NOTE:

[1.] Il P. Theiner occupa tre volumi in-folio sol per narrare di questo pontificato.

[2.] De Thou, L. LXXIX.

[3.] Nel carteggio de' Medici a Firenze, filza 255, si vede quanto fosse approvata e festeggiata l'elezione del cardinal Montalto.

[4.] Vedi sopra a pag. 386 il volume precedente. Anche il marchese Muti scriveva al duca di Savoja che, mentre Sisto V era malato, gli comparve in camera un frate vestito di bianco, ch'era il diavolo, e gli rammentò come fosse scaduto il tempo pattuito, e bisognava andarsene con lui: che il papa non volle confessarsi: e morto che fu, un uccellaccio volò attorno alla sua finestra, e il cielo da sereno si fe bujo; scoppiarono fulmini, e uno colpì lo stemma papale sul ghetto degli Ebrei.

E sopra relazioni siffatte tessono le loro storie l'arguto Petrucelli ed altri.

Vedasi J. Lorentz, Sixtus V und seine Zeit. Magonza 1832.

[5.] Questa ottenne a suo zio Antonio l'abazia di Fleury, il vescovado d'Orleans, il cappello rosso, l'arcivescovado di Tolosa: a Carlo suo fratello l'abazia di Bourgueil e il vescovado di Condom; a Francesco altro fratello l'abazia di San Cornelio di Compiègne e il vescovado di Amiens; all'altro di nome Guglielmo il vescovado di Pamiers; due sorelle furono abadesse l'una a Maubuisson; l'altra a San Paolo in Beauvoisis.

[6.] Brantome, suo nimicissimo, non ne intacca la costumatezza. Enrico IV, pur suo nemico, diceva al presidente Claudio Groulard: «Affedidio, cosa poteva fare una povera donna, rimasta vedova con cinque figliuoli sulle braccia e le due famiglie di Navarra e di Guisa anelanti alla corona? Strane parti doveva ella sostenere per ingannar gli uni e gli altri, eppure salvar, come fece, i suoi figliuoli, che regnarono successivamente per la savia condotta di donna tanto accorta. Mi meraviglio che non abbia fatto di peggio». Mém. de Groulard, nel vol. II della collezione di Petitot, pag. 384.

[7.] Discorsi, lib. II, c. 13.

[8.] Il 7 gennajo 1559 da Blois Niccolò Capponi, per man del Tornabuoni ambasciador fiorentino, mandava al granduca notizie di Francia, soprattutto lagnandosi che molti colà sostenessero allora le dottrine luterane, mentre a Ginevra le calviniche; e si leggessero i libri di Melantone e «di Pietro Martire fiorentino che ne tengono conto»; cerca si dissuada il papa dal fare il Concilio, asserendo che «se si vien al Concilio, al certo hanno ragione, perchè si fonderanno in su una cosa ove si fonda la Chiesa romana anche lei; e se vengono alle mani, la risoluzione sarà che o non si farà nulla o con poca reputazione».

[9.] Haag, France protestante, al nome. Il cardinale Commendone al cardinale Borromeo scriveva nel dicembre del 1561. «Del vescovo di Troye in Campagne mi hanno detto per cosa certa come, già pochi giorni, egli ha solennemente renunziato il vescovado e l'Ordine, e presa manuum impositionem dalli ministri calviniani con queste solenni parole: Abrenuntio manuum impositionem papisticæ sathanicæ: e che avea voluto predicare nella chiesa di San Giovanni di Troye come ministro calviniano; ma che gli fu proibito dal conte d'Eo governatore della provincia, per paura che non si levasse tumulto nella città. Questo vescovo, ora ministro del demonio, fu figliuolo del principe di Melfi, fuoruscito di Napoli, di casa Caracciolo, stato soldato, frate, abbate, vescovo; e nel 1556 fu a Roma, dove fu accusato d'eresia, e che avesse, come veramente aveva, contaminato lui stesso gran parte della sua diocesi. Ora dicono ch'egli è in Parigi con gli altri ministri: dove vivono con somma licenza, poichè già si predica in più case dentro della città..... e con tanta insolenza che, già pochi dì, sonandosi le campane di San Medardo, dove vicino abita il Beza, egli mandò a comandare che non si sonasse, e non volendo colui che sonava obbedire, fu ammazzato insieme con altri preti». Nell'Archivio Vaticano.

[10.] Si dice che i Riformati fossero due milioni. Sarebbero il sesto della popolazione, giacchè il primo censimento, fatto il 1702, dopo tante annessioni, diede 19 milioni d'abitanti: nè poteano esser più di 12 milioni al tempo della Riforma. Eran però pensatori e proprietarj, sicchè quella era veramente una rivolta politica contro la monarchia.

[11.] Di Caterina stavano molto in sospetto i Cattolici; e il cardinale Commendone ai 12 ottobre 1561 scriveva al cardinale Borromeo: «Monsignor di Granuela....... m'ha detto come la regina non vuole udir consiglio, nè conoscere il pericolo nel quale si ritrova, nè ammettere l'offerte del re cattolico e delli duchi di Savoja e di Lorena a stabilimento suo e de' figliuoli, e che ogni dì va perdendo autorità, ed all'incontro la casa di Vendome l'acquista..... Appresso mi ha detto che frà Pietro Martire (Vermiglio) ha di continuo adito aperto alla regina, e sebbene non dubita della buona mente di S. M., teme nondimeno ciò portare gran pregiudizio alla causa, sgomentando li Cattolici, e dando ardire agli Eretici. Similmente ha mostrato maraviglia e dispiacere assai che il reverendo legato (il cardinale di Ferrara) dimostri molta amorevolezza e confidenza con la casa di Vendome, usando molti rispetti verso gli eretici». Arch. Vaticano.

In una relazione di Francia al duca di Toscana 13 maggio 1563, filza 4012, dopo la pace, si scrive:

«Il cardinale privato di Sciattliglion avea scritto alla regina che saria andato presto a trovare sua maestà e saria andato in abito di gentiluomo e cavaliero, avendo lasciato la impurità della veste romana, per dir quelle parole ch'egli temerariamente e insolentemente usa».

Tra i famigliari di Caterina de' Medici fu Giacomo Corbinelli, d'illustre famiglia fiorentina e di bella coltura, e che pel primo pubblicò il libro di Dante del Vulgare Eloquio. Lo storico De Thou dice di lui: «Non sapevasi di qual religione fosse: era d'una religione politica alla fiorentina, ma era uomo di buoni costumi».

Cosmo Ruggeri fiorentino s'introdusse alla Corte di Caterina de' Medici; e pien di talento e di sfacciataggine, ottenne onori e soldi. Tirò l'oroscopo de' signori della Corte: cominciò a far almanacchi ogni anno, sparsi di sentenze d'autori latini. Venuto in fin di morte, ed esortato a pensar a Dio, prese in burla il curato e i Cappuccini, protestando aver sempre creduto non v'abbia altro Dio se non i re e principi che possono farci del bene, nè altri diavoli sè non i nemici che ci tormentano in questo mondo. Morto in tali sentimenti, il suo cadavere fu strascinato ove si sepelliscono le bestie. Molto s'applicò alla magia, fu accusato di sortilegj contro Carlo IX ed Enrico IV.

[12.] A proposito di martiri d'eretici va citata un'opera di Feliciano Niguarda, oratore nel Concilio di Trento, poi vescovo di Como, Assertio fidei catholicæ adversus articulos utriusque confessionis fidei Annæ Burgensis juris doctoris, et in academia aurelianensi olim professoris, ac postremo parlamenti parisini senatoris: quam ipse eidem parlamento obtulit cum, propter hæresim diu in carcere inclusus, paucis post diebus ad supplicium esset deducendus: nec non adversus pleraque id genus alia. Præterea contra ejusdem mortis historiam, quæ martyrium inscribitur, Lutetiæ editum; deque hæreticorum miraculis specialis additur articulus. Venezia 1563.

[13.] Lettera del 6 ottobre 1570 a Nofri Camajani ambasciadore a Roma, nell'Archivio centrale di Firenze, Carteggio di Roma, app. LXXXII.

Delle cose di Francia abbiam parlato nel vol. II, pag. 408.

[14.] Sull'assassinio politico abbiam noi raccolto bizzarre particolarità, e pubblicate nelle Spigolature degli archivj di Firenze.

[15.] Il 27 giugno 1566 Pio V scriveva a Caterina lamentandosi che, sotto il nome della pace, crescesse di tanto l'ardire de' Riformati, e da ciò prendesser ansa anche altri. Non est quod quisquam istos Dei et vestros rebelles atque hostes patiendo, tollerando, dissimulando ad sanitatem redituros esse speret; et nescio quam temporis maturitatem expectandam censeat, et illo pacificationis edicto paci regni consuli existimet. Crescit eorum in dies furor, augetur animus; quo lenius cum illis agitur, eo magis eorum corroboratur audacia. Non solum matris Ecclesiæ obedientiam abjecerunt, sed in primis regiæ potestatis jugum excutere, et legum ac judiciorum metu abjecto, se se in libertatem asserere et rapinarum sacrilegiorum, scelerum et flagitiorum omnium licentiam assequi student. Quo circa majestatem tuam hortamur, monemus et per omnipotentem Deum obstestamur ut, cum videat jam nihil cunctando et patiendo perfici, tantum incendium, antequam latius serpeat, extinguere conetur: si enim hæreticorum sectas alias ex aliis in isto regno in dies exoriri, et multiplicari permiserit, tum volet illud extinguere cum minime poterit. Utinam non eveniant ea quæ eventura prædicimus!

[16.] Sermoni del Panigarola, Parigi 1599, in 8º, p. 318.

Oltre i già conosciuti documenti, fu ultimamente dal Theiner Ann. Eccles. pubblicata la corrispondenza del nunzio Salviati, che conferma viepiù quel che Ranke, Raumer, Mackintosch ed altri protestanti sostennero, essere quello un delitto politico, non un delitto religioso. Vivissima era l'ira del duca di Guisa contro l'ammiraglio Coligny, cui attribuiva l'assassinio di suo padre. Coligny entrò in Parigi alla testa di trecento gentiluomini, quando trattavasi del matrimonio di Enrico di Navarra con Margherita di Valois: e acquistò le buone grazie di Carlo IX, che così parea sottrarsi alla dipendenza di Caterina de' Medici e del duca d'Anjou, e che forse andava a romper guerra a Filippo II per cacciarlo dai Paesi Bassi. Ciò spiaceva immensamente a quei due, onde risolsero di uccider l'ammiraglio, ispirati anche da Filippo II. Per l'uccisione di lui avvenne il massacro.

Il nunzio Salviati sapea solo che si attentava alla vita del Coligny: nel riferire il fatto dice: «Quand'io scriveva i giorni passati che l'ammiraglio procedeva troppo, e gli si darebbe sulle mani, ero convinto che non si voleva più sopportarlo: ero confermato in tal opinione quando scrissi che speravo dar ben presto a sua santità qualche buona notizia, ma non credevo alla decima parte di quel che ora vedo co' miei occhi... Se l'ammiraglio fosse morto del colpo d'archibugio che gli fu tirato, non credo sarebbero perite tante persone». (Lett. 24 agosto).

Carlo IX avea prevenuto il Salviati, spedendo assicurare il papa che il fatto riuscirebbe a pro della religione; ma in quel momento di stupore, le spiegazioni che gli stessi reali ne diedero eran differenti, secondo le persone e le circostanze. In fatto, messo mano a un primo delitto, i soliti ladri e assassini che compajono in ogni rivoluzione ne profittarono; si disse che uccideano gli Ugonotti perchè questi aveano tramato d'uccidere i Cattolici: Caterina fu contenta di poter palliare sotto un delitto universale il delitto particolare. «Quelli che si vantano d'aver colpito l'ammiraglio son tanti, che piazza Navona non basterebbe a capirli (dice lo spaccio 22 settembre)..... Tutto quanto scrissi riguardo all'ammiraglio si conferma. La reggente lo fece colpire senza che il re lo sapesse, ma con partecipazione del duca d'Anjou, della signora di Nemours e del duca di Guisa. Se Coligny fosse morto al primo colpo, gli altri non sarieno stati trucidati. Ma sopravvivendo alle ferite, gli autori dell'attentato temettero che il delitto fallito non attirasse maggiori pericoli, e s'intesero col re, e risolsero di buttar ogni vergogna, e sterminare quei del suo partito».

L'Adriani, nella Storia Fiorentina, e il Davila Guerre Civili, asseriscono un concerto fra il re di Francia e quello di Spagna, fatto a Bajonna. Questa asserzione adottata dagli storici più letti, è vittoriosamente confutata dai documenti. Ponno vedersi l'italiano Alberi, Vita di Caterina De Medici, e il tedesco G. Goldan, La Francia e la San Bartolomeo; ed, oltre quel che ne abbiamo noi recato nella Storia Universale, libro XV, una pienissima dissertazione di Giorgio Gandy nella Revue des questions historiques, vol. I, pag. 1866.

Un autore tedesco prese a dimostrare che fu un'ordita di Caterina col re di Navarra per distruggere i Cattolici. W. von Schuz Die aufgehelte Bartolomæusnacht. Lipsia 1845. Non dico che abbia ragione, dico che anche questo punto fu sostenuto con buone ragioni.

Da Bossuet gli accusatori copiarono che il legato pontifizio venne a Parigi a congratularsi con Carlo IX d'«un'esecuzione lungamente e saviamente meditata». Ma Bossuet donde ha tolta quest'asserzione? Eppur divenne la base de' racconti, poi della tragedia di Chenier, degli Ugonotti di Scribe, e d'altri.

Su tutti questi fatti si consultino in senso contrario:

Dopo tant'altre storie di Caterina vedasi Debts et creanciers de la reyne mère Cathérine de' Medicis; documents publiés pour la première fois d'après les archives de Chenonceau, avec une introduction par M. L'abbè C. Chevalier. Parigi 1862.

[17.] Delle questioni religiose di Francia, come d'ogni altra cosa dove ci fosse a far rumore volle impacciarsi il gran ciarlatano Giovanni Battista Marini. E nella Sferza, invettiva a quattro ministri dell'iniquità (Napoli 1626) flagella quattro autori di un'opera eretico-democratica; sostiene che i Calvinisti sono nemici dei re; e conchiude, questa volta senza metafore, che «al fuoco dannare si devono tutti coloro, insieme con quei libri ove tali dottrine si contengono: deonsi punire gl'impressori e i venditori di essi: deonsi spianare le loro cattedre, e diroccare le loro chiese».

[18.] Il gesuita Guglielmo Dondini descrisse le imprese del duca di Parma a soccorso della Lega. Vedi Bibliotheca romana di Prospero Mandosio.

[19.] Sono a stampa varie sue scritture polemiche, fra cui le Lezioni Calviniche, recitate d'ordine del duca di Savoja in Torino il 1582, per opporsi ai novatori che tuttodì cresceano. Ivi loda il congiungere la predicazione colla teologia; questa gl'insegnò a fare più sicure le lezioni. Una sua apologia per negare la voce sparsasi, ch'egli si fosse fatto predicatore evangelico a Ginevra, è manuscritta nella libreria Soranzo a Venezia. Scrisse pure De Parisiensium obsidione (Roma, senza data). Ne' manuscritti della Magliabecchiana VII, 346 è quell'epigramma, probabilmente di Vincenzo Giliani, in lode del Panigarola.

Religionis honos et gloria magna, clerique

Seraphici summum, Panicarola, decus....

Ut nautæ occludant mundi a sirenibus aures

Quo valeat tuta sistere prora sinu,

Vitandumque mones Scillam, infestumque Caribdim....

Doctrinamque piam, sinceraque dogmata sectans

E scopulis navim litora ad alma vehis.

Nella classe XXXIV, cod. 17 de' manuscritti della Magliabecchiana è un Breve compendio della dottrina di Platone in quello ch'ella è conforme alla fede nostra, composto da un tal Verino, il quale dedicandolo a Giovanna d'Austria granduchessa di Toscana, dice: «Perlocchè l'A. V. S. con gran prudenza attende a sì bella notizia qual è quella de' movimenti de' cieli, servendosi dell'eccellentissimo astronomo Egnatio Danti... io stimo che vorrà sentire la non meno salutifera che gioconda dottrina della cristiana teologia del padre F. Panigarola».

[20.] Negli Archivj Medicei è una lettera del 26 aprile 1593, che Enrico IV scrive al granduca ringraziandolo d'avergli mandato il cardinale Gondi a consigliarlo di farsi cattolico ed «Ho voluto e voglio promettervi, com'io fo in fede e parola di re, per la presente, scritta e segnata dì mia mano, di far dichiarazione e professione pubblica della religione cattolica secondo le costituzioni della Chiesa, come hanno fatto i re di Francia miei predecessori, nel termine di due mesi». Accetta l'offerta fattagli di mille Svizzeri pagati per un anno, e del soldo per sei mesi di altri mille: gli fa comprendere di mancar affatto di denaro, e gli chiede a prestito altri ducento mila scudi contanti, coi quali mezzi potrà ridur in breve tempo la città di Parigi, sicchè a lui ne sarà debitore, e promette restituirglieli e restargliene obbligatissimo.

[21.] Frà Serafino Banchi, domenicano fiorentino, rivelò a Enrico IV la trama che Pietro La Barrière avea fatta per ucciderlo: onde costui fu preso e appiccato. Il Santo Uffizio di Roma credette avesse con ciò violato il secreto sacramentale, e perciò lo chiese al priore di Parigi, ma Enrico lo protesse, e lo fe giunger a Firenze, ove il granduca lo tenne salvo, finchè, nella riconciliazione di Enrico IV, si stipulò la salvezza del Banchi. Storia segreta di Enrico IV, Tom. III.

Lo stesso partito che inventava Dante precursore dell'unità regia d'Italia, volle attribuir a Enrico IV l'idea d'ingrandir la Casa di Savoja sopra l'Italia tutta. La famosa sua Repubblica Cristiana, che al fin de' conti non era più che un progetto, mirava a metter de' limiti alle grandi potenze, tali che non aspirassero a sorpassarli, o se il volessero, fossero impedite da tutte le altre. Era insomma un intervento generale; unico modo invero che finora siasi divisato per prevenire le guerre. In essa Repubblica Cristiana doveano esservi quindici signorie: cioè cinque elettive, il papa, l'imperatore, i re di Polonia, Ungheria, Boemia: sei ereditarie, Francia, Spagna, Inghilterra, Danimarca, Svezia, Lombardia: quattro repubbliche sovrane; prima la veneta; la seconda composta dei ducati di Genova, Firenze, Modena, Parma, Mantova, e i piccoli Stati di Lucca, Mirandola, Finale, Monaco, Sabbioneta, Correggio e simili; la terza gli Svizzeri, la quarta delle diciassette provincie de' Paesi Bassi. A capo della Repubblica Cristiana doveva stare il papa.

[22.] Quando Maria De Medici partì per Francia, santa Maddalena de' Pazzi, ch'essa visitò più volte in Santa Maria degli Angeli in Firenze, le predisse avrebbe molti figliuoli, purchè avesse procurato presso il marito, Iº che i Gesuiti fossero rimessi nel regno, IIº che cercasse la distruzione degli eretici, IIIº che tenesse in ispeciale affezione i poveri.

[23.] Gregorio Rosso, Hist. delle cose di Napoli sotto l'imperio di Carlo V. Napoli 1635. L. 1, p. 133.

[24.] Così Antonino Castaldo, che morì verso il 1560, e che spesso fu copiato dal Giannone. Vedi Raccolta de' più rinomati scrittori dell'istoria generale del regno di Napoli. Napoli 1769.

[25.] Forse all'advento, perchè la quaresima vedemmo predicava a Venezia.

[26.] Storia delle eresie. T. IV, 447.

[27.] Ciò potrebbe provare che Giovanni fosse altro da Alfonso, osteggiato dal Castiglione, che dice: «La malignità ancora, senza parlare vi si vede dipinta nella pallidezza di quel volto pestilente».

[28.] Il Giannone in tutto il ragionare degli eretici è inesattissimo. Sponde, nella continuazione degli Annali del Baronio, dice che il Vermigli Neapoli nactus nonnulla Erasmi, Zuinglii et Buceri scriptis, et conversatione Joannis Valdesii j. p. hispani, ex Germania illuc delati, atque lutheranesimo imbuti, corruptior factus, una cum ipso, spiritu et conatu rem agens, clam cœtum quemdam tam virorum quam fœminarum, primæ etiam nobilitatis collegerunt, quibus ipse concionabatur.

[29.] Castaldo, c. 5.

[30.] Questo passo è copiato ad literam dal Giannone, che invece di summario scrive seminario.

[31.] In fatto il Valdes nel Mercurio, da un'anima pia fa dire che non credeva necessarj i pellegrinaggi, pure lodava la buona intenzione con cui alcuni vi si moveano: e che, mirando essa coi giubilei e le indulgenze a procurar di seguire la dottrina di Cristo, se altri gliene facesse rimprovero, rispondeva: «Fratelli, prendete il cammino che vi par migliore, e a me lasciate pigliar quello che voglio, poichè non è cattivo».

[32.] L'inquisizione spagnuola non v'era a Napoli, come dicemmo. L'epitafio fu pubblicato nel 1859 a Königsberg nel giornale Neue Preussiche Provinzialblätter, tom. IV, pag. 215.

[33.] Si ha manuscritto un papel sobre poner la inquisicion en Napoles, ove a Carlo V si fa dire: «Amo meglio il regno senza inquisizione, che l'inquisizione senza regno».

[34.] Summonte, Storia di Napoli. L. X, c. 4.

[35.] La lista era scritta con tanta gelosia, che le persone non sono indicate che per numeri, poi dichiarati in cedola a parte. Il documento in spagnuolo fu prodotto dal sig. Edwardo Böhmer in calce alle Centodieci divine considerazioni di Giovanni Valdesse. Alla di Sassonia 1860.

[36.] Il Bernino, appoggiandosi al manuscritto del Caracciolo, dice che «in terra d'Otranto vi fu Ladislao, auditor del vescovo d'Otranto, e l'istesso arcivescovo fu gravemente processato, e si disse che aveva mandato Lodovico Manna a leggere alla sua chiesa d'Otranto pubblicamente, e che avea commercio di lettere con Martino Bucer, e che fu amico del Valdes, leggeva i suoi libri, e che tenne gran tempo in casa il Giannetto, eretico marcio che se ne fuggì poi a Ginevra. A questo arcivescovo impedì il cappello il cardinale Caraffa». L'arcivescovo era Pietro Antonio da Capua, lodato dall'Ughelli per gran dottrina, erudizione e probità; onorato assai nel Concilio di Trento, ove spesso orò.

[37.] Giovanni Tommaso Sanfelice, che al Concilio fu rimproverato dal vescovo di Chironia, poi privato dell'uffizio di commissario, espulso dal Concilio, e a Roma al tempo di papa Paolo incarcerato insieme col cardinal Morone, come si disse nel Discorso XXVIII.

[38.] Nicolò Maria Caracciolo; persona di grande autorità presso i papi e i governanti.

[39.] Giulio Pavesi bresciano, de' Predicatori, commissario del Sant'Uffizio.

[40.] Onorato Fascitello d'Isernia, cassinese, lodato per letteratura dal Casa, dal Bembo, dal Flaminio. Fu al Concilio di Trento.

[41.] Fabio Mirto.

[42.] Antonio Scarampi piemontese, de' conti di Cannella. Fu al Concilio.

[43.] Giacomo Guidi, nobile di Volterra, scolaro di Francesco Guicciardini. Fu pure al Concilio.

[44.] Nicola Francesco Missanelli. Contro di lui nel 1567 fu pronunziata sentenza, qualmente fosse caduto in sospetto perchè molti eretici adoperavansi palesemente nella sua diocesi, onde venne sospeso per dieci anni, togliendogli metà della prebenda.

[45.] Gaspare Fossa calabrese, de' Minimi, inaugurò con un suo sermone il Concilio di Trento nel 1562, e vi era molto ascoltato.

[46.] Schoelhorn, Amœnitates ecclesiasticæ.

[47.] Poli Epistolæ vol. III, diatr. p. 262.

Sugli eretici che serpeggiavano allora in Lombardia e in tutta la regione transpadana, portano luce due lettere del Vida, che il cavaliere Ronchini trasse, la prima dalla Biblioteca Palatina di Parma, l'altra dall'Archivio governativo d'essa città, o che sono cosifatte:

Al reverendissimo signor mio osservandissimo il signor cardinale Contareno.

Cum vidissem in tota fere transpadana regione antiquissimam Psallianorum [Degli Psallj o Precatores parla il Macri nello Hierolexicon] hæresim, improborum quorumdam scelere nostris temporibus repetitam, suscitari, literis statim Paulum III Pont. Max. admonendum duxi; si forte, dum malum adhuc est recens, occurrere vellet. Quod autem hic audio tibi, Contarene pater amplissime, curæ esse, ut, quæ spectant ad rem sacram, omnia e religione fiant dicanturve, neu quis quippiam contra sanctorum patrum placita moliatur, teque huic negotio in primis summi pontificis decreto de ejus sacri senatus sententia præfectum fuisse, tibi literarum ipsarum exemplum transmittimus, ut videas an ea, quæ scribimus, sint alicujus momenti, et tanti pontificis animadversione digna. Leges igitur prius tu quicquid id est; et, si quid ad rem facere videris, literas reddendas curabis. Quia vero etiam fortasse pluribus verbis egi quam par erat in re adeo clara; si tibi longiuscula epistola videbitur, judicaverisque habendam rationem pontificis ætatis jam, ut videor videre, in gravescentis, brevi tu coram rem explicabis. Deinde mihi ut quam primum rescribatur operam dari velim, simulque abs te mihi ignosci, quod, non multa mihi tecum familiaritate intercedente, ad te, ista gravitate, dignitate ac doctrina virum, tam familiariter scribere ausus sim: quod ut boni consulas te etiam atque etiam rogo. Vale, et Vidam tui observantissimum dilige. Cremonæ, calendis febr. MDXXXVIII.

Tui observantissimus famulus
Hier. Vida, Albæ episcopus.

Al molto reverendo signor mio osservandissimo, il signor Marcello [Marcello Cervino, che fu poi papa] secretario secreto di Nostro Signore.

In queste parti et in Lombardia gli errori de' moderni heretici vanno molto hora dilatandosi: non parlo già della diocesi mia, che, per Dio gratia et per uno gagliardo Breve a me da nostro signore per sua benignità el suo prim'anno concesso contra tanto esenti quanto non, è assai ben netta. Dico la cosa esser in colmo; e, se non se li provede, vedo l'impendente total ruina. A questi giorni trovandomi in Asti per vedere il signor marchese del Vasto, et ivi ragionando sopra questa mala influentia, per alcuni predicatori, i quali in diversi lochi hanno havuto ardire predicare perniciosa dottrina contra il pubblico consenso d'antichi Padri, in molto pregiudicio de l'anime de' fedeli christiani, ritrovandosi a questi parlamenti il signor Giovanni Battista Speciano senatore di Milano et capitano generale di justitia, huomo molto da bene et catholico, mi promise volere alla fiata, anchor che sia occupatissimo, ire alle prediche, per potere obviare a tali inconvenienti: il che facendo, son certissimo sarà di molto freno a queste pesti, per la suprema autorità e potestà che tiene. Vero è che in la mente li resta qualche scrupolo, imperocchè essendo materia mera ecclesiastica, accasca spesse fiate fare qualche dimostrazione contra detti heretici; ma, dandoli poi da essere giudicati al giudice ecclesiastico, si vede che subito senza altra animadversione sono rilassati, sotto pretesto che siano pentiti et emendati, e che non siano relapsi. Io poi ritornato alla mia Chiesa, e facendo molta consideratione sopra questa cosa, et vedendo che questa setta di heretici non è per errore, ma per espressa malitia, e che non solamente fanno questo perchè così sentano, ma tutto procedere perchè attendono alla destruttione del vivere christiano, e sitiscono il sangue dei catholici, macchinando etiandio con l'arme in la vita nostra, e che non fu mai setta tanto pernitiosa, mi parerebbe se li dovesse precedere contra con maggiore severità, e non darli occasione di far peggio, perdonandoli sotto pretesto di falso pentimento. Questi falsamente repentiti (io ne ho veduto l'esperienza molte volte) fanno come gli uccelli, i quali sono stati in la rete una volta: non mutano il costume suo, ma sono assai più cauti, temendo di non cascare in la rete un'altra fiata, e con astutia serpentina al coperto spargono tutto il veneno, et fanno peggio assai che prima. Per obviare a tanto male, si serva pratica in Francia di condennare alla morte et al focho chi è represo, nè si aspetta che la seconda volta incappino; e, per questo, in quelle contrate capitano rarissimi heretici. Quando tal pratica si servasse in Italia, non sarebbe tanto dannoso, nè si dilaterebbe tanto questo male, il quale ogni dì va serpendo per summa impunità e licentia di delinquire. Nè mi parerìa fuori di proposito che hor si facesse una severa costitutione contra gli heretici, come al tempo d'Innocentio IIII in Concilio Lugdunense fu fatta contra quelli i quali commettevano homicidio per mezzo degli assassini; dove el detto pontefice volle che, constando che alcuno avesse commesso tal delitto, come inimico della religione christiana fusse diffidato da tutto il populo christiano, et ciascuno potente senza altra sententia lo potesse punire della vita. A questa impresa mi pare saria molto a proposito l'animo di nostro signore, come anche sua santità nel suo pontificato ha fatto altre imprese honorevolissime, intentate dagli altri pontefici suoi predecessori. Se pur sua beatitudine non volesse fare una cosa pubblica e generale, me parerìa molto a proposito ch'ella facesse electione d'alcuni signori seculari in Italia, persone di buona fama et catholici, alli quali desse piena libertà di potere executivamente punire tutti gli heretici convicti (o fusseron relapsi, o non), con partecipatione del vescovo di quella diocesi per riverenza. Se nè ancho questo piacesse a sua beatitudine fare in ogni loco, certo almeno sarìa necessario in Lombardia et in queste contrate di Piemonte. E, piacendole, non potrebbe trovare huomo più a proposito in queste parti di quello, del quale di sopra è fatta mentione, essendo dottore e dotto senatore, et capitano generale di justitia, di molta autorità. De l'integrità et virtù sua, sua beatitudine potrebbe far pigliare informatione dal reverendissimo cardinale di Veruli, havendo sua signoria reverendissima praticato molto tempo nel ducato di Milano. Tal facoltà ho inteso fu data altre volte al marchese di Saluzzo, e fu di tanto spavento in queste parti, che, poichè n'ebbe punito due o tre, mai più nel tenimento suo non si vide pur un heretico, ancorchè li circumvicini paesi ne fusseron pieni. Se tal facultà se fusse havuta, un mastro Agostino dell'Ordine de' Servi (credo sia aretino) [Dovrebb'essere maestro Agostino Bonucci da Arezzo, che nel 1542 fu generale dei Serviti, e del quale trattano gli Annali dei Servi di Maria al tom. II, pag. 131 dell'edizione lucchese del 1721], il quale or fa l'anno predicò gagliardamente in Cremona mille heresie, non sarìa partito impunito. Quest'anno poi predicando in Genova, non fu già tollerato dai Genovesi, ma scacciato con vergogna anti mezza quaresima; provisione certo non bastante, imperocchè un altro anno andarà a seminare queste male sementi altrove. Costui, oltra le bestemmie ch'ebbe ardimento predicare in Cremona contra Dio e li santi, tutto incumbeva a demolire la potestà ecclesiastica e del sommo pontefice. Venne a tanto, che seditiosamente tentò di persuadere al populo che fusse lecito ire a casa di prelati ecclesiastici, e popularmente depredarli, levando li grani e robe quanto se poteva. Per soddisfare al debito mio mi è parso non poter far di meno, che non procurassi per qualche via queste cose tanto periculose pervenissero a notitia di nostro signore, acciò vi facesse opportuna provisione come li paresse. Piacerà dunche alla signoria vostra, comunicando prima il tutto col reverendissimo et illustrissimo signore padron nostro (il cardinale Farnese), la cui signoria intendo già essersi applicata alle faccende, parlarne opportunamente con sua beatitudine. E s'ella non potesse comodamente fare che non li dicesse l'autore da chi ha queste cose, lo dica con tal destrezza, che sua santità non mi tenga nè presuntuoso, nè in tutto inetto, ch'io mi sia arrogato prescrivere quale modo s'habbia tenere circa cose di tanta importanza. Il zelo della fede et il studio ch'io ho sempre havuto a quella sacrosanta sede, m'hanno spinto a ciò fare.

Baso il piede di sua santità, le mani allo reverendissimo et illustrissimo signor padrone, et me raccomando alla signoria vostra.

In Alba alli XXVII di maggio MDXXXIX.

Se nostro signore ordinasse che 'l Breve fosse fatto al signor Giovanni Battista Spetiano, vostra signoria lo facci dare al mio agente. E perchè ho nuove fresche che monsignor illustrissimo e reverendissimo dovrà ire in Ispagna, in absentia sua insinui pur queste cose a sua beatitudine.

Di vostra signoria

servitore
Hier. Vida, vescovo d'Alba.


Segue la bozza d'un Breve, che il Vida proponeva alla Corte di Roma.

Paulus PP. III. Dilecto fili, salutem et apostolicam benedictionem.

Cum, sicut ad nostrum displicenter pervenit auditum, in partibus Lombardiæ ac totius fere Galliæ Cisalpinæ, scelere et culpa quorundam diversorum ordinum verbi Dei prædicationis officium sibi assumentium, magis ac magis recentium hæreticorum hæreses quotidie invalescant, multique eorum exemplo non pertimescant serere ac spargere perniciosa in suarum et aliorum Christi fidelium animarum periculum, atque in Dei et ejus sanctorum, nec non hujus sacrosanctæ sedis nostræ contemptum, sacros canones et sanctorum Patrum constitutiones ludibrio habentes, nitunturque in populo christiano, quantum possunt, seditiones commovere, ac totis viribus simplicium atque imperitæ multitudinis animos contra dictam sedem concitare non desinant; nos, ad quos ex commisso nobis desuper pastoralis officii debito pertinet in talibus debitam diligentiam adhibere, præmissis, ne deteriora parturiant, congruentibus remediis occurrere desiderantes, tibi, de quo in iis et aliis specialem in Domino fiduciam habemus, quique, ut accepimus, in ducatu Mediolani, atque in dictæ Galliæ Cisalpinæ plerisque regionibus potestate tibi a Cæsare contra delinquentes puniendos tradita plurimum polles, fideique catholicæ propugnator ac vindex strenuus semper extitisti, ac devotione quadam præcipua erga dictam sedem nostram teneris, per præsentes, auctoritate apostolica, motu proprio et ex certa scientia committimus et mandamus quatenus omnes et singulos utriusque sexus tam laicos et seculares, quam ecclesiasticos et quorumvis Ordinum regulares, cujuscumque dignitatis, status et conditionis, ac quovis exemptionis privilegio muniti fuerint, in præmissis culpabiles, hæresis videlicet labe aspersos, seu suspectos, eisve auxilium, consilium et favorem quomodolibet præstantes, nemine irrequisito, persequi, capere, ac detineri facere possis ac debeas, eosque deinde, ad Dei laudem et honorum exaltationem et perversorum exemplum, juxta canonicas sanctiones debilis pœnis compescere auctoritate nostra procures, requisito tamen ac tecum talibus examinandis ac condemnandis adhibito loci illius episcopo, seu ejus vicario, ubi talia contigerit perpetrari. Quia vero propter nimiam levitatem, qua judices ecclesiastici agere solent contra hujusmodi deprensos, sæpius contingit improbis majorem delinquendi causam atque occasionem præberi, cum quisque malus, spe facilis veniæ, confidentius ad malum invitetur, sæpiusque contingit hujusmodi perversos, prætextu falsæ pœnitentiæ, quam ecclesiæ constitutionibus illudentes preseferunt, ut mortem, atque alias pœnas evadant, pejores ac magis perditos fieri, magisque perniciosa audere, atque moliri, eadem auctoritate committimus ac mandamus ut, si eos, qui in hujusmodi crimine deprehensi fuerint, tu una cum dicto diocesano tales esse inveneritis, quod sine periculo eis parci nos possit, quod scilicet non tantum hæretica labe inquinati sint, sed insuper factiosi et seditiosi in populo christiano catholicorum ac bonorum sanguinem sitientes, ac dictæ sedis nostræ ruinam inhiantes quotidie nova moliantur, non expectes donec iterum deprehendantur, sed tu eos tunc primum etiam juxta legum imperialium severitatem, tamquam religionis hostes, a toto populo christiano diffidatos, digna animadversione punias; mandantes in virtuto sanctæ obedientiæ venerabilibus fratribus nostris archiepiscopis, episcopis, ac aliis ecclesiarum prælatis ut, quoties in præmissis in eorum diocesibus a te requisiti fuerint, operam et interventum suum non denegent, sed etiam auxilium, consilium, favorem opportune præbeant, non obstantibus præmissis ac quibusvis apostolicis, nec non in provincialibus et sinodalibus conciliis editis generalibus vel specialibus constitutionibus et ordinationibus, privilegiis quomodocumque indultis, et literis apostolicis etiam in forma Brevis, etiam motu simili, et ex certa scientia, ac de apostolicæ sedis potestatis plenitudine, etiam super exemptione et alias quomodolibet concessis, approbatis et innovatis, quæ adversus præmissa nullatenus suffragari posse, sed eis omnino derogari ac derogatum esse volumus, ac si de eis cxpressa mentio de verbo ad verbum hic facta foret, ceterisque contrariis quibuscumque. Datum Romæ etc.

A tergo. Dilecto filio Jo. Baptistæ Spetiano cæsareo senatori, ac justitiæ in ducatu Mediolani capitaneo generali.

Nota, tutta di pugno del Vida: — Si è facto questo schizzo per instrutione: uno pratico lo metterà poi in forma.

[48.] Lettere al Bullinger, 10 giugno, 15 agosto, 22 agosto 1558, 29 luglio 1559.

[49.] Raynaldi Ad ann.

[50.] Conoscesi un'altra Esortazione al martirio, colla Dottrina vecchia e nuova: e il Vergerio la dice opera di Urban Reggius (nato ad Argalonga (?), morto il 1541), «il quale quasi tra i primi hanno nominato e condannato; e anche in questa si vede la loro crudeltà, per ciò che vogliono ogni giorno affliggere e perseguitare, cacciare in prigione, metter in galera, mandare in bando, privare della dignità e della roba questo o quello, e non vogliono pure che egli abbia dove consolarsi».

[51.] Intendo un panegirico al tempo della Repubblica Cisalpina.

[52.] Julii Poggiani Epistolæ, vol. II, pag. X.

[53.] Carlo Borromeo come Pio IV erano milanesi, e qui per la Spagna governava a Milano in que' giorni don Gonsalvo Ferrante di Cordova, duca di Sessa.

[54.] Roscio de Porta III, 10.

[55.] Lettera del 29 ottobre 1535 a Gilberto Cousin (Cognato), nelle opere di questo. Tom. I, pag. 313.

[56.] Certe cronache esistenti nella Biblioteca Ambrosiana attribuiscono siffatte prove alla duchessa di Guastalla, istitutrice delle Angeliche di San Paolo.

[57.] Dà a Milano 250 mila abitanti; cento piazze da vendita, e in Europa non si trova città più abbondante di quella di cose da mangiare, come ancora di orefici, armaruoli, tessitori di panni di seta ecc. Il castello può assomigliare ad una mediocre città, mentre vi si trovano contrade, piazze, palazzi, botteghe d'ogni sorta d'artefici.

[58.] Vita di Sisto V.

[59.] Nella prefazione alla sua Vita di Cromuel si legge: «Può dirsi che le opere date in luce dal sig. Leti sino a quest'anno 1692 giungano al numero di ottanta, senza comprendere il P...nesimo moderno, il Conclave delle P..., il P...nesimo di Roma, il Parlatorio delle Monache, il Ruf... del gobbo di Rialto; delle quali opere vogliono autore il sig. Leti, che però da lui si nega; ed a' suoi confidenti, allorchè l'interrogano sopra tal materia, suol rispondere: Delicta juventutis meæ et ignorantias meas ne memineris, Domine... In italiano ha ancora fatto stampare molti epitalamj, come il Letto fiorito, il Trasporto d'amore, la Rôcca assediata, il Vicino avvicinato, l'Oriuolo sonoro ed altri versi».

[60.] Lo dice il Caracciolo, e vedasi il nostro Vol. II, PAG. 347.

[61.] P. II, p. 258.

[62.] Julii Poggiani, Ep. vol. I, p. 417, e di nuovo alla 428 e 435.

[63.] Roscio De Porta, vol. II, pag. 53.

[64.] De compendiosa architectura et complemento artis Lulli, 1580. È noto che Raimondo Lullo di Majorca, nell'Ars magna, volle ridurre l'intelligenza ad una specie di meccanica, che applicasse a qualsiasi soggetto alcuni predicati. Questi raccolse in classi, distinte con lettere dell'alfabeto, e le dispose in circoli concentrici, per modo che ciascuna lettera indicasse un attributo. La I componevasi di nove predicati assoluti: bontà, grandezza, durata, potenza, saggezza, volontà, virtù, verità, gloria; la II de' predicati relativi: differenza, concordia, opposizione, principio, mezzo, fine, maggiorità, coequazione, minoramenti; la III di domande: se? che? di che? perchè? di qual grandezza? di che qualità? quando? ove? come e con chi? la IV de' nove soggetti più universali: Dio, angelo, cielo, uomo, immaginativo, sensitivo, vegetativo, elementativo, stromentativo; la V de' nove predicati dell'accidentale: quantità, qualità, relazione, azione, passione, abito, sito, tempo, luogo; la VI delle nove moralità: giustizia, prudenza, coraggio, sobrietà, fede, speranza, carità, pazienza, pietà; e in contrario invidia, collera, incostanza, menzogna, avarizia, gola, lussuria, orgoglio, accidia. Tutti questi concetti, per mezzo di quattro circoli e de' triangoli iscritti, producevano certe combinazioni di predicati; per es. la bontà è grande, durevole, potente, concorde, mediante, finiente, aumentante, decrescente. Così da ciascuna delle trentasei caselle deduconsi dodici proposizioni, dodici mezzi, ventiquattro quistioni, e le specie della corrispondente. Credea con ciò trovato uno stromento universale della scienza che risolve tutte le quistioni mai immaginabili; ma in fatto non porgeva che parole per discorrere su tutte.

[65.] Nella chiesa di San Pancrazio a Firenze sta il ricordo d'un'altra vittima delle persecuzioni di Enrico VIII, Anna Sotwel, duchessa di Nortumbre, che quivi rifuggita morì. Il suo epitafio porta:

D. O. M.

Petis scire quid moliar? resolvor donec redeam.

Appetis quid fui? Anna Dudlea anglo danoque

Regali stigmate sata. Expetis quæ labilis vitæ

Comites? pulcritudo, virginitas, virtus, religio.

O mortalis caducitas! Letho relictis laribus

Rubertus Dudleus et Elisabeth Southuel

Nortumbrotum Warvicensiumque duces

Hoc mæstissimi parentes anno MDCXXIX

Mihi et filiæ dulcissimæ posuere

Disce timeque ergo viator

Forma charis virtus abi nunc Nortumbria princeps

Virgo sub hac secum condidit Anna petra.

[66.] Sono gli statuti 1548, 1551, 1558, 1563, 1581, 1585, 1595, 1688, 1700 dello Statute-Book; sul quale vedansi i commenti del Blackstone, Lib. IV, c. 8, e le applicazioni in tutte le storie inglesi.

[67.] Uno de' più fanatici scrittori del nostro tempo, J. M. Dargaud (Hist. de M. Stuart, Paris 1850) confessa che l'assassinio del Rizio fu meditato perchè si sentiva qu'il annullait la reine et ses alliés, les catholiques et le catholicisme, en même temps qu'il allait redonner vigueur à la reforme en cimentant l'alliance anglaise: e la dice une entreprise qui devait être le triomphe cruel de la réforme sur l'Eglise, du parti protestant sur le parti catholique, de Knox et du Nord, sur le pape et sur le Midi. Knox era l'apostolo della Chiesa scozzese, e Dargaud assicura che, consultato dai congiurati sull'assassino, il rassura leur consciences déjà si hardies. L'esprit du rigide docteur souffla sur eux, non pour le détourner du crime, mais pour les y précipiter. Il les y prépara comme à une sainte entreprise par la prière et par le jeûne... il mît de sa main d'apótre à l'assassinat le sceau religieux de son caractère et de son nom.

[68.] Non vestræ religionis dogmate probatum. De lampade combinatoria.

[69.] Oratio valedictoria.

[70.] Bartholmess, J. Bruno I, 161.

[71.] Vedasi il suo indirizzo all'accademia d'Oxford.

[72.]

Monas tota intima et extima tota

Omnia substentans graditur super omnia, nempe

Sola ipsa in toto, et totum consistit in ipsa.

[73.] De immenso et innumerabili, lib. I, c. 13. Del Principio, causa et uno. Dial. III. Est animal sacrum, sanctum et venerabile mundus. De immenso, lib. V.

[74.] Proem. epist. alla Cena delle Ceneri.

[75.] La Cena delle Ceneri, dedicatoria.

[76.] «Quel che altrove è contrario ed opposito, in Dio è uno e medesimo, e ogni cosa in lui è medesima». Della causa, principio ed uno. Dial. III.

[77.] Nota del 28 settembre 1592 negli Archivj di Venezia. Alcuni Documenti tratti dall'Archivio veneto intorno al Bruno furono pubblicati dal Fulin a Venezia il 1864 in occasione di nozze.

[78.] Bayle, Dictionnaire in Bruno e Spinosa.

È difficile accumular tante inesattezze quante in queste linee di Voltaire, su J. Rabelais: Les Italiens alors ressemblaient aux anciens Romains, qui se mouquaient impunément de leurs dieux, mais qui ne troublèrent jamais le culte reçu. Il n'y eut que G. Bruno, qui ayant bravé l'inquisiteur à Vénise, et s'étant fait un ennemi irréconciliable d'un homme si puissant et si dangéreux, fut recherché pour son livre Della bestia trionfante; on le fit périr par le supplice du feu, supplice inventé parmi les Chrétiens contre les héretiques. Ce livre est pis qu'hérétique: l'auteur n'admet que la loi des patriarches, la loi naturelle; il fut composé et imprimé à Londre chez le lord Philippe Sidney, l'un des plus grands hommes d'Angleterre, favori de la reine Elisabeth.

Il Giannone, copiando al solito il Capasso e il Parrino, e al solito triviale, scrive nel libro XXXIV, c. 8: «Discreditarono l'onorata impresa (d'innovar la filosofia) due frati domenicani, li quali, non tenendo nè legge nè misura, oltrepassando le giuste mete (!), siccome maggiormente accreditarono gli errori delle scuole, così posero in discredito coloro che volevano allontanarsene, ecc.».

E il Botta, lib. XV: «Non fermerommi a parlare del Bruno, perchè, avendo insegnato che i soli Ebrei erano discendenti di Adamo, che Mosè era un impostore ed un mago, che le sacre scritture sentivano del favoloso, ed altre bestemmie ancora peggiori di queste, fu arso a Roma al modo di Roma; rimedio abominevole contro opinioni pazze».

[79.] Πειρᾶσθαι τὸ ἐν ἡμῖν θεῖον ἀνάγνειν πρὸς τὸ ἐν τῳ παντὶ αθειον. Porfirio, Vita Plotini.

[80.] Quali il Quadrio e Hayn, oltre il Bayle che dubita di tutto, e che conchiude: il n'y a pas loin de l'incertitude à la fausseté dans des faits de cette nature.

La lettera dello Scioppio fu stampata nel 1621, venti anni dopo il fatto che narra, ma ventinove prima della morte di esso Scioppio, che non la smentì. Alcuni moderni vollero negare fosse dello Scioppio, ma Cristiano Bartholmess non esita a considerarla autentica, come non esitò Vittore Cousin, recandone i passi principali nei Fragmens de philosophie cartesienne. Fu ristampata nel 1705 a Jena da Struve, Act. liter. T. I, fasc. V p. 64-74, assai lunga, e noi ne caviamo solo quanto concerne il Bruno.

Corrado Rittershusio suo Gaspar Schoppius Fr. S.

«Quas ad nuperam tuam expostulatoriam epistolam rescripsi, non jam dubito quin tibi sint redditæ, quibus me tibi de vulgato responso meo satis purgatum confido. Ut vero nunc etiam scriberem, hodierna ipsa dies me instigat, qua Jordanus Brunus propter hæresim vivas publice in Campo Floræ ante theatrum Pompeji est combustus. Existimo enim et hoc ad extremam impressæ epistolæ meæ partem, qua de hæreticorum pœna egi, pertinere. Si enim nunc Romæ esses, ex perisque Italis audires lutheranum esse combustum, et ita non mediocriter in opinione tua de sevitia nostra confirmaveris.

«At semel scire debes, mi Rittershusi, Italos nostros inter hæreticos alba linea non signare, neque discernere novisse: sed quicquid est hæreticum, illud lutheranum esse putant. In qua simplicitate ut Deus illos conservet precor, ne sciant unquam quid hæresis alia ab aliis discrepet: vereor enim ne alioquin ista discernendi scientia nimis cara ipsis constet. Ut autem veritatem ipsam ex me accipias, narro tibi, idque ita esse fidem do testem, nullum prorsus lutheranum aut calvinianum, nisi relapsum vel publice scandalosum, ullo modo periclitari, nedum ut morte puniatur. Hæc sanctissimi domini nostri mens est, ut omnibus Lutheranis Romam pateat liber commeatus, utque a cardinalibus et prælatis curiæ nostræ omnis generis benevolentiam et humanitatem experiantur. Atque utinam hic esses! Scio fore ut rumores vulgatos mendacii damnes. Fuit superiore mense Saxo quidam nobilis hic apud nos, qui annum ipsum domi Bezæ vixerat. Is multis Catholicis innotuit; ipsi etiam confessario pontificis cardinali Baronio, qui eum humanissime excepit, et de religione nihil prorsus cura eo egit, nisi quod obiter eum adhortatus est ad veritatem investigandam. De periculo jussit eum fide sua esse securissimum, dum ne quod publice scandalum præberet. Ac mansisset ille nobiscum diutius, nisi sparso rumore de Anglis quibusdam in palatium Inquisitionis deductis, perterritus sibi metuisset. At Angli illi non erant, quod vulgo ab Italis dicuntur, lutherani, sed puritani, et de sacrilega verberibus sacramenti percussione Anglis usitata suspecti.

«Similiter forsan et ipse rumori vulgari crederem Brunum istum fuisse ob lutheranismum combustum, nisi Sanctæ Inquisitionis Officio interfuissem, dum sententia contra eum lata est, et sic scirem quamnam ille hæresim professus fuerit. Fuit enim Brunus ille patria nolanus, ex regno Neapolitano, professione dominicanus: qui eum jam annis abhinc octodecim de transubstantiatione (rationi nimium, ut Chrysostomus docet, repugnante) dubitare, imo eam prorsos negare, et statim virginitatem B. Mariæ (quam idem Chrysostomus omnibus cherubin et seraphin puriorem ait) in dubium vocare coepisset, Genevam abiit, et biennium istic commoratus, tandemque, quod calvinismum per omnia non probaret, inde ejectus, Lugdunum, inde Tholosam, hinc Parisios devenit, ibique extraordinarium professorem egit, cum videret ordinarios cogi missæ sacro interesse. Postea Londinum profectus, libellum illic edidit de Bestia triumphante, hoc est, papa, quem vestri, honoris causa, bestiam appellare solent. Inde Wittenbergam abiit ibique publicæ professus est biennium, nisi fallor. Hinc Pragam delatus, librum edidit de Immenso et Infinito, itemque de Innumerabilibus (si titulum sat recte memini, nam, libros ipsos Pragæ habui) et rursus alium de Umbris et Ideis; in quibus horrenda prorsus absurdissima docet, v. g. mundos esse innumerabiles; animam de corpore in corpus, imo et alium in mundum migrare: unam animam bina corpora informare posse, magiam esse rem bonam et licitam; Spiritum Sanctum esse nihil aliud nisi animam mundi, et hoc voluisse Moysem dum scribit eum fovisse aquas: mundum esse ab æterno, Moysem miracula sua per magiam operatum esse, in qua plus profecerat quam reliqui Ægyptii, eum leges suas confinxisse, sacras litteras esse somnium, diabolum salvatum iri; solos Hebræos ab Adamo et Eva originem ducere, reliquos ab iis duobus Deus pridie fecerat; Christum non esse Deum, sed fuisse magum insignem et hominibus illusisse, ac propterea merito suspensum (Italice impiccato), non crucifixum esse; prophetas et apostolos fuisse homines nequam, magos, et plerosque suspensos. Denique infinitum foret omnia ejus portenta recensere, quæ ipse et libris et viva voce asseruit. Uno verbo ut dicam, quicquid unquam ab ethnicorum philosophis, vel a nostris antiquis et recentioribus hæreticis est assertum, id omne ipse propugnavit. Pragam Brunsvigam et Helmstadium pervenit et ibi aliquandiu professus dicitur. Inde Francofortum, librum editurus adiit, tandemque Venetiis in Inquisitionis manus pervenit, ubi diu satis cum fuisset, Romam missus, et sæpius a Sancto Officio, quod vocant Inquisitionis, examinatus, et a summis theologis convictus, modo quadraginta dies obtinuit quibus deliberaret, modo promisit palinodiam, modo denuo suas nugas defendit, modo alios quadraginta dies impetravit. Sed tandem nihil egit aliud, nisi ut Pontificem et Inquisitionem deluderet. Fere igitur biennio postquam hinc in Inquisitionem devenit, nupera die nona februarj in supremi Inquisitoris palatio, præsentibus illustrissimis cardinalibus Sancti Officii Inquisitionis (qui et senio et rerum usu et theologiæ jurisque scientia reliquis præstant) et consultoribus theologis, et seculari magistratu urbis gubernatore, fuit Brunus ille in locum Inquisitionis introductus, ibique genubus flexis sententiam contra se pronuntiari audiit. Ea autem fuit hujusmodi. Narrata fuit ejus vita, studia et dogmata, et qualem Inquisitio diligentiam in convertendo illo fraterne adhibuerit, qualemque ille pertinaciam et impietatem ostenderit; inde eum degradarunt, ut dicimus, prorsusque excomunicarunt et sæculari magistratui tradiderunt puniendum, rogantes ut quam clementissime et sine sanguinis profusione puniretur. Hæc cum ita essent peracta, nihil ille respondit aliud, nisi minabundus: «Majori forsan cum timore sententiam in me dicitis, quam ego accipiam». Sic a lictoribus gubernatoris in carcerem deductus, ibique octiduo asservatus fuit, si vel nunc errores suos revocare vellet. Sed frustra. Hodie igitur ad rogum sive pyram deductus est. Cum Salvatoris crucifixi imago ei jamjam morituro ostenderetur, torvo eam vultu aspernatus, rejecit. Sicque ustulatus misere periit, renunciaturus credo in reliquis illis quos finxit mundis quonam pacto homines blasphemi et impii a Romanis tractari solent».

«Hic itaque, mi Rittershusi, modus est quo contra homines, imo contra monstra hujusmodi procedi a nobis solet. Scire nunc ex te studeam an iste modus tibi probetur: an vero velis licere unicuique quidvis et credere et profiteri. Equidem existimo te non posse eum probare. Sed illud addendum forte putabis: Lutheranos talia non docere neque credere, ac proinde aliter tractandos esse. Assentimur ergo tibi, et nullum prorsus Lutheranum comburimus. Sed de ipso vestro Luthero aliam forte rationem inierimus. Quid enim dices si asseram, et probare tibi possim Lutherum non eadem quidem quæ Brunus, sed vel absurdiora magisque horrenda, non dico in Convivialibus, sed in iis quos vivus edidit libris, tanquam sententias, dogmata et oracula docuisse? Mone, quæso, si nondum satis novisti, eum qui veritatem tot seculis sepultam nobis eruit, et faciam ipsa tibi loca in quibus succum quincti istius evangelii deprehendas, quamvis istic Anatomiam Lutheri a Pistorio habere possitis. Nunc si et Lutherus Brunus est, quid de eo lieri debero censes? Nimirum tardipedi Deo dandum infelicibus ustulandum lignis; quid illis postea qui eum pro evangelista, propheta, tertio Elia habent? Hoc tibi cogitandum potius relinquo. Tantum ut hoc mihi credas, Romanos non ea severitate erga hæreticos experiri qua creduntur, et qua debebant forte erga illos, qui scientes, volentes pereunt.

Romæ, a. d. 17 februar. 1600».

[81.] Allo Scioppio scrive: Mens mea subito in id quod cupit immutatur.

[82.] Città del Sole, cap. XXVII. Della Monarchia Spagnuola, c. 27.

[83.] Aforismi politici 75, 78, 81, 83.

[84.] Afor. 70.

[85.] Della Monarchia Spagnuola, c. 6.

[86.] Poesie, pag. 100.

[87.] Aforismi 84, 87. Quando dicemmo non esister il libro De tribus impostoribus, intendevamo l'antico. Il nostro Campanella, nell'Atheismus triumphatus, dice fu stampato trent'anni prima della sua nascita, il che lo porterebbe al 1538: e un'indicazione così precisa, e in lavoro polemico, farebbe credere l'avesse realmente veduto. Quel che ora conosciamo col titolo di De tribus impostoribus magnis liber, sebbene supposto del 1598, è di Cristiano Kortholt, stampato ad Amburgo il 1701 in-4º. A Yverdun, nel 1768, fu stampato un Traité des trois imposteurs, che si finge tradotto, ma in realtà è tutt'altr'opera.

[88.] Aforismi 70, 88, 89, 90, 91.

[89.] Discorso II del papato.

[90.] Utinam non serperet interius hujusmodi pestis, quam Machiavellus seminavit, docens religionem esse artem politicam ad populos in officio, spe paradisi et timore infernorum, retinendis. Ateismo trionfante.

[91.] Sue parole in una relazione sincrona della congiura, pubblicata nel 1845 dal Capialbi.

[92.] Poesie filosofiche, pag. 26, 141, 116.

[93.] De sensu rerum et magia, IV, 20.

[94.] Conjunctiones magnœ in quolibet trigono perseverant annis fere ducentis, et possunt in subditis: mox transeunt ad subsequens, et subvertitur omnium circulus in 800; et tum in rebus dura mutatio. Ib.

[95.] Vedansi Vito Capialbi, Documenti inediti circa la voluta ribellione di Tommaso Campanella, Napoli 1840, e Michele Baldacchini, Vita di T. Campanella, Napoli 1840, e con molte variazioni nel 1847.

[96.] Vedi Salvator De Renzi, La cospirazione di Calabria del 1599.

[97.] Archivio storico del 1866.

[98.] Lettera 13 agosto 1606 nell'Archivio storico del 1866. Di maggiore pazzia fa segno un'altra lettera di 20 giorni più tardi, ove dice aver interrogato il demonio, e saputo che nel 1607 la podestà pontifizia soffrirebbe gran danno, e nel 25 v'avrebbe due papi, e altri avvisi e profezie «che non basteria sei fogli di carta»: e dopo rovinato il papato, sorgerà un papa divino (l'antico sogno del papa Angelico), ed altri che avran lo Spirito Santo manifesto, e trarranno alla fede Turchi e Settentrionali. Si badi ai flagelli onde son percosse la Germania e Venezia. Non tengasi fede ai principi, che non aspirano se non alle entrate della Chiesa. Per riparare vuolsi la penitenza; impedir che i principi gittino a terra i canoni, e alzino le loro costituzioni, e neghino al papa il gladio materiale.

[99.] Amphiteatrum, pag. 118.

[100.] Vedasi La vie et les sentiments de Lucilio Vanini. Rotterdam 1717. Gli è avversissimo ma ancor peggio P. Garasse, il quale, nella Doctrine curieuse des beaux esprits de notre temps, comincia a parlarne con queste frasi: Les deux plus nobles exécutions qui se soient faites de nos jours, montrent évidement que la fin des athéistes dogmatizans est toujours accompagnée d'une particulière malédiction de Dieu et des hommes. La premiére fut à Tholose en la personne de L. Vaninus, homme d'un courage dé sespérè... homme de néant... mechant bellistre, e dopo infinite altre ingiurie dice che, chiesto di far emenda onorevole a Dio, al re, alla giustizia, rispose: «A Dio non credo: il re non offesi: per la giustizia, i diavoli la portino, se pur diavoli c'è». Nella Apologia pro J. C. Vanino, stampata a Rotterdam 1712, si risponde ai diciotto capi d'accusa che si davano contro di lui da un anonimo che lo diceva ateo.

Il presidente Gramond, nella Historia Galliæ ab excessu Henrici IV, l. 3, narra a disteso il supplizio del Vanino come testimonio oculare. Espostene le colpe, e l'ipocrisia in carcere e il sopraggiunto furore, dice: «Non avea però ragione di dire che moriva intrepido. Io l'ho visto abbattuto, con aspetto orribile, spirito inquieto... Prima di mettere fuoco al rogo gli si ordinò di presentare la lingua per tagliargliela. Ricusò: e il boja non potè averla che con tenaglie. Mai non fu udito un grido più spaventevole: l'avreste creduto il muggito d'un bue. Il resto del suo corpo fu consumato dal fuoco, e le ceneri gettate al vento».

Il Vanini, dove annovera le varie ipotesi sull'origine della razza umana, pone anche quella che la fa derivare dalle scimmie; ma quidam mitiores athei solos ætiopes ex simiarum genere et semine prodiisse attestantur, quia et color idem in utrisque conspicitur: e che i primi uomini andavano a quattro zampe, e solo per un'educazione particolare cambiarono un uso, che ritorna nella vecchiaja. Vedasi pure Schramm ecc.

Vedansi P. Garasse, Doctrine serieuse.

G. M. Schramm, De vita et scriptis famosi athei J. C. Vanini. Custrin 1799.

P. F. Arpe, Apologia pro J. C. Vanino. Rotterdam 1712.

J. G. Olearius, De vita et factis J. C. Vanini. Jena 1708.

Fuhrmann, Leben des Vanini. Lipsia 1800.

Emile Vaisse, Lucilio Vanini, sa vie, sa doctrine, sa mort: nelle Memorie dell'Accademia di Tolosa.

Œuvres philosophiques de Vanini, traduites pour la première fois par Rousselot. Parigi 1842.

[101.] In testa alla Buccinata v'era un Crocifisso coronato d'uno sciame d'api (stemma dei Barberini), colla scritta Circumdederunt me sicut apes et exarserunt sicut ignis in spinis.

[102.] Di Ferrante Pallavicino l'Indice de' libri proibiti registra: Lettere amorose. — La pudicizia schernita. — La rete di Vulcano. — Il Corriero svaligiato. — Il Divorzio celeste. — Le Bellezze dell'anima. — La Bersabea. — Il Giuseppe. — Panegirici, epitalamj, discorsi accademici, novelle. — Il Principe Ermafrodito. — Il Sansone. — La Scena retorica. — La Susanna. — La Taliclea.

Nel 1655 si fece un'edizione a Venezia delle sue opere permesse, in quattro volumi: ma la cercata è quella delle Opere scelte, fatta a Ginevra colla data di Villafranca 1660, e le peggiori furono anche tradotte. Il Brusoni, ch'era amico del Pallavicino, ne pubblicò la vita e il catalogo delle opere, copiato dal Marchand in nota all'articolo Pallavicino. Il titolo di Corriere svaligiato fu poi dato da Mirabeau a un suo libello politico. A disteso parla del Pallavicino il Poggiali nelle Memorie per la storia letteraria di Piacenza, n, 170.

[103.] Della battaglia di Cappel il cardinale Accolti mandava una lunga descrizione al Sadoleto in lettera del 4 dicembre 1531, fra il resto dicendo che ceciderunt quamplurimi sacerdotes qui, abjurato veræ religionis cultu, sese in Satanæ famulatum conjecerant; repertusque est multis vulneribus confectus Zuinglius, qui primus ad Helvetios attulit pestifera Lutheranorum dogmata, eisque, ob singularem qua maxime inter Helveticos florebat opinionem virtutis, doctrinæ et sapientiæ, assidue imperitorum animos imbuebat. J. Sadoleti Ep. lib. VII.

[104.] Jo. Toniolae Cœtus italici qui Basileæ colligitur. Basilea 1661. Del Toniola abbiamo pure Basilea sepulta, retecta, continuata, hoc est tam urbis quam agri basileensis monumenta sepulchralia.

[105.] Nel 1860 fu pubblicato a Parigi Mathieu Zell, le premier pasteur évangélique de Strasbourg (1477-1548) et sa femme Catherine Schutz: étude biografique et historique par Ernest Lehr. E ad Erbelfeld in tedesco: Capiton e Butzer, riformatori di Strasburgo, secondo le loro lettere inedite, gli scritti stampati ed altre fonti contemporanee, per J. G. Baum.

[106.] Eccone la lista:

Muralto nobile signor Martino e Lucia Orella sua moglie con quattro figliuole.

Duni nobile Taddeo, Elisabetta sua moglie e due figliuole, e Giangiacomo fratello.

Ronco nobile Lodovico, Maria sua moglie e tre figli.

Appiano Francesco Michele con una figlia.

Cozolo Battista e Bernardino suo figlio.

Postcollonia Protaso, Franceschina sua moglie e una figlia, e Bartolomeo suo fratello.

Zareto (o Cereto) Giovan Giacomo, Caterina sua moglie con tre figliuoli, e Caterina madre di lui.

Orelli Luigi di Gioaneto; Apollonia sua moglie e tre figli.

Rossalino Giovan Antonio, Elisabetta sua moglie, Girolamo, Lorenzo e tre altri figli.

Toma Pietro di Giovan Maria: Franceschina sua moglie e cinque figli.

Toma Sebastiano, Clara sua moglie con due figlie, Marta sorella: Giovanni.

Raffagno Zannino e Caterina sua moglie.

Raffagno Evangelista, Margherita sua moglie e una figlia.

Raffagno maestro Francesco, e Caterina madre dei Raffagni.

Riva Giovanni Antonio, Maddalena sua moglie, maestro Nicolò, Bernardino e Anna lor figli con tre altri.

Lucia, moglie del signor Francesco di Gavirate.

Cereto Maestro Battista.

Verzasca Francesco, Caterina sua moglie e una figlia.

Verzasca Giovan Antonio e Bartolomeo, due sorelle e tre figlie di queste.

Appiano Filippo con tre figli: Parisio con moglie e quattro figli: Caterina con tre figli: Sebastiano con moglie o due figli.

Appiano Francesco di Nicola con moglie e due figlie. Carlo Appiano suo fratello con moglie.

Fasolo Andrea.

Muralto Giovanni: Barbara sua moglie: Giangiacomo loro figlio e tre figliuole.

Andreolo Andreoli con moglie e due figli.

Giambattista de' Baddi con moglie, e Tommaso.

Trovano Alberto con moglie, e Albertino; e Pietro Paolo con moglie e tre figli.

Pairano maestro Giovanni Antonio, Bernardina sua moglie e due figli.

Orello Bartolomeo e Filippo; Francesco di Guffrino Orelli: Margarita sua moglie e una figlia: Francesca sorella.

Orelli Battista di Alessandro con moglie e quattro figli.

Cattaneo Bartolomeo di Orello.

Albrizzi Battista, Giovannina sua moglie e due figli.

Muralto Giovan Antonio, Lucia moglie e Maddalena figlia: Catarina: Anna moglie di Paolo Orelli.

Riva Giovanni di Franceschino.

Francioso Giovanni Luigi e figlio.

Lancelotto Giovanni Angelo: Susanna sua moglie con cinque figli.

Romerio Francesco e sua madre.

Rozzolli Francesco di Antonio.

Gordulino Giovanni.

Taddei Maestro Giovanni Pietro di Giovan Antonio.

Porcio Damiano.

Mercazio Filippo con moglie e figli.

Giovannina moglie di Giovan Battista Rabazotini.

Pebbia Stefano con moglie e tre figli.

Giacobina moglie di Pietro Ragazzi con un figlio.

Albertini maestro Francesco con moglie e quattro figli.

Antonia di Bernardo Benada di Gavirate.

Margherita moglie di Luigino Ronchi, e Lodovica sorella di questo.

[107.] Dagli annali di Gregorio XIII pubblicati dal p. Theiner, raccolgo che, al congresso dei signori Svizzeri tenuto a Lugano nel 1584, l'arciprete di San Lorenzo pregava esso papa di concedere a que' preti di dire due messe ne' luoghi di più difficile accesso, siccome già n'aveano avuta la concessione dai vescovi di Como, allora tolta dal visitatore Bonomo.

[108.] Ep. apud Oltrocchi, notæ ad vitam sancti Caroli, lib. VII, c. 4.

[109.] Compertum est nullum ferme ex quingentis et amplius, qui labes apud nos suas deposuerunt, lethalis culpæ reum fuisse auditum. Lettera del padre Gagliardo, da cui togliamo la descrizione di questo viaggio.

[110.] Samuele, figlio del Trontano, ed un Brocca con tutta la sua famiglia si resero cattolici nel 1584, come abbiamo dai manuscritti del Borromeo.

[111.] Vedi Oltrocchi, ib. 684-694. Ripamonti, Hist. Patr., Dec. IV, lib. V, e qui sopra vol. II, pag. 386.

[112.] Tobia Eglino racconta con gran dolore questi atti del Borromeo nella Mesolcina, e che colà un frate che da tre anni vi dicea messa, annunziò di farsi evangelico. E narra d'aver lungamente in Roma servito il cardinale Araceli genovese, che venuto a morte, si pentì d'avere scritto molto contro il Vangelo, e confidar della misericordia di Dio; assai cose favellò con lui sulla giustificazione e sul purgatorio, contro le opinioni papistiche, ond'egli pensò uscir da quelle tenebre. Venuto a Milano, cacciò un ghiro nel tabernacolo, acciocchè rodesse il sacro pane, e così corbellare i frati che lo credeano Dio. Quinci pericolo, ma coll'ajuto d'amici cremonesi campato, fuggì in Mesolcina. Ora voler consacrarsi a Cristo, ed esservi molti desiderosi di lasciar la messa ecc. La lettera del 9 giugno 1571 è in Hottinger, Helv. Kirch. Gesch., tom. III, pag. 900.

[113.] Giussano, Vita ecc.

[114.] Erano l'Adorno, il Grattarola, il Boverio. Il Grattarola in una lettera descrive il processo fattogli in un'osteria, presenti quindici giudici insigniti della collana d'oro, i quali alfine dovendogli impor una multa, s'accontentarono che pagasse da cena a tutti.

[115.] Il passaggio del Sangotardo era allora une de' più formidabili, pure fin dal 1374 l'abate di Dissentis vi avea posto un piccolo ospizio. Nel suo viaggio san Carlo determinò porvi una fabbrica solida; ma morì prima d'eseguirla, e Federico Borromeo vi collocò nel 1602 un prete con casa. L'ospizio fu poi eretto nel 1683 dall'arcivescovo Visconti, con due frati cappuccini per assistere i viandanti. Si sa come soccombette nella guerra contro il Sunderbund.

[116.] Appartiene a quel tempo l'avventura del prigioniero di Chillon, che nei fasti della Casa di Savoja figura come quella del Giannone. Francesco di Bonivard, priore di San Vincenzo a Ginevra, di gran nobiltà savojarda e coltissimo, inchinava a' Riformati, e molto cooperò a spinger Ginevra nell'alleanza con Berna. Perciò dal duca di Savoja era odiato. Volendo egli andar a trovare sua madre ammalata a Seyssel, domandò un salvocondotto, ma nel ritorno fu côlto e gettato nel castello di Chillon, ove stette quattro anni finchè i Bernesi lo liberarono.

[117.] Le ultime opere che conosciamo intorno a Calvino sono:

Bungener, Calvin, sa vie, ses œuvres et ses écrits. Ginevra 1862.

Geschichte des französichen Calvinismus bis zur national Versammlung in Jahre 1789 von Gottlob Von Polenz. Gotha 1857 e seg.

Magnin, Hist. de l'établissement de la réforme à Genève.

Ch. Charronnet, Les guerres de réligion et la société protestante dans les Hautes Alpes (1560-1789). Gap 1861.

P. Charpenne, Hist. de la réforme et des réformateurs de Genève, suivie de la lettre du cardinal Sadolet et de la réponse de Calvin. Avignone 1860: è in senso cattolico.

J. Gaberel, Hist. de l'Eglise de Genève depuis le comencement de la reformation jusqu'en 1815. Ginevra 1855, 1858 e 1862.

[118.] Non facea che dar aspetto legale a queste dottrine Rousseau, allorchè sosteneva che tocca al Governo stabilir la religione civile: che il sovrano, senza poter obbligare nessuno a creder gli articoli della fede civile, può bandire chiunque non li crede. Se alcuno, dopo riconosciuti pubblicamente questi dogmi, si conduce come se non li credesse, sia punito di morte. Contrat Social, liv. IV, c. 8.

Giudicando l'opera di Bonnet sopra Calvino, Ernesto Renan parlò lungamente di questo, trovando affatto naturale la sua intolleranza. Ne leviamo alcune linee: «Quella inflessibilità che forma il carattere dell'uomo d'azione, Calvino l'ebbe più d'ogni altro. Non so se si troverebbe un tipo più compiuto dell'ambizioso, geloso di far trionfare il suo pensiero perchè lo crede vero. Niuna cura di ricchezze, di titoli, d'onori: non fasto: vita modesta: apparente umiltà; tutto sagrificato al proposito di formar gli altri a sua similitudine. Solo Ignazio di Lojola potrebbe disputargli la palma: ma il Lojola vi metteva un ardore spagnuolo e un impeto d'immaginazione che hanno la loro bellezza: restò sempre un vecchio leggitor dell'Amadigi, che dopo la cavalleria mondana, seguiva la cavalleria spirituale, mentre Calvino ha tutte le durezze della passione, senza averne l'entusiasmo... Fa meraviglia che un uomo sì poco simpatico, sia stato al suo tempo il centro d'un movimento immenso... e che una delle donne più illustri del suo tempo, la Renata di Francia, nella sua Corte di Ferrara circondata dal fior de' letterati, s'invaghisse di questo maestro austero, e s'avviluppasse per lui in una strada così spinosa...

«Conseguenza inevitabile del carattere e della posizione di Calvino fu l'intolleranza... Pare una contraddizione che Calvino, reclamando focosamente la libertà per sè e suoi, la ricusasse poi agli altri. Eppure ciò va di suo piede: credea diverso dai Cattolici, ma assoluto quant'essi. La libertà di credere, il diritto di formarsi un simbolo da sè, non era apparso ai Protestanti del XVI secolo... Quello zelo violento che trae l'uomo convinto a procurar la salute delle anime con mezzi poderosi e senza badare alla libertà, traspira da tutte le lettere di Calvino... Come i Cattolici, reclama la tolleranza non a nome della libertà, ma della verità. — Le violenze sue contro Serveto, Bossec, Gruet, Gentile ed altri non faceano meraviglia; erano di diritto comune.

«La moderazione e la tolleranza, virtù supreme d'età critiche come la nostra, non istarebbero in un secolo dominato da convinzioni ardenti e assolute. Era la fede che in Ispagna e ne' Paesi Bassi accendeva i roghi, e alzava patiboli: quelle ecatombe offerte alla verità (cioè a quel che credeasi tale) hanno la loro grandezza, e non s'ha da esagerare nel compianger coloro che soccombettero in questa lotta grandiosa, dove ciascuno combatteva pel suo Dio: la fede gli immolò, siccome la fede li sostenne... Come creder a mezzo quello per cui si è perseguitati? Qual fede vacillante non diverrebbe fanatica colla tortura? La gioja di soffrir per la sua fede è talmente grande, che più d'una volta si videro nature passionate abbracciar opinioni pel gusto di sacrificarvisi».

[119.] Monumenta Vaticana LXXXIV.

[120.] Delle buone relazioni del Sadoleto con Melantone e delle speranze della costui conversione è curioso testimonio una lettera del nunzio Girolamo Rorario al cardinal Verulano, da Pordenone il 21 febbrajo 1539:

«Scrissi alli 17 del presente al reverendo Sadoleto e a vostra signoria illustrissima significandole come don Michele Brazetto mio compatriota, già mesi tre, partì da qui per Vittemberga, dove si è con gran familiarità intrinsecato con Filippo Melantone, di modo che gli ha aperto tutto il cor suo, ed ha fatto conoscere la bona mente sua verso la sede apostolica: e di ciò etiam ne porta testimonio con una sua, scritta al reverendo Sadoleto in risposta d'una di sua santità reverendissima. Ed io ne tengo fermezza grande, fondata sopra un natural presupposito, che essendo lui il più dotto di Germania; e in altri luoghi ancora avendo pochi pari, è da giudicare che lui conosce la via della verità: la qual conoscendo, e ritrovandosi in povertà grande, ed aver un figlio, non è da credere che lui voglia viver povero e dannato, e lasciar il suo figlio in la medesima e maggior dopo lui povertà e dannazione, possendo provveder all'uno e all'altro. E tanto più quanto da chi l'ha conosciuto è stato conosciuto per modestissima persona: e Dio volesse gli altri arrabbiati d'Alemagna fossero stati simili a lui! E io mi ricordo in Augusta all'ultima Dieta, Melanton cercando poner pace e riconciliar la Germania alla sede apostolica, scrisse una sua, ancorchè fosse presente a M. Luca Bonfilio, allor secretario del reverendissimo Campeggio, ricercando gli fosse concesso tre cose: comunicare sub utraque specie; matrimonio de' sacerdoti; del terzo non mi ricordo, ma mi par era cosa più leggiera di ciascuna di queste due: e prometteva che del resto s'aquieteriano, ed io parlandone col reverendo Campeggio, mi rispose in conclusione che conosceva le domande non esser tali che la sede apostolica gliele potesse senza scandalo concedere: ma che li conosceva ghiotti, e che quando avesse concesso questo, non stariano contenti, e domanderiano etiam delle altre cose, persuadendo alli popoli che, così come erano stati gabbati in queste, non altrimenti erano nel resto....» (Archivio vaticano, Nuntiatura Germaniæ, VIII).

[121.] Comme ainsi soit que par ton excellente doctrine et grace merveilleuse en parler tu ayes (et à bon droit) mérité qu'entre les gens savans de nostre temps tu sois tenu comme en grande admiration et estime, et principalement des vrais sectateurs des bonnes lettres, il me desplait merveilleusement qu'il faille que, par cette mienne expostulation et complainte qu'à présent pourras ouir, soye contraint publiquement toucher et aucunement blesser icelle tienne bonne renommée et opinion.

Vedasi il nostro vol. III, p. 153, e Joly, Étude sur Sadolet. Caen 1856.

[122.] Registro della Chiesa italiana.

«Bernardino di Seswar, uomo dotto, desidera predicar pubblicamente la parola di Dio in italiano, si risolve di dargli posto nella cappella del cardinale a San Pietro per un po' di tempo, poi potrà esser messo a San Gervaso». Registri, 13 ottobre 1542. Troviamo questo passo in Picot, Istoria di Ginevra, ma noi, alla nota 17 del Discorso XXIII, supponemmo deva dire Bernardino di Siena. L'errore stesso tornerebbe ove Calvino dice: Bernardinus de Seswar, primus pastor ecclesiæ; italicæ, quæ Genevæ, mense octobris 1542, erecta est in gratiam Italorum qui se huc, evangelii causa, receperant; e lo loda per la vigorosa guerra che moveva all'anticristo. Epistola Calvini Vireto.

[123.] Amsterdam 1686, parte III, lib. III.

[124.] Parte III, lib. I.

[125.] Dai registri di Stato copiati da Galiffe, Notices généalogiques.

[126.] Fra i tanti libri di colà conosciamo Antithesis Christi et Antichristi, videlicet papæ, versibus ac figuris venustissimis illustrata. Genevæ 1578, in-8º piccolo con 36 figure in legno.

[127.] Bolla Dilectum filium, 14 giugno 1560.

[128.] Nel 1865 a Uster, canton di Zurigo, il pastore Vögelin scandalizzò gli ortodossi co' suoi ardimenti, sicchè sessanta ministri zuricani gli opposero una dichiarazione pubblica, dove lo accusano di non aver nè predicazione, nè dottrina cristiana evangelica; di scalzare l'autorità della sacra scrittura e il rispetto dei popoli pei documenti sacri della rivelazione; di negar la divinità e santità assoluta di Gesù Cristo e i miracoli; di indegnamente abbassar gli apostoli; di far uso arbitrario delle dichiarazioni del Salvatore; di caratterizzare la dottrina in un modo leggero e irriflessivo, ecc., e invocavano i superiori della Chiesa a frenarne la parola.

Questi superiori sono il Consiglio comunale di Uster, il quale rispose che essi pastori non aveano autorità di dichiarar false le dottrine di Vögelin; usar esso della libertà sua, com'essi della loro: badassero ai doveri del loro ministero, e non a dar consigli.

[129.] La lista è stampata, ma con moltissimi errori, nell'opera del Gaberel, vol. I, p, 211 delle note, e va sino al 1612, in cui è notato Giovanni Lodovico Calandrini figlio di Giovanni. Per dire d'alcuni, al 1563 abbiamo Battista Curti del lago di Como, Pietro Casale e Andrea Casale di Gravedona, Giovanni Andrea Rocca di Brescia, Stefano Barbieri di Soncino, Antonio Capellaro di Modena. Nel 1564 molti di Montacuto di Calabria, e varj Piemontesi. Nel 1565 Evangelista Offredi di Cremona, nel 1567 e 68 Pietro Duca d'Alba, Francesco Micheli di Cremona, Gotardo Canale di Conegliano: nel 1573 Nicolò Tiene di Vicenza, Galeazzo Ponzone cremonese: nel 1577 Giacomo Puerari di Cremona: nel 1580 Giuseppe Giussani milanese: nel 1582 Giulio Paravicino pur milanese: nel 1587 Giacomo Antonio di Gardone bresciano: nel 1589 Giovanni Giorgio Pallavicino, Ippolito e Lodovico Sadoleto di Valtellina.

[130.] I confini delle due gerarchie sociali delineava insignemente nel XII secolo Ugo da San Vittore. Illa potestas dicitur sæcularis, ista spiritualis nominatur. In utraque potestate diversi sunt gradus et ordines potestatum, sub uno tamen utriusque capite distributi, et velut ab uno principio deducti et ad unum relati. Terrena potestas caput habet regem; spiritualis potestas summum pontificem; ad potestatem regis pertinent quæ terrena sunt, et ad terrenam vitam facta omnia; ad potestatem summi pontificis pertinent quæ sunt spiritualia, et vitæ spirituali attributa universa. De Sacramentis, lib. II, p. 2, c. 4.

[131.] Distinguono l'infedeltà in positiva, privativa, negativa. Positiva, di quelli che respingono la cognizione del vangelo: privativa, di quelli che per colpa lo ignorano; negativa, di quelli che non sentirono mai parlare della rivelazione. L'infedeltà positiva e privativa non è scusabile dalla Chiesa; ma la negativa è involontaria, e perciò non colpevole. Gesù Cristo disse: «Se non fossi venuto e non avessi parlato, non avrebbero colpa» (Jo. XV, 22). E san Paolo (ad Rom. X, 14): «Come crederanno a colui di cui non han sentito parlare, e come ne sentiranno parlare se a loro non si predichi?». La Chiesa condannò il dire che: «L'infedeltà, puramente negativa in quelli ai quali non è stato predicato Gesù Cristo, è un peccato».

Quanto alla necessità del battesimo, il Concilio di Trento lo volle in re vel in voto: e il desiderio implicito si può intendere in colui che, pur non avendo conoscenza del battesimo, è nella disposizione di fare tutto ciò che Dio prescrive come mezzo e salute. Vedi Gousset, Teologia dogmatica. Trattato della Chiesa, parte I, capo V, art. III, N. 914.

[132.] Vedasi sopra, nel Discorso III.

[133.] A. Vinet, Essai sur la manifestation des convictions religieuses. Parigi 1842.

[134.] Il Dumoulin diceva che i decreti del Concilio di Trento «non possono menomamente esser ricevuti senza violare la maestà reale e la sua giustizia senza calpestar l'autorità dei tre Stati di Francia; l'autorità della Corte e del Parlamento e la libertà del popolo cristiano». Conseil sur le fait du Concile.

[135.] L'exequatur o placet regio può esser considerato come una notizia che il principe prende delle mutazioni di uffizj o di cose pubbliche, che il potere universale pontifizio introduce nel dominio particolare di esso principe, e fin qui è ispezione modesta e legittima. Diviene usurpazione quando considera il papa come un principe straniero, che non ha giurisdizione sul territorio altrui se non col beneplacito dello Stato. Clemente VIII nel 1596 scriveva all'Olivares vicerè di Napoli, che «è falsa la immemorabile antichità dell'exequatur, anzi ne son notissime le origini e le cagioni». In fatto nacque essa durante il grande scisma, quando Urbano VI nel 1378 ordinò ai vescovi di esaminar le bolle pontifizie prima d'eseguirle, onde accertare se venissero dal papa legittimo o dall'antipapa Clemente VII. I principi usarono l'eguale cautela, ma cessata l'occasione, lasciarono ancora la libera autorità. Chi primo pose restrizione fu il Portogallo verso il 1486, di che fu avvertito seriamente da Sisto IV e da Innocenzo VIII: e i principi e i ministri colsero volentieri quest'esempio per esercitare ingerenza sulle provisioni papali, e legar la Chiesa allo Stato. Benedetto XIV, nel gennajo 1742 dirigeva in tal proposito una istruzione alla Corte di Torino, nella quale dicea tollerar la visione delle bolle e dei brevi, ma senza che vi si apponesse alcun decreto d'esecuzione; e anche dalla visione eccettuava le bolle dogmatiche in materia di fede, le bolle e i brevi che regolano il ben vivere e i santi costumi, quelle di giubilei e indulgenze, della sacra penitenzieria, e le lettere scritte dalle sacre congregazioni ai vescovi o ad altre persone per informazione.

[136.] Alcuni ecclesiastici impedivano di far passare le acque sulle loro terre: libertà d'acquedotto ch'è uno de' più utili statuti antichi del Milanese, e causa di tanta prosperità agricola. San Carlo, considerando hac in re non de Ecclesiæ ejusve ministrorum damno, sed de utilitate evidenti agi, comanda di non opporvisi. Editto 21 agosto 1572.

[137.] È questa la più rinomata fra le delegazioni fatte dal pontefice a secolari. Urbano II al 5 luglio 1098 avrebbe dato a re Roggero e suoi successori le facoltà di legato a latere, e di eleggere loro vicarj col titolo di giudici della Monarchia; avendo così giurisdizione sopra i vescovi, sino a poter annullare interdetti e scomuniche e le sentenze loro, e sospenderli; annichilar le sentenze e pene pontifizie se non approvate da esso tribunale. Tanto erano esorbitanti tali concessioni, che dubitavasi della autenticità. Esaminato bene l'atto, appare che, ne' diplomi originali con cui Roggero eresse chiese e conventi, esprimeasi sempre «con intesa e per comando di Urbano II»: il Baronio dimostrò la falsità dell'atto del 1098, per lo che l'ultimo volume de' suoi Annali fu escluso dalla Spagna, ed egli stesso ebbe l'esclusione da pontefice nel conclave del 1605. Per quattrocentrenta anni non se ne trova menzione, fin quando al 1513 l'avvocato Giovan Luca Barberio lo pubblicò nel Caput brevium, collezione dei diplomi delle Due Sicilie, non indicando donde l'avesse tratto. Nel 1578 dallo Zurita stampavasi l'Historia Sicula di Gaufrido Malaterra, contemporaneo di Urbano II, nella quale esso breve era introdotto al lib. IV, c. 29, ma potrebbe esservi intruso o alterato. Carlo V se ne giovò, e nel 1526 lo facea sottoscrivere dai consiglieri di Sicilia, e pubblicare nel libro De Monarchia.

Del resto quel breve porta quod omni vitæ tuæ tempore, vel filii tui Simonis, aut alterius, qui legitimus tui hæres extiterit, nullum in terra potestatis vestræ, præter voluntatem aut consilium vestrum, legatum romanæ Ecclesiæ statuemus: quinimmo, quæ per legatum acturi sumus, per vestram industriam legati vice exhiberi volumus, ecc. Valea dunque soltanto per esso Roggero e pel suo primogenito Simone, o per l'altro figlio. Eppure di là vennero interminabili contese, tratto tratto sopite con particolari concessioni di papi; massimamente Clemente XI colla costituzione del 1715 Romanus pontifex provide a reprimere i grandi abusi, e meglio Benedetto XIII fissò i limiti de' poteri della Monarchia. Carlo VI violò subito il concordato, e in appresso i re se ne fecero appoggio onde pretendere come legali quelle invasioni che in Toscana e altrove si faceano sopra l'autorità ecclesiastica, e s'andò via via ampliando, sin a vedersi nel 1860 Garibaldi sedere sul trono, e ricevere l'incensata. Vedi La Sicilia e la Santa Sede. Malta 1865.

[138.] Cronaca manuscritta nella biblioteca comunale di Palermo, 2. q. E. 55.

[139.] Lo dichiara negli Uffizi del Cardinale, lib. I, p. 64.

[140.] Questa teorica fu, ai dì nostri, ravvivata dal Gioberti nel Primato e nei Prolegomeni. Il padre Ventura disse che «il potere politico dev'essere subordinato all'ecclesiastico quanto il domestico al politico». Vedasi anche Audisio, Diritto pubblico della Chiesa e delle genti cristiane. Vol. 3. Roma 1863.

[141.] De laicis, lib. III, c. 6: Certum est politicam potestatem a Deo esse... Jus divinum nulli homini particulari dedit hanc potestatem; ergo dedit multitudini... Respublica non potest per se ipsam exercere hanc potestatem; ergo tenetur eam transferre in aliquem unum, vel aliquos paucos... Pendet a consensu multitudinis constituere super se regem, vel consules, vel alios magistratus... Sublato jure positivo, non est major ratio cur ex multis æqualibus unus potius quam alius dominetur...

[142.] Summus ponfifex simpliciter et absolute est supra Ecclesiam universam et supra Concilium generale, ita ut nullum in terris supra se judicem agnoscat. De Concilii auctoritate, cap. 17.

[143.] De romano pontifice capite totius militantis Ecclesiæ, II, 29. Pontifex ut pontifex, etsi non habet ullam mere temporalem potestatem, tamen in ordine ad bonum spirituale habet summam potestatem disponendi de temporalibus rebus omnium Christianorum.

[144.] Reges quæ imperent justa facere imperando quæ volent injusta. Hobbes, De cive 112. L'opinione attribuita al Bellarmino si fonda principalmente sul De romano pontifice, lib. IV, c. 5; ma l'ultimo punto suole travisarsi.

[145.] L'Antibellarmino di Adamo Scherzer; un altro di Samuele Weber, l'Antibellarmino contratto di Corrado Vorstio; l'Antibellarmino biblico di Giorgio Albrecht; il Collegio antibellarminiano di Amando Polano; le Disputazioni antibellarminiane di Lodovico Crell; il Bellarmino enervato di Guglielmo Amesio; e taciamo altri, fra cui le confutazioni di re Giacomo Stuart. Anche Duplessis-Mornay scrisse il Mistero d'iniquità o storia del papato, per quali progressi salì al colmo; che opposizione gli fece la gente dabbene di tempo in tempo, dove si difendono i diritti degli imperatori, re e principi cristiani contro le asserzioni de cardinali Bellarmino e Baronio. Saumur, 1611.

[146.] Dopo altri, Agostino e Luigi De Backer stamparono a Liège, nel 1853 e seguenti, in sette grossi volumi la Bibliothéque des écrivains de la compagnie de Jesus. Il catalogo delle opere del Bellarmino còlle traduzioni e le confutazioni occupa quarantasei colonne. Molte volte furono ristampate le Disputationes de controversiis fidei adversus hujus temporis hæreticos. Il Bellarmino, a istanza del cardinale Tarugi, compose la Dottrina cristiana breve: e per ordine di Clemente VIII la Dichiarazione più copiosa della dottrina cristiana. Fu approvato dai più insigni teologi e dai papi, e dal Concilio romano del 1725: e attaccato dai Giansenisti, massime da G. B. Guadagnini; contro del quale Francesco Gusta scrisse la Difesa del Catechismo del vener. cardinal Bellarmino, Venezia 1799.

[147.] A questo concetto del deporre i re da un pezzo rinunziarono i papi. Il 23 giugno 1791 il cardinale Antonelli, prefetto della Propaganda dirigeva una nota ai vescovi d'Irlanda, ove dice: «Bisogna ben distinguere fra i veri diritti della sede apostolica e quel che maliziosamente gl'imputano. La Santa Sede non insegnò mai che si deva ricusare fedeltà a sovrani eretici, e che un giuramento prestato a re fuor della comunione cattolica deva esser violato, o che sia permesso al papa di privarli de' loro diritti temporali».

I vescovi degli Stati Uniti, raccolti nel V concilio di Baltimora, mandarono al papa un indirizzo ove de' loro avversarj dicono: «Sforzansi ispirare sospetti contro i loro fratelli cattolici che versarono il sangue per la libertà di questo paese: pretendono che noi siamo sotto il dominio del papa per le cose civili e politiche, e che così dipendiamo da un sovrano straniero... Molti di noi dichiararono vigorosamente e con giuramento che il papa non esercita verun potere civile; e questa dichiarazione fu benissimo accetta da Gregorio XVI». Vedasi M. Affre, Essai sur la suprématie temporelle du pape, 1829. Questi, contro il Lamennais, dimostrò che la bolla di Bonifazio VIII è stata abrogata pochi anni dopo da Clemente V in quanto diceva che la podestà temporale fosse sottomessa alla correzione della potenza spirituale.

Francesco Suarez, al quale il Grozio non sapea trovar l'eguale per acume filosofico e teologico, dimostra che sentimento comune de' giureconsulti e teologi era che il potere dei re vien loro da Dio per mezzo del popolo, e ne sono responsali non solo a Dio, ma anche al popolo. Un predicatore davanti a Filippo II a Madrid, avendo pronunziato che «i sovrani hanno potere assoluto sulla persona e i beni de' sudditi», l'Inquisizione lo processò, condannollo a penitenze e a ritrattarsi dicendo dal pulpito che «i re non hanno sui loro sudditi altri poteri se non quello accordato loro dal diritto divino e dall'umano, e nessuno che proceda dalla loro volontà libera e assoluta». Vedi Balmès, Il Protestantismo paragonato al cattolicismo.

Talmente si avea gelosia delle pretendenze papali, che la Gerusalemme conquistata del Tasso fu proibita dal parlamento di Parigi perchè, descrivendo le turbolenze di Francia, vi si dice nel canto XX, 77 del papa che

ei solo il re può dare al regno

E 'l regno al re, domi i tiranni e i mostri,

E placargli del cielo il grave sdegno.

[148.] Il cardinale Sforza Pallavicini volea che la Corte di Roma fosse ricchissima, affine di provvedere non solo allo spirito, ma anche alle utilità secondo la carne, essendo «quell'anima che tiene in unità tanti regni, e costituisce un corpo politico il più formidabile, il più virtuoso, il più letterato, il più felice che sia in terra». Perciò richiede «torrenti di pecunia», e viver pomposo di cardinali, e proporzionato ne' vescovi; e che a Roma concorrano a servizio uomini d'ogni natura, e quei che vivono solo dello spirito, e quei che per soprapiù desiderano i beni mondani, e quei che tali beni antepongono a quelli dell'anima.

[149.] Campo dicesi a Venezia quel che altrove piazza o largo.

[150.] Terrazzino.

[151.] Diarj manuscritti, T. XXIX, pag. 126 e 482.

[152.] Luthebi, Op. compl. edit. Walch. XXI, pag. 1092.

[153.] Ecco la parte, quale sta nella biblioteca di Brera a Milano, fra avanzi di carte tolte a Venezia nelle depredazioni del regno d'Italia.

«E' stà sempre instituto del religiosissimo Stato nostro insectar li heretici et estirpar così detestando crimine, sicome nella Promission del ser. Principe et capitolar di Conseglieri nei primi capituli si legge, dal che sine dubio è processa la protetione che sempre il Sig. Dio ha havuta della Repubblica nostra, come per infinite esperientie di tempo in tempo si è veduto, onde essendo in questa materia dei strigoni et heretici da proceder con gran maturità, però.

«L'anderà parte, che chiamando nel Collegio nostro il reverendissimo legato, intervenendo i Capi di questo Consiglio, gli sia per il Serenissimo Principe nostro, con quelle gravi et accomodate parole pareranno alla sapientia de sua Serenità, dechiarato quanto l'importi che questa materia sia con maturità et giustitia trattata et terminata in forma, che, giusta l'intention et desiderio nostro, tutto passi giuridicamente et con satisfation dell'honor del Signor Dio et della fede cattolica. Et però ne par debbino esser deputati a questa inquisitione uno o doi Reverendissimi Episcopi, insieme con un venerandissimo inquisitor, i quali tutti siano di dottrina, bontà et integrità prestanti ac omni exceptioni maiores, acciò non s'incorri nelli errori vien detto esser seguiti fin questo giorno: et unitamente con doi eccellentissimi dottori di Bressa habbino a formar legitime i processi contra detti strigoni et heretici. Formati veramente i processi, citra tamen torturam, siano portati a Bressa, dove per i predetti, colla presentia et intervento di ambi li Rettori nostri et colla corte del podestà et quattro altri dottori di Bressa della qualità sopra deta, sieno letti essi processi fatti, con aldir etiam i rei et intender se i ratificheranno li loro ditti se i vorranno dir altro: nec non far nove esaminationi et repetitioni et etiam torturar, se così giudicheranno espediente. Le quali cose fatte con ogni diligentia et circonspetione, si procedi poi alla sententia per quelli a chi l'appartien, giusta il Consiglio delli sopra nominati, all'esecution della qual, servatis omnibus praemissis et non aliter, sia dato il brachio seculare. Et questo anche si ha a servar nelli processi formati per avanti, nonostante che le sententie fossero sta fatte sopra di quelli. Praeterea sì efficacemente parlato con ditto Reverendissimo legato et datoli cargo che circa le spese da esser fatte per l'inquisitione, el facci tal limitation che sia conveniente et senza estorsion o manzarie, come si dice esser sta fatte fino al presente, sed imprimis si trovi alcun espediente che l'appetito del denaro non sia causa di far condannar o vergognar alcuno, senza over con minima colpa, sicome vien dimostrato fin hora in molti esser seguito. Et dee cader in consideratione che quelli poveri di Valcamonica sono gente semplice et di pochissimo ingegno, et che hariano non minor bisogno di predicatori con prudenti instrutioni della fede catholica, che di persecutori con severe animadversioni, essendo un tanto numero di anime quante si ritrovano in quelli monti et vallade. Demum sia suaso il Reverendissimo legato alla deputation di alcune persone idonee, quali habbino a riveder et investigar le mancanzie et altre cose malfatte, sindicare et castigar quelli che havessero perpetrati di mancamenti che si divulgano con mormoratione; universale et questo sia fatto de presenti senza interposizion di tempo per bon esempio di tutti. Et ex nunc captum sit che, da poi fatto la presente essecutione con il Reverendissimo legato, si venga a questo Consiglio per deliberar quanto si haverà a scriver alli Rettori nostri de Bressa et altrove, sicome sarà giudicato necessario, et sia etiam preso che tutte le pignoration ordinate et fatte da poi la suspension presa a 12 dicembre pross. praet. in questo Consiglio, siano irrite et nulle, ne haver debbano alcuna essecutione».

[154.] Monumenta Vaticana, XCII e XCVIII. In quel tempo v'era famoso predicatore frà Zaccaria da Luni, che nel 1534 ottenne dal senato l'isola di San Secondo, ove molti concorsero sotto la regola di san Domenico. Vedi Codagli, Hist. dell'isola e monastero di San Secondo. Questo frà Zaccaria scrisse una Defensio qua tuetur H. Savonarolam, sociosque ab hæresi immunes esse; manuscritto già nel convento di San Marco di Firenze.

[155.] Epistolæ, col. 150 e 154, ediz. di Londra.

[156.] Vedi Lettere d'uomini illustri conservate in Roma. Parma 1853, p. 181.

[157.] Secondo Lebret, Staatsgescichte von Venedig II, parte II, pag. 1168.

[158.] Melanchtonis epist., T. I, pag. 100, e vedi Allwoerden, Hist. M. Serveti, p. 34.

[159.] Pier Filippo Pandolfini, residente di Toscana a Venezia, ai 17 giugno 1546 scrive d'aver raccomandato al senato M. Francesco Strozzi, e n'ebbe in risposta dal principe che quei signori erano certificati esser lui innocente, e falsamente imputato d'eresia. E in altra del 23 luglio, che lo Strozzi avea detto villanie al legato e minaccie, e con ciò ritardato la decisione. Più tardi annunzia che fu liberato. Lo stesso scrive, ai 7 maggio 1547, che i Signori hanno creato tre uomini dei primi della città, che insieme col nunzio procedano contro a' Luterani. Arch. Dipl. di Firenze.

[160.] Lettera di Valerio Amanio, 30 maggio; ibid.

[161.] Cioè di Padova, Brescia, Cividal di Belluno, Vicenza, Bergamo, Feltre, Verona, Treviso, Udine, Chioggia, Adria, Capodistria.

[162.] Giudizio sopra le lettere di XIII uomini illustri.

[163.] Manuscritto nella libreria di Zurigo.

[164.] Il Romanin, nel vol. V, pag. 328 della sua Storia di Venezia, rimprovera me dell'aver detto che Venezia fu severa e fino atroce nel punire gli eretici. Parli il fatto. Il Romanin era ebreo, e non poteva intender bene l'organamento cristiano, troppo poco conosciuto anche da' nostri. Egli dunque, a mostrare la mitezza del Governo veneto, cita i molti riguardi usati agli Ebrei. Che ci ha a fare? gli Ebrei non cadeano sotto la giurisdizione dell'Inquisizione o della Chiesa cattolica (lo dicemmo) se non in quanto tentassero fare proseliti.

[165.] Questo dispaccio dell'ambasciatore Matteo Dandolo, da Roma, 15 giugno 1550, trovasi nella Biblioteca di Brera.

«Excellentissimi Domini. Lunedì poco dopo vespero, venne a me il reverendo Mignanello, già legato de lì, che è quello che, fuor che di cose di Stato, fa per la santità sua più che alcun altro, e mi disse, che ella me lo avea mandato per farmi intendere che quella mattina in concistoro quattro reverendissimi cardinali de' più vecchi e più gravi gli erano andati alla sedia a far grave querimonia de Luterani, che si trovano per il stato dell'Ecc. vostra, e della poca cura che se gli mette, proponendogli et eccitandola a volerne far lei qualche gagliarda provisione con mandargli un legato a posta per questo, o tutto quello, che gli parrà, per non lasciare andare più innanti in simili luoghi sì propinqui, tanta peste; che lei gli avea promesso e la buona diligenzia di quell'eccellentissimo domino, et ogni provisione necessaria o conveniente, ma che me lo avea voluto mandare a far intendere per lui, pregandomi a scriverne in calda forma, offerendogli l'opera sua, e di mandargli Legato o Prelato a posta, e qual altra cosa se gli saprà dimandare; ricordandogli, per il grande amore che porta a quel Stato, oltra il debito suo servizio al Signor Dio, quanto che gli può nuocere indubitatamente del particolare e temporale, et a non volersi fidare in questo de' suoi cittadini delle sue terre, perchè si può ben dubitare che l'Ecc. vostre non siano amate da tutti. Io per risposta gli dissi di quelle cose che altre fiate a Sua Santità ho detto, e di quel dignissimo Magistrato contro Luterani, e di quanto se gli opera con l'assistenzia de' suoi legali et auditori di essi; che sua signoria che gli è stata, ben lo potea giustificare: che di Venezia io ne ero quasi sicuro, ma di altri luoghi di quel Stato non sapevo altro, salvo che mi pareva di poter prometter, che da quell'amplissimo Magistrato non se gli manchi, nè se gli sia per mancare, sì che non potrà essere bisogno nè di Legato, nè di altro prelato; che l'Ecc. vostre non mancheranno del debito e solito loro verso il Signor Dio e cose sue, ma che io non mancherei di scriverglielo per il primo corriero; del che, se ben me ne avea fatta pressa, mostrò di contentarsi che io non glielo avessi ad espedire altrimenti a posta. Da buona via poi ho inteso, buona parte causa di questo essere stato alcuni frati inquisitori, che qui riferiscono cose grandi di Bressa, e forse anco maggiori di Bergamo; tra le quali di alcuni artesani, che vanno la festa per le ville, e montano sopra i alberi a predicar la setta luterana a popoli e contadini, e dicono esserne un processo da Bergamo già più di un anno mandato all'Ecc. vostra giustificatissimo contra simili, i quali non ne sentendo alcuna contraddizione, non che castigo, si sono invaliditi, e vanno continuando al peggio che ponno..... Nel fine mi disse, che quasi si era scordato di parlarmi di cosa molto importante. E mi entrò in questa, ma con gran dolcezza e dimostrazione di amorevolezza, con dire che gli convenia ben quest'ufficio per l'amor di Dio, ma lo facea anco per amor di quel Stato, pregandolo a voler avvertire in ogni modo, perchè gli ne potrebbe andar assai, e che quando gli vorrebbe provveder poi non potrebbe. Allegando l'Imperatore, che con un segno di croce nel principio si sarebbe potuto provvedere, e con non se ne aver curato, si può dire ne sii venuto a perder l'imperio, ch'el non sa che fare, nè che dire lì ove si attrova, nè come partirsi; che è pur più grande Stato assai quello che gli ubedia, che non è quello dell'Ecc. vostra replicandomi dirlo con non manco amore verso di quelle, che del suo debito verso il Signor Dio. Devenendo ai particolari massime di Bergamo e poi di Bressa, che di essa sa esser noto a quelle. E poi disse anco di Padoa, che quasi non ne può aver pazienzia, che in quel studio, ove sono tanti scolari teneri e nobili, si possono fornire di questa detestanda dottrina; della qual Padova io gli dissi, per haverne molta pratica come privato e in Reggimento che gli son stato, non ne aveva mai sentito parola. Mi disse, Non la trovareste così ora; so ben quel ch'io mi dico, ma per il vero di quel studio qui per molti è diffamato di tal setta un dottor piemontese, conduttovi già non molto tempo a uno de' primarj luoghi di legge. E lei continuando mi disse: Offerite a quei signori se gli paresse, che gli mandassamo o qualche prelato espresso per questo, o qual provisione che vogliano, che non ci sparagnino in quel che potemo, che noi non se gli sparagnaremo punto. Pregateli per l'amor di Dio, in nome nostro, per l'amor di Dio e per l'amor di loro, che sapemo ciò che gli dicemo. E per non mancar di quel tanto che per ora potemo, facevo ritornar il vescovo di Verona, che a nostro servizio stava in Alemagna, a custodire quella terra, che non s'infetti anche essa tra tante tanto infette. — Io laudai la santità sua del paterno e debito affetto alla religione, e la ringraziai di quello che la dimostrava a quell'inclito Stato, replicandogli le cose sopra dette di quel dignissimo Magistrato, e della diligenzia che in quell'alma città si usa, e che io non credevo si mancasse di usarla anco in quelle altre città sue; nondimeno che io non mancherei di scriverglielo diligentemente come la mi commettea, promettendogli diligenzia tale dell'Ecc. vostra che non gli sarebbe bisogno di altro Prelato per questo; ma gli offrirei quelle paternali offerte che la gli facea; e così me ne pregò di novo».

[166.] Da carte 139 del vol. I, Parti et decisioni del Consiglio dei X e maggior consiglio, segnato n. LIX del catalogo presente. Altre leggi si hanno sullo stesso argomento, del 29 dicembre 1550, del 13 marzo 1555.

[167.] Cod. DCXCVII, classe VII ital. nella Marciana.

[168.] Dispaccio da Roma, Cod. MCCLXXIX della Marciana.

[169.] Archivio di Stato di Firenze, filza 4898.

[170.] Cod. CCCLXVII, Classe VII ital.

[171.] Cod. Urbin. 859, fol. 325.

[172.] Vedi il nostro vol. I, pag. 176. A Riva di Trento, nel 1560 fu stampato un compendio della logica d'Averroè; molte volte ristampato, rimase classico fra gli Israeliti fino a questi ultimi tempi.

[173.] Ecco il preambolo del suo Trattato sull'anima, giusta il manuscritto della Marciana, classe VI, n. 190.

Explicaturi libros Aristotelis de anima, quamvis illis auditoribus eos exponamus, quos a rectæ veritatis tramite, quem aperit christiana religio, deviaturos nec timendum est, nec potest credi, ob sanctas et religiosas institutiones in quibus vivunt, tamen, ob nostrum legendi munus non debemus sine præfatione hujusmodi contemplationem aggredi. Estote igitur admoniti nos in hac pertractatione vobis non dicturos quid sentiendum sit de anima humana, illud enim sanctius me, et vere præscriptum est in sancta Romana Ecclesia: sed solum dicturum quod dixerit Aristotelis. Per sapientiam enim certe insipientiam assequeremur, si magis Aristoteli quam sanctis viris credere vellemus. Aristoteles enim unus est homo, et dicit Scriptura, Omnis homo mendax, Deus veritas; quare veritatem ex Deo ipso et ex sanctis hominibus, qui ex Deo locuti sunt, accipere debemus, atque illam semper et constanter anteponere omnibus aliorum sententiis, quamvis viri qui illas protulerint sint apud mundum in existimatione. Rationes omnes quibus Aristoteles, de anima loquens, videtur esse veritati contrarius solvunt præcipue theologi, ex quibus S. Thomas et alii ipso recentiores. Quare quotiescumque continget ut aliquid dicatur minus consonum veritati, habebitis apud istos quid sit respondendum, et ego illud opportune memorabo, quandoquidem in his libris hanc sum expositionem scripturus, ut nihil dissimulem eorum quæ ab Aristotele dicuntur, et dictorum fundamenta, prout ex ingenio potero, aperiam; quandocumque tamen aliquid accidet, quod a veritate christiana sit remotum, illud admonebo, et quomodo allata fundamenta sint removenda declarabo. Scitote tamen quod non sunt multa in quibus Aristoteles dissentiit a veritate, et illa non sunt ita demonstrata, ut non possint habere demostrationum resolutionem. Hic igitur est modus nostræ expositionis, quam non aliter facere debemus ex sacrorum canonum decreto.

[174.] Sta nella biblioteca di Monte Cassino, n. 483.

[175.] Selectarum disputationum theologic., vol. I, p. 206.

[176.] Elogi d'uomini letterati, T. II, p. 124.

[177.] Vives, De veritate fidei, lib. II, pag. 264.

[178.] Bullarium Romanum.

[179.] Defensione al serenissimo doge Donato. «Un certo Muzio, la cui professione è dettar cartelli e condurre gli uomini ad ammazzarsi negli steccati, è fatto teologo papesco in tre giorni, e di più bargello de' papisti. E se ne domandi il signor castellano di Milano se è vero che colui avesse preso la corte e la sbirreria, e fosse andato cum fustibus et gladiis per prender quel buon servo di Cristo M. Celso Martinengo, e darlo in man degli Scribi e Farisei». Negli archivj di Ginevra è notato: «Il conte Celso Massimiliano Martinengo di Brescia arrivò in questa città nel mese di marzo 1552, e poco dopo fu stabilito ministro della Chiesa».

[180.] Filippo Gallizio scrive al Bullinger da Coira, l'ultimo di febbrajo 1552.

«Celso Martinenghi, passando di qua, mi sostenne che non si può colle scritture canoniche provare la parola di trinità e di persone; e che noi non dobbiamo usar voci non usate da' Padri: che la verginità di Maria dopo il primo parto non ci è accertata dalle Scritture: che il battistero deve escludersi dal tempio... Comander si meraviglia che cosa vogliano: io credo rechino in petto cose che poi oseranno versar fuori..... Dall'Italia s'ode esservi chi non teme dire che Cristo nacque dal seme di Giuseppe, e quel che Matteo e Luca narrano della concezione di Cristo per opera dello Spirito Santo, non è altrimenti appoggiato al vangelo. Quelle teste ambiziose non possono requiare».

E il Comander al Bullinger, 5 aprile 1552: «L'Italia è sbranata dagli Anabatisti, ed anche la nostra Valtellina. Il Martinengo, infetto di questa macchia andò in Inghilterra: mettansi in avvertenza i buoni contro costoro».

[181.] Il Morone, interrogato se conoscesse il Soranso, rispose: «Quest'uomo veniva qualche volta da me, e mostrava di esser riformato, e sempre mi parlava delle cose di Cristo. Ed una volta essendo lui stato chiamato a Roma, mi disse ch'era stato accusato in molti articoli, e lo trovai che voleva cavalcare a spasso fuor di Roma, e cominciò a parlare del matrimonio de' sacerdoti, e contendeva che questo si poteva fare, e che il cardinale Sfondrato avea tollerato un prete che avea moglie. Io non potea patir questa impudenza di parlare, e gli diceva che non era vero, e cercava con molte ragioni persuadergli il contrario».

[182.] Hieronimi Zanchii Responsio ad Jo. Sturmium. Nel tom. VIII delle Oper. Theol., col. 835.

[183.] Melchior Adam, Vitæ Theol. exter., p. 151. Vedi il nostro VOL. II, pag. 206.

[184.] Non nei Benedettini, come dice il Carrara nel Nuovo Dizionario istorico, pubblicato in Bassano nel 1796. Oltre quest'esteso articolo, del Negri parlò il Verci nelle Notizie degli scrittori bassanesi. Li contraddisse il grigione Domenico Rosio de Porta, ministro riformato a Soglio nel 1794, dirigendosi al delegato don Fedele di Vertemate Franchi; poi più diligentemente Giambattista Roberti, Notizie storico-critiche della vita e delle opere di Francesco Negri, Bassano 1839. È errore del Quadrio il farlo di Lovere.

[185.] Abbiamo desiderato notizie delle persone nominate in questa lettera; ma solo potemmo raccogliere dal sullodato signor Baseggio che il Fornasiero era agostiniano e bassanese, come anche il Testa; fuggirono di patria, nè più se ne seppe; nè si potè raccapezzare la corrispondenza ch'essi tenevano collo Spiera.

[186.] Il Vergerio ne fece la prefazione e alcune note nell'edizione del 1550, nella quale leggesi il nome di F. Negri. Se n'ha una traduzione francese anonima del 1559 colla data di Villafranca, cioè Ginevra, e una in latino dell'anno e luogo stesso.

[187.]

Esse diu mentitus erat se Papa per orbem

Semideumque virum, semivirumque Deum.

At vere hunc, retegente Deo, nunc esse videmus

Semisatanque virum, semivirumque Satan.

Atto III, sc. 4.

[188.] Altri fecero composizioni teatrali intorno alle controversie religiose. Nominatamente Tommaso Kirchmaier (Maogeorgus) di Staubing in Baviera compose Incendia, sive Pyrgopolinices tragædia, nefanda quorumdam papistarum facinora exponens (Wirtenberg 1538): Mercator, seu judicium, in qua (tragædia) in conspectu ponuntur apostolica et papistica doctrina, quantum utraque in conscientiæ certamine valeat et efficiat, et quis utriusque futurus sit exitus, 1539.

Abbiamo anche una «Commedia piacevole della vera, antica, romana, cattolica ed apostolica Chiesa, nella quale dagli interlocutori vengono disputate e spedite tutte le controversie fra i Cattolici romani, Luterani, Zuingliani, Calvinisti, Anabattisti, Svenfeldiani ed altri». Romanopoli 1537.

Si hanno tre medaglie coniate al Negri, e queste opere:

Rhætia, sive de situ et moribus Rhætorum.

De Fanini faventini ac Dominici bassanensis morte, qui nuper ob Christum in Italia romani pontificis jussu impie occisi sunt, brevis historia. Chiavenna 1550.

Historia Francisci Spieræ civitatulani qui, quod susceptam semel evangelicæ veritatis professionem abnegasset, in horrendam incidit desperationem. Tubinga 1555 (probabilmente tradotta dall'italiano del Vergerio).

[189.] Lubienecius, nella Hist. reform. polonicæ, 1685, riferisce che nel 1546 si teneano congreghe a Vicenza: che un abate Bucalo fuggì di colà a Tessalonica con quaranta compagni: Giulio Trevisano, Francesco da Ruego, Jacobo da Chiari furono presi: quest'ultimo morì, gli altri furono strangolati a Venezia. L'abate morì a Damasco, e i suoi compagni si sparsero nell'Elvezia, in Moravia ecc.

[190.] Quest'onorevole amico ci ha pur comunicato un atto del notaro Bartolomeo Buzato del 29 novembre 1300, con cui il Sant'Uffizio di Vicenza vende a Manfredino quondam Zuanetto alcune case confiscate a Negro Misini: l'ordine dato il 20 ottobre 1227 ai frati di quella provincia di predicar contro i Patarini, giusta la bolla di Gregorio IX; un atto notarile del 4 dicembre 1281 con cui il vicario del vescovo di Vicenza condanna l'usurajo Sclate; e una del 9 febbrajo 1292, con cui l'inquisitore frà Bonagiunta di Mantova condanna Bartolomeo Spezzabraghe di Sandrigo a pagare 200 lire veronesi al Sant'Uffizio per bestemmie proferite contro il corpo di Cristo.

[191.] Eusebius captivus, sive modus procedendi in curia romana contra Lutheranos; in quo est epitome præcipuorum capitum doctrinæ christianæ et refutatio pontificiæ sinagogæ; una cum historiis de vitiis aliquot pontificum, quæ ad negotium religionis scitu utiles sunt ac necessariæ. Basilea 1535 e 1597. Prende il nome di Hyeronimus Marius Vicentinus; e falsamente l'opera è attribuita al Curione. Vi è aggiunto un Modus solemnis et autenticus ad inquirendum et inveniendum, et convincendum Lutheranos, valde necessarium ad salutem sanctæ sedis apostolicæ et omnium ecclesiasticorum, anno 1519 compositus in M. Lutheri perditionem, et ejus sequacium: per V. M. S. Prieratus ecc. Quest'indicazione d'autore è una falsità.

[192.] Lirutti, Notizie del Friuli, vol. V fine.

[193.] Morelli, Storia di Gorizia, vol. I, pag. 295.

[194.] «Aloysius Mocenico, Dei gratia dux Venetiarum, nobili et sapienti viro Danieli Priolo, de suo mandato locumtenente Patriæ Fori Julii fideli dilecto salutem et dilectionis affectum.»

«Veduto quanto ne scrivete per le vostre dei XXI del presente e le scritture che in esse ci avete mandato in materia della richiesta fattavi dalli reverendi vicario del reverendissimo patriarca d'Aquileja, e dall'Inquisitore, perchè doveste intravenire alla espedizione di Zanetto Foresto di Brescia proclamato d'eresia, Vi dicemo con li capi del Consiglio nostro di Dieci che essendo, come è, che il tribunale del reverendissimo patriarca è solito tenersi in Udine, principal terra di questa Patria; nè essendo conveniente che esso tribunale si levi per andar a giudicar li rei ora in uno ed ora in un altro luogo, voi però debbiate intervenire all'espedizione del prefato reo; acciocchè, servatis servandis, sia spedito quanto prima, come parerà alla giustizia di esso tribunale.»

«Datum in nostro Ducali Palatio, die XXVI januarii. Ind. XV 1571 (Dal Lib. privil. civit. Utini; carte 137).

[195.] Monografie Friulane, 1847, pag. 18.

[196.] Lirutti, Vite de' letterati del Friuli, vol. IV, pag. 395 e 418.

[197.] Reverendissime Pater et Domine Clementissime.

Scribit D. Petrus, in priore sua canonica epistola, diabolum, leonis instar, circumire quaerereque quem devoret, unde monet idem Petrus ut ei, fortes in fide facti alacres intrepidique resistamus. Hanc Apostoli divinam sententiam veram esse, luculenter testantur divinae literae, quae tradunt diabolum ipsum suis fallaciis in ipso mundi exordio primis nostris parentibus insidias struxisse, imposuisse, et demum in extremum exitium una cum universa posteritate conjecisse. Hoc ejus vafrum et fallax ingenium adversus humanum genus semper exercuit, quo et Optimi Maximi Dei gloriam obscuraret, et homini, quoad fieri per ejus sedulitatem poterat, incommodaret. Modo excitavit tyrannos, qui corporibus, modo haereticos, qui bonorum et simplicium animis insidiarentur; nec unquam destitit quousque et Christum ipsum Dei Filium calumniis impiorum gravatum, agnum tamen innocentissimum in crucem egit. Cum autem Christus sibi Ecclesiam sanguine suo acquisivisset, et caput teterrimi illius serpentis contrivisset, non cessarunt parenti (?) frustra negotium Ecclesiae Domini adhuc facessere, eam omnibus scalis et machinis admotis diripere, diruere, ac solo aequare voluerunt; sed Dominus praesto semper fuit, et lupos, qui illam invadebant, procul fugavit. Inter alias autem pestes, quas mendacii pater diabolus in Ecclesiam Dei invexit, nulla fuit nocentior Martino Luthero apostata qui ante annos 40, Dei et propriae salutis oblitus, Ecclesiam Domini sponsam deserens, et aliam nescio quam imaginariam sibi fingens, novam doctrinam, nova dogmata, novosque ritus excogitavit, haecque omnia editis in lucem perniciosis libellis orbi christiano obtrusit. In quos et similes cum Dominicus Fortunatus Bellunensis theologus franciscanus, ante annos 30 incidisset, et, ut erat titulo magis quam re theologus, eorum lectione delectatus fuisset, evenit, ut post annos decem me quoque decemocto annorum adolescentem bonarum artium studiosum, e gymnasio bononiensi reducem, ad eorumdem librorum, quos mihi summopere commendabat, lectionem adhortatus fuerit. Ego vero, qui purus simplexque eram, et omnium liberalium artium, praesertim vero theologiae, cognoscendarum cupidus, purus, sic me induxi, ut non exignum hujusmodi librorum numerum emerem, quos per annos aliquod apud me servavi inspexi, legi, animo plane candido nec a sancta catholica Ecclesia vel tantillum alieno.

Accidit vero ut me Patavii strenuam operam literis navante, in patriam Bellunum charissimorum parentum revisendorum gratia revocarer: ubi cum Fortunatus animadvertisset me non contemnendos fecisse in literis progressus, veritus ne paucos post annos illum et dignitate et auctoritate superarem, rationem commodam excogitavit, qua me patria pellere, adeoque pessumdare quandocumque vellet posset. Itaque mihi reditum Patavium adornanti, suasit ut literas ad fratrem meum sacerdotem, Franciscum nomine, virum bonum et Dei timentem, quem ille superstitiosum et hypocritam esse dicebat Patavio darem, et librum insuper aliquem ejus farinae ei relinquerem. Ego imprudens nihil mali hic latere putans, librum, cui titulus erat Postilla Corvini, reliqui; et cum primum Patavium rediissem, epistolam satis quidem juveniliter et imprudenter scriptam ad eumdem fratrem meum dedi, qua illum ad ejus libri lectionem, prudenter tamen, et superstitionem et hypocrisim relinquendam adhortabar. Hanc epistolam Fortunatus proditorie intercepit, et per totos quinque annos suppressit: interim vero amicitiam arctissimam mecum simulavit, et quotannis conscientiam confessione sacramentaria expurgare, et singulis fere diebus divinissimum Salvatoris nostri sacramentum ut alter Judas intra sua viscera recipere non est veritus. Anno vero nostrae salutis supra millesimum et quingentesimum quinquagesimo primo, cum doctor theologiae creatus et guardianus mei conventus electus in patriam rediissem, et sancte ac inculpate vivere instituissem, ille per totos duos menses me ferre non potuit, quandoquidem ad suam tyrannidem et vitam omnino impuram connivere nolebam: iccirco epistolam ipsam in lucem prolatam, reverendissimo episcopo Bellunensi, qui tunc aderat, obtulit; meque, cum sibi duos alios nequam ordinis nostri sacerdotes adjunxisset, haereseos accusavit.

Episcopus judex, in re praeceps et parum aequus, inaudita parte, patrium solum vertere me jubet: minister provinciae guardianatu me privat, et Inquisitori ordinario sisti mandat. Ego male acceptus utrique pareo; libros, quos in agro Tarvisino suspectos habui, ad unum exuro; Venetias proficiscor; Inquisitorem accedo. Ille jubet me Tarvisium reverti, recipitque se revocaturum me esse Venetias post dies XV: expecto unum et alterum mensem; non parvos sumptus facio; et meis illic amicis gravis fio. Generalis quidem Jacobus Montifalchius per literas ministro mandat, ut me in tutum carcerem det, ibique diligenter ad suum usque reditum servet. Inquisitor me Venetias revocat, in carcerem conjecturus: amici consulunt, ne me Inquisitoris illius indocti, mali, et mihi infensi judicio credam, sed potius ut reverendissimum generalem accedam. Illis pareo, deque hoc toto negotio Inquisitorem admoneo, itineri me accingo, et Urbini generalem extinctum invenio. Romam recta propero; meque reverendissimo cardinali Maffeo, ordinis vice-protectori sisto: ille me amanter excipit, et me per literas diligentissime commendavit, ad reverendum Julium Magnanum vicarium generalem Bononiam mittit, is me indignissime acceptum quartana febre laborantem in tetrum carcerem conjicit, ibique totum mensem satis inhumaniter servat; post alterum fere mensem, facta per amicum quemdam meum 200 coronatorum fidejussione, Venetias se sequi jubet. Illic me sumptu meo viventem integrum mensem detinet; territat; deinde triremes, carceres perpetuos, ignes minatur; et tandem vi extorquet a me confessionem, quod circa articulos quosdam dubitaverim, quo apparentem aliquam causam condemnandi me habere videretur. Audet dicere facilius se mihi parsurum esse si hominem occidissem, quam quod scripserim eas literas: tentat subjicere me reverendissimi legati judicio, verum frustra. Discedit tandem, et me Inquisitoris illius nequam, cujus judicium detrectaveram, arbitrio linquit.

Inquisitor praedam nactus, quam dudum optaverat, carnificinam de me instruit, et in quoddam privatum cubiculum venire jussum, quo multos actus publici testes futuros vocaverat, formulam abjurationis nescio quam mihi in manus dat, jubetque ut dare legam. Ego cum prius illam utcumque legendo percurrissem, rei indignitate motus protestor, me non esse reum eorum quae Inquisitor de me concinnaverat, asseroque lecturum me quidem esse Formulam ut scripta erat, quo semel tandem e manibus hominis illius liberarer, quin majora, atrocioraque lecturum, si talia in ipsa Formula continerentur; non tamen fateri propterea me juste puniri, sed Deo oppressorum vindice in testem vocato, affirmo constanter, me injuste opprimi atque damnari. Ad haec Inquisitor nihil respondit, nisi ut jusserat formulam ipsam legerem. Legi itaque, qua lecta ille me absolvit; deinde sententiam quam contra me tulerat, promulgari mandavit. Illam ego cum audivissem injustam adeo atque iniquam, ad Sanctum Tridentinum Concilium appellare decreveram: sed et monitis et precibus reverendi magistri Camini Bellunensis patri mei, qui aderat, mitigatus supersedi. Dicebat enim Deum vindicaturum propediem injurias, quibus afficiebar; sumpturum supplicium de proditoribus et jniquis iudicibus meis, quod sane fecit; et tandem innocentiam meam christiano orbi ostensurum, quod cito futurum spero.

Venio in Poloniam, et hic totum fere quinquennium, quod temporis spatium exilii mei terminus erat, honeste catholiceque vitam duco. Elapso quarto mei exilii anno, reverendus Julius Magnanus generalis bonam mihi spem facit per literas reverendi domini Flori Archipresbyteri Bellunensis fratris mei germani, fore ut me cito in Italiam ab exilio revocet, si quidem meae vitae honeste catholiceque traductae fide dignorum hominum testimonium ante praemittam. Pareo, amplissimumque testimonium omnium meorum fratrum, quibus cum familiariter vixeram, et summi insuper Cracoviensis magistratus ad eum mitto. Ille testimonio accepto, nescio qua causa, revocationem ad generale capitulum, quod postea Brixiae proximo mense junio celebravit, usque prorogat. Illic de meo negotio cum provinciae meae patribus frigide tractat, tandem reverendo magistro Camillo Bellunensi provinciae Sancti Antonii ministro, patruo meo jubet, ut me in Italiam per literas familiariter revocet; promittitque daturum se operam, cum in Italiam venero, ut salva atque incolumi ejus existimatione, libertati et dignitati meae, quoad ejus fieri possit, consulat. Ego ad nova examina et judicia vocari me videns haesito, et quid mihi sit faciendum plane ignoro. Interea ex Italia amici et propinqui certiorem me reddunt, Inquisitorem in meo negotio reverendissimo generali adversari, omnemque movere lapidem ne ego ante absolutum quinquennium in Italiam redeam, minas insuper addit.

Hic vero in Polonia apostata Lismaninus ab relvetiis redux, veluti ex Trophonii antro prodit: quem cum ego semel atque iterum cum aliis fratribus officii causa invisissem, ille, ut callidus est et versipeliis, audito mearum rerum statu, suis artibus ita me fascinavit et irretivit, ut propositis a parte sinistra, quae me manebant in Italia, poenis; a dextra vero praemiis, quae hic promittebat, nolentem me et tergiversantem in suam sententiam me pertrahere facile potuerit. Hoc autem dico quod ad habitum tempus ad deponendum attinet: quandoquidem quod ad fidei et catholicae religionis negotium pertinet, Deus scit me tale quidpiam in animo numquam habuisse. Cessi itaque dolens, cum ut a tyrannide illius Inquisitoris tutus essem, tum ut mutato statu experirer, tantum prosperiore aliqua fortuna uti possem. Cum autem unum et alterum mensem apud illum mansissem, observata ejus et sui similium religione ac vita, reditum ad meos meditari incipio, scriboque non semel ad reverendum commissarium, ut mittat qui me Cracoviam reducant. Lismaninus literas eas intercipit, et me in Helvetiam linguarum graecae et hebraicae addiscendarum causa mittere quamprimum tentat. Ego his angustiis circumseptus quid faciam aut quo me vertam nescio: tandem ejus in hac re consilio acquiesco, atque ad Helvetios, circiter calendis octobris anni 1556, me statim confero, sperans futurum ut illinc in Italiam redeundi aliqua mihi occasio daretur. Ticuro ad patrem scribo, eum de meo statu certiorem reddo; rogoque ut quamprimum potest ad me illinc adducendum ipse properet, aut aliquem e meis fratribus mittat.

Lelius sozzinus Senensis literas eas, quas illi diligentissime commendaveram supprimit, meque et Italiam cito revisendi, et charissimos parentes meos aliquando amplexandi certissima spe privat. Circumventus ab his, qui se falso Fratrum titulis ornant, studio hebreae linguae per annum integrum me totum do; anno sequenti graecas literas salutare incipio, quo tempore literae de morte charissimi parentis mei nuntiae ad me scribuntur. Ego infausto hoc nuntio consternatus, de opera linguis ulterius navanda animum plane despondeo. Ad Lismaninum scribo, illumque supplex rogo, ut in Poloniam reduci me quamprimum curet. Ille cum subolfecisset me per sesquiannum nec artificiosissimis Ochini concionibus, nec praelectionibus doctissimis P. Martyris et aliorum non potuisse trahi in suam de religione sententiam; tantum abest, ut meo desiderio satisfecerit, ut nec minimo quidem responso dignatus me fuerit. Ad Deum tunc me converti, illumque precibus ex intimis cordis recessibus petitis continenter pulsavi, ut me e faucibus luporum ereptum Poloniae et catholicae Ecclesiae restitueret. Annuit statim clementissimus coelestis Pater, et meos labores ac aerumnas miseratus effecit, ut Italus quidam, religione excepta optimus vir mihi, se ultro obtulerit, reducturus secum me in Poloniam honeste et commode, nulloque meo sumptu, si vellem. Conditionem a Deo per hominem tam pie oblatam libens accipio, meque itineri statim accingo. Cracoviam ante biennium bonis avibus tandem redeo, et hic apud meos in Dei et proximi servitio, rugiente diabolo, qui me devorare volebat, catholice honesteque vivo; quod num verum sit, tu, piissime pater, fidelibus testibus, quibus cum familiariter vixi versatusque sum, scire facile poteris. Hic autem historiae hujus finis esto.

Articuli quatuor.

Quoniam vero Inquisitor, qui me judicavit ante annos novem cum ex Epistola mea ad fratrem, tum ex scheda quam a me extorsit vicarius generalis, articulos quatuor excerpsit, quos satis esse putavit ad meam damnationem, operae pretium erit illos huc adscribere, et brevi ac aperta responsione diluere.

Primus est, aberrasse me dubitando aliquoties de purgatorio, justificatione, liberoque arbitrio. Respondeo, me sacrae theologiae studiis nondum initiatum potuisse facile de hisce articulis inter doctos nostri temporis controversis dubitare, cum viderem rationes et auctoritates sanctarum scripturarum, et veteris Ecclesiae sanctorum patrum utrinque adduci; cum autem in ea dubitatione numquam perstiterim, nec super his articulis aliquid unquam certi contra fidem catholicam asseruerim, non video qua ratione hunc articulum tamquam haereticum mihi affixerit, praesertim cum non dubitatio temporaria, sed assertio pertinax haereticum faciat.

Secundus est, aberrasse me retinendo per multos annos nonnullos et varios libros haereticos scienter, quos etiam sciebam esse prohibitos. Respondeo verum quidem esse me libros hujusmodi retinuisse: hos autem libros tenebam et servabam, non ut abuterer illis, sed uterer tantum. Putavi enim abusum tantum verum prohiberi, non autem usum, cum nulla creatura plane sit, qua quis uti vel abuti non possit. Pulcherrima autem cogitatio fuit velle haereticos suis ipsorum gladiis jugulare. Quoniam vere errasse me fateor hos libros contra summi pontificis placitum retinendo, etiamsi non malo, ut dixi, animo; ita constanter assero me propter hunc articulum ab Inquisitore haereseos non potuisse aut debuisse damnari.

Tertius est aberrasse me, quod ejus doctrinae haereticae fautor extiti hortando quemdam germanum meum, ut vacaret, daretque operam ut proficeret in eadem, in commodando et commendando quemdam librum haereticum et suspectum, Corvinum appellatum, promittens eidem illius professionis me alios libros mandare, quando cognoscerem suum profectum et studium in eisdem. Respondeo, meram esse calumniam et mendacium, quod dicit me doctrinae haereticae fautorem extitisse. Totus enim vitae meae transactae cursus ostendebat, me a doctrinae haereticae professione abhorrere. Si haereticus fuissem, poenitentia indulgentiaque anni jubilei quam Julius III omnibus Venetorum ditioni subiectis, qui superiore anno Romam ire non poterant, concesserat, meam conscientiam non purgassem. Quod autem articulum hunc probare contendit, propterea quod ad fratrem meum germanum epistolam illam suspectam scripserim, et librum reliquerim eiusdem farinae, nihil efficit. Ostendi enim supra, quod etiam Romam ad reverendissimum Alex. cardinalem (Alexandrinum?) scripsi, me proditoris suasu epistolam ipsam scripsisse, et librum eidem fratri meo reliquisse. Quando dicit recepisse, me missurum esse fratri meo libros ejusdem professionis alios, quando cognoscerem etc. impudenter mentitur: duo enim illa verba de suo infarsit, quae in meo exemplari numquam visa sunt. Non debui igitur adeo veteratorie mecum agere, et me, cum catholicus essem, etiamsi tunc, ut paulo post evenit, ruptus (?) fuisset haereticum facere.

Quartus est aberrasse, quod parvipendi sacram canonum doctrinam existimans, facere ad hypocrisim, minusque prodesse animabus quam pestilentissimam doctrinam illam in eisdem libris haereticis prohibitisque contentam. Respondeo, et hunc articulum, quem mihi falso affingit, esse impudens mendacium. Ego enim sacram canonum doctrinam numquam parvipendi; immo manifeste apparet, me illam maximi semper fecisse, cum in ea epistola fratrem meum hortarer ad studium eorumdem canonum; quos dicebam, quod etiam in scheda repetii, veram sanctam scripturam interpretandi et veritatem a falsitate cognoscendi regulam esse. Apparet igitur Inquisitorem hunc, non Deum, sed suos tantum privatos affectus ante oculos habuisse, et me injuste, impie, et nihil minus quam christiane condemnasse. His articulis affine est, quod in sententia dicit, me spontaneam istorum articulorum confessionem fecisse, confirmasse, et ratificasse, cum actio ista omnis coacta fuerit ac violenta, ne dicam tyrannica, quemadmodum ipsa protestatio mea prae se tulit.

Videat igitur, post Deum, singularis pietas tua hanc causam meam, et requirat. Itaque cum videas manifestissime, piissime praesul, quid egerim, quid passus fuerim per totos fere decem annos, quantam jacturam fecerim charissimorum parentum, libertatis, existimationis, fortunarum, valetudinis, aliarumque rerum; quam obedienter paruerim sententiae etiam iniquissimae; cum experiaris insuper, me recte de sacra catholica religione sentire, ea omnia, quae hominem christianum et verum catholicum decent, munia obire, in sancta romana Ecclesia constanter vivere ac mori velle, ab omni haeresi et haeretica professione alienissimum esse; per Deum et tuam pietatem te supplex rogo, velis me manu tandem mittere, in pristinam libertatem asserere, Italiae, patriae, propinquis, amicis, existimationique restituere, et ita restituere ne posthac in cujusvis invidi sycophantae arbitrium situm sit me haereseos insimulare aut damnare, atque adeo periculum aliquod vitae, existimationis aut fortunarum mihi creare; quandoquidem, praeterquam rem christiano episcopo dignam fecisse te scies, hominem vere catholicum sublevasse, et tibi etiam devinxisse perpetuo cognosces. Potestatem tibi fecit sanctissimus Pius IV, vivae suae vocis oraculo me absolvendi, liberandi, pristinae libertati et dignitati restituendi. Id ne differas exequi, quod heros tam pius jussit. Bonam meae paternae haereditatis partem jam exhausi; tempus, rem omnium pretiosissimam, inter Polonos et Helvetios frustra trivi discendo et docendo; propter multas causas fieri doctior non potui. Effice nunc, pater amplissime, ut una eademque opera omnia isthaec damna brevi temporis spatio tua singulari pietate sarcire possim. Omnia candide exposui, nihil sciens et prudens celavi. Vides, ex re minima quantas tragoedias per suos satellites excitavit rugiens ille leo diabolus. Privavit vita Deus suo justo judicio intra parvi temporis spatium auctorem mearum calamitatum, Inquisitorem illum iniquum, et tres alios mihi infensissimos hostes; spero, illum de reliquis quoque, qui superstites sunt, supplicium brevi sumpturum. Illis rogo ut pareat, ipsis ut meliorem mentem det. Hunc supplicem libellum, amplissime pater, tumultuarie scriptum, et plus aequo verbosum pro tua ingenuitate boni consule, ac vale.

In nostro Cracoviensi Franciscanorum monasterio. Nonis Augusti MDLX».

Amplitudinis Tuae addictissimus cliens, F. Julius Maresius Bellunensis.

La Maresia era famiglia cittadina ragguardevole, ma non appartenente al comune o consiglio dei nobili. Florio, figlio di Francesco, fu discepolo di Pierio Valeriano, che gli dedicò il V libro dei suoi Geroglifici, e fu arciprete del capitolo. Bonaventura Maresio, altro Conventuale, fu visitatore del suo Ordine in Polonia nel 1579, assistente e teologo del generale Antonio de' Sapienti al Concilio di Trento, e secondo inquisitore del Santo Ufficio a Belluno per quaranta anni, cominciando dal 1566. Devo tutte queste notizie al don Francesco de' Pellegrini. Il padre Domenico Fortunato, accennato nella lettera, è appunto il primo degli Inquisitori in Belluno, eletto a quell'ufficio nel 1546. Il vescovo del quale il frate si lagna era Giulio Contarini (1542-75) nipote del celebre cardinale Gaspare suo antecessore, al quale pure si raccomanda sul finire della lettera, e che lasciò fama eccellente di pietà e di sapienza.

[198.] Primo Trubero, nato nella Schiavonia il 1508, morto il 1586, fu il primo che adoprò la lingua schiavona a scrivere, traducendo il Nuovo Testamento, il Catechismo, la Confessione d'Augusta, e alcuni trattati di Melantone: pei quali la dottrina luterana si estese nella Carniola e Carintia.

[199.] Missa latina quæ olim ante romanum circa septingentesimum domini annum in usu fuit, bona fide ex vetusto authenticoque codice descripta a Mathia Flacio. Strasburgo 1537.

[200.] Melch. Adam, in Vitis philosoph., pag. 195.

[201.] Appare da Paolo Sarpi, e massime dalle sue lettere al Priuli, ambasciadore a Cesare. Egli ha un consulto «se l'eccelso Consiglio de' Dieci, esaminando i rei ecclesiastici, deva intervenir col vicario patriarcale»: sostiene il no.

Nella lettera LXIX: «Alcuni monaci di Padova, avendo molte baronie, tutte possedute da loro, aveano formato una giurisdizione sopra li contadini, la quale gli è stata levata, con disgusto del papa. Roma sopporta ogni cosa, ma finalmente converrà ovvero rompersi, ovvero perder tutto. Il papa ha creduto far dispiacere non facendo cardinale alcun veneto; ma li buoni l'hanno per cosa di pubblico servizio».

Nel 1865 furono, per opera del conte Papadopulo, stampate le Leggi venete intorno agli ecclesiastici sino al secolo XVIII.

[202.] Venezia 1670, cap. 116.

Al tempo di Clemente VII, quando trattavasi di far guerra ai Turchi e ai Luterani, i Veneziani si opponeano: quanto ai primi perchè temevano eccitarli a riazioni: quanto agli altri perchè non si dessero a qualche passo disperato: onde preferivano sempre la convocazione del Concilio, e il nettare e purgare alla quieta gli animi dal funesto veleno (Secreta 27 ottobre 1530 nell'Archivio di Venezia). E passando a quei giorni don Pietro de la Queva per andar a Roma a sollecitare il Concilio, i signori veneziani gliene mostrarono grandissima compiacenza; perocchè «pochi sono tra essi, che, sul fatto della riforma del clero e del togliere l'asse ecclesiastico, non siano più luterani di Lutero stesso, dicendo pubblicamente che il papa, i prelati, i sacerdoti devono vivere delle sole decime». Sono parole di Rodrigo Nigno ambasciadore cesareo, nel leg. 1308 dei manuscritti negozj di Stato nell'Archivio di Simanca.

[203.] Conosciamo una relazione che il vescovo, dappoi cardinale Bolognetti, dirigeva a Camillo Paleotto intorno alla nunziatura che, regnante Gregorio XIII, sostenne nel Veneto. Incaricato di farvi la visita apostolica, gravissime difficoltà incontrò per parte della Signoria, ma con modi insinuanti e prudenti riuscì a comporre le differenze. Gliene seppero mal grado alcuni curialisti, e nominatamente il cardinal Gallio segretario di Stato, che avrebbero voluto un procedere più risoluto: talchè fu richiamato. Egli si giustifica mostrando come colle cortesie, col rispetto, col temporeggiare s'ottenga ben più che colle violenze, principalmente verso principi cristiani; e come avesse conseguito veri vantaggi col sopprimere una scomunica, voluta da zelanti che poco bene servivano alla causa del papa.

[204.] A Clemente VIII, ambasceria veneta straordinaria. Pubblicato dal Fulin, per nozze, nel 1865.

[205.] Statuti dell'Inquisizione di Stato. Supplemento I, art. 3.

[206.] Wicquefort, L'Ambassadeur, p. 416.

[207.] «E se li detti doge e senato, per tre giorni dopo il fine dei ventiquattro giorni, sosterranno con animo indurato (il che Dio non voglia!) la detta scomunica, noi, aggravando la detta sentenza, da adesso parimenti siccome da allora sottoponiamo all'interdetto ecclesiastico la città di Venezia e l'altre città, pronunciandole e dichiarandole tutte poste a detto ecclesiastico interdetto; il quale durante, in detta città di Venezia e in qualsivoglia altra città, terre, castella e luoghi di detto dominio, e nelle loro chiese e luoghi pii e oratorj, ancorchè privati, e cappelle domestiche, non possano celebrarsi messe solenni e non solenni e altri divini officj, eccetto che nei casi dalla legge canonica permessi, e allora solamente nella chiesa e non altrove, e in quelle con tener ancora le porte chiuse e senza sonar campane, ed escludendo affatto gli scomunicati e gli interdetti; nè in quanto a questo possano di altra maniera suffragare qualunque indulti o privilegi apostolici concessi o che si concedessero per l'avvenire in particolare o in generale a qualsivoglia chiese tanto secolari, quanto regolari, ancorchè sieno esenti ed immediatamente alla sede apostolica soggette, e se bene sono di jus patronato, eziandio per fondazione e dotazione o per privilegio apostolico dell'istesso doge e senato...

«Ed oltra di questo, priviamo e decretiamo che restino privati gli suddetti doge e senato di tutti i feudi e beni ecclesiastici se alcuno ne possede in qualunque modo, dalla romana e dalle nostre o altre chiese; e ancora di tutti e qualsivoglia privilegi e indulti, i quali in generale o in particolare sono stati forse loro concessi in qualsivoglia modo da' sommi pontefici nostri predecessori, di procedere in certi casi per delitti contro i cherici, e di conoscere con certa forma prescritta le cause loro. E niente di meno, se detti doge e senato persisteranno più lungamente pertinaci nella contumacia loro, riserviamo a noi e successori nostri pontefici romani nominatamente e specialmente la facoltà di aggravare e riaggravare più volte le censure e pene ecclesiastiche contro di essi e contro gli aderenti loro, e contro a quelli che nelle cose suddette in qualsivoglia modo gli favoriranno o daranno ajuto, consiglio o favore, e di dichiarare altre pene contro li stessi doge e senato, e di procedere secondo la disposizione dei sacri canoni ed altri rimedj opportuni; non ostante qualsivoglia costituzioni e ordinazioni apostoliche e privilegi, indulti e lettere apostoliche alli detti doge e senato, o qualsisia loro persone concessi in generale o in particolare, ed in ispecie disponenti che non possano essere interdetti, sospesi o scomunicati in virtù di lettere apostoliche, nelle quali non si faccia piena ed espressa menzione di parola in parola di tale indulto, ed altrimente sotto qualunque tenore e forme, e con qualsivoglia clausola eziandio deroganti alle derogatorie, ed altre più efficaci ed insolite e con irritanti ed altri decreti, ed in ispecie con facoltà di assolvere nei casi a noi ed alla sede apostolica riservati, a quelli in qualsivoglia modo, da qualunque sommi pontefici nostri predecessori, e da noi e dalla sede apostolica, in contrario delle cose sopradette, concesse, confermate ed approvate».

[208.] Paolo V e la Repubblica veneta. Giornale quotidiano. Vienna 1859. È un estratto, fatto forse per uso d'uffizio, degli atti passati in quel tempo, non già note giornaliere d'un testimonio, come parrebbe indicare il titolo; tace quel che non fa al suo intento, come si vede da quel che vi supplì l'editore Cornet. Nel giornale nè nei supplementi non v'è pur cenno dei tentativi di apostasia di cui parleremo.

[209.] Galileo Galilei da Venezia l'11 maggio 1606 scrive: «Jer sera furono mandati via li padri Gesuiti con due barche, le quali dovevano quella notte condurli fuori dello Stato. Sono partiti tutti con un Crocifisso attaccato al collo, e con una candeletta accesa in mano, e jeri dopo desinare furono serrati in casa, e messovi due bargelli alla guardia della porta, acciò nessuno entrasse o uscisse dal convento. Credo si saranno partiti anche da Padova e di tutto il resto dello Stato, con gran pianto e dolore di molte donne loro devote».

Tutte le lettere de' residenti di quel tempo ragguagliano o di satire o di prediche o di discorsi tenuti da Gesuiti contro la Repubblica; de' loro sforzi per mettere un'Università a Gorizia, o a Ragusi, o a Castiglione delle Stiviere; finchè uscirono le ducali del 14 giugno 1606, che sbandivanli dallo Stato, del 18 agosto che proibivano ai sudditi di mandar figliuoli ai collegi de' Gesuiti, del 16 marzo 1612 che vietavano ogni corrispondenza con essi.

[210.] In una cronaca citata dal Cicogna, Iscrizioni, tom. V, pag. 556, leggesi al 1606: «Occorse in questi giorni che le reverende monache di San Bernardo di Murano, persuase dal suo cappellano, furono scoperte che osservavano l'interdetto del papa, e che non ascoltavano messa nè si confessavano e comunicavano, avendoli detto reverendo mostrato un giubileo che ha concesso il papa a chi osserverà l'interdetto, nè ascolterà messa, promettendogli un paradiso di delizie fatte a lor modo... Avendole prima persuase li suoi procuratori del monasterio e senatori loro parenti, et anco il vicario del suo vescovo, nè per questo avendole potute rimuover da questa loro opinione, furono immediate mandati li capitani del Consiglio dei Dieci, d'ordine del senato, a serrarle nel convento, ficando le finestre e porte de' fuori con buoni cadenazzi, con pena della vita a chi s'accostasse a detto monasterio, nè meno le soccorresse di cosa alcuna, tenendole del continuo guardie».

[211.] Raccolta degli scritti usciti per le stampe di Venezia e di Roma e altri luoghi nella causa dell'interdetto. Coira, per Paolo Marcello, 1607.

[212.] Il Grisellini, nella vita o piuttosto apologia di frà Paolo, dice che questo «dopo che fu eletto consultore, ad alcuna opera non diede mano giammai senza il motivo del pubblico interesse, cioè o per difendere il sovrano diritto del principato, o per autorizzare la santità delle sue ordinazioni», pag. 78. E anche d'altre opere dice sempre: «A norma delle pubbliche mire, venne dal nostro autore intrapresa»; p. 101, e passim.

[213.] Opinione di frà Paolo come debba governarsi la Repubblica per avere il perpetuo dominio, ecc.

[214.] Mem. de Duplessis-Mornay, X, 292.

[215.] Fra' Fulgenzio. — Nel lib. IV della Letteratura veneziana del Foscarini è a vedere quanti nobili veneziani in quel tempo, oltre i prelati e i monaci, coltivassero le scienze sacre e la storia ecclesiastica e ne scrivessero.

[216.] Ricaviamo tali particolarità dalle Memorie citate. Vedi pure Blicke in die Zustände Venedigs zu Anfang des XVII Jahrhunderts, negli Historische politische Blätter für das katholische Deutschland. Monaco 1843; e nelle Memorie storiche e letterarie della società tedesca di Königsberg, G. Mohnicke, Versuche zu Anfang des XVII Jahrhunderts etc., cioè Tentativi fatti al principio del secolo XVII per introdur la Riforma a Venezia, con due lettere sinora inedite di Giovanni Diodati per illustrare la storia e il carattere di frà Paolo. Queste lettere, che parlano d'una gita del Diodati a Venezia nel settembre 1608, furono date da un suo discendente, professore a Ginevra.

Nella Semaine religieuse del 1863 a Ginevra fu pubblicato dal signor Eugenio de Buddé una Brève relation de mon voyage à Venise en septembre 1608, di Giovanni Diodati. Vi fu sollecitato da amici di colà, e massime dall'ambasciatore d'Inghilterra e da un Biondi che gli scriveva l'11 aprile 1608: «Se V. S. è disposta a venire a Venezia, ve la prego ed esorto. Questa risoluzione sarà una consolazione per voi, un potente sostegno allo spirito, e produrrà frutto per alcuno e gloria a Dio... Aspettate qualche pericolo. Dite d'andar tutt'altrove che a Venezia. Se Roma lo sapesse, potrebbe venirne qualche incaglio e scandalo: e posso dirle che il papa è informato da tutte le parti. Rivestitevi del desiderio di compiere un'opera così alta: se lo fate, spero che i semi da voi gettati produrranno un albero sì grande, che tutti potranno prosperare alla sua ombra».

Il Diodati v'andò in gran secreto, appena ebbe compita la traduzione della Bibbia, e inviatine alquanti esemplari. Un francese Papillon, frequentando molte case patrizie, v'aveva avuto grandi speranze di stabilirvi un'assemblea, senza però che si desse alcuna confessione o promessa. Frà Paolo era «la première roue instrumentale de cette sainte affaire», ma non voleva dichiararsi coi molti gentiluomini che dipendevano affatto da lui, «se contentant de jeter dans leurs âmes quelques semences de vérité par des avis familiers, et les sermons de son disciple Fulgentio, et de saper sécrétement la doctrine et l'autorité d'un pape, ce en quoi il a extrémement été utile». Gli altri che aveano desiderio di stabilire una chiesa, vedendo frà Paolo sì ben dissimulare, perdeano confidenza. Di frà Paolo loda l'immenso sapere: «Mais ce grand et incomparable savoir est detrempé en une si scrupuleuse prudence, et si peu échauffé et aiguisé de ferveur d'esprit, quoique accompagné d'une vie très-intègre et toute exemplaire, que je ne le juge capable de donner le coup de pétard et de faire l'ouverture». Frà Fulgenzio ha più zelo, e men timore e meno scrupoli politici, più forza di corpo e facondia e gioventù, e gran reputazione come predicatore, ma è contrappesato dalla tiepidezza di frà Paolo. Fa però molto coi discorsi e gli avvisi e i fremiti.

Frà Paolo gli confessò più volte che ingannava se stesso, ma la necessità lo costringeva: altrimenti gli converrebbe spatriare, e così sarebbero divelte tutte le speranze, e rialzato il coraggio de' nobili, contrarj al bene. E del suo non operare adduceva tre ragioni. 1. che Dio non gli diede natura ardente quanto si vorrebbe a un tale tentativo: 2. che gl'Italiani non pendono a queste cose celesti; e non si può arrivarvi che lentamente: 3. che affidando a lui la repubblica gli affari più scabrosi, avea mezzo di scalzar l'autorità del papa e preparare i cuori, e rivolgere le deliberazioni verso il buon partito.

Il Diodati però non disperava, primo perchè vide molti bene informati su assai punti, e disgustati degli abusi del papato, tanto che l'ultimo giubileo fu celebrato appena da un decimo della nobiltà: secondo, per la gran libertà di discorrere e di legger libri buoni, inclinando a giustificare e lodare il partito: le Bibbie se le strappan di mano l'un l'altro: l'inquisizione v'è legata. Avendo il re di Francia mosso lamento all'ambasciador veneto a Parigi perchè si lasciassero circolare ben 2000 Testamenti nuovi di fabbrica ugonota, quegli rispose non saperne nulla, ma Venezia è città libera, onde i libri vi sono venduti senza riserbo: terzo, l'ambizione di Roma che vorrebbe ricuperare di qua dei monti ciò che perdette di là, e mentre di là riceveva tesori che arricchivano l'Italia, or deve snervare questa colle sue esazioni. Venezia cerca impedirlo, e all'uopo smunge gli ecclesiastici che sangue succhiarono; onde perpetui scontenti e maliumori col papa.

Per riuscire bisogna compor libri a posta, e principalmente opuscoli. A tal uopo egli, il Diodati, s'è messo a tradur in rima satire italiane. Inoltre spedire in buone case mercanti fiamminghi, che v'impareranno la lingua, e poi potranno venir buoni. Terzo trovar persone dotte, prudenti e mature, e stipendiarle perchè tengan occhio alle opportunità. In quarto luogo cercare che gli Stati di Fiandra domandino d'aver un fondaco come i Tedeschi, ed esercitarvi il loro culto in lingua francese. È poi necessario che qualche principe tedesco tenga agenti a Venezia, e questi abbiano ciascuno con sè qualche personaggio dotto da consultare, e che potrebbe dar consigli anche ai Veneziani ne' loro dissidj col papa.

Tutto ciò è esposto in una lettera del 4 aprile 1608 al Du Plessis, raccomandandogli strettamente il secreto. Averlo a ciò sollecitato l'ambasciadore inglese, che con frà Paolo e frà Fulgenzio ha divisato d'erigere una chiesa secreta, adoprarvi il messale corretto, e intanto fondar la verità negli spiriti; a ciò sono comuni in Venezia il desiderio di saper i fondamenti di ciò che si crede, e la libertà di seguirne i mezzi particolari; cioè il volere e il potere. «Frà Paolo predica pubblicamente i principali e generali fondamenti della verità: questa quaresima ne ha scossi molti: è nel massimo favore, ma va cauto per non iscoprirsi, e così prepara gli spiriti colle sue massime irrefragabili.

«Un gentiluomo veneziano che conobbe la verità in Francia, m'ha scritto che il desiderio d'istruzione è in molti, in tutti l'animosità contro la tirannia di Roma sul personale».

Un signor Danquoy di Couvrelles nel 1609 scriveva altre particolarità sopra Venezia: «Vorrei sentiste come parlano franco i padri Paolo e Fulgenzio, che nulla meglio desiderano che di veder altri finir l'opera ch'essi hanno sbozzata».

Della Bibbia del Diodati parlammo nella nota 11 del Discorso XXXVII.

Se gli odierni accademici della Crusca l'ascrissero fra le opere classiche per lingua, fu per condiscendenza alle idee correnti. Vissuto a Ginevra, e sol per poco viaggiato in Italia, avvezzo al parlare e allo scrivere francese, nel quale tradusse la storia di frà Paolo, non poteva usare che la lingua letteraria, con affettazioni ed arcaismi; mentre il Martini, toscano, usò la viva e popolare. Nelle note il Diodati offre interpretazioni di calvinisti o di dottori protestanti: mentre il Martini pone le interpretazioni de' santi padri, quasi altro non facendo che tradurle in modo piano.

[217.] Le lettere del Sarpi pubblicaronsi a Ginevra colla data di Verona 1673, poi in calce alla Storia arcana di frà Paolo. Sono dirette a Girolamo Groslot signor Dell'Isola, amico del Casaubono, al medico Pietro Asselineau, a Francesco Castrino ugonotto, a Giacomo Gillot, cappellano e consigliere al parlamento di Parigi. Gregorio Leti, nella Vita di Cromwell, ne attribuisce a sè la pubblicazione. Alcuni ne hanno impugnato l'autenticità; altri le supposero interpolate. Questa seconda asserzione non potrebbe che provarsi coi particolari: esaminate le ragioni contrarie, io le credo autentiche; e gran peso mi fa questo passo del famoso Pietro Bayle, nella lettera al signor Sondré, 21 settembre 1671: Frà Paolo a été un des plus grands hommes de son temps. On a imprimé ici ces lettres; mais on croit qu'on en arrétera l'impression, à cause que messieurs de Rome y verroient qu'il entretenait commerce avec ceux de notre réligion... et qu'ainsi ils recuseraient son témoignage touchant l'histoire du Concile, que nous leurs opposons. Ce fut une des raisons qui obligea monsieur Dallez à s'opposer à l'impression de ces mêmes lettres; quoique au reste il eut beaucoup de passion pour la gloire de frà Paul, qu'il avoit autrefois connu très-particulièrement à Venise lorsqu'il y conduisit les petits néveux de monsieur Duplessis-Mornay.

Non così credo autentiche le Scelte lettere inedite, stampate a Capolago il 1847, essendo di stile pieno di tropi, e girato in tutt'altro modo che quel di frà Paolo: o piuttosto sono di mani diverse. Un'altra edizione delle Lettere di frà Paolo Sarpi fu fatta a Firenze il 1863, 2 vol. in-16º, per cura di F. L. Polidori, senza discerner le autentiche dalle altre, con prefazione di Filippo Perfetti, il quale si lagna che «i nemici della libertà religiosa incolpino il Sarpi d'aver insegnato a tôrre alla Chiesa la libertà, dando allo Stato illegittima autorità e arbitrio sopra di quella». Come si accordino questi due membri lo spieghi chi sa. Lo loda per lo stile ironico, e dice: «Non ha somiglianza a Lutero, non è uomo di misticismo e di sentimento, ma di ragione ferma e tetragona; nè tampoco rassomiglia a Calvino; mancagli l'audacia del paradosso e il furore della novità; nè il suo ingegno si appiglia alla critica minuziosa onde scaturiva il soccinianesimo. Insomma non era buono da farne un eresiarca; non saria stato sufficiente a trarre dietro a sè le turbe, ma valentissimo era nei consigli di pochi savj... E tanto difficile che Sarpi fosse un altro Lutero, quanto che Lutero avesse ambito alla porpora de' cardinali».

[218.] Ep. 358, p. 865.

[219.] Ep. 574.

[220.] Lettera 13 settembre 1611.

[221.] Chiesto dall'ambasciatore olandese di commendatizie, Duplessis-Mornay gli scriveva il 3 ottobre 1609: Pour adresse, je ne la vous puis donner meilleure qu'au vénérable père Paulo, directeur des meilleurs affaires... auquel, avec le zèle de Dieu, vous trouverez une grande prudence conjoincte: mais il faut l'exciter à ce que l'une enfin emporte l'autre. Vous avez aussi le père Fulgenzio, qui n'est que feu; précheur admirable. Mémoires, 393. Il Bayle in Aarsens, riferisce che frà Paolo imbattuto l'ambasciadore d'Olanda, gli disse che avea gran piacere di vedere il rappresentante di una repubblica, la quale teneva il papa per anticristo. Questo fatto venne addotto dal Pallavicino nella prima edizione della storia del Concilio, ma espunto nelle seguenti; segno che il conobbe falso. Vittorio Siri dice aver trovato negli archivj di Francia moltissime traccie del favore dato dal Sarpi agli Ugonotti, e massime ne' registri del nunzio Ubaldini, attentissimo a sventarne le trame, e che cercò aver gli originali delle lettere per imputarlo d'eretico avanti al senato veneto.

