NOTA.
È uscita nel 1867 un'opera d'un insigne fisiologo, il dottore Schröder, professore all'università di Utrecht, dove, parlando de' rapporti dell'anima col corpo, ragiona che, se il corpo e l'anima fossero la cosa stessa, se la ragione, l'intelletto, la vita morale fossero prodotti di forze materiali, la loro energia dovrebbe esser proporzionale a queste: mentre è il contrario.
— È un inganno il non veder nel vecchio che un uomo logoro, ottuso, fiacco, gelato. La vecchiaja ha i suoi malanni, ma spesso sono gli amari frutti della vita passata. Non bisogna dipinger la vecchiaja sotto la figura d'un vecchio infermo, come non rappresenterebbe la gioventù un giovane tisico, perchè l'etisia s'incontra principalmente fra i giovani... Le pretese miserie della vecchiaja sono il risultato d'una disposizione sapiente e armonica... Ciò che distingue il vecchio è l'esser meno influenzato dal mondo esteriore, e meno operar all'esterno. Non ha più la vivacità del giovane, nè la forza dell'adulto: ottusi gli organi de' sensi, affievoliti i muscoli, le impressioni esterne operano men vivamente su lui; non può nè desidera prender parte alla vita attiva del giovane; cerca silenzio e riposo. A misura che le pulsazioni del suo cuore s'allentano, e il sistema nervoso s'indebolisce, va men soggetto alle passioni: la ragione, più fredda e calma; il giudizio maturato dall'esperienza prevalgono: men s'attacca alle cose esterne; svanisce nella memoria dei fatti ordinari della vita, ma conserva le rimembranze giovanili: di rado s'affeziona a qualcosa di nuovo.
«Le forze diminuiscono, non l'intelligenza. Spesso i capelli bianchi ombreggiano un'intelligenza splendida; sempre alla vecchiaja si attribuì la saviezza e il giudizio. Mal si cercherebbe dietro al gelo del viso un rigido verno; arde ancora di dentro quel fuoco che già sfavillava di fuori: l'io superiore non si fiacca se non quando il corpo diviene fragile e stecchito.
Il vecchio sa per esperienza quanto tutto è passeggero, onde s'appiglia fortemente a ciò che gli pare fisso e durevole: negli ultimi anni, il sentimento della verità del dovere, della virtù della religione vanno crescendo. Prende parte a una decente allegria fra amici, ma in generale è serio, concentrato. I suoi figliuoli son divenuti grandi e indipendenti; quasi tutti abbandonarono la casa. La gioventù viva e spiritosa allontanasi naturalmente da lui, correndo dietro alle distrazioni, gli amici suoi morirono quasi tutti, e la generazione che segue ha meno simpatie con lui, perchè allevata in nuove idee. Laonde egli vive di passato e d'avvenire... Lo scopo costante d'una vita ben adoprata è raggiunto: ha vinto le sue passioni, e gode ora della sua vittoria. Riguardando alla vita trascorsa, sentesi pieno di riconoscenza verso l'Eterno sovranamente buono, che lo condusse alla meta fra tanti benefizj. Il pensiero della vicina sua fine ne eccita i sentimenti religiosi. È convinto che l'interna voce, che mai non cessò affatto d'udire, è reale, onde guarda l'avvenire con calma e confidenza.
«Da quest'aspetto la vecchiaja non è una fine compassionevole, ma la corona della vita umana; essa dà all'uomo la vera libertà. Il corpo invecchiò, non arrestossi lo svolgimento dello spirito.»
IL LETTERATO
Chi vorrà una volta, o colla sentita meditazione del romanzo, o colla potente vita del dramma, o colla profonda leggerezza dell'umorista, rivelarci al vivo la condizione singolare dell'uom di lettere nel nostro piccolo mondo? Essere, la cui sensività fu raffinata dagli studj, chiamati per questo umani; coll'ingegno e la coltura mira a conquistare nella società quel posto decoroso, che ad altri preparano la nascita, le ricchezze, le raccomandazioni; nel conflitto ha bisogno di forza, e la trae dalla convinzione e da una certa fidanza in sè, la quale può prendere l'apparenza, e talvolta anche la natura di superbia. Viene nel mondo coll'idea di giovarlo o almeno dilettarlo: e il mondo l'accarezza e lo strapazza, l'assume strumento alle sue gioje e bersaglio alle sue malignità. I maestri, e quei che lo precedettero nel faticoso cammino, lo incoraggiano fino al momento che dalla palestra non esca sull'arena; gl'imperaticci suoi, i primi versi, i primi racconti, i primi articoli suoi, sono un trionfo. — Chi di noi al suo cominciamento non udì una lode da quelli che poi sempre si sarebbero guardati dal dirci una parola di cortesia?
Ma ben presto anche i maestri gli diventano nemici come i colleghi, e colla folla spettatrice non sanno se non avvertire ogni passo in falso, ogni movimento men grazioso, ogni botta, ogni ferita contro l'arte; i coevi lo invidiano, quando ancora i maggiori lo disdegnano; ne' suoi impeti di nobile e generosa ispirazione egli non trova una parola simpatica che l'incoraggi; nell'ora del dubbio non un consiglio che lo avvii; ne' passi scabrosi non una mano amica che lo sorregga; sentesi solo, non inteso in una società ch'egli deve frequentare per non essere eccentrico, e schivare per non divenire ozioso o vano.
Povero letterato! Un attore, che si presenti sul teatro, sa come può piacere; urli, e non gli mancheranno applausi. La cantatrice, se ha robusto gorguzzule e passa il tetto colla possanza di trilli in cui non s'intenda verbo, è certa di ricevere trentamila lire per stagione. Sa la ballerina come gradire all'universalità: sa lo scultore, sa il pittore come s'abbagli e s'illuda: il povero letterato no. Egli si presenta a un pubblico, ove son tanti i giudizj quanti i cervelli, ed ogni cervello pretende che tutti gli altri pensino al modo suo; eppure due non se ne scontrerebbero, per gran ventura, che vedessero coll'occhio stesso. Chi dunque lo vuol a un modo, chi all'opposto; chi biasima la sentimentalità, chi trova disopportuna l'allegria; chi crede inutile la storia, chi dimostra falso genere il romanzo; chi grida morta la poesia, chi si ostina a canticchiare spose e dottori e principi; questi ama il periodo rotondo, cui l'altro torce il muso; uno vorrebbe il pretto Trecento, l'altro rifiuta ogni voce che non suoni viva sulle labbra e da queste nel cuore; chi vuol la lingua e lo stile ornati, fraseggianti, cortigiani; chi, al contrario, sdegna ciò che non va limpido, trasparente, secondo il cuore, ed
Où la semplicité n'est qu'un luxe de plus:
chi giurò di dir male di chiunque non ha la fortuna di esser morto; chi pretende non poter un autore avere merito se non compì i quarant'anni; chi vuole il nuovo, anche a costo di dar nello stravagante; chi abborre ogni novità quand'anche sia bella; chi, immobile come il dio Termine, minaccia agli arditi quelle catene che il pedantismo formò, che il pregiudizio rispetta, e che il genio non osa spezzare; chi invece, nel dar di cozzo alle troppo anguste barriere, urta e fracassa ogni limite di gusto e di ragione; chi vuol l'insulto del libertino, chi la santocchieria dell'ipocrita; chi vuol la letteratura diretta di continuo al bene sociale; chi fa le risa grasse alle parole di coscienza letteraria, di missione, d'apostolato.
Poi vengono i pericoli esterni, poi le necessità personali e patrie, poi i riguardi di tempo e di luogo. Adula i potenti? avrà gli applausi dei vili che son molti; ma se di mezzo a quella turba si leverà pur un guardo severo a dirgli — Tu rinneghi i fratelli», forse gli applausi e l'argento e i posti e le decorazioni gli torneranno in agro sapore. Sostengasi col decoro d'uomo che sente in sè memorie, orgogli, speranze, e vedrete il pubblico compassionare questi inesperti scribacchini così cattivi amministratori del fatto loro, e prendere uno in sospetto per la indecorata condizione in cui è e vuole rimanere per generosità; vedrete, se occorre, un infame sorgere ad infamarlo; e il pubblico illuminato, alle maligne insinuazioni o alle sguajate denunzie di tale a cui rifuggirebbero di stringer la mano, crederà, piuttosto che ad un'intera vita, immacolata alle prove del terrore e delle lusinghe. Foss'egli pure tanto dappoco da contentarsi della sguajata parte di buffone, anche là non troverebbe tutte rose, e fra gli sghignazzi della educatrice taverna e della congiurata malignità gli giungerebbe pure o lo schizzinoso dispetto di chi abborre questo acconciar le Muse da saltimbanco, o il severo dissenso di chi prova dolore e disdegno qualvolta vede nascere un nuovo nemico del bene e dell'operosità.
In un tempo, in cui la critica è reputata la faccenda più agevole del mondo, e siede a scranna chi appena sarebbe da tanto da vergar lettere in un cancello; e prima d'avere studiato, anzi perchè non ha studiato, elevasi a sputar sentenze, e arrogasi tutore e vindice del buon gusto, il povero autore casca in mano di chi, pretendendosi non solo pari, ma maestro, si introna giudice, non con ingegno libero, sciolto, attento, ma con pregiudicato, incolto, meschino; che crede genio la sfacciataggine di ripeter in iscritto il motto che altri lasciossi sfuggire di bocca nella conversazione famigliare, e franchezza il dir ad alta voce ciò che non osa il suo cauto dissimulato suggeritore: — tiranelli che, somiglianti al Turco, non vorrebbero vedersi attorno se non eunuchi, e cominciano il regno loro dal trucidare tutti i fratelli. Costoro, indispettiti ch'egli osi far meglio di loro, dopo che ne avran lodato il primo lavoro, s'affrettano poi a deprimere i successivi, e procurano delle sue ruine formar piedestallo a qualche nano ch'essi predestinano a fargli ombra.
Nè fra noi il letterato s'aspetti di trovare, come in Francia, un De Fontanes che proclami il sorgente Chateaubriand, o Chateaubriand che col suo voto credasi in dovere di proteggere i primi voli di Hugo o di Lamartine. Qui i re o i pretendenti della letteratura, ombrosi taceranno, o guarderanno con indifferenza l'affannoso dibattersi d'un novellino, costretto ad aprirsi da sè stesso la inesperta via tra bronchi d'ogni genere; e quantunque gli conoscano e cuore ed intelletto, non gli direbbero una sillaba di conforto, non soffogherebbero col nobile assenso i garriti della intollerante mediocrità.
Il povero letterato, venuto in campo con ottimo fondo e col cuore aperto alla benevolenza, nei petti che vorrebbe abbracciare non iscontrando altro che le punte repellenti della denigrazione e dell'ironia, è costretto a ritirar la mano stesa all'amplesso, isolarsi, bestemmiare, odiare, struggersi nella fame d'affetti e d'intelligenza.
La legge stessa che ad ogni cittadino garantisce, non solo sicurezza della vita, ma riguardi all'onore, tace pel povero letterato, che può vedersi bersaglio del primo cane che voglia addentargli le gambe, o della prima scimmia che tolga a contraffarlo; nè tampoco il galateo avrà voce, e le villanie che, dette ad un altro galantuomo, stomacherebbero la moltitudine, avventate a un letterato piacciono, garbeggiano; v'è chi non cerca altro se non la colonna del giornale ove ci abbia ingiurie; v'è chi si dà premura che di quest'ortiche non si patisca mai penuria; e siccome i fanciulli in piazza vanno in sollucchero al veder Pulcinella bastonare i fantocci di legno, così il colto pubblico di sè stesso s'esalta quando Bavio o Mevio, idrofobo o buffone, menano da ciechi sopra questo giocattolo del pubblico, che chiamasi il letterato.
Ma il letterato non ha la testa di legno; è uomo della specie più sensitiva; ha un onore, ha affetti, ha speranze; e l'assassino scurrile o rabbioso gli guasta tutto. Vedetelo! Persuaso d'aver fatto un poco di bene alla società, anche indipendentemente dalla lode sperata, ne gode tranquillo con alcun amico, colla donna una cui stretta di mano gli val meglio d'un premio; e con essi entra ad un crocchio dove ricrearsi quella sera dalle fatiche del giorno. Ed ecco cadergli sotto gli occhi un foglio, ove il suo lavoro è messo alla gogna. Oh! certo egli ha filosofia quanta basti per non curarlo: la venale malignità e l'ignoranza superba, che trapelano da tutti i pori dell'articolo, il fanno sentirsi immensamente superiore all'attacco: ha in pronto una ragione trionfante contro ognuno degli appunti; prova compiacenza del trovarsi scopo ad ira così abjetta, la cui coscienza sta nel comando o nella seduzione di chi s'adombra d'ogni lampo di generosità. Ma intanto ciascuno gli parla di quella censura o per sincero compatimento, o pel gusto di esacerbargli la ferita; se non altro, per dirgli che non vi badi. Domani, andando a far colazione alla bottega, quel caffè gli si inacidirà nel veder il noto foglio in mano d'un terzo, che ride del buffone e del beffato, e che vilipende questo coll'associargli il bassissimo nome di quello. Salendo alla cattedra, pensa che i suoi scolari han letto, hanno udito: ciò che più gli pesa, qualche galantuomo, di quelli che non sanno immaginare che uno ingiurii altri a quel modo senza provocazione, andrà fin a supporre che esso abbia in verun modo offeso o stimulato il petulante ringhioso, verso del quale pure non ebbe altro torto, che quello d'un innocente viandante, contro di cui s'avventi un mastino per mera febbre di far male, o un molosso aizzato dal proprio padrone.
Che fare? mettersi a declamar per le botteghe e per le piazze le sue difese?
Ma io parlo d'un letterato, non d'un cerretano.
Scriverle?
