Corradino — Sue speranze.
Il 25 marzo 1252, da Corrado IV e da Elisabetta di Baviera era nato Corradino; bellissimo di sua persona (pulcherrimus), letterato sicchè ben si esprimeva in latino, mentre in tedesco componeva poesie, che otteneano lode fra quelle dei Minnesingeri. Suo padre morendo l'aveva affidato alla tutela, non dello zio Manfredi di cui sospettava, ma di Bertoldo di Hohenburg, signore bavarese, il quale però vedendo i Siciliani mal intalentati verso di lui straniero, rimise la reggenza a Manfredi, che, come dicemmo ne usurpò il dominio. Corradino era stato allevato presso il duca Lodovico di Baviera, sotto le sollecite cure d'una madre, che all'affetto univa pure le indomite speranze di chi, accostate le labbra al potere, non sa più cessarne la sete: e, come a tutte le grandezze scoronate, gli stava dintorno una turba di persone, che ne esageravano i diritti e ne esaltavano le speranze: e i fuorusciti, perpetui sommovitori dello stagno ove confidano il pescare, e i malcontenti de' paesi dominati da' suoi padri, lo circondavano di quella nebbia d'incensi, che toglie di veder la situazione e di calcolare al vero i mezzi e la probabilità.
Al giovinetto, allora appena di quindici anni e mezzo, entrò facilmente il concetto che l'Italia aspirasse solo all'occasione di liberarsi dai Guelfi, dai papi, dagli Angioini, e l'occasione aspettata fosse lo sventolare dello stendardo svevo: certo lo ajuterebbero i tanti beneficati dal padre e dall'avo suo, e che egli (giovane com'era) confidava fedeli alla sventura. D'altra parte i Tedeschi lo rimproveravano di neghittoso, e cantavano canzoni contro di lui[14] perchè si rassegnava alla perdita dei diritti paterni.
Coll'ardore d'un giovane e la cecità d'un pretendente, mosse egli dunque verso l'Italia, per quanto sua madre lo dissuadesse; i duchi di Baviera suoi zii lo accompagnarono per Trento fin a Verona coi loro feudatarj, ma poichè a lui venne meno il denaro da pagare quei 10,000 uomini, essi tornarono indietro, eccetto 3000 ch'egli potè ritenere, impegnando il proprio patrimonio. Che importa? I Ghibellini di tutta Italia, i malcontenti del regno di Sicilia gli largheggiavano promesse, merce di poco costo; uomini e denari affluirebbero. I Lucchesi aveano mandato a sollecitare la madre di lui: i Fiorentini vi spedirono Bonaccorso Bellincioni degli Adimari e Simone Donati, cavalieri d'alto credito, i quali dall'andata loro riportarono larghe promesse e una mantellina foderata da vajo che usava portare Corradino, la quale i Lucchesi esposero in San Fridiano e «non altrimenti vi traevano le genti a vederla, che se qualche solenne e celebrata reliquia fosse stata.»[15] Il solo Manfredo Malatesta, signore napoletano, gli aveva assicurato 16,000 oncie d'oro e 1000 cavalieri stipendiati. È ben vero che nè uomini nè danaro comparivano;[16] ma intanto Corradino componeva manifesti, arma di chi è debole nelle altre, e lamentavasi di Roma «che lo odiava a segno di non volerlo pur vivo;» e vantava la magnifica sua stirpe, che sì lungamente imperò, e dalla quale egli non voleva esser degenere; e dicevasi eletto e creato alla sublimità dell'impero, al quale aspirava calcando le orme dei suoi progenitori.[17] Forse all'infelice giovinetto aveano lasciato supporre ch'egli avesse alcun diritto ereditario alla corona imperiale, mentre essa liberamente attribuivasi dagli elettori.
Con lui veniva un altro giovane spossessato, Federico di Baden, a cui il ducato d'Austria era stato tolto dal re di Boemia Ottocaro; sicchè, legato a Corradino da parentela e da conformità di sventure, veniva ajutarlo a recuperar il retaggio d'Italia, sinchè giungesse l'ora di racquistare egli pure il suo. Giovani infelici, entrambi non acquisterebbero che il patibolo.
Giunsero a Pavia, città fedele agl'imperiali per opposizione alla sempre guelfa Milano; ed evitando le altre città lombarde, avverse a quel partito, e secondati dai tirannetti che speravano rialzarsi, varcarono i gioghi liguri; e ad un piccolo porto presso Savona trovarono galee della Repubblica Pisana, che li trasportarono a Pisa, città commerciante, che, come la moderna Inghilterra, avea promesse o almeno ricovero per chiunque gliene pagasse: e che al pretendente allestì ventiquattro galee, colle quali, presso Melazzo, dissipò un'armata assai maggiore di Provenzali e Messinesi.
Sedeva pontefice Clemente IV, di nazione francese e perciò propenso a Carlo d'Angiò: oltrechè si era indignato alle pretensioni del giovinetto, che mostrava aspirare a congiunger l'impero colla corona di Sicilia; e poichè su questa era riconosciuta la supremazia della Santa Sede, nell'ottava di San Martino del 1247 dichiarò scomunicato Corradino[18]. Trista mescolanza delle armi spirituali cogl'interessi mondani, ma conforme alle idee del tempo. Chiamato poi in congresso Carlò d'Angiò, da Viterbo, ai 12 aprile dell'anno seguente, proferì proscritto Corradino co' suoi aderenti, e decaduto non solo da qualsifosse diritto sopra il regno di Sicilia, ma anche sopra il ducato di Svevia e sopra l'ideale reame di Gerusalemme, ignobilmente insultando a questo reatino, uscito dalla razza velenosa del tortuoso serpente che, aspirando all'esterminio della romana madre Chiesa, col suo fiato appesta i paesi di Toscana, e manda traditori nelle diverse città dell'impero vacante e del nostro regno di Sicilia[19].
Queste parole già fanno intendere come fautori non mancassero al pretendente: chè mai non fu difficile, massime in regno nuovo, il trovare partigiani a chiunque sorga a sommuovere. I baroni, che in Lombardia e in Toscana tenevano i feudi dell'impero, e all'ombra di questo aveano esercitato la tirannia, bramavano veder un nuovo imperatore, e massime un imperatore giovane e fiacco, sotto il cui nome mantellassero le superbe lor voglie. I Ghibellini, depressi in ogni parte, rialzarono la testa. A Roma sovratutto, sempre riottosa al dominio papale, parteggiava apertamente pel giovinetto, ed Enrico di Castiglia, che n'era stato eletto poc'anzi senatore da Carlo, or, disgustato di questo, mandava a Corradino invitandolo a venire, proferendogli la propria spada e un corpo di combattenti.