[222.] Essa è arditamente impugnata e da Voltaire e dal Daru come viltà indegna di Enrico IV: eppure è messa fuor di dubbio dalle Memorie di Mornay. Inoltre nel processo contro Antonio Foscarini (sospettato anch'egli di opinioni ereticali) è un carteggio di Pietro Contarini ambasciadore di Venezia in Francia, del 1615, ove scrive d'aver inteso dal nunzio pontifizio, che «vivendo il fu re, per le pratiche che teneva del continuo a Ginevra, aveva avuto avviso ed alcune lettere, che non mi espresse se fossero scritte da Venezia o dal signor Foscarini, con le quali si avea fatto venir costà (a Venezia) un ministro ugonotto: del che il re fin d'allora ne facesse avvertire la repubblica per l'ambasciatore M. di Champigny, considerandole il pregiudizio che poteva ricevere la religione cattolica dalle pratiche di simil gente in quella città, e che saputosi ciò da esso signor Foscarini, ne era stato grandemente conturbato». Vedi Relazioni degli Stati Europei lette al senato di Francia, pag. 405.

Il Foscarini, condannato a morte pel noto sbaglio, in testamento lasciava «ducati cento al padre maestro Paolo (Sarpi) servita, perchè preghi il signor Dio». Il Sarpi saputolo, scrisse ai Dieci, che, «conoscendo esser in obbligo per conscientia et per fedeltà di non haver a fare con chi s'è reso indegno della gratia del prencipe nè mentre vive nè dopo la morte, ha stimato dover rifiutare il legato assolutamente». Un legato per pregare! e da uno che poco dopo fu dichiarato innocente!

[223.] Lettera XLIV al signor Dell'Isola.

[224.] Lettera LX allo stesso. Vedi pure le Memorie di Mornay, X, 386, 390, 443, 456, 516; e Courayer, nella vita di frà Paolo premessa alla sua traduzione della Storia del Concilio di Trento, pag. 66.

[225.] Lettera LI, 12 ottobre 1610. Anche pochi giorni prima dell'uccisione di Enrico IV, il Sarpi scriveva: Nulli dubium quin, sicut Ecclesia verbo formata est, ita verbo rite reformetur. Attamen, sicuti magni morbi per contrarios curantur, sic in bello spes, nam extremorum morborum extrema remedia. Hoc mihi crede e propinquo res videnti. Non aliunde nostra salus provenire potest. Op. di frà Paolo, VI, 79. Nella LIII lettera, compiangendo la morte di Sully, dice che l'amava «per la fermezza nella sua religione». Di Giacomo I scrive: «Se il re d'Inghilterra non fosse dottore, si potrebbe sperare qualche bene, e sarebbe un gran principio». Lettera LXXXVIII.

[226.] Lettera LXXXVIII, 29 marzo 1612 al Groslot. Di tutto ciò più distesamente vedasi nella Storia arcana della vita di frà Paolo Sarpi, scritta da M. Giusto Fontanini, e documenti relativi. Venezia 1803. È opera postuma, e l'editore arciprete Ferrario l'annunzia così: «Chiunque tu sia, che pigli a leggere questo libro, a me basta che abbi amore e zelo di religione, che abbi fedeltà ed attaccamento ai Governi. Buon cattolico e buon cittadino, questo libro ti piacerà. Esso leva una gran maschera, scopre un grand'impostore, palesa un grand'empio, ecc.»

[227.] Lettera 6 marzo 1611. Memorie, X, 169. Nelle Lettere diplomatiche del Bentivoglio, ai 27 febbrajo 1619 abbiamo: «Per via di un ministro già ugonotto, che si è convertito poi alla religione, ho saputo ultimamente che, nel tempo dell'interdetto dei Veneziani, alcuni ministri eretici di Ginevra, di Berna e d'altre parti convicine pensarono di valersi di quell'occasione per ispargere in Venezia il veleno dell'eresia. Onde fra loro fu risoluto in particolare che si mandasse colà, sotto nome di mercante, un certo tale dei Diodati, italiano lucchese, che è ministro in Ginevra. Egli dunque v'andò in compagnia d'altri mercanti eretici, i quali, anch'essi consapevoli del disegno, avevano carico di doverlo ajutare. Giunto che fu in Venezia, esso Diodati trattò segretamente con diversi ed in particolare con frà Paolo, nel quale scoperse una grande alienazione dalla Corte di Roma, e sensi del tutto contrarj all'autorità della santa sede; ma nel resto non poteva comprendere ch'egli avesse alcuna inclinazione di voler abbracciare assolutamente l'eresia. Il detto Diodati, insieme con quei mercanti, oltre al parlare che fece, vi disseminò con molta segretezza un buon numero di libri eretici, particolarmente delle Bibbie tradotte in lingua italiana. Ciò fatto, egli se ne tornò poi a Ginevra, con isperanza che il veleno ch'egli avea sparso fosse per fare non piccolo progresso. Io, dopo aver inteso questo, dubitando che di quel veleno non vi resti ancora qualche corruzione, stimai di doverne parlare, come feci, al signor cardinale di Retz ed al signor di Pisins, e trovai che anch'essi avevano avuto l'istessa informazione per la medesima strada, e Pisins mi disse che si erano ricevute appunto lettere pochi dì sono dall'ambasciadore di questa maestà in Venezia, che avvisava che colà le cose passavano a qualche libertà pericolosa in questa materia di religione, per rispetto della licenza che si pigliavano quelle genti forestiere che sono state assoldate dalla repubblica, ed in particolare il loro capo. Dopo mi ha detto il medesimo Pisins, che con altre lettere più fresche dello stesso ambasciatore era inteso che questo disordine non fosse di quel pericolo che si era dubitato».

[228.] Allo Scaligero, ep. 480, 11 marzo 1607.

Magna Deo gratia, quod mediis Venetiis virum magnanimum, magnum illum Paulum excitavit, qui teterrimas sophistarum fraudes et paralogismos, quibus orbi christiano illuditur, palam faceret. Puto vidisse te opuscula hujus Pauli, meo judicio præstantissima, et dignissima quæ legantur a te. Lætaberis scio, et magno heroi votis favebis tuis. Ep. 474 del 7 novembre 1606. Allo Scaligero, ep. 480, 11 marzo 1607. Vidisti ne quæ Venetiis prodiere scripta a paucis mensibus? Ego, cum illa lego, spe nescio qua ducor futurum fortasse illic aliquando et literis sacris et meliori literaturæ locum. Mirum dictu quam multi tam brevi tempore animum ad scribendum applicuerint. Atqui nemo erat qui existimaret ex ea urbe unum aut alterum posse reperiri earum rerum intelligentem, quæ a doctrina lojolitica abhorrent tantopere. Exitum ejus controversiæ cum hæc scribebam, omnes μετέωροι in hac urbe expectabant. Deus ad gratum sibi finem omnia perducat. Nell'ep. 484 del 18 marzo a Scipione Gentile: O viros! o exactam earum rerum cognitionem; quas in illis oris nemini putabant plerique esse notas! multa legi.... omnia probavi et laudavi, sed inter omnes mirum dictu quantum judicio Paulus excellat, quem scimus virum esse doctissimum, vitæ innocentissimæ, juditii tenacissimi. Hujus si scripta legisti, ecquid de vestra Italia sperare incipis? E lo Scaligero rispondendogli d'aver tutto letto, soggiunge: In illis auctoribus tres palmam obtinent: Paulus servita, Marsilius neapolitanus, Antonius Querinus patricius. Certe quomodocumque in amicitiam coeant illæ dure partes, nunquam coire poterunt in cicatricem illa vulnera, numquam stigmata deleri, quæ pontifex accepit. Ep. 131 del 22 marzo 1607.

[229.] Mémoires de Sully, tom. III, pag. 27.

[230.] «Tutta Roma ragionava dell'interdetto e del protesto de' Veneti, ai quali davano torto... il cardinale Valier essere morto in poche ore a quanto dicevasi, di crepacuore». Esposiz. di Roma nell'Arch. de' Frari.

[231.] Il Romanin, nella Storia documentata di Venezia, tom. VII, p. 44, adduce un passo tratto da una miscellanea conservata da Emanuele Cicogna, ove dice che il cardinale Baronio professava «esser del ministero di san Pietro tanto il pascer le pecore che l'ammazzarle e mangiarle; e tale ammazzamento non sia crudeltà ma atto pietoso, perchè, se perdono il corpo, salvano l'anima».

È strano che così la pensasse il Baronio, generalmente lodato di mansuetudine; e che nella sua Parenesis ad R. P. Monetam conchiude: «La Chiesa non odia nessuno; essa ci ammonisce cogli scritti e insinua colle parole di amar i nemici, non perseguita e odia che il peccato. Sant'Agostino a Massimino donatista ed eresiarca dà il titolo di dilettissimo... «Io vi amo tutti nelle viscere di Gesù Cristo, e prego per voi. L'ammonimento che vi mando siavi di correzione se l'accogliete; di protesta se lo ricusate».

Non vi sarebbe dunque se non da imparare che bisogna andar cauti nell'accettare scritture di contemporanei, che dalle passioni contemporanee possono essere invelenite fino a repudiare ogni buon senso, come vediamo tuttodì. Ma nel caso nostro v'è di peggio. La nota da cui son tratte quelle parole sono poche pagine inserte in una miscellanea, dove un tale, incaricato d'informar la Repubblica sopra le opinioni manifestate nel concistoro, professa non aver potuto notare tutte le parole, e dopo alquanti giorni essergli scomparse dalla memoria a segno, da richiamarsele a stento. Or quelle del Baronio che adduce, sono: Quod occisio non debet esset nisi ex summa charitate: quod occidit præcipit manducare; nempe per christianam charitatem in sua viscera recondere, in se ipsum unire, ut sint simul unum et idem in Christo.

Da questo simbolico uccidere e mangiare per carità cristiana, s'è potuto dedurre quella strana asserzione!

[232.] Nicolò Contarini, poi doge, grand'amico di frà Paolo, eletto storiografo pubblico, tirò la storia dal 1597 al 1603: ma il Consiglio dei Dieci dopo la sua morte ritirò il manuscritto, e parendo troppo vivo nelle quistioni con Roma, non lo lasciò pubblicare.

Una buona Historia dell'Escomunica fu fatta e non stampata dal senatore Antonio Querini, che la chiude con dodici ammaestramenti. Eccone alcuni:

II. La guerra ove si tratta di religione, anche in maschera o apparenza, è sempre pericolosissima, perchè mette sue radici nelle parti più vitali dello Stato.

III. Il pontefice in tutte le sue contese, per esorbitanti che siano, ha grandissimo avantaggio, avendo sempre molti principi temporali che lo favoriranno, e per acquistarsi merito con esso, e per opprimer gli Stati contrarj sotto titolo di zelo religioso.

IV. Nessuna cosa può metter in maggior pericolo la libertà pubblica che il non aver buona intelligenza col pontefice.

VI. La riuscita di questo negozio non deve dar norma nè esempio per regolar nell'avvenire le nostre azioni in simili accidenti; perciocchè, oltre il proverbio che non è deliberazione più pericolosa di quella che vien regolata coll'esempio, perchè basta un minimo accidente per rendere il successo differentissimo, non si avrà sempre un pontefice di animo così incostante e timoroso, nè un re di Spagna anzi retto che rettore dei suoi regni, ecc.

VIII. Se la Repubblica non ha perduto di riputazione in queste controversie, perchè non ha abolito nè sospeso le leggi contenziose, ha però conceduto i due prigioni; e i due maggiori re del mondo hanno per lei dato parola al pontefice che non farebbe uso di dette leggi.

[233.] Bossuet, se pur è sua la Difesa della Dichiarazione del clero gallicano, volendo sostenere l'indipendenza dei principi della Chiesa, adduce che Paolo V non depose il doge e il Governo veneto, come avea fatto Gregorio VII con Arrigo IV; che il doge e il senato protestarono non esser la podestà de' principi sottomessa se non a Dio; che tutti i Veneziani obbedirono al doge e non badarono a decreti di Roma; che rimasero saldi gli editti e le leggi del senato, ancorchè concernessero beni e persone ecclesiastiche; fu tenuta per nulla la scomunica pronunciata col pretesto dell'immunità ecclesiastica, e il senato fu considerato ancora come cattolico benchè nè chiedesse perdono nè ottenesse l'assoluzione; che l'accordo si fece per mediazione della Francia e della Spagna, nè alcuno prese a difendere l'impegno di Paolo V, nè ad impugnar l'editto del senato: donde si deduce che, contro pontefici veementi ed esorbitanti si possono difendere i diritti regj senza ledere la religione.

Si risponde, primo, che il caso di Arrigo IV era ben diverso da questo, dove non interveniva delitto che portasse la deposizione, nè disobbedienza minacciosa o professata eresia. Il senato non negava l'indiretta podestà del papa sul temporale, bensì contendea del fatto e della materia di tal podestà, e se ingiuste o no le leggi per cui Paolo V interdiceva Venezia; sul che non era avvenuta alcuna canonica definizione. Laonde il Donato dichiarava il breve di Paolo ingiusto, indebito, nulloque juris ordine servato, e perciò nullo; non mai perchè il papa non n'avesse diritto.

Se, come le giudicava il senato, le leggi sue erano giuste e competenti, il papa avrebbe esercitato un potere diretto sopra uno Stato indipendente, il che eccedeva le sue attribuzioni, atteso che il potere spirituale del papa riguarda le cose temporali unicamente per ragione del peccato. Ecco perchè il senato vi si oppose, nè per questo Paolo V volle obbligarlo a ritrattarle.

Che i Veneziani tutti obbedissero al Senato, sarebbe a provarsi: gli Ordini religiosi intanto soffersero piuttosto l'esiglio: quanto agli altri, il timore e la riverenza potè indurveli, come vediamo tuttodì sottoporsi i nostri a leggi evidentemente irreligiose dello Stato. La stessa persuasione del principe che esse leggi non fossero contrarie alla Chiesa, dovette entrare nei più.

Nella riconciliazione poi dicemmo come si procedesse in modo che, nè da una parte apparisse ostinazione puntigliosa, nè dall'altra insubordinatezza.

Che se Francia e Spagna avessero veduto nel senato veneto una rivolta contro al pontefice, un atto scismatico, si sarebbero elle interposte per un accordo? Eppure in questo si volle un atto di devozione.

[234.] Morosini, Storia, lib. 18, p. 699. Nel 1657 fu legalmente riconosciuta una comunità evangelica della Confessione Augustana, esente dalla giurisdizione del Sant'Offizio, e con diritti che durarono quanto la Repubblica, e furono confermati dai Governi successivi. Prima tenne cappella nel fondaco de' Turchi: dopo il 1812 esercitò libero culto in quella che già era scuola dell'Angelo Custode ai Santi Apostoli. V'è stabilito l'ordine presbiteriale. Il predicatore o pastore, dipendente dal concistoro di Vienna, è eletto a maggioranza di voti, e così gli anziani che presiedono all'amministrazione della Chiesa, del culto, delle limosine. Le spese sostengonsi con un'imposta ai capi famiglia.

[235.] Lettera LXV, 5 luglio 1611 e LV e XI, XII al signor dell'Isola.

[236.] I Monita secreta si supposero scritti dallo Scioppio, ma pajono piuttosto di Girolamo Zaorowsky, polacco, espulso dalla Società il 1611; certo sono anteriori al 1613, in cui ne fu stampata una confutazione del padre Jacobo Gretzer. Del satirico Scoti nella Monarchia solipsorum, che è il libello più accannito contro i Gesuiti, non accenna i Monita secreta: eppure nel capo X tratta delle Leges solipsorum, e dice queste in quinquagena volumina ingentia excrescere, abitura in infinita, nisi moderatio interest. Continent autem varia decreta, tum ad universam monarchiam spectantia, tum monarcarum (cioè i prevosti generali) singularia rescripta, admirandarum plena industriarum et præceptionum circa singula genera rerum, numerum personarum, et quæ sub generibus sunt singularum. E ne riconosce come fondamenti, 1º il venerar il loro prevosto generale più di qualsiasi persona; 2º l'affaticarsi per soggiogargli l'intero mondo.

[237.] Nelle lettere informa ogni tratto de' ripullulanti litigi di giurisdizione di Roma colle varie Potenze. Per es. nella LXV: «In Sicilia è occorso, che volendo il vicerè punire un prete non so per che delitto, egli si salvò in chiesa, e l'arcivescovo lo difendeva e per esser prete e per esser in chiesa. Le quali cose non ostanti, il vicerè lo fece levar di chiesa e impiccare immediato. L'arcivescovo pronunciò il vicerè scomunicato, e il vicerè fece piantar una forca innanzi la porta del vescovato, con un editto di pena del laccio a quelli ch'erano di fuora se entravano, e a quelli di dentro se uscivano fuora. Di questo è stato mandato corriere espresso a Roma, dove non hanno molto piacere che si parli di successi di questo genere; atteso che per queste cause di giurisdizione ecclesiastica pare che in tutti i luoghi nascano controversie, e che essi per tutto le perdono».

Nella LXXIV: «Trattano gli Spagnuoli di fortificar Cisterna, ch'è un luogo confine tra il ducato di Milano e il Piemonte, e quello che importa, è feudo del vescovato di Pavia, onde dispiacerà e al duca e al papa. Questo lo sopporterà, e quello non può resistere».

Nella LXXV: «Si è abboccato il duca di Savoja in Susa con monsignor Lesdiguières, e quel principe tratta continuamente con capitani di guerra. Che disegni egli possa avere, qua non è ancora penetrato, nè io posso pensar altro, salvo che voglia dare qualche gelosia a Spagna. È andata attorno una certa voce, che il suo primogenito voglia vestirsi cappuccino. Io non posso assicurare questo per vero: ma questo so ben certo, che sua altezza ha comandato alli Cappuccini, che nelli luoghi del suo dominio non tengano frati, se non sudditi suoi naturali. Ha ancora quel duca fatto spianare una rôcca nella terra di Vezza, feudo della chiesa d'Asti; nè per questo il pontefice fa quel tanto rumore, che s'avrebbe potuto credere. Li Spagnuoli hanno fatto quattro richieste al papa: una, che non si metta pensione in capo di Spagnuoli per Italiani; la seconda, che le cause anche in seconda instanza siano giudicate in Spagna; la terza, che il re abbia la nominazione di tutti i vescovati delli Stati suoi d'Italia; e la quarta, che, in luogo delle spoglie di Spagna, si statuisca un'intrata annuale ordinaria, e non si faccia più spoglie. Pareva che sopra le tre prime si fosse posto silenzio; nondimeno tornano in trattazione, e di Spagna si aspetta persona espressa, che viene per sollecitar l'espedizione, e di Roma mandarono in Spagna il padre Alagona gesuita, per mostrare che le dimande sono contra coscienza».

«L'altro giorno è stato carcerato per il Sant'Officio l'abbate di Bois francese dell'ordine de' Celestini per ordine della regina, per esser quest'uomo sedizioso, e che dopo la morte del re abbia predicato pubblicamente cose in pregiudicio della religione: e quello che gli ha cagionata questa risoluzione, è stato per avere sparlato alla gagliarda de' Gesuiti, e detto pubblicamente ogni male. E volendo il consiglio e la regina farlo carcerare, fu deliberato a non venir a simile risoluzione, dubitando di qualche sollevamento, avendo quest'uomo gran seguito, ma con intenzione di mandarlo a trattar certo negozio per servizio della regina a Fiorenza: ed in questa corte l'hanno benissimo trappolato, e sì bene, che la passerà male, non avendo alcun appoggio, e malissimo veduto dall'ambasciatore di Francia; e li Gesuiti faranno ancor loro quanto potranno acciocchè non abbia più modo di sparlar di loro: perchè tra le altre cose si affatica a più potere a dare da intender alli Francesi in Parigi, che detti Gesuiti avevano cagionata la morte del re; del che persuasi quelli popoli, un giorno avrebbono potuto fare qualche segnalato risentimento contra di loro. Io pronostico, che questo pover'uomo debba correr la fortuna di frà Fulgenzio cordeliere, e prego Dio che gli abbia misericordia».

Nella LXXVI: «Già diedi conto a vostra signoria della cattura dell'abbate di Bois successa in Roma. Debbo dirli di più cosa che allora non sapeva, che il pover'uomo, forse dubitando di quello che gli è avvenuto, non volse partir da Siena se non avesse prima un salvocondotto del pontefice; con quello se ne andò, e si credette esser sicuro; ma nè è il primo, nè sarà l'ultimo, che si fiderà di chi professa non esser obbligato a servar fede. La cattura si scusa dalla Corte con dire, che il salvocondotto pontificio non si cura dell'Inquisizione. Fu preso il dì 10, e il 24 fu impiccato pubblicamente in campo di Fiore; ma la mattina per tempo fu immediate levato dalla forca, e portato a sepellire, senza che si possa penètrare che cosa significhi questa mistura di pubblico e d'occulto. Certo è che l'ambasciadore del re ha parte in quella morte».

«Altro non abbiamo in Italia di nuovo se non che il Piemonte è pieno di soldati, ma però con certezza che in Italia non debba esser nissuna novità, e che tra tanto quel paese si rovina. In Torino è avvenuto un accidente considerabile. Il vescovato d'Asti ha alcune terre, delle quali più volte è stata controversia tra il duca e gli ecclesiastici, pretendendo questi che la sopranità sia del papa, e il duca come conte pretendendo che debbano esser riconosciute da lui. Finalmente in questi tempi essendosi fatta una fortificazione e reparazione, il nuncio del pontefice ha fulminato una scomunica contra il presidente Galleani; però l'ha pubblicata solamente in scritto. Li ministri del duca veduto questo, hanno fatto una dichiarazione di aver il decreto del nuncio come nullo ed ingiusto, comandando che senza averli risposto si proceda all'esazione: e sono passati anco a usar queste parole, che non solamente il tentativo intrapreso dal nuncio è nullo, ma ancora quando venisse dal papa medesimo. Si aspetterà di vedere dove terminerà questo principio assai considerabile, e che un giorno sarà fatto dalla repubblica per Ceneda, massime che molte turbolenze sono pei confini».

[238.] Lettera LXIX dell'edizione Lemonnier, ma non mi sa di genuina.

[239.] Ibid. Lettera CXXVIII.

L'edizione più completa ch'io conosco è «Opere di frà Paolo Sarpi servita teologo e consultore della serenissima repubblica di Venezia. In Helmstat, per Jacopo Mulleri 1765». Sono sei volumi in-4º cui se ne aggiungono due di supplemento, colla data vera di Verona, stamperia Moroni, con licenza de' superiori e privilegio, 1768.

Il sesto tomo comprende un'amplissima vita, poi le sue lettere latine e italiane.

Nelle lettere al Gillot lo loda immensamente de' suoi studj sul Concilio di Trento. Narra le cure che egli stesso prese onde radunar documenti su questo, ma che i Gesuiti con immensa attenzione tirano a sè gli atti che vi si riferiscono, levandoli di mano a chi li possiede, fin con minaccia dell'inferno. Lo esalta del difendere che fa le libertà gallicane; per lo che è dannato dai Gesuiti, le cui accuse colgono ogni uom dabbene e amator del giusto: dichiara d'aborrire più la superstizione che l'empietà; sempre ribatte l'eccessiva potenza degli ecclesiastici e del papa, che ormai non ha solo il primato, ma il tuttato; se in Italia alcuna libertà si tiene o si usurpa, è merito affatto della Francia, che insegnò a resistervi: ma gli scrittori nostrani non sono che compilatori (consarcinatores), che giudicano le opinioni dal numero, non dal peso. Loda smisuratamente il Barclay, ma se ne scosta in ciò, che egli crede che Chiesa e Stato siano due cose distinte, che devono sorreggersi e difendersi ciascuna coi mezzi proprj. «Arbitror ego Regnum et Ecclesiam duas republicas esse, constantes tamen ex iisdem hominibus; alteram prorsus cœlestem, alteram terrenam omnino; easque subesse propriis majestatibus, defendi armis et munitionibus propriis, nihil habere commune, neque unam alteri bellum ullo modo inferre posse. Cur enim arietari possent, in eodem loco non ambulantes?... Ambiguitas subest huic vocabulo Ecclesiastica Potestas: si enim ea intelligatur qua regnum Christi, regnum cœlorum administratur, ea nulli potestati subest, nulli imperat, ad aliam non potest arietari, præterquam ad satanicum, cum quo assidue illi bellum. Si vero qua disciplina clericorum regitur, ea non est potestas regni cœlorum; ea pars est reipublicæ» (pag. 9).

In una lettera latina del 12 maggio 1609 di frà Paolo al Lescasserio, leggiamo:

«Fulvio Sarcinario di Rieti uccise un suo concittadino nemico. I figli dell'ucciso, da Clemente VIII ottennero un breve ove dichiara che ad essi e a chichessia è lecito in buona coscienza e in qualunque luogo e per qualunque strada, sia giudiziale o comunque, procurar la morte dell'uccisore. Questo Breve fu divulgato con iscandalo di molti, e come avviene, vi s'aggiunse che gli uccisori avranno indulgenza plenaria; mentre nel Breve non è detto se non che questo può farsi in buona coscienza, e senza tema di irregolarità. Posso aver copia del Breve; è autentico in pubblico: ma non essendo del tenore che a costui fu riferito, soprassedo: se vorrai, tel manderò. Io non approvo che possa il pontefice, nella giurisdizione d'altro principe, fino ad autorizzare ad uccidere in buona coscienza: perocchè esso principe non potrebbe punir l'uccisore, il che vale quanto far il papa signore e principe supremo».

[240.] Trajano Boccalini da Roma scriveva a frà Paolo che era tenuto in conto di Lutero o Calvino; e le sue opere v'erano cercate dagli zelanti per darle al fuoco, mentre gli altri ne faceano ricerca colla lanterna di Diogene. Gregorio Leti, Bilancia politica, Lett. XVII.

Cum ille frater Paulus calvinianæ hæresi, quam cucculatus favebat, per eorum dissidiorum occasionem aditum aliquem quærens, nullum invenerit, aut senatus inducere ausus sit, insidiosissimus licet, ad infringendam sedis apostolicæ majestatem. Bossuet, Defensio declar. cleri gallicani. T. I, p. 2, lib. 8, c. 12. E nella Histoire des variations: «Sous un froc il cachait un cœur calviniste, et il travaillait sourdement à décréditer la messe, qu'il disait tous les jours».

Il Courayer dice che, come Erasmo, era catholique en gros et protestant en détail.

Calorosissimo sostenitore dell'autorità temporale de' papi fu ai dì nostri l'abate Gioberti. Sul bel principio del suo Primato stabilisce che la debolezza degli spiriti italici viene dall'aver separato la nazionalità dal principio religioso: errore già balenato nel medioevo, più applicato al risorgimento, e nei tentativi sconsigliati e spesso colpevoli di Crescenzio, Arnaldo, Cola Rienzi, Porcari, Baroncelli, come nell'eroico sogno di Dante, e nella folla di scrittori che tanto nocquero allo spirito patrio, fra' quali Machiavello e Sarpi son principali. Questi due scrittori, entrambi uffiziali civili di una repubblica, in ciò consentono che reputano il papa per un fuordopera della civiltà italiana, anzi per un impedimento, per non dir un flagello: ma in ciò si dividono, che l'uno aspira a ricomporre una Italia unita, forte e nazionale, ma animata dagli spiriti gentili, e fondata principalmente sul ferro, come ai tempi di Cammillo e di Scipione: l'altro (per quanto si può conghietturare il suo pensiero) par voglia una Italia cristiana, ma protestante, divulsa e al più confederata, come la Svizzera e l'Olanda, non informata da un principio unico, e signoreggiante le ambizioni parziali. Il primo ammira un modello antico e grande, ma pagano; il secondo vagheggia un esemplare coetaneo, ma acattolico e forestiero (p. 30). La Providenza suscitò contro i Ghibellini la sètta dei Guelfi, (p. 34). L'idea guelfa è in sè stessa giusta e santa, e io la tengo come la sola soluzione ragionevole dell'intricato problema agitato tante volte intorno all'essere nazionale degli Italiani. Essa è... praticamente la sola che si possa effettuare senza colpa e senza delirio (p. 35). E vedasi il seguito di tutta quell'opera, che, eliminandone la retorica, sarebbe utile a difondere.

[241.] Abbiamo Frà Paolo Sarpi giustificato, dissertazioni epistolari di Giusto Nave. Colonia 1752, che credonsi del veneziano Giuseppe Bergantini, e stampate a Lucca; come pure Justification de frà Paolo Sarpi, ou lettres d'un prêtre italien à un magistrat français, etc. Parigi 1811, che sono del genovese Eustachio Degola, in senso giansenistico.

Del genio di frà Paolo Sarpi in ogni facoltà scientifica e nelle dottrine ortodosse tendenti alla difesa dell'originario diritto de' sovrani ne' loro rispettivi dominj ad intento che colle leggi dell'ordine vi rifiorisca la pubblica prosperità. Venezia 1785, due volumi s. n. d. ma è di Francesco Grisellini, e fu dilapidato dal Bianchi Giovini. L'autore dicea avere Bouschet raccolte le opere tutte di frà Paolo a Losanna, poi a Venezia, donde tre traduzioni francesi, ad Amsterdam, Londra, Ulma, e da Lebretin in tedesco. Costui è un ciarlatano: finge che un incendio gli abbia guaste molte carte: in fatto adulava ai papofobi del secolo passato, e fu premiato e impiegato a Milano. Agatopisto Cromaziano lo confutò nel lavoro Della Malignità storica.

Fu poi stampata a Lugano una vita del Sarpi, che fu de' primi esercizj a cui si provò uno che dovea riuscire fra' più ribaldi pubblicisti dell'età e del paese nostro. Credo di costui mano anche la vita premessa all'edizione delle Scelte lettere inedite del Sarpi (Capolago 1847), repugnante al buonsenso e alla creanza, e tutta ingiurie da taverna contro Roma e i preti in generale. Quattro sole pagine (dalla 108 alla 112) di queste Lettere inedite contengono contro i Gesuiti più infamie e stolidezze che non sapesse diluirne il Gioberti in cinque grossi volumi. Perocchè, come se parlasse alla gente più ignorante del globo, quel brutale editore assicura essere «dottrina insegnata concordemente dai Gesuiti, approvata dai loro teologi e generali, che è lecito l'assassinar l'accusatore e il giudice, lecito il furto, il giuramento falso, la simonia; che l'onania, il procurato aborto, la bestemmia, la ribellione contro il principe, il contrabbando, l'omicidio, il suicidio, il parricidio, il regicidio, e mille altre abominazioni sono o giustificate o dichiarate lecite, od anche in certi casi obbligatorie; i precetti di Dio e della Chiesa non obbligano alcuno, la rivelazione, i profeti, i vangeli si possono credere e non credere; anzi son cose credibili sì ma non evidentemente vere...» Di mezzo alle quali gli sfugge la confessione che non conveniva abbattere la dominazione della Chiesa: «È vero che la politica romana si mostrava oscillante e malferma; pure era necessaria al contrappeso politico della penisola, contribuiva a conservare l'agonizzante indipendenza dei governi nazionali d'Italia. Lo Stato pontifizio era un governo nazionale, buono o cattivo che fosse, ma per quei tempi più buono che cattivo, e sotto cui i popoli viveano men peggio che altrove, massime che sotto il dominio de' forestieri; nè si sarebbe potuto abbatterlo senza far sorgere gravi disordini».

Del Sarpi è annunziata una nuova vita, scritta da una signora inglese dopo che ebbe spogliato gli Archivj di Venezia. Contro le opinioni del Sarpi dicesi facesse una protesta l'Ordine dei Serviti ai quali apparteneva: certo molti di essi tolsero a confutarle. Principale fra essi fu Lelio Baglioni De potestate atque immunitate ecclesiastica; per la qual opera gli fu da Paolo V data la commissione di confutare il De Dominis, il che non potè fare per morte. Esso Baglioni mosse ogni pietra per far tornare frà Paolo alla verità, e alfine, come generale, lo citò a Roma, senza frutto. È pur notabile la Difesa delle censure pubblicate da n. s. Paolo V nella causa delli signori Veneziani, fatta da alcuni teologi serviti in risposta alle considerazioni di frà Paolo e al trattato dell'interdetto (Perugia 1707).

Il Sarpi aveva avuta molta mano nel compilare le costituzioni de' Serviti, e suo fu il capo de judiciis, molto lodato. Il rigore di cui lo imputammo era forse reso necessario dal disordine in cui era caduto quell'Ordine, prima che con vigorosa mano lo riformasse il generale Jacobo Tavanti.

[242.] È la definizione del Bellarmino, De romano pontifice, I, 3, e vedi la nota 40 al nostro Discorso XXX.

[243.] De Republica Ecclesiastica, L. I, c. 8, n. 13: e c. 12 n. 42: Lib. II, c. 1, n. 9.

[244.] Per la bizzarria del titolo menzioneremo Daniel Lohetus, Sorex primus, oras chartarum primi libri de Republica Ecclesiastica archiepiscopi spalatensis corrodens, Leonardus Marius coloniensis in muscipula captus.

[245.] M. A. De Dominis arch. spalatensis, sui reditus ex Anglia consilium exponit. Fu poi stampata dal padre Zaccaria nella raccolta delle ritrattazioni col titolo Theotimi Eupistini, De doctis catholicis viris qui cl. Justino Febronio in scriptis suis retractandis ab anno 1580 laudabili exemplo præiverunt. Roma 1791.

[246.] È anche indicata col titolo Papatus romanus, liber de origine, progressu atque extinctione ipsius.

Il processo del De Dominis è riferito dal Limbroch nella Storia dell'Inquisizione.

Col De Dominis era fuggito in Inghilterra un Benedettino, che vi si fece protestante. Tornato con lui, si rimise cattolico, e faceagli da mastro di casa. Invaghitosi d'una vicina, ne uccise il marito, e fe sposar la druda a un servo del De Dominis. Ma quando il denaro gli venne meno, cominciò a uccidere e rubare. Stava allora in Roma il padre Bzovio domenicano polacco, che scrivea la continuazione del Baronio; colui entrò a forza nella camera di questo, e ucciso il servo, rubò quanto potè. Alfine scoperto, fu impiccato. Nicius Erytraeus, Pinacoth, I, p. 200.

Del De Dominis si occupa spesso il carteggio del 1617 fra il cardinale Guido Bentivoglio e il cardinale Scipione Borghese, insistendo principalmente sul trovarsi quello mal provigionato dall'Inghilterra e perciò scontento. La lettera del Bentivoglio da Parigi, 11 aprile 1617, dice: «L'arcivescovo di Spalatro si trattiene tuttavia in casa dell'arcivescovo di Cantuaria (Cantorbery), dove gli viene proveduto quanto bisogna: ma di provisione di denari non s'intende che sinora egli abbia più di novecento scudi. Egli sollecita l'impressione della sua opera. Il suo senso però in materia di religione non piace del tutto, perchè non è del tutto conforme al senso anglicano» La nunziatura di Francia del cardinale Guido Bentivoglio ecc. Firenze 1863.

E al 25 aprile: «In Inghilterra corre voce che il detto arcivescovo sia uomo molto carnale, e che spezialmente abbia avuto a fare con una sua propria nipote: del che mi ha detto il conte di Scarnafigi, che la regina parlò a lui medesimo».

E al 9 maggio: «L'arcivescovo di Spalatro va stampando la sua opera, ed è già finito di stampare il primo libro. Il re ha deputato uno dei più eminenti fra loro in dottrina a rivedere di mano in mano quello che si va mettendo alle stampe. Egli si trattiene tuttavia in casa dell'arcivescovo di Cantorbery, e vien custodito affinchè non sia ammazzato, come egli mostra di temere. Il re gli ha conferito ultimamente il decanato di Windsor, che vale tremila scudi».

Al 27 maggio il Borghese gli scriveva da Roma: «D'Inghilterra s'intende che quel De Dominis vada stampando quell'empia sua opera, e che saranno tre libri. L'imperatore ha già dato ordine in Germania che non corrano e siano proibiti, e l'istesso si spera che farà sua maestà cristianissima».

Al 27 settembre: «In Inghilterra si mira a far che la sua opera sia piuttosto di scismatico che di eretico, per la maggior speranza che si ha di facilitare qui fra cattolici e altrove lo scisma, piuttostochè l'eresia aperta».

Il 25 ottobre 1617 narra le premure da lui fatte col cancelliere e il guardasigilli perchè i libri De Republica Ecclesiastica non fossero posti in vendita. Il guardasigilli propose che la Sorbona facesse una censura dell'opera per venire a un'espressa proibizione, «sebben qui la libertà è tanto grande, e sì grande l'ardire degli Ugonotti, che non si può sperare quel frutto che si dovrebbe da così fatte diligenze».

Il 22 novembre il cardinale Borghese lo avvisa che, «sebbene il libro è pessimo e tutto pieno d'eresie gravissime e di odio e veleno contro la santa sede... ciò non ostante, per la gravità e importanza del negozio, il quale sarà facilmente fomentato dal re d'Inghilterra e da' suoi ministri, sua santità gli raccomanda stia vigilantissimo e procuri di scoprire e sapere tutto quello che s'anderà facendo».

Il 5 dicembre il Bentivoglio annunziava che la Sorbona s'è risoluta di fare una severa censura d'esso libro.

L'8 dicembre il cardinale Borghese da Roma fa noto essersi proibita «l'opera De Republica Ecclesiastica, che il già arcivescovo di Spalatro promise di dare in luce in un suo libretto che stampò con l'occasione della sua andata in Inghilterra: poichè si vide chiaramente dal contenuto dell'istesso libretto, che la suddetta opera era tutta piena d'eresie, e di odio e veleno contro questa santa sede. E ora, essendo usciti in luce i primi quattro libri, s'è trovato che sono pessimi, e s'è già dato ordine di rinnovare la proibizione».

Il 17 gennajo 1618, il Bentivoglio da Parigi annunzia la censura fattane dalla facoltà teologica di Parigi; e come questa fosse criticata per aver censurato solo alcune proposizioni, e non tant'altre che più lo meritavano; ma la Sorbona non avea voluto toccare i punti concernenti la potestà temporale, per evitare cozzi col parlamento. Al 31 poi manda una predica italiana fatta dal De Dominis nella cappella delli Mercieri in Londra, stampato in-16º, ch'è una rarità bibliografica, e che attesta quanto poco valesse quell'apostata, e come ci fosse una chiesa italiana acattolica in Londra. Il 20 giugno annunziava un nuovo libro italiano di esso, che dev'essere Gli scogli del cristiano naufragio.

Al 18 luglio informa che M. De l'Aubépine, vescovo d'Orleans, piglia l'impresa di confutare il De Dominis, «e benchè qui non si usi molto a scrivere in latino, egli potrà essere ajutato facilmente». Non so se l'Aubépine abbia fatto questa particolar confutazione: bensì scrisse opere di gran pregio, e nominatamente sull'antica disciplina della Chiesa.

[247.] Nella prefazione è detto: «Tutta la fermezza della fede cattolica sta nei Gesuiti: e però non v'è cosa più efficace onde scassinarla che scassinare il loro credito. Rovinando questi si rovina Roma; e se Roma si perde, la religione si riformerà da se stessa, cioè diventerà protestante». Amsterdam 1751.

[248.] Bolla Benedictus Deus, 7 kal. febbr. 1563.

[249.] Monsignor Jacobo Altoviti patriarca d'Antiochia, stato più di sette anni nunzio apostolico in Venezia, lasciò manuscritte varie relazioni su quel paese, ove tra altre cose dice che, sul Sant'Uffizio, è «inesplicabile l'ombra che prende questa Repubblica, e indicibili essere i sospetti che ciascuno della medesima concepisce, che noi a Roma vogliamo, per questo verso del Sant'Uffizio, entrare nel loro governo... Chi sta sull'essere tenuto buon repubblicista, studia il capitolare di frà Paolo per bene istruirsi» (pag. 275). Soggiunge poi, che il senato rispettava il corso de' tribunali del Sant'Uffizio, quando fosse stato informato dall'ambasciatore di Roma, che, per assicurazioni dirette del papa, le cause in essi trattate appartenessero veramente alla disciplina religiosa (pag. 276). I missionarj allevati nel collegio di Propaganda fide soleano capitare a Venezia, per quindi imbarcarsi alle loro missioni. «Suggerii, dice, alla Sagra Congregazione di fare nella nunziatura, come fummi promesso, quattro stanze, affinchè, capitando a Venezia questi missionarj, in pubblici alberghi non vi smarrissero quella buona educazione che avevano appresa nel collegio di Propaganda fide, come per lo più accadeva; e vi si davano a siffatti divertimenti, che non trovavano poi la strada di andarsene alle loro missioni» (pag. 281).

[250.] Lettera CIC dell'edizione di Firenze.

[251.] Secondo i documenti prodotti testè da Rawdon Brown nel Venitian Calendar, sir Enrico Wolto, ambasciatore inglese, narrava al doge Donato che il feritore di frà Paolo fu uno scozzese, che frequentava l'ambasciata d'Inghilterra, e passava col nome di Giovanni Fiorentino figlio di Paolo.

[252.] Lettera 2 marzo 1658 a Gian Luca Durazzo. «Chi legge la storia esattissima del Pallavicino, attonito della libertà dei Padri, saria talor tentato di appellarla licenza; ma è tale la saldezza di forza organica, che la Chiesa mai non teme rimostranze». Tapparelli, Saggio teoretico di diritto naturale, n. CXXVII. E il De Maistre diceva che ai papi non si deve se non la verità.

[253.] Vita di Alessandro VII.

[254.] Quinet, Les révolutions d'Italie.

[255.] Questi non era già da Saluzzo; ma nacque il 1504 a Puntvilla in val di Monastero.

[256.] Sono la XIV e la LIII delle Epistolæ ab ecclesiæ helveticæ reformatoribus, vel ad eos scriptæ; Centuria 1 ex autographis recensuit ac edidit Johannes Conradus Freslinus. Zurigo 1742.

[257.] A Vicosoprano, dopo il Maturo, troviamo registrati come parroci Giulio da Milano, Aurelio Sittarca già domenicano, Giambattista di Teglio, Tommaso Casella genovese, Lorenzo Martinengo dalmata, Francesco Trana, Martin Poncera, Alberto Martinengo verso il 1600. È notevole che gli storici della Valtellina trasvolarono queste origini del protestantismo nel loro paese: parmi che il Lavezzari non nomini tampoco il Vergerio.

[258.] Su Giulio da Milano vedasi Schoelhorn, Ergötzlichkeiten, Stück 5.

Ciò che discorriamo in questo capitolo fu da noi esposto altre volte nella Storia della diocesi di Como, e nel Sacro macello di Valtellina. Opera capitale in proposito è la Historia Reformationis ecclesiarum ræticarum ex genuinis fontibus et adhuc maxima parte numquam impressis, sine partium studio deducta.... a Petro Dominico Rosio de Porta, T. 2. Coira 1771. Quanta possa essere l'imparzialità si rivela dalla dedica — Almæ matri — ecclesiæ J. C. — vocatis sanctis — venerandis ampliss. ac magnificis communitatibus — in exc. trium Rætiæ fœderum rep. — religionem — ad ss. evangelium reformatam — fidem semel sanctis traditam — corde tenentibus — ore profitentibus — opere defendentibus — Dominis suis clementissimis — beatæ reformationis — historiam — in devotæ mentis monumentum — dedicat. E nella lettera seguente, sempre in latino, dice: «Se v'ha benefizio, pel quale noi e i figli nostri a Dio siamo eternamente obbligati, è certo la riforma... Ad essa dobbiamo l'aver cacciata la crassissima ignoranza che avea coperto il nostro cielo di tenebre cimerie». E parlando delle difficoltà della sua opera, duolsi che fossero, anche al tempo suo, negletti gli studj, e che «i preti cattolici non intendeano altro che messe e purgatorj, cioè quel che serve alla cocina: gli Evangelici credono aver fatto ogni dovere quando recitarono una predica imparata a memoria».

Tali prevenzioni non promettono l'imparzialità, che in fatto si desidera sempre. Pure quest'opera sì poco conosciuta è delle meglio importanti del secolo passato, lontanissima dallo sprezzo che allora faceasi della storia; cercando la verità negli archivj e ne' carteggi privati, divisando il carattere degli attori, descrivendo i luoghi, mostrando continuamente amore alla patria, alla religione e al proprio soggetto.

Si lagna della pochissima attenzione che gli prestarono i suoi compaesani, del non averlo ajutato, nemmanco per la trascrizione; e non tenuto conto del suo lavoro — modi troppo abituali anche oggi, e massime dov'io scrivo.

[259.] Del Muzio abbiamo parlato a lungo. Egli scrive che «legge alcuna nè di patria, nè di principe, nè interesse di avere e di vita all'onore non debbe esser anteposta», Risposta III.

Uno dei più assidui cercatori delle memorie istriane, il Kandler, nel 1861 mi scriveva d'aver fatto molte ricerche sul Vergerio, ed esser venuto nella persuasione fosse «uno sfortunato, che non seppe regolarsi nelle agitazioni mosse da quel birbo suo conterraneo e compagno di gioventù, che fu Girolamo Muzio. Tutta quella storia mi è sembrata guerra di Francescani, mossa al vescovo per vendetta d'avere scoperte e punite certe irregolarità. Il Vergerio non fu preparato alle cose di Chiesa; da più di dieci anni era vescovo, senza aver neppure la tonsura; e contro voglia si pose al governo di chiesa, o dovette porsi; credo avesse più udito parlare della fede protestante che della cattolica, occupato come fu sempre in diplomazia. Nè fu miglior protestante; incerta assai la sua fede; sol fermo nel voler conservare la dignità episcopale, di cui il titolo mai non volle deporre; teneva, contro la Corte romana, or coi Reti, or coi Polacchi, or coi Tedeschi, mai però non dimenticando l'appanaggio d'un buon benefizio. Sarebbe anche rientrato in seno della Chiesa se avesse potuto recuperare l'episcopato. Le persecuzioni che patì furono da' suoi patrioti; dal Grisoni sopra gli altri, dallo Stella, dal Muzio; l'Inquisizione, ch'era in mano di Francescani, fu attivissima; processi, carcerazioni, abjure, liste di eretici, di ereticanti, di sospetti d'eresia; si dissero infetti i monasteri, le fraglie, i capitoli, i letterati; ma in fondo a tanto rimescolamento rimase la credenza, fossero cattiverie ed esagerazioni; gli esuli, o perseguitati contro ragione, od avventurieri che cercavano con quell'abito qualche fortuna.

«Tutto questo baccano doveva, a mente dei novatori, produrre l'alzamento della lingua slava, contando convertire gli Slavi fra la Giulia e Costantinopoli, onde si stamparono assai cose. Ma gli Slavi non sapevano leggere, e sol tardi lo seppero; i caratteri, fusi a spese de' Protestanti, passarono per caso a Roma, e servirono a stampare messali e breviarj».

Fra le opere anonime o pseudonime del Vergerio è quella Delle commissioni et facultà che papa Giulio III ha dato a monsignor Paulo Odescalco comasco, suo nuncio et inquisitore in tutto il paese dei magnifici Grisoni, 1553.

Stampò pure Illustri atque optimæ spei puero D. Ebherardo ill. principis Christophori ducis Wirtembergensis filio primogenito, munusculum, 1554. Ma Celio Curione dice ch'è traduzione di un'opera di Giovanni Valdes.

[260.] L'attesta in una lettera da Zurigo, 4 giugno 1558 a Federico Salis, lagnandosi che altrimenti gli avesser fatto dire i fratelli di Lelio Soccino. Vedi De Porta, P. II, pag. 392.

[261.] In altra lettera spiega che costui era Pietro da Casalmaggiore. Mus. Helv., Parte XIX, pag. 489.

[262.] Diamone un saggio:

Remissionem peccatorum,

Credo etiam, certusque cano, intrepidusque repono

Unius haud aliis quam Christi sanguine sacris

Placatum semel, afflictis mortalibus ipsum

Condonasse Deum peccatum quidquid ubique est,

Christigenas ut nulla usquam fortuna moretur

Durior, aut trepidas tortura piacula mentes

Usque adeo adscribi magnum est in pignora summi

Chara patris, Christi auspiciis, nil tale merentes

Carnis resurrectionem.

Quin fateor ventura olim nova secula, quando

His vetus indomitis ardescet in ignibus orbis

Cunctorum in pœnas et tristia fata malorum.

Tum vero sanctorum hominum clarissima moles

Carnis in æthereum mutabitur altera sortem,

Cognatæque illis terrenæ ab origine labes

Seu functi repetant vitam, seu forte supersint,

Cunctarum omnipotens rerum quid non queat auctor.

[263.] Del Castalion savojardo, l'opera principale è la traduzione latina e francese della santa scrittura. Calvino l'ebbe amico, poi l'ingiuriò per le sue idee sulla predestinazione, e per aver disapprovato la punizione degli eretici.

[264.] Il De Porta reca questa lettera per tutta lode del Mainardi, veridicum et liberalem.

[265.] Abbiamo questo curioso decreto:

«Per ordine del reverendissimo Federico Corner vescovo di Bergamo, e dei reverendi Aurelio Odasio de' predicatori, inquisitore della città e distretto di Bergamo, s'intimi ai magnifici cavalieri Gerolamo e M. Antonio fratelli del N. S. Antonio di Grumello, e alla M. signora Medea loro madre, che, tre giorni dopo fatta questa intimazione, sotto pena di scomunica e di cinquecento zecchini da togliere a chi di loro disobbedisca, e applicarsi alla fabbrica del Sant'Uffizio, debbano licenziare dalle case loro il sig. Ercole Salis, che da alquanti giorni dimora nella loro casa; e ciò per urgenti ragioni ecc.

Bergamo, dal palazzo vescovile, 18 aprile 1572».

[266.] Fra altro erasi stampato Mestrezat Sur la communion de Jésus Christ dans la Sainte-Cène, tradotto da Vincenzo Parravicini di Como.

[267.] È nell'archivio arcivescovile di Milano una lettera del curato di Morbegno, Pietro Carati, del 3 ottobre 1571 al cardinale Borromeo, dove gli dice che, «mentre vi sta un predicator luterano per li fuorusciti forestieri, che pur son pochi», egli è da dodici anni parroco di Morbegno, e vi si tenne sempre: ma ora teme non poter più durarvi, attesa la gran carestia che domina, per la quale non ha abbastanza onde vivere e soccorrere i tanti poveri che vengono alla sua porta. Pertanto lo supplica d'ottenergli di cavar dallo Stato alquante some di formento senza pagar le tratte.

[268.] Nel 1584 Gregorio XIII raccomandava caldissimamente ai Cantoni cattolici le cose di Valtellina. Accepimus conari catholicæ ecclesiæ hostes Sondrii hæreticorum scholas et collegia constituere, jamque hac de causa legatos misisse. Obsistite, rogamus, tanto studio quantum virtus pollicetur, quantumque Christi causa exposcit: nihil audebunt, vobis invitis, moliri; vos vero ad eam laudem, quam in valle Mesolcina retulistis, hanc quoque maximam adjicietis. Tota denique Valle Tellina, Clavenna, cœterisque locis quibus potestis, catholicæ religionis catholicorumque hominum causam suscipite, etc. 28 aprile: e di nuovo ai 29 novembre. Ap. Theiner.

[269.] Vedasi la costui lettera 21 aprile 1550, e Gosselino, Vita del Gonzaga, f. 62.

[270.]

Di Milano, 24 maggio 1584.

«In materia dei negozj Grigioni scrivo assai pienamente al signor cardinale Savello. La lettera al solito le viene aperta, per informazione di lei; ma oltre ad essa, vi sono alcuni particolari, ch'ella avrà qui allegati per poscritto, pur nella medesima materia, ed ora gliene dirò d'un altro moto più secreto di tutti, il quale sebbene è stato conferito meco da questo governatore confidentemente e con ogni secretezza, niente di meno ho giudicato bene scriverlo a vossignoria solamente, acciocchè ella lo faccia sapere a nostro signore, e non ad altri, come per avviso. Sappia adunque che i popoli cattolici di Valtellina, afflitti ed oppressi nelle cose della religione cattolica dal governo e dominio de' signori Grigioni, l'anno passato fecero ricorso a' ministri regj qui in Milano per esser ajutati ad uscir di tanti travagli, e per poter vivere cattolicamente, come si conviene, senza gl'impedimenti che hanno sentito e sentono negli ajuti spirituali. E per far questo non dimandavano se non il soccorso di quattrocento fanti per pochi giorni, li quali dicono esser abbastanza per levarsi in un tratto da quella ubbidienza, e serrare i passi a' Grigioni che volessero passar di qua de' monti: mostrando aver modo assai facile per mantenersi poi colla gente della Valle. Scrissero questi ministri al re; ed egli ora ha risposto che si dia loro l'ajuto che dimandano, ed ogni altro per ajutarli nelle cose della religione cattolica in quei paesi dove ci sia questo interesse. Fuori di questo rispetto, non si moverebbe per modo alcuno. Ora avutasi questa risposta, i ministri suddetti hanno soprasseduto fin adesso per veder l'esito del negozio della Lega, il quale ora che è svanito, vedo che andranno pensando se lor possa riuscire questo: il che quando fosse, ho speranza in Dio che in pochi anni si farà tanto frutto in quella valle e paesi tutti di qua da' monti, che si smorberà quasi quella peste eretica. Ma quando anco non riuscisse, vedranno i Grigioni da questa commozione che in ogni modo que' popoli non potranno durare in quello stato; e stando in continuo dubbio di trattati simili, per non darne loro più occasione, si risolveranno alla fine di permetter loro la libertà che dimandano. Nel qual caso ultimo che, risentitisi i popoli suddetti, con le armi in mano, se pure questa libertà per la quale si moverebbono, non seguisse, e le cose fossero in rumore e rivolta, V. S. sappia che l'ambasciatore di Francia, che è negli Svizzeri, ha sopraintendenza di tutti i negozj del suo re ne' paesi de' Grigioni, e con esso ho fatto diversi ufficj per l'ajuto spirituale di detti popoli sudditi; ed egli mi si ha mostrato animatissimo di ajutar le cose cattoliche, e specialmente il loro giusto desiderio. E però crederei in quel caso, con l'opera di detto ambasciatore che entrerebbe come mezzano fra i signori ed i sudditi, ed anco con l'intrinsechezza ch'io ho con li Cantoni cattolici degli Svizzeri, che si farebbero intendere per la protezione di essi sudditi, con procurare la libertà suddetta, e trattare e conchiudere fra loro la concordia, anco con molto vantaggio per la religione cattolica. Quando all'incontro la cosa riesca con pace e quiete, mi dà l'animo di ottener dal re che si contentasse di restituire quei paesi a' Grigioni, con condizioni molto gagliarde per la fede nostra; poichè egli ha dato risoluzione a' suoi ministri di non volersi ingerire in simil negozio, se non quanto che tocca alla religione cattolica. In questa materia io non m'impaccio in modo alcuno, e mi riguardo tanto maggiormente dal non cercarne altro, quanto che penso che ora vi si attenderà, ed io non tengo per ajutare quei popoli altra via che la spirituale. Di qua fo fare generali e particolari orazioni a Dio signor nostro, acciocchè se n'abbia buon successo, a gloria del suo santo nome; ma non si palesa perciò la qualità del negozio. Così desidero che V. S. faccia costì, raccomandandolo molto ai religiosi e ad altri, e facendolo anco raccomandare da' predicatori, ma copertamente.

«Io poi coll'occasione che ho da far qualche frutto ne' paesi degli Svizzeri, come della visita di Locarno, che n'è bisognoso molto, e mi se ne fa istanza, ed in altri luoghi anco di là da' monti, come della consecrazione della nuova chiesa de' Cappuccini del colonnello Lussi, sì per mantenere vivo il buon desiderio di detti popoli sudditi, e sì per mantenere l'opinione che hanno avuto fin ora di me, ch'io vada, come in effetto vo, solamente per il loro bene spirituale, come anco per esser più vicino e presto a ogni rumore che succedesse di armi, anderò trattenendomi in quei contorni, dove avrò anco occasione di trattar col suddetto ambasciatore di Francia presenzialmente, acciocchè si ottenga questa libertà cattolica in quelle valli, o per la via già indirizzata con lui, per la quale si farà anco ogni diligenza opportuna, massimamente che il nuncio di nostro signore in Francia mi avvisa che il re gliene manderebbe commissione, per l'istanza ch'egli ne ha fatto, di commissione di sua santità; ovvero non essendo successo quest'ultimo negozio, ed essendo già suscitati i tumulti, si rimedii per via d'accordo, come ho già detto».

[271.] Sprecher Pallas, lib. VI, p. 177. Bucellini, Rhætia Christ. Nell'archivio diplomatico di Firenze, carteggio di Milano, trovai lettera del cav. Modesti, che ai 9 luglio 1590 scriveva in cifra:

«Queste parole mi fecero ricordare di quel che, già sei anni sono, quando io venni qua, intervenne ad un infelice gentiluomo mercante milanese, al quale fu dato carico e denari secretamente, senza passar mai per scrittura, acciocchè assoldasse tanta gente che bastasse a impadronirsi della Valtellina; e non avendo potuto avere effetto il trattato, i Grigioni saltarono su a dolersi, e questo pover uomo, dopo lunghi sbattimenti fu mandato in galera. E mi ricordo che vidi una mattina sua moglie con alcuni suoi piccoli figliuoli gettarsi ai piedi del duca di Terranova, governatore di Milano, e domandare per sè e per li minori misericordia, e che s. e. la ributtò quasi con il piede, e le disse che non era stata poca la mercede che al marito egli avea fatto, poichè non l'avea fatto morire: ed è più chiaro che non è il solo che da lui fu eletto a quella impresa e per quello effetto datogli denaro».

E il 27 marzo 1591, raccomanda alla granduchessa «una figliolina di Rinaldo Tettone, banchiere di questa città, che pe' suoi negozj andò a traverso, e fu necessitato assentarsi, e lasciò la moglie qui con alquanti piccoli figliuoli. In questa sua tenera età balla tutti i balli, suona onestamente di liuto e di clavicordo singularmente, canta di musica, e intavola ella medesima i madrigali, e scrive ragionevolmente».

[272.] Disput. Tiran., pag. 75.

[273.] Ripamonti, Hist. Mediol.; Ballarino, Felici successi de' Cattolici in Valtellina.

«Papa Gregorio III, mosso da compassione e zelo, coll'interposizione del cardinal san Carlo, nell'anno 1581 persuaso a Carlo di Terranova di sorprendere la Valtellina, e per verità seguiva se in quel mentre non moriva il detto cardinale». Manuscritto nell'archivio vescovile di Como.

[274.] Wir Gemeiner Dreyen Pünden ecc.

«Noi delle eccelse tre Leghe commissarj e consoli, congregati a Davos, d'ordine e comando de' nostri signori e superiori delle Comunità, facciam noto che sono comparsi avanti il nostro consiglio li nostri cari confederati reverendi signori Giorgio Latzino e l'ecc. signor don Andrea Ruinelli, li quali ci hanno proposto qualmente, già molti anni sono, nella riformazione della nostra chiesa fu da noi nelle pubbliche Diete ordinato a tutti li predicanti del nostro dominio e giurisdizione di Valtellina e contado di Chiavenna, quaranta scudi; de' quali sinora bisognavano contentarsi. Ma stante la presente continua carestia, ci supplicano, in compenso della loro fatica e fedel servitù di accrescergli il loro annuo salario, per poter più agiatamente campare.

«Avendo dunque considerata e ponderata detta causa, affinchè il servizio non sia impedito, e che li ministri siano tanto meno gravati di spese e vitto quotidiano,

«Ordiniamo e comandiamo che a tutti i predicatori di Valtellina e contado di Chiavenna (benchè ne fosse uno o più per Comune) sia per il loro annuo stipendio pagato senz'altra condizione scudi cinquanta, sino ad altro ordine de' superiori;

«Comandando perciò a tutti i nostri officiali di Valtellina e contado di Chiavenna presenti e futuri, che paghino a tutti li predicanti di dette nostre provincie il sopranominato salario di cinquanta scudi, o dei beni di chiesa o delle Comunità, ad arbitrio e beneplacito de' superiori, sotto pena della disgrazia a qualunque a questo nostro ordine, contrafarà.

«In fede di ciò abbiamo la presente nostra sentenza in più copie pubblicata e suggellata col sigillo delle Dieci Dritture.

«Datum Davos, li 22 ottobre 1588.

Paolo Bül
Notajo in Davos.

[275.] Vedi De Porta, vol. II. Anche l'arciprete Schenardi di Morbegno, in uno scritto latino sul propagare la fede cattolica nella Rezia, suggeriva che, quando i ministri eretici, ogni ottava del Corpus Domini, venivano a celebrare i loro conciliaboli, nel ritorno fossero côlti in imboscata a Bocca d'Adda, e mandati a Roma.

Al 23 giugno del 1568, il residente del granduca di Toscana a Milano scrive a questo:

«Ha da sapere V. E. che in Oltolina et altre terre de' Grigioni era un predicante luterano scelleratissimo, che già fu frate mendicante dell'ordine de' Minori. Il quale per le sue male qualità fu condannato al fuoco, sendosi egli ritirato a predicare ne' Luterani. Il quale era avvisata sua santità che incognito veniva in questo Stato, e in tutta Lombardia a fare diversi mali ufficj, per il che ella ha procurato, per quello che intendo, che si facesse ogni esatta diligenza, come s'è fatto dall'Inquisitore per porlo prigione, sendo egli stato condotto ai confini di questo Stato, e dicono li nostri, dieci passi nella giurisdizione dello Stato, dove è stato preso. Il che inteso da' Grigioni, che pretendono la captura si è fatta sopra la loro giurisdizione, dopo alcune diligenze che dicono aver fatte con S. E. e l'Inquisitore, non vedendo seguir la liberazione di detto frate, si ha avviso ch'hanno fatto porre prigioni molti frati che si trovano in un monastero d'Oltolina, sotto il loro dominio, pubblicando che il medesimo che patirà il detto suo predicatore, lo faranno patire a loro, et oltra di ciò hanno protestato in iscritto a' confini e con li Svizzeri loro confederati, d'ogni danno che perciò potesse seguire».

Questo raccolgo dall'Archivio diplomatico di Firenze: dal quale ho pure un aneddoto intorno al famoso santuario di Einsidlen, appartenente ai Grigioni. Gedeone Strucker, il 27 settembre 1614, così scriveva al granduca:

«Essendo io partito li 24 di settembre di Santa Maria d'Hermitte (Einsiedelen), due giorni appresso havendo un bredicatore bredicato secundo il solito, è stato un burghese di Zurichio presente, mentre che il ditto bredicatore attendeva alla sua bredicatione, quel Zurichese dette una mentida con alta voce. Subito fu il preso dela guardia et fatto brigione, et il popolo se dubitorno ch'el saria truncato la testa, o per il mancho fenduta la lingua, ma la giustitia è statto misericordioso, et hanno sentenziato che alla dominica prossimo dele 28 di settember egli debeno menar alla hora della bredica sopra il pergamo, et redire la mentita data, et ch'el habia parlato falsamente, come un tristo mentitor, et dimandar perdono al bredicatore et alla giustizia et a tutti cattolici auditori quali sono stati presente. Quando fa bel tempo, se bredica sopra una bela campagnia, avante una capela, et circondato con la guardia, et compagnato nel tempio della dita guardia, et recompagniato con torggie, et singulare reputatione, circa lontano dal tempio una buona tyrata d'argebuso». Arch. dipl. di Firenze.

[276.] Quando il Fuentes minacciava i confini nel 1606, Ercole Salis ambasciadore presso la signoria veneta, eccitava questa a sostener i Grigioni nell'impedire questa pericolosa congiunzione di Stati. Il doge rispose, dolendosi delle molestie tante recate dal Fuentes, e che il senato riposava nella prudenza de' Valtellinesi, «volendo credere che in quel paese dove si lascia che ognuno viva nella vocazione che Dio lo ispira, non debbano li pretesti di religione far quegli effetti che il Fuentes desidera». Il senato, allora in subuglio per l'interdetto, decretò ai Grigioni tremila ducati il mese.

[277.] Vedi il patto stipulato nel 1587, rinnovato nel 1604, fra i Cantoni svizzeri e Filippo II per assicurare la religione cattolica nelle terre già comasche, ap. Lunig, Cod. dipl. ital. I, p. I, sect. 2.

[278.] L'arciprete Rosca lasciò scritto: «Li principali della comunità di Sondrio erano la maggior parte eretici. Triasso, Ponchiera, Piazza, Colda, Cagnoletti, Arquino, Riatti, Marzi, Gualzi, Colombera, Sandrini, Pradella, Triangia, Ligari, Majoni, Bassola erano tutti cattolici. Sondrio, Ronchi, Gualtieri, Aschieri, Prati, Mossini e Moroni sono misti, e però si servono di due ministri, i quali tendono in Sondrio e nella contrada de' Mossini». I Marlianici erano i principali calvinisti.

[279.] Il sig. C. J. Kind (Die Reformation in den Bistümern Chur und Como) mi imputa di aver detto ma non provato che il re d'Inghilterra desse denari per sostenere gli eretici in Valtellina. Oltre esser la cosa verisimile, leggo nella lettera di Pietro Paolo Vergerio, 8 marzo 1551, al Gualterio: «Dite al Bullingero che l'ambasciadore del serenissimo re d'Inghilterra, che è in Augusta, mi ha scritto di sapere che sua maestà mi vuol dare qualche ajuto onde io possa continuare a far la guerra al diavolo».

Delle cose di Valtellina si occupa spesso il carteggio fra il cardinale Borghese, ministro di Stato a Roma, e il Bentivoglio nunzio a Parigi. Nominatamente il 20 luglio 1618 quegli ripeteva come bisognasse esortar i Cantoni cattolici e la Francia a proteggere i vescovi di Sion e di Coira, confinanti coll'Italia e molto molestati: e massime dacchè i Grigioni aveano eretto un loro collegio a Sondrio, «il che è cosa pestifera non solamente a quella valle, ma all'altre vicine del bergamasco e bresciano, e per conseguenza all'Italia».

[280.] Scrisse la vita del Rusca Giambattista Bajacca. Frà Riccardo da Rusconera di Locarno ne stampò il martirio nel 1620 ad Ingolstad; qualificata per libro infame dal De Porta, il quale non ha contumelie bastanti contro il Rusca, e reca certi versi di uno di Norimberga, ove è messo a fascio con Ravaillac, Ridicovio, Girard, Clement, Lopez ed altri

quos secta, propago

Cocyti, cœlo perfricta fronte sacravit

Martyres, heu reguum cultris qui viscera ledunt, etc.

Ne fece un poema (il Parlamento, Como, Arcione, 1610) Cesare Grassi comasco, che in un altro rozzo poema (Il popolo pentito ib. Frova 1639) descrive i mali del suo tempo.

[281.] Così un libro intitolato «Vera narratione del massacro fatto dai papisti rebelli nella maggior parte della Valtellina, messa in luce per la necessaria informatione et ammonitione a tutti i Stati liberi, e per esemplo a tutti i veri cristiani di perseverare nella pura professione del santo evangelio. Beati coloro che sono perseguitati per cagione di giustizia, perciocchè di essi è il regno de' cieli».

[282.] De Porta II, 483.

[283.] «Fu fatta una congiura da' predicanti et Grigioni, la quale s'esibisce separatamente alla M. V., nella quale fu risoluto d'ammazzare il clero et nobili della valle... col giorno et hora ne' quali doveva il tutto essere eseguito».

[284.] Che i banditi Grigioni avessero intelligenze anche col governator di Milano non ne lasciano dubbio i carteggi dei granduchi di Toscana, dove sono divisate tutte le pratiche dei Planta, del Zambra, di Cristoforo Carcano e del prevosto della Scala, che a Milano era centro e anima di tutti quei maneggi. Un Beroldinger, che in Isvizzera facea gli affari de' granduchi, scriveva il 17 dicembre 1619:

«Nelli Grisoni le cose sono ancora irresolute, però con più avantaggio delli Luterani che de' Cattolici. Tuttavia si tratta una sollevazione per servizio delli Cattolici, e potendosi quella effettuare, portaria non poco giovamento alla nostra fede. Tuttavia le pratiche per la parte de' Veneziani sono tanto grandi, che ci priva della speranza di qualche buon fine. Con tuttociò dovemo sperare ch'Iddio non abbandonerà li suoi».

E nel carteggio di Milano, riferendosi le informazioni avute, si trova al 3 giugno 1620:

«In Svizzera sempre si è mandato soldati alla sfilata, essendone partiti di qua fin ad ora 900, e sebbene questo negozio sia trattato con grandissima segretezza, si scoprì in ogni modo che tutto si fa per ajutar certi banditi grigioni i quali, risoluti di tornar ne' loro paesi, tentano ogni strada perchè li riesca. E tanto che hanno determinato, per un lungo cammino che fanno, di entrare nell'Egnadina Alta e poi nella Val Tellina, per impadronirsi di quella valle, che, quando li sortisca, sarà di grandissimo utile a' Spagnuoli, che senza apparire a niuno, otterranno il loro intento d'esser padroni della Val Tellina, che per la qualità del sito e pel transito comodissimo nel Tirolo, sarebbe cosa di grandissima conseguenza».

Al 24. «A ogni punto si aspetta di sentire quel che haveranno fatto i Banditi grigioni ne' loro paesi, sentendosi che alli 25 si haveva a dar dentro, e che tutti i soldati mandati di qua per questo effetto erano lesti per muoversi dove gli fussi stato comandato...»

Al 30 giugno, negli avvisi di Svizzera c'è: «Sono passati a questi giorni alquanti carichi di denari, che da Milano mandano in Germania, sebbene i banditi hanno pubblicato che devono servire contro a' Grigioni».

Al 1 luglio. «In Grigioni si doveano effettuare i tentativi de' banditi il giorno di san Giovanni, ma perchè le genti del serenissimo Leopoldo (l'arciduca?) non potettero esser all'ordine per quel tempo, per questo si è differita l'esecuzione tutto il mese di giugno passato. E mi ha detto il signor duca di Feria che adesso aspetta avviso del seguito a ogni punto, e spera che s'abbia a sentire qualche bel colpo per l'estirpazione degli eretici di questi paesi. Mi soggiunse che, avendo fatta istanza al papa per semplice consiglio, come si dovesse incamminar il negozio, che non ha mai potuto haver risposta, e se ne dolse gagliardamente».

Al 8 luglio. «I maneggi trattati dai banditi grigioni per entrare nell'Engaddina bassa non sono riusciti, per essere stati scoperti, et avvertiti i lor nemici... Non si resta però di fare ogni diligenza per ajutar quelle pratiche. Jersera incassarono cento colli di polvere, archibusi et moschetti, si dice per mandarli in quei paesi».

[285.] De Burgo, p. 9: cioè da 50,000 franchi.

[286.] Lavizzari, p. 159.

[287.] Sprecher, Hist. motuum ecc.

[288.] De Burgo, 64.

[289.] «Che fu il 19 luglio 1620, giorno veramente fausto, et per tanta felicità degno d'essere annoverato tra gli più celebri dell'anno con solenni processioni» Ballarini, Felici Progressi etc, p. 10.

«Como tanti Macabei confidati nel divino ajuto assalirono gli eretici... La qual impresa quanto sia stata accetta a Dio l'ha testificato con diversi miracoli ecc.». Relazione manuscritta.

«Il che successe con tanta facilità et felicità, che ben si vide la mano di Dio assistente ad opera tanto santa; poichè in tutta la valle non si mossero più di cento persone, sebbene ci fu il consenso di tutti gli altri, et nondimeno ammazzarono tanto numero di heretici et ufficiali Grigioni». Supplica al re cattolico.

«Di Teglio il fatto glorioso sgombra l'oscurità dell'eresia, abbellisce il cristianesimo, empie di gioja il mio cuore e d'altri fedeli, e tutte le lingue si debbono snodare per celebrarlo d'opera sì sublime ed alta, conveniente alla sublimità ed altezza ove siede». Il Rusco o descrizione del contado ecc.

L'Alberti però nelle Antichità di Bormio dice Fortissimum consilium quod vos ad salutaria arma capienda compulit, et Grisonum hereticorurn jugum excutere suasit faveat exercituum Deus pietati et fortitudini vestræ. Gregorio XV, breve del 9 marzo 1623. Ed il Quadrio, Della Rezia Cisalpina, Diss. IV. «Parve che il cielo stesso dichiarar si volesse a favore del loro disegno, poichè, dove tutta la notte caduta era abbondevole pioggia.. si mostrò il cielo all'apparir dell'alba terso affatto d'ogni nube e sereno». Esso Quadrio vorrebbe contro il vero insinuare che si aveva riguardo alle donne come cose mobili per natura: che a Teglio otto donne e tre fanciulli rimasero per accidente sacrificati, ecc.: ma non era egualmente un assassinio e su queste e su gli uomini? che «da' prudenti fu lodata la rivolta, non già il modo».

Al fine del vol. III degli Atti e monumenti della Chiesa Gallicana, 1631, in-fol. è inserita una Storia delle stragi di Valtellina di Abbot arcivescovo di Cantorbery, ma non è che la traduzione dell'opuscolo tedesco di Gaspare Waser, illustre teologo zuricano, riprodotto nella Biblioteca dell'Höttinger, e tradotto subito in italiano, in francese, in inglese. Egli dà a minuto le particolarità della strage, e per esso tutti gli uccisi sono martiri, de' quali racconta il coraggio, la costanza, i detti pietosi, alla guisa de' martirologi. Va con esagerazione opposta il libro Kelchkrieg, koder urzer und wahrhaftiger Bericht des Kelchkriegs so ron den calvinischen Pundtneren, und Zwinglischen, Zürcheren und Berneren in Veltlin vollbracht worden, 1620. Altorf: e l'anno stesso a Milano in italiano.

Una relazione contemporanea che ho trovata nell'Archivio generale di Firenze, dice tra le altre cose: «Nel mentre che si sono assicurati li posti et passi, li soldati paesani et massime li contadini sono andati alla caccia dei fuggiti heretici, et havendo trovata la maggior parte, gli hanno ammazzati tutti, specialmente d'una villa chiamata de Mossini sopra Sondrio, lavandosi le mani nel sangue loro, et hanno preso molti predicanti, alcuni de' quali tengono vivi per cavare da essi la verità della macchinazione et trattato di ammazzare li cattolici, et estirpare la fede Cattolica, poi li tratteranno come meritano.

«Il numero de' morti heretici sarà da 500, ma non può dirsi preciso perchè se n'ammazzano ogni giorno, trovati nelle caverne. Altri sono fuggiti oltre a monti, altri nel Venetiano.

«Non si lascia di dire che, tra li morti di Tirano vi era uno grisone come gigante, che giaceva in terra con moltissime ferite, et perchè doppo quattr'hore et più parve che movesse il capo, un figlioletto cattolico de cinque anni andò a dargli con una mazzetta sopra il capo dicendo, Quel traditore lùtero non vuole anco morire.

«Già s'è accettato il calendario gregoriano et introdotte le feste alla romana, et per stabilire meglio la fede cattolica s'addimandano predicatori, massime capuccini, amatissimi, a' quali si faranno due monasteri almeno, cessata la furia de' presenti moti, sperandosi nella misericordia divina che aggiusterà la causa sua, et nella pietà della maestà cattolica, che accetterà nella protettione sua quei popoli devotissimi suoi, et membri si può dire del Stato di Milano come diocesani di Como».

Tra i libri proibiti figura il Memoriale alla santità di nostro signore papa Gregorio XV, il clero e cattolici di Valtellina, come pure la Vera narratione del massacro degli Evangelici fatto dai Papisti ribelli nella maggior parte della Valtellina.

[290.] Informazione de' Bormiesi nel 1636.

[291.] 4 agosto. «S'intende che un nervo di Grigioni eretici con la scorta di ducento Olandesi, di quelli licenziati dalla Repubblica Veneta, siano entrati in Valtellina dalla parte di Chiavenna... nel medesimo tempo si ebbe nuova che da' Grigioni eretici erano state affondate due barche piene di soldati cattolici, de' quali nessuno s'era salvato. All'arrivo di questi avvisi si turbò assaissimo il signor duca di Feria, vedendo che si correva pericolo di perder l'acquistato; e trovandosi impegnato a difendere la Valtellina, gli dispiaceva che si aveva a venire a maggior cimento. Però dicono che si dolse gagliardamente con monsignor proposto della Scala, dicendogli che gli avea figurati i successi facilissimi e senza pericolo nessuno di accender fuoco in Italia, e che ora apparisce il contrario, sentendosi che tutte quelle montagne sono in moto, con fermo proposito di voler ricuperare il perduto.

Poco lontano dal forte di Fuentes furono fatti prigioni tre predicanti, i quali sono stati condotti a Milano, e si trovano in custodia del Sant'Offizio. Fra questi vi è una monaca vicentina, che già 15 anni sono fuggì di Vicenza» (Carteggio di Milano, nell'Archivio generale di Firenze).

[292.] Allora fu pubblicata un'altra delle pasquinate che dicemmo desunte da testi scritturali.

[293.] Rimasero da cinquecento arciducali: con loro cadde il beato Fedele da Sygmaringa cappuccino, che il Lavizzari dice odiatissimo prefetto di quelle missioni, e che è il protomartire della congregazione di Propaganda. Vedi Istoria delle missioni de' frati minori Cappuccini della provincia di Brescia nella Rezia dal 1621 al 1693, pel P. F. Clemente da Brescia. Trento, Pavone 1702.

[294.] Gli aggravj di questi sono espressi nel Recueil vrai et sincère de partie des mechancetez atroces et cruelles tirannies commises en la Valtelline après le massacre, et demeurées impunisse, ensemble les transgressions des statuts, loix criminelles et civils, voire mesmes des ordonnances et constitutions faites à Tiran depuis le dit temps jusqu'à l'an 1626. Vedi la Valtelline, schediasma. Véritable et solide résponce aux calomnies, et raisons desquelles les resbelles de la Valtelline, vrais et naturels sujets des Grisons, pallient et desguisent leurs exécrables forfaits, voulans par une entreprise imprudente et abominable persuader aux rois et potentats de prendre les armes pour leur défence et protection. Abbiamo nello stesso senso: «Antidoto contro le calunnie de' Cappuccini, composto per li fedeli confessori della verità nelle leghe de' Grigioni. — Informatione reale delle false apparizioni e miracoli della madonna di Tirano, di san Carlo Borromeo, e del beato Alviggi».

[295.] Quella donna, fatturata in un braccio di panno rosso, stette due mesi fitta nel letto senza mangiare nè bere altro che qualche stilla d'acqua infusale per un dente mancante. Eppure la vedevano affacciarsi alla finestra; ma come tosto s'accorgeva di essere veduta, tornava al letto, ove immobile giaceva. Tardi guarì, non obstanti i debiti exorcismi.

[296.] Alberti, Antichità Bormiesi, manuscritto.

[297.] Gentis inquietæ, et volentis inquietare cœteros. Hist. Patria, p. 127.

[298.] Nel 1790 erano dieci famiglie di protestanti in Tirano, due in Bianzone, due in Teglio, una a Castione Inferiore, una a Cajolo, sessantacinque nel contado di Chiavenna. Giacomo Picenino, ministro protestante a Coira, stampò l'Apologia della Riforma. Contro di essa il padre maestro Gotti, professore di teologia a Bologna, scrisse La vera Chiesa di Cristo, 3 volumi in-4º, che gli meritò la porpora.

[299.] Fin a quest'ora appartennero alla diocesi di Como, siccome pure la maggior parte del Canton Ticino. Adesso però vuolsi sottrarneli, confiscaronsi i beni che colà aveva il vescovo di Como, e vorrebbesi incorporare le comunità di Poschiavo e Brusio alla diocesi di Coira: al Canton Ticino mettere un vescovo proprio.

[300.] De fide, lib. II, c. 16.

[301.] Per quante buone ragioni e religiose e civili e umane il pontefice respingesse la pace di Westfalia, l'ha dimostrato testè il dottor Döllinger, Kirche und Kirchen, cap. 2. Si noti poi come un fatto generale che il protestare contro di essa non valea toglierle efficacia, nè impacciarne l'attuazione.

[302.] Ariosto. Si sa che il primo ospedale vi fu fondato da cittadini di Amalfi, donde nacquero gli Ordini religiosi militari. Nel 1355 Sofia di Filippo Arcangeli fiorentina istituì l'ospedale del monte Sion, con chiesa, casa, chiostri. Alessandro III e Urbano III fecero riporre sopra l'altare del santo sepolcro la iscrizione, che n'era stata tolta, præpotens Genuensium præsidium. Roberto di Napoli e Sancia spesero milioni per collocare monaci presso il santo sepolcro e il presepio. La cupola del santo sepolcro fu eretta, poi più volte rinnovata per cura d'Italiani, e ultimamente nel 1720 per zelo del padre Antonio da Cuna toscano, che n'ebbe licenza dal gransignore a patto che facesse restituire cencinquanta Musulmani, fatti schiavi da potenze cattoliche; il che egli adempì. Giovanna di Napoli ricomprò il sepolcro di Maria Vergine in val di Giosafat. L'altare di bronzo, meraviglia dell'arte, che sta sul calvario, fu dono di Ferdinando De Medici nel 1588, e opera di frà Domenico Fortisiano del convento di San Marco. Carlo Guarmani livornese scoperse testè Santa Maria Latina, antica Chiesa degli Amalfitani, sepolta sotto le rovine.

Leibniz nel 1673 essendo a Roma, scrisse un poema dedicato ad Alexandrum VIII ut christianos ad bellum sacrum hortetur, dove proponeva la spedizione d'Egitto, e vuolsi che di là ne traesse l'idea Bonaparte.

