III.
Ben altre melodie quella sera stessa e la seguente scossero dolcemente l'aria sotto al castello di Brivio. Da una barchetta un maestrevole arpicordo accompagnava le canzoni del paese, le canzoni depositarie dei dolci e dei magnanimi sentimenti che di memorie nutricavano le speranze dei miei Brianzuoli, finch'essi non dimenticarono di avere una patria. Le quali, celebrando le prodezze e le cortesie, or rammemoravano la gentile Ferlinda contessa di Brivio, allorchè vedovata, d'ogni aver suo fece dono alla cattedrale di Bergamo per salute dell'anima: or imitavano il pianto penitente, onde, nella rocca di Lecco, Guido da Monforte scontava il sacrilego omicidio; or ripetevano all'indignata pietà i nomi e i fasti de' nobili Briantei, scannati dai Torriani. Ma il cantore cominciava sempre, sempre finiva con una romanza, soavemente melanconica, siccome la ricordanza dell'amica lontana. E diceva
D'ottobre rorida
Tacca la luna
Sovra la limpida
Crespa laguna;
Tremulo zefiro
Lambiva i fior;
La luna e il zefiro
Parver più lieti
Quando, fra murmuri
D'amor segreti,
Cedesti a un trepido
Bacio d'amor.
Sorriser gli angeli
Alla primiera
Gioja d'ingenua
Fede sincera,
E il tuo congiunsero
Col mio destin.
D'allora, al giubilo,
E al pianto insieme,
Insieme al fremito
Ed alla speme,
La morte colgami
A te vicin.
Quel dì, chinandoti
Sul letto mio,
Tra 'l prego flebile,
Tra 'l rotto addio,
Senza i rimproveri
D'un reo pensier,
Sul fronte madido,
Sui muti rai,
Quando a me l'ultimo
Bacio darai,
Ripensa al trepido
Bacio primier.
Fra il sonno degli uomini e il silenzio della notte, saliva quell'armonia alla solinga stanza d'Ermellina, che conosceva la voce di Tibaldo; conosceva le arie, use a cercarle la via dei cuore quand'egli veniva rallegrando i paterni convivii; conosceva la romanza onde, al tempo dei dolci sospiri, le svelò primamente le sue timide speranze. L'accoglieva nelle cupide orecchie, e sola — quanti cari pensieri, quante memorie s'affollavano intorno all'accorata! e i desiderii, e il dovere, e il profetare bugiardo dell'indovina di Pontida, e i fulgidi occhi del Trovadore, e il severo piglio del signor suo, e l'aver potuto essere felice e il dover non appartenere a quello cui era appartenuta per tutte le sue speranze; tutti i suoi piaceri, tutti i suoi dolori — e piangeva, piangeva dirotto.
Così un mese durò, così due, contenta e spossata della sua resistenza. Ma troppo rozzi erano que' battaglieri; troppo era lunga la lontananza: troppo lusinghevoli i Trovadori. Una volta Ermellina s'affacciò alle dipinte vetriate del balcone — guai, o fanciulle, al primo passo! — un'altra le aperse; poi vi dimorò alquanto: la sera seguente uscì sul verone al discoperto: che più? discese alla porticella di soccorso che riesce sul lago, e tolse dentro l'amoroso. — Sentenziatela voi, leggiadre donne, che per prova intendete amore.
Da quella, che sere avventurate! Delizie sempre eguali e sempre diverse; cento cose a dire e cento volte replicare le stesse; e un'ebbrezza crescente più l'un dì che l'altro, e più l'un dì che l'altro indugiato il momento del distacco. Nè più fantasie di guerra o sventure di innamorati insegna il Trovatore alla laguna: ma dolcezze e festività e il giocondo spettacolo della bellezza, e i voluttuosi baci delle colombe, e i tripudii delle corti bandite e delle gare d'amore.
Si perigliavano intanto i guerrieri di Brianza nelle fraterne battaglie: al biscione de' Visconti soccombeva la croce dei Guelfi, che, invano benedetti, andavano di rotta in rotta, di fuga in fuga: sicchè di là del lago di Brivio, diffusi per bande tra le gole della val San Martino, avventavansi ad ora ad ora nel ferro, e con inclite prove facevano a Barnabò amara la vittoria, se dovette comprarla col sangue d'Ambrogio suo figliuolo.
Ma quei tumulti che fanno a Tibaldo, ad Ermellina? oh la gioja loro, oh i loro affanni non pendono dall'evento delle battaglie fraterne. La delirante esultanza del presente, e nulla più in là. Il silenzio, dio de' fortunati, copre le mutue delizie, a cui li conduce il cantar dell'usignuolo, da cui li diparte il pigolio dell'allodoletta. — Deh cedesse più tosto il sole l'imperio del cielo alla mite stella della sera! Deh l'aurora indorasse più tardi le vette dell'Albenza! Domani, amor mio, per quanto bene mi vuoi, torna più presto domani.