Processo e morte.
Narrano che il papa, interrogato dal re che cosa dovesse far del prigioniero, rispondesse: La vita di Corradino è morte di Carlo; la vita di Carlo è morte di Corradino. Questo brutale consiglio è una delle mille ciancie, inventate da un tempo e da un partito che, venerabondi ai re, voleano scolpare questi col denigrare i sacerdoti e i papi: e se il Giannone, nella sua servilità a coloro che poi doveano ripagarlo a quel modo, bevette intrepidamente quell'aneddoto, lo trovò improbabile perfino il Sismondi, così corrivo a tutto ciò che denigri i pontefici. La storia insegna a valutare i fatti secondo le idee dell'età; le quali, se non giustificano mai il misfatto, ne danno la spiegazione.
Corradino era scomunicato; e come tale non poteva essere giudicato che dalla Chiesa; laonde Clemente IX il domandò[23]. Questo pontefice avea già preso malavoglia dell'ambizione e della violenza di re Carlo; e l'aver in mano quel giovine sarebbegli stato un pegno e uno spauracchio prezioso. Per ciò stesso dovea Carlo rifuggirne; e probabilmente trovò modo di sgomentare Corradino sul trattamento che gli destinerebbero questi preti, inesorabili nemici della casa sua; e di persuaderlo ad affidarsi piuttosto alla sua regia clemenza. Di fatto il giovinetto confessò di avere peccato contro la santa madre Chiesa. Frate Ambrogio Sansedoni, predicatore rinomato di Siena, andò al pontefice e aveva preparato un eloquente discorso da recitargli a favore di Corradino, quando, accortosi dell'efficacia della semplicità, non fece altro che prostrarsi a' piedi del papa, ricordargli la parabola del figliuol prodigo, poi: Santità, Corradino manda a dirvi: Padre, ho peccato avanti ai cieli e te, e chiede umilmente la remissione del suo peccato per la misericordia che è in voi.
Il pontefice, tocco nel cuore non dall'eloquenza del frate ma dall'alito di Dio, rispose subito; Ambrogio, io ti dico in verità, la misericordia vogl'io non il sacrifizio e rivoltosi agli astanti: Non è lui che parlò, ma lo spirito di Dio onnipotente. L'agiografo che racconta quest'aneddoto[24] soggiunge che il pontefice e tutti gli astanti rimasero stupefatti della dolcezza che Dio aveva fatto passare dalla bocca del beato Ambrogio nei loro cuori; e così Corradino fu assolto da ogni censura e dallo sdegno del pontefice.
La Chiesa assolveva; il re esultava di vedersi assicurata la sua preda;[25] e non interponendosi più conflitto di giurisdizione, potè disporre il processo in quel modo che giovasse al suo intento. Convocò a Napoli due sindaci di ciascuna delle città del Principato e della Terra di Lavoro, a lui devote e davanti a loro e a magistrati tutti francesi, propose l'atto d'accusa di Corradino. Eppure i più dichiaravano non fosse reo di morte un re vinto che tenta recuperare il toltogli dominio; e che, dovea considerarsi come prigione di guerra; e perchè Carlo, quasi a rendere il Cielo complice del suo misfatto insisteva sull'esser quello colpevole di sacrilegio per aver arso dei monasteri. Guido di Suzara valente giurista gli rammentò come un capo non possa star responsale de' trascorsi de' suoi seguaci; e come l'esercito stesso di Carlo se ne fosse contaminato nella prima conquista. Mandato ai voti, tutti furono per l'assoluzione, eccetto Roberto di Bari, provenzale, protonotaro del regno, che opinò per la morte; e bastò quell'unica voce perchè Carlo la decretasse. Così faceansi allora a Napoli i processi, pubblici e discussi.
Corradino, quando ricevette l'annunzio della sua condanna, giocava agli scacchi col cugino Federico d'Austria; e lasceremo ai romanzatori il raccontare, e agli uomini di cuore il pensare qual impressione dovessero riceverne i due giovinetti, nati al regno e or destinati al patibolo. Chiesero di far testamento, e la mattina del 29 ottobre lo dettarono, presenti Giovanni Bricaudi, sire di Nangey, e quell'Alardo di Valéry che aveva a Carlo dato il suggerimento per cui vinse la battaglia di Tagliacozzo. Nell'archivio di Stoccarda esiste il testamento di Corradino, o piuttosto un codicillo di testamento anteriore non pervenutoci, ove provvede al pagamento d'alcuni debiti; fa molti legati a monasteri germanici; ai duchi di Baviera suoi zii lascia «tutti i beni patrimoniali e feudali con tutte le persone d'ambo i sessi a lui appartenenti ne' paesi germanici o nei latini.» e raccomanda loro Corrado e Federico d'Antiochia suoi cugini. Della madre non fa cenno, non della fidanzata, che si suppone fosse Brigida dei marchesi di Misnia: che non parlasse d'un erede a suoi diritti sul trono di Sicilia è facile comprenderlo, dettando egli sotto gli occhi di amici del suo nemico.
Corradino, quando ricevette l'annunzio della sua condanna, giuocava agli scacchi col cugino.... (Pag. 238).
Dal castello di San Salvadore, Corradino con Federico d'Austria e dieci compagni furono condotti alla piazza del Mercato, ove, nella cappella di sant'Angelo, servita da Carmelitani, ascoltarono una messa da morto, detta per l'anima di loro ancor vivi; e si confessarono. Quella piazza non era allora chiusa verso il mare dagli edifizj; un rivo gettavasi in mare, e di là da quello stava il cimitero degli Ebrei. Fra questo e la predetta cappella fu eretto un patibolo, alla vista di quel cielo incantato, di quel mare, di quel lido, che la vulgare locuzione qualifica un pezzo di paradiso caduto in terra.
Re Carlo volle darsi il barbaro piacere di veder dal castello lo spettacolo, e un popolo infinito v'accorse colla solita brutalità. Roberto di Bari, il protonotaro che aveva votato per la morte di Corradino, ne lesse la sentenza; e Corradino uditola, levossi il mantello, si pose ginocchioni, ed esclamò: O madre, madre mia, qual notizia avete a sentire! e posata la testa sul ceppo, e giunte le mani verso il cielo, aspettò quella che si chiama giustizia. Tale rassegnazione inferocì il cugino Federico, che urlando, bestemmiò imprecando, senza chieder perdono a Dio lasciossi strappar la vita.... Gli altri lo seguirono.
E il popolo guardava, stupidamente, e stupidamente piangeva, e alcuni Francesi, tardi indignati d'essere stromenti alle vendette d'un regnante, esalavano la collera con quei paroloni generosi di cui è scialaquatrice quella nazione dopo fatti turpi. La morte di giovani principi era un bel soggetto per canti, e in tedesco e in provenzale se ne fecero; Saba Malaspina diede loro l'omaggio che uno storico può, la patetica narrazione della loro fine, e un compianto su quel cadavere che «giaceva come un fior purpureo da improvvida falce reciso.»
I Senesi, dopo la rotta di Tagliacozzo, aveano raccolto le reliquie dell'esercito: e affidatele al gran cittadino Provenzan Silvani, ruppero guerra ai Fiorentini: ma sopra Colle in val d'Elsa furono battuti dal vicario di Carlo (11 giugno 1269). Il beato Ambrogio Sansedoni impetrò ai Senesi l'assoluzione e dal 1273 in poi ogni anno facevasi a Siena una rappresentazione con macchine, versi e canti, per ricordare quegli eventi. Il vulgo narrò che un'aquila scese dall'alto delle nubi, intrise l'ala destra in quel regio sangue, e tosto risalì al cielo. Era sangue di re, che un re aveva fatto scorrere, giustificato dal diritto della vittoria, e dimenticando che la vittoria non è sempre pei forti.
Non in terra sacra, ma nel sabbione del luogo stesso del supplizio furono sepolti i cadaveri sotto un cumulo di pietre; poi si narrò che i frati disseppellirono le ossa di Corradino, e le inviarono alla madre. Al posto poi della cappella fu elevata la chiesa di Santa Maria del Carmine; ma la lapide che or rammenta quella catastrofe fu posta solo nel secolo passato per cura di Michele Vecchione; ed è tradizione destituita di fondamento che Elisabetta dalla Baviera venisse in persona, sopra una galea tutta nera, a raccoglier il corpo del figliuolo, per farlo seppellire in una chiesa da lei fondata; e che in memoria di ciò, quei frati ponessero una statua colla borsa in mano: statua che or mutila è abbandonata in un magazzino del Museo degli Studj.
Regnando Giovanna I, un cuojajo napoletano, di nome Domenico di Persio, si ricordò di quell'infelice che i parenti principeschi aveano dimentico, e dalla regina si fe' cedere il terreno dov'era stato ucciso, e vi fece erigere una cappella, con una colonna sormontata da una croce colla Madonna e la Maddalena e il simbolo affettuoso del pellicano. La confraternita dei cuojaj la prese in cura, e vi facea celebrare nella solennità, finchè la cappella non bruciò nel 1785. Ora la colonna vedesi ancora al vestibolo della sagristia nella moderna chiesa delle anime del purgatorio, e la croce staccatane è nella sacristia stessa sopra un altare.
Ricordano Malaspini, e dietro lui il Villani e gli altri annalisti, narrano che al supplizio assisteva Roberto conte di Fiandra, genero di Carlo, e che, udita la sentenza, si avventò al protonotaro esclamando: Malnato! tocca a te condannar un signore sì nobile e gentile? e lo trafisse. Il colpo sa talmente del francese, che romanzieri e tragici l'han ripetuto, e la storia docilmente l'adottò. Per disgrazia degli amatori del dramma in un memoriale dei podestà di Reggio, inserito nel tom. VIII dei Rerum italicarum scriptores, si trova che il 18 ottobre Margherita di Borgogna, nuova sposa di Carlo D'Angiò, arrivava a Reggio, e vi si fermò, ed ivi giunse a incontrarla Roberto, alla fin del mese, quando appunto accadeva il supplizio di Corradino. Poi nel lib. III pag. 215 del Summonte, Historia di Napoli, è riferito un diploma reale del 15 dicembre seguente, dato per mano di maestro Goffredo di Belmonte, e Roberto di Bari protonotaro del regno.
Ogni scolaretto ha inteso raccontare che Corradino dal palco gettò un guanto, come segno che invitava alla vendetta il suo erede, che era Pietro d'Aragona, al quale fu portato da Enrico di Waldburg; e qui appiccicano la storia di Giovanni da Procida e del vespro siciliano; storia divulgata in modo così differente dal vero. Di questa non dobbiamo ora parlare; il fatto del guanto non leggesi in veruno storico napoletano avanti del Collenuccio; però già prima n'avea parlato Giovanni abate di Victring in Carintia, che fece una cronaca nel 1344: autorità lontana di tempo e di luogo.
Del resto come c'entrava Pietro d'Aragona? Costui aveva sposato Costanza, figliuola di Manfredi, figlio naturale di Federico II e usurpatore del trono a danno di Corradino; sicchè questi, nel manifesto che indicammo, lo designava per usurpatore e spergiuro. Possibile che ora volesse indicarlo come erede? Da Federico II era nata leggittimamente Margherita di Svevia, maritata in Alberto langravio di Turingia, alla quale avria potuto competere l'eredità degli Hohenstaufen, se altrimenti non n'avesse già disposto la spada; e lei infatti aveva il re Corrado designata erede, qualora si estinguesse la linea mascolina. E quando Pietro d'Aragona, per giustificare l'assalto della Sicilia, cercò altri titoli che la chiamata del popolo, non allegò questo guanto, nè la successione a Corradino, ma bensì quella a Manfredi. Federico di Turingia (noto nella storia col nome di Federico il Morsicato per un morso datogli alla faccia dalla madre quando fuggiva da suo padre Alberto il Depravato) non dimenticò i suoi diritti al regno di Sicilia e ne prese il titolo; sotto il quale diede concessioni e ricevette ambasciate dalle città lombarde e dalle sicule; ma ben tosto i vespri siciliani vennero ad avvertire che vi ha qualche altro diritto superiore alle regie convenzioni.
1856.
GIANGIACOMO MEDICI
Giangiacomo, detto il Medeghino, era nato in Milano il 1498 da Bernardo Medici, e da Cecilia Serbelloni. Suo padre, più ricco di prole che di denaro, adornò coll'umane lettere l'animo del figliuolo, il quale, in leggendo le lodi profuse agli assassini classici, chiamati eroi, s'invaghì d'imitarli; — non prima, non ultima colpa di quelli che encomiano i distruttori degli uomini. Entrò Giangiacomo nel mondo in un'età quando, siccome avviene dopo le rivoluzioni, «ognuno (traduco le parole di Enrico Dupuys) si facea legge il proprio talento: la gioventù, lieta dell'agitato imperio, operosa di brighe e scapigliata, insolentiva, tumultuava, facea violenze: i magistrati, postergato l'amor della patria e della virtù, solo i proprj interessi prendevano a cuore, soprusavano nella giustizia, agevoli ai ribaldi, molesti agl'incolpevoli: tutto per chi avesse denaro: la virtù e l'ingegno erano tolti a ludibrio, i buoni in odio, una signoria crudele, empia, intollerabile: ambizione, avarizia, libidine in luogo di legge: in ischerno il diritto: matrone e vergini chieste pubblicamente ad osceno mercato: se ricusassero, la forza»[26].
Aggiungiamo che i nomi di Guelfi e Ghibellini, i quali una volta aveano indicato i fautori o dell'indipendenza d'Italia anche a scapito della libertà, o della libertà anche a diminuzione dell'indipendenza, allora esprimevano fazioni, mutanti colore dalla state al verno, e dedite a bassi interessi e a straniere ambizioni. La nostra indipendenza minacciata, o dirò meglio, già perduta da che se la disputavano Francesi, Tedeschi, Spagnuoli, con armi disuguali, ma tutte infestissime, toglieva agl'Italiani l'occasione di utili combattimenti per la patria, ed al valore uno sfogo nobile e generoso. Il Medeghino pertanto, veduto andare il mondo diviso fra oppressori ed oppressi, scelse d'esser fra i primi; e di soli sedici anni con virile vendetta[27] trucidò un nemico: tristo preludio a carriera di sangue e di corrucci. Cercato al castigo, rifuggì nel mestiero delle armi: e non frenato mai dalle difficoltà nè dalla coscienza, in un tempo che sonava tutt'uno audace e buono, acquistò la rinomanza che il mondo è così facile a concedere ai capobanda.
Gli stabiliti confini e l'imminente servitù, portata dal prevalere degli Spagnuoli ai Francesi, non aveano ricondotto la pace in Lombardia, e meno nelle terre comasche. Antonio, detto il Matto da Brinzio, terra del lago di Como, ribaldo d'agreste schiatta e di man pronto, mantellandosi da eroe sotto il nome d'un partito, come si fa qualvolta i partiti caldeggiano, perseguitava con uno stormo di bravi i fautori di Francia, catturava, furfantava, rapiva figliuoli per ostaggi, e per trarne gravi riscatti, oppure gli uccideva, raffinando l'ingegno ne' supplizj. Quelli del suo colore lo inneggiavano capitano, eroe, liberatore; gli altri l'abborrivano come brigante, masnadiero. Molti laghisti, specialmente di Torno e Menaggio, armatisi a quella vendetta che la legge non facea, stimolati sotto mano anche dal maresciallo Trivulzio, che pretendeva al suo castello di Musso il dominio delle Tre Pievi (così chiamano le estreme terre del lago), colsero il Matto e l'amazzarono; e sei giorni dopo, l'altro capo di masnade, Pelosino da Sala. Ma Giovanni, figlio del Matto, scellerato di professione, che come gregario, aveva militato sotto ai Veneziani, raunata la banda del padre, col nome di vendicarlo predò per oltre due anni il lago, rinnovando tutti gli eccessi del Matto. Ajutato dalle Leghe Grigioni, si rideva della forza e dell'astuzia usata per pigliarlo; e la cosa andò di male in peggio, finchè, dopo molto tempo, si riuscì a sterminare que' masnadieri senza però poterne avere il capo. Il quale, sendogli stati banditi sulla testa quattrocento scudi, per non pagar le sue ribalderie il caro che gli sarebbero costate, andossene a portare sue ruberie sul Trevisano. Anche un Gisbelo di Val Porlezza, capobanda che per quindici anni la aveva messa a soqquadro, fu da' Menaggini sorpreso nell'afforzata sua casa ed appiccato. Così perduto ogni spirito pubblico, ogni generosa virtù, sono costretti gli storici a riempiere le pagine loro colle miserie nostre, con futili pompe, coi fiacchi delitti, solo retaggio a noi lasciato dai tristi governi stranieri. Ed è questo il tempo che alcuni intitolano secol d'oro!
Giangiacomo fu amico e vindice del Matto. Carissimo a quel Girolamo Morone che e senno ed astuzia e perfidie mise in opera per salvare l'indipendenza della Lombardia, coi Ghibellini fervorosamente adoperò in rimettere nel ducato Francesco Maria Sforza, e, appostato un corriere francese, lo assassinò, e dalle lettere di esso ricavò notizie opportune. Coi primi soldati di Carlo V entrò in Milano, ove agitò aspre vendette del sofferto esiglio; poi combattendo sulle sponde del Lario, più volte aveva abbattuto i Francesi, ed erasi fatti amici e nemici assai.
Avendo quivi battagliato intorno al castello di Musso, anzi per suo principal merito essendo questo tolto di mano ai nemici, parendogli tutto al suo talento, avea fatto disegno d'acquistarne il dominio. Dilettatosi di questa speranza, si condusse a Milano a chiederlo, in considerazione dei molti servigi renduti. Ma veniva mandato d'oggi in domani, finchè il duca, che, non differente dagli altri signorotti di quell'ora, non si faceva coscienza degli utili tradimenti, gli lasciò intendere che era al tutto in lui l'acquistarsi quella rôcca, sol veramente che togliesse dai vivi Astore Visconti, che chiamavano il Monsignorino, cavaliere milanese di gran nome, la cui parentela, la popolarità ed il turgido ingegno lasciavano a temere non mescesse novità per rimettere nella prisca grandezza la propria famiglia. Giangiacomo fece come il duca accennò; ma questi, o piuttosto il Morone, che allora aggirava ogni cosa, vedendosi in grand'odio perchè lasciasse impunito l'assassino di Astore, stabilì disfarsene. Inviò dunque Giangiacomo a Giambattista Visconti castellano di Musso, con ordine manifesto di cedergli il castello, ma con segreto di ucciderlo. Chi è in difetto è in sospetto, e il Medeghino, che conosceva troppo bene i tempi, il Morone e sè stesso, violò la lettera, e v'ebbe letto il pericolo. Nè per questo atterrito, e consigliatosi col fratello, che fu poi papa, contraffece un ordine del Morone al castellano, che senza indugio andasse a Milano, cedendo in man d'esso Medici la rôcca[28]. Sortitogli a desiderio l'inganno, ne venne al possesso; non si diede per inteso delle sinistre intenzioni del duca, il quale del pari trovò del suo conto chiudere un occhio. Tanta era in quei giorni la lealtà dei principi e dei privati! Il Macchiavello avea troppi modelli a quel suo ritratto, esecrabile quand'anche se ne guardi l'elevato fine.
Sul ciglio d'uno scosceso promontorio alla destra del lago di Como ove in maggior ampiezza si dilata, a sopraccapo della borgata di Musso innalzasi quel castello, che dicono di Sant'Eufemia, e che ha per naturale riparo da tre bande inaccessibili balze in precipizio, a spalle una alpestre scogliera. La torre di mezzo sta da tempi anteriori alla tradizione, e forse è delle antichissime difese de' Galli, o almeno de' Longobardi. Tra quella torre e il lago, i Visconti murarono una rôcca quadrata, per difesa e soggezione dei paesi finitimi. Quando l'ebbe il maresciallo Trivulzio, avendo le artiglierie mutato il modo di guerreggiare, pose presso il lago, al cominciare dell'erta, un baluardo, ove collocare le bombarde, e attorniò d'un muro le due rôcche. Trovò Giangiacomo questi lavori imperfetti: li compì; dirupò ove fosse alcun poco d'agevole; scarpellò verso il monte un fossato, il cui fondo seminò di triboli, di lamine e d'aguzzi stecconi, che tristo a chi vi desse dei piedi: dispose merli, vedette, feritoje con tale opportunità e saldezza di lavoro da fare che quel luogo, per natura forte, divenisse inespugnabile, tuttavolta che bastassero l'acqua ed il vitto. Nelle quali opere fin le donne s'affaticavano di forza, animate dall'esempio di Clarina e di Margherita, sorelle del Medici; la prima delle quali sposò poi Wolfango Teodorico Sittich signore di Altemps, l'altra il conte Giberto Borromeo, e divenne madre di san Carlo.
Ivi dunque il Medeghino acciarpò un popolo di truffatori e scampaforche, e quelli d'ogni sorta, paesani ed avveniticci, che tutte le rivoluzioni sogliono lasciar sulle strade, e che bramassero ricovero e soldo, pronti a far quello e peggio ch'egli volesse. Là entro tutto era vita di guerra. In ogni dove rumor d'armi, accordo di pifferi e tamburri: chi impara le mosse, chi fa cartucce, chi tondeggia palle, chi trae a mira ferma: e per insegnare a quella bordaglia l'arte difficile e sì necessaria in guerra dell'obbedire, Giangiacomo teneva un consiglio di togati, diretti dall'integerrimo messer Giannantonio da Nava, che alla spiccia rendessero diritto, mentre altri regolavano le finanze. Anche esperti capitani ed artieri avea seco, e mi basti nominare Agostino Ramelli da Pontetresa, macchinista di gran nome, che per alzar l'acqua, i ponti, i pesi, inventò molti ingegni, pregevoli assai, e più se fossero più semplici[29].
Ebbe il Medeghino mezzana statura, membra proporzionate, petto ampio, viso bianco ed ilare, guardatura dolce e penetrante, parlar facile e naturale, nel dialetto più basso del paese; vestiva poco meglio che soldatello, il che unito a quella sua maniera alla soldatesca, lo rendeva assai popolare. Pochissimo dormiva; i piaceri del senso non cercò, unico diletto suo dicendo il pensar alla guerra ed alla casa; negl'istanti di riposo raccoglievasi sotto una tenda, e seduto s'un forziere, rosicchiando le ugne meditava e risolveva. Adottato un partito, e più volentieri appigliandosi ai più arrisicati, gli effettuava con risolutezza. Affabile con tutti, ma severissimo, anzi spietato nel mantenere la disciplina; audace all'immaginare, pronto al compire le imprese: insofferente del riposo, fantaccino o capitano secondo occorreva, amato e venerato insieme da' suoi dipendenti; inflessibile lo provavano i nemici e i trasgressori de' cenni suoi: chi sel guadagnasse, ne traeva e denaro al bisogno e braccia per ottener la sicurezza propria o minacciare l'altrui. Menando a battaglia, non tenevasi in mezzo a' soldati, ma da banda ove potesse veder l'ordine e la mischia. Quanto le limitate fortune glielo permisero, usò splendidezza e generosità.
Quivi il Medeghino applicò l'animo a legarsi lo Sforza con qualche importante servigio; e tale fu l'essersi opposto ai Grigioni, che dall'asprezza del natio suolo s'affrettarono alla primavera del cielo italiano, dove gl'invitava re Francesco I di Francia a prodigare il loro sangue per una causa straniera. Il Medeghino affogò o trasse in sua forza tutte le navi, sicchè furono essi costretti per montane vie costeggiare il lago e venire nel Bergamasco, bezzicati senza tregua da quel capitano. Il quale poi, per costringerli a tornare indietro, assalì le Tre Pievi, dove tenea pratiche, e chiamatele alla desiderata libertà, corse per la valle di Chiavenna, portando ruina e strapazzo a quelle terre, dominate allora dai Grigioni. Al pericolo, il governo retico dovette richiamar i suoi guerrieri, capitanati da Dietegano Salis, i quali frenarono bensì le baldanzose correrie del Medeghino, ma non fu che gli potessero svellere di mano quanto avea già occupato. Si volsero dunque i Grigioni al duca, che, desiderando cessarne le nimicizie, confermò loro tutti quei possedimenti, restituì le barche tolte dal Medeghino, purchè dessero parola di più non osteggiar il Milanese. Il Medeghino, non curandosi più che tanto dell'accordo, si mantenne a viva forza in possesso delle Tre Pievi.
Poco dipoi, re Francesco rinnovò le ostilità contro il ducato; e al primo ridergli della fortuna, i Grigioni, rotta la fede, ripresero l'armi contro il Milanese, e con larghe promesse e colla fiducia ne' soccorsi e nel denaro di Francia, procurarono di trarne dalla loro il Medeghino. Questi però era stato preoccupato dal duca, che, posponendo l'odio al vantaggio, gli assegnò buono stipendio e il perpetuo governo di Musso, del lago, della Valsassina e anche di Chiavenna, se riuscisse ad impadronirsene.
Fu aggiungere sproni a buon corsiere: ma arduo quanto importante era l'occupare il castello di Chiavenna, il quale, dominando le vie che apronsi verso i varchi della Spluga e della Pregalia, sta antemurale contro i Grigioni. Vogliono far rimontare sino ai Galli l'erezione di quel castello, una parte del quale siede al piano, quasi guardia del borgo; l'altra detta il Paradiso, sovra il ciglione di un'erta rupe, cinta da doppio muro e dalla Mera, e non accessibile che per uno stretto viottolo, approfondito a punta di picconi e di scalpello nella pietra ollare, indi per una lunga scaliera, anch'essa ricavata nel vivo nel sasso, ed agevole a guardarsi a mano di pochi. Torlo a forza era dunque impossibile: onde il Medeghino ebbe ricorso all'astuzia, e ne affidò l'impresa a Mattiolo Riccio da Dongo, detto il Pelliccione, uno de' suoi più arrisicati.
Questi ed una mano di prodi di sperimentata fede si posero occultissimamente entro il primo vallo che cingeva la pensile via, dove per ventura il fiume aveva aperto una breccia; ed ivi stettero attendendo, nello stridore d'una notte invernale, guazzosi e presso a intirizzirsi, se non che li ravvivava il coraggio. Era gran pezzo di notte quando Silvestro Wolf, castellano grigione, tornò d'aver goduto un banchetto a Chiavenna. Al quale tosto sono addosso i cagnotti, imponendogli, coi coltelli alla gola, di dar il solito segno, perchè s'abbassasse il ponte levatojo. Resisteva l'uomo, preferendo la morte al tradire i suoi: ma un figlioletto che seco menava, spaurato dalle minaccie e dall'armi, cominciò a gridare e chiamar la mamma, che fattasi ad uno spaldo, e inteso il pericolo di que' suoi cari, fece senz'altro levare le saracinesche e calare il ponte. Così penetrati, stettero senza rumore. La mattina seguìta, essendo giorno festivo, i principali del paese montarono, come solevano, a salutare il castellano, ed uno e due e tre fin a venti entrarono senza che uom ne uscisse. Taluno alfine ebbe scorto in sugli spaldi gente d'armi diversa dalle consuete, e non sapendo che volessero importare, entrò sospetto, e si diede nelle campane e all'armi. I Medicei resistettero da par loro, fin tanto che il Medeghino istesso sopraggiunto, valendosi di quegli imprigionati come di ostaggi, ebbe in potere anche Chiavenna, e corse la Pregalia, concedendo la preda ai soldati, nuovo infervoramento alla guerra. La presa di quel borgo costò al Medeghino una fucilata, che gli tolse il potere più divenir padre.
Era stato in quest'impresa soccorso da Gherardo conte d'Arco governatore di Como, col quale concertò di conquistare la Valtellina. E senza por tempo in mezzo v'entra, occupa Delebio e Morbegno. Ma non appena si fu egli ritirato, Giovanni Travers engaddino, governatore della valle, colle cerne paesane diede addosso al conte d'Arco, lo ruppe, e costrinse ad abbandonar le conquiste. D'altra parte i Grigioni, dato alla presa di Chiavenna la spiegazione più plateale, cioè il tradimento, decapitarono il castellano Wolf, e toccate le campane a stormo, benchè nel rigore del gennajo movevano a ricuperar quel borgo. Conoscendo però non potere levarsi quello stecco dagli occhi senza truppe regolari, mandarono ordini ai loro che militavano al soldo dei Francesi in Lombardia perchè ritornassero, stimando prima vittoria il conservare l'acquistato. Fu questo il massimo servigio che il Medeghino potesse prestare allo Sforza: poichè la partenza di que' lancieri, in cui stava allora il nerbo delle battaglie, tanto peggiorò le cose di re Francesco che nella famosa giornata di Pavia fu sconfitto e preso egli stesso, perdendo tutto fuorchè l'onore. Poco dovette dunque rincrescere se la vittoria sorrise ai Grigioni sì in Valtellina, donde snidarono affatto i ducali, e sì a Chiavenna, che ricuperarono. Anche quel castello, stato assai alla dura, si rese a buoni patti d'armi appunto la vigilia della battaglia di Pavia, e tosto i Grigioni fecero strascinare nella Pregalia i cannoni, e dai terrieri smantellare la rôcca, come pure ogni bicocca e terra murata di Valtellina (1526). Restarono però le Tre Pievi al Medeghino, che tratti a sè nuovi satelliti col largheggiare, si diede al corsaro, predando le navi, imprigionando persone per vantaggiare sul riscatto; e inteso a stendere il proprio dominio, ebbe a sè Porlezza e la Valsassina.
Tra ciò Francesco Sforza era caduto in grave malattia: sicchè temendone la morte, erasi fatto trama, massime per opera del Morone, di trasferire il dominio in suo fratello Massimiliano, affinchè non ricadesse il ducato in Carlo V, esoso ai principi pel crescente potere, ai popoli per la sfrenata soldatesca. Ma venutone sentore al falso cuore del marchese di Pescara, occupò Milano a nome dell'Imperatore: ed anche a Como, per invito de' terrazzani, pose un presidio spagnuolo, capitanato da Pietro Arias. Così lo Sforza perdette lo Stato, e la Lombardia l'indipendenza.
Giangiacomo Medici non s'era piegato agli Spagnuoli; anzi opere di leone e di volpe usò contro di loro, e non era impresa che non gli venisse ben fatta. Si finse una volta partito ad un lungo viaggio, e mandò uno scaltrito che offerse agli Spagnuoli di metterli in potere della rôcca di Musso. Essi, avendo creduto, inviarono alcuni: e il castellano li prese ed appiccò, col danno e colle beffe. Allora, buttata giù la buffa, si pose a sfavorire apertamente la Lega Santa, che erasi ordita per ultima ruina alla lombarda indipendenza: e sfogossi contro Como, amica, o dirò più giusto, serva de' Cesarei.
Debolissimi erano i provvedimenti contro di lui, sicchè su navi sottili correndo con rapine, prigionie ed arsioni il lago tutto, e facendo sua roba della roba di chicchefosse, si affacciò sino al borgo Vico di Como. Da terra poi acquistato il castello di Monguzzo, presso al Pian d'Erba, vi pose a guardia suo fratello Battista, come a Civello uno sbandito di Como, Luigi Borserio, che facevano star la campagna così che non poteva star peggio. Egli poi, a capo di quattromila, cerniti i più da Lugano, Bellinzona e Chiavenna, prese il borgo di Cantù, occupò i luoghi principali della Brianza, tutta sparsa di castellotti dominati da feudatarj, e corse sino ai forti di Brivio e di Trezzo sull'Adda, presidiati a diligenza dagli Spagnuoli. E sebbene, mentre si avviava a soccorrere Milano, toccasse dagli Spagnuoli una piena rotta a Carate presso il Lambro, nondimeno conservò tutte le conquiste.
Nè meno de' nemici nocevano al Comasco i difensori, lupi custodi del gregge, che succhiavano e cittadini e campagnuoli con gravose tolte; ed oltre gli alimenti, in cui spendeva il Comune cento scudi d'oro quotidiani, rubavano grano, liquori, panni; se qualche cosa avanzava, se la portavano i comandanti, esattori violenti delle pubbliche imposte; per insatollare le ladre brame degli Spagnuoli, si dovettero vendere alla tromba, non che i beni degli assenti, quelli ancora di presenti; e molti, fin donne, per impotenza a pagar le tasse, furono cacciati in prigione. Dava ombra al debole governo la forza della città di Como che s'era nelle passate guerre mostrata poco o tanto capace di resistere: sicchè, col pretesto che potessero venire occupate dal Medeghino, si diroccarono molte fortificazioni; perfino il castel Baradello, ove tenevasi scorta e munizione di cibi e d'armi, fu per ordine del Leyva smantellato, mandando con somma fatica in ruina le parate, i ridotti, le stanze, la cappella di San Nicolò, lasciando appena la torre, che fra quei ruderi rammenta tuttavia in quali tempi quell'edifizio venne ristaurato, in quali distrutto. Impedito poi ogni commercio col lago, chiuso fin il porto per assicurarsi dell'armata medicea guidata da Francesco del Matto, di giorno in giorno si facea più viva la penuria, cresceano i languenti, chi non piangea aveva il singhiozzo, e per tutto un contar guai, un cercar pane, una continuità di miseria e di morte. Un cronista scriveva nel suo zibaldone: «La terra da soldati et di fame è rovinata, et io ne ho visto che, volendo extirpare herba per mangiare, caschare indreto, et così di penuria atenuati morire: sì che pregate il maximo et optimo Dio che ne difenda da tal condizione et dalle mani degli stranieri.»
Volevasi altro che i deboli sforzi de' Cesarei a reprimere il terribile Giangiacomo. Il quale campeggiò Lecco (1528), e sebbene ne fosse snidato dai sovraggiunti soccorsi, pure quei della Santa Lega, conoscendone per prova il valore, mossero ogni pietra per tirarlo dalla loro. E vi riuscirono: onde, mutate le croci bianche in rosse, disertò dal duca all'imperatore, dalla causa nazionale alla straniera, e ne fu ripagato coll'investitura del castel di Musso, da cui prese il titolo di marchese, aggiunto il dominio del lago da Nesso in su, e Lecco, di cui si proclamò conte. Per esercitare interi i diritti della sovranità, fece anche battere moneta nel suo staterello; in questo nulla più riprovevole dei re e delle repubbliche d'allora, tutti legali falsarj del denaro[30]. E siccome il Leyva, sempre mal agiato di moneta, ne chiedeva al Medeghino, questi prometteva gran somme, purchè gli desse Como in pegno; e a poco più l'otteneva.
Per consolidare il suo dominio nelle Tre Pievi rinforzò la torre d'Olonio, posta allo sbocco della Valtellina, e singolarmente la sua di Musso; poi si diede in corso pel lago, mentre il Borserio guastava la terra ferma. La flotta di lui era numerosa di sette navi grosse, da tre vele e quarantotto remi, e munite di bombarde che scagliavano palle da quaranta libbre, oltre un'infinità di legni spediti. Per sè teneva riservato un brigantino di gran capacità, coi migliori remiganti; tramezzati da fucilieri, e con questo dominava il lago, anche quando era maggior travaglio di venti. Là sciorinava lo stendardo dalle palle d'oro in campo rosso, e quel brigantino stesso col motto Salve, Domine, vigilantes, era stato da lui tolto per divisa.
E poichè la virtù spesso è ridotta a prostrarsi a piè del delitto ed invocare la permissione d'essergli sostegno, fortunato reputavasi chi acquistasse l'amistà del Medeghino, e guai a chi ne provocasse gli sdegni! Ben se lo seppe Polidoro Boldoni di Bellano, che richiesto delle nozze d'una sua sorella, osò rispondere non voler legare parentela con ribelli e ladroni, e ne seguì l'eccidio di quasi intera la famiglia[31].
Ai padroni del mondo parlò una volta in cuore alcuna pietà della Lombardia, senza vantaggio sterminata; sicchè finalmente conchiusero la pace (1529), per la quale Carlo V si obbligava a restituire il ducato a Francesco Sforza verso il pagamento di novecentomila ducati d'oro: per sicurtà di essi l'imperatore occuperebbe Como e il castello di Milano.
Il Medeghino, sdegnando obbedire al duca, e possente d'oro, d'uomini e di delitti, più sempre estendeva gli ambiziosi disegni. Il cognato conte di Altemps gli assolderebbe truppe in Germania; col Borromeo avea pratica per ottenere Arona, e così porre piede nel Lago Maggiore: già teneva una rôcca in Valsoda, barche sul lago di Lugano, intelligenze a Bellinzona, gli occhi sulla val Leventina; stringerebbe lega difensiva cogli Svizzeri; e poichè si faceva delle cose umane a chi più tirava, chi sa che, nella discordia dei voleri e nel conflitto delle ambizioni, non riuscisse a ciuffarsi il ducato di Milano?
Vôlto a dar corpo a queste ombre, e già inorgogliendo della speranza, cominciò dall'impresa della Valtellina, disponendo agli inganni il suo pensiero. Procurò metter vescovo di Coira Giovannangelo suo fratello, allora arciprete di Mazzo, poi divenuto papa Pio IV: ma avvedersi i Grigioni dell'intenzione e sventarla fu tutt'uno. Mandò allora un suo fidato, che, col sarocchino e il bordone e con devoti atti da pellegrino, si pose alla Ràsega, luogo oltre Tirano, ove acconciandosi pie parole in bocca, persuase i popoli alla devozione verso san Rocco come riparo ai fieri contagi d'allora, fe' gettare le fondamenta, diceva egli, d'una chiesa, che in fatto dovea riuscire una fortezza. Affascinati dalla superstizione, davano i Valtellinesi e oro e mani per elevar la rôcca: ma scoperto infine, e distrutte le opere sue, il bugiardo pellegrino n'ebbe assai a campar la testa.
Allora, ricorso alla forza aperta (1531), Giangiacomo assoldò Tedeschi e Spagnuoli, e condottieri lasciati senza stipendj dalla pace, tutti uomini avvezzi a disprezzar ogni legge per soddisfare ogni voglia; ed armate tante braccia e le sue, sbarca in Valtellina, dove sostenuto da amici, e massime dai frati, s'insignorisce di Morbegno, sparpaglia le truppe raunaticcie de' Grigioni, uccide Giovanni del Marmo governatore della valle ed i prodi Martino Travers e Dietegano Salis, ed a tutti i principi annunzia in voce di trionfo una vittoria sì segnalata. E poichè spargeva di far ciò tutto d'intesa col duca, i Grigioni mandarono a questo un ambasciatore a prender lingua del vero. Ma il Medeghino lo fece in un agguato ammazzare. Rimase pertanto ai Grigioni la convinzione che il marchese dicesse il vero, fin quando un legato dello Sforza, trapelato fra le insidie, narrò ai Reti come il fatto stesse, e che il duca, non che aver mano a quell'impresa, gl'invitava ad ajutarlo a liberarsi da quell'audace ribelle, promettendo loro trentamila zecchini se ricuperasse quanto possedeva avanti la guerra. Fece anche impedir gli ausiliarj che venivano al Medici, e richiamare gli Spagnuoli che stavano a suo servigio, i quali, vista mal parata la cosa, facilmente obbedirono. Ad essi il Medeghino sostituì dei prodi laghisti, e continuò pertinace, benchè fosse bandita una grossa taglia addosso a lui ed a' suoi fratelli.
Ma il cielo s'oscurava. Da una parte movevano diecimila Grigioni, dall'altra i ducali guidati per terra da G. B. Speziano e per acqua da Lodovico Vestarino: mentre Alessandro Gonzaga, duca di Mantova, marciava sopra Monguzzo e gli altri castelli mediterranei, che con brava battaglia sottomise. Il Medeghino, che non aveva mai creduto volessero i montanari condurre a proprie loro spese la guerra, non fece ancora come sbigottito; e respinto dalla Valtellina, raccozzò i suoi a Mandello, e nell'acque di Menaggio fe' giornata colla flotta ducale; ma benchè combattesse con un valore degno di miglior causa, ne andò colla peggio. Frattanto Grigioni e Svizzeri, superando col numero il valore de' Medicei, si avanzarono nelle Tre Pievi, e posero assedio al castello di Musso, trascinate con ineffabile fatica le artiglierie su gli inaccessi rocchi di quello scoglio. Ma vola al soccorso il Medeghino, cui la trista fortuna non iscoraggia, e con una presa di fortissimi, per vie note solo a lui ed alle capre, si aggrappa sopra la montagna, ruzzola nel lago le bombarde de' Grigioni, sbaraglia gli assedianti, nell'ardore della vittoria li rincaccia da Bellagio, da Varenna, da Bellano; ridottosi poi a Lecco, non solo manda a vuoto gli sforzi del Gonzaga, ma così bene coglie il suo tempo che, audacissimamente penetratogli di notte nel campo, fa prigioniero lui stesso, e a Malgrate riporta sui ducali un'insigne vittoria.
Però in battaglia avea perduto Francesco del Matto, avventato garzone; poi il Borserio, braccio suo principale, e quel che più al cuore gl'increbbe, il fratello Gabriele: onde disanimato da tante perdite, esausto di moneta, e stanco forse di tempestar fra le speranze e i timori d'una minacciata ambizione, pensò raccorre le vele.
Prima si proferse a Francesco re di Francia, significandogli esser ad ogni suo comandamento se mai volesse ritentare la calata in Italia. Ma quegli se ne rese malagevole, benchè molti l'esortassero ad afferrare il ciuffo alla fortuna. Giangiacomo fece dunque gettar parole a Carlo V e a Ferdinando d'Austria, chiedendo buone condizioni, i quali pressarono il duca sì, che stipulò con lui in questi termini. Il marchese restituirebbe le rôcche di Musso e Lecco, ricevendo in compenso trentacinquemila scudi d'oro ed una signoria pel valore di mille ducati l'anno: il duca trasporterebbe a proprie spese le artiglierie ed ogni arnese del Medeghino, e procurerebbe la vendita del grano e del sale di lui; ad esso Giangiacomo poi «ed a tutti li fratelli et tutti quelli che li hanno servito, concederà gratia ampla et generale de tutti li loro excessi et delicti commessi, etiam che fossero tali che recercassero speciale et individua mentione, come sarebbe crimen lesæ majestatis, di modo che non saranno vexati directe nè per indirecto, nè se li potrà procedere per alchuno indice, et saranno restituiti li loro beni a tutti.»[32]
Nel marzo 1532, quel famoso avventuriere, al cui orgoglio troppo era grave l'obbedire un solo istante là dove era uso governare ad una rivolta d'occhi, salpava dal suo Musso. Ma dato appena dei remi in acqua, volgendosi a guatare il suo ricovero di tanti anni, scorge i Grigioni, che impazienti si precipitano a demolirlo. Non sa frenarsi l'impetuoso, e risortagli in cuore l'antica baldanzosa volontà, fa porsi a terra, sbanda quella ciurma, e dispettoso e torvo impone rispettino il suo nido, fin almeno ch'egli non sia fuor di vista. In quanto appena il disse cessò il martellare, e solo dopo che la punta di Mandello ebbe tolto di veduta il partente suo brigantino, si demolì a picconi e a mine quella rôcca. Le ruine, vaste e solide quasi opera romana, rimasero lungo tempo spettacolo di terrore ai naviganti, che da lungi nominandole a dito, narravano i casi ond'erano state teatro. Oggi ancor sopravanzano, e nel mezzo intatta la chiesetta di Sant'Eufemia, che tra i disastri durò come l'anima del giusto fra le tempeste della vita.[33]
Quest'avventuriere, che, tra per forza d'armi e per arti d'inganno, non può essere domato dal duca di Milano, dai Grigioni, dal re di Francia, da Carlo V padrone di mezz'Europa e dell'America, rivela la debolezza dei reggimenti d'allora, e ci chiama alla mente Alì bascià di Giannina, che ai giorni nostri resistette invitto a tutta la potenza de' Turchi.
Fu questa l'ultima guerra nazionale che si combattesse in Lombardia. Giangiacomo, titolato marchese di Melegnano, ma ormai uomo d'altrui, prese soldo dal duca di Savoja, servendolo a nome di Spagna; ed elevossi fino a mastro di campo, pel favore di Anton di Leyva governatore del Milanese. Ma a questo succedette (1526) il marchese del Vasto, che avendo ruggine antica col Medici, colsegli addosso cagione di perfidia, e invitandolo a pranzo, dopo un allegro bere, il fece arrestare, e lo tenne prigione diciotto mesi. E principi e re scrissero in favore di lui, tanto che per ordine espresso di Carlo V fu liberato.
Passò allora in Ispagna, ove Carlo V con gran favora l'accolse, e l'inviò a reprimere i cittadini di Gand ribellati, come fece: si condusse poi in Ungheria a soccorso di re Ferdinando contro i Protestanti; all'assedio di Landrecy trovossi, come generale d'artiglieria a combattere, contro altri italiani fuorusciti, e sperdenti per altri stranieri il loro valore: in Germania osteggiò la lega protestante insieme con que' tant'altri prodi d'Italia, cui la pace e la servitù della patria toglievano occasioni nazionali di guereggiare: fu sino vicerè di Boemia; sempre insomma ministro a despoti. Fatto poi generale della lega de' Medici fiorentini, del papa, dell'imperatore contro la toscana libertà, moltiplicò gli orrori di quella guerra; ed è in parte sua colpa se oggi ancora il viaggiatore piange la vasta solitudine che sterilisce intorno alla florida Siena. Fu allora che s'inventarono genealogie per provarlo d'un ceppo coi duchi di Firenze: ma egli potea dire come Napoleone: — La mia nobiltà comincia con me».
Dall'Elba e dal Tibisco non dimenticò esso gli antichi suoi disegni; e dopo il 1547 scrisse per indurre Carlo V a conquistar la Valtellina, proponendo suoi avvedimenti guerreschi, ed offrendosi anticipare all'imperatore metà delle spese ed il dieci per cento dell'altra metà, purchè gli venisse in feudo quel territorio. Non gli diedero ascolto.
Sposossi in Milano a Maria Orsina, figlia del conte di Pitigliano, altro famoso capitano di ventura; e quando ivi morì agli 8 ottobre 1555, il senato vestì a lutto e fu con gran pompa deposto nella metropolitana, ove si ammira il mausoleo, eretto a lui ed a suo fratello Gabrio, per disegno di Michelangelo e lavoro di Leon Leoni aretino, e che costò settemila e ottocento scudi[34]. E chi lo guarda, tristamente medita in che miserabili imprese fossero costretti e sfogarsi l'attività e il valore italiano, e a quali uomini prodighi onori e monumenti l'Italia, che è spesso matrigna a chi più la onora e la giova.
BONA LOMBARDA
Era il conte Pietro Brunoro uno di quei tanti capitani che, nel secolo XV, vendevano il valore proprio e quello d'un branco di seguaci a chi li pagasse per combattere cause altrui, e nuocere agli amici ed ai nemici. Insieme col Piccinino, altro più famoso capitano di ventura, condusse egli l'esercito de' Visconti in Valtellina nel 1432, per combattervi i Guelfi che aveano sottratto quella valle alla dominazione viscontea.
Il Brunoro, mentre la presidiava coll'armi ducali, capitato a Sacco, villaggio d'industre agiatezza, ben piantato sul monte che fiancheggia Morbegno alla sinistra del Bitto, vide uno stuolo di fanciulle, in sottane di grossa lana che danno poc'oltre il ginocchio, con ben ricamati bustini, acconcie le treccie con un giro di spilloni d'ottone e con intrecciati nastri, come oggi ancora vi si costuma. Era giorno festivo, e guidava la danzante ilarità delle coetanee una donzella, brunetta anzi che no e di piccola statura, ma gagliarda bene e vivace, con una tale disprezzata leggiadria di adornarsi, un fare magnanimo troppo più che dal suo piccolo stato, che fermò gli occhi del capitano. Chiesto della condizione di lei, egli seppe come un Gabrio Lombardo di colà, militando sotto il duca di Sassonia, avea posto amore in Pellegrina, figliuola d'un mercante di Vestfalia, e di furto sposatala, ne avea avuto quella fanciulla, cui pose nome la Bona: e come questa ben presto orfana di parenti, rimase ad un zio, curato di Sacco, e tosto apparve, se povera di fortune, avventurata però di bei doni della natura. Ne crebbe curiosità e vachezza al Brunoro quando, accostatosele, la trovò, secondo sua pari, assai costumata e ben parlante, con umile franchezza ed accorta innocenza. La Bona, varcato il terzo lustro, era nel tempo che con maggior forza vengono le leggi della giovinezza: onde non è meraviglia se affissossi ella pure in lui volentieri, come sogliono le donne nei militari: e ben tosto mosse entrambi un vicendevole impulso d'amore. Venuto adunque il Brunoro a poco a poco domestico a lei, tolse un'abitazione là poco discosta; spesso la vedeva, la traeva a sè, e vestita da uomo l'addestrava alla caccia. Gli storici n'assicurano dell'illibatezza di lei. Stia a loro fede; noi sappiamo solo del brontolar che ne faceva lo zio pievano, il quale alla fine per iscampar vergogna alla nipote, indusse il Brunoro a sposarla, secretamente però che questi non ne patisse disdoro per la diversa condizione.
Vien il tempo di uscire dalla Valtellina; e la Bona, in arnese di sergente, si offre alla fatica di seguitare il marito scotendosi dalle cure donnesche per sottentrare alle battagliere, nè per disastri di viaggi o per travagli in terra ed in mare lo abbandona mai; nè punto gli scema dell'affetto perchè se ne vegga trattata piuttosto da fante che da moglie. Intanto il Brunoro, com'era costume di quei capitani mercanteggiar del loro valore quando con questo, quando con quel principe, mutossi a' servigi di Alfonso il Magnanimo di Napoli: ma essendo con questo caduto in sospetto di fellonia, ne venne cacciato in prigione. Dieci anni vi languì, ognuno può facilmente immaginarsi con quanto accoramento della Bona, la quale ebbe in questo frangente il destro di attestare al mondo quanto amore la legasse al signor suo. Imperocchè, sempre in abito virile, si diede a correre tutte le Corti d'Italia, al re di Francia, al duca di Borgogna, ai Veneziani, impetrando da tutti buone attestazioni e preghiere per iscusar innocente e redimere il suo Pietro.
Ricca di tante testimonianze, si presentò ad Alfonso, invocando la libertà del marito; nè il re, ammirata la costanza della Valtellinese, gliene seppe far niego. Non istette ella però contenta a sciogliere quei ceppi, ove, s'ella non era, avrebb'egli dovuto stentare l'intiera vita; e tanto s'adoperò che ottenne dai Veneziani conducessero il Brunoro a loro servigio con largo stipendio. Da quel punto, secondo il merito pagandogliene la mercede, il capitano se la tenne pubblicamente per moglie diletta, e da' consigli di lei non poco utile ritrasse. Con tolleranza e valore nell'armi da molto trascendendo la condizione del suo sesso, compariva o a capo della milizia, entrava innanzi a tutti gli assalti, faticavasi nelle zuffe; nè lieve incitamento era al valor dei soldati l'esempio d'una donna armata. Per non dir tutto, ricorderemo solo come una volta i Veneziani, campeggiando contro Francesco Sforza, perdettero il castello di Pavone in Bresciana, lasciando prigione lo stesso Brunoro. Poteva la donna non infiammarsi al danno del suo diletto? Raccoglie le sbandate reliquie de' marchesi: se ne fa guidatrice, più coll'esempio che colla voce le incora: piomba di nuovo sui Milanesi; li fuga: ricupera la perduta fortezza, e rende alla libertà il caro marito.
Anche nei giuochi che si bandirono a Venezia nel 1457 per l'elezione del doge, toccò essa la palma per aver preso il gran castello di legno, difeso invano da destri soldati e capitani.
L'alta idea che del valore di lei avea concepito Venezia fece sì, che venisse col marito spedita a difendere Negroponte, allora minacciata dal Turco, il quale con grande spavento dell'Europa veniva verso l'Italia inoltrando le sue conquiste. Finchè però ne stettero alla guardia il Brunoro e la sua donna non fu che quello procedesse. Ma il marito ivi morì, e la Bona si ricondusse a Venezia per ottenere dalla generosità della repubblica la confermazione dello stipendio paterno a pro di due suoi figliuoli, già destri nelle armi. Giunta però a Modone estenuata di forze, sconsolata dalla perdita di quel caro capo, dovette sostare, e sentendo avvicinarsi il giorno estremo, si fece preparare un magnifico sepolcro, e colà finì nel 1468.
Se mi indugiai narrando di lei non fatemene colpa ben sarebbe a compiangere la condizione dello storico se non gli fosse concesso lasciarsi andare talvolta alla vaghezza d'una gioconda simpatia.
Così il pellegrino affaticato dalla via, si ferma con diletto, e scolpisce il suo nome sulla quercia che protesse di ombra ospitale il suo riposo. Ben più volte mi meravigliai come in tempo che entrano di moda i romanzi storici[35], niuno abbia assunto ancora sì bel soggetto, che lo porterebbe a dipingere e la Lombardia, e il reame e quel mare e quelle isole che tengono ora fisso lo sguardo di tutto il mondo, ove una prode nazione vede finalmente coronati i sanguinosi sforzi che tant'anni durò per iscuotersi dal collo un intollerabile giogo.
GIROLAMO CARDANO
Nel 1663 Carlo Spoon, erudito di vaglia, raccoglieva e stampava in dieci volumi a Lione le Opere di Girolamo Cardano milanese, filosofo e medico, assicurando che «fra i tanti scrittori del secolo precedente veruno ne era, le cui scritture sieno state ricevute e celebrate con maggior applauso ed ammirazione;» e che «l'autore da personaggi di gran nome fu intitolato dittatore delle lettere, da altri, uomo incomparabile; da altri, portento dì ingegno.»
Vagliano le testimonianze dell'editore quanto i giudizj dei giornalisti, ma due cose son certe: che nessuno oggi legge quelle Opere, se non sia qualche erudito che voglia regalare agli umanissimi lettori un articolo in proposito; e che nelle scienze rimarrà perpetuo il nome del Cardano, non meno che nel catalogo abbastanza ampio delle bizzarrie umane avvegna chè egli sia stato illustre sapiente e insieme un deliro teosofista, provveduto di variatissima erudizione, eppur fecondo di pensamenti originali.
Fazio Cardano milanese, studiando all'università di Pavia, conobbe una fanciulla, e da questa generò il nostro Girolamo nel 1501. Educato a Milano dal padre, valente giureconsulto, a 20 anni già spiegava la geometria d'Euclide a Pavia. Era il tempo che gl'ingegni ridesti sentivano un bisogno universale di esercitarsi alla ricerca del vero nelle scienze morali, come nelle naturali e positive; e molti attendeano a raffinare l'analisi antica, altri a perfezionare la nuova. Ma il linguaggio algebrico era al balbettare; appena sapeansi risolvere le equazioni di primo e secondo grado e alcune che ne derivano, nè s'era volta la riflessione sopra le radici negative o immaginarie. Algebristi italiani vi attesero; e Scipione Del Ferro bolognese nel 1535 trovò la soluzione d'un caso parziale d'equazione cubica x3 + px = q e ne comunicò il segreto ad Antonmaria Del Fiore, il quale pubblicamente sfidò in Venezia l'altro famoso algebrista bresciano Nicola Tartaglia. Consuete erano allora queste sfide, e il Tartaglia confuse l'emulo con una soluzione più generale. Questa, sotto giuramento, egli insegnò al nostro Girolamo Cardano, il quale, nella sala sua Ars magna, non si fè scrupolo di pubblicarla, affiggendole il proprio nome che le è rimasto, dicendosi anche oggi formola cardanica.
Il Tartaglia ne mosse querela, il Cardano sostenne di avere ben sì avuta dal Tartaglia la formola del metodo di soluzione, ma trovata egli stesso la dimostrazione; e quanto alla formola, la scoperta non appartenere al Tartaglia, bensì a Scipione Del Ferro. Il Tartaglia dovette confessare che il Cardano avea dato a quella formola una maggiore generalità, e scoperto nuovi casi, non compresi nella regola da lui data, ma quanto alla formola, venne a sfida col Del Ferro; sfida non di stocchi e pistole come gli odierni eroi da caffè, ma di trentun problemi, ove il Bresciano ne propose di più ardui, e si mostrò algebrista superiore.
A queste sfide prendea parte tutto il mondo scienziato, e le soluzioni e i trionfi si annunziavano a suon di trombe; glorie che toccarono spesso al Tartaglia. Ma in un tempo in cui a questo pareva un gran che l'avere scoperto il cubo di p + q e l'equazione tra il cubo e una linea e tra due porzioni, di questa, fa meraviglia come siasi trovata la bella formola cardanica, fondamento ai lavori più insigni, e fino alla elegante generalizzazione di Harriot.
Il Cardano riconobbe la più parte delle proprietà delle radici, indicò le negative nelle equazioni quadrate, ogni equazione cubica aver una o tre radici reali; sapeva trovare queste per approssimazione, indicarne il numero e la natura, o secondo i segni, o secondo i coefficienti; trasformare un'equazione cubica perfetta in un'altra deficiente del secondo termine; inventò il calcolo delle radici immaginarie, tanto spediente all'analisi; pubblicò pure il metodo di sciogliere le equazioni biquadrate, trovato dal Lodovico Ferrari bolognese suo scolaro; applicava l'algebra alla geometria nei problemi, prima di Vieta, e di Cartesio; prima di Harriot, cui il Montucla ne assegna il merito, fece l'equazione eguale a zero. Il Cossali, nella Storia critica dell'algebra (1791), occupa quasi intero un volume a provare il merito del Cardano, restituendogli le scoperte che il Montucla attribuiva ad altri, e massime al Vieta.
Inoltre il Cardano trattò di tutto, e su tutto portò l'analisi inventrice. Nella meccanica fece giudiziose osservazioni, valutò la gravità e resistenza dell'aria, ideò di misurare il tempo mediante la pulsazione dell'arteria; insegnò un lucchetto a combinazioni mutabili, che si chiude sotto la parola serpens, invenzione che mal s'arrogano i Francesi.
Egli fu il primo a dare un'esatta descrizione della febbre petecchiale. Mentre le conchiglie fossili si credevano scherzi della natura, dilettatasi ad imitar in pietra le specie viventi, il Cardano dichiarò ch'erano valve pietrificate, attestanti la dimora del mare sulle vette montane; opinione ancora contrastata da quei gran naturalisti che furono il Mattioli, il Faloppio, il Mercati. Esaminando qual forza sia necessaria per sostenere un peso sovra un piano inclinato, la fece proporzionale all'angolo che esso forma coll'orizzonte; teoria giusta, sebbene ridotta a maggiore esattezza dai moderni. Indicò che l'acqua non è un elemento, ma è prodotta da aria.
Come però di sapienza, così fu un portento di stravaganza. Lasciò le proprie Memorie, preziose come delle scarse che francamente rivelino il cuore, e come pittura dell'uomo del secolo XVI, in mezzo alla dottrina cabalistica, che disponeva il mondo in maniera affatto poetica. Se tu gli credi, e' poteva a sua voglia cadere in estasi e in acatalessi; vedeva qualunque cosa desiderasse, nè le tenebre toglieano vigore alla sua vista; ciò che era per occorrergli presentiva in sogno, e da certe macchie su l'unghie. Il piacere, secondo lui, non è che la cessazione del dolore, e il male giova, se non altro, perchè s'impara a schivarlo; anzi per lui era un bisogno il penare o far penare; tormentava altre creature, flagellava sè stesso, e morsicavasi le labbra, e si pizzicava per sentir dolore quando alcuno non ne avesse.
E sì che dolori non gli mancavano. Giocatore, e perciò dissestato, è costretto ajutarsi con bassezze: un suo figlio fu attossicato dalla moglie, la quale perciò venne strozzata; a un'altro dovette far tagliare un'orecchio per reprimerlo; e tutta la sua vita fu bersagliata da sciagure.
Conosceva d'essere invido, lascivo, malefico, spensierato, e confessandolo ne riversava la colpa sopra le stelle, ch'erano ascendenti al suo natale. Del resto credeasi oggetto d'una predilezione speciale del cielo; seppe più lingue senz'averle imparate; più volte Iddio gli parlò in sogno; più spesso un genio famigliare, lasciatogli da suo padre, il quale se n'era giovato per trent'anni; può in estasi trasportarsi da luogo a luogo a sua volontà, ode quel che si dice lui assente. Della sua vanità non mi parlate; appena ogni mille anni nasce un medico par suo; nè rifina di vantare le sue cure, non meno che l'abilità sua nel disputare; infine, per avverar il pronostico fatto, lasciossi morir di fame
Scrisse maestrevolmente sui giuochi delle carte e dei dadi; smanioso di contraddire, stese bizzarri elogi della podagra e di Nerone, ma checchè ne dicano l'editore e la boria patriottica, nelle sue scritture mi ha l'aria di un giornalista ch'è obbligato ad empire le pagine, e più s'avviluppa in arzigogoli e astruserie, più è tenuto dai goffi; più si diffonde in lungagne, meglio è pagato; meno riflette, più lavora.
Chi volesse ridurre ad unità filosofica quel suo balzellare, troverebbe ch'egli dichiarava la natura essere il complesso degli enti e delle cose. In lei v'ha tre principj eterni e necessarj: lo spazio, la materia, l'intelligenza del mondo; e funzione di quest'ultima è il movimento. Lo spazio è eterno, immobile, nè mai senza corpi; il che equivale a ciò che poi disse Cartesio, non darsi il vuoto in natura. La materia è pure eterna, ma nè immobile nè immutabile; anzi passa di forma in forma mediante due qualità primordiali, calore e umidità. Non può concepirsi veruna porzione di materia senza forma. Ogni forma è essenzialmente una e immateriale, cioè un'anima, laonde tutti i corpi sono enti animati; del che è prova l'essere suscettibili di movimento. Le anime particolari sono funzioni di un'anima universale o anima del mondo. In essa trovansi rinchiuse tutte le forme degli esseri, come i numeri nella decade; ella somiglia alla luce del sole, che comunque uno ed eguale nell'essenza, appare sotto infinita diversità d'immagini, e «color varj suscita ovunque si riposa.»
Di tal passo andava filato al panteismo, se non avesse egli medesimo sospese le conseguenze, o variato circa l'opinione dell'unità dell'intelligenza.
L'uomo è organo di quest'intelligenza universale; pure ha un carattere distinto, la coscienza. Questa il mena a distinguere l'anima dal corpo, o, come diciamo oggi, l'io dal non me, l'uno dal vario. E dell'anima dimostra egli l'immortalità mediante gli argomenti de' filosofi predecessori; crede però che questo dogma abbia prodotto di gravi danni, quali sarebbero le guerre di religione.
La fisica sua fonda affatto sulla simpatia generale fra i corpi celesti e le parti del corpo umano; secondando i postulati delle scienze occulte, delle quali tutte ragiona con intima persuasione, altamente riprovando quei professori inesperti, per cui vizio resta infamata una dottrina, nella quale la certezza è tanta quanta nella medicina. In ciò poteva dire il vero in epigramma. Per vendicarla da tali ingiurie e mostrare come sieno manifesti i decreti delle stelle in noi, esso non procede che per raziocinio e sperimento, giacchè le scienze occulte appellavano sempre agli argomenti e ai fatti quanto le positive; tant'è vero che i fatti non hanno merito se non sappiansi ben interpretare. Il Cardano per maggior chiarezza riduce quella dottrina ad aforismi distinti in sette sezioni, dai quali si intende come ogni colore, ogni paese, ogni numero stesse sotto la soprantendenza di un astro.
La magia naturale insegna otto cose: prima, i caratteri dei pianeti e a far anelli e sigilli; secondo, il significato del volo degli uccelli; terzo, a interpretare le voci loro e d'altri animali; poi le virtù delle erbe, la pietra filosofale, la conoscenza del passato, del presente, del futuro mediante tre viste; la settima parte mostra gli esperimenti propizj, sì del fare, sì del conoscere; l'ottava, le maniere d'allungare molti secoli la vita.
Reggereste voi, lettori umanissimi, ad accompagnarmi nell'indicazione dei varj canoni di queste dottrine? Il Cardano, è ben lungi dal farne mistero; anzi insegna a comporre sigilli per far dormire, o per farsi amare, o per rendersi invisibile, o per non istancarsi, o per aver fortuna; tutto ciò combinando quattro nature, cioè la natura della facoltà, quella della materia, quella dell'astro, quella dell'uomo che fa; al qual uopo egli divisa la natura delle varie gemme e degli astri che vi corrispondono. Tra i talismani il più potente era il sigillo di Salomone. Una candela di sego umano, avvicinata a un tesoro, crépita fino a spegnersi, e la ragione è che il sego è formato di sangue; il sangue è sede dell'anima e degli spiriti, i quali entrambi son presi da cupidigia d'oro e d'argento finchè l'uomo vive, e perciò anche dopo morto ne rimane turbato il sangue. Volete sapere i presagi che possono dedursi dalle differenti arti e dai casi naturali? Volete interpretar le linee della mano colla chiromanzia? o quel che significano le macchie sulle unghie e come intendere i sogni? come ottenere responsi? Non avete che a scorrere quei dieci volumi in foglio, e ve l'insegnerà con sicurezza: piccola fatica, guadagno incommensurabile.
E fu con tali scienze ch'egli acquistò reputazione europea a' suoi giorni; consigli e responsi da lui chiedevano insigni personaggi e perfino Eduardo VI re d'Inghilterra; il primate di Scozia affidò le sue malattie a' costui strologamenti; san Carlo il propose maestro nell'Università di Bologna; il re di Danimarca gli offerse un posto alla sua corte; Gregorio XII il volle suo medico. Cento geniture egli formò d'illustri personaggi, dall'oroscopo, cioè dagli astri ascendenti al loro natale, deducendo la causa delle qualità e dei difetti loro. Alle stelle conviene aver riguardo nella medicazione, ed infallibile esaudimento ottengono le preghiere a Maria, fatte il primo giorno di aprile alle ore otto del mattino.
Tutto ciò vi racconta colla persuasione onde oggi si parla delle tavole semoventi e degli spiriti picchianti; ma poi a volta a volta esce a ridere della chiromanzia, della stregoneria, dell'alchimia, della magia, dell'astrologia. Ne ride, eppure le esercita, per compassione di chi n'ha bisogno; i fantasmi reputa illusioni di fantasia scompigliata, eppure è pieno di storie di morti e di spiriti; crede che gli incubi generino bambini, e depongano il vero le streghe nei processi. Insomma, veggente come i moderni, talvolta delira come gli antichi della peggiore età; talvolta si eleva come il genio, tal altra è disotto del senso comune; vacilla tra opinioni rette e malvagie, e come disse un suo nemico acerrimo, lo Scaligero, in molti punti è superiore ad ogni umana intelligenza, in altri inferiore a un bambolo. E il Leibniz asserì che fu uomo grande malgrado i suoi difetti; senza questi sarebbe stato grandissimo.
E per quanto noi vorremmo celebrar questo insigne milanese, troviamo di doverlo collocare con quei tropp'altri italiani, di bello, anzi di splendido ingegno, che il nostro patriotismo ci fa proclamare superiori, o almeno anteriori a que' forestieri i quali innovarono la filosofia; ma i nostri realmente ben poco effetto esercitarono sopra gl'incrementi della scienza; per ottener i quali non bastano lampi comunque splendidi, ma vuolsi luce tranquilla e seguita: non basta avventurare alcune teoriche, ma bisogna averle vedute nascere regolarmente, regolarmente svolgersi, applicarsi; non basta dire alcune verità prima d'ogni altro, ma bisogna averle scevrate dalle falsità, da altre asserzioni che attestano non essersi avuta chiara percezione neppur delle vere, e che ne elidono l'impressione; infine bisogna averle esposte non solo con esattezza, ma con limpida proprietà, col linguaggio approvato dai dotti e inteso anche dai vulgari, con quell'arte che penetra gli intelletti e determina le volontà.
DUE ALCHIMISTI ITALIANI
L'oro! non è esso il gran movente della società, il fattore più universale dell'incivilimento, il rappresentante di tutti i godimenti, la fonte del maggior di tutti, qual è l'indipendenza? Che stupirsi dunque se è cercato con mezzi sapienti, con laboriosi, con scellerati, con assurdi? Il titolo di questo racconto vi rimembra come, nel mentre l'arte si assottigliava per guadagnarne, la scienza presumesse crearne; cioè, mediante l'arte ermetica, scoprir un ingrediente che, imitando l'operazione della natura, i metalli ignobili tramutasse ne' due più preziosi. Come spesso fanno i fantastici, gli diedero un nome prima di possederlo; e la pietra filosofale o la polvere di projezione fu diuturno studio de' naturalisti, o speciale lucubrazione d'una specie di frammassoni, estesi da per tutto col nome di alchimisti. Io ebbi occasione di parlarne altrove forse non senza qualche diletto di quei pochi che ancora hanno il coraggio di leggere un libro che sia italiano e non sia romanzo[36]. Qui voglio soltanto soggiungere che, se v'ebbe de' bricconi tra gli alchimisti, i quali scroccavano l'oro colla promessa di fare oro, altri ve n'avea di buona fede, di longanime studio, d'ingenua abnegazione.
Bernardo, nato da una famiglia di conti a Treviso il 1400, e conosciuto ne' fasti della grand'arte col nome di Bernardo Trevisano, fu dei più leali ed ostinati cultori dell'alchimia. Geber e Rases, oracoli dei medici arabi, gli aveane istillato questa passione, e poichè la falsa scienza non meno che la vera pretendeva appoggiarsi sulle esperienze, tremila scudi egli consumò nel ripetere quelle che da essi maestri erano accennate. Poi si volse alle dottrine di Archelao e di Rupescissa, e «in quindici anni di prove (dic'egli) tanto in ciurmadori, quanto per me onde conoscerli, spesi da seimila scudi.»
Cominciava a venirgli meno il coraggio e la speranza di trovar la pietra filosofale quando un suo compatriota insegnogli a farla col sal marino; ma in un anno e mezzo rinnovata quindici volte la prova e sempre fallitagli, scelse un altro metodo, qual era di sciogliere separatamente in acquaforte del mercurio e dell'argento; lasciatili così un anno mescolò le soluzioni e le concentrò sopra cenere calda in modo da ridurle a due terzi; questo residuo espose al sole in una storta, poi lasciollo cristallizzare durante cinque anni; alla fin dei quali trovò... null'altro che quel che vi avea messo.
E Bernardo era giunto ai 46 anni, sempre tentonando, eppure non si disingannò; anzi avventurossi per un'altra via, insegnatagli da maestro Goffredo, frate cistercense. Eccovela. Comprarono duemila uova di gallina, le fecero sodare, e levatone il guscio, lo calcinarono al fuoco; separarono i tuorli dall'albume, e li fecero fermentare a parte entro fimo di cavallo, poi li distillarono trenta volte, finchè ne ottennero un liquido bianco, e un liquido rosso. Più volte si rifecero da capo, variarono le combinazioni; e il sapere che non ne trassero alcun frutto non vi farà tanta meraviglia, quanto vi piacerebbe il sapere da quali argomentazioni fossero condotti a ripromettersi effetti, così divergenti dalle cause. Sfortunatamente però non dovreste andar troppo lontano per imbattervi in ragionamenti simili, per esempio in fatto di politica, ove dai lati più arbitrarj si arguiscono le conseguenze più inattendibili. Il tempo invece tira le legittime; ma sperereste per questo che il criterio prevalga alla passione?
Nè prevalse in Bernardo Trevisano, il quale, dopo otto anni, conobbe illusoria anche quella strada, ma non rinnegò la meta: e si pose a nuovi lavori insieme con un teologo illustre, il quale pretendeva cavar la pietra filosofale dalla coparosa. Calcinavasi questa per tre mesi, poi infondeasi in aceto, distillato otto volte: passavasi al lambicco quindici volte il giorno per un anno. — Ah! se l'uomo mettesse a buoni intenti la perseveranza che adopera ad assurdi!
La fatica, l'ansietà era ad aspettarsi che guastassero la salute del nostro alchimista, e per quattordici mesi gli si ostinò addosso una febbre, che minacciava torgli la pazzia colla vita.
Della febbre guarì, non della pazzia: e un chierico del suo paese l'informò che maestro Enrico, confessore dell'imperatore, possedeva il segreto di preparare la pietra filosofale. Detto fatto, il nostro Bernardo passa le Alpi, è in Germania, e per difficilissimi mezzi e col procaccio di confratelli alchimisti, s'introduce presso il fortunato, e a quanti plurimi ne ottiene dieci marchi d'argento e la rivelazione del processo. Per null'altro che per un gran mercè noi lo regaleremo ai lettori. Recipe mercurio, argento, olio d'ulive, solfo: misce, fondi a fuoco moderato; cuoci a bagnomaria, rimescolando senza riposo. Dopo due mesi si asciutti in una storta di vetro, rivestita d'argilla, e il prodotto si tenga per tre settimane sopra ceneri calde. Allora vi si unisca piombo, si fonda il tutto al crogiuolo, e il prodotto si sottoponga alla raffinazione. Ciò fatto, que' dieci marchi d'argento dovevano trovarsi cresciuti di un terzo: — ma ahimè! al fine di tanto lavoro più non ne restavano che quattro.
Il Trevisano, come un amante corbellato, si vantò disilluso, giurò non badar più a simili fantasie; parenti e amici fecero giubileo della sua guarigione, per quanto cara gli fosse costata; ma due mesi appena erano trascorsi, e rideccolo al lambicco, alle storte, al farnetico di prima. Persuaso però che alla grand'opera gli fossero indispensabili i consigli di gran sapienti, andò a interrogarli in Ispagna, in Inghilterra, in Scozia, in Germania, in Olanda, in Francia; poi in Egitto, in Palestina, in Persia, culla e sede di quelle arcane dottrine; a lungo s'indugiò nella Grecia meridionale, e visitava principalmente i conventi, depositarj dei libri e delle dottrine tradizionali; e coi più rinomati monaci travagliava alla grand'opera. Così era giunto ai 72 anni, avendo dissipato il ricavo del venduto suo patrimonio; di modo che nel 1472 approdava all'isola di Rodi senza denari nè bagaglio, ma con sempre maggior fiducia nella polvere, cercata tutta la vita. Oh possano averne altrettanta i cercatori di ben più utili spedienti!
A Rodi fermava stanza un religioso, celebrato in tutto Levante come possessore del gran secreto; ma di avvicinarsegli non trovava più modo il nostro Bernardo, sprovvisto com'era del gran passa-pertutto, il denaro; se non che un mercadante veneziano, conoscente della famiglia di lui, gli prestò ottomila zecchini, e raccomandollo a quel professore. Tre anni lo tenne costui in istudj e sulle suste, onde preparare il magistero per mezzo d'oro e d'argento amalgamati con mercurio; alfine lo ammise al sommo secreto dell'arte ermetica; e nel gran codice della verità gli mostrò questo assioma:
Natura si fa giuoco di natura,
E natura contiene la natura.
L'avete capito, lettori dabbene? ma se volete che ve lo butti in moneta, ciò significa che bisogna gettare alle spalle le illusioni, non impigliarsi in ciurmerie, e persuadersi che per far oro ci vuol oro, e tutta l'alchimia non giunse mai od ottenerne in fine più di quello che adoperò in principio. Crediamo che a simili conclusioni arriveranno gli odierni eterogenisti.
Perdere a 77 anni l'illusione di tutta la vita, è pure straziante! Ma il conte Trevisano volle almanco giovare agli innumerevoli adepti della scienza ermetica occupando i sette anni che ancora sopravisse nello scrivere diversi trattati intorno a quella scienza: il più celebre dei quali è il Libro della filosofia naturale de' metalli di messer Bernardo conte della Marca Trevisana, che ognuno può leggere, ma che pochissimi leggeranno nel tomo II della Bibliothèque des philosophes chimiques.
L'acquisto della verità è così penoso, che molti ripugnano a manifestarla chiara, limpida com'essi la colsero, e far così fruttare agli altri la propria sperienza. Anche il nostro conte, invece di palesare e confessare schietto i suoi inganni, si rinvolse per modo che molti cercarono in esso la scienza ermetica; e lo credono, volli dire, lo credettero un de' migliori maestri della grand'opera. Ma quell'assioma fondamentale, intorno a cui egli si raggira continuamente, induce noi a tutt'opposta credenza, e se c'inganniamo, ci è di conforto questo passo del libro suddetto:
«Onde che io conchiudo, e credetemi. Lasciate le sofisticazioni e chi vi crede; fuggite le loro sublimazioni, congiunzioni, separazioni, congelazioni, preparazioni, disgiunzioni, connessioni, ed altre decezioni. E taciano quelli che vanno spacciando e preconizzando altro solfo che il nostro, il quale è latente nella magnesia; e che vogliono trarre altro argento vivo che dal servitore rosso, od altra acqua che la nostra, la quale è permanente, e non si congiunge che alla propria natura, e non bagna altra cosa se non l'unità della propria natura. Nè altro aceto v'ha che il nostro, nè altro regime che il nostro, nè colori altri che i nostri, nè altra che la nostra sublimazione, nè altra che la nostra soluzione, che la nostra putrefazione.»
Se l'ammaestramento non vi pare abbastanza evidente, non so che dirvi; d'altra parte sarebbe stato inutile, giacchè non si dà evidenza, a cui la passione ceda.
A tre secoli di distanza, le storie ci offrono, ossia avrebbero dovuto offrirci un altro alchimista, ma della peggiore schiuma. Come non siamo certi del vero nome di Cagliostro, così neppure del costui; se non che ne' suoi giorni trionfali lo vediamo intitolarsi don Domenico Manuele Gaetano conte di Ruggero, napoletano, maresciallo di campo del duca di Baviera, generale, consigliere, colonnello d'un reggimento a piedi, comandante di Monaco, maggior generale del re di Prussia. Era nato, almen pare, a Pietrabianca presso Napoli; imparò di orefice, e nel 1695 fu iniziato all'alchimia tramutatoria, probabilmente da un Lascaris, venuto dalle isole greche, e rinomato in tutta Europa. Da costui egli ebbe la tintura bianca e la tintura gialla, per formar l'argento e l'oro; e che doveva essere un amalgama, il quale, messo al fuoco, e svaporandone il mercurio, lasciava in fondo al crogiuolo il metallo fino. Tutta la speranza di buon esito consisteva nel non adoperare il bilancino.
Questa polvere era ben poca; e don Domenico vi suppliva colla destrezza; andò pel mondo annunziando di poter trasmutare metalli in gran quantità, facendone prova su piccolissima, e ottenendone fama: — la merce più capricciosa del mondo. Perlustrata Italia, per quattro mesi fece eccellenti affari a Madrid; ove l'ambasciadore di Baviera lo persuase a recarsi dall'elettore signor suo, il quale allora dimorava a Bruxelles come governatore. Vi andò, eccitò la meraviglia, e ottenne la confidenza dell'elettore Massimiliano, il quale preso dalle splendidissime promesse ch'esso gli faceva, gli concedette onorificenze, cariche, titoli e sovvenzioni per seimila fiorini. Ma l'adempimento delle promesse non sapea venir mai; onde scopertolo ciarlatano, il fe' buttar prigione. Due anni vi penò, poi riuscito a fuggire, non corse volgarmente a nascondersi, o andò fiaccamente a piagnucolare; anzi comparve trionfante a Vienna nel 1702; e qualche projezione gli riuscì così destramente, che tutta la Corte ne rimase stupefatta; e l'imperatore se lo prese a servigio. La morte di questo interruppe la sua splendida carriera; ma è un'arte de' ciarlatani il cader sempre in piedi. Di fatto fu tolto a stipendio dall'elettor Palatino, al quale ed alla imperatrice egli promise dare in sei settimane 71 milioni o la sua testa. Prima del termine egli fuggì; ed eccolo a Berlino, acquistandosi favore col dirsi perseguitato dall'Austria: e re Federico I, sentito il consiglio di Stato, non trovò da opporsegli, ed accettò le magnanime sue proposizioni. Con grande apparato e numerosi testimonj egli eseguì alcune tramutazioni, constatate a tutto rigore di prove; e promise fabbricare polvere di projezione quanta basterebbe per fare sei milioni di talleri.
Convien dire fosse un abilissimo prestigiatore, se vediamo quanti ne rimasero illusi, e quante volte rifece il proprio credito e di quanti onori venne colmato; pure tante volte va la gatta al lardo, che alla fine vi lascia la zampa. La promessa da lui fatta al re non vedeasi mai ridotta, nè tampoco avvicinata all'effetto: e il re andava, se non spilorcio, però prudente nel regalarlo, talchè gli mancava l'oro necessario per far oro, quella natura che contiene la natura, come sentimmo dire dal conte Trevisano. Re Federico, informato delle precedenti birberie del Napoletano, lo fece chiudere nella fortezza di Custrino, coll'alternativa che adempisse le promesse se no la forca. La prima condizione gli era impossibile, e perciò fu processato e come reo di lesa maestà condannato al patibolo. La consuetudine germanica portava che i falsificatori (e sotto questo titolo comprendevansi anche gli alchimisti) con inumano scherzo si sospendessero vestiti d'orpello ad una forca indorata: ed in questo arnese perì a Berlino il 29 agosto 1709.
Il re ebbe vergogna d'essersene lasciato ingannare o rimorso d'averlo punito sproporzionatamente, onde non sofferse più mai che quel nome fosse proferito in sua presenza. Costui fu l'ultimo tramutatore che la storia menzioni; i ciurmadori si volsero ad altre maniere d'inganni, che meriteranno storia anch'essi quando ne sia passata la stagione.
1856.
ROSTOPCIN
Teodoro, figlio di Basilio conte di Rostopcin nacque nella provincia russa di Orel il 12 (23) marzo 1765, da famiglia che pretendea discendere da Gengiskan. Tartaro anche nella peggior significazione della parola, capace di qualunque estrema risoluzione, ambizioso, passionato, sarcastico, fanatico di assolutismo, abborrente da ogni novità, furioso nella collera; insieme amava le lettere, scriveva articoli e opuscoli, benevolo quando non c'entrasse la passione, agressivo spesso e infervorato per l'attacco. Fu per un momento il favorito dell'imperatore Paolo I, e suo ministro degli affari esteri, e lo rattenne da molte pazzie, sicchè talora sentì dirsi: «Voi siete terribile, ma avete ragione.» Un giorno Paolo, trovandosi in un circolo di principi, si volse di botto a Rostopcin chiedendogli: — Perchè voi non siete principe?»
Ed egli: — Perchè mio padre venne di Tartaria in Russia nel fitto dell'inverno.»
— Oh che ci ha a che fare la stagione col titolo?»
— Quando un signore tartaro compariva la prima volta alla Corte, il czar gli lasciava la scelta fra una pelliccia e il titolo di principe. Mio avo, giunto nello stridor della vernata, ebbe il senno di preferire una pelliccia.»
Paolo ne rise di cuore, e ai circostanti: — Signori principi, congratulatevi che i vostri avi non siano arrivati di gennajo.»
L'imperatore Alessandro, del quale non carezzava le velleità liberali, avealo poco gradito, ma negli estremi bisogni il pose governatore di Mosca.
Entusiasta per la patria, fremette al vederla invasa dai Francesi di Napoleone nel 1813; fè di tutto per concitare gli spiriti al maggior sacrifizio; organizzò 122,000 volontarj in corpi armati a spese della nobiltà; mantenne la tranquillità esaltando il coraggio, e quando, dopo la battaglia di Borodino, fu stabilito d'abbandonare Mosca senza difenderla, egli fece partirne i cittadini, sicchè vi restasse solo plebaglia, e troncò all'esercito invasore ogni possibilità di comunicare coll'interno dell'impero. Fu allora che scoppiò l'incendio famoso di Mosca, che ancora non è ben certo se fosse opera causale degli invasori, od ordinata dal Governo, o meditata dall'irritazione popolare. Ne fu attribuita generalmente la colpa o il merito a Rostopcin: ma di certo si sa soltanto che, partendone, egli distrusse un ricco villaggio di sua appartenenza, non lasciandovi che la chiesa con un'epigrafe ad esecrazione de' Francesi.
Dopo quel disastro, Alessandro lo ricevette con freddezza, direbbesi anzi con ribrezzo: Rostopcin non invocò premj quando, nel 1815, poteva aspettarsene; in un libro La verità sull'incendio di Mosca (Parigi 1823), sostenne era stata bruciata dagli invasori, e ne addusse in prova l'inutile distruzione di parte del Kremlin; dappoi si confuse fra i tanti attori del gran dramma europeo, tornò in Russia alla morte d'Alessandro, e morì a Mosca il 18 (29) gennajo 1826. Del resto viveva a Parigi, applicandosi a ricerche bibliografiche e ai piaceri; faceasi ammirare per motti politici, ma evitava di parlare di sè. — Dovreste scrivere le vostre memorie,» gli disse una signora, curiosa di conoscere il vero. Ed egli al domani gliele portò in un semplice foglio. E sono queste, che riferirò per l'espressione di un cinismo inesorabile e d'un frizzo volteriano.
Così, quel ch'era stato salutato salvatore del suo paese, anzi dell'Europa, finiva oscuro e indispettito, vendicandosi dei disinganni, e se avea cominciato colla tragedia, finiva col sarcasmo.
ME AL NATURALE
OVVEROSSIA
MIE MEMORIE SCRITTE IN DIECI MINUTI
CAPITOLO I.
Mia nascita.
Il 1765, 12 marzo, uscii dalle tenebre al gran giorno. Mi misurarono, pesarono, battezzarono. Nacqui senza sapere il perchè: i genitori miei ringraziarono il cielo senza sapere il perchè.
CAPITOLO II.
Mia educazione.
Mi insegnarono d'ogni sorta cose e lingue. A forza di essere sfacciato e ciarlatano, passai talvolta per dotto; e la mia testa divenne una biblioteca di libri scompagnati, di cui io solo ho la chiave.
CAPITOLO III.
Miei patimenti.
Fui tormentato dai maestri, dai sartori che mi faceano i panni impiccati, dall'ambizione, dall'amor proprio, da inutili ribrame, da re e da reminiscienze.
CAPITOLO IV.
Privazioni.
Tre grandi piaceri della spezie umana io non gustai: il furto, la ghiottoneria e l'orgoglio.
CAPITOLO V.
Epoche memorabili.
Di trent'anni rinunziai al ballo; di quaranta, a piacere alle belle; di cinquanta, all'opinione pubblica; di sessanta, al pensare; e diventai un vero sapiente, o, ciò ch'è tutt'uno, un egoista.
CAPITOLO VI.
Ritratto morale.
Fui caparbio come un mulo, capriccioso come una civetta, vispo come un fanciullo, infingardo come una marmotta, attivo come Buonaparte; e tutto ciò quando mi parve e piacque.
CAPITOLO VII.
Risoluzione importante.
Non avendo mai potuto rendermi padrone della mia fisonomia, lentai la briglia alla mia lingua, e contrassi il mal vezzo di avere il cuore sulle labbra. Da ciò alcuni piaceri e molti nemici.
CAPITOLO VIII.
Che cosa fui e che cos'avrei potut'essere.
Fui sensibilissimo all'amicizia, alla confidenza; e se fossi stato nell'età dell'oro, sarei per avventura stato un galantuomo fatto e finito.
CAPITOLO IX.
Principj rispettabili.
Non fui mai avviluppato in nozze e in pettegolezzi; non ho mai raccomandato nè cuoco nè medico, e per conseguenza non attentai alla vita di nessuno.
CAPITOLO X.
Miei gusti.
Mi vanno a sangue la poca brigata e il passeggiare in un bosco. Ebbi una venerazione involontaria pel Sole, e il suo tramonto mi lasciava spesso di mal umore. Dei colori amavo il celeste; di mangiari, il manzo col ramolaccio; di bibite l'acqua fresca; di spettacoli, la commedia e la farsa; d'uomini e donne, le fisonomie aperte ed espressive. I gobbi dei due sessi m'avean un'attrattiva, che mai non seppi definire.
CAPITOLO XI.
Mie avversioni.
Nutrivo repugnanza per gli scioli e pei facchini, per le donne intriganti che ostentano virtù, disgusto per l'affettazione; pietà per gli uomini ritinti e per le donne imbellettate; avversione pei sorci, i liquori, la metafisica e il rabarbaro; sgomento della giustizia e dei cani rabbiosi.
CAPITOLO XII.
Analisi della mia vita.
Aspetto la morte senza paura, ma senza impazienza. La mia vita fu un melodramma.
CAPITOLO XIII.
Rimunerazione del cielo.
La mia gran fortuna è di sentirmi indipendente da tre che reggono l'Europa. Essendo ricco che basti, divezzo dagli affari e abbastanza indifferente alla musica, non ho di che intrigarmi con Rothschild, nè Metternich, nè Rossini.
CAPITOLO XIV.
Mio epitafio.
Qui fu posato
perchè sia riposato
con un animo saziato
un cuore vuotato
un corpo sciupato
un vecchio diavolo trapassato.
Signori e signore passate.
CAPITOLO XV.
Dedicatoria a chi legge.
Can d'un pubblico! Organo discordante delle passioni; che tu alzi al cielo, e sommergi nel brago, che salmeggi e calunnii, e il perchè non sai; immagine del tocco a martello; eco di te stesso; tiranno assurdo, scappato dai pazzerelli; quintessenza de' veleni più sottili e degli aromi più soavi; rappresentante del diavolo presso la specie umana; furia mascherata di carità cristiana; pubblico che io temetti in gioventù, rispettai maturo, vecchio sprezzai, a te dedico le mie Memorie.
Gentil pubblico, finalmente son fuori dalle tue zanne, perchè son morto, e quindi sordo, cieco e muto. Possa tu godere simili vantaggi pel riposo tuo e del genere umano.
I FRATI PACIERI
Io vo gridando pace, pace, pace
Petrarca.
Siccome nel primitivo caos una confusione di contrarj elementi lottava, informi e discordi aspettando il potente soffio dell'amore che gli ordinasse all'utilità, alla bellezza, alla evoluzione: tale nel medioevo, in questa cara patria nostra, i diversi elementi d'antico o di moderno, di popoli dell'Oriente e del Settentrione, di civiltà decrepita e di nascente, di coltura e di barbarie, di cristianesimo e d'idolatria, non combinati ancora, cozzavano senza riposo. Quinci guerre parziali, minute ma continue, nelle quali tu avvisi l'impeto di violente ed irrefrenate passioni, l'indisciplina dei grandi, l'indipendenza dell'individuo, che, col pugno sulla spada, si tiene per sovrano di sè e delle azioni proprie, e in quella spada vede il diritto di acquistare quanto gli torna o gli piace. Spente o soffocate le leggi e la giustizia, non conosciuto altro diritto che la forza, fra lo schiammazzo di quegli impetuosi, fra il divincolarsi delle membra colossali, fra l'urtar degli stocchi, qual voce avrebbe potuto far intendere parole di composizione e di pace?
La religione.
Unica forza morale di quei secoli, unico centro della disgregata società, supplendo al difetto dell'amministrazione e della giustizia, tra le risse private, tra le file dei combattenti inviava l'inerme sua milizia, perchè in nome del Signore imponesse fine agli eccidj fraterni.
Chi non conosce la tregua di Dio? Uomini pii diedero voce che il Signore avesse parlato, ed ingiunto loro, che, spargendosi per la cristianità, intimassero dover ogni zuffa sospendersi tre giorni per settimana, o maledetto chi violasse tal legge.
Gli uomini, usati al racconto di miracoli, creduli perchè ignoranti, perchè soffrenti, perchè cattivi, prestarono fede: ed ogni settimana, quando il giovedì tramontava, i soperchiatori, i prepotenti riponeano la daga o il coltello nel fodero: i tementi respiravano; l'insidiato usciva dagli asili o dai nascondigli, per tornar a vedere la donna, i figliuoli, il padre: poteva il tapino ardirsi d'alzare gli occhi sul suo signore, senza vederlo schizzar sangue e vendetta: le colombe s'accostavano sicure al nibbio, finchè non tornasse a ricacciarle l'alba del lunedì.
A mezzo poi del secolo XIII, vennero i Battuti, grosse torme d'uomini, di donne, di fanciulli, che scalzi i piedi, coperta appena la nudità da un rozzo sacco, in lunghe disordinate file, seguitando un crocifisso, battendosi a sangue, cantando lo Stabat Mater, e così mutandosi di città in città, di regno in regno intimavano penitenza, e concordavano paci.
A questa clamorosa divozione, non promulgata da predicatori, non istituita dal pontefice, senza che alcuno ne sapesse il come e il perchè, diffusa rapidamente da un capo all'altro dell'Europa, entrava negli animi la persuasione d'alcuna grave sventura, colla quale Iddio fosse per riasciacquare le iniquità della terra. Tacquero le danze e le canzoni d'amore per far luogo a pellegrinaggi e a devote cantilene: usurieri e ladri restituivano il mal tolto: peccatori inveterati nella colpa si confessavano e ricredevano: le sùbite ire ammorzavansi, come un incendio sotto un mucchio di terra.
In quel tempo istesso cominciarono due nuovi Ordini religiosi, milizia potente a sostenere i diritti della santa sede, minacciati dallo svegliarsi dell'umano pensiero. Erano questi i Domenicani e i Francescani; i primi, specialmente intesi a svellere la zizzania di mezzo al frumento, e punire i fratelli di Gesù Cristo che non credessero e non adorassero come loro: gli altri, tutti popolari, tutta povertà, si diffondevano in mezzo al volgo, accattando un tozzo per Dio, predicando il Vangelo e i santi loro e pratiche di devozione, e mitigando i cuori iracondi. Ne' quali uffizj non erano però così distinti, che talvolta non si vedesse il Domenicano proclamare non l'esterminio, ma l'amore, ed il Francescano accostare la face al rogo che doveva ardere un riprovato.
Sentivi tu (caso quotidiano a quei tempi,) sentivi un ricambiare di bestemmie, di vituperj, un tempestare di colpi? Eri sicuro di scorgere ben tosto fra gli azzuffati interporsi il frate col rozzo sajone, nudo il raso capo, tendendo di mezzo ai colpi la croce di legno che gli pendeva pel rosario alla cintura.
Due fratelli si cercavano a morte? una famiglia un corpo aveva giurato vendetta di qualche insulto? l'oltraggio aveva aguzzato il coltello, nascosto sotto alla casacca d'un violento? Ebbene: il frate s'affacciava alla porta con un Deo gratias sommesso; prendeva a ragionar del Signore, d'un Uomo Dio, che patì prima di noi, più di noi, per noi e senza colpa; dipingeva l'amarezza degli odj, la giocondità dell'abitare i fratelli in uno; poi un momento estremo, nel quale riuscirà così dolce il ricordarsi d'una buona azione; un altro giudizio, dove chi perdonò sarà perdonato. Quei cuori feroci cui non avrebbe frenato impero di legge o possanza di magistrati aprivansi alla benevolenza, fondevansi in lagrime, e correvano ad abbracciare il nemico, fra le benedizioni del frate paciere.
Che se voi siete di quelli che investigano l'antichità, non fra diruti e reliquie inanimate, ma nei costumi discesi fino a questa ciarliera nostra civiltà che tanto vantiamo, e che pure non è se non una posata di mezzo fra il bene e il male, avrete potuto trovare avanzi di quelle antiche istituzioni, od in Toscana nella Compagnia della Misericordia, che ad ogni caso di rissa o di pericolo accorre per impedire o rimediare il male, recare pace o medicina; oppure in Roma, ove, pei trivj e nelle taverne, quando l'uomo, non educato o frenato dalle buone istituzioni, tra il furor delle risse o l'ebbrezza del giuoco, prorompe all'orrendo bestemmiare, gli si para dinnanzi un Saccone, uomo ravviluppato sino la faccia nella cocolla, il quale, senza far motto, si inginocchia davanti al bestemmiatore, tendendo le mani giunte. Il bestemmiatore comprende quel muto linguaggio, cessa l'imprecazione, e non di rado, caduto anch'egli in ginocchio, la converte in preghiera d'espiazione. Sotto a quel cilicio è forse celato uno dei primi signori, un prelato, un cardinale: — belle istituzioni, se non ne discordassero troppo le carabine, inarcate al tempo stesso per punire il bestemmiatore.
Nè solamente a ricomporre private nimistà davano opera i frati: spesso ancora s'intromettevano alle discordie fra città e città, fra gente e gente nemica. Imperocchè le repubbliche italiane, senza sperienza di storie, non che sodare l'unione, tendevano a più sempre disgregarsi: ogni città, ogni villaggio, che più? ogni famiglia voleva formarsi centro, appartato da ogni altro: talchè fra que' ringhiosi non era pace mai, di rado tregua. Divisa l'Italia in repubbliche, queste in comunità, le comunità in corpi e maestranze, e tutti in fazioni, una l'altra contrariava ne' consigli, preparava segrete congiure, aperte sedizioni; correva alle armi, occupava i castelli, cacciava di contrada in contrada, di vicinanza in vicinanza gli avversarij? I vinti, cercato soccorso di fuori, comparivano di nuovo battevano e ricacciavano i già vincitori; ammazzamenti, guasti, rube, incendj, questa è la storia delle città d'allora.
Miseri Italiani! Nessuna nazione al par di voi corse ingorda a queste battaglie; nessuno al par di voi scontò con tanto pianto quel sangue: e il pianto di tre secoli non ne ha ancora lavato la macchia... Giudizio e preparazione di Dio!
Fra tanto battagliare di parti, grand'opera rimaneva ai frati. Già al tempo delle crociate, molti si davano attorno a calmare le risse, persuadendo a volgere piuttosto contro il comune inimico questo bisogno d'azione. Nel che Iddio con mirabili effetti di paci prosperò san Bernardo di Chiaravalle, che mentre bandiva la cacciata de' Saraceni da Terrasanta, venne a comporre in concordia Milano, Genova, Pavia, Cremona. Il beato Alberto mise in accordo i paesani delle due sponde dell'Adda, fra Brivio e la val san Martino, quand'erano già per venire ai ferri. Il qual beato Alberto aveva fondato il convento in Pontida, ove poi, ad insinuazione di frati, venne conchiusa la Lega Lombarda, formidabile al Barbarossa; e donde alla guida di un frate (frà Jacobo) si mossero le città per ricostruire la distrutta Milano, e redimere la patria dagli stranieri.
In Genova ferveano le contese fra nobili, e un figlio di Rolando Avvocato era stato ucciso dagli arcieri di Marchese di Volta; marchese di Volta fu trucidato poco poi; sangue per sangue, nè fu il solo. Invano i consoli si adoprarono per rappattumare i feroci, onde finsero di voler risolvere il litigio con sei duelli. Accorsero le madri e le spose dei trascelti per impedir quel sangue; il che già disponeva a una pace ch'essi dissimulavano di desiderare. Perchè fosse più solenne il giudizio di Dio, invitarono l'arcivescovo; nel mezzo dell'adunanza le reliquie del Battista; attorno il clero in pontificale; croci alle porte della città: tutto che incuteva un insolito rispetto. Allora l'arcivescovo parlò di Dio e del precetto suo nuovo, la carità; cavò le lagrime: quei ch'erano venuti per uccidere si confusero in un abbraccio di fratellanza; e uno scampanìo universale e un fragor di Te Deum annunziò la pace (1169).
Quei di Gubbio conservano la tradizione che sant'Ubaldo, vescovo nel XII secolo, non potendo impedire le frequenti risse tra' cittadini, proibisse loro di usare armi o sassi, ma le risolvessero solo a pugni, nel che continuarono fin a tempi civili. Specialmente in tutta l'ottava dopo Pasqua, i quartieri di S. Giuliano e S. Martino combattevano contro quelli di S. Andrea e S. Pietro, cercando cacciarsi dai rispettivi quartieri e dalle abitazioni a forza di pugni: e chi rimaneva vinto e pesto non imputava l'emulo, ma la propria debolezza o sfortuna[37].
Grandi concordie conchiuse Francesco d'Assisi: e udito esser risse fra i magistrati e il vescovo della città sua, mandò i suoi frati a cantare al vescovado il suo Cantico del sole, al quale aggiunse allora questi versetti:
Lodato sia il Signore in quelli che perdonano per amor suo, e sopportano patimenti e tribolazioni.
Beati quelli che perseverano nella pace, perchè saranno coronati dall'Altissimo.
Tanto bastò per mitigare gli sdegni. — Il dì dell'Assunta del 1222 (scrive Tommaso arcidiacono di Spalatro), stando io a studio in Bologna, vidi Francesco predicare sulla piazza davanti al pubblico, dove tutta quasi la città era raccolta. E fu esordio al suo predicare il parlar degli angeli, degli uomini e dei demonj: intorno ai quali spiriti tanto bene propose, che a molti letterati ivi presenti recò non poca meraviglia un parlare sì giusto di persona idiota. Ma tutta la materia del suo ragionare tendeva ad estinguere le nimicizie, e stabilir patti di pace. Sordido d'abiti, spregievole d'aspetto, di faccia abbietta, pure Iddio aggiunse tanta efficacia alle parole di lui che molte tribù di nobili, fra cui inumana rabbia d'inveterate inimicizie aveva con molta effusione di sangue infuriato, vennero ridotte a consiglio di pace».
D'altre paci fu autore il seguace suo sant'Antonio da Padova, che affrontò l'orrido ceffo di Ezzelino immanissimo tiranno, per campare dalle costui zanne i vinti Camposampiero. Sul costoro esempio, Ugolino cardinale di Ostia pacificò Genova con Pisa (1217), nel tempo stesso che altri religiosi riconciliavano Milano, Piacenza, Tortona ed Alessandria. Poco poi (1229) il vescovo di Reggio rimetteva in concordia i Bolognesi coi Modenesi; il cardinal Giacomo, vescovo di Preneste (1232) accordava in Verona i Montecchi coi Capuleti, fazioni troppo note per la ricantata avventura di Giulietta e Romeo; frà Gherardo da Modena acquietò i suoi concittadini: i Vicentini il beato Giordano da Forzaté: frà Leone da Perego (1233) riconciliava i nobili co' plebei milanesi: frà Latino de' Predicatori (1278) i Geremei co' Lambertazzi in Bologna: in Faenza gli Acarisj coi Manfredi: in Ravenna i Polenta co' Traversari; frà Guala bergamasco riamicò i Bolognesi co' Modenesi nel 1229: e nel 1233 i Trevisani coi Bellunesi, dopo divenuto vescovo di Brescia. Anzi frà Bartolomeo da Vicenza istituì l'ordine militare di Santa Maria Gloriosa, intento a mantenere in armonia le città italiane.
Siena ricorda sempre con pia tenerezza la sua Caterina, la sposata da Cristo, che con questo divino nome cominciava e finiva tutte le lettere, da essa dirette a re, a papi, a condottieri; da essa, povera fanciulla del popolo, per ispirare concordia e mitezza. I Fiorentini, cui un tratto era parsa più preziosa la libertà che la religione, presto ravveduti pregarono Caterina a riconciliarli col pontefice. E la pia, fattasi apostolo di misericordia, scriveva a Gregorio IX: — Pace, la pace, la pace per amor di Cristo crocifisso, e non ponete mente all'ignoranza, all'acciecamento, all'orgoglio de' vostri figliuoli. La pace sospenderà la guerra; distruggerà l'ira nei cuori e la scissura, riunirà tutti gl'interessi».
In Milano, quando si contrastavano le fazioni de' nobili e dei popolani, (1257) vennero compromesse le differenze in quattro frati, e tutti stettero al lodo di loro: poi novamente essendo scoppiate, i discordi si raccolsero a Parabiago, ove due frati dettarono le condizioni della pace. Più tardi qui venne a predicare la legge d'amore il beato Amedeo, cavaliere portoghese mutato in francescano, che fabbricò di limosine la chiesa di Santa Maria della Pace, nuovo titolo pietoso, aggiunto ai tanti onde il medioevo incoronò la regina del dolore e dell'amore.
Molte risse contumaci nel Milanese, in Valtellina, pel Comasco aggiustò pure frà Venturino da Bergamo, che giunse ad indurre oltre diecimila Lombardi a pellegrinare fino a Roma per la perdonanza. Vestiti in cotta bianca e mantello cilestro e perso, e sovra al mantelletto una Colomba bianca con tre foglie d'uliva nel becco, a schiere di venticinque o trenta, colla croce innanzi, procedevano di città in città gridando pace e misericordia, e venuti nelle chiese, nudavansi dalla cintola in su, e si flagellavano. Giovanni Villani li vide arrivare a Firenze, e mangiare fin cinquecento alla volta in piazza di Santa Marta Novella, provvisti per carità. Sull'uscire di quel secolo operò a quest'intento la compagnia dei Bianchi a Firenze, a Pistoja, a Genova, altrove.
Nelle Provincie lombarde profittò assai quel Bernardino da Siena che veneriamo sugli altari. Meglio ancora frà Silvestro da Siena minor osservante, cui i magistrati di Milano avevano chiamato perchè attutisse i dissidj fra cittadini, al che, Dio ajutante, riuscì. Più clamoroso fu il componimento, a cui egli indusse i Comaschi. All'invito de' loro capi, condottosi sulle rive di quel lago, tolse a predicare con molto fervore e gran frutto, incominciando la riforma delle leggi, come ognora si dovrebbe, dalla riforma dei costumi. Indi piovendo sugli animi preparati la parola del Vangelo cioè della carità, fece abolire i maledetti nomi Guelfi e Ghibellini, sotto i quali gl'italiani si straziarono lungo tempo, favorendo chi la Chiesa, chi gl'imperatori, dimenticando intanto la patria e la libertà. Poi ad un giorno deliberato (fu il 13 dicembre 1439) impose che tutti, dalla città e dai contorni, convenissero sullo spazzo che si dilata dinanzi alla porta Torre. Ivi con parole piene di spirito e di carità infervorò gli animi così, che fra tutta la folla accorsa era un piangere, un singhiozzare, un picchiar di petti e deporre i rancori in fratellevoli abbracciamenti. I nomi di tutti furono iscritti sul libro della Santa Unione, e intimato l'anatema del cielo ed il castigo degli uomini a chi violasse le pacifiche promesse.
Non vi sarà meraviglia che uomini così fatti, strascinando a loro arbitrio le popolari volontà, facessero e disfacessero a loro talento, riordinassero le leggi e gli statuti: essi in più luoghi riscossori delle gabelle; essi talvolta podestà e gonfalonieri. Nè pur sempre a mettere pace ponevano l'ingegno: ma qualora il meglio paresse, ricordavansi che Cristo ha portata in terra la spada.
A chi è ignoto frà Giacomo de' Bussolari di Pavia? Uscito, al superiore comando, fuor del romitaggio che s'era eletto per servire a Dio, e condottosi in patria a predicare la pace, cominciò ad inveire contro i vizj onde erano lordi i suoi compatriotti, e più i più ricchi: nè perdonandola a stato o grado o fortuna, rinfacciava la viltà alla plebe, la tirannide ai potenti. Accadde in quei giorni che i Visconti, tiranni di Milano, volessero sommettere al loro comando Pavia, togliendola al dominio dei signori Beccaria. Il popolo, per un fiacco sentimento che sovente si onesta col nome di amor dell'ordine, scoraggiato porgeva il collo al giogo, allorquando il frate, coll'impeto di sua eloquenza, lo scosse, e ne ravvivò l'amor di patria sopito. Facendosi egli medesimo a capo dei cittadini, li condusse a rompere gli avversarj che invano forti nel numero cessero al valore inspirato nei Pavesi. Nè ristette: ma deliberato di tornare in cuore de' suoi l'antica virtù, eccitava in questi l'abborrimento ai tiranni, cioè all'ingiustizia; fece cacciare anche i Beccaria, armò il popolo, indusse i cittadini a frenare il lusso, e col superfluo risanguare il pubblico erario. Le donne, prime sempre negli esempj di disinteresse e sacrifizio, recarono gli abiti loro di maggior valuta e i giojelli, restando contente a poco più che un mantello nero ed uno zendado. Gli uomini esultanti avventaronsi fra pericoli, a cui era proposto per guiderdone il cielo e la libertà della patria.
Ma anche allora la forza materiale prevalse, e il frate, scorgendo il precipizio delle fortune, entrò mediatore di pace. Nella quale, onorate condizioni ottenne per la sua Pavia; nulla a proprio vantaggio pattuì, neppure la vita. I Visconti giurarono i patti, e, costume dei violenti, appena ottenuto il fine, li violarono; il frate, mandato a Vercelli, fu sepolto nel vade in pace di un convento, ove terminò la vita.
Il più splendido esempio di paci operate da frati fu quello di Giovanni da Schio vicentino, de' Predicatori. A' suoi giorni la Marca Trevisana e tutta Lombardia sossopravano fra le risse di tirannetti, parteggianti chi a favore, chi contro dell'imperatore. Perchè s'accordassero, e così non fosse lusingato d'aiuti Federico II, che allora meditava ridurre tutta Italia in soggezione de' Tedeschi, Gregorio papa inviò frà Giovanni ad apostolare la pace. Fattosi egli prima a Bologna, non è a dire che frutti coglie: dovunque arriva, eccogli incontro tutto il popolo coi gonfaloni e le croci, con bandiere ed incensi; ogni parola sua è accolta come di più che uomo: felice chi tocca il lembo di sua tonaca! chi ne ottiene un filo! I Bolognesi per pubblico decreto lo seguitarono, e qualora egli si restasse, piantavangli attorno uno steccato, acciocchè la folla incomposta, accalcandosegli soverchiamente addosso, non gli nocesse. Corse con questa maniera di trionfo Belluno, Feltre, Conegliano, Treviso: i Padovani gli uscirono incontro fino a Monselice col carroccio, e fattolo su quello salire, il condussero in città fra una esultanza di devozione. Ivi nel Prato della Valle stivavasi il popolo ad ascoltarlo, e così egli componeva dissidj, riformava statuti, ridonava la libertà a prigionieri; la patria a fuorusciti.
Poichè ebbe in tal guisa pellegrinata tutta la Marca Trevisana, ordinò che un tal giorno, tutti convenissero a giurare, innanzi a Dio e a lui, concordia ed amistà. Per quest'ordine, il 28 agosto del 1233, presso tre miglia di Verona, in un'estesa pianura che chiamano la Paquara, s'accolse un'infinità di persone di Lombardia e della Marca. Qui Verona Mantova, Brescia, Vicenza, Padova erano venute co' loro carrocci, il che vuol dire col popolo tutto: Feltrini, Bellunesi, Trevisani, Ferraresi, Veneziani, Bolognesi cogli stendardi; e tutti, quant'era lungo il cammino, cantando le lodi del Signore. Convenuti erano pure quindici vescovi delle città là intorno, e tutti i baroni delle vicinanze; qui i conti di Sanbonifazio; qui i signori di Camino; qui i Camposanpiero; qui il tremendo Salinguerra; qui più tremendi ancora, que' gran nemici dell'uman genere, Ezzelino ed Alberico da Romano erano venuti per udire dal frate le esortazioni di pace, di carità. Così ne' favolosi tempi alla canora voce dei poeti o degli incantatori traevano leoni ed orsi, fatti mansueti.
Ai cronisti non bastano immagini per descrivere tanto concorso di gente; chi li somma a quattrocento migliaja: chi dice che da Cristo in poi non erasi veduta radunanza sì numerosa: chi la rassomiglia a quella futura nel gran giorno in val di Giosafatte. Ed erano persone, che unico diritto conoscevano la spada: nemici un dell'altro giurati; avvezzi a non incontrarsi che coll'ingiuria sul labbro, col pugno sugli stocchi: oltraggiati ed offensori, soverchiatori e soverchiati, emuli di nimicizie ereditarie, d'odj inespiati, inespiabili: sospendevano al fianco le daghe, su cui era impresso ancora un sangue, ond'era stata giurata la vendetta. — Ed ora venivano insieme; venivano alla voce di un povero frate; venivano a giurarsi perdono ed amicizia!
Il qual frate, salito sopra altissimo pulpito, esordendo da quelle parole del Vangelo La pace mia vi do, la pace mia vi lascio, pronunziò un'esortazione alla moltitudine perchè ritornasse alla concordia del Signore. La voce sua, ne assicurano i cronisti, sonava quel giorno più che mortale: sicchè era intesa perfettamente da un popolo immenso, mugghiante a guisa di fiotti marini. Ma non è mestieri ricorrere a miracoli; giacchè, in que' solenni casi, se l'orecchio non ode, l'animo intende: intende al modo onde i soldati capiscono le arringhe dei loro capitani. Nè gli stupendi prodigi di commozione, che i simili mai non ottennero Demostene e Cicerone, e che sappiamo aver seguìto alle parole di Pietro eremita, di Bernardo di Chiaravalle, dei due santi d'Assisi e di Padova, non erano già effetto di ben accordate parole o d'invincibili ragionamenti. Rustici parlatori, in un latino tralignato od in un vulgare ancora inesperto, con argomento e distinzioni sofistiche, ne porgono la miglior riprova come l'eloquenza non consista tanto in chi parla, quanto in chi ascolta. L'opinione della bontà, intesa da tutti anche quando le idee di giustizia e di dovere sono stravolte, d'una bontà semplice a segno da sottrarsi all'invidia, amata perchè propizia e tutrice, venerata perchè impressa del marchio della religione, disponeva gli ascoltatori in favore del predicante.
Coll'entusiasmo proprio dei secoli robusti, traevano essi per essere commossi: non udivano, ma vedevano: ed ogni gesto dell'oratore, interpretato da ciascuno a suo modo, ed esposto al libero volo dell'immaginazione, veniva a dire assai più che non avrebbero potuto le parole. E come il pio contadino, qualora devoto recita orazioni in lingua ignota, pure sa che sono preghiere, e crede in quel linguaggio ed in quell'unica formola, esprimere qualunque bisogno al suo padre che è ne' cieli, così sapendo che il frate predicava la pace, ciascuno vi faceva i commenti che al suo caso meglio convenivano, credea sentirsi chiamare col proprio nome, rinfacciare il proprio delitto. Che dirò poi di quando il frate rompeva in lagrime e singhiozzi, e si prostrava a terra, e scintosi il cordone dalla cintura, cominciava battersi in penitenza? Allora più nulla non limitava quell'elettrica possa che da uno in uno si propaga nelle moltitudini, e fa divenire di tutti quel che era impeto, curiosità, convincimento d'un solo.
Poichè dunque frà Giovanni ebbe commossi gli animi colle dottrine generali della pace, della carità, scese a casi parziali, dalle idee agl'individui: ed ai campioni che gli stavano attorno, impose le leggi, secondo cui voleva si mettessero in accordo; questi rilascerebbe i prigioni, quegli rimanderebbe gli ostaggi, l'altro darebbe sua figlia in isposa al figliuolo dell'emulo.
Indi, valendosi dell'autorità senza limite concessagli dal sommo pastore, nel nome di Cristo e del suo vicario pronunziò benedizioni ed anatemi sovra chi osservasse o no que' patti: e — Benedetto (esclamava) benedetto chi osserverà questa pace! benedetto chi la farà conservare! benedetto chi toglierà di mezzo le discordie! benedetto chi amerà il prossimo suo come si deve i fratelli!»
E migliaja, migliaja di voci rispondevano, — Benedetto!»
Indi pronunziava: — Oh maledetto e rubello a Cristo ed alla Chiesa chi seminerà zizzania fra gli amici! maledetto chi primo infrangerà i patti giurati! maledetto chi primo sguainerà la spada contro del fratello! maledetto e rubello a Cristo ed alla Chiesa chi inviterà le armi straniere fra le dissensioni della patria!»
E migliaja migliaja di voci echeggiavano, — Maledetto!»
Tale dovette apparire la vallea Palestina fra l'Ebal e il Garizim, quando a tutto Israele raccolto vi si promulgò la legge; ed un alterno coro di sacerdoti dalle due opposte montagne acclamava benedetto chi ne adempisse i precetti, maledetto chi vi fallisse; e un mondo di popolo rispondeva, — Così sia».
Fra quei gridi, fra le lagrime, si gettavano al collo l'un dell'altro; baciavansi; confondevano i palpiti due cuori, che si erano odiati a morte. Il popolo vedendo i magnati abbracciarsi, e dimenticando che è proprietà dell'uomo poter piangere anche mentre il cuore medita il tradimento, il popolo credeva, sperava; — vicenda del popolo; credere, sperare, trovarsi deluso.
Perocchè, credereste dovessero a lungo durar quelle paci? Erano frutto di momentaneo commovimento, sfrondavano i rampolli, anzichè svellere le radici de' mutui scontenti. Appena il paciere se n'era ito, ecco rinfocarsi peggio che prima gli sdegni, le vendette, le battaglie, le ambizioni: ecco sonare ancora d'armi il paese. Nè a diverso fine riuscì la riconciliazione di frà Giovanni. Erano corsi pochi giorni da quei solenni abbracciamenti, e in tutta la Marca divampava incendio di guerra. E frà Giovanni? Dopo che ebbe in tre dì fatto bruciare da sessanta ragguardevoli Vicentini, come sozzi d'eresia, ruppe all'ambizione, e si tolse il dominio di Vicenza. Ma ben presto dovette scontentarsi del non essere rimasto pago al dominio dell'opinione e della parola: giacchè vinto, imprigionato, indi espulso, vide pochi giorni appresso il trionfo di Paquara risolversi in sua vergogna, e quella pace in nuove sanguinose battaglie.
Così soavissimo è il lume dell'iride succedente alla burrasca: ma un lieve soffio d'aria dissipa la nube da cui era rifranto[38].
DELL'ATTACCAR LITE
Io vo gridando pace, pace, pace
Petrarca.
— Conoscete l'abate di Saint-Pierre?
— Oh, chi nol conosce? l'autore della Pace perpetua; l'inventore della parola bienfaisance; un utopista....
— Sì, ma l'avete letto?
Davanti a questa domanda ammutolisce troppo spesso un uomo sincero: e, se sinceri, ammutolirebbero i tanti i quali sentenziano di libri che non conoscono se non di nome, o, ch'è ancor peggio, se non pel giudizio che ne diedero i giornalisti, i quali le più volte non li leggono, o col proposito di leggervi soltanto il bene o il male.
Eppure l'opera più conosciuta del Saint-Pierre meritò di essere analizzata da quel cupo Gian Giacomo Rousseau; e un ministro, famoso per tutt'altro che per bontà, la definì «il sogno d'un uomo dabbene»; nè l'un nè l'altro giudici competenti, perchè la candidezza e la rettitudine non possono comprendersi se non da chi le possiede.
Ed oggi che, sotto il nome di pace, freme continua la guerra o la minaccia di guerra, e si ripone il progresso della civiltà nel raffinare i modi di straziare ed ammazzare il maggior numero d'uomini e di beni nel minor tempo, è dolce buttarsi sui sogni della pace: — sogni forse anche dopo che gli uomini si saranno disubbriacati.
Certo a chiunque vede l'animale detto ragionevole lacerarsi cogli orribili modi della guerra, vien in proposito di cercare un riparo a questa frenesia: e l'abate di Saint-Pierre credette trovarlo, e l'espose nel Progetto di pace perpetua. A Utrecht era adunato nel 1712 un congresso per istabilire la pace, da lunghi anni sbandita per le ambizioni di un re, e vedendo da quanti sofismi e paralogismi fosse ritardato l'accordo tra' principi, il nostro abate stese il suo Progetto. Lo so anch'io che il migliore sarebbe di dire: «O uomini, siate buoni; o principi, moderate la vanità; o ministri, non operate di puntiglio»: ma ciò varrebbe come indicare che il miglior rimedio alla febbre è l'ordinare: «Fate battere regolarmente il polso».
Il Saint-Pierre era persuaso che gli uomini intendano i proprj interessi: e perciò dimostrava che la pace è più utile della guerra; dimostrazione strana per animali ragionevoli! Nè io voglio divisarvi il suo Progetto: basti dirvi che, fatto un nuovo scomparto più razionale dell'Europa, onde conservarla in assetto proponeva un congresso permanente ed arbitro, che giudicasse delle vertenze tra le nazioni, e che sancisse le paci e le mantenesse, dichiarando nemico pubblico chi ricusasse star alle decisioni di esso. Nella città della pace deve risedere un ufficio perpetuo di giureconsulti osservatori per avvertire continuo quai regolamenti e ordini giovi aggiungere ai vecchi, quali modificazioni introdurre, o emendazioni del diritto; giacchè è follia cercare la pace di fuori quando si stia male dentro.
Ma queste le sono questioni da politici, nè i politici leggeranno di certo questo povero racconto fatto pel popolo, di cui essi non si danno pensiero. La semenza di Caino però germina anche fra noi privati; e pur tacendo i miserabili accapigliamenti della stizzosa ed invida razza de' letterati, ogni giorno risse, dispute, processi raddoppiano i mali di questa già infelice esistenza. Chi ha un possesso senza aver litigio? qual testamento si applica senza avvocati? qual eredità si addice senza baruffe e nimicizie tra i coeredi?
I Milanesi di quel medioevo che alcuni credono solo feroce e ignorante, nel XII secolo fabbricando i tribunali in Piazza de' Mercanti, posero una iscrizione proprio al cominciar della scala, che in lettere gotiche ed in latino esprime: «Nelle controversie delle cause nascono corporali nimicizie, si fa getto delle spese, si cresce l'angustia dell'animo, si stanca ogni giorno il corpo, molti delitti ne derivano, si pospongono le buone ed utili opere e quelli che sperano trionfare spesso soccombono, o se trionfano, calcolate le fatiche e le spese, nulla si trovano in pugno».
Il più bello, il più nobile ufficio di un paese, è quello del paciere, del conciliatore: e spesso lo adempiono i curati, riveriti per sapere, per integrità, per disinteresse. L'abate di Saint-Pierre scrisse un'opera sul modo di diminuire i processi, che son la guerra fra i privati; e quel libro potrebbe bene tradursi e ristamparsi, invece di tante o sudicerie o fatuità o tossici, che i libraj ammaniscono ogni giorno a quei che hanno bisogno di leggere per non essere costretti a pensare. Fedele al metodo geometrico di passar sempre dal cognito all'incognito, il Saint-Pierre dimostra in prima la necessità delle leggi e dei giudici e le loro condizioni essenziali e conchiude esser meglio che le leggi stabiliscano sopra tutti i casi, anzichè lasciar ai giudici l'applicazione di massime generali poco costanti. E poichè le relazioni sociali si estendono e modificano di continuo, vuolsi una società di dottori e di pratici, che incessantemente al legislatore sottopongano progetti studiati e provati; donde si ridurrebbero poco a poco ad uniformità le migliaja di consuetudini: toglierebbesi ai re l'arbitrio di far leggi assolutamente, ed intervenire agli affari privati, sospendendo il corso della giustizia; toglierebbesi (aggiungiamo noi) ai Parlamenti il mal vezzo di storpiare con emendamenti improvvisati le leggi preparate con lungo studio, o di obbligare i popoli ad osservare, dopo che i deputati fecero grande sforzo di logica e più di rettorica, per mostrare che sono o cattive o inopportune.
Non contento di scrivere, il Saint Pierre non negligeva l'ufficio di paciere; e fra le altre gli incontrò quest'avventura.
Il marchese di Villars possedeva in Normandia una lietissima tenuta, detta a ragione la Bellavista: e l'aveva coltivata ed abbellita in modo, che da lontano si accorreva ad ammirarla. Morto lui, venne disputata fra il cavaliere Castel e il contino di Beauvilliers, prossimi parenti, che per far valere le loro ragioni si circondarono di periti, d'ingegneri, d'avvocati, di sollecitatori. Ne seguirono ostinazioni da una parte, disgusti dall'altra, ognuno volendo avere per sè quel bel possesso. Invano si esibivano compensi ricchi, perocchè la Bellavista dava una specie di celebrità; dava il gusto di avere il più bel luogo di Normandia; dava, aggiungiamo, la soddisfazione di un puntiglio. E ad un puntiglio che cosa non si sacrifica? Onde essi dichiararono che litigherebbero l'intera vita, piuttosto che cedere la Bellavista.
Era parente d'uno di essi il nostro Saint-Pierre, e volendo rimetterli in pace, andava e tornava da questo e da quello; ma che vale mai la ragione durante la collera o contro il puntiglio?
Una volta il cavaliere e il contino si trovarono insieme alla Bellavista, giacchè un avanzo di buon senso e la creanza li rattenevano dall'ostentare in pubblico la loro nimicizia; ed entrambi confidavano i loro dispiaceri al Saint-Pierre, e principalmente la penuria di denaro a cui gli aveva ridotti la diuturnità del processo; la qual penuria però, invece di persuaderli ad un accomodamento, che, per quanto magro, è sempre migliore di una grassa sentenza, li faceva più caparbj a non volere aver perduto le spese. Il Saint-Pierre, vedendo che gli argomenti non profittavano, disse: — Ebbene, lasciam via questi rompicapo. E tanto per divagarci, permettete vi legga questa sera una storiella che ho composta or ora, e sulla quale desidero il vostro parere». Volentieri aderirono, e l'abate lesse la seguente