Ma ciò prolungherebbe l'inquietudine sua; poi il colto pubblico non legge le difese; e se anche giungano, è tardi, e non fanno che inciprignire le piaghe. Egli intanto erasi lusingato di aver dal librajo la commissione di tradur dal francese un'opera tedesca, per dieci lire al foglio; di ottener l'onore d'insegnare la grammatica in quella casa, in quel collegio; di diventare copialettere in quel banco, o correttore delle bozze in quella tipografia; avea sperato di vendere il suo libro, e col ricavo far una buona azione; di trovar chi facciasi editore ad un'opera a cui da tanto tempo lavora; di procurarsi i mezzi di comprare que' libri, di fare quel viaggio, necessario per compire quello studio. — Grazioso buffone! idrofobo gentile! state allegri: ci siete riusciti. Tu avevi detto, — Io voglio attraversargli quell'onore»; tu avevi promesso, — Farò tanto che lo balzeranno da quell'impiego»; tu eri stato pagato per disingannar l'Italia (credente ne' tuoi oracoli) sul merito di quel libro, non perchè lo disistimasse, ma perchè non lo comprasse: buffone grazioso, idrofobo gentile, si può senza coltello assaltare alla strada, e senza neppure il coraggio di Battista Scorlino o di Maino Spinetta. Rallegratevi con voi stessi, e con chi v'aizza o vi paga! Il pubblico fu divertito; non s'è fatto che straziare, spogliare, uccidere un letterato.
Sì, uccidere; uccidere a colpi di spillo o col fare il solletico; perchè io conosco giovani che andarono consunti sotto il peso d'un di questi legali assassinj; altri ne conosco che, non avendo quanta forza bastava per rimbalzare contro il colpo immeritato, s'abbandonarono fiaccamente, e nessuna cura ebbero maggiore che di sfruttare il proprio intelletto, e gettarsi a quell'inerzia che fa i cittadini tristi alle famiglie, inutili alla patria, ma che li pone sotto alla protezione della polizia e del galateo; protezione negata al letterato.
Questi sono dolori fraterni, domestici, nella tempestosa repubblica del sapere. Se poi il letterato entri nel mondo, già v'è la persuasione ch'e' sia un bizzarro, qualche cosa di mostruoso: non potrà lanciarsi a cordiali abbandoni: aspetteranno oracoli ad ogni parola, appunteranno ogni frase, vorranno ch'e' sia libero, ma alla misura loro; ch'e' sia spregiudicato, ma immerso a gola in tutte le loro superstizioni: un difettuccio suo lo predicheranno dai tetti; le sue virtù saranno o ignorate o taciute, bastando per ogni encomio e per un vitupero il dire: — Gli è un letterato».
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Questi puntolini, chi volesse sapere che cosa significano, sono un'altra delle disgrazie del letterato onesto, in questo ameno stivale, costretto a dire più d'una volta, Insipiens factus sum, vos me coegistis; dirlo cioè tra sè medesimo, e mandar giù stranguglioni quando glielo rinfacciano quelli che cianciano a baldanza, perchè sanno che la ragione vera e trionfale egli non può dirla; perchè sanno che gli fanno colpa di aver dovuto fermarsi davanti a quel precipizio, ov'essi medesimi gli avevano preparato il trabocchetto.
Ora quali ristori a tante miserie? Nessuno ch'io conosca.
— Devono essere alleggerite assai dall'abitudine», dicono. Benissimo; e in fatti io non parlai che de' principianti, a cui la ciurma può consolarsi d'essere ancora in tempo a cagionare non soltanto dispiaceri, ma vero danno. Però in cortesia ditemi, e gli adulti non hanno più sentimento? e portate meno compassione ad uno perchè son dieci anni e un mese che spasima di micrania? Jer da sera io dipingeva a una damina i patimenti d'una poverissima famiglia; fame, freddo, non pentola, non letto, non tetto; ed ella mi rispose: — Ci sono assuefatti».
Oh sì, il letterato adulto va più superiore, più sicuro di sè; ma conosce che il suo provocatore non imbocca la tromba della fama soltanto; e che, come criticargli il verso e il periodo, così può fargli ipotecare le opinioni e la persona. Sa, è vero, che la sua nazione e forse altre l'hanno conosciuto e lodato; ma s'avvera il caso di quegli illustri Pagani defunti, dei quali diceva sant'Agostino: — Ove non si trovano, son encomiati; ove si trovano, son bruciati». Ha tutti per partigiani, ma neppur uno per avvocato: onde, dopo che le passioni contemporanee gli bandirono guerra, e un vulgo patrizio e letterato, dall'abjettezza dell'anima propria argomentò quella di lui, le cui intenzioni non è capace d'elevarsi a comprendere nè ad indovinare il pensiero; il povero letterato dee ravvilupparsi in sè, come la biscia, intirizzito dal gelo dell'egoismo che trova d'intorno, e quivi, mettendo a schermo la testa se può, aspettare che all'ingiustizia presente succeda l'obblio avvenire.
1836.
GLI ARTIGIANI
S'aggrappino a due mani al passato quei meschini, per cui la letteratura è tuttavia nulla meglio che un nobile trastullo, l'occupazione degli ozj, occupata ella stessa in nulla meglio che vanità e frivolezze. Chi mira all'avvenire, volge al popolo la parola e il pensiero; e de' bisogni suoi, delle credenze, delle idee sue s'informa.
Quanti libri non ha già prodotto l'età nostra in Francia, in Inghilterra, in Germania per educazione, conforto, sollievo del popolo!.... — L'Italia è ben lontana da tale fecondità; e pur troppo non si conservò immune da quelle bevande arsenicali, che certi autori satiriaci stillano con infame abilità per solleticare le passioni del popolo, invelenirne i rancori, adularne i brutali istinti. Gli effetti ne apparvero, e il più sciagurato di tutti, l'offrire, se non ragione, almeno pretesto alle riazioni, il render sospetta la libertà, e diminuirne il legittimo uso per tema degli scellerati abusi.
E ben è a deplorare che oggi si corra volentieri a que' sozzi beveraggi, sgorganti dalle cloache parigine; e v'abbia editori e traduttori che li rimpastino per uso nostrale. La pubblica morale dovrebbe indignarsene, se ne' tempi di sovversione non fosse ancor più difficile conoscere il proprio dovere che l'adempirlo. Noi intanto, desiderosi di star piuttosto coi buoni e dir bene, accenneremo un libro, capitatoci appena testè alle mani, quantunque stampato prima che il titolo potesse parere d'occasione o di stimolo: Gli artigiani illustri[12]. Potrebbe pedantescamente chiamarsi il Plutarco degli artigiani, e l'accompagna quella nitidezza di stampa, quella vivacità di disegni che, se fu adoperata a stampe deletriche, ben è che venga adattata anche alle buone. Ma da noi... Via via; non istuzzichiamo un patriottismo così meschino, che si offende della verità, e stiamo all'opera in discorso.
Poichè non ci furono conservati i nomi di coloro che inventarono e migliorarono l'arte in quei secoli di tanta vita che l'ignoranza trascura e il pregiudizio vilipende, vo' dire il medioevo, dovette l'autore cominciar le sue storie del Rinascimento, e farne la prima parte; l'altra va dalla rivoluzione in poi.
Vien egli narrando succinto e con calore la storia degl'inventori o raffinatori di qualche arte; nel che, insieme col fabbro e col carpentiere appajono anche insigni nomi di scienziati che a tal servizio volsero l'ingegno, come Davy, Lavoisier, Réaumur, Papin, Franklin, anzi fino dei re, come Luigi XVI, che per passatempo faceva serrature e meridiane; Francesco I d'Austria che dipingeva stoviglie; Pietro il Grande che adoprò di buona lena la pialla e la scure.
Basta un'occhiata a questo lavoro per accertare che anche la bottega ha i suoi eroi: e noi, dalla bottega usciti, ci compiaciamo in quelli, quanto la nobile gente nelle prepotenze degli avi. Seguiamo dunque la storia di alcuno di questi, e prima discorriamo d'un'arte che, non è guari, fu ridestata fra noi.
— Un bel mattino di maggio del 1539 gli abitanti di Saintes restarono attoniti e indignati di vedere una nuova famiglia accasarsi fra loro; ma al sentimento inospitale, provato alla vista degli stranieri, succedette in breve l'ammirazione, udendo che Bernardo Palissy, capo della nuova famiglia, era celebre dipintore su vetro. Da quel momento agli stranieri vennero profuse cortesie ed atti di stima, e le mille piccole soperchierie ond'erano stati bersaglio nei primi giorni, sparirono per sempre.
Faceano circa due anni che Bernardo Palissy era stabilito a Saintes, quando, veduta una coppa di terra tornita e smaltata di somma bellezza, si accese d'ardentissimo desiderio di formar un vaso simile. Dominato da tal pensiero, abbandona la condizione che assicurava il vitto suo e de' suoi, e logora tutto il suo tempo a rimpastar terra, e coprirla d'una composizione diligentemente preparata. Pieno d'ansietà assiste alla cottura de' suoi smalti: ma i primi tentativi riescono indarno, e la miseria penetra nella sua casa. Non importa, egli combatte sempre; e giunge a recar qualche miglioramento alle sue preparazioni... Oggi soffre; la sua famiglia langue nell'inedia; domani la sua cassa non sarà forse tant'ampia da contenere tutto l'oro che la sua scoperta deve procurargli. Ma il domani giunge, e Bernardo Palissy non coglie alcun frutto migliore. Ogni giorno la sua abitazione risonava dei lamenti della sua donna, e spesso fino i suoi figliuoli s'univano alla madre per pregarlo in lagrime e a mani giunte a ripigliar il primo mestiere di pittore sul vetro, che gli porgerà il mezzo di viver tranquillo. Palissy ai rimproveri della moglie, alle preghiere de' figliuoli opponeva una volontà irremovibile e la coscienza dell'opera sua. Trascorrono vent'anni in questa condizione dolorosa, e Palissy persevera nel suo proposito. Beffatto, avuto per pazzo, sospetto di sortilegio e di falsa moneta, il suo corraggio non vacilla. Finalmente con una nuova combinazione crede esser riuscito, quando un vasajo ch'egli aveva preso con sè, l'abbandona all'improvviso, chiedendo il suo salario. Palissy, privo di credito, spogliato di tutto, è obbligato dargli in pagamento parte del proprj abiti. Abbandonato a sè, si rivolge al suo forno, che avea fabbricato nella cantina della casa ma ohimè! gli manca la legna. Che farci?.... Eppure nella cottura di questo nuovo saggio riposa l'ultima sua speranza. Corre dunque al giardino, strappa le pergole, brucia i pali, e tosto il forno è acceso.
Ma la fiamma langue e minaccia spegnersi, ed il calor del forno non è ancora intenso abbastanza. Allora Palissy, fuori di sè, vi butta dentro i mobili le porte, le finestre, perfino l'assito della sua camera; le lagrime, le suppliche della famiglia non possono arrestarlo; gli bisogna legna per alimentare il forno, e tutto quel che dà calore è irrevocabilmente sagrificato... Palissy è in ruina... Ma l'esito coronò i suoi sforzi! Un alto grido di gioja fa rintronar le vôlte della cantina, e rimbomba per tutta la casa; e quando la moglie di Palissy, scossa dallo strano grido, scende, trova il marito in piedi collo sguardo attonito fisso sopra un vaso di brillanti colori che tiene nelle mani.
Il genio dell'invenzione, per lungo tempo sordo alle ricerche di Palissy, aveva posto finalmente sul capo dell'artista la corona del premio; egli aveva in sè quella santa credenza che non s'inganna mai.
La fama della scoperta di Palissy non tardò a diffondersi, e la fortuna ritornò tra le sue pareti. Enrico III, lo chiamò a Parigi e gli diede abitazione nelle Tuillerie ed il brevetto d'inventore delle rustiche figurine del re.
Ma l'editto contro i Protestanti, pubblicato il 1559 da Enrico III, non risparmiò Palissy, che professando la religione riformata, fu trascinato alla Bastiglia, dove il 1589 terminò i suoi giorni. Enrico III andò a visitarlo nel carcere, dolendosi d'esser costretto a lasciarlo in mano a' suoi nemici.
— Voi mi diceste più volte, sire (rispose Palissy), di aver pietà di me. Ma io ho pietà di voi, che pronunciaste queste parole son costretto. Non è parlar da re. Io v'insegnerò il linguaggio di re. I carnefici, tutto il vostro popolo, voi stesso non potreste costringer me ad un atto di adorazione cui non credessi; nulla potreste sopra di me, giacchè io so morire.»
Palissy ergevasi allora due metri più alto di Enrico III; l'artigiano eclissava la maestà del re.
Non è un fatto nuovo, anzi ne ribocca la storia delle umane infelicità; il vedere il giusto in prigione o il genio trattato da pazzo, perchè fa torto alle sublimi mediocrità col volere aver ragione prima del tempo. Ma giovi qui ripeterne un esempio. È noto già; ma son noti anche Leonida e Regolo ed Epaminonda, che tutti i dì ci si ricantano all'orecchio. Riferiamolo dunque:
— Regnante Luigi XIII, un uomo aveva concepito il disegno di adoperar il vapore come forza attiva sopra scala molto estesa; ma quell'uomo, il cui nome si conservò coi più celebrati nella storia delle arti e dei mestieri, doveva incontrare la più malevola contraddizione. La famigerata Marion Delorme scriveva a Cinq-Mars, famoso per la congiura contro il ministro Richelieu, questa lettera di graziosa leggerezza, che mostra in qual poco conto si tenessero nel bel mondo le cose serie, e quanto valesse allora la politica della Francia. Quando bene questa lettera non avesse contenuto che una semplice narrazione, la inurbana gajezza con cui è dettata reca, nostro malgrado, un vivo stringimento di cuore: poichè niun disgusto può compararsi a quello che fa nascere in noi un annunzio di morte uscito da bocca sorridente.
3 febbraio 1641.
Mio caro,
Mentre voi mi dimenticate a Narbona, abbandonandovi alle voluttà della Corte ed al piacere di far opposizione al cardinale Richelieu, io, seguendo il desiderio che mi dimostraste, fo gli onori di Parigi al vostro lord inglese, il marchese di Worcester, e lo conduco, o per dir meglio, mi fo condurre di curiosità in curiosità, scegliendo sempre le più triste e le più serie, parlando poco, ascoltando con estrema attenzione, e ficcando addosso a coloro che interroga due occhioni azzurri, che pare vogliano penetrare nel fondo del pensiero. Del resto, egli non s'accontenta mai delle spiegazioni che gli vengono fatte, e non prende mai le cose dal lato da cui gli vengono mostrate. Lo prova la visita che andammo a fare insieme a Bicêtre (l'ospedale de' pazzi) dove pretende d'avere scoperto in un pazzo un uomo di genio. Se il pazzo non fosse stato furioso, credo in verità che il vostro marchese n'avrebbe implorata la liberazione per condurselo a Londra, ed ascoltare le sue pazzie dall'alba al tramonto. Quando attraversammo il cortile dei pazzi, e più morta che viva dalla paura, io mi stringeva al mio compagno, un brutto ceffo si mostra dietro una grossa inferriata, gridando con voce soffocata:
— Io non sono un pazzo, io: ho fatto una scoperta che deve arricchire il paese che vorrà porla in pratica.
— Cos'è questa scoperta?» diss'io fissando colui che ci mostrava la casa.
— Ah! egli rispose alzando le spalle: una cosa affatto semplice; e che voi non indovinereste mai: l'uso del vapore dell'acqua bollente.»
Mi posi a ridere.
— Quest'uomo (ripigliò il custode) chiamasi Salomone di Caus. Venne di Normandia or fa quattro anni per presentare al re una memoria intorno ai meravigliosi effetti che si potrebbero trarre dalla sua invenzione. A sentirlo col vapore si farebbero girar macchine, camminar vetture, che so io? Il cardinale cacciò questo pazzo senza ascoltarlo. Salomone di Caus, invece di scoraggiarsi, si pose a seguitar dappertutto il cardinale, che, stanco di trovarselo sempre fra i piedi, ordinò di chiuderlo a Bicêtre, dove si trova da tre anni e mezzo, e dove, come avete potuto udir da voi stessa, grida ad ogni forestiere, che non è pazzo, e che ha fatto una scoperta meravigliosa. Compose perfino un libro intorno a ciò, e lo tengo qui.»
Milord Worcester, tutto pensoso, chiese il libro, e lette alcune pagine, disse: — Costui non è un pazzo, no; e nella mia patria sarebbe stato colmato di ricchezze; conducetemi a lui voglio interrogarlo.»
Fu condotto, e ritornò tristo e meditabondo.
— Ora (disse) egli è pazzo; la sventura e la prigionia gli hanno fatto smarrir la ragione per sempre, ma siete voi altri che l'avete reso pazzo; e quando l'avete gettato in questa prigione, gettaste qui il più gran talento della nostra età.»
Quindi ce ne partimmo, e d'allora in poi egli non parla che di Salomone di Caus. Addio, mio caro e fido Enrico; ritornate al più presto; e non siate tanto felice, che non vi resti un po' d'amore per me.
Il libro rimesso dal custode al marchese di Worcester era certamente quello, che l'infelice Salomone di Caus aveva pubblicato nel 1613 col titolo: Le ragioni delle forze motrici con diverse macchine tanto utili quanto dilettevoli. Il pensiero di alzar l'acqua per mezzo della forza elastica del vapore appartiene dunque a lui. Quarantott'anni dopo, il marchese di Worcester credette poterselo appropriare, senza timore di udirsene tolta la gloria. Gli Inglesi, sommi applicatori d'idee nuove, mostrano spesso una ciarlataneria senza pari. L'amor nazionale non richiede che si facciano prede nel dominio intellettuale dei vicini, nè che il frutto della rapina e dell'audacia venga qualificato come prima proprietà.
Franklin, Parmentier, Montgolfier, Jaquard, Riquet, trovano naturalmente posto fra gli artigiani anteriori al 1789, quando l'elevazione dal terzo stato e il furore rivoluzionario e gli artefizj de' diplomatici e il fanatismo erudito e i tanti malanni furono guidati dalla Provvidenza ad effettuare la rigenerazione della povera plebe.
Or chi volesse intendere la vita dell'artigiano di Parigi, dico dell'artigiano galantuomo, eccone uno schizzo:
«L'operajo è senza forse una delle fisonomie più caratteristiche del nostro mondo sociale: occupa un luogo distinto, e per necessità del suo lavoro trovandosi spesso in contatto con tutte le classi della società, non ritrae nulla della fisionomia d'alcuna di esse. Prima di tutto, egli è lui. Di natura libero, tiene molto di quel lasciar correre, che non trovasi che nelle nature vergini, e non l'udreste mai proferir cattive parole e stizzose. Quando motteggia, il suo pensiero è fecondo di arguzie, di rado v'entra il sarcasmo: quando è in collera; il suo petto si dilata, i suoi occhi mandano lampi, la sua voce è tonante, e la parola divien secca e fiera; ma, siccome dopo la procella vien sereno, così la collera sua nasconde un cuore pieno di perdono.
«Lavorare, poi lavorare, sempre lavorare; ecco il compendio della vita dell'operajo. S'alza dalle cinque alle sei per recarsi al telonio; notate per parentesi che egli abita d'ordinario all'estremità della città e la sua officina è all'estremità opposta; e al suono della campana entra nel lavorerio, e vestitosi, si pone all'opera. Il vestito di lavoro consiste nel levarsi la sopraveste, rimboccar le maniche della camicia, affibbiar un grembiule al corpo con una coreggia di cuojo. Dalle sette alle nove i martelli e gli strumenti lavorano a forza di braccia; alle nove la campana dà il segno della colazione. Allora le trattorie vicine, da due a tre soldi il piatto, aprono la loro affumicata caverna ai molti abituati; l'operajo può mangiare a suo bell'agio, ha tutto il tempo d'essere gastronomo, avendo per sè un'ora onde assaporare e digerire: alle dieci la campana rintocca, e l'operajo s'affretta al suo posto, e fin alle due lavora, raddoppiando d'ardore e d'attività: e il lavoro gli par più leggero e agevole. Alle due, ecco di nuovo la campana pel pranzo, che tosto incomincia. La trattoria è puntuale; e non finirono ancora di scoccar le due all'orologio bisunto che orna la sala dell'ostessa, che i piatti sono a loro luogo sulla tavola, impregnando l'aria del loro equivoco profumo. — A tavola! a tavola! Appena dopo la prima sciaquata, i bicchieri si toccano, e l'operajo slancia la propria opinione con una sicurezza che non rispetta nulla. Egli ha la sua politica particolare, e fa ogni giorno de' bei sogni, e sù questi bei sogni si fabbrica un avvenire di gloria e di prosperità, finchè, un soffio di vento non venga a rovesciare il castello di carta ch'egli con tanta cura e compiacenza s'era edificato. La campana manda ancora il suo avviso, e al nome del lavoro le chimere sono sparite. L'operajo ripiglia la fatica, ma lo strumento non è più maneggiato così destramente come prima; lavora però con coraggio, e il direttore non ha nulla a ridire. Fra qualche ora il giorno sarà finito, e gli lascerà un momento d'intera libertà, e allora potrà ronzare giù giù per le vie della città a lento passo. Questo pensiero gli fa dimenticare per un momento che lo strumento gli sta ozioso nelle mani, ed allora incominciano fra i vicini mille ciarle a bassa voce, che si perdono in un mormorio confuso. L'uno narra una piacevole avventura di cui fu testimonio il mattino venendo all'officina; l'altro fa a modo suo l'analisi del nuovo melodramma; questi, padre di famiglia, parla del bimbo che ha a balia; quegli deplora lo scarso salario... Ma zitto! La fedele campana alza la voce: l'ora beata dell'uscire è scoccata, e questa volta la campana risonò più chiara e viva, quasi avesse serbato per quest'ora il tintinno più lieto. Allora colle braccia fra le braccia, colla fisonomia aperta, il portamento leggero, i figliuoli dell'officina se ne vanno, ricambiandosi ad alta voce quelle grosse facezie, così spiritose ed ingenue.
Appena dopo la prima sciaquata, i bicchieri si toccano, e l'operaio slancia la propria opinione con una sicurezza che non rispetta nulla. (Pag. 171).
«Nulla v'ha di sì grave come l'interno d'un'officina: tutti questi uomini attenti al lavoro, ch'adoperano lo strumento con un ingegno così preciso, che non s'interrompono mai senza un perchè, col corpo chino sul banco, nudi le braccia e il petto, il volto pensieroso, la bocca serrata, e continuano per ore intiere, quanto è ammirabile! Nell'operajo l'emulazione opera per tutti i versi. Scegliete un terreno vergine, seminatevi del buon grano, e vedrete tosto le spighe rigogliose ondeggiar il capo dorato ai raggi del sole; ma se, invece del buon grano, la vostra mano inesperta vi getta del loglio, anche la pianta parassita s'alzerà vigorosa. L'operajo è terreno vergine, giacchè, uscito dalla turba popolare, educato fra le privazioni e i travagli di una vita, spesso afflitta dalla miseria, il suo cuore, non corrotto dai diletti del lusso, si abbandona a tutte le impressioni, presta fede al bene, e capisce a stento il male.
«S'ammoglia per tempo, poichè, abbandonato a sè, ha bisogno d'affetti che addolciscano la vita; affetti, di cui solo la donna possiede il secreto. Non conosce e non frequenta che la figliuola dell'operajo, ed i suoi voti non vanno più in su. La figliuola dell'operajo è pudica, è gentile, ama il lavoro, e vale insieme un patrimonio e una felicità. — Che cosa dunque chieder di più? Le parla, e qualche mese dopo ottiene la licenza di farsi fare l'abito nero di cerimonia, e d'ordinare il pranzo da nozze.
«Dal giorno in cui l'operajo andò in abito nero a dire il sì, la sua indole muta improvvisamente, e perde l'amabile spensieratezza; conserva sempre la forma primitiva, ma con alquanto minor naturalezza e bonarietà. Jeri non aveva da pensar che a sè; oggi ha eseguito l'atto più grave di sua vita; atto che gl'impone quindi innanzi d'essere non solo onesto, ma regolato ed assiduo lavoratore. Non più ore di riposo, rubate talvolta al tempo del lavoro, e trascorse a fantasticare un avvenire felice. Non più quelle belle e buone infingardaggini soddisfatte, col capo al sole e la pippa in bocca. La giovane moglie minaccia d'essere feconda, e i mesi di balia non son che di trenta giorni, e non fanno credenza. Fa egli allora di molte sottrazioni al suo preventivo, perchè, senza di ciò la masserizia soffrirebbe un vuoto ben difficile a riempirsi da operaj che non hanno che una mercede fissa, senza eventualità. Prima del matrimonio, l'operajo andava a teatro tutti i lunedì: ora ragion vuole ch'egli goda questo spasso sol una volta il mese. Gli abiti d'un giovane non devono più esser quelli d'un ammogliato. Questi non è più padrone di sè, come l'altro, e dalla sua condotta dipende il bene della moglie e de' figliuoli. Egli cura adunque di porsi in istato di soddisfare alle spese imprevviste, che non sono sempre le più lievi d'una casa.
«La domenica, riposo e festa. Sei giorni d'un lavoro faticoso sono un nulla quando la domenica promette di far bello, e la paga del sabato è abbastanza rotonda. Quel giorno l'operajo si alza più tardi, computa con compiacenza i piaceri che la domenica promette; s'adorna degli abiti più belli; e della più bella cera, vestito di panno, col cappello sulle ventitrè, si rivolge verso le alture dei sobborghi: colla sua donna al braccio, e con orgoglio seguìto da due o tre bimbi, che vanno dritto dritto per la loro strada, senza mai guardarsi indietro.
«Le passeggiate della domenica o del lunedì non impediscono all'onesto artigiano di pensare al suo avvenire ed a quello della famigliuola. Ogni mese va a deporre religiosamente alla Cassa di Risparmio la modica somma, che potè economizzare sul salario del lavoro, o limitando i suoi piaceri, o riducendo i bisogni alla stretta necessità. Fra quindici anni comincerà a raccogliere i frutti della sua buona condotta; mariterà decentemente le sue figliuole con una piccola dote; allogherà forse i suoi figliuoli, dei quali avrà fatto dei buoni operaj come lui; e quando le forze verranno a mancargli cogli anni, avendo avuto il senno di riporsi un tozzo pel tempo delle infermità, avrà il conforto di vedersi allo schermo della necessità, e di finir i suoi giorni onorati sotto al modesto suo tetto, invece d'esser costretto a bussare alla porta d'un ospizio, e chiedervi per Dio un asilo alla sua debole decrepitezza.»
Così sia, vorremmo dire: ma invece dobbiam dire, Così fosse! Un tempo fu di moda ritrar la vita sotto colori ridenti; l'idillio è vecchio quanto la società. Poi venne il momento che si adulava al popolo cioè al vulgo, perchè si aspettava che diventasse re: e nulla è più triviale che questo blandire ai futuri regnanti. Pur beato se con ciò s'intendeva offrir un modello di quel che dovrebbe essere, e di eccitarlo ad essere. Supponiamo quest'intenzione al nostro autore; ma la statistica, coi numeri inesorabili, già allora rivelava un aspetto ben differente. Bulwer, che pur dipinse la Francia con colori rosati, trova fra gli operaj di Parigi ubbriaconi i cappellaj, i pittori e arti analoghe, soprattutto i conciatori e gli operaj di porto; viziosi e malviventi i sartori; i filatori di cotone tanto miserabili, da esser fino incapaci di vizj; gli ebanisti, pazzi pel bere, ma tranquilli; gl'imbianchini beoni e infingardi, gli scarpellini beoni e sventati. A Lione, la gran città manifatturiera, 100,000 che lavorano alle sete sono all'infimo dell'istruzione, della pulitezza, della moralità, e si abbandonano per nulla a quel furore, con cui si rivela il mal contento degli esseri degradati. Carlo Dupin valuta che venti milioni di Francesi non prendono mai cibo animale, ma solo patate e grano turco; sette milioni e mezzo mangiano poco o nulla di pane; ma orzo, riso, polenta gialla, castagne, legumi, patate in acqua, e niun altro combustibile che stoppie e scopa. Lorain, nel Prospetto dell'istruzione primaria in Francia, asserisce esservi cantoni di quindici o venti Comuni, dove non si rinverrebbe una scuola; e fin nel dipartimento di Senna e Loira v'è un Comune dove il notajo conduce sempre seco i testimonj, perchè non troverebbe chi sapesse firmare; e in molti Comuni del dipartimento di Lot e Garonna e dell'Orne interi consigli municipali sono di inalfabeti. In ricambio (lo sappiamo) v'è la sapienza universale dei Parigini, e i tesori profusi nella Biblioteca, nell'Istituto, nelle altre fondazioni, destinate a concentrare anche l'istruzione, mentre l'importanza consisterebbe nel diffonderla. Ma il dio della Francia è la gloria; e questi fatti possono chiarire sì le subitanee rivoluzioni, sì il valor vero del suffragio universale.