Avendo noi ripetuto che Lutero dissuadeva dalla guerra contro i Musulmani, giustizia vuole che accenniamo come Melantone vi esortava Carlo V, e soggiungeva: «Per cominciar la guerra turca, bisogna ch'e' passi in Egitto con una flotta ben fornita, onde forzar le armate turche ad abbandonare l'Europa. È serbato al nostro secolo di veder questa eroica impresa, che, a parer mio, è divinamente preparata e che sarà il segnale della decadenza dell'impero turco». Corpus reformatorum, edizione di Bretschneider, t. VII, 683.

[303.] Federico Morin, nel Dictionnaire de phylosophie et de théologie scholastique, ch'è il più ampio ed erudito e insieme vigoroso trattato di questa scienza, mostra, oserei dire esagera gl'immensi meriti de' filosofi del medioevo, e asserisce che la Riforma, anzichè essere una riazione della libertà, repressa in quelli, contro l'autorità cui si fosse data troppa prevalenza sopra i diritti della coscienza, fu invece il disastro della libertà razionale, surrogandovi il fatalismo razionale. E lo prova da ciò, che la Riforma imputava gli scolastici di sottomettere la teologia alla loro scienza, cioè di seguir piuttosto i barlumi della ragione che la voce infallibile della fede: e negava all'uomo il libero arbitrio, sostenuto invece apertamente dalla teologia.

[304.] Il Lagomarsino, commentando le lettere del Pogiano (vol. IV, p. 335) dice: Fuit illa hominum ætate cum multorum ingens in Italia græcarum literarum studium, tum egregia in italis hominibus græca interpretandi facultas.

[305.] Qui quidem tali ingenio præditi, barbari certe non sunt. Non enim quos a nobis montium excelsitas aut latitudo æquorum disjunxit, sed qua cum veræ religionis cultu non peragravit humanitas et artium amor ingenuarum, ea certa et sola est barbaries. Sadoceti, Phædr., pag. 561.

[306.] Ch. Villers, Essai sur l'espritt e l'influence de la Réforme. Parigi 1806.

[307.] «Un principio più ampio e assoluto venne espresso dal Machiavelli; il quale però non sembra averne misurata appieno la grandezza, l'universalità, l'efficacia, poichè ne fece uso in modo scarso e ristretto. Il qual pronunziato si è che, a volere che una setta o una repubblica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo principio. Il che torna a dire che l'ideale progresso verso l'unità e la perfezione finale è un regresso verso l'unità e perfezione primitiva. Tal è la formola cristiana, che è la sola vera. Noi dobbiamo pertanto risalire verso il medioevo, per ciò che spetta all'idea, perchè il medioevo, ch'è essenzialmente ideale, è il principio, onde mosse la civiltà moderna.... Il medioevo fu barbaro e cristiano. La barbarie, che deriva dal predominio del senso, è per se stessa un elemento negativo, e consiste nel difetto di coltura civile. Di costa a questo difetto, ai mali, alle tenebre, alle calamità, che ne nascevano, pullulavano nella età media i germogli di una civiltà meravigliosa, essenzialmente cristiana, e avvalorata dalle sane reliquie dell'antica umanità e gentilezza. Ma questa pianta era giovine, e i suoi fiori erano chiusi, o cominciavano appena a sbocciare: la stagione era piena e ricca di speranze, propizia alla coltura, lieta di frutti primaticci e tenerelli, che promettevano un maturo e abbondante ricolto.... Il progresso moderno dee essere l'esplicazione della civiltà potenziale, contenuta negl'istituti del medioevo.... Non vi ha alcun rischio, svolgendo i semi positivi e cristiani dell'età trascorsa, di dar nel barbaro; perchè in tanto allora il mondo era barbaro in quanto i preziosi germi non erano esplicati. La barbarie di quella età era tutta gentilesca; tramandata ai popoli cristiani, parte dal politeismo greco-latino, parte e assai più, dalla fiera superstizione dei popoli boreali.... Ma la società ecclesiastica, che vegliava fra le ruine colla sua mirabile struttura, e colla forte unità, spense a poco a poco la violenza e l'anarchia feudale, coltivando, svolgendo i rudimenti civili di autorità governatrice e di libertà nazionale; i quali ridotti quasi a nulla, pur non erano morti, e sopravvivevano nei sovrani, e nei Comuni. Oggi non è più duopo provare che i papi e i vescovi del medioevo, cioè la monarchia e l'aristocrazia elettiva della Chiesa, creavano i popoli ed i re; e con essi le nazioni moderne: la cui vita e il fiore dipendono dall'amichevole concordia del potere e della libertà, delle nazioni e dei principi».

Gioberti, Introd. allo studio della filosofia. Conciliarlo col riferito più sopra non è impresa che ci torremmo.

[308.] Il Sismondi nel famoso cap. 127 della storia delle Repubbliche italiane avea detto che «la Chiesa sostituì lo studio de' Casisti a quello della filosofia morale». Il Manzoni rispondeagli che le dottrine de' Casisti non vanno attribuite alla Chiesa, la quale non si fa mallevadrice dell'opinione di privati, nè pretende che alcun de' suoi figli non possa errare: i Casisti fondaronsi su ragionamenti e autorità umana, piuttosto che sulla Scrittura o la tradizione: e appunto quelli che, nella Chiesa, si elevarono contro le loro asserzioni, vi opposero la Scrittura e la tradizione.

Il medesimo Sismondi al famoso predicatore americano Channing scriveva qui: Ceux qui croient que la moralité ne consiste qu'en quelques préceptes vite épuisès, me semblent des observateurs bien superficiels. Plus au contraire on l'etudie, plus on voit le champ s'elargir. Ou peut s'en convaincre en lisant les milliers de livres ecrits sur des cas de conscience dans l'Église catholique. Le secret du confessional, la necessité d'accorder enfin l'absolution et de maintenir le pouvoir sacerdotal, ont certainement fait dévier les casuistes, et créer avec leur aide ce qu'on a appelé la moral jésuitique: toutefois des grands progrés ont été faits par eux dans cette noble science, et nous leurs devons peut-étre plus qu'à la Bible elle-méme l'etablissement du système de moralité chrètienne.

[309.] Gerusalemme Conquistata XX, 77.

[310.] «Fatti che basta rammentare per sentirsi raccapricciar d'orrore (sic) ed empir l'animo d'indignazione». Così lo Zobi, il quale commisera la Toscana che stava allora «sotto il ferreo scettro della casa Medici, che oppresse Firenze pel corso di 205 anni».

[311.] Galileo la sua scoperta di saturno tricorporeo velò sotto quest'anagramma: Altissimum planetam tergeminum observans.

[312.] Hist. de l'astronomie moderne.

[313.] Mécanique analytique, p. 207. Nella prima parte della Statica Lagrangia rivela i meriti meccanici del Galilei. Anche Arago diminuisce il merito delle scoperte celesti di Galileo, e dice che poche ore poteano bastare alle osservazioni ch'esso fece nel 1610 e 1611.

[314.] Si ha una lettera di Martino Hasdale a Galileo, che gli riferisce come Keplero si lagnava non avesse neppur mentovato il Bruno nel suo Nunzio sidereo. Op. di Galileo, c. VIII, p. 59. Esso Keplero parlò del Bruno in una lettera al dottor Brenger, il quale gli rispondeva: «Tu scrivi di Giordano Bruno, abbruciato colle fascine (prunis tostus). Il fatto è certo? e in qual tempo e perchè finì così? Ho compassion di lui» (J. Kepleri opera, ed. di Frisch., vol. II, p. 592). Il Keplero rispondeva sapere dal Walcher che fu arso in Roma, e sopportò con costanza il supplizio, pur asserendo che tutte le religioni son vane, e che Dio s'immedesima col mondo, col circolo, col punto. E il Brenger, uom positivo, a stupirsi della insania del Bruno, il quale, se non credeva esistere alcun Dio vindice della colpa, poteva impunemente simulare, e così sottrarsi alla morte.

Questi indizj sarebbero da aggiungere a quanto dicemmo sulla morte del Bruno, oltre quelli recati dal professore Berti in una vita di esso, di cui una parte stampò dopo quel nostro discorso.

Esso Bruno fu infervorato del sistema di Copernico, cui salutava come un nuovo Colombo che sorpassa i confini, e abbatte le muraglie fantastiche, e sprigiona la ragione umana da altri ceppi inventati dalla filosofia plebea. Eppure, sebbene processato, non troviamo che al Bruno si facesse colpa di tale opinione.

[315.] Annal. Bojorum. Lipsia 1710, pag. 262.

[316.] Chi rinfaccia sempre il lusso dei nunzj apostolici, voglia non dimenticare questo Nicolò da Cusa, nunzio di quattro papi, fatto cardinale da Nicolò V. Allorchè nel 1451 andava nunzio in Germania, fu incontrato da magnati in gran pompa, ma ipse super mulum suum cum exiguo romano comitatu humiliter insidens, cruce argentea a domino apostolico sibi data, cum suo stipite deargentato semper præcedente, ad ecclesiam processionaliter deductus, ibidem devote fuit susceptus... ab omni munere manus suas servavit: quod tamen terræ magnates et alii divites copiose offerebant, esculentis et poculentis, sine quibus vita præsens transigi non potest, tamen exceptis... Vedasi Clemens, Giordano Bruno et Nicola von Cusa, 1847.

[317.] Varj Italiani pretesero alla priorità nell'insegnare il sistema di Copernico. Tommaso Cornelio, che nel secolo XVII scriveva Problemata physica, dice che Gerolamo Tagliavia calabrese molto avea pensato sopra questo sistema e scritto alcune cose, che dopo la sua morte vennero in mano di Copernico. Migliori titoli potrebbe addurre Domenico Maria Novara ferrarese, morto il 1514 in Bologna, dove essendo professore d'astronomia, ebbe scolaro e compagno delle osservazioni Copernico. Ciò attesta Giorgio Gioachimo Retico, compagno e amico del Copernico (Narrat. de Copernico etc.), il quale soggiunge che questo ancor giovane spiegò astronomia in Roma, e v'ebbe moltissimi uditori, anche ragguardevoli.

[318.] È ristampata fra le opere di Galileo a Firenze, tom. V, 1854: «Da questi fondamenti e dalle dichiarazioni loro si manifesta l'opinione pitagorica e la copernicana essere tanto probabile, che forse non è altrettanto la comune di Tolomeo; perchè da quella se ne deduce un chiarissimo sistema ed una maravigliosa costituzione del mondo, molto più fondata in ragione ed in esperienza, che non si cava dalla comune, e si vede chiaramente che si può salvare; di modo tale che non occorre ormai più dubitare che ripugni all'autorità della sacra scrittura, nè alla verificazione delle proposizioni teologiche; ma anzi con ogni facilità non solo i fenomeni e le apparenze di tutti i corpi, ma scopre anco molte ragioni naturali, che per altra strada difficilmente si possono intendere».

[319.] Altri scrisse contro il moto della terra, fra cui

Accarisi, Terræ quies, solisque motus demonstratus (Era qualificatore della santa Inquisizione) Roma 1637.

Grandamico, Nova demonstratio immobilitatis terræ. Flexiæ 1645.

Dubois, Liber de veritate et auctoritate s. scripturæ in naturalibus contra Christophorum Wittichium. Trajecti 1654. Contro di questo fu scritta Demonstratio mathematica ineptiarum J. Durandi in oppugnanda hypothesi Copernici et Cartesii de mobilitate terræ. Roma 1656.

Anche nel 1806, un Domenico Pino milanese stampava a Milano L'incredibilità del moto della terra, opuscolo ove compendia quanto disse in tre tomi dell'Esame del newtoniano sistema intorno al moto della terra. Non si sgomenta delle opinioni contrarie, giacchè anche la teoria dei vortici di Cartesio fu per un pezzo abbracciata e promossa comunemente. Naturalmente è condotto a parlare del processo di Galileo. A sostener la sua tesi si vale della scienza, e non solo dell'autorità.

Quando il dottor Cullen fu elevato arcivescovo di Dublino, un giornale asserì che esso avea pubblicato un libro sostenendo il sistema tolomaico, e ribattendo il copernicano, e con esso tutti gli acquisti della scienza moderna: così esigere la Chiesa cattolica. Il fatto era falsissimo, ma come tante altre falsità continuò e continua ad essere ripetuto: e qualvolta si vuole screditar la Chiesa cattolica come nemica del sapere, si cita l'arcivescovo Cullen e il suo libro che nessuno ha veduto: e pur dianzi ne parlava con orrore il Times, come si parla e riparla della tortura di Galileo.

[320.] Anche l'illustre Cremonini era avverso a Galileo; onde Daniele Antonini friulano scriveva a questo: «Possibile che si trovino al mondo uomini così goffi, e quel ch'è peggio, che sian quelli stimati saputi? che cosa si potrebbe fare al mondo per farli confessare la verità, se il fargliela vedere con gli occhi proprj non basta? Da una parte me ne rido, dall'altra mi vien collera, e voglia quasi di dire come quel buon religioso, che, se io fossi messer Domenedio, non sopporterei che vivesse tal razza d'uomini irragionevoli. Ma credo che messer Domenedio lasci costoro acciò servano per buffoni della madre natura».

Noi diciamo per espiazione a qualche velleità d'ambizione.

[321.] Dialoghi, IV giornata. Surrogava l'esperienza anche all'analisi, come fece cercando la quadratura della cicloide. Costruiva delle cicloidi con foglie che poi pesava accuratamente, e così trovò che l'area di quella curva è eguale a tre volte l'area del circolo descrivente. Si sa quanto attorno a quel problema s'affaticarono, cominciando dal cardinal di Cusa, e finchè l'analisi infinitesimale lo risolse con facilità.

[322.] Vedasi specialmente Philarete Chasles.

[323.] Arduini, La primogenita di Galileo, Firenze 1864. Egli scrive pure che il levar a cielo il poema del Tasso «non è che un pregiudizio della scuola de' Gesuiti e Gesuitisti, finora interessati e privilegiati maestri di lettere d'Italia» (p. 233) e che si servivano di quel poema sulle crociate per assodar la loro dottrina cattolica.

È notevole che l'aver censurato il Tasso fu apposto come gran colpa alla scuola di noi altri Lombardi, che allora eravamo chiamati romantici, e dappoi clericali.

[324.] Viri Galilæi, quid statis aspicientes in cœlum? fu il testo preso da un predicatore a Firenze. Un'altra applicazione felice di testo trovo in una lettera del Pignoria, 26 settembre 1610: «Le do nuova come in Germania il Keplero ha osservato anch'esso i quattro pianeti nuovi, e che vedendoli esclamò, come già Giuliano apostata, Galilee vicisti».

Guglielmo Libri, che denigra a tutta possa l'operar della Chiesa in quest'affare, non tace che, quando il domenicano Caccini declamò contro Galileo, il Maruffi generale di quell'Ordine ne scrisse scuse a Galileo, dolendosi di dover essere partecipe a qualunque bestialità facessero trenta o quarantamila frati. In Inghilterra, nella patria de' grandi pensatori e non cattolica, e molti anni più tardi, quando Newton insegnò il metodo delle flussioni, v'ebbe dottori che dal pulpito metteano in avviso contro codesti «novatori, gente perduta che cadeano nelle chimere», ed esortavano ad evitare il loro commercio, «pernicioso per lo spirito e per la fede». Saverien, Dictionnaire des mathématiques, tom. I.

[325.] L'autenticità della Bibbia e delle singole sue parti è dogmaticamente stabilita dal Concilio di Trento, dichiarando anatema chi non riceve il sacro testo e le sue parti, prout in Ecclesia catholica legi consueverunt, et in veteri vulgata latina editione habentur. Eppure i più savj interpreti tengono che scientificamente possa discutersi di certi versetti e incisi, e anche correggerli; come, a tacer altro, si fece nell'edizione clementina. Vedi una dissertazione del padre Vercelloni, Sulla autenticità delle singole parti della Bibbia Vulgata.

[326.] Breitschwerth, Vita e influenza di Keplero secondo nuove fonti originali. Stuttgard 1851. Il Capitoul di Tolosa ordinò a Margherita Melaure, verso il 1690, di vestirsi da uomo, benchè ella dicesse d'esser ermafrodito. Saviard conobbe ch'era una malattia, la guarì, ma ci volle un decreto del re per permetterle di vestir da donna qual era.

[327.] «Noi Roberto cardinale Bellarmino, rilevato avendo come il signor Galileo è stato calunniato, e come imputato gli fu d'aver fatto un'abjura in nostre mani, e d'esser stato condannato a salutar penitenza; dietro ricerca fattacene, affermiamo, conformemente alla verità, che il predetto signor Galileo non ha fatto abjura di sorta alcuna, nè in nostre mani nè in quelle d'altre persone, per quanto è a nostra conoscenza, nè a Roma nè altrove, d'alcuna delle sue opinioni e dottrine; ch'ei non è stato assoggettato a veruna salutare penitenza di qualsivoglia specie; che solamente gli si è partecipata la dichiarazione del nostro santo Padre, pubblicata dalla Congregazione dell'Indice, cioè come la dottrina attribuita a Copernico, che la terra si muova intorno al sole, e che il sole occupi il centro del mondo senza muoversi dall'oriente all'occidente, è contraria alla sacra Scrittura, e che in conseguenza non è permesso difenderla nè sostenerla. In fede di che abbiamo scritta e sottoscritta la presente di nostra propria mano, questo giorno 26 maggio 1616. Roberto, cardinale Bellarmino».

Non è inutile ricordare che del Bellarmino stesso l'opera De romano pontifice fu messa all'Indice, poi levatane. La Chiesa non considerò mai come infallibili i decreti delle Congregazioni.

[328.] Dilecte fili, nobilis vir, salutem et apostolicam benedictionem. Tributorum vi et legionum robore formidolosam esse Etrusci principatus potentiam, Italia quidem omnis fatetur: at etenim remotissimæ etiam nationes felicem vocant nobilitatem tuam ob subditorum gloriam ac Florentinorum ingenia. Illi enim novos mundos animo complexi, et oceani arcana patefacientes potuerunt quartam terrarum partem relinquere nominis sui monumentum. Nuper autem dilectus filius Galilæus æthereas plagas ingressus ignota sidera illuminavit, et planetarum penetralia reclusit. Quare, dum beneficum Jovis astrum micabit in cœlo quatuor assectis comitatum, comitem ævi sui laudem Galilæi trahet. Nos tantum virum, cujus fama in cœlo lucet et terras peragrat, jamdiu paterna charitate complectimur. Novimus eum in eo non modo literarum gloriam, sed etiam pietatis studium; iisque artibus pollet, quibus pontificia voluntas facile demeretur. Nunc autem, cum illum in urbem pontificatus nostri gratulatus reduxerit, peramanter ipsum complexi sumus, atque jucunde identidem audivimus florentinæ eloquentiæ decora doctis disputationibus augentem. Nunc autem non patimur eum sine amplo pontificiæ charitatis commeatu in patriam redire quo illum nobilitatis tuæ beneficentia revocat. Exploratum est quibus præmii magni duces remunerentur admiranda ejus ingenii reperta, qui Medicei nominis gloriam inter sidera collocavit. Quinimo non pauci ob id dictitant, se minime mirari tam uberem in ista civitate virtutum esse proventum, ubi eas dominantium magnanimitas tam eximiis beneficiis alit. Tum ut scias quam charus pontificiæ menti ille sit, honorificum hoc ei dare voluimus virtutis et pietatis testimonium. Porro autem significamus solatia nostra fore omnia beneficia, quibus eum ornans nobilitas tua paternam munificentiam non modo imitabitur, sed etiam augebit.

[329.] Galilée, par le docteur Perchappe, 1865.

Les fondateurs de l'astronomie; par Joseph Bertrand.

La lettera di Galileo al padre Ranieri, dove racconta per disteso il suo processo, e che dal Tiraboschi fu data come autentica, era stata inventata dal duca Gaetano per prendersi gabbo di esso Tiraboschi. Quando Roma fu invasa dai Francesi, nel 1809, nulla fu più pressante agli spogliatori che di metter la mano sul processo di Galileo. Fu portato a Parigi, e quando nel 1814 Pio VII recuperò gli archivj delle sacre Congregazioni, questo non fu reso, dicendo era bruciato, poi che era smarrito in quell'oceano di carte. Solo Gregorio XVI potè riaverlo; e Pio IX lo consegnò a monsignor Marini che tanto erasi adoprato al suo ricupero; indi reduce da Gaeta, nel 1850 lo donò agli Archivj Vaticani, e fu poi pubblicato da esso monsignor Marini col titolo Galileo e l'Inquisizione (Roma 1850): dov'è compreso anche il processo del 1615.

[330.] Lettera 27 febbrajo 1633. Leviamo queste frasi dalle Lettere inedite di uomini illustri, stampate dal Fabroni, vol. II, p. 272 e seg.

[331.] Era facile rispondere che, se è onnipotente, potè anche far la terra che gira attorno al sole. Esponendogli io gli argomenti che i geologi danno sull'antichità della terra, Carlo Troya mi rispondeva che Dio come creò piante vecchie, così potè creare e le ossa fossili, e gli strati sovvertiti, e le roccie metamorfosate, ecc.

[332.] La sentenza fu letta a velo levato nell'aula del Sant'Uffizio; invitativi i professori di matematica e fisica.

[333.] Il Bernini, nella Storia delle eresie, fa star Galileo prigione cinque anni; Pontéconlant dice che, anche nelle carceri dell'Inquisizione, sostenne la rotazion della terra; Brewster, che fu tenuto prigioniere un anno: Montucla riporta altri che dicono essergli stati cavati gli occhi ecc. Il professore Trouessart (Quelques mots sur le procès et la condamnation de Galilée nella Revue de l'Instruction publique, 1860) che è forse il più diligente ponderatore, in Francia, delle opere del Galilei, e nemico violento delle cose ecclesiastiche, conchiude: Galilée ne fut donc pas soumis à la torture physique. C'est à l'idée, non à l'homme qu'on en voulait. Ces pauvres inquisiteurs, qu'on nous represente comme des monstres, étaient, il faut oser le dire, d'aussi braves gens que vous et moi, c'étaient, pour la plupart, des amis, des admirateurs de l'illustre accusé. Ils furent pour lui bons et cléments, bien plus que ne le permettait la redoutable loi inquisitoriale qu'ils avaient à appliquer. Galilée était un relaps: sa mauvaise intention, je parle en style d'inquisiteur, était évidente... et ils eurent à craindre bien plus, dans ce procès, d'étre accusés d'avoir peché par trop d'indulgence que par trop de rigueur. Les inquisiteurs valaient mieux que l'inquisition, et c'est là encore une moralité consolante, que nous esperons avoir fait sortir de ce procès.

Della tortura si trova bensì cenno nel processo. Et ei dicto quod dicat veritatem, alias devenietur ad torturam, respondit... Io non tengo nè ho tenuto questa opinione del Copernico dopo che mi fu intimato con precetto ch'io dovessi lasciarla. Del resto son qui nelle loro mani, facciano quello che lor piace.

Et cum nihil aliud posset haberi, remissus fuit ad locum suum.

Ciò prova talmente non essergli stata inflitta, che lo stesso Arduini conchiude: «Dunque Galileo ebbe la tortura morale, la più dolorosa delle torture, quella ove egli è tanto grande ai nostri occhi; e chi gliela inflisse riman condannato per sempre».

Oltre i conosciuti, apparvero, nel 1865 e 66, eccellenti articoli di Adolfo Valson nella Revue d'économie chrétienne sul movimento scientifico e intellettuale nel secolo XVII; e nella Revue des sciences ecclesiastiques altri dell'abate Bonix, il quale mostra che il decreto del Sant'Uffizio non ottenne mai le formalità necessarie per trasformarla in atto pontificale.

Nel Dublin Review viene esaminata la condanna di Galileo in relazione alle Congregazioni Romane, e l'autore prova che la decisione fu resa in parte come decreto disciplinare, in parte come dottrinale d'una congregazione, il che non porta mai l'infallibilità: il papa non ha proferito. Del resto l'autore sostiene che la Congregazione non fallò, giacchè l'ipotesi di Galileo era inverisimile, secondo le cognizioni d'allora, e poichè pareva intaccare i testi scritturali, era prudente e quasi necessario non abbandonare il senso tradizionale di questi per una teoria poco provata. L'importanza stava nel serbare il principio della interpretazione del testo sacro, ben più prezioso che non la verità scientifica. E la Chiesa, che non s'arrogò men di definire le verità fisiche, non fece che vegliar all'esattezze delle interpretazioni teologiche presentate da Galileo.

[334.] Lettera di Geri Bocchinieri del 16 aprile 1633.

[335.] Non è inutile al soggetto il riferire qui la formola d'una sentenza, tolta dal Sacro Arsenale di esso Masini (Bologna 1665), che dà una specie di sillabo delle eresie allora più consuete.

— Forma di sentenza e abjurazione contra un eretico formale non relasso e penitente.

Noi frà N., Inquisitore ecc. ecc.

Noi N., Vicario ecc.

Essendo che tu N. N. fosti denunziato in questo Sant'Officio di N.

Che ti fossi dato a comporre alcuni libri sopra la sacra scrittura, e specialmente sopra la divina Apocalissi, quali si pretendeva fossero molti empj e cattivi; e ripreso non avessi voluto desistere da così diabolica, operazione:

Che avessi ereticalmente trattato della materia del digiuno ecclesiastico; e, essendoti per difesa della santa fede cattolica argomentato contra, avessi allegata l'autorità degli eretici, che di ciò hanno scritto sinistramente, e per ischerno:

Che avessi detto, la Chiesa da cinquecento anni in qua esser corrotta, mostrando di non credere l'autorità del sommo pontefice, e della santa Chiesa cattolica e apostolica romana, con dire che credevi in Cristo e nelle Scritture, e che niuno poteva astringerti a creder quello che crede la suddetta santa Chiesa romana:

Che essendoti da persona pia e zelante, con vivi argomenti dimostrato che la detta santa Chiesa cattolica romana è la vera Chiesa, avessi parlato in contrario, approvando l'empie e sacrileghe sètte di Giovanni Us, di Martino Lutero e di Calvino:

Che avessi detto d'aver fatto venir di fuori una gran quantità di libri per notabil somma di denari, dando, col tuo modo di dire, ad intendere che fossero libri cattivi ed ereticali:

Fosti perciò d'ordine nostro carcerato in questo Santo Officio, e fattati la perquisizione de' libri e scritture, furono appresso di te ritrovati molti e molti libri eretici di Calvino e Calvinisti, e anco Luterani, stampati, con un libro scritto a mano, appunto sopra la divina Apocalissi, e altri fogli e quinternetti contenenti atrocissime eresie e orrendissime bestemmie contro la santa fede cattolica.

E successivamente furono contro di te pigliate altre informazioni, per le quali rimanesti di più indiciato,

Che avessi detto ad alcune persone, quali recitavano l'officio della Beatissima Vergine, non sapendo esse il latino, che non giova il dirlo, mentre non intendevano quello che leggevano; adducendo sopra ciò alcuni, benchè inetti esempj, e quella volgata autorità, legere et non intelligere, negligere est:

Che avessi dissuaso il frequentare la confessione sacramentale, con dire che bastava confessarsi una volta sola, e non peccare mai più; e che il confessarsi spesso, e poi tornar a peccare, era un burlare Dio:

Che avessi detto che il digiuno solito osservarsi dai Cattolici non è altrimenti comandato da Dio, ma che è cosa della Chiesa, e che nostro signor Iddio non guarda se si mangia un poco più o un poco meno:

Che, ragionandosi della divozione de' santi del cielo, e delle orazioni che si debbono loro fare, avessi detto che, quando facciamo orazione, dobbiamo pregare Dio e non i santi:

Che avessi detto che, se tu avessi comprata una certa villa, forse avresti ordinato d'essere sepolto in detta villa, come facevano gli antichi, aggiungendo altre parole per le quali mostravi di credere sinistramente intorno alla sepoltura ecclesiastica:

Che avessi biasimato l'andar spesso ad ascoltar la messa, con dire ad una persona, la quale ciò piamente faceva, che vanno a messa quelli che hanno buon tempo, e che detta persona doveva aver buon tempo:

Che avessi detto che la Chiesa fa delle cose assai, e che li frati e preti vanno sempre assottigliando, e fanno per guadagnare e tirare a loro:

Che avessi parimenti biasimato l'andar co' piedi scalzi a visitar la chiesa d'un tal santo del paradiso, con dire che la misericordia di Dio è quella che ci può salvare, non certe cose pinzocchere; aggiungendo molte altre parole con le quali mostravi di credere sinistramente intorno alla venerazione e invocazione de' santi:

Che avessi più volte, senza alcun legittimo impedimento, e con pericolo di grave scandalo tralasciato d'andar a sentir messa ne' giorni di festa, scusandoti con dire che non eri vestito come volevi.

Sopra le quali cose avanti di noi più volte col tuo giuramento esaminato, avendo già riconosciuto in giudicio tutti i libri eretici e perniciosi trovati appresso di te, col libro e fogli scritti a mano, dopo molte scuse, negazioni e tergiversazioni confessasti d'aver creduto tutti gli errori ed eresie da te espresse in detto libro e fogli scritti di tua mano, e altre eresie contenute ne' suddetti libri eretici di Calvino, Calvinisti e Luterani. Ed in particolare,

Che l'empia e diabolica sètta calvinista sia la vera Chiesa di Cristo dallo Spirito Santo figurata nella sacra Apocalissi per quella donna che apparve in cielo vestita di sole e coronata di stelle, e che in detta perversa e sacrilega sètta si trovi la vera dottrina evangelica e la salute eterna:

Che la sacrosanta, cattolica e apostolica romana Chiesa sia la sinagoga di Satanasso, e la meretrice babilonica, madre di fornicazioni e abominazioni, e Sodoma spiritualmente, quanto alla dottrina che tiene e insegna:

Che la suddetta santa Chiesa romana non sia dotata dell'autorità delle chiavi, non creda che si trovi Iddio non sappia, che cosa sia spirito d'intelligenza, non abbia inteso bene le parole di Cristo circa l'autorità concessagli, nè ammetta dispute nè ragioni; ma col ferro distrugga i suoi nemici a torto e crudelmente, e perseguitati empiamente i martiri del Signore, intendendo per martiri gli empj e scellerati eretici, giustamente da lei fatti morire per conto di religione, e appunto come meretrice spogli altrui delle facoltà, e riduca li principi e il mondo in misera servitù:

Che il sacrosanto Concilio di Trento rappresentante la santa Chiesa romana, per aver egli proibito i libri d'autori eretici, sia il dragone descritto nella detta sacra Apocalissi, che con la coda tirava a terra la terza parte delle stelle; e che i Padri congregati in detto Concilio per lo spazio di ventidue anni non abbino fatto altro che offendere la Divina Maestà, e che il detto santo Concilio a guisa del suddetto dragone abbia proferito bestemmie contro Dio e contro Cristo, e ingannata la Chiesa, come il dragone ingannò Eva nell'orto:

Che li suddetti empj e scellerati eretici siano stati istrumenti della fede, a Dio grati e profetati, e dallo Spirito Santo onorevolmente figurati in più luoghi della divina scrittura da te espressi distintamente nel processo:

Che Iddio abbia ripudiata la santa Chiesa romana come meretrice, e datala in concubina a Satanasso, condannando l'uno e l'altro al fuoco eterno:

Che tutti quelli che seguitano la dottrina della Chiesa romana siano veramente eretici.

Che niun cristiano possa essere astretto dalla Chiesa romana a creder quello che detta Chiesa romana crede e insegna:

Che la Chiesa sia corrotta, e che però l'orazione, la quale Cristo disse aver fatta per Pietro apostolo che non venisse meno la sua fede, sia adempita in Calvino, Lutero e altri eretici; li quali pareva a te avessero per mezzo della loro dottrina superata e gittata a terra la Chiesa romana:

Che sia bestemmia orrenda il dire che la sacra scrittura prenda autorità dalla Chiesa:

Che il papa non sia capo della Chiesa, ma anticristo, rettor di tenebre, e capo del diavolo, anzi il diavolo istesso, e non li convengano in modo alcuno i titoli di santissimo e beatissimo:

Che i romani pontefici distruggano quello che Iddio ha fatto, e voltino la grazia in servitù, e la cristiana libertà in perdizione, e leghino gli uomini non solo nel corpo, ma anco nell'anima, e sottopongano il cielo alla terra, e facciano peggio che il diavolo:

Che, se fosse vera la dottrina del romano pontefice in materia di religione, la passione e morte di Cristo sarebbe stata più dannosa del peccato di Adamo: e che esso romano pontefice con la sua dottrina cagioni che qualsivoglia legge, ancorchè stolta e pazza, in paragone della legge cristiana paja sapienza:

Che i Cattolici, e particolarmente i papi, nel far morire gli eretici siano peggiori del diavolo, successori di Cain, imitatori di Giuda traditore e di Pietro negante, Giudaici venditori del sangue giusto, e persecutori della parola di Dio:

Che il papa sia imitatore contrario di Cristo nel negozio della sacra messa:

Che sia atto d'idolatria il riverire il papa e i cardinali:

Che i Cattolici della sacrosanta Chiesa romana siano anticristiani.

Che i sacramenti della Chiesa di Cristo siano solamente due, cioè il Battesimo e la Cena, e non contengano nè conferiscano la grazia; ma siano solamente segni di essa:

Che nel santissimo sacramento dell'eucaristia non si contenga altrimenti il vero corpo e sangue di nostro signor Gesù Cristo, ma che detto sacramento sia solamente un segno del corpo e sangue di Cristo, e una memoria della sua passione e morte; e che in questa forma sia stato instituito da Cristo; e che ciò avevi creduto per un tempo, e dopo, mutato proposito, avevi tenuto

Che in detto santissimo sacramento, fuori dell'atto del riceverlo, non vi sia altrimenti il corpo e il sangue di nostro Signore, e perciò sia atto d'idolatria l'adorarlo e portarlo in processione:

Che proferite le parole della consacrazione resti anco la sostanza del pane e la sostanza del vino con la sostanza del corpo e del sangue di Nostro Signore:

Che la Chiesa romana abbia errato nell'articolo della transustanziazione:

Che nell'ostia consacrata si trovi solamente il corpo senza il sangue, e nel calice consacrato solamente il sangue senza il corpo di Cristo:

Che sia necessario alla salute nostra che tutti ricevino il detto sacramento sotto l'una e l'altra specie:

Che la sacra messa non sia vero, proprio e propiziatorio sacrificio instituito da Cristo nella Chiesa, e che non giovi niente, anzi sia un incantesimo, e uno spirito d'abominazione, e non debba celebrarsi con vesti d'oro; e che i riti e cerimonie, quali usa la Chiesa nel celebrarla, siano soverchie, e che non sia ben fatto celebrarla in onor de' santi:

Che i santi in cielo non veggano le cose nostre, e che perciò sia cosa vana e soverchia l'invocarli:

Che il culto delle sacre immagini sia specie d'idolatria, e che però esse sacre immagini non debbano venerarsi:

Che dopo questa vita presente non vi sia purgatorio, ma solamente il paradiso e l'inferno:

Che la confessione sacramentale di tutti i peccati mortali avanti al sacerdote non sia necessaria:

Che rimessa la colpa, venga anco rimessa tutta la pena, e che perciò la soddisfazione per li peccati sia vana:

Che i penitenti vengano a soddisfare per i suoi peccati solamente per la confidenza che hanno nella passione e morte di Cristo:

Che le nostre soddisfazioni oscurino e diminuiscano il merito della passione di Cristo:

Che la vera penitenza sia il non peccar più:

Che i sacerdoti non abbiano autorità di rimettere i peccati:

Che gli ordini o instituti monastici siano cattivi, e in essi non si trovi salute: e che li preti e frati eziandio quanto allo stato che professano siano peggiori de' Turchi; e che s'inganni colui che si fa frate per salvarsi:

Che l'officio della santa Inquisizione sia cattivo, e instituito per distruggere il Verbo eterno:

Che tutte le tradizioni, le quali tiene e crede la santa Madre Chiesa romana, non si debbano credere, ma solamente quello che si contiene espressamente nella scrittura sacra:

Che tutte le cerimonie e riti che usa la detta santa Chiesa romana nell'amministrare i santi sacramenti, e in tutte l'altre occorrenze ecclesiastiche siano scioccherie da fanciulli:

Che l'opre buone non siano meritorie nella vita eterna;

Che la sola fede basti a giustificarci:

Che sia lecito a ciascuno il tenere e leggere la sacra scrittura in lingua volgare; e ciò non si possa proibire senza carico di coscienza; e che tal proibizione sia contra Dio e la sua deità:

Che le indulgenze nella Chiesa di Dio siano nulle; e in particolare, che i giubilei, le stazioni, gli anni santi, le medaglie, le corone e i grani benedetti siano cose di gioco, e vane:

Che i vescovi creati dal pontefice romano non siano veri e legittimi vescovi, ma una finzione umana:

Che lo stato conjugale sia megliore di quello de' continenti e vedovi;

Che tutte le censure ecclesiastiche siano vane:

Che il digiuno solito osservarsi nella Chiesa cattolica non sia cosa comandata da Dio, nè vi sia obbligo alcuno di osservarlo ne' modi e tempi ordinati dalla suddetta santa Chiesa romana:

Che l'uomo per il peccato di Adamo abbia perso il libero arbitrio, e che tutta la nostra giustificazione venga da Dio senza alcuna nostra operazione: e qualunque opera buona che noi facciamo venga solamente da virtù divina, senza alcun concorso del libero nostro arbitrio; e che l'uomo pecchi necessariamente:

Che sia lecito a' religiosi, sacerdoti e chierici costituiti negli ordini sacri prender moglie a suo volere:

Che i matrimonj occulti siano validi, ancorchè non vi siano testimonj nè il parroco, come comanda il sacro Concilio di Trento, e che in ciò basti il giuramento delle parti:

Che ogni luogo sia buono per sepellirvi i morti, e che non giovi niente, anzi sia mala cosa sepellirli in Chiesa e in altro luogo sacro, e fare le altre cerimonie solite farsi dai Cattolici:

Che i pellegrinaggi ai luoghi santi, il far i voti e adempirli, gli ornamenti delle chiese e degli altari, la venerazione delle reliquie de' santi, l'osservanza delle feste fuorchè delle domeniche, Natale, Pasqua, Ascensione e Pentecoste, siano cose erronee, e da non farne conto:

Che i miracoli fatti dai santi del Signore nella Chiesa cattolica e apostolica romana siano invenzioni umane, e alle volte anco diaboliche:

Che i sacri dottori scolastici della suddetta Chiesa romana siano stati falsi dottori, e piuttosto umani che evangelici, e anzi filosofi che imitatori di Cristo, e che in materia di religione abbiano scritto per compiacere al loro capo, cioè al papa:

Che il recitare l'officio della sacratissima Vergine Maria madre di Dio, e nostra signora, e altre orazioni latinamente, se non s'intende quello si dice non giovi:

Che alla custodia di ciascun uomo e donna, infino dalla natività, non sia deputato da Dio un angelo, ma che un solo venga posto alla custodia d'una provincia; e che il credere che ognuno abbia un angelo custode sia un imitar l'idolatria degli antichi pagani.

Oltre a ciò confessasti che con animo e mente ereticale avevi ne' suddetti tuoi scritti asserito la maggior parte delle suddette eresie, e sforzatoti, come in detti scritti chiaramente si vede, di confermarle e corroborarle con autorità e figure della sacra scrittura, e specialmente della divina Apocalissi, con mescolarvi esecrande bestemmie, acerbissime ingiurie, asprissime e per avventura non mai più sentite calunnie contra la santa fede cattolica. E che molti anni sono ti furono lasciati i suddetti libri eretici rinchiusi dentro una cassetta da una persona oltramontana, con dirti che erano scritture de' suoi conti; e che venutoti voglia di vedere cosa ciò fosse, avevi aperta la suddetta cassetta, e visto ch'erano libri eretici gli avevi letti con gusto e aderito ai loro errori, e poscia datoti a scrivere contro la suddetta santa fede cattolica; e che eri perseverato nelle eresie sino a dieci giorni dopo la tua carcerazione nel Sant'Officio: negando d'aver imparato da altri le suddette eresie, nè insegnatele ex professo ad alcuna persona, nè meno aver in esse alcun complice nella città, ovvero luogo di N. nè altrove, e dicendo d'esser pentito, d'aver tenuto e creduto le suddette eresie ed errori, e di credere al presente tutto quello che tiene e crede la detta santa cattolica e apostolica romana Chiesa:

E avendo noi data piena informazione di questa tua causa e de' meriti di essa alla sacra Congregazione della santa e universale Inquisizione romana, d'ordine espresso della santità del N. S. per aver da te l'intera verità, dopo averti assegnato il termine a far le tue difese, nel quale niuna cosa adducesti a tua discolpa, ti esponessimo, senza però alcun pregiudizio delle cose da te confessate, e contro di te dedotte nel processo al rigoroso e anco repetito esamine, dal quale non essendo risultata alcun'altra cosa di nuovo, similmente d'ordine espresso di sua beatitudine siamo venuti contro di te all'infrascritta diffinitiva sentenza.

Invocato il santissimo nome di nostro signore Gesù Cristo, della gloriosissima madre sempre vergine Maria, e di san Pietro martire nostro protettore, avendo avanti di noi li sacrosanti evangelj, acciò dal volto di Dio proceda il nostro giudicio, e gli occhi nostri veggano l'equità; — nella causa e cause vertenti tra il signor N. fiscale di questo Sant'Officio da una parte e te N. suddetto, reo, indiciato, processato, convinto e confesso, come di sopra dall'altra parte; — per questa nostra diffinitiva sentenza, qual, sedendo pro tribunali, proferiamo in questi scritti, in questo luogo ed ora da noi eletti; — diciamo, pronunziamo, sentenziamo e dichiariamo che tu N. suddetto, per le cose da te confessate e contro di te provate, come di sopra, sei stato eretico, e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene che sono dai sacri canoni e altre costituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Ma perchè hai detto d'esser pentito de' suddetti tuoi errori ed eresie, e di credere al presente, e voler credere fino alla morte tutto quello che tiene e crede la detta santa madre Chiesa cattolica e apostolica romana, e del tuo grave eccesso dimandato misericordia e perdono, saremo contenti assolverti dalla scomunica maggiore, nella quale per le suddette eresie ed errori sei incorso, e riceverti nel grembo della detta santa Madre Chiesa, purchè prima con cuor sincero e fede non finta, vestito dell'abito di penitenza, ornato del segno della santa croce quale dovrai portare per l'avvenire sopra gli altri tuoi vestimenti, abjuri, maledici e detesti pubblicamente, avanti di noi, li suddetti errori, eresie e sètte, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e sètta che contraddica alla detta santa Madre Chiesa cattolica, come per questa nostra diffinitiva sentenza ti comandiamo che facci nel modo e forma che da noi ti sarà data.

E acciocchè questi tuoi gravi errori non ti restino senza il dovuto castigo, e sii più cauto nell'avvenire ed esempio agli altri che si astengano da simili eccessi.

Ti condanniamo a tutte le pene degli eretici, contenute ed espresse ne' suddetti sacri canoni e costituzioni pontificie, e a dover perpetuamente, senza alcuna speranza di grazia, esser immurato nel Sant'Officio, dove abbi a piangere la grave offesa da te fatta al sommo creatore Iddio e all'unico redentor nostro Gesù Cristo e alla diletta sua sposa detta, santa, cattolica e apostolica romana Chiesa, madre e maestra di tutte le altre Chiese, fuori del cui grembo non può alcuno trovare la vera e sempiterna salute, e al santissimo pontefice romano sommo e supremo capo e sposo visibile di lei.

Ordinando che a maggior detestazione delle suddette tue empietà ed edificazione di tutti i Cattolici, i libri e scritti eretici da te tenuti siano abbruciati in pubblico.

E acciocchè dal benignissimo e clementissimo Dio Padre delle misericordie ottenghi più facilmente la remissione e il perdono de' suddetti tuoi errori ed eresie, per penitenze salutari t'imponiamo,

Che per tutto il rimanente della vita tua digiuni ogni primo venerdì di ciascun mese semplicemente, e tutti i venerdì di marzo, e anco il venerdì santo, in pane ed acqua:

Che per il detto tempo reciti una volta la settimana i sette salmi penitenziali, con le litanie e preci seguenti, e appresso la corona della beatissima sempre vergine Maria, e ogni domenica cinque volte il Pater noster e l'Ave Maria, e una volta il Credo, inginocchiato avanti qualche sacra immagine. E finalmente

Che durante la vita tua, come di sopra, confessi sacramentalmente quattro volte l'anno i tuoi peccati al sacerdote che da noi ti sarà deputato, e di sua licenza ti comunichi nelle quattro principali solennità, cioè nella Natività e Resurrezione di nostro signore Gesù Cristo, della sacra Pentecoste e di tutti li Santi,

Riservando alla detta sacra Congregazione del Sant'Officio di Roma l'autorità di mitigare e rimettere, o condonare in tutto o in parte le dette pene e penitenze.

E così diciamo, pronunziamo, sentenziamo, dichiariamo, condanniamo, ordiniamo, penitenziamo e riferiamo in questo e ogni altro miglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo. —

Nella Revue des questions historiques, v livraison, dopo il mio lavoro fu pubblicato un articolo notevolissimo del signor Enrico de l'Epinois sopra Galileo, dove si valse di tutti gli autori antecedenti, e del processo originale comunicatogli a Roma. Arriva alle medesime conclusioni nostre per altra via; il che tanto più le conferma. «Il decreto dichiarò falsam una dottrina astronomica, che in fatto non lo era: la dichiarò contraria alla Scrittura, e non l'era: s'è dunque ingannato; tutti il concedono, ma lo stato delle cognizioni d'allora non permetteva d'ammettere la nuova teoria del movimento della terra, che non fu mai discussa avanti al tribunale come dottrina scientifica, bensì come contraria al senso tradizionale delle sacre scritture. Per ciò al principio del XVII secolo il tribunale la condanna: nel secolo XIX il tribunale stesso l'adotterebbe, senza perciò modificare i principj sui quali appoggiavasi la sentenza. Fra le due epoche è cangiato non un principio teologico, ma un fatto scientifico, cioè che la teoria di Copernico oggi non è un'improbabilità scientifica, ma una verità constatata dalla scienza. Il decreto del 1616 fu un semplice provedimento di prudenza, perchè non ne soffrisse la verità cattolica: ne in perniciem catholicæ veritatis serpat. Questo è il motivo: e a tal riguardo è notevole la differenza fra le espressioni de' consultori e quelle del decreto della Congregazione. I consultori decretano insensata, assurda, eretica quell'opinione: la Congregazione ommette tutti quegli epiteti, e si limita a dichiararla falsa e contraria alla Scrittura. Nella stessa censura de' consultori, la prima opinione è condannata senza riserva; la seconda, cioè l'immobilità del sole, è detta solo erronea. Dunque anche dal lato scientifico il tribunale è men colpevole che non si dica. Secondo Galileo, il sole non aveva alcun movimento locale: oggi è dimostrato il contrario: e l'immobilità del sole è proposizione assurda in cosmografia. Che conchiuderne, se non che la dottrina del moto della terra era ben lontana dall'essere scientificamente stabilita? e come rimproverare, non ad una commissione scientifica, ma ad un tribunale ecclesiastico, di non averla immediatamente adottata, modificando l'interpretazione secolare d'un testo della sacra scrittura?» (pag. 100)

Ivi sono moltiplicate le prove del rispetto e della benevolenza de' Romani e dei papi verso Galileo, e dell'assurdità della tortura inflittagli, sulla quale l'ostilissimo Libri non sa addurre altra prova se non che «essa era talmente abituale, che non si prese neppure la fatica d'accennarla». Il qual Libri adduce pure che i manuscritti di Galileo furono saccheggiati e dispersi dai famigli del Sant'Offizio, e la più parte perì, e che poco mancò non si gettasse in una fogna il cadavere di lui. È noto che il granduca Leopoldo II fe fare l'edizione delle opere di Galileo, i cui manuscritti conservava nella preziosissima sua Biblioteca Palatina.

Dall'esame del processo stesso risulta che fu una precauzione per lo meno inutile quella di monsignor Marini di non pubblicarlo integralmente. Ivi sono testualmente queste parole di Galileo: «Per maggior conformazione del non aver nè tenuta nè tener per vera la dannata opinion mia della mobilità della terra e stabilità del sole, se mi sarà conceduta, sì come io desidero, abilità e tempo di poterne fare più chiara dimostrazione, io sono accinto a farla; e l'occasione v'è opportunissima, attesochè nel libro già pubblicato sono concordi gl'interlocutori di doversi, dopo certo tempo, trovar ancor insieme per discorrere sopra diversi problemi naturali separati, della materia nei loro congressi trattata. Con tale occasione dunque dovendo io soggiungere una o due altre giornate, prometto di ripigliar gli argomenti già recati a favore della detta opinione, falsa o dannata, e confutarli in quel più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato».

E altrove: «Già molto tempo avanti la determinazione della sacra Congregazione dell'Indice, e prima che mi fosse fatto quel precetto, io stavo indifferente, ed avevo le due opinioni di Tolomeo e di Copernico per disputabili, perchè e l'una e l'altra poteva esser vera in natura. Ma dopo la determinazione sopradetta, assicurato della prudenza de' superiori, cessò in me ogni ambiguità, e tenni, siccome tengo ancora, per verissima ed indubitata l'opinione di Tolomeo, cioè la stabilità della terra e la mobilità del sole».

Qui soggiungerò che sta nell'Archivio di Firenze una cronaca del Settimanni, dove quasi giorno per giorno son notati gli avvenimenti. Il cronista è avversissimo agli ecclesiastici: pure non fa cenno di brutali trattamenti a Galileo. Scrive: «A dì X febbrajo 1632 (stile toscano) giovedì giunse in Roma G. Galilei, celebre astronomo fiorentino, chiamato dalla Congregazione del Sant'Uffizio, e fu arrestato nel palazzo del serenissimo granduca, situato alla Trinità de' Monti, dove abitava l'ambasciadore fiorentino. — Dicembre 1633. Il dottissimo matematico G. Galilei, dopo essere stato circa mesi 5 a disposizione del Sant'Uffizio di Roma, arrestato nel palazzo dell'ambasciadore fiorentino, ed aver abjurato l'opinione di Copernico circa il sistema del mondo, e di poi per ordine del medesimo Sant'Uffizio essere stato circa altri mesi cinque insieme nell'abitazione di monsignor arcivescovo Piccolomini, essendogli stata data libertà di star in campagna, ritirossi alla sua villa di Bellosguardo».

Nel carteggio de' cardinali, in esso Archivio, filza LXXXII, sono lettere del cardinale Federico Borromeo e del cardinale Orsino, che promettono al granduca ogni appoggio al Galilei quando era citato a Roma.

[336.] Pour ruiner un malheureux, spécialement un talent supérieur... deux ou trois acharnès suffisent a l'œuvre... Dans le procés de Galilée, le mouvement de la terre n'était point en jeu; mais seulement le mouvement de l'envie. Phil. Chasles, Galileo Galilei, prefazione. Ripudiando le vulgari dicerie, egli ne imputa l'invidia de' letterati nemici, e la tepidezza degli amici.

Quelle aménité! Ce mond social est si délicat! Le pape punit à regret; le grandduc voudrait sauver le philosophe: Niccolini s'y emploie: Bali Cioli le porte dans son cœur. Partout convenence, bonne grâce, révérences attendries, obéissance acceptée: une régularité accomplie. De justice et d'équité pas un mot. On ne le jette pas en prison, ce qui serait trop féroce. Son agréable ennemi Firenzuola vient le voir, lui sourit, l'interroge, le plaint, l'allaite d'espérances... Les dernières annèes du grand astronome se passérent dans cette ville solitaire. Aucun geólier ne le surveillat, et cette pénitence enfantine aigrissait l'ennuie de la retraite, jointe à de vives souffrances physiques. Le sentiment de sa faiblesse intime, de ses détours inutiles ét de ses inutiles concessions devait y ajouter bien de l'amertume; et le peu du fruit qu'il recueillait de sa longue humilité, devait le lui faire regretter cruellement... Tout savant qui voulait plaire et arriver aux honneurs le couvrait d'injures dans un gros livre dedié aux puissances: on disait et on imprimait tout ce qu'on voulait contre lui: lui ne pouvait rien imprimer ni rien répondre à qui que ce fût... Les Grassi, les Caccini, les Firenzuola se frottaient les mains en achevant cet assassinat à coups d'épingles et à coups de matelas. O personnes dislingués! o mœurs adoucies! ce que vous avez de pire c'est que vous avilissez et dégradez vos victimes... Mais, grand homme, pourquoi vous laissez-vous dégrader? On peut comparer ces doux assassinat qui a duré huit ans, et n'a fini qu'avec sa vie, au meurtre du malheureux Prina, dont les bourgeois d'une autre ville italienne se defirent en 1814 à coups de parapluie lentement, doucement, hommes civilisés qui détestaient ce bruit, opéraient comme les envieux de Galilée, avec componction, sagesse et convenence.

Il protestante Federico De Rougemont (L'homme et le singe, ou le matérialisme moderne. Neuchatel 1865) esclama: On nous parle beaucoup d'un Galilée emprisonné il y a plusieurs siècles par l'Inquisition romaine, et l'on oublie que, l'autre jour, pour ainsi dire, les republicains de 1793 interdisaient à 25 milions de Français le culte de la religion chrétienne.

[337.] La Polissena, che fu poi Maria Celeste, morì il 5 aprile 1634. Io trassi un racconto pietoso dalle lettere di lei, che comparvero saviamente scelte nell'edizione dell'Alberi, poi indiscretamente nell'opera dell'Arduini.

[338.] Guglielmo Libri, che ai dì nostri rinnovellò ed inasprì tutte le vulgarità in proposito del processo di Galileo, fa del Cavalieri uno de' peggiori nemici di questo e suo plagiario. Or bene, Galileo ne parla sempre con affetto e riverenza: e il 26 luglio scrive: «Godo da otto giorni la dolcissima conversazione del molto reverendo padre Bonaventura Cavalieri, alter Archimedes». E al 16 agosto: «Il padre matematico di Bologna è veramente un ingegno mirabile». E il 18 ottobre: «Sento gran consolazione della soddisfazione ch'ella (frà Micanzio) mostra della contratta corrispondenza d'affetto col padre matematico di Bologna».

Or come il Libri s'ingannò o perchè ingannò?

Il Cavalieri era frate gesuato, e il Libri lo scambiò per padre gesuita: inde iræ.

[339.] La lettera è nel tom. IX, p. 196 delle Opere di Galileo Galilei, edite a Firenze.

[340.] Si fa tanto caso dello Sta sol contra Gabaon. Ma anche nelle ipotesi più accettate, il sole si muove con tutti gli altri soli, forse in quella gran nebulosa che si chiama la via lattea. Quando il sole si fermasse, si fermerebbero i pianeti e i satelliti del suo sistema; quindi la terra e la luna. Ciò non toglierebbe quelle incongruenze che gli astronomi riconoscono nel miracolo di fermarsi soltanto la luna e la terra?

[341.] Lo racconta ella stessa in lettera ch'è fra le inedite del Fabbroni.

[342.] L'abate Henry ha pubblicato a Parigi, il 1865, Les protestants revenus à la foi catholique avec l'exposé des motifs qui les ont déterminés; e la prima serie comprende le conversioni in Francia, la seconda quelle in Germania e Svizzera, la terza gl'Israeliti. Credemmo bene aggiungervi alcunchè per quelle in Italia, dove menzioneremo Alberto Bury, che abjurato in Venezia il calvinismo, stampò colà nel 1576 Methodus facilis veram Ecclesiam lumine rationis inveniendi, proposita a quodam calvinista seu reformato, in gremio sanctæ Ecclesiæ cath. ap. rom. reducto. Anche monsignor Rœss vescovo di Strasburgo, stampa ora Les convertis de la Reforme, d'après leur vie et leurs écrits; vera controversia in azione.

[343.] Vedi la nota 2 del nostro Discorso IIL. Dalle devastazioni di quella guerra i papi poterono salvare la biblioteca palatina di Eidelberga, che fu trasportata a Roma, e fu poi restituita nel 1815. Lo Scioppio, che conosciamo, accusò Leone Alazio, di cui pure abbiam fatto cenno, d'avere distratto i migliori libri di quella raccolta, ma egli se ne scolpò.

Il marchese Francesco Nerli, ambasciadore del duca di Mantova a Roma, scriveva al duca:

«Languivano le antiche glorie nella Corte di Roma, non senza discapito della nostra santa religione negli ultimi periodi del vivere d'Innocenzo X, avendo non solo la più infetta Germania e le rabbiose lingue di tutti gli eretici, ma le bocche profane d'empj cristiani, vomitato ignominiosi improperj contro la sacrosanta maestà papale: o che li ministri del defunto pontefice, o che l'avara natura dei più cospicui nella Casa Pamfilia, fosse bastevol materia ad eccitar da ogni parte contumaci clamori. Con queste obbrobriose memorie caduto infermo per alcuni mesi, l'odiato pontefice terminò con l'idropica sete di respirare l'aure vitali».

[344.] Bayle alla voce Chigi. Il libro suo sopra accennato è Judicium theologicum super quæstionem an pax qualem desiderant Protestantes sit secundum se illicita..... opera ac studio Ernesti De Eusebiis civis romani.

[345.] Della costui politica, di cui tanto ebbe a soffrir l'Italia, così rideva Pasquino:

Guerra a Cesare muove e propon pace,

Pronto sempre egualmente a pace e guerra

Quel ch'è sì glorioso in guerra e in pace,

Arbitro della pace e della guerra.

Guerra, dic'egli, io porto, e porto pace,

Ciò che vuol scelga il mondo, o pace o guerra:

Giust'è la guerra a dir non vuol la pace,

Bell'è la pace a dir non vuol la guerra.

Fin di mia guerra è il non voler la guerra:

Voler la guerra è il fin dell'altrui pace,

O facciam pace in pace o guerra in guerra.

Che gran re! che gran guerra! e che gran pace!

Manda la pace a principiar la guerra,

Manda la guerra ad esibir la pace.

[346.]

Et tout le partit Protestant

Du Saint-Père en vain très-content.

Le chevalier de Sillery

En parlant de ce pape-cy

Souhaitait pour la paix publique

Qu'il se fast rendu catholique.

La Fontaine, Œuvres postumes, p. 171.

[347.] Opere del Galilei, vol. I, p. 231.

[348.] «Il vero ideale, intuitivo e rivelato, è di sua natura assiomatico, e si riduce a corpo di scienza, deducendo e non inducendo, sintetizzando e non analizzando, e procedendo in somma per modo affatto diverso dalle scienze naturali e dalla filosofia secondaria: l'analisi può solo venire appresso, e se vuol precedere, non può giovare altrimenti che a guisa di semplice apparecchio. La sintesi primitiva costituisce in religione la fede cattolica, e in filosofia la fede razionale verso l'Idea: ella è la cognizione del vero, contemplato nelle analogie o in se stesso, per mezzo del verbo jeratico. Quando l'animo del fanciullo cattolico, formato e disposto dalla doppia instituzione del catechismo e della Grazia, della Chiesa e di Dio, giunge a quel grado di cognizione che gli permette di dire sentitamente e con pieno arbitrio, Io so e credo; egli acquista la doppia fede dell'uomo e del cristiano. La sufficiente notizia del vero intelligibile e sovrintelligibile, ch'egli ha ricevuta dalla parola educatrice, rende intima la sua persuasione e l'ossequio ragionevole. Avendo apprese dal magistero ecclesiastico le verità razionali e i dogmi arcani della religione, egli ammette quelle in virtù della propria evidenza, e guidato dalla luce che diffondono, crede all'autorità della favella rivelatrice che l'esprime e l'accompagna, crede ai misteri incomprensibili per la guarentigia autorevole degl'insegnatori. Così, l'uomo, che per la grazia del primo rito era già abitualmente cristiano, riesce tale in atto, piglia libero possesso dell'Idea perfetta, ed entra con essa alla cittadinanza spirituale conferitagli nel celeste regno. Niuno può determinare l'istante preciso e il modo speciale di questa operazione in ciascun individuo; giacchè la verità assoluta e moltiforme del cristianesimo può influire nello spirito per mille diverse guise; e l'impressione divina che accompagna ed accresce l'efficacia di quella, può ottemprarsi in varj modi all'indole speciale del fanciullo e alle condizioni in cui è collocato. Ma ciò che è manifesto si è che la fede cristiana e la fede razionale nel fanciullo bene instituito non vengono mai precedute dall'analisi, dal dubbio, dall'esame, e che il metodo cartesiano e protestante ripugna del pari alla religione e alla natura. Nei due casi si annulla la fede collo scetticismo, a fine di poterla rifare coll'esame: si rinunzia al possesso di un dono così prezioso ricevuto dall'educazione, o s'incorre nel grave rischio di non poterlo ricoverare, come colui che trovandosi aver fra mano un gran tesoro necessario alla sua vita, eleggesse di scagliarlo in mare per avere il diletto di ripescarlo, faticando e nuotando con pericolo di annegarsi. E veramente la fede, che è l'innocenza dello spirito, è come quella dei costumi assai più facile a conservare, purchè si adoperi la debita vigilanza, che a racquistare, quando si è perduta. La fede è la vita delle anime, le quali, a guisa dei corpi, non posson destarsi dal sonno mortale, o risorgere senza miracolo». Gioberti, Introduzione allo studio della filosofia.

[349.] Nel Catechismo stampato a Basilea il 1561, si legge:

Ministro. Sebben l'esser nostro è infinitamente lontano dall'esser di Dio, non può darsi che l'uomo non sia. Anzi è cosa sì chiara, che più nota non può trovarsi, e mostra d'esser in tutto privo di giudizio chi non crede essere. Però ti prego, illuminato mio, che tu mi dica s'egli ti par essere o no.

Illuminato. Mi par essere: ma per questo non so certo che io sia: imperocchè in parermi d'essere, forse m'inganno.

Ministro. È impossibile che a chi non è gli paja d'essere: però, poi ch'ei ti par essere, bisogna dire che tu sia.

Illuminato. Così è vero.

[350.] Méditation III, alla fine.

[351.] Vedasi qui sopra a pag. 276.

[352.] Quæst. II, nei Libri Fisionomici. Ne parlammo a lungo a pag. 63 e seg.

[353.] Opera, tom. II, part. I, pag. 277.

[354.] Le Catholique, Parigi 1826, tom. II, pag. 198, 199 e altrove.

[355.] Vedi il nostro vol. II, p. 334, Pur testè, lo spirito di Lamennais, evocato colla magia moderna, diceva; «Quando in Italia si bruciarono Arnaldo da Brescia, Giordano Bruno, Tommaso Campanella (quasi fossero contemporanei) si spensero le ultime voci che protestavano in nome della verità contro il fanatismo che uccideva Cristo. Voi dovete resuscitarle quelle sante voci». Annali dello spiritismo in Italia, vol. I, p. 663.

[356.] Troviamo pure all'Indice:

[357.] Così lo storico Zazzera. Fra i libri proibiti d'allora compajono Giovanni Orsino, Scienze ermetiche; e Magica, seu mirabilium historiarum de spectris et apparitionibus spirituum; item de magicis et diabolicis incantationibus.

[358.] Estratto da copia nell'Archivio de' Frari.

[359.] Vita del cavaliere Borri, p. 354. Forse è opera del Leti, come l'Ambasciata di Romolo ai Romani, libro rarissimo stampato a Brusselles il 1671, e mal attribuito al Borri, del quale vi va unito il processo. Questo fu riprodotto nella Amœnitates litærariæ, tom. V, p. 149, e nella Historia d'Italia del Brusoni (Torino 1680, da pag. 724 a 732) «perchè veramente di nessun altro eresiarca si leggono tante e sì stravaganti follie nelle materie di fede».

Sul Borro altre notizie si hanno nell'Archivio di Firenze, Strozziane, filza CCXLIV; e filza LXXIX del tomo XI Segretaria Vecchia, coll'abjura di esso.

[360.] De ortu et progressu chemiæ. Nella Magliabecchiana, mss., classe XXIV, 65 è un'invettiva contro il Borro.

[361.] «Lo spirito moderno si mostrò molto severo verso il cenobitismo. Abbiamo dimenticato che nella vita comune l'anima dell'uomo gustò le maggiori gioje: cessammo il cantico Quant'è bello e giocondo l'abitar insieme i fratelli. Ma quando l'individualismo moderno avrà portato gli ultimi suoi frutti, quando l'umanità, impicciolita, attristata, fatta impotente, tornerà alle grandi istituzioni, alle forti discipline; quando la meschina nostra società borghese, dirò meglio, il nostro mondo di pigmei sarà stato respinto a frustate dalla parte eroica e idealista dell'umanità, allora la vita comune ripiglierà tutto il suo valore. Una quantità di cose grandi, come la scienza, si sistemeranno sotto forme monastiche con eredità non di sangue: l'importanza che il nostro secolo attribuisce alla famiglia diminuirà (!); l'egoismo, legge essenziale della società civile, non basterà alle grandi anime: tutti accorrendo dai punti più diversi, si alleeranno contro la vulgarità: si troverà senso alle parole di Gesù e alle idee del medioevo sulla povertà: si comprenderà che il posseder qualche cosa potè esser considerato come una degradazione, e che i fondatori della vita monastica abbiano disputato secoli per sapere se Cristo possedette almeno «le cose che si consumano per l'uso». Le sottigliezze francescane torneranno grandi problemi sociali. Lo splendido ideale, delineato dall'autore degli Atti apostolici sarà iscritto come una rivelazione profetica all'entrar del paradiso dell'umanità». Renan, Les Apôtres, p. 132-133.

[362.] Vedasi un manuscritto nella Magliabecchiana, classe VIII.

Le visioni del beato Amedeo, grosso volume di ducenquindici carte che si conserva manuscritto nella stessa Magliabecchiana, asserisce che gli errori saranno vinti da coloro che aderiranno al sommo pastore, quorum potior pars reperietur in urbe Florentina, tamquam capite religionis, non auctoritate qua Roma potestatis caput est, sed adhesione. Nulla nam civitas ita rebus Christi adherebit sicut illa. Conservabitur et illa de qua tibi alias dixi pro liberatione ab alienis totius Italiæ.

[363.] Gran mistico fu il poeta spagnuolo Luigi Ponce de Leon, che stette nelle prigioni del Sant'Uffizio dal 1572 al 76, e morì nel 91.

[364.] Mss. de Spalatin. Lettres de Luthère à Melanton, 5 août.

[365.] Bernino, Storia delle eresie, Secolo XVII, c. 9.

Molti de' libri proibiti allora riguardano la mistica. Tale il Tesoro mistico scoperto all'anima desiderosa d'orazione continua... dato in luce da un sacerdote genovese (proibito il 1605). — Passi dell'anima per il cammino di pura fede, di Giovanni Paolo Rocchi (proibito il 1687). — Petrucci Pier Matteo, Lettere e trattati spirituali e mistici. — I mistici enigmi disvelati. — La contemplazione mistica acquistata. — Il nulla delle creature, il tutto di Dio (condannati il 1686). — Alfabeto litterale, fantasmatico, mistico, acquisito, contemplativo, col quale resta formata risposta circolare ad una religiosa pusillanime nel dibattimento della contemplazione mistica acquisita (proibito il 1687).

Lotto spirituale per le povere anime del purgatorio (proibito il 1703).

Dialogo della bellezza, e arte di ben servirsi delle finestre dell'anima (proibito il 1732).

Di Michele Cicogna, molti libri di devozione, come, Ambrosia Celeste, o soave cibo dell'anima contemplativa. — Fontana del divino amore. — Cristo Gesù appassionato. — Fiamme d'amor divino dell'anima desiderosa di far il bene.

Di Falconi Giovanni, Alfabeto per saper leggere in Cristo. — Lettera ad una figliuola spirituale, nella quale s'insegna il più puro e perfetto spirito dell'orazione.

[366.] Nella Magliabecchiana sta di Pandolfo Ricasoli una «Interpretazione de' salmi ebraici» che son cinque salmi, scritti cominciando dal fine, e sotto a ciascun versetto la traduzione italiana, poi il commento, diretto ad una religiosa, alla quale il Signore «spira e dona tal volontà e spirito e forza d'imparare con gran facilità e con perseveranza la sacra lingua hebraica per servirsene a contemplar li divinissimi misteri, e non per insegnare nè predicare».

Alla Magliabecchiana stessa esiste di Celso Cittadini l'Esposizione del pater noster, offerta a don Cosmo de' Medici il 1602, la prima volta che andava a Siena (Manuscritti, Classe XXXV, n. 19). Nella prefazione dice aver già esposto l'Ave Maria e la canzone del Petrarca alla Vergine, dedicandola alla granduchessa.

Ivi pure trovo cenno d'una solennissima missione, che nel 1714 fece il padre Segneri (juniore) sulla piazza di Santa Croce; il quale fu ricevuto colle accoglienze che altri secoli serbano ai principi o ai ciarlatani; e alle sue prediche assistevano gran popolo, la miglior nobiltà e il granduca.

[367.] «Perchè così vollero i suoi CARNEFICI», dice il Passerini nella Genealogia e storia della famiglia Ricasoli (Firenze 1861). Il suo processo leggesi nel codice 1695 della biblioteca Riccardiana. Quando la Faustina corrompea quelle povere fanciulle, altre monache videro sudar sangue un Ecce Homo in Santa Lucia in via San Gallo.

[368.] Il supplizio de' quietisti è distesamente narrato dal Mongitore.

[369.] Ein grosser Liebhaber der wahren Religion und Gottseligkeit. Luteri epp. 401.

[370.] In un itinerario manuscritto d'un anonimo milanese, citato dall'Argelati, p. 1721, e che è del 1515 leggesi: «Da Milano a Boffalora, a Novara, a Vercelle, Santo Germano, Ciliano. Chivasso è terra murata e grande come Abiategrasso. Turino è città grande come Pavia, ed è metropoli del Pe di Monti, et ci è il senato del duca di Savoja, et ci è uno studio ma poco bono, et ha uno castellucio non troppo forte».

[371.] Hist. des variations, lib. XI.

[372.] Cum omnes aliæ sectæ immanitate blasphemiarum in Deum audientibus horrorem inducant, hæc magnam habet speciem pietatis, eo quod coram hominibus juste vivant, et bene omnia de Deo credant, et omnes articulos qui in symbolo continentur observent; solummodo romanam ecclesiam blasphemant et clerum. Claudio di Seysel arcivescovo di Torino, dichiarò irreprovevole la loro vita: locchè a Bossuet pare una nuova seduzione del demonio.

[373.] Vedi la nota 21 del nostro Discorso XXXVIII.

[374.] Mansi, Concil. Collectio, T. XXII, p. 492.

[375.] Præsertim tibi auctoritate mandantes quatenus hæreticos valdenses et omnes, qui in taurinensi diœcesi zizaniam seminant falsitatis, et fidem catholicam alicujus erroris seu pravitatis doctrina impugnant, a toto taurinensi episcopatu imperiali auctoritate expellas: licentiam enim, auctoritatem omnimodam et plenam tibi conferimus potestatem, ut, per tuæ studium sollicitudinis, taurinensis episcopatus area ventiletur, et omnis gravitas quæ fidei catholicæ contradicit, pœnitus expurgetur. Gioffredo, Storia delle Alpi Marittime al 1209.

[376.] Chron. Corradi Uspergensis al 1212.

[377.] Rorengo, Memorie storiche della introduzione delle eresie nelle valli di Lucerna, marchesato di Saluzzo, ecc. Torino 1649.

[378.] La vita del Cambiano fu scritta dal teologo Carlo Marco Arnaud di Lagnasco. Il Cambiano col Pavoni fu beatificato nel 1856.

[379.] Lettera data da Ginevra il 17 dicembre 1403: e prosegue esponendo alcune superstizioni di questa città, dove festeggiavasi sant'Oriente; e di Losanna ove i campagnuoli veneravano (dic'egli) il Sole, ogni mattina dirigendogli voti e preghiere.

[380.] Il processo esiste nell'archivio arcivescovile di Torino, Protocollo 19, fol. XLVI.

[381.] Semeria, Storia della chiesa di Torino, lib. I, pag. 678.

[382.] Monum. Hisioriæ patriæ: Scriptores, vol. IV, pag. 1445 e seg.

[383.] Claudii Seisselli, archiep. taurinensis, adversus errores et sectam Valdensium disputationes. Parigi 1520, pag. 55, 56.

[384.] Pierre Gilles, Hist. eccles. des églises vaudoises.

[385.] Lib. I, pag. 23 al 1536, pag. 35, 36 al 1544 ecc.

[386.] Ciò sostiene anche il protestante J. J. Herzog (De origine et pristino statu Waldensium secundum antiquissima eorum scripta cum libris catholicorum ejusdem ævi collata, Alla 1849), il quale analizzò tutti i manuscritti valdesi delle biblioteche di Ginevra, Lione, Parigi, Cambridge, Dublino. Egli stesso pubblicò a Alla, nel 1853, Die romanischen Waldenser, ihre vorrefermatorichen Zustände und Lehren, ihre Reformation im sechszehenten Jahrhundert, und die Rückwirkungen derselben, nach ihren eignen Schriften dargestellt. Tuttochè protestante, vuol provare che le credenze dei Valdesi modificaronsi assai, via via allontanandosi dalla Chiesa cattolica, e accogliendo le opinioni degli Ussiti.

Anche A. W. Dieckhoff (Die Waldenser in Mittelalter, zwei historische Untersuchungen. Gottinga 1851) tende a provare che i varj scritti, i quali si sogliono riferire ai cominciamenti dei Valdesi, sono mera imitazione degli Ussiti. Questi scritti sarebbero: L'Anticristo, Aiço es la causa del nostro despartiment de la Glesia romana, colla data del 1120; e la Nobla Leizon, del 1100. Ad ogni modo sarebbero troppo posteriori all'età apostolica, cui taluno farebbe risalire quelle credenze: ma la buona critica non riconosce tanta antichità alla prima d'esse opere, dove è citato Agostino Trionfo, che morì nel 1328, e forse non è che traduzione di un lavoro de' Fratelli Boemi, portante il titolo stesso. La Nobla Leizon non può collocarsi che alla fine del XII secolo.

Vedi Charvaz, Ricerche storiche sulla origine dei Valdesi, e carattere delle primitive loro dottrine. Parigi 1836.

È strano che frà Paolo Sarpi, al principio della sua Storia del Concilio di Trento, dopo detto che tutto il mondo era all'obbedienza della Chiesa romana, soggiunge: «Solo in una piccola parte, cioè in quel tratto di monti che congiungono le Alpi con li Pirenei, vi erano alcune reliquie degli antichi Valdesi, ovvero Albigesi. Nelle quali però era tanta semplicità e ignoranza delle buone lettere, che non erano atti a comunicar la loro dottrina ad altre persone, oltrechè erano posti in così sinistro concetto di empietà e oscenità appresso i vicini, che non vi era pericolo che la contagione potesse passare in altri».

[387.] Ann. evangelii rennovati. Decad. 2, an. 1530. Vedi anche Ruchat, Histoire de la reformation en Suisse, vol. VII.

[388.] Beza, Hist. des églises reformées, tom. I, p. 36. Perrin, Histoire des Vaudois, pag. 161.

[389.] Gilles, Hist. générale des Eglises vaudoises, c. X.

[390.] Boverio, Annales M. Capuccinorum ad 1555.

[391.] Giovanna de Jussie savojarda, monaca francescana in Santa Chiara di Ginevra, visti i disordini della Riforma, ricoverossi ad Annecy, ed ivi stampò nel 1535 Le Levain du Calvinisme, narrandone i sacrilegj e i mali.

[392.] È edito dallo Zaccaria, Iter literarium per Italiam, parte II, op. XIII.

[393.] Questi descrisse minutamente le circostanze di quella guerra in lettere ai ministri di Ginevra, e sono date dal Léger, tom. II, pag. 687-96.

[394.] Il Boldù, ambasciatore veneto, racconta che, essendo per partire coll'esercito sotto Hesdin in Fiandra, Emanuel Filiberto uscì sulla bruna con un solo servo, e chi lo vide credeva andasse da qualche amica a congedarsi. Invece andò al monastero di San Paolo, vi vegliò tutta la notte, la mattina si confessò e comunicò, e raccomandatosi a Dio, tornò a' suoi doveri di generale.

[395.] Al 13 giugno 1560 san Carlo scriveva a monsignor di Collegno, ministro del duca di Savoja, che il papa avea «depositati ventimila scudi in mano del signor Tommaso de' Marini a Milano, che hanno da servire per defensione de li Cantoni cattolici contro gli altri Cantoni eretici che volessero offendere li detti Cattolici: e da questi ventimila scudi Sua altezza (il duca) ne caverà questa comodità, che, stando li Cantoni luterani impediti nella guerra contro i cattolici, non potranno andar in soccorso di Ginevra, quando S. A. anderà ad assaltarla. Oltre di ciò, Sua santità offerisce che, quando il signor duca anderà adosso a Ginevra, l'ajuterà d'altri ventimila scudi in contanti in tre mesi. E di più manderà la sua cancelleria, pagata a sue spese, quale abbi a servire S. A. mentre durerà questa impresa di Ginevra. Sua santità per mantenimento di questa guerra, quando avesse a durare più di quel che speriamo, si contenterà di concedere qualche decime, ed ancora la crociata, se bisognerà. Sua santità fa ricordare a S. A., che non è al proposito di dar nome a questa guerra che sia contra Luterani, ma solamente contra suoi ribelli, per ricuperar quella città ch'è sua. Pure in questo se ne rimette al buon giudizio di S. A.». Archivj del Regno.

È alle stampe l'istruzione che la Corte di Roma dava al padre Corona il 28 luglio 1621, mandandolo alla Corte di Torino e di Francia, specialmente per indurre ad un'impresa sopra Ginevra, città che, non avendo territorio o dignità propria, nè merito guerresco o scientifico, non ha ragione d'esistere indipendente; mentre è una sentina di mali per l'Italia: e dovrebbe appartenere al duca di Savoja, salvo jure episcopatus. Il duca aveva intenzione di occuparla, ma ne l'impedì la guerra, che esaurì i suoi mezzi. Ora sarebbe propizio il momento, ma bisognerebbe far capo dell'impresa il papa, acciocchè non si accusasse l'ambizione del duca di Savoja. A questo però conviene rivolgersi prima, e se nicchiasse, andare al re di Francia; indotto il quale, certo il duca non esiterebbe. Al re bisogna mostrare quanto il papa desideri il riacquisto di Sedan, della Rochelle, di Oranges ecc., e sopratutto di Ginevra: non potersi dire ch'esso re osteggi di buona fede gli Ugonotti se poi protegge Ginevra, ch'è la loro Roma: il tempo essere a proposito, mentre Svizzeri e Grigioni sono occupati per la Valtellina: nè si può temere dell'Inghilterra o dei Bernesi: Friburgo vedrebbe volentieri la vicina Ginevra restituita ai Cattolici: tanto più l'arciduca Alberto per l'Alsazia e il Tirolo: l'imperatore godrebbe degl'incrementi d'un vicario dell'impero: i principi italiani non v'hanno interesse, e il re di Spagna si sovverrà di quanto Filippo II fece per servire a tal uopo il duca di Savoja. Anche i Bernesi vedrebbero Ginevra più volontieri nelle mani di questo che non del re di Francia, il quale potrebbero essi temere se ne valesse per metter la briglia alla Svizzera e alla Savoja.

[396.] Il cardinale d'Este, da Parigi scrive al cardinale Borromeo a Roma, aprile 1562: «Il signor duca di Savoja ha mandato qua a fare una onorata ed amorevole offerta a questa maestà, presentandogli a questa occorrenza diecimila fanti italiani e seicento cavalli, e la sua persona medesima se sarà bisogno, con voler pagare la terza parte per sei mesi alle sue spese: la quale offerta è stata molto cara a questi signori, e gli n'hanno un grande obbligo». Manuscritto nella Bibliot. di Parma.

Beza (nel Réveille-matin des Français. Introduction, p. 12), oppone a Carlo IX la tolleranza di Emanuele Filiberto. Vous pourriez imiter l'exemple de monseigneur de Savoie, tout aussi catholique que vous, et qui entretient les pasteurs et ministres de notre réligion aux dépens des trop gras révenus des trois baillages de Thonon, Gex et Ternier, où il ne souffre nullement d'être dit une seule méchante petite messe basse: étant au reste si bien obéi d'eux, qu'il n'a nuls de ses sujets desquels il se puisse mieux assurer que de ceux-ci et de ceux de val d'Angrogne, auxquels il donne presque une semblable liberté.

Pure nel 1568 l'avvocato generale della Savoja significò ai pastori protestanti il divieto di combattere o riprendere ne' loro sermoni la religione romana, attestando che l'eresia sarebbe bentosto estirpata (Clapared et Noeff, Hist. du pays de Gex). L'Ordine de' santi Maurizio e Lazzaro fu istituito o riordinato per proteggere la religione cattolica, e Gregorio XIII nel 1575 lo arricchiva de' beni ecclesiastici de' baliaggi occupati dai Protestanti, soggiungendo che «quando gli abitanti di que' paesi venissero alla luce del vero, i loro vescovi stabilirebbero bastanti parrocchie, prendendo all'uopo sui beni ceduti ai cavalieri di san Maurizio e Lazzaro una rendita di cinquanta ducati per cura».

[397.] Carteggio Mediceo nell'Archivio diplomatico di Firenze.

[398.] Hamon, Vie de saint-François de Sales, 1854.

A san Francesco di Sales re Carlalberto fece erigere una statua nella basilica vaticana, opera di Adamo Tadolini, che costò lire trentamila. Carlalberto fece istanza presso Gregorio XVI acciocchè riconoscesse il culto che da immemorabile si prestava al beato Umberto, al beato Bonifacio arcivescovo di Cantorbery, alla beata Lodovica, tutti de' conti di Savoja; aggiunti a questi la venerabile Clotilde moglie di re Carlo Emanuele IV, e il beato Amedeo IX e la beata Margherita terziaria domenicana. Se ne fece una relazione dalla sacra Congregazione de' riti, tale che Gregorio XVI esclamò: «Ma questa è una casa di santi».

Nel 1631 fu pubblicata a Ciamberì un'Apologia per la serenissima Casa di Savoja contro le scandalose invettive intitolate Première et seconde savoysienne. Toglie essa a negare che i duchi di Savoja abbiano usurpato terre alla Francia o all'Impero, nè recato gravi offese alla Chiesa, asserendo che «la santa sede e la Chiesa non hanno mai avuto figli più obbedienti dei Reali di Savoja, che i sovrani pontefici in riconoscenza del loro zelo, onorarono dei più grandi elogi».

Della costante devozione di Casa di Savoja, così movea lamento la Revue des Deux Mondes il novembre 1866: Il n'est pas de race royale plus constamment soumise. Sa devotion portée jusqu'aux minuties du cloître, lui donne un physionomie à part, où les traits de l'ascète et du moine se mêlent souvent à ceux du politique et du guerrier... Ils se font volontiers moines, évéques, cardinaux et papes. Rome les canonise; elle ne sait rien refuser à ces saints; et tandis qu'elle ne laisse aucun pouvoir étranger prendre pied sur le sol italien, elle se montre conciliante envers celui-ci, elle en vient avec lui aux accomodements et aux concordats.

[399.] Una sua memoria al Mansfeld è stampata nell'Archivium unito-protestanticum del 1628, e illustrata da B. Erdmannsdörfer, Herzog C. Emmanuel von Savoyen und die deutsche Kaiserwal von 1619. Lipsia 1862.

[400.] Capefigue (Hist. de la refor. et de la Ligue, tom. VI, p. 310) reca questa lettera, tolta dalla Biblioteca Imperiale.

[401.] Vedi la nota 21 del Discorso XXXIX.

Del resto è noto che, quando Enrico III, reduce o profugo dalla Polonia, passò dalla Savoja, gli si chiesero, in ricompensa d'una colezione, le città di Pinerolo e di Savigliano, ed egli la consentì al duca: il quale poco dopo, vedendo Enrico III impigliato nella guerra civile, invase il marchesato di Saluzzo, protestando glielo renderebbe, ma intanto deponendo tutti gli uffiziali di Francia, e facendo battere una medaglia con un centauro che calpesta una corona, e il motto opportune, per indicare che avea saputo cogliere il tempo. Altri luoghi della Provenza occupò dopo ucciso Enrico III, talchè Enrico IV per frenarlo occupò la Savoja, e fe battere una medaglia con un Ercole che prostrava il centauro, e col motto opportunius. Questi fatti sono ricordati nella Première et seconde savoisienne, libercoli pubblicati quando Enrico IV obbligò il duca di Savoja a cedergli il marchesato di Saluzzo. Solo Clemente VIII riuscì a calmare Enrico, che da tutti i politici, e massime dal cardinale d'Ossat, era consigliato a ritenersi la Savoja e tutto il Piemonte, per punire l'infido duca, e serbarsi aperto il passo all'Italia: ed Enrico, più generoso che prudente, restituì ogni cosa a Carlo Emanuele.

[402.] Muston.

[403.] Vedi Bayle in Chigi., e qui sopra a pag. 314.

[404.] Di quel tempo rechiamo le seguenti note, somministrateci da monsignor Bernardi.

«Faccio fede, et attesto io sottoscritto Lorenzo Bernardi, podestà di Bubbiana (Bibiana) hauer il giorno, e festa di san Lorenzo hor scorso, che fu li dieci d'agosto dell'anno hora scorso, proceduto alla visita e recognitione de' cadaueri vccisi dalli ribelli Religionarj, venuti la mattina d'esso giorno nel presente luogo, et hauerne ritrouato il seguente numero tutti del presente luogo. Et primo il nob. M. Matteo Barbero, huomo di conditione, carico di otto figliuoli, d'età d'anni cinquantacinque, Maria Bonauda d'età d'anni ottanta circa, donna pouera et miserabile mendica, Andriano et Anna figliuoli del fu Marcellino Sebraro d'età d'anni, cioè detto Andriano di quattordici, e detta Anna di tredici, lauoratore di campagna, Cattarina et Maria figliuole di Giovanni Domenico Porta, d'età d'anni, cioè detta Cattarina di sedici, et detta Maria di venti, miserabili, e d'honorate qualità, Antonio Buffo servo di Gerolamo Cocho, d'età d'anni quindici circa, miserabile, Catterino e Giouannina giugali de' Borghi, d'età d'anni venti circa caduno, lauoratori di campagna, Gabrielle Alloa, d'età d'anni quaranta circa, carico di due figliuoli piccoli, lauoratore di campagna, Andrea Chiaberto, d'età d'anni venticinque, lauoratore di campagna, Giouanna Bertotta, d'età d'anni settanta circa, mendica, Giacomo Antonio figliuolo di Bartolomeo Barone, d'età d'anni quattordici, lauoratore di campagna, Madalena figliuola di Bernardo Richa e moglie di Giouanni Pietro Sebraro, gravida a punto di partorire, d'età d'anni venti, di campagna, Giouanni Francesco Smoriglio, chierico della Motta, qual faceua sua douzena in questo luogo per la scuola, d'età d'anni quindici circa, d'onorate qualità, Madalena e Lorenzo madre e figliuolo de' Veroni, d'età d'anni, cioè detta Madalena di sessanta, e detto Lorenzo di quindici circa, persone pouere e di trauaglio, che in tutto sono cadaueri diecisette, come dal detto atto di visita, et informationi di recognitione di quelli appare, de' quali mi offerisco farne fede ad ogni richiesta. In fede del che ho fatto la presente, et mi sono manualmente sottoscritto. Bubbiana, li otto genaro dell'anno mille seicento sessantaquattro.

Bernardi, podestà».

«Faccio fede io sottoscritto Lorenzo Bernardi nodaro, et podestà di Bubbiana, siccome alla venuta che hanno fatto li ribelli religionarj della valle di Luserna nel presente luogo, il giorno et festa di san Lorenzo hor scorsa, che fu li dieci d'agosto, sono entrati nelle seguenti chiese e case de' particolari, e quelle saccheggiate come segue: E primo sendo entrati nel conuento e chiesa de' RR. padri Missionarj del presente luogo hanno rotto la porta, esportato la piscide, calice, messo a pezzi l'imagine della Madonna, e tutte le paramente, cioè pianete, mantili et altre, come dalle informationi da noi tolte a pieno risulta. Più nella chiesa de' Disciplinanti del presente luogo, rotto le sedie, esportate le vesti di essi, et le paramente del sacerdote, et altare, come anche il calice e diverse altre cose come da dette informationi appare. Più hanno saccheggiato la casa del signor Pietro Moreno, come dalle informationi transmesse all'eccellentissimo signor marchese di Pianezza si vede. Più la casa del signor capitano Tommaso Barbero, la casa di Andrea Bonino, la casa di madonna Simonda Moresca vedoua, la casa di M. Andrea Buffa, la casa di Bartolomeo Castella, la casa di Francesco Bonino, la casa di Giacomo Antonio Orcello, la casa del signor luogotenente Giovanni Geraudo, la casa di Matteo Borgo, la casa di M. Francesco Falco, la casa di Marcellino Paolo, et la casa di M. Matteo Barbero, hauendo rotte le porte, e condotti via caualli, bestiami bouini, aperto i coffani, et esportate moltissime lingierie, denari et effetti, come parimente resulta dalle suddette informationi, et a noi infrascritto podestà dopo hauerli ributtati dalla mia porta, quali con colpi di massa metteuano a basso, hanno rotto le porte d'una mia cassina poco discosta dal presente luogo, e mi hanno preso vna caualla di prezzo di doppie sei, come ne consta da informatione ricevuta dal detto signor Pietro Morello nodaro et compodestà del presente luogo. In fede mi sono manualmente sottoscritto. Dat. in Bubbiana, li 13 genaro 1664.

Bernardi, podestà».

[405.] Vedi Bernardi, Ospizio de' Catecumeni in Pinerolo. Pinerolo 1864.

[406.] Oltre i già citati, notiamo:

Rorengo, Memorie historiche della introdutione delle heresie.

Autentic detail of the Valdenses in Piemont and other countries, with abridged translations of L'histoire des Vaudois par Bresse, and La rentrée glorieuse d'Henri Armand; with the ancient Valdesian catechism; to which is subjoined original letters, written during a residence among the Vaudois of Piemont and Wurtemberg in 1825. Londra.

Gilly, Narrative of an excursion to the mountains of Piemont in the year 1825, and researches among the Vaudois or Waldenses protestants, inhabitants of the Cottien alpes. With maps. Ivi 1820.

Jones, the history of the Christian Church, including the very interesting acount of the Waldenses and Albigenses. 2 vol.

Lowthec's, Brief observations on the present state of the Waldenses. 1825.

Acland, A brief sketch of the history and present situation of the Vaudois. 1826.

Allix, Some remarks upon the ecclesiastical history of the ancient churches of Piedmont.

Peyrun, Notice sur l'état actuel des églises vaudoises. Parigi, 1822, li sostiene coevi del cristianesimo.

A. Muston, Hist. des Vaudois des vallées du Piémont. 1834.

L'Israel des Alpes, ou les martyrs vaudois li fa oriundi da Leone, che nel IV secolo si separò da papa Silvestro, quando questi accettò beni temporali da Costantino.

[407.] L'Eco delle valli, La Buona novella, Le serate valdesi, ecc. Ne riparliamo nel Discorso LVI.

[408.] Sul modo come opera la Grazia si conoscono sette principali sistemi; quello de' Tomisti; quello del Molina; quello de' Congruisti; del Tommassino; degli Agostiniani; del padre Berti; dei cardinali De Noris e Tournely, seguìto dal Liguori.

I Tomisti oltre la Grazia sufficiente, che all'uomo dà il poter fare il bene, ammettono la Grazia per sè efficace, la quale dà il farlo effettivamente: e considerano questa necessaria ad ogni opera buona, sia nello stato di natura innocente, sia di corrotta; la predeterminazione fisica ad ogni opera buona essendo indispensabile ad ogni atto della creatura, giacchè Dio è causa prima e primo motore degli atti delle volontà create.

Il padre Molina non ammette Grazia per sè efficace, giacchè questa toglierebbe la libertà dell'uomo; ma vuol che, ogni Grazia attuale provenendo da Dio, sufficientemente conferisca alla nostra volontà la forza d'operare attualmente, coll'arbitrio di valersene o no; valendosene la rende efficace; se no quella rimane inefficace.

I Congruisti ripongono l'efficacia della Grazia nella congruità delle circostanze in cui essa vien data alla persona che deve operare: poste le tali circostanze, Dio prevede che l'attrattiva della sua Grazia farà effetto sull'anima di quella persona, la quale se ne lascerà vincere e farà il bene: se no, non opererà.

Il padre Tommassino pone l'efficacia della Grazia nel concorso di molti ajuti estrinseci e intrinseci, coi quali essa circonda la volontà dell'uomo, in modo di determinarne il consenso moralmente, non fisicamente.

Gli Agostiniani dicono che, nello stato d'innocenza, la Grazia fu versatile, determinandosi dal consenso dell'uomo; ma nello stato di natura decaduta è necessaria la Grazia per sè efficace, acciocchè l'uomo possa far il bene, attesa la debolezza venuta dal peccato originale. L'efficacia della Grazia consiste nella dilettazione assolutamente vincitrice, per la quale non fisicamente, ma moralmente la volontà è determinata.

Giansenio porrebbe l'efficacia della Grazia anche nella dilettazione relativamente vincitrice; se la celeste supera la terrena, vince; no se al contrario. Ma il padre Berti sostiene che la dilettazione maggiore vince sempre, pure non necessita al consenso. Così pure il Noris.

Il Liguori mette bensì che, per operare il bene e adempiere i precetti, non basta la Grazia sufficiente, ma vi bisogna la efficace, la quale determina la volontà umana a operar il bene; e la determina le più volte per la dilettazione vincitrice, e talvolta per motivi diversi, speranza, timore ecc.; ma la Grazia sufficiente dà a ciascuno l'attività di pregare se vuole; e colla preghiera si ottiene la Grazia efficace.

[409.] Nel 1755 stampossi in Cairoan per Sidam Bouvé, un Dialogo fra san Domenico e sant'Ignazio sopra il probabilismo, versi di poco valore, ove san Domenico si duole dei Gesuiti per

Quella che mossero

Colaggiù in terra

Al più probabile

Ingiusta guerra;

e sant'Ignazio conviene che dal probabilismo deriva l'ateismo, che con esso si rende lecito ogni atto, giusto ogni contratto.

A donna nobile

Si porge un'esca

Che non concedesi

Alla fantesca.

Con quella zucchero

S'adopra e miele,

Con questa assenzio

E amaro fiele.

Teatri e veglie

E l'aer bruno

Nuocer non sogliono:

Nuoce il digiuno;

e recita le parole ch'e' disse morendo a' suoi, raccomandando

Dunque si solchino

Le vie più pure,

Le più probabili,

Le più sicure.

E per non perdere

Il ver cammino

Guidar lasciatevi

Dal Sol d'Aquino.

[410.] Grandi contese ebbe Roma, massime coi principi tedeschi, per la residenza e giurisdizione de' nunzj e legati, la libera loro comunicazione col papa, le cause territoriali, beneficiali, giudiziarie di loro competenza; ben vedendo i settarj che il rimuovere i rappresentanti della santa sede equivaleva a respingere il potere, la voce, l'azione di essa, relegandola in Vaticano. A tale scopo i cortigiani adulavano i principi ecclesiastici di Magonza, Treveri, Colonia, Salisburgo; i quali talvolta protestavansi a Roma fedeli, mentre esortavano Cesare ad abbatterla. Nel conciliabolo di Ems l'agosto 1786 stesero un progetto, nel quale formulavano le usurpazioni da far sopra Roma, sottraendo alle nunziature i giudizj, le dispense, le appellazioni, e costituendo il despotismo de' vescovi principi. Pochi anni dopo, la Rivoluzione soffiava via tutti questi ambizioselli.

La quistione è ben esposta in Audisio, Diplomazia ecclesiastica, pag. 35 e seg., ove pruova come le nunciature fossero un gran mezzo, 1º per fondar la società cristiana, 2º per conservarla, 3º per restaurarla.

[411.] Vedi qui sopra, a pag. 316. Alla assemblea del 1682 di Francia e alle quattro proposizioni fu opposto il Regale sacerdotium romano pontifici assertum, et quatuor propositionibus explicatum, auctore Eugenio Lombardo sacræ theologiæ et juris utriusque doctore, 1686. È opera di Celestino Sfondrato, e se non fosse il modo alquanto pretenzioso e l'essere scritto in latino, non iscapiterebbe punto a fronte della Difesa di Bossuet.

[412.] Il siciliano avvocato Brusoni stampava l'Epitome dei diritti dell'uomo, ove cerca che i principi usurpino tutta la podestà della Chiesa; quindi la podestà del principe sia usurpata dal popolo; finalmente nel torbido popolare noi soli ripescheremo l'uno e l'altro potere.

[413.] Vedasi ciò che dicemmo a proposito del De Dominis, nel Discorso XLVI, p. 191.

[414.] Sant'Agostino, in quello stesso sermone 295, soggiunge: Pene ubique solus Petrus totius Ecclesiæ personam meruit gestare. E nel sermone 13: Petrus Ecclesiæ figuram portans, apostolatus principatum tenens. E nel trattato 124: Petrus apostolus, propter apostolatus sui primatum, Ecclesiæ gerebat, figurata quadam generalitate, personam.

[415.] La dedica a Benedetto XIV era siffatta: «vostra santità vorrà perdonarmi la libertà che prende uno de' più umili, uno de' più grandi ammiratori della virtù, di consacrar al capo della vera religione uno scritto contro il fondatore d'una religione fallace, barbara. A chi potrei più convenevolmente dirigere la satira della crudeltà e degli errori d'un falso profeta che al vicario e all'imitatore del Dio della pace e della verità? vostra santità degni permettere ch'io metta a' suoi piedi il libro e l'autore. Oso domandarle la sua protezione per l'uno e per l'altro. Coi sentimenti della più profonda venerazione mi prostro e bacio i vostri sacri piedi».

[416.] Lettere 24 giugno 1761, 28 febbrajo 1764.

[417.] Lettere 23 giugno 1760, 18 luglio 1760, 20 aprile 1761, 4 marzo 1764, 1 giugno 1764.

[418.] Joly de Fleury, primo avvocato generale, nel 1759 domandando la proibizione dell'Enciclopedia, diceva: «Qual giudizio porteranno i secoli avvenire del nostro, guardando alle opere che produce! quanto non è penoso alla religione che dal suo grembo esca una setta di pretesi filosofi, i quali, abusando del talento più capace di degradare l'umanità, divisarono l'infame concetto di riformare, o a dir più giusto, svellere le prime verità scolpite ne' nostri cuori dalla mano del Creatore, distruggere i dogmi dal divin Riparatore insegnati, abolirne il culto, proscriverne i ministri, stabilire infine il deismo, il materialismo, lo scetticismo, il panteismo».

Un testimonio non dubbio, Eugenio Sue, riprova questa école dont Voltaire était le chef: école stupide ou menteuse, qui attaquait le Christ et sa religion au nom du peuple et de la liberté... le Christ dont l'œuvre tout entière se résumait par ces deux mots, Liberté, Charité... le Christ qui était mort pour le peuple... le Christ qui faisait tomber les chaînes des esclaves... le Christ enfin qui substituait l'avenir au néant, l'espérance au désespoir, l'amour à la haine, la communion à la personalité: e si meraviglia di coloro che fanno l'apothéose à Voltaire, à celui qui a insulté la France dans la gloire la plus pure et la plus chaste; à celui qui s'est roué, en écumant, sur Jeanne d'Arc comme ces libertins ignobles et impuissants, qui injurient ce qui ils n'ont pu deshonorer. Vigie de Koat-ven. L. III, c. 7, lib. VII, c. 7.

All'occasione della statua che si propose d'erigerli, fra altri scritti va distinto quello di C. F. Chevé.

L'Enciclopedia (Lausanne, 1779), che occupa trentadue colonne alla voce Hermafrodite e appena sei a Hérésie e Hérétiques, riflette bene che la voce Eresia, da ἅιρεω scelgo, equivale a classe, sètta, e non ebbe dapprincipio verun senso cattivo; san Paolo, per propria difesa, dice ch'egli apparteneva alla sètta farisea, la più stimata; eresia cristiana si disse dapprincipio la nostra; e le prime sètte che vi nacquero non teneansi offese dal nome d'eresia, ch'era cattivo solo in vista degli errori che proclamasse.

[419.] Voltaire, in lettera del 1768 al marchese di Villevieille dice: «L'Italiano che ha scritto La Riforma in Italia non prese cura d'andar a presentarla al papa, ma il suo libro ha fatto un effetto prodigioso».

[420.] Neppure il Melzi dà il nome di questo autore: solo reca un libro intitolato Aurora della libertà, commedia dedicata ai veri piemontesi democratici (Eridania, anno IX, cioè Torino 1802) che attribuisce al conte Caisotti di Chiusano.

[421.] Opere sue: Elogi filosofici di due celebri fiorentini Sallustio Antonio Bandini e dottor Redi.

Piano d'istruzione pubblica.

Trattato dell'imposta.

Ricerche sulla scienza del Governo (trad. in francese da Guilloton. Beaulieu 1795).

Mémoires sécrets et critiques des Cours, des Gouvernements et des mœurs des principaux Etats de l'Italie. Paris 1793.

In queste racconta che il cardinale Orsini parait persuadé que le pape pourrait, en se restreignant à la possession d'une partie de l'Italie, former avec les autres souverains qui la composent un pact fédératif, dont le resultat serait une république, infiniment supérieure à celles qui ont existé jusqu'ici, et surtout à l'Empire que l'on s'obstine à appeller romain... C'est dans le developpement de ce système qu'Orsini deploie son éloquence verbeuse.

Il Botta, che sceglie senza critica le autorità, ripete questo disegno di suprema importanza per l'Italia. Ognuno vi ravvisa il progetto che poi volle attuarsi nella pace di Zurigo, e che si perdette nell'unità.

[422.] In un famoso discorso recitato a Brema alla loggia del Ramo d'olivo nel 1849, Draeske ebbe a dire: «V'è qualche massone che non giugnerà mai a conoscere il nostro segreto, nemmen per mezzo delle logge, e qualunque siane il grado. Egli resta un profano, fosse anche assiso all'oriente del tempio, foss'anche decorato delle insegne di granmaestro».

Il Barruel, che nella Storia del Giacobinismo rivelò prima e meglio di tutti l'efficienza politica di questa società, si fa premura di scusar ogni tratto la buona fede di coloro che non vi vedeano se non un'associazione di beneficenza e di cortesia. Uno dei loro li qualificò «i babbei dell'ordine». Mirabeau, che vide in Germania il gran movimento delle società secrete, nel 1788 scriveva: «Vedete in Germania tanti principi, ebri della speranza e dell'aspettazione de' mezzi soprannaturali di potenza, evocare gli spiriti, esplorar l'avvenire, tentar di scoprire la medicina universale, e di fare la grand'opera e i suoi secreti, e per ispegnere la sete insaziabile di dominazione e di tesori, strisciare alla voce dei loro taumaturgi, diretti da uno scettro sconosciuto. Vedete i ministri protestanti, dimenticando i motivi che li separano dal cattolicismo, loro antagonista eterno, lodare, predicare, difondere libri di religione, imbevuti di tutta la misticità del XVI secolo; essi medesimi pubblicare scritti per proclamare i riti del cattolicismo, ricevere gli Ordini sacri, pur restando ministri protestanti, o almeno esserne accusati pubblicamente senza potersene difendere ricisamente e senza ambagi: vedete tutto ciò, e tremate sui pericoli delle associazioni secrete..... Forse, finchè le associazioni scerete dureranno con un'importanza pari a quella che hanno oggidì, le buone teste e i cuori generosi devono entrarvi, anzi cercare d'esercitarvi una parte attiva. È il mezzo più sicuro di sventarne le sotterranee macchinazioni, di mandarne a vuoto gl'infami complotti, e anche di distruggerle. — Io non saprei operare là dove non sono — disse un uom virtuoso, profondamente versato in questa materia». De la Monarchie Prussienne, v. 86.

[423.] Discorso sopra i misteri.

[424.] Vedi Bonneville, Les Jesuites chassés de la maçonnerie, et leur poignard brisé par les maçon. Londra 1788.

Un Essai sur la secte des Illuminés, 1789, senza data nè nome d'autore, avversissimo alle sètte ma non meno ai Gesuiti, dice che le même fanatisme qui les conservait (i Gesuiti) a ressuscité depuis trente ans l'ordre de francs maçons languissant et gardant sans peine un secret que personne ne s'empressait de savoir. Ha un capitolo intero Du jésuitisme comme source première du système théosophique. Egli stesso trova strano il ravvicinamento fra' Gesuiti che han per base lo studio, e gli Illuminati che fan professione d'ignoranza: quelli si estendono da un polo all'altro, questi s'appiattano: quelli difendono la fede, questi la combattono: quelli non faceano voti indissolubili che a trentatrè anni, s'educavano attentissimamente, aveano costumi severissimi, poche pratiche religiose, non cercavano dignità, non voleano abbattere i troni, ma divenirne i gerofanti, annunciavano la gloria de' loro protettori: mentre i Massoni sono il preciso contrario. Ma da' Gesuiti appresero l'obbedienza cieca a un capo, la perfetta eguaglianza di tutti sotto di lui, lo spirito di corpo, il soccorrersi a vicenda.

Dice che «l'Italie s'est sauvée de pareille illusion», cioè dalle sètte arcane, e solo «Naples conserve encore quelques adeptes nés du sang des martyrs; on n'aperçoit leur influence ni sur l'administration, ni sur les sciences». È curioso come Napoli fosse considerato per la terra maledetta dagli Illuminati, perocchè nella loro iniziazione diceasi: «Voi siete prosciolto da ogni giuramento fatto alla patria e alle leggi... Onorate l'acqua toffana come mezzo sicuro, pronto, necessario di purgare il mondo... Fuggite la Spagna e Napoli, fuggite ogni terra maledetta».

L'autore per combattere gli Illuminati propone di meglio sostenere la massoneria. Saint-René Taillandier nella Revue des Deux mondes del febbrajo 1866, crede ancora all'ingerenza de' Gesuiti nella massoneria.

[425.] «La Framassoneria è talmente diffusa ne' miei Stati, che non v'ha quasi città per piccola dove non abbia logge: ond'è necessario stabilirvi un certo ordine. Non conosco i loro misteri e non ebbi mai curiosità di penetrarvi: ma il sapere che fa qualche bene, sostiene i poveri, coltiva e protegge le lettere, mi basta per voler fare per essa qualcosa più che gli altri paesi. La ragion di Stato però ed il buon ordine domandano di non lasciar costoro affatto a se stessi, e senza particolare sorveglianza: onde penso prenderli sotto la mia protezione, e accordar loro la mia grazia speciale, se si conducono bene, sotto queste condizioni:

1. «Non vi sarà nella città capitale che una o due loggie, al più tre. Nelle città dove siede un governo si permetterà pure una o due o tre loggie. Son proibite nelle città di provincia: e chi permettesse assemblee in sua casa, sarà punito come chi tiene giuochi proibiti.

2. «Le liste di tutte le loggie coi loro membri saranno mandate al governo, e i giorni delle adunanze, e ogni tre mesi si manderà la distinta de' membri entrati o usciti, senza annunziare i titoli o gradi che hanno nella loggia.

3. «Ogni anno si notificherà il direttore delle loggie.

«In compenso il governo accorda ai Franchimuratori recezione, protezione, libertà: lascia affatto alla loro direzione l'interno delle loggie e la loro costituzione, e non farà mai indagini curiose. Così l'ordine della massoneria, composto di molte persone oneste a me conosciute, può divenir utile allo Stato. Giuseppe».

Nell'Archivio generale di Milano esiste parte del processo che Gabriele Verri, avvocato fiscale, avea fatto al conte Alari e ad altri per framassoneria.

Anche la letteratura s'insegnò contro questa invasione.

I Liberi Muratori, commedia di Fersing Isac Crens fratello operajo della loggia di Danzica, dedicata al celebre ed illustre Aldinoro Clog, autore comico prestantissimo. Libertinopoli, l'anno dell'era volgare 1754 e della restaurazione della loggia 152 (Intendi Francesco Grisellini, Carlo Goldoni, Roveredo).

I Liberi Muratori schiacciati. Origine, dottrina ed avanzamento della sètta. Assisi 1791. È traduzione da M.r Peton, fatta da Pietro Mogas ex-gesuita, e con note di Pietro Saverio Casseda.

[426.] L'autore dell'Essai sur la secte des Illuminés, di cui parlammo qui sopra, dice che a Parigi: «il existe une foule de petits partis antiphylosophiques, composés de femmes savantes, d'abbés théologiens, et de quelques pretendus sages. Chaque parti a sa croyance, ses prodiges, son hiérophante, ses missionaires, ses adeptes, ses détracteurs. Ainsi Paris, le centre de toutes les charlataneries comme des toutes les lumières, offre des visionnaires de tout genre: chacun tende à expliquer la Bible en faveur de son système, à fonder sa réligion, à remplir son temple, à multiplier ses cathécumenes. Ici Jesus Christ joue un grand ròle; là c'est le diable; ailleur c'est la nature; plus loin c'est la foi. Barbarin sonnambulise: Cagliostro guérit: Lavater console: Saint-Martin instruit... tous emploient l'erreur pour arriver à une réputation utile».

[427.] Di questa azione della volontà sopra altri abbiamo già cenno in Marsilio Ficino, il quale dice che «l'anima, affetta da desiderj passionati, può operar non solo sul proprio corpo, ma anche s'un altro vicino, massime se questo è più debole.» (De vita cœlitus comparanda, c. 20), e nel Pomponazio che scrive esservi uomini che hanno proprietà salutari e poderose, le quali si esaltano mercè la forza dell'immaginazione e del desiderio; sono spinte al di fuori per l'evaporazione, e producono effetti singolari sui corpi che le ricevono (De naturalium effectuum admirandorum causis, seu de incantationibus, pag. 44).

[428.] Tableau mouvant de Paris, tom. II, pag. 307.

[429.] Hist. du merveilleux. Vol. IV, c. XVIII.

[430.] Vedansi Barruel e Gyr, La Franc maçonnerie en elle méme. Liegi 1859, e Mém. autentiques pour servir à l'histoire de Cagliostro.

[431.] La cerimonia della consacrazione eragli descritta da' fratelli in lettera che fu unita al suo processo. «... Mai non vide Europa cerimonia più augusta e più santa... I nostri compagni hanno mostrato un fervore, una pietà nobile e sostenuta, che formò l'edificazione de' due fratelli che aveano avuto la gloria di rappresentarvi... Nel momento in cui domandammo all'Eterno ci facesse conoscere che i nostri voti gli erano accetti, e mentre il nostro maestro era in mezzo dell'aria, è comparso senz'esser evocato il primo filosofo del Nuovo Testamento, e ci ha benedetti dopo essersi prosternato avanti alla nuvola azzurra, della quale abbiam ottenuto l'apparizione; e sopra quella si è elevato. I due gran profeti e il legislatore di Israele ci han dato segni sensibili di loro bontà, e dell'obbedienza ai vostri ordini».

Pretendesi che Cagliostro avesse inventato la cifra L. P. D., adottata allora dai massoni, e significasse Lilia Pedibus Destrue, cioè la ruina dei re di Francia.

[432.] Ego claritatem quam dedisti mihi, dedi eis.

[433.] Chi assistette a sedute magnetiche o spiritiste non trova niente di strano in questa operazione «tenuta nella L=L sabato dodicesimo giorno del secondo mese dell'anno tremila cinquecencinquantotto, diretto dalla venerabile Saba II.

«Dopo le dimande consuete, li sette angeli con le loro cifre stanno davanti al pupillo:

D. Di loro che un amico del maestro N. essendo passato di qui, e dovendo rivenire domani, ha attestato al nostro compagno venerabile Alessandro II, il desiderio di vedere le nostre operazioni di loggia: che abbiamo ricevuto a quell'oggetto gli ordini del nostro maestro, li quali non essendo abbastanza chiari, noi gli domandiamo se esso possa chiarirceli, e se a quest'effetto dobbiamo pregare il G. C. (Gran Cofto) istesso di favorirci della sua presenza.

R. Io vedo venire la morte del G. C.; egli ne scende: viene accanto a me, io gli ho baciato la mano; ho ancora la sua cifra sul petto.

D. Che la maestra scenda dal trono e lo saluti in suo nome, e di tutta la L=L ringraziandolo della grazia che si compiace farci.

R. Saluta ancora colla sua spada, fa un circolo nell'aria, pronuncia la parola Eloim, e mette la punta della sua spada in terra.

D. Digli rispettosamente che il suo amico ecc. Lo preghiamo volerci prescrivere quello abbiamo da fare.

R. Potete farlo entrare nella L=L, tenergli un discorso, poi far lavorare Alessandro. Ecco tutto...

D. Se dobbiamo farlo operare nella caraffa o entrare nel tabernacolo...

R. Meglio farlo operare come sin ora; altrimenti potrebbe andar male...

D. Tutta la L=L desidera che tutto sia riuscito a sua intera soddisfazione.

R. Saluta con la spada...

D. Se vi sono ancora ordini o consigli da darci...

R. No.

D. Andiamo pregarlo di darci la sua benedizione.

R. Stende la mano e la dà di tutto cuore.

D. Ringraziatelo. E voi, fratelli e sorelle, ricevetela. Gli angeli sono ancora con te?

R. Sì.

D. Mettiti a ginocchio, e di' loro di far l'adorazione con noi, e raccomanda loro la L=L.

[434.] Vedansi Confessions du comte de Cagliostro, avec l'histoire de ses voyages. Parigi 1748.

Mémoires authentiques pour servir à l'histoire du comte de Cagliostro. Strasburgo 1786.

Compendio della vita e delle gesta di G. Balsamo denominato il conte Cagliostro, che si è estratto dal processo contro di lui formato in Roma l'anno 1790, e che può servire di scorta per conoscere l'indole della sètta de' Liberi Muratori. Roma 1791.

N'è quasi traduzione la Vie de J. Balsamo, extraite de la procédure instruite contre lui à Rome. Parigi 1791.

Saint-Felix, Aventures de Cagliostro. Parigi 1856.

Figuier, Histoire du merveilleux, tomo V. Parigi 1860.

L'abate Fiard nella Francia ingannata dai maghi e dai demonolatri fa del Cagliostro un vero spirito infernale, come Mesmer, Comus, Pinotti.

Il famoso Mirabeau ha una Lettre sur mm. Cagliostro et Lavater, ove li tratta da ciarlatani; mostra i pericoli a cui si espone la società coll'esaltare le immaginazioni: e poichè si ciancia di tolleranza, conchiude: «Tollerate Cagliostro, tollerate Lavater, ma tollerate pure quelli che li denunziano come insensati perchè ripugna il dichiararli birbi».

[435.] Vedi una sua lettera del 1761.

[436.]

Vedrò, vedrò dalle malnate fonti

Che di solfo e d'impura

Fiamma, e di nebbia oscura

Scendon l'Italia ad infettar dai monti,

Vedrò la gioventude

I labbri torcer disdegnosi e schivi ecc.

[437.] Vedi il nostro Discorso XXXI, nota 8. Che conto si facesse del medioevo lo indica uno de' più ingegnosi e dotti francesi, il presidente De Brosses. Nelle lettere che scriveva durante il suo viaggio in Italia del 1740, narra aver veduto nella biblioteca di Modena il Muratori. «Trovammo questo buon vecchio, co' suoi quattro capelli bianchi e la testa calva, che lavorava, malgrado il rigido freddo, senza fuoco e a capo scoperto in quella galleria glaciale, in mezzo d'un cumulo di antichità, o piuttosto di vecchiaggini italiane; chè davvero io non so risolvermi a chiamare antichità ciò che riguarda que' villani secoli d'ignoranza. Non mi immagino che, fuor della teologia polemica, v'abbia cosa più stomachevole di questo studio. È fortuna che v'abbia alcuni che vi si buttano come Curzio nella voragine: ma io sarei poco voglioso d'imitarli».

[438.] Già il Summonte (Istoria della città e regno di Napoli, lib. I, c. XI) scrive che oltre le parrocchie... sono in Napoli più di cento cappelle, edificate da cittadini presso le loro case, servite da preti secolari, tra le quali, dodici ne sono sotto il governo di diverse comunità de' forestieri, come Spagnuoli, Catalani ecc.».

[439.] Dopo che Tommaso Campailla avea formato un poema sulle idee di Cartesio, Tommaso Natale ne fece un altro sulle idee di Leibniz, e che fu proibito dal Sant'Uffizio.

[440.] Anche ai giorni nostri Göschel, Weis, Bromis, Fichte juniore, Rust ed altri tedeschi cercano conciliare l'hegelianismo col cristianesimo, introducendovi la personalità di Dio e l'immortalità dell'anima.

[441.] Opere sue principali sono:

Ricerche sulle ricchezze del clero. Ferrara 1776.

Emilio disingannato. Siena 1783.

Del buon uso della logica in materia di religione. Foligno 1787. Son 3 volumi che contengono 37 dissertazioni.

G. G. Rousseau accusatore de' nuovi filosofi. Asisi 1798.

Dell'autorità del pontefice ne' Concilj generali. Gand 1815.

[442.] Storia degli Italiani, lib. XV.

[443.] Tal sarebbe quella contro il Vizia vescovo di Vercelli, accusato di voler tradire alcuni castelli al duca di Mantova, onde fu incarcerato. Il nunzio ne mosse querela, e dubitavasi che il duca l'avesse fatto arrestare per rivalità amorosa. Esso duca scriveva di proprio pugno all'ambasciatore come il vescovo avesse «tentato persone rinchiuse ne' monasteri..., usato cibi proibiti la quadragesima..., dato mal esempio con orrende bestemmie, oltre le passate familiari conversazioni con eretici ministri... Nè si è lontani di scoprire alcune simonie». In fatto Roma tolse il vescovado e la libertà a monsignor Vizia.

Vedasi Pier Carlo Boggio, La Chiesa e lo Stato in Piemonte, sposizione storico-critica dei rapporti fra la Santa Sede e la corte di Sardegna dal 1000 al 1851, compilata su documenti inediti. Torino 1854. È a vedervi come possa snaturarsi la storia quando si guardi solo a quella d'un paese: e paese di cui vuolsi ad ogni costo lodare il governo. Giuseppe La Farina, in un articolo critico, gli appone che «a forza di voler essere imparziale, divien parziale della Chiesa». Sarebbe la più bella lode: e soggiunge che «non ci furono principi al di qua o al di là dei monti, che più si lasciarono dominare e soggiogare dalla Corte romana de' principi di Savoja». Così italianamente scrivono e pensano questi italianissimi.

[444.] Dallo spirito medesimo è informato il decreto 4 dicembre 1808, con cui Napoleone dichiarava in Ispagna «il tribunale dell'Inquisizione è abolito, come attentatorio alla sovranità e all'autorità civile».

[445.] Carutti, Storia del regno di Carlo Emanuele III, tom. I, pag. 135.

[446.] Non credasi però che in Savoja vigessero le usurpazioni regie della Francia, come pretesero quelli che ne vollero toglier pretesto per introdurle in Piemonte, p. e. il godimento dei frutti de' benefizj vacanti. Il cardinale Billiet, arcivescovo di Ciamberì, interrogato in proposito, il 2 novembre 1866 rispondeva: «Il n'a jamais été question de l'usage de la regale en Savoie. J'ai parcorru moi mème les archives du sénat du 1542 à 1783: il n'en est pas fait mention: nous ne connaissons aucun concordat en Savoie que ceux qui ont été imprimés en Piémont. En parlant des fruits des bénéfices vacants, le président Favre dit que ceux qui ne sont pas nécessaires à l'entretien des bâtiments, appartiennent aux successeurs... Je crois pouvoir assurer qu'il n'a jamais été question en Savoie ni de le régale, ni de l'administration du revenu des bénéfices par l'autorité civile».

[447.] Storia civile, L. XXVII, 4.

[448.] Ibid. L. X.

[449.] È nell'Archivio di Corte a Torino la autobiografia del Giannone, ove racconta: «Il mio figliuolo tosto prese sonno, io era per prenderlo, quando non era ancora passata un'ora che intesi un rumore nella camera precedente, e poi urtar con forza la porta, e mezzo sonnacchioso gridando chi era, ecco la vidi aperta, ed entrare con una lanterna più uomini armati, che parevano tanti orsi, così erano ruvidamente vestiti, senza schioppi, ma con forche di ferro, lance e lunghi spiedi, i quali, dando certi urli dissoni o confusi, si avvicinarono al letto, e postoci la punta delle lancie alla gola, mostravano volerci scannare; io, credendoli ladri, gridava che si prendessero ogni cosa, e ci lasciassero nudi, purchè ci salvassero la vita. Il mio figliuolo che profondamente dormiva, svegliato a tanti strepiti, appena aprì gli occhi, vedendosi alla gola la punta delle forche e quelle orrende figure, cominciò dirottamente a piangere, cercando misericordia perchè non l'uccidessero. In questo tra la turba ch'io credeva ladri, raffigurai uno vestito di rosso che li guidava, onde pel dubbio lume non conoscendolo, indirizzai a lui le mie preghiere che li trattenesse, e si prendesse tutto con lasciarci la vita. Allora questi, dando di piglio ai miei abiti, fece che gli altri alzassero le forche e le lancie, e con voce orrida e contraffatta imponeva che si facesse ricerca di tutto, e sopra ogni altro delle scritture o lettere che forse io avessi sopra; nè fin qui lo conobbi, ma dappoi gridando egli che fossimo presi e legati perchè tale era l'ordine del re e del papa, mi accorsi che non erano ladri, ma sbirri, nè però che fosse il Guastaldi stesso che li guidava, ma altri, con sua intelligenza però e tradimento; ma presto mi tolsi di quest'altro errore, poichè facendo ricerca ne' miei abiti, e prendendosi quelle lettere che per caso io mi trovavo indosso, e minacciando con voce contraffatta per darmi maggior terrore, si avvicinò in maniera ch'io finalmente lo ravvisai. Allora con debile ed afflitta voce gli dissi: «Questi frutti adunque, signor Guastaldi, vuol dare la vostra ospitalità ed amicizia ai vostri ospiti ed amici?»

Quel ribaldo fece legar con funi il padre e il figlio, e la mattina seguente li condusse in calesse a Ciamberì. «Fu veramente cosa non men degna di compassione che di riso (prosegue il Giannone) il vedere il Guastaldi alla testa delle sue truppe a cavallo col mio ritratto in mano, secondo si entrava in un villaggio mostrandolo a quei contadini, i quali uomini e donne correvano a truppe allo spettacolo; e come se conducesse preso un re Marcone di Calabria o Rocco Guinart di Barzellona, l'uno famoso bandito del regno di Napoli, l'altro di Catalogna, vantava a quella rozza e credula gente sue prodezze; e mossi alcuni da curiosità dimandandogli ch'io fossi, e qual delitto avea commesso, egli non rispondea altro se non che avea preso un grand'uomo».

È vergognosissimo il carteggio, allora corso fra l'Ormea e il cardinale Albani. Quegli scriveva subito dopo l'arresto: «Alla notizia che con l'altra mia porsi a vostra eminenza circa il seguito arresto del famoso Giannone, aggiungo queste linee confidenziali per dirle che, sebbene io non posso credere che cotesta Corte sia mai per farle istanza perchè gli sia rimesso il suddetto prigioniero, tanto più dopo le sicurezze che se le danno che sarà perpetuamente custodito con cautela nel forte di Miolans in guisa di prigioniero di Stato; tuttavia, ove mai la sbagliassi, ed ella fosse nel caso di scriverne, la prego di non spiegarsi ch'io le abbia già da principio significato che, in caso del suddetto arresto, si sarebbe spedito una compagnia di dragoni a condurlo costì, poichè, a dirle il vero, io ciò le scrissi senza averne presentito le regie intenzioni, e fu un estro mio che ebbi anche in vista della facilità in cui allora si stava, di poter far passare le truppe di sua maestà senza alcun contrasto sino sulli confini dello Stato pontificio. Vostra eminenza ben sa che a nessuno mancano gli emuli, ed a me meno d'ogni altro; onde mi darebbe qualche fastidio una tale circostanza, e col tacerla la cosa sarà finita. Tutto mi comprometto della solita conosciuta generosità di vostra eminenza ecc.».

L'Albani di rimando: «Quando si è qui saputo pubblicamente l'arresto, non potrebbe credere vostra eccellenza quale strepito abbia fatto, vantaggioso alla gloria di sua maestà, e quali e quante lodi ed applausi abbiano tutti i buoni retribuito al zelo eroico della medesima. E per dirle anzi tutto su tale materia, ho qualche lume che qui si discorre di volermi richiedere di scrivere costà se s'inclinasse a far processare da cotesta Inquisizione il detto Giannone, restando però sempre il medesimo in potere di sua maestà, o di far anche modestamente una prova se si volesse consegnare a questa Corte, in quel modo e con quelle condizioni che fossero di maggior piacimento di sua maestà. Ciò solo sia detto a vostra eccellenza per notizia di quanto qui ho inteso vociferare su tal proposito, giacchè sinora non mi è stata fatta istanza di sorte alcuna, e so di certo che non me la faranno quando pensino che possa dispiacere alla sua maestà».

E l'Ormea: «Per quello che vostra eminenza dice del desiderio che ha scoperto costì che il Giannone fosse processato dall'Inquisizione, restando però sempre nelle mani di sua maestà, o eziandio che gli venisse rimesso con le condizioni che piacerebbe alla sua maestà, prendo intanto a far riflettere a vostra eminenza che se la mira di sua santità è di assicurarsi della persona del Giannone, in modo che non abbia più a temersi ch'egli possa nuocere, non ha sua maestà un minor impegno per il bene della religione, di non permettere che quest'uomo ricuperi mai più la libertà. Se poi desiderasse di averlo costà per farne giustizia, appunto non potrebbe a meno la maestà sua che desiderare per condizione che non sia castigato corporalmente. Se finalmente si vuole, per farlo ravvedere de' suoi errori, e procurare di farlo ritrattare, sua maestà già ha pensato anche a questo punto, e pensa di spedire appresso di esso un religioso di probità e dottrina, da cui s'impiegherà ogni diligenza per ottenere il suo ravvedimento, e, se sarà possibile, una ritrattazione de' suoi scritti».

[450.] Il Giannone domandò spontaneamente il Sant'Uffizio, stese egli stesso la disapprovazione delle singole opere sue, rifiutando e abjurando gli errori che contenessero, e supplicando perdono dalla santa Madre Chiesa e da tutti i fedeli dello scandalo dato, «pregando tutti a condonare i miei errori e umane debolezze, ed avermi nell'avvenire nel loro concetto per uomo diverso di quello che forse io aveva dato occasione per i miei scritti di farmi credere e riputare, protestandomi di vivere e morire vero figlio obbediente della santa Madre Chiesa».

La sua ritrattazione leggesi nella Storia letteraria dello Zaccaria, vol. VIII, e nella Vita di Pietro Giannone giureconsulto e avvocato napoletano, con la giunta di alcune opere postume finora inedite del medesimo autore. Napoli, Gravie 1770. Quest'ultima opera è un continuo elogio, prolisso e avvocatesco, appoggiato alle lettere scritte all'autore. Ne attribuisce tutte le disgrazie a persecuzione del clero, e principalmente l'impopolarità, per la quale in patria era fin per le strade vilipeso e minacciato. «La vista di lui non gli potea trattenere ed in privato ed in pubblico dallo accendersi d'ira e di mal talento. E fu più d'una volta in gran pericolo di provare i tristi effetti della rabbia popolare... Un dì che traversava in carrozza la piazza della Carità, la calca... sarebbegli corsa addosso per farne scempio, s'egli non si fosse sottratto ecc.».

Questo storico parla a lungo del Triregno, e ne dà l'analisi, e confessa che «il Giannone manifesta in questo libro una totale avversione ai dogmi della Chiesa cattolica romana, ed intorno a quelli specialmente dell'eucaristia, della penitenza, del purgatorio, del culto delle immagini ecc. Circa alla risurrezione dei morti si appiglia al sistema che il dottore Burnet pubblicò nel suo trattato De statu mortuorum et resurgentium... Intorno alla immaterialità dell'anima, all'eternità delle pene ecc. poco disconviene dagli Arminiani, de' quali pare che per tutto egli approvi l'indifferenza in fatto di dogmi e di disciplina».

Al Triregno avea lavorato ne' dodici anni che stette a Vienna, e al principe Trivulzi scrivea da Ginevra nel 1736: «Forse per divina previdenza sarà disposto che que' miei scritti, sopra i quali ho travagliato pei dodici anni che sono dimorato ozioso in Vienna... ne' quali sono dimostrate verità di gran momento ed importanti non meno a' principi cattolici perchè si accorgano delle tante usurpazioni e sorprese fattegli sopra i loro principati, togliendosi loro più della metà dell'impero che Dio sopra i medesimi ha loro conceduto; che a' loro sudditi prosciogliendosi da tante e sì dure catene... le quali mie fatiche aveva io già destinate a' tarli e alle tignuole, poichè sotto cielo ed in terreno italico non avrebbero potuto certamente allignare: forse (dico) avverrà che in altro clima potranno vedere la chiara luce del sole, nascere, farsi grandi e volare dapertutto...»

Ecco l'indice dei Capitoli del Regno Celeste:

Introduzione del Regno Celeste.

Parte I.
Della natura del luogo di questo regno celeste; che debba adoprarsi per farne acquisto e del tempo del suo avvento.

Capo 1. Qual si fosse, ed in qual parte fra gli orbi celesti fosse collocato questo regno.

Capo 2. Dell'errore nel quale furono i Gentili e gli Ebrei perchè ignoravano la natura di questo regno.

Capo 3. Che cosa debba farsi per meritare questo nuovo regno ed esser ammesso nella possessione di quello. I. Dei riti di questa nuova legge. II. Del battesimo. III. Dell'eucaristia.

Capo 4. Del tempo nel quale dovrà arrivare questo regno. I. Ricorso al regno millenario per prolungare il celeste.

Capo 5. De' segni che dovranno precedere all'arrivo di questo regno.

Parte II.
Della resurrezione de' morti.

Capo 1. La risurrezione de' morti fu predetta veramente reale e fisica. I. Cagioni onde cominciossi a dubitare della risurrezione fisica e reale.

Capo 2. Non vi è repugnanza alcuna in fisica di poter ripigliare i medesimi corpi che si lasciarono in morte. I. Intorno alla prima cagione dell'oscurità de' libri. II. Intorno alla seconda cagione del mescolamento della filosofia de' Gentili con la nostra religione. III. Non esservi alcuna ripugnanza in fisica di poter ripigliare i medesimi corpi.

Capo 3. La resurrezione della carne è assolutamente necessaria per poter essere introdotti nel regno celeste, ed essere partecipi della vita eterna. I. Qual sentimento avessero Cristo e gli Ebrei de' suoi tempi intorno alla natura ed immortalità delle anime umane e dello stato delle medesime fuori dei loro corpi. II. Di coloro che risuscitarono alla morte di Cristo s. n. III. Di ciò che si credea in tempo degli apostoli riguardo alla resurrezione. IV. Si risponde agli argomenti avuti dal nuovo Testamento, de' quali alcuni pretesero mostrare il contrario. V. Esservi fra lo stato degli Angeli e delle anime umane notabilissima differenza.

Capo 4. La resurrezione de' corpi è assolutamente necessaria per essere introdotti nel regno celeste, poichè le nude anime non sono capaci senza quelli di azione o passione alcuna.

Capo 5. San Paolo inculcava il punto della resurrezione de' morti, poichè senza risorgere non potevano gli uomini entrare nella possessione del regno celeste. I. Del battesimo a pro de' morti. II. Si risponde ad alcuni passi di san Paolo stesso che si allegano in contrario.

Capo 6. San Giovanni Battista e Simone vescovo di Gerusalemme, che scrissero alla fine del 1º secolo, tennero le medesime credenze.

Capo 7. I padri più insigni del 2º e 3º secolo tennero la stessa dottrina, e reputarono eretici i sostenitori della contraria.

Capo 8. I simboli, ovvero professioni di fede di tutte le chiese, la vita eterna non davano se non dopo la resurrezione della carne.

Par. III.
In cui si dimostrano le cagioni per le quali si anticipò il regno celeste, e variossi la dottrina del suo avvento.

Capo 1. Come e per quali cagioni presso i Cristiani cominciossi nel 4º secolo a contaminarsi la vera dottrina, e ad anticiparsi per le sole anime l'avvento del regno celeste, senza assumersi più la generale resurrezione de' corpi.

Capo 2. Qual parte in questa mutazione vi avesse avuto l'usanza introdotta di pregare per i morti: e come anticipandosi il regno celeste e l'infernale, si fosse poi inventata la distinzione di non doversi pregare per tutti, ma per quelli soltanto che si finsero essere nel purgatorio.

Capo 3. Come tratto tratto a lungo andare si variasse questo rito, onde si venne a maggiori disordini ed a fantasticare anche sopra l'anima stessa de' Pagani. I. Maniera che si tenne da savj teologi per toglier via dalla Chiesa tali e simili errori, che aveano in quella poste sì profonde radici. II. Qual parte in questo cangiamento avesse avuto l'onorare le tombe de' martiri.

Capo 4. Come il costume d'introdurre nelle chiese le immagini de' santi, e poi anche le statue, maggiormente stabilisse nelle menti de' Cristiani la credenza di avere le loro anime visione beatifica in cielo, sicchè promettendosene favori e grazie, l'invocassero ed adorassero.

Capo 5. Qual parte ad un sì strano cangiamento avesse avuto l'introduzione delle feste in onore de' martiri e degli altri santi. I. Feste istituite in onore della Vergine Maria. II. Delle feste istituite in onore degli altri santi che non soffrirono martirio.

Capo 6. Come finalmente, dopo essersi fra' Cristiani introdotti tanti riti, celebrità e feste, si venne nel Concilio di Fiorenza, nel XV secolo, a stabilir canoni intorno alla visione beatifica delle anime dei santi, senza aspettar resurrezione. I. Istoria del Concilio di Fiorenza.

Capo 7. Come si fosse introdotto in Roma il rito delle beatificazioni, canonizzazioni ed istituiti varj gradi di venerabili, beati, santi. I. Altra maniera di crear santi.

Capo 8. Delle capricciose gerarchie de' santi fintesi in cielo, e regolate anche da Roma in terra per mezzo della Congregazione de' Riti.

Capo 9. Per quali cagioni avvenisse che la nuova dottrina del purgatorio e delle indulgenze si fosse con tanto studio inculcata, sicchè agevolmente si facesse poi passare per punto di fede, e per tali vie si agevolasse alle anime l'entrata nel regno celeste. I. Donde il tesoro delle indulgenze, ristretto, in Roma si rendesse inesausto, sicchè dipoi fosse chiamato mare magnum.

Par. IV.
Dell'Inferno, e quanto fossevi sopra favoleggiato da' nostri teologi e casisti, i quali anche si arrogarono il potere di librar le colpe umane, e di qualificarle alcune mortali, altre veniali: sicchè, secondo che essi avran definito, si credono le anime o di esser discese quivi a penare, ovvero essere detenute nel purgatorio.

Capo 1. Quando vi sarà inferno per gli uomini, ed in qual luogo. Della sua natura e gradi. I. Del luogo di questo inferno. II. Della natura del fuoco infernale. III. De' varj gradi e generi di tormenti che si fingono in questo inferno.

Capo 2. Della durata di questo inferno, e se mai vi sia speranza alcuna di potersene i dannati liberare.

Capo 3. Della presunzione de' teologi e casisti in librar le colpe umane, qualificandole a loro talento ora mortali ora veniali; sicchè dalla loro decisione dovesse dipendere la quiete o il rimorso della coscienza degli uomini.

Capo 4. Come da tante e sì nuove dottrine e riti e costumi finalmente la religione cristiana si fosse trasformata in pagana. I. Apoteosi. II. Le dedicazioni e consacrazioni de' tempj ed altari. III. Amuleti, filatterj, ligature ed altre vane superstizioni. IV. I baccanali, i teatri, i lupanari, i bagni, le danze, e simili usi e rilasciatezze.

[451.] Uno de' primi scritti di Calvino fu Psicopannychia (1534) contro alcuni Anabattisti, che sostenevano le anime restar assopite fino al giudicio finale. Egli dice: J'ay repris la curiosité folle de ceux qui débattoyent ces questions, lesquelles de fait ne sont autres que torments d'esprit. Anche Lutero definiva noci vuote tali quistioni, trattate già da Melito nell'antica Chiesa.

[452.] A confutar la Storia del Giannone si accinse subito il padre San Felice gesuita, che nel 1728 pubblicò Riflessioni morali e teologiche su di essa, col nome di Eusebio Filopatro: opera pesante, e che poco giovò. Il Tria, col pseudonimo di Pietro di Paolo, confutò pure passo passo il Giannone, e meglio il padre Giannantonio Bianchi di Lucca Della potestà e della politica della Chiesa, trattati due contro le nuove opinioni di Pietro Giannone, dedicati al principe degli Apostoli. Roma 1745. Nel primo trattato, in due volumi di 600 pagine ciascuno, confuta la Difesa della dichiarazione di Bossuet. Nel secondo, compreso in 5 volumi in 4º, confuta più direttamente il Giannone. È lavoro dottissimo, dove insiste principalmente sull'indipendenza assoluta della Chiesa che il Giannone attribuisce ai principi; e vorrebbe mostrare che tutti quei teoremi derivano o da ignoranza supina o da perversa malizia.

[453.] Manuscritto nell'archivio segreto di Torino. Delle opere inedite del Giannone si era cominciata la stampa dagli editori di questi nostri Discorsi, ma restò interrotta, non per loro colpa. Fra le opere inedite è bizzarra questa. Giannone avea, nella storia (Lib. XIII, c. 1) ribattuto le pretensioni dei Veneziani sulla sovranità del mare Adriatico. Quando si ricoverò a Venezia, non mancò chi glielo rinfacciasse. Allora egli stese una memoria ove dice che, come suddito di Carlo VI imperatore, avea dovuto sostenere i Napoletani a scapito de' Veneziani: ma ora colle ragioni e colla storia dimostra che i Veneziani aveano veramente la sovranità del mare Adriatico, concessa loro da Alessandro III, quando venne per avervi un colloquio col Barbarossa. Su questo fatto egli si estende, e mostra che non sono favole, ma verità evidenti, prodotte e sostenute da frà Paolo e da altri giureconsulti. Su questo punto vedasi quel che noi dicemmo nel Discorso III, vol. I, pag. 74.

[454.] Ammalato gravemente nel castello di Ceva, si compose quest'epitafio: Conditorium corporis Petri Janmonis jc. et advocati neapolitani, qui, detectis patriis legum, magistratuum, ordinumque fontibus, totiusque civilis historiæ statut. varios perscrutatus, integra regni jura suo principi ac patriæ asseruit, variis inde jactatus procellis, si aliquid humani passus sincere pœnitens, peccata lacrymis, errores retractatione delevit. Obiit tamen captivus miseris Langarum locis, etc.

Il citato biografo dice che «il cotidiano assegnamento che gli fece il re di Sardegna fu sempre lo stesso. Per questo conto e per altri ancora egli fu liberamente trattato dalla munificenza di quel sovrano, il quale ebbe special cura a farlo restare ben servito e per lo suo vitto e per lo suo vestire in tutti i luoghi ove tenuto fu in arresto»!

Quel bizzarro uomo che fu il conte Ferdinando Del Pozzo, ebbe coraggio di scrivere che il Giannone, in carcere, godeva, per quanto i tempi permettevano, la protezione della Corte di Savoja. Forse intende la protezione che il governo e i prefetti d'oggi esercitano verso tanti vescovi e buoni cittadini, tenendoli in carcere o mandandoli in esiglio per salvarli dall'indignazione del popolo.

[455.] T. II, p. 143. E Voltaire, nel Dict. phylosophique, a Saint Pierre e Cour de Rome, dice: «La miglior risposta ai detrattori della santa sede è la mite potenza che i vescovi di Roma esercitano oggi con saviezza, nella diuturna possessione, nel sistema d'equilibrio generale, che è quello di tutte le Corti. Roma non è più sì potente che basti a far guerra, e dalla sua debolezza viene la sua felicità. È l'unico Stato che, dal sacco di Carlo V in poi, abbia goduto le dolcezze della pace».

[456.] Vedi il nostro vol. II, pag. 389; e Fatti attinenti all'Inquisizione e sua storia generale e particolare in Toscana. Firenze 1782 anonima, ma è del Crudeli.

Storia dell'Inquisizione, per Francesco Beccatini. Milano 1797.

Storia dell'Inquisizione di Toscana, di Antonio Francesco Pagani. Firenze 1783, e l'altra di F. Restelli.

[457.] Carta real de Barcellona, 27 agosto 1709. Gli storici parabolani dell'Inquisizione citano un Munter, il quale dice che questa nella Sicilia fece bruciare 220 individui in persona, 279 in effigie: e circa 3000 condannò ad altre penitenze. Ma per quali delitti? in quanto tempo?

[458.] Non so perchè i biografi comaschi lo fanno di Mercallo: la sentenza lo dice nativo del luogo di Minajo, vescovado di Como, ducato di Milano. A Menaggio in fatti fiorì sempre la famiglia Malacrida.

[459.] Nel 1863 V. Martin de Moussy pubblicò una descrizione geografica e statistica della Confederazione Argentina, dove crede far atto di coraggio col narrare i grandi vantaggi che a que' paesi aveano recato le colonie presedute da' Gesuiti, e la floridezza cui erano arrivate, e che perdettero non appena questi ne furono espulsi. «Ecco a che son ridotte oggi quelle comunità che furono giudicate così diversamente, e la cui antica celebrità non fu pareggiata che dall'obblio profondo ove oggi sono cadute. Viaggiando quelle contrade sì poco note, abbiam voluto dire senza esagerazione come senza paura che cosa erano state le missioni, e che cosa divennero dopo tolte violentemente ai loro fondatori... Qualunque siano gli eventi su cui ebber influenza i Gesuiti in Europa, qualunque giudizio siasene portato, possiamo asserire che essa fu in America sempre salutare e benefica».

[460.] Nell'Anticristo dice che il 29 novembre, anno passato, aveva udito queste parole: Hac nocte uno, idest brevi et inopinato interitu, de medio tollemus principem tam iniquæ criminationis cum adjutoribus et adulatoribus suis.

Confessò che, vedendo l'immenso danno che verrebbe dal togliersi ai Gesuiti le missioni, avea pregato caldamente Iddio, ed ebbe ispirazione d'avvertire il re d'un grave pericolo che gli sovrastava; pericolo ch'egli cercò sviare, facendo anche penitenze e orazioni, per le quali crede che nostro Signore moderasse il castigo. Aver invocato dal tribunale d'esser udito subito, perchè intendeva manifestare il pericolo del re, ch'egli sapeva per rivelazione. E di questa e d'altre sosteneva la verità, e come la Madonna lo avesse assolto dalla colpa e dalla pena; e si lagnava di ottener meno credenza che non tant'altri simili.

[461.] Fra le sue carte trovossi pure una tragedia, Amano, ch'egli avea scritto fin quando era maestro in Corsica, ma dove si vollero riconoscere allusioni al ministro Pombal. Dal Pombal diceasi stipendiato l'abate Vanelli, che a Lugano faceva la Gazzetta, allora tenuta per la più liberale. Questo infelice prete, allorchè gli Austriaci si ritiravano dalla Lombardia, fu trucidato dal partito avverso.

[462.] Lettera alla contessa Luzelburg.

[463.] Murr, Zeitung zur Kunstgeschichte. Questo protestante laboriosamente raccolse quanti documenti potè sopra i Gesuiti dopo la loro abolizione.

Pel processo io mi valsi d'una traduzione italiana, stampata colla falsa data di Lisbona 1761. Gli atti originali conservansi nel tribunale de Correiçao da Corte e casa. Non ho veduto nessun processo del sant'Uffizio, che fosse così brutalmente assurdo come codesto.

Frà Norberto avea scritto contro i Gesuiti, poi col nome di abate Platel servì Pombal, e inveì contro il Malacrida.

Tra le altre gofferie e crudeltà pubblicate all'occasione del supplizio di questo, ho veduto una relazione portoghese, che conchiude «credersi non abbia confessata, morendo, la sua colpa, e preferito morire del supplizio cui era stato condannato dall'Inquisizione, perchè con questo spediente volle togliere al re la soddisfazione di farlo morire come capo della cospirazione contro di lui».

Nella Deduzione cronologica e analitica... data in luce dal dottore Giuseppe de Teabra da Silva, procuratore della Corona di Portogallo, per servire d'istruzione sopra l'indispensabile necessità, ecc. al § 908 e seg., è detto che nel processo per l'assassinio del re vien denunziato che la marchesa de Tavora fondava i suoi progetti di regicidio «nella mistica e ne' consigli di Gabriele Malagrida; che altri della sua famiglia erano ispirati, o piuttosto pervertiti dalle dottrine e massime di lui; e che tutto era diretto dallo spirito e dai consigli del Malagrida». Anche il duca d'Aveiro assicura «del credito e reputazione di santità e di buoni consigli del Malagrida in casa Tavora».

In essa Deduzione si aggiunge che, avendo il re di Portogallo proscritti, snaturalizzati e cacciati dai suoi dominj i Gesuiti, la Provvidenza volle mostrar visibilmente di averli abbandonati. Poichè, mentre essi, fuor di Portogallo, spacciavano per santo il Malagrida, questo mostro per ismentirli scriveva i due abominevoli libri che lo fecero trasportare al Sant'Offizio dell'Inquisizione, che sopra sua confessione lo condannò, e rilasciò alla giustizia di sua maestà.

«Avendo il reo, col mezzo dell'ipocrisia e della più raffinata malizia, conseguìto di esser tenuto per santo e vero profeta da quella gente che, per divina permissione, non considerava i fondamenti sui quali sostentavasi la gran macchina di quella finta santità, si ridusse a divenire un mostro della maggiore iniquità. Mentre, non contento di aver ingannato i popoli ne' dominj di questi regni, da' quali aveva estorto un capitale ben grande con pretesto di devozioni e di opere pie, e con altre finzioni ed inganni, passò a spargere il più atro veleno che aveva in cuore col fomentare discordie e sedizioni, e col profetizzare funesti avvenimenti, ch'egli già sapeva che si stavano ideando e trattando in questa Corte».

[464.] Histoire de Gabriel Malagrida de la C. d. J. l'apôtre du Bresil au XVIII siècle, par le p. Paul Mury de la même Compagnie. Paris, Touniol 1865.

[465.] Kaunitz, ministro di Maria Teresa e suo, lo disapprovava apertamente, attesochè «i parrochi della Lombardia sono generalmente rispettabili per condotta, e in reputazione di prestare con particolar bontà e sollecitudine assistenza ai malati: sono mediatori nelle frequenti discordie fra cittadini: impediscono le risse, prevengono alterchi e liti colla loro autorità e cogli arbitramenti, vigilando quanto possono alla condotta morale de' loro parrocchiani. Questi reali vantaggi per la società meritavano che non si considerasse inutile il numero de' parrochi, s'anche ecceda il positivo bisogno». Lettera 9 marzo 1786.

Famoso fu nel milanese il prete Carlo Sala, che, credendosi leso da un suo tutore, lo derubò, fuggì in Isvizzera, si fe calvinista, prese moglie, servì a Voltaire da scrivano: poi tornato in Lombardia, girovagava vendendo libri proibiti; e buttatosi al ladro, attentava principalmente alla chiese, delle quali ben trentanove spogliò; presentossi alla sacra Penitenzieria a Roma, e ne ottenne assoluzione; pure continuò i furti, sinchè la giustizia lo colse e condannò alla morte, ch'egli subì con cinica fermezza nel 1775.

[466.] Cioè due a Milano, uno ad Arona, uno a Monza, uno a Poleggio, uno a Celana. Fu scelto a rettore Francesco Farina, che fu poi vescovo di Padova; vicerettore il Molo di Bellinzona; ripetitori Mussi, Sozzi, Vanalli, Castelnuovo che fu poi vescovo di Como. L'iscrizione pel seminario diceva: Sacr. ordinis alumnis — eadem studiorum ratione eadem disciplina — ad religionis ministerium in provinciis — reipub. bono instituendis — cæsaris pietas — conspirantibus pontificum insubriæ votis — contubernium constituit — a. s. MDCCLXXXV.

[467.] La quistione sulla monarchia di Sicilia fu dibattuta in moltissimi scritti, e il più ampio in contraddizione di essa si stampò a Roma nel 1715, col titolo «L'istoria della pretesa monarchia di Sicilia, divisa in due parti; Parte I dal pontificato di Urbano II sino a quello di Clemente XI; parte II, in cui si mostra l'origine e insussistenza di detta monarchia, con bolle, diplomi ed altre autentiche scritture fino al pontefice Innocenzo XII».

[468.] Sul sepolcro del Tannucci la riconoscenza popolare scrisse: Cum per annos quadraginta clavum regni moderasset, nullum vectigal imposuit.

[469.] Lettere teol. politiche.

[470.] È qualcosa più che ridicola il veder quest'atto riprodotto da Carlalberto nel 1831. A Ciamberì nel 1631 fu stampata «Apologia francese per la serenissima casa di Savoja contro le scandalose invettive intitolate Première et seconde Savoysienne». Questo libello gli accusava, 1º d'avere usurpato parecchi Stati ai re di Francia; 2º di averne usurpato altri agli imperatori; 3º d'avere recato grandi offese alla Chiesa. L'apologista, che è lo storiografo di Savoja, risponde trionfalmente a queste tre accuse, e divide la sua apologia in tre parti: l'Apologia francese, l'Apologia imperiale e l'Apologia romana, e stabilisce che la casa di Savoja «ben lungi dall'usurpare indebitamente gli Stati dell'Impero, vi ha riunito quelli che n'erano distratti, sottomettendo all'obbedienza coloro che si mostravano ribelli. E la santa sede e la Chiesa non hanno mai avuto figli più obbedienti dei reali di Savoja, che i sovrani pontefici in riconoscenza del loro zelo onorarono dei più grandi elogi».

[471.] Ap. Becan, T. V, opusc. 17, aph. 15, De modo propagandi calvinismi. Vedi Lucii Cornelii Europaei Monarchia solipsorum. Venezia 1645, più volte ristampato con operette satiriche di Gaspare Scioppio. Invece di Clemente Scotti, altri ne crede autore il gesuita Melchiorre Inchofer.

N'è una traduzione fatta a Lucca il 1760, e una del 75 fatta a Lugano.

[472.] Il Botta, acerrimo contro i Gesuiti, scrive: «In ciò tanto maggior lode meritano quanto non solamente si conservarono immuni da questa peste dell'inquisizione, ma s'ingegnarono anche coi loro consigli e credito di moderarne il furore ne' paesi in cui ella più crudelmente infieriva». Cont. del Guicc., L. IV.

Il più fiero nemico de' Gesuiti, frà Paolo Sarpi il 14 febbrajo 1612 scrive al Leschasserio, non veder come quel capo del Direttorio degli Inquisitori, dove si ordinano i processi secreti, e le condanne da secretamente eseguirsi dai crociati, possono imputarsi ai Gesuiti, cum illi, neque in Hispania, neque in Italia, inquisitioni se immisceant: rogo te perscribas quonam modo in eos accomodaveritis. Pare che il Leschasserio gli avesse detto che l'Inquisizione avea fatto un processo segreto contro esso frà Paolo, e demandata l'esecuzione ai Crociati. Ma il Sarpi dice che essi Crociati sono ben pochi in Italia, nel napoletano non essendovi inquisizione, e nel veneto non può far nulla senza intervento del magistrato secolare, nè aver famiglia armata, nè arrestare. Non ha mai letto la parabola del giuramento di questi Crociali, nè le preci che dicono prima d'andar in guerra, nè mai gli era venuto in mente che di tali formole o preci si facesse uso.

[473.] Vedasi l'opera di Navarrette De viris illustribus in Castella veteri soc. Jesu ingressis et in Italia extinctis. Bologna 1797.

[474.] Vedasi il Theiner, che pur loda Clemente XIV per coraggio, prudenza, grandezza.

[475.] In pochissimi anni noi vedemmo ucciso il duca di Berry, erede del trono di Francia; forse quindici volte attentato alla vita di Luigi Filippo: quattro alla regina d'Inghilterra; al re di Prussia nel 1850, poi nel 61: trafitto l'imperatore d'Austria nel febbrajo 1853; ucciso il duca di Parma nel 54: la regina di Spagna assalita nel 1852 e 1856: colpito il re di Napoli nel 1858: a Napoleone III attentato più volte, e ferocemente dall'Orsini: alla regina di Grecia nel 62: all'imperatore di Russia nel 66 ed ora a Parigi dove correggo questi fogli (giugno 1867): ucciso il presidente degli Stati-Uniti nel 65: a tacer gli attentati d'assassinj, confessati dai proprj autori, contro i re di Piemonte e contro ministri: e l'uccisione di tanti capi di partito, come Kotzehue, Giuseppe Lee, Pellegrino Rossi ecc.

Questo sostituire la ragione individuale alla sociale, accreditato sotto l'impero romano, e che non tolse vi fossero pessimi principi, rivisse al tempo della rivoluzione francese, e non parlavasi, non effigiavansi che pugnali: cento giovani giurarono spargersi per assassinar i sovrani che la convenzione lor designasse: lo stesso Chénier Andrea cantava:

O vertu! le poignard, seul espoir de la terre

Est ton arme sacrée alors que le tonnerre

Laisse régner le crime et te vend à ses lois.

Il Monti minacciava al re di Napoli, che

il pugnale di Bruto già nudo

Gli è sul petto, già chiede ferir:

e lo Zajotti

Cacciagli in seno il punitor coltello,

Chè il tiranno fratel non è fratello:

poi si divinizzò l'Orsini, e il dottor Renzi e l'Imbriani fecero l'apologia del Milano.

[476.] Nella Correspondence diplomatique di J. De Maistre leggesi: Si disse ai principi, i Gesuiti sono una potenza, e i principi diedero in questa trappola: ma il fatto è che, senza potenza nello Stato, senza corpi, senza società, senza istituzioni forti ben organizzate, il sovrano non può governare, giacchè non ha che una testa e due braccia, s'ammazzerà di fatica, si intrigherà di tutto, avrà appena il tempo di dormire, e tutto andrà male».

[477.] Pasquino disse che andò a Vienna a cantare una messa, senza gloria per il papa, senza credo per l'imperatore.

[478.] L'abate Marco Mastrofini fece dei Rilievi sull'opera del signor De Potter, intitolata Spirito della Chiesa, o considerazioni filosofiche e politiche sulla storia dei Concilj e dei Papi, dagli Apostoli fino ai giorni nostri (Roma 1826). Con buona logica e retta teologia ne esamina le dottrine intorno a Dio, alla trinità, al peccato originale, a Cristo, alla Grazia, alla Chiesa, ai Concilj, ai santi padri, all'invariabilità dei dogmi, ai pontefici, mostrandone i gravi errori, le molte ignoranze, le continue contraddizioni; e come non riveli lo spirito della Chiesa, bensì con arguzie e scurrilità i mancamenti e i vizj che la Chiesa deplora e rimprovera.

[479.] Il Ricci riflette che, in sua gioventù, era poco frequente il caso d'un indulto generale nella diocesi: e quando accordavasi, era solo per uova e latticinj, esclusine anche sempre i mercoledì, venerdì e sabati, la prima e l'ultima settimana, e le vigilie dell'Annunziata e di san Giuseppe: e mai non si concedeva due anni di seguito. Clemente XIII nel 1767 dispensò anche per l'uso delle carni, dal che venne grave scandalo; poi Pio VI abbondò.

[480.] Vedi il nostro vol. I, pag. 89. Il Pusey, che più volte menzionammo, accorderebbe tutto, purchè la Chiesa cattolica ripudii la supremazia del papa e il culto di Maria. Al qual proposito soccorrono parole del nostro padre Ventura: «Non è lontano il tempo che il nome di Maria ricondurrà il suo culto in Londra, e con esso la vera religione del Figlio. Avvenimenti misteriosi e inesplicabili hanno luogo presentemente nella fiera Albione. E l'opera di Dio che riconduce, nelle sue vie ineffabili, quel popolo, mercante dei beni della terra, alla conquista dei beni del cielo, col suo ritorno all'unità della vera fede. Ma questo grande, avvenimento che farà stordir l'universo e lo colmerà di gioja, non avrà il suo effetto salvo che sotto il patronato di Maria, presso la quale i Cattolici inglesi insistono alla lor volta con incessanti preghiere, onde ottener la conversione della grande loro patria».

Vedasi in fatto la magnifica risposta del Manning, della quale ci siamo qui valsi.

[481.] Una delle maggiori accuse che Pietro Leopoldo appone a i Minori Osservanti, è che «il lettore pone per principio che il governo della Chiesa è monarchico, e che il romano pontefice ne è veramente il monarca. Questa eresia si fa passare come un articolo di fede.... Tralascio di accennare gli altri spropositi sulla superiorità del papa al Concilio». «Faceva pietà (dice altrove) il legger gli scritti di quei lettori (frati)..... Le Bolle dei papi erano venerate come regola di fede. La loro infallibilità era data per domma». E del suo sinodo dice: «Troppo si temevano le conseguenze dai partigiani della Corte di Roma, che prevedeva l'effetto che potea produrre contro l'antica macchina della monarchia papale un corso di dottrina e disciplina insieme raccolto, e fondalo sul vangelo e sulla tradizione, assortito appunto per battere in dettaglio quella diabolica ed anticristiana invenzione».

[482.] 1784, con note del Guadagnini.

[483.] 1771. Altre sue opere sono:

De justitia Christiana et de sacramentis. Pavia 1783 e 84.

De ultimo hominis fine, deque virtutibus theologicis et cardinalibus. Pavia 1785.

De Ethica cristiana. Pavia 1785.

De verbo Dei scripto ac tradito. Pavia 1789.

Introduzioni e lezioni di filosofia morale, volumi VII, dal 1802 al 1812.

Saggio di poesie composte oltre l'ottantesimo anno.

S'ha una lettera del Gioberti del 1830, diretta all'avvocato Saleri di Brescia, ove applaude ad un costui Elogio del Tamburrini, effondendosi nelle lodi di questo, siccome grand'osteggiatore di «quella setta potente che, dopo corrotta la morale, corrotti i dogmi e la disciplina, vuol mescere il cielo colla terra, la società civile colla ecclesiastica, il regno spirituale col temporale, perpetuare gli abusi presenti, far rivivere quelli della bassa età, e spenta ogni civiltà moderna, richiamare nella religione e nel mondo l'antica babarie». Esorta il Saleri a raccogliere tutte le lettere del Tamburini; e a procurare un'edizione compiuta delle sue opere a Firenze, dove la censura è più benigna.

[484.] Episcopatui romano non ita adnexum dicimus primatum, ut Ecclesia illum in aliam quamcumque cathedram transferre non possit.

Arnaldus Brixiensis nec proprie schismaticus fuit, nec seditiosus, nec turbulentus.

Nullus episcopus, nec romano excepto, potest aliquem excommunicare, nisi de consensu, saltem præsumpto, totius corporis Ecclesiæ.

Hæresis janseniana est inane spectrum, calide confictum ad hostibus veritatis ad suos adversarios opprimendos.

Ecclesia subesse potest errori in definiendo sensu librorum qui canonici non sunt.

Quælibet gratia Christi efficax est.

Romanus pontifex pastorale munus exercere nequit in alterius diœcesi, absque proprii ordinarii facultate.

Episcopi suam a Christo immediate jurisdictionem habent, non a romano pontifice.

Concilia generalia esse supra pontificem propugnamus.

Ecclesia nullam habet potestatem conferendi indulgentias pro mortuis.

Approbationes confessariorum nec ad loca nec ad tempus limitari possunt.

Romanus pontifex in rebus fidei ac morum, etiam cum Ecclesia sua particulari, judicium pronuncians, subesse potest errori.

Irrefragabilis conciliorum auctoritas minime pendet a confirmatione romani pontificis.

Index librorum prohibitorum congregationis romanæ nequit esse regula pro discernendis bonis libris a malis.

[485.] Altre opere sue sono:

Vindiciæ augustinianæ ab imputatione regni millenarii. Cremona 1747.

Dialoghi tre in difesa di quelle (1753). Sostiene che il sermone 259 di sant'Agostino è un centone di passi di quel santo, mal connessi da chi volle farlo autore dell'errore de' millenarj.

D. Aurelii Augustini quæ videtur sententia de beatitate s. patriarcarum, prophetarum etc. ante Christi descensum ad inferos (1762). Gli fu vivamente combattuta dal Mamacchi, contro cui egli diresse una Lettera prima nel 1767. L'anno dopo pubblicò la Dissertazione epistolare se l'anima delle bestie possa dirsi spirituale: poi una spiegazione del testo di sant'Agostino Ecclesiam Christi servituram fuisse sub regibus hujus sæculi; e Delle giornaliere pubbliche preci da ristabilirsi nel rito romano per la salute e prosperità de' sovrani (Pavia 1784).

Lo contraddissero molti discepoli di san Tommaso, e principalmente i padri Mingarelli, Patuzzi, Migliori, e monsignor Giustiniani vescovo di Cerigo.

[486.] G. B. Almici di Coccaglio (1717-93) fratello di Camillo, traducendo Puffendorf pretese rettificarlo nella parte eterodossa, come la poligamia, i voti, il suicidio, il duello, le convenzioni di guerra: lo spirito di Elvezio.

[487.] Esame della Vera Idea della santa sede. Macerata 1785.

Il critico corretto. 1786.

Fatti dommatici, ossia della infallibilità della Chiesa nel decidere sulla dottrina buona o cattiva de' libri. Brescia 1788.

Della Carità o amor di Dio. Roma 1788.

Il vescovado, ossia della podestà di governare la Chiesa, 1789.

Economia della fede cristiana. Brescia 1790.

Se i Giansenisti sieno Giacobini, 1794.

