sì reo effetto, già più non sia uomo, ma ch'egli siasi trasformato in demonio.

Ben gli ricorderei che il pietosissimo Iddio non abbandona chiunque ricorre a lui, e che dolcissimi sono i frutti di quel santo sacramento della penitenza; onde non può scegliere la più vera via, nè pigliare il più vivo e saldo rimedio, che piangere come Pietro amaramente il peccato suo.

Forse ancora mi si dirà che nè ignoranza è stato tutto ciò, nè malizia, ma una maggiore illuminazione nelle cose di Dio, e che Cristo v'ha aperte molte verità, delle quali insino a quel tempo gli piacque illustrar la mente di Paolo, e convertirlo dal giudaismo alla vera fede. Dunque Cristo insegnò o rivelò il contrario che ai suoi, ai successori degli apostoli, e insegnò loro falsa dottrina? e così di somma verità si trasformò in istrana bugia? Dunque Clemente, Anacleto, Evaristo, Aniceto e quegli altri grandi spiriti di Dio furono ingannati, e insieme ingannarono altrui? Dunque Ignazio, nel cui cuore si trovò scritto il nome di Cristo, non ebbe da Gesù vera dottrina? Che dirò di tanti altri che successero di poi? Crederemo mai che Ireneo, Origene, Cipriano; crederemo che Atanasio, Didimo, Damasceno; crederemo che quei due gran lumi di Cappadocia, Gregorio e Basilio; crederemo che Ambrosio, Gerolamo, Agostino, Bernardo e tanti e tanti altri santissimi dottori della legge di Cristo abbiano tutti errato? e in luogo di mostrarci la luce ci abbiano inviluppati nelle bugie? Non può essere sano d'intelletto chi crede queste falsità, dicendoci massimamente Cristo, salvator nostro, che dove è il corpo quivi si congregano le aquile. Ma che più, Cristo adunque per molto tempo ha abbandonata la sua Chiesa, perchè, quando questa verità cattolica innanzi all'empio Lutero si credeva pertutto, se quel che si credeva non era vero, Cristo ci aveva abbandonati affatto: la qual cosa è orribile pur a pensare, dicendoci Gesù Cristo: Ecco ch'io sono con voi sino alla consumazione de' secoli. Egli è necessario (credetemi) che in questo mare torbido e tempestoso delle varie opinioni ci sia una ferma stella, alla quale si riguardi, e la quale c'indirizzi al vero cammino della strada di Dio. Questa, siccome da molti santi e dotti uomini è stato mostrato, non è, nè può esser altro che la Chiesa romana, incominciata da Pietro, in cui Cristo prima fondò la sua Chiesa, e per continua successione de' papi pervenuta intiera ai presenti tempi.

Nè vi varrebbe contro di ciò l'allegare luoghi della Scrittura, intesi ed esposti a vostro modo, perchè sempre (quanto a me s'appartiene) mi ricorderò di quel buono e fedele consiglio d'Origene Adamanzio il quale dice: Ogni volta che qualcuno vi mostra scritture canoniche contro quel che osserva ed usa la Chiesa, alla quale consente il popolo di Cristo, par che dica proprio, Ecco, in quelle cose è la parola della verità: ma noi non gli dobbiamo credere nè partirci dalla paterna ed ecclesiastica tradizione, nè ci si convien credere, se non come la Chiesa anticamente ci ha insegnato.

Finalmente io dico che nissuno buono si partì mai dalla Chiesa cattolica, e nissuno che se ne partisse fu mai stimato buono; di che si possono tante vere ragioni allegare, che forse non è verità in dottrina alcuna, che sia di questo vero più vera. Onde, quanto più in questa cosa ripenso, più mi trovo inviluppato nella difesa della vostra causa, e vorrei volontieri non v'amar tanto, per non sentire quel dolore ch'io sopporto ora, per cagione di questa vostra nuova calamità. Siami lecito con questo diverso, e forse non atto vocabolo, temperare quello errore che nasce dalla volontà vostra.

Ma poichè ancora in me vive quello amore, che già v'accesero le singolarissime virtù vostre, piacciavi almeno di darmi qualche consolazione, col farmi sapere le ragioni del consiglio vostro: se non potessero levarmi il dispiacere affatto, potrebbono forse addolcirlo ed alleggerirmelo alquanto. Ben vi consiglierei che, se, come io credo, vi siete partito d'Italia per salute della persona vostra, più timoroso forse che non bisognava, vi consiglierei, dico, che vi fermaste a questo segno dove or siete, nè trapassaste più innanzi; non predicaste, non iscriveste, non parlaste cose contrarie alla dottrina cattolica: anzi d'ogni cosa detta o fatta da voi, vi rimetteste umilmente al giudizio della Chiesa romana: perchè, facendo come vi dico, sarà solo ripreso in voi un timore nato da non troppo consiglio. Ma se vi governate altrimenti, coll'inasprir le cose ogni giorno, allora sarete d'una pertinace ostinazione e d'una ostinata eresia condannato. Nel primo caso standovi quieto ed umile, si solleverà tutta Italia in favor vostro, vi desidereranno, vi chiameranno, pregheranno. E per voi, e con molto loro contento v'impetreranno ogni grazia. Ma seguendo voi il secondo, si spegneranno in tutti quelle reliquie d'amore che ancora in molti cuori si mantengono calde, e in loro luogo v'entreranno l'odio e lo sdegno e l'ira contro di voi. Io certo son ridotto a tale, che dove prima (come sapete) vi pregai molte volte che pregaste Iddio per me, al presente, conoscendo il contrario bisogno, non fo altro che pregare Iddio per voi, ed ora di nuovo umilmente lo prego che gli piaccia d'illuminarvi ed ajutarvi.

Di Roma alli XX ottobre MDXLII.

Pag. 77, lin. 24, aggiungi in nota:

Nell'Indice tridentino è registrata: Historia vera de vita, obitu, sepultura, accusatione hæreseos, exhumatione Martini Buceri et Pauli Fagii. Item historia Catharinæ Vermiliæ, Petri Martyris Vermilii conjugis, exhumatæ, ejusque ad honestam sepulturam restitutæ.

Pag. 86, alla nota 4, aggiungi:

Th. Heyer, secretario della società di storia e archeologia di Ginevra, il 23 marzo 1854 vi lesse una nota su Galeazzo Caracciolo, ove porta le lettere direttegli ed altre testimonianze. Appare di là che la seconda sua moglie morì di 64 anni, il 28 aprile 1587, e lasciò eredi l'ospedale, il collegio, la borsa francese e la italiana, oltre molti legati al Beza, a Pompeo Diodati, a G. Colladon ecc.

Pag. 103, al fine, aggiungi:

Celio Curione, dedicando alla regina Elisabetta le opere della Morata, mulieris pietate ac literis clarissimæ monumenta, a me tamquam ejus ingenii reliquias, cui illa moriens commendavit et legavit collectas, dà a questa regina le più smaccate e retoriche lodi. Hujus quanta fuerit eruditio: quantum, quam ardens veræ religionis studium; quanta in malis adversisque rebus quæ multa perpessa est patientia: quanta constantia ex his libris majestas tua facile judicabit. Ricorda d'aver egli fatto menzione della regina nel suo supplemento alle storie del Sabellico, e dedicati a re Eduardo i commenti alle Filippiche.

La Morata tradusse dal Boccaccio la novella d'Abramo giudeo. Scrivendo a Flacio Illirico, lo ringrazia che primo abbia recato gran soccorso agli Italiani, poveri di celesti beni. Che se mai traduca in italiano qualche opuscolo tedesco di Lutero (il che farebbe alla medesima se il tedesco capisse), o se comporrà alcunchè in italiano, gioverà assai ad estirpar gli errori.

Ad Anna d'Este principessa di Guisa manda esortazioni affinchè s'applichi allo studio delle lettere sacre: essa non aver altro bene che in ciò. Da quando per grazia di Dio rinnegò quell'idolatria italiana, è incredibile quanto Iddio mutasse l'animo di lei, che, mentre aborriva dalle Scritture, allora di esse sole si dilettò, sprezzando ogni altra cosa. Nè basta saper la storia di Cristo, che neppur il diavolo ignora, ma bisogna avere quella fede che opera per l'amore, e fa professar Cristo fra' suoi nemici. Nè martiri esisterebbero se avessero occultato la loro fede. La esorta a non temere l'avversione de' suoi, e offre mandarle libri cristiani.

Ha pure molte lettere a Celio Curione.

Pag. 108, lin. 13, aggiungi in nota:

Un nunzio, scrivendo al papa nel 1521 la comparsa di Lutero davanti all'imperatore e agli Stati, dice: «Il pazzo era entrato ridendo, et coram Cæsare girava il capo continuamente qua e là, alto e basso: poi nel partir non parea così allegro. Qui molti di quelli che lo favoreggiavano, poichè l'hanno visto, l'hanno existimato chi pazzo, chi demoniaco: molti altri santo et pieno de Spiritu Sancto; tuttavolta ha perso in ogni modo molta riputazione della opinione prima».

Pag. 112, si levino le linee 4-10.

Pag. 114, lin. 31, pongasi:

Il Vergerio era ancor laico, eppure fu fatto vescovo di Modrusc in Croazia, poi di Capodistria sua patria, dove entrò solo nel 1545, nove anni dopo eletto, e dal suo fratello Giambattista vescovo di Pola vi ebbe in un sol giorno tutti gli ordini e l'unzione vescovile. Nella Ritrattazione descrive egli per filo e per segno la sua entrata a vescovo, la benedizione, la cresima, il battesimo d'una campana, la vestizione d'un chierico, la consacrazione della chiesa di Pirano; funzioni che allora il movevano a pietà, dappoi a scherno.

Ritiratosi alla patria ecc.

Pag. 137, alla linea 21 si aggiunga la nota

(25) Abbiamo lettera di don Ferrante Gonzaga, che l'11 maggio 1550 scriveva a Carlo V: «E monsignor Vergerio... mentre fu cattolico fu servitore del cardinale di Mantova mio fratello, e fu mio stretto amico; poi, perseguitato da papa Paolo, oppur dallo stesso suo peccato, si ridusse fra' Grigioni. E quivi fa molte prove di sè. A costui, immaginando io che potesse venirgli agevolmente fatto, ho mandato a persuadere che metta in carico di coscienza a quelle genti il tenersi usurpata la Valtellina, membro importantissimo di questo Stato e a lui necessarissimo, e che debbano restituirla, e che possono farlo di tal maniera, che, senza perder punto di reputazione, ne conseguiscano alcuna onesta ricompensa». Aggiunge aver promesso diecimila scudi al Vergerio se riesce.

(Qui si trasporti la nota 5 del Discorso XLII; poi vi si soggiunga):

Il Vergerio secondò il pensiero del barone Ungnad, del Carnio e del Truber di tradurre in slavo la Bibbia e scritti luterani: si fecero venire dalle montagne dell'Istria persone istrutte, e si stampò qualche cosa. I caratteri fusi a tal uopo si spedirono poi a Lubiana per istabilirvi una stamperia: ma nel traversare l'Istria furono sequestrati; e dopo rimasti lungo tempo in obblio, furono donati a un Francescano istriota, che li portò a Fiume; di là passarono a Roma, dove la Propaganda gli adoprò per libri cattolici.

Pag. 465 in fine, aggiungi in nota:

Del Paleario sta alla Magliabecchiana un'orazione, fra molti altri carmi in lode d'un Bandini. Inoltre nei Carmina poetarum nobilium Jo. Pauli Ubaldini studio conquisita, Milano 1561, vi sono degli esametri suoi nelle nozze di Nicola Marino con Luigia Mendoza, aventi per ritornello:

Huc ades, o Hymenæ Hymen; ades, o Hymenæe,

e alcuni altri carmi, ove nulla che sappia di religioso.

Pag. 194, alla nota 9, aggiungi:

Dalle buone relazioni del Sadoleto con Melantone e della speranza della costui conversione è curioso testimonio una lettera del nunzio Girolamo Rorario al cardinal Verolano da Pordenone, il 21 febbrajo 1539:

«Scrissi alli 17 del presente al reverendo Sadoleto e a vostra signoria illustrissima significandole come don Michele Brazetto mio compatriota, già mesi tre partì da qui per Vittemberga, dove si è con gran famigliarità intrinsecato con Filippo Melantone, di modo che gli ha aperto tutto il cor suo, ed ha fatto conoscere la buona mente sua verso la sede apostolica: e di ciò etiam ne porta testimonio con una sua, scritta al reverendo Sadoleto in risposta d'una di sua signoria reverendissima. Ed io ne tengo fermezza grande, fondata sopra un natural presupposito, che, essendo lui il più dotto di Germania, e in altri luoghi ancora avendo pochi pari, è da giudicare che lui conosce la via della verità: la qual conoscendo, e ritrovandosi in povertà grande, ed aver un figlio, non è da credere che lui voglia viver povero e dannato, e lasciar il suo figlio in la medesima e maggior dopo lui povertà e dannazione, possendo provveder all'uno e all'altro. E tanto più quanto da chi l'ha conosciuto è stato conosciuto per modestissima persona: e Dio volesse gli altri arrabbiati d'Alemagna fossero stati simili a lui! E io mi ricordo in Augusta all'ultima Dieta, Melanton, cercando poner pace e riconciliar la Germania alla sede apostolica, scrisse una sua, ancorchè fosse presente, a M. Luca Bonfilio, allor secretario del reverendissimo Campeggio, ricercando gli fosse concesso tre cose: comunicare sub utraque specie; matrimonio de' sacerdoti; del terzo non mi ricordo, ma mi par era cosa più leggiera di ciascuna di queste due: e prometteva che del resto s'acquieteriano, ed io parlandone col reverendissimo Campeggio, mi rispose in conclusione che conosceva le domande non esser tali che la sede apostolica gliele potesse senza scandalo concedere: ma che li conosceva ghiotti, e che quando avesse concesso questo, non stariano contenti, e domanderiano etiam delle altre cose, persuadendo alli popoli che, così come erano stati gabbati in queste, non altrimenti erano nel resto....» (Archivio vaticano, Nuntiatura Germaniæ, VIII).

Pag. 200, alla nota 31, aggiungi:

Nell'Indice de' libri proibiti pei cattolici di Spagna (Madrid 1667), dove sono indicati i varj luoghi da espungere o cambiare negli autori, molte colonne occupa il titolo del Castelvetro. E prima sono segnate molte emende al suo commento alle rime del Petrarca, stampato in Basilea il 1582, a istanza di Pietro de Sedabonis. Altre nella poetica d'Aristotele, massime sostituendo podestà a vescovo, cavaliere ad abate, santissima vita a ottima vita, sètta a religione pagana, maestro a prete.

Pag. 302, alla nota 7, aggiungi:

Più curioso è l'Index librorum prohibitorum et expurgandorum novissimus pro catholicis Hispaniarum regnis Philippi V etc. Madrid 1667, grosso volume in-4º, dove son notati i varj passi che dagli autori devono espungersi o correggersi.

Pag. 307, nota 23, aggiungi:

Frà Paolo scriveva al Casaubono ogni male contro il Baronio, ma l'avvertiva a non intaccarlo di mala fede. Cedet in publicam utilitatem opus tuum procul dubio. Verum quod illum fraudis et doli mali convincere paras, vereor an probaturus si sillis, qui morum hominis gnari fuerint. Vellem potius levitatis et temeritatis accusares. Ep. ad Casaubonum, 8 giugno 1612.

Pag. 318, alla linea 14, aggiungi in nota:

(1) Clemente VII, stando in Bologna per l'incoronazione di Carlo V, il 15 gennajo 1530 pubblicò una bolla indirizzata a frà Paolo Botticelli inquisitore delle diocesi di Ferrara e Modena, prescrivendogli di procedere contro gli eretici, specialmente i Luterani, con ampia facoltà di ricevere in grembo della Chiesa chi abjurasse gli errori: con ciò voler frenare l'impetuoso prorompere del torrente ereticale, e risanar l'Italia da tanti travagli. Essa bolla fu diretta a tutti gl'inquisitori, con indulgenza ai confratelli della società della Croce, e sta nel volume Bullarum et privilegiorum etc.

Varj libri furono pubblicati anche a Bologna contro gli eretici, e nominatamente un'Opera contro le perniciosissime heresie luterane, di frà Giovanni da Fano; 1532.

Pag. 338 in fine, aggiungi in nota:

Sul Mollio da Montalcino vedi Zeitschrift für das gesammte lutherische Theologie und Kirche, von Budelbach und Gueriche. Anno 1862.

Pag. 343, lin. 2, leggi:

fu condannato, ma non è vero quel che dice il Tuano che fosse bruciato, avendo fatto ecc.

Pag. 345, linea terzultima, aggiungi;

Di Bologna abbiam detto come il Mollio vi diffondesse molto l'errore, e qual terribile fio ne pagasse. Spogliando i libri de' giustiziati, vi si trovano condannati dalla Santa Inquisizione, nel 1468, frà Giovanni Favelli servita veronese, incantatore ed eretico, che avea composto un libro Fiore Novello, pieno d'enormità: al 1481 Giorgio di Monferrato, scolaro dell'Università, arso vivo per ostinatezza nell'eresia: al 1567 Bernardino Brescaglia di Modena, Baldiserra pittore veneziano, Martino Fenì ciabattino francese, arsi per luterani ostinatissimi, e al marzo maestro Bernardino delle Agucchie milanese, al settembre Pellegrino Righetti e Pietro Antonio da Cervia: nel 1568 Silvio Lanzoni mantovano, cugino del duca di Mantova e del signore della Mirandola: nel 1572 Antenore Gherlinzano pittore; nel 1579 Giacomo Salicati detto Cattaneo. Nel 1587 Ercole del Tollé fu impiccato per aver dato asilo a un eretico: come sappiamo che nel 79 un Ascanio Lojani di Bologna era stato bruciato a Roma per eresia.

Sull'Università bolognese, nel 1615 stava Assuero di ventisette anni, figliuolo di Giovanni Bispiach della diocesi di Munster; ed essendo caduto infermo, esaminato sui primi fondamenti della fede, si conobbe in errore, e fu mandato al Sant'Uffizio. Per quanto si facesse, mai non volle disdirsi o pentirsi, onde fu condannato ad esser arso vivo il 1618. Ostinandosi fino all'estremo, si lasciò piegare dai conforti dei confratelli della buona morte, e firmò un'abjura, onde fu appiccato. «Piaccia allo Spirito Santo, a Dio benedetto, alla Madre Santissima, che l'intrinseco accompagni l'estrinseco, perchè fu da tutti giudicato essere morto bene in grazia di Dio, ma questi sono suoi segreti iudicare il cor delli homini. Requiescat in pace. Amen». Così finisce la relazione che se n'ha ne' libri de' giustiziati(1).

(1) Un Auto da Fè in Bologna... pubblicato da M. G.; Bologna 1860.

Pag. 355, alla nota 9, aggiungi:

Talmente era reputato generale l'obbligo di perseguire gli eretici, che lo professano anche società affatto laicali. E, per esempio, l'arte di Calimala, cioè de' lanajuoli di Firenze, nel suo statuto antico mette per articolo 1:

Della fede cattolica.

«La fede cattolica e santa osserveremo e onoreremo e manterremo, e al reggimento di Firenze daremo ajuto e consiglio a distruggere la eretica pravità, se da quello reggimento ne saremo richiesti: e ciò faremo a buona fede secondo lo statuto del Comune di Firenze».

Pag. 435, linea 29, aggiungi:

Dichiaratione del Doni sopra il XIII cap. dell'Apocalisse contro gli heretici con modi non mai più intesi da huomo vivente. Che cosa siano la nave di san Pietro, la Chiesa Romana, il Concilio di Trento, la destra della nave, la sinistra, la rete e i 153 pesci dell'Evangelo di san Giovanni, e ciò che significhino: con altre intelligenze della sacra scrittura secondo i cabalisti (In Vinegia, Giolito 1562).

Pag. 470, lin. 23, leggi:

tra cui primi Guglielmo Balbani. Francesco Cattani, Girolamo Liena, che era stato nel 1542 multato per aver favorito l'evasione d'un Agostiniano sospetto d'eresia; poi fuggirono Cristoforo Trenta, Vicenzo Mej, Filippo ecc.

Pag. 473, dopo la linea 4, aggiungi:

Giovanni Antonio Pelligatti (Annali di Lucca, manuscritto nell'Archivio di Stato, tom. II, parte II, pag. 121) scrive: «Se trovò resistenza da principio il cardinal vescovo all'amorevole invito che fece con la preaccennata lettera agli oriundi lucchesi in Ginevra, non però restò questo del tutto invano, poichè, tocchi coll'andare del tempo alcuni delle nobili famiglie antiche dei Calandrini e Minutoli dal lume della grazia divina, riconoscendo gli errori dei loro antenati abjurarono l'eresia, e prestando ubbidienza alla santa Chiesa, tornarono a ripatriare. Ma mancando quivi delle sussistenze necessarie al proprio mantenimento, per essere stati i loro effetti devoluti al fisco al tempo della fuga dei primi apostati, il senato, godendo di veder ritornati alla santa fede questi suoi cittadini, gli provvide non solo di ajuti opportuni a poter vivere con decoro, ma gli reintegrò ne' già perduti onori, che oggi godono e goderanno dapoi».

Nell'Archivio stesso (atti del Consiglio Generale, registro 160, cart. 55) sotto il 18 marzo del 1681 è registrato che nel Consiglio Generale fu letto un memoriale del magistrato de' segretarj, ove si esponeva che, avendo il cardinale Spinola vescovo di Lucca fino dal 1679 scritto una lettera ai discendenti delle famiglie lucchesi riparate in Ginevra ed eretiche, non ha ricevuto risposta alcuna «ma in questo giorno sono comparsi avanti di noi li spettabili Ottaviano e Nicolao Diodati, Bartolomeo ed Attilio Arnolfini, Ottavio Manzi e Francesco Marcello Burlamacchi, presentandoci ciascheduno di essi un libro stampato in Ginevra, il cui titolo è Lettera dell'eminentissimo signor cardinale Spinola vescovo di Lucca alli oriundi di Lucca stanziati in Ginevra, con le considerazioni sopra di essa fatte. E insieme ci hanno esibito le lettere che a ciascheduno di essi sono state inviate con detto libro dalli suddetti di Ginevra..... Scopertosi ciò da noi, abbiamo in primo luogo fatto diligenza per investigare come siano stati introdotti nella città li detti libri, e abbiamo penetrato come da un mercante di Livorno, calvinista, corrispondente a detti Ginevrini, siano stati consegnati in forma di pacchetti, sigillati con tre sigilli per ciascuno libro, ad un navicellajo di Pisa, con il soprascritto diretto a detti nobili cittadini; quale navicellajo non abbiamo potuto avere peranco avanti di noi, non ostante le diligenze usate col solo fine di avere il numero preciso di detti pacchetti, giacchè siamo entrati in sospetto che possino essere stati sette in tutto, e a noi non ne sono stati esibiti che sei».

I segretarj raccontano poi che stimarono conveniente consegnare essi libri al vescovo, il quale, dicesi nel memoriale predetto, ha in estremo gradita la dimostrazione di religiosa pietà che se li è data in sopprimere veleno sì pernicioso, assicurandoci che ne avrebbe scritto a nostro signore con tutti i vantaggi della Repubblica. Terminano in questa guisa: «Stimerebbemo parte propria della gran pietà dell'eccellentissimo Consiglio e della sua costante reverenza e devozione verso la santa Chiesa, di dare qualche pubblica dimostrazione del suo sdegno, che a parer nostro sarebbe di fare abbrugiare detti libri per mano del ministro della giustizia, togliendo prima i fogli ne' quali è stata impressa la lettera di Sua Eminenza. Il che, si come manifesterà al mondo quanto sia qui dispiaciuto l'operato di detti oriundi lucchesi con la pubblicazione di detto libro, e l'aborrimento che ognuno tiene del loro invito, così farà conoscere che in pubblico e in privato non si vuole in alcun modo dar adito a trattare con persone separate dal consortio della vera religione e dall'obbedienza verso la santa sede, e per confermarci sempre più ne' sentimenti delli antenati nostri che ne riportarono tanta commendatione dalla santa memoria di papa Pio IV per li decreti fatti in quel tempo».

Il gonfaloniere disse che anche il settimo libro ereticale era stato consegnato, pochi istanti avanti. Per decreto del Maggior Consiglio dello stesso giorno furono i libri abbruciati per mano del boja sulla pubblica piazza di San Michele.

Pag. 473, alla nota 9, aggiungasi:

Tra i rifuggiti a Ginevra era la famiglia Lombardi, della quale fu capo Cesare, di cui conservasi il testamento pubblicato dal Gaberel nel vol. I Pièces justificatives, p. 212. Fra questi documenti sono date le lettere di Carlo IX e Caterina de Medici al Consiglio di Lucca a proposito de' decreti contro i profughi. Nous avons avisé (dice il re) de vous faire la plainte, pour vous faire entendre de combien nous sont odieuses telles tailles et façons de procéder a l'encontre de ceux de votre nation qui sont retirés ou a Lyon ou ailleurs en notre Royaulme: estant cette façon de faire inusitée en celuy, et que nous ni voulons aucunement permettre ni soufrir avoir lieu, pour la protection, sauvegard et recomandation en laquelle nous avons pris et mis les susdits Lucquois, leurs femmes, familles et biens, se retirant par deça.... Ce faisant autrement, nous serions contraints de chercher les voyes de vous en ressentir, et dont, pour l'amytié et affection que vous nous portons, nous serions bien marry.

Pag. 479, alla nota 7, aggiungi:

Gaberel aggiunge i Micheli. E racconta che il padre del primo Micheli che fuoruscì era gonfaloniere di Lucca, e che «nel suo testamento lasciò un attestato della fede e del coraggio suo cristiano, poichè, invece d'invocare, secondo l'uso, la Madonna e i santi, scrisse: «Rimetto l'anima mia nelle mani di Dio onnipotente, perchè sia redenta col prezioso sangue di Cristo. Prego il Signore di ricevermi nel numero de' suoi eletti, non per i meriti miei, ma per mera sua grazia». Se il notaro (soggiunge Gaberel) che raccolse questo atto l'avesse denunziato al Sant'Uffizio, il capo della famiglia Micheli avrebbe col sangue suo suggellata questa coraggiosa confessione di fede» (Vol. I, p. 481).

Possiamo assicurare il signor Gaberel che migliaja di Cattolici, allora come adesso, ripetono questa formola, senza il menomo bisogno di coraggio o alcun pericolo di martirio.

Pag. 479, lin. 39, aggiungi:

vedi il nostro Discorso XLIII.

Francesco Turrettino è contato fra' principali oratori riformati: profondo, incisivo, trovava parole che colpivano l'immaginazione e la coscienza degli uditori. Udendo lamenti sulla lunga durata delle prove inflitte alla Chiesa dalla intolleranza del despota francese, prese il testo «Dio è paziente perchè è eterno», e fece un magnifico discorso ove, tra il resto, disse: «La giustizia divina va con calzari di lana, ma quando raggiunge il colpevole, lo piglia con una mano di ferro».

Anche suo figlio Giovanni Alfonso fu insigne predicatore, di gran chiarezza e calorosa semplicità, onde diceasi: «Par che predichi pei fanciulli; eppure all'uscir di chiesa, le persone serie durano un pezzo, prima di terminar l'analisi delle idee che si affollano nel suo discorso». Aveva per soggetti favoriti la carità degli atti e la tolleranza delle opinioni.

Pag. 479, nota 9, linea penultima, aggiungi:

Giuseppe Jova, che trovammo condannato nel 1570, era letterato in relazione coi migliori d'allora, ed apparteneva all'Accademia dei Vignajuoli, che raccoglievasi a Roma in casa di Uberto Strozzi mantovano. Fu in corte del Giberti, poi della Vittoria Colonna. S'ha lettera a lui del cardinal Bentivoglio, che s'occupa meramente di letteratura, come in quella alla Colonna. Bensì la lettera 1 agosto 1562 di Annibal Caro dà lo Jova come già sospetto in punto di fede.

Pag. 480, alla linea 49, aggiungi:

Della famiglia Minutoli era Vincenzo, meschino professore di greco, che abbandonò l'accademia di Ginevra per andare a farsi ministro ne' Paesi Bassi. Ma avendo cagionato scandalo, nel 1668 fu escluso dalla Cena, e deposto dal sinodo di Flessinga; fatta penitenza, fu ripristinato. Anche suo figlio Gioachino, studente di teologia, per iscandalo fu cacciato; allora trattò coi Cattolici, e venne a Lucca, e ottenne una pensione; poi tornato in Savoja il 1714, dal curato Pontverre, celebre per le sue relazioni con G. G. Rousseau, fu indotto a pubblicar un libello, Motivi della conversione del Minutoli, ove contro i pastori di Ginevra adopra arguzie e fina ironia sopra i costumi, sopra le prediche; e fece rumore assai in que' giorni.

VOLUME III

Pag. 50, alla nota 2, aggiungi:

Sugli eretici che serpeggiavano allora in Lombardia e in tutta la regione transpadana, portano luce due lettere del Vida, che il cavaliere Ronchini trasse, la prima dalla Biblioteca Palatina di Parma, l'altra dall'Archivio governativo d'essa città, o che sono cosifatte:

Al reverendissimo signor mio osservandissimo il signor cardinale Contareno.

Cum vidissem in tota fere transpadana regione antiquissimam Psallianorum(1) hæresim, improborum quorumdam scelere nostris temporibus repetitam, suscitari, literis statim Paulum III Pont. Max. admonendum duxi; si forte, dum malum adhuc est recens, occurrere vellet. Quod autem hic audio tibi, Contarene pater amplissime, curæ esse, ut, quæ spectant ad rem sacram, omnia e religione fiant dicanturve, neu quis quippiam contra sanctorum patrum placita moliatur, teque huic negotio in primis summi pontificis decreto de ejus sacri senatus sententia præfectum fuisse, tibi literarum ipsarum exemplum transmittimus, ut videas an ea, quæ scribimus, sint alicujus momenti, et tanti pontificis animadversione digna. Leges igitur prius tu quicquid id est; et, si quid ad rem facere videris, literas reddendas curabis. Quia vero etiam fortasse pluribus verbis egi quam par erat in re adeo clara; si tibi longiuscula epistola videbitur, judicaverisque habendam rationem pontificis ætatis jam, ut videor videre, in gravescentis, brevi tu coram rem explicabis. Deinde mihi ut quam primum rescribatur operam dari velim, simulque abs te mihi ignosci, quod, non multa mihi tecum familiaritate intercedente, ad te, ista gravitate, dignitate ac doctrina virum, tam familiariter scribere ausus sim: quod ut boni consulas te etiam atque etiam rogo. Vale, et Vidam tui observantissimum dilige. Cremonæ, calendis febr. MDXXXVIII.

Tui observantissimus famulus
Hier. Vida, Albæ episcopus.

(1) Degli Psallj o Precatores parla il Macri nello Hierolexicon.

Al molto reverendo signor mio osservandissimo, il signor Marcello(1) secretario secreto di Nostro Signore.

In queste parti et in Lombardia gli errori de' moderni heretici vanno molto hora dilatandosi: non parlo già della diocesi mia, che, per Dio gratia et per uno gagliardo Breve a me da nostro signore per sua benignità el suo prim'anno concesso contra tanto esenti quanto non, è assai ben netta. Dico la cosa esser in colmo; e, se non se li provede, vedo l'impendente total ruina. A questi giorni trovandomi in Asti per vedere il signor marchese del Vasto, et ivi ragionando sopra questa mala influentia, per alcuni predicatori, i quali in diversi lochi hanno havuto ardire predicare perniciosa dottrina contra il pubblico consenso d'antichi Padri, in molto pregiudicio de l'anime de' fedeli christiani, ritrovandosi a questi parlamenti il signor Giovanni Battista Speciano senatore di Milano et capitano generale di justitia, huomo molto da bene et catholico, mi promise volere alla fiata, anchor che sia occupatissimo, ire alle prediche, per potere obviare a tali inconvenienti: il che facendo, son certissimo sarà di molto freno a queste pesti, per la suprema autorità e potestà che tiene. Vero è che in la mente li resta qualche scrupolo, imperocchè essendo materia mera ecclesiastica, accasca spesse fiate fare qualche dimostrazione contra detti heretici; ma, dandoli poi da essere giudicati al giudice ecclesiastico, si vede che subito senza altra animadversione sono rilassati, sotto pretesto che siano pentiti et emendati, e che non siano relapsi. Io poi ritornato alla mia Chiesa, e facendo molta consideratione sopra questa cosa, et vedendo che questa setta di heretici non è per errore, ma per espressa malitia, e che non solamente fanno questo perchè così sentano, ma tutto procedere perchè attendono alla destruttione del vivere christiano, e sitiscono il sangue dei catholici, macchinando etiandio con l'arme in la vita nostra, e che non fu mai setta tanto pernitiosa, mi parerebbe se li dovesse precedere contra con maggiore severità, e non darli occasione di far peggio, perdonandoli sotto pretesto di falso pentimento. Questi falsamente repentiti (io ne ho veduto l'esperienza molte volte) fanno come gli uccelli, i quali sono stati in la rete una volta: non mutano il costume suo, ma sono assai più cauti, temendo di non cascare in la rete un'altra fiata, e con astutia serpentina al coperto spargono tutto il veneno, et fanno peggio assai che prima. Per obviare a tanto male, si serva pratica in Francia di condennare alla morte et al focho chi è represo, nè si aspetta che la seconda volta incappino; e, per questo, in quelle contrate capitano rarissimi heretici. Quando tal pratica si servasse in Italia, non sarebbe tanto dannoso, nè si dilaterebbe tanto questo male, il quale ogni dì va serpendo per summa impunità e licentia di delinquire. Nè mi parerìa fuori di proposito che hor si facesse una severa costitutione contra gli heretici, come al tempo d'Innocentio IIII in Concilio Lugdunense fu fatta contra quelli i quali commettevano homicidio per mezzo degli assassini; dove el detto pontefice volle che, constando che alcuno avesse commesso tal delitto, come inimico della religione christiana fusse diffidato da tutto il populo christiano, et ciascuno potente senza altra sententia lo potesse punire della vita. A questa impresa mi pare saria molto a proposito l'animo di nostro signore, come anche sua santità nel suo pontificato ha fatto altre imprese honorevolissime, intentate dagli altri pontefici suoi predecessori. Se pur sua beatitudine non volesse fare una cosa pubblica e generale, me parerìa molto a proposito ch'ella facesse electione d'alcuni signori seculari in Italia, persone di buona fama et catholici, alli quali desse piena libertà di potere executivamente punire tutti gli heretici convicti (o fusseron relapsi, o non), con partecipatione del vescovo di quella diocesi per riverenza. Se nè ancho questo piacesse a sua beatitudine fare in ogni loco, certo almeno sarìa necessario in Lombardia et in queste contrate di Piemonte. E, piacendole, non potrebbe trovare huomo più a proposito in queste parti di quello, del quale di sopra è fatta mentione, essendo dottore e dotto senatore, et capitano generale di justitia, di molta autorità. De l'integrità et virtù sua, sua beatitudine potrebbe far pigliare informatione dal reverendissimo cardinale di Veruli, havendo sua signoria reverendissima praticato molto tempo nel ducato di Milano. Tal facoltà ho inteso fu data altre volte al marchese di Saluzzo, e fu di tanto spavento in queste parti, che, poichè n'ebbe punito due o tre, mai più nel tenimento suo non si vide pur un heretico, ancorchè li circumvicini paesi ne fusseron pieni. Se tal facultà se fusse havuta, un mastro Agostino dell'Ordine de' Servi (credo sia aretino)(2), il quale or fa l'anno predicò gagliardamente in Cremona mille heresie, non sarìa partito impunito. Quest'anno poi predicando in Genova, non fu già tollerato dai Genovesi, ma scacciato con vergogna anti mezza quaresima; provisione certo non bastante, imperocchè un altro anno andarà a seminare queste male sementi altrove. Costui, oltra le bestemmie ch'ebbe ardimento predicare in Cremona contra Dio e li santi, tutto incumbeva a demolire la potestà ecclesiastica e del sommo pontefice. Venne a tanto, che seditiosamente tentò di persuadere al populo che fusse lecito ire a casa di prelati ecclesiastici, e popularmente depredarli, levando li grani e robe quanto se poteva. Per soddisfare al debito mio mi è parso non poter far di meno, che non procurassi per qualche via queste cose tanto periculose pervenissero a notitia di nostro signore, acciò vi facesse opportuna provisione come li paresse. Piacerà dunche alla signoria vostra, comunicando prima il tutto col reverendissimo et illustrissimo signore padron nostro (il cardinale Farnese), la cui signoria intendo già essersi applicata alle faccende, parlarne opportunamente con sua beatitudine. E s'ella non potesse comodamente fare che non li dicesse l'autore da chi ha queste cose, lo dica con tal destrezza, che sua santità non mi tenga nè presuntuoso, nè in tutto inetto, ch'io mi sia arrogato prescrivere quale modo s'habbia tenere circa cose di tanta importanza. Il zelo della fede et il studio ch'io ho sempre havuto a quella sacrosanta sede, m'hanno spinto a ciò fare.