Fortunatamente il nostro tema non ci conduce a snudare quella corruzione e quelle miserie, ad esagerare le quali si affinò l'ingegno di declamatori, che poi non avevano nè un suggerimento per alleviarle, nè un conforto per lenirle. Basta l'aver accennato questo tema a una democrazia non cianciera, non irritante, non rivoluzionaria: che confessa la schiavitù agli arbitrj non esser più avvilente della schiavitù all'ignoranza; che sa il miglior modo d'innalzare il popolo essere l'educarlo, e indurgli l'abitudine di una regolare applicazione e del contare sopra sè stesso fin dall'infanzia per combattere le difficoltà della vita; che infine non si propone di impedir le lagrime, inevitabile eredità originale; sibbene di farle meno acerbe, di non lasciar che tolgano il coraggio di convertirle in miglioramento od in espiazione.
1851.
FRANKLIN
Un giovinotto sui ventun anno s'avviava un giorno a Filadelfia, senz'altro in tasca che qualche spicciolo, con cui comprò tre pagnotte; e l'una si pose sotto un braccio, sotto l'altro l'altra, mentre sbocconcellava la terza. Veniva egli da trecento miglia lontano, per cercar fortuna; — cercar fortuna, senza amici, senza conoscienze, senza titoli, in popolosa città, dove ciascuno bada a sè e a spinger innanzi il proprio carro!
Ma che capitali reca egli in un mondo che calcola ed invidia, che considera scapito proprio l'altrui vantaggio? Reca industria, economia, applicazione, perseveranza, osservazione. E basteranno a fargli passo, ve lo assicuro; e quel garzonetto riuscirà un insigne fisico, un fondatore della libertà del suo paese, e sopratutto un grand'uomo.
Ma grand'uomo, intendiamoci, non come quelli dell'antichità e di Plutarco, che sterminano ventimila nemici in una giornata; che per zelo di libertà uccidono il proprio fratello, e assistono al supplizio del proprio figliuolo; che per magnanimo sprezzo del sentimento trafficano di schiavi e prestano le mogli; che per avidità di gloria sommovono, congiurano, conquistano, fanno stordire il mondo; insomma eroi, ma non uomini. Eh! ben altro è l'eroismo moderno, placido, paziente delle contraddizioni, aspetta la lenta ma sicura opera del tempo, calcola gli eventi, e sovratutto risparmia le lacrime e il sangue. Quelli erano fulmini che spaventano e colpiscono; questi sono fabbricatori di macchine a vapore, che con lunga opera le congegnano, finchè producano quegli effetti che s'ammirano e benedicono.
Beniamino Franklin, il giovinetto che v'additai, era nato a Boston il 1706, tredicesimo d'una famiglia d'artigiani; e appena imparò a leggere e scrivere lo posero, di dieci anni, a far candele come suo padre. Il ragazzo vi s'applicava, ma ogni momento che potesse aver libero, correva al mare, e divenne spertissimo nuotatore e remigante; i pochi quattrini poi che sparagnava di bocca, li convertiva in libri di viaggi e di storia. Suo padre, crollando il capo sopra il letterato di casa, lo pose stampatore sotto un altro fratello, ove stette fin a ventun anno maneggiando caratteri e casse, regoli e torchi. E perchè vi lavorava di passione, tosto divenne abilissimo, e, che più gl'importava, potè dai fattori dei libraj con cui trattava, ottener libri, che leggeva a furia. Il Saggio sui progetti di Foe, autore del Robinson Crosuè e un volume scompagnato dallo Spettatore di Addison, lo inclinano ad un'istruzione svariata ad una delicata morale, al veder in ogni cosa quali miglioramenti vi si può recare. E volle scrivere anche, e compose alcune canzoncine da cantare gli orbi per le strade, e gli furono lodate: ma fortuna sua, qualche amico sincero gliene disse la verità, e così lo salvò dal pericolo di restare un poeta cattivo, o, quel ch'è peggio, un poeta mediocre.
Dalle costoro censure comprese la necessità di limar lo stile, e non farne, all'usanza di troppi, un affare del caso e come vien viene; e ripetè intorno a' suoi periodi quelle pazienti prove che i savj conoscono e i presuntuosi deridono: oscure e diuturne prove, che di poi sono compensate dalla precisione e facilità con cui si compone e s'è intesi. A sedici anni legge Locke Sull'intelletto, la Logica di Portoreale, i Memorabili di Senofonte, e ne impara a rendersi conto delle proprie idee e chiarirle. Quest'analisi volgeva egli sulla propria vita. S'impose un regime stretto di dieta: il maggior risparmio nel cuocere le patate e il riso; lasciare il vino per fare il serbo di qualche soldo e di sanità e robustezza più che i beoni e pacchioni suoi compagni, e procacciarsi stima fra questi come avviene di chi non si lascia mai trovare sprovvisto nè di danaro nè di senno, due cose che, mancando, rendono tanto spregevole, da che Sparta fu distrutta.
Poi la virtù stessa analizzava, e la decomponeva ne' varj suoi elementi, come Neuton colla luce, Lavoisier coll'aria; e al fine della giornata, della quale con altrettanta esattezza avea distribuito i denari e le ore, esaminava sè stesso; quanti quattrini avesse speso fuor del necessario, di quale difetto si fosse corretto, a qual buona qualità avviato. E perchè la presunzione è uno dei più forti ostacoli al miglioramento, s'avvezzava a non dir mai — Ne son certo, Sta proprio così, Ci scommetterei;» ma — Parmi, Sarei d'avviso;» ad abolire sè medesimo per giungere al suo scopo; a lasciare altrui il fumo per ottenere il sodo; ad abbassarsi a tempo, come un vecchio gli aveva insegnato una volta che battè del capo in una trave; a confidarsi nella propria attività, sobrietà, e perseveranza.
Suo fratello, lo stampatore, si pose in mente di pubblicare una gazzetta, la seconda che in America fosse; e Franklin vi traforò qualche articolo suo proprio, ma in istretto incognito, onde non farsi burlare. E perchè se ne ignorava l'Autore, il lodavano, e piacque; e potè darsi a conoscere. Che spine incontri l'onest'uomo sui primi passi della letteratura e del giornalismo chiedetelo a chi ne sanguina ancora; e non vi farà meraviglia se presto Franklin fu in lizza col fratello, col governo, cogli emuli; onde indispettito, come molti fanno, coll'ingrata patria, se n'andò, nell'arnese che dicemmo, a Nuova-York e a Filadelfia. Quivi, a forza di lavorare, fece incontro, ma qualche progettista, di quelli che trovano strada troppo lunga del far fortuna il lavorare, l'aver pazienza, e lo spendere sempre un soldo meno del guadagno, il consigliò a viaggiare a Londra: Londra il paese dei tesori e degli impieghi.
V'andò: ma a Londra chi bada al forastiero che capita senza titoli e senza ghinee? Svaniti i castelli in aria, consumati i pochi avanzi, Franklin si trovò solo in quel caos immensurabile; solo, senza mezzi nè appoggi; e in amicizia e in amore e in protezioni provò quei disinganni che tanto costano, e che il debole avviliscono, al robusto finiscono a persuadere di non confidare che in sè. In fatto egli pose fiducia, non in poderosi amici e promettenti padroni, ma nelle proprie braccia, colle quali or tirava robustamente i torchi d'una tipografia, or i remi d'un navicello sul Tamigi, or insegnava a nuotare; e così guadagnava dì per dì il suo pane.
Tornato a Filadelfia, pensò da senno ad acquistar denaro e riputazione; e l'un e l'altra conseguì col lavorare dì e notte, e viver sobrio, e dare buon esempio, e rispondere coi fatti alle detrazioni dell'invidia. Così potè rizzare stamperia (1729), menò moglie, e cominciò a mandar fuori l'Almanacco di Riccardo Buonomo, raccolta di consigli e verità tutte pratiche, espresse proverbialmente, e che più non escono di memoria, e s'applicano cento volte ai casi propri ed agli altrui:
«La chiave che spesso si adopera conservasi lucida come un argento: non adoprata irruginisce. Così è del nostro spirito.
«L'assiduità fa le più grandi cose col minimo tempo. Uomo che si alza di buon mattino e si corica per tempo, si mantien savio e ricco.
«Chi sa lavorare, non muor di fame. La fame guarda alla porta dell'uomo laborioso, ma non ardisce bussare.
«Non ti mettere i guanti allorchè hai da maneggiare la tua pentola. Gatta colle scarpe non ghermisce sorci.
«L'imposta che ci mette addosso l'accidia è due volte quella del Governo; oltrechè la superbia la rende tripla e quadrupla la follia; e gli esattori non diffalcano manco un ette.
«Ti lamenti che la vita è breve: ma il tempo è il filo di cui si tesse la vita; perchè dunque lo getti?
«Volpe che dorme, non mangia galline.
«Chi vive di speranza muore di stento.
«Chi ha un mestiere, ha un campo: ha una carica chi ha una professione utile ed onorevole.
«Non ho mai veduto un albero spesso trapiantato far gran rami, nè arricchirsi una famiglia che spesso muta focolare. Tre San Martini equivalgono ad un incendio.
«Un vizio costa quanto due figliuoli.
«Cucina grassa, testamento magro. La gola porta via la camicia. I pazzi imbandiscono, e i savj godono.
«Chi domanda un prestito, domanda una mortificazione. La quaresima è assai breve per coloro che a Pasqua devono danaro. Meglio andar a letto senza cena, che alzarsi indebitato.
«L'ambizione che pranza colla vanità, a sera digiuna col disprezzo. L'orgoglio fa colazione coll'abbondanza, desina colla povertà, cena coll'infamia.
«L'esperienza tiene una scuola che costa assai; ma è la sola dove i pazzi possono imparare.
«La strada che mena alla fortuna, se volete saperlo, è piana, facile come quella che mena al mercato. Onde seguitarla due cose bisognano, assiduità e sobrietà; o in altri termini, non gittar mai il tempo nè il denaro, e dell'uno e dell'altro fare il miglior uso possibile.»
La filosofia di Franklin, come vedete, è il deismo di Locke. Shaftesbury e Collins l'avevano tratto nello scetticismo e nell'indifferenza di ciò che sta di sopra dei tetti; onde va senza dogmi, come senza passione; stretta probità, ma nessuno slancio, come quel vaso da lui inventato, ove la fiamma s'abbassa, invece d'ascendere. Eliminando dalla morale l'idea divina, tolse il tipo supremo del bello e del giusto, la chiave maestra di tutte le teoriche, e ne fece una dottrina buona per un uom pacifico, spassionato, cresciuto da genitori profondamente religiosi come lui, ma inetta contro l'urto delle passioni.
Chi non sente un tale difetto nella Scienza di Ricardo Buonomo? Egli stesso in più matura età se ne accorse: ma se all'analisi sua sfuggiva quest'idea così complessa e così semplice della divinità, non però si scostava mai dalla morale, arida qualche volta, ma sempre retta, amica dell'uomo, senza robusti sacrifizj; non atta a creare eroi, bastante a formare onest'uomini.
Poi sempre dritto sulla pratica applicazione, alletta la curiosità coi titoli medesimi delle opere sue, e colla brevità, giacchè gli scritti per esser utili conviene sieno brevi. E al modo d'un divino modello, piacesi delle parabole, forma tanto popolare. Or racconta di quand'egli era ragazzo, e che, avendogli i suoi per una festa empito il borsellino egli corse a vuotarlo nella compra d'uno zufolino Un bel balocco, ma tutti gli dicevano ch'e' l'aveva pagato troppo caro. Dopo d'allora, quando vedeva taluno spendere per farsi nominare, o sprecar la pace e la libertà per ottenere un grado, o rovinarsi per acquistar l'aura popolare, e sciupare ingegno e forze per correre dietro alla voluttà, gli dicea; — Lo zufolino costa troppo caro.»
Ora dà l'arte di fare sogni piacevoli, qual è l'andare a letto con una coscienza netta. Or dagli scacchi trae della bella e buona morale. Or racconta d'uno che avea una gamba ben focilata, e l'altra scarna e zoppa; e scontrandosi con alcuno o venendo in una conversazione, badava a chi ponesse mente alla migliore e chi il berteggiasse della gamba infelice, e questi ultimi schivava, peste della società. E poichè ciascuno abbiamo la nostra gamba bella e la deforme, sprezziamo quegli uggiosi maligni, che sempre dal nostro peggior lato ci ravvisano.
Egli medesimo talvolta insegna una lampada economica, ed è il mettersi a letto presto, e presto levarsi; talvolta il copia-lettere, che risparmia tempo e pericolo di fallare: ora con bicchieri combina un'armonica: ora insinua d'ingrassare col gesso il trifoglio, e perchè non gli danno retta, egli lo sparge in modo da scrivere Questo trifoglio fu ingessato, e le lettere anche un pezzo da poi si leggono, distinte dal maggior rigoglio dell'erba. Or inventa i caminetti che serbano il suo nome, per consumare poca legna e scaldarsi assai; e ricusa il privilegio d'inventore, dichiarando volere sopratutto il bene generale.