Il possesso, principio fondamentale per decidere i casi morali. Brescia 1796 e Cremona 1816.

[488.] Questo fatto merita particolar menzione, atteso gli odierni incidenti. Avendo i Francesi repubblicani invaso nel 1798 lo Stato pontifizio, v'imposero il giuramento «di odiar la monarchia e l'anarchia». Il papa proibì di giurare se non di «non prender parte a qualsiasi congiura o sedizione pel ristabilimento della monarchia e contro la repubblica; odio all'anarchia; fedeltà alla costituzione, salva la religione cattolica». Prima che l'esplicita decisione arrivasse, alcuni, come avviene in tempi di persecuzione, aveano tentato conciliare colle esigenze del Governo la coscienza cattolica, e il Bolgeni pubblicò Sentimenti sul giuramento prescritto agli instruttori e funzionarj pubblici; dalla cui autorità indotto, monsignor Boni vicegerente pubblicò che ciascuno potesse in ciò seguire la particolare opinione, senza tacciare l'altrui. Se n'autorizzarono i professori della Sapienza e del Collegio Romano a prestare il giuramento, fin quando il papa fe pubblicare la sua decisione.

Eguali sevizie partorirono eguali disturbi di coscienza nella rivoluzione odierna.

[489.] Contro il Mamachi, Del diritto della Chiesa di acquistare e di possedere beni temporali, Salvatore Spiriti di Cosenza scrisse il Dialogo de' morti, ossia Trimerone ecclesiastico-politico in dimostrazione dei diritti del principato e del sacerdozio, e la Mamachiana per chi vuol divertirsi (1770), beffa continua, della quale altri fa autore Carlo Pecchio, continuatore della storia del Giannone.

Avendo il Mamachi tacciato d'irreligioso il filosofo Genovesi, questi fu difeso violentemente da un amico.

[490.] T. I, pag. XLIII la prima parte è polemica, la seconda è storica, narrando il primato del papa nei primi otto secoli.

[491.] Del Rucellaj sono le migliori fra le tante memorie che allora uscirono intorno alla giurisdizione ecclesiastica e regia. Una secreta, spedita a Vienna il 1745, fra le altre cose dice: «La storia delle dispute di giurisdizione fra la Corte romana e il poter civile può ridursi a questo punto: che essa non cessò mai di pretendere suoi i diritti degli altri, per poter poi accordarli per grazia a quelli che devono possederli per giustizia: e che, nojati di quell'eterno conflitto, si contentarono di goderne a qual prezzo si fosse, senza riflettere che questo cambiamento di titolo permetteva al sacerdozio, come non lasciava mai di fare, di rivendicar finalmente per conto proprio quello, su cui pareva aver acquistato un diritto col cederlo».

[492.] Esistono negli archivj, e presto saranno pubblicate dal signor Kervyn de Lettenhove nel Belgio, lettere di Maria Teresa, che rimprovera a suo figlio il farnetico delle innovazioni ecclesiastiche.

[493.] Era Gaetano Incontri (-1781) di cui lodaronsi grandemente la spiegazione sopra la celebrazione delle feste. Il suo Trattato teologico sulle azioni umane, denunziato alla sacra Congregazione, non fu trovato riprovevole.

[494.] «Molti invero sono i pregiudizj che dalla libertà di pensare, di parlare, di leggere ho riconosciuto esser derivati alla nostra santa religione da qualche tempo in questa nostra città, e che hanno aperto più libero il campo al libertinaggio, dappoichè le podestà ecclesiastiche non hanno potuto usare dell'autorità loro; ed essendone da più parti giunta la notizia alla santa sede, ho ricevuto dei forti eccitamenti dal sommo pontefice per riparare agli abusi onde l'ho supplicato a confortarmi col suo ajuto nell'adempimento del mio ministero. All'occasione, nelle maniere più proprie, ho pensato alle volte, affine di non mancare verso il popolo alle mie cure spirituali confidato, d'istruirlo con degli avvertimenti pastorali, e mi è stato impedito come è noto; me ne sono rispettosamente rammaricato; ho fatto sovra a varj punti appartenenti alla religione ed al costume, siccome sopra altre materie concernenti l'ecclesiastica disciplina, delle umili rappresentanze, e per mio demerito non sono stato esaudito. Vostra eccellenza sa quante volte mi sono dato l'onore d'essere ad ossequiarla per parteciparle le mie più riverenti e fervorose istanze; sicchè confesso che nelle divisate contingenze mi trovo alquanto disanimato. Qualora poi venga assistito nell'esercizio del mio vescovile impiego dalla suprema autorità che vivamente imploro, m'incoraggierei molto, nè avrei più che desiderare. Con tal fiducia pregando V. E. a riprotestare all'imperial consiglio la mia più distinta venerazione mi pregio di rassegnarmi di V. E. ecc.». È del 1752. A proposito dell'abolizione della censura avendo il vescovo di Chiusi mosso alcun richiamo, fu obbligato ritrattarsi, e scriveva: «Sacra Cesarea maestà. Con estremo rammarico e cordoglio dell'anima mia appresi da sua santità le aspre doglianze avanzate dalla maestà vostra contro la mia povera persona, come che abbi avuto il temerario ardimento di offendere la di lei imperiale persona, mio augustissimo sovrano... Mi riconosco in debito di presentarmi ossequioso al trono della c. m. v. ecc.»

[495.] Prima memoria del 21 luglio 1781.

[496.] Così il Ricci, nell'autobiografia manuscritta.

[497.] La sua Justification de frà Paul Sarpi (Parigi 1811) sono lettere a un magistrato (presidente Agier) in difesa dell'indole e dei sentimenti di frà Paolo. Nel 1820 stampò a Lipsia il Catechismo de' Gesuiti, in sei dialoghi fra un avvocato e un Gesuita, imitando, troppo da lontano, le Provinciali di Pascal. Mandò una lettera di adesione alla costituzione civile del clero francese. Col Gregoire viaggiò in Inghilterra, in Olanda, in Germania; separandosi, convennero che, l'ultimo giorno di ogni mese, alle sette del mattino si prostrerebbero innanzi a Dio a pregare uno per l'altro soccorsi spirituali. Quest'accordo saputosi, fu imitato da altri, che sebben lontanissimi e neppure conosciuti, s'associavano ad ora fissa nella preghiera.

[498.] Oltre molte opere letterarie, e principalmente versi, e molte traduzioni, fra cui i Principj sull'essenza delle due podestà del La Borde, e quel che dicemmo sopra la Via Crucis e il Sacro Cuore, scrisse sopra la definizione della Chiesa, inserita nel catechismo adottato da quattro vescovi toscani: Annotazioni sopra le annotazioni pacifiche d'un parroco cattolico (era il Marchetti) al vescovo di Pistoja: alle quali fecero sgarbata risposta l'Esame d'un giovane ecclesiastico, che era l'abate Sintich di Veggia, e alcune lettere del canonico Muzzani. Caduto agli Austriaci il Veneto, il Pujati si ritirò nel convento di Praglia, e visse esemplarissimo.

[499.] Ricasoli Anton Giuseppe studiò col Ricci sotto il Lami, poi sotto monsignor Filippo Martini; fece tradurre e stampare la Storia ecclesiastica del Racine, poi le opere del Machiavello, sebbene il nunzio Crivelli vi si opponesse invano, perchè l'arcivescovo Incontri (dice il Passerini) era uomo che sapea discernere il bene dal male, e convenne col Ricci sul pregio del Machiavello e sull'utilità di far più popolari le opere sue (Genealogia nella casa Ricasoli, f. 212). Morì del 1783 mancando al Ricci «uno de' più validi ajuti nell'opera di riforma che aveva intrapresa» (ibid.).

[500.] Tra la farragine d'opere pubblicate allora, citiamo:

Memorie istorico-ecclesiastiche per servire d'apologia a quanto viene presentemente praticato in differenti corti d'Europa per condurre la disciplina ecclesiastica, e specialmente regolare (per quanto sia possibile) nel primiero suo istituto, opera d'un italiano; colla falsa data di Conisberga 1782, e l'avviso che si vende dal librajo Bindi a Siena.

La Monaca ammaestrata del diritto che ha il principe sopra la clausura, e della libertà che le rimane di tornarsene al secolo, soppresso il monistero e l'istituto, 1783.

Della monarchia universale de' papi, 1789.

Necessità e utilità del matrimonio degli ecclesiastici, in cui si dimostra che il papa può dispensare quelli che chieggono, 1770.

Piano ecclesiastico per un regolamento da tentare nelle circostanze dei tempi presenti. Venezia 1767.

Raccolta di opuscoli interessanti la religione. Pistoja, stamperia Bracali 1786, e avanti: 17 vol.

Ragionamento intorno ai beni temporali posseduti dalle chiese, dagli ecclesiastici e da tutti quelli che si dicono Manimorte. Venezia 1766.

Rendete a Cesare ciò ch'è di Cesare.

Sonetti contro le opinioni di Michele Bajo, di Giansenio iprense, del Belelli, del padre Berti agostiniano, del Viatore, del Rotigni, del Migliavacca (proibiti nel 1762).

Gesù Cristo sotto l'anatema e sotto la scomunica, ovvero Riflessioni sul mistero di Gesù Cristo rigettato, condannato e scomunicato dal gran sacerdote e dal corpo dei pastori del popolo di Dio; per istruzione e consolazione di quelli che, nel seno della Chiesa provano un simile trattamento. Pistoja 1786.

Nel 1769 viaggiò in Italia Agostino Gian Carlo Clement di Auxerre, uno de' più ferventi missionarj delle opinioni giansenistiche, e vi incalorì i suoi partigiani; tra i quali Foggini, Bottari, Del Mare, Palmieri, Tamburini, Zola, Alpruni, Pujati, Nanneroni, Simioli conservaronsi seco in carteggio, e se ne hanno lettere nei 24 volumi che ne restano. Descrisse questo suo Viaggio in Italia e in Ispagna (1802, 3 vol.) in modo goffo e vanitoso.

Nell'archivio ricciano esiste tutto il carteggio del 1783 fra il Ricci e il granduca.

[501.] È quanto io cercava far intendere al parlamento italiano, che allora ripudiò la proposta, mentre l'anno dopo fu attuata dal ministero, ma denunziata oggi come colpa dai liberali, implacabili autori di tirannie.

[502.] Numero XIII del Decreto di fede. Ma nel n. X erasi scritto: «Non può temere il fedele che la Chiesa abusi giammai di questa autorità. L'assistenza divina, che la assicura di non errare quando esprime il suo giudizio sulla dottrina e la morale, le assicura per la stessa ragione il privilegio di non abusare. Se tale sicurezza mancasse, saremmo egualmente incerti nella nostra credenza, e potrebbe sempre chiedersi se la Chiesa avesse o no abusato della sua autorità, o si fosse dipartita dalle vere sorgenti, che rendono infallibili le sue decisioni; sicchè le decisioni della Chiesa resterebbero soggette ai capricci e al giudizio d'ogni privato».

[503.] Vedi Istoria dell'assemblea degli arcivescovi e vescovi di Toscana. — Punti ecclesiastici, compilati e trasmessi da S. A. R. a tutti gli arcivescovi e vescovi della Toscana e loro rispettive risposte. Firenze 1788. Al frontispizio è una stampa con figure simboliche, e al di sotto un genietto che tiene aperto un libro, sul quale è il titolo, Enciclopedie. All'esposizione di tutte quelle infinite ordinanze, che quasi tutte concernono materie affatto ecclesiastiche, come messali, libri di preghiere, catechismi, massime di teologia morale e fin dogmatica, premette: «Furono ammirati i lumi del principe sopra l'ecclesiastica disciplina, e la di lui moderazione nel sottoporre all'altrui giudizio quello che egli poteva liberamente determinare come di sua piena competenza». Proemio, pag. 4. Fra le carte del Ricci v'è un gazzettino dell'assemblea, manuscritto farcito di pettegolezzi. Inoltre molti scritti di accuse e discolpe per quel che si faceva nel sinodo. Contro del quale, fra tanti altri, scrisse Carlo Borgo di Vicenza gesuita, autore d'un'Arte delle fortificazioni e difesa delle piazze, per cui Federico II lo nominò tenente colonnello. Premio satirico.

[504.] L'osceno Casti prese in burla i Giansenisti, in una novella, non so se edita, di cui reco qualche strofa.

Al rimbombo d'on tamburo

Che la terra e il cielo assorda

E il sereno aere puro

D'atre nubi infesta e lorda

Si svegliò Giansenio a sorte

Dal fatal sonno di morte.....

E spiegando il guardo fuore,

Vide un certo Tamburino

Che faceva gran rumore

Ora in tosco, ora in latino,

Ed aveva intorno a sè

Il Quesnello e il Petit-pied.

Con Arnaldo e San Cirano

E de' preti in mal arnese

Che menavano per mano

Il prelato pistojese

Eran questi i suoi cotali

Santi padri sinodali.

Il buon vescovo Giansenio

Al veder tutto quel coro

Si sentì nascer il genio

Di saper chi sien coloro

E i motivi tanto forti

D'un rumor che sveglia i morti...

Disse allor d'Ipri il pastore:

Io godea riposo e quiete,

Ma svegliommi il gran rumore

Del Tambur di questo prete.

E così successe a mè,

Disse tosto il Petit-pied.

Pure anch'io, disse Quesnello,

Me ne stava là sdrajato

Nel mio cupo e chiuso avello,

E costui m'ha qui chiamato

Col Tamburo suo sì forte,

Risvegliandomi da morte.

Ma se è ver che tanta possa

Ha un Tambur sì riverito

Di chiamar dalla lor fossa

Anche ogni uom che è già sbasito,

Deh! richiami a questo sole

Il Pascal ed il Nicole.

Tamburin senza dir altro,

Sul Tamburo onnipossente

Diè un gran colpo, e l'un e l'altro

Lì comparver prontamente,

E alternando i loro abbracci

Caricavansi di bacci.

Il prelato fiorentino

Che mirò poter sì strano

Nel suo caro Tamburino,

Gnaffe, disse in buon toscano,

Questo prete, in senso mio,

È il Tambur proprio di Dio...

Ma Giansenio in grave aspetto

A quel prete si rivolse,

E, Qual è, disse, l'oggetto

Che qui tutti ci raccolse?

Tamburino allor sputò

Quattro volte, e poi parlò:

Monsignor, se vi ho chiamati

Tutti in crocchio, o cari amici,

È che certi scapestrati

Nostri acerrimi nemici

Voglion metter a ruina

La più pura alma dottrina.

Questa gente traviata,

Questo ceto nero e tristo

Che ha del tutto travisata

La moral di Gesù Cristo,

Fur Gesuiti un dì chiamati,

Che non fur preti nè frati.

Dal momento in cui comparve

L'Agostin vostro stampato,

Quest'inferne orride larve

L'hanno tosto criticato,

Che la vostra teologia

Fu spacciata un'eresia...

E spacciandovi issofatto

Di Calvino frate vero,

Tanto han detto, tanto han fatto,

Che la cattedra di Piero

Contro voi sentenza disse,

E col libro vi proscrisse...

Ma per quante proscrizioni

Abbia fatte ognor la Chiesa

Contro i nobili campioni

Che di voi preser difesa,

Sempre intrepidi fur visti

Contro il papa i Giansenisti...

Ma a dir tutto insomma in poco

Ci facciam noi giansenisti

Delle bolle e papi giuoco,

E siam molto ben previsti

Di coraggio e di difesa

Contro il capo della Chiesa.

A tai voci il buon prelato

Interruppe il Tamburino,

E con volto un po' adirato

Disse: Ah corpo d'Appollino!

Il parlar vostro è sì strano.

Che non sembra da cristiano.

Ma, di grazia, rispondete

alle mie interrogazioni.

Prima ditemi chi siete,

E quai dritti, e quai ragioni

Voi avete onde in conscienza

Fare ai papi resistenza?

— Chi son io? son dottore

Nella sacra teologia,

E son pubblico lettore

Nel liceo di Pavia.

Chi son io? cospettón,

Son bressan, taja cantón...

— Caro il mio signor dottore

Laureato in teologia,

Lei dimostra aver col core

Guasta ancor la fantasia,

E col papa un gran mal genio

Mostra aver, disse Giansenio.

Vo' saper da ussignoria

Chi di Cristo fa la Chiesa?

I dottori in teologia?

Questa cosa io non l'ho intesa,

Ma ella certo mi dirà

Che la forma l'unità.

Cioè a dire il corpo intero

De' fedeli, regolati

Dal legittimo di Piero

Successor e da prelati

A cui diede Iddio signore

Della fe l'almo splendore...

Perchè mai disse Gesù

Prima a Pier quelle parole

Tu le chiavi avrai, sì, tu

Del mio ciel ch'è sopra il sole,

Cioè il poter che in tutti è uguale

Lo dà a Pietro universale...

Or perchè, dite o mio prete,

Ve la date tanto calda

Contro i papi, e ognor tenete

Contro lor l'alma sì balda

Di difender come fate

Mie dottrine condannate?

Io ho errato in buona fede

Che credea di dir il vero;

Ma dacchè la santa sede

Fulminò il mio libro intero,

Voi col farven difensore

Vi addossate ogni mio errore...

— Ah! pur troppo, o gran pastore,

Disser quelli, abbiam mancato

Pur di viver un tenore

Abbiam sempre conservato

Di virtù, di penitenza

Che sperar ci fa indulgenza..

— Siam cristiani e tanto basti,

Disse irato il Tamburino,

Se i costumi poi son guasti

È perchè l'amor divino

Non abbiam per gran disgrazia,

Ma aspettiamo un dì la grazia...

Oh che sinodo è mai quello!

Se il leggeste, almo pastore,

Voi direste che è assai bello,

Io ci ho posto ingegno e core,

E qualor vi penso sopra

Dico, ho fatto un capo d'opra.

Qui del papa non si parla

Nè si nomina per niente,

Che di lui anzi si sparla,

Ma però indirettamente,

E si dice alla distesa

Ch'ei può nulla nella Chiesa.

Questo sinodo è un po' strano

Di politica e di fede,

Concertato col sovrano,

Nulla con la santa sede,

Lavorato come va

Sulla sacra antichità.

Qui si mostra ad evidenza

Che la Chiesa in questa età

Tutta è piena di licenza,

Che perdè la libertà,

Perchè i papi ed i pastori

D'un tal mal sono fautori.

Tutti ciechi che conducono

Per sentier di sterpi e dumi,

Gli altri ciechi in cui non lucono

Della fede i veri lumi,

Si è del ver spento il fanale

Fin nel ceto episcopale...

Certi santi Ildebrandisti

Più romani che fedeli,

Varj altari e certi Cristi,

Certi quadri e certi veli,

Imposture mal intese,

Si son tolte dalle Chiese.

Non si vuol tanta indulgenza

Nell'assolver peccatori

Se non han per eccellenza

D'amor santo accesi i cori:

Si detesta l'attrizione,

Si vuol sol la contrizione.

Non si vogliono più frati,

Pochi preti e scarsa messa:

Sono i primi scellerati

Che nel cuore han Roma impressa;

Sol si vogliono romiti

D'ordin sacro non muniti...

Noi siam soli que' che abbiamo

Il deposito di fede,

Noi siam quelli che vogliamo

Riformar la santa sede,

Noi siam dotti, noi siam santi,

Tutti gli altri empj, ignoranti.

— Ho capito. Io non vo' altro,

Disse allor d'Ispri il pastore,

Siete un uom maligno e scaltro,

Fariseo avete il core:

E voi vescovo di Prato

Siete un vescovo ingannato.

Ahimè, Italia, se tu vanti

Tai lettor nelle tue scuole,

Manda pur dal ciglio i pianti

Che di fe si oscura il sole:

Già in te serpe il magistero

Di Calvino e di Lutero...

Infelice! or che farò?

Disse il Ricci al Tamburini,

Che sdegnato, — Oh che cojò!

Hai nel sen cor sì meschino?

Gli rispose, in tua difesa

Basto io solo a tanta impresa.

Non temer, vattene a Prato

Nel tuo vago carrozzino,

Ma sta sempre rinserrato

E di sera e di mattino,

Tal spediente è troppo onesto

Lascia a me cura del resto.

[505.] Poichè quel documento racchiude tutta la dottrina pratica del Ricci, sostenuta oggi ancora dai democratici illiberali, stimiamo bene qui riprodurlo tralasciando solo i punti inutili o transitorj.

§ I. — Riforma degli Studj.

1. Il male che teme maggiormente la verità è il non essere conosciuta. Quando il popolo non è abbastanza istruito e non ne conosce lo spirito, è troppo facile che venga sedotto dalle apparenze e trasportato alla superstizione. Ma il popolo non sarà istruito giammai come conviene, se gli ecclesiastici non sono essi stessi illuminati. Un pastore che non ha della religione se non che un'idea superficiale e confusa, fomenterà nel suo gregge le frivolezze, e trascurerà i doveri essenziali e i rapporti che dee avere il fedele colla società e colla Chiesa; ed un pastore che sarà imbevuto di false massime e di dottrine poco sicure condurrà seco nell'errore il suo gregge con tanta maggiore facilità, quanto sarà più semplice e meno avvertito.

Importa ancora moltissimo che si mantenga nell'insegnamento la massima uniformità. I partiti e le gare teologiche fanno nelle scuole un danno grandissimo, perchè avvezzano i teologi a quel genio litigioso e sofistico che fa trascurate le massime più importanti e più serie, e producono un male anche maggiore nel popolo. Stancato dalle gare continue che si fomentano sopra alcuni punti che interessano la religione, corre pericolo di dubitare di tutti, oppure adotta per tutti una fredda indifferenza...

Egli è dunque indispensabile arrestare una volta questi disordini. Gli ecclesiastici sappiano la religione, e parlino tutti lo stesso linguaggio.

2. Sarà quindi fissato per massima che in tutte le scuole del Granducato s'insegni costantemente la dottrina cattolica sulla distinzione delle due potestà, non avendo dato Gesù Cristo alla Chiesa che una potestà puramente spirituale [Non avea letto il vangelo, ove a Cristo è data ogni podestà], ed essendo la temporale data da Dio ai sovrani indipendente da essa.

3. Sarà parimente fissata per massima in tutte le scuole teologiche del Granducato la dottrina di sant'Agostino, specialmente in ciò che riguarda la Predestinazione, la Grazia e il Peccato originale [La libertà d'insegnare ciò solo che il governo vuole è predicata dai liberalisti d'oggi. Ecco portata l'autorità del governo fin a decidere tra sant'Agostino e san Tommaso!]. Questa dottrina fu sempre considerata come la dottrina della Chiesa, e fu inoltre fissata concordemente dai nostri arcivescovi e vescovi.

4. Non potrà quindi alcun privato o pubblico professore insegnare altra sentenza, se non per modo d'istoria.

5. Non si ammetterà ai concorsi alle parrocchie o a qualunque altro benefizio che abbia annessa la cura delle anime chiunque non la professi; e sarà impegno dei vescovi esaminare sopra di essa i concorrenti o i presentati in qualunque maniera [Non potrebbe spingersi più là l'intolleranza].

6. Perchè si ottenga la bramata uniformità e si promuova lo studio promovendo una lodevole emulazione, si terranno indispensabilmente nella città e nella diocesi, in tutti i vicariati o pivieri, le solite conferenze dei parrochi, e si stamperanno le decisioni.

7. Non saranno esenti dall'intervenirvi i Regolari, giacchè sopra li studi loro i vescovi avranno tutta l'autorità.

8. I Regolari dovranno essi medesimi seguire la dottrina di sant'Agostino, rinunziando a tutti gl'impegni e a tutte le sentenze private dei loro Ordini rispettivi; ed i vescovi avranno tutta l'attenzione perchè nelle scuole domestiche, finchè sarà creduto espediente il conservarle, si mantenga la uniformità cogli studj della diocesi.

9. Quando sarà sistemato il piano di studj che progettò l'Assemblea degli arcivescovi e vescovi, ed avrà ottenuto la reale nostra approvazione, non sarà lecito ad alcuno dipartirsi da quello, e dovrà essere abbracciato e seguito in tutte le scuole del nostro dominio [Idem].

§ II. — Ordinazioni, vita ed onestà dei chierici.

10. Lo stato ecclesiastico è uno stato di perfezione e di magistero. Nessuno adunque deve essere promosso se non porta seco la raccomandazione di una soda virtù e di una conveniente dottrina. Un ecclesiastico vizioso farebbe troppo disonore alla religione, e l'ordinare un ignorante sarebbe forse un togliere allo Stato un buon padre di famiglia per aggravare la Chiesa di un ministro incapace ed inutile.

La soverchia moltiplicazione degli ecclesiastici ne lascia ancora una gran parte oziosa. Chi non ha zelo sufficiente per applicarsi alla santificazione dei prossimi, dee fissarsi nello stato di laico.

Sarà impegno dei vescovi di avere riguardo a queste massime generali prima di procedere alle ordinazioni.

11. Per cooperare dal canto nostro a quest'oggetto così importante, Noi prescriviamo la esatta osservanza del canone Calcedonese, che proibisce le ordinazioni vaghe e senza titolo. Quindi niuno potrà da qui avanti essere ordinato senza essere addetto a qualche chiesa, al cui attuale servizio sia necessario o utile.

12. E per la più esatta osservanza di questo, nell'adunarsi il sinodo in ciascuna diocesi dovrà farsi la nota degli ecclesiastici necessarj al servizio delle respettive chiese, e sarà questa rimessa a Noi cogli atti del sinodo.

13. Tolte le vaghe ordinazioni, vien tolta egualmente la necessità di fissare il così detto patrimonio per gli ordinandi. Quando la chiesa ne abbia un reale bisogno, dovranno a carico dei respettivi patrimonj ecclesiastici provvedersi della conveniente sussistenza, e questa sarà fissata dal giorno della incardinazione alla chiesa.

14. Prima degli anni quattordici compiti non potrà essere conferita ad alcuno la tonsura.

15. E a nessuno sarà permesso l'abito clericale se non ha la tonsura, fuori che nei seminarj di educazione.

16. Niuno sarà promosso al suddiaconato se prima non avrà dato saggi di sufficiente capacità, e non avrà almeno atteso per il corso di tre anni allo studio della teologia dommatica in qualche università o altra scuola approvata.

17. E niuno potrà essere ordinato sacerdote senza aver perfettamente compiti tutti gli studj necessari ad esercitare con frutto il sacro ministero, e senza aver passato in un'accademia ecclesiastica quel tempo che il vescovo stimerà a proposito.

18. A quest'effetto, oltre il seminario, dovrà essere eretta in ogni diocesi un'accademia ecclesiastica...

19. Non si ammetterà su tutti questi punti dispensa di età senza una precisa necessità.

20. È ancora nostra sovrana intenzione che in ogni diocesi si stabilisca una casa di ritiro, in cui possano raccogliersi tutti i parrochi ed altri ecclesiastici che volessero profittarne...

21. Siccome poi gli ecclesiastici sono chiamati ad un ministero tutto spirituale, che esige una somma attività e diligenza, così è necessario che siano liberi da ogni cura temporale. Niun di essi potrà assumere impieghi secolareschi come di agente, amministratore, esattore, procuratore, sollecitatore ed altri simili esercizj indecenti al loro carattere; intendendosi comprese ancora le amministrazioni o agenzie per gli spedali o altri luoghi pii laicali.

22. Sarà solamente ad essi permesso l'esercizio degl'impieghi principali negli istituti interessanti la pubblica pietà, l'istruzione della gioventù, purchè questo impiego non pregiudichi al servizio che debbono alla Chiesa...

23. Tra i traffici il più vergognoso egli è certamente quello delle messe. I Padri, i pontefici, i Concilj non hanno cessato mai di declamare contro un abuso sì grande che tanto avvilisce la maestà del più augusto sacrificio che possa avere la religione. Ma l'abuso sussisterà sempre finchè sussisterà il così detto onorario della messa. Sarebbe nostra intenzione che questa prestazione, o sia onorario, fosse interamente abolita, e incarichiamo i vescovi di pensare seriamente alla maniera di toglierlo.

24. Per ottenerlo più sollecitamente... vogliamo che nessuno possa più esser promosso a titolo di uffiziature o semplici cappellanie.

25. Ed abroghiamo ancora qualunque privilegio, come l'Eugeniano in Firenze, e in tutte le diocesi dove avesse luogo o questo o altro simile, siccome tendenti a moltiplicare le ordinazioni vaghe ed inutili.

26. Vogliamo altresì che, eccettuati quei pochi chierici che fossero precisamente necessarj alla Chiesa, sia tolto affatto il minuto clero dalle cattedrali o altre chiese.

27. Nè alcuno assolutamente potrà essere ammesso giammai al servizio della Chiesa sullo qualunque pretesto, se non avrà compiuti gli anni diciotto.

28. La vita dell'ecclesiastico dee essere di edificazione al popolo, e perciò non dee avere alcuna cosa che spiri vanità e dissipamento. Sarà perciò premura dei vescovi l'invigilare che sieno osservati i canoni del concilio di Trento sulla vita ed onestà dei chierici.

29. Sopra a tutto sarà ad essi proibito il teatro, feste di ballo, ridotti di pubblico gioco, la caccia viziosa e di strepito e il trattenersi nei caffè o nelle osterie senza una precisa necessità.

30. E nel vestire conserveranno la gravità, la decenza e la modestia, e sfuggiranno tutto ciò che sa di vanità secolaresca, usando sempre in tutte le funzioni di chiesa l'abito talare.

§ III. — Parrochi e loro congrue; Compagnie di Carità in tutte le parrocchie.

31. Il parroco è l'uomo del popolo. Un buon parroco contribuisce moltissimo all'avanzamento della religione e alla felicità dello Stato. Ma per conseguire questi due fini è necessario che goda la stima e la confidenza dei suoi popolani. Un parroco imprudente o ignorante non arriverà giammai ad acquistarne l'affetto. Per esser utile dee sapersi far rispettare, stimare ed amare. Lontano dalle brighe e parzialità deve applicarsi a studiare e conoscere il suo popolo, e deve esser sollecito a prevenirne i bisogni e i disordini e sommamente geloso d'istruirlo nella vera e soda morale cristiana.

32. A quest'effetto mostreranno sempre pronti ad insegnare ai ragazzi leggere e scrivere e la dottrina cristiana in una maniera bensì conveniente al loro stato, ma non così materiale o digiuna, come si è praticato spesso in addietro. Le sode massime della Scrittura e del Vangelo e i grandi principj della morale sono cognizioni necessarie a tutti gli stati, e non può mai essere troppo sollecito un vero pastore... ad istillarle negli anni più teneri, onde servano di scorta in tutte le vicende della vita. La carità sa trovar tempo e luogo, e sa adattarsi alla capacità dei contadini anche più rozzi...

33. Una delle cause principali della freddezza che regna talvolta fra il popolo e il parroco è la necessità di vivere sulle decime o sopra i così detti diritti di stola. Un parroco, il quale dee ricavare il proprio sostentamento da queste ed altre esazioni è spesso in pericolo di essere o di comparire indiscreto e interessato. Un popolano, che mantiene a stento e col proprio sudore la numerosa famiglia, dimentica facilmente il dovere di soddisfare a questi diritti, o almeno li considera come un aggravio.

Riflettendo a questi disordini noi siamo venuti nella disposizione di abolire affatto tutti i diritti di stola, di decime o di altra qualsivoglia prestazione, o incerti parrocchiali...

36. Sarebbe nostra intenzione che tutti i parrochi avessero almeno dugento scudi di annua rendita, comprese però le necessarie spese di chiesa. Un parroco che sente gli stimoli della carità pastorale versa di buon animo nel seno dei poveri quello che può risparmiare al necessario suo mantenimento. Ma ove siano troppo scarse l'entrate, manca di un mezzo per sollevare i suoi popolani, e prevenire spesse volte gravi disordini, ed è all'opposto in una grande tentazione di abusare del suo ministero per vivere...

38. Non intendiamo però di proibire ai popolani comodi l'offerire alla Chiesa quello che stimassero secondo la loro pietà; anzi ve li esortiamo, salve le leggi di ammortizzazione; ma queste oblazioni saranno immediatamente passate alla cassetta dei poveri e distribuite fra i bisognosi della parrochia, a forma delle costituzioni delle compagnie di carità.

39. Perchè il parroco possa con maggiore facilità esser pronto a tutti i bisogni dei suoi popolani, e perchè i popolani non siano per la soverchia distanza troppo spesso impediti dal portarsi alla chiesa, sarà cura dei vescovi di ridurre le parrocchie ad una giusta estensione, riformando i circondari dove fossero troppo vasti e procurando, per quanto è possibile, che la chiesa sia nel centro di tutta la parrochia; e a tenore delle loro proposizioni ci riserbiamo a darne la sovrana nostra approvazione.

42. Finalmente ordiniamo che sieno soppresse immediatamente o trasportate altrove tutte le cure esistenti attualmente nelle chiese di monache o di conservatorj, e incarichiamo i vescovi a provvedervi colla maggiore sollecitudine.

43. Quanto alle compagnie di Carità prescritte da Noi in tutte le cure, avendone coll'esperienza sempre più conosciuto il vantaggio, Noi ne confermiamo le costituzioni e i privilegi esortando i nostri amatissimi sudditi a farsi un dovere di concorrere ad un'opera tanto esemplare.

Vogliamo però che tutte sieno abolite le altre compagnie o confraternite, che ancora sussistessero in qualunque luogo del nostro dominio anche per nostro espresso privilegio, cui intendiamo che sia derogato con questa nostra sovrana determinazione. E le rendite e fondi loro saranno passati nei patrimoni ecclesiastici a vantaggio delle respettive compagnie di Carità, acciocchè con queste sia tolto ai fratelli di esse qualunque obbligo e tassa che avessero per l'avanti pagata per vantaggio dei poveri e a nome della compagnia.

44. La sola compagnia di Misericordia sussisterà provvisionalmente in Firenze, finchè non sieno sistemate le compagnie di Carità...

§ IV. — Vescovi e loro diritti e doveri.

45. Quando il Divin Redentore mandò gli apostoli e negli apostoli i vescovi, dette loro tutta la potestà che era necessaria al grande oggetto di stabilire e governare la Chiesa. Questa potestà, parlando esattamente, non accordava privilegi, ma imponeva obbligazioni. Lo spirito di Dio gli avea destinati a pascere e a governare i fedeli, e le facoltà loro accordate in questa missione non erano che i mezzi necessarj a soddisfare ai doveri di un tal ministero. Nulla dunque s'accordava ad essi in suo vantaggio, ma tutto si accordava ai fedeli, i quali perciò entravano in diritto di profittare di queste facoltà.

Quando si fissarono le diocesi per togliere la confusione non si potè pregiudicare a questi diritti: solo si volle stabilire un ordine per evitare la confusione. Ma i popoli, al governo dei quali furono particolarmente incardinati i vescovi, mantennero sempre i diritti medesimi, come ai vescovi restarono sempre gli stessi doveri.

L'obbligazione rigorosa che hanno tutti i sovrani d'invigilare perchè si custodiscano i canoni della Chiesa, e la essenziale incombenza di conservare ai sudditi i respettivi diritti, non ci permettono di trascurare un punto così importante e tanto strettamente legato col buon ordine e colla tranquillità degli Stati.

Senza fermarci a cercare i gradi o le ragioni per le quali si disimpegnarono nei secoli a noi più vicini dall'esercizio di una parte del loro ministero, egli è certo che questa trascuratezza non poteva dare un diritto stabile a chi suppliva in lor nome. I diritti originari e per costituzione annessi ad una dignità non possono mai alienarsi, specialmente allorquando l'alienazione pregiudica al terzo. I popoli che aveano diritto ad esser governati e diretti dall'immediato e vicino loro pastore, non potevano senza ingiuria esser rimandati ad un pastore lontano, che non poteva conoscere colla esattezza medesima i loro bisogni: anzi eglino stessi non poteano cedervi in pregiudizio de' loro discendenti. Se la infelicità dei secoli rese meno sensibile questo inconveniente, deve allora assolutamente arrestarsi, quando i mali che quindi ne nascono, divengono eccessivi.

Ella è dunque assoluta nostra volontà che venga ristabilita la disciplina sempre venerabile dei primi secoli, e che i vescovi rientrino nell'esercizio degli originarj ed inalienabili loro diritti, che per le circostanze dei tempi furono ad essi usurpati, e che per connivenza dei vescovi trapassarono nella Corte di Roma [È difficile combinar in poche linee tanti errori di fatto e tante falsità di diritto come in queste dell'austriaco].

46. Spetteranno quindi ai vescovi esclusivamente tutte le dispense che si sogliono accordare già da qualche tempo dalla Curia romana...

47. I vescovi permuteranno o trasferiranno gli obblighi che riguardano legati pii, derogando Noi nei casi, ove bisogno sia, alle ultime volontà.

48. Dispenseranno gli ordinandi dai difetti dei natali e vizj corporali, quanto lo richieda il vantaggio della Chiesa ecc.

49. Tutte queste dispense e le altre che potessero occorrere (escluse le matrimoniali, delle quali si parlerà in appresso) saranno dai vescovi, secondo la loro prudenza, date liberamente, in nome proprio, e senza far menzione di avere ottenuta facoltà da chicchessia, avendola essi immediatamente da Cristo e dai canoni.

50. Quindi dichiariamo che non sarà mai accordato il regio exequatur a qualunque siasi bolla o dispensa che non sia fatta dal vescovo in nome proprio e per propria originaria autorità...

52. Una delle canoniche ordinazioni, che l'esperienza mostrò sempre vantaggiosa alla Chiesa, si è la frequenza dei sinodi. Noi vogliamo che anche questa sì lodevole costumanza sia ristabilita in tutto il Granducato; ed ogni vescovo dovrà assolutamente tenere il suo sinodo diocesano almeno ogni due anni, per discutere quivi col suo clero e stabilire concordemente, sull'esempio degli apostoli, quello che sarà creduto espediente per la purità della Fede, per la riforma della disciplina, per la correzione degli abusi.

53. Uniformandoci a quello che hanno stabilito nell'assemblea gli arcivescovi e vescovi, ordiniamo che i parrochi, siccome quelli che più di tutti gli altri ecclesiastici vi hanno diritto, debbano tutti esservi chiamati: ma quando la necessaria assistenza alle cure non permetterà a tutti singolarmente l'intervenirvi, possano sostituire altro sacerdote che intervenga per essi.

54. Tutti gli ecclesiastici che volessero intervenirvi saranno ammessi, essendo troppo conveniente, secondo la massima canonica, che da tutti si tratti in comune quello che tutti interessa [Egli intanto disponeva dispoticamente delle cose ecclesiastiche, senza sentire tutto il clero, e tanto meno tutti i fedeli].

55. Nei sinodi dovrà sempre intervenire un nostro regio commissario; nè saranno pubblicati gli atti, se prima non ne sia accordato il regio exequatur.

56. Nel modo e nelle materie che si tratteranno nel sinodo, avranno più riguardo alle circostanze attuali e ai bisogni delle loro diocesi, che a seguire materialmente le ordinanze e il metodo dei sinodi procedenti.

57. Nè si dipartiranno in quello che interessa la ecclesiastica disciplina da ciò che, come capo sovrano della società e come protettore dei canoni, abbiamo stabilito in questa nostra Normale, che sarà sempre inviolabilmente osservata.

§ V. — Chiese, Funzioni ecclesiastiche ed Oratorj.

61. Il cristiano deve mostrarsi tale in ogni tempo, in ogni luogo, in tutte le sue operazioni, ma in special modo nella chiesa, che propriamente si chiama la casa di Dio. La riflessione, che in essa abita stabilmente il Figliuolo di Dio come in suo trono, dee tutti riempire di un santo orrore e rispetto. Quando la pietà era più fervorosa ed illuminata, quando i fedeli erano più vivamente penetrati dalla filiale apprensione della divina Maestà, non avevano bisogno di alcuno eccitamento sensibile. Le caverne, le prigioni, le solitudini, i cimiteri, tutto egualmente inspirava ad essi sentimenti di religione perchè a tutto suppliva la fermezza della loro fede. Nella tiepidezza dei nostri secoli non si può mai essere abbastanza solleciti intorno a questo gravissimo oggetto.

Importa dunque moltissimo che i vescovi e i parrochi si diano tutta la premura di far concepire ai loro popoli una sincera venerazione alla casa di Dio, ed inspirino in essi una giusta idea della santità degli uffizj che in essa si praticano. Ad ottenere questo fine contribuirà grandemente il mantenere nelle chiese l'ordine, la gravità, la decenza, la semplicità. La confusione distrae; la sordidezza ributta ed il lusso soverchio non fa che richiamare la curiosità, la dissipazione e le idee profane del mondo. Lasciando ai vescovi il pensare alle più minute provvidenze, che possono esigere le particolari circostanze, Noi fisseremo alcune massime generali che dovranno essere esattamente osservate in tutto il Granducato.

62. In conformità della risoluzione degli arcivescovi e vescovi, nella chiesa gli uomini saranno sempre separati dalle donne.

63. Nè sarà a queste permesso l'intervenire alle sacre funzioni con abito e abbigliamenti indecenti, e presentandosi in maniera non conveniente alla santità del luogo, dovranno esser mandate fuori dai sagrestani, senza riguardo alla condizione di persone.

64. E ad effetto che i fedeli non siano importunamente disturbati nei loro atti di religione, sarà proibito assolutamente ai poveri di questuare dentro le chiese; ma solo sarà permesso fuori della porta.

65. La incongrua celebrazione simultanea di molte messe, singolarmente nelle chiese piccole, genera disturbo e confusione e forma una idea poco analoga alla gravità di quel terribile ed augusto mistero e all'unità di quel divino sacrifizio. Quindi non sarà celebrata che una messa per volta, e i parrochi ed i sagrestani avranno tutta l'attenzione perchè le messe sieno distribuite in maniera che possano servire al maggior comodo del popolo, e ve ne siano a tutte l'ore.

66. Attesa la separazione degli uomini dalle donne, sarà necessario che l'altare a cui si celebra sia nel mezzo della chiesa, quando qualche grave ragione non esigesse diversamente. Avranno però i vescovi tutta la premura di togliere dalle chiese gli altari indecenti o superflui...

67. Le immagini sono il libro degl'ignoranti che serve ad eccitare in essi la memoria delle azioni virtuose dei santi che rappresentano. Egli è adunque assolutamente necessario che tutte, niuna eccettuata, si tengano scoperte, fuori del tempo della Passione.

68. Non sarà parimenti lecito tenere nella stessa chiesa più d'un'immagine dell'istesso santo e particolarmente della Vergine Santissima. Le diverse immagini e i diversi titoli hanno suscitato e nudrito mille inconvenienti e mille strane idee nel popolo, come se fosse una diversa persona Maria Santissima, perchè è invocata sotto diversi titoli.

69. Saranno tolti tutti i piccoli quadri, che una interessata e male intesa pietà avea introdotto di tenere esposti sotto la tavola o quadro dell'altare.

70. Tutte le immagini o reliquie che sono sotto la custodia di magistrature o di altri corpi o di qualunque persona privata o costituita in dignità dovranno consegnarsi, unitamente alle chiavi delle medesime, ai vescovi...

71. E dovendo alcuna di esse esporsi solennemente alla venerazione dei fedeli, si farà con tutta la decenza, ma senza apparato straordinario di rogito, contratto ecc.

72. Le reliquie che non hanno una morale certezza di loro autenticità, o sono fondate soltanto sopra vaghe tradizioni popolari, o che per una mal'intesa pietà servono di occasione alla superstizione del popolo, saranno assolutamente tolte via. Non può piacere a Dio un culto che non è fondato sulla verità e non mantiene i giusti confini di una regolata devozione.

73. Sarà nelle chiese proibita assolutamente ogni musica strepitosa, come atta soltanto a fomentare la curiosità e non conveniente alla gravità dei divini misteri. Non sarà permesso che il canto gregoriano, o al più una musica semplicissima, o come si dice comunemente, a cappella.

74. Saranno parimente proibiti nelle chiese sia dei secolari sia dei regolari tutti i panegirici che l'abuso moderno ha ridotto a una profana gara di eloquenza inintelligibile, priva d'alcun vero vantaggio spirituale dei fedeli. Sarà solo permessa una sugosa istruzione morale sopra quelle cristiane virtù, nelle quali più risplendette il santo di cui si abbia la festa da farsi secondo il consueto dal parroco o da chi fa le sue veci essendo esso impedito.

75. Nelle solennità o feste di qualunque santo protettore o titolare ec., si osserverà il decoro e la dignità; ma sarà assolutamente vietato il lusso e la pompa superflua, fuochi artificiali, spettacoli, fiere, corse, le quali cose saranno sempre proibite in occasione di feste di chiese, ma solo potranno permettersi nei giorni susseguenti alle feste, non mai nel giorno festivo per non distrarre il popolo dalle sacre funzioni che devono unicamente occuparlo.

76. Tutte le sacre funzioni saranno terminate prima dell'Avemaria della sera, dovendo in tal tempo assolutamente esser serrate le chiese.

77. E siccome abbiamo osservato che negli anniversarj solenni spesse volte ha più luogo una certa vanità che un vero spirito di religione, e che dall'altra parte le funzioni ecclesiastiche e singolarmente le messe solenni debbono riguardare tutto il cristianesimo, così siamo venuti nella determinazione di abolire, come aboliamo di fatto, tutti i così detti mortori e gli anniversarj particolari, ferma stante la messa di Requiem e le solite preci prescritte secondo il Rituale per ciaschedun defunto in die obitus, e quelle stabilite nel giorno della commemorazione solenne di tutti i defunti, e nel primo di ciascun mese, a tenore delle costituzioni della compagnia di Carità; lasciando a ciascuno la libertà di procurarsi tutti i suffragi che inspirerà loro una soda pietà, eccitando novamente lo zelo dei vescovi e dei parrochi ad istruire i fedeli sulla comunione dei santi e dei modi per suffragare i defunti.

78. Il divin sacrifizio della messa è il mistero più augusto della nostra religione, ed è un pubblico sacrifizio, a cui tutti i fedeli hanno parte. Quando le persecuzioni dei primi secoli o il furore degli eretici non permetteva che si celebrasse pubblicamente nelle chiese, furono permesse le cappelle o sia oratorj privati. Se fuori di queste occasioni si praticò ancora nelle corti dei principi, ciò fu perchè il gran numero dei familiari costituiva quasi un'estesa parrocchia. In tutte le altre circostanze la celebrazione negli oratorj privati fu sempre considerata come un abuso.

I nostri arcivescovi e vescovi credettero di potervi provvedere, se si vietasse la celebrazione in detti oratorj in tutti i giorni festivi. Noi, considerando che questi oratorj, oltre la indecenza della maggior parte, non servono che a distogliere le famiglie dall'intervenire alle funzioni parrocchiali, e che per lo più esistono nelle città e nelle case di persone che hanno tutto il comodo di andare in qualunque tempo o stagione alla chiesa, vogliamo che sia assolutamente vietato il celebrarvi la messa in qualunque giorno, nonostante qualunque breve, privilegio o licenza.

79. Quanto agli oratorj pubblici della campagna, i vescovi, previa la visita dei medesimi, potranno lasciar sussistere quelli solamente che, per essere in qualche lontananza dalla cura, facessero comodo al popolo rendendogli per altro filiali e dipendenti al parroco.

80. Tutti gli altri indecenti o inutili saranno immediatamente tolti e convertiti in altro uso.

81. Gli oratorj delle ville particolari dovran considerarsi come privati, quand'anche avessero il pubblico accesso, e resteranno egualmente compresi nella generale abolizione.

82. Negli altri oratorj che servono unicamente a comodo dei proprietarj ed abitanti delle ville potrà dai vescovi permettersi che vi si celebri la messa, nel tempo che vi stanno i padroni, purchè però non vi si facciano alcune altre funzioni.

83. Finalmente quanto ai sacerdoti di Stati esteri, che non siano impiegati al servizio di qualche chiesa delle diocesi del Granducato, si continuerà l'uso del celebret e di non accordarlo se non colle dovute cautele e per pochi giorni, quando non facessero costare del bisogno di trattenersi in tempo più lungo, nel qual caso assegneranno loro la chiesa, rimettendoli sotto la dipendenza del parroco, acciò debba invigilare sopra la loro condotta.

84. Non intendiamo però che questo abbia luogo per i sudditi conosciuti del Granducato o altri attualmente impiegati nelle diocesi di esso, quando della loro esemplarità non si abbia fondamento di dubitare, essendo la celebrazione della messa un diritto ordinario dei sacerdoti.

§ VI. — Pubbliche preghiere, processioni ecc.

85. Nelle pubbliche preghiere si conserverà, per quanto è possibile, una morale uniformità; ma importa anche più che non vi sia niente di falso, di superstizioso ed erroneo.

86. Abbiamo sentito con particolare soddisfazione il pensiero che si sono dati i nostri arcivescovi e vescovi della riforma del Breviario, appoggiandone l'incombenza ai tre arcivescovi del Granducato. Siamo persuasi che si daranno tutta la premura di corrispondere ad un'impresa così degna e nobile. E perchè colla maggiore celerità ed esattezza possa ridursi al desiderato fine un lavoro sì vasto, sapendo Noi le immense occupazioni dell'episcopato, abbiamo creduto necessario aggiungere ad essi tre teologi che ci riserviamo a nominare, col parere e consiglio dei quali potranno con più facilità corrispondere all'espettazione nostra e di tutta la Chiesa toscana [Fin per la riforma de' breviari volea mettere suoi affidati. E proibiva uffizj ecclesiastici, costui].

87. Fino a tanto però che si aspetta questo lavoro, Noi, sull'esempio di altri governi, proibiamo espressamente in tutto il nostro dominio l'officio di Gregorio VII come contenente massime sediziose ed erronee...

88. Si daranno eguale premura, coll'ajuto degli stessi tre teologi da nominarsi come sopra, di terminare la traduzione del Pontificale e del Rituale in lingua italiana e la compilazione di un manuale, in cui si abbiano gli uffizi tradotti in volgare delle principali feste dell'anno, l'ordinario della messa ecc., onde serva al popolo per farlo entrare nello spirito delle preghiere e dei riti ecclesiastici.

89. Quanto alle pubbliche preghiere da farsi nelle parrocchie, Noi ci rimettiamo fino a nuovo ordine ai Regolamenti già veglianti, raccomandando solo a tutti i vescovi e parrochi di procurare che il popolo entri nello spirito della preghiera e non sia come un tronco arido, proferendo ciò che non può intendere.

90. Mantenendo pertanto quello che riguarda il rito universale della Chiesa nei publici uffizj, procureranno almeno di far sempre recitare al popolo fervorose orazioni, inni o litanie in lingua toscana; e faranno egualmente recitare gli Atti di Fede, Speranza e Carità, il Credo, il Pater noster, e l'Ave Maria in lingua volgare.

91. Le funzioni parrocchiali del dopo pranzo saranno terminate dalla benedizione del Venerabile colla pisside, incaricando i vescovi d'invigilare perchè sia tolto l'abuso dell'eccessiva frequenza nell'esporre solennemente il divin sacramento, specialmente nelle novene o tridui de' Santi o per private ragioni, come di malattie, di particolari ecc.

92. Le funzioni parrocchiali non saranno mai tralasciate e interrotte per qualunque solennità o festa di santo che possa occorrere; e perciò i parrochi non si assenteranno mai nei giorni festivi dalla cura, specialmente in campagna sotto qualsivoglia pretesto senza una vera necessità e molto meno per andare ad altre feste, ville e altrove.

93. Gli sconcerti e i disordini che nascono dagli straordinari concorsi a chiese o santuari lontani e gli altri che nascono dalle processioni e pellegrinaggi sono grandissimi. Per toglierne adunque ogni occasione, Noi proibiamo assolutamente tutti i pellegrinaggi pubblici e in corpo, e specialmente tutte le processioni, escluse quelle di rito universale della Chiesa, come della Purificazione, delle Palme, del Giovedì e Venerdì santo, delle Rogazioni e del Corpus Domini.

94. Nelle processioni interverranno i fratelli della compagnia di Carità della parrocchia; e sarà proibito assolutamente qualunque invito o ammissione dei fratelli delle altre cure anche nella processione del Corpus Domini, eccettuatane quella solenne che si fa nella mattina alle respettive cattedrali. Sarà però sempre vietato l'intervento di persone colla cappa, minori della età prescritta dalle costituzioni.

§ VII. — Feste, digiuni ecc.

95. La soverchia ed incomoda moltiplicazione delle feste ha prima d'ora determinato l'augusto nostro genitore a stabilirne una moderata riduzione, contentandosi di togliere la proibizione delle opere servili, restando in alcune il solo obbligo della messa.

L'esperienza ha fatto conoscere che questo rimedio non è stato bastante. Essendo rimasta una idea di festività a questi giorni, che diconsi di non intiero precetto, si considerano ancora da molti come giorni festivi; e col togliere al popolo l'obbligo della intera santificazione non si è conseguito, quanto bisognava, l'intento di renderlo applicato al lavoro. Spesse volte la necessità di aspettare o di andare in cerca della messa in specie nella campagna somministra il pretesto di passare nell'oziosità tutto il rimanente del giorno. Quindi è che vari sovrani han creduto necessario che fosse tolto affatto questo obbligo della messa, per ottenere così la troppo necessaria applicazione al lavoro.

Entrando Noi nei medesimi sentimenti, e persuasi delle troppo giuste ragioni che vi sono, determiniamo che dai vescovi sia tolta affatto l'obbligazione della messa dai giorni di non intero precetto, restando in piedi le altre feste come sono attualmente [Determina, egli granduca, l'obbligo o no di sentir la messa e di digiunare!].

96. E siccome, tolta la solennità, sembrerebbe fuor di luogo il digiuno che alcune di esse aveano annesso alla vigilia, così seguendo l'esempio di altri sovrani, incarichiamo i vescovi di trasferire all'Avvento questi digiuni, fissandoli cioè stabilmente nella quarta e sesta feria di ciascuna settimana dell'Avvento.

97. Ma se noi abbiamo creduto vantaggiosa al bene dei nostri popoli questa determinazione riguardo alle feste, vogliamo però che i vescovi ed i parrochi si diano tutta la premura perchè quelle che restano siano santificate con maggiore esattezza ed impegno. Seguono norme per l'osservanza delle feste.

§. VIII. Patrimonj ecclesiastici, Benefizj.

104. È troppo importante che i beni dati alle chiese siano distribuiti secondo lo spirito dei donatori, e servano a mantenere utili ministri, non a fomentare l'ozio e la vanità di cherici indisciplinati. È un abuso troppo frequentemente osservato, che, mentre un buono e zelante ecclesiastico, che si confina nelle solitudini e nell'orrore d'un bosco per servizio di una cura, appena ha con che vivere meschinamente, privo talvolta della necessaria abitazione, un benefiziato inutile alla Chiesa e gravoso alla società vive agiatamente e con lusso, senza darsi alcun pensiero degli obblighi che ha radicalmente contratti nell'investitura del benefizio. I beni che si danno agli ecclesiastici debbono servire a mantenere i ministri operosi, e non sono un temporale stabilimento per chi non ha nè capacità nè zelo nè vocazione.

Fissata dunque la massima che sieno tolti affatto i così detti benefizj semplici che non prestano alcun servizio alla Chiesa, e fissata parimente la massima che tutti coloro che saranno promossi all'ordinazione debbano essere incardinati al servizio di qualche chiesa, i vescovi, a misura che anderanno vacando detti benefizj, faranno a Noi le opportune proposizioni, in conformità di quello che vogliamo Noi costantemente osservato.

105. Tutti i benefizj semplici di libera collazione o di padronato ecclesiastico saranno alla prima vacanza aggregati ai respettivi patrimonj ecclesiastici.

106. Saranno parimente abolite tutte le collegiate, dovendo restare le sole cattedrali, e le rendite dei canonicati saranno aggregate ai patrimonj suddetti, a misura che anderanno vacando.

107. Le rendite dei canonicati in tal guisa soppressi resteranno agli attuali possessori, finchè vivono, e sarà premura del vescovo impiegare i predetti canonici in servizio della diocesi.

108. Lo stesso dovrà farsi di tutte le uffiziature o cappellanie, pii legati di messe ecc., che non potessero per mancanza di ministri essere adempite, o per giuste ragioni dovessero essere abolite.

109. Tutti i beni dei conventi dei Regolari soppressi, o che sarà creduto espediente sopprimere in avvenire, saranno aggregati ai patrimonj rispettivi come sopra.

110. Siccome non è conveniente che il parroco debba fare l'esattore, specialmente sopra i suoi popolani, così vogliamo che i canoni, i censi o simili altri diritti di appartenenza delle cure siano uniti ai patrimonj, i quali passeranno al parroco simili frutti e canoni.

111. La distribuzione delle rendite ecclesiastiche, secondo l'antica disciplina e gli esempj apostolici, fu riservata ai vescovi; nell'istessa guisa colle rendite dei patrimonj stabiliti, si penserà dai vescovi, colla reale nostra approvazione, a provvedere all'onesto mantenimento dei parrochi, accrescendone la congrua dove sia necessario, fissando un assegnamento a quei cappellani, curati o ecclesiastici inferiori e cherici, che saranno creduti necessarj al servizio delle chiese, dovendo togliersi l'abuso che fa credere necessaria la celebrazione della messa per vivere coi beni delle chiese, ai quali si serve attualmente. I diaconi ed i ministri inferiori partecipavano egualmente nei primi secoli delle distribuzioni ecclesiastiche come i preti, perchè come i preti essendo addetti al servizio della Chiesa hanno l'istesso diritto di essere mantenuti. L'avere alterato questa disciplina ha moltiplicato eccessivamente i sacerdoti, e non ha fatto considerare gli ordini inferiori se non come gradi per giungere al sacerdozio, che solo dava la sussistenza.

112. Quanto ai soccorsi straordinarj che in casi particolari potessero occorrere nelle respettive diocesi, i vescovi, di concerto coi regj amministratori, ne faranno l'assegnazione compatibilmente alle forze del patrimonio, con obbligo agli stessi amministratori di darcene ogni anno uno speciale ragguaglio.

113. L'erezione di nuove cure, dove saranno credute necessarie, e la restaurazione delle chiese già esistenti o delle abitazioni dei parrochi saranno parimente a carico dei patrimonj, quando non siano di padronato privato.

114. Sistemate in tal guisa le cose, tutti i benefizj si avranno come risedenziali, e tutti i benefiziati dovranno servire alla chiesa a cui saranno aggregati.

115. I canonici saranno soggetti alla stessa legge, siano di libera collazione, siano di padronato anche laico; eccettuato soltanto quegli individui che fossero impiegati attualmente in servizio di qualche parrocchia per commissione del vescovo o nel servizio generale della diocesi, o nelle pubbliche lezioni nei seminari, o accademie ecclesiastiche o nelle università del Granducato.

116. Ridotti così i benefizj a risedenziali, nessuno potrà avere più d'un benefizio; sarà però a carico dei patrimonj ecclesiastici aumentare la prebenda, quando non fosse sufficiente ad un onesto e respettivo mantenimento.

117. Non sarà ammessa alcuna sostituzione o coadjutoria colla speranza della successione, dovendo sempre essere nella scelta dei ministri ecclesiastici una pienissima libertà.

118. Se alcuno per malattia o per l'età o per qualunque altra giusta cagione non potrà più servire alla chiesa, quando la cagione sia permanente, sarà sostituito un altro da chi spetta, lasciando all'impotente benefiziato il titolo e il congruo sostentamento: se la cagione sarà passeggera, quando sia necessario, sarà supplito in qualche maniera, di commissione del vescovo.

119. Quanto ai benefizj di padronato laico, Noi vogliamo che sieno soggetti alle istesse leggi, escluso ciò che interessa il diritto dei patroni.

120. Gradiremmo per altro che i patroni si prestassero a qualche conveniente concordato, per cui, rintegrati in quei temporali diritti ed interessi che potessero avere sul patronato, restasse poi il rimanente al servizio libero della chiesa. Quando qualche patrono si presterà a quell'accomodamento, i vescovi unitamente al patrono ne fisseranno la condizioni per farne in seguito a Noi la proposizione.

121. Questo concordato dovrà però farsi assolutamente quando il benefizio di padronato non darà al benefiziato la congrua sussistenza.

122. Attesi gli sconcerti, i partiti, le simonie che troppo spesso nascono nella collazione di benefizj di data di popolo, e corrispondendo ai desiderj concordi dei nostri arcivescovi e vescovi, aboliamo tutte affatto simili date o nomine, volendo che tutte le parrocchie o cure siano conferite liberamente dai vescovi secondo le forme canoniche e secondo gli ordini veglianti in Toscana, derogando a quest'effetto a tutti gli usi e consuetudini in contrario, e lusingandoci che la prudenza e la vigilanza de vescovi potrà meglio provvedere allo spirituale e temporale vantaggio dei popoli alla loro cura affidati, giacchè i popoli stessi, oltre al non potere avere le necessarie cognizioni, possono troppo facilmente lasciarsi prevenire da mire o interessi particolari.

§ IX. — Sponsali e Matrimonj.

123. Niuna cosa interessa maggiormente la società e lo Stato che il contratto del matrimonio. La pace e la prosperità delle famiglie, la educazione dei figli costituiscono il vero fondamento della pubblica felicità perchè formano i sudditi tranquilli, i cittadini fedeli, gli uomini onesti. Ma d'ordinario non si ottiene nè l'uno nè l'altro fino quando nel matrimonio non si ascolta che la passione, il trasporto, il capriccio. Il divino nostro Redentore, nell'aggiungere la grazia del sacramento al contratto, non solo volle darci una pruova della immensa sua carità, ma volle ancora ammonirci dell'importanza di questo contratto e della difficoltà di bene adempirne i doveri.

Nel conferire però agli sposi la celeste sua grazia, non mutò il sistema della società, nè la natura del contratto, nè arrestò l'influenza che egli ha sulla felicità dello Stato. Il civile contratto restò sempre subordinato alle leggi della società, e il sacramento sempre soggetto all'autorità della Chiesa. Tutti i sovrani si credettero sempre in diritto di regolare e dirigere quello che riguarda il primo, come debitori del buon ordine e della tranquillità dei principati.

124. L'assemblea degli arcivescovi e vescovi del nostro dominio volendo animarci a provvedere ad alcuni inconvenienti, ci rammentò i sovrani nostri diritti sul contratto del matrimonio, che noi non distinguiamo dai precisi nostri doveri. Noi dunque, lasciando alla spirituale autorità della Chiesa quello che riguarda il sacramento, intorno a cui incarichiamo i vescovi d'invigilare attentamente perchè siano esattamente osservate le leggi canoniche, daremo alcune necessarie provvidenze per quello che è di competenza della nostra dignità.

125. Attesi gl'inconvenienti che nascono dalla frequenza delle promesse di matrimonio, alle quali s'induce facilmente la gioventù più per un effetto di passione passeggera che per una ponderata determinazione, vogliamo che in tutti i tribunali del Granducato, ai quali appartiene la cognizione di simili cause, sia negata ogni azione a dette promesse, o sia sponsali per verba de futuro, ma sia soltanto ammessa per il rifacimento di danni e spese.

126. I matrimonj segreti, resi troppo frequenti, non servono che a fomentare il vizio e lo scandalo e a far nascere delle dissensioni nelle famiglie. Restano perciò da qui avanti assolutamente proibiti, dovendosi celebrare tutti pubblicamente colle solite denunzie e formalità. Il matrimonio è un contratto e un sacramento solenne e grande, a cui nessuno dee essere ammesso se non con piena cognizione di causa e di sua spontanea volontà, e di cui nessuno dee arrossire se è fatto come conviene; e che non deve permettersi quando si faccia in maniera da doverne arrossire.

127. Volendo ancora mettere riparo ai matrimonj fatti tumultuariamente e per sorpresa, i quali dovrebbero piuttosto considerarsi come attentati contro il buon ordine pubblico che come contratti legittimi, ordiniamo che in questa parte siano di cognizione dei tribunali criminali, e soggetti a quelle pene, che, secondo le circostanze dei casi, le leggi prescrivono contro le violenze.

128. Quanto ai vaghi, approviamo la determinazione dell'Assemblea, che i parrochi non procedano mai alle denunzie senza la licenza del respettivo nostro regio giusdicente, che si darà tutta la premura di prendere le dovute informazioni intorno allo stato e alla condizione di coloro che si presenteranno per celebrare il matrimonio.

129. Quello però che esige un più efficace rimedio sembra essere la soverchia estensione di alcuni impedimenti, che senza alcun vero vantaggio alla Chiesa, non fanno che arrecare grave inquietudine allo Stato.

La necessità e l'uso di dispensare come per regola da alcuni impedimenti è una dimostrazione che la proibizione divenne inutile. Una legge da cui è dispensato chi vuole, e tutte le volte che vuole, in sostanza non opera alcuno effetto reale. La supplica e lo sborso della somma richiesta formano da molti anni tutta la ragione della dispensa. Interessa troppo lo Stato che la dispensa non si accordi se non vi è giusto motivo; e se vi è giusto motivo interessa parimente lo Stato che siano sgravati i sudditi da questo peso, pagato ad una Corte straniera.

Considerando Noi dunque questi inconvenienti, ed esaminato maturamente quello che poteva convenire al vantaggio dei nostri amatissimi sudditi, abbiamo risoluto di fissare nel contratto del matrimonio un sistema più spedito e più giusto, che favorisca quanto è possibile la libertà dei matrimonj senza favorire una irragionevole licenza.

Quindi facendo uso della incontrastabile nostra sovrana autorità [Son notevoli queste ripetute asserzioni della propria sovranità, quando appunto vien usata in materie incompetenti], vogliamo che gl'impedimenti di pubblica onestà e della cognazione spirituale non ostino in alcuna maniera alla validità del contratto matrimoniale, che da qui avanti non saranno più considerati come irritanti detto contratto, nè potranno pregiudicarvi per qualunque riguardo.

130. Vogliamo egualmente che l'impedimento non meno dell'affinità che della cognazione proveniente da qualunque lecita o illecita congiunzione, sia ristretto al quarto grado a forma della computazione civile, o sia al secondo a forma della computazione canonica.

131. I contratti di matrimonio celebrati secondo questa nostra ordinazione saranno riconosciuti per validi in tutto il Granducato, e ci lusinghiamo che i vescovi si faranno un dovere di secondare le sovrane nostre determinazioni per quello che riguarda il sacramento, intorno a cui ne lasciamo ad essi il pensiero.

132. Reso in tal maniera valido il contratto senza ulteriore bisogno di dispensa nei casi accennati, quando concorrano le altre condizioni necessarie, non potranno i parrochi negare a simili contraenti la benedizione o sia il sacramento.

133. Non trascureranno poi in queste occasioni, secondo l'avvertimento lodevole del Rituale romano, di dare brevi e giudiziose istruzioni intorno alla santità di questo sacramento, ai doveri dello stato matrimoniale e alle disposizioni colle quali deve abbracciarsi.

134. Quando i contraenti mancassero di tali cognizioni, e singolarmente quando ignorassero gli elementi della dottrina cristiana che sono a tutti i fedeli necessari, non si ammetteranno in alcuna maniera al sacramento.

§ X. — Giuramenti.

135. Il giuramento è un atto dei più grandi e solenni dell'augusta nostra religione, e non dee usarsi giammai senza un sommo riguardo e timore. Non abbiamo mai potuto considerare senza un gravissimo rincrescimento l'abuso introdotto da lungo tempo, per cui è divenuto insensibilmente come una formalità forense, che si esige senza necessità e si presta senza riflessione, e quindi espone un gran numero di fedeli o poco religiosi o ignoranti allo spergiuro e alla profanazione del nome venerabile dell'Altissimo.

Volendo dunque rimediare ad un male sì detestabile che porta seco le conseguenze più pericolose allo Stato e alla Chiesa, ordiniamo che siano aboliti tutti affatto i giuramenti che si esigono nei tribunali e nelle curie tanto ecclesiastiche quanto secolari; siccome quelli ancora che si prestano nell'atto dell'ammissione alle cariche, uffizi, università, benefizi e in qualunque atto curiale, compresi ancora i giuramenti suppletorj nelle cause matrimoniali, nelle fedi dello stato libero ecc.

136. S'intendano parimente vietati tutti i giuramenti che si prestavano nei privati o pubblici contratti, nelle promesse ed in qualunque altra sponsione o trattato, in cui fosse introdotto l'uso del giuramento o potesse introdursi in avvenire.

137. Per le istesse ragioni e per altre gravissime sarà assolutamente proibito a tutti gli eletti vescovi del nostro dominio, prima o dopo della loro consacrazione, prestare alcun giuramento a chicchessia, anche al sommo pontefice, e singolarmente quello che si è introdotto negli ultimi tempi dalla curia romana, non solo come contenente espressioni poco decorose al loro grado, e pregiudiciali all'originaria autorità dei vescovi, ma eziandio come lesive dei sovrani nostri diritti e capaci di seminare dissensioni, discordie sospetti.

138. Potranno quindi i vescovi del nostro dominio eletti o da eleggersi in avvenire, promettere al papa, come successore nel primato di san Pietro, la obbedienza canonica, a cui sono egualmente tenuti anche senza promessa; ma verrà considerata come una trasgressione di questa nostra sovrana determinazione qualunque altra promessa o giuramento introdotto per il passato, o che potesse novamente introdursi.

139. Nel caso di trasgressione saranno considerati come incapaci di alcun benefizio in Toscana, e si passerà immediatamente alla elezione di un altro soggetto, considerandosi come decaduto dal diritto di qualunque preventiva nomina ed elezione.

§ XI. — Regolari e Monache.

140. I Regolari non furono ammessi nel clero se non in quanto si credettero utili a cooperare alla santificazione dei prossimi, dipendentemente dai parrochi [Potrebbe dimostrarsi che v'erano monaci prima che parroci]. Il sacerdozio di cui furono nei secoli a noi più vicini rivestiti non potè avere altro oggetto. Tutti i privilegi usi ed esenzioni che gli dispensano da questo dovere saranno considerati come nulli ed abusivi.

Perchè però il servizio che prestar dovranno alle cure produca il desiderato vantaggio, Noi ordiniamo quanto in appresso.

141. I vescovi proporranno il più presto che loro sia possibile una nota del numero dei conventi e degl'individui che credono utili alla loro diocesi tra quelli Ordini che da Noi si stabilirà di conservare.

142. Saranno però esclusi da questo numero tutti i forestieri non naturalizzati, i quali non dovranno più tollerarsi in Toscana.

143. Tutti i Regolari che avranno fatto i loro corsi di studio fuori di Toscana o saranno ammessi alla vestizione o agli ordini, o ai concorsi fuori di Toscana, saranno considerati assolutamente come forestieri e quindi parimente esclusi.

144. Nessuno potrà vestire l'abito regolare di qualunque Ordine sia, prima degli anni ventuno, nè potrà professare prima dei trenta.

145. Essi dipenderanno totalmente dai vescovi diocesani negli studj e nelle ordinazioni come i chierici secolari, ferma stante la dottrina di sant'Agostino e il metodo di cui si è parlato di sopra.

146. I vescovi o in persona o per mezzo di delegati visiteranno frequentemente i loro conventi e s'informeranno esattamente dei loro costumi e dei loro studj.

147. Quando saranno chiamati dai parrochi in servizio delle parrocchie non potranno esentarsi per qualunque motivo dalle domestiche loro osservanze, dovendo precedere il servizio generale del popolo alle private loro regole.

148. Nel tempo delle funzioni parrocchiali, i Regolari dovranno sempre tener chiuse le porte delle loro chiese, nè potranno fare alcuna funzione, sia in città, sia in campagna.

149. I Regolari non potranno mai predicare al popolo anche nelle loro chiese, senza mostrare le loro prediche al vescovo o al parroco, nella cui parrocchia volessero predicare; esclusi però i panegirici, quali debbono essere affatto aboliti, giacchè l'abuso gli ha resi una vana pompa di eloquenza ed un ozioso pascolo di vanità.

150. Potranno fare le feste dei santi del loro ordine, ma non mai nei giorni festivi d'intero precetto.

151. Non saranno mai in alcun caso destinati per confessori di monache anche del loro Ordine.

152. Non eserciteranno cura di anime, se non quelle che si credesse opportuno per ora di lasciare annesse al loro convento.

153. Se fossero richiesti per altre cure, potranno accettare, purchè siano prima dai vescovi secolarizzati, previo il nostro assenso.

154. Quanto agli educatori, che sono presso alcuni Ordini regolari, avendo conosciuto per esperienza che sono piuttosto una specie di noviziato che un vero educatorio; e dall'altra parte non esser verosimile che persone ritirate dalla società e dal mondo per professione possano educare utilmente i giovani alla società di cui per istituto debbono ignorarne affatto le usanze, vogliamo che siano tutti affatto aboliti. Le regole per ben vivere al mondo non si possono facilmente apprendere da chi, dovendo essere staccato dal mondo, è nella felice necessità d'ignorarne i pericoli, i mali e i rimedj.

155. Non vogliamo però che restino inutili i loro desiderj di prestarsi al vantaggio comune. Daranno quindi una nota di quello che spendevano in questi educatorj, acciocchè possa detta somma essere impiegata, in quella maniera che sarà da Noi determinato, nella educazione della gioventù, fissando, per quanto sarà possibile, in tutte le comunità abili maestri, che attendano ad istruirla nelle lettere e nella religione.

156. Invigileranno i vescovi che i Regolari siano restituiti alla più esatta osservanza. Non permetteranno loro di andar soli, nè di pernottare fuori del convento per verun titolo. Che se in qualche caso o per assistere ai malati o per viaggio o per villeggiatura o altra necessità dovranno pernottare fuori del convento, debbono ottenere in iscritto la licenza del loro superiore, ed in questa dovrà essere espresso il tempo e il luogo per cui sarà concessa; e i vescovi invigileranno perchè i respettivi superiori non ne abusino.

157. Finalmente non si ammetteranno in Toscana dispense o privilegi di qualunque sorta che ottenessero i Regolari da Roma per esenzioni, ranghi, titoli nell'Ordine loro, ma tutti dovranno seguitare le proprie costituzioni, e nel caso che convenisse per alcuno individuo qualche esenzione o dispensa, potrà il vescovo diocesano esaminarne i motivi ed accordarla.

158. Le monache, quanto alle funzioni ecclesiastiche, osserveranno l'istesse regole.

159. Dipenderanno in tutto dagli ordinarj, nè potranno avere per superiore o confessore alcun regolare anche del loro Ordine.

160. Nelle loro chiese non si farà alcuna predica o istruzione se non a porte chiuse nel tempo delle funzioni parrocchiali.

161. Non potranno vestir l'abito monacale, se non compiti gli anni ventiquattro, nè faranno voti perpetui fino agli anni quaranta, volendo Noi che in ciò sia pienamente rinnovata la disciplina degli antichi canoni. Se vorranno fare alcun voto prima di questo tempo, non potrà essere che d'anno in anno.

162. Nei monasteri non si ammetteranno ragazze in educazione.

163. Finalmente i vescovi avranno tutta la premura di destinare per direttori o confessori di monasteri uomini di provata virtù.

164. Sopratutto però i vescovi saranno discretamente facili ad accordare alle monache la permissione di portarsi nelle case dei loro parenti, o in villa a mutare aria, o di assentarsi dal monastero per qualunque altro ragionevole motivo e per tempo discreto, assicurandosi però della onestà e illibatezza di coloro, ai quali saranno raccomandate nell'assenza.

165. Riguardo alle doti, vestizioni, regali, esame di vocazione, vita comune ecc., vogliamo che restino pienamente in vigore gli ordini finora emanati che non sono contrarj a queste nostre sovrane determinazioni.

§ XII. — Tribunale della Nunziatura.

166. Avendo Noi risoluto che i vescovi rientrino nell'esercizio dei loro originarj diritti, come esige il bene dei nostri amatissimi sudditi e come era di nostro dovere, il tribunale della Nunziatura che in Toscana esercitava quei diritti che l'abuso avea impedito finora ai vescovi di esercitare, viene ad essere affatto inutile.

La religione, il buon ordine, la tranquillità dello Stato, tutti esigono dalla nostra sovrana vigilanza che niente possa disturbare il sistema attuale, che la più seria ponderazione preceduta da una lunga esperienza ci ha determinato a fissare. Se i vescovi esercitano per se stessi tutto il pastorale ministero e la giurisdizione accordata loro da Cristo, ogni altro tribunale o ministro, è gravoso e non può che alterare la semplicità dei giudizj.

Adunque vogliamo resti interamente ed in tutta la sua estensione abolito e soppresso il detto tribunale della Nunziatura in Toscana, e cessi qualunque giurisdizione che vi esercitava il Nunzio sul clero tanto secolare che regolare.

167. Che il Nunzio pontificio venga a tutti gli effetti considerato unicamente come ambasciatore della Corte di Roma e per i soli affari secolari della medesima, e gli si debbano le sole distinzioni e diritti competenti a tal carattere.

168. Gli cesseranno parimente tutti gli altri privilegi, esenzioni, prerogative, e specialmente qualunque giurisdizione spirituale e facoltà di dare dispense e qualunque autorità sopra i vescovi e regolari in Toscana, ai quali tutti resta vietato per conseguenza il ricorrervi.

169. Nè gli competerà facoltà o dritto alcuno anche sopra i nazionali abitanti in Toscana, estraneo alla qualità di ambasciatore della Corte di Roma, come non compete a qualunque altro ministro estero anche sopra i nazionali.

170. Finalmente le cause tutte che si agitavano nel Tribunale della Nunziatura apparterranno e si devolveranno agli ordinarj del Granducato, come debbono appartenere secondo gli antichi canoni e la costituzione della Chiesa.

171. Che se alcuna volta nascerà qualche caso che spetti al primato, di cui è rivestito il romano pontefice, quando si eleggesse trattarlo per mezzo del nunzio o ambasciatore pontificio, sarà considerato in simili affari come un incaricato straordinario unicamente, non come ordinario ministro della Corte di Roma.

172. Essendo nostra assoluta volontà che si restituisca, per quanto si può, la ecclesiastica disciplina che la venerabile antichità ha consacrato, senz'aver riguardo alle politiche innovazioni di tempi oscuri, l'ordine e il sistema da osservarsi in tutte le cause sarà quello che prescrivono i sacri canoni. In prima istanza la cognizione di tutte le cause puramente spirituali spetterà al rispettivo arcivescovo o vescovo diocesano. Dalle sentenze dei vescovi si darà luogo all'appello ai respettivi arcivescovi metropolitani; da questi al Concilio provinciale, la pratica del quale procureremo con tutta la premura che sia restituita. Dalla sentenza di alcuno dei tre arcivescovi del nostro dominio si darà appello agli altri due arcivescovi in prima istanza, da essi al Concilio provinciale.

173. In questa disposizione è nostra volontà che restino comprese tutte quelle cause di qualunque natura come sopra, che si portavano a Roma, o che venivano delegate ai giudici sinodali, e che spetteranno agli ordinari secondo il sistema fissato.

174. Nel modo di procedere gli arcivescovi e vescovi si uniformeranno esattamente agli ordini veglianti. Seguono norme particolari.

§ XIII. — Giunta ecclesiastica.

178. Alla uniformità degli studj e alla purità della dottrina che tanto è necessaria alla stabilità della religione ed alla felicità dello Stato, pare che possa dirsi abbastanza provveduto colle massime e leggi e determinazioni disegnate finora; ma il vantaggio non sarebbe permanente se non vi fosse altresì un tribunale destinato ad invigilare per la esatta osservanza delle medesime. La natura di tutte le umane ordinazioni, e molto più l'esperienza ci ammaestrano, che sempre e quasi insensibilmente si declina dalle più savie provvidenze, se non vi è chi richiami l'uomo di tanto in tanto alla regola e alla legge. Le nostre premure per la uniformità forse dopo breve giro di anni rimarrebbero infruttuose se non vi fosse chi, continuamente costituito come nel centro, vegliasse ad arrestare gli abusi e le trascuratezze che potessero nascere.

Per ovviare a questi inconvenienti, Noi abbiamo risoluto di stabilire in Firenze una Giunta ecclesiastica o sia tribunale regio censorio, composto di tre soggetti da nominarsi da Noi, che si raduneranno regolarmente due volte la settimana per invigilare e provvedere all'esatta osservanza di quanto è stabilito nella presente legge.

179. E perchè in ogni deliberazione si proceda colla maggiore cautela, ai tre soggetti componenti la detta Giunta regio-ecclesiastica saranno uniti, e da Noi nominati, tre teologi, due dei quali almeno dovranno sempre assistere alle sessioni secondo le istruzioni più dettagliate che ci riserviamo di dare ai membri di detto tribunale intorno a tutte le facoltà ed incombenze che saranno ad esso da noi confidate [Bastava ciò per trarre ogni decisione ai magistrati regj].

180. Importa ancora estremamente che non si spargano pel Granducato libri perniciosi che inspirino la irreligione o la sedizione o la diffidenza verso le più utili provvidenze. Non possiamo ricordare senza rincrescimento grandissimo come, da qualche tempo, per opera di persone inquiete ed animate dallo spirito di ambizione, personalità e vendetta, si procura in tutte le maniere di seminare la disunione, lo spirito di partito, l'odio, l'intolleranza, e sotto il manto di falso zelo ed apparente pietà con massime maligne si fa valere il pretesto di religione per illudere gli spiriti deboli ed ignoranti.

