RACCONTI
STORICI E MORALI
DI
CESARE CANTÙ
TERZA EDIZIONE
MILANO
LIBRERIA EDITRICE DI EDUCAZIONE E D'ISTRUZIONE
DI PAOLO CARRARA
Via S. Margherita, 1104
1878
Proprietà Letteraria dell'Editore.
INDICE
Nel 1868 pregai Cesare Cantù di lasciarmi ristampare i suoi Racconti già comparsi in molte edizioni. Egli non solo vi annuì, ma varj ne aggiunse, tutti riordinò e ritoccò: non credendo indegni di tal cura lavori che, quantunque i minimi fra' suoi, erano sopravissuti a trenta anni e a tante ruine di cose e di uomini.
Consumate due edizioni, una nuova ne intraprendo, cominciando da questo volume, che sta anche da sè, e che è abbastanza qualificato dal titolo: al quale vanno compagni uno di Paesaggi e Macchiette, e uno di Novelle Lombarde.
La materia loro e il nome dell'autore mi dispensano dal raccomandarli.
Milano, ottobre 1877.
P. Carrara.
AVVENTURE GUERRESCHE D'UN UOMO DI PACE
CAPO I.
I trentanove anni.
Alli 6 ottobre anno 1806 compivo i trentanove anni, e abitavo in una cameretta da studente a Berlino.
Quando mi svegliai, le campane sonavano della bella, che era domenica: e un sudor freddo mi corse tra pelle e pelle al riflettere che, fra un anno, questo sarebbe il mio quarantesimo giorno natalizio. — Il quarantesimo!
A diciannove anni un giovane sospira il ventesimo, perchè fino a quello non gli pare di trovarsi a livello del mondo: a ventinove comincia a far il viso dell'armi al trentesimo anniversario che si avvicina: le illusioni della vita sono ite in dileguo.
Ma il quarantesimo!... Ah, quarant'anni, e ancora senza impiego, senza uno stato!
Era il mio caso nè più nè meno, eppure non era colpa mia.
Risolsi dunque tra me e me, finchè durassi nell'ordine de' celibatarj, di non aver mai più di trentanove, nè meno di trentott'anni. Presa questa disperata deliberazione, mi alzai, e mi posi a dosso gli abiti da festa: ma l'anima era colma d'amaritudine...
Roba di chiodi! Fra poco quarant'anni sulle spalle, e ancora solo, e niente più che un povero candidatus theologiæ senza posto, senza avvenire! Neppure un impieghetto di professorello in città avevo potuto buscare; a che dunque tutto il mio sapere, l'instancabile zelo mio, la mia vita esemplare?
Non ho parenti, non protettori,
Non amiche, non ville,
Che far mi possan mai
Nell'urna del favor preporre a mille:
passavo la giornata a correre le vie per bastare a' miei bisogni dando lezioni al terzo e al quarto: poi nelle ore libere facevo il letterato, scrivevo su pe' giornali e per le strenne: ma che pane salato vi so dir io! I libraj salariavano le mie vergini muse non con altre monete che di rame.
Eppure tutti in generale i conoscenti mi faceano una cera da non dire, e portavano in palmo di mano il mio talento: ma dite mo se ci sarebbe stato un cane che mi desse un bruscolo? Il più distinto favore onde mi potessero onorare gli era un invito a pranzo.
E la mia buona Giulietta? ah! invano si sarà conservata fedele a' miei destini. Anch'essa dovette appassire come un fiorellino delle Alpi nella solitudine, ignorata dal mondo.
Giulietta m'era da nove anni promessa sposa, senza che mai avessimo tra noi una parola a ridire: buona come il pane, ingenua come l'acqua, al par di me povera e dimenticata, non avea che me solo. Nasceva da un consigliere, che in grazia d'un fallimento era morto impoverito. La vecchia madre sua che stava a casa in una città là su' confini della Polonia, era in sì basse acque da non potersi tener a lato la Giulietta; onde questa serviva in una casa a Berlino come compagna d'una dama, o, a dirla più prosasticamente, come cameriera: e col tenue ritratto del suo lavoro sostentava la madre.
Quante volte non sarei io soccombuto all'umor negro se la buona Giulietta, Dio la benedica, non avesse sostenuto il mio coraggio! Ma ora non eramo più fiori e baccelli: io entrava nel quarantesimo anno, Giulietta toccava già i venticinque, ed io non era che un aspirante, ella una cameriera!
CAPO II.
Fu il ciel che delle lettere il conforto
Certo inventò.
Così pensando e ruminando, non avea che finito di vestirmi, quando sento bussare alla mia porta; entra il postino, e mi rimette una lettera, ma molto grossa, che costava niente meno che trenta soldi. Prezzo enorme per la borsa avizzita d'un teologhetto!
Abbandonatomi sul seggiolone, stetti un buon quarto d'ora esaminando la soprascritta e il suggello, strologando da chi mi venisse.
Io ci ho un gusto matto a far così per combattere la mia curiosità; e poi ghiribizzare co' più bei castelli in aria sul contenuto della lettera.
Oggi poi la questione era se aprirla subito o aspettare domani. Non volevo mettermi a rischio di leggere forse notizie sinistre, proprio il mio giorno natalizio: sarebbe stato un cattivo pronostico per tutto l'anno. L'infelice è superstizioso.
Tirai le buschette, e la sorte decise pel no. Cattivo segno! ma la mia curiosità, animata da eroico coraggio, scosse il giogo della sorte e delle ubbie; il suggello fu rotto, — lessi, ed i miei occhi s'empirono di lacrime.
Dovetti deporre la lettera per calmarmi alquanto poi la rilessi. O provvidenza eterna! o mia Giulietta! — strinsi al cuore la lettera, mi posi in ginocchio colla fronte sino a terra, e sparsi le prime lacrime di gioja che avessi versate in vita mia, ringraziando l'Onnipotente della sua bontà.
La lettera veniva dal mio unico protettore, un negoziante di Francoforte sul Meno, nella cui famiglia ero vissuto un pezzo come precettore. Per un caso... No: dove c'è Dio non c'è caso!... Basta: per interposto del mio mecenate, io era chiamato come capellano nelle terre d'un conte dell'impero, ricco sfondato, con settecento scudi di paga, abitazione, giardino e legna, e per giunta la speranza, quando andassi a genio al signor conte, d'esser nominato precettore di suo figliuolo, con assegni particolari. Doveva ai 19 ottobre trovarmi a Magdeburgo, ove il conte faceva una scappata quel giorno, e desiderava vedermi.
Rimasi come stordito: tutti i miei voti erano compiuti. Lesto lesto finii d'affazzonarmi, e colla lettera di nomina in tasca, non corsi no, volai dalla Giulietta galluzzando. La sua padrona era per fortuna in chiesa, onde la trovai sola soletta. Restò spaventata al vedermi com'ero sfiatato, rosso come una brace, scintillante negli occhi; con angoscia mi trasse nella sua cameretta, dove io voleva bene spiattellarle il fatto, ma sì! non poteva formolar parole: piangevo, la stringevo fra le braccia, appoggiava il mio viso ardente sulle spalle di lei, che tremava di spavento.
— Cosa v'è accaduto di sinistro? Cosa potè abbattere tanto il vostro nobil cuore?»
— Oh Giulietta! (esclamai io) il mio cuore è avvezzo ai patimenti, sicchè vedrei il più acerbo destino col sorriso sulle labbra. Ma la gioja è ospite sconosciuta per me, nè ho armi contro di essa. Me ne vergogno: oppure, malgrado la mia filosofia, essa mi opprime.
— La gioja, signor dottore!» disse Giulietta stupefatta.
Nota bene, lettor cortese, che io aveva ottenuto all'Università soltanto il grado di licenziato, ma, per adattarmi alla moda, mi sorbivo a tutto pasto il titolo di dottore in filosofia.
— Vi ricorda (le risposi) quando nel giardino di Sans-Souci ci trovammo insieme la prima volta? quanto eramo contenti! Nove anni scorsero d'allora, o Giulietta, e noi serbammo il giuramento di amore e di fedeltà che prestammo quel dì sotto la volta brillante de' cieli, innanzi al Dio che è dappertutto: benchè senza speranza, lo serbammo religiosamente. — Vuoi venir con me, Giulietta? (io seguitai in tono men tragico, ed era la prima volta che le dava del tu.) Una bella casa, un fior di giardino t'aspettano: vuoi tu dividere la mia felicità? Guarda questa è la nomina: io sono capellano.»
Lesse la lettera, e mano mano che la scorreva, s'infocavano gli occhi suoi, che mai non la m'era parsa così bella. Poi finito, lasciando cascar le braccia, mi fissò un momento silenziosa, e le si gonfiavano negli occhi care lagrimette,
Pari alle stille tremule brillanti,
Che alla nuova stagion gemendo vanno
Dai palmiti di Bacco entro agitati
Al tepido spirar delle prim'aure
Fecondatrici.
— Verrò teco dove tu vorrai, Giammaria», essa mormorò, e singhiozzando gettommisi al collo.
Era il primo tu che le usciva dalle labbra: era il primo tu ch'io udissi darmi dopo morta la mia mamma, pover'anima. Noi eramo felici come angeli in paradiso. Pochi istanti dopo, si spiccò da me per gettarsi ginocchioni, e pregare; poi sorse, mi volse uno sguardo ove scintillava una tenera gioja, e la prima domanda fu: — Ma questo è proprio verità? non è un sogno? Mostratemi la lettera: non mi ricordo più del suo contenuto.»
CAPO III.
Lasciar nelle sale del tetto natio
Le donne accorate tornanti all'addio.
— È naturale (diss'io a Giulietta) ch'io non entri alla mia parocchia prima d'esser ammogliato. Come potrei ne' primi giorni occuparmi d'una folla di minuzie e d'intersesi mondani? Dov'è lo studio? ove la stanza da letto, e che so io? Tu, Giulietta, tu me le additerai: tu mi tramuterai la casa straniera in patria deliziosa: noi staremo da papi. Solo non ti scordare che il mio studiolo abbia una finestra che dia sul tuo giardino, affinchè la primavera, mentre io lavorerò a tavolino, possa vederti per le redole annaffiare e zappettar le ajuole. Oh che goder di Dio che noi abbiamo a fare!
Ella arrossì, e disse cambiassimo discorso: pure fu lei la prima a rattaccare del modo con cui volea disporre il suo orticello, e a discutere se o no tornasse conto comprare a Francoforte ogni nostro occorrente. Nè avemmo nulla a far di meglio che lavorare sul serio a conchiudere la nostra unione, domandare il congedo di Giulietta alla sua padrona, disdire la mia cameruccia, le mie lezioni, far fare le pubblicazioni di nostre nozze, avere il sì, e tutto.
Ogni cosa andò al solito: mi rallegro e regalucci da tutte le bande; onde mi trovai più ricco che non fossi stato da parecchi anni in qua. Un altro amico di Berlino, di cui avevo allevato i figliuoli, mi offerse, per far il viaggio di Magdeburgo, il suo calessino, ed io non dissi di no, e mi fornii del passaporto necessario.
Per verità il tempo era disastroso; bolliva carne in pentola: la guerra e i suoi guasti coprivano le campagne: il re s'era già avanzato coll'esercito fino a Turingen incontro a Napoleone, sin allora invitto. Noi però ci tenevamo sicuri, nella persuasione che fra un quindici giorni i Francesi sarebbero cacciati di là dal Reno. Via gli stranieri:
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che patria non v'è.
Per qualche guadagno io aveva composto cinque odi pindariche sulle vittorie de' Prussiani, ove descrivevo tutte le future battaglie, lasciando in bianco solamente il luogo delle azioni. Erano il non plus ultra della poesia classica, e potevo far conto di ricavarne cinque bravi talleri d'argento dai libraj di Berlino. Per tutti i buoni conti posi il manoscritto de' miei canti trionfali in saccoccia, per essere pronto, all'occasione, a fare stampare le prime a Magdeburgo. Ahi, come la speranza era diversa dall'effetto!
Il 14 ottobre, giorno che l'antica potenza prussiana restò annichilata a Jena e ad Auerstedt, presi congedo da Giulietta: tornato appena da Magdeburgo, si farebbe il matrimonio, poi si andrebbe alla parocchia.
Per quanto vago di lusinghe ci sorridesse innanzi l'avvenire, non sapevamo consolarci di questo distacco: pareva non avessimo a rivederci più. Per verità, come dottore in filosofia, io non dava retta ai presentimenti; ma come sposo ci avevo una fede scrupolosa.
— Giammaria, Giammaria! Il Signore sia con te!... Vivi, vivi felice; ma noi non ci rivedremo più — più», esclamò Giulietta singhiozzando. Povera zitella!
CAPO IV.
Viaggio a Magdeburgo.
Il 15 ottobre uscii contento come una pasqua dalla porta di Brandeburgo, portando in tasca la mia nomina e i miei cantici decasillabi di vittoria.
Dovetti, per qualche faccenduola, pernottare a Potsdam; la sera traversai Sans-Souci, e nel giardino e sulla classica piazza, ove la Giulietta, fanciulla allora sui sedici anni, mi aveva promesso eterno amore, rinnovai, dopo nove anni, il mio fedele giuramento.
La notte scrissi fin tardi all'amica mia un'idilio di mie speranze e di mie immaginazioni, dipingendole la felicità del nostro viver futuro nella parocchia, lungi dal trambusto del gran mondo. In mezzo ai quali disegni attaccai della grossa: e deh che sogni dorati vennero a cullare il mio sonno!
Al domani buon'ora ripresi via, conducendo meco la vettura mia ed un cavallo de' buoni. Lungo il cammino, ripassava un ad uno i discorsi che improvviserei al conte di Magdeburgo per mostrarmi a lui dal mio lato più brillante, e quelli che volgerei a Giulietta nel menarla alla nostra parocchia.
A Brandeburgo, nell'osteria, tutto era vita! Parlavasi di battaglie da casa del diavolo che doveano essere successe tra Napoleone e il caro re nostro, che Dio conservi: l'eroica morte del principe Luigi Ferdinando a Saalfeld era stata, diceano, vendicata nella più splendida guisa: nelle vallate della Turingia i cadaveri dei vinti ingorgavano il corso de' fiumi, niente meno.
— E dell'imperatore Napoleone che n'è?» chiesi io.
— Mah!
— E il maresciallo Lannes?
— Morto.
— E Davoust?
— Morto.
— E Ney?
— Morto: tutti morti.
— Ma è proprio vero?
— È un vangelo».
Chi dubiterebbe di trionfi che si desiderano? Io non capivo più nella pelle, e tutto fuoco porsi la mano alla saccoccia per cavarne i miei inni trionfali: quando un vecchio sedutomi a spalla, trasse di bocca la pipa e mi soffiò nell'orecchio, ma con bassissima voce: — Magaridio la fosse così! ma io so che le sono sparampanate, e che ce n'è toccata una grossa.»
Queste parole, potete immaginarlo, m'inchiodarono la mano nella tasca, e lasciai i lirici canti in luogo e posto.
Una grossa! ed io vo a Magdeburgo. Non potrebbe succedere che Napoleone e la grande armata venissero a situarsi fra Giulietta e me? Un brivido febbrile mi cercò dal capo alle piante.
Ma, eccetto il vecchio, tutti faceano gavazza nella sala dell'albergo, con un patassio, con un abbandono tale; ciascuno descriveva la pugna, la vittoria, la fuga con tante particolarità che avresti detto, e' l'han vista proprio cogli occhi loro. Ond'io, senza cercare se fosse verità o buccia di porro, mi adagiai nel parere de' più, e andai a dormire con tanto di cuore.
CAPO V.
Terribili presentimenti.
Il giorno appresso scontrai di molti corrieri, che pareano venire da Magdeburgo o dall'esercito, difilandosi a Berlino a spron battuto. Il diplomatico silenzio di questi messaggieri non mi pronosticava niente di consolante, perchè la consolazione è naturalmente espansiva.
In non mi ricordo qual villaggio fra Ziesar e Burg un subisso di gente stava raccolto; e quando io m'avvicinai, non s'insognavano di farsi da banda. Allora solo distinsi, innanzi ad un gran casamento, de' cavalli sellati, e alle finestre della casa molti ussari prussiani.
— Ohe, cosa c'è di nuovo?» chiesi a quelli che m'erano intorno, fermando il calessino.
— Ah, cara lei! ah, Signor benedetto!» esclamò una vecchia paesana. — Come, non sa? se non si discorre d'altro. Il re ha perduto tutto: e non son ancora boccie ferme: i Francesi arrivano a gambe: fra un'ora forse saranno qui.»
Naturalmente io non le aggiustava piena fede; pure volli informarmi meglio, e fattomi verso il casamento, saltai di calesso, e v'entrai. Le camere formicolavano di gente; ussari, paesani, impiegati alla rinfusa, pipando, bevendo, narrando, ciaramellando: ma tutti col viso lungo, buzzo buzzo. Ora parlavasi della disfatta de' Prussiani e dell'avvicinare de' Francesi; ora d'un Maggiore che in grazia d'una ferita non potea continuare la strada a cavallo, ed avea bisogno d'una vettura: ne volevano una, e s'erano spediti messaggieri da tutte le bande a cercarne.
Non sapendo quanto n'avessi in tasca dalla paura, più di là che di qua, io mi sedetti ad un cantuccio della tavola, e feci portar una fiaschetta di birra per aver comodo di sentire più giusto l'occorso, e a norma di quello regolarmi.
Un dieci minuti dopo, gli ussari sgombrarono e salirono a cavallo: ed io mi feci alla finestra a vederli partire. E li vidi in fatto sfumare, ma che? nel bel mezzo di loro vidi andarsene il calessino mio, cioè prestato a me dall'amico di Berlino. Ebbi un bel gridare dalla finestra — Ohe! Alto là! Fermatevi! cotesta carrozza è mia di me;» fra un minuto ogni cosa era ita in dileguo. A furia di spintoni m'apersi un varco tra il pigio della folla, e uscii di là entro: ma il posto era vuoto; il mio biroccino andato a Dio lo rivedi.
— Non la si sperpetui: la stia pure di buon animo,» mi disse uno smingherlino; che davasi tutta l'importanza di un impiegato. — Il signor Maggiore non ci andrà gran pezzo che rimanderà il calesso. E' non lo prese che per condursi fino alla città più vicina. Quel povero signore sdolorava delle sue ferite, e ha pigliato il miglior partito per calmarle.
— Ma chi è questo Maggiore!» chies'io.
Nessuno lo conosceva.
— E dove diavolo va col mio biroccino?»
Nessuno lo sapeva.
Corsi al villaggio sulla direzione del calessino e della sua scorta; prima d'arrivarvi, la strada si spartiva in tre o quattro altre, ma per nessuna riuscii a trovare vestigia sicure de' fuggitivi: in nessuna parte rinvenni chi me ne sapesse dire gallo nè gallina. Tornato, tutti stavamo ancora dinanzi a quel casone, dove entrai anch'io scalmanato e aggirandomi che parevo un terremoto: ma nessuno badava a me più che alla terza gamba, tutti pensando all'avvicinarsi de' proprj malanni, al sovrastare de' Francesi.
— La scriva; la rediga il processo verbale dell'ingiustizia fattami.» diss'io all'impiegato. — Tutto il paese e lei stesso furone testimonj di questo atto arbitrario. La scriva che, in conseguenza del sopruso del signor Maggiore tal dei tali, io Giammaria mi vedo costretto a fermarmi qua finchè torni il mio calessino, e che pretendo esser risarcito del danno emergente e del lucro cessante.»
Lo scrivano fece il suo dovere a meraviglia; io ritirai copia del processino, e la riposi coi canti trionfali. La notte passò; passò il domani; l'impazienza mia era al colmo, ma il calesse non sapeva tornare. Il 19 ottobre spuntò. Giusti Dei! e l'illustrissimo signor conte dell'impero che mi aspettava a Magdeburgo? Chiesi a nome del Maggiore una carrozza, o, almen che fosse, un cavallo per andarmene ai fatti miei: ma il Maggiore innominato godea sì scarso credito, che nessuno volle anticiparmi nulla a nome suo.
Che fare? Qui non c'è rimedio, e bisogna avere una buona pazienza. Ringraziato Dio che io portava con me tutti i miei beni, e potevo camparmela: ma la mia guardaroba se n'era andata col signor Maggiore. Ed all'amico di Berlino cosa dare per la vettura ed il cavallo? come comprare altri abiti, altra biancheria? dove prendere da far con Giulietta il viaggio sino alla parocchia?
Certo la era una prova ben dura per la fede d'un capellano cristiano.
Tagliai dalla siepe un bravo bastone di spino, e, così col cavallo di san Francesco, mi posi tra le gambe la strada per Magdeburgo. Il signor conte verrà in soccorso mio, pensavo tra me e me; e canterellavo traversando una landa non coperta che di macchie e di cespugli.
CAPO VI.
Gran ritirata.
Mi abbattei in spizzichi di soldati prussiani di tutti i reggimenti, chi con armi, chi senza; vivandiere, carri da bagagli, che zitti e chiotti mi passavano allato: nè a me bastò il coraggio di volgere la parola a questi prodi sfortunati.
— Ehi, sor dottore, dov'è ben avviato?» gridò una voce, in quella che, nel giardino di Burg, io mi trovavo in mezzo ad una truppa di soldati.
Sebbene fossero anni domini che nol vedevo, pure lo ravvisai per un tenente, che a Berlino stava nella stessa casa dove io, e che solevo chiamarlo Carlomagno, perchè questo capameno faceva discendere la sua famiglia in linea retta col gran conquistatore.
— A Magdeburgo, per servirla, signor tenente.
— A Magdeburgo? Eh! voglio dirle bravo se ci arriva, sor dottore; i Francesi vi sono già accampati con una bagatella di cencinquantamila uomini, sputi la voglia, e torni con noi, se mi vuol dar ascolto. Tutto è perduto: Brunswich è morto; Mollendorf è prigioniero: del re non si sa che diavolo ne sia: il corpo di riscossa del principe di Würtenberg fu battuto jeri ad Alla.
— Ma tant'è, io devo essere dentro oggi a Magdeburgo.
— Sì? La corra dunque a gettarsi sulle bajonette de' Francesi. Buon viaggio, sor dottore, e buona tornata.»
Mentre Carlomagno finiva con questo dire, due dragoni accorsero a spron battuto gridando: — Il nemico è già a Wittenberg, sull'Elba.» Tosto la fanteria raddoppiò il passo; ed io, non sentendomi di sostenere solo soletto l'affrontata dei cencinquantamila accampati a Magdeburgo, accettai la compagnia del tenente, e voltai tanto di spalle all'illustrissimo signor conte dell'impero.
Addio, parocchia mia; addio, mie nozze; addio, paradiso di mie felicità! Benchè fossi già innanzi cogli anni, la fortuna di simili non me n'avea mai giocato. La battaglia di Jena scompaginava tutte le mie speranze quand'erano più brillanti che mai, e mi faceva tornar dottore, celibe e povero in canna.
Io non risolveva a quale tra me ed il re avessero recato danni maggiori le vittorie di Napoleone. Ma la fortuna tiranna trovò in me la costanza usata; finchè mi restava qualcosa a perdere, io era tutto inquietudine, tutto paure. Ora che, spiantato di ramo e di radice, neppure a vender l'abito che portavo indosso avrei potuto pagare all'amico il cavallo e la carrozza, mi tornò il buon umore, e me n'impippavo dell'Olanda. S'è fatto primiera con peggiori carte.
CAPITOLO VII.
Il Cappellano.
— Presto, avanti: io seguo la bandiera di Carlomagno,» dissi ridendo al tenente; — e vada come la sa andare, sotto la generosa sua protezione fuggo sino a Berlino.
— Potenzainterra! non la è poi così disperata. Ho meco ancor mezza compagnia... tutti fior di Prussiani che fumano, e che non avrebbero paura davanti a una legione dell'inferno. Uh, avessi solo un cannone! non darei un passo indietro al cospetto di due reggimenti francesi. Se fossi stato io al posto del duca di Brunswich a Jena, o che sì o che no la battaglia sarebbe andata come è andata. Venite, dottore: io vi nomino gran cappellano della mia mezza compagnia.»
Ogni volta che si traversasse un villaggio, il tenente faceva sfilare i soldati, reliquie di tutti i reggimenti li disponeva per colonna, ed orgoglioso del suo grado, stava diritto impalato come un i, finchè a suon di trombe il suo esercito sfilava innanzi ai paesani. Quei che non avevano armi seguitavano umilmente dietro a' bagagli; e me, come cappellano quest'era il mio posto naturale.
Ben tosto legai un'amicizia da spartir colle pertiche con la vivandiera, padrona d'un baroccio. Questa brava creatura camminava a piedi, traendo per la cavezza una rôzza sfinita; e perchè non le moriva la lingua in bocca, essa mi contò per filo e per segno la storia dei fatti di Saalfeld e d'Auerstedt, censurando le posizioni e i movimenti dei Prussiani su questi due campi: alle quali critiche di strategia io non aveva a ridir nulla, io che mi sentivo capacissimo di perdere una battaglia, fossi ben a capo di dugentomila soldati.
Questa commilitona si chiamava Elisabetta, e quel ch'è curioso, acconciava il capo al modo che si vuol dipingere la regina d'Inghilterra di questo nome: avea il viso e tutto contro tutte le tentazioni, ma umor allegro, spiritosa, pizzicava di letteratura, e cantava canzoni berlinesi con una voce da passare le orecchie. Il suo spirito e la sua acquavite le davano non poca influenza sulla truppa nostra, e le schiudevano l'accesso al consiglio di guerra, dove mettea fuori il suo partito ogni qual volta si trattasse di determinar la marcia del nostro convoglio.
Il lento passo della sua rôzza, le lusinghe dell'acquavite e il suo ascendente sovra i soldati, la rendevano il vero capo nostro, tuttochè marciasse alla coda: e per non isfaticar il suo ronzino, non facevamo più di dieci o dodici miglia al giorno. La notte ci fermavamo nei villaggi, dove i soldati godevano tutta la libertà: ogni due giorni si teneva consiglio.
Per dire il vero, di questo passo non s'andava innanzi gran che: ma di giorno in giorno l'esercito aumentava di alcuni soldati che s'intruppavano con noi, in modo che arrivammo a contare dugento uomini, fra i quali due dragoni e quattro trombetti.
CAPITOLO VIII.
L'Ajutante generale.
La sera del quarto giorno Carlomagno mi trasse in disparte: aveva capito da un pezzo che in quel suo capaccio maturava qualche magnanimo disegno.
— Sor dottore (mi disse), alla guerra si fa passata. Io sono tenente già da otto anni: oggi sarò generale, o mai più. Comando dugento uomini a un bel circa: innanzi di arrivare all'Oder, ne avrò probabilmente uniti duemila, che conduco al nostro re. Ma prima qualche eroica impresa. Piombo colla mia truppa sulla Sassonia, e detto fatto prendo il nemico alle spalle.
— Come, come, non volete andare a Berlino?» l'interruppi io, pensando alla mia povera Giulietta.
— No: io volto a diritta, verso Mittenwalde. Dottore, il posto di cappellano non vi sta bene: ho pensato che sareste un bravo soldato. Vi do un cappello militare, un mantello turchino, una brava spada e un buon puledro; e sarete mio ajutante generale. So che conoscete le matematiche e disegnate a meraviglia: vi adopererò nelle ricognizioni ed a levare i piani.»
Avrei io osato contraddirgli? Accettai il posto di ajutante generale, perchè mi procurava il bene di sedere sul dosso di un cavallo, col cui mezzo speravo veder più tosto la Giulietta: lodai la confidenza di Carlomagno, e mutai il mio abito nero collo spadone di san Paolo. La sera stessa il generale passò in rassegna il suo esercito, nominò nuovi capitani, caporali, tenenti e tutto; mi presentò come suo ajutante generale, e sviluppò il suo disegno ai Prussiani meravigliati.
— Sì, camerati miei, (gridò alzando ambe le braccia) il dado è gettato. Noi colle imprese nostre faremo il nome prussiano terribile per sempre. Lo spirito del gran Federico ci anima: la patria insanguinata e deserta ci guarda... Camerati, e noi soffriremo d'essere ridotti ad un indegna servitù? Quale sceglieremo? vittoria e fama nell'universo, od una miserabile esistenza sottomessi a stranieri? Quelli che vogliono essermi fedeli, che vogliono seguirmi per vendicar il loro Dio, il loro re, la patria loro, ripetano con me: Vittoria o morte.»
Infiammati a questo discorso, sbolgettato con nobile ardore, i più gridarono — Vittoria o morte.» Solo alcuni, ustolando gli alberghi di Berlino, gridarono con un comico entusiasmo — Vittoria o pane.»
La regina Elisabetta era fra i malcontenti: tutta versata per questa risoluzione presa senza consultarla, trasse fuori la tabacchiera, la rotolò fra le dita, l'aperse, poi la guardò con aria cupa e minacciosa.
Il domattina eramo poco lontani da Brandeburgo: Carlomagno camminava innanzi con una maestà proprio imperatoria; io dietrogli giù giù sopra una rôzza che l'ultimo villaggio dove pernotammo era stato costretto a fornirci. A mancina stendevasi la strada grossa di Berlino; a destra il sentiero che dovea menarci alla gloria e all'immortalità.
Il generale e me, benchè il mio cuore sanguinasse, voltammo eroicamente a dritta: l'esercito ne seguì: la vivandiera chiudeva la marcia cantilenando sul suo baroccio, ma arrivata che fu al crocicchio infilò bravamente la strada di Berlino.
Non appena la retroguardia vide il bariletto dell'acquavite in quella direzione, voltò fronte, e lo seguitò senza proferire parola. L'esempio trascinò poco a poco tutti i soldati, che rinunziarono all'immortalità per l'attraente baroccio; sicchè alla fine ci trovammo soli il generale e me, esso involto ne' fumi suoi e negli umor bravi, io struggendomi dal desiderio della mia povera fidanzata.
Il dispetto di Carlomagno quando vide la sua truppa sparita, voglio lasciarlo pensare a voi. Essa, volgendoci le spalle, camminava in coda al diletto barile; a capo le stava Elisabetta, assisa sul suo botticino come sur un trono, cantando in quilio: Viva Bacco e l'allegria. L'imperatore mandava faville: corremmo dietro ai disertori, comandammo con voce tonante, Alto là! L'orgogliosa Elisabetta si compiacque di fermar il baroccio, e i soldati obbedirono: allora l'eroico tenente buttò fuori con energica voce la sua filippica. Oh, che ci hanno mai a che fare le parlate degli eroi di Senofonte e del Guicciardini? I commilitoni ascoltavano con tanto d'orecchi la pifferata: pure ebbi ad osservare che poteano tenersi di gettare tratto tratto uno sguardo amorevoluccio sulla carriola d'Elisabetta, temendo vederla sguisciar via. Nè so bene a che sarebbe andata a riuscire l'eloquenza del nostro generale, atteso che la regina Elisabetta rialzava la cresta con aria disdegnosa; ma tutt'a un tratto un nuovo incidente trasse la nostra curiosità.
CAPITOLO IX.
Marcia dell'esercito.
Un tenente di ussari, sforza, sprona, divora la via venendo dalla direzione di Berlino, e, senza altro preambolo ci dirige, le parole seguenti dal più lungi che potè farsi ascoltare: — Corpo di tre legioni di diavoli, dove andate per di qua, canaglia berrettina? I Francesi sono entrati in Berlino con tanta gente che nulla è floge: noi abbiamo dato volta: il re è a Kustrin nella Prussia occidentale, bisogna procurare di salvarci in Slesia dietro l'Oder.»
— Viva Dio!» gridò Carlomagno con gran prosopopea; noi siamo Prussiani, signor mio, e non scappiamo; no, perdinci: noi, piuttosto, noi passeremo a traverso dei battaglioni.»
Tale risposta fece metter la berta in seno al tenente, che si carezzò la barba corvina, e salutò con profondo rispetto il nostro generale. — Se volete unirvi alle mie truppe che ho raccozzate per conservarle al re (soggiunse Carlomagno maestosamente) sarete il benvenuto. Io vi do il comando della cavalleria sotto i miei ordini. Guard'a voi! in riga! per fianco destro! Il primo che parla di Berlino sarà trattato da disertore ed appiccato. Marsc.»
L'esercito nostro così riprese il cammino di Mittinwald, senza che alcuno volgesse la testa verso Berlino, non mica per paura d'essere impiccato, ma per paura dei Francesi. Elisabetta stessa tenne dietro mogia mogia, discesa dal suo trono, e cessati i suoi canti di trionfo. Tutto l'esercito era preso da un certo terrore. I Francesi già a Berlino! Ma per dove diavolo sono passati? Che sian fioccati dal cielo?
Io chinai anch'io la testa: Napoleone aveva in poter suo metà della monarchia prussiana, la città capitale del regno del gran re, e la mia Giulietta. Oh! l'aveva pur ragione la povera tosa quando, animata di profetico spirito, m'aveva detto tra gli scapigliati congedi, — Giammaria, non ci vedremo più!
Qual improvviso rovescio! Alquanti giorni bastarono a tutto sovvertire: la Prussia, i cui eserciti erano testè lo sgomento dell'universo, un regno così florido, distrutto da una sola battaglia: la mia sposa prigioniera in potere del popolo più galante e più prode d'Europa: il mio protettore conte dell'impero, in una città che era già stata incendiata da Tilly: la mia parrocchia Dio sa dove; ed io pacifico dottor in filosofia, io magister bonarum artium, di tutti i miei titoli non mi restava più che quello di ajutante generale di Carlomagno.
Allorchè, galoppando fra questo e il suo comandante di cavalleria Sparapane, mi abbandonavo alle illusioni, passando in rivista le mie memorie antiche, l'immagine di Giulietta, la mia stanzuccia di Berlino, eccettera, uno scapuccio del mio cavallo veniva a trarmi di botto dalle dorate visioni: e volgendo attorno gli sguardi inquieti, quelle contrade sconosciute che traversavamo, quelle strane figure che mi circondavano, tutto pareami un sogno, ed era obbligato a stropicciarmi gli occhi per assicurarmi che non dormivo.
Di fatto io era un osso fuori di posto. Quanto meglio avrei fatto a fuggire a Berlino sull'ali dell'amore! O che i marescialli di Francia volevano prendersi la briga d'un povero maestruccolo? e poi, i miei canti di vittoria non m'erano usciti ancora di tasca. — Sì, ma cos'avrei fatto per vivere? Le mie lezioni sarebbero preoccupate da altri; i miei canti non potevano veder più la luce. Come ajutante generale sono spesato; sono alloggiato: e po' poi, chi sa ch'io non riesca meglio a pan che a farina? chi sa ch'io non faccia fortuna nella carriera delle armi? Moreau non era che un avvocatello, e più tardi, in qualità di generale, eseguì una ritirata da far la barba a Senofonte. Chi sa mai che il dottore in filosofia non faccia un giorno meravigliar l'universo colle sue imprese? S'ella coglie coglie: o Cesare o niente.
Sospinta dal cattivo vento de' Francesi, che da Berlino ci soffiava in faccia, la nostra truppa si dirigeva sempre verso mezzodì. Fra noi non si parlava altro che d'eroi, che d'imprese, ma in fatto Sparapane non aveva tutti i torti quando ci insinuava di fuggire. Non ci avanzavamo che con precauzione e pe' tragetti, schivando le città e le borgate considerevoli, non fermandoci che in miserabili cascinali, e spesso facendo marcie forzate; simili piuttosto ad una masnada di ladri, che ad audaci conquistatori. I paesani ci tenevano informati delle notizie, e ci fornivano di viveri in abbondanza; ma tutti ci dicevano ad una voce: — Combatterete nella Slesia, perchè i Francesi sono già a Francoforte sull'Oder.»
CAPITOLO X.
Fu il vincer sempre mai laudabil cosa.
— In somma delle somme (mi diceva il generale la seconda sera dopo esserci spiccati dalla via di Berlino, intanto che prendevamo i quartieri in un povero casale, e postavamo le guardie). In somma delle somme ho condotta la cosa sì bene, che piglio Napoleone a rovescio.»
E sorrise con un'aria che dava a pensare; poi si mise a riflettere ancora.
— Potrebbe anche essere (disse Sparapane), purchè egli non ci pigli noi domani.»
Quest'objezione mi fe' raggricciare, perchè naturalmente io pensava al figliuol di mio padre. Tutti e tre meditabondi serbammo il silenzio, poi di scatto ci levammo dalle seggiole come sbigottiti, perchè nel villaggio s'era intesa una fucilata di allarme, e tutti i soldati esclamavano: — I Francesi! i nemici! all'armi!» La trombetta sonò il tutti a cavallo; i tamburri batterono: Sparapane fecesi pallido come un panno lavato, ed io, per mascherare la mia spaventosa agitazione, mi gettai come forsennato nella sala dell'albergo, gridando a quanto me n'usciva dalla gola: — Allò, bravi Prussiani, suvvia: presto all'armi.»
Cercai la porta, ma non la sapevo trovare, sì ero sgomentato; e battendo il capo di qua, di là, rovesciai l'armadio della nostra vecchia ostessa continuando: ad urlare — Prussiani, all'armi! Bravi Prussiani non mi abbandonate.»
L'ostessa si lamentava: i bambini piangevano; cane e gatto saltarono, in mezzo al trambusto sulla tavola. Il qual tramestìo crebbe viepeggio il mio delirio, sicchè credendo i Francesi già in camera, supplicavo il cielo d'avermi pietà, promettendo a me stesso, se la campavo, di non esser mai più ajutante generale, mai più.
Il mio turbamento e le lagrime mie, che fortunatamente Carlomagno e Sparapane interpretarono a mio favore, istillarono ad essi nuovo coraggio; trassero fuori le durindane, e ci recammo al posto ov'erano adunate le truppe. Deh qual fortuna fu il trovarmi al bujo! Nessuno mi vedea, onde potevo, se caso occorresse, sgabellarmene, facendo incognito una ritirata alla Moreau od alla Senofonte. Io non son vile no, pure quel giorno un terror panico mi aveva preso: e poi in generale io sono più inquieto di notte che di giorno. — Ajutante! avanti, con venti uomini verso il cimitero: il nostro posto vi fu attaccato: se avete bisogno di soccorsi, mandate, e vi condurremo dei rinforzi. Finora non è che una scaramuccia dei posti avanzati.»
Così perorò Carlomagno: i venti uomini si difilarono dietro a me, ed io li dovetti condurre. Povero magister bonarum artium, che cera facevi tu nel cavar dal fodero la spada! — Al diavolo il tenente, pensava io. Guarda mo'! non si ricorda più che a Berlino io abitavo al quinto piano?»
Ma bastava che si fidavano del mio coraggio, e l'amor proprio me ne dava. Quando fummo arrivati al cimitero, i miei occhi si copersero di profonda tenebrìa, perchè ci avanzavamo verso un muro alto assai. Ma io scambiai il muro per truppe francesi, e facendomi da una banda, gridai, come se vedessi degli spettri! — Fuoco! fate fuoco!»
Al lampeggiare della polvere ci chiarimmo che s'attaccava battaglia con un muro. Ma, indovinate un po'? sentimmo a un tratto molte voci gridare: — Perdono! quartiere! la vita!» e sette uomini di fanteria leggera francese, uscendo di dietro il muro, ove s'erano rannicchiati, vengono al mio piede gettan l'armi e si danno prigioni. Balordi! se fossero rimasti zitti e cheti noi non ce ne saremmo accorti per insogno. Così vennero da sè in bocca al gatto: e come prigionieri furono disarmati e condotti al quartier generale. Vi lascio pensare quanto mi pavoneggiassi arrivando dinanzi a Carlomagno, come l'ammazzasette, fra lo splendore di torchi e di fanali. Esso mi abbracciò al cospetto di tutto l'esercito, dicendomi: — Ajutante, il coraggio e la prudenza vostra vi fanno un immortale onore. Dirigerò un rapporto a Sua Maestà il Re, in cui gli presenterò la vostra condotta in questo affare sotto l'aspetto più favorevole.»
Dai prigionieri spillammo che una compagnia di fanteria leggera, mandata a prendere i quartieri nel villaggio, avea avuto paura al sentire che Prussiani v'erano in grosso numero; il gran batter delle casse, la gran quantità delle sentinelle, i grandi strombettamenti nostri gli aveano convinti, a non dubitarne che fossimo chi sa quanti. I sette prigionieri s'erano avanzati un po' troppo nell'andar a scoprir paese. Io non toccava terra dal piacere: erano i primi uomini in mia vita che facessi prigionieri; i primi soldati di Napoleone che vedessi in muso. Li feci refiziare di quel poco che si potè avere, e coloro non vi s'addormentarono sopra. Alle mie domande sul numero dei Francesi che si trovavano nei contorni, risposero che un intiero corpo, sotto gli ordini di Davoust, era in cammino per Berlino.
Io tradussi questa risposta al mio degno generale, ed esso, inorgoglito del primo esito delle sue armi, alzò le mani e gridò; — Corpo e sangue! è dunque vero che piglio l'esercito francese alle spalle.» Sparapane al contrario divenne smorto, cogli occhi invetriati.
CAPITOLO XI.
Secondo scontro e sue conseguenze.
Quel che più mi lusingava nella mia prima impresa militare era la persuasione di non aver fatto versare una stilla di sangue. È ben vero che non era mia colpa: ma il merito del generale, nelle grandi battaglie come nelle più piccole scaramuccie, mi pare affatto dubbioso. Il più spesso, particolari circostanze, la felice idea d'un caporale, l'arguzia d'un tamburrino, l'accordo d'un reggimento, che altro so io, influiscono più che il genio del comandante sull'esito d'una mischia. I reggimenti, i battaglioni e le compagnie sul campo non sono più macchine affatto, siccome si suol credere: e non so quanto pagherei a leggere le battaglie di Maratona, di Farsaglia, di Marengo, di Jena descritte in modo filosofico da un testimonio ben informato.
Non appena s'imporporò l'aurora, fummo all'ordine per la partenza: faceva gran freddo, e il nostro generale pensava che avremmo una giornata calda. I paesani narravano che il villaggio era circondato di truppe nemiche, onde fu risolto nel consiglio di guerra di sfilare traverso alla foresta.
Usciti dal villaggio, ecco venirci contro da tutte le parti Francesi, sbucando fino dal bosco ove contavamo passare. Ma il tenente non si sconcertò: con calma stoica dispose in battaglia l'esercito: l'ala sinistra appoggiata ad un pantano, la dritta contro un noce antico. — Camerati, oggi non v'esca di mente che siete Prussiani: bandiera non abbiamo, ma tenete fisso lo sguardo al pennacchio bianco del mio cappello, che sarà dovunque siavi gloria da acquistare.
Questo pensiero mi richiamò a mente Enrico IV, che, in un caso men disastroso, pronunziò alcuna cosa di consimile.
— Se non possiamo vincere, possiamo almeno, da veri Prussiani, non esser vinti, continuò esso. Il peggio che ci possa accadere gli è di dormire sta sera con De Ziethen, Schwerin; Winterfeld e Federico il grande, invece di dormire nelle nostre miserabili caserme.»
Certamente Leonida non parlò meglio alle Termopile, incoraggiando i suoi a morire per la patria. L'amico mio Carlomagno faceva le più bizzarre parodie del re spartano, e certo senza saperlo. Ma le nostre truppe mostravano di preferir i cavoli e le rape al duro prandio e alla terribil cena dei Campi Elisi. Quanto a me, un tozzo di pane di man di Giulietta mi sarebbe somigliato mille volte più prezioso, che tutta l'ambrosia in compagnia degli eroi dell'antichità.
Era un tristo spettacolo a vedere le colonne francesi avanzarsi a rilento e il sentire tratto tratto lo squillo di loro trombe. Io stava alla peggio sul mio cavallo, non lungi dal noce, all'ala destra, e tremavo a verga a verga. Il buon Sparapane posto alla sinistra, ove le sue cornette facevano un fracasso di casa del diavolo, non parea guari più sicuro.
Per l'ultima volta, prima d'ingaggiar il sanguinoso combattimento, Carlomagno mi s'accostò: — Signor ajutante generale, ecco il giorno di spiegare il genio vostro. Ma in nome di Dio, vi prego, non abbandonatevi all'impeto del vostro coraggio. Conservatevi calmo. S'io cado in battaglia, assumete voi il comando. Il nemico è troppo forte: se siamo battuti, ci ritireremo nel villaggio, e là morremo tutti fino ad uno nel cimitero.»
Dopo questo breve discorso si ritrasse, lasciandomi al turbamento e alle angoscie mie.
Fra ciò la regina Elisabetta aveva scelto per la sua vettura un posto molto opportuno, donde agevolmente potea trovare via di scampo. Tale posizione doveva impacciare i movimenti di Sparapane, giacchè esso la respinse scortesemente, e costrinse la vivandiera piangente a volgersi verso di me, passando innanzi alla fronte della linea.
Questo movimento accidentale decise la sorte della battaglia prima che fosse cominciata.
CAPITOLO XII.
Già di mezzo sparito è il terreno,
Già le spade respingon le spade.
Mentre l'esercito nostro fissava occhi d'amore e di desiderio sul barile amato, che gli rullava dinanzi, il primo colpo di cannone si fece intendere, ed, ahi tenor d'inique stelle! la palla diede giusto nel mezzo alla botte dell'acquavite, sicchè il néttare delizioso schizzò d'ogni parte, mentre il cavallo sgomentito se ne portava il carretto.
Col liquore divino ogni coraggio disparve: e la retroguardia fece un movimento addietro verso il villaggio.
Carlomagno urlò: — Avanti;» ma sì! ogni entusiasmo era sparito: neppure un soldato s'avanzò. Tra la furia egli aveva dimenticato che la sua penna bianca doveva indicare il cammino della gloria; e giusto quella penna cascava al dietro della testa, onde i soldati si diedero a intendere che il cammino della gloria conducesse al villaggio.
Un secondo colpo bombò: il mio cavallo, già rintronato dal primo tuono di quelle artiglierie così malsane, cominciò a partecipare all'inquietudine del suo cavaliere, che non potè lasciar di volgere la testa per assicurarsi se il cammino del villaggio fosse libero tuttavia.
Allora i nemici cominciarono un fuoco di moschetteria, e tosto come un pazzo io mi posi a gridare: — Fuoco! fate fuoco! sparate!:» calcai il cappello sugli occhi, strinsi i denti, e pensando — Dio v'ajuti,» volli battermela minchion minchione verso il villaggio. Ma prima di trovar via nè verso di fare dar di volta alla mia rôzza capricciosa, i soldati obbedienti fecero fuoco, il mio cavallo n'ebbe spavento non minore di me, e mi portò in sua balìa dietro il noce. Tre cacciatori francesi mi spararono contro, e non vedendomi cascare, ed avendo paura della sciabola, che io teneva in mano, voltarono le spalle, e gambe. Il mio Pegaso, per quanto facessi per frenarlo, col capo fra le gambe seguitava il nemico; ond'io a giurare, a piangere, a gridare: — Fermo là! — Brrr — Quieto!»
Il mio Pegaso, per quanto facessi per frenarlo, col capo fra le gambe seguitava il nemico; ond'io a giurare, a piangere, a gridare: Fermo là! — Brrr! — Quieto! (Pag. 38)
Ma niente era del fermarsi. I cacciatori presero uno stradello tra due fratte; e il mio bellicoso corridore dietro. Allenati, furono essi côlti da un vero spavento, perchè io era loro senza posa alle coste: spronavano i cavalli stanchi, ma il mio ronzino scaldato raddoppiava di celerità. Sicuramente mi tolsero per un diavolo incarnato, che avesse giurato di bevere il sangue loro; perchè tratto tratto si voltavano a guatarmi con aria costernata. Ah se que' buoni cristiani avessero saputo quanto questa vittoria mi pesava!
Sbucati da una foresta di abeti, ci trovammo in un vasto piano, dov'era un campo di Francesi. Là perdetti le staffe, i miei fuggiaschi svanirono, e alcuni soldati mi trassero delle fucilate, onde il cavallo fece una capriola, e mi gettò là lungo e disteso come una pera cotta.
Addio, Giulietta! addio, conti senza l'oste! addio a chi resta! addio, mondo ingannatore! io dicea fra i sospiri: giacchè la mia caduta fu sì violenta che i soldati mi credettero morto, anzi sepolto e corsero a me coi tre fuggitivi sghignazzando. Sorsi tremante come avessi la quartana; mi domandarono la spada, ed io la cedetti: i tre fantaccini volevano schioppettarmi lì per lì, ma i cacciatori mi tolsero in protezione, giurando ch'ero uom d'onore e prode. Una lode sì poco meritata, in bocca d'un nemico, mi fece andar in brodo, principalmente quando m'accorsi di non essere ferito.
CAPITOLO XIII.
Me prigioniero.
Ora eccomi prigioniero di guerra. Mi condussero in una casa da paesani isolata, e lungo il cammino feci penitenza cedendo l'orologio, la borsa e l'anello d'oro che portavo, memoria della Giulietta.
Un capitano, che stava trincando e scuffiando a due palmenti con diversi ufficiali in essa casa, mi domandò qual fosse il mio grado, dopo che fu narrato come qualmente io aveva inseguito i cacciatori fino nel campo. Cosa rispondere? Capellano? maestro d'arti? dottore in filosofia? M'avrebbero riso sul muso. Carlomagno non m'avea sollevato al grado d'ajutante generale? Senz'esitare adunque risposi: — Ajutante generale.»
L'abito fa il monaco; ed anche i titoli. Mi fecero prender posto a tavola; c'era dell'arrosto rifreddo, del malaga, fior di rosolio; il capitano mi drizzò parole di consolazione sul caso mio: — È il destino della guerra. Cinquant'anni fa voi avevate Federico il Grande, e a noi toccò Rosbach; oggi noi abbiamo Napoleone il Grande, e a voi tocca Jena.»
Gli uffiziali montarono a cavallo, ed io fui messo in arresto nel campo. Il brivido della paura non m'era passato ancora, onde il trovar fuoco al corpo di guardia mi tornò da morte a vita.
Che ne sarà del tenente Leonida e de' suoi magnanimi? che sarà divenuta la regina Elisabetta col suo barile traforato? che diverrò io stesso?
Questi pensieri m'invadevano lo spinto. M'era stato detto che sarei condotto a Francoforte sull'Oder, e che là mi unirei ad un convoglio di prigionieri per la Francia. Offrii di giurare sull'onor mio che non porterei più le armi contro sua Maestà Imperiale e Reale l'Imperatore de' Francesi, ma l'offerta non era stata accettata dal capitano, il quale diceva che la mia sorte doveva essere decisa dalle autorità superiori.
Eccoti dunque destinato per la Francia, povero dottore per esservi inchiodato in una fortezza. Deh come tutto in un lampo si cangiò! Quando stavi assettato nella tua soffitta da poeta, girando gli occhi sopra i tetti vicini; quando leggevi Plutarco o la gazzetta, tirando quietamente una presa di tabacco, che cosa mai poteva turbare la tua pace? Poi finita la giornata, date le lezioni, tu andavi a fianco della tua Giulietta, a ragionar con lei delle speranze e dell'avvenire, o nella tua poetica solitudine scrivevi nuovi cantici guerrieri.
A ciò mi corsero in mente gl'inni delle vittorie prussiane, che tenevo sempre in tasca: onde cacciai a mano lo scartafaccio, mi guardai attorno per vedere se ero osservato, e lo gettai sul fuoco. Canti di trionfo, canti pieni di rabbia e di spregio contro Napoleone e gli eserciti suoi, poteano nella mia prigionia costarmi nientemeno che la pelle. Dunque li vidi perir tra le fiamme, quasi col piacere stesso onde, in momenti più felici, io gli aveva partoriti. Nè la mia gioja fu sminuita per avere nella furia gettata con loro anche la mia nomina di capellano.
Alcuni soldati mi s'accostarono ben tosto; quelli appunto che mi avevano fatto cascar di cavallo, e mi domandarono: — Cosa bruciate costì furtivamente?» e parlavano di spionaggio, di moschettare. Io, imbarazzato a rispondere, davo cartacce, il che non migliorò la mia situazione. Que' mariuoli, me n'accorsi ben io, cercavano di attaccar bega; m'insultarono, mi condussero in una camera del corpo di guardia, ove dovetti deporre la giubba e gli stivali; essi se li presero e via, nè più rividi i mariuoli nè la giubba.
Fuori pel giorno fui interrogato molte volte sulle carte bruciate; e perchè io stava sul tirato, sostenendo che erano miserie, carte di famiglia, lettere private, fui condotto al quartier generale da due uomini, che in mia presenza caricarono il fucile.
Senza giubba, mal in arnese, e in una giornata brusca d'ottobre, dovetti seguitar le mie guardie per una passeggiata di tre ore. Impillaccherato, stracciato, mezzo svestito, stavo peggio d'un pitocco, perchè non aveva la mia libertà: anzi la mia vita stessa non valeva in quel punto cinque soldi, perchè i Francesi in campagna amano i processi spicciativi. Un povero diavolo accusato di spionaggio essi l'impiccano e lo fucilano caldo caldo, senza curare s'egli se l'abbia a male.
CAPITOLO XIV.
Le montagne stanno al posto, gli uomini si trovano.
Al cader della notte, una linea di fuochi mi si scoperse allo sguardo: a avvicinandoci, trovammo un campo considerevole. Fui condotto in una bella casa di campagna fuor del villaggio; dove stavano alla porta guardie a piedi, guardie a cavallo: uffiziali d'ogni arma, in belle divise, uscivano ed entravano continuamente. Condotto innanzi all'uffizio militare si lesse il rapporto sopra di me, mi fu chiesto il nome, il grado, e poi ordinato — Portatelo di là cogli altri prigionieri.»
Uno de' primi uffiziali disse: — L'hanno spogliato in guisa, che è una vergogna.»
Un altro volgendosi a me soggiunse: — Andate pure; sarà mio pensiero procurarvi abiti decenti.»
Mi condussero nel campo, e là fui consegnato ad un uffiziale, incaricato di custodire i prigionieri. Questi, seduti accanto al fuoco, godevano la loro cena, ed io mi posi fra loro. Ma indovinereste quali furono le prime faccie che distinsi? Sparapane, e allato a lui Carlomagno, che mangiavano ambedue una minestra spessa in un badiale lavamano che la regina Elisabetta reggeva sulle ginocchia, invece di tavola. — Potenzinterra! gli è proprio il mio generale!» esclamai io, fuor di me dal contento. «È cotesto il pasto che avevate a fare all'Eliso con Ziethen, Schwerin, Winterfeld e Federico il Grande?»
Il tenente, al sentir la mia voce, alzossi tripudiante, e mi serrò teneramente fra le braccia. — Come, signor ajutante? vivo ancora? sia lodato Iddio! Rimane adunque ancora un eroe al nostro re. Deh quanto vi piansi! Ma voi, perchè non saper moderare il vostro ardore? Ho ben visto come cacciaste in fuga i tre cacciatori, e come essi vi trascinarono dietro di sè. L'esempio vostro ravvivò la mia gente, un tantino scoraggiata; incrociammo le bajonette contro il nemico; morti e feriti a furia da ambe le parti: combattemmo come leoni una buona mezz'ora, poi ci fu forza metter giù le armi. Venite, ajutante del cuor mio, venite a parte della nostra cena.»
Il prode tenente m'abbracciò ancora dalle tre volte in su: il valoroso Sparapane non sapea finire le fratellanze e i complimenti: la regina Elisabetta m'offrì un cucchiajo di stagno, e così posi in oblìo la noja ed il mal della passata via.
Forse mezz'ora dopo, l'uffiziale di guardia comparve con un caporale: — Chi di lor signori è l'ajutante generale?»
Carlomagno sorrise di contentezza, e m'accennò col dito proteso, perchè non era molto forte nel parlar francese.
— Signor ajutante, (aggiunse l'uffiziale) mi piange il cuore ch'ella sia stata trattata sì indecorosamente. Le mandano dal quartier generale questi vestiti da addossare, con due bottiglie di vino per rifocillarsi. La stia sicura che i Francesi sanno stimare i loro nemici come uomini d'onore, e che i mariuoli e i ladri sono eccezioni alla regola.»
Io feci al mio nobile nemico la più gentile risposta che sapessi immaginare, ed è un vero peccato che non abbia potuto, lì sui due piedi, trovar una frase migliore di questa: — I conquistatori dell'universo oggi m'hanno vinto due volte.»
Noi tedeschi abbiamo un bel fare; ma, è forza dirlo, i Francesi sono il popolo più ingegnoso del mondo: sono proprio i Greci del nostro tempo. Fino i soldati semplici hanno un esteriore grazioso e amabile, che non si trova da noi se non sul teatro: una battaglia animata li rapisce, un buon pensiero li ricompensa, il sentimento dell'onore gl'infiamma: in questo popolo v'è dello spirito; non solamente patate e birra.
CAPITOLO XV.
Un bel fuggir salva la vita ancora.
Al domani fummo tradotti a Francoforte sull'Oder. Io conosceva da cima a fondo quella città, anzi v'avevo degli amici a rotoli, ma nel caso presente questi amici mi riuscivano affatto inutili, se non anco dannosi. Un onesto Francofortese poteva trovarsi per caso sull'ingresso di sua casa nel momento appunto del nostro arrivo, e alluciarmi: e riconoscendomi, salutar l'ajutante generale col nome di «Caro mio dottore;» e forse domandarmi conto delle mie odi guerriere.
Perciò, all'arrivar dinanzi alla porta, oh come il cuore mi faceva ticche tocche! Tirai giù il cappello, e su la cravatta fino agli occhi; mi sentivo vergognoso di entrare come un malandrino, fra mezzo a prigionieri, in una città che conoscevo; e davvero cominciava a mangiare del pan pentito, perchè, diciamolo, un po' di colpa ce l'avevo io coll'arrogarmi gradi e onori militari che aveano a far con me come il papa colla Cina.
Ci prese in mezzo un nugolo d'oziosi, — ma no; sì duro nome non s'addiceva a quella buona gente; venivano, mossi di compassione, o forse cercando fra noi un amico, un parente.
Benchè già buiccio, io mi rimpiccinivo il più che poteva: la mia coscienza era certo irreprensibile, ma una virtù involontaria somiglia al delitto. Infine giungemmo ai nostri quartieri di notte, e, parola d'onore promettemmo di non fuggire.
Lo confesso, questa parola d'onore, non era gran fatto onorevole per me, giacchè mentre la dava, rifletteva tra me e me: — L'ajutante generale può ben legare la sua promessa, ma senza che ciò formi alcuna obbligazione pel signor dottore e magister.
Appena fatto scuro, chiesi licenza d'andar a visitare certi amici: n'ebbi un bel no; ma quando volli uscire nessuno mi fermò, nessuno mi chiese, Dove va? nessuno per le strade mi volse la parola; onde vedendomi libero a metà, volli esser libero affatto sgusciando fuori della città, e la sentinella mi tolse per un uffiziale francese.
CAPITOLO XVI.
Questi furo gli estremi onor renduti
Al domatore di cavalli.
Senza guardarmi ai piedi, corsi per forse un'ora a rotta di collo, poi sfiatato m'accôrsi d'aver lasciate le strette e miserabili callaje de' sobborghi: una sabbietta copriva la strada sotto gli stanchi miei piedi: intorno a me nell'oscurità si stendeva un bosco di pini, e sovra il mio capo la luna inargentata scintillava attraverso le nubi.
Trovai la situazione mia poeticissima: eppure, che volete? una prosaica cena presso una cuccetta di paglia non mi sarebbe dispiaciuta.
Ed ora che fare? ove drizzarsi? Io non sapeva cosa rispondere a queste mie domande. La fame non si fa mai sentire così viva come quando non si sa come calmarla: nè la vita è mai sì cara come nel momento che è in pericolo. Questi tristi pensieri ingombravano il mio spirito; onde rimisi in moto i miei piedi a benefizio di fortuna, curioso di sapere cosa diverrei, e dove infine mi condurrebbe la mia sorte avversa.
Sentii cani abbajare; qualche lume mi apparve da lontano, alla cui scorta arrivai spedato ad un villaggio. Innanzi all'osteria stava un carozzino di posta a tiro a due, voltato proprio verso la direzione ch'io intendeva seguire. Guardai attorno: il sottopiede dietro al cocchio non aveva nulla che mi impedisse di accomodarvimi d'incanto, e di attaccar un sonnellino intanto che la vettura mi trascinerebbe lontano assai. Il padrone era ancora nell'osteria: io, cercandomi nelle tasche, non mi trovai allato nemmeno la croce d'un quattrino: eppure avrei comprato sì volentieri una pagnottina, perchè la vedevo in aria. In qualità d'uffiziale non potevo batter l'accattolica; potevo bensì goder a isonne mettendo a contribuzione: onde risolsi di tentare la fortuna, ed entrai nella casa.
Sopra un truogolo di avena erano posati un cappello rotondo, un palandrane ed un frustino. Risoluto di cavarne le mani dal mestiero dell'armi, senza esitare gettai in là il mio cappello gallonato, deposi la giubba turchina sull'avena, e presi il palandrano: se avessi avuto la sciabola, di tutto cuore l'avrei barattata col frustino, che non ostante presi in mano per sicurezza, se non altro, contro i bottoli del villaggio. Non occorre dire che in tale arnese non potevo più pensare a cenar in quella casa onde attaccai la voglia ad un arpione: ma andava in solluchero pensando che ormai potrei viaggiare incognito tra mezzo ai Francesi.
Stavo ancor ritto e fermo come un termine a piè dell'uscio, cercando cogli occhi un cantuccio, dove ripormi ad agguatar la vettura, che non la se ne andasse senza me, quando a un tratto una voce francese mi sonò dietro, che fece su me l'effetto di un fulmine. — Andiamo, ghiotto; lesto, andiamo,» gridò il Francese, che mi aveva tolto pel suo cocchiere, lo rimaneva lì intra due di cascar morto, o di darla alle gambe come un ladro: ma il Francese non voleva nè l'uno nè l'altro: e ghermitomi pel colletto con una forza prodigiosa, mi trasse presso il cocchio, e mi intronò nell'orecchio: Sitzen dich auf: poi balzando egli stesso nella carrozza, aggiunse: — Presto, frusta; avanti.»
Alla buon'ora: pensai io nel sedermi sulla cassetta: e sferzando i cavalli uscimmo dal villaggio, tirando via di pratica.
CAPITOLO XVII.
Altre pugne, altre stragi.
Più io toccavo su, e più il degno mio padrone ripeteva; — Buono! bravo!» Pareami arcifrettolosissimo, e a giudicar dalle parole che d'ora in ora gli scappavano di bocca, la sua coscienza non era più netta della mia.
Al chiaro di luna credetti scorgere ch'ei fosse uno di quegli importanti personaggi che in francese si chiamano impiegati; avendo abiti troppo borghesi per un militare, e troppo militari per un borghese.
La nostra conversazione riducevasi a monosillabi, perchè egli non parlava quasi punto il tedesco; io per restare in carattere, doveva ignorare totalmente il francese. Mi domandò; — Quanto star da qui a Posen?» ed io: — Molto ancora.» Egli aggiunse: — Essere molti Prussiani là? — Oh molto,» rispos'io: al che egli come forsennato gridò: — Andare, camminnare, sempre:» ed io faceva galloppar i cavalli colla pancia a terra.
M'indussi poi a fargli intendere che avevo bisogno di mangiare col domandargli se aveva de' viveri seco; intese che gli domandassi di viver seco. Gli parlai di avermi compassione; credette che parlassi di commissione. Dissi che avevo hunger, cioè fame, e pensò che parlassi degli Ungheresi. Infine ripetei brod, e questa parola e il gesto onde l'accompagnai fece l'effetto, sì che mi diede un bel quarto di pagnotta, che fu meglio d'una sassata.
Contento come un giubileo, sbocconcellai pane e pane in sulla cassetta, lodandomi del posto mio che mi forniva di tutto quanto potevo desiderare. Capellano o palafarniere, ajutante generale o maestro, dottore o vetturale, cos'importa? l'uomo sta sempre bene sotto qualunque abito: peggio per lui se l'abito è il solo bene che possiede.
Io prendevo la strada di Polonia, dicendomi: Chi sa ch'io non vada in riva alla Vistola a trovar il comando d'un corpo d'armata? E non ci mettevo nè pepe nè sale, e per quanto oscura fosse la mia sorte, io la vedevo chiara come un'ambra.
Mi sentiva nella migliore disposizione di spirito per comporre un sermone, quando a chiaro di luna distinsi alcune sentinelle sulla strada. Il mio commissario le vide al punto stesso, sfoderò la sciabola, impugnò una pistola che inarcò. Lo scatto d'uno scodellino mi coprì d'un sudor freddo da capo ai piedi.
— Corpo e sangue, lesto, presto, avvia, tocca su,» gridava lui.
— Fermo là. Chi viva! Alto là: chi viva?» gridarono alcuni soldati, presentandomi al petto la punta delle bajonette.
A qual dei due obbedire? Io speravo che una bugia officiosa mi trarrebbe d'imbarazzo: onde credendo che i soldati fossero Francesi, avviati a raggiungere il loro reggimento, dissi loro: — Signori, il mio padrone è un generale francese.»
— Alto là; rendetevi,» gridarono più voci ad un tratto.
— Un canchero che ti roda,» urlò il mio preteso generale, e balzando di netto dal calesso, stramazzò due di costoro: sparò; gli risposero; di qua, di là, da destra da manca sentivo le palle fischiando volar. I miei cavalli furono spaventati anche più di me; onde, senza dire addio nè a diavolo morsero, il freno, e presero un galoppo disperato. Ed io certo non li teneva. Sentii ancora l'urtarsi delle sciabole e qualche scoppio; poi non intesi più nulla. Io mi trovavo salvato, grazie alla prudenza e alla velocità de' miei cavalli.
— Maledetto accidente,» pensava io tastandomi dal capo alle piante, perchè dapprima mi credeva tutto crivellato dalle palle, e di perdere il sangue a catinelle, ma in fatto non avea tocca neppure una scalfitura.
Tanto meglio. Ma del mio padrone che n'era? Doveva io tornar indietro a cercarlo? Sì! a rischio di farmi sciabolare. Ah, la fedeltà e la generosità mia non arrivavano a tanto. Quel che avvenne del commissario di guerra, Dio vel dica; per me non n'ebbi nè nuova nè ambasciata.
Continuai pacificamente la mia strada, ma i cavalli erano spossati. Un villaggio mi si scoperse dinanzi; cosa dovevo fare? passarvi la notte, o tirar di lungo? Una voce mi diceva sommesso: — Va innanzi, va innanzi: perchè, sai tu di chi erano la carrozza ed i cavalli?» È ben vero che non gli avevo nè rubati, nè requisiti io, ma per questo dovevo tenermi l'altrui?
In tale perplessità arrivai all'osteria, che già era un pezzo di là di notte. Lo stalliere affacciossi; io smontai, chiesi avena pei cavalli, birra per me, e mi accomodai nel salotto.
Non avevo neppure un bezzo: ma ad un bisogno io pensava dar in pagamento il cappello e il palandrano: l'uno m'era troppo piccolo, l'altro troppo grande.
CAPITOLO XVIII.
Compagnia compromettente.
L'ostessa, donna guarnita di ciccia in abbondanza, venne a sedermisi a lato, appoggiò i gomiti sulla tavola, e domandò se intendevo passar la notte sotto il suo tetto. Come risposi di no, mi chiese se voleva continuare il viaggio, sta sera fino alla piccola città di ***.
Risposi di sì, stracontento che la curiosità di questa buona cristiana contentasse la mia, insegnandomi in qual parte del mondo mi trovassi. Mi domandò pure se non mi rincrescerebbe toglier meco una giovine che era giunta a piedi, e che gustava un po' di riposo, resole necessario da questa camminata.
Io accettai a bocca baciata, sì per la mancia che mi darebbe, e sì pel piacere di sua compagnia.
L'ostessa aggiunse che farei bene ad aspettar la punta del giorno per partire, giacchè la notte non era gran fatto sicura in questi tempi di guerra: molti Francesi ronzavano là intorno e i Prussiani che cercavano scappare, non erano un incontro meglio augurabile. Nessun giorno passava che non si sentisse parlar d'assassinio o di furto. Queste notizie mi fecero scrollar la testa con aria di malcontento e fu stabilito che sveglierebbe me e la signorina un pajo d'ore avanti giorno: per me era abbastanza presto, il mio padrone non c'era pericolo che mi rabbufasse; e quel riposo tornerebbe utile a' miei cavalli, ed anche alla signorina. Risolsi però di partire di buon mattino, atteso che, da bravo fisiologo, calcolavo che le strade doveano in quell'ora essere meno pericolose, perchè quelli che le rendono mal sicure durante la notte si ritirano o stanchi o paurosi dell'avvicinarsi del chiarore; e quelli che vogliono batterle di giorno, non si sono ancora messi in campagna.
Il letto, cioè una materassuccia fatta colle fedi di miserabilità, non mi lusingò molto, e all'orologio scoccavono le quattro, ch'io stava aggiogando i cavalli. Feci trambusto per la casa finchè lo stalliere si svegliasse; esaminai colla lanterna il carrozzino, mia nuova proprietà. Dentro v'era un fodero di sciabola, vuoto; una delle tasche conteneva una bella pipa di schiuma, guarnita d'argento, una borsa da tabacco in seta ricamata, con queste tenere parole, souvenir d'amitié. Era senz'altro una galanteria di qualche giovinottina tedesca, conquista dell'impiegato, mio riveritissimo padrone. Il baule della vettura era chiuso, e l'impiegato avea tenuto seco la chiave.
L'ostessa venne a portarmi il conterello sì pei cavalli, sì pel mio. — Madamigella pagherà per me,» le diss'io, e mi ribadii al posto, ove jeri sedeva il mio padrone. Vi so dire che ci stavo più caldo e più agiato che non a cassetta; oltre che speravo d'aver una amabile conversazione colla mia compagna di viaggio.
Essa comparve al fine: salì nella carrozza al mio fianco; e detto addio all'ostessa, partimmo.
Ma la nostra conversazione non fu sì piacevole quanto me l'ero immaginata. La giovane si abbiosciò nell'angolo della vettura, il più possibile discosto da me; e a tutte le mie riflessioni sulla frescura del mattino, sull'oscurità del crepuscolo, e sulla noja del viaggiare, ella non rispondeva che con un sì o un no secco secco. Rimasi adunque immerso nelle mie riflessioni, che diventavano di più in più curiose, mano mano che l'addormentata mia compagna veniva ravvicinata dal trabalzare della vettura. Il bujo rendeva ancora più potenti sull'immaginazione mia le sue invisibili attrattive. Poco a poco la testa della mia compagna si trovò sulla mia spalla: io passai pian pianino il mio braccio sinistro attorno allo svelto suo corpicciuolo, e me la strinsi contro il seno. Ma i battiti accelerati del cuor mio non la turbavano ne punto nè poco, mentre io tremava come un delinquente. Per la prima volta un'addormentata giovinetta stavasi appoggiata al mio seno; per la prima volta io teneva tra le braccia una creatura di quel sesso incantevole... Ah! perdona, Giulietta, se in quell'istante... Ma no, il cuor mio non fu infedele; anzi era con te. E mi immaginavo d'aver te per compagna: a te era dedicato il delizioso bacio che deposi sulla fronte della bella sconosciuta. Deh qual uomo resisterebbe ad una donna, il cui cuore batte sul suo cuore, il cui respiro si mesce col suo? Bisognerebbe esser di ghiaccio, non un celibatario di trentanove anni.
CAPITOLO XIX.
Sei pur bella cogli astri sul crine,
Porporina foriera del dì.
La vettura ruzzolava pianamente sulla sabbia, ed io lasciava andar i cavalli al loro passo, stringendo l'innocente mia compagna fra le braccia; e chiudendo gli occhi, m'abbandonai alle dolci visioni, che un benefico sonno mi offeriva. Giulietta, la mia parocchia, la più intera felicità, erano le fantasie tra cui il mio spirito andava rapito.
La fanciulla ed io ci svegliammo nel momento stesso, nel momento che la vettura, lasciando la subbia, entrava sopra una strada ciottolata.
Già schiariva il giorno, e la più bella aurora spiegava all'orizzonte dinanzi a me i suoi fuochi, scintillanti tra i vivi zaffiri. Gettai lo sguardo prima su' miei bravi cavalli, poi sulla mia compagna. — Ci guardammo per un po' l'un l'altro come stupefatti: ella fregò gli occhi, io altrettanto, pensando che il sole levante m'avesse abbagliato. Ma no! tornai a guardarla, e allora rimasi convinto ch'io sognava ancora della Giulietta, perchè mi pareva che fosse lei, seduta al mio fianco in petto e in persona.
— O buon Dio! signor dottore, siete proprio voi?» domandò essa colla sua gentil voce argentina, esaminando ora il mio volto e i baffi, avanzo della divisa d'ajutante generale, ora il mio vecchio pastrano tutto a strambelli.
— Giulietta! (gridai io.) Come! voi qui? possibile che voi siate al mio lato, voi?»
Ma le domande cessarono: lacrime di felicità ne oscurarono gli occhi, e lasciai cascarmi le redini. Nell'eccesso della nostra gioja dimenticammo il mondo, dimenticammo tutto quel che ne circondava, e chi sa fin quando restavamo in quell'estasi deliziosa, vera beatitudine celeste, se una violenta sciacca non fosse venuta a richiamarci sulla terra.
Ripresi le redini in mano, e allora fu una furia di bôtte e risposte.
Giulietta era più bella che mai, ed i primi raggi del sole la facevano sfolgorare in tutta la sua gloria: sicchè lasciai cascare le briglie di nuovo.
La informai delle mie avventure guerresche, già ben conosciute a voi, o lettori; e che ella ascoltò con attenzione più grande di quella di voi, o lettori. Molto più semplice era l'istoria dell'amica mia. La sua padrona, sgomenta dall'avvicinarsi dei Francesi, le aveva dato il congedo, lasciando Berlino per fuggire a Stettino, e per di là Dio sa dove Giulietta rimase sulla croce nell'incertezza de' fatti miei, sinchè ricevette da sua madre l'ordine di venirla a raggiungere. Da fanciulla obbediente partì detto fatto, lasciando le opportune spiegazioni per me, ove mai tornassi; e prese una vettura sino Francoforte. Di là, non avendo potuto trovar una carrozza, o perchè i Francesi le avessero requisite tutte, o perchè nessuno avesse voglia di muoversi in que' tempi, erasi eroicamente avventurata a piedi L'jeri sera, morta di fatica, era giunta nel villaggio, dov'ebbi la fortuna di scontrarla.
CAPITOLO XX.
E qui finì la dolorosa storia.
Ci fermammo a fare un boccon di colazione in un albergo, poco lontano dal luogo ove la madre di Giulietta abitava. Là un bravo rasojo cancellò le ultime vestigia del mio grado d'ajutante generale.
Giulietta mi comprò una bella giubba e un cappello, sicchè potei risalire il cocchio rinfronzito, e in un arnese più degno d'una bella giovinetta elegantemente vestita, e seguitammo la strada. Il sole ci saettava co' suoi raggi, e il cuor nostro non era men giulivo che tutta la natura. Da un pezzo erano state fatte le nostre pubblicazioni, sicchè nulla più impediva di sposarci; e ben tosto ci accordammo sul giorno.
Nel frattempo io doveva scrivere a Francoforte per informarmi del conte dell'impero e della capellania cui dovevo essere nominato, benchè avessi bruciato la mia vocazione nel campo, insieme co' miei pindarici canti di trionfo. Giulietta aveva messo da banda cento talleri fumanti, che, a buoni conti, erano un bel principio. E poi, se la sventura ci bersagliava, io poteva rizzar una scoletta; pane e acqua, noi lo sentivamo, poteano bastare e anche troppo alla nostra felicità, purchè non fossimo l'un dall'altro separati.
Mentre così abbellivamo la nostra povertà, Giulietta coll'immaginare de' pasti economici, io parlando sul mio zelo come maestro di scuola, un tintinno si fece sentire al fondo della vettura, come se qualche cosa ne cascasse ai piedi. Cercammo, ed era un marengo d'oro lampante.
— T'è cascato a te?» chiesi alla Giulietta.
— A me no: io non ne ho dell'oro», mi rispose ella.
Prendemmo questo amabile dono come un avanzo del signor impiegato. Ma un momento dopo non rotola un altro marengo a' nostri piedi?
— Da senno (diss'io) noi abbiamo qualche buon genio, o qualche fata benigna, che intese la nostra conversazione.»
Allungai le mestole a levar anche questo; cercai minutamente se non avesse altri compagni, ma non trovai nulla, il che m'increbbe al cuore.
Ma a poco andare, il fenomeno si rinnovò per la terza volta.
— Cattadedina, questo non viene dalla vettura!» gridai io, e rattenni i cavalli.
Allora un quarto ruspo d'oro brillò a' miei occhi, traverso una sfenditura del cofano, su cui stavamo seduti. La fonte aurea era dunque scoperta. Forzai il cofano, e trovai che, quel che dapprima avevo creduto il tintinno d'una catena, era un rotolo di marenghi che si era sgruppato, e presso a quello un sacchetto d'argento meglio chiuso.
In che modo il mio impiegato fosse divenuto possessore di questo tesoro, io nol so; e, appartenesse a lui o ad altri, poco m'importava. Ma sì io, sì Giulietta conoscemmo che questa somma era troppo considerevole pei nostri modesti desiderj; nè potevamo tenercela in coscienza. Riponemmo dunque i tre marenghi presso gli altri, rinserrammo il cassetto, e toccammo innanzi come se nulla fosse accaduto.
La vecchia madre di Giulietta, contentona di abbracciarci, ne ricevette con mille benedizioni. Il nostro tesoro fu dato a lei in deposito; ma, per quanti avvisi io facessi affigere sui cantoni e sulle gazzette, mesi e mesi passarono senza che alcuno comparisse a reclamare sia il cavallo e il calesso, sia il denaro.
Al termine dunque delle avventure mie, rimasi più ricco che mai non l'avessi sperato, e con Giulietta per moglie.
Mandai al mio amico di Berlino un lauto compenso per quella tal vettura che il signor Maggiore, m'avea menata via, senza tanti complimenti: rinunziai alla cura d'anime; una bella campagna, in situazione deliziosa, e all'ombra di tigli e di castani, una casetta grande abbastanza per Giulietta, sua madre e me, ecco il mio paradiso.
1845.
UNA FIGLIA DI GALILEO GALILEI
Se vi è titolo a scusare i romanzi storici, gli è l'introdursi che fanno nella vita privata, vorremmo dire nel cuore di coloro, di cui la storia non ci mostra che il braccio o la testa. Ma se la storia cesserà di essere un mostro convenzionale, se si convincerà che, di tutte le arti belle, ma di essa principalmente, la materia vera è l'uomo; l'uomo coi sentimenti, coi pensieri, colle speranze sue proprie; essa potrà raggiungere appieno l'intento suo d'essere l'immagine della vita, e non farà più bisogno di ricorrere a quelle ibridi composizioni, dove si è incerti anche del poco vero che serve d'intelajatura al molto finto.
E che la storia possa riccamente soddisfare a questo bisogno, lo mostrarono que' pochi che seppero, ai dì nostri, farla discendere dall'epico suo sussiego, perchè versasse nella vita; scapitando forse in dignità di procedimento, ma guadagnando in verità. E noi oggi vogliamo sfogliare alcune di queste pagine prosastiche della vita d'un grand'uomo. Non sono i contrasti che fan il bello (dico il bello formale) de' quadri? Non è per questo che si accostano sempre Marte e Venere, Otello e Desdémona, satiri e ninfe, santi e demonj; e in un'arte più plateale quegli spazzacamini, quei servitori mori, quelle scimmie?
Or noi, a canto all'austera figura di Galileo Galilei, che rammenta tanto senno, tanta perseveranza, tante contrarietà, ne abbiamo riscontrata un'altra, pura, ingenua, religiosa, che protegge quasi di candido velo gli occhi sfolgoranti che scopersero macchie nel sole, e circondano di carezze la risoluta volontà che, a fronte dei sofisti potenti, esclamava, Eppur si muove.
È noto che Galileo ebbe la disgrazia d'aver più d'una creatura fuor di matrimonio, e il conforto di poter confessarle. Due figliuole si resero monache in San Matteo d'Arcetri col nome di suor Arcangela e suor Maria Celeste. Di quest'ultima, a lui prediletta, rimangono da 120 lettere nella biblioteca Palatina di Firenze, donde alcune furono messe nell'edizione delle opere di quel grande, che, a cura di Eugenio Alberi e a spese del granduca, fu fatta in Firenze.
Abbiamo creduto non dovesse che piacere il trovarne qui alcune, di cui la religiosa mestizia e la candida affezione speriamo toccheran il cuore ai lettori come toccarono il nostro: vedendo questa pia soccorrere a tutti i dolori del padre con quei conforti, con quell'affetto, con quella dirittura di sentire, che la solitudine claustrale è così atta a ispirare in coloro che non vi si struggono di tristi repetìi, o di sollecitudini mondane.
Dal convento di San Matteo in Arcetri,
10 maggio, 1623; a Bellosguardo.
Sentiamo grandissimo disgusto per la morte della sua amatissima sorella e nostra cara zia (Virginia Landucci). Ne abbiamo dico, grave dolore per la perdita di essa, e ancora sapendo quanto travaglio ne avrà avuto V. S., non avendo lei, si può dir, altri in questo mondo, nè potendo quasi perder ogni cosa più cara, sì che possiamo pensar quanto gli sia stata grave questa percossa tanto inaspettata. E come gli dico partecipiamo ancor noi buona parte del suo dolore, sebbene dovrebbe esser bastato a farci pigliar conforto la considerazione delle miserie umane, e che tutti siamo qua come forestieri e viandanti, che presto siamo per andare alla nostra vera patria nel cielo, dove è perfetta felicità, e dove sperar dobbiamo che sia andata quell'anima benedetta. Sicchè, per l'amor di Dio preghiamo V. S. a consolarsi, e rimettersi nella volontà del Signore, al quale sa benissimo che dispiacerebbe facendo altrimenti, e anco farebbe danno a sè e a noi, perchè non possiamo non dolerci infinitamente quando sentiamo che è travagliata e indisposta, non avendo noi altro bene in questo mondo che lei. Non gli dirò altro se non che di tutto cuore preghiamo il Signore che la consoli e sia sempre seco.
Salì in quel tempo al trono papale Urbano VIII, ch'era grand'estimatore e amico di Galileo; sicchè questi ne esultò, e mandò a leggere a sua figlia le lettere che, in diversi tempi, n'avea ricevute. Suor Maria Celeste gli rispose a' 10 agosto 1623:
Il contento che mi ha apportato il regalo delle lettere che m'a mandate V. S., scrittegli da quell'illustrissimo cardinale, oggi Sommo Pontefice, è stato inesplicabile, conoscendo benissimo in quelle qual siasi l'affezione che le porta, e quanta stima faccia della sua virtù. Le ho lette e rilette con gusto particolare, e gliele rimando come m'impone, non l'avendo mostrate ad altri che a suor Arcangela (la sorella), la quale insieme meco ha sentito estrema allegrezza nel vedere quanto lei sia favorita da persona tale. Piaccia al Signore di concederle tanta sanità quanta gli è di bisogno per adempire il suo desiderio di visitare Sua Santità, acciocche maggiormente possa V. S. esser favorita da quella; e anco vedendo nelle sue lettere quante promesse gli faccia, possiamo sperare che facilmente avrebbe qualche ajuto per nostro fratello. Intanto noi non mancheremo di pregar il Signore, dal quale ogni grazia deriva, che gli dia d'ottener quanto desidera, purchè sia per il meglio.
Mi vo immaginando che V. S. in questa occasione avrà scritto a Sua Santità una bellissima lettera per rallegrarsi con essa della dignità ottenuta; e perchè sono un poco curiosa, avrei caro se gli piacesse di farmene vedere la copia. La ringrazio infinitamente di queste che ha mandate e ancora dei poponi, a noi gratissimi. Le ho scritto con molta fretta, imperò la prego a scusarmi se ho scritto sì male. La saluto di cuore insieme con le altre solite.
Pare che Galileo le facesse alcun rimprovero di quest'ultima parte della lettera; ond'essa gli replicava a' 13 agosto 1623, sempre a Bellosguardo.
La sua amorevolissima lettera è stata cagione che io a pieno ho conosciuto la mia poca accortezza, stimando io che così subito dovesse V. S. scrivere a una tal persona, o per dir meglio al più sublime signore di tutto il mondo. Ringraziola adunque dell'avvertimento, e mi rendo certa che (mediante l'affezione che mi porta) compatirà alla mia grandissima ignoranza, ed a tanti altri difetti che in me si ritrovano. Così mi foss'egli concesso il poter di tutti esser da lei ripresa ed avvertita, come lo desidero, che io avrei così qualche poco di sapere, e qualche virtù che non ho; ma poichè, mediante la sua continua indisposizione, ci è vietato di poterla qualche volta rivedere, è necessario che pazientemente ci rimettiamo nella volontà di Dio, la quale permette ogni cosa pel nostro bene. Io metto da parte e serbo tutte le lettere, che giornalmente mi scrive V. S.; e quando non mi ritrovo occupata, con mio grandissimo gusto le rileggo più volte, sì che lascio pensare a lei se amo volontieri leggere quelle che gli sono scritte da persone tanto affettuose ed a lei affezionate. Per non la infastidire di troppo farò fine, salutandola affettuosamente insieme con suor Arcangela e l'altre di camera.
Quanto affetto, e quanta venerazione per l'illustre genitore! Sette giorni dopo, le giunge nuova ch'e' si trovi indisposto, ond'essa gli scrive:
Stamattina ho inteso dal nostro fattore che V. S. si ritrova a Firenze indisposta, e perchè mi par cosa fuora del suo ordinario il partirsi di casa sua (a Bellosguardo) quando è travagliata dalle sue doglie, sto con timore e mi vo immaginando che abbia più male del solito. Pertanto la prego a dar ragguaglio al latore acciocchè, se fosse manco di quello che temiamo, possiamo quietar l'animo. Ed in vero ch'io non m'avveggo mai d'esser monaca se non quando sento che V. S. è ammalata, poichè allora vorrei poterla venire a visitare e governare con tutta quella diligenza, che mi fosse possibile. Orsù, ringraziato sia il Signore Iddio di ogni cosa, poichè senza il suo volere non si volta una foglia. Io penso che in ogni modo non gli manchi niente, pur veda se in qualche cosa ha bisogno di noi, e ce l'avvisi, che non mancheremo di servirla al meglio che possiamo; intanto seguiteremo, conforme al nostro solito a pregare Nostro Signore per la sua desiderata sanità, e anco che conceda la sua santa grazia.
Or viene la volta di confidare al padre i proprj malucci e invocarne l'assistenza; pur mandandogli nuove cortesie di regalucci, e quella cortesia che agli scrittori è giocondissima, il parlargli de' suoi libri.
21 novembre 1623.
L'infinito amore ch'io porto a V. S., ed anche il timore che ho, che questo subito freddo, ordinariamente a lei tanto contrario, gli causi il risentimento dei suoi soliti dolori e d'altre sue indisposizioni, non comportano ch'io possa star più senza aver nuove da lei; mando adunque costì per intender qualcosa, sì dell'esser suo, come anche quando V. S. pensi partire. Ho sollecitato assai in lavorar i tovagliolini, e son quasi al fine; ma nell'appiccare le frange trovo che, di questa sorte che gli mando la mostra, me ne manca per due tovagliolini, che saranno quattro braccia. Avrò caro che le mandi quanto prima, acciocchè possa compirli avanti che si parta, che per questo ho preso sollecitudine in finirli.
Per non aver io camera dove stare a dormire la notte, suor Diamante, per sua cortesia mi tiene nella sua, privandosi della propria sorella per tenervi me; ma a questi freddi è tanto cattiva la stanza, che io, che ho la testa tanto infetta, non credo poterci stare se V. S. non mi soccorre prestandomi uno de' suoi padiglioni, di quelli bianchi che adesso non deve adoperare. Avrò caro d'intender se può farmi questo servigio; e di più la prego a farmi grazia di mandarmi il suo libro, che si è stampato adesso, tanto che io lo legga, avendo io gran desiderio di vederlo.
Queste poche paste che le mando, l'aveva fatte pochi giorni sono per dargliele quando veniva a darci addio: veggo che non sarà presto, come temevo, tanto che gliele mando acciò non induriscano. Suor Arcangela seguita ancora a purgarsi, e se ne sta non troppo bene con due cauterj che se le son fatti nelle coscie. Io ancora non sto molto bene, ma per essere omai tanto assuefatta alla poca sanità, ne faccio poca stima; vedendo di più che al Signore piace di visitarmi sempre con qualche poco di travaglio, lo ringrazio e lo prego che a V. S. conceda il colmo d'ogni maggior felicità. E per fine, di tutto cuore la saluto in nome mio e di suor Arcangela.
PS. Se V. S. ha collari da imbiancare, potrà mandarceli.
19 dicembre 1625.
Del cedro, che V. S. m'ordinò che dovessi confettare, non ne ho accomodato se non questo poco, che al presente le mando, perchè dubitavo, che per esser così appassito, non dovesse riuscir di quella perfezione che avrei voluto, come veramente non è riuscito. Insieme con esso le mando due pere cotte, per questi giorni di vigilia; ma per maggiormente regalarla gli mando una rosa, la quale, come cosa straordinaria in questa stagione, dovrà da lei esser molto gradita, e tanto più che, insieme con la rosa, potrà accettare le spine, che in essa rappresentano l'acerba passione del nostro Signore, e anco le sue verdi fronde, che significano la speranza, che (mediante questa Santa Passione) possiamo avere di dover, dopo la brevità ed oscurità dell'inverno della vita presente, pervenire alla chiarezza e felicità dell'eterna primavera del cielo; il che ne conceda Dio benedetto per sua misericordia.»
Quest'affetto non è passeggero; ma come di figlia, non si altera cogli anni; e a' 4 marzo 1627 essa gli scriveva ancora a Bellosguardo un amorevole lamento.
Credo veramente che l'amor paterno inverso dei figli possa in parte diminuirsi, mediante i mali costumi e portamenti loro, e questa mia credenza vien confermata da qualche indizio che me ne dà V. S., parendomi che più presto vada in qualche parte scemando quel cordiale affetto, che per l'addietro ha inverso di noi dimostrato; poichè sta tre mesi per volta senza venire a visitarne, che a noi pajon tre anni, ed anche da un pezzo in qua, mentre si ritrova con sanità, non mi scrive mai, mai un verso. Ho fatto buona esamina per conoscere se dalla banda mia ci fosse caduto qualche errore, che meritasse questo castigo, ed uno ne ritrovo (ancorchè involontario), e questo è una trascuraggine, o spensierataggine ch'io dimostro verso di lei, mentre non ho quella sollecitudine, che richiederebbe l'obbligo mio, di visitarla e salutarla più spesso con qualche mia lettera. Onde questo mio mancamento, accompagnato da molti demeriti che per altra parte ci sono, è bastante a somministrarmi il timore sopra accennatole; sebbene appresso di me non a difetto può attribuirsi, ma piuttosto a debolezza di forze, mente che la mia continua indisposizione mi impedisce di poter esercitarmi in cosa alcuna; e già più d'un mese ho travagliato con dolori di testa tanto eccessivi, che nè giorno nè notte trovavo riposo. Adesso che (per grazia del Signore) sono mitigati, ho subito preso la penna per scriverle questa lunga lamentazione, che, per essere di carnevale, può piuttosto dirsi una burla. Basta insomma che V. S. si ricordi che desideriamo di rivederla quando il tempo lo permetterà, intanto le mando alcune poche confezioni, che mi sono state donate; saranno alquanto indurite, avendole io serbate parecchi giorni colla speranza di dargliele alla presenza. I berlingozzi sono per l'Anna Maria e suoi fratellini (figli di Michelangelo fratello di Galileo). Gli mando una lettera per Vincenzo (fratello), acciò questo gli riduca in memoria che siamo al mondo, poichè dubito ch'egli se lo sia scordato, poichè non ci scrive mai un verso. Salutiamo per fine V. S. e la zia di tutto cuore, e da N. S. le prego ogni contento.
Pretendono che il cervello non si sviluppi se non a scapito del cuore, e che perciò le persone di testa non siano le più amorevoli. Rimettiamone la decisione al dottor Faust; questo noi sappiamo, che Galileo non rispondeva abbastanza alle sollecitudini di sua figlia, o almeno non quanto essa desiderava. E però, sempre con religiosa rassegnazione, essa gli rinnuova il lamento agli 11 novembre dell'anno seguente:
Essendo io stata tanto senza scriverle, V. S. potrebbe facilmente giudicare ch'io l'avessi dimenticato; sì come potrei io sospettare ch'ella avesse smarrita la strada per venir a visitarmi, poichè è tanto tempo che non ha per essa camminato. Ma siccome poi son certa che non tralascio di scriverle per la causa suddetta, ma si bene per penuria e carestia di tempo, del quale non ho mai un'ora che sia veramente mia, così mi giova di creder ch'ella, non per dimenticanza, ma sibbene per altri impedimenti, lasci di venir da noi; e tanto più adesso che Vincenzo nostro viene in suo scambio, e con questo ci acquetiamo, avendo da esso nuove sicure di V. S. le quali tutte mi sono di gusto, eccetto quella per la quale intendo ch'ella va alla mattina nell'orto. Questa veramente mi dispiace fuori di modo, parendomi che V. S. si procacci qualche male stravagante e fastidioso, siccome l'altra invernata gl'intervenne. Di grazia, privisi di questo gusto, che torna in tanto suo danno, e se non vuol farlo per amor suo, faccialo almeno per amor di noi suoi figliuoli, che desideriamo di vederla giugnere alla decrepità, il che non succederà s'ella così si disordina. Dico questo per pratica, perchè ogni poco ch'io stia ferma all'aria scoperta, mi nuoce alla testa grandemente: or quanto più farà danno a lei?
Quando Vincenzo fu ultimamente da noi, suor Chiara gli domandò otto o dieci melarancie; adesso ella torna a dimandarle a V. S., se sono mediocremente mature, avendo a servirsene lunedì mattina. Gli rimando il suo piatto; dentrovi una pera cotta, che credo non le spiacerà, e questa poca pasta reale. Saluto V. S. e Vincenzo molto affettuosamente, e il simile fanno l'Arcangela e le altre di camera. Il Signore gli conceda la sua grazia.
Sono uno dei temi favoriti agli scherzi della buona società i regalucci delle monache; ma qui prendono un carattere solenne, e noi godiamo pensando n'avrà goduto quel grand'uomo di Galileo. Il Vincenzo, di cui qui si parla, era un altro figlio di lui, il quale nel 1629 menò moglie, e la fece conoscere alle sorelle. In quest'occasione suor Maria Celeste scriveva al padre con affetto ancor più espansivo, quasi (oseremmo cercar un bruscolo mondano in quella candida anima?) temesse che le cure della nuora lo distraessero alquanto dall'amor delle figliuole.
Restammo veramente tutte sotisfatte della sposa, per esser molto affabile e graziosa; ma sopra ogni altra cosa ne dà contento il conoscere ch'ella porti amore a V. S., poichè supponghiamo che sia per fargli quegli ossequi, che noi le faremmo se ci fosse permesso. Non lascieremo già di fare ancor noi la parte nostra inverso di lei, cioè di tenerla continuamente raccomandata al Signor Iddio, che troppo siamo obbligate, non solo come figliuole, ma come orfane abbandonate che saremmo se V. S. ci mancasse. Oh se almeno io fossi abile ad esprimerlo il mio concetto, sarei sicura che ella non dubiterebbe ch'io non l'amassi tanto teneramente, quanto mai altra figliuola abbia amato il padre; ma non so significarglielo con altre parole, se non con dire che io lo amo più di me stessa, poichè, dopo Dio, l'essere lo riconosco da lei, accompagnato da tanti altri beneficj che sono innumerabili, sì che mi conosco anche obbligata e prontissima ad espor la mia vita a qualsivoglia travaglio per lei, eccettuatone l'offesa di Sua Divina Maestà. Di grazia V. S. mi perdoni se la tengo a tedio troppo lungamente, poichè talvolta l'affetto mi trasporta.
Non mi ero già messa a scrivere con questo pensiero, ma sibbene per dirle che, se potesse rimandare l'oriuolo sabato sera, la sagristana che ci chiama a mattutino l'avrebbe caro; ma se non si può mediante la brevità del tempo che V. S. l'ha tenuto, sia per non detto che, meglio sarà l'indugiare qualche poco, e riaverlo aggiustato, caso che n'abbia bisogno.
Vorrei anco sapere se ella si contentasse di far un baratto con noi, cioè ripigliarsi un chitarrone, ch'ella ci donò parecchi anni sono, e donarci invece un brevario a tutte due, giacchè quelli che avemmo quando ci facemmo monache, sono tutti stracciati, essendo questi gl'istromenti che adopriamo ogni giorno; talchè quello se ne sta sempre alla polvere, e va a rischio d'andar a male, essendo costrette, per non fare scortesia, a mandarlo in presto fuor di casa qualche volta. Se V. S. si contenta, me ne darà avviso, acciò possa mandarlo: e quanto ai breviarj non ci curiamo che siano dorati, ma basterebbe che vi fossino tutti i santi di nuovo aggiunti, e avessino buona stampa, perchè ci serviranno nella vecchiaja, se ci arriveremo.
Volevo fargli della conserva di fiori di ramerino, ma aspetto che V. S. mi rimandi qualcuno de' miei vasi di vetro, perchè non ho dove metterla; e così se avesse per casa qualche barattolo o ampolla vuota, che gli dia impaccio, a me sarebbe grata per la bottega.
Sopraggiunse intanto il 1630, l'anno della peste; e in tali pericoli la lontananza cresce gli sgomenti, quand'anche siasi certi che la presenza non diminuirebbe i pericoli. È in questi casi che la voce della religione vien di conforto più presentaneo, e viepiù se esca da labbra amorevoli.
18 ottobre 1630, a Bellosguardo.
Sto con l'animo assai travagliato e sospeso, immaginandomi che V. S. si ritrovi molto disturbata mediante la repentina morte del suo povero lavoratore. Suppongo eziandio ch'ella procurerà con ogni diligenza possibile di guardarsi dal pericolo, del che la prego caldamente; e anco credo che non gli manchino i rimedj difensivi, proporzionati alla presente necessità, onde non predicherò altro intorno a questo. Bensì con ogni debita riverenza e confidenza figliale l'esorterò a procurar l'ottimo rimedio, quale è la grazia di Dio benedetto, col mezzo di una vera contrizione e penitenza. Questa senza dubbio è la più efficace medicina, non solo per l'anima, ma pel corpo ancora; poichè, se è tanto necessario, per ovviare al male contagioso, lo stare allegramente, qual maggiore allegrezza può provarsi in questa vita, di quello che ci apporta una buona e serena coscienza? Certo che, quando possederemo questo tesoro, non temeremo nè pericoli nè morte; e poichè il Signore giustamente ne castiga con questi flagelli, cerchiamo noi con l'ajuto suo di star preparati per ricevere il colpo da quella potente mano la quale avendoci cortesemente donato la presente vita, è padrona di privarcene come e quando gli piace.
Accetti V. S. queste poche parole proferite con uno svisceratissimo affetto, e anco resti consapevole della disposizione nella quale, per grazia del Signore, io mi ritrovo, cioè desiderosa di passarmene all'altra vita, poichè ogni giorno veggo più chiaro la vanità e miseria della presente; oltrechè finirei di offendere Dio benedetto, e spererei di poter con più efficacia pregare per V. S. Non so se questo mio desiderio sia troppo interessato; il Signore, che vede il tutto, supplisca per sua misericordia ove io manco per mia ignoranza, e a V. S. doni vera consolazione. Noi qua siamo tutte sane del corpo, ma ben siamo travagliate dalla penuria e povertà; non in maniera però che ne patiamo detrimento nel corpo, con l'ajuto del Signore.
Scrivo a ore sette; imperò V. S. mi scuserà se farò degli errori, perchè il giorno non ho un'ora di tempo che sia mia, poichè all'altre mie occupazioni s'aggiunse l'insegnare il canto fermo a quattro giovinette, e per ordine di Madonna ordinare l'uffizio del coro giorno per giorno: il che non mi è di poca fatica, per non aver cognizione alcuna di lingua latina. È ben vero che questi esercizj mi sono di molto gusto, s'io non avessi anco necessità di lavorare; ma da questo ne cavo un bene non piccolo, cioè il non stare in ozio un quarto d'ora mai mai; eccetto che mi è necessario il dormire assai per causa della testa. Se V. S. m'insegnasse il secreto che usa per sè, che dorme così poco, lo avrei molto caro, perchè finalmente sette ore di sonno, ch'io mando a male, mi pajon pur troppo. Non dico altro per non tediarla, se non che la saluto affettuosamente insieme con le solite amiche.
E conforti la Maria Celeste inviava al padre in altri dispiaceri di esso.
2 novembre 1630, a Bellosguardo.
So che V. S. sa meglio di me che le tribulazioni sono la pietra del paragone, ove si fa pruova della finezza dell'amor di Dio, sicchè tanto quanto le piglieremo pazientemente dalla sua mano, tanto potremo prometterci di posseder questo tesoro, ove consiste ogni nostro bene. La prego dunque di non pigliare il coltello di questi disturbi e contrarietà per il taglio, acciò da quello non resti offesa, ma piuttosto prendendolo a diritto, se ne serva per tagliare con quello tutte le imperfezioni, che per avventura conoscerà in sè stesso, acciò levati gl'impedimenti, siccome con vista di lince ha penetrato i cieli, così penetrando anche le cose più basse, arrivi a conoscere la vanità e fallaccia di tutte queste cose terrene; vedendo e toccando con mano che nè amor di figli, nè piaceri, onori o ricchezza ci possono dar vera contentezza, essendo cose per sè troppo instabili, e che solo in Dio benedetto, come in ultimo nostro fine, possiamo trovar vera quiete. Oh che gaudio sarà il nostro quando, squarciato questo fragil velo che ne impedisce, a faccia a faccia godremo questo gran Dio? Affatichiamoci pure questi pochi giorni di vita, che ci restano, per guadagnare un bene così grande e perpetuo; ove parmi, carissimo signor padre, che V. S. s'incammini per dritta strada, mentre si vale delle occasioni che si gli porgono, e particolarmente nel far di continuo benefizj a persone che la ricompensano d'ingratitudine; azione veramente, che, quanto ha più del difficile, tanto è più perfetta e virtuosa. Anzi questa, più che altra virtù, mi pare che ci renda simili all'istesso Dio, poichè in noi stessi esperimentiamo, che, mentre tutto il giorno offendiamo S. D. M., egli all'incontro va pur facendone infiniti benefizj; e se pur talvolta ci castiga, fa questo per maggior nostro bene, a guisa di buon padre che, per correggere il figlio prende la sferza: siccome par che segua di presente nella nostra povera città, acciocchè, almeno mediante il timore del soprastante pericolo, ci emendiamo.
V. S. mi perdoni se troppo l'infastidisco con tanto cicalare, perchè, oltre che ella m'inanimisce col darmi indizio che gli sieno grate le mie lettere, io fo conto ch'ella sia il mio devoto (per parlare alla nostra usanza), con il quale io comunico tutti i miei pensieri, e partecipo i miei gusti e disgusti; e trovandolo sempre prontissimo a sovvenirmi, gli domando non tutti i miei bisogni, perchè sarieno troppi, ma sibbene il più necessario di presente, perchè venendo il freddo mi converrà intirizzirmi se egli non mi soccorre mandandomi un coltrone per tenere addosso, poichè quello che io tengo non è mio, e la persona se ne vuol servire, come è dovere. Quello che avemmo da V. S. insieme con il panno, lo lascio a suor Arcangela, la quale vuole star sola a dormire, e io l'ho caro: ma così resto con una semplice sargia, e se aspetto di guadagnar da comprarlo, non l'avrò nè manco quest'altro inverno. Sicchè io lo dimando in carità a questo mio devoto tanto affezionato, il quale so ben io che non potrà comportare ch'io patisca. E piaccia al Signore (se è per il meglio) di conservarmelo ancora lungo tempo; perchè, dopo di lei, non mi resta bene alcuno nel mondo. Ma è pur gran cosa ch'io non sia buona per rendergli il contraccambio in cosa alcuna! Procurerò almeno, anzi al più, d'importunar tanto Dio benedetto e la Madonna santissima, ch'egli ci conduca al paradiso, e questa sarà la maggior ricompensa ch'io possa dare per tutti i beni che mi ha fatti e fa continuamente.
Gli mando due vasetti di lattovaro, preservativo dalla peste. Quello che non vi è scritto sopra è composto di fichi secchi, noci, ruta e sale, unito il tutto con tanto mele che basti. Se ne piglia la mattina a digiuno quanto una noce con bervi dietro un poco di greco o vino buono, e dicono che è esperimentato per difensivo mirabile; è ben vero che ci è riuscito troppo cotto, perchè non avvertimmo alla condizione dei fichi secchi, che è di assodare. Anco di quell'altro se ne piglia un boccone nell'istessa maniera, ma è un poco più ostico. Se vorrà usare dell'uno o dell'altro, procureremo di farli con più perfezione.
18 febbraio 1631.
Il disgusto che ha sentito V. S. della mia indisposizione dovrà restare annullato, mentre di presente gli dico che io sto ragionevolmente bene circa al male sopraggiuntomi in questi giorni passati, che, quanto alla mia antica oppilazione credo che farà bisogno di una efficace cura a migliore stagione; intanto mi andrò trattenendo con buon governo, siccome ella mi esorta. È ben vero ch'io desidererei, che del consiglio che porge a me, si valesse anche per sè stesso, non immergendosi tanto ne' suoi studj che pregiudicano troppo notabilmente alla sua sanità. Che se il povero corpo serve come strumento proporzionato allo spirito nell'intender e investigare le novità con sua gran fatica, è ben dovere che se gli conceda la necessaria quiete; altrimenti egli si sconcerterà di maniera, che renderà anco l'intelletto inabile il gustar quel cibo che prese con troppa avidità.
Non ringrazierò V. S. dei due scudi e altre amorevolezze mandatemi, ma sibbene della prontezza e liberalità con la quale ella si dimostra tanto e più desiderosa di sovvenirmi, quanto io bisognosa di esser sovvenuta.
Resto confusa sentendo ch'ella conservi le mie lettere, e dubito che il grande affetto che mi porta gliele dimostri più compite di quello che sono; ma sia pure come si voglia, a me basta ch'ella se ne soddisfaccia: con che gli dico a Dio, il quale sta sempre con lei, e gli fo le solite raccomandazioni.
E questa vada in contraddizione al dottor Faust, poichè vediamo che quest'austero Galileo, occupato de' pianeti e in lotta con tanti avversarj e invidiosi, siccome è la sorte degli uomini grandi, non è vero che abbia sagrificato alla testa il cuore; e siane prova il conservar che fa le lettere della sua monacella.
Frugando nelle quali, procediamo, e vediam come ella si condolga della morte dello zio Michelangelo.
11 marzo 1631.
La lettera di V. S. mi ha apportato molto disgusto per più ragioni. E prima perchè sento la morte dello zio Michelangelo del quale mi duole assai, non solo per la perdita di lui ma anco per l'aggravio che perciò ne viene a lei, che, veramente questa non credo che sarà la più leggiera fra le altre sue poche soddisfazioni, o per dir meglio tribulazioni. Ma poi che Dio benedetto si mostra prodigo con V. S. di lunghezza di vita e di facoltà più che con suo fratello e sorelle, è conveniente ch'ella spenda l'una e l'altre consolare benemplacito di S. D. M. che ne è padrone.
Sento anco grandissimo disgusto di non poterle dare quella soddisfazione che vorrei circa il tener qua in serbo la Virginia, alla quale sono affezionata per essere ella stata di sollevamento e passatempo a V. S., già che i nostri superiori si sono dichiarati non voler in modo alcuno che pigliamo fanciulle nè per monache nè per inserto, perchè essendo tale la povertà del convento quale V. S. sa, si rendono difficili a provveder da viver per noi che già siamo qua, non che vogliano aggiungercene dell'altre. Essendo adunque questa ragione molto plausibile, e il comandamento universale per parenti ed altri, io non ardirei di ricercar da Madonna o da altri una tal cosa. Assicurisi bene che provo una pena intensa mentre mi trovo priva di poter in questo poco soddisfarla, ma finalmente non ci vedo verso.
Dispiacemi anche grandemente in sentire ch'ella si trovi con poca sanità, e, se mi fosse lecito, di molto buona voglia piglierei sopra di me i suoi dolori; ma poi che non è possibile, non manco almeno dell'orazione, nella quale la preferisco a me stessa; così piaccia al Signore di esaudirla!
Io sto tanto bene di sanità, che vo facendo quaresima, con speranza di condurla sino al fine, sicchè V. S. non si pigli pensiero di mandarmi cose da carnevale; la ringrazio di quelle già mandatemi, e, per fine di tutto cuore me le raccomando insieme con suor Arcangela e le amiche.
Questa suor Arcangela era di salute ancor più disfatta; e di lei scriveva il 12 agosto:
Suor Arcangela, che tanto m'ha dato da pensare, per grazia di Dio sta alquanto meglio, e sebbene assai debole e fiacca si ritrovi, comincia a sollevarsi; e perchè avrebbe gusto di mangiare qualche pesciuolo marinato, prega V. S. che gliene faccia provvisione di qualcuno per questi prossimi giorni magri.
Di lei stessa si occupava in una del 30 agosto, sempre diretta a Bellosguardo.
Se la misura o indizio dell'amore, che si porta ad una persona, è la confidenza che in lei si dimostra, V. S. non dovrà stare in dubbio se io l'amo di tutto cuore, come è in verità, poichè tanta confidenza e sicurtà piglio con lei, che qualche volta temo che non ecceda il termine della modestia e riverenza figliale, e tanto più sapendo ch'ella da molti fastidj e spese si trova aggravata. Nondimeno la certezza che ho, che V. S. sovviene tanto volentieri alle mie necessità quanto a quelle di qualsivoglia altra persona, anzi alle sue proprie, mi somministra ardire di pregarla che si compiaccia di alleggerirmi di un pensiero, che molto m'inquieta mediante un debito che tengo di cinque scudi, per la malattia di suor Arcangela; essendomi convenuto in questi quattro mesi spendere alla larga, in comparazione di quello che comportava la povertà del nostro stato. E ora che mi trovo all'estremo, e in necessità di soddisfare a chi devo, mi raccomando a chi so che può e vuole ajutarmi. E anco desidero un fiasco del suo vino bianco, per farlo acciajato per suor Arcangela, alla quale credo che più gioverà la fede che ha in questo rimedio, che il rimedio istesso. Scrivo con tanta scarsezza di tempo, che non posso dirle altro, senonchè vorrei che questi sei calicioni fossino di suo gusto, e me le raccomando.
Fra ciò arrivarono i tempi grossi pel Galilei. Figuriamoci l'animo di una monacella, tutta innamorata di suo padre e superba della gloria di lui, e che tutt'inaspettatamente lo vede accusato d'eretico, e chiamato a Roma a scagionarsi o a ricredersi, da quel papa appunto, dalla cui protezione ella si era ripromesso tanti vantaggi per suo padre. Per quanto ella il sapesse trattato coi riguardi dovuti a grand'uomo e alle raccomandazioni del granduca, ella non poteva non restarne in sospeso: ma la sobrietà del dolore di essa, i lamenti che mai non accusano, l'interesse che non trascende mai ci fanno stimare infinitamente suor Celeste.
Mentre dunque Galileo stava a Roma, essa gli scriveva, ai 12 marzo 1633:
L'ultima sua lettera mi ha apportato gran consolazione, sì per sentire ch'ella si va mantenendo in buon grado di sanità, come anco perchè per quella vengo maggiormente certificata del felice esito del suo negozio, che tale me l'hanno fatto prevedere il desiderio e l'amore. E sebbene veggo che passando le cose in questa maniera, si andrà prolungando il tempo del suo ritorno, reputo nondimeno a gran ventura il restare priva delle mie proprie soddisfazioni per un'occasione, la quale abbia da ridondare in benefizio e reputazione della sua persona, amata da me più che me stessa. E tanto più m'acqueto, quanto che son certa ch'ella riceve ogni onore e comodità desiderabile da cotesti eccellentissimi signori, e in particolare dalla eccellentissima ambasciatrice, mia signora e padrona, la visita della quale se avessimo grazia suor Arcangela e io di ricevere, certo che sarebbe favore segnalato, e a noi tanto gradito quanto V. S. può immaginarsi. Quanto al procurare ch'ella vedesse una commedia, io non posso dir niente, poichè bisognerebbe governarsi secondo il tempo nel quale ella venisse; sebbene io veramente crederei che stessimo più in salvo lasciandola in quella buona credenza, in ch'ella deve ritrovarsi mediante le parole di V. S.
Suor Arcangela sta alquanto meglio, ma non bene affatto. Io sto bene perchè ho l'animo quieto e tranquillo, e sto in continuo moto, eccetto però le sette ore della notte, le quali io mando a male in un sonno solo: perchè questo mio capaccio così umido non ne vuole manco un tantino. Non lascio per questo di soddisfare il più che io posso al debito che ho con lei dell'orazione, pregando Dio benedetto che principalmente le conceda la salute dell'anima, poi le altre grazie ch'ella maggiormente desidera.
Non dirò altro per ora, senonchè abbia pazienza se troppo la tengo a tedio, pensando che io restringo in questa carta tutto quello che io le cicalerei in una settimana. La saluto con tutto l'affetto insieme con le solite.
Come poi udì ch'egli era stato per alcuni giorni nel Sant'Uffizio, lo consolava:
20 aprile 1633.
Dal signor Gerri mi viene avvisato in qual termine ella si ritrovi per causa del suo negozio, cioè ritirato nelle stanze del Sant'Uffizio; il che per una parte mi dà molto disgusto, persuadendomi ch'ella si ritrovi con poca quiete dell'animo, e fors'anco non con tutte le comodità del corpo; dall'altra banda, considerando io la necessità del venire a questi particolari per la sua spedizione, e la benignità colla quale fino a qui si è costà proceduto verso la persona sua, e sopratutto la giustizia della causa e la sua innocenza in questo particolare, mi consolo e piglio speranza di felice e prospero successo, con l'ajuto di Dio benedetto, al quale il mio cuore non cessa mai di esclamare e raccomandarla con ogni affetto e confidenza possibile.
Resta solo ch'ella stia di buon animo, procurando di non pregiudicare alla sanità con il soverchiamente affliggersi, rivolgendo il pensiero e la speranza in Dio, il quale, come padre amorevolissimo, non mai abbandona chi in lui confida e a lui ricorre. Carissimo signor padre, ho voluto scrivergli adesso, acciò ella sappia ch'io sono a parte de' suoi travagli, il che a lei dovrebbe essere di qualche alleggerimento, ma non ne ho già dato indizio ad alcun altro, volendo che queste cose di poco gusto sieno tutte mie, e quelle di contento e soddisfazione sieno comuni a tutti. Che però tutti stiamo aspettando il suo ritorno, con desiderio di goder la sua conversazione con allegrezza. E chi sa, che, mentre adesso sto scrivendo, V. S. non si ritrovi fuori d'ogni frangente e di ogni pensiero? Così piaccia al Signore, il quale sia quello che la consoli, e con il quale la lascio.
Quanta delicatezza! E che stacco fanno questi sentimenti dagli irosi di coloro, che, contro ogni testimonianza e probabilità, si ostinano a ripetere che Galileo dal Sant'Uffizio fu sottoposto alla tortura! Codardie, degne di que' materialoni, che computano solo i gusti come i tormenti del corpo, ed hanno bisogno d'aggiungere nuovi torti a questa patria, ch'essi poi ostentano di amare sviscerati.
Suor Celeste si rallegrò quando intese vôlto in meglio l'affare, e al padre scriveva a' 7 maggio:
L'allegrezza che mi apportò l'ultima sua amorevolissima lettera fu tale, e tale alterazione mi causò, che con questo e con l'essermi convenuto più volte leggere e rileggere la medesima lettera a queste monache, che tutte giubilavano sentendo i proprj successi di V. S., fui sorpresa da gran dolore di testa, che mi durò dalle ore quattordici della mattina fino a notte, cosa veramente fuori del mio solito. Ho voluto dirgli questo particolare, non per rimproverargli questo poco mio patimento, ma sibbene perchè ella maggiormente possane conoscere quanto mi siano a cuore, e mi premano le cose sue, poichè causano in me tali effetti; effetti che, sebbene generalmente parlando pare che l'amor figliale possa e deva causare in tutti i figli, in me ardirò di dire che abbiamo maggior forza, come quella che mi do tanto di avanzare di gran lunga la maggior parte degli altri dell'amare e riverire il mio carissimo padre; siccome all'incontro chiaramente veggo ch'egli supera la maggior parte de' padri in amare me sua figlia, e di ciò basti.
Rendo infinite grazie a Dio benedetto per tutti i favori che fino a qui V. S. ha ricevuti, e per l'avvenire spero riceverà, poichè tutti principalmente derivano da quella pietosa mano, siccome V. S. giustamente riconosce. E sebbene ella attribuisce in gran parte questi benefizj al merito delle mie orazioni, questo veramente è poco o nulla; ma è bene assai l'affetto con il quale io li domando a S. D. M., la quale avendo riguardo a quello, tanto benignamente prosperando V. S. mi esaudisce, e noi tanto maggiormente gli restiamo obbligati: siccome anco grandemente siamo debitori a tutte quelle persone che a V. S. sono in favore ed ajuto, e particolarmente a cotesti eccellentissimi signori suoi ospiti[1]. Io volevo scrivere all'eccellentissima signora ambasciatrice, ma sono restata per non la infastidire con replicarle sempre le medesime cose, cioè rendimenti di grazie e confessioni di obblighi infiniti. V. S. supplirà per me con farle reverenza in mio nome: e veramente, carissimo signor padre, la grazia, che V. S. ha avuta del favore della protezione di questi signori e tale essa sola, che è bastante a mitigare, anzi annullare tutti i travagli che ha sofferti.
Mi è capitata alle mani una ricetta eccellentissima contro la peste, della quale ho fatto una copia, e gliela mando non perchè io creda che costà vi sia sospizione alcuna di questo male, ma perchè è buona ad ogni altra cattiva disposizione. Degli ingredienti io ne sono tanto scarsa, anzi mendica per me, che non gliene posso far parte di nessuno, ma bisogna che V. S. procuri di ottener quelli, che per avventura gli mancheranno, dalla fonderia della Misericordia del Signor Iddio, con il quale la lascio.
La peste in fatto durava per la Toscana, e suor Maria Celeste ne riferiva a suo padre in questo tenore:
18 giugno 1633, a Roma.
Quando io scrissi a V. S. dandogli conto del male che era stato in questi contorni, già era cessato quasi del tutto ogni sospetto, essendo scorsi molti giorni, anzi settimane, senza sentirvisi niente; e come allora gli aggiunsi, me ne dava intera sicurtà il vedere che tutti questi gentiluomini se ne stavano qua in villa, come seguitano ancora di starci tutti: e quel che è più, nella medesima città di Firenze si sentiva che il male andava tanto diminuendo, che si sperava che presto dovesse restar libera del tutto; onde con questa sicurtà, mi mossi ad esortarla e sollecitarla per il suo ritorno, sebbene nell'ultima che gli scrissi, sentendo che le cose erano peggiorate, mutai linguaggio, come si suol dire. Perchè sebbene è verissimo che desidero grandemente di rivederla, desidero nondimeno molto più la sua conservazione e salute; e riconosco per grazia speciale del Signore Iddio l'occasione che V. S. ha avuta di trattenersi costà più lungamente di quello che lei e noi avremmo voluto. Perchè, sebbene credo che gli dia travaglio il trattenersi così irresoluta, maggiore gliene darebbe forse il ritrovarsi in questi pericoli, i quali tuttavia vanno continuando, e forse aumentando, e ne fo conseguenza da una ordinazione venuta al nostro monastero, come ad altri ancora, da parte dei Signori della sanità, ed è che, per lo spazio di quaranta giorni, dobbiamo, due monache per volta, star continuamente giorno e notte in orazione, e pregare S. D. M. per la liberazione di questo flagello. Avemmo dai suddetti Signori scudi 25 in elemosina; e oggi è il quarto giorno che demmo principio.
Ora per darle avviso di tutte le cose di casa, mi farò dalla colombaja, ove fino da quaresima cominciarono a covare i colombi, ma il primo pajo che nacque fu mangiato una notte da qualche animale, e il colombo che li covava fu trovato dalla Piera sopra una trave, mezzo mangiato e cavatone tutte l'interiora, che per questo si giudicò che fosse stato qualche uccello di rapina; gli altri colombi spauriti non vi tornavano, ma seguitando la Piera a dargli da mangiare si sono ravviati, e adesso ne covano due.
Gli aranci hanno avuto pochi fiori, i quali la Piera ha stillati, e mi dice averne cavato una metadella di acqua. I capperi quando sarà tempo si accomoderanno. La lattuga, che si seminò secondo che V. S. aveva ordinato, non è mai nata e in quel luogo la Piera vi ha messo dei fagiuoli, che dice essere assai belli, e similmente dei ceci, dei quali la lepre ne vorrà la maggior parte, avendo già cominciato a levarli via.
Delle fave ve ne sono da seccare, e i gambi si danno per colazione alla muletta, la quale è diventata così altiera, che non vuol portar nessuno, e alcune volte ha fatto fare dei salti mortali al povero Geppo, ma con gentilezza, poichè non si è fatto male. Ascanio fratello della cognata, la domandò una volta per andar di fuora, ma dopo poco gli convenne tornarsi indietro, non avendo mai avuto forza di scaponire l'ostinata mula acciò andasse innanzi, la quale forse sdegna di essere cavalcata da altri trovandosi senza il suo vero padrone.
Ma ritornando all'orto, gli dico che le viti mostrano assai bene, non so poi se proseguiranno così mediante il torto che ricevono di esser custodite dalle mani della Piera in cambio di quelle di V. S. Dei carciofi non ve ne sono stati molti, con tutto ciò se ne seccherà qualcuno.
In cantina le cose passano bene, andandosi il vino conservando buono. In cucina non manco somministrare quel poco che fa bisogno per la servitù, eccetto che nel tempo che ci viene il signor Rondinelli, che allora ci vuol pensare lui; anzi che in questa settimana volle che una mattina noi stessimo in parlatorio a desinar da lui. Questi sono tutti gli avvisi che mi pare di potergli dare...
Chi deriderà queste minuzie d'intimità, tal sia di lui; nol farà certo l'uomo che conobbe mai la vita del cuore, ma solo chi ha testa ancor meno che cuore dirà che queste frivolezze potessero combinarsi cogli spasimi della prigionia e della tortura, a cui cianciano sottoposto il Galilei. Però nel placido convento d'Arcetri dovette far gran colpo la nuova sparsasi che il Galileo, quel sapiente insigne, quel vecchio venerato, il padre di due consorelle era stato condannato, non già d'eresia, ma per aver trasgredito il precetto datogli nel 1616 di non trattare della mobilità della terra se non come ipotesi, nè appoggiarla a testi sacri. E questa fu novella prova all'affetto di suor Maria Celeste, che se ne traeva felicemente mediante l'irremovibile fidanza in Dio.
2 luglio 1633, Roma.
Quanto mi è arrivato improvviso e inaspettato il nuovo travaglio di V. S. tanto maggiormente mi ha trafitto l'animo di estremo dolore il sentir la risoluzione, che finalmente si è presa tanto sopra il libro quanto nella persona di V. S.; il che dal signor Gerri mi è significato per la mia importunità, perchè, non tenendo sue lettere in questa settimana, non potevo quietarmi, quasi presaga di quanto era accaduto. Carissimo signor padre, adesso è il tempo di prevalersi più che mai di quella prudenza che gli ha concessa il Signore Iddio, sostenendo questi colpi con quella fortezza d'animo, che la religione, professione ed età sua ricercano. E giacchè ella per molta esperienza può aver piena cognizione della fallacia ed instabilità di tutte le cose di questo mondaccio, non dovrà far molto caso di queste burrasche, anzi sperar che presto sieno per quietarsi e cangiarsi in altrettanta sua soddisfazione. Dico quel tanto che mi somministra il desiderio, e che mi pare ne prometta la clemenza che Sua Santità ha dimostrato inverso di V. S. in aver destinato per la sua carcere luogo così delizioso, onde mi par ch'io possa sperar anco commutazione più conforme al suo e nostro desiderio; il che piaccia a Dio che sortisca, se è per il meglio. Intanto la prego a non lasciar di consolarmi con sue lettere, dandomi ragguaglio dell'esser suo quanto al corpo, e molto più quanto all'animo; e io finisco di scrivere, ma non giammai d'accompagnarla con il pensiero e con le orazioni, pregando S. D. M. che le conceda vera quiete e consolazione.
Cotesto luogo delizioso era la villa Medici sul monte Pincio: dove pure rimase pochissimo, e giacchè non potevasi restituirlo a Firenze ove durava la peste, fu lasciato andar a Siena presso l'arcivescovo Piccolomini suo amico. Colà gli scriveva la figlia; e per intender quanto segue, è a saper che la penitenza inflitta a Galileo dalla feroce Inquisizione fu di recitare una volta per settimana i salmi penitenziali. La buona Maria Celeste si consola di poter alleviare il grand'uomo di questo peso col recitarli ella stessa in sua vece.
3 ottobre 1633.
Sabato scrissi a V. S.; e domenica, per parte del signor Gherardini, mi fu resa la sua, per la quale sentendo la speranza che ha del suo ritorno, tutta mi consolo, parendomi un'ora mill'anni che arrivi quel giorno tanto desiderato di rivederla; e in sentire ch'ella si ritrovi in buona salute accresce e non diminuisce questo desiderio di avere duplicato contento e soddisfazione di vederla tornare in casa sua, e di più con sanità. Non vorrei già che dubitasse di me, che per tempo nessuno io sia per lasciare di raccomandarla con tutto il mio spirito a Dio benedetto, perchè questo mi è troppo a cuore, e troppo mi preme la sua salute spirituale e corporale. E per dargliene qualche contrassegno, gli dico, che ho procurato e ottenuto grazia di veder la sua sentenza, la lettura della quale, sebbene da una parte mi dette qualche travaglio, per l'altra ebbi caro di averla veduta, per aver trovato in essa materia di poter giovare a V. S. un qualche pocolino. Il che è con l'addossarmi l'obbligo che ella ha di recitare una volta per settimana li sette salmi, ed è già un pezzo che comincia a soddisfarlo, e lo fo con mio gusto, prima perchè mi persuado che l'orazione, accompagnata da quel titolo di obbedire a Santa Chiesa, sia assai efficace; e poi per levare a V. S. questo pensiero. Così avessi io potuto supplire nel resto, che molto volontieri mi sarei eletta una carcere più stretta di questa in che mi trovo per liberarne lei. Adesso siamo qui e le tante grazie già ricevute ci danno speranza di riceverne delle altre, purchè la nostra fede sia accompagnata dalle buone opere, che, come V. S. sa meglio di me, fides sine operibus mortua est.[2]
22 ottobre 1633.
Non saprei come darle dimostrazione del contento che provo nel sentire ch'ella si va tuttavia conservando con sanità, se non con dirle che più godo del suo bene che del mio proprio, non solamente perchè l'amo quanto me medesima, ma perchè vo considerando che, se io mi trovassi oppressa da infermità, oppure fossi levata dal mondo, poco o nulla importerebbe, perchè a poco o nulla son buona, dove che nella persona di V. S. sarebbe tutto l'opposto per moltissime ragioni, ma in particolare (oltre che giova e può giovare a molti) perchè con il grande intelletto e sapere che gli ha concesso il Signore Iddio, può servirlo ed onorarlo infinitamente più di quello che non posso io: sì che con questa considerazione io vengo ad allegrarmi e goder del suo bene più che pel mio proprio.
9 dicembre, a Siena.
Intendo che in Firenze è voce comune che V. S. sarà qua presto; ma fino che io non l'intendo da lei medesimo, non credo altro, se non che gli amici suoi cari dican quel tanto che l'affetto e il desiderio lor detta. Io intanto godo grandemente sentendo che V. S. abbia così buona ciera, quanto mi disse maestro Agostino, che mi affermò non averla mai più veduta colla migliore. Tutto si può riconoscere, dopo l'ajuto di Dio benedetto, da quella dolcissima conversazione ch'ella continuamente gode di quell'illustrissimo monsignor arcivescovo, e dal non si strapazzare nè disordinare, com'ella fa qualche volta quando è in casa sua. Il Signore Iddio sia sempre ringraziato, il quale sia quello che la conservi in sua grazia.
10 dicembre 1633, a Siena.
Appunto quando mi comparve la nuova della spedizione di V. S., avevo preso in mano la penna per scrivere alla signora ambasciatrice per raccomandarle questo negozio, il quale vedendo io andare in lungo, temeva che non fosse spedito anco quest'anno, sì che l'allegrezza è stata tanto maggiore quanto più inaspettata; nè siamo soli a rallegrarci, ma tutte queste monache, per loro grazia, danno segni di vera allegrezza siccome molto hanno compatito ai miei travagli. La stia aspettando con grande desiderio, e ci rallegriamo di vedere il tempo tanto tranquillo. Il signor Gerri partiva stamane con la Corte per Pisa, ed io a buon'ora l'ho fatto avvisare del quando V. S. torna qua; che quanto alla spedizione, egli la sapeva e me n'aveva dato parte jersera. Gli ho anco detto la causa per la quale V. S. non gli ha scritto, e sonomi lamentata perchè egli non potrà ritrovarsi qua all'arrivo di V. S. per compimento delle nostre allegrezze, essendo veramente persona molto compita e di garbo.
Altro non posso dire per carestia di tempo, se non che a lei ci raccomandiamo affettuosamente.
In fatto Galileo fu presto restituito alla patria e alla sua cara villa d'Arcetri. Oltre la consolazione di trovarsi libero di sè e fra' suoi cari amici e discepoli, avrà goduto di poter conversare frequente colla figlia, nel vicino convento. Ma nell'aprile seguente l'angelica creatura tornava al cielo. Così Dio dispose. Ostinandoci a cercare l'uomo di casa sotto lo scienziato, non sappiamo tenerci dal riferire due suoi biglietti casalinghi. Da Arcetri, il 16 agosto 1636 scriveva al ben noto frà Fulgenzio Micanzio:
Ho ricevuto una lettera da Monaco da Alberto Cesare mio nipote, la quale mi ha fatto lacrimare nel leggere il caso memorabile successogli nel fuoco di quella città; mentre, oltre al perder la madre con tre sorelle fanciulle, e un fratello, il poco che avevano andò tutto in fiamme e fuoco; ond'egli con un suo minor fratello restarono ignudi... È mirabile nel suono del liuto. Venendo lo tratterrò più che potrò appresso di me, sperando che debba essermi di sollevamento alla malinconia che, da alcuni giorni in qua, più del solito mi aggrava in questa mia solitudine, dove le sole lettere della S. V. R. mi sono di notabile refrigerio; come anco altre che da remote regioni mi pervengono in testimonio della mia in quelle bande conosciuta innocenza, e del manifesto torto che mi vien fatto.
In altra lettera allo stesso, 12 novembre 1636:
Quando succeda di riscuotere il semestre della mia magra pensione in Brescia, mi sarebbe caro che il denaro fosse investito là in tanto refe da cucire, dove lo fanno candidissimo e bello al possibile, e lo desiderei di diverse grossezze; e con esso mi sarebbe caro che fossero mescolate alcune cordelline e cordoncini, che alcune monache li intrecciano e annodano in alcune figure di gigli e altre bizzarrie bellissime, che poi qua per me saranno regali graziosi per presentare a mie parenti monache e fanciulle secolari.
Noi fummo sempre fedeli a quelle che Carlyle intitola The hero-worship, il culto de' grand'uomini: e piuttosto che il divertimento de' piccoli di rovistare le debolezze di questi, ci parve che l'umanità guadagni ogni qualvolta una grande si mostra meritevole della stima, disputatagli da falsi testimonj.
Come ci piacque, tra la magnifica fierezza di Roma imperiale, cercar la solitudine della Tebaide, e là requiara l'animo facendo la carità insieme coi pii e forti romiti: come dalle fragorose grandigie di Luigi XIV ci riposarono i dotti e fermi solitarj di Porto Reale, così dal turgido stile, e dalla pomposa vanità del Seicento ci consolò il candido scrivere di questa fanciulla, pari alla quale non so se saprebbe idearne una il genio fecondo del miglior romanziere. Ed è pura storia.
1856.
TECLA
— Tecla! Tecla!» Ode il grido, dal letto
Balza Tecla, al verone s'affaccia.
È l'oggetto d'adultero affetto
Cui promise fra l'armi seguir.
— Vieni, o bella, d'amor fra le braccia;
Vieni, e godi del lungo desir».
Sciagurata! al marito le ciglia
Volge; ei dorme nel talamo in calma.
Un bambino, una tenera figlia
Nella cuna baciò, ribaciò.
Move, ondeggia, ristà; nella palma
Cela il viso che il pianto inondò.
— Tecla! Tecla!» Si spicca: la porta
Zitta schiude: un saluto, un amplesso
Di novello vigor la conforta;
Addio tutti! a cavallo salì.
Egli sprona, ella il segue d'appresso;
Mezzanotte in quel punto s'udì.
Via per campi, per ville galoppa,
Ma ai lasciati suoi cari sospira.
Sta su lieta: d'amore la coppa
Lene obblio ti diffonda nel sen.
Dell'amor nell'ebbrezza delira,
Ti prometti un perpetuo seren.
S'apre l'alba. — In quest'ora la mano
Il marito a cercarmi protende,
Nè mi trova: i miei pargoli invano
Mi chiamâr». Sgombra l'ansia dal cor:
Non se' in grembo al guerrier che t'accende?
Sta su lieta, e t'inebbria d'amor.
Mezzo un anno varcò. Dall'amante
Repudiata, confusa, avvilita,
Tecla, fuor d'una tenda festante,
Lagrimando, ululando si sta;
Dal guerrier, traditrice tradita,
Invan chiede mercede, pietà.
Senti, senti un urtar di bicchieri,
Gavazzare un tripudio d'evviva.
Senti; un brindisi ai fausti piaceri
D'un'amica novella si fè.
Dall'ambascia cascò semiviva;
Mezzanotte in quel punto battè.
Scarna, atrita, cenciosa, al soggiorno
De' suoi primi innocenti contenti
Sconosciuta fa Tecla ritorno,
Là seduta rimpetto a soffrir
Di mendica in aspetto i tormenti
D'un atroce ma tardo pentir.
Chi rimira la squallida, avvolta
D'irto vel, la sovviene d'un tozzo,
Ma addoppiare i suoi gemiti ascolta.
Non è pane che all'egra fallì:
Non di fame è il profondo singhiozzo;
D'altro cibo sostenta i suoi dì.
Ferve un denso tumulto di genti,
È un volar di cavalli, di cocchi;
Tutt'intorno festive o gementi
Squille e trombe le alternano il suon:
Nulla ascolta la misera, gli occhi
Sempre intesi all'offesa magion.
Note voci là dentro ella ha udito,
Ma nessuna più suona per lei.
Mesto uscir dalla casa il marito,
Mesto il vede rivolgervi il piè.
Del suo core l'ambascia tu sei,
Alla gioja egli è morto per te.
Fra i cancelli una bimba, un fanciullo
Folleggiar nel giardino ha veduti,
Che, sospeso l'ingenuo trastullo,
Vispi incontro del padre si fan:
A lui baci e carezze e saluti;
Per te vezzi e lusinghe non han.
Come trista del verno la sera
Piove il gel dalle stelle serene!
Insistente un'algenta bufera
Fischia a Tecla fra l'ispido crin,
Che disfoga le acerbe sue pene
Gemebonda sul trito cammin.
Al suo sguardo fra i vetri scintilla
Una vampa di fuoco vivace
Dalla sala, ove cara, tranquilla
Collo sposo, tra i figli sedè.
— O bei giorni! o miei gaudj! o mia pace!
Più per me quel contento non è.»
Ecco un lume alla stanza procede,
Stanza un tempo a sereno riposo.
È il marito: gli sguardi lo vede
Verso il ciel, sopra i figli girar,
Poi sul vedovo letto pensoso
Affisarli, e dal cor sospirar.
Tutti dormon. Soave bambina
Rompe il sonno, esclamando fra i pianti
— Mamma! mamma!» L'udì la tapina,
— O mia figlia, o mia figlia!» gridò.
Sorse, cadde alla soglia davanti;
Mezzanotte in quel punto sonò.
Al mattin, di traverso alla soglia,
Mercenaria pietade ritolse
D'un'ignota l'esanime spoglia
Che la fame, che il freddo sfinir;
Indistinta una fossa l'accolse
Senza un pianto, un suffragio, un sospir.
1834.
Al mattin, di traverso alla soglia... (Pag. 97).
UNA BUONA FAMIGLIA
Hai tu ancora a mente quel Baldassare, nostro compagno di scuola, insieme col quale, nei giorni sì belli e sì mal conosciuti dell'adolescenza, noi si discorreva spesso, spesso si passeggiava? Era pur buono! ma ci conveniva dissimulare il bene che gli si voleva, perchè l'amicizia riusciva sospetta ai superiori; — sospetta quell'affezione ch'è il ristoro migliore fra i travagli della vita, ed alla quale io devo tutto quel poco di dolce che si mescolò fra l'assenzio onde fu satollo. Particolarmente con questo mal gradivano essi di vederci uniti, perchè lo giudicavano un perditempo, stante che era debole nel latino, non sapea figgersi a mente la prosodia, non traccheggiava sonori i periodi, e non accozzava bene negli esametri i dattili cogli spondei.
Dopo quel tempo, balestrato lontano di qua, io non l'avevo più veduto, e neppur mai intesone notizie, benchè assai me lo ricordassi, come ricordo quelli tutti che una volta ebbero poco o assai del mio affetto. Or fa pochi giorni, mentre andavo, come soglio, scorrendo pedestre nuovi paesi, una mattina capitai a ***, e fermatomi un tratto sul piazzuolo a guardare certi devoti dipinti antichi della chiesa e cert'altri moderni strillanti e vani, ecco venirmi incontro uno, ed — Oh, sonate campane»; abbracciarmi, baciarmi: era Baldassare.
Io paragonava le sue cortesie alle gelate accoglienze che mi usarono tant'altri condiscepoli dopo che si trovarono più elevati di me: tanto più gelate quanto la sventura mi gettò più sotto. Mi domandò de' casi miei; glieli esposi in poche parole; — sono così semplici quelli che posso narrare, come sono lunghi e complicati quelli che si ascondono, che devono ascondersi, e rodermi dentro, e accelerarmi la tomba, ove saranno sepolti con me. E quando seppe che io andava così girellone per cercare divagamento ed oblio, — Dunque oggi almeno devi restare con me: sì, se mi ami»: ed aggiunse parole di tale spontanea cortesia, che non seppi ricusare l'invito. E deh se me ne trovai soddisfatto! Quando Dio volle premiare il buon figliuolo d'un buon padre, che cosa gli mandò? un fedele amico pel viaggio, che lo condusse a ospitare presso una buona famiglia.
Ed una buona famiglia veramente era quella del nostro Baldassare. — Appena mio padre (dicevami egli) s'accorse ch'io non era fatto per gli studj, persuaso che, anche senza di questi, uno possa riuscire galantuomo, mi tenne in casa, e m'avviò negli affari, dove, trovandomi nel mio elemento, non gli cagionava più que' disgusti che provava egli qualora, addomandandone i nostri precettori, s'udiva rispondersi che non profittavo, che scaldavo le panche e nulla più. Eppure a me parea di valere quanto altri, se non nel loro latino, almeno in altre cose. Menai moglie, accudii alle campagne, ed il Signore mi prosperò.»
Fra questo parlare, entravamo in casa: una casa di quella semplice pulitezza che usa in campagna; e il primo aspetto che noi si offerse fu la moglie di lui, con un bambino al seno.
Cittadine, i vostri adorni gabinetti, ove su comodi lettucci, tutte linde, svolgete libri d'eleganti vanità o di profumata corruzione, ovvero intendete ad opere oziose, mentre date ascolto agli studiati nonnulla di chi strascina la sua noja di visita in visita, porgono essi veruna immagine tanto bella quanto la vista d'una madre che allatta il proprio bambino? Tanto bella che, quando la religione vuol esporre alla devozione l'effigie di Colei che è più vicina a Dio, ed ispirarcene amore e confidenza, non sa meglio rappresentarla che in questo atto.
Come l'amico a lei mi nominò, ella sorse al mio incontro tutta festosa, e — L'ho inteso ricordare delle volte assai dal mio Baldassare, siccome un giovane studioso....»
— E non un giovane buono?» la interruppi io.
— Sì, anche questo,» ella soggiungeva.
Ed io: — Or bene: questa è la lode che più mi lusinga.»
Una bimba in sui cinque anni, che trescava giuliva per casa, mi fece la festa più ingenua, facilmente allettata da qualche zuccherino onde la regalai. Ma come, avviandomi a veder la casa, passai nello stanzone vicino, ecco la fanciulletta che era corsa a far parte del dono a suo fratello, garzonetto su gli otto anni, il quale aveva interrotto lo scrivere per dare ascolto alla sorella.
Visitammo un orto non così piccolo, che l'amico mio coltiva di propria mano, e vi fa i suoi esperimenti prima di proporli ai contadini, a ragione cautissimi in ciò che non hanno provato, e che riguarda la propria sussistenza. Le camere erano da campagna, ma pulitamente addobbate, le più con mobili vecchi, una o due con nuovi, che al loro tempo cederanno il luogo ad altri più nuovi d'un'altra coppia di sposi. Uno scaffale custodiva pochi libri, ch'esso mi mostrò con compiacenza, dicendo, — Che tu non creda ch'io abbia fatto voto d'ignoranza.» Erano pochi ma buoni, come si vorrebbero gli amici, ed oltre la Bibbia e diversi di religione, vi notai le opere di Franklin, il Robinson, Paolo e Virginia, i Promessi Sposi, qualche giornale di cognizioni utili, alcune storie, alcune novelle, e qualche composizione d'amici suoi.
Mi portò quindi a salutare sua madre, vecchierella rubizza, sulla cui fronte leggeasi la serenità di chi passò bene la gioventù. Colla schietta cordialità che rimane soffocata fra le convenienze ed i garbi cittadineschi, ella accolse il vecchio camerata del suo Baldassare, poi cominciò le lodi di questo.... Ah! le lodi in bocca de' proprj genitori vagliono ben più di qualunque incenso sappia tributare la vanità. Ma poichè la modestia di lui l'interruppe, ella si volse ad encomiare la nuora, così caritativa, così amorevole, così rispettosa, così casalinga, che fa tutti contenti, perchè ella è contenta di sè stessa. Baldassare se ne mostrava commosso, e le stringeva la mano colla schiettezza d'affetto che traspira dagli atti, non suona nelle parole.
— Se io verrò da te (così egli), tu mi mostrerai libri, edizioni, stampe, lavori tuoi: io, vuole ragione che ti mostri quelle che sono faccende mie.»
E così mi trasse ai campi, dove, colla compiacenza d'un autore che rilegge l'ultima sua composizione, mi designava qua prati ridotti, là fossi cavati, più lungi migliaia di pioppi, d'altra parte gelsi, filari di viti, novali. Indi, condottici là dove una brigata di contadini stava mietendo sotto la sferza del sole, eppur cantando allegra, ci sedemmo al rezzo, badando ai lavoratori, e rincorrendo i primi nostri anni, la spensierata contentezza d'allora, i condiscepoli che poi la fortuna balzò uno qua, uno là, chi al bene, chi al male; i maestri, gli studj. — Or dimmi in tua fede (così esso), da quegli studj come fosti tu avvantaggiato? Al pensar mio, al pensar d'un uomo che s'intende di grano e di fieni, e non punto dei vostri Ciceroni, gli studj dovrebbero versare su cose che importino poi nella vita, che formino il carattere. Caspita! Sono gli anni più belli, è un campo allor allora dissodato; non farei io stranezza col seminarvi soltanto erbe che poi deva sbarbare quando ne vorrò frutti degni? Or che monta per la vita il vagliare e rivagliare le regole da parlar bene come parlavasi duemila anni fa, da gente che non c'è più? Ci abborravano poi la mente con tanti nomi di paesi, di monti, di fiumi, con tanta geografia che in molti anni io non ne ho mai compreso tanto, quanto un bel giorno che salii in cima di quella montagna là, e stetti a vedervi il sole dal nascere al tramontare. Veniva poi la storia a esporci quel che fece il tal re, poi il tale imperatore e il tal capitano: le guerre, le paci, la politica, come se noi fossimo stoffa da far ministri o sovrani o generali: erano Pelopidi, Epaminonda, Timoleoni, che uccidono o cacciano i signori dalla patria loro, quasi fossero esempi a poter imitare. Da quella storia poi, da que' loro autori mi veniva una certa morale che non so come accordarla col Vangelo e colla pratica società. Que' loro eroi famosi per uccidere gente, non li chiameremmo noi a buona ragione assassini? Ed ecco qua Spartani, per cui sono un obbrobrio le arti e l'industria; che non hanno contanti; vanno a vedere le fanciulle a combattere ignude; si ricambiano le mogli, e per divertimento od esercizio danno la caccia agli Iloti. Ecco un continuo declamare contro l'oro; i poeti venirci a dire che bisogna buttarlo giù nel mare che fu sacrilegio l'inventare la navigazione, che è un depravamento il volere che i ragazzi imparino l'un via uno... Ma sono queste massime d'accordo collo stato della società presente, cui base è la proprietà? e al levar delle tende, qual pro faranno a chi ha da vivere nella società qual è adesso, che certo non è peggiore di quel che fosse? Non dico altro dei precetti che ci davano per fare i periodi o per legarli in bel discorso. Ed io non sono mai stato sul loro calendario perchè scrivevo naturale e come mi veniva alla penna. — Ma guardate zucca! mi dicevano. Cotesto non si direbbe nè più nè manco parlando: è triviale: non v'è dignità.» Io per contentarli, m'ingegnavo di far diverso, ma allora sbagliavo le concordanze, storpiava il senso, azzoppavo il periodo, e tra quelle ambiziose vanità dicevo più o meno di quello che avevo in cuore. Lascio a parte che i soggetti di quegli esercizj erano ancora i soliti: guerre, aringhe di persone le quali chi sa come la pensavano tutt'altro da noi? mentre a noi toccava di lambiccare il cervello per indovinare come avrebbe ragionato Veturia per dissuadere Coriolano dal devastare la patria, o Annibale per esortare i suoi soldati a venire a depredar il paese delle uve e degli aranci. Io, che di studj non mi son più impacciato, qualunque volta ora m'occorre di parlare per interessi miei o del nostro Comune, nel mio studio o nel convocato, credi mi manchino in bocca le parole? o che commetta nello scrivere que' peccatacci da staffile? o che il mio scrivere sappia di ribollito? Ma qui conosco la materia che ho fra le mani; possiedo a fondo questi affari; mi formo in capo un'idea chiara di quello che ho ad esporre. E però ti confesso ingenuamente e, se non senza rossore, almeno senza rimorsi, che di quanto imparai con tanta fatica in otto anni di scuola, se togli il leggere e lo scrivere, mi son dimenticato di tutto, nè m'è fin qua accaduta occasione dove io mi compiangessi d'avere disimparato. E tu, che n'hai tu ritratto?
.... ci sedemmo al rezzo, badando ai lavoratori, e rincorrendo i primi nostri anni, la spensierata contentezza d'allora.... (Pag. 103).
— Io? (gli rispondeva): Oh quanto a me, la cosa andò d'altro passo; e dopo esser rimasto una dozzina d'anni su per le scuole abballottando quanto te, mi dovetti rifare da capo a studiarle, come non ne avessi mai inteso parlare, affine di impancarmi a insegnarle, e potermene buscare pane prima, e poi dispiaceri.»
E sospiravo. Egli, mi comprese, strinsemi la mano, s'attese un poco, indi continuò: — Ma dimmi in verità: ti ricorda che mai si curassero que' gran maestri nostri d'ispirare onoratezza, lealtà, quel franco obbedire che non avvilisce, quella cortesia che non fiacca l'anima?[3] di farci conoscere il mondo fra il quale dovevamo vivere un giorno? d'insegnarmi quel che è l'uomo, donde viene, ove va? come è veramente questo garbuglio della società? e che non si trova bene se non a far il bene? Or senza di ciò, cos'è ella, se quando si passa alla educazione sociale, devesi, per lo meno, disfare tutta quella ricevuta nelle scuole? Ora qui nei campi, come vedi, spendo meglio il tempo e il denaro. Pativo di salute, e adesso non so che sia male: dallo studiar me stesso e quei pochi che mi son d'attorno, parmi ritrarre assai più che dalla conoscenza degli eroi di Cornelio e di Plutarco. L'accordi?»
Di questo e d'altro discorrendo, ci eramo rivolti verso casa, dove c'invitavano le squille del mezzogiorno, e mentre approvavo il suo dire colle riserve che dee sempre fare chi vive di lettere, senza riserve lodavo in cuor mio i genitori di esso, che non si fossero, come tant'altri, ostinati a voler torcere a studj liberali chi era nato per le arti d'industria. N'avrebbero avuto un tristo legulejo, o un letterato dappoco, o un basso aspirante a impieghi affollati, quando così ne trassero un vero ed assennato galantuomo.
Vedendo quel gioverreccio fanciulletto correrci festivo all'incontro, — E questo fanciullo (gli chiesi), come l'educherai tu?»
— I suo primi anni (rispose) sono commessi a persona che non potrà se non ispargervi semi eccellenti: sua madre. Oh, le ginocchia d'una madre! avvi pedagogica finezza che agguagli gl'insegnamenti ottenute su quelle? Quanto sarà da me, l'educherò alla vita, alla probità, all'amor de' suoi simili. L'abitare in campagna mi agevola il modo di farlo trovare più spesso con coloro ai quali potrà giovare, che non con quelli da cui egli aspetti giovamento e puntelli: e di fare che nessun'altra ambizione in lui si sviluppi, se non quella della bontà che fece nominare mio padre e mio nonno. L'istruzione poi non gli costi una lacrima. Quando saprà leggere, scrivere, far di conto, parlar la lingua della nostra nazione, imparerà le altre che sempre giovano; imparerà le matematiche, la fisica e quelle cognizioni che tornano utili in qualunque stato, finchè potrà da se determinarsi ad una via, per la quale lo dirigerà un'educazione speciale. Ma ti dico il cuore, non ho premura di metterlo sotto maestri, perchè mi pare che i primi anni sono da abbandonare allo sviluppo del corpo, senza la cui sanità, che può mai una mente colta? Imparerà poi, non ne temo, imparerà di voglia in un anno quello che avrebbe appena in tre imparato con noja. Intanto il tempo che egli passa fra noi non lo credo perduto.»
E di questo m'ebbi a convincere per alcune sensate risposte che il fanciulletto fece a domande, postegli da me innanzi come a caso.
Entrati nel salotto, noi discorrevamo ancora, quando fummo interrotti da un canto semplice, affettuoso, di voci infantili. Erano i due fanciulletti, che sopra un'aria popolare modulavano una canzonetta, composta da una loro amica, e diceva così:
Da chi nacqui? e il nutrimento
Chi mi diede pargoletto?
Fu la mamma. Oh quanto affetto
Alla mamma porterò!
Chi mi fa carezze e baci?
Chi mi stringe sul suo cuore?
È la mamma. Oh quanto amore
Alla mamma sempre avrò!
Chi per me tanto s'affanna?
Chi per me veglia e lavora?
È la mamma. Quanto ognora
Grato, o mamma a te sarò!
Chi sospesa sta fra il sonno,
Ed accorre al pianto mio?
È la mamma. Oh un giorno anch'io
Il tuo pianto asciugherò!
Quand'io grande sarò fatto,
Tu dagli anni indebolita
Già sarai; ma a te la vita,
Cara mamma, io sosterrò.
Non fia mai che in abbandono
Io ti lasci e a te sia ingrato;
E così d'essere amato
Dal mio Dio meriterò.
Intenerito sin al fondo dell'anima, io baciai con immenso affetto quei due bambini, invidiando i genitori, nel cui amore crescono alla benevolenza fraterna.
In tale compagnia ben puoi credere che il minor piacere furono le vivande, imbanditeci dalla buona nonna, la quale esultava nel ridirmi come fossero frutti, questo della sua bassa corte, quello del suo orto, ma il cui condimento più squisito erano gl'ingenui ragionamenti e gli atti di schietta bontà.
Avevo, tra il desinare, osservato che il fanciullo riponeva una parte di sua pietanza, senza che i genitori mostrassero farvi mente. Poi quando si fu allo sparecchio, egli si levò; susurrò non sapevo che cosa all'orecchio della madre; ond'ella — Se il signore lo permette, va pure.» E come io glielo consentii, involse nel tovagliuolo quel che aveva risparmiato del suo mangiare, e andossene saltellando.
— Ove va?» chiesi io alla madre. «Forse ai trastulli? ad una merendina coi camerata?»
— Non già» mi rispos'ella. «Abbiamo qui d'accanto una povera vedova inferma, per la quale esso avanza ogni dì alcuna cosa del suo piatto, e ogni sabato il vino.»
Ed ecco fra poco egli ritornò tutto gajo, tutto vivace, come un angelo che riporta al cielo l'anima, stata commessa alla sua tutela nel pellegrinaggio della vita.
Io sentiva di diventar migliore fra tanta bontà abbracciai l'amico, e — Te beato! ma lo meriti.»
Se quella fu una delle liete giornate, non me lo domandare. Ed ho voluto serbarne memoria, e mandartela, perchè tu la riponga fra le altre che conserviamo a vicenda delle semplici avventure, il cui ricordo ci consoli in anni più tardi e forse più desolati. Al leggere questa, ti correrà per avventura al labbro la domanda, se io trovai solamente dei buoni? Oh se de' cattivi ho pur trovato! e tanti, e tali, che qualche volta, nell'amarezza dell'anima mia, discredetti la bontà dell'uomo, e correvo ad esclamare, — No! l'uomo è veramente la peggior fattura del Creatore; superbo insieme e vigliacco, raggirato e fraudolento, invidioso e calunniatore, razza d'odio, d'egoismo, di perfidia».
Se non che allora io mi richiamava a mente le tante anime benefiche, amorevoli, sante, scontrate sul cammino di mia vita, e la bestemmia convertivasi in inno al Creatore, di cui tutte le opere sono buone. Di questo ben ti posso accertare, che i cattivi non gli ho trovati mai fra coloro che stavano lungi dalle irrequiete ambizioni, dagli avidi interessi, dalle arroganti vanità; mai fra i poveri, fra i laboriosi; mai fra coloro che patiscono.
