Precedenti.

La casa di Hohenstaufen, primeggiante fra quelle di Svevia, competè all'impero romano germanico coi duchi di Franconia e di Sassonia, e lo ottenne nella persona di Federico Barbarossa, uno degli eroi più insigni del medioevo, ancora vivo nelle tradizioni tedesche con quanto v'ha di prode e di generoso; e che, dopo rimesso l'ordine fra i contrastanti baroni dell'impero, andò a morire crociato in Palestina. Il suo nome ha suono ben diverso fra noi italiani, che ricordiamo come volle qui comprimere il movimento municipale, che avviavasi a repubblica; quel movimento che rinnovò la civiltà del nostro paese, e ne diede l'esempio agli altri. Federico si propose di rimettere al freno le nostre città, di piantarvi come diritto l'assoluta volontà del capo, ed ebbe il torto di adoprare mezzi feroci e di non riuscire; laonde l'odio nazionale lo marchiò fra coloro che soffocano un germe quando n'è inevitabile lo sviluppo; respingono verso il passato, invece di avviare all'avvenire.

I Lombardi principalmente serbano abbominio alla memoria di lui, mentre insuperbiscono della Lega Lombarda che avevano formata per resistergli. E sebbene, nella pace di Costanza, lo vedessero scendere con loro ad un accordo, che ne riconosceva l'indipendenza nazionale, stettero sempre in gelosia de' successori di essi, e s'attennero alla parte Guelfa. Questa parte (denominata dai signori Guelfi di Baviera, avversi agli Hohenstaufen e ai fautori di questi ch'erano chiamati Ghibellini dal costoro castello di Weiblingen) rappresentava l'anelito dell'indipendenza, sotto la supremazia papale, mentre i Ghibellini avrebbero amato un governo forte e uno, e perciò la sovranità imperiale. Le due fazioni si spiegarono maggiormente alla morte del Barbarossa; e alla Guelfa acquistò fautori l'indegnità del figlio di lui, l'imperatore Enrico VI. Questi s'appoggiava tutto sulle sue armi, ultima ragione di chi non n'ha alcuna buona; e menò guerre incessanti contro questa povera Italia, per mozzarne la libertà, che da suo padre s'erano fatta garentire. Ma alla prevalenza imperiale avevano fatto sempre contrasto le repubbliche lombarde, i pontefici e i Normanni. Le repubbliche avevano provato la nobile compiacenza del governare i proprj interessi; e venute con ciò ad uno sviluppo stupendo d'intelligenza e di ricchezza, non erano disposte a tornare a un giogo avvilente. I papi sentivano che all'indipendenza del loro potere era necessaria l'indipendenza anche delle Due Sicilie, e perciò mal soffrivano che alcun straniero vi piantasse un dominio, il quale eccedesse que' limiti della supremazia tra sacra e guerresca, quell'accordo tra Chiesa e Stato, ch'erasi combinato dalla creazione del Sacro Romano Impero. Nell'Italia meridionale poi si erano stabiliti i Normanni, e occupate le Due Sicilie, ne formarono un regno, che controbilanciava qualunque potenza avesse voluto prevalere nella settentrionale; ligi ai papi senza pregiudizio della propria autonomia, e disposti a sostenerli qualunque volta venivano a cozzo coll'imperatore e coi Ghibellini.

Supremo intento di chi volesse togliere l'indipendenza all'Italia, doveva esser dunque l'acquisto delle Due Sicilie; quanto alla potenza papale, essa non fu mai considerata come un ostacolo serio dai conquistatori di quel paese.

Enrico VI aveva sposato Costanza, ultima erede dei re normanni, talchè si trovò re anche delle Due Sicilie; ma da tal fatto, che pareva consolidarla, venne la ruina della casa d'Hohenstaufen. Enrico tiranneggiò insanamente i Siciliani, calpestando i privilegi e le consuetudini, talchè non lasciò che odio in eredità al bambino suo, che fu Federico II. Quest'uomo, uno de' più illustri del medioevo, disgustò i Tedeschi perchè mostrava prediligere il suo regno in Italia; disgustò gli Italiani perchè cercò di mozzarne le libertà, sostenendo da per tutto i tiranni ghibellini; lottò tutta la vita coi papi, e mentre (come il cronista Salimbeni dice) sarebbe stato senza pari sulla terra se avesse amato l'anima sua, mori senza aver nulla consolidato.

Suo figlio Corrado IV, imperatore contrastato, venuto in Italia per farsi valere, vi trovò la morte, dissero accelerata dal fratel suo naturale Manfredi, il quale allora si fece re della Sicilia, a scapito di Corradino figliuolo dell'estinto. I pontefici, ch'erano riconosciuti signori supremi di quel regno, non potendo altrimenti reprimere la tirannide dell'usurpatore, ne trasferirono la corona in Carlo d'Angiò, il quale, sostenuti da essi papi, e dai Guelfi, venne, vinse in battaglia Manfredi, e occupò il regno. Ma (caso troppo consueto) ben tosto si mostrò per nulla migliore di coloro che aveva cacciati: sicchè quei troppi che si lasciano lusingare a promesse di liberatori, e che perciò si trovano spesso delusi, mutarono in compassione e ribrama l'esecrazione che pur dianzi avevano per la casa Sveva.

Il volgo

Sempre il signor che più non ha vorria.