Abbiamo già preso qualche provvidenza intorno a ciò col nostro editto del settembre, proibendo in tutto il Granducato alcuni libri e fogli periodici che s'introducono da qualche tempo, che non hanno altro oggetto che turbare la pubblica tranquillità e rovesciare la religione confondendo la disciplina col domma, e spargendo colle più nere calunnie falsi sospetti sopra le persone e le determinazioni più rispettabili.

Ma quel provvisionale rimedio non potrebbe arrestare tutto il male che durerà forse finchè dureranno i privati interessi e le mire segrete di chi cerca nell'illusione del popolo i propri vantaggi.

Se tutti i fedeli potessero essere al caso di conoscere le frodi e la malignità di somiglianti libercoli, non vi sarebbe alcun pericolo. La religione non teme le insidie e le macchine dei suoi nemici; troppo è ferma e sicura contro tutti gli assalti dei male intenzionati. L'esame è la via ordinaria che conduce alla verità, quando siano trattate le materie colla carità, decenza ed onestà cristiana. Ma chi non ha lumi sufficienti corre pericolo di essere ingannato.

Per ovviare pertanto ad un tal pericolo, e per ottenere una stabile pace ed uniformità di sentimenti, che tanto interessa la religione e lo Stato, rinnoviamo tutte le leggi veglianti intorno agli stampatori e libraj, e vogliamo che da qui avanti non si possa introdurre o stampare alcun libro o foglio sotto qualunque titolo e con qualunque data riguardante materie ecclesiastiche, teologiche, morali, ascetiche, giurisdizionali, se prima non sia esaminato, riveduto e sottoscritto almeno da due dei suddetti tre teologi, destinati per consiglieri ed assessori della Giunta ecclesiastica.

181. Senza quest'approvazione, non sarà lecito a qualunque persona di qualsivoglia grado, stato e condizione, di stampare e ristampare qualunque libro o foglio di qualsivoglia titolo o natura che trattasse di simili materie.

Noi ci lusinghiamo che i nostri amatissimi sudditi considerando in questi ordini le nostre cure paterne per rimuovere o toglier di mezzo tutto quello che può turbare ed alterare quella pace e quella tranquillità che è sempre stata lo scopo dei nostri desiderj, e per far fiorire la purità della santissima nostra religione, che tanto deve interessare ogni principe cristiano, procureranno di uniformarsi con quella esatta obbedienza e fedeltà di cui ci han sempre dato le prove più autentiche e consolanti.

[506.] Il 28 maggio 1787 egli scriveva al governatore come le turbolenze sorte per cagion sua l'inducessero a domandare la sua dimissione da vescovo di Pistoja: e insieme chiedeagli due grazie: la prima, perdonasse a quelli compromessi nella sollevazione di Prato; l'altra la pubblicazione del sinodo. «Tutti i miei buoni parrochi, che ne hanno formati e consacrati con me i decreti, desiderano ardentemente di dare al pubblico quest'attestato della loro fede e del loro zelo per la buona disciplina ecc.». Lettera nell'arch. secreto di gabinetto, Affari del vescovo di Pistoja, filza XIII. Il nuovo granduca scriveva al papa, l'aprile 1794: «Quanto erano stati mal ricevuti gli Atti del Concilio pistojese, sorgente di mille scandali, di controversie, di tumulti, con altrettanto applauso è stata accettata dal popolo e dal clero delle due diocesi la pastorale del vescovo Falchi, che ha fatte totalmente abolire le novità che si era tentato d'introdurvi». Archivio ricciano, filza XVI.

[507.] Da chi l'aveva inteso da un testimonio, fui assicurato che, quando Leopoldo tornò da Vienna a Firenze, il vescovo Ricci fu a fargli riverenza — i vescovi giansenisti facevano riverenza ai principi anche austriaci per non farla al papa; e Leopoldo l'accolse a cortesia, e lo pregò di mostrargli le lettere che un tempo gli avea scritte, e di cui desiderava rinfrescarsi la memoria. Il Ricci gliele recò: ma dopo d'allora, per quante volte tornasse all'anticamera, non fu più ricevuto: anzi una volta l'imperatore si lasciò sentire a rispondere al ciambellano: «Non ha capito che nol voglio ricevere?» e l'intesero i gentiluomini che stavano in anticamera.

[508.] «All'arcivescovo Martini esposi (scrive il Ricci nelle Memorie), che la bolla Auctorem Fidei non fu a me spedita: che doveano essergli noti gli ordini del sovrano perchè nè apertamente nè implicitamente fosse pubblicata: potei anche assicurarla che S. A. R. mi avea fatto dire che su questo affare dovea gittarsi una pietra, nè mai più parlarsene».

[509.] «Questo sinodo era commendato dalle persone più probe, più illuminate, più interessate pel bene della Chiesa. Gli avversarj erano tutti i nemici d'ogni buona riforma, gl'ignoranti, i falsi devoti, i fautori delle pretensioni della curia romana, gli avversarj della dottrina di sant'Agostino».

[510.] Il diritto d'esclusione arrogatosi dalle Corti di Francia, Spagna e Austria, è d'origine incerta, come d'estensione. Lo suppongono nato fin nel concilio Laterano del 1059, ma allora trattossi non dell'elezione, bensì della coronazione. L'uso abituale non rimonta che al principio del secolo passato, piuttosto per connivenza che per autorizzazione dei papi: i quali pensarono che il capo del mondo cattolico non dovesse venir eletto contro la volontà de' principi cattolici.

È probabile che ora nessuno più lo eserciterà.

[511.] Anche il falso Febronio fe la sua ritrattazione in diciasette articoli, riconoscendo che le chiavi della Chiesa furono date a un solo: che quel del papa è primato di giurisdizione e perpetuo: che la Chiesa ha il diritto di determinare il senso e giudicare la dottrina delle proposizioni: che si deve obbedire alla bolla Unigenitus; che nei dubbj sullo stato della Chiesa deve ricorrersi al papa; che il Concilio di Trento operava liberamente, e con saviezza riservò certe dispense al papa, e la canonizzazione de' santi, e l'appellazione delle cause ecclesiastiche: che i vescovi non riconosciuti dal papa sono a riguardare come illegittimi: che esso ha pieno diritto di pronunziare intorno alla fede, ai sacramenti, alla disciplina ecc.

La ritrattazione fu ricevuta con solennità da Pio VI nel natale del 1778, e diffusa per la Germania principalmente. L'autore notificolla alla diocesi di Treveri, protestando averla fatta sincera e libera, e che darebbe fuori una confutazione degli errori in quella enunciati, come fece infatti nello J. Febronii j. c. commentarius in suam retractationem, Pio VI pontifici m. kal. nov. submissam, Francoforte 1781, dove per verità parve alquanto circonvolgersi nelle ritrattazioni. Lo Zaccaria fece una collezione Theotimi Eupistini de doctis catholicis qui cl. Justino Febronio in scriptis suis retractandis ab anno 1580 laudabili exemplo præiverunt. Roma 1791. Ivi può leggersi la ritrattazione del De Dominis.

[512.] Termometro politico 5 luglio 1796. E sotto il 25 giugno leggesi: «Nella Lombardia si è contradistinta la scuola del giansenismo. Ognuno sa quanto lo spirito di questo sia analogo allo spirito della repubblica. Ne sono prova evidente le opinioni e più le vicende di Tamburini e di Zola».

E un Mantovani cronista scriveva: «I Giansenisti si unirono ai preti chiaritisi giacobini: alcuni lanciaronsi sfacciatamente in pubblico, ma i più avveduti vi si mischiarono con qualche riserva. Mi pareva di travedere scontrandomi in alcuni di costoro, protetti di là d'ogni lor merito dal cessato Governo, accompagnatisi per istrada con gente screditatissima, parlare dell'arciduca e del Wilzek come di ministri i più ingiusti e dispotici».

[513.] Vedi qui sopra la nota 6. L'articolo troppo scarso che lo riguarda nel Dictionnaire de biographie chrétienne del Migne conchiude che egli professait, dit-on, des opinions qui n'étaient point entièrement conformes à celles de la cour de Rome; elle se raprochaient des doctrines gallicanes. Nel 1862 si cominciò a Milano a pubblicare per fascicoli una Storia generale dell'Inquisizione del cavaliere Pietro Tamburini che forma quattro giusti volumi, con moltissime figure intercalate, a gran rinforzo di colori neri e rossi, dove in modo ciarlatanesco son rappresentati tutti i tormenti che mai l'Inquisizione abbia inflitti o potuti infliggere, uomini sull'eculeo, sulla ruota, alla gogna, sul fuoco, sempre con frati che fanno da manigoldi. In una Innocenzo III ordina a Domenico Guzman la strage degli Albigesi: in una Clemente V e Filippo il bello stabiliscono l'eccidio de' Templari; così figuratevi delle altre, e comprenderete come quest'opera aduli bassamente a basse passioni di moda. Vi si legge che «Dante fu accusato d'eresia, più presto per ira sacerdotale che per altro» (II, 138) mentre ognun sa che appunto d'eresia è lodato dai nemici dei preti. Fin Giovanna d'Arco è vittima dell'Inquisizione; tanto più il Porcari, e Don Carlos, e il Savonarola, al cui supplizio assiste un cardinale ridendo. L'autore disapprova tutti gli Ordini religiosi, e il sistema misofisico, anticristiano e antisociale del celibato jeratico, eppure de' Gesuiti non vuol decider se sieno stati utili o nocivi allo Stato e a' costumi; ma non si può dissimulare che la loro istituzione fu infinitamente vantaggiosa al cattolicismo (III, 591).

Vi precede una vita del Tamburini scritta col fiele, massime contro quei ribaldi del temporale, e al fine di essa è detto che negli ultimi suoi anni vergò questa storia dell'Inquisizione, e la confidò al nipote del suo amico Zola.

Che c'è di vero in ciò? quest'opera deve essa pesar sulla memoria del professore bresciano, col cui nome fu ed è annunziata sui muri delle città fra le figure di miseri straziati, e di monaci strazianti?

Alcune frasi che ho citate già fecero sospettare al lettore un alito più recente, se anche non avesse dubitato che un vecchio ottagenario, potesse compiere un lavoro che, a quel tempo, richiedeva, a tacer il resto, una ricerca di libri e documenti, non solita al Tamburini, al quale il corredo storico, per rinfiancare le sue controversie era esibito dallo Zola.

Il Tamburini poi potè errare nella mutilazione d'alcune verità, nell'applicazione d'alcune dottrine, ma queste appartenendo alla scuola che non rinnega il cattolicismo, e tanto meno il cristianesimo; e cui carattere era di disobbedire protestando obbedienza: di spinger all'eccesso il rigor della morale e gli atti di pietà, e assiderar col gelo razionale il calor della vita cristiana, badando più alla giustizia di Dio che alla sua misericordia.

Ora in quest'opera v'è capitoli che si direbbero d'un pio scrittore, ma altre volte, e massime nella conclusione, v'è conculcata affatto la credenza avita, come potrebbe fare qualunque folliculare odierno, con assoluta intelligenza dei tempi ed ostinata mancanza di giudizio; non solo col soffio, ma colla fraseologia di Quinet e Michelet, vi presenta il mostruoso simulacro chiamato il pontefice: ripete le plebee sciatterie contro il papa-re; e vuol perfino vedere nelle streghe un sintomo della continua riconquista che il diavolo fa sopra Dio. E computando tutte le persone che perirono, non già per l'Inquisizione, ma pel cristianesimo conchiude che 17,899,600 furono le vittime della rabbia religiosa cristiana.

Oltre questi sentimenti affatto consoni alle effervescenze d'oggi, molte frasi tengono o del moderno come i profughi tolti delle madri al caro eloquio: o affatto del forastiere come Lancre che menò di galoppo il processo a briglie sciolte (IV, 38). Un modo che caratterizza non solo un autore, ma un tempo, si è l'esposizione drammatica, venuta a noi coi romanzi di Walter Scott. E veri romanzi vi sono inseriti, come quello d'un Rusconi di Como, di Menico e Agnese Sturlini, di Rosalione de' Lambertenghi, probabilmente cavati da alcuno de' romanzi che imbrattano oggi la letteratura. Donde può dedursi che questa storia è una compilazione indigesta di opere, molte delle quali comparvero al fine della vita del Tamburini o dopo la sua morte, per esempio il Lorente.

Ma fin nel compilare costui si dimentica dell'esser proprio e p. e. chiama nostro regno il Napoletano (III, 504, 508, 515): e cita Ferdinando del Pozzo e Carlo Botta (IV, 398) e perfino un breve di Gregorio XVI. Più se ne dimentica ove, descrivendo a minuto e fuor affatto di proposito la biblioteca Ambrosiana, vi indica il monumento del Bossi, opera del Canova, i busti di Byron del Monti, del Pecis, della Paravicini, del Branca, dell'Oriani, fin il pavimento donato dai Litta Modignani.

La mia Storia della Diocesi di Como è di qualche anno posteriore alla morte del Tamburini, eppure mi troverei plagiario, poichè in quest'opera leggesi parola per parola (IV, 38) quanto io narrai delle streghe del Comasco e della Valtellina. Quel processo degli untori di cui tanto parlare si fece in questi anni, lo avea riferito per disteso il Tamburini molti anni prima (IV, 101) e, vedete combinazione, colle identiche mie parole. Se non che io vi soggiungeva alcuni fatti di pretesi avvelenatori, perseguitati a Parigi nel 1835, e il pseudo Tamburini, questa volta ricordandosi d'esser morto assai prima, gli applica (pensate con quali incoerenze) alla febbre gialla di Livorno nel 1800, sempre però colle mie parole.

Manzoni ha pubblicato uno de' più bei lavori apologetici sulla Morale Cattolica, credendo ribattere il Sismondi. S'ingannò. Fu il Tamburini che, per mostrare quanto malo gl'Italiani intendessero la libertà e quanti danni abbia lor recato il cattolicismo, stese due capitoli, che sono ad verbum i due famosi che il Manzoni confutò trionfalmente, supponendoli del Sismondi.

Non occorre di più per indurre ad assolvere il professore bresciano dall'aver commesso un libro degno solo dell'invereconda letteratura di bottega; un libro dettato collo sguajato disprezzo che oggi si usa verso un pubblico abbandonantesi alla credulità, ch'è uno de' più generali effetti delle rivoluzioni.

[514.] Esame della confessione auricolare e della vera Chiesa di Gesù Cristo. Anno III.

[515.] Della monarchia universale dei papi, discorso umiliato alla maestà di Ferdinando IV, ed a tutti i sovrani del mondo cristiano. Napoli 1789. Alcuno la crede opera del siciliano prevosto Minci, ajutato dallo Scotti, il quale predicando allora nel duomo di Aversa, dovette partirsene perchè credutone autore.

[516.] Nel 1862 fu presentata al parlamento italiano una petizione acciocchè si erigesse un monumento al Serrao, «uno di quei pochi generosi che sfidarono i fulmini papali gridando alto la verità contro gli abusi e la corruzione dei preti, minacciando fin d'allora ferire codesta tenebrosa associazione di tristi, che da 1800 anni conculca le leggi del pensiero e i diritti dell'uomo».

[517.] Il filosofo Rosmini ha un'orazione funebre per Pio VII, dove è a vedere come lo scagiona dell'aver incoronato Buonaparte. Gli atti corsi in quell'occasione servono a spiegare in qual guisa la Corte di Roma intenda la tolleranza, e come vada intesa l'enciclica dell'8 dicembre 1864. La verità è una. Non può teologicamente riconoscersi vera nessun'altra religione. Ma ciò non importa che, civilmente, non abbiasi a tollerare chi ne professa un'altra. Talleyrand stesso, in un rapporto all'imperatore del 13 luglio 1804, diceva: «La tolleranza in Francia e nella più parte degli Stati europei è un dovere politico, che non affetta in nulla la cattolicità de' sovrani e degli Stati che governano. In Germania, in Italia, a Roma stessa e in Francia si vietano l'insulto e la persecuzione; si compiangono i dissidenti, ma si comanda di rispettarne le opinioni e il culto, che la coscienza prescrive loro di praticare.»

[518.] «Intanto innumerevoli spie son qui mantenute, e tutta Roma e tutto lo Stato pontificio sono in preda alle loro calunnie, il palazzo apostolico n'è assediato, come fosse un castello». Note del Consalvi al Talleyrand, 1805.

[519.] Nelle memorie lasciate dal principe di Metternich, lungamente ministro dell'impero austriaco è detto: «Io, non come cattolico, ma come ministro d'Austria voglio che il papa soggiorni in casa del papa, e non in casa d'altri. L'ho cantato a Napoleone quando il papa era in Savona prigioniero della Francia. Napoleone mi volea bene, e sapeva che il papa onoravami di sua fiducia. Un giorno mi chiamò e mi disse: — Fatemi un servizio. Sono stanco della cattività del papa. È una condizione che non può fruttar nessun utile, e che importa di non continuare a lungo. Desidero che andiate a Savona; il papa vi è benevolo; gli farete gradire un disegno che ho divisato per isbrigar questa brutta lite.

Io ripresi che mi converrebbe ottener prima la licenza del mio imperatore.

— O che! mi ricusereste questo piacere? (replicò egli). Parmi che non arrischiereste nulla, adoperandovi per la pace del mondo.

— Di ciò per appunto dubito, io ripigliai sorridendo. Temo che non sia pace quella che vostra maestà propone al papa. Si degnerebbe manifestarmi il suo disegno?

— Eccovelo, disse Napoleone quietamente. Da qui innanzi la sede della Chiesa non sarà più a Roma, sarà a Parigi. — Io feci un moto d'ammirazione e un sorriso d'incredulità.

— Sì, continuò il terribile uomo. Io fo venire il papa a Parigi, e vi fermo la sede della Chiesa. Ma voglio che il papa sia indipendente: gli accomodo presso la capitale una dimora convenevole; gli regalo un palazzo, e affinchè sia in casa propria, dichiaro neutro il territorio per la circonferenza di alcune leghe. Colà avrà il suo corpo diplomatico, le sue Congregazioni, la sua Corte, e acciò che di nulla difetti, gli assicuro una dotazione annua di sei milioni. Credete voi che rifiuterebbe?

— Certo sì, e tutta Europa lo sosterrà nel rifiuto; il papa vedrà, e giustamente, che egli sarebbe prigioniero coi vostri sei milioni, quanto è in Savona.

Napoleone si indispettì, e mi tempestò con cento clamorose querele. In ultimo io gli dissi: — Vostra maestà mi strappa un segreto. L'imperatore d'Austria ha avuto questo disegno medesimo. Si accorge che vostra maestà non vuol ricollocare il papa in Roma: egli non vuole che resti in cattività, e pensa altresì fargli uno Stato. Vostra maestà conosce il palazzo di Schönbrunn; l'imperatore lo dà al papa, con un circuito di dieci o quindici leghe, neutro del tutto, e gli aggiunge una rendita di dodici milioni. Se il papa accoglie questa proposizione, ci consente vostra maestà?»

[520.] Queste dottrine erano sostenute da un Ferloni prete cremonese (1740-1813) che avea scritto la Storia delle variazioni della disciplina della Chiesa. Il manuscritto ne perdette nell'invasione de' Francesi a Roma il 1798: ma invece d'indispettirsene, offrì ai rivoluzionarj la sua penna, pubblicò omelie in favor di Buonaparte, fu teologo del consiglio privato del vicerè d'Italia, e scrisse «Dell'autorità della Chiesa secondo la vera idea che ne ha data l'antichità, libro da cui si dimostra l'abuso che se n'è fatto e la necessità di circoscriverlo». Gl'indirizzi dei vescovi d'Italia son posti all'Indice per decreto 30 settembre 1817, avvertendo che parte erano finti, parte alterati; e che, appena i tempi lo permisero, tutti furono riprovati da quelli di cui portavano i nomi, con ossequiose lettere spontanee dirette al papa.

Lo sforzo di conciliare l'ordine ecclesiastico col civile fu fatto anche nel tempo de' Francesi. Giuseppe De Poggi nato a Piozzano nel piacentino il 1761, allo scendere de' Giacobini uscì dagli Ordini, come molti altri, ebbe incarichi dalla Repubblica Cisalpina, al cader della quale si fissò in Parigi, ove stette fin al 1842 quando morì. Fu lui che procurò la pubblicazione della Storia d'Italia di Carlo Botta. Giovanissimo stampò De Ecclesia tractatus, nelle idee febroniane, poi le Emende sincere (1791) tutte in sostegno de' diritti del principe nelle discipline ecclesiastiche e in lode del Ricci e di P. Leopoldo, e le pungenti Lettere di frà Colombano. Venuta la repubblica, sostenne i diritti di questa contro la Chiesa; il che è logico: stampò il giornale il Repubblicano Evangelico, la Concordanza della Democrazia col Vangelo, un'Istruzione dei Cattolici sul giuramento della Repubblica Cisalpina. Oltre varie opere d'erudizione e di storia naturale; tradusse in versi l'empia Guerra degli Dei di Parny (Parigi 1830), e fece un poema della natura delle cose, ove sostiene l'eternità della materia.

Eterna ed una, dell'immenso tutto

Somma cagion, visibile, verace,

Alma natura, che qual sempre fosti

E sarai sempre, sei ciò ch'è, che fue,

Che in avvenir sarà: sta delle cose

In te il principio, la ragion, l'essenza,

Il moto, la virtù, la vita, il senso, ecc.

[521.] Qualora non potessero esimersene senza grave pericolo e danno, Pio VII permetteva agli antichi suoi sudditi di giurare «di non prender parte in qualsiasi congiura, complotto o sedizione contro il governo attuale; e d'essergli sottomessi e obbedienti in tutto ciò che non sia contro alle leggi di Dio e della Chiesa».

[522.] Di quella che chiamammo eresia politica fu il tipo Napoleone I. Il suo intento fu sempre di dominare la Chiesa; e come disse a Sant'Elena, «rispettar le cose spirituali, dominandole senza toccarle; volendo acconciarle ai suoi intenti politici, ma per l'influenza delle cose temporali». Ma per l'inseparabilità loro, anche delle spirituali si mescolò. Il diritto avuto pel concordato di nominar i vescovi, che un tempo la Chiesa avea potuto cedere a principi religiosi, diveniva terribile stromento in mano del rappresentante della rivoluzione francese; d'un libero pensatore. Il linguaggio verso il papa e i prelati ne fu dapprincipio rispettoso; conoscendo l'importanza di restaurare l'autorità, ripristinò la gerarchia, e nelle cerimonie i cardinali passavano avanti ai marescialli, i vescovi ai generali, ma purchè obbedissero a' suoi decreti, assecondassero le sue mire: il che per verità era men difficile, atteso il fascino della grandezza di lui, e dell'imperiosità che non supponeva mai la possibilità d'un'opposizione. La nomina de' primi 60 vescovi fu prudente, e diretta a conciliare i partiti, ma insieme a prepararsi vescovi favorevoli per quando domanderebbe la già meditata corona. Dappoi fu sempre più interessata, sebbene non mai scandalosa, cernendoli fra le persone avverse alla revoluzione, devote a lui e alle istituzioni imperiali, fedeli alle libertà della Chiesa gallicana e di famiglie aristocratiche, avendo potuto dire: «Non c'è che le persone di vecchia razza che sappiano ben servire». Al principe Eugenio scriveva: «Fatemi conoscere chi sostituir nelle sedi vacanti. Bisogna nominar de' preti che mi sian molto attaccati, non cercar vecchj cardinali che all'occasione non mi seconderebbero» (17 febbrajo 1806). E a Giuseppe re di Napoli: «Vi dirò schietto che non mi piace il proemio della soppressione dei conventi. In ciò che riguarda la religione il linguaggio dev'essere nello spirito della religione, e non in quello della filosofia. Qui sta la grand'arte di chi governa. Il preambolo doveva essere in istile da frate. Gli uomini sopportano meglio il male quando non vi si unisca l'insulto. Del resto sapete che non amo i frati, giacchè li distruggo da per tutto» (14 aprile 1807). E ad Elisa: «Non esigete giuramento dai preti. Non riesce che a far nascere delle difficoltà. Tirate dritto, e sopprimete i conventi» (17 maggio 1806). E poco dopo: «Il Breve del papa non importa un fico sinchè resta in man vostra. Non perdete un momento per incamerar tutti i beni de' conventi. Non badate ad alcun dogma. Pigliate i beni de' frati, e lasciate correr il resto» (24 maggio).

Frequenti nasceano le occasioni di Te Deum, accompagnati da pastorali dove i vescovi esaltavano il presente ordine, e, ispirati dal ministero, lanciavano qualche motto contro gli scismatici Russi, gli eretici Inglesi, le persecuzioni che i cattolici soffrivano in Irlanda: non doveano mai mancar le lodi al restaurator della Chiesa, e venivano rimproveri se fossero scarse. Introdusse di far leggere nelle chiese i bullettini dell'esercito, ma poi gli parve che con ciò si desse ai preti un'ingerenza nelle cose politiche, ch'ei non voleva. Da ciò il volere che i preti non potessero salire a gradi nel ministero dei culti senza aver laurea dall'università (30 luglio 1806), la quale potrebbe ricusarla «a chi fosse conosciuto per idee oltramontane, pericolose all'autorità». Che se anche semplici curati dessero segno d'indipendenza, faceali mettere prima in conventi, poi in prigioni; e quelle di Vincennes, di Santa Margherita, di Fenestrelle, d'Ivrea furono piene di sacerdoti, non processati, non condannati, che o morirono, o furono liberati alla caduta di lui, senza sapere il perchè fossero stati presi. Ciò in appresso, ma fin dal principio lagnavasi altamente delle sofisticherie di Pio VII, e assicurava che con ciò portava la ruina della religione. Minacciava che la Francia fosse per divenir protestante, e al nunzio Caprara rimproverando qualche opposizione, diceva: «Non è più il tempo che i preti faceano miracoli. Richiamate quel tempo, ed io vi lascio tutto. Nelle circostanze presenti, dovete lasciar fare ogni cosa a me, prestandomi appoggio fin dove la religione lo consente. Le differenze nostre han fatto nascere fra gl'increduli e gli atei l'idea di gettarsi nel protestantismo, che, dicono, non porta discussioni, e i cui capi fanno ogni opera per trarre il mondo in questa via».

Volle anche procacciarsi il monopolio della parola, e a Portalis, ministro de' culti, il quale avea messo il molto suo ingegno a tutto servizio di lui, scriveva di abolir tutti i giornali religiosi, e ridurli a un solo Giornale dei Curati: eppur si sbigottiva quando questo contenesse alcuna cosa avversa alle libertà gallicane. Non è da tacere che, fin dai primi tempi, ma viepiù in appresso, falsificava o alterava i documenti emanati dalla santa sede nel riprodurli sul Moniteur o nel tradurli, nè esitava di darvi interpretazioni e ispiegazioni fallaci.

Intanto egli s'intrigava di cose strettamente religiose, come la festa del 15 agosto, per la quale fe comparire un san Napoleone, fin allora ignoto al calendario francese, e che doveva escluder la memoria dell'Assunta. Era una nuova occasione ai vescovi di far elogi all'imperatore, e pur troppo vi strabbondarono in frasi, che ormai non sono che de' giornalisti.

Volle anche farsi definitore dogmatico nel famoso catechismo. Già negli articoli organici soggiunti al concordato, aveva imposto non vi sarebbe che una sola liturgia, un solo catechismo per tutte le chiese di Francia. Roma, che ama l'unità, non disgradì questa determinazione. Napoleone, non volendo allora cozzar subito col papa che l'avea coronato, incaricò di stenderlo un teologo italiano, addetto alla legazione del cardinale Caprara: ma avendolo fatto male, l'abate Emery suggeriva di prender il catechismo di Bossuet, prelato pel quale Napoleone mostrava la più gran venerazione non per altro se non perchè pareagli ligio a Luigi XIV. Nella spiegazione del quarto comandamento del decalogo si era sempre stati contenti d'impor l'obbedienza in generale; e il catechismo di Bossuet diceva: «Il quarto comandamento impone di rispettar tutti i superiori, pastori, re, magistrati e altri», nè di più avea preteso l'imperioso Luigi XIV. Qui bisognò far un intero capitolo sopra l'obbedienza dovuta ai principi, poi scendere in particolare a Napoleone I.

Quel catechismo fu tradotto, ad uso del regno d'Italia, e nella lezione VII si legge:

D. Quali sono i doveri dei Cristiani verso i principi che li governano, e in particolare i nostri verso Napoleone I, imperatore e re?

R. I Cristiani devono ai principi, o noi in particolare dobbiamo a Napoleone, nostro imperatore e re, l'onore, il rispetto, l'obbedienza, la fedeltà, il servizio militare, i tributi per la conservazione dell'impero o del suo trono. Inoltre gli dobbiamo fervide preghiere per la salute sua, e la prosperità spirituale e temporale dello Stato.

D. Perchè siam tenuti a questi doveri verso il nostro imperatore e re?

R. Primo, perchè Dio, che creò gl'imperi e li distribuisce a volontà, colmando l'Imperatore di doni in pace e in guerra, lo stabilì nostro sovrano, lo rese ministro della sua potenza, e sua immagine in terra. Onorare e servire il nostro imperatore e re è dunque onorare e servire Dio stesso. Secondo, perchè nostro signor Gesù Cristo colla dottrina e coll'esempio ci insegnò quel che dobbiamo al nostro sovrano: nacque obbedendo all'editto di Cesare Augusto: pagò l'imposta: e come ordinò di render a Dio quello che è di Dio, così ordinò di rendere a Cesare quel che è di Cesare.

D. Non vi sono doveri particolari che ci attacchino più fortemente a Napoleone I, nostro imperatore?

R. I doveri che ci legano all'Imperatore, ci legheranno anche ai successori suoi legittimi, nell'ordine stabilito dalla costituzione dell'Impero.

Il cardinale Caprara, allora legato pontifizio, non sapeva più contraddir nulla all'imperatore: e sebbene, allorchè primamente ne fe motto, il cardinale Consalvi avesse apertamente disapprovato il catechismo inviato a Roma, e detto che non si poteva imporlo a tutti i vescovi, e tanto meno conveniva all'autorità secolare arrogarsi una facoltà, da Gesù Cristo confidata solo alla Chiesa e al suo vicario, il Caprara tenne celata tale disapprovazione, e il catechismo apparve come autorizzato dal nunzio nell'agosto 1806, benchè alcuni vescovi trovassero esorbitante la parte che l'imperatore si assumeva nelle cose ecclesiastiche.

[523.] Lettera 23 aprile 1859 all'abate Perreyre, e del 12 aprile a M. Rendu nell'opuscolo l'Italie de 1847 à 1864, p. 102.

Ai dì nostri due preti in maniera opposta visitarono o giudicarono Roma: Lamenais e Lacordaire. L'uno come Lutero non seppe vedervi che ambizione, che intrighi, che sottofini, che coperte vie; e andatovi con orgoglio, le volgeva lo spalle per divenir apostolo del comunismo e della ribellione.

L'altro, ravveduto da un'eccessiva ammirazione della ragione, venerava la rivelazione e i suoi depositarj, pur non lasciando di proclamare l'associazione della libertà colla Chiesa. E diceva: «Il mondo cerca la pace e la libertà, ma sulle vie della turbolenza e della servitù. Sola la Chiesa ne fu la sorgente pel genere umano; sola, nel seno oltraggiato dai suoi figli ella serba il latte inesauribile. Quando le nazioni saranno stanche d'essere parricide, colà troveranno il bene ch'esse non posseggono più. Per ciò il prete non si mescolerà alle quistioni sanguinose e sterili del suo secolo; pregherà pel presente e per l'avvenire:... predirà senza stancarsi alle generazioni contemporanee, che non v'ha pace nè libertà possibile fuor della verità:... ringrazierà Dio di viver in un tempo, in cui l'ambizione non è più possibile: comprenderà che, più gli uomini sono agitati, più possente è la pace che regna sulla fronte e nell'anima del prete; più gli uomini sono nell'anarchia, più possente è l'unità della Chiesa; più il secolo profetizza la morte del cristianesimo, più il cristianesimo ne diverrà glorioso, quando il tempo, fedele all'eternità, avrà spazzato quell'orgogliosa polvere, la quale non dubita che, per esser qualcosa nell'avvenire bisogna esser qualcosa nel presente, e che il nulla mena al nulla. — In fine il prete sarà quel ch'è la Chiesa, inerme, pacifico, caritatevole, paziente, viaggiatore che passa beneficando, e che non si meraviglia d'essere mal conosciuto dal tempo, perchè egli non è del tempo.

«O Roma, siffatta io t'ho vista. Serena fra le tempeste dell'Europa, tu non avevi alcun dubbio di te stessa, alcuna stanchezza: il tuo sguardo, rivolto alle quattro plaghe del mondo, seguiva con sublime lucidezza lo svolgersi degli affari umani nel loro legame coi divini: solo la tempesta, che ti lasciava calma perchè lo spirito di Dio soffiava in te, mescolava agli occhi del semplice fedele, men avvezzo alle variazioni del secolo, qualche compassione alla sua ammirazione... Roma, lo sa Dio, io non ti sconobbi perchè non vedessi i re prosternati alle tue porte; ho baciato la tua polvere con una gioja e un rispetto indicibili: tu m'apparisti qual sei veramente, la benefattrice del genere umano nel passato, la speranza del suo avvenire, la sola cosa grande che oggi viva in Europa, la captiva d'una universal gelosia, la regina del mondo».

[524.] Quando il Piemonte annullò in Lombardia quel concordato, nella relazione presentata il 16 ottobre 1860, si diceva: «Quel concordato segna l'ultimo grado della precipitosa decadenza della casa degli Absburgo. Nel secolo scorso gl'imperatori di quella famiglia rifiutavano di riconoscere i diritti dei popoli, ma si mostravano religiosi osservatori dei doveri dei principi. Erano nemici della libertà, ma amici della giustizia (sic). Volevano avere sudditi fedeli ed obbedienti, ma li difendevano contro l'altrui prepotenza, contro le altrui usurpazioni. Col concordato il gabinetto di Vienna, ripudiando le tradizioni di Giuseppe II, pose la corona imperiale sotto la protezione della tiara. Piuttosto che dare la libertà al popolo, il principe si è fatto schiavo del prete. Si è detto molto contro questo concordato eppure non si è ancora messo in chiaro tutto ciò che esso contiene d'iniquo e d'assurdo». Relazione del Sineo.

[525.] Morale Cattolica, VII, 5. E altrove dice: «S'usa una strana ingiustizia con gli apologisti della religione cattolica. Si sarà prestato un orecchio favorevole a ciò che vien detto contro di essa; e quando questi si presentano per rispondere, si sentono dire che la loro causa non è abbastanza interessante, che il mondo ha altro a pensare, che il tempo delle discussioni teologiche è passato. La nostra causa non è interessante! Ah! noi abbiamo la prova del contrario nell'avidità con cui sono sempre state ricevute le objezioni che le sono state fatte. Non è interessante! e in tutte le quistioni che toccano ciò che l'uomo ha di più serio e di più intimo, essa si presenta così naturalmente, che è più facile respingerla che dimenticarla. Non è interessante! e non c'è secolo in cui essa non abbia monumenti d'una venerazione profonda, d'un amore prodigioso e d'un odio ardente e infaticabile. Non è interessante! e il vôto che lascerebbe nel mondo il levarnela è tanto immenso e orribile, che i più di quelli che non la vogliono per loro, dicono che conviene lasciarla al popolo, cioè ai nove decimi del genere umano. La nostra causa non è interessante! e si tratta di decidere se una morale professata da milioni d'uomini, e proposta a tutti gli uomini, deva essere abbandonata, o conosciuta meglio, e seguita più e più fedelmente...

«Parlare di dommi, di diritti, di sacramenti per combattere la fede, si chiama filosofia; parlarne per difenderla, si chiama entrare in teologia, voler fare l'ascetico, il predicatore; si pretende che la discussione prenda allora un carattere meschino e pedantesco. Eppure non si può difendere la religione, senza discutere le questioni poste da chi l'accusa, senza mostrare l'importanza e la ragionevolezza di ciò che forma la sua essenza. Volendo parlare di cristianesimo bisogna pur risolversi a non lasciar da parte i dommi, i riti, i sacramenti. Che dico? perchè ci vergogneremo di confessare quelle cose in cui è riposta la nostra speranza? perchè non renderemo testimonianza nel tempo d'una gioventù che passa, d'un vigore che ci abbandona, a ciò che invocheremo nel momento della separazione e del terrore?»

[526.] Nota 30 al vol. I.

[527.] Ho indelebile nella memoria il calore con cui mi lesse un articolo di giornale inglese, ove si narrava, e forse esagerava, il prosperare del cattolicismo in Inghilterra, e la speranza che, mercè de' Puseisti, quel gran paese tornasse alla nostra unità. Vero è bene che le più insigni conversioni e forse i più splendidi trionfi della verità cattolica in questi ultimi tempi intervennero in Inghilterra, nel paese cioè ove l'uomo opera e ragiona più liberamente. Vedi Capecelatro, Neuman e la religione cristiana in Inghilterra. Napoli 1839.

[528.] Il cardinale Bernetti, ministro di Stato di Gregorio XVI, che fu dei più calunniati perchè più aveva intelligenza e volontà, il 4 agosto 1845 scriveva a un amico: «Il papa e il governo cercano rimedio a questi mali, che crescono senza che si sappia arrestarli. Cose vaghe e misteriose s'agitano attorno a noi. Il clero è imbevuto d'idee liberali, prese nel senso peggiore. Gli studj severi sono abbandonati, per quanto s'incoraggino gli allievi, si ricompensino i professori, si promettano grazie che il santo padre è sempre disposto a largheggiare. I giovani s'addestrano alle future loro funzioni, ma non vi mettono gioja e ambizione, come ne' bei tempi di Roma: poco curano di diventare dotti teologi, gravi casisti, abili canonisti; son preti, ma aspirano a diventar uomo, e non credereste qual mescolanza di fede cattolica e di stravaganza italiana facciano in questa parola d'uomo, che preconizzano con enfasi buffa. La mano di Dio pesa su noi, umiliamci e preghiamo: eppure questa perversione umana della gioventù non è quel che più ci tormenta. Ben più affetta ne è la porzione di clero che, dopo noi, giunse agli affari, e che ci spinge alla tomba rimproverandoci di campar troppo. La gioventù è inesperta, sedotta come un novizio scappato al convento si dà due belle ore di aria e di sole, poi rientra. Cogli uomini fatti la cosa va ben peggio: la più parte non conoscono le cose nè l'indole del tempo, e s'abbandonano a suggestioni che produrranno gravi crisi per la Chiesa. Qualunque persona di cuore o di testa venga adoprata, è subito esposta alla pubblica maldicenza: mentre gl'ignoranti, i fiacchi, i codardi sono ipso facto cinti d'un'aureola di popolarità, che li fa ancor più ridicoli. In Piemonte, in Toscana, nelle Due Sicilie, nel Lombardo-Veneto lo stesso alito di discordia soffia sul clero. Di Francia notizie deplorabili; si conculca il passato per divenir uomini nuovi; lo spirito di sètta surrogasi all'amor del prossimo, e all'amor di Dio l'orgoglio individuale di talenti mal applicati. Giorno verrà che queste mine, caricate con polvere costituzionale e progressiva, scoppieranno; e Dio voglia che io, dopo viste tante rivoluzioni e tanti disastri, non assista a nuovi guai della Chiesa».

[529.] Il signor Nicomede Bianchi, nella Storia documentata della Diplomazia europea in Italia, vol. III, stampa molte relazioni al ministero sardo, che spesso sono o basso spionaggio fatto in istrettissima confidenza, o impudenti censure delle cose di Roma. Ve n'ha però taluna meno inetta, come quella del Santacroce 14 ottobre 1834, ove deplorati alcuni difetti del governo pontifizio, massime le soverchie imposte (!) e la poca economia, dice: «V'è chi pensa che questi mali derivino da perfidi consigli di nemici occulti, che aggirano i governanti, persuadendoli a smungere i popoli affinchè si levino su in odio e discordia peggiore... Ad una efficace rinnovazione si oppongono le opinioni dei vecchi, le gelosie di privilegi e l'autorità che esercita un personaggio degnissimo, il quale, dopo tanti avvenimenti, non apprese ancora esser cangiati i tempi: aver la Chiesa, che fu sempre immutabile ne' retti principj, usata una maravigliosa prudenza nello stringere e rallentare il freno del puro dominio secolare, e le istituzioni del governo ecclesiastico apparir nate di tempo in tempo, quando l'utilità e il bisogno lo richiedevano. Dal che si può giudicare, che i sapientissimi antichi non temettero di aggiungervi ad ora ad ora varie novità, e che nei tempi passati non tenevasi per eresia, come oggi si tiene, ogni cosa nuova, quantunque buona e di sani principj». pag. 401.

Il Broglia, al 28 marzo 1835, imputava Gregorio XVI di inesperienza e soverchia clemenza. «Sua Santità è dotta assai, e nelle cose ecclesiastiche versatissima, ma nelle governative dice essa stessa che punto non se n'intende... La vera dottrina religiosa in Roma si trova quasi solo presso gli Ordini religiosi, e ad essi nei casi difficili le sacre Congregazioni richiedono consiglio o, come dicesi, il voto. Dalla condizione dei tempi, tolta a Roma quella influenza, della quale si valeva a pro della Chiesa e dei popoli, ben pochi sono coloro che da paesi lontani, come anticamente, si recano in quella dominante per consacrarsi alla prelatura: quasi tutti i prelati ora sono italiani e con mezzi pecuniarj ristretti, di modo che a fatica sostengono certe idee di grandezza che rimangono dell'antica prelatura. Le imposizioni sono assai gravose, e non vi è mezzo d'alleggerirle... L'alta classe è molto malcontenta; conserva però uno spirito di rettitudine, che la rende aliena da ogni divisamento illegale o turbolento. Nelle province lo spirito pubblico è pessimo, affatto avverso al Governo... Altre volte quel governo passava per mano de' più accorti: ora la bonarietà è il suo pregio distintivo... Le Congregazioni che trattano di affari ecclesiastici e delle cose spirituali, sono presedute da uomini di pietà e dottrina. Sotto questo rapporto le cose camminano bene... Le potenze scismatiche nutrono disegni contrarj alla santa sede. Delle cattoliche, varie ancora rimangono colle antiche impressioni di gelosia. Il fu imperatore Francesco d'Austria da alcun tempo si era accostato alla santa sede; ma il suo governo continuò sempre ad avere le massime di Giuseppe II e di Leopoldo. L'eminentissimo Albani, che era a parte dei secreti austriaci, in un momento di fiducia mi disse chiaramente che l'Austria non era la migliore amica del papa... Il papa è sommamente venerabile per la santità de' principj e de' costumi suoi, ma non emerge sopra la comune degli uomini per sublimità di talenti politici», pag. 404.

E dopo narrato del poco conto che Roma potea fare sull'Austria, soggiunge: «Esulta la santa sede dello spirito di cattolicismo che vede rinascere ed infiammarsi ne' popoli di altre nazioni, e a queste sembra voglia appellarsi, in deficienza di altri mezzi. Il santo padre, tutto fidando per ciò che riguarda gl'interessi temporali nella divina providenza, stretto e vincolato nelle sue attribuzioni spirituali da varj sovrani cattolici non che dagli eterodossi, a ben pochi può rivolgere la sua fiducia, epperò oserei dire che sarà forzato a simpatizzare coi movimenti di quei popoli cattolici, che fossero per adoperarsi in favore della indipendenza della Chiesa». Pag. 423; 25 gennajo 1839.

[530.] Suole dirsi che al 27 aprile 1848 il papa disertò la causa della rivoluzione. Ma fin dal 4 ottobre 1847 annunziando la nomina del patriarca di Gerusalemme, «apertamente e chiaramente dichiarava» le cure e i pensieri suoi essere estranei ad ogni quistione politica, e solo intenti a diffondere la religione e dottrina di Cristo. «Se desideriamo che i principi, stornando da fraudolenti consigli, custodendo la giustizia, e tutelando la libertà della Chiesa, procurino la felicità de' loro popoli, ci duole che alcuni, abusando del nostro nome, osino rifiutar ai principi la sommessione dovuta, ed eccitare contro di essi colpevoli perturbazioni. Che un tal procedere sia contro le nostre intenzioni appare già dall'enciclica del 9 novembre anno passato, ove inculcammo l'obbedienza dovuta alle podestà, dalla quale non può alcuno discostarsi senza peccato, salvo il caso che comandasse cosa opposta alle leggi di Dio e della Chiesa».

[531.] Il Plezza, ministro dell'interno, in una circolare del 1 agosto 1848 rammentava che «se l'Austria prevalesse in Italia, il suo dominio nocerebbe non solo alle libertà nostre, ma la religione cattolica ne soffrirebbe non poco essendo noto che l'Austria fu sempre nemica delle prerogative della santa sede, e intende a diffondere ne' suoi Stati e in quelli su cui ha qualche influenza principj e massime o regole di disciplina e di culto poco ortodosse, e contrarie alla sovranità della Chiesa. Oltre che, se l'imperatore vincesse in Lombardia, egli non si contenterebbe più degli antichi dominj: torrebbe al papa le Legazioni; distruggerebbe la sua indipendenza politica con grave danno della libertà ecclesiastica».

Anche quando fu conquistata la Lombardia, il giugno 1859, il governatore Vigliani vi proclamava che «l'Austria esercitava sulla Chiesa un patrocinio che riusciva ad una vera servitù», mentre «valida guarentigia debbono essere pel clero le tradizioni della real casa di Savoja, la quale in ogni tempo si distinse per illuminata sollecitudine dei più preziosi interessi della religione e della morale». Poi vi facea tener dietro i comandi più dispotici per l'intrinseco e pel modo.

[532.] Giuseppe La Farina, in un articolo sopra l'opera del Boggio Sulla Chiesa e lo Stato, espone tutte quelle libertà ecclesiastiche fremendo, e conchiude: «Gli studj, la stampa, le magistrature, la legge, le relazioni esterne, i diritti de' cittadini, le ragioni del principato civile, tutto era sottoposto a' preti, ed essi sottoposti (!) alla sola Compagnia di Gesù: così in fondo era il generale de' Gesuiti il vero sovrano degli Stati Sardi. Non mai forse in Europa si era veduto un simile spettacolo d'abjezione... soli i preti liberi in un popolo di schiavi... Il Piemonte era uno Stato più teocratico che monarchico: un'anomalia: un anacronismo vivente...»

E poi costoro urlavano quando alcun forestiero sparlasse dell'Italia.

[533.] Più tardi professò che anche tutte le lodi sparnazzate ai principi d'Italia non erano che finzioni e spedienti. Nel 1848 aveva stampato che «Roma moderna può vantarsi del suo Ciciruacchio, come l'antica di Cicerone». Apologia, c. III, p. 354. Quegli Italiani cui aveva aggiudicato il primato del mondo, allora dichiarò «decrepiti, rimbambiti o fanciulli» (Rinnovamento civile, p. 381), e ch'egli faceva il possibile per esser uomo in un secolo di ragazzi (Monitore bibl., n. 28). E ne' suoi scritti trovansi lodate e biasimate le persone stesse, secondo l'occasione o la passione.

[534.] Prémier entretien d'Eudosse et de Cléandre.

[535.] Io lo trovai a Bruxelles quando finiva il suo Primato, e mi chiese schiarimenti e rettificazioni d'una indigesta nota d'illustri italiani viventi che avea ricevuta allora, e che pose nelle ultime pagine. Quando, ripagato egli pure colla solita moneta della popolarità, obblio e vituperj, ne versava sui vecchi suoi amici e su Pio IX, scriveva: «Parria che mi contraddica parlando in tal forma di un pontefice, del quale a principio celebrai il valore: ma io posso far una girata dello sbaglio ai miei onorandi compatrioti: perchè, essendo allora lontano, e non conoscendo altrimenti il nuovo papa, io fui semplice ripetitore in Parigi di quanto si diceva, si scriveva, si acclamava in Roma e per tutta Italia». Rinnovamento, pag. 418.

[536.] A tacere le definizioni precedenti, lo Scavini definisce quod concordata nihil aliud sunt quam conventiones, ac quædam veluti fœdera, contracta inter potestatem civilem et potestatem ecclesiasticam... et partes contrahentes ita obligant, ut eorum violatio sit contra ipsum jus naturale, præcipiens pacta legitime inita semper esse religiose servanda (Theol. mor. univ., tom. I, tract. 2, cap. VII). Il Tonello (Juris eccles. institut., lib. I, c. 13) insegnava pel Piemonte che i concordati tamquam totidem leges ab utraque potestate debent servari. Carlo Emanuele III scriveva a Clemente XI i concordati «essere per legge e per uso di tutte le genti, cosa sacra, e dalla pubblica fede sostenuta; onde violare non si possono». Lettera 14 ottobre 1742. Nei Traités publics de la royale maison de Savoie avec les puissances étrangères (Torino 1846) sono inseriti come vere convenzioni internazionali i concordati del 1741 e del 1750, e le lettere e istruzioni relative: il che tutto prova che son considerati come veri accordi pubblici e obbligatorj bilaterali, e non già provvedimenti di sola opportunità e convenienza. Fossero anche mere convenzioni, vi s'applicherebbe il § 1225 del codice civile: «Le convenzioni legalmente formate hanno forza di legge per coloro che le hanno fatte, e non possono essere rivocate che per un mutuo consenso, e per le cause autorizzate dalla legge: e devono essere eseguite di buona fede».

I Francesi tengono il concordato, non soltanto come contratto, ma come legge civile dello Stato. Ledru-Rollin, autorità non sospetta, dice che «pris dans son sens général, le mot concordat signifie une espèce de transaction. Conservant toujours cette idée fondamentale, il se divise en accord ou transaction entre beneficiers, et transactions entre le chef du pouvoir spirituel et le chef du pouvoir temporel d'un État, ayant pour bût de regler les rapports généraux, qui unissent les deux pouvoirs dans les divers pays de la Chrétienneté» (Répertoire général de la jurisprudence, ad vocem; e vedasi pure Dupin, Manuel du Droit publique ecclesiastique français, Parigi 1845, § 6, introduction). Dal 1802 al 1866 quanti governi non cambiò la Francia! Passò dall'impero al sistema parlamentare, alla repubblica, a un nuovo e diverso impero, e non credette mai annullato il concordato.

[537.] Il Nnytz era però lontano dal negar alla Chiesa e alle Chiese il diritto di possedere: anzi stabilisce che il dominio delle cose acquistate è proprietà peculiaris illius paroeciæ aut alterius Ecclesiæ, cui data est. Hinc hæres ad alias ecclesias transferri non possunt. Et revera Ecclesia eas non transfert nisi per derogationem, quum conditiones ad derogationem necessariæ se sistunt (Inst. j. eccl. 131, 132). Anche il codice al § 418 dichiara che «i beni sono o della Corona, o della Chiesa, o dei Comuni, o dei pubblici stabilimenti, o dei privati». Solo la sapienza del Parlamento doveva impugnare il diritto di possesso della Chiesa, e voler palliare l'usurpazione che se ne facea con cavilli repugnanti alla giustizia non meno che alla pratica delle genti civili. Tutte le costituzioni date nel 1814 sancivano l'integrità de' beni ecclesiastici, appunto perchè la Rivoluzione gli avea dapertutto intaccati.

[538.] L'11 luglio 1867 il deputato Mancini alla Camera vantavasi d'avere, come ministro, impedito anche un breve della penitenzieria, e «mi fu agevole dimostrare che finanche le bolle dogmatiche e le decisioni riguardanti la fede e il costume, quando in esse il dogma e la fede servissero di velo a pronunziare sopra quistioni pregiudicevoli alle prerogative della sovranità politica, eransi sempre riguardate soggette alla preventiva verificazione e all'Exequatur».

[539.] Ho udito varj miei colleghi vantarsi d'aver essi suggerita a Cavour questa formola; ma Cavour stesso non la pretendeva per sua, e disse che «un illustre scrittore in un lucido intervallo» avea con essa voluto mostrare all'Europa che la libertà avea giovato grandemente a ridestar lo spirito religioso (Atti uffic. del 1860, pag. 594). Infatti il conte di Montalembert si lagnava che questa formola gli era stata derobée et mise en circulation par un grand coupable (Correspondant, août 1863). Che giudizio portasse di questa formola l'Azeglio è noto: che conto ne facessero i deputati fu chiaro assai nelle loro parlate del luglio 1867. Uno che fu ministro dichiara: «Ho udito molti enunciare questa formola: vi ho anch'io per mia parte applicato un po' di studio, ma non ho mai capito che cosa volesse significare» (Atti ufficiali del 1862, pag. 4678).

[540.] Citano il cardinale arcivescovo di Napoli, due volte cacciato in esiglio: il cardinale arcivescovo di Pisa, arrestato poi esigliato; il cardinale Baluffi arcivescovo d'Imola processato, il cardinale De Angelis arcivescovo di Fermo condotto coi carabinieri a Torino, ove stette rinchiuso sei anni; il cardinale arcivescovo di Benevento, il cardinale vescovo di Camerino ed altri, processati. D'Avanzo vescovo di Castellaneta, Laspro di Gallipoli, Gallo d'Avellino, Frisciola di Foggia, i vescovi di Bovino, di Oria, di Muro Lucano, di Chieti, di Castellamare, di Nola, di Oppido, Apuzzo vescovo di Sorrento, Salomone di Salerno, Rotondo di Taranto, Ricciardi di Reggio, e si può dire tutti quelli del Napoletano, cacciati o dovuti esulare: a pericoli e insulti esposti quei che rimasero, come l'arcivescovo di Trani, il vescovo d'Ischia, quel di Sant'Agata, quel di Tropea.

Il vescovo di Faenza fu condannato a trentasei mesi di carcere e seimila lire di multa: quel di Piacenza a quattordici mesi di carcere e millecinquecento lire di multa: Arnaldi vescovo di Spoleto tenuto in carcere senza processo: processati quelli di Bergamo, di Fano, il vescovo vicario di Milano: a tre anni di carcere e lire duemila di multa il vicario capitolare di Bologna: tenuti in castello due vicarj generali di Napoli col canonico penitenziere: così quel di Piacenza, e innumerevoli altri.

[541.] Circolare del ministro Gioja del 13 maggio 1851. Quaranta circolari di tenore simile dal 1848 al 1863 sono raccolte nelle Memorie per la storia de' nostri tempi, vol. I, pag. 257. Una del 28 febbrajo 1863 prescrive di non badar allo indulto pontifizio, ma regolare il cibo quaresimale secondo il criterio della propria coscienza. Il 24 marzo 1863 ne uscì una intorno agli Oremus. Il 16 gennajo 1863 si ordinò al procuratore generale di procedere contro i vescovi che negassero la patente di confessore ai sacerdoti che aveano sottoscritto l'indirizzo Passaglia; mentre una del 4 gennajo persuadeva d'associarsi al giornale Il Mediatore, e assegnava pensioni ai preti contumaci.

[542.] Vigliani, governator di Milano, il 22 settembre 1859 mandava invito al vescovo vicario di Milano di illuminar il suo palazzo, la chiesa, gli edifizj sacri, e tutti quei che da lui direttamente o indirettamente dipendessero; altrimente verrebbero illuminati dall'autorità governativa, che non garantiva delle conseguenze cui si esporrebbe con sì funesta provocazione. Ciò nell'occasione che una deputazione di Romagnuoli era venuta ad offrire la loro patria al re.

Egli stesso, divenuto prefetto di Napoli, domandò al ministero la facoltà di proibire ogni funzione religiosa fuori delle chiese: e le proibì nel veneto il ministro Tecchio, il 20 luglio 1867.

[543.] Vedi Casoni, La libertà della Chiesa in Italia, Bologna 1863. «Per lo addietro dai liberali francesi si chiedeva libertà come in Belgio, ed ora si domanda libertà come in Austria. Dovrem noi cattolici italiani chiedere libertà religiosa come in Inghilterra, libertà di coscienza come in Turchia?... Non sarà nostra colpa se dovremo impetrare anche noi il bill di emancipazione di Guglielmo Pitt, o il battihayoum d'Abdul Megid».

[544.] Secondo gli ultimi distruttori, in Italia sono 87,000 preti, 30,000 frati, 42,000 monache; cioè meno religiosi che non vi sieno meretrici nella sola Parigi, dove ha sedicimila bastardi l'anno. Si valutarono 1800 milioni i beni sodi del clero secolare, e 330 quelli delle corporazioni religiose. V'è qualche frate a cui per vivere furono assegnate lire 58 all'anno, cioè 16 centesimi al giorno.

[545.] Nel 1867 avendo un deputato proposto che, come si spropriavano gli enti cattolici, così si facesse de' protestanti ed israelitici, altri s'oppose principalmente perchè i beni di questi poteano esser confiati da lasciti od offerte di forestieri. Ma e tutto l'asse cattolico da chi è fatto? e Roma? Più intrepidamente un giornale ministeriale rifletteva non doversi lasciare i possessi al parroco, perchè se i parrocchiani cambiassero religione, si troverebbero sprovisti per le spese di culto.

[546.] Blanqui (Hist. de l'Écon. polit., tom. II, pag. 297) incolpa il protestantismo di aver «spezzato il legame che univa le nazioni cristiane, e sostituito l'egoismo nazionale all'armonia universale a cui tendeva il Cattolicismo. Oggi non v'è più in Europa alcun pensiero comune, capace rannodare gli spiriti e le convinzioni; in industria, in politica, in filosofia, in religione le idee ondeggiano ad arbitrio delle rivoluzioni».

[547.] Vedi i discorsi di Despine e Girard del 24 febbrajo 1849.

[548.] Al Senato, nell'agosto 1867 fu detto che Carlomagno convoca i Concilj; che nella Chiesa greca gl'imperatori ordinavano, stabilivano le credenze. E un altro disse che, nel deliberare sulla sopressione delle corporazioni religiose, dovean lasciarsi da banda la questione religiosa. L'argomento più forte era che lo Stato dovea impadronirsi dell'asse ecclesiastico, perchè l'anno prima avea abolito gli enti religiosi. Infatti la punizione d'un'ingiustizia è la necessità di commetterne un'altra.

[549.] Rattazzi, presidente del gabinetto, alla Camera, il 22 luglio 1867, diceva: «Se noi arriveremo a consolidare le nostre istituzioni, ordinare il nostro paese, dare assetto alle nostre finanze, a diffondere l'istruzione, a soddisfare i voti delle nostre popolazioni, porteremo al potere temporale colpi più efficaci che non coi moti inconsulti».

[550.] Per ripiego, Mamiani proponeva che il re abitasse a Frascati (Della rinascenza cattolica). Uno de' più ostili, il Ferrari, diceva in parlamento: «Il papato che voi credete morto, io che non son sospetto di venerarlo, lo credo fortissimo: io veggo che quanti lo assaltano, cápitano male». Seduta del 27 maggio 1860.

[551.] In sensi diversi uscirono infiniti libri in Italia, dove sembra un accordo degli scrittori l'opporsi al sentimento della immensa maggioranza per abbattere questa ch'è la maggiore, e forse l'unica grandezza italiana. Per vedere come s'intenda la quistione romana basta un'occhiata ai discorsi proferiti alla Camera e gli articoli di gazzette. Alla ventura prendo uno dei cento giornali di Milano, e vi leggo: «Così è. La questione romana nacque soprattutto dal bisogno di distruggere il potere spirituale del papa, che è il vero nemico della nostra tranquillità nazionale, della nostra sicurezza interna, della nostra civiltà, delle nostre istituzioni, delle nostre aspirazioni. Quel potere spirituale del Papa, che non è la religione, come candidamente confondono molti, perchè la religione è una parola generica, che accoglie tutte le forme religiose, compresa quella degli adoratori di cipolle; che non è il cristianesimo, di cui il papa è il più indegno rappresentante; che non è neppure il cattolicismo nel suo significato puro e primitivo, ma è quella influenza semi-politica, semi-religiosa, la quale si esercitò sempre dal pontefice, specialmente nel nostro paese, coi tribunali ecclesiastici, colle scomuniche, coi concordati, colle indulgenze, colle prediche, colla confessione, collo scandalo, colla immoralità, cogli assurdi, col celibato dei preti, e con tutti i mezzi insomma che scaturiscono appunto e precisamente dal potere spirituale».

Fra i molti opuscoli e libri in senso diverso, discerniamo per la sua brevità ed ordine uno pubblicato in Olanda col titolo Le gouvernement pontifical jugé par l'histoire, le bon sens et le droit. Le sue conchiusioni sono: 1º non v'è incompatibilità fra la missione di capo della Chiesa e di principe italiano; 2º il papa non è nemico della libertà, della civiltà, del progresso; 3º il governo pontifizio non è peggiore degli altri; 4º non v'è malcontento generale negli Stati romani, nè nimicizia fra il papa re e i sudditi suoi; 5º allo Stato romano non mancano codici, nè la giustizia vi è male amministrata; 6º l'insegnamento in ogni grado non vi è negletto, nè le finanze in ruina, nè in decadenza l'agricoltura, l'industria, il commercio; 7º i preti non sono incapaci di presedere all'amministrazione laica di un paese.

[552.] Il cardinale Antonelli ministro di Stato, il 27 febbrajo 1866, rispondeva a Touvenel ministro di Francia: «Può il papa accettar consigli di riforme, ma non un'abdicazione parziale, e ciò per motivi ben superiori agli interessi terreni. Nol può perchè i suoi Stati appartengono alla Chiesa, per cui vantaggio furono costituiti: nol può perchè giurò trasmetterli interi ai successori: nol può perchè, rinunziato alle Romagne, dovrebbe rinunziare a tutti gli altri Stati e al patrimonio della Chiesa, dovendo a tutte le provincie dar gli stessi beni: nol può perchè ne vede conseguir la ruina spirituale di un milione di sudditi, esposti a un governo corruttore; nol può per lo scandalo che ne verrebbe a pregiudizio degli altri principi spodestati. Pio VI cedette a fronte d'un poter violento che sentivasi solo nella sua cerchia: Pio IX deve resistere a un principio, e i principj son universali e fecondi, e vogliono essere applicati a tutto. La forza vien fiaccata. Stabilendo un principio si autorizza ogni spogliazione fuor di ragione e giustizia».

[553.] Qualche cosa di simile aveano praticato i Fiorentini nella guerra con Gregorio XI. Avendo questi gettato l'interdetto sulla loro città, gli Otto della guerra, detti gli Otto Santi, ordinarono che col papa non si trattasse di pace se non rivocasse prima i processi fatti contro la città; inoltre che i chierici riaprissero le chiese e compissero gli uffizj divini, e i cittadini v'intervenissero: i vescovi che s'erano scostati dalle loro sedi, fra cui Angelo Ricasoli vescovo di Firenze, tra due mesi tornassero al loro ministero; ai disobbedienti imponendo da mille a diecimila fiorini di pena, secondo il loro grado; la qual somma si togliesse, non dal benefizio, ma dal patrimonio loro particolare. Non v'è storico o cronista che non disapprovi questi atti, e presto se ne ravvidero i Fiorentini stessi, che fecero la pace (1378).

[554.] Del Governo pontifizio noi ragionammo nel Vol. I, pag. 157.

[555.] L'autore di quest'opera li raccolse in un opuscolo intitolato Chiesa e Stato. Genova 1867.

[556.] Temendo che la convenzione 15 settembre 1864 fosse violata dal Governo italico appena partita la guarnigione francese, tutti i vescovi di Francia emanavano pastorali per asserire la necessità dell'autorità temporale del pontefice. Fra gli altri l'arcivescovo di Tolosa confutava la formola Roma è dei Romani. «Un pugno di faziosi tenta di prendersi ciò che è nostro; e un latrocinio sì fatto a nostro danno si vorrebbe da noi sanzionato? Roma è dominio sacro di tutta la cattolicità: con qual diritto sarebbe dunque essa usurpata dall'ambizione d'un solo popolo? — Quelle catacombe sono per noi tombe di famiglia; e su quel terreno, conquistato col sangue della Chiesa nascente, i secoli hanno scritto a favore dei figli dei martiri, Concessione perpetua. Chi vi ha dunque che abbia veste per rompere un contratto di tal sorta? Quelle reliquie sono ossa dei nostri padri. Perchè si vien dunque a turbare le sacre cripte ov'esse riposano? A spese nostre furono innalzate quelle basiliche cristiane; quelle rovine, a nostre spese furono sgombrate. Può dirsi di Roma, che essa è un fondo, del quale i suoi abitanti hanno l'usufrutto, ma la proprietà appartiene al mondo cattolico. Gli usufruttuarj possiedono, ma non hanno il diritto di alienare. Noi siamo ducento milioni, che tutti abbiamo diritto di cittadinanza e di suffragio nella nostra capitale spirituale. Qualora si volesse sul serio mettere ai voti i diritti di Pio IX come monarca, converrebbe intimare a tutti gli Stati, a tutti i popoli suoi figli quell'ora solenne, e dar tempo a tutti di venire dal settentrione o dal mezzogiorno d'Europa, dal fondo dell'Asia, dalle due Americhe, dai deserti dell'Africa, dalle cinque parti del mondo, per deporre il loro voto in questa urna elettorale; e per certo quei voti farebbero testimonianza della ingratitudine dei Romani di Roma, e della ferma volontà dei Romani dell'Universo».

[557.] Atti dell'arresto di Salvatore Cognetti a Napoli nel maggio 1866.

[558.] Per non parere parziali, e sottrarci alle impressioni di paese, lascieremo parlare un tedesco poco gradito da Roma, ma pur prete; il Döllinger (Papsthum und Kircher staat. Monaco 1851). «L'amministrazione di Pio IX è savia, benefica, dolce, economa, applicata ai miglioramenti e alle istituzioni utili. Ogni opera personale di lui è degna del capo della Chiesa, nobile, liberale, nel miglior senso della parola. Nessun principe potrebbe spendere meno di Pio IX per la Corte sua e i personali bisogni. Egli realizza quanto può attendersi da un monarca amoroso de' suoi sudditi, e può dirsi di lui come del Salvatore, Pertransit benefaciendo, e fa comprendere come al passato, in quanto sovranità temporale potrebb'essere la più perfetta istituzione umana. Un uomo ancora nel vigore dell'età, dopo una giovinezza irreprovevole, dopo esercitate coscienziosamente le funzioni episcopali, eccolo elevato alla maggior dignità, rivestito di podestà reale: non conosce fantasie dispendiose, non ha altra passione che di far bene, altra ambizione che d'essere amato; divide il giorno fra la preghiera e gli affari: la sua ricreazione consiste in una passeggiata nei giardini, una visita a una chiesa, a una prigione, a una istituzione di carità. Senza bisogni personali, senza legami terreni, senza nipoti o favoriti; dà libero accesso a tutti: a' diritti e poteri del suo ministero non dà altra estensione che quella de' suoi doveri. L'economia e la semplicità che regolano la sua Corte gli porgono facoltà di moltiplicare i suoi benefizj e lenir la miseria e i dolori. Fa alzare edifizj, come tutti i papi, ma non palazzi sontuosi, bensì opere di pubblica utilità. Mal conosciuto, maltrattato, offeso atrocemente, pagato sol d'ingratitudine, mai non bramò vendetta, mai non fece un atto di durezza; non seppe che perdonare e far grazie. Bevve il calice del nettare e quello del fiele sino alla feccia; udì l'osanna, poi il crucifige; l'uomo di sua confidenza cadde sotto il pugnale assassino; il suo segretario gli fu ucciso a' fianchi; pure verun sentimento di livore, verun soffio di collera turbò il puro specchio dell'anima sua; non la follia degli uomini, non la loro malvagità lo irrita: segue sua strada con passo fermo e sempre eguale, come gli astri. Il suo cammino non sarà forse sino alla fine che un lungo martirio; e sotto quello aspetto potrebbe alcuno paragonarlo a Luigi XVI; ma bisogna elevarsi a similitudine più eccelsa. Pio IX sa che il discepolo non dev'essere trattato meglio che il maestro; che il pastore d'una Chiesa, il cui fondatore morì sulla croce, non dee meravigliarsi nè mormorare se casca sotto il peso della croce».

[559.] «Combatto l'originalità di dar la libertà alla Chiesa, perchè tale originalità mi è sospetta». Atti della Camera, p. 1370 «Si rafforzarono con ordini del giorno quelli che diconsi privilegi del poter civile in materia ecclesiastica; nessuno osò affermare che la libertà sia una cattiva cosa: ma i più caldi e i più schietti fecero intendere che le buone cose è meglio tenerle per sè che concederle agli altri: la Chiesa ci è nemica, perchè darle la libertà di nuocerci? Con costoro sarebbe inutile ragionare di giustizia e di diritto. Ma si può loro opporre un argomento utilitario vecchissimo, quello del Machiavello a proposito de' nemici potenti che s'hanno a carezzare se non si possono spegnere». Scialoja.

[560.] Nel Veneto, anche prima di farvi il plebiscito si pubblicò abolito il Concordato, soppresse le corporazioni religiose, stabilito l'exequatur ecc. Il giorno che a Venezia s'inalberava la bandiera italiana fu insultato il patriarca, non perchè non volesse metterla, ma perchè l'avea messa.

[561.] Al Senato si asserì che il papa non mosse lamentanze intorno alle leggi di soppressione e di disamortizzazione; che non mette in dubbio il diritto che ha lo Stato a far ciò; nè potrebbe esprimere più chiaramente l'aquiescenza, se non un assenso. Atti del Senato 1867, pag. 241.

Aggiungasi il Paciaudi, teatino torinese, bibliotecario di Parma e istigatore o stromento del Dutillot nelle riforme religiose e nel perseguitare i Gesuiti, che chiamava mercanzia pestifera. Giovan Battista Riga, avvocato fiscale, scrisse sulle parole di Cristo Regnum meum non est de hoc mundo, e per sostenere il matrimonio de' preti.

[562.] Senza parlar di calci, un altro deputato diceva l'11 luglio: «Il delenda Cartago del partito veramente nazionale e liberale debb'essere rappresentato dallo scrivere sulla nostra bandiera Cessazione del potere temporale del papato». Atti, pag. 1292.

[563.] Datum est illi bellum facere cum sanctis et vincere eos. Apocalissi XII, 7.

[564.] Sui miracoli abbiamo discorso nel VOL. I, pag. 319. In somma la credenza nel soprannaturale consiste nella persuasione che, al disopra delle leggi che conosciamo, e che operano quotidianamente sotto ai nostri occhi, esiste la volontà creatrice, che essendo indipendente e padrona assoluta dell'opera propria, può sospendere l'azione delle leggi ordinarie per far intervenire leggi d'un ordine superiore che noi non conosciamo, e che fanno parte dell'armonia trascendente del mondo morale. Supremo passo della ragione è il riconoscere che v'è un'infinità di cose che la sorpassano. La ciarlataneria interessata o l'allucinazione possono addurre falsi miracoli: ma ciò non toglie la possibilità di veri: ed oltre quelli che sappiamo per fede, è illogico il repudiare tutti quelli che ci furono tramandati con una certezza non minore che gli altri avvenimenti storici. Rousseau, nelle Lettres de la montagne, scrive: «Dio può operar miracoli? Tale quistione, presa sul serio, sarebbe empia quando non fosse assurda; e a chi la risolvesse negativamente si farebbe troppo onore col punirlo: basterebbe metterlo nei pazzi. Chi ha mai negato che Dio possa far miracoli? solo un ebreo può domandare se Dio potea far delle tavole nel deserto».

[565.] «Il principio della scuola critica è che, in materia di fede, ciascuno ammette quel che ha bisogno di ammettere, e in certa maniera fa il letto delle sue credenze proporzionato alla sua misura». Renan, Les apôtres, introd., pag. LIV.

Ai membri del Concilio ecumenico protestante tenutosi il 1845 in Berlino, fu diretta questa circolare:

«Voi foste convocati per renderci l'unità delle dottrine, del culto e della costituzione ecclesiastica. A spiegarci con serena schiettezza, noi non crediamo verun di voi così profondamente sepolto nei secoli andati, che non vegga addirittura esser oggimai di pochissima importanza il secondo punto, considerato come principalissimo all'epoca dell'unione. In materia di unità di culto e liturgia, il cattolicismo produsse quanto v'ha di più grande e più perfetto: alla Chiesa nostra manca ciò che dà al culto il più bello e il più incantevole, l'antichità immemorabile e il carattere tradizionale, doti del solo cattolicismo. Ricevete pur dunque proposizioni e progetti; ma non isprecate un tempo prezioso nell'esaminare codesti mezzi con cui le immaginazioni poetiche vagheggiano un culto protestante omogeneo, e il figurarsi migliaja di templi protestanti, mentre assistono alla liturgia, echeggianti d'una stessa prece e di un canto stesso.

«In quanto alla confessione del domma, senza accordar piena libertà non può l'unità di confessione produrre altro che tirannia e servaggio, o scismi e sètte: sicchè ogni Comune confesserà ciò che gli talenta, il pastore predicherà ciò che a lui piace, e non s'addosserà altro dovere che di attestare, nel prender possesso dell'impiego, d'essere cristiano, e voler servire alla Chiesa. Nulla più può da lui esigere la Chiesa. Deve dunque il pastore in ogni occasione pronunciare la fede sua personale, ma esprimendola in termini biblici, per evitare scandalo. Così i fedeli, come sempre dee accadere, compiranno a modo loro e secondo la personale lor fede, ciò che egli lor dice: ma pure dovranno riguardar la parola di lui come parola di Dio. Che se voi riduceste la formola della fede alle idee di coloro che credono di più, è facile prevedere nascerebbero nuove sètte.

Vi si objetterà forse che in tal guisa voi distruggete la Chiesa e spezzate il vincolo dell'unità. A ciò gli uomini di libertà risponderanno che da lungo tempo la Chiesa venne meno, nè ha più valore alcuno. Già da due generazioni, anzi da tre secoli, l'arbitrario irruppe nella Chiesa, e governolla. La Chiesa secondo l'idea sua primitiva, appartiene al cattolicismo, e tutto ciò che nel sistema protestante tende a ritornarvi, non solo rinnega il protestantesimo, ma non giungerà mai ad esser altro che un pallido riverbero dell'unità, che è visibil gloria del cattolicismo. Noi vogliamo solo la Chiesa cristiana e niente più; non vogliamo unità di fede circoscritta ad una misura qualunque; giacchè nel cristianesimo la sola cosa essenziale è di essere cristiano. Cercherete di più? volete una confessione che includa anche solo il minimo dei dommi? Ecco tosto per l'unità divien necessario un potere papale, sia di un uomo o di una scrittura; anzi, se l'intento vi riuscisse occorrerebbero tribunali di fede ecc.».

Non so se più bella apologia potesse scriversi dell'autorità e dell'organamento cattolico.

[566.] Carte segrete della polizia austriaca, vol III, pag. 17.

[567.] Il signor Nicomede Bianchi, che narra questi fatti colla ispirazione del restante del suo libro, è però costretto confessare che il clero cattolico mostrò sempre la più cristiana tolleranza: che il vescovo Bigex e i suoi successori non adoprarono che la parola per ottenere conversioni, e così i missionarj mandativi da Carlalberto.

I duchi di Savoja non cessarono mai di ribramare Ginevra finchè nel 1754 vennero a trattative, secondo le quali il re di Sardegna, riconoscendone la indipendenza, concedeva per venticinque anni l'esercizio del culto riformato nel tempio di Bossey pei villaggi di Troinex, Bossey e Carouge: e per quattro anni per Chêne: cessava affatto a Valeiry e Neydans, ma gli abitanti aveano libertà di coscienza per quindici anni, entro i quali doveano o migrare o farsi cattolici. Molti allora migrarono: ma nel 1780 il senato, a nome del re, autorizzava i Protestanti a esercitare gli uffizj religiosi ne' villaggi vicini, e ai pastori di venir ad adempierli ne' villaggi appartenenti alla Savoja.

Ciascun de' villaggi poggianti sul Solève fu oggetto di discussione in tre congressi: e di quelli ceduti allora alla Savoja, che conteneano settemila persone, la più parte tornarono ginevrini ne' trattati del 1815, restando cattoliche le popolazioni.

D'una cospirazione per tirare non solo Ginevra ma tutta la Svizzera sotto la monarchia di Savoja, nel 1843 e ne' seguenti anni, è traccia nel Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea, vol. IV, pag. 190.

È noto come Ginevra tremasse sempre di tornar cattolica; i giorni delle solennità si chiudeano a chiave le porte: era multato in dieci scudi chiunque incontrasse il vescovo d'Annecy nella visita pastorale. Ora mezza la città è cattolica: il consiglio di Stato dovette cedere ai Cattolici un terreno per 13,000 lire, ove fabbricar un'altra Chiesa cattolica. Nel 1864 celebrandosi il terzo centenario della morte di Calvino, non si riuscì a organizzare una dimostrazione antipapale. Appunto mentre scrivo si radunò a Ginevra un congresso della pace (settembre 1867), e le bestemmie che qualche italiano spettorò contro il papa eccitarono tale indignazione, come offesa alla libertà religiosa e alla creanza civile, che l'adunanza dovette sciogliersi.

[568.] Questo è l'assunto del Morel nella Lettre aux Vaudois.

[569.] De la libre nomination des pasteurs au sein des églises vaudoises. Turin 1863.

[570.] Tra i Valdesi di Torino nacquero frequenti dissidj; tanto più che quella parrocchia facea gola a molti della congregazione. Singolarmente nel 1861, Amedeo Bert, che n'era pastore, venne perfino escluso dal corpo; e il signor Léon Pylat, accusato che lo osteggiasse per soppiantarlo, disse non l'offendeva il supporre che egli ambisse quel tempio, quella cattedra, quell'uditorio; tanto più che il signor Bert, per poco che avesse il senso della decenza morale, non potrebbe rimanervi più a lungo.

Vedasi la «Protestazione giudiziale» sporta dal Bert da Torre Pellice, il 17 luglio 1861, ove si dice che nel colloquio «i discorsi furono improntati di tale violenza da recare spavento ad alcuni membri stessi del corpo ecclesiastico»; e il decano Monastier rimproverò il Pylat di «essere peggiore le mille volte di un eretico impostore».

Nel 1863-64 l'ospizio de' catecumeni in Pinerolo fu minacciato di soppressione. Accorse con tranquillità serena di anima e forza incontrastabile di argomenti a proteggerlo come doveva, e a rassicurarlo monsignor Renaldi, vescovo di quella città, e commise all'abate Bernardi, suo vicario, di redigere una storia della origine e della condizione di tale benefico istituto, «cui dà vita la carità insieme e la cattolica religione; che accoglie e istruisce, che sostenta il povero perseguitato e disconosciuto, e lo sorregge negli intimi convincimenti della coscienza, e nell'adempire agli impulsi e ai lumi che derivano dalla grazia di Dio: non fa nè mercato nè mistero delle altrui credenze e delle sue libere e benefiche prestazioni, e tiene le sue porte aperte così per coloro che, condottivi da legittimi motivi vi accorrono, come per quelli che bramano uscirne, non opponendo mai alla volontà degli accolti la minima resistenza».

[571.] Monsignore Rendu dice che da allora cominciò lo sgomento de' Cattolici, poichè «se non c'è vitalità nell'eresia, v'è però una forza ignorante e brutale, capace di rovesciar coscienze malferme; debole per far eretici, ma capace di far indifferenti, increduli, empj». E perciò egli scrisse Le commerce des consciences, ove dice:

«Cette grande entreprise a pour appui les gouvernements protestants, et ceux des gouvernements catholiques qui sont momentanément entre les mains des ennemis de l'Église. Elle a pour appui la Société Biblique, dont le revenu, qui s'élève, dit-on, à 80 milions, est emploié en grande partie à acheter des apostasies. Ainsi dans cette inombrable armée de pervertisseurs, il y a des princes, des ministres, des diplomates, des capitalistes, des magistrats de toutes les catégories. Aussi avez vous entendu les crìs qu'ils poussent quand on vient à toucher même légérement à quelques uns de leurs émissaires. On avait peine à comprendre ce que signifiait l'émeute diplomatique qui se fit en faveur des Madiaï. Aujourd'hui le mystère se laisse pénétrer. Quelques commis-voyageurs de la société étaient compromis, il fallait les sauveur, et pour cela l'Europe s'est mise en mouvement. Jamais l'agitation religieuse n'avait été aussi universelle. Jamais il n'y a eu tant d'acord pour combattre la vraie religion..... Ces tentations de démoralisation seraient sans danger si le ministère sard n'y donnait son appui... Ce ministère semble, en cela, obéir au mot d'ordre qui a été donné à tous les gouvernements, de faire la guerre à l'Église (pag. 9)... Le gouvernement anglais s'est mis au service de la Société Biblique. Personne n'a oublié toutes les sourdes attaques, toutes les menaces du gouvernement anglais contre Naples, contre Rome et contre l'Italie. Pour peu que l'on examine au-dessous de cette action britannique, on y trouve la haine du pape et du catholicisme» (pag. 290).

[572.] Leon Pylat ministro valdese, Protest. et Evangel. de l'Italie, p. 4 e 28.

[573.] Oltre quella curiosa biografia, vedasi Des efforts du protestantisme en Europe, et des moyens qu'il emploie pour pervertir les âmes catholiques, par M. Rendu, évéque d'Annecy. Parigi 1855.