Qual cosa più insipida d'una tornata accademica? qual cosa più insulsa d'una conversazione? In quella si coglie noja fra gente raccoltasi onde far parata di retorica attorno a qualche cognizione e averne applauso prestabilito da un uditorio disattento mentre con risparmio di tempo e vantaggio della ragione si potrebbe ottenerne un giudizio posato col darla loro da leggere. Nella conversazione poi si sparpaglia l'ingegno e lo spirito in insulsi complimenti, in frivolo chiacchericcio, in illogiche maldicenze, in una politica senza fondamento, in una scienza assurda, nel palleggiarsi frizzi pungenti sotto l'aspetto di benevolenza, e scandagliare i fatti dell'amico sotto pretesto di mostrarne interesse.
Si dirà per questo che sia impossibile una tornata accademica ove la mente vantaggi, una conversazione dove il cuore non si pervertisca nell'abbassamento del carattere? Eppure è col contatto che la favilla si sviluppa, come nella pila elettrica, come nel battere del focile; e il ricambio di parole rischiara le idee, quand'anche non le accresce, obliga ad esser chiari, e lasciar via le affettazioni, le lungagne; a tollerar l'opposizione, ad acconciarsi in diversi punti d'aspetto.
Per quanto la solitaria meditazione sia necessaria al progresso del sapere, e questo non proceda se non per l'operosa concentrazione individuale, resta però sempre vero che l'ingegno si sviluppa meglio per la conversazione che per qualunque altro mezzo; ed anche quel che si impara, niuno lo sa davvero se non quando lo abbia detto.
Franklin, per quanto rincresca il non veder mai qualche cosa di elevato in mezzo a tanta positività di buon senso, ci pare sempre più degno d'esser presentato all'imitazione del nostro secolo, il quale, tutto dedito alla materialità, sarebbe un gran che se potesse, come lui, possedere quella dose di criterio che si guarda dagli entusiasmi d'ira o di applauso, che non si lascia trascinare dalla corrente, che coltiva quelle medie proporzionali, in cui secondo il detto di quel Greco, somma forza riposero gli Dei. Ora egli, in sua giovinezza, istituì nella sua patria un circolo; — noi all'inglese lo chiameremmo un club; egli inglese, alla spagnuola lo chiamava una giunta; tanto è comune il creder migliori le cose, almeno le denominazioni forestiere. E con diversi amici vi s'adunava ogni venerdì sera, non per mormorare, non per spoliticare, nè per legger una dissertazione; ma per discutervi sopra un punto prestabilito. Ciascuno vi si preparava o coll'esame della materia, o colla conoscenza de' libri che ne trattavano; ed egli pretendeva (cosa incredibile perchè impossibile) che nessuno vi portasse amor di controversia, nè ambizione di trionfi. Lasciamo ai curiosi il cercare gli atti di quella fortunatamente non accademia; quel che a noi piace riferire si è che prima di aprire la giunta si proponevano le ventiquattro domande seguenti:
I. Nelle ultime vostre letture avete trovato qualcosa di notevole, e tale che meriti esser comunicato alla giunta, particolarmente in fatto di morale, storia poesia, fisica, viaggi, arti meccaniche, od altre parti dello scibile?
II. Quale istoria, degna d'esser conosciuta, avete letta di fresco?
III. Sapete che qualche cittadino di recente non abbia fatto onore a' suoi affari, e qual cosa udiste sulla causa del suo dissesto?
IV. Avete udito che qualche cittadino sia prosperato? e per quali mezzi?
V. Avete saputo per quali vie un uomo di qui o d'altrove sia arrivato ad arricchire?
VI. Sapete che qualche vostro compatrioto abbia fatto una buona azione, degna d'esser lodata e imitata, commesso qualche errore in cui importi essere avvertiti e difesi?
VII. Quali tristi effetti della intemperanza avete osservati o uditi? quali dell'imprudenza, della violenza d'altri vizj o stravaganze?
VIII. Quali buoni effetti della temperaza, della prudenza, della moderazione, o d'altra virtù?
IX. Voi o qualche vostro amico foste malato o ferito? e quali rimedj adopraste? e con quale successo?
X. Conoscete alcuno che deve tra poco fare un viaggio per terra o per mare, e sapete che s'abbia opportunità di far qualche invio col suo mezzo?
XI. Pensate voi a qualche oggetto, in cui la giunta possa rendere servigio all'umanità, al paese, agli amici, ai membri suoi?
XII. Avete inteso che sia arrivato in città qualche straniero di merito? qual cosa udiste od osservaste del carattere e del merito di lui, e pensate che la giunta possa incoraggiarlo o fargli alcun piacere?
XIII. Conoscete qualche giovane di merito che cominci e sia di fresco stabilito, e al quale la giunta possa dar di spalla in qualche maniera?
XIV. Nelle leggi del vostro paese avete notato qualche diffetto, di cui gioverebbe provocar la correzione da parte de' legislatori, o qualche ordine profittevole che vi manchi?
XV. V'è caduto sottocchio qualche attentato alle giuste libertà del paese?
XVI. Alcuno ha intaccato la vostra riputazione? E che cosa può far la giunta per difenderla?
XVII. Avete ricevuto da alcuno un'ingiuria, di cui possa la giunta procurarvi riparazione?
XVIII. Avete inteso che la fama di alcun membro della giunta sia stata intaccata? e che cosa faceste per difenderla?
XIX. V'è alcuno la cui amicizia vi sia venuta meno, che possa esservi procurata dalla giunta o da alcun membro di essa?
XX. In qual modo la giunta o alcun dei suoi membri può coadjuvare ai vostri onorevoli divisamenti?
XXI. Avete alla mano qualche affare d'importanza nel quale crediate possa giovarvi il parere della giunta?
XXII. Quali avvantaggi avete ricevuto da persona non presente?
XXIII. V'è qualche cosa in fatto d'opinione, di giustizia o d'ingiustizia, che udreste volentieri mettere in discussione?
XXIV. Nelle regole e nell'andamento della giunta vedete qualche cosa fuor di proposito, che abbisogni d'emenda?
Rileggiamo questi punti: supponiamo che sopra di essi s'aggiri la conversazione famigliare e la accademica; e conveniamo che potrebbonsi rendere utili e il circolo e le tornate.
Il difficile per un uomo nuovo è far il primo scudo e il primo passo; il resto viene da sè. Ben presto Beniamino è deputato all'assemblea generale di Pensilvania (1747), poi (1753) direttore delle poste; e in paese nuovo dove tutto era a fare, pensate quanto giovasse un uomo che sempre avea la mente a sperimentare e cercar ciò che giova di più e costa di meno! Istituì un gabinetto letterario, un corpo di pompieri, un'associazione di volontaria difesa contro gl'Indiani confinanti, mostrando di continuo l'importanza di raccogliere le piccole forze per ottenere i grandi effetti. Insomma egli diviene il rappresentante spirituale del suo paese; e benchè sia ancora lo stampatore, in effetto n'è il re, come voi siete tuttora il bambino che vostra madre cullava, eppur camminate, pensate, operate, e fors'anche ragionate.
Ma v'è lavori che non procedono se non per le solitarie meditazioni, e tali furono quelli di Franklin sull'elettricità. Da alcun tempo gli studiosi eransi rivolti con ardore a questa meravigliosa forza della natura; ma la scienza di essa, limitata nei suoi risultamenti, nulla nelle applicazioni sue, oggetto di mera curiosità, era considerata come la parte più speciale della fisica. Nè si sarebbe preveduta la sua importanza neppur quando, nel 1746, Musschenbroeck e Allemand aveano scoperto la bottiglia di Leida, e semplificatala Watson, che imprese anche a misurare la rapidità di questo, che diceasi fluido. Ora Franklin s'applicò a spiegare quei fenomeni in una serie di lettere, che la Società Reale di Londra ricusò inserire nelle sue Transazioni pei troppo soliti puntigli e gelosie delle accademie, ma che tosto furono tradotte in tutte le lingue. Egli restituì all'elettricità il carattere di scienza fisica, mentre di fisiologica parea darglielo la scossa della bottiglia.
Dapprincipio supponeva anch'egli due elettricità, la vitrea e la resinosa; poi s'accertò che una sola e medesima era or positiva or negativa. L'uomo dell'analisi sottopose a questa anche la boccia di Leida, e ne dedusse la sua teorica dell'elettricità, presentata poi sotto veste matematica da Epino e da Cavendish, e che consiste nel supporre che un solo fluido elettrico sussista, le cui particelle si respingono fra loro, mentre invece sono attratte dalla materia.
Il perfezionarsi di questa scienza fece ripudiare molte delle sue ipotesi. Ma continuando, pose in sodo due insigne dottrine: disperdersi l'elettricità per mezzo delle punte, sicchè non può accumularsi in corpi accuminati; il fulmine prodursi da esuberante elettricità nell'atmosfera, cioè essere lo stesso il fluido che cagiona gli scherzi della bottiglia di Leida, e quel che saetta i palazzi e le montagne. Ecco dunque novamento dall'analisi sua, dissipate quelle illusioni fantastiche, per cui alle sgomentate fantasie il fulmine pareva alcunchè sopra natura.
I quali due principj accoppiando, pensò potersi colle punte scaricare l'atmosfera del fluido eccedente; dal che vennero i parafulmini. Per sottomettere l'ipotesi allo sperimento gli mancano osservatorj? ed egli arma di punta un acquilone di carta e mandatolo verso le nubi, ottiene la scintilla; e dal trastullo puerile deduce la pratica che guiderà le saette con tronche ali a lambire i piedi dell'uomo: il più debole essere del creato per la forza del corpo, il più sublime per lo slancio dello spirito.
Queste considerazioni, badate bene, non venivano fatte da Franklin, il quale vedeva, osservava, sperimentava, deduceva, e nulla più.
Nate questioni fra la metropoli e le colonie inglesi d'America, che cominciavano a guardarla di mal occhio, come un figliuolo cresciuto che si sente capace di reggersi da sè, Franklin fu mandato a Londra (1757), da molti paesi nortamericani nominato loro rappresentante. Sua missione era di impetrare che fosse cassato l'atto, pel quale la metropoli voleva imporre una tassa nuova e non consentita dalle colonie; e ottenne di essere ascoltato in contraddittorio avanti alla Camera dei Comuni (3 febbrajo 1765). Ivi con fermezza, precisione, facilità risponde alle interrogazioni; informa sulle varie notizie chiestegli intorno al commercio, alle finanze, alla politica, all'amministrazione; e consegue la sua domanda. Così crebbe in istima e in cognizione degli uomini e delle dottrine; e l'Accademia, che ne aveva rifiutato gli scritti volle farsi onore coll'annoverarlo tra' suoi. Futili compensi a una gloria già fondata, quanto potrebbero essere fecondi incoraggiamenti ad una nascente.
Aveva Franklin procurato insinuare alle colonie dell'America inglese di darsi un governo unico, sotto la presidenza del re della Gran Bretagna: ma come avviene dei consigliatori di partiti giusti, parve realista ai liberali, repubblicano ai realisti, fu imputato di americano a Londra, d'inglese in America. Ma egli, vedendo per che via s'era messa l'Inghilterra, previde che l'oppressione condurrebbe la libertà, e nol tacque agli amici ed ai nemici. Pure egli voleva sempre si salvassero tutte le convenienze, si adoprasse la legalità, arma prima degli oppressi che vogliono emanciparsi. Le conciliazioni non valsero, e nacque la rivoluzione che doveva aprire un'era nuova nella storia del mondo, ed assicurare alle opinioni la prevalenza sopra i fatti. Dieci anni passati in contrasti politici avevano già avvezzati gli Americani ad occuparsi de' fondamenti della legislazione e dei governi, la guerra colla Francia aveva dato occasione di conoscere le proprie forze: d'altra parte le rivoluzioni fan gli uomini. Franklin avea cominciato dal procacciare che i suoi acquistassero fama di gente onesta, equa, pacifica, vero modo di far ricadere il torto sugli oppressori.
Aveva egli fondato il giornale, che grand'efficacia ebbe sull'avvenire del suo paese: ma uno dei suoi abbonati gli dichiarò: — Voi difendete con troppo calore gl'interessi americani; questa polemica non mi piace; rinunzio all'abbonamento.»
E Franklin: — Mi sa male assai di non ottenere la vostra approvazione: ma io non posso deviare dal cammino propostomi».
Alcune settimane di poi, Franklin lo invitò a cena.
Quegli si trovò in un'abitazione modestissima ma pulita: una fante stende sulla tavola un tovagliuolo bianco, vi mette de' meloni, burro, lattughe, un piatto di pere, una fiala d'acqua, una bottiglia di birra, e un pezzo di formaggio, e nient'altro. Battono, ed ecco arrivare il dottor Rusk, famoso medico: poi Stancock intelligente negoziante inglese, poi Washington; personaggi che dovevano poi divenire immortalmente illustri, e già allora godeano riputazione di gran patrioti. Si assisero lieti a una cena così frugale, e rimasero a discorrere fino a mezzanotte. L'abbonato al domani ringraziò Franklin d'averlo messo a parte di questa riunione, e della lezione datagli silenziosamente. Un uomo che può invitar i primi cittadini a un piatto di lattughe e formaggio, non può che seguire onestamente la sua linea politica.
Fin dal 1773 diceva egli a' suoi concittadini: — Non troppa fretta, ragazzi, e badate che c'è temporale in aria. Siam in istato d'incremento, e poco andrà che ci troveremo forti tanto, da non potercisi negare veruna domanda. Una lotta prematura ci potrebbe arrestare, od anche respingere un secolo indietro. Che? tra amici si vien forse a duello per ogni minimo torto? Così fra le nazioni ogni ingiustizia non deve portar guerra e rivolta da governanti a governati. Per ora ci basti sostenere i nostri diritti in ogni occasione, senza cederne un solo, senza trascurare verun modo di renderli cari ai nostri concittadini. Sovratutto manteniamo in buona armonia le provincie, affinchè l'Europa s'accorga che abbiam qualche peso anche noi negli affari. Con tale condotta in poc'anni avremo acquistato definitivamente quanto possiam desiderare di potere e d'indipendenza.»