Dunque benedetto Iddio nella povertà, benedetto nella sventura!
Al soggetto della precedente novella si riferisce il seguente brano d'un lungo lavoro sull'educazione.
LA MADRE
.... Deh, che non ho io potente ispirazione quanta basti a dipingere una madre quale la conobbi e la conosco?
Ai bambini suoi non soffrì che un seno venale porgesse il primo nutrimento; gelosa che una mercenaria vigilanza non dovesse usurpare qualche parte della tenerezza materna e dell'amor figliale. E perchè io l'ammirava del suo abbandonare, così giovane, così bella, gli spassi e le pompe del mondo, per badare al suo lattante, — Non fu nulla più che il mio dovere,» mi rispondeva con semplicità. «La natura mi avvisò del voler suo col colmarmi il seno e colle malattie che, altrimenti, mi potrebbero sopravvenire, quand'anche poi fosse vero che costasse noje l'adempiere le intenzioni della provvidenza, e il nutrire da noi stesse quella vita che noi abbiamo data, oh quanti compensi non le alleggeriscono! Quante dolcezze! Può trovare la donna diporto migliore che l'osservare la tenera innocente gioja del suo bambino? v'ha gusti preferibili alle sue carezze? o musiche più soavi che il primo suo cianciugliare? o fantasie più lusinghevoli che le speranze che danzano alla culla d'un fantolino? Le tenerezze che insieme prodighiamo al frutto del nostro amore crescono il reciproco affetto e la stima fra me e lo sposo, riempiono que' momenti di vacuo che lascia l'amore anche più sentito. I figlioletti già cresciuti s'adunano intorno al nuovo fratellino con sollecita cura, avvezzandosi, già così piccini, ad avvincersi un l'altro col legame del benefizio, de' reciproci bisogni e sussidj, e aprendo il cuore a quell'amicizia franca e sincera che, crescendo cogli anni, sarà loro di tanto ristoro ne' casi avversi e che, mostrandoli buoni fratelli, sarà alla società un pegno come essi riusciranno pure buoni cittadini[4]. E poi, e poi, — oh voi non sapete tutte le tempeste che passano qui, dentro il cuore d'un donna. E allora, oh allora, stringersi al seno un suo bambolino, è il sorriso dell'angelo che calma ogni procella, che sostenta e raddoppia la virtù.»
Non la vidi mai, questa buona madre, indispettirsi pel tafferuglio de' suoi pargoletti, pel disordine chiassoso dei loro trastulli! anzi li guarda come altrettante prove dello sviluppo progressivo di loro forze, un elemento di quella età così vitale: e tanto le parrebbe strano l'esigere dal bimbo la tranquillità matura, come il cercare in un vecchio l'irrequieta agitazione del fanciullo. Contenta dunque di dirigere e vegliare questa vivacità, ben si guarda dal comprimerla coll'insistenza di uggiosi rimproveri, nè coi gravi precetti, i quali fomentano l'ipocrisia, come tutto ciò che contrasta all'ordine della natura.
Conformandosi dunque a ciò che conviene a ciascuna età, rimuove i pericoli, ma più la paura de' pericoli; reprime gli eccessi, abitua a vita frugale e, se non disagiata, non dilicata però, e quale torna bene a rinforzar la costituzione, a prevenire i tanti mali cagionati dalla mollezza, a rendere più libero perchè con minori bisogni. L'ho sovente sorpresa mentre pigliava parte ai giocherelli de' suoi bambini collo spasso dell'innocenza, a guidarli col proprio esempio a fruttuosi trastulli, come a educare un par di tortore, nutrire un canarino, coltivar fiori, seminare un quadro del giardino, piantare ed innestare un albero che crescerà con essi; arte eccellente, ella diceva, per avvezzarli a non pretendere domani il frutto della fatica d'oggi, ad avere pazienza nell'aspettare il meglio.
Tanto maggior cura essa pone a formar l'intelletto ed il carattere di que' suoi bambini, in ognun de' quali non vede un balocco de' genitori, ma rispetta un membro della società, destinato a divenire cittadino, sposo, padre, magistrato; a camminare, per la via delle prove, ad una sublime destinazione. Sarà illustre od oscuro? sarà tra i felici o tra gli sventurati? Questo, ella dice, sta nelle mani della provvidenza: dover mio è formarne un galantuomo.
Conseguentemente si farebbe coscienza di dire ai figlioletti la più leggiera, la più innocente bugia, se bugia e innocente possono mai concordarsi. Chi sa se quell'errore non possa diventar seme di torti giudizj nella ricerca del vero, nella pratica della vita? Bisognoso di tutto sapere, il fanciullo vorrebbe saper tutto; ma incapace insieme di apprendere per sè quanto vorrebbe, è agitato da un'insaziabile curiosità, è pieno di memoria quanto scarso di raziocinio; e ne' primi cinque anni impara, chi ben vi guardi, più di quello che imparerà poi in tutta la vita. Uopo è dunque coltivarne molto la memoria[5], sobriamente il giudizio. Quante volte io mi trattenni con diletto e con frutto a udir la madre di cui parlo appagare le domande de' suoi bambini in modi semplici, piani; osservare con loro, far da idea germogliare idea; sollecitarne i giudizi, cui applaudire poi se conformi al retto senso, raddrizzare se difettivi; interrogare precisamente, rispondere, ma lasciando pur sempre alcuna cosa a desiderare, per aver sempre alcuna cosa da insegnare! Quel bisogno di conoscer la verità sa essa dirigere in modo che, senza soverchiamente stancarli colle discussioni, ne eserciti quanto basti il buon giudizio, qualità essenziale in qualunque stato, in qualunque occorrenza della vita. La curiosità portò più d'una volta quei cari fanciulli a questioni che li toccano ben da vicino, ma che non è opportuno il soddisfare[6]. Ben si guarda essa però dal rinviarle con ciance, nelle quali il fanciullo, che riflette più di quel che crediamo, ravvisa la bugia, e quindi è stimolato a cercare il vero di cui gli si fa mistero. Semplicemente ella risponde: — Queste le sono cose che tu non potresti ora intendere, e le capirai quando, cresciuto, profitterai negli studj»[7]. Il fanciullo, pago d'una soddisfazione datagli da colei che ama e stima, ritorna a' balocchi suoi, alle sue occupazioni, portandovi inoltre il desiderio di crescere e di profittar negli studj, per esser in grado di scoprire queste verità bramate.
Quanto però è meglio un uom dabbene che un uomo d'ingegno, tanto più importa il coltivare il cuore che l'intelletto. E chi a ciò più opportuno della madre, la quale, sin dai primi momenti avendo avuto sott'occhio il proprio pargoletto, ne conosce il carattere, e sa quindi eccitarne le virtù che più proprie gli sono, ovviare i vizj a cui lo vede inclinare? Quella di cui io parlo, intenta a conoscere le gradazioni del carattere di ciascun suo figliuolo, non lasciasi entrare la pretensione di cangiarlo, il che suole e non riuscire e far perdere, nel carattere fittizio, tutti i vantaggi del naturale; atteso che nessuno rappresenta bene un personaggio se non è il suo proprio. Col contradire ai gusti, nel che alcuni genitori sembrano riporre la teorica di tutta l'educazione, a qual cosa si riesce se non a stancare e sviar il genio, porre ostacoli all'ingegno e all'attività, fare d'uno che poteva elevarsi grande, un mediocre al più?
Per dare poi a conoscere al fanciullo i suoi doveri, in ogni azione essa lo abitua a ragionare del perchè, delle convenienze con sè, con altrui, singolarmente poi coi precetti del supremo legislatore. L'idea di Dio viene associata a tutta la vita; naturata, direi quasi, col cuore e collo spirito in modo da non abbandonar più quell'uomo. L'ho intesa alcune volte, allorchè la sera aduna attorno a sè i suoi bambini per sollevare la preghiera a quel Padre che è ne' cieli. Già qualche discorso precedente, o lo spettacolo additato del firmamento, o il ricordo d'una bella azione dispose que' teneri cuori ad innalzarsi al sommo vero, al sommo bello. La preghiera è breve, è semplice, è tutta unzione, aumentandone l'effetto la pietà, di cui si mostra compresa la madre; ma in quella preghiera non manca mai una commemorazione delle persone più care, dei cari estinti, dei cari lontani e della cara patria; dei sofferenti, dei poveri, che sono i fratelli prediletti di Cristo. Oh! queste prime idee, questi primi religiosi sentimenti possono ben essere repressi dal frastuono del mondo, dal cozzo delle passioni, dal viluppo degli interessi, dall'ebbrezza della fortuna, ma svelti non mai. E traverso alle vicende della vita, e nei momenti della sventura, e quando l'anima trova necessario il rientrare in sè stessa, parlano altamente, affidano il buono alla virtù, risvegliano i rimorsi nel traviato.
Sui primi momenti ch'io la conosceva, volli sfoggiare alquanto della presunzione che ispirano la lettura e il crederci di sapere; e le ragionai sulla poca convenienza del parlar di Dio a fanciulli teneri ancora, i quali non possono formarsi se non un'idea materiale dell'esser suo, falsa ed incompleta de' suoi attributi. — Non fo questo» mi rispose ella: «a' miei bambini insegno amar Dio più che a conoscerlo; e a farlo amare serve ogni cosa che hanno intorno; serve il dono della vita ch'ei diede, ch'ei conserva loro; serve la tenerezza dei parenti. Quando amino Dio, sono ben certa che potrò senza errori guidarli facilmente a conoscerlo.» E poichè io voleva rinfiancar il mio sentimento con quell'appoggio, che non manca neppure alle più assurde dottrine, l'autorità, e parlavo dell'Emilio, e ne citavo qualche passo, ella tolse d'in su la tavola un libriccino dove suol notare quel che più la tocca nelle letture, e mi additò queste parole di un autore, come diceva essa, amicissimo degli uomini, e perciò degno d'essere amato. — Sono i casi personali di nostra infanzia, accompagnati dalle materne lezioni, che più profondamente si scolpiscono nella memoria, perchè penetrano fino nel nostro cuore; son le lezioni delle madri che danno tanto vigore alle nostre operazioni religiose durante tutta la vita. Istillate col latte, si perfezionano colla nostra ragione; e dopo aver giovato intorno alla cuna nell'età dell'innocenza, ci sostengono nell'età delle passioni. Per ciò vorrei che il sentimento della divinità, innato nell'uomo, vi fosse sviluppato prima non da un precettore, ma da una madre. Il Dio d'una madre è sempre indulgente e buono come quello della natura: un precettore insegna, una madre fa amare. E vorrei che questa porgesse le sue lezioni non in una città, ma alla campagna, non in una chiesa, ma sotto la volta del cielo, non sopra libri, ma sopra i fiori e i frutti»[8].
Mal s'apporrebbe chi in una madre tale temesse quella austerità, che nasce dall'intolleranza e dall'aspirare alla perfezione, e che il vulgo crede propria della virtù, mentre invece è miserabile retaggio di chi vuole affettarne le apparenze. Reprime ella i vizj, compatisce ai difetti; sa che la perfezione non è dell'uomo, meno ancora del fanciullo. In quell'età, che il simulare è affatto ignoto, agevole riesce a tutti, tanto più ad una madre, il conoscere al vero le torte inclinazioni de' bambini; quindi prontezza ad accorrere al rimedio, con fermezza disposta a rompere i capricci del fanciullo, senza neppur lasciargli balenare la possibilità che l'ostinazione soggioghi il materno volere, fondato sulla giustizia. Ai castighi ricorre tardi e pacatamente: non la tema della punizione, ma sì l'amore della virtù deve formar l'uomo onesto. Questo solo potrà perfezionare l'educazione, mentre l'altro rende pusillanime, simulato, irrita e scoraggia, e lascia senza freno il giovane, non sì tosto uscì di soggezione.
Un punto però dove la sua austerità è irremovibile si è la veracità. Il suo trattare franco ed aperto coi figliuoli gli avvezza a considerarla come una confidente, un'amica, agevolandole così il modo di dar loro de' consigli: ad un fallo confessato mai non manca il perdono, come non manca mai il castigo ad una menzogna. Il castigo, l'ammonizione però non recano mai sembiante di escandescenza, di rabbia; è la ragione che illumina, è l'amicizia che persuade. Il secreto vi presiede sempre, sollecita troppo di non abituare il fanciullo allo svergognamento, col vituperarlo in faccia ai parenti, ai visitanti. Una parola di disapprovazione, un escludere il tristanzuolo dall'ascoltare un racconto, un collocarlo ad un deschetto apparato, sono castighi che a lei pajono più opportuni che non il negare l'abitino nuovo, od il privar d'un lacchezzo: questi possono essere fomenti dell'ambizione e della leccornia; quelli stimolano l'onore, e riescono all'effetto, perchè la madre è amata, è stimata. Applicato il castigo, la madre è la prima a dimenticarlo: troppo premendole d'accorciare que' momenti terribili per un ragazzo, in cui sono sospese le amorose cure materne.
Le prime amicizie, così candide e verginali, eppure così strette e decisive dell'avvenire, sono attentamente invigilate da essa; sebbene il tenore di sua educazione ha fatto sì che ciascun de' suoi figliuoli prescegliesse per amici quelli che la natura stessa esibì, voglio dire i fratelli, coi quali si hanno comuni gli affetti, i desiderj, le speranze, le vicende. O madri, o madri, stringete, rassodate al più possibile questi domestici affetti, chè come la famiglia è il nocciolo della politica convenienza, così le casalinghe affezioni sono la fonte e il suggello delle cittadine virtù. Ma per questo è duopo sbandir le predilezioni, stabilire una perfetta uguaglianza, sulla quale soltanto può fondarsi il reciproco amore, uno studio reciproco di meritare la tenerezza de' genitori, un coraggio ad operare di conserva. Sciagurata quella che predilige uno dei figliuoli; che a quell'uno perdona ogni cosa, ogni cosa concede, a differenza e scapito degli altri! Gli altri nel cucco della mamma non vedono che un emulo; il malavvezzo già fantastica una distinzione indipendente dai meriti, una ingiustizia che giova; e così finisce odiato dagli altri, vano, capricioso, indolente, presuntuoso, ostinato, e quindi infallibilmente infelice.
«Non è forse,» riflette bene il Tommaseo[9], «non è forse uffizio al mondo più delicato e più difficile dell'educazione del cuore di una donna. Chiunque per istinto e per obbligo vi si accinge, dovrebbe tremare di sè stesso; e, considerando la buona riuscita come un vero miracolo, non la sperare che da Dio. Per ben educare una donna, converrebbe poter comandare a tutte quelle circostanze che possono operare sull'animo di lei, molle a riceverle, e a conservarle tenace; circostanze innumerabili, non previsibili, minutissime e sempre varie. Chi giungerà a calcolare gli effetti che una parola, uno sguardo, un cenno, una conseguenza, un'abitudine posson fare sull'animo femminile? Egli è un piccolo mondo, dove le lontane e menome cagioni, in modo invisibile concatenate, producono sempre nuovi effetti, come gli elementi stessi, in varia proporzione uniti, diventano o l'aria animatrice del fiore nascente, o l'acqua che scende con impeto a corromperne la bellezza.
Non domandatemi dunque se la madre ond'io parlo abbia un solo momento affidata altrui una cura sì dilicata, ove il minimo errore può trascinare il disordine e il disonore su chi trascurò di prevenirlo; se, buona, ella stessa e d'incolpato esempio, e quindi sempre consentanea con sè stessa, sappia coll'esperienza propria avvertire le sue fanciullette dei lacciuoli preparati al sesso, che noi chiamiamo debole per discolparlo in anticipazione del suo soccombere; avvertirle, dico, con quel modo che solo in mano delle imprudenti può divenire un pericolo, può sfiorare la squisitezza del pudore mentre intende a conservarla; e come le passioni più sfrenate e ribalde nascano sovente da nulla più che da un impeto d'immaginazione, dall'amor delle inezie, dalla prurigine di piacere e di primeggiare; se attenda ai discorsi degli estranei e dei domestici, alle confidenze dell'amicizia; se calcoli sull'impressione che fanno nel giovine cuore la novità, lo spettacolo. Ai teatri non conduce mai nè maschi nè bambine, non perchè essa creda il teatro cattivo in sè, ma lo crede cattivo nel modo che ora si fa. E perchè io mi meravigliavo di non sentire da essa quello ch'è un luogo comune nell'educazione materna, cioè il dipinger alle figliuole il mondo siccome una tristizia, siccome un continuo inganno; gli uomini come pessime creature, nei quali non possono le fanciulle trovare che perfidi, che ingrati, che mostri. — Il così operare (mi diss'ella) equivarrebbe al modo di chi, temendo l'indigestione, parlasse male a' suoi figliuoli de' cibi in generale. Lasciamo là i sentimenti che s'ispirano così alle fanciulle contro questo mondo, fra il quale son pur destinate a vivere. Giunge l'età delle passioni: un uomo, e voglio supporre un uomo non cattivo, avvicina l'inesperta, già da natura inclinata a non trovar in esso che bello e bene; se veramente è persuasa che tutti gli altri siano ribaldi, guarderà quest'uno come un'eccezione, come un non so che di mirabile, di straordinario, una fortuna, un privilegio donatole dal cielo: ovvie sono le conseguenze.»
Opportuno dunque le sembra, anzi che alle fanciulle ispirar paura degli uomini, educarle a diffidar di sè stesse, pensare all'avvilimento cui può condurle un istante solo di obliata modestia; alla poca fede che gli uomini hanno nella femminile virtù, ed allo studio con che osservano l'impressione che la loro presenza produce sulle donne, per trarne partito.
Avendo ella accostumato i suoi figliuoli sin dalla prima età a tenere cura ciascuna del proprio armadiuolo e della pulitezza degli abiti, ed assistere alle compre, informarsi del domestico avviamento, crescono all'amor dell'ordine, della lindura, dell'economia.
Qualora, poi, angelo di consolazione, ella scende al tugurio del poveretto, a risparmiare alla vedova decaduta la vergogna del chiedere, ad asciugare le malide gote dell'agonia, a ristorare di pane gli orfani abbandonati, a mescere il vino alla sfinita nutrice, chi potrebbe altri venirle compagno e testimonio migliore che i suoi figlioletti? Meglio è andare alla casa del lutto che non a quella dell'esultazione, lo dice la Sapienza istessa. Oh! quando que' bambini hanno veduto serenarsi una fronte desolata; la mano della benefattrice, stretta in silenzio ed in silenzio baciata dal ristorato poverello; sopra una pupilla ove il pianto era inaridito ricomparire la stilla, ma simile alla pioggia sugli arsi campi in agosto; e quell'occhio, dapprima sbattuto e nella calma della disperazione chinato a terra volgersi ravvivato al cielo, benedicendolo d'aver eletta la donna a ministra di sua bontà; quando ciò avranno veduto, che altro non sarà di mestieri per infondere nei loro teneri cuori la soavità dell'amore, la dolcezza della generosità, il desiderare le incomparabili gioje del consolare altrui?
«Sa abbastanza quella donna che sa contare le camicie di suo marito.» È un pezzo che tali massime sono invecchiate, e si è compreso quanto giovi che la donna sia colta, sì per occupare viepiù e contentare di sè lo sposo, sì per dirigere l'istruzione de' proprj bambini, e non arrossire in faccia ad essi. Quella di cui io ragiono, educata sufficientemente in sua casa, ma più educatasi da sè stessa, è la maestra unica de' fanciulli sinchè piccini; ne è la direttrice quando deve pure sottometterli a maestri. E qui conviene che confessi d'aver per lei sentito più che mai un vuoto nella nostra letteratura. Perchè, richiesto più volte a suggerirle libri adatti alla tenera età, libri di morale sana e di facile intelligenza, che piacessero all'intelletto e migliorassero il cuore di fanciulli, di giovinette, pur troppo a stento ne trovava, e tanto meno in quei che si professano scritti per la gioventù[10]; pur troppo in quei pochi che mi parevano da ciò, essa, che non darebbe mai un libro a' suoi figliuoli senza averlo dapprima scrutinato, ritrovava in abbondanza cose superiori alla capacità, o vane, o storte. La letteratura italiana ha altro a fare che occuparsi di preparare al bene coloro che per altre vie adempiranno le speranze, ch'ella forse sa seminare, ma non condurre a maturanza.
L'associare ai giuochi l'istruzione è sua pratica[11]; giocando insegnò loro a leggere, a numerare, le prime linee del disegno, i primi passi della geografia. Veramente a poco più in là si spinge l'istruzione ch'essa fu in grado di dare da sè ai suoi figliuoli, nel che vi prego, o colte signore, a non volerla troppo agevolmente disistimare.
Ella si agevola anche la fatica col fare che i suoi bambini s'istruiscano uno con l'altro, i maggiorelli insegnino ai minori, saldando così meglio nei primi le cognizioni acquistate, giovando a' secondi col dar loro maestri, i quali conoscano quel linguaggio più opportuno all'età puerile, che nell'ingrandire si disimpara; in fine collegando gli uni cogli altri per via del benefizio e dell'utile reciproco. Que' figlioletti, non avendo migliori amici che i proprj fratelli, miglior confidente che la madre, potrebbero crescere altrimenti che a dolci e retti sentimenti? E perchè si amano, essi sono tutta cura di evitare ciascuno quel che possa all'altro dispiacere, e la docilità nasce dalla tenerezza. Oh se una madre riesce a dare alla società i suoi figliuoli buoni, quanto bene ha compita la propria missione!
Una madre così fatta, perchè non poss'io nominarla all'ammirazione de' suoi concittadini?
Sebbene... no, è inutile: il mondo non bada, non applaude che alle virtù rumorose, quand'anche tornino a suo disastro: le tranquille ed utili devono crescere inosservate; lontane da ogni ricerca di trionfo, paghe di sè e d'un Dio che vede e ricompensa. Il mondo ha dato un nome ai torrenti e ai fiumi, che in loro pena recano il guasto alle fertili campagne e alle popolose borgate: ignora il ruscelletto che lambisce ed educa i fiori sul suo margine, e diffonde sui prati la fertilità e la vita. Tutt'altro che la donna politica, tutt'altro che la donna libera de' filosofi, che la donna emancipata di coloro che vogliono assocciarla alla sovranità maschile per farle perdere l'impero che ora possiede, la donna ch'io dico è signora soltanto nel sacrario domestico; il marito la onora quanto la ama, la consulta ne' casi difficili: i figliuoli la guardano con amorevole sommessione; concilia pace tra i vicini; colle limosine e le consolazioni sparge avvisi salutari, da pochi è conosciuta, da pochissimi nominata. Ma fortunati i figliuoli che incontrano una madre tale, degna che le cure sue vengano benedette dalla provvidenza, senza di cui qualunque fatica dell'uomo è nulla. In verità io vi dico che una nazione dove sieno frequenti tali madri, non è bene che non possa promettere a sè stessa. Ma perchè dunque la società nulla adopera per formarne? dirò di più, perchè adopera ogni modo a formarle affatto differenti?
CONFORTI D'UN VECCHIO AI VECCHI
«Per corta che sia la vita, la è sempre lunga abbastanza purchè buona e onesta.» Così filosofava Cicerone: ma fra i vecchi saranno sempre il maggior numero quelli che esclameranno umanamente col vecchio Goethe: «Amabile vita, dolce e cara abitudine d'esistere e di operare, dovrò rinunziarti?»
Mentre è di moda affettarsi già logori a 20 anni, sazj dei godimenti, disingannati dagli affetti, spogli delle illusioni: allorchè si avvicinano i 50 anni, tutti vorremo ricominciare, o almeno allungare il tempo tanto più, quanto più si sente che «giunta in sul pendio precipita l'età.»
Ebbene, consoliamoci al pensare che il nostro corso non è finito; che restiamo ancora in capitale d'alquanto di vita avvenire. «Quando uno ha 40 in 50 anni, faccia conto d'essere a mezzo del suo cammino.» Lo diceva il famoso longevo veneziano Luigi Cornaro; lo ripeterono Buffon e Haller; lo sostenne testè con raziocinj e con argomenti il signor Fleurens, segretario dell'Accademia delle Scienze di Parigi, in un curioso, se non profondo libro, Della longevità umana e della quantità di vita sul globo (Paris 1855), «Son quindici anni (dic'egli) ch'io continuo ricerche sulla legge filosofica della durata della vita dell'uomo e in alcuni animali domestici, e la risultanza più precisa è, che normalmente essa va ad un secolo.»
Così fosse! ma per intenderci bisogna distinguere la vita media, la vita ordinaria, la naturale, la straordinaria.
La durata media della vita si ottiene (chi nol sa?) sommando gli anni di molti individui, e dividendo la somma pel numero di questi; sicchè vi vanno comprese tutte le malattie, tutte le accidentalità.
Benoiston de Chateauneuf per 14 anni calcolò la durata della vita sopra 14 milioni di persone, morte fra le rive del Mediterraneo e il mar Glaciale; e trascurando l'infanzia, in cui ne perisce il maggior numero, trovò che, ogni cento persone, più di 44 giungono a 30 anni; dai 30 anni ai 60 se ne perde un poco meno della metà: a 70 anni trovò ridotti a un terzo quelli che avevano tocco i 30; un decimo agli 80; ai 90 ne restava appena uno ogni 63.
Prendendo tutti i nati, anche quelli che respirarono un solo istante, si riconosce la vita media di 39 anni e 8 mesi: era di 28 anni e 9 mesi all'uscire del secolo passato: di 26 nel 600; di 17 nel 1400, chi voglia fidarsi delle statistiche: i legislatori romani, sopra il ruolo di popolazione tenuto per mille anni da Servio Tullio fin a Giustiniano, stabilirono la durata media a 30 anni.
Le probabilità del vivere sono dunque di 39 anni e 8 mesi pel bambino; ma crescono rapidamente: e a quattro anni già arrivano a 49 anni e 4 mesi: poi decrescono: ai venti sono di 40 e 3 mesi: ai trenta di 34 e un mese; ai quaranta di 27 e mezzo; ai cinquanta di 20 e 5 mesi; ai sessanta di 14 e 3 mesi; chi ha settant'anni può sperarne ancora 8 e 8 mesi; chi ottanta, 4 anni e 8 mesi; chi novanta, 21 mesi.