Nel 1835 a Ginevra si radunarono 250 ministri protestanti pel terzo loro giubileo, e combinarono i modi di propagare la loro credenza, per mezzo di unioni protestanti; da quell'ora sinodi e ritrovi moltiplicaronsi. Egli scrive che «en 1853, vingt-un catéchistes, colporteurs, journalistes, écrivains de libelles diffamatoires on été lancé sur la Savoie pour y fonder des prédications et tenter des conquêtes à l'hérésie. En Piémont comme en Savoie, le voltairianisme aux prises avec l'Église, a cru devoir appeller l'hérésie à son secours. Après avoir réussi à mettre le pouvoir à sa disposition, il a ouvert des temples aux prédicants, et des routes aux colporteurs de mauvais livres. Il a fondé des journaux pour diffamer tout ce qui est honnête et combattre tout ce qui est vrai. L'Italie entière, la France, la Suisse catholique, les Provinces Rhénanes sont en tout sens parcourues par les émissaires de la grande conspiration religieuse, qui, dans son zèle de prosélytisme, embrasse le monde entier».

[574.] Torino 1856. È notevole che gli archivj del Vaticano stettero a Parigi dal 1804 al 1816, accessibili al pubblico. Ebbene, in tutto quel tempo, sole dieci domande si fecero di esaminarli.

[575.] Vedasi quel che ne dicemmo nel Discorso VII, tom. I, pag. 145.

[576.] Il Times, giornale professato nemico della Chiesa nostra, seguì attentamente quel processo, e i fatti dell'accusato, «a' cui passi teneva sempre dietro lo scandalo». Udito il verdetto, scriveva: «Siam di credere che grave ferita siasi inflitta all'amministrazione della giustizia nel nostro paese, e che da qui innanzi i Cattolici avranno ben dritto di dire non esservi giustizia per loro qualvolta siano in causa i sentimenti protestanti de' giurati e de' giudici».

Anche un giornale svizzero evangelico si doleva che «mentre la Chiesa cattolica continuamente accoglie protestanti i più illuminati, e distinti per moralità, la nostra è ridotta a non reclutare che frati lascivi e concubinarj».

[577.] Il Leo, professore nell'Università di Halle e autore d'una storia d'Italia, rispondendo ad una lettera del pastore Krummacher di Luisburg, 3 febbrajo 1853, nel giornale Volksblatt, così giudica della Società Biblica in Italia. «Mi andate dicendo che il papa ha chiamato la Società Biblica una peste. Sia pure. Ma prima di tutto voi mi permetterete di distinguere tra la scrittura santa e una società privata; e confesserete che in alcune circostanze, per buono che ne sia lo scopo, una società rendesi una vera peste quando i mezzi e il metodo non sieno convenienti. Abbiate la buona fede di esaminare quello che tanti emissarj della Società Biblica fanno nei paesi cattolici mancando affatto di riguardo e di pudore: come per essi tutti i mezzi sono buoni per distribuire la santa scrittura senza il menomo discernimento alle persone che son le meno atte a comprenderla, e le meno preparate per mancanza di soda pietà: come essi si danno ad insegnamenti, che giudicano forse innocentissimi, ma che ingenerano confusione negli spiriti, straziano la moralità, sconvolgono l'autorità sociale e l'ordine ecclesiastico, e non hanno in ultima analisi che un'influenza rivoluzionaria. Considerando il complesso degli intrighi inglesi nell'Italia settentrionale in questi ultimi dieci anni, non posso voler male al papa se, dal suo punto di vista, ha chiamato la Società Biblica una peste; tuttochè sia la meno colpevole nella cospirazione che rese cotanto infelice quel paese, ha però servito di strumento agli autori di quelle miserabili macchinazioni. Di tal moneta l'Inghilterra paga l'Italia per averle un tempo recato la religione cristiana: la paga d'un modo che la rende infinitamente responsabile dinanzi a Dio!... Questo zelo inconsiderato apre nell'Italia una strada al commercio e alla politica dell'Inghilterra, che vi si introduce colla Bibbia alla mano. La Bibbia è la pelle dell'agnello sotto la quale si cela il lupo, e il risultato sarà la selvatichezza religiosa, l'annichilamento di qualunque autorità, fin di quella della verità. Infelice paese, come era bello ne' suoi costumi e nei sentimenti! Quanto gentile era il suo popolo per poco che si scostasse dal punto ove lo straniero avea portato l'immoralità! Quanto dolce, ingenua ed incantevole era, or fa appena tre anni, l'indole di questi uomini! Quante ruine accumulate dappoi! Sì, caro amico, se fossi papa e italiano, io farei lo stesso; alzerei le grida contro questi aberramenti».

[578.] Professione di fede de' Cristiani evangelici d'Italia, dichiarata da Bonaventura Mazzarella e confutata da Giulio Nazari. Asti 1857.

[579.] Appunto nel riferire questi atti, il giornale governativo diceva: «Monsignor Limberti non doveva dimenticare che la gerarchia cattolica non ha autorità veruna nello Stato, per lo che non doveva assumere un linguaggio per ogni rispetto inconvenientissimo, allorchè si dirigeva all'autorità sovrana dello Stato, indipendente da qualunque altra autorità, specialmente da quella che pretende la Curia romana.

«La difesa imprudente del dominio temporale del papa nuoce al clero cattolico e per la parte spirituale e per la parte nazionale. Per la prima nuoce, perchè è repugnante alla religione, alla storia, alla necessità delle cose che il vicario di Cristo debba esser necessariamente principe della terra: nuoce per la seconda, perchè il dominio temporale del papa essendo ridotto una vera piaga d'Italia, un ostacolo alla ricostituzione della sua nazionalità, e diciamolo francamente un ostacolo alla quiete e alla sicurezza degli altri Stati cristiani, mette il chiericato in contraddizione coi suoi doveri verso la patria, e tutto ciò per il funesto spirito di fazione soffiato in questi ultimi anni dall'antica pretensione curialesca, e più ancora dalla rincrudita sètta gesuitica.

«... Il gran nipote del gran Napoleone compirà l'opera, per la quale il pontefice avrà regno senza aver sudditi, cioè vittime; l'Italia avrà la sua nazionalità senza aver una lotta clericale degna del medioevo, e non de' giorni nostri: la religione cattolica riprenderà tutto il suo divino splendore astersa dalle macchie di un regno tirannico e incivile; l'Europa, anzi il mondo tutto avrà pace, perchè dugento milioni di cattolici saranno confermati nella purità evangelica da un sacerdozio che direttamente o indirettamente non corromperà la morale, mischiando al vangelo le pretensioni mondane d'un potere proscritto da Dio e dalla coscienza umana».

[580.] Felix Morand, Sermons du père Gavazzi. Parigi 1861.

Su tutto ciò possono vedersi Revue Germanique, février 1863.

Neigebauer, Das Glaubens Bekenntniss der italianischen evangelischen Kirche, nebst einer kurzen Nachricht über die neusten religiösen Bewegungen in Italien. Magdeburg 1855.

C. Nitzsch, Die evangelische Bewegung in Italien nach einem mehrjährigen Aufenthalt in Italien geschildert. Berlino 1863.

Una memoria nel Magazin für die Literatur des Auslands 1863, n. 32, 33.

Das Evangelium in Italien, ein zeitgeschitlicher Versuch von Leopold Witte. Gota 1861.

[581.] L'autorità della Chiesa, dispute e polemiche con un ministro valdese, per Melchiorre Galeotti.

Turano, Il Cattolicismo esposto ai Valdesi. — Poi Risposta al signor Giorgio Appia valdese, in occasione del suo opuscolo Roma e la Scrittura. Inoltre il De Giovanni confutò il libro di P. Leorati Che cosa è la messa; Petronio Grima scrisse Sulla Confessione, monsignor Celesia vescovo di Patti una pastorale: Giuseppe De Castro, L'Apostasia in vendita e la fede in cattedra ecc.

[582.] «Vadano altrove, che qui nella terra dei Cattolici, nel santuario della Sicilia, ove aura nemica non è riuscita giammai ad avvelenare i semi e i fiori della fede apostolica, non fa presa qualunque reiterato impegno di pervertirla. Qui si provò di penetrare la seduzione pelagiana, e fu respinta; si provò la miscredenza ariana, e fu disdegnosamente rimossa; non trasandò Porfirio di rapirci dal cuore i misteri colle reti ingegnose e fantastiche della speculazione alessandrina, e non incontrò sorte migliore dei primi; si provarono gl'Iconoclasti di combattere e smorzare anche in noi quei fervori che fecero la prima gloria nazionale d'Italia, nelle memorande lotte sostenute con quei feroci sterminatori delle sacre immagini, che resero agevole ai Musulmani la preda di tante cristiane provincie: si provarono i Musulmani, per lunga stagione di servitù ed obbrobrio, a spegnere la nostra fede; ma invano. Voi sapete la gloria degli antenati; sapete i lieti rinnovamenti della virtù antica al venire dei prodi Normanni; e come per essi rialzata la fede, combattuta ma non vinta, si aperse un'epoca di nuovi prodigj, che sono eternati nelle memorie dell'isola, parlanti ancora col sacro linguaggio delle arti consacrate nello splendore delle nostre basiliche; e più che saperlo, sentite di essere la posterità di quella stirpe di generosi e magnanimi, che lasciarono i monumenti dei loro trionfi nel sacro recinto dei luoghi dedicati alla religiosa e civile pietà».

[583.] Dicemmo molto anteriori quelle di Torino e Genova. Testè ne fu fabbricata una ne' quartieri nuovi di Milano.

[584.] Eglise évangélique vaudoise. Synode de 1867, publié par ordre du Synode. Pignerol 1867. Secondo il regolamento allora stabilito, un evangelista dee avere L. 3500, o 2500 se è in luogo poco importante: un aggiunto L. 150 al mese: L. 125 un ajutante o un istitutore; L. 80 un colportore.

[585.] Nessun atto d'accusa potrebb'essere più forte che l'apologetica narrazione fattane nell'Eco della verità di Firenze, 31 marzo.

[586.] Il Pylat, ministro a Nizza, dice che «gli Italiani sono o increduli, o scettici, o indifferenti, o superstiziosi: son quel che volete, fuorchè cristiani secondo il vangelo. Non conoscono nè possedono la parola di Dio: ignorano le grandi verità del vangelo.» Prot. et Evang. de l'Italie, § 2 e 9.

E del Gavazzi scrive che «non sa se non divertire un branco di scimuniti, ostentando la camicia rossa e gesticolando come un istrione», p. 14.

Un giornale mazziniano di Genova scriveva: «Noi non crediamo di aver molto a consolarci del fatto del proselitismo protestante per le sue conseguenze politiche, stante le dottrine che sono inculcate; molto meno per gli effetti religiosi. L'Italia nostra non è destinata a rifare il cammino che da tre secoli percorrono la Svizzera, la Germania e l'Olanda... Il volgersi delle opinioni alle dottrine de' Protestanti sarebbe in Italia una sventura e un regresso». Italia e Popolo, febbrajo 1854.

[587.] Chi ha pratica con Hegel sa che dimostra come -8 + 3 = 11; che +y - y = y; che -a × a = +a². Vedi la Grande Logica, tom. IV, p. 52. Egli stesso dagli infinitesimi induce l'identità dell'essere col non essere. L'infinitesimo (argomenta) è la quantità presa nell'istante in cui, cessando d'esser niente, non è ancora qualcosa. Se cessa d'esser niente, è dunque qualcosa: non essendo ancora qualcosa è niente: dunque è al tempo medesimo qualcosa e niente: sicchè sono identici qualcosa e niente.

[588.] Gli uffizj della filosofia sono ben designati da Pio IX nella bolla dell'11 dicembre 1862 all'arcivescovo di Monaco.

«Se i cultori della filosofia si limitassero a difendere i veri principj e i veri diritti della ragione e della loro scienza, non meriterebbero che elogi. La vera e sana filosofia ha un posto elevatissimo. Spetta ad essa il far una ricerca diligente della verità, coltivare con cura e certezza e rischiarar la ragione umana, la quale, sebbene offuscata dalla colpa originale, non fu però distrutta; concepire, ben comprendere, metter in luce quel ch'è oggetto della conoscenza di essa ragione, e una folla di verità; dimostrar quelle molte che anche la fede propone alla nostra credenza, come l'esistenza di Dio, la sua natura, gli attributi suoi, e far tale dimostrazione con argomenti dedotti dai proprj suoi principj; giustificar tali verità, difenderle, e così preparar la via ad un'adesione più dritta nella fede a questi dogmi, e anche a quelli più reconditi, che sola la fede potè comprendere; di modo che siano in certo modo compresi dalla ragione. Questo dee fare la bellissima ed austera scienza della vera filosofia».

[589.] L'evangelo di san Giovanni è quello ove la divinità di Cristo è più chiaramente affermata: perciò i critici s'affissero maggiormente a impugnarlo come differente dai tre sinoptici. Fin dal principio del II secolo lo troviamo impugnato dagli Alogoi, oscuri eretici dell'Asia minore, accennati da Epifanio. Nelle controversie fra i Gnostici e i Cristiani giudaizzanti lo troviamo citato. Eracleone, alquanto dopo, ne faceva un commento, del quale un frammento è addotto da Origene. Taziano, discepolo di san Giustino, lo comprendeva nell'Armonia de' quattro Evangeli. Sant'Ireneo, Clemente alessandrino, Eusebio di Cesarea vi alludono spesso. Era dunque conosciuto fin dai primi tempi: e soltanto dopo dodici secoli un certo Evanson inglese, nella Discordanza dei Vangeli, prese a dubitarne. Nata la critica audace de' Tedeschi, Herder e più Bretschneider nel 1822 suscitarono dubbj, estesi poi da De Wette e Schwegler, e più da Ferdinando Cristiano Baur (1844), che coll'Esame critico de' Vangeli canonici iniziò tutte le temerità della scuola di Tubinga. Ma Tholuck, Neander, Lücke, Hengstenberg, Bleek, Maurice, Ewald, Döllinger ed altri hanno ristabilito la perfetta integrità del quarto evangelo e la sua conformità coi sinoptici.

[590.] Atti della Camera del 1867, p. 1348. Anche nel luglio 1867 eccitava a «cominciare la guerra interna contro il pontefice... distruggendo per sempre la teocrazia italiana». Atti della Camera, pag. 1346. Son notevoli le sue parole nella tornata del 29 novembre 1862 sul «bisticcio, sull'epigramma di libera Chiesa in libero Stato, appena degno d'alimentare il giornalismo. Qual diritto avete voi (chiede) con un essere da voi stessi riconosciuto sovrumano, di dirgli che deve abbandonarvi città da lui occupate sin dai tempi di Carlomagno?... Se gli date la libertà gli date il regno. Per la Chiesa la libertà consiste nel rimanersi in casa propria senza censure, senza darvi alcun conto di sè». E in fatto nel 1867 si oppose allo scioglier la Chiesa dalle servilità del placet, dell'exequatur ecc., e volle mantenere le barriere regie fra il popolo e i ministri del suo culto.

[591.] Studj filosofici e religiosi sul sentimento.

[592.] La filosofia delle scuole italiane.

[593.] Lætatus sum in his quæ dicta sunt mihi, in domo Domini ibimus. Ps.

[594.] La religione del secolo XIX, 1853.

[595.] Il Saggiatore del 24 novembre 1865, e Studj filosofici e religiosi.

Nella sua Religione del secolo XIX, vol. II, p. 266, così giudica i preti che s'intitolano liberali: «La bontà del prete in che consiste? Nell'ossequio e nell'adempimento delle leggi della sua Chiesa e nello zelo ardente e costante che mette, conforme al proprio grado, a propagare la sua fede, inculcare i suoi precetti, mantenere i suoi diritti, il suo culto, la sua gerarchia, la sua disciplina.... Un sacerdote non può essere liberale se non a patto di essere un cattivo prete... Uno strano abuso di parole commettono i patrioti a chiamare preti buoni i ribelli alla Chiesa, e preti cattivi i fedeli alla loro professione. Il linguaggio di quasi tutta la stampa liberale pecca di una simile immoralità. Contro di chi sono rivolte le sue quotidiane invettive? Contro quei vescovi, parrochi, preti e frati, che, consapevoli del giuramento prestato alla Chiesa nella loro ordinazione, spendono la vita ad osservare e far osservare in tutto il suo vigore quella legge ch'essi tengono dettata dalla bocca stessa di Dio. Ed all'opposto a chi sono profusi i loro elogi cotidianamente? A quegli altri ecclesiastici, che, fastiditi del loro stato e degli obblighi con esso contratti, rinnegano con le parole e con le azioni il loro abito, disdegnano il loro ministero, e si ribellano dai loro superiori. Non vi ha qui un giudizio sommamente ingiusto? Come ecclesiastici non sono anzi i primi che meriterebbero lode e biasimo i secondi? Il clero è una milizia che ha necessariamente la sua disciplina particolare: chiunque fa parte di quella, si assoggetta volontariamente a questa. Rimaner sotto le bandiere e calpestare i regolamenti è un procedere che, chi rispetta, non dico la legge morale ma il senso comune, non approverà giammai per riguardo a nessun corpo regolare. Quando poi, non pago dello scandalo e del disordine della sua insubordinazione, un soldato se l'intenda col nemico e parteggi per lui, in tutte le lingue del mondo il fatto suo si chiama un tradimento. E nella milizia ecclesiastica non deve forse valere lo stesso principio e lo stesso criterio? Ma i panegiristi dei preti liberali e i vituperatori dei preti reazionarj rovesciano di pianta e l'uno e l'altro, imputando agli uni l'indisciplina a merito e il tradimento a gloria, ed agli altri la subordinazione a colpa e la fedeltà a delitto...».

[596.] Evolution des fonctions cérébrales, p. 44. Aprendo come rettore l'Università di Vienna quest'anno, il più celebro medico di colà, il signor Hyrtl proferiva un discorso che ebbe gran diffusione in tutta la Germania, come avviene di ciò ch'è appropriato al tempo, o manifesta sentimenti, che vivono nella maggior parte, ma che non osano palesarsi per paura di quei venti o trenta gridatori, i quali da sè s'intitolano opinion pubblica. Tolse egli dunque a combattere la predicata scuola dei filosofi e fisiologi che non riconoscono nulla in fuor della materia, che non ricevono se non ciò ch'è dato dai sensi, che nell'uomo non vedono se non una scimmia alquanto migliorata. La presente condizione della scienza, egli asserisce, non dà verun fondamento a tali teoriche; non le giustifica quanto or si sa della struttura del cervello, delle fibre nervose, de' gangli. «L'ente supremo che in luminosi caratteri scrisse da per tutto la sua volontà, avrebbe egli potuto deporre ne' nostri cuori questo anelito all'infinito, se non dovesse mai venir soddisfatto? La scienza qui cessa dalle sue investigazioni, e l'indagatore più ardito rimane assiderato; riprende i suoi diritti la fede; quella fede che la scienza non può nè repudiare nè provare, ma può dimostrare che il contrario non ha verun fondamento nella natura delle cose. Ove questo lume divino si estingua in noi, il suicidio dell'anima nostra non lascia più di quest'orgoglioso signore del mondo se non un po' di concime saturo di azoto pel campo ove la sua spoglia sarà sotterrata... Ma tutto ci pruova che un pensiero ultimo, un pensiero astratto sorvola ai sensi; e questo pensiero conduce all'idea di Dio e all'anima divina che ne emana. La verità, la necessità sua stanno nella lunga catena di conclusioni, in cui il materialista ravvolge i suoi principj. Nè l'osservazione, nè l'esperienza ci insegnarono, sopra la natura delle cose, nulla di più di quel che sapesse l'antichità; e quel metodo esatto delle scienze naturali, che giustamente si loda, non portò il minimo appoggio alla tesi materialista; essa rimane nè più nè meno di quel che era, un'opinione fondata su principj arbitrarj, e non una conoscenza derivata da principj certi, come il grande oratore romano definiva la scienza. Le deduzioni sue non posano sulla chiarezza e sulla forza inespugnabile delle argomentazioni, bensì sull'audacia di coloro che la propagano, e sulla pendenza universale dell'età nostra che favorisce quella propaganda. Il materialismo non riportò mai una vittoria durevole; non la riporterà neppure nel secol nostro».

[597.] «Il disdegno è delicata e religiosa voluttà... è una elevazione d'anima che s'ottiene mediante l'abito del disprezzo». Renan, Essais, p. 188.

[598.] «La storia non conta ancor quarant'anni di vita». Renan, Essais, p. 106.

[599.] Narvay, francamente ateo, accusa Renan di cappuccineria. Tanto avea ragione quel che dicea che si è sempre gesuiti per qualcuno.

[600.] Qui sopra a PAG. 394. Io autore ebbi altre volte a pubblicare come non appartenessi mai a queste società, ma avessi occasione di conoscerle; un giorno forse si vedrà in ciò la spiegazione di fatti, che neppur la universale disattenzione odierna potè trascurare. Maneggiandosi caldamente nel 1833 una sollevazione della Lombardia, e quei cospiratori, meglio avvisati che non altri di poi, pensando predisporre un organamento da surrogare a quel che distruggevasi, ne vollero consigli dall'illustre giureconsulto Romagnosi. Egli, che già aveva subito un processo e carcere nel 1821, temette di vedervisi esposto in quella sua tarda età, e dichiarò non avrebbe trattato colla società se non per mezzo del Cantù. Questi dunque dovette esser informato di quel solo che importava all'ordinamento; poi quando i cospiratori si volsero in fuga, lasciarono a lui la scarsissima cassa: gli imprigionati non tacquero, e ne venne al Cantù processo e prigionia.

[601.] Iniziativa rivoluzionaria de' popoli.

[602.] Proclama agli Italiani, 1853.

[603.] Prose politiche, pag, 221.

[604.] Prefazione a uno scritto di Didier.

[605.] Prose politiche, pag. 32.

[606.] Prose politiche, pag. 39.

[607.] Italia del popolo, 1849.

[608.] Manifesto del comitato nazionale. Londra 1851.

[609.] Prose politiche, pag. 43.

[610.] Che i Framassoni a Roma nelle loro adunanze celebrassero una messa s'un altare illuminato da sei candele nere, e dove ciascun membro dovea portare una particola consacrata, e quivi depostele in una pisside, erano colpite dai pugnali de' fratelli, potè credersi una delle baje consuete contro chi vuolsi infamare: ma pur testè fu asserito che altrettanto pratichino alcune loggie di Parigi, di Lione, di Aix, d'Avignone, di Châlons, di Marsiglia. Vedi monsignor di Segur, I Framassoni, cosa sono, e cosa fanno, cosa vogliono essere. Parigi 1867.

[611.] Un giornale che deve intendersene, le Temps, nell'agosto 1866 scriveva: Quelqu'un qui voit de haut, me disait: En Italie, le vieux lévier maçonnique mène plus de choses qu'ailleurs. Il a fait et imposè des ministres; il en fera et en imposera d'autres. E Massimo d'Azeglio scriveva al signor Rendu: «In Italia tutte le posizioni sono prese sotto l'influenza delle sètte».

[612.] Proudhon, che è il rivoluzionario più ardito dell'età nostra, il più accannito demolitore della Chiesa cattolica, la crede tutt'altro che vicina a perire. «Le minacce di scisma e di protestantismo, che di tempo in tempo si fanno contro il papato, sono sogni stravaganti che dimostrano solo il disordine degli spiriti. Lo scisma, ove pure si volesse attuare sul serio, vale a dire ove avesse per reale movente il sentimento religioso, l'idea cristiana, sarebbe il trionfo del papato, mostrando com'è salda ancora la pietra, su cui è stata edificata la Chiesa. Il protestantismo poi è morto; e oggi sol Tedeschi paraboloni osano ancora dirsi cristiani mentre negano l'autorità della Chiesa e la divinità di Gesù Cristo. Si va strombazzando che coloro i quali riveriscono il papa nello spirituale, voglionsi considerare quali ipocriti; che l'idea che rappresenta il papa è cosa vecchia, e da sacrificare col resto. A maraviglia; ma è giocoforza che a sì fatta idea ne venga surrogata un'altra; e per tale scopo si richiede altro che la professione di fede del Vicario Savojardo. Quale compenso hanno dato i trentatrè anni di guerra contro i Gesuiti? Quale vantaggio si può attendere oggi dagli attacchi avventati ed insignificanti della stampa libera contro il papato? Nessuno; il cattolicismo, per confessione degli avversarj stessi del papato, starà sempre come l'unico rifugio della morale, il faro unico delle coscienze. Per l'immensa maggioranza de' fedeli la religione è ancora il propugnacolo delle coscienze, il fondamento della morale... Quando io affermo, che qualora il deismo e il dottrinarismo, arrivassero a scuotere la santa sede, non farebbero altro che dare maggior vigore alla Chiesa o al cattolicismo, non ragiono come partigiano del papato, sì bene come libero pensatore. In queste materie innanzi tratto voglionsi considerare i fatti. Ora i fatti dimostrano che la religione ha profonde e vaste radici nell'anime de' popoli: che dove, sotto un'influenza qualunque, essa viene a rallentarsi, sottentrano le superstizioni e le sètte mistiche d'ogni forma; che la trasformazione di questo stato religioso delle anime in uno stato puramente giuridico, morale, estetico e filosofico, che dia piena soddisfazione alle coscienze e alle aspirazioni dell'ideale, non è compiuta in nessun luogo; che in tal guisa i popoli sono costretti di vivere in presenza di religioni autorizzate come in mezzo a sètte indipendenti antagoniste; che in questo stato di cose, ogni attacco alle religioni e specialmente alla cattolica, avrebbe il carattere di persecuzione: che in fine, sebbene si giugnesse a spodestare il papato, non si potrà mai distruggerlo; anzi, più si moltiplicheranno gli attacchi, più trionferà. Tali fatti sono spiacenti al razionalismo, anche irritanti, ma pure sono incontrastabili, ned è possibile attenuarli. No, una religione, una Chiesa, un sacerdozio non si può distruggere con persecuzioni e con diatribe. Nel 1793 noi ci provammo ad abolire il cattolicismo colla persecuzione e colla ghigliottina. Il turbine rivoluzionario, che volea purgare il clero, non riuscì che a dare alla Chiesa maggior forza, nè mai si vide tanto fiorente quanto sotto il consolato. Trent'anni prima, Voltaire aveva intrapreso di renderla infame: ma Voltaire istesso e la sua scuola furon dichiarati libertini. Atteso il costoro libertinaggio, la Chiesa afferrò lo stendardo della morale, e da quell'ora niuno potè ritorglierlo. Nel 1848 tutti le rendevano omaggio e le stendevano la mano». L'unité et la fédération en Italie.

[613.] Auteur, œuvre et action en même temps, le G. A. D. U. englobe tout: rien n'a été, rien n'est, rien ne peut étre déhors de lui... Ce tout qui nous renferme, et que nous appellons la nature, l'univers, c'est l'infini: l'être infini complexe et un, que l'ordre maçonnique, adaptant son langage à la fiction simbolique, vénère sous le nom de G. A. D. U. — Frapolli, La framaçonnerie reformée, Turin 1864. Oltre i già citati a pag. 418, vedasi Storia e dottrina della framassoneria scritte da un framassone che non lo è più, Vienna 1862, 3ª edizione italiana. Reghellini di Schio, oltre un Esame del mosaismo e del cristianesimo, ha la Maçonnerie considerée comme resultat des religions egyptienne, juive et chrétienne; e L'esprit du dogme de la Franche maçonnerie, recherches sur son origine et celle de ses differents rites, compris celui du carbonarisme, 1836 e 39. Gyr, La maçonnerie en elle même. Liegi 1859. Il sacerdote Luigi Parascandalo pubblica ora a Napoli La framassoneria figlia ed erede dell'antico manicheismo. Ciò darebbe nuova ragione a noi di ragionarne fra le eresie.

In alcune storie moderne della framassoneria trovo data molta importanza a Lelio Soccino, come se nel 1546 a Vicenza avesse formato una cospirazione contro il cattolicismo coll'Ochino. La società fu dispersa per le persecuzioni, e si venne al nucleo degli Illuminati. L'Ochino vi giovò assai, talchè l'illuminismo sarebbe nato in Italia.

[614.] De Castro, Il mondo secreto. Son tutte frasi della breve prefazione (pag. 31, 33, 42, 24), ov'egli abilmente condensò le teoriche di molti lavori in proposito. Cristo per lui non è che un programma massonico, adottato dalla massoneria italiana, e dalla madre loggia Dante Alighieri.

[615.] Annali dello Spiritismo in Italia, pag. 471, e vedi Galeotti, La fede cattolica e lo spiritismo: L'odierno spiritismo smascherato.

[616.] Vedi il giornale La Salute, 30 luglio 1867.

[617.] Annali 1864, pag. 308.

[618.] Spesso le gazzette annunziano le acclamazioni fattegli come a vero Messia, a Cristo, a Dio. Si stampò una Dottrina Garibaldina, catechismo da farsi ai giovinetti dai 15 ai 25 anni, che parodia il nostro.

«Fatevi il segno della croce. — In nome del padre della patria, del figlio del popolo, dello spirito di libertà, così sia.

«Chi vi ha creato soldato? — Garibaldi.

«A qual fine? — Per onorar l'Italia, amarla e servirla.

«Come compensa Garibaldi quei che amano e servono l'Italia? — Colla vittoria».

Fin qui non è che scherzo: dopo comincia l'empietà sulle tre persone che sono in Garibaldi, sulla seconda che si fece uomo per salvar l'Italia ecc. Poi vengono i comandamenti: Non ammazzare se non quei che s'armano contro l'Italia: Non fornicare che a detrimento dei nemici d'Italia: Non rubare che l'obolo di san Pietro ecc.».

[619.] Più volte un giornale de' più devoti alla nostra rivoluzione, quello dei Débats, dovè dire: Que penser d'une ville, où un journal ose imprimer de pareilles lignes?

[620.] Tra le persecuzioni fanciullesche è questa. Accorreasi, nel giugno 1867, da ogni parte del mondo a Roma, a celebrare il XVIII centenario del martirio di san Pietro. Tutta Italia era invasa dal cholera: Roma quasi immune. Un deputato denunziò in parlamento la sanità pubblica esser minacciata da questo concorso a Roma: e si stabilì che quei che ne tornavano venissero sottoposti a suffumigi e disinfettazioni. Si faceano quasi solo a preti: e un sindaco del Veneto tenne in quarantena il vescovo reduce. Aggiungete l'asserir continuamente che il papa è moribondo: che arresta e condanna ecc. Ire che si manifestano con tali mezzi, come qualificarle?

[621.] Il ministro del culto nel 1861 disse che «il tempio del Signore fu convertito in conventicola di macchinamenti contro l'ordine pubblico». Scoppiata la rivoluzione di Palermo del 1866, fu imputato di essa l'arcivescovo, pio ottagenario, e non si pubblicò nella gazzetta ufficiale la sua nobilissima protesta. Di quel fatto si preso occasione per disperdere tutte le corporazioni religiose di Sicilia, e proibire che si porti l'abito monastico. Così avendo l'incendio distrutto preziosi capi d'arte in San Giovanni e Paolo a Venezia, dell'accidente s'accusarono i Protestanti, che hanno una cappella attigua; mentre d'altra parte se ne imputava la negligenza de' Cattolici, e si propose di levar tutti i quadri dalle chiese per unirli in una galleria.

[622.] È un fatto abbastanza notevole che, nel 1867, bucinandosi che la famosa casa Rothschild faceva un grosso prestito al regno d'Italia, ipotecandolo sui beni ecclesiastici che allora appunto si confiscavano, l'altro ebreo e rinomatissimo banchiere Mirés scrisse una lettera pubblica per dissuaderne il barone, capo di quella casa. Oltre accennare ai modi generosi con cui i papi hanno sempre trattato gli Ebrei, proteggendoli nel medioevo quando erano dapertutto respinti e perseguitati, poi aprendo con Pio IX le porte del ghetto in Roma, mostrava come, col metter la mano sui beni ecclesiastici senza consenso del pontefice, attirerebbe alla sua nazione l'odio di tutti i Cattolici, e ridesterebbe così quelle antipatie, che hanno causato sì lunghe molestie alla nazione ebrea.

Di rimpatto in quell'occasione avendo un deputato riflesso che, come rapivansi alla congregazione cattolica le sue proprietà, avesse a farsi lo stesso colle israelitiche e le valdesi, parve indegno l'accomunare ad altri un'intolleranza, che si dee gravar solo sulla religione di tutta la nazione. Perocchè nel tempo stesso domandavasi che «le concessioni fatte alla Chiesa cattolica si estendessero contemporaneamente non solo a tutti i culti e a tutte le credenze, ma a tutti i privati cittadini» (Atti, pag. 1287). Anche il protestante Guizot vedeva che «la libertà religiosa è in Italia nel più grande scompiglio; poichè, mentre è accordata al protestantesimo, è negata ai Cattolici. Il nuovo Governo d'Italia violentemente attacca la libertà della Chiesa cattolica non solo ne' suoi rapporti con lo Stato, ma anche nel suo organismo proprio e interno: le nuove sètte divengono libere, e la libertà della Chiesa vi è conculcata». L'Eglise et la société chrétienne, ch. 18.

[623.] «Il vero Dio è molto diverso dal Dio teologico. È un Dio, il quale non fa dipendere la salvezza delle anime umane dall'affermazione di certi dogmi, ma dal puro amore della verità, congiunta alla pratica della giustizia e della beneficenza. È un Dio, del quale non tanto importa accertare l'esistenza, quanto avere un giusto concetto della sua natura, conciossiachè egli si compiaccia tanto in chi afferma, quanto in chi nega la sua esistenza, quando l'uno e l'altro sia convinto di rendere con ciò omaggio alla verità». Lettera al padre Passaglia, nel Mediatore 31 gennajo 1863.

[624.] A Parigi un tal Leballeur-Villiers, leggendo un cartello dove il Berezowski, che tentò uccidere il czar nel 1867, era qualificato d'assassino, disse: «No, è piuttosto un giustiziere». Tanto bastò perchè il tribunale lo condannasse.

[625.] Le monde, sans revenir à la crédulité, et tout en persistant dans sa voie de philosophie positive, retrouvera-t-il la joie, l'ardeur, l'espérance, les longues pensées? Renan.

[626.] In tal senso il tentativo più insigne fu l'Eirenicon del Pusey; bell'anima che fra gli Anglicani ridestò il sentimento religioso, rinnovò i riti del battesimo, conseguì che anche l'Inghilterra tollerasse i frati (e primi ad assumervi l'abito furono i Rosminiani); dissipò molte prevenzioni contro la Chiesa cattolica, e v'incamminò molti eletti spiriti, sebben egli non siavi per anco arrivato: onde Pio IX paragona quella scuola alle campane, che chiamano gli altri alla chiesa, esse non v'entrano. Pusey vorrebbe considerar la Chiesa greca, la latina, l'anglicana come tre rami d'uno stesso tronco, tre figlie d'una stessa madre, separate per dissensi non fondamentali, e che per iscambievole vantaggio dovrebbero riunirsi. È memorabile la risposta che vi fece il cardinal Patrizj nel 1865, di cui parlammo nel vol. I pag. 426. Vedi pure qui sopra, a pag. 448 e 489.

Fra i molti libri intorno all'Eirenicon è a raccomandare La pace nella verità del Harper.

Il 25 novembre 1865 fu tenuto un sinodo degli Unionisti inglesi con rappresentanti della Chiesa russa, per divisare come togliere lo scisma colla Chiesa romana. Gli Unionisti vorrebbero si mettesse da banda il dogma, e tutti si accordassero nella preghiera. Ma vi si risponde con sant'Agostino, Lex orandi, lex credendi: poter noi pregare pei, non coi fratelli separati; e l'unità non poter essere generata che dalla verità.

È qui luogo a citare l'opera d'un italiano, che compare adesso a Parigi col titolo La Primauté de Saint-Pierre prouvée par les titres que lui donne l'Église russe dans la liturgie, par le P. C. Tondini barnabite. Egli mostra ne' libri liturgici, che la Chiesa russa ricevette dalla bisantina, contenersi evidenti prove della supremazia di san Pietro e de' suoi successori; e non solo supremazia d'onore, ma anche di giurisdizione, e allega ben quarantasei passi, che crede potrebbero di molto aumentarsi.

[627.] Nel 1860 la Società Piana a Lucerna tenne un'adunanza generale, a cui convennero da cinquecento rappresentanti delle varie sezioni, e vi fu letta la risposta che Pio IX faceva all'indirizzo che cencinquantamila Svizzeri gli aveano spedito per consolarlo delle sue tribolazioni. I Bulgari venivano all'obbedienza, con migliaja di Greci scismatici.

Testè, nel Morning Herald giornale protestante, leggevo: «Il romanismo s'introduce sotto mille sembianze ne' nostri templi, ed è accettato benevolmente da gran parte dell'aristocrazia inglese. I nobili dell'Westend e di Belgrav vanno a confessarsi, e vi mandano i loro figliuoli. Questa perversione allaga la maggior parte della nostra città». E Finch soggiungeva: «Davvero io temo non v'abbia fra l'aristocrazia una sola famiglia esente dall'infezione del papismo».

Si sa quanto ivi proceda il ritualismo anche nella Chiesa legale, talchè si fanno altari stabili e non più solo di legno, si ardono ceri e incensi, si pongono crocifissi ecc. Di rimpatto in questi ultimi tempi la corte des Arches ebbe grandissima importanza per la grave quistione portatavi nel 1851 contro Gotham, ministro della Chiesa officiale, che sosteneva non esser necessario il battesimo: poi testè contro gli autori degli Essays and Reviews, che negavano l'autenticità e divina ispirazione de' libri santi, quindi l'unità della specie umana, la colpa originale, la redenzione, e perciò la personalità di Cristo e dello Spirito Santo ecc. Wilson e Williams furono condannati sopra alcuni punti speciali, ma sull'insieme furono rimandati. Appellaronsi al Consiglio Privato, e questo gli assolse. Tanto quella Chiesa legale è radicalmente impossibilitata a respingere l'eresia.

[628.] N. Bianchi, Storia Documentata ecc.

[629.] Pascha Domini et fidelium.

I. Pascha, quod transitum sonat, theologice est transitus Dei ad hominem lapsum, hominisque lapsi ad Deum suum: unde vicissim reconjunctio fit post divisionem inter eos allatam a peccato originali.

Hujusmodi antem reconjunctio unius ad alterum stat et exurgit de mysterio corporis et sanguinis Jesu Christi, mediatoris inter Deum et hominem, qui propterea vinculum est hujus reciprocæ reconjunctionis hinc-inde-et-in se.

Per ipsum enim, et cum ipso et in ipso Creator redit ad creaturam suam, et vicissim creatura ad suum Creatorem; ac restauratur completurque hujusmodi regnum Dei, quod destructum fuit ab origine mundi. Christus est regnum Dei, et vita æterna; per ipsum enim regnat perpetuo Deus in hominem ob assumptam sibi humanitatem, ac perpetuo vivit in homine. Ultro oblatus est in cruce sacrificatus Christus pro peccatis mundi, ut iterum viveret vita æterna; abluit peccatores in sanguine suo, sibique eos adnectit tamquam palmites ad vitem, quod fit per sacramentum baptismatis. Sed sicut palmes diu nequit vivere in vite, neque crescere, nisi ipsa vites eidem tribuat de semetipsa in ejus alimoniam, et palmes sedulo accipiat, ita homo Christo insitus nequit diu vivere Christo, nisi Christus eidem se tradat in alimoniam, et christianus sedulo accipiat et manducet.

Quare Christus fecit ad hoc semetipsum panem ac potum, porrigitque carissimis germinibus, ut edant et inebrientur et crescant in regnum Dei, et vitæ æternæ fructus faciant uberrimos. Ita sane fuit Pascha Domini et fidelium, et hoc stat in mysterio corporis et sanguinis salutaris Dei.

II. Verumtamen Pascha, seu transitus Dei ad regnum in hominem lapsum, et vicissim hominis lapsi ad regnum in Deum, nondum impletum est. Necesse est enim ut ipsa natura humana lapsa assumatur in Christum, Christo unificetur, ac sic regnet in Deum, et Deus in eam. Tunc tantum plene restitutum erit regnum hoc, plenumque fiet Pascha inter Deum et hominem lapsum. Hæc est beata spes quam expectamus, et unde solummodo consummabitur homo in Deum.

Principio nonnisi caro hominis lapsi a verbo assumpta est in semetipsum, qui erat vita æterna. Caro autem hominis lapsi non est humana natura lapsa; et hæc uti talis nondum regnat in Deo. Modo humana lapsa natura non participat et communicat Deo, nisi prout communicat et participat Christo, mediatori inter Deum et homines; participat autem et communicat Christo, prout Christus participat et communicat cum homine lapso. Sed cum non assumpserit Verbum in semetipsum humanam naturam lapsam, bene vero carnem tantum hominis lapsi, patet quod Christus non participat et communicat humanæ lapsæ naturæ, nisi solummodo in ejus similitudine quatenus lapsa est. Licet enim Christus sit verus et realis homo, nullimode tamen de lapsis est, cum sit quidem in similitudinem lapsi hominis factus, sed absque peccato.

Quæ cum ita sint, omnino liquet huc usque hominem lapsum non participare et communicare Deo per Christum nisi per similitudinem, in quam lapsus est. Nondum enim Christus in naturam propriam accepit lapsam naturam humanam ipsam. Quare Pascha hoc Dei impletur in mysterio corporis et sanguinis Christi, quod est ipsum Pascha ac regnum nostrum ac Dei: implebitur autem mysterium corporis et sanguinis Christi cum implebitur ipse Christus: implebitur autem ipse Christus cum in ipso natura humana lapsa recepta fuerit; recipietur autem in Christo humana lapsa natura, cum electum de plebe a Patre ac de semine David Christus susceperit in semetipsum, et quocum unum fiet consummatum.

III. Pascha hoc in corpore et sanguine Christi, unde fiet tantopere desideratum a Deo regnum et expectatum ab hominibus, inceptum per Verbi incarnationem progressive pergit usque ad suum complementum.

Hinc, posito opere primo tamquam fundamento, manducaturus Christus Pascha suum cum discipulis suis, in ultima cœna, sic Lucæ 22 testatus est: «Dico vobis quia ex hoc (puncto temporis) non manducabo illud (Pascha) donec impleatur regnum Dei». Immediate enim ac statim a principio non potuit a Verbo in semetipsum suscipi lapsa humana natura, quæ maculata erat, maledicta et sub servitute peccati. Oportuit ergo ut a Verbo prius susciperetur humana caro simpliciter, et in ea homo factus pateretur, sicque in sanguinis sui pretio hominem lapsum redimeret, ablueret a peccatis et sanctificaret, ac, uno verbo, renovaret in ipso opus Dei. Quod cum perfectum sit, lapsa natura humana ejus qui Christo vivit, susceptibilis facta est in Christi naturam; et cum ipse eam susceperit implebitur Pascha et mysterium regni Dei, seu adveniet regnum Dei plenum.

Ex hisce sequitur quod hoc opus sit complementum Redemptionis a Redemptione exurgens; fit enim in virtute pretii sanguinis Christi, per quem passum et crucifixum, factus est homo lapsus denuo filius Dei, ac proinde susceptibilis in naturam ipsius Dei primogeniti ut fiat unum cum ipso, sicque regnum Dei appareat. Ipse Christus est qui meruit ut humana lapsa natura per semetipsum, cum semetipso, in semetipso uniretur Deo in perpetuum, unum facta in natura cum Christo ipso. Quare opus hoc, quod credimus et testamur perfectum esse his diebus, appellandum est Pascha de Paschate, redemptio de redemptione, crux de cruce.

Pascha quidem de Paschate, quia per transitum primum in Christo Dei in hominem, et hominis in Deum, quo posteriori Paschate hinc semper perfruuntur qui Christo vivunt, ac illud perficiunt in semetipsis magis magisque quo sæpius ac dignius sacramento corporis et sanguinis, ubi stat Pascha hoc, Christi impinguantur: tunc enim fit et completur Christus in multis, ac multi in Christo.

Redemptio de redemptione; quia per redemptionem primam qua Christus redemit hominem a servitute peccati, ac transtulit ad libertatem filiorum Dei, fit hæc secunda redemptio, primæ complementum, unde homo lapsus, ac in sanguine Christi regeneratus, in Christo modo assumitur de maledictione terræ ad regnum in Deum. Homo totus tunc est in Deo per Christum, ac per eumdem gloria et honore coronatur, paulo minus ab angelis imminutus accipit regnum Dei, in universa terra omnia subjiciens sub pedibus suis, dominans in medio inimicorum suorum, confringens reges, et conquassans capita, judicans in nationibus. Deus a dextris suis; propterea cum regnum acceperit in universa terra, de torrente omnipotentiæ ejus in via hac bibet, et exaltabit caput. Ita sane per redemptionem primam, qua homo lapsus in sanguine Christi ereptus est a servitute peccati ad libertatem filiorum Dei, a statu maledictionis ad illum benedictionis, dignus factus fuit qui etiam eriperetur ab exterioribus peccati et maledictionis consequentiis, quæ miseriæ sunt scilicet vitæ hujusmodi labores, dolores, humilatio humanæ dignitatis, mors etc. Quæ cum omnia in Christo victa sint dum homo lapsus in Christi naturam recipitur, ea sic vincit humana natura lapsa in Christo; accipitque in eo jura omnia restituta. Hæc est altera redemptionis victoria, ab illa exurgens et complens regnum Dei expectatum, et in terra revelandum in sua potestate, gloria et majestate. Revelabitur autem regnum hoc sic completum in Christo, cum revelabitur Christus ipse completus in gloria sua, et lætabuntur in rege suo et una cum eo regnum accipient in universa terra, a mari usque ad mare et a termino usque ad terminum orbis terrarum, donec omnia renovaverit et subjecerit sub pedibus suis, et evacuaverit omnem principatum et potestatem, et regnum tandem plenum et perfectum eorum qui scripti sunt in libro vitæ attulerit ad Patrem, reddita unicuique mercede sua.

Crux de cruce, quia, dum per hoc Pascha homo lapsus in Christum et vicissim transit, homo iste consequenter subit ipsam crucifixionem Christi in natura sua. Christi sacrificium in cruce consummatum manet naturaliter semper in hoc mundo, nec præterit; oportet enim illud continuo offerri Deo pro peccatis actualibus post baptismum commissis; ergo manet hic quotidie Christus crucifixus. Crucis hoc sacrificium non deficiet, nisi cum advenerit ævum sanctum, quando erit deleta iniquitas, et finem acceperit peccatum in populo Dei, et cum Christus etiam manebit in hunc mundum solummodo in gloria, in majestate sua, penitus devicta morte. Subiens iste ergo homo Christum in hac vita, ut fiat unum ac idem naturaliter cum eo, necessario subit crucifixum; in illo crucifigitur crucifixione ejus, seu ipsam crucifixionem ejus portat vere et naturaliter. Insuper fit ille qui positus est hic in signum, cui contradicetur: sicque denuo apparet contradictionis signum cui tenebrarum filii necessario contradicunt, et contra illud fremunt. Hinc reapse crux de cruce, unde renovabitur ac perficietur Jerusalem; cum vero hoc Paschatis mysterium revelabitur, videbitur Christus crucifixus se se offerens in sanguine suo citra mortem, cum sit ipse Christus mortuus resurrectus.

IV. Hisce de paschate lapsi hominis in Christum persolutis, modo nobis est inquirendum quomodo hoc mysterium fieri possit quin Christus immutetur, aut homo assumptus destituatur nullomodo. Quare hoc dicimus factum esse per consecrationem, et eodem ferme modo, quo sub speciebus panis et vini constituitur Christus in Missæ sacrificio, licet cum aliqua differentia. Quemadmodum enim, dum verba consecrationis proferuntur, panis et vinum, ut ita dicam, moriuntur et sub illorum speciebus Christus statuitur; ita etiam, proferente Deo eadem verba in homine, ille homo moritur, et ejus loco divina victima statuitur sub ejusdem figura. Non moritur ille homo uti homo, sed moritur uti homo ille, seu cessat esse homo ille qui erat, et reapse amplius non est ille homo qui erat, sed est homo Deus Christus. Caro, sanguis et anima ejus conversa sunt in carnem, sanguinem et animam Christi. In sacramento Eucharistiæ facta est destructio panis et vini substantiæ quæ pertransiit; in hoc autem nulla facta est detractio hominis; sed tantum immutata est per Dei omnipotentiam; adeo ut quæ fuit substantia simplicis hominis ea hominis-Dei facta sit. Nulla ergo hic fit detractio hominis substantiæ, sed natura ejus sic conversa et immutata in Christum adest, et adest meliori modo quam antea, seu eo melius existit quo meliorem eum fecit immutatio. Fecit igitur illum Deus corpus, sanguinem et animam Christi sui in terra viventium; et si ita fecit eum, ita est absque ulla contradictione, et est Jesus Mariæ filius, qui de ea natus est, passus est, atque mortuus resurrectus.

Sed dices: Si in hoc mysterio substantia hominis non destruitur assumpti, tunc esset in Christo duplex anima, et in ipso immixta essent caro et sanguis, quæ de virgine nata non sunt. Hinc immutaretur Christus, quod est absurdum. Anima hominis producta et inspirata fuit ab anima Verbi initio, quod autem e substantia Verbi emissum est non potest denuo ab illo absorbi?... Et hoc est quod evenit quoad animam hominis illius: absorpta est, et non destructa, et subsistit subsistentia Verbi, facta Verbum ipsum. Caro autem et sanguis Christi in ultima ejus ætate num ea fuere precise identice ipsa quæ de Virgine nata sunt? Non sane: quia in tempore substituta fuere ab alia carne et sanguine, quod per cibum efformatum fuit. Nihil ergo efficit quod caro et sanguis alius accedat ad Christum, dummodo substantialiter et in natura ei uniatur. Nam tunc illud carnis et sanguinis, in ejus naturam transactum, est reapse caro et sanguis Christi qui de Virgine natus est.

Assumpsit ergo Christus sibi naturam hominis illius, illamque sibi adjunxit perpetuo in naturam: et ille homo non est amplius homo ille, sed est homo-Deus Christus Jesus. Deo Gratias.

APPENDIX.

Et post hebdomadas sexaginta duas occidetur Christus.
Daniel. cap. 9.

Christus veluti hostia pro peccatis quotidianis populi sui in terra singulis diebus offerenda manens sub eucharisticis speciebus, si nullum esset omnino aliquando peccatum in populo suo, nihil omnino tormentorum ipse passionis suæ sentiret, quibus patiendis in hoc statu victimæ semper subjectus est, eorum renovata causa, idest peccato. Palmites huic divinæ viti insiti per baptisma, ac propterea unum cum ea facti, ejus crucifixionem suscitant quotidie quoties per peccatum moriuntur in ipsa. Hæc mortis plaga in membris Christi Christum dilaniat, rursum adapertis vulneribus crucifixionis ejus, iterum idcirco crucifigentes sibimetipsis filium Dei. Et nisi victima hæc ea simul esset quæ et resurrexit, adeo ut, resumpta perpetuo anima sua post mortem, impossibile sit quod eam denuo deponat, plusquam sane millies in die iterum pateretur Christus, quo cœpit peccatum renasci, ac inundare in populo sanctificato. Sustinet tamen agones omnes, et omnia tormenta mortis, licet non possit anima ejus a corpore separari, quod propterea imo est mors continuata absque termino, quæque toties multiplicatur, quoties a singulis membris post susceptum baptisma, et rursum post acceptam pœnitentiam semper peccata multiplicantur.

Quare in sacramento corporis et sanguinis Christi, ubi positum redemptionis opus continuatur, mortem Domini annuntiamus donec veniat; donec scilicet veniat et in hunc mundum ea gloria corporis sui, qua gaudet in cælis ad dexteram Patris. Tunc enim necessario deficiet hæc hostia et sacrificium, cum appareat in passibilitate sua. Hisce præmissis tamquam fundamento, demonstramus quomodo Christus in hominem lapsum transitus per Pascha, de quo sumus locuti, iterum et directe ab hominibus crucifigatur revera prout de eo prædictum est.

Aggredientes igitur demonstrationem hanc, dicimus per hoc Pascha Christi in naturam hominis lapsi, in comperto est quod Christus novam subierit incarnationem, ac propterea humanitate informatus sit, quæ crucifixionem ejus passa non est; et, cum ea humanitas sit ipse Christus, patet quod ille per Pascha hoc refectus, restauratus, ac quodam modo renatus evaserit. Sic mulier circumdedit virum (de quo mysterio docebit vos Spiritus, quia modo non potestis portare) sic terra germinavit salvatorem, et ipse tamquam virgultus ascendet coram Deo de terra sitienti. Attamen certum est quod nihilominus resideat in intimo, ut ita dicam, Christi virus crucifixionis ejus, idcirco supressum et curatum quod ibidem veluti sepultum ac suffocatum, reviviscere nequit, nec inde irrumpere in humanitatem ejus ad eam dilaniandam atque ad eam crucifigendam. Ad hoc enim necessarium est ut virus illud ab hominibus directe suscitetur in personam Christi apparentis, quemadmodum a principio crucifixionem ipsam in eum intulerunt, directione saltem operis, si non intentionis. Directe autem ab hominibus, directione saltem operis, virus illud contra Christum excitatur, dum Christi personam sic in nova carne apparentem negant, blasphemant, contumeliis afficiunt, opprobriis saturant, in carcerem detrudunt, inter sceleratos eum reputantes.

Tunc enim saltem directe peccatur in Christi personam, cum prosternendo unius peccati effectus ac gravatus apparet, dum excitat in ipsum crucifixionis virus sepultum ac curatum, quod propterea crudeliter irrumpit in novam ejus humanitatem, in qua sic denuo crucifigitur, et quidem crucifixione prima in toto suo effectu a populo suo. Nec populus excusationem a crimine deicidii habere potest ne hac quidem vice secunda, cum Pater sufficienter clarificaverit Filium suum, ut saltem deterrererentur a necessario opere, et edocti ipsa Filii gratia sumptibus ostinationis, perfidiæ judaicæ antea scrupolose viderent, consulerentque scripturas.

Ast nihil horum. Istum dicunt esse Christum? Ergo prosternamus eum, ergo crucifigatur. En sane argumentum et hodierna die pontificum sacerdotum, qui propterea concitaverunt plebem contra Christum Domini, ut Pilatus in eum conjiceret manus, et de eo faceret juxta voluntatem eorum. Cum autem compleverit Christus et hoc secundum sacrificium, per quod accipit regnum a Patre, revelabitur in hac sua crucifixione, et videbunt quid fecerunt et in quem pupugerunt. Completum erit hoc alterum Christi sacrificium de primo exurgens quum pervenerit hora ad hoc a Patre designata ut compleatur. Sane lux magna, ad confusionem ac terrorem Pharisæorum, fulgebit super caput ejus a Patre, et Angeli eripient eum de Cruce ac sepulchro suo.

Ex quibus videtur quomodo intelligenda sint verba Christi de Joanne apostolo tunc quum dixit: «Sic eum volo manere donec veniam»; Joannes enim erat figura humanitatis illius quæ in filium Mariæ Virginis evadenda erat, ac crucifigenda prout diximus.

Illa ergo humanitas crucifigenda erat reapse in Christo, sicque crucifixa hic remanere debet pro peccatis quotidianis, dum ipse Christus veniat in gloria sua.

[630.] Diceva: «L'art. 1 dello Statuto dispone: — La religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi —.

«Questo articolo dice che la religione cattolica è la sola religione dello Stato, per denotare essere volontà di tutta la nazione che nel regno non si professino, e non siano riconosciute fuori di quella altre religioni, quand'anche avessero un'esistenza di lunga durata, o fossero penetrate in altre società: e ciò perchè considero la religione cattolica la sola vera, l'unico e solo elemento sociale, che imperando sui cuori colla santità delle dottrine, con la dolcezza de' precetti, mantiene potentemente la moralità nei cittadini.

«Si limita poi quell'articolo a dichiarare che tollera gli altri culti, non già perchè voglia approvarli, o gli abbia in affezione, ma perchè vide esser forza di sopportare quegli abusi, quelle credenze non ortodosse, abbracciate da una parte di popolo che sarebbe stato, non che impolitico, crudele di privare della patria. Facendo bene attenzione che non si estese la tolleranza a tutti i culti che esistono nel mondo, o possono esservi introdotti; lo Statuto restrinse la tolleranza a quelli che ora, al presente, vale a dire all'epoca di sua promulgazione, avevano un'esistenza riconosciuta, cioè erano stati approvati dalle leggi e dai regolamenti in questi regj Stati. In una parola non havvi che la religione cattolica e romana che goda in tutta la sua pienezza del diritto di città, mentre gli altri culti sono considerati come stranieri, ammessi soltanto nell'esercizio ed al godimento di determinati diritti, sotto speciali condizioni dalla legge imposte.

«Se è vero, che ciascun cittadino può quella religione accogliere, che più a lui piace, egli non può in questi Stati professarla, a meno che non sia la cattolica romana, od uno de' culti tollerati: ben inteso che io prendo le parole professare una religione, nel significato di confessare pubblicamente, di riconoscere palesemente i principj di essa; e come corollario riconosco che un cittadino, il quale abbracciasse una tutt'altra religione, un tutt'altro culto, e non la professasse mai, sotto l'impero dello Statuto non incorrerebbe in veruna sanzione penale».

[631.] Il Marrone, con aria e contegno da ispirato, tenne al tribunale un lungo discorso; fra il resto narrava il modo con cui succedono le conversioni. «Si sentivano i peccatori improvvisamente ispirati a credere che don Grignaschi era Gesù Cristo in un modo irresistibile. Ciò accadeva per lo più allorchè lo sentivano predicare, o quando udivano la di lui messa, ed anche talvolta quando si trovavano alle loro case od anche in campagna. Rimasti sull'istante grandemente commossi, e contriti de' loro peccati, andavano subito a confessarsene con intensissimo dolore e con un diluvio di lagrime, assoggettandosi a qualsiasi penitenza in espiazione della colpa, disposti a farne confessione pubblica, come infatti accadde di alcuni peccatori; tanto era l'odio delle offese fatte a Dio e l'amore della propria umiliazione. Nè queste erano conversioni di sole parole o di pochi giorni. I più inveterati nel vizio abbandonarono sul momento le loro bestemmie, i giuochi smodati, le oscenità, le pratiche scandalose ecc., e perseverarono mesi e mesi nel bene incominciato, a fronte dei non credenti, che continuamente gli insultavano, dei sacerdoti che lor negavano i sacramenti, dei vescovi che li tacciavano d'eretici e scomunicati, in fine a fronte delle minaccie della prigionia.

«Ciò posto, io argomento: Iddio non può concedere ad un falso profeta la podestà di autenticare con veri miracoli la sua missione, non potendo Dio cooperare alla seduzione e all'inganno. Ora Iddio ha concesso a don Grignaschi la potestà di autenticare con veri miracoli la sua missione, perchè è cosa pubblica che convertì innumerevoli peccatori, e istantaneamente, dove sta il massimo dei miracoli; e li convertì per autenticare la missione di don Grignaschi, col convertirli confermava altresì nella credenza, che don Grignaschi era Gesù Cristo, poichè la conversione accresceva la loro convinzione, e i più perfettamente convertiti erano anche i più fermi nel credere. Dunque don Grignaschi non è un falso profeta. Ma questi concede di essere Gesù Cristo quando da alcuno viene sinceramente riconosciuto per tale. Dunque lo è veramente, perchè altrimenti sarebbe un falso profeta. Il che non può essere come abbiam detto, perchè Dio avrebbe cooperato alla seduzione ed all'inganno».

[632.] Requisitorie dell'ufficio fiscale generale, sentenza e atto d'accusa contro ecc.

Dibattimento nella causa criminale vertita davanti il magistrato d'appello di Casale contro il sacerdote F. A. Grignaschi già parroco di Cimamulera e complici, adorno del ritratto del sacerdote Grignaschi. Casale 1850; sono 288 pagine.

Oltre l'opuscolo Crux de Cruce, ci fu dalla cortesia di monsignor Bernardi procurato, con altre curiosità, un manuscritto dove si spiegano le dottrine del Grignaschi. Quel titolo deduceva egli dal motto delle profezie di Malachia, secondo le quali Pio IX è appunto intitolato Crux de Cruce. E asserisce che dai primi tempi della Chiesa fino al secolo X il mistero della doppia croce era conosciuto; la qual seconda croce, più grande per esprimere una crocifissione più dolorosa, porta un sacerdote avente sul petto il monogramma C. H. S., e dalla bocca gli escono le profezie, che gli angeli raccolgono, ecc.

Nelle lettere che accompagnano l'opuscolo è detto che i sovvertimenti della Toscana e della Romagna avverrebbero anche in Piemonte: che Pio IX non vedrebbe la fine del 1849: che Roma cesserà d'essere la regina del Tebro; e la sede della cristianità sarà in una città del Piemonte, e piemontese il suo capo: non vi saranno più sètte, e la cristianità fiorirà come ne' primi tempi: l'Italia sarà una, prospererà, diverrà una nuova Palestina, ma dopo gravissimi disastri, pei quali il mondo sarà decimato, non rimanendo che gli eletti. Tutto ciò fu comunicato a Carlalberto.

[633.] Da Vitale Albera milanese e dall'ingegnere Tentolini cremonese, avvolti con noi ne' processi politici del 1834, noi avemmo larghe informazioni e caldissime esortazioni per le dottrine adamitiche del Mickiewic, che come poeta noi eravamo stati i primi a far conoscere in Italia. È notevole che il Mickiewic, in una Storia popolare della Polonia, sostiene che «tutte le libertà politiche de' paesi Slavi del Nord derivano dalla Chiesa d'Occidente».

[634.] Fra molti altri scritti vedasi Dunski, sacerdote zelante e zelante servitore dell'opera di Dio. Torino 1857.

[635.] Un'idea passata nella sfera dei fatti si sviluppa e ingrandisce, o scema e si corrompe, a segno da cangiar perfino i proprj elementi. Il deismo non è corruzione, ma svolgimento del calvinismo, come ben riflette Newmann nel Saggio sulla evoluzione della dottrina cristiana. Gli Ebrei stettero aggavignati al passato, e si corruppero. Il cristianesimo progredì. Caratteri dello sviluppo sono 1º la conservazione dell'idea primitiva: 2º la continuità de' principj: 3º la potenza d'assimilazione: 4º i presentimenti di futura grandezza; 5º la deduzione logica, 6º la facoltà di conservarsi, 7º la durata.

Il cristianesimo è un fatto che si svolse in relazione diretta coll'idea che lo creò. La Scrittura, come non ebbe la missione speciale di far nascere la grande idea, così non la racchiude in sè; bensì è nello spirito del lettore. Ma gli è essa comunicata già perfetta al primo presentarsi alla sua intelligenza, o svolgesi per gradi nel cuore e nell'intelligenza di lui? Sarebbe assurdo sostenere che la lettera morta del vangelo racchiudesse tutte le modificazioni possibili che questo potesse subire attraversando il mondo. Il cristianesimo differisce dalle altre filosofie e religioni non per la sua specie, ma per la sua origine; non per la natura sua, ma pel carattere fondamentale, che è l'esser vivificata continuamente non dall'intelletto solo, ma dall'alito divino. Può dunque crescer di sapienza e d'altezza come religione del genere umano, ma l'autorità che esercita e le parole che pronunzia ne attestano l'origine miracolosa.

Come religione universale e perpetua, modificherà necessariamente i suoi rapporti e il modo suo d'azione, giusta il mezzo sociale tra cui s'attua. I principj, mentre son fermi, domandano sempre applicazioni nuove: queste sono sviluppi, e talvolta i falsi sviluppi ne provocano di nuovi. Lutero, attenendosi alla Bibbia, ne traeva un nuovo modo di spiegare la giustificazione. Il Concilio di Trento, confutandolo, dicea qualche cosa nuova; nuova di deduzione e di forme, qual non erasi usata prima che occorresse d'opporla alla falsa.

E Protestanti e Cattolici hanno un'autorità identica a priori, la Scrittura. Ma i Protestanti rinfacciano a noi d'aggiungervi opinioni discutibili come verità fondamentali. Pure la Scrittura non può essere base solida; non ha in sè la pruova della sua canonicità; non dà assoluta risoluzione di un'infinità di quistioni supreme, quali il rito o il modo della remissione de' peccati dopo il battesimo, lo stato delle anime nell'altra vita e dopo la risurrezione; eppure come si darebbe un reale sviluppo nel cristianesimo, se si togliesse la disciplina della penitenza?

Una seria riflessione conduce a credere che le profezie antiche e le rivelazioni nuove e tutta la storia sacra presuppongono un graduale svolgimento della dottrina cristiana; e così doveva essere, giacchè, se l'uomo precipita ne' suoi atti, Iddio che è eterno manifesta lentamente i suoi disegni. È pertanto necessaria nel cristianesimo un'autorità che determini e ajuti questo svolgimento e pesi la diversa importanza di ciascun punto dogmatico; è viepiù necessaria, perchè il cristianesimo si presentò al mondo non come un'istituzione, ma come un'idea. Quest'autorità è la Chiesa.

Si dirà che dell'infallibilità di questa non si ha certezza assoluta: ma degli apostoli e della Scrittura abbiam forse altro che una certezza morale? Se il cristianesimo, come fatto dogmatico e sociale deve empire i secoli, bisogna possieda un'autorità infallibile; altrimenti saremmo esposti a perdere l'unità di dottrina conservando l'unità di forma, o viceversa dovremmo scegliere tra un agglomeramento d'opinioni e uno sbricciolamento di partiti, tra l'indifferenza dei più e il fanatismo d'alcuni. Qualunque controversista o storico per trattare la gran quistione del cristianesimo bisogna adotti una ipotesi, e la più semplice, naturale, soddisfacente è quella d'un'autorità infallibile, anzichè quelle del caso, dell'anticristo, dell'evoluzione, della filosofia orientale, di non so quali altre.

Se la rivelazione dovette svilupparsi, e a tal fine le era necessaria un'autorità infallibile, giusti sono e legittimi gli svolgimenti odierni, sono manifestazioni dell'ordine divino, come appare dalla loro continuità e dall'armonico loro ampliarsi. Se sorgessero sant'Atanasio o sant'Ambrogio, ritroverebbero la loro comunione, la loro dottrina nel cattolicesimo, che sviluppò il cristianesimo sotto l'autorità del papa e de' Concilj nelle sue forme e nelle sue istituzioni, man mano che la corruzione dei tempi e gli attacchi degli eretici faceano sentirne il bisogno.

Ciò valga di giudizio intorno al libro della principessa Cristina di Belgiojoso Formazione del dogma cattolico. Pio IX scriveva ai vescovi dell'impero austriaco il 17 marzo 1856: «È falso che non v'abbia progresso di religione nella Chiesa di Cristo. Progresso v'è, e grandissimo: ma è il vero progresso della fede, non il cambiamento: bisogna che l'intelletto, la scienza, la saviezza di tutti, come di ciascuno in particolare, delle età, dei secoli, di tutte le Chiese, come degli individui, cresca e faccia grandissimi progressi, affinchè più chiaramente si comprenda ciò che prima credevasi oscuramente; affinchè la posterità abbia il vantaggio d'intendere ciò che l'antichità venerava senza intenderlo; affinchè le pietre preziose del dogma divino siano lavorate, adattate esattamente, artisticamente ornate, e arricchiscansi di grazia, di splendore, di bellezza, nel medesimo senso, nella sostanza medesima; di modo che, servendosi di parole nuove, non però si dicano cose nuove».

[636.] Hæc locutus sum vobis apud vos manens. Paraclitus autem, quem mittet Pater in nomine meo, ille vos docebit omnia quæcumque dixero vobis... Ego rogabo Patrem, et alium Paracletum dabit vobis, ut maneat vobiscum in æternum, Spiritum veritatis, quem mundus non potest accipere... vos autem cognoscetis eum, quia apud vos manebit, et in vobis erit... Docebit vos omnem veritatem... Testimonium perhibebit de me. Non enim loquetur a semetipso, sed quæcumque audiet loquetur... Ille me glorificabit, quia de meo accipiet, et annuntiabit vobis. Omnia quæcumque habet Pater, mea sunt: propterea dixi: quia de meo accipiet et annuntiabit vobis. San Giovanni XIV e XVI.

[637.] Mentes nostras, quæsumus Domine, Paraclitus qui a te procedit illuminet, et inducat in omnem, sicut tuus promisit Filius, veritatem. Orazione nella feria 4 dell'ottava di Pentecoste.

[638.] In questo momento l'instancabile vescovo di Mondovì, G. T. Ghilardi, pubblica L'episcopato e la rivoluzione in Italia, ossia Atti collettivi dei vescovi italiani in difesa dei diritti della Chiesa intaccati dal cesarismo.

[639.] Fra gli esegeti levò qualche rumore per le originali interpretazioni l'abate Michelangelo Lanci, i cui Paralipomeni alla illustrazione della Sacra Scrittura per monumenti fenico-assiri ed egiziani (Parigi 1846) vennero proibiti. Erano un seguito alla Sacra Scrittura illustrata coi monumenti fenico-assiri ed egiziani, che, a dir suo, fu compra e soffocata dal governo papale. Si difonde principalmente sul libro di Giobbe, e tratta dell'origine della parola e della scrittura. Sul libro di Giobbe pubblicò un saggio l'abate Maglia, cappellano all'ospedale di Ginevra. Il papa gli facea scrivere: Cristo disse, scrutate le scritture, e il papa vede con gioja che voi fate uno studio serio e continuo di questo libro. Egli pensa che studiar le profezie, ricercar il secreto de' proverbj, e compiacersi nel senso misterioso delle parabole è occupazione da ecclesiastico. Non gli fa meraviglia che negli oracoli sacri voi notiate cose nuove, o non abbastanza rischiarate, perocchè contengono una tale profondità di sentenze, una tale sublimità d'insegnamento, una tale multiplicità di misteri, che si può trarne ricchezze sempre nuove, come da una miniera inesauribile.

[640.] È noto che il Condillac fu dal duca di Parma chiamato a educare il principe Ferdinando. Barruel scrive fosse mandato apposta dagli Enciclopedisti per qui innestare le loro idee. Voltaire diceva: «Se il duca non è convertito dall'abate Condillac, nessuno vi riesce». Il Corso di studj da lui pubblicato, oltre insinuare una filosofia affatto sensista, mostravasi sempre ostile al potere ecclesiastico, massime nella storia; e il vescovo di Parma non volle mai dargli l'approvazione.

[641.] Decreto 10 agosto 1834. E vedi nota 8 del nostro discorso XXXI. Il Gioberti (Della riforma cattolica) disapprova la congregazione dell'Indice come di nessun effetto: e vorrebbe sostituirgliene una di opposizione alle false dottrine; una specie di congregazione polemica. Eccola.

[642.] Ventura, Liberatore, De Giovanni, Pestalozza, Mancino, Mazzini, D'Acquisto, Melillo, Toscano, Romano, Sciolla, Corte, Buscarini, Milone, Maugeri, Fornari, Prisco, Salvoni....

[643.] A chi lo rimproverava d'avere, nelle Speranze d'Italia, blandito al papa, perchè era allora venuto di moda, rispondeva che «un Manzoni, un Pellico, un Rosmini, un Cantù, un Gioberti, gli scritti de' quali palesano almeno un lungo e indigeno studio delle cose patrie, han fatta italiana la moda nostra da un vent'anni, cioè prima che fosse straniera». Nota al capo IV.

[644.] Allocuzione 20 aprile 1849. Se non ci fosse stata la libertà, il Governo avrebbe potuto proibire le tante scritture che ora propugnano il principato pontifizio.

[645.] Breve 12 febbrajo 1866.

[646.] Christi Ecclesia, sedula depositorum apud se dogmatum custos et vindex, nihil in his unquam permutat, nihil minuit, nihil addit; sed omni industria vetera fideliter sapienterque tractando, si qua antiquitus informata sunt et Patrum fides sevit, ita limare, expolire studet, ut prisca illa cœlestis doctrinæ dogmata accipiant evidentiam, lucem, distinctionem, sed retineant plenitudinem, integritatem, proprietatem, ac in suo tantam genere crescant, in eodem scilicet dogmate, eodem sensu, eademque sententia.

E quanto alla condanna di eresie che sembra nuova, San Tommaso riflette: Multa nunc reputantur hæretica, quæ prius non reputabantur, propter hoc quod nunc est magis manifestum quod ex eis sequatur. Summa, pars I, quæs. 33, art. 4.

[647.] San Luca, VIII, 10.

[648.] Dopo varie commissioni, una specialissima fu deputata per estendere la bolla: e ne formavano parte i prelati Pacifico, Cannella, Barnabò, e i gesuiti Perrone e Passaglia.

Giacchè abbiamo recato le pasquinate, rechiamo pure un anagramma, che certo è uno de' più meravigliosi.

Ave Maria gratia plena Dominus tecum

si converte perfettamente in

Inventa sum deipara ergo immaculata.

È pur bello quest'altro:

Sixtus quintus de Monte alto

in

Mons tutus in quo stat lex Dei.

[649.] Nella diocesi di Pavia alcuni preti protestarono contro la dichiarazione di quel dogma. Francesco Lavarino di Vercelli dopo quella dichiarazione pubblicò La mia opinione intorno alla teandria di Maria Vergine e della Chiesa cattolica, 1856. Col metodo di Kant vuol provare che l'opera della redenzione è comune a tutta la Trinità, ma personale al Verbo ch'è il solo redentore. Maria e la Chiesa fanno parte integrante dell'opera della redenzione; quella come casa immacolata che contiene il Redentore per generazione e per anticipazione de' suoi meriti infiniti; questa come casa immacolata che racchiude il Salvatore per rappresentazione e per partecipazione conseguente de' suoi meriti: onde sono teandriche non per sè, ma pei meriti infiniti del Redentore: e Maria, Cristo, Chiesa formano una trinità nell'unità.

[650.] Sarà un caso, ma qualunque volta a chi esecrava il sillabo io domandai se l'avesse letto, mi fu confessato di no. Alla tornata del parlamento dell'11 luglio 1867 il deputato Mancini, enunziate varie proposizioni del sillabo, proruppe: «Io domando se parole più dissennate di queste siansi mai scritte da penna umana». Atti, pag. 1298.

[651.] Sull'enciclica possiamo notare l'opera del vescovo Dupanloup, le Conférences sur les droits de l'Église, de l'État, de la famille, et de l'individu dell'abate Roques: dell'abate Maupied l'Église et les lois éternelles des sociétés humaines; dell'abate Peltier la Doctrine de l'encyclique 8 décembre, conforme à l'enseignement de l'Église; del Matignon La liberté de l'ésprit humain dans la foi catholique ecc. In Italia ne scrissero moltissimi.

[652.] San Paolo agli Efesi IV, 13.

[653.] Oltre il vescovo d'Orleans, vedansi i gesuiti Cahour e Daniel Des études classiques, e la lettera del cardinale Patrizi al vescovo di Quebec.

[654.] Non ratiocinatio talia vera facit, sed invenit. Antequam inveniatur veritas, in se manet, et cum invenitur nos innovat. De vera religione C. 72.

[655.] Di questa norma si vale principalmente, per ispiegare l'enciclica e il sillabo, il vescovo Ketteler nel capo XII della recente sua opera Deutschland nach dem Kriege von 1866.

[656.] San Tommaso riprova i governi assoluti perchè in servilem degenerant animum, et pusillanimes fiunt ad omne virile opus et strenuum. De regimine principis, L. I, 3.

Voltaire nel 1768 al conte Schwaloff ambasciatore di Russia diceva; «Non c'è che la vostra illustre sovrana che abbia ragione: essa paga i preti: essa apre o chiude loro la bocca: essi stanno a' suoi ordini e tutto è tranquillo».

Pio VI, nelle lettere apostoliche del 10 marzo e 13 aprile 1791, diceva: «Noi riconosciamo appieno, anzi vogliamo che le leggi del governo politico spettanti alla potestà civile restino affatto distinte dalle leggi della Chiesa. Ma quando affermiamo che bisogna obbedire alle prime, vogliam pure che quelle appartenenti alla nostra autorità non siano violate dal potere laico. La maggior parte de' vescovi previdero questo nostro sentimento a tal riguardo, dichiarandosi disposti a prestare il giuramento civico per tutto ciò che spetta alla giurisdizione secolare. Ma si proclama una libertà senza limiti, e non si lascia neppure al cittadino francese la libertà di coscienza».

Qual dei due è più liberale?

[657.] Quando nel 1863 l'imperatore de' Francesi, sgomentato dall'orrido scompiglio sociale, «donde doveri senza regole, diritti senza titolo, pretensioni senza freno», proponeva un congresso europeo, il pontefice gli suggeriva esser duopo che «i principj della giustizia siano ripristinati; rivendicati i diritti lesi; stabilita, principalmente nei paesi cattolici, la preminenza reale della religione cattolica».

[658.] San Francesco Saverio avea gettato i primi semi del cristianesimo nel Giappone, il 1549; e prosperarono così, che nel 1587 già contavansi seicentomila battezzati, e Roma prevedeva non lontano il momento, che colla croce la civiltà nostra si costituirebbe nell'estremo Oriente. Quand'ecco un usurpatore scompiglia il paese; come avviene in Europa, le prime ire si avventano contro i cultori di Cristo: e il 5 febbrajo 1597, ventisei persone cadeano, primizie del cristianesimo di colà.

[659.] Il ministro Sella diceva in parlamento che «l'Italia intende convincer l'Europa che essa sa dare l'ospitalità al capo della Cristianità».

[660.] Già nel Discorso XX abbiamo addotto l'opinione di Cardwright. Napoleone Roussel a Parigi 1854 pubblicò in due volumi Les nations catholiques et les nations protestantes, comparées sous le triple rapport du bienêtre, des lumières et de la moralitè; tutto in esaltazione delle genti protestanti per raffaccio alle cattoliche, e specialmente dell'America del nord a quella del sud, della Scozia all'Irlanda, de' Cantoni svizzeri protestanti agli altri, della Prussia all'Austria. Egli si vale di cifre e d'autorità, e ogni lettore sagace comprende come con queste possa provarsi qualunque assunto. Dell'Italia parla nel vol. II, e si propone di non discorrerne prima del secolo XVI, perchè prima d'allora l'Italia non era affatto papale, nè i papi s'erano alleati ai re per gelosia de' popoli: argomento precisamente opposto a tutto quello che adducevano i novatori del XVI secolo. Aggiunge che il ridestarsi delle lettere e delle arti è dovuto ai profughi di Costantinopoli (nel paese dove già aveano fiorito Dante, Petrarca, Boccaccio, Giotto, Giovanni da Pisa!) sicchè il rinascimento fu pagano non cattolico, e la prova n'è che i papi lo soffocarono, e che proibirono di studiare il greco e l'ebraico!

A dipingere poi l'Italia di questi tre secoli, infila le declamazioni di Enrico Martin, del Sismondi, del Quinet, di lady Morgan, di Lamennais, di Didier, di Briffault, di Cambry, di Maltebrun, di giornalisti, di tutti quelli mai che compiansero l'ignoranza, la grossolanità nostra, la sudiceria di Bergamo e di Venezia, la corruttela di Firenze, la ciarlataneria di Napoli, l'accattonaggio universale, e «l'abjetta povertà di quella Roma dove s'inghiottirono le ricchezze di tutta Europa». Ognun vede come sarebbe facile opporvi altrettanti passi laudativi: ma l'autore, che nulla vi mette del suo, conchiude: «Vorreste voi abitare la Calabria? terreste per moglie una napoletana? vi venne mai in capo d'esercitar il vostro commercio a Venezia, la vostra penna a Roma? Confidereste il ben vostro, il vostro onore a questi frati mendicanti; a questi gesuiti, ai cardinali che siedono a' teatri fra donne galanti? (sic)... Al papato, al solo papato devesi l'onta dello stato attuale d'Italia: ella è così, perchè il cattolicismo non può far di meglio».

Si noti che l'autore scrive in Francia, paese cattolico: ma a libri siffatti non bisogna confutazione: basta a combatterli il più vulgare buon senso.

[661.] «Tutto quello che nello Stato si toglie alla sovranità di Dio, si aggiunge in fatto alla sovranità del carnefice». Chi lo dice? Louis Blanc.

[662.] Matteo XXII, 10.

[663.] Inferno XXIII.

[664.] Jesus conversus increpavit illos dicens: Nescitis cujus spiritus estis. Luca IX, 45.

[665.] Dei sumus adjutores. I Corint. III.

[666.] Non solum ille proditor est veritatis qui transgrediens veritatem palam pro veritate mendacium loquitur, sed etiam qui non libere veritatem pronuntiat. Decretum Gratiani, 2 pars.

[667.] Che Roma sia necessaria sede del pontefice tolse a dimostrare il padre Giuseppe Burroni, De romanitate primatus apostolici, seu de nexu indissolubili quo primatus sedi romanæ adhæret. Torino 1867.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni elencate a pag. 722 (Aggiunte e correzioni — Volume III) e 754 (Errata-corrige generale — Vol. III) sono state riportate nel testo.

Le note, nell'originale raccolte a fine capitolo, sono state spostate al termine del libro, e i relativi numeri di pagina sono stati eliminati.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.