L'avran chiamato un pusillanime, un dalla parrucca, un retrivo: ma quando la pazienza stancata giustifica l'insurrezione, eccovelo primeggiare sui tre teatri di quell'unica azione, America, Londra, Parigi. Alle belle prime mostra coraggio con iscritti satirici popolari. L'editto prussiano, L'arte di fare di un grande impero un piccolo. Col venire in Inghilterra scompiglia i disegni dei ministri, e ne cresce gl'imbarazzi. Di là egli avvisava i cittadini de' segreti preparativi, e trasmise lettere del loro governatore Hutchinson, che egli aveva osato intercettare, e che rivelavano la mala disposizione verso di essi; e di là reduce (1775) ripeteva: — Vi trattano con riguardi perchè vi temono; se cedete, vi avranno in conto di ribelli; armatevi.» Così, venuta l'opportunità, dava il segnale dell'insurrezione egli che, sin quando non fosse matura, l'aveva disconsigliata.
Guidarsi moderatamente in una rivoluzione è immensa lode, poichè men coraggio si richiede a resistere in campo a nemici che ad osare spiacer agli amici. E Franklin la meritò, sempre disposto insinuando la calma, ma sempre ad affrontare coi compatrioti la procella. Stranio alla guerra, fu adoperato ne' consigli e nelle trattative per estendere l'insurrezione, per assodarla colla concordia, per persuadere che le provvidenze a mezzo non vagliono nei gravi casi, e far decretare l'indipendenza del suo paese (1776).
Allora uomini quieti e virtuosi, come erano i coloni, cresciuti nelle piantagioni e nelle botteghe, stesero quel preambolo fulminante, ove dichiaravano i diritti dell'uomo e del cittadino; gente di pratica applicarono al caso politico i principj astratti della filosofia, e dissero: — «Quando, nel volgere degli umani eventi, ad un popolo diventa necessario sciogliere i vincoli politici che lo univano ad un altro, e prendere fra le nazioni del mondo quel posto distinto ed eguale a cui le leggi naturali e divine gli danno diritto, il rispetto dovuto all'opinione richiede ch'e' ne chiarisca i motivi. Noi teniamo per evidente che gli uomini furono creati eguali, e dal Creatore dotati d'inalienabili diritti; tra questi sono la vita, la libertà, la ricerca del proprio meglio; che per assicurare questi furono istituiti i governi, il cui legittimo potere deriva dal consenso dei sudditi; che qualunque volta una forma di governo contraria tali fini, il popolo ha diritto d'alterarla e abolirla, e fondarne una nuova, appoggiata su tali principj, conformandola nella guisa che più semplice gli sembra alla sua felicità e sicurezza. La prudenza prescrive di non cangiare per frivole e passeggiere cagioni un governo da lungo tempo stabilito; e l'esperienza ci mostra che gli uomini sono più inclinati a sopportar i mali finchè tollerabili, che non a farsi giustizia da sè coll'abolire gli ordini cui da lunga stagione sono abituati. Ma quando una protratta serie di abusi e d'usurpazioni, diretta invariabilmente a un fine, rivela il disegno di ridurle sotto assoluto dispotismo, è dover loro di distruggere siffatta forma di governo, e provveder con nuovi ordini alla futura loro salvezza. Tale fu appunto la paziente tolleranza di queste colonie, e tale la necessità che ora ci astringe a cangiar l'antico sistema di governo.»
Non ci vedete voi, se non la mano propria, lo spirito però che dettava il Riccardo Buonomo? non è la stessa maniera di moderazione, di esperienza, di buon senso naturale?
Quella simpatia che le azioni belle e generose trovano sempre nei Francesi, indusse gli Americani a cercarne l'amicizia, e Franklin vi fu spedito (1778). Egli non amava la Francia; e al tempo della guerra del Canadà, quand'essa, secondo è suo costume qualora le torna conto, istigava i coloni contro i suoi dominatori, egli aveva scritto una canzone che diceva:
«Noi abbiam una madre vecchia ch'è divenuta brontolona; ci batte come ragazzi che dicano ancora mamma e babbo; non si ricorda che siam cresciuti, e che possiamo pensare da noi; e nessun lo negherà.
«Se non obbediamo in ogni caso, rizza tanto di broncio e salta in collera; a tratto a tratto ci dà una buona stramentata; e nessun lo negherà, lo negherà.
«Sopportiamo alla meglio il suo mal umore, ma perchè tollerar le ingiurie de' servi suoi? Quando i servi fanno sciocchezze, si ripagano col bastone; e nessun lo negherà, lo negherà.
«Ma voi, tristi vicini (i Francesi del Canadà), che vorreste separare il figlio dalla madre intendetelo bene chiaro: essa è l'orgoglio nostro; e se voi l'attaccate, tutti ci porrem dalla sua: e nessun lo negherà, lo negherà.»
Eppure a Parigi fu veramente il trionfo di Franklin. Scriveva egli stesso: — Demostene, interrogato qual fosse la qualità principale dell'oratore, rispose: La prima è l'azione, la seconda l'azione, la terza ancora l'azione. Così io per l'uomo pubblico dico che è l'apparenza, l'apparenza, e ancora l'apparenza. Per riuscire all'effetto è uopo si creda alla parola e alla capacità tua: stabilita una volta quest'opinione, ogni indugio, ogni ostacolo, ogni difficoltà andranno in dileguo.»
Or come le apparenze cattivino i Francesi non è chi l'ignori, onde Franklin pose in ciò ogni suo studio. Fisico, teista, tollerante, satirico, andava egli grandemente pel verso di quella nazione: uom del popolo, giunto da per sè solo alla gloria e alla fortuna, difensore dei diritti in mezzo ad una nazione stanca del potere assoluto, fedele all'origine e alla missione sua fin nelle minime particolarità della vita, blandiva le passioni più generose, favoriva le migliori speranze, domandava libertà per l'America, la portava per l'Europa; — la libertà; che non contaminata per anco di tanti delitti, era il palpito di tutte le anime nobili. Pensate come dovessero levarlo a cielo! quegli eroi in zazzera, e collo spadino cesellato e damascato, non saziavansi d'udire questo filosofo dal cappel tondo, dai capelli lisci, dall'abito bruno, dalle scarpe senza fibbie, e dai calzoni allacciati col cuojo, e i guardinfanti voluminosi, e le tabacchiere d'oro, e i sbilitanti flabalà s'eclissavano a fronte della stamina e della scatola di radica dell'Americano. E tutti si esaltano di lui, lui precursore di nuova età, simbolo vivo delle idee progressive; ma egli, freddo osservatore, egli mercante, non si lascia trasportare, non giudica per fantasia, ma pesa e misura e conchiude.
Nel secolo in cui si proclamava l'analisi, benchè vi si facessero le sintesi più ardite che mai, egli aveva analizzato il fuoco, i suoni, la luce, i governi, le finanze, la virtù; operando sull'uomo, non altrimenti che sopra la materia nei fisici esperimenti. Con questo egli acquistavasi l'amor de' filosofi, desposti allora dell'opinione. Unendo il contegno di Focione e lo spirito di Socrate, in mezzo alla frivolezza parigina sembrava un savio dell'antichità, e beato chi fosse ammesso alla sua compagnia! Considerandolo come tipo della nazione sua, la trovarono matura alla libertà: i savj ammiravano in lui l'attività paziente del genio che s'ostina in una grandiosa scoperta; i filosofi lo consultavano sull'uomo e sulla società; il popolo leggeva il suo Riccardo Bonuomo e l'Arte di farsi ricco[13]; le donne amavano quell'ingenuità; ingenuità di pura apparenza, giacchè egli metteva a profitto la sua popolarità, e mentre il credeano un semplicione, egli guardava le triche de' briganti e degli ambiziosi, quel misto di magnificenza, e negligenza, quell'ostentar maggiormente quando i mezzi erano minori, quel ripetere certe parolone, che sonano di più perchè vuote. A lui veniva un certo Mirabeau nobile, a far declamazioni contro la nobiltà; un certo Marat a mostrargli una Memoria sul fuoco elementare; altri gli progettava il facile modo di devastare le coste dell'isola Britannica, altri una macchina che andrebbe senza motore, un terzo il modello di vestire e armare usseri come se fossero viaggiatori. E Franklin udiva, e rideva di sottecchi; rideva principalmente delle costituzioni e riforme universali ch'erano di moda, e che alcuno gli presentava alla sera perchè la mattina ne dicesse il giudizio.
A Passy abitava una casetta con un giardinetto, tutto in diminutivo; e v'andava il fiore de' cittadini. Chi entrasse nel suo studio, vedea libri per tutto, un seggiolone, cui a volontà dava un moto ondulatorio per ninnarsi; di sopra, un ventaglio ch'egli agitava col piede; accanto, un bastone a gancio per afferrare i libri più alti senza scomodarsi: circostanze veramente strane per dipingere all'occhio degli esagerati, un Bruto ed un Timoleone moderno.
Qualche volta ad un rivolo agitato dal vento si accostava con una verga, e con gesti da mago scotendola sopra l'acqua la facea calmare, e agli attoniti filosofi spiegava ciò essere effetto di olio che da quella verga spargeva sull'onde. Qualch'altra pigliavasi la beffa di cotesti filosofi, contraffacendone le frasi o i paradossi; e a Morellet scriveva le lodi del vino: gli uomini prima di Noè nol conoscevano, e perciò traviarono; scoperto che fu, derivarono da esso le parole divino, divinità, indovinare, parole che, contro Gebelin, provano esser antico il francese; e con disegni mostrava che il fine era provvidenziale di Dio nel formar il gomito stato che l'uomo potesse bere il vino con maggior comodità, che non avrebbe fatto se più corto il braccio o più lungo.
Fin alla gloria, l'attrattiva più lusinghiera per le anime nobili, pareva egli indifferente; mentre i Parigini ne facevano l'idolo loro, egli si paragonava alla bambola, che i Parigini pettinavano, acconciavano, coronavano. Gente vogliosa di combattere per la causa repubblicana veniva offerirsegli, ed egli rideva di quell'entusiasmo, senza però lasciar scorgere che lo credeva inutile. Pei molti che gli domandavano lettere di raccomandazione pel suo paese, avea sbozzato questo formolario: — «Signore, il latore della presente, che viene in America, mi prega di dargli una commendatizia, benchè io non conosca nè lui nè il suo nome. In quanto spetta alla virtù e meriti suoi, vi rimetto a lui, che certo li conosce meglio di me. Del resto usategli tutte le pulizie che merita uno straniero ignoto, e tutti i favori di cui si mostrerà meritevole.»
Intanto però lo trovavano sempre colla generosità, col progresso. Parlasi dell'innesto del vajuolo? è de' primi a sostenerlo. Piantansi le patate? siede accanto di Parmentier al banchetto, non servito che di questi tuberi. Se Mesmer ostenta i suoi miracoli, egli è scelto a chiamarli alla prova dell'esperienza, e veda quanto debba attribuirsi all'influenza dell'immaginazione. Se Mongolfier fa i primi esperimenti d'aeronautica, egli vi assiste, e a quei che domandano «A che serve?» risponde: «A che serve il bambino appena nato?» A Voltaire, idolo del tempo, a Voltaire, rappresentante dello scetticismo metafisico-religioso, egli, rappresentante del genio pratico e dello spirito politico e morale, presenta il suo nipotino perchè il benedica, e quegli il fa, dicendo: — Dio e la libertà: ecco l'unica benedizione conveniente al nipote di Franklin.» Ma Voltaire credeva più alla libertà, o più a Dio?
Così condiscendendo altrui, qual meraviglia se ottiene gl'incensi universali? In una festa da ballo è scelta la più bella fra trecento donne, che sulla fronte del filosofo americano deponga una corona e un bacio; e dappertutto vedonsi i suoi ritratti, con quel verso famoso di Turgot, che parve così vero, benchè contenga due bugie:
Eripuit cælo fulmen, sceptrumque tyrannis.
Qui giace Franklin. Breve pietra accolse
Chi ai re lo scettro, a Giove il fulmin tolse.
Or tutto questo che serviva alla sua missione? Che serviva? Non v'ha egli detto che vuolsi apparenza e ancora apparenza? Il buon Luigi XVI non sapea che farne di questo re repubblicano, e dicono adoperasse il ritratto di lui ad un uso ingiurioso: ma dovette sorbirselo. La stessa figlia di Maria Teresa e sorella di Giuseppe II dovette chinar la fronte all'opinione così universale; e si trattò con Franklin come scienziato e come uomo, prima di riconoscerlo ambasciatore. Fu ben il miracolo della rupe di Mosè il vederlo, colle sole qualità personali, cavar alla Francia oberata tre milioni in prestito nel 1779, altrettanti nel 81, quattro nel seguente anno, oltre a sei di puro regalo datigli dal re.
Così la Francia favoriva l'americana libertà coll'entusiasmo con cui, poc'anni prima, correva a comprar azioni alla banca di Law, e pochi anni dopo a vedere tagliar teste; e la Corte, trascinata da illusioni generose, o spinta dall'opinione, intraprendeva una guerra, contraria non solo ai suoi sentimenti, ma a' suoi proprj interessi; scassinava l'autorità monarchica; preparava il fallimento nazionale. Ma intanto la causa della patria e della libertà trionfa; gli Stati Uniti d'America offrono un modello nuovo alla posterità; e quando Franklin torna di Francia (1785), chi potrà dire le feste con cui fu trionfalmente ricevuto in quella città, ove sessant'anni prima era entrato con una pagnotta per braccio ed una al dente?
Ivi egli continua al ben del paese. Propostasi la costituzione, dice: — Io l'adotto con tutti i suoi difetti, perchè credo ci bisogni un governo generale, e che non v'ha forma alcuna di governo che non possa essere un bene, se saviamente amministrata»; si applica a correggerla ed assodarla, secondo i consigli del tempo e dell'esperienza; e se questa gli mostra che errava nel pretendere l'unità del corpo legislativo, ei si ritratta, come già erasi ricreduto a proposito dell'elettricità vitrea e resinosa: quando parla ne' consigli, non disserta, ma ragiona: fonda una società, per migliorare la sorte dei carcerati, una per abolire la tratta degli schiavi; e per combattere le ragioni con cui altri la sostengono, egli manda fuori l'elogio del governo algerino e della pirateria: nuovo saggio di quell'arguta ironia alla socratica che spira in tutti i suoi scritti, e che non è intesa se non dove colti gli ingegni, fino il sentimento, esercitata la regione.