A ciò riescono i calcoli del Deparcieux, sopra i quali si stabiliscono i contratti vitalizj e le tontine. Cosa mortificante il doverci riportare ai computi dei Belgi e dei Francesi; perocchè non possediamo nessuno studio siffatto in Italia, benchè non pochi si ostentino cultori della statistica e, ciò che farebbe più al caso, della statistica medica. Eppure tale studio sarebbe più desiderabile, perchè varia la durata secondo i paesi, e mentre la media in Inghilterra supera i 38 anni, in Francia sta ai 30, a Napoli a 31 anno e 7 mesi, in Sassonia appena a 29.
La varietà sentesi ben maggiore quanto ai longevi, e mentre in Francia, sopra mille nati, 364 toccano i 60 anni, soli 272 nel Belgio e 91 a Vienna, ove poi soli 14 giungono agli 80, mentre in Inghilterra vi giungono 74, in Francia 80. Quei che compiono i 60 anni, per lo più raggiungono i 65, e in generale vi ha un centenario ogni diecimila nati.
Fu poc'anzi pubblicata, in superba edizione, la statistica della Francia, e ne raccogliamo, per ciò che concerne il nostro argomento, che sopra i 35,783,170 abitanti di quello Stato si hanno:
| Uomini | Donne | In tutto | |
|---|---|---|---|
| fino ai 25 anni | 8,316,651 | 8,195,052 | 16,511,703 |
| dai 25 ai 55 anni | 7,265,630 | 7,208,780 | 14,474,410 |
| dopo i 56 anni | 2,194,731 | 2,572,683 | 4,767,414 |
| d'età non provata | 17,952 | 11,691 | 29,643 |
Dal che risulta che, di 100 persone, 46 appartengono all'età dell'incremento: 41 all'adulta: 13 al decremento, al quale meno di un settimo della popolazione arriverebbe.
Fra questi le femmine stanno agli uomini come 14,30 a 12,33; e in generale la vita media delle donne è alquanto più protratta da per tutto, ma sono di più i maschi che raggiungono età straordinarie.
Secondo il censo della popolazione della Gran Bretagna nel 1851, dei 21 milioni d'abitanti del regno unito, mezzo milione oltrepassarono i sessant'anni; più di 129,000 raggiunsero gli ottanta: circa diecimila di novanta: 319 passarono i cento.
La longevità dei patriarchi appartiene al miracolo: nè qui è il luogo d'esporre i sistemi con cui vuolsi ragionarla o spiegarla. Certo dopo Abramo, vissuto 175 anni, entriamo in vite più normali; Giacobbe ha 145 anni, Sara 127; Mosè 120; Giosuè 110 anni, poi Eliseo 100; 90 Elia, Antioco Epifane compare con 149 anni, ma sull'età di questo straniero può revocarsi in dubbio la fede del libro dei Macabei.
Molti illustri greci vissero assai: Epimenide di Creta 153 anni, Gorgia Leontino 107, Democrito 109, Xenofilo musicante 105, Isocrate retore e Zenone stoico quasi un secolo, come il panteista Xenofane, e Apollonio Tianeo taumaturgo, e Terenzio Varrone storico a Roma e quivi.
Ctesibio avea 124 anni quando passeggiando morì: 103 la Terenzia di Cicerone: 115 Claudia moglie di Ofilio; di 100 l'attrice Luceja recitò: di 104 Galeria Copiola salì la scena per la guarigione d'Augusto, 91 anno dopo la prima comparsa.
Nel censimento fatto sotto Claudio imperatore, un tal Fullonio di Bologna attestò d'avere 130 anni; e in quello sotto Vespasiano si trovarono a Parma tre uomini di 120 anni, uno di 130: a Piacenza uno di 150, uno di 131, quattro di 120, sei di 110; e nella Gallia Cisalpina, cioè fra l'Appennino e il Po, cinquantaquattro di 100, due di 125, quattro di 130 o 137, tre di 140; a Faenza una donna di 132, a Rimini un Marco Aponio di 150.
È bizzarro; ma il vediamo tuttodì, come campino a lungo i guerrieri, e l'antichità abbonda d'esempi; Perpenna giunse ai 98 anni, Valerio Corvino ai 100, e ne corsero 49 fra il primo e il secondo suo consolato.
Ognuno ricorda la longevità degli eremiti del medioevo, in mezzo alle astinenze, ma con quella calma che tutto rimette al Signor Iddio.
Chi crollasse il capo sopra i numeri antichi, gli ricorderemo che il celebre medico e filosofo Haller raccolse copiosi esempj di vite diuturne, e ne conta più di mille di là dai 110 anni; sessanta dai 110 ai 120: ventinove dai 120 ai 130: quindici dai 130 ai 140: sei dai 140 ai 150: uno di 169. Tommaso Giannotti Rangoni nel 1550 dedicò a Giulio III un'opera Dell'allungar la vita oltre i 120 anni, dove molti annovera che a quell'età pervennero, fra quali san Romualdo anacoreta ravegnano; l'autore non ne visse che 84, Lejuncourt fece una Gallerie de Centenaires, poco esatta come sogliono essere tali compilazioni sistematiche, dando la vita di 120 persone che oltrepassarono i 120 anni.
Harvey il famoso scopritore o divulgatore della circolazione del sangue, attesta che Carlo II re d'Inghilterra nel 1635 chiamò a sè Tommaso Parre, povero paesano di Alberbury, ch'era nato nel 1483, e aveva veduto dieci re. Venuto, mangiò più del solito, e morì: morì dunque di malattia accidentale a 152 anni, e l'autopsia mostrò sani tutti i suoi visceri, e non ossificate le cartilagini sternali.
Al 19 gennajo 1710 moriva nella diocesi di Bruges il contadino Giovanni Mansard di 110 anni: aveva avuto dieci mogli: l'ultima sposò di 99 anni, e due anni dopo n'ebbe un figliuolo.
Nel 1750 Carlo Czartin ungherese morì di 172 anni e poco prima di sua moglie di 164: il loro figlio ne visse 158: Pietro Rogwin, 185: Giuseppe Sarrington in Norvegia del 1795 moriva di 160 anni, avendo il figlio maggiore di 105 anni, e il minore di 45: cioè potè generare per 60 anni.
Nel secolo scorso in Inghilterra morirono 49 dai 130 ai 175 anni: 4 a 138, 7 a 134, 2 a 146, 4 a 155, 1 a 159, 1 a 160, 1 a 168. 1 a 169, 1 a 175, 1338 passarono i 120.
Draper, nel recente lavoro Duration of human life, recava dalle recenti statistiche inglesi, una Margherita Patten di 130, un Tommaso Parr di 152, un Giovanni Room di 172, un Pietro Torton di 185.
Al congresso delle scienze morali a Edimburgo nel 1863 fu annunziato che, nel secolo corrente, in Iscozia da 1800 a 2000 persone erano campate centenarie. Nel 1862 morirono più che centenari la vedova Villart e Neofito Metaxas arcivescovo d'Atene; una Maria Viassenga italiana in Algeria di 103 anni, a Urrugue Manuella Suhasti di 108, un altro dell'età stessa a Prats, nell'ospizio dove viveva un uomo di 110, e un Pietro Merville morì di 116: tutti questi presso Bajona; a Biaritz Maria Biella nata nel 1754, nel Calvados Maria Tesson di 107 anni, a Pantou nelle Lande Maria Castelnau di 110, in Irlanda un contadino di 112.
Ne' conti del 1861, Madrid appare come la capitale che ha più vecchi, contando sol fra le donne una di 116, una di 111, una di 108, due di 102, una di 101, una di 100.
Negli Stati Uniti si decretò una pensione a quei avevano combattuto nella guerra dell'indipendenza, finita nel 1782. Or bene, nel censimento del 1865 se ne trovarono vivi ancora 24, di cui il più giovane avea 94 anni, tre ne aveano 100, uno 112, e tra tutti sommavano a 2439 anni.
Nel 1867 a Costantinopoli moriva la sultana di 130 anni: e presso Macerata, Santa Colombini di 109 anni. Oggi in Francia contano più di 500 persone nate prima del 1774. C'è una famiglia nel Cantone della Ferè ove padre, madre, il suocero e una zia sommano 401 anno: e i due vecchi presero quest'anno la licenza di caccia.
Nel febbrajo 1868 morì a Napoli un cacciatore dei Borboni di 102 anni, padre di 20 figliuoli, uno dei quali ha 80 anni.
La Svizzera contava dieci centenarj alla fine del 1860, sur una popolazione di 2,310,494 anime, dai 100 ai 102 anni, di cui 3 uomini e 7 donne; 547 persone dai 90 ai 100 anni, fra cui 256 uomini e 291 donne; 11,092 dagli 80 ai 90 anni, di cui 30,164 uomini e 30,598 donne, infine 738,989 dai 60 ai 70 anni, di cui 68,046 uomini e 70,943 donne. È dunque un totale di 211,400 rappresentanti del secolo scorso, in cui predomina per numero il sesso femminile.
E cento anni appunto sarebbero la vita completa, secondo Fleurens, il quale si fonda sull'analogia degli altri animali, la cui durata è il quintuplo dell'età dell'incremento, e questo è proporzionato alla gestione, e la gestione alla grandezza del corpo. Che se non tutti vi arrivano, si pensi che i più muojono di malattie, e pochissimi di vecchiaja. In quel tenore artificiale di vita che l'uomo si è fatto, ove il morale è più spesso malato che non il fisico, e il fisico malato più spesso che non sarebbe in abitudini serene, calme, costantemente e giudiziosamente laboriose, qual meraviglia se la sanità va scompigliata? se una vita di timori, di rancori, di litigi, mena a morir d'amarezza?
Però la vita normale non procede tutta omogenea e seguente, come il moto d'un oriuolo; ha le sue accelerazioni e le sue pose; le epoche organiche e le critiche, come direbbero i Sansimoniani.
Ippocrate stabiliva i periodi della vita di 7 in 7 anni fino ai 70; di là dei quali un filosofo ne aggiunse due altri fino agli 84, dopo di che non se ne terrebbe più conto, come al guidatore di cocchi quando oltrepassa la meta nel circo.
Varrone distinse la vita in cinque periodi, terminati ai 15, 30, 45, 60 e 75 anni, da essi deducendo i nomi de' pueri, adolescentes, juvenes, seniores, senes.
Al censimento della Gran Bretagna testè accennato è anteposta una relazione, dove si fissa la vita a cent'anni, divisa in 5 periodi di 20. Il primo comprende l'infanzia e l'adolescenza: il corpo cresce, lo spirito si forma, i costumi si regolano, s'acquistano il linguaggio e le cognizioni e le tradizioni dell'umanità; verso la fine appajono sentimenti generosi, la passione, l'entusiasmo; talvolta il delitto.
Il secondo è dell'età matura, avente il colmo ai 30 anni: età della forza, della poesia, dell'invenzione, del bello; si va soldati, si diviene operaj, si mette casa, e si ottiene il dolce nome di padre; mentre i malvagi rompono alla passione, al delitto, alle follie più terribili, alle malattie più perniciose.
Nel terzo ventennio, dai 40 ai 60, gli uomini diventano eminenti, ciascuno nella propria professione: le spese sostenute per l'istruzione recano frutto; il carattere d'uomo fatto ci procaccia confidenza: l'esperienza come l'ingegno permettono di trattare gli interessi più vivi della società. I figliuoli nostri son già uomini; ci crescono attorno gli edifizj da noi fondati, gli alberi da noi piantati, le vigne e i campi da noi dissodati; l'operajo diviene capo di fabbrica, e dirige gli stabilimenti ove prima era apprendista: è l'età della maggiore intelligenza, in cui si fanno le leggi, si pronunziano i giudizj, si scrivono opere per l'immortalità.
Dai 60 agli 80 può considerarsi come il periodo della vita completa. Il soldato lasciò per sempre il campo; l'operajo e il contadino lavorano parcamente; passò il tempo della forza, ma a misura che la civiltà cresce, questi uomini non vengono più rejetti, anzi espettano onori e ricompense. Il negoziante arricchì; il manufattore diede il proprio nome alla fabbrica; il campagnuolo coglie i frutti de' suoi miglioramenti: il dotto, il medico, il giudice, il prete esercitano alte dignità; l'esperienza corona l'integrità: il merito viene inchinato senza invidia; il padrefamiglia è circondato dall'omaggio de' suoi figliuoli, divenuti padri anch'essi. Come la vita buona allora s'attornia di qualcosa di divino, così la malvagia merita gli epiteti che la paura e l'orror popolare crearono per disprezzarla.
Fra gli 80 e i 100 i sensi divengono ottusi; i colori ci si sbiadiscono: le forme, i contorni non si scorgono più nettamente: la voce umana prende somiglianza d'un roco mormorare: il sentimento della vita, le memorie degli anni trascorsi dileguano per sempre. Come una lampada al mancar dell'alimento, la vita dell'uomo arde incerta e singhiozzante, finchè si estingue.
Così lo statista inglese. Al contrario il suddetto Fleurens divide la vita in due stadj eguali: di aumento l'una, di decremento l'altra; e ciascuna in due altri; donde le quattro età dell'infanzia, della gioventù, della virilità, della vecchiaja: ognuna delle quali ancora partesi in due, essendovi una prima e una seconda infanzia, e così via.
La prima infanzia va dalla nascita ai 10 anni, la seconda o adolescenza, dai 10 ai 20; la prima gioventù fino ai 30, la seconda ai 40: dai 40 ai 55 la prima virilità, la seconda da 55 ai 65: allora comincia la prima vecchiaja che stendesi fino agli 85, cui segue la seconda ed estrema.
La prima infanzia è il periodo della dentizione. L'incremento delle ossa dura fino ai 20 anni, quando si congiungono alle loro epifesi, onde si finisce di ingrandire. Tiriamo la gioventù fino ai 40, quando il corpo cessa di crescere in grossezza; grossezza organica io dico, non già l'accumulamento di adipe, ch'è indipendente dall'età. Pure prosegue ancora un lavoro interno profondo, sopra il tessuto intimo delle parti, che le rende più sode, più compiute; e questo si fa dai 40 ai 50, e più o meno si protrae fino ai 65 o 70.
Qui comincia la vecchiaja; ma qual è il carattere che la rivela fisiologicamente?
Gli antichi fisiologi non aveano torto di distinguere nei nostri organi, per dir così, due provisioni di forza: l'una in potenza, l'altra in atto; questa adoperata, quella tenuta in riserva.
Nella gioventù abbondano le forze in riserva, e appunto la diminuzione di queste caratterizza la vecchiaja. Fin tanto che i vecchi adoperano soltanto le forze attive, poco si accorgono d'aver nulla perduto; oltrepassano quel limite? eccoli stracchi, esausti; si avvedono di non aver più la riserva soprabbondante.
L'uomo vuole anzi tutto la sanità; giacchè Non vivere est vita, sed valere: dappoi una lunga vita: e giacchè desidera questi beni, giova persuadergli che in parte dipendono da lui.
Gli antichi cercarono la longevità coll'esercizio ginnastico; nel medioevo, cogli elisir di lunga vita, e il più insigne alchimista, Paracelso, proponeva che lunga fosse quella soltanto che va dai 900 ai 1000 anni.
A canto ad un vecchio collocar qualche persona robusta, dalla cui vitalità si rifornisca, fu una cura praticata da David re, e suggerita non solo da Galeno e da Paolo d'Egina, ma fin da Boerhaave. Altri, con crudeltà meno mascherata, proposero di trasfondere nelle vene dei vecchi un sangue men depauperato: Bacone, il legislatore dell'esperienza, prescriveva un composto di oro, perle, gemme, ambra, bezoar, Hufeland, un regime abituale, secondo cui istituiva come scienza particolare la macrobiotica. Nell'età filosofistica, ove non si credeva più a Dio, trovarono dei creduli e Mesmer col suo tinozzo magnetico, e Cagliostro col suo elisir di lunga vita, e il conte di Saint-Germain che si ricordava d'aver assistito alle nozze di Cana, traversato Roncisvalle con Carlo Magno, anzi conosciuti di vista il peloso Esaù e la rejetta Agar.
Oggi ai farmachi non si pensa più; nulla si ripromette da specifici; molto si crede ai metodi, e massime se questi non si ostentino con ciarlanteria. Nè ciarlanteria sarà il dire che la prima cosa per arrivare ben innanzi nella vecchiaja è il non averne paura.
Invecchiare senza che il fisico ne scapiti è impossibile; ma ne vantaggia il morale, e questo è il lato bello della vecchiezza. Dicesi che i vecchi perdono il gusto dell'occuparsi; non sarà duopo andar lontano per trovare esempi del contrario, per rimontare a quel vecchio imperator romano che, la notte che morì, alle sentinelle diede per parola d'ordine, Lavoriamo.
Consola il leggere in Cicerone celebrati i vantaggi della vecchiaja con sentimento vero, con abbondanza, con splendore. Luigi Cornaro, che diceva, «La miglior medicina è la vita ordinata,» a 95 anni scriveva: — Io son così sano, allegro e contento, che mangio con appettito, dormo quietamente; i miei sensi son tutti nella loro bontà e perfezione:» e godeva ancora di potere giovar alla sua Venezia, insegnandole a frenar il mare cogli argini, e ridurre a coltivazione campagne paludose, e fortificarsi contro i nemici.
Quant'altre belle cose potrebbero trarsi dal Lessio e da altri che filosofarono intorno alla vecchiaja!
Al dotto Fontenelle, di 95 anni, taluno domandava quali fossero i venti anni di sua vita che più ribramava: rispose che poche cose ribramava, però l'età dov'era stato più felice era dai 55 ai 75 anni; a 55 anni la fortuna è stabilita, fatta la reputazione, ottenuta la considerazione, fisso lo stato della vita, svanite o contentate le pretensioni, incarnati o dissipati i progetti, soddisfatte o raffreddite le passioni; quasi compiuto l'ordito dei lavori che ciascuno deve alla società; meno nemici, o piuttosto meno individui nocevoli, perchè il contrappeso del merito è imposto dalla voce pubblica.
Buffon, che qualche volta irrorava l'aridità di filosofista con assecondare il cuore, a 70 anni scriveva: — La vecchiezza è un pregiudizio, dovuto all'aritmetica; gli animali che non san computare, non s'accorgono d'invecchiare.» E prosegue: — Ogni giorno che io mi alzo in buona salute, non ho il godimento di questa giornata pieno e presente quanto il vostro? Se conformo i moti, gli appettiti, i desiderj miei ai soli impulsi della sapiente natura, non son io savio al pari, e meglio contento di voi? La vista del passato, che cagiona rammarico ai vecchi insensati, non mi offre ella godimenti di reminiscenze, quadri giocondi, immagini graziose, da valer ben più che gli oggetti di piacere? Perocchè dolci sono tali immaginazioni; son pure; nè recano all'anima che un soave ricordo; le irrequietudini, le amarezze, tutta la funesta coorte che accompagna i vostri godimenti di gioventù spariscono dal quadro che me li riproduce; sparir deve anche il repetìo, ch'è l'ultimo lancio di quella pazza vanità che mai non invecchia.»
Dicesi che i vecchi pensano solo al presente e a sè stessi: ma quanti invece s'affaticano a «inserir piante, di cui i nipoti corranno i frutti!» Dicesi che mancano d'immaginativa. Se fosse anche vero, ne li redime la ragione. — Il vecchio (dice il medico filosofo Reveillé-Paris in un libro sulla vecchiaja che, insieme con quello di Cicerone, merita di divenir il manuale di noi vecchi) sorride talora, ride ben di rado. La bontà, che è la grazia della vecchiaja, trovasi spesso sotto apparenze gravi e severe: giacchè la prima vien dal cuore, e le seconde dall'essere fisico, ch'è indebolito. La pazienza è il privilegio della vecchiaja. Un gran vantaggio dell'uomo che visse è il saper aspettare. Nel vecchio ogni cosa è sottomessa alla riflessione.»
Ben detto! e in fatto lo spirito ha due moventi: l'attenzione e la riflessione. Ne' giovani l'attenzione viva, mobile, sempre affrettata, diffondesi su tutto; ma la riflessione difetta. Negli uomini maturi l'attenzione e la riflessione si dan mano, donde la forza loro. Nei vecchi l'attenzione sfugge, cresce la riflessione; il cuore umano si ritorce sopra sè stesso, e si conosce meglio; alla freschezza, alla grazia, allo slancio si surrogano la solidità, l'elevazione, la ponderatezza: perdonsi le illusioni ottiche, s'acquista la verità; s'impara a conoscere il pregio del tempo e a meno esigere dalla vita.
Ma la vecchiaja ha bisogno anch'essa di regole: e un dottore filosofo mi detta le seguenti, ancor più filosofiche che mediche:
I. Sapere invecchiare, e saper che s'invecchia.
II. Ben conoscere sè stessi, e non pretendere dal corpo e dallo spirito più di quel che possono dare.
III. Disporre convenientemente la vita abituale. Il corpo, non men dello spirito, obbedisce alla legge suprema dell'abitudine. Convien dunque conservare le abitudini che si contrassero, per quanto il comporta la natura. L'accordo delle buone abitudini fisiche forma la salute, come forma la felicità l'accordo delle buone abitudini morali: e i vecchi, che fanno tutti giorni la stessa cosa, colla stessa moderazione, collo stesso gusto, vivono sempre.
IV. Evitare gli eccessi di qualunque sieno natura, chè ben riflette Rivarol che, quando si è giovani, bastano tre giorni di riserbo per riparare tre mesi di disordine; quando si è vecchi, a pena tre mesi di astinenza rimediano a tre giorni di disordini.
V. Combatter le malattie all'origine: regola più importante ai vecchi, perchè non abbiamo più quelle tali forze di riserva che accennammo.
VI. Convincersi che alcuni incomodi sono inseparabili dall'età, e che bisogna pure che per qualche organo cominci a sfasciarsi la macchina; tollerar dunque in vecchiaja alcuni mali, come se ne tollerarono altri proprj della gioventù. Troppo noto è l'epitaffio di quel veneziano. — Stavo bene, e per voler star meglio, sono qua:» e un medico, pochi anni fa, illustre nel nostro paese, allorchè qualche persona attempata lo consultava su alcun suo acciacco, le diceva: — Lo tenga molto dacconto: procuri di conservarlo per molti anni ancora: e badi che, col voler cacciare questo male, non se ne vada con esso qualche gran bene.»
VII. Mettersi in mente di viver tutta la vita, ma non di là della vita. Cioè allontanare le cause di morte e di malattia, ma non pretender di vincere la legge di natura: v'ha di molti che muojono della paura di morire, mentre invece vuolsi prender la vecchiaja saviamente, ma con ardire e serenità.
VIII. Schivare le gruccie, ma adoperare il bastone, cioè non ismettere l'attività, Touqueville scriveva alla signora Schwetcine: — Lo sforzo fuor di sè, e ancor più in sè, è necessario quanto più s'invecchia. Paragono l'uomo a un viandante che cammina incessantemente verso un paese sempre più freddo, sicchè deve muoversi di più quanto più avanza. La gran malattia dell'anima è il freddo. E per combatterlo bisogna non solo mantener vivo il movimento dello spirito col lavoro, ma anche il contatto de' suoi simili e degli affari. In vecchiaja principalmente non è più permesso viver solo di ciò che s'è acquistato, ma bisogna sforzarsi di acquistar altro; e invece di riposarsi sopra le idee di cui ci troveremmo ben tosto assopiti e sepolti, mettere sempre in contatto e in lotta le idee che si addottano con quelle che suggerisce lo stato della società e delle opinioni al tempo ove si arrivò.» Infatti l'uomo non è soltanto corpo; ed oltre la natura fisica, vi ha quel non so che d'indefinibile, che ci contenteremo di chiamare forza vitale. La solitudine, l'isolamento sono funesti alla vecchiaja, che non può trarre da sè medesima que' conforti dello spirito e del cuore che abbondano alla gioventù; ha bisogno anzi d'occupazioni, d'affari, di consigli, per mettere a profitto la propria esperienza, per dimenticare i disamorevoli disinganni e le meste lezioni dell'età, e conservare i pensieri benevoli. Qual lieto spettacolo non è trovare in un vecchio la placidezza nell'azione; quell'impero sovra sè stesso che si assoda a misura che si ottende la passione; quell'assiduità laboriosa nel culto della dottrina; quell'indipendenza onorevole che vien limitata solo da doveri volontarj; quella mansuetudine nell'austerità di non importuni consigli; quell'affabilità che concilia la clientela dei giovani serj e pensanti; quella facilità indulgente per gli errori altrui, quando se n'ha men bisogno pei proprj: quella soddisfazione di dominare soltanto coll'autorità d'una lunga esperienza, e di mettere a profitto altrui un fondo inesausto di ricordi, di esperienza, di buoni consigli, di gravi e sobrj insegnamenti!
Oh, in tal caso la vecchiaja reca più guadagno nel morale che perdita nel fisico. Ma per conseguirla siffatta, non bastano le rughe e le canizie, come all'autorità del magistrato non bastano la divisa e gli uscieri, come alla nobiltà non bastano gli stemmi e genealogie. Bensì vuolsi quella dignità, che deriva da una gioventù ben condotta, da abitudini sane, da un tesoro di sensazioni e di pensieri accumulati in gioventù da quel patrimonio di affetti, di cui lasceremo l'eredità: da una dolcezza, che supplisce alla perdita degli altri vezzi del corpo e della conversazione; da una tolleranza, che ricopre anzichè snudare i difetti altrui, e vi trova una scusa quand'anche non possa darne una ragione; che però se trasvola alle debolezze, mai non transige col vizio e colla viltà.
Insomma se non vogliamo che la vecchiaja sia un peso facciamone una dignità. A questo modo guarderemo serenamente il lento spegnersi della vita, come il tramonto d'una giornata d'autunno, consumata a riporre il ricolto; e nella fiducia che al suo termine ce ne sorriderà una che non conosce nè vespro nè sera.
1856.