Realtà e sconfitta.
Con sì fauste lusinghe Corradino mosse da Pisa; mal accolto dai Fiorentini, malgrado le promesse traversò Siena, città a lui devota, che gli diede centomila fiorini d'oro[20], e che, al primo successo ch'egli ottenne al Pontavalle nel Valdarno Superiore, menò tripudj vivissimi e distrusse case e torri di Guelfi e il palazzo de' Tolomei, levandone 13 colonne colle basi e i capitelli[21]. Corradino spiegò le sue bandiere sotto alle mura di Viterbo, nelle quali stava ricoverato il pontefice, profugo da Roma. Ancora una volta dunque il vessillo ghibellino sventolava minaccioso al capo della Chiesa; e i cardinali, gente d'altro che da eserciti, ne impallidivano; ma il papa disse loro: non vi metta paura questo giovane, trascinato dai malvagi come una pecora al macello, e non meno tranquillamente celebrò la solennità della Pentecoste.
I Romani festeggiarono Corradino col tripudio di un popolo che ha bisogno dello spettacolo, e coll'antica e nuova storditaggine di chi spera sempre la liberazione dallo straniero; il terreno coperto di abiti e di stoffe, le vie parate di ricchi tappeti, di pelliccie, di drappi di seta e d'oro, e tese di corde, alle quali ciascuno avea sospeso quel che di più vistoso avesse in fatto di vesti, di armi, di galanterie; e da per tutto suon di tamburi, di viole, di pifferi, e cori allegramente cantanti[22].
È sì facile anche ad uomini assodati da lunga esperienza il lasciarsi inebbriare da applausi che crede aver meritati o spera giustificare! Corradino, gridato liberator del popolo, spada d'Italia, e quegli altri titoli che d'età in età sono echeggiati dal vulgo di piazza e di gabinetto, salì al Campidoglio, e fece al popolo romano un discorso, ove il popolo romano avrà trovato tutte le bellezze di sentimento e di forma, perchè v'era adulato. Gridi, urla di gioja, strepitosi viva risposero, facendo risuonare i sette colli, e in poesia e in prosa si inneggiò al legittimo successore di tanti Cesari.
Di quante speranze non dovea colmarsi il giovane Svevo: con quanta dolcezza ripensar all'esultanza di sua madre e della sua fidanzata! non levavano esse ogni giorno le mani al cielo per la prosperità di lui? In ciò fidando, ai 18 agosto mosse per Tivoli e Vicovaro, onde penetrare negli Abruzzi, sia per evitare a' suoi Tedeschi l'arsura de' giorni canicolari, sia per avervi abbondanza di carne e d'acqua: oltrechè quei monti erano opportunissimi ad accamparvisi e vi verrebbero a raggiungerlo tutti i partigiani suoi del regno, e principalmente i Pagani di Lucera, come chiamavasi una colonia di Saracini, che Federico II avea piantata nel cuor del regno, esponendo ai Musulmani e la religione e l'indipendenza nazionale per aver sotto mano persone che non temessero le scomuniche, e che di fatto furono fedelissimi sostegni della casa Sveva.
Carlo d'Angiò, fratello di san Luigi di Francia, ma tanto astuto ed avido quanto pio e disinteressato era questo, aveva eccitato moltissimo scontento in quei regnicoli, che poc'anzi l'aveano accolto come salvatore, ma egli fidava sull'esercito suo di Provenzali e Francesi e baroni del regno. Non dormiva egli no: e ad Alba, donde si spiega il campo Pallentino, oppose all'invasore un buon nerbo di cavalieri francesi, toscani e regnicoli, guidati da Guglielmo Stendardo e Giovanni di Grati; poi a Tagliacozzo si fe' giornata (23 agosto). Alle armi del re benediva il legato pontificio, mentre imprecava a quelle di Corradino: ma questi con Federico menava buon numero di Tedeschi; di Italiani Galvano Lancia barone pugliese e Guido da Montefeltro; di Spagnuoli Enrico di Castiglia; e la superiorità dei Ghibellini pareva evidente, sicchè Carlo disperavasi nel veder i suoi dispersi e uccisi, e Corradino già esultava della vittoria, già pensava al gaudio di sua madre e della sua sposa; già credea sua quella superba Napoli, quell'impareggiabile Sicilia, che suo avo Federico diceva empiamente, se Dio l'avesse conosciuta, non avrebbe prediletto il regno di Palestina. Ma Alardo di Saint-Valery, vecchio cavaliere francese, reduce allora di Terrasanta, avea mostrato a Carlo l'importanza di tenere una riserva e avea serbato in disparte un corpo di truppe fresche, colle quali assalendo i Ghibellini, quando già si tenevano sicuri della vittoria, li sbaragliò interamente.
Corradino, strappatigli repente gli allori e i sogni, non ebbe scampo che col fuggire, e a fatica ricoverò sulle terre romane. A Roma i Ghibellini aveano anticipato la nuova del suo trionfo, e presane l'occasione sempre ambita di far izza al papa e menare nuove feste; ma la verità giunse ben tosto coi fuggiaschi, e che Enrico di Castiglia, senatore della città, era caduto prigioniero: poi le triste notizie s'affollano: che Carlo ai prigionieri romani fece troncare i piedi, acciocchè la loro vista più sgomentasse la città; ma vedendo il popolo inferocirsi anzichè sgomentarsi a quello spettacolo, gli aveva fatti chiuder in una casa e quivi bruciare; che Carlo stesso veniva su Roma. Di fatto i Guelfi, rialzato il capo, e vendicatisi dei Ghibellini, con nuove feste accolsero Carlo, che alla sua volta salì in Campidoglio fra apparati ed inni, e ripigliò la dignità di senatore, e sedette giudicando. Ma non perdette tempo ne' trionfi, e provvide a compiere la vittoria.
Corradino, così subitamente caduto dal vertice delle speranze nell'abisso della realtà, era corso a Roma, ma invece degli applausi di jeri trovò scherni e insidie, talchè vestito da villano fuggì, avendo seco l'indivisibile Federico d'Austria, Galvano Lancia, il costui figlio e poc'altri, fedeli alla sventura. Presero la via del mare, sperando trovar qualche legno, che li ritornasse a Pisa, o più volentieri all'isola di Sicilia, ove Corrado Capece suo vicario avea chiamati Saracini dall'Africa, e coll'armi straniere e musulmane teneva elevata la bandiera Ghibellina. Giunsero al fiumicello che la campagna di Roma separa dalle paludi Pontine presso al castello d'Astura. N'era castellano Giovan Frangipani romano, che, come gli altri baroni, aveva sposata la parte di Corradino; sposata, ma per vantaggio proprio, giacchè costui non avea di mira che il guadagno, e facendo guerra alle strade e al mar vicino, cercava d'ogni parte o prede o riscatti.
Avvisato che persone ignote erano giunte in paese, e che, per aver un legno offrivano un prezioso anello e promettevano ingente noleggio, lasciava che fosse lor data una nave, ma con cattivi rematori; intanto, prevalendo la cupidigia, si pose ad inseguirli, e raggiunti li condusse ad Astura, in tentenno se cavar oro dal salvarli o dal venderli.
Carlo non tardò ad averne contezza, e Roberto di Lavena, capitano delle sue galee, si presentò davanti Astura, domandando i rifuggiti, mentre per terra il cardinale Giordano di Terracina chiudeva ogni passo. Il Frangipani dunque consegnò gli infelici, e Carlo venne in persona a Genzano con un corpo di cavalleria per riceverli; e senz'altro fece decapitare Galvano Lancia, suo figlio ed altri signori di Puglia; erano sudditi ribelli; vassalli sleali; processo non occorreva.
Corradino e Federico tenne prigionieri a Palestrina; poi, disperso che ebbe i residui del vinto esercito, li menò in insultante trionfo attraverso alle città della Campagna e della Terra di Lavoro fino a Napoli: lieto quanto il giorno che aveva ucciso Manfredi a Benevento. A Tagliacozzo Carlo fece erigere la chiesa della Vittoria dal miglior architetto d'allora, Nicolò da Pisa, e dotolla di laute possessioni. Il traditore Frangipani ebbe in premio la signoria della Pilosa fra Napoli e Benevento, la nobiltà e l'infamia.