Baso il piede di sua santità, le mani allo reverendissimo et illustrissimo signor padrone, et me raccomando alla signoria vostra.

In Alba alli XXVII di maggio MDXXXIX.

Se nostro signore ordinasse che 'l Breve fosse fatto al signor Giovanni Battista Spetiano, vostra signoria lo facci dare al mio agente. E perchè ho nuove fresche che monsignor illustrissimo e reverendissimo dovrà ire in Ispagna, in absentia sua insinui pur queste cose a sua beatitudine.

Di vostra signoria

servitore
Hier. Vida, vescovo d'Alba.

(1) Marcello Cervino, che fu poi papa.

(2) Dovrebb'essere maestro Agostino Bonucci da Arezzo, che nel 1542 fu generale dei Serviti, e del quale trattano gli Annali dei Servi di Maria al tom. II, pag. 131 dell'edizione lucchese del 1721.

Segue la bozza d'un Breve, che il Vida proponeva alla Corte di Roma.

Paulus PP. III. Dilecto fili, salutem et apostolicam benedictionem.

Cum, sicut ad nostrum displicenter pervenit auditum, in partibus Lombardiæ ac totius fere Galliæ Cisalpinæ, scelere et culpa quorundam diversorum ordinum verbi Dei prædicationis officium sibi assumentium, magis ac magis recentium hæreticorum hæreses quotidie invalescant, multique eorum exemplo non pertimescant serere ac spargere perniciosa in suarum et aliorum Christi fidelium animarum periculum, atque in Dei et ejus sanctorum, nec non hujus sacrosanctæ sedis nostræ contemptum, sacros canones et sanctorum Patrum constitutiones ludibrio habentes, nitunturque in populo christiano, quantum possunt, seditiones commovere, ac totis viribus simplicium atque imperitæ multitudinis animos contra dictam sedem concitare non desinant; nos, ad quos ex commisso nobis desuper pastoralis officii debito pertinet in talibus debitam diligentiam adhibere, præmissis, ne deteriora parturiant, congruentibus remediis occurrere desiderantes, tibi, de quo in iis et aliis specialem in Domino fiduciam habemus, quique, ut accepimus, in ducatu Mediolani, atque in dictæ Galliæ Cisalpinæ plerisque regionibus potestate tibi a Cæsare contra delinquentes puniendos tradita plurimum polles, fideique catholicæ propugnator ac vindex strenuus semper extitisti, ac devotione quadam præcipua erga dictam sedem nostram teneris, per præsentes, auctoritate apostolica, motu proprio et ex certa scientia committimus et mandamus quatenus omnes et singulos utriusque sexus tam laicos et seculares, quam ecclesiasticos et quorumvis Ordinum regulares, cujuscumque dignitatis, status et conditionis, ac quovis exemptionis privilegio muniti fuerint, in præmissis culpabiles, hæresis videlicet labe aspersos, seu suspectos, eisve auxilium, consilium et favorem quomodolibet præstantes, nemine irrequisito, persequi, capere, ac detineri facere possis ac debeas, eosque deinde, ad Dei laudem et honorum exaltationem et perversorum exemplum, juxta canonicas sanctiones debilis pœnis compescere auctoritate nostra procures, requisito tamen ac tecum talibus examinandis ac condemnandis adhibito loci illius episcopo, seu ejus vicario, ubi talia contigerit perpetrari. Quia vero propter nimiam levitatem, qua judices ecclesiastici agere solent contra hujusmodi deprensos, sæpius contingit improbis majorem delinquendi causam atque occasionem præberi, cum quisque malus, spe facilis veniæ, confidentius ad malum invitetur, sæpiusque contingit hujusmodi perversos, prætextu falsæ pœnitentiæ, quam ecclesiæ constitutionibus illudentes preseferunt, ut mortem, atque alias pœnas evadant, pejores ac magis perditos fieri, magisque perniciosa audere, atque moliri, eadem auctoritate committimus ac mandamus ut, si eos, qui in hujusmodi crimine deprehensi fuerint, tu una cum dicto diocesano tales esse inveneritis, quod sine periculo eis parci nos possit, quod scilicet non tantum hæretica labe inquinati sint, sed insuper factiosi et seditiosi in populo christiano catholicorum ac bonorum sanguinem sitientes, ac dictæ sedis nostræ ruinam inhiantes quotidie nova moliantur, non expectes donec iterum deprehendantur, sed tu eos tunc primum etiam juxta legum imperialium severitatem, tamquam religionis hostes, a toto populo christiano diffidatos, digna animadversione punias; mandantes in virtuto sanctæ obedientiæ venerabilibus fratribus nostris archiepiscopis, episcopis, ac aliis ecclesiarum prælatis ut, quoties in præmissis in eorum diocesibus a te requisiti fuerint, operam et interventum suum non denegent, sed etiam auxilium, consilium, favorem opportune præbeant, non obstantibus præmissis ac quibusvis apostolicis, nec non in provincialibus et sinodalibus conciliis editis generalibus vel specialibus constitutionibus et ordinationibus, privilegiis quomodocumque indultis, et literis apostolicis etiam in forma Brevis, etiam motu simili, et ex certa scientia, ac de apostolicæ sedis potestatis plenitudine, etiam super exemptione et alias quomodolibet concessis, approbatis et innovatis, quæ adversus præmissa nullatenus suffragari posse, sed eis omnino derogari ac derogatum esse volumus, ac si de eis cxpressa mentio de verbo ad verbum hic facta foret, ceterisque contrariis quibuscumque. Datum Romæ etc.

A tergo. Dilecto filio Jo. Baplistæ Spetiano cæsareo senatori, ac justitiæ in ducatu Mediolani capitaneo generali.

Nota, tutta di pugno del Vida: — Si è facto questo schizzo per instrutione: uno pratico lo metterà poi in forma.

Pag. 54:

Intorno a Giordano Bruno ci valemmo di alcuni fra i documenti che esistono nell'Archivio di Venezia. Altri ci erano stati formalmente promessi, poi ci si mancò. Ora il signor Domenico Berti pubblica s'un giornale di Firenze una notizia, appoggiata a que' documenti, secondo la quale potremmo modificare qualche cosa nel nostro racconto.

Il Bruno nacque in Nola il 1548 da Giovanni e da Fraulissa Savolina, e fu battezzato col nome di Giovanni, che cambiò in Giordano quando si monacò. Della patria e dell'infanzia sua ragiona egli spesso con passione. Entrò ne' Domenicani di Napoli a quindici anni, ma una volta diede via tutte le immagini de' santi, sol ritenendo quelle di Cristo; e ad un frate, che leggeva le sette allegrezze della Madonna, disse: «Non trarresti maggior frutto dalle vite de' santi padri?» Già di qui trapelano le sue idee, che poi spiegò dopo fatto sacerdote il 1572, e che tenevano delle ariane; onde venne processato. Fuggì dunque di là a Roma: ma vagheggiando una religione filosofica da opporre a tutte le positive, e sperando «verrà un nuovo e desiderato secolo, in cui i numi saranno confinati nell'Orco, e cesserà la paura delle pene eterne», presto fu accusato di nuovo, sinchè, per cansare il pericolo e «non esser costretto di assoggettarsi ad un culto superstizioso», gettò l'abito, ricoverò in Genova, poi in Piemonte e altrove; indi pel Cenisio nel 1576 uscì d'Italia, ecc.

In Inghilterra sta tre anni in casa di Michele Castelnau ambasciadore di Enrico VIII.

Consta che a Ginevra non dimorò che due mesi.

A Praga dedica cinquanta tesi di geometria a Rodolfo II, che lo rimunera con cinquecento talleri.

Dopo che avea professato a Brunswick, a Helmstadt, a Francoforte, Giovanni Mocenigo per imparar da esso i segreti della memoria, lo invitava a tornar in Italia, per mezzo di Battista Crotti librajo che si recava alla fiera di Francoforte sul Meno, ove il Bruno dimorava allora nel convento dei Carmelitani, i quali comprendeano lui essere un bell'ingegno e uomo universale, ma non aver religione alcuna.

Liberamente venuto a Venezia, si pose ad educare il Mocenigo, che allora avea trentaquattro anni e abitava in calle San Samuele, e che vano e fantastico, presto si disgustò del Bruno, cui diceva indemoniato: e infine lo consegnò al Sant'Uffizio il 22 maggio 1592. Apertosi il processo coll'assistenza dei savj dell'eresia, furono citati quei che l'aveano conosciuto e praticato a Francoforte o a Venezia. Il Bruno, oltre narrare tutta la sua vita, confessò che la sua filosofia repugnava indirettamente alla fede, come quelle d'Aristotele e di Platone, ma ciò esser comune a moltissime altre scuole; non aver egli però insegnato o scritto cosa che direttamente vi contradicesse: ammetter egli un universo, infinito per grandezza e per moltitudine di mondi, ove tutto vive e si muove: dubitare dell'incarnazione del Verbo, cioè dell'Intelletto; tenere lo spirito divino come anima dell'universo; ciò peraltro come filosofo; del resto credere quel che la Chiesa, e dolersi di non averne osservato i precetti, o parlatone con leggerezza; detesta e abborre i suoi errori, e vuole nel seno della Chiesa cercare i rimedj opportuni alla sua salute.

Chi vorrà tener conto di ritrattazioni e pentimenti espressi in tal posizione? Nessuna sentenza pronunziò il tribunale veneto contro di lui, ma col consenso del senato, che riconobbe «esser le costui colpe gravissime in proposito d'eresia, sebbene uno de' più eccellenti e rari ingegni, e di esquisita dottrina e sapere», fu consegnato nelle carceri di Roma il gennajo 1593.

Il Bruno supponeva dovervi essere una filosofia e una teologia nuova, dacchè v'era una fisica e un'astronomia nuova, diversa da quella che suole andar congiunta con la cattolica teologia, e che si crede meglio accomodata alla pietà e semplicità cristiana.

Grand'ammiratore de' Tedeschi, che preconizza saranno Dei, non uomini, e cultori della filosofia, esalta Lutero, nuovo Ercole che atterrò le porte adamantine dell'inferno, e penetrò nella città superando la triplice mura e i nove giri dello Stige; altrettanto vitupera il papa, e forse da ciò fu detto che fece il panegirico di Satana, che in qualche luogo chiama di fatti quel dabben uomo di diavolo.

Il signor Berti sostiene vero il supplizio del Bruno. Pure nè dal Ciacconio, nè dal Sandini, nè da altri scrittori di storia ecclesiastica se ne parla, nè dall'Alfani o da Marco Manno nella Storia degli Anni Santi, nè dal cardinal d'Ossat, di cui si hanno le lettere di quell'anno; neppure dal martirologio de' Protestanti. L'Archivio del Vaticano contiene il processo, non la condanna e l'esecuzione.

Al 6 dicembre 1611, frà Paolo, che pur conobbe il Bruno a Venezia, scrive al Leschasserio di due supplizj avvenuti a Roma. Uno di Guglielmo Rebaul, che abjurata la religione riformata, visse a Roma scrivendo contro ai Protestanti e al re d'Inghilterra: arrestato per avere scritto contro un ministro di Francia, gli si trovò un libro violento contro il papa, onde fu decapitato. L'abate Du Bois che avea scritto contro i Gesuiti, poi n'era stato guadagnato, domandò di poter andare a Roma e n'ebbe licenza, ma preso, fu strozzato in Campo di Fiora, adducendosi che dall'Inquisizione nessuna autorità può esimere. Et tamen sicut is non est primus, deceptus fide romana, ita nec ultimus decipiendus. Il Sarpi sparla assai dello Scioppio, e dice che vorrebbe punirsi majoribus remediis quam cartaceo igne. Sarebbe stato il luogo di mentovare il supplizio del Bruno.

J. E. Erdmann nel 1864 stampò a Berlino una lezione popolare sopra il Bruno e il Campanella, col titolo Zwei Martyrer der Wissenschaft.

Pag. 72, lin. 7 aggiungi, relativamente al Vanini:

«Confesso che l'immortalità dell'anima non può dimostrarsi con principj naturali. Per articolo di fede crediamo la resurrezione della carne: ma il corpo non risorgerà senza l'anima, e come vi sarebbe l'anima se non ci fosse? Io di nome cristiano, di cognome cattolico, se non fossi istruito dalla Chiesa che è certissimamente e infallibilmente maestra di verità, a stento crederei esser immortale l'anima nostra. E non mi vergogno dirlo, anzi me ne glorio, giacchè adempio il precetto di Paolo, rendendo schiavo l'intelletto in ossequio della fede»(1).

Se dice, «L'atto dipende affatto dalla nostra volontà; Dio opera fuor di noi per produr fatti simultaneamente contrarj», soggiunge: «Sempre salve le credenze cattoliche».

I martiri sono persone d'immaginazione esaltata, ipocondriaci, Cristo un ipocrita, Mosè impostore, e parlato delle profezie prorompe: «Ma lasciam da banda queste baje».

Nega la creazione; tratta i culti di menzogne e spauracchi inventati dai principi per tener i sudditi, o dai sacerdoti per aver onori e ricchezze; confermati poi dalla Bibbia, della quale nessuno vide l'originale; e che cita miracoli, promette ricompense e castighi nella vita futura, donde nessuno mai tornò a smentirla.

Non essendovi distanza fra il soggetto conoscente e l'oggetto conosciuto, sono eguali fra loro, e tutti due han la medesima volontà, uno spirito solo, e fanno un solo, Dio è la natura, la quale è il principio del movimento(2).

Tutto è perfettibile, anche Dio, ma più di Dio è potente il diavolo, perchè fece prevaricare Adamo, tormentò Giobbe, perdette due terzi del genere umano, e domina quattro quinti della terra, contro la volontà di Dio.

Non crede finirà il mondo. Il cielo, finito di grandezza e podestà, s'ha a dire per durata infinito, perchè Dio non potè far Dio, e l'avrebbe fatto se l'avesse fatto infinito per podestà: onde lo fece infinito per durata, perchè questa sola perfezione poteva appropriarsi al creato. Ma (dice) ragioniam più sottilmente. Il primo principio non potè fare cosa che fosse simile o dissimile a sè. Non simile, perchè ciò che è fatto soffre: non dissimile, perchè l'azione e l'agente non differiscono. Quindi Dio essendo uno, il mondo fu uno e non uno: essendo tutto, fu tutto e non tutto: essendo eterno, il mondo fu eterno e non eterno. Perchè uno, è eterno, non avendo pari o contrario: perchè non uno, non è eterno: giacchè è composto di parti contrarie, avversantesi per mutua corruzione: onde la sua eternità è nella sua composizione, l'unità nella continuazione(3).

(1) Amphit., pag. 164.

(2) Dialoghi, lib. VI.

(3) De arcan. naturæ Dial.

Pag. 73, lin. 4, leggi:

Questo libro chiamò subito l'attenzione, e Gramondo presidente al parlamento di Tolosa diceva: «Agli altri pare eretico, a me pare ateo». In fatti è a vicenda panteista e materialista. Il Rossetto nell'Histoire tragique dice che fa rivivere l'abominevole libro dei Tre impostori.

Pag. 79, la nota 37 si cominci:

Vedasi La vie et les sentiments de Lucilio Vanini. Rotterdam 1717. Gli è avversissimo ma ancor peggio P. Garasse, il quale, nella Doctrine curieuse des beaux esprits de notre temps, comincia a parlarne con queste frasi: Les deux plus nobles exécutions qui se soient faites de nos jours, montrent évidement que la fin des athéistes dogmatizans est toujours accompagnée d'une particulière malédiction de Dieu et des hommes. La premiére fut à Tholose en la personne de L. Vaninus, homme d'un courage dé sespérè... homme de néant... mechant bellistre, e dopo infinite altre ingiurie dice che, chiesto di far emenda onorevole a Dio, al re, alla giustizia, rispose: «A Dio non credo: il re non offesi: per la giustizia, i diavoli la portino, se pur diavoli c'è». Nella Apologia pro J. C. Vanino, stampata a Rotterdam 1712, si risponde ai diciotto capi d'accusa che si davano contro di lui da un anonimo che lo diceva ateo.

Il presidente Gramond, nella Historia Galliæ ab excessu Henrici IV, l. 3, narra a disteso il supplizio del Vanino come testimonio oculare. Espostene le colpe, e l'ipocrisia in carcere e il sopraggiunto furore, dice: «Non avea però ragione di dire che moriva intrepido. Io l'ho visto abbattuto, con aspetto orribile, spirito inquieto... Prima di mettere fuoco al rogo gli si ordinò di presentare la lingua per tagliargliela. Ricusò: e il boja non potè averla che con tenaglie. Mai non fu udito un grido più spaventevole: l'avreste creduto il muggito d'un bue. Il resto del suo corpo fu consumato dal fuoco, e le ceneri gettate al vento».

Il Vanini, dove annovera le varie ipotesi sull'origine della razza umana, pone anche quella che la fa derivare dalle scimmie; ma quidam mitiores athei solos ætiopes ex simiarum genere et semine prodiisse attestantur, quia et color idem in utrisque conspicitur: e che i primi uomini andavano a quattro zampe, e solo per un'educazione particolare cambiarono un uso, che ritorna nella vecchiaja. Vedasi pure Schramm ecc.

Pag. 100, alla linea 6 ultima, aggiungi:

Per uso della Chiesa italiana furono tradotti in versi i salmi, de' quali conosciamo l'edizione del 1566, con lettera proemiale, firmata Gio. Cal. e la professione di fede: si dice a fatta di comune consentimento da le chiese che sono disperse per la Francia, e s'astengono dalle idolatrie papistiche, con una prefatione la quale contiene la risposta e difensione contro le calunnie che gli sono imputate. Ed è de la stampa di Gio. Batt. Pinerolo a Ginevra».

L'edizione pur di Ginevra del 1592 li dà tradotti da Giulio Cesare Paschali, e dedicati alla regina Elisabetta difenditrice della fede. Spesso invece di Dio dice Giova, deducendolo dall'ebraico Iehova, e assai si diffonde nel difendere tal novità.

Premette un sonetto all'Italia, ove conchiude:

O David degno! o te beata appieno

Italia mia, se quel secondi, or volta

Da le mondane a le celesti tempre.

Ond'io ti sveglio, deh il parlar mio ascolta:

Fuor che 'l viver a Dio tutto vien meno,

E lui sol celebrar si dee mai sempre.

Vi sono soggiunte rime spirituali, e il primo canto d'un poema «l'Universo, o Creazion di tutto il mondo, origine e progressi in quello della Chiesa del Signore».

In edizione del 1621 essi salmi sono sessanta. Poi, nel 1631, si stamparono I sacri salmi messi in rime italiane da Giovanni Diodati, senza data, ma coll'áncora e il delfino, consueti agli Aldi; e sono cencinquanta. Un'edizione degli antichi sessanta salmi, del 1650, contiene gran numero di orazioni e riti. Poi nel 1683 a Ginevra apparvero Cento salmi di David tradotti in rime volgari italiane secondo la verità del testo hebreo, col cantico di Simeone ed i dieci comandamenti della legge, ogni cosa insieme col canto. Sono gli antichi sessanta, con aggiunta di quaranta, di Giovanni Diodati di benedetta memoria. L'epistola proemiale, colle solite invettive contro ai Cattolici e alla consacrazione, dice aver già pubblicato un libro sulle orazioni da farsi nelle adunanze domenicali, e sui modi di celebrare i sacramenti e santificare il matrimonio. Loda assai gli effetti della musica. Vi sono pure l'orazione dominicale, preghiere pel mangiare, e così per tutte le domeniche, pei giorni della Cena, e in fine una confessione di fede, fatta d'accordo coi fedeli di Francia. Il tutto è in italiano; locchè proverebbe come durasse a Ginevra una chiesa italiana. Nel 1840, dalla società biblica furono stampati i Salmi secondo la versione in prosa del Diodati, con a fronte la versione ên lingua piemonteisa.

Pag. 104, lin. 24, aggiungi in nota:

La lista è stampata, ma con moltissimi errori, nell'opera del Gaberel, vol. I, p, 211 delle note, e va sino al 1612, in cui è notato Giovanni Lodovico Calandrini figlio di Giovanni. Per dire d'alcuni, al 1563 abbiamo Battista Curti del lago di Como, Pietro Casale e Andrea Casale di Gravedona, Giovanni Andrea Rocca di Brescia, Stefano Barbieri di Soncino, Antonio Capellaro di Modena. Nel 1564 molti di Montacuto di Calabria, e varj Piemontesi. Nel 1565 Evangelista Offredi di Cremona, nel 1567 e 68 Pietro Duca d'Alba, Francesco Micheli di Cremona, Gotardo Canale di Conegliano: nel 1573 Nicolò Tiene di Vicenza, Galeazzo Ponzone cremonese: nel 1577 Giacomo Puerari di Cremona: nel 1580 Giuseppe Giussani milanese: nel 1582 Giulio Paravicino pur milanese: nel 1587 Giacomo Antonio di Gardone bresciano: nel 1589 Giovanni Giorgio Pallavicino, Ippolito e Lodovico Sadoleto di Valtellina.

Pag. 109, alla nota 15, aggiungi:

J. Gaberel, Hist. de l'Eglise de Genève depuis le comencement de la reformation jusqu'en 1815. Ginevra 1855, 1858 e 1862.

Pag. 197, alla nota 2, aggiungi:

Al tempo di Clemente VII, quando trattavasi di far guerra ai Turchi e ai Luterani, i Veneziani si opponeano: quanto ai primi perchè temevano eccitarli a riazioni: quanto agli altri perchè non si dessero a qualche passo disperato: onde preferivano sempre la convocazione del Concilio, e il nettare e purgare alla quieta gli animi dal funesto veleno (Secreta 27 ottobre 1530 nell'Archivio di Venezia). E passando a quei giorni don Pietro de la Queva per andar a Roma a sollecitare il Concilio, i signori veneziani gliene mostrarono grandissima compiacenza; perocchè «pochi sono tra essi, che, sul fatto della riforma del clero e del togliere l'asse ecclesiastico, non siano più luterani di Lutero stesso, dicendo pubblicamente che il papa, i prelati, i sacerdoti devono vivere delle sole decime». Sono parole di Rodrigo Nigno ambasciadore cesareo, nel leg. 1308 dei manuscritti negozj di Stato nell'Archivio di Simanca.

Pag. 199, alla nota 16, aggiungi:

Nella Semaine religieuse del 1863 a Ginevra fu pubblicato dal signor Eugenio de Buddé una Brève relation de mon voyage à Venise en septembre 1608, di Giovanni Diodati. Vi fu sollecitato da amici di colà, e massime dall'ambasciatore d'Inghilterra e da un Biondi che gli scriveva l'11 aprile 1608: «Se V. S. è disposta a venire a Venezia, ve la prego ed esorto. Questa risoluzione sarà una consolazione per voi, un potente sostegno allo spirito, e produrrà frutto per alcuno e gloria a Dio... Aspettate qualche pericolo. Dite d'andar tutt'altrove che a Venezia. Se Roma lo sapesse, potrebbe venirne qualche incaglio e scandalo: e posso dirle che il papa è informato da tutte le parti. Rivestitevi del desiderio di compiere un'opera così alta: se lo fate, spero che i semi da voi gettati produrranno un albero sì grande, che tutti potranno prosperare alla sua ombra».

Il Diodati v'andò in gran secreto, appena ebbe compita la traduzione della Bibbia, e inviatine alquanti esemplari. Un francese Papillon, frequentando molte case patrizie, v'aveva avuto grandi speranze di stabilirvi un'assemblea, senza però che si desse alcuna confessione o promessa. Frà Paolo era «la première roue instrumentale de cette sainte affaire», ma non voleva dichiararsi coi molti gentiluomini che dipendevano affatto da lui, «se contentant de jeter dans leurs âmes quelques semences de vérité par des avis familiers, et les sermons de son disciple Fulgentio, et de saper sécrétement la doctrine et l'autorité d'un pape, ce en quoi il a extrémement été utile». Gli altri che aveano desiderio di stabilire una chiesa, vedendo frà Paolo sì ben dissimulare, perdeano confidenza. Di frà Paolo loda l'immenso sapere: «Mais ce grand et incomparable savoir est detrempé en une si scrupuleuse prudence, et si peu échauffé et aiguisé de ferveur d'esprit, quoique accompagné d'une vie très-intègre et toute exemplaire, que je ne le juge capable de donner le coup de pétard et de faire l'ouverture». Frà Fulgenzio ha più zelo, e men timore e meno scrupoli politici, più forza di corpo e facondia e gioventù, e gran reputazione come predicatore, ma è contrappesato dalla tiepidezza di frà Paolo. Fa però molto coi discorsi e gli avvisi e i fremiti.

Frà Paolo gli confessò più volte che ingannava se stesso, ma la necessità lo costringeva: altrimenti gli converrebbe spatriare, e così sarebbero divelte tutte le speranze, e rialzato il coraggio de' nobili, contrarj al bene. E del suo non operare adduceva tre ragioni. 1. che Dio non gli diede natura ardente quanto si vorrebbe a un tale tentativo: 2. che gl'Italiani non pendono a queste cose celesti; e non si può arrivarvi che lentamente: 3. che affidando a lui la repubblica gli affari più scabrosi, avea mezzo di scalzar l'autorità del papa e preparare i cuori, e rivolgere le deliberazioni verso il buon partito.

Il Diodati però non disperava, primo perchè vide molti bene informati su assai punti, e disgustati degli abusi del papato, tanto che l'ultimo giubileo fu celebrato appena da un decimo della nobiltà: secondo, per la gran libertà di discorrere e di legger libri buoni, inclinando a giustificare e lodare il partito: le Bibbie se le strappan di mano l'un l'altro: l'inquisizione v'è legata. Avendo il re di Francia mosso lamento all'ambasciador veneto a Parigi perchè si lasciassero circolare ben 2000 Testamenti nuovi di fabbrica ugonota, quegli rispose non saperne nulla, ma Venezia è città libera, onde i libri vi sono venduti senza riserbo: terzo, l'ambizione di Roma che vorrebbe ricuperare di qua dei monti ciò che perdette di là, e mentre di là riceveva tesori che arricchivano l'Italia, or deve snervare questa colle sue esazioni. Venezia cerca impedirlo, e all'uopo smunge gli ecclesiastici che sangue succhiarono; onde perpetui scontenti e maliumori col papa.

Per riuscire bisogna compor libri a posta, e principalmente opuscoli. A tal uopo egli, il Diodati, s'è messo a tradur in rima satire italiane. Inoltre spedire in buone case mercanti fiamminghi, che v'impareranno la lingua, e poi potranno venir buoni. Terzo trovar persone dotte, prudenti e mature, e stipendiarle perchè tengan occhio alle opportunità. In quarto luogo cercare che gli Stati di Fiandra domandino d'aver un fondaco come i Tedeschi, ed esercitarvi il loro culto in lingua francese. È poi necessario che qualche principe tedesco tenga agenti a Venezia, e questi abbiano ciascuno con sè qualche personaggio dotto da consultare, e che potrebbe dar consigli anche ai Veneziani ne' loro dissidj col papa.

Tutto ciò è esposto in una lettera del 4 aprile 1608 al Du Plessis, raccomandandogli strettamente il secreto. Averlo a ciò sollecitato l'ambasciadore inglese, che con frà Paolo e frà Fulgenzio ha divisato d'erigere una chiesa secreta, adoprarvi il messale corretto, e intanto fondar la verità negli spiriti; a ciò sono comuni in Venezia il desiderio di saper i fondamenti di ciò che si crede, e la libertà di seguirne i mezzi particolari; cioè il volere e il potere. «Frà Paolo predica pubblicamente i principali e generali fondamenti della verità: questa quaresima ne ha scossi molti: è nel massimo favore, ma va cauto per non iscoprirsi, e così prepara gli spiriti colle sue massime irrefragabili.

«Un gentiluomo veneziano che conobbe la verità in Francia, m'ha scritto che il desiderio d'istruzione è in molti, in tutti l'animosità contro la tirannia di Roma sul personale».

Un signor Danquoy di Couvrelles nel 1609 scriveva altre particolarità sopra Venezia: «Vorrei sentiste come parlano franco i padri Paolo e Fulgenzio, che nulla meglio desiderano che di veder altri finir l'opera ch'essi hanno sbozzata».

Della Bibbia del Diodati parlammo nella nota 11 del Discorso XXXVII.

Se gli odierni accademici della Crusca l'ascrissero fra le opere classiche per lingua, fu per condiscendenza alle idee correnti. Vissuto a Ginevra, e sol per poco viaggiato in Italia, avvezzo al parlare e allo scrivere francese, nel quale tradusse la storia di frà Paolo, non poteva usare che la lingua letteraria, con affettazioni ed arcaismi; mentre il Martini, toscano, usò la viva e popolare. Nelle note il Diodati offre interpretazioni di calvinisti o di dottori protestanti: mentre il Martini pone le interpretazioni de' santi padri, quasi altro non facendo che tradurle in modo piano.

Pag. 205, alla nota 39, aggiungi su frà Paolo:

L'edizione più completa ch'io conosco è «Opere di frà Paolo Sarpi servita teologo e consultore della serenissima repubblica di Venezia. In Helmstat, per Jacopo Mulleri 1765». Sono sei volumi in-4º cui se ne aggiungono due di supplemento, colla data vera di Verona, stamperia Moroni, con licenza de' superiori e privilegio, 1768.

Il sesto tomo comprende un'amplissima vita, poi le sue lettere latine e italiane.

Nelle lettere al Gillot lo loda immensamente de' suoi studj sul Concilio di Trento. Narra le cure che egli stesso prese onde radunar documenti su questo, ma che i Gesuiti con immensa attenzione tirano a sè gli atti che vi si riferiscono, levandoli di mano a chi li possiede, fin con minaccia dell'inferno. Lo esalta del difendere che fa le libertà gallicane; per lo che è dannato dai Gesuiti, le cui accuse colgono ogni uom dabbene e amator del giusto: dichiara d'aborrire più la superstizione che l'empietà; sempre ribatte l'eccessiva potenza degli ecclesiastici e del papa, che ormai non ha solo il primato, ma il tuttato; se in Italia alcuna libertà si tiene o si usurpa, è merito affatto della Francia, che insegnò a resistervi: ma gli scrittori nostrani non sono che compilatori (consarcinatores), che giudicano le opinioni dal numero, non dal peso. Loda smisuratamente il Barclay, ma se ne scosta in ciò, che egli crede che Chiesa e Stato siano due cose distinte, che devono sorreggersi e difendersi ciascuna coi mezzi proprj. «Arbitror ego Regnum et Ecclesiam duas republicas esse, constantes tamen ex iisdem hominibus; alteram prorsus cœlestem, alteram terrenam omnino; easque subesse propriis majestatibus, defendi armis et munitionibus propriis, nihil habere commune, neque unam alteri bellum ullo modo inferre posse. Cur enim arietari possent, in eodem loco non ambulantes?... Ambiguitas subest huic vocabulo Ecclesiastica Potestas: si enim ea intelligatur qua regnum Christi, regnum cœlorum administratur, ea nulli potestati subest, nulli imperat, ad aliam non potest arietari, præterquam ad satanicum, cum quo assidue illi bellum. Si vero qua disciplina clericorum regitur, ea non est potestas regni cœlorum; ea pars est reipublicæ» (pag. 9).

In una lettera latina del 12 maggio 1609 di frà Paolo al Lescasserio, leggiamo:

«Fulvio Sarcinario di Rieti uccise un suo concittadino nemico. I figli dell'ucciso, da Clemente VIII ottennero un breve ove dichiara che ad essi e a chichessia è lecito in buona coscienza e in qualunque luogo e per qualunque strada, sia giudiziale o comunque, procurar la morte dell'uccisore. Questo Breve fu divulgato con iscandalo di molti, e come avviene, vi s'aggiunse che gli uccisori avranno indulgenza plenaria; mentre nel Breve non è detto se non che questo può farsi in buona coscienza, e senza tema di irregolarità. Posso aver copia del Breve; è autentico in pubblico: ma non essendo del tenore che a costui fu riferito, soprassedo: se vorrai, tel manderò. Io non approvo che possa il pontefice, nella giurisdizione d'altro principe, fino ad autorizzare ad uccidere in buona coscienza: perocchè esso principe non potrebbe punir l'uccisore, il che vale quanto far il papa signore e principe supremo».

Pag. 207, alla nota 41, aggiungi:

Del Sarpi è annunziata una nuova vita, scritta da una signora inglese dopo che ebbe spogliato gli Archivj di Venezia. Contro le opinioni del Sarpi dicesi facesse una protesta l'Ordine dei Serviti ai quali apparteneva: certo molti di essi tolsero a confutarle. Principale fra essi fu Lelio Baglioni De potestate atque immunitate ecclesiastica; per la qual opera gli fu da Paolo V data la commissione di confutare il De Dominis, il che non potè fare per morte. Esso Baglioni mosse ogni pietra per far tornare frà Paolo alla verità, e alfine, come generale, lo citò a Roma, senza frutto. È pur notabile la Difesa delle censure pubblicate da n. s. Paolo V nella causa delli signori Veneziani, fatta da alcuni teologi serviti in risposta alle considerazioni di frà Paolo e al trattato dell'interdetto (Perugia 1707).

Il Sarpi aveva avuta molta mano nel compilare le costituzioni de' Serviti, e suo fu il capo de judiciis, molto lodato. Il rigore di cui lo imputammo era forse reso necessario dal disordine in cui era caduto quell'Ordine, prima che con vigorosa mano lo riformasse il generale Jacobo Tavanti.

Pag. 310:

Nella Revue des questions historiques, v livraison, dopo il mio lavoro fu pubblicato un articolo notevolissimo del signor Enrico de l'Epinois sopra Galileo, dove si valse di tutti gli autori antecedenti, e del processo originale comunicatogli a Roma. Arriva alle medesime conclusioni nostre per altra via; il che tanto più le conferma. «Il decreto dichiarò falsam una dottrina astronomica, che in fatto non lo era: la dichiarò contraria alla Scrittura, e non l'era: s'è dunque ingannato; tutti il concedono, ma lo stato delle cognizioni d'allora non permetteva d'ammettere la nuova teoria del movimento della terra, che non fu mai discussa avanti al tribunale come dottrina scientifica, bensì come contraria al senso tradizionale delle sacre scritture. Per ciò al principio del XVII secolo il tribunale la condanna: nel secolo XIX il tribunale stesso l'adotterebbe, senza perciò modificare i principj sui quali appoggiavasi la sentenza. Fra le due epoche è cangiato non un principio teologico, ma un fatto scientifico, cioè che la teoria di Copernico oggi non è un'improbabilità scientifica, ma una verità constatata dalla scienza. Il decreto del 1616 fu un semplice provedimento di prudenza, perchè non ne soffrisse la verità cattolica: ne in perniciem catholicæ veritatis serpat. Questo è il motivo: e a tal riguardo è notevole la differenza fra le espressioni de' consultori e quelle del decreto della Congregazione. I consultori decretano insensata, assurda, eretica quell'opinione: la Congregazione ommette tutti quegli epiteti, e si limita a dichiararla falsa e contraria alla Scrittura. Nella stessa censura de' consultori, la prima opinione è condannata senza riserva; la seconda, cioè l'immobilità del sole, è detta solo erronea. Dunque anche dal lato scientifico il tribunale è men colpevole che non si dica. Secondo Galileo, il sole non aveva alcun movimento locale: oggi è dimostrato il contrario: e l'immobilità del sole è proposizione assurda in cosmografia. Che conchiuderne, se non che la dottrina del moto della terra era ben lontana dall'essere scientificamente stabilita? e come rimproverare, non ad una commissione scientifica, ma ad un tribunale ecclesiastico, di non averla immediatamente adottata, modificando l'interpretazione secolare d'un testo della sacra scrittura?» (pag. 100)

Ivi sono moltiplicate le prove del rispetto e della benevolenza de' Romani e dei papi verso Galileo, e dell'assurdità della tortura inflittagli, sulla quale l'ostilissimo Libri non sa addurre altra prova se non che «essa era talmente abituale, che non si prese neppure la fatica d'accennarla». Il qual Libri adduce pure che i manuscritti di Galileo furono saccheggiati e dispersi dai famigli del Sant'Offizio, e la più parte perì, e che poco mancò non si gettasse in una fogna il cadavere di lui. È noto che il granduca Leopoldo II fe fare l'edizione delle opere di Galileo, i cui manuscritti conservava nella preziosissima sua Biblioteca Palatina.

Dall'esame del processo stesso risulta che fu una precauzione per lo meno inutile quella di monsignor Marini di non pubblicarlo integralmente. Ivi sono testualmente queste parole di Galileo: «Per maggior conformazione del non aver nè tenuta nè tener per vera la dannata opinion mia della mobilità della terra e stabilità del sole, se mi sarà conceduta, sì come io desidero, abilità e tempo di poterne fare più chiara dimostrazione, io sono accinto a farla; e l'occasione v'è opportunissima, attesochè nel libro già pubblicato sono concordi gl'interlocutori di doversi, dopo certo tempo, trovar ancor insieme per discorrere sopra diversi problemi naturali separati, della materia nei loro congressi trattata. Con tale occasione dunque dovendo io soggiungere una o due altre giornate, prometto di ripigliar gli argomenti già recati a favore della detta opinione, falsa o dannata, e confutarli in quel più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato».

E altrove: «Già molto tempo avanti la determinazione della sacra Congregazione dell'Indice, e prima che mi fosse fatto quel precetto, io stavo indifferente, ed avevo le due opinioni di Tolomeo e di Copernico per disputabili, perchè e l'una e l'altra poteva esser vera in natura. Ma dopo la determinazione sopradetta, assicurato della prudenza de' superiori, cessò in me ogni ambiguità, e tenni, siccome tengo ancora, per verissima ed indubitata l'opinione di Tolomeo, cioè la stabilità della terra e la mobilità del sole».

Qui soggiungerò che sta nell'Archivio di Firenze una cronaca del Settimanni, dove quasi giorno per giorno son notati gli avvenimenti. Il cronista è avversissimo agli ecclesiastici: pure non fa cenno di brutali trattamenti a Galileo. Scrive: «A dì X febbrajo 1632 (stile toscano) giovedì giunse in Roma G. Galilei, celebre astronomo fiorentino, chiamato dalla Congregazione del Sant'Uffizio, e fu arrestato nel palazzo del serenissimo granduca, situato alla Trinità de' Monti, dove abitava l'ambasciadore fiorentino. — Dicembre 1633. Il dottissimo matematico G. Galilei, dopo essere stato circa mesi 5 a disposizione del Sant'Uffizio di Roma, arrestato nel palazzo dell'ambasciadore fiorentino, ed aver abjurato l'opinione di Copernico circa il sistema del mondo, e di poi per ordine del medesimo Sant'Uffizio essere stato circa altri mesi cinque insieme nell'abitazione di monsignor arcivescovo Piccolomini, essendogli stata data libertà di star in campagna, ritirossi alla sua villa di Bellosguardo».

Nel carteggio de' cardinali, in esso Archivio, filza LXXXII, sono lettere del cardinale Federico Borromeo e del cardinale Orsino, che promettono al granduca ogni appoggio al Galilei quando era citato a Roma.

Pag. 341, alla nota 17, aggiungi:

Sul Borro altre notizie si hanno nell'Archivio di Firenze, Strozziane, filza CCXLIV; e filza LXXIX del tomo XI Segretaria Vecchia, coll'abjura di esso.

Pag. 344, linea 8, aggiungi:

In una storia della Val d'Aosta, che trovasi nella biblioteca del re a Torino, vi sono lettere da cui appare che, sebbene non si volessero inquisitori, pure, avendo Calvino diffusa l'eresia in quella valle, alcuni furono processati dal vicario del vescovo Gazzino, e i convinti furono rimessi ai signori pari e non pari, per metter ad esame la sentenza, senza che alcun inquisitore vi avesse parte.

Il 12 luglio 1529, Pietro Gazzini vescovo d'Aosta, ambasciadore a Roma, scriveva al duca di Savoja d'aver esposto al papa che a Chambery s'era tenuto un sinodo generale di prelati e abati sopra gli affari della religione, e che lo pregavano di soccorrerli, attese le esorbitanze commesse dai Luterani nelle valli di Savoja. Aggiunge che la Borgogna superiore e il contado di Neuchâtel sono invasi da questa setta; che a Ginevra il vescovo non osa più dimorare, nè vi si fece il quaresimale, e mangiasi carne i giorni di magro, e leggonsi libri proibiti. Aosta e la Savoja sarebbero assolutamente pervertite se il duca non v'avesse fatto decapitare dodici gentiluomini, principali apostoli di queste dottrine. Malgrado ciò, non manca chi diffonda quel veleno nei dominj del duca, benchè questi abbia, sotto pena di ribellione e di morte, vietato parlarne. Costoro esclamano che il duca non è re loro, e atteso i gravi tempi e le grosse spese della guerra, domandano a gran voci si vendano i pochi beni che gli ecclesiastici ancor possedono, e con tali maledette promesse fanno molti aderenti. Il vescovo conchiude aver detto al Santo Padre quanto grandi servigi renda esso duca al Santo Padre col perseguitare questa sètta, ed impedir che penetri in Italia. Il papa gli rispose ringraziandolo; non poter mandare denaro, attesa la ruina del suo tesoro, ma supplicava specialmente il duca di tener d'occhio Ginevra, la cui perversione bisogna impedire a ogni costo.

Una lettera del dicembre 1535 riferisce gravi quistioni degli Aostani col vescovo Gazzini che gli avea scomunicati. L'anno stesso troviamo quei contorni agitati dalla guerra e dall'eresia di Calvino, e Ami Porral, deputato di Ginevra e Basilea, scriveva: «Il duca ci dice d'aver molto a che fare di là dai monti, in parte a cagione del vangelo, che si diffonde per tutte le città. La cosa conviene che proceda, poichè essa viene da Dio, a dispetto de' principi».

La medesima storia racconta come, uscente febbrajo 1536, Calvino penetrasse nella valle, e si accostasse alla città, tenendosi nascosto nella cascina di Bibiano, presso l'avvocato nobile Francesco Leonardo Vaudan. Riuscì a pervertire alcuni, e sparse biglietti per esortare gli abitanti a mettersi in libertà, e allearsi ai Cantoni svizzeri protestanti. Il pericolo fu scongiurato con prediche e con processioni, alle quali assistevano col popolo il vescovo Gazzini, il clero, il conte Renato d'Echalland, e le persone più distinte, a piè nudi, coperti di sacco e di cenere: e fecero trattato coi signori delle sette decurie nel Vallese di sostenersi a vicenda contro ogni innovamento in fatto di religione o di fedeltà. Poi in assemblea generale si fece divieto, a nome di sua altezza, sotto pena della vita di lanciar qualsiasi proposizione contraria al sovrano o alla religione.

Gli aderenti a Calvino fuggirono, passando a guado il torrente Buttier sotto Cluselino, donde recaronsi nel Vallay per le montagne di Valpelina. I tre Stati raccolti in assemblea, a mani alzate fecero una pubblica professione di fede, e solenne giuramento di vivere e morire nella religione cattolica, e stabilirono una processione il giorno della Circoncisione e la terza festa di Pasqua e di Pentecoste, cui assisteva tutta la città, oltre erigere in mezzo alla città una grossa croce di pietra: tutti gli abitanti mettessero sulla loro porta il nome di Gesù.

Pag. 344, linea 14, aggiungi in nota:

Nella lista de' pastori, inviati a chiese straniere dalla compagnia de' pastori di Ginevra dal 1555 al 1566, trovo nel 1555 mandato a Aunis e Saintonge Filippo Parnasso piemontese: e mandati in Piemonte Giovanni Vineannes il 22 giugno 1556: Giovanni Lanvergeat l'ottobre 1556: Alberto d'Albigeois il 27 settembre 1556: Giovanni Chambeli il gennajo 1557: Gioffredo Varaglia di Cuneo nel 1557: Bacuot Pasquier il 14 settembre 1557: a Pragelato, Martino Tachart il 3 giugno 1558: a Torino, Cristoforo figlio del medico di Vevey nel dicembre 1558.

Pag. 345, dopo la linea 17, aggiungasi:

Al 17 aprile 1582, Ugolino Martelli vescovo di Glandève, scriveva al duca di Savoja d'un caso d'eresia avveratosi a Pogetto, e come v'avesse trovato un tal Morin medico, che dieci o dodici anni prima n'era partito con suo padre a causa di eresia, poi ripatriato, fece atto d'obbedienza alla Chiesa davanti al governatore. Quanto agli uomini ei dice che tutto va bene, ma in fondo alla coscienza dubita della sincerità di lui, onde lo circondò di precauzioni affinchè non vendesse i beni paterni, di cui era stato rimesso in possessione dopo l'abjura: e consiglia al duca di far in modo che non possa ridurli a denaro, per poi andarsene e tornar al vomito.

Assicura che l'eresia, manifestatasi a Pogetto dodici anni fa, non vi ricomparve. Bensì a Cigala i preti si lagnano che molti si confessano per ottenere licenza di viaggiare, ma come l'ottennero, si scoprono eretici, e se ne portano il denaro dei beni che in secreto vendettero. Egli suggerisce che tali vendite siano annullate.

Ad Aghidone, alcuni fanno insolentemente professione d'eresia, ma essendo povera gente, basterà farvi paura e darvi buone censure. Se però persistessero, bisognerebbe toglier loro i figliuoli, e metterli in luogo sicuro.

Anche a Sero il male si diffuse tra le montagne, non per difetto delle popolazioni, ma per volontà de' signori(1).

Il vescovo di Ventimiglia al 28 agosto 1572 annunziava al duca dolergli che Maladorno fosse stato sciolto di prigione, mentre è complice delle abominevoli cose operatesi poc'anzi: è sospetto d'aver abbattuto l'immagine di santa Maddalena, e insudiciato i gradini dell'altare(2).

(1) Archivj del regno. Corrispondenza dei duchi di Savoja.

(2) Ibid.

Pag. 370, alla nota 27, aggiungi:

È alle stampe l'istruzione che la Corte di Roma dava al padre Corona il 28 luglio 1621, mandandolo alla Corte di Torino e di Francia, specialmente per indurre ad un'impresa sopra Ginevra, città che, non avendo territorio o dignità propria, nè merito guerresco o scientifico, non ha ragione d'esistere indipendente; mentre è una sentina di mali per l'Italia: e dovrebbe appartenere al duca di Savoja, salvo jure episcopatus. Il duca aveva intenzione di occuparla, ma ne l'impedì la guerra, che esaurì i suoi mezzi. Ora sarebbe propizio il momento, ma bisognerebbe far capo dell'impresa il papa, acciocchè non si accusasse l'ambizione del duca di Savoja. A questo però conviene rivolgersi prima, e se nicchiasse, andare al re di Francia; indotto il quale, certo il duca non esiterebbe. Al re bisogna mostrare quanto il papa desideri il riacquisto di Sedan, della Rochelle, di Oranges ecc., e sopratutto di Ginevra: non potersi dire ch'esso re osteggi di buona fede gli Ugonotti se poi protegge Ginevra, ch'è la loro Roma: il tempo essere a proposito, mentre Svizzeri e Grigioni sono occupati per la Valtellina: nè si può temere dell'Inghilterra o dei Bernesi: Friburgo vedrebbe volentieri la vicina Ginevra restituita ai Cattolici: tanto più l'arciduca Alberto per l'Alsazia e il Tirolo: l'imperatore godrebbe degl'incrementi d'un vicario dell'impero: i principi italiani non v'hanno interesse, e il re di Spagna si sovverrà di quanto Filippo II fece per servire a tal uopo il duca di Savoja. Anche i Bernesi vedrebbero Ginevra più volontieri nelle mani di questo che non del re di Francia, il quale potrebbero essi temere se ne valesse per metter la briglia alla Svizzera e alla Savoja.

Pag. 370, alla nota 28, aggiungi:

Beza (nel Réveille-matin des Français. Introduction, p. 12), oppone a Carlo IX la tolleranza di Emanuele Filiberto. Vous pourriez imiter l'exemple de monseigneur de Savoie, tout aussi catholique que vous, et qui entretient les pasteurs et ministres de notre réligion aux dépens des trop gras révenus des trois baillages de Thonon, Gex et Ternier, où il ne souffre nullement d'être dit une seule méchante petite messe basse: étant au reste si bien obéi d'eux, qu'il n'a nuls de ses sujets desquels il se puisse mieux assurer que de ceux-ci et de ceux de val d'Angrogne, auxquels il donne presque une semblable liberté.

Pure nel 1568 l'avvocato generale della Savoja significò ai pastori protestanti il divieto di combattere o riprendere ne' loro sermoni la religione romana, attestando che l'eresia sarebbe bentosto estirpata (Clapared et Noeff, Hist. du pays de Gex). L'Ordine de' santi Maurizio e Lazzaro fu istituito o riordinato per proteggere la religione cattolica, e Gregorio XIII nel 1575 lo arricchiva de' beni ecclesiastici de' baliaggi occupati dai Protestanti, soggiungendo che «quando gli abitanti di que' paesi venissero alla luce del vero, i loro vescovi stabilirebbero bastanti parrocchie, prendendo all'uopo sui beni ceduti ai cavalieri di san Maurizio e Lazzaro una rendita di cinquanta ducati per cura».

Pag. 440, alla linea 2, aggiungi:

Nel 1765 fece erigere una real giunta di giurisdizione per difesa dei diritti della sovranità «che sono quei soli raggi che rendono luminosa la corona», e dovea soprattutto badare che i vescovi non avessero alcun secolare nei loro tribunali, non stamperia propria: non affiggessero carte senza licenza del Governo; non traessero laici al loro Foro; non pubblicassero atti procedenti da Roma senza il beneplacito di essa giunta: questa accettasse i reclami contro le curie ecclesiastiche; potesse chiedere ai corpi ecclesiastici le fondiarie e informarsi de' loro beni e dell'uso che ne faceano; invigilasse sui conventi e i monasteri e le loro adunanze; restringesse le doti e le spese che si faceano per monache; potesse commentare le opere; traesse al Foro civile le cause per decime, nè all'ecclesiastico lasciasse portare causa alcuna dal giudice civile senza suo ordine: procurasse diminuir il numero de' cherici; e in tutto procedesse senza formalità di giudizj, ma in via economica.

Francesco III ecc.

Pag. 468, alla linea 5, aggiungi in nota:

Il padre Viatore da Coccaglio ci ricorda Paolo Lorenzini di Scapezzano nel ducato d'Urbino, che fatto claustrale, ne uscì, abbracciò la religione evangelica a Poschiavo; malato parve convertirsi, ma poi rinnegò, e scrisse in favore de' Protestanti, cercò apostolare a Bormio, e per difendersi pubblicò Brevi schiarimenti della solenne concio-abjura di Paolo Lorenzini professore di sacra teologia, ottenebrata dalle dilucidazioni di frà Viatore da Coccaglio cappuccino: dedicato ai magnifici comuni di Bregallia, delle due Engaddine, di Poschiavo, di Brusio, di Bivio: Scoglio 1761. Con tono violento, rinfiancato da continue citazioni bibliche, difende la propria abjura, sostenendo che pastori della Chiesa sono quei soli che pascono la greggia colla parola lasciata da Cristo; mentre è invenzione il papato, il cardinalato, il semplice presbiterato; non altro riconoscere che il puro vangelo, e questo appunto egli professò nella sua abjura fatta a Poschiavo. Così prosegue i suoi schiarimenti asserendo tutte le eresie intorno alla messa, al papato, alle indulgenze, ai santi, al digiuno, alla distinzione de' peccati in veniali e mortali.

Vanno sullo stesso andare i Brevi avvertimenti sulla solenne concio-abjura di Paolo Lorenzini ecc. dementati da frà Cherubino da Bogliaco cappuccino, dedicati ai veri fedeli di Gesù Cristo. Scoglio, Gadino.

Breve disame della genealogia e integrità di Paolo Lorenzini ecc. denigrata da un iniquo carteggio dei padri Viatore e Bonaventura da Coccaglio cappuccini.

Pag. 471, lin. 18, aggiungi in nota:

L'Antifebronius dello Zaccaria fu riprodotto testè nel Cours compléte de théologie de l'abbé Migne. T. XXVII.

Pag. 558, alla nota 6 sostituiscasi questa:

Di quella che chiamammo eresia politica fu il tipo Napoleone I. Il suo intento fu sempre di dominare la Chiesa; e come disse a Sant'Elena, «rispettar le cose spirituali, dominandole senza toccarle; volendo acconciarle ai suoi intenti politici, ma per l'influenza delle cose temporali». Ma per l'inseparabilità loro, anche delle spirituali si mescolò. Il diritto avuto pel concordato di nominar i vescovi, che un tempo la Chiesa avea potuto cedere a principi religiosi, diveniva terribile stromento in mano del rappresentante della rivoluzione francese; d'un libero pensatore. Il linguaggio verso il papa e i prelati ne fu dapprincipio rispettoso; conoscendo l'importanza di restaurare l'autorità, ripristinò la gerarchia, e nelle cerimonie i cardinali passavano avanti ai marescialli, i vescovi ai generali, ma purchè obbedissero a' suoi decreti, assecondassero le sue mire: il che per verità era men difficile, atteso il fascino della grandezza di lui, e dell'imperiosità che non supponeva mai la possibilità d'un'opposizione. La nomina de' primi 60 vescovi fu prudente, e diretta a conciliare i partiti, ma insieme a prepararsi vescovi favorevoli per quando domanderebbe la già meditata corona. Dappoi fu sempre più interessata, sebbene non mai scandalosa, cernendoli fra le persone avverse alla revoluzione, devote a lui e alle istituzioni imperiali, fedeli alle libertà della Chiesa gallicana e di famiglie aristocratiche, avendo potuto dire: «Non c'è che le persone di vecchia razza che sappiano ben servire». Al principe Eugenio scriveva: «Fatemi conoscere chi sostituir nelle sedi vacanti. Bisogna nominar de' preti che mi sian molto attaccati, non cercar vecchj cardinali che all'occasione non mi seconderebbero» (17 febbrajo 1806). E a Giuseppe re di Napoli: «Vi dirò schietto che non mi piace il proemio della soppressione dei conventi. In ciò che riguarda la religione il linguaggio dev'essere nello spirito della religione, e non in quello della filosofia. Qui sta la grand'arte di chi governa. Il preambolo doveva essere in istile da frate. Gli uomini sopportano meglio il male quando non vi si unisca l'insulto. Del resto sapete che non amo i frati, giacchè li distruggo da per tutto» (14 aprile 1807). E ad Elisa: «Non esigete giuramento dai preti. Non riesce che a far nascere delle difficoltà. Tirate dritto, e sopprimete i conventi» (17 maggio 1806). E poco dopo: «Il Breve del papa non importa un fico sinchè resta in man vostra. Non perdete un momento per incamerar tutti i beni de' conventi. Non badate ad alcun dogma. Pigliate i beni de' frati, e lasciate correr il resto» (24 maggio).

Frequenti nasceano le occasioni di Te Deum, accompagnati da pastorali dove i vescovi esaltavano il presente ordine, e, ispirati dal ministero, lanciavano qualche motto contro gli scismatici Russi, gli eretici Inglesi, le persecuzioni che i cattolici soffrivano in Irlanda: non doveano mai mancar le lodi al restaurator della Chiesa, e venivano rimproveri se fossero scarse. Introdusse di far leggere nelle chiese i bullettini dell'esercito, ma poi gli parve che con ciò si desse ai preti un'ingerenza nelle cose politiche, ch'ei non voleva. Da ciò il volere che i preti non potessero salire a gradi nel ministero dei culti senza aver laurea dall'università (30 luglio 1806), la quale potrebbe ricusarla «a chi fosse conosciuto per idee oltramontane, pericolose all'autorità». Che se anche semplici curati dessero segno d'indipendenza, faceali mettere prima in conventi, poi in prigioni; e quelle di Vincennes, di Santa Margherita, di Fenestrelle, d'Ivrea furono piene di sacerdoti, non processati, non condannati, che o morirono, o furono liberati alla caduta di lui, senza sapere il perchè fossero stati presi. Ciò in appresso, ma fin dal principio lagnavasi altamente delle sofisticherie di Pio VII, e assicurava che con ciò portava la ruina della religione. Minacciava che la Francia fosse per divenir protestante, e al nunzio Caprara rimproverando qualche opposizione, diceva: «Non è più il tempo che i preti faceano miracoli. Richiamate quel tempo, ed io vi lascio tutto. Nelle circostanze presenti, dovete lasciar fare ogni cosa a me, prestandomi appoggio fin dove la religione lo consente. Le differenze nostre han fatto nascere fra gl'increduli e gli atei l'idea di gettarsi nel protestantismo, che, dicono, non porta discussioni, e i cui capi fanno ogni opera per trarre il mondo in questa via».

Volle anche procacciarsi il monopolio della parola, e a Portalis, ministro de' culti, il quale avea messo il molto suo ingegno a tutto servizio di lui, scriveva di abolir tutti i giornali religiosi, e ridurli a un solo Giornale dei Curati: eppur si sbigottiva quando questo contenesse alcuna cosa avversa alle libertà gallicane. Non è da tacere che, fin dai primi tempi, ma viepiù in appresso, falsificava o alterava i documenti emanati dalla santa sede nel riprodurli sul Moniteur o nel tradurli, nè esitava di darvi interpretazioni e ispiegazioni fallaci.

Intanto egli s'intrigava di cose strettamente religiose, come la festa del 15 agosto, per la quale fe comparire un san Napoleone, fin allora ignoto al calendario francese, e che doveva escluder la memoria dell'Assunta. Era una nuova occasione ai vescovi di far elogi all'imperatore, e pur troppo vi strabbondarono in frasi, che ormai non sono che de' giornalisti.

Volle anche farsi definitore dogmatico nel famoso catechismo. Già negli articoli organici soggiunti al concordato, aveva imposto non vi sarebbe che una sola liturgia, un solo catechismo per tutte le chiese di Francia. Roma, che ama l'unità, non disgradì questa determinazione. Napoleone, non volendo allora cozzar subito col papa che l'avea coronato, incaricò di stenderlo un teologo italiano, addetto alla legazione del cardinale Caprara: ma avendolo fatto male, l'abate Emery suggeriva di prender il catechismo di Bossuet, prelato pel quale Napoleone mostrava la più gran venerazione non per altro se non perchè pareagli ligio a Luigi XIV. Nella spiegazione del quarto comandamento del decalogo si era sempre stati contenti d'impor l'obbedienza in generale; e il catechismo di Bossuet diceva: «Il quarto comandamento impone di rispettar tutti i superiori, pastori, re, magistrati e altri», nè di più avea preteso l'imperioso Luigi XIV. Qui bisognò far un intero capitolo sopra l'obbedienza dovuta ai principi, poi scendere in particolare a Napoleone I (Qui s'inserisca la nota 6 di p. 558).

Il cardinale Caprara, allora legato pontifizio, non sapeva più contraddir nulla all'imperatore: e sebbene, allorchè primamente ne fe motto, il cardinale Consalvi avesse apertamente disapprovato il catechismo inviato a Roma, e detto che non si poteva imporlo a tutti i vescovi, e tanto meno conveniva all'autorità secolare arrogarsi una facoltà, da Gesù Cristo confidata solo alla Chiesa e al suo vicario, il Caprara tenne celata tale disapprovazione, e il catechismo apparve come autorizzato dal nunzio nell'agosto 1806, benchè alcuni vescovi trovassero esorbitante la parte che l'imperatore si assumeva nelle cose ecclesiastiche.

Pag. 568, linea 4 ultima, aggiungi:

Aggiungasi il Paciaudi, teatino torinese, bibliotecario di Parma e istigatore o stromento del Dutillot nelle riforme religiose e nel perseguitare i Gesuiti, che chiamava mercanzia pestifera. Giovan Battista Riga, avvocato fiscale, scrisse sulle parole di Cristo Regnum meum non est de hoc mundo, e per sostenere il matrimonio de' preti.

Pag. 601, linea 21, aggiungi:

«La rivoluzione non è che la guerra contro Cristo e contro Cesare... Non equivoci, non incertezze o confuse dottrine semi-cattoliche, semi-cristiane, semi-pontificali. Adori pure ciascuno in casa propria i suoi idoli, i suoi penati: la religione della rivoluzione è quella che divinizza l'uomo, la sua ragione, i suoi diritti, disconosciuti, insultati dalla Chiesa... L'Europa ha intimato a Roma una guerra di religione, nè potremo avanzare d'un passo senza rovesciare la croce». La stessa guerra egli vuole intentata ai principi, perocchè «chi lavora pel re lavora per la ristaurazione della Chiesa: Cristo, Cesare, il papa, l'imperatore, ecco le quattro pietre sepolcrali della libertà italiana... Ultimo termine del progresso la legge agraria e l'irreligione, cioè la progressiva propagazione della scienza che si sostituisca alle favole del culto e alle contraddizioni fatali della metafisica» (Della Federazione Italiana).

Pag. 614, alla linea 11 ultima, mettasi in nota

(1) Avendo Buchez, nell'Européen, ottobre 1836, detto che Mazzini avea tolta da lui l'idea della sua Giovane Italia, Mazzini negollo perchè Buchez ammetteva il dogma cristiano e professava riverenza pel papato, mentre «la scuola ch'io cercava promuovere respingeva fin dalle prime linee ogni dottrina di rivelazione esterna, e sopprimeva deliberatamente fra gli uomini e Dio ogni sorgente intermedia di vero, che non fosse il genio affratellalo colla virtù, ogni potere esistente in virtù d'un preteso diritto divino, monarca o papa».

Più esplicitamente Mazzini spiegò gl'intenti della rivoluzione nell'ottobre 1867, quando Garibaldi assaltava Roma. «Quando noi ripiglieremo Roma, sarà per dissolvere il papato, e a vantaggio dell'umanità intera proclamare l'inviolabilità della coscienza, che la Riforma del XV secolo acquistò solo per mezza Europa, e anche là ne' limiti della Bibbia... Fa più di trent'anni, io scrissi che il papato e il cattolicesimo erano due lampade estinte per mancanza d'olio, cioè del dogma di cui viveano. Il tempo confermò il mio giudizio. A quest'ora il papato è un cadavere, che nulla può galvanizzare. È la maschera inanimata d'una religione... Destituita da ogni sentimento del dovere, d'ogni potenza di sagrifizio, d'ogni fede nel proprio destino, il papato perdette ogni fondamento morale, e il suo fine, la sua sanzione, la sua fonte d'azione. Perciò spira. Ed è un dovere di proclamarlo senza reticenze ipocrite, senza ambagi, senza fingere di riverir ancora ciò che s'attacca, senza dividere il problema, invece di scioglierlo. Per noi tutti, cui sta a cuore d'edificar la città dell'avvenire e concorrere al trionfo della verità, è un dovere di guerreggiar il papato, non solo nel poter temporale, giacchè questo non vi sarebbe modo di ricusarlo al rappresentante riconosciuto di Dio sulla terra... Quei che osteggiano il principe di Roma, professando venerare il papa, ed esser cattolici sinceri, sono convinti di contraddizione flagrante o d'ipocrisia. Quei che pretendono ridur il problema a Chiesa libera in Stato libero, sono o stretti da sciagurata timidità, o spogli d'ogni convinzione morale... Estinta che sia ogni credenza nella vecchia sintesi, e stabilita la credenza in una sintesi nuova, lo Stato diverrà la Chiesa... Lo Stato incarnerà in sè un principio religioso, e sarà il rappresentante della legge morale nelle diverse manifestazioni della vita». Cioè lo Stato unirà in sè il potere spirituale e il temporale, come quel papato, che ebbe «una missione sì grande e sì santa, che che ne dicano oggi i fanatici della ribellione, falsando la storia, e calunniando nel passato il cuore e lo spirito dell'umanità».

INDICE ALFABETICO

Accademia di Vicenza, III, 156. — di Modena, II, 155. — di San Geminiano, II, 438.

Achilli, III, 575.

Aconzio Jacobo, III, 82.

Adriano VI, I, 355.

Agostino Trionfo, I, 161.

Agostino (S.), sua dottrina sulla Grazia, III, 374.

Alacoque Margherita, III, 464.

Albani Giovanni Girolamo, II, 341.

Alberto Pio, I, 342.

Albigesi, I, 105.

Alciato Gian Paolo, II, 483.

Aleandro, I, 307, 345; II, 257.

Alessandro VI, I, 222.

Alessandro VII, III, 314, 364.

Alfieri, III, 408.

Altoviti, III, 208.

Ammirato III, 120.

Anagrammi, III, 301.

Antitrinitarj, I, 39; II, 481. — in Valtellina, III, 216.

Aonio Paleario, vedi Paleario

Aosta (val di), III, 735.

Apologisti (primi), I, 20, 38. — contro i protestanti, I, 306-327; — odierni, III, 647.

Appia Paolo, III, 353, 582.

Ariani, I, 39.

Archinti, vescovo, III, 236.

Aretino Pietro, I, 394; II, 9, 33.

Arnaldo da Brescia, I, 61; III, 690.

Asselineau, III, 181.

Assonico, III, 151.

Astorini Elia, III, 63.

Astrologia, II, 369.

Aurora, III, 390.

Ausonia (Società), III, 614.

Ausonio Franchi, III, 600.

Autorità della Chiesa, I, 18, 332.

Autorità pontifizia, II, 255.

Autorità ed esame, I, 312.

Averroè, I, 173; III, 145; e san Tommaso, I, 101.

Avignone, III, 356.

Bacone, III, 322.

Bajo, III, 376.

Ballerini, fratelli, III, 469.

Balsamo detto Cagliostro, III, 399.

Barbaro Daniele, II, 246.

Barletta, I, 207.

Barnabiti, II, 294.

Baronio, II, 284; III, 718.

Barozzi, III, 142.

Bartolomeo (frà) di Venezia, III, 131.

Basilea, III, 82.

Beccaria, III, 84, 88.

Bedell, III, 182.

Bellarmino, III, 121, 330.

Bembo, II, 32; sue allusioni gentilesche, I, 189.

Benedetto (S.), I, 29.

Benedetto XIII, III, 441.

Benedetto XIV, III, 443.

Benefizj accumulati, I, 202.

Benefizio della morte di Cristo, I, 380. — suo autore, II, 454.

Belluno, suoi eretici, III, 161.

Beni ecclesiastici, I, 325.

Benvoglienti, II, 451.

Bergamo, suoi eretici, III, 136, 151.

Bergantini, III, 206.

Bernetti, III, 560.

Berni, I, 398.

Berti Gian Lorenzo, III, 468.

Bertini, III, 645.

Betti Francesco, III, 82.

Biandrata Giorgio, II, 486.

Bibiena, I, 251.

Bibbia, libera interpretazione di essa, I, 289; III, 303; suoi volgarizzamenti, I, 287; lavori antichi su di essa, I, 290.

Bibbia, sua autorità, II, 253. — clementina, 283.

Boccalini, III, 205, 325.

Bodino, II, 380.

Bolgeni, III, 485.

Bolla in Cœna Domini, III, 113, 118. — Quanta cura, III, 650. — Auctorem fidei, III, 479.

Bollario, II, 284.

Bolle contro gli streghi, II, 385.

Bonafede, III, 411.

Bonavino, III, 600.

Bonfadio, II, 424: III, 149.

Bonifazio VIII, I, 139.

Bonomo, II, 291.

Borri G. Francesco, III, 329.

Borromeo Carlo (S.), II, 237, 289; III, 37, 89, 227, 370. — Opinione sua sugli streghi, 387.

Borromeo Federico, III, 91, 117.

Borrone Broccardo, III, 229.

Bossuet, III, 203, 350, 364.

Bottero, III, 120.

Brescia, suoi eretici, III, 149. — nel secolo passato, III, 466.

Broccardo, III, 141.

Bruccioli Antonio, II, 436.

Bruno Giordano, III, 53, 301, 319, 321, 726.

Buonaparte in Italia, III, 516.

Burlamacchi, II, 468.

Cabalisti, I, 370.

Cagliostro, III, 399.

Calandrino, III, 236.

Calderini, III, 149.

Calendario riformato, III, 6.

Calvinismo in Francia, III, 13.

Calvino, I, 319. — a Ferrara, II, 90. — sua intolleranza, II, 97. — e Sadoleto, II, 152.

Campeggi, II, 345; III, 705.

Canton Ticino, III, 84.

Campanella, III, 64, 322.

Cappuccini, II, 293.

Caraccioli Luigi Antonio, III, 387.

Caracciolo Antonio, storico dell'inquisizione, II, 347, 455; III, 27.

Caracciolo Giovanni Antonio, III, 12.

Caracciolo Galeazzo, II, 79; III, 715.

Caracciolo Giovanni perseguita i Valdesi, III, 354.

Caraffa cardinale, II, 12.

Carboneria, III, 609.

Cardano Girolamo, II, 37, III, 47.

Carlo V, I, 356; II, 232. — sua coronazione, I, 367. — sua fine, II, 324.

Carlo Emanuele, III, 360.

Carnesecchi, II, 172, 422; III, 161.

Cano Melchior, III, 112.

Caro, lite col Castelvetro, II, 155. — Giudizio del Balzac, II, 199.

Carpzovio confuta i Socciniani, II, 490.

Carranza, II, 325.

Cartesio, III, 317.

Casa di Savoja, suoi intenti, III, 421.

Caspano, III, 215.

Castalion, III, 254.

Castelvetro, II, 135 e seg.: III, 718. — sue liti col Caro, II, 167, e processo, 168.

Casti Giovanni Battista, III, 493.

Catechismo, II, 282.

Catechismo di Napoleone, III, 523, 558. — di Garibaldi, III, 633.

Caterina De Medici, II,76; III, 11.

Caterina da Siena, II, 30.

Caterino Politi, I, 339; II, 59.

Cavalieri Bonaventura, III, 312.

Cavour, III, 564, 573, 615.

Cecco d'Ascoli, I, 149.

Celestino V, I, 139.

Celsi Mino, II, 463; III, 224.

Censura de' libri, I, 245; II, 277. — a Venezia, III, 143.

Cellario Francesco, III, 226.

Citolini, III, 149.

Cittadini Celso, III, 342.

Chateaubriand, III, 526.

Chiavenna, III, 214.

Chiesa, sua fondazione e stabilimento, I, 15. — sua definizione, II, 271. — e impero, I, 47, 51, 56, 68. — e Stato, III, 125, 315.

Chiesa libera in libero Stato, III, 539.

Cherici regolari. II, 12, 294.

Chieccarelli, II, 360.

Classici autori tollerati, II, 285.

Clemente VII, I, 362.

Clemente VIII, III, 52.

Clemente XI, III, 441.

Clemente XII, III, 442.

Clemente XIV, III, 445.

Clero primitivo, I, 26. — sua autorità civile, I, 46, 334.

Commendone, I, 352; II, 66, 239, 488.

Comunione, II, 270.

Como, suoi eretici, III, 48.

Colloquio di Poissy, II, 76.

Colonna, vedi Vittoria Colonna.

Concilj, II, 231.

Concilio primo, I, 40. — di Costanza, I, 165. — di Basilea, I, 166. — di Firenze. I, 467, 295. — di Pisa, I, 243. — di Laterano V, I, 243. — di Trento, suoi preludj, I, 371; II, 234. — sue difficoltà, 242, 260; sue decisioni, 248; è chiuso, 256; suoi narratori, 263. — relazioni toscane, II, 441.

Concilio di Pistoja, III, 473. — di Parigi, III, 522.

Concilio Novemvirale, II, 7.

Concina, III, 379.

Concini, II, 391.

Concordati, III, 123. — loro natura. III, 563.

Concordato colla Francia, III, 518. — con altre potenze, 523. — coll'Austria, 525.

Concubinarj lombardi, I, 55.

Confessione retica, III, 219.

Confessione dei Valdesi, III, 352.

Congiura del Campanella, III, 68.

Congregazioni romane, III, 9.

Contarini, I, 314, 338; II, 71, 79, 258, 269.

Contarini Niccolò, III, 202.

Controversie odierne, I, 328; III, 569.

Conversioni, III, 295, 312.

Cortese Gregorio, II, 148, 165.

Cosimo I De Medici, II, 25, 418.

Costituzione civile del clero francese, III, 480.

Cremona, suoi eretici, III, 49.

Cremonino, III, 145, 302.

Cristo. Sua missione, I, 16.

Cristianesimo. Sua diffusione, I, 23. — Suoi effetti morali e sociali, I, 24.

Crociate, I, 60. — contro gli Albigesi, I, 105.

Crudeli Tommaso, III, 433.

Culto nei primi tempi, I, 25. — dei Santi, III, 453.

Curione Celio, II, 102, 129, 137, 204.

Cuor di Gesù, III, 454.

Cusa (Nicolò da), III, 278.

Da Porto, II, 155, 163, 165, 169.

Dante eretico, I, 145; III, 699. — e Bonifazio VIII, I, 143. — sua ortodossia, 149.

Davanzati, II, 305.

Davila Caterino, III, 16.

Decretali false, I, 59; III, 112.

De Dominis, III, 190, 207, 325.

D'Este Ippolito, II, 264.

Della Casa, II, 116, 133; III, 132.

Della Porta Egidio, I, 391.

Della Porta Giambattista, II, 374.

De Maistre, III, 525.

Democrazia favorita dai teologi cattolici, II, 17.

Demonio. Suo culto, II, 393.

De Poggi, III, 558.

De Porta, III, 253.

Deposizione dei re, III, 127.

De Potter, III, 460.

Devozione, III, 462.

Devozioni in Siena, II, 34.

Diodati, II, 474, 480; III, 182, 183.

Dolcino (frà), I, 133; III, 699.

Döllinger, III, 567.

Domenicani, I, 92.

Domenichi Lodovico, II, 435.

Dominio temporale, I, 46, 157; III, 543, 730.

Donazione di Pepino, I, 50.

Doni Anton Francesco, II, 435.

Duchi di Savoja attentano alla libertà di Ginevra, III, 93, 98. — perseguitano i Valdesi, III, 357. — loro aspirazioni e politica, III, 343.

Dutillot, III, 439.

Duplessis-Mornay, III, 182, 200.

Egidiane istituzioni, I, 157.

Eglino Tobia, III, 222.

Einsiedlen, III, 257.

Emanuele Filiberto, III, 358, 738.

Enciclopedia, III, 386; italiana, 412.

Engadina. Il Vergerio vi predica, II, 127.

Enoch, II, 270.

Enrico IV, III, 17, 24. — e Venezia, III, 185.

Erasmo, I, 243, 261.

Eresia demoniaca, II, 364. — politica, III, 516, 739. — scientifica e letteraria, I, 171. — luterana; I, 274.

Eresie de' primi secoli, I, 37. — Leggi civili contro di esse, I, 104.

Esame ed autorità, I, 312.

Esegesi, fin dove si stende, I, 294, 313.

Evangelio eterno, I, 121; III, 332, 796. — di san Giovanni, III, 629.

Evangelici odierni, III, 572.

Fannio, II, 344.

Fatinelli, II, 475.

Febronio, III, 432.

Fede e ragione, I, 17, 21.

Fede e scienza, III, 284.

Federico Barbarossa, I, 236.

Federico II, I, 64, 117.

Feolini, III, 558.

Ferrara. Sua prosperità, II, 88; suoi eretici, II, 90.

Ferrari, III, 100, 600, 741.

Ficino, I, 179, II, 375.

Filippo II, II, 322.

Filosofia e teologia, III, 284.

Filosofia, definita da Pio IX, III, 629. — della Storia, III, 646.

Filosofismo francese, III, 384.

Fiordibello Antonio, II, 154.

Fiorentini, loro religiosità, II, 416.

Flacio Matteo, III, 161.

Flagellanti, I, 163.

Flaminio Marcantonio, I, 399; III, 26, 706.

Folengo, III, 48.

Foscarari Egidio, II, 192.

Framassoni, vedi Massoneria.

Francescani, I, 90, 205.

Francesco (S.), I, 90.

Francesco (S.) di Sales, III, 359.

Francesco I, II, 233. — perseguita gli eretici, II, 87.

Francia (I riformati in), III, 10.

Frati, vedi Monaci.

Fraticelli, I, 123; III, 697.

Friuli, suoi eretici, III, 160.

Fuentes (forte di), III, 232.

Fulgenzio (frà) Micanzio, III, 181.

Gaetano (S.), II, 11; III, 17.

Gaetano (conte) di Ruggero, II, 391.

Galiani, III, 387.

Galileo, III, 275, 317, 794.

Gallicanismo, III, 380.

Garibaldi, III, 619.

Gavazzi, III, 580, 591.

Gentile Valentino, II, 482.

Gentile Alberico, III, 120.

Gerarchia ecclesiastica, I, 26, 337.

Gerdil, III, 412.

Gesuati, II, 64.

Gesuiti, II, 14. — tacciati di lassismo, III, 377. — aboliti, III, 442.

Gesuita moderno, III, 535.

Ghibellini e Guelfi, I, 163.

Ghirardini, III, 101.

Ghislieri Michele, II, 340; III 48, 405.

Giannone, II, 359; III, 76, 424.

Giansenisti, III, 377, 468.

Ginevra, III, 92, 625, 626, 738.

Gioachimo (abate), I, 121; III, 382, 695, 696.

Gioberti, III, 268, 526, 533, 593, 703.

Giornali, III, 648.

Giulio II, I, 240, 260.

Giovane Italia, III, 613.

Giulio III, II, 21, 241.

Giulio da Milano, III, 213.

Giunti stampatori, II, 435.

Giuramento, III, 522.

Giuramento politico, III, 490.

Giuseppe II avverso agli ecclesiastici, III, 438. — al conclave, 444.

Giustificazione, I, 285, 310, 315, 385; II, 249. — sulla opinione del Morone, II, 177, 249.

Giurisdizione (conflitti di), III, 112.

Gnostici, I, 322.

Gonzaga, III, 48. — Giulia, II, 359; III, 710. — Luigi, II, 14.

Gorizia, suoi eretici, III, 161.

Grattarola, III, 151.

Gravina, III, 323.

Grazia (teorie sulla), III, 374.

Grisellini, III, 206.

Gregorio Magno, I, 42.

Gregorio VII, I, 54.

Gregorio XIII, III, 5.

Gregorio XVI, III, 530.

Gribaldi Matteo, II, 484.

Gribaldo, III, 98.

Grigioni, III, 211.

Grillenzoni (famiglia), II, 154, 163.

Guadagnini, III, 468.

Guastaldi, traditore del Giannone, III, 428.

Guelfi e Ghibellini, I, 63.

Guerre civili in Francia, III, 16.

Guerrieri Giuseppe, III, 410.

Guglielmina, I, 114, III, 691.

Guicciardini, I, 192; III, 681.

Guidiccioni, II, 467; III, 709.

Hegel, III, 597, 598.

Hobbes, III, 321.

Huss, I, 164.

Hutten, I, 259; III, 701, 704.

Iconoclasti, I, 43.

Ignazio da Lojola, II, 12.

Illuminati, III, 393.

Imitazione di Cristo, I, 401.

Impero e Chiesa, I, 47, 51, 56, 68 e passim.

Impostori (i tre), I, 66.

Indice (Congregazione dell'), II, 277.

Indulgenze, I, 275.

Infallibilità del papa, III, 381.

Inghilterra (italiani in), II, 72.

Inni corrotti, II, 282.

Innocenzo III, I, 64.

Innocenzo XI, III, 316.

Inquisizione. Sua origine, I, 103; II, 311. — Sue procedure, I, 107. — Distinzione fra la romana e la spagnuola, II, 319. — Respinta dai Napoletani, II, 327. — dai Milanesi, III, 39.

Inquisizione (manuale dell'), III, 292. — Sue sentenze, III, 305.

Inquisizione in Firenze, II, 418, 437. — in Siena, 453. — a Malta, in Sardegna, III, 434. — a Napoli, III, 28, 438. — in Toscana, III, 433.

Intolleranza de' Protestanti, II, 316; III, 109.

Investiture (guerre delle), I, 58.

Isolano Isidoro, III, 49.

Italiani a Ginevra, III, 96, 103.

Jacobone da Todi, I, 127.

Kandler, III, 253.

Kaunitz, III, 455.

Keplero, III, 276, 293, 301, 303.

Kind, III, 258.

Lacordaire e Roma, III, 339.

La Farina, III, 562.

Lainez, II, 255.

Laudi Ortensio, III, 44.

Lazise Paolo, III, 158.

Lazzarini, III, 604.

Lega Borromea, III, 91.

Legazia di Sicilia, III, 126, 439.

Legendarj, I, 297.

Leibniz, III, 322.

Lentulo Scipione, III, 222.

Leon X, I, 250.

Leon XII, III, 529.

Lesdiguières, III, 361.

Leti Gregorio, III, 8, 46, 97, 178.

Liberalismo cattolico, III, 326.

Liberi pensatori, I, 325; III, 594.

Libero arbitrio, I, 297.

Libero arbitrio, tragedia, III, 154.

Libertà e religione, II, 274. — di culto, II, 315.

Libertà Gallicane, III, 380.

Libri Guglielmo, III, 303, 312.

Libri proibiti in Toscana, II, 438.

Liguori, III, 410.

Lisia Fileno, II, 157.

Lismanin Francesco, II, 501.

Llorente, II, 321, 323.

Locarno, Chiesa eretica, III, 84.

Lodovico il Bavaro, I, 159.

Lomelli, II, 288.

Lombardia. Suoi eretici, III, 32, 722.

Lucar Cirillo, II, 501.

Lucca. Suoi eretici, II, 466. — Suoi profughi, 470, 472, 478, 479. III, 720.

Ludovici Francesco, III, 145.

Luigi Gonzaga, II, 14.

Luigi XIV, III, 315, 364.

Lullo Raimondo, III, 75.

Lutero, I, 272. — avverso all'Italia, 282, 306. — sue variazioni, 304. — colloquj suoi col Vergerio, II, 106.

Mac Crie, II, 360.

Machiavello, I, 193; III, 321.

Maestro del sacro palazzo, I, 296.

Magalotti, III, 383.

Magia, II, 364.

Mainardo Agostino, II, 129; III, 216, 218, 221, 224.

Malacrida Gabriele, III, 435.

Mamachi, III, 471, 490.

Manfreda, III, 693.

Manicheismo, I, 76.

Manzoni Francesco, III, 408.

Manzoni Alessandro, III, 272, 526.

Maometto, I, 59.

Marchetti, III, 409, 479.

Maresio Giulio, III, 161.

Maria Vergine. Suo culto, I, 89; III, 462.

Maria Stuarda, III, 14, 55.

Marini Giambattista, III, 23.

Marot, II, 101.

Marsiglio Giovanni, III, 181.

Martinengo Celso, II, 487; III, 35, 150.

Martino V, I, 164.

Massoneria, III, 391. — penetra in Italia, 395. — odierna, 608.

Mastrofini, III, 488.

Matilde contessa, I, 58.

Matrimonio civile, II, 252, 271.

Matrimonio de' preti, I, 71.

Maturo Bartolomeo, III, 49.

Mazzarella Teofrasto, III, 159.

Mazzini, III, 613, 742.

Mazzoleni, II, 257.

Medici Cosimo I, III, 14.

Melantone e Sadoleto, II, 151, 717.

Menghi, II, 374.

Meriti, II, 183, 269.

Mermillod, III, 102.

Mesolcina, III, 87, 88.

Miceli, III, 411.

Michelangelo, I, 254, 395.

Michele (frà) della Marca, I, 133.

Michele (frà) da Cesena, I, 124.

Milano. I concubinarj, I, 55, i Patarini, 79. — respinge l'inquisizione spagnuola, III, 39.

Miracoli, I, 336; III, 623.

Mistici, I, 121, 160, 149, 409; III, 333.

Mitologia cristiana, I, 349.

Modena, suoi uomini illustri ed eretici, II, 148.

Moffa, II, 484.

Molina, III, 376.

Molinos, III, 333.

Mollio, II, 338; III, 718.

Monaci, I, 29; II, 293. — mendicanti, I, 90. — degenerati, I, 204.

Monarchia siciliana, III, 126, 439.

Moneglia, III, 411.

Monita secreta, III, 204.

Montano Giovanni Fabrizio, III, 88.

Morata Olimpia, II, 96; III, 715.

Morone cardinale, II, 164 e seg. — Suo processo, 171, 414. — Sue lettere, II, 258.

Morosini Andrea, III, 182.

Morti, suffragi, II, 272.

Moto della terra, III, 277.

Monson (trattato di), III, 247.

Muralto, III, 84.

Muratori, II, 302; III, 100, 409.

Musica sacra, II, 281.

Musso Cornelio, II, 247.

Muzio, I, 340; II, 48; III, 166, 253.

Muzzarelli, III, 412.

Napoli. Suoi eretici, II, 331; III, 25. — Quistioni giurisdizionali, III, 117. — ricusa l'inquisizione, II, 327.

Negri Francesco, III, 153.

Neoguelfi, III, 528.

Neri Filippo, II, 295.

Niccolini ambasciadore, III, 289.

Nifo, I, 183.

Non intervento, III, 531.

Nuytz, III, 538.

Ochino, II, 29, 269; III, 96, 319, 711.

Oliva Antonio, III, 332.

Opere e Meriti, II, 183.

Opposizione ai predicanti, III, 587. — ai moderni eterodossi, III, 642.

Oratorj, II, 309.

Orelli, III, 84.

Orsi Agostino, III, 470.

Paccanari, II, 20.

Pacio Giulio, II, 484.

Padova, suoi eretici, 144.

Paganizzamento del secolo XV, I, 171.

Paleario Aonio, II, 452, III, 717. — Sue lettere, II, 460. — Sua fine, 461.

Paleologo Iacopo, II, 501.

Paleotto, II, 288.

Pallavicino Ferrante, III, 74.

Pallavicini Sforza, III, 128.

Palermo (Protestanti a), III, 583.

Palmieri Vincenzo, III, 487.

Palmieri Matteo, III, 699.

Panigarola, III, 18, 22, 23.

Panteismo, III, 53, 319, 323.

Paolo (S.), I, 19.

Paolo III, II, 5, 61.

Paolo IV, II, 12, 23, 25. — rigoroso nell'inquisizione, II, 339.

Papato. Suo stabilimento, I, 45. — Età ferrea, I, 53. — Suo apogeo, I, 56. — Suo declino, I, 137. — In Avignone, I, 157. — Degenerato, I, 200. — Rimproveri fattigli impunemente, I, 201. — Politica profana d'alcuni papi, I, 216. — Sua grandezza esterna, I, 248.

Papi primitivi, I, 28.

Papessa Giovanna, I, 70.

Passaglia, III, 548.

Pasquali, II, 331.

Pasquinate, II, 212; III, 261, 457.

Passy (colloquio di), III, 12.

Patarini, I, 55, 75, III.

Patuzzi, III, 379.

Pelagio, III, 374.

Pena capitale rifiutata dai Valdesi, II, 503.

Peratto, III, 121.

Peripatismo musulmano, I, 173.

Pero Gelido, II, 27, 426, 481.

Persecuzioni moderne, III, 540, 553.

Pescara (vedi Vittoria Colonna).

Peste del 1630, III, 249.

Petrarca, I, 176.

Picenino, III, 326, 409.

Pico della Mirandola, I, 183, 735. — Gian Francesco, I, 213; II, 382.

Piemonte. Suoi eretici, III, 735, 343.

Pier dalle Vigne, I, 67.

Pietro (S.), I, 18.

Pietro d'Abano, I, 177.

Pietro Lombardo, I, 96.

Pietro (S.) Martire, I, 113; 695.

Pietro Martire Vermiglio, II, 45, 69.

Pietro Leopoldo di Toscana, III, 439, 472.

Pilati Carlantonio, III, 388.

Pino Domenico, III, 302.

Pino Ermenegildo, III, 410.

Pinerolo (valli di), III, 315.

Pio IV, II, 236.

Pio V, II, 340, 405; III, 14, 22.

Pio VI, III, 446, 483. — Bolla Auctorem fidei, III, 478.

Pio VII, III, 518. — resiste a Napoleone, 520. — suoi atti, 529.

Pio IX, II, 30. — inneggiato, III, 532.

Pio IX cacciato e vilipeso, 545. — sua perseveranza, 534.

Pio Alberto, I, 342.

Piemonte. Sua rivoluzione, III, 534. — osteggia gli ecclesiastici, 536.

Pitture indecenti, II, 280.

Placet, III, 125.

Platina, I, 187.

Platonici, I, 178.

Poggiano Giulio, III, 38.

Politica paganizzata, I, 192.

Politica de' Gesuiti democratica, III, 49.

Polo Reginaldo, I, 402, 409; III, 708.

Polonia infetta dai nostri, II, 485.

Pomponazio, I, 179.

Pomponio Leto, I, 187.

Porzio Simone, II, 437.

Possevino, III, 356.

Postel, II, 374.

Povertà assoluta, I, 124.

Predicatori a Modena, II, 159.

Prediche buffe, I, 207.

Pregalia (valle), III, 213. — Il Vergerio vi predica, II, 128.

Preti liberali, III, 630.

Primato di Roma, I, 26.

Primo Del Conte, II, 246.

Principato papale, III, 543.

Probabilismo, III, 378.

Processi contro i Patarini, I, 87. — i Fraticelli, I, 133. — Cecco d'Ascoli, I, 151. — i Templari, I, 153. — il Morone, I, 386, 428; II, 170, 456. — il Carnesecchi, II, 422. — il Vergerio, II, 118. — il Benvoglienti, II, 451. — contro streghe, II, 380. — Galileo, III, 287. — visti dal Caracciolo, I, 426; II, 348.

Professione tridentina, II, 256.

Propaganda fide (de), III, 636.

Protestanti. Loro origine e suddivisioni, I, 301, 318. — Tentativi di conciliarli, I, 305.

Protestanti odierni, III, 569.

Proudhon, III, 632.

Pucci Francesco, II, 499.

Purgatorio, I, 295; II, 254.

Pusey, II, 78, 202, 270; III, 488.

Quietismo, III, 333.

Quirini, II, 7; III, 408.

Quistione Romana, III, 543.

Radicati Alberto, III, 423.

Ragione e fede, I, 17, 21.

Rategno (frà) Bernardo, II, 378.

Razionalismo, III, 383.

Razionalisti tedeschi, III, 698.

Regicidio, III, 456.

Regno d'Italia primo, III, 519. — secondo, ostile agli ecclesiastici, 607, 621.

Reliquie, II, 186.

Renan, III, 289, 341, 599, 624, 631.

Renata di Francia, II, 87; III, 94.

Renato Camillo, III, 216.

Ricasoli Anton Giuseppe, III, 492. — Pandolfo, III, 336. — Bettino, III, 579.

Ricci Scipione, III, 459. — Lorenzo, III, 443, 445, 458.

Riforma, sua efficacia, III, 263. — ne' Grigioni, III, 212. — in Italia, perchè poco attecchisce, I, 388. — Si limita a letterati, I, 389. — in Francia, III, 10. — morale cattolica, II, 222.

Riformati italiani primi, I, 287. — Loro indocilità, I, 421.

Rigoristi, III, 379.

Rizio David, III, 55.

Robustelli Giacomo, III, 239.

Roma (eretici in), II, 337.

Roma saccheggiata, I, 363.

Romagnosi, II, 302.

Romancia (lingua), III, 211.

Romanin, III, 164, 202.

Roncadello Alfonso, III, 49.

Rosmini, II, 303; III, 557, 644.

Rossetti, III, 574.

Roussel, III, 687.

Rovigo. Suoi eretici, III, 159.

Ruggeri Cosmo, III, 21.

Rusca Nicola, III, 234, 238.

Sacerdozio, I, 22.

Sacramenti, II, 250.

Sacrifizio di Cristo, I, 310.

Saccone Ranerio, I, 79.

Sadoleto, I, 190, 347; II, 149, 484; III, 95, 717.

Salis, III, 214, 215, 220.

San Geminiano (Accademia di), II, 438.

Sannazaro, I, 190.

Santarelli, III, 122.

Santi, I, 336. — Loro culto, II, 254.

Santi del secolo XVI, II, 295.

Santi italiani, I, 388.

Sant'Uffizio, II, 311. — Sua durata, 383. — in Piemonte, 347.

Sarpi frà Paolo, III, 179, 733. — se apostatò, 184; suo carattere, 187. — assassinato, 188; sua storia, 198; III, 369, 456. — Parallelo col Pallavicino, III, 196. — Sue lettere, III, 199.

Satire contro gli ecclesiastici, I, 210.

Sauli Alessandro, II, 294.

Savonarola, I, 222. — Sue interpretazioni della Bibbia, I, 289.

Scaligero Giulio Cesare, III, 148.

Scetticismo odierno, III, 600.

Scienza e fede, III, 284.

Schenardo, III, 220.

Schio, suoi eretici, III, 159.

Schölhorn, II, 7, 8.

Scioppio, III, 60.

Scisma (grande), I, 162.

Scomunica, I, 57, 94; III, 271.

Scotti Marcello, III, 487.

Scrittori moderni sulla riforma italiana, I, 13.

Scrittura (la) e le verità naturali, III, 283.

Seminarj, II, 285.

Seriprando, II, 22.

Serrao Giovanni, III, 488.

Serveto, II, 502; III, 93.

Seyssel arcivescovo, III, 39.

Settimani, II, 436.

Sicilia. Suoi privilegi ecclesiastici, III, 119. — Sua Chiesa, II, 334. — Eretici, 335.

Siena, II, 29. — Suoi eretici, II, 448. — Sue adunanze, II, 463.

Sillabo, III, 650.

Simone Simoni, II, 473.

Simonia, I, 53.

Sindone (la sacra) III, 356.

Sirleto, II, 246.

Sismondi, III, 272.

Sisto IV, I, 221.

Sisto V, III, 7.

Sisto da Siena, II, 451.

Soccini. Loro genealogia, II, 506.

Soccino Lelio, II, 484.

Soccino Fausto, II, 486. — Va in Polonia, 488. — Suo socialismo, 489. — Sue lettere, 491.

Società bibliche, III, 575.

Somaschi, II, 298.

Soranso Vittore, II, 172; III, 151.

Sotwel Anna, III, 75.

Spanzotti, III, 390.

Spanocchi, II, 451.

Spiera Francesco, II, 124.

Spinosa, III, 319.

Spiriti famigliari, II, 375.

Spiritismo odierno, II, 393; III, 326, 619.

Squarcialupo, III, 223.

Stampa, sue origini, I, 244. — Sua efficacia, II, 294.

Stancario Francesco, II, 499; III, 48.

Stato e Chiesa, III, 315.

Stazio Achille, II, 444.

Stenon, III, 295.

Storia ecclesiastica, II, 284; III, 647. — odierna, III, 647.

Straffgericht, III, 237.

Strage di san Bartolomeo, III, 15. — di Valtellina, III, 240.

Stregherie. II, 364, 377; III, 326, 619. — nel Veneto, III, 143.

Strozzi Cicogna, II, 376.

Stuarda Maria, III, 14.

Studj regolati dopo il Concilio di Trento, II, 286.

Supplizj a Napoli, III, 337. — in Sicilia, III, 338.

Svizzera. Suoi eretici, III, 81.

Strasburgo, III, 83.

Tamburini, I, 102; III, 440, 466, 485, 514.

Tanucci, III, 439.

Tapparelli, III, 645.

Tasso, III, 273, 303.

Teatini, II, 11.

Tedeschi a Roma, I, 258. — razionalisti, III, 598.

Templari, I, 140.

Terenziano Giulio, III, 34.

Terra, suo moto, III, 277, 294, 302.

Terrasanta, III, 264, 271.

Testamento: distinto in antico e nuovo, II, 272.

Teurgia odierna, III, 619.

Tettone Rinaldo, III, 228.

Tiepolo, III, 140.

Thiene (famiglia), III, 156. — (san Gaetano), III, 158.

Tirano (battaglia di), III, 244.

Toaldo, III, 294.

Tolleranza religiosa, II, 312.

Tolomei, III, 711.

Tommaso da Vio, I, 283.

Tommaso (san), I, 97. — vincitore delle eresie, 101.

Tomitano Bernardino, III, 145.

Torrentino stampatore, II, 435.

Toscana (Patarini in), I, 111. — sotto Lorenzo, I, 223. — sotto i Lorenesi, III, 471.

Tradizione, I, 28, 334.

Trautmansdorf, III, 467.

Tre capitoli, I, 41.

Tregende, II, 347.

Tremelli Emanuele, II, 97; III, 100.

Trevisano Bernardo, II, 371.

Trionfo Agostino, I, 161.

Trieste (Riformati a), III, 585.

Trissino, I, 419; III, 158.

Trontano, III, 88.

Turretini, III, 99, 722.

Turchi. Crociate contro di essi, I, 347.

Ugonotti, II, 408; III, 13.

Universalità del cristianesimo, I, 20.

Unitarj, II, 481.

Valcamonica, Suoi eretici, III, 335.

Valdes, I, 376; III, 710. — sue considerazioni, II, 205.

Valdesi: origine, I, 77.

Valdesi in Calabria, II, 329.

Valdesi rifiutano la pena di morte, II, 503.

Valdesi odierni, III, 342, 366, 367, 570, 589.

Valeriano Magno, III, 50.

Valier Agostino, II, 245.

Valla Lorenzo, I, 213.

Valsecchi, III, 470.

Valtellina. Il Vergerio vi predica, II, 127. — riformata, III, 213. — sua guerra, 242. — resa ai Grigioni, 251.

Vanini Lucilio, III, 72, 728.

Vasari, I, 394.

Veneto. Suoi eretici, III, 129.

Venezia gelosa del clero, III, 174. — interdetta, III, 177. — provede contro gli eretici, III, 130, 732.

Vergerio Pietro Paolo, I, 398, 399; II, 104, 454; III, 137, 213, 216, 227, 253, 716. — Giambattista, II, 118.

Verona, suoi eretici, III, 148.

Via Crucis, III, 464.

Vicenza, suoi eretici, III, 156.

Vico Giovanni Battista, III, 324, 598.

Vida Ottonello, II, 138.

Vida, III, 722; sue profanità, I, 190.

Vincenzo (san) Ferreri, III, 347.

Viterbo (Unione di), I, 402.

Vittoria Colonna, I, 409; II, 10; III, 708.

Vittorio Amedeo II, III, 365; cozza col papa, III, 422.

Vögelin, III, 111.

Voltaire, III, 384.

Volterra (eretici di), II, 438.

Weishaupt, III, 394.

Westfalia (pace di), III, 271, 313.

Wicleff, I, 164.

Zaccaria Francesco, III, 471.

Zanchi Girolamo, III, 83, 151, 221.

Zanchino, II, 269.

Zanetti Guido, II, 342.

Zola, III, 466, 486.

Zuinglio, I, 319.

Zurigo, III, 82, 87.

ERRATA-CORRIGE GENERALE

Vol. I.

Pag. 16 lin. 23 invece di rilevate leggasi rivelate

Pag. 19 lin. 19 invece di pare leggasi appare

Pag. 27 lin. 27 invece di 318 leggasi 518

Pag. 34 lin. 5 e 13 invece di Cyprian. leggasi Ciprian.

Pag. 40 lin. 31 invece di quale allora veniva ecc. leggasi qual era stata professata

Pag. 62 lin. 19 invece di Prudenziana leggasi Pudenziana

Pag. 63 lin. 1 Gunter nel Ligurino — aggiungi se pure non è apocrifo

Pag. 68 lin. 22-23 invece di assoluta indipendenza leggasi assoluta separazione

Pag. 70 lin. 8 leggi al xiv concilio ecumenico, II di Lione

Pag. 71 lin. 15 invece di Alba leggasi Albano

Pag. 116 nota (9)invece di juxta leggasi justa

Pag. 139 lin. 11 invece di 1234 leggasi 1294

Pag. 150 lin. 17 invece di esso Dino potea gli leggasi esso Dino gli

Pag. 155 nota (25) i versi di Dante leggansi

Che se potuto aveste veder tutto

Mestier non era partorir Maria

Pag. 158 lin. 24 invece di S. Ireneo di Poitiers leggasi S. Ireneo

Pag. 166 lin. 7 invece di nella V sezione leggasi nella sessione

Pag. 177 lin. 8 invece di presene leggasi presone

Pag. 177 lin. 27 invece di Paola leggasi Paolo

Pag. 182 lin. 9 invece di achitto leggasi achito

Pag. 197 lin. 12-14 leggi probare videntur mortalitatem animæ......: si quæ videntur probare ejus immortalitatem ecc.

Pag. 199 lin. 10 invece di del Rosoe leggasi del Roscoe

Pag. 205 lin. 9 invece di nel secolo XIV leggasi nel secolo XVI

Pag. 211 lin. 7 invece di costumatezza leggasi scostumatezza

Pag. 212 lin. 8 ult. aggiungi in nota Revelatio S. Birgitæ, l. 1, c. 41, ed. Romæ 1628.

Pag. 212 lin. 4 ult. invece di scorie leggasi scoria

Pag. 215 lin. 29 invece di 275 fr. leggasi 275 mila fr.

Pag. 240 lin. 11 invece di 1513 leggasi 1503

Pag. 270 lin. 39 invece di reditiose seluctari leggasi seditiose reluctari

Pag. 288 lin. 16 invece di da Fusignano leggasi da Tossignano

Pag. 292 lin. 27 leggi coll'umano linguaggio e però con tutte le condizioni ecc.

Pag. 298 lin. 4 ult. invece di antiquissimas leggasi antiquissimos

Pag. 300 lin. 13 invece di poteatis leggasi poteratis

Pag. 328 lin. 17 invece di detta Germania leggasi della Germania

Pag. 340 lin. 33 leggi s'adontavano se noi chiamavamo luterani quelli ecc.

Pag. 341 lin. 3-9 Il giudizio del Flaminio si levi, poichè dal contesto appare che si tratta di tutt'altri, e probabilmente di Muzio Calino.

Pag. 350 lin. 6 ult. invece di quod et apostolos leggasi quos et apostolos

Pag. 353 lin. 14 invece di vixe leggasi rixe

Pag. 375 lin. 14 la nota 25 deve portare il nº 26, e la 26 il 25

Pag. 394 lin. 16 invece di i Cellini leggasi il Cellini

Pag. 408 lin. 9 infra invece di messo prigione leggasi chiesto prigione

Pag. 421 lin. 30 invece di e che ogni giorno leggasi E ogni giorno

Pag. 421 lin. ultima invece di che spendevano leggasi che pendevano

Vol. II.

Pag. 12 lin. 20 invece di l'immagine tutte leggasi l'immagine su tutte

Pag. 54 lin. 16 invece di repugnano leggasi repugnamo

Pag. 59 lin. 30 invece di libellis leggasi libellos

Pag. 61 lin. 11 invece di prorrigat leggasi porrigat

Pag. 70 lin. 36 invece di Tranellio leggasi Tremellio

Pag. 71 lin. 11 invece di Trebellio leggasi Tremellio

Pag. 72 lin. 19 invece di Poichè quando leggasi Poi quando

Pag. 74 lin. 11 invece di agli rimanere leggasi a qui rimanere

Pag. 74 lin. 4 ult. invece di Billiander leggasi Bibliander

Pag. 78 lin. 22 invece di immutabile si levi

Pag. 78 lin. 23 invece di sulla base leggasi sulla immutabile base

Pag. 79 lin. 2-3 invece di il Ver-gerio leggasi il Ver-miglio

Pag. 85 lin. 20 invece di il 1554 leggasi il 1854

Pag. 88 lin. 28 invece di dal ferrarese Ariosto professava leggasi dal ferrarese, Ariosto, il quale professava

Pag. 91 lin. 9 invece di il palazzo Coparo leggasi il palazzo di Coparo

Pag. 112 lin. 6 invece di Madrusc leggasi Modrusc

Pag. 122 lin. 22-23 invece di aquile-jose leggasi aquile-jese

Pag. 133 lin. 5 ult. invece di quos tes leggasi quod te

Pag. 133 lin. 2 ult. invece di politique leggasi politeque

Pag. 168 lin. 8 invece di omnem leggasi omnis

Pag. 176 lin. 10 ult. invece di Paolo II al Concilio leggasi Paolo III: al Concilio

Pag. 182 lin. 22 invece di li meriti degli uomini leggasi li meriti delle opere

Pag. 191 lin. 7 invece di cedat infidelium detrimentum leggasi cedat in fidelium detrimentum

Pag. 191 lin. 5 ult. invece di ant quibus suis delictis leggasi aut quibusque delictis

Pag. 199 lin. 31 invece di Contureno leggasi Contareno

Pag. 201 la nota 38 rimanda alla 18: invece deve rimandare alla 24

Pag. 207 nota 2, 1 invece di nobilissimus leggasi nobilissimis

Pag. 213 lin. 6 invece di usura leggasi usuras

Pag. 217 lin. ult. invece di suos leggasi suas

Pag. 218 lin. 6 invece di saxeo leggasi saxeos

Pag. 219 lin. 21 invece di maxime leggasi maxima

Pag. 235 lin. 16 invece di Corvini leggasi Cervini

Pag. 239 lin. 3 invece di comprendervi leggasi comprendendo

Pag. 260 lin. 8 invece di anzi leggasi anche

Pag. 271 lin. 40 invece di Papio leggasi Papia

Pag. 301 lin. 24 invece di comburerunt leggasi combusserunt

Pag. 306 lin. 41 invece di everti leggasi evertit

Pag. 330 lin. 3 ult. invece di a tal uopo leggasi a tal modo

Pag. 342-343 in testa invece di Elocuzioni leggasi Esecuzioni

Pag. 343 lin. 3 invece di 1559 leggasi 1569

Pag. 356 lin. 20 invece di venero Giona leggasi Venero, Giona

Pag. 366 lin. 4 ult. invece di presedono alle sensazioni leggasi presiedono al movimento

Pag. 417 lin. 31 invece di rifrascar leggasi rinfrescare

Pag. 423 lin. 7 invece di illi leggasi ill.

Pag. 442 lin. 44 invece di curret leggasi curet

Pag. 470 lin. 28 invece di Bulbani leggasi Balbani

Vol. III.

Pag. 19 lin. 36 leggi una lettera di cui trovammo la bozza

Pag. 54 lin. 2 invece di Wragner leggasi Wagner

Pag. 54 lin. 15 invece di entra in Francia nel 1582 leggasi entra in Parigi nel 1579

Pag. 55 lin. 24 invece di Rutheen leggasi Ruthwen

Pag. 56 lin. 2 invece di reformationes leggasi reformationis

Pag. 56 lin. 10-11 invece di pu-tride leggasi pu-tide

Pag. 57 lin. 16 invece di natura naturale leggasi natura naturata

Pag. 59 lin. 2 invece di l'alto infinito leggasi l'altro infinito

Pag. 60 lin. 3-4 invece di nel settembre leggasi il 23 maggio

Pag. 67 lin. 7 invece di disarmati leggasi disarmato

Pag. 71 lin. 2 invece di pihala leggasi phiala

Pag. 71 lin. 13 invece di non modum leggasi non modo

Pag. 72 lin. 17 invece di storicos leggasi stoicos

Pag. 75 lin. 3 ult. 1595, 15

Pag. 122 lin. 9 da quel Giansenio che doveva poi divenire antesignano di famosissimo partito — si levino queste parole.

Pag. 138 lin. 24-25 invece di confectos leggasi conjectos

Pag. 167 lin. 24 invece di semideumque vivum leggasi semideumque virum

Pag. 207 lin. 21 invece di Tikner leggasi Tiknor

Pag. 265 lin. 21 invece di nessuno meno di noi leggasi nessuno più di noi

Pag. 267 lin. 35 invece di injurie leggasi injuria

Pag. 288 lin. 5 ult. invece di colla nostra leggasi colla vostra

Pag. 299 lin. 5 ult. invece di sit corpus leggasi fit

Pag. 299 lin. 4 ult. invece di appelletur leggasi appellatur

Pag. 302 lin. 13 invece di ove dice leggasi ove si dice

Pag. 304 lin. 7 invece di patueruent leggasi potuereunt

Pag. 304 lin. 10 invece di novis assectis leggasi assectis

Pag. 304 lin. 16 invece di florentiæ eloquentiæ leggasi florentinæ eloquentiæ

Pag. 324 lin. 4 invece di 1756 leggasi 1736

Pag. 343 titolo invece di I Valdesi. Subalpini leggasi I Valdesi subalpini

Pag. 358 lin. 4 ult. invece di molientur leggasi moliatur

Pag. 369 lin. 16 invece di santificato leggasi beatificato

Pag. 412 lin. 1 invece di ferrarese leggasi di Collalto in Sabina

Pag. 432 lin. 20 invece di Gustavo leggasi Giustino

Pag. 448 lin. 16 invece di direttamente leggasi dirottamente

Pag. 569 titolo invece di El Sette leggasi Le Sette

Pag. 572 lin. 4 ult. invece di se ne levè leggasi se ne levò

Pag. 593 lin. 17 invece di Corì leggasi Così

Pag. 598 lin. 20 invece di i Tedeschi che applicarono leggasi i Tedeschi applicarono

Pag. 701 lin. 26 invece di exhortationem leggasi exhortatorium

Pag. 719 l'aggiunta indicata per la pag. 165 va alla 465.

[ INDICE DEL TERZO VOLUME]

[DISCORSO XXXIX.]Gregorio XIII. Sisto V. Episodio francesePag. 5
[XL.]Eretici a Napoli25
[XLI.]Eretici in Lombardia32
[XLII.]Clemente VIII. I filosofi nuovi. Bruno. Campanella. Vanino. Ferrante Pallavicino52
[XLIII.]Italiani nella Svizzera e nelle città libere. La Mesolcina. Ginevra81
[XLIV.]Conflitti giurisdizionali. Politica cattolica. Il Bellarmino. Eresia sociale112
[XLV.]Eretici nel Veneto. Accademia di Vicenza. Francesco Negri. Girolamo Zanchi. Altri129
[XLVI.]Venezia interdetta. Frà Paolo Sarpi. Il De Dominis174
[XLVII.]I Grigioni. La Valtellina. Sacro macello210
[XLVIII.]Sguardo retrospettivo alla Riforma263
[XLIX.]Paolo V. Urbano VIII. Il Tasso. Il Galilei. Lo Stenon. La scienza e la fede273
[L.]Il secolo XVII. Filosofi. Il quietismo313
[LI.]Piemonte. I Valdesi subalpini343
[LII.]Secolo XVIII. Giansenismo. Filosofisti. Franchimuratori. Cagliostro374
[LIII.]Prevalenza de' Governi laici. Abolizione dell'Inquisizione e dei Gesuiti421
[LIV.]Scipione Ricci. Pietro Tamburini. Concilio di Pistoja. La Rivoluzione458
[LV.]L'eresia politica517
[LVI.]Le sètte sofistiche. Gli odierni dissidenti569
[LVII.]Le difese635
[LVIII.]Conchiusione674
[Aggiunte e correzioni]689
[Indice alfabetico]743
[Errata-Corrige generale]751

Finito di stampare il 15 dicembre 1867.