O Catoni suicidi; o Attici spiranti di volontaria fame, o Vespasiani volenti morir in piedi, traete ad osservare la morte dell'eroe moderno. Il 17 aprile 1790 vede, senza terrore e senza ostentazione, avvicinarsi il fine de' suoi ottantaquattr'anni, esclama, — Rifatemi il letto, ch'io muoja comodamente»; e spira.
Nel suo testamento lasciava capitali che, col tempo accumulandosi, servissero poi a grandi opere pubbliche; altre piccole somme da prestare, per ajutar i faticosi passi di chi comincia la carriera o vuol effettuare qualche nobile disegno; al generale Washington legava il suo bastone di pomo selvatico, migliore di uno scettro.
Addio dunque, eroi magnanimi e temuti; eroi della spada e della fierezza! Oggi sottentrano le classi laboriose, gli eroi mercadanti e calcolatori, e la sostanza e il positivo; e nuova età vi annunzia questa limpidissima intelligenza senza poesia, questa onestà senza elevatezza. Sceverati da tutte le illusioni il mondo e i mondani, le azioni e le credenze, Franklin volle di là dalla tomba prolungare l'attico sorriso, e al sepolcro suo destinò quest'epitafio da libraio:
IL CORPO
DI BENIAMINO FRANKLIN
STAMPATORE
COME LA COPERTA DI UN LIBRO VECCHIO
DA CUI SIENO STRAPPATI I FOGLI
E CANCELLATO TITOLO E DORATURE
QUI GIACE PREDA ALLE TIGNUOLE.
NÈ PERÒ L'OPERA ANDRÀ PERDUTA
MA RICOMPARIRÀ
SECONDO CREDEVA
IN UNA NUOVA EDIZIONE
RIVEDUTA E MIGLIORATA
DALL'AUTORE.
1836.
INDIGNARSI E SOCCOMBERE
PERSEVERARE E RIUSCIRE
E' fu già tempo... come direbbe un novelliere; oppure — C'era una volta... come cominciava nostra nonna le panzane, ci fu un giovane inglese, di nome Tommaso Chatterton, miracolo di precoce talento, che a 16 anni faceva versi come i migliori poeti. Vedendo che l'oscurità del suo nome mal serviva al bisogno ch'egli aveva di denaro o di gloria, finse avere scoperto poesie di antichi, e il mondo festeggiò quelle pubblicazioni come un tesoro trovato. Sì; ma intanto egli non guadagnava tampoco di che vivere; i libraj non volevano dargli commissioni, perchè non poteano annunziarle accompagnate da titoli O da un nome famigerato; qualche signore lo faceva scrivere, ma lo retribuiva così a miseria da non bastargli a mangiare; il ministero, povero lui se dovesse assistere tutti quelli che si credono genj! E l'età passava; e la gloria non veniva; e la donna ch'egli amava non poteva sperare di possederla. Nel dispetto del successo fallito, nella mortificazione della gloria mancatagli, perdè la speranza e si uccise.
Allora il mondo a compiangerlo, a raccorne ogni frammento, a deplorare un genio perduto; e Chatterton fu ricantato per tutto il mondo come un esempio de' patimenti del genio incompreso.
Di que' suoi compianti noi abbiamo in casa il riscontro nei desolati versi di Giacomo Leopardi e nei dispettosi di Ugo Foscolo; n'abbiamo la scimmieria in quegli autori d'articoli e d'opuscoli, davanti ai quali l'uomo studioso incrocia le braccia al petto e abbassa la testa esclamando: — Oh s'io sapessi la centesima parte di quel che costui crede sapere!» È ben ragione dunque che piangano i tristi compensi che dà il mondo alla tanto loro dottrina e trovino indegno che non si pensi a collocarli nel Pritaneo; e nutrirli alla greppia del pubblico bilancio, affinchè scrivano opuscoli e articoli di giornali.
Glorie d'Italia e dell'umanità, noi v'inchiniamo le ginocchia della mente: ma collochiamo fra le piaghe, piuttosto fra le cachessie del secolo, quel credersi gran cosa, quel lamentarsi sempre della società e imputarla di tutti i nostri mali: quel trovare da per tutto ingiusti ed egoisti; quella nessuna fermezza nel volere riparare ai proprii danni, quel vagolare in un amor febbrile che viene da eccitamento de' sensi e passa col soddisfarli; quella dissipazione negli studi; quelle precoci disillusioni; quella scarsa fede in Dio, nel prossimo, nella propria perseveranza.
Nè pensiamo adempia il dover suo la letteratura che mette l'uomo in faccia alle miserie sociali, e al proprio nulla; snervandolo coll'intenerirlo; sviluppandogli una falsa sensività; e fra questo incessante declamare che rivela la debolezza; fra tante ostentazioni di coraggio che attestano la paura, pensiamo ci bisogni qualcosa di tonico, e di mostrar l'uomo che lotta coi mali, che persevera, che riesce.
Nel paese stesso del povero Chatterton era nato Giorgio Crabbe, da un uomo da nulla, il quale in prima era vissuto coll'insegnare l'abbicì, poi ottenne una dispensa di sale, e al tenuissimo guadagno suppliva col pescare; ebbe sei altri figliuoli dopo Giorgio, il quale per tanto crebbe in mezzo alle privazioni e agli stenti fra pescatori e contrabbandieri e grascini, e gente abbandonata a istinti brutali.
Suo padre lo menava alla pesca? non poteva addestrarlo nè a tendere le nasse, nè a raccorle, nè a remare, onde s'indispettiva e gli diceva: — Bestione non sarai buono a nulla.» Ma quando la sera egli si raccoglieva attorno i sette figliuoli e tirando a mano alcuni de' libri di quand'era maestro, leggeva qualche storiella, delle poesiette religiose, un racconto biblico, Giorgio non batteva palpebra, non perdeva una parola, capiva tutto, e il ruminava nella notte, e non davasi pace finchè non sapesse ripetere quella storia, e recitare a memoria quei versi.
Pertanto suo padre lo pose a scuola, e n'avea stupende informazioni; ma la spesa era forte; e prima de' 14 anni dovette ritirarselo in casa. Se Giorgio ne fu scontento vel lascio pensare; non però cadde nello scoraggiamento che svoglia dall'azione; anzi ajutava suo padre nell'umile impieghetto, e il tempo che anche troppo gli avanzava occupava a legger quanti libri potesse trovare nel villaggio, a vagare lungo la spiaggia, e da marinaj, da pescatori, da naufraghi farsi raccontare storielle, costumi avventure, e formarsene tesoro nella mente.
Vedendolo letterato, suo padre lo destinò alla professione più letterata d'un villaggio, quella di speziale, unita, come suole in campagna, a un po' di chirurgo. Crabbe v'aveva tutt'altro che inclinazione, ma vi si rassegnò, e ne' cinque anni di pratica cercò svago in uno studio, consono eppure più omogeneo quello della botanica.
Non dee mancar mai un amore nella storia d'un giovane; e Crabbe s'invaghì di Sara Elmy, orfana povera raccolta, da un ricco zio; e da lei furono inspirati i primi suoi carmi. Coi quali fattosi qualche nome nel contorno, non però fortuna, a 21 anno passò a Londra onde impratichirsi negli spedali; ma ben presto gli venne meno il danaro, e dovè tornare al natio villaggio. Là aveva un nidio di parenti, tutti poveri; e correano a lui a cercargli un consulto, una medicina, un'operazione: ma il pagamento era un grazie, come si suole tra parenti; gli altri compaesani che il vedeano erborizzare, volevate che gli pagassero i succhi che estraeva da erbe comuni? Restava adunque sempre in lotta colla miseria; e quel ch'è peggio in lotta colla propria coscienza, ben egli conoscendo di non avere nè sufficienti studj, nè pratica, nè franchezza quanta voleasi per operare sui proprj simili, e salvar le vite. D'altra parte Sara ricambiava l'amor di lui; ma ragionevolmente pensando ch'è follia e quasi colpa il matrimonio senza i mezzi necessari, protestava non lo sposerebbe finchè non avesse uno stato; ed egli nei cassetti non vedea crescersi se non i componimenti in versi, dettatigli dal cuore e dalla ammirazione de' classici; e li credea belli, e belli erano, ma nessuno li conosceva, nessuno li pagava.
Diveniva dunque un valoroso poeta, un esperto botanico; ma di speziale e di chirurgo andava sempre alla peggio; nè vedeva avvicinarsi quell'indipendenza, che è prima necessità del genio. E coi tormenti del genio si struggeva; s'ammalava come Chatterton; ma lo sosteneva la fede in sè e in Dio. E l'ultimo giorno del 1779 scriveva sul suo giornale:
— Quest'anno di afflizioni, di pene, di povertà, di svilimento, di disinganno, di disgrazie, finisce, e va a raggiungere l'eternità. Signore, ten prego, ricorda i miei patimenti e le preghiere mie; dimentica i falli e le follie. Tu, sorgente di felicità, dammi maggior sommessione al tuo volere, maggior docilità a reprimere le vanitose mie speranze, maggior coraggio a sopportare la mia oppressione. L'anno che cadde non sia per me un tormento; quel che nasce non gli rassomigli: però la tua volontà si faccia e non la mia».
E l'ultimo giorno del 1779 scriveva sul suo giornale: ... (Pag. 209).
E risolse di tornare a Londra a cercarvi il pane inacetito di letterato. Trovò (e questa fu una prima e grande fortuna) trovò a prestito 3000 lire, con metà delle quali, spense i piccoli suoi debiti, e s'imbarcò per Londra coll'astuccio dei ferri chirurgici, un fascio di manoscritti, un valigiotto e 1500 lire, avventurandosi in una città immensa, senza un amico, ma colla gioventù e la speranza, e colla consolazione che non correva più rischio di storpiare qualche malato.
E subito si dà alla poesia, sua vocazione prepotente; a forbire i versi precedenti per la stampa, a farne dì nuovi, persuaso che valessero tesori, come tutti crediamo delle nostre produzioni. Ma de' librai, uno gli dice: «Siete troppo giovane, maturate un pochino;» e l'altro a «Eh, il pubblico non sa che farne di versi;» un terzo: «Che? i tempi tirano ad altro che a libri.» Crabbe non si dispera; non si svelenisce contro i tempi, la società, la fortuna, e persuadendosi che ne vada la colpa alla poca perfezione de' suoi componimenti, si ostina a migliorarli, ma ahimè! per subire nuovi rifiuti. Finalmente un libraio stampa un suo poemetto anonimo, e due tre giornali, ne parlano con lode; ma che? il libraio fallisce prima d'avergli pagato pur un soldo.
E Sara? — Nel partire gli aveva detto come tutte: — Scrivimi spesso», ma poi pensando alla posta che allora costava carissima, si fece promettere solo qualche lettera di tanto in tanto, ma che notasse nel suo giornale le impressioni di ciascun giorno. E quel giornale ci restò, cara rivelazione di un'anima non vulgare, in conflitto colle difficoltà esterno, senza fiaccarsi, e appoggiandosi all'amore e alla fede. La sua miseria cresceva ogni dì; ogni dì le sue apprensioni; eppure egli ha il coraggio di celiare or sull'abito suo unico per la festa e pei giorni di lavoro; or sui bottoni che v'attacca, o sui pottinicci che vi fa nel rammendarlo. Gli editori non vogliono stampargli? i ricchi non riscontrano alle sue lettere? il posto ch'e' sollecita è già occupato? Egli se ne consola, che sarà per lo meglio; che Dio vuol provarlo, e intanto migliorerà i suoi versi, e l'amica sarà più contenta di lui.
— Quale giornata di timore e d'aspettanza sarà domani! Sara, le speranze dileguano, e non vedo che il lato nero. Due volte, anzi tre in un mese ho fatto un buco nell'acqua. Se avessi un'altra lira, mangerei volentieri qualcosa stassera per cacciare i pensieri sinistri, ma son costretto economizzare quest'unica che ho, per la speranza d'avere domani a pagare una lettera. Come sarò ricevuto? Il peggio ch'io possa aspettarmi è di vedermi restituito il mio libro dal servidore senz'altro: il men peggio è di udire un rifiuto polito. Ipotesi dolorose tutt'e due!»
Chi conosce l'alternar delle fidanze e degli sconforti in chi è alle prese colle difficoltà, non può non affezionarsi a questo nobile soffrente. E a volte a volte espone le sue angustie all'amica, come Foscolo alla Donna Gentile; ma con ben altra nobiltà e colla sola superbia della rassegnazione. Colla quale, sempre senza appoggi, cervava consolazione nel legger Tibullo, Orazio, Dryden, e far qualche passeggiata lungo il Tamigi, per quanto le mal nutrite forze gli permetteano. Perocchè, nella gran città di Londra molti sono che muojono a' pie' dei palazzi, ove un lord muore di replesione, o s'attedia per non saper come spendere dieci milioni d'entrata annua; o davanti ai magazzini dove si fanno affari per dugento milioni l'anno. E Crabbe la soffriva come Chatterton; ma si rassegnava con Dio, col pensiero di Sara, co' suoi libri.
Oh! sicuramente l'età nostra, tutta positività e numeri, è poco fatta per compassionare un poeta, il quale sente in sè la favilla del genio; e come il baco venuto a maturanza, dee metter fuori il nobile filo che vestirà il re, e gli altari; perchè non si mette a lavori che acquistino pane, che importerebbe se Paganini si fosse fatto calzolajo, o Duprè muratore, o Manzoni impiegato al lotto?
Eppure anche al material vedere d'oggidì si cerca tanto il piacere, e nella fisiologia di questo avran sempre parte primaria gli intellettuali. Una grande nazione poi non vive di solo pane, e la Germania e la Spagna e l'Italia si ringrandiscono dei nomi di Göthe, di Calderon, di Dante, quanto di qualsiasi altra gloria o potenza. Da ciò il dovere dei governanti di favorire i buoni ingegni, non dico gli intriganti e i sollecitatori di impieghi e di pensioni, cui unico titolo è l'alta opinione che hanno di sè stessi.
E Crabbe la pensava così, e diresse varie epistole a lord Nord e ad altri ministri, e massime a lord Turlow, ricordando come il proteggere le lettere fosse sempre stato uffizio del gran cancelliere d'Inghilterra; ma queste gli rispose: «Scusate, ma le occupazioni non mi lasciano tempo di legger versi.» E per verità poco glie ne lasciavano la guerra allor calda contro le colonie ribelli d'America, lo scontento della plebe di Londra, le finanze scarmigliate, gli attacchi rabbiosi dell'opposizione. In questa primeggiava il famoso Burke, e a lui mandò Crabbe una lettera chiedendo, come voleva il Parini
onorato e parco
Con fronte liberal che l'alma pinga.
Come uscirà il nuovo tentativo? Sarà vano l'appello alla generosità anche di questo? Domani gli sarà reso il suo manoscritto da un servo col solito complimento che si fa al pitocco: — Andate in pace?» Quest'incertezza dovette agitare i sonni di Crabbe, metterlo in convulsione al domani mentre avviavasi al palazzo di quello; e traversando il Tamigi, guardò giù dal parapetto, ricordandosi di Chatterton, di cui allora appunto avea conosciuto la miserabile fine; e riflettendo che la vita sua dipendeva dal capriccio, da una buona notte, da una cattiva digestione d'uno sconosciuto. Oh, certo allora, pensando al suo villaggio,
Pianse i riposi di quell'umil vita
E sospirò la sua perduta pace,
e disse, — Oh fossi rimasto colà chirurgo, soffocando questa
Qual sia favilla che mia mente alluma».
Pure la disperazione è il peggior oltraggio che l'uomo possa fare alla Divinità, che lo gettò fra i triboli dicendo, — Soffri e progredisci.» Ma Burke accolse il poeta: gli parlò con quella benevolenza che costa sì poco ai fortunati del secolo, e tanto giova agli sfortunati; e Crabbe gli aperse il cuore, gli narrò quell'infanzia sua deserta, quell'istruzione incompleta, quelle lotte contro una professione ingrata, quelle lusinghe d'un amore virtuoso: e in tutto ponea tanta sincerità, tanta onorata delicatezza, che Burke se ne sentì preso, e raccontandolo ad un amico dicevagli un poco aristocraticamente: — Questo garzone ha i sentimenti d'un gentiluomo.»
Quanto meglio avrebbe detto d'un galantuomo! ma invece di stiticarne la parola, lodiamolo dell'averselo preso in casa e a tavola, quasi un figliuolo; e benchè assorto nelle lotte parlamentari, trovò tempo di leggere i manoscritti di esso, farne una scelta rigorosa, poi presentarlo ad un librajo garantendo le spese di stampa. Il merito de' versi e, diciamola, l'appoggio dell'insegne oratore, procacciarono a Crabbe le lodi di qualche giornalista, di che egli non inorgoglì per addormentarsi nella mediocrità, ma s'affidò per far meglio. Insomma il primo passo era fatto; nè noi vogliam raccontare la vita di Crabbe. Tanto più ch'egli non risultò un Omero o uno Shakespeare; buon poeta, ma nemmeno pari ad altri del tempo, quali un Cooper, un Wordsworth.
Vanto e pretensione di lui era ritrar al vero — Vieni, bella Verità; mostrami i caratteri ch'io dipingo, chiaro come li vedi tu; rivelamene qualità e difetti, sicchè io possa dire, Essere fragile, osserva qual tu sei, e ch'io possa leggere a nudo sin in fondo al cuor umano.»
Avrebbe con ciò esclusa la facoltà che alcuno dice primaria della poesia, l'immaginazione, se non si sapesse quanta se ne richiede per vedere e conoscere la verità; e come l'invenzione stia nell'ingrandire ed abbellire il vero.
Il suo Villaggio non è un idillio di Titiri e Mirtilli, ma la pittura della vita campestre qual è, coi suoi dolori e le sue traversìe, e col merito di superarli o sostenerli; ove il sole e il vento han tutt'altro che bellezza e frescura; ove la incessante fatica dei campi dà altra voglia che di pigliar l'opaca frescura sotto patuli faggi; nè i canti di coloro che dalla città o dalle corti celebrano tre e quattro volte beati i pastori, alleviano la scarsezza di pane, e il freddo e il fumo delle afose capanne. Crabbe ritrae la grossolanità e le miserie del contadino, l'abbandono del malato sul suo pagliariccio, l'indifferenza del suo funerale, dopo una vecchiaja che s'accorge d'essere tutta a carico della famiglia; e la fedeltà di quei quadri attinge alla poesia, perchè sempre ne traspira l'affetto.
Nel Registro parrocchiale scorre i libri di battesimo, di matrimonio e di morte del suo paterno paesello, a ogni nome che incontra racconta una storiella di villaggio, dipingendo un carattere, una vicenda: cornice elastica ove entrano episodj senza fine.
Altrettanto elastico è quello del Borgo, serie di lettere, ciascuna delle quali descrive uno degli elementi di cui si compone un borgo; la chiesa e i suoi addetti; le varie professioni; i convegni, le cause pie, le osterie, la scuola, la carcere, i mestieri.
Questa successione di quadri senza legame appare anche nelle altre composizioni di lui; quadri della vita domestica e reale, adatti a un tempo quando dalla vita aristocratica l'attenzione e l'importanza si ritorceano su quella delle classi medie.
Non sarà difficile indovinare che, pur cercando il vero, Crabbe vide gli uomini piuttosto in bruno, e nelle storie espose sempre qualche catastrofe. Il patetico lo governa il più delle volte, e alcuna sino a far sanguinare i cuori; e l'emozione che eccita il fece da molti collocar fra i primarj scrittori d'Inghilterra, benchè realmente sia più adatto a quei pochi che possono apprezzare le delicatezze dell'arte e la finitezza delle particolarità. Perciò, se non ottenne quel ch'è merito supremo, la popolarità, nessun altro autore moderno trovò tanto posto nelle antologie e nei pezzi scelti; talmente quei suoi brani sono finiti col fiato, e possono stare a sè come operette compiute.
Ma che vo io qui assumendo linguaggio di critico? I grand'uomini, gl'insigni scrittori non leggeranno questa pagina, non ha bisogno di tali esempj; forse l'avrà qualche animo giovane, che nel barcollamento de' primi passi tende la mano, e non trova che un'altra gliene stende.
Il gran cancelliere Thurlow, quando il vide famoso, invitò Crabbe, gli fece scuse d'averlo trascurato, e gli fece aggradire un viglietto di 2000 sterline. Il Crabbe ne distribuì gran parte a poveri studenti che aveva conosciuti ne' momenti peggiori; e anche più tardi non capitava mai a Londra senza informarsi se qualche giovane volenteroso si trovasse alle strette. Conscio di tali patimenti, voleva mitigarli, e sdebitarsi verso la provvidenza dei soccorsi ottenuti.
Non crediate ch'e' s'ostinasse solo a far versi. Entrò ecclesiastico; fu cappellano del duca di Rutland; delle mortificazioni che accompagnano l'uom di talento nella casa del ricco inghiottì la sua parte e la espresse nel sermone Il protettore. Cercò quindi modo a sottrarsene, e avuto un sufficiente benefizio, sposò la sua Sara, e non che mettere il mondo alla confidenza di tutti i versi che componeva, dai 30 ai 52 anni, dal 1785 al 1807, l'età migliore, non pubblicò nulla di letterario. Nè del letterato avea l'ambizione o la vanità; erasi coll'ingegno sottratto alla miseria; dopo 12 anni di prove avea sposato la donna del suo cuore; or badava alla sua parrocchia, senza dimenticare d'essere stato medico; allevava al bene i suoi figliuoli, il che aprivagli occasione d'educare sè stesso; dalla botanica cercava distrazione scientifica; nè però abbandonava la Musa, pago di farne giudicare i parti dalla moglie e da qualche amico. Più d'una volta fu sul punto di pubblicar qualche opera; ma ai riflessi dell'editore (notate bene che gli editori inglesi leggono o fan leggere le opere che s'accingono a pubblicare) ne ripigliò l'esame, e il risultato fu di buttarle al fuoco. Solo per istanza dell'illustre ministro Fox, e dopo che questo l'ebbe letto e corretto, pubblicò il Registro parrocchiale che dicemmo, opera lodatissima, come poi il Borgo uscito nel 1810.
Affeddiddio, le compiacenze letterarie son troppo scarso compenso per gli affanni domestici; e se repudiamo la grossolanità di Voltaire, che diceva darebbe tutta la gloria per una buona digestione, siamo certi che i più vantati scrittori cederebbero ogni loro vanto, e i titoli, e fin le laudi dei giornalisti per una buona moglie, un buon figliuolo, un amico provato: dirò di più, per un poco di pace. Crabbe ne' tardi anni provò ancora i dolori, e quali! Di sette figliuoli, cinque perdè; e Sara, men rassegnata e più appassionata di lui, n'ebbe diroccata la salute, onde tra affezioni nervose trascinò misera vita sino al 1813. Crabbe fu per morirle dietro, poi si rassegnò alla vita e alla panacea del tempo: e cercato a gara dopo che fu celebre nelle case aristocratiche che l'aveano respinto quand'era bisognoso, invecchiò tranquillo tra i figli de' figli, tra le lodi di lord Grey, di Canning, di Moore, di Walter Scott, di Jeffrey, di Gifford, di altri critici sottili, e morì nel 1832 a 78 anni. E se gli encomj all'illustre poeta si ripeterono per un mese sui giornali e le riviste, rimarrà perenne la lode che lo presenta come specchio del letterato dabbene.
E qui non so resistere alla tentazione di esibir un altro esempio inglese di quella perseveranza che riesce. Fu famoso ai dì nostri Guglielmo Cobbet per potenza politica, e molti avranno letto i suoi Avvisi ai giovani. Or egli racconta di sè: — Ero un povero soldato che guadagnava 12 soldi il giorno, quando da solo imparai a leggere e scrivere bene la mia lingua. Chi voglia imparare non ha bisogno nè di scuola, nè di camera, nè di spese; il mio lettuccio mi serviva di sedia, il saccone da leggio, un'assa da tavolino. Per comprare candele ed olio non avevo denari; ma l'inverno studiavo accanto al fuoco, e al lume di questo; e sì che non potevo accostarmivi che alla mia volta. Se un giovane senza parenti, nè amici, nè fortuna, nè educazione, ha potuto in capo a un anno, e pur facendo il tristo mestiere di soldato, venir a capo d'altrettanto, quale scusa avrà chi in qualsiasi circostanza, sotto qualsivoglia giogo, rimarrà ignorante e povero?
«Per comprare una penna o un foglio di carta ero costretto privarmi di parte del nutrimento, per quanto avessi fame. Non un momento avevo tutto a me; bisognava leggere e scrivere in mezzo ai soldati, che ridevano, canticchiavano, zuffolavano, e che nelle ore di ricreazione sono tutt'altro che decenti e quieti. Non beffate il quattrino che davo per comprar la penna o la carta e l'inchiostro, per me era una somma, una somma grossa. Ero gagliardo, pien di salute; facevo grand'esercizio; pagato il rancio, mi restavano appena quattro soldi la settimana. Mi ricorderò sempre che un giorno, dopo tutte le spese occorrenti, mi avanzò un soldo, il venerdì sera, e lo destinavo a comprar un'aringa per la modesta mia colazione del domani; il resto se l'erano divorato penna, carta e inchiostro. Mi svesto: Oh Dio! nel mettermi a letto, affamato a segno che avevo bisogno di tutto il mio coraggio per impor silenzio all'appetito, scopro di aver perduto il mio soldo, il mio tesoro. Nascosi la testa sotto il miserabile coltrone, e piansi come un ragazzo. Lo ripeto: se fra tali strettezze io giunsi a qualche cosa, qual v'ha giovane che, leggendo ciò, non avrebbe vergogna di pretendere che le circostanze abbiano contrariato la sua educazione, e siagli mancato il tempo d'imparare?»
Così Cobbet; e noi vorremmo che coloro i quali superarono penosamente i primi passi, od ebbero più ispidi sterpi a sbroncare, più scoscesi burroni a superare, lasciando molti brani del pelo e della pelle a quei sassi, a quei vepri, raccontassero le vinte scabrezze ai giovani, e colle severe prospettive delle difficoltà gli animassero a lottare, a non credere che per agevole pendio fiorito, e tra le carezze d'una madre, le lusinghe d'un'amante, le connivenze de' giornalisti condiscepoli, si giunga alla vicina meta, al meritato riposo; e mostrando que' tanti che soccombono sulla via, e che al principio di essa o si prostrano scoraggiati, o siedono svigoriti, o sviano distratti, ripetessero a tutt'uomo che bisogna perseverare, e non isgomentandosi degli inciampi e neppure delle cadute, ripigliar lena, e marciar più risolutamente appoggiandosi alla propria costanza, chiudendo le orecchie ai canti lusinghieri come ai fischi villani; non accasciandosi nel dubbio, non indispettendosi alla minutezza delle particolarità, non irritandosi contro i colpi di spillo che ci danno gli amici, più penosi che i colpi di coltello dati dai nemici, non offuscando l'occhio colle lagrime, ma tenendolo fisso a una meta sempre più elevata.
L'ULTIMO DEGLI HOHENSTAUFEN
Milleducento cinquantotto appunto
S'incarteggiava allor che Corradino
Tradito fu, e per Carlo defunto.
Dittamondo.
La melanconia che s'attacca sempre al ricordo delle dinastie perite, massime se raccomandate dal coraggio e dalla sventura, spinse un'infinità di giovani letterati a cavare una tragedia od un romanzo dalla morte di Corradino, ultimo degli Hohenstaufen. E un romanzo veramente è il racconto che sogliono farne gli storici usuali, che, contraddetti invano dal buon senso vecchio e dai documenti nuovi, si ostinano a narrare il passato per via di luoghi comuni e di aneddoti convenzionali. Tentiamo di restituire quel fatto, all'appoggio di testimonianze o nuove o non comuni.