STORIELLA.
Fra le innumerevoli isole dell'immenso fiume del Mississipi, due ve ne ha di estensione mediocre, di incomparabile ubertà; le biade vi fanno spontanee e in abbondanza, gli alberi s'incurvano sotto ai pinocchi ed alle noci di cocco; i cespugli strabbondano di prugne. Allettati da questa fertilità, vi accorrono alci e cervi, che assicurano copiosa preda al cacciatore; e le baje ond'è scaccato tutto il lido sono frequentate da torme di pesci mangerecci, che il coglierli non costa alcuna fatica.
Eppure le due isole avevano due soli abitanti; Maìco nell'isola Verde, Baìco nell'isola Tonda. Da buoni vicini si visitavano spesso, e viveano d'amore e d'accordo. Maìco valeva meglio alla caccia, Baìco alla pesca; talchè barattavansi le loro prede, e ne vantaggiavano entrambi. Del restante, uguali i costumi, uguali le ricchezze; vivevano dei prodotti delle loro isole; abitavano un capanno di frondi e di pali, fatto di loro mano; vestivansi delle pelli dell'alce che avevano ucciso, nè d'altro fregio inorgoglivano che delle penne dell'aquila o delle bacche essicate dei loro cespugli.
Ma un giorno Baìco, sventrando un pesce, vi trovò un semicerchio d'oro, sfolgorante di gemme di vario colore. Voi vi avreste riconosciuto di botto uno dei pettini eleganti, con cui le Spagnuole fissano ed ornano la cappellatura; ma Baìco, che non n'avea mai veduti, trasalì d'allegria, e provò a mettersi quell'ornamento come collana, come diadema, come pendente al naso e alle orecchie: e non trovando di meglio, se l'attaccò appunto all'orecchio sinistro, sicchè pendea fino alla spalla, visibile di lontano.
Prima cura di Baìco fu correre a Maìco, e raccontargli il felice incontro. Maìco rimase muto di meraviglia davanti all'orecchino, mai non avendo visto, mai immaginato un pendente sì magnifico, che a Baìco dava la sembianza di un Dio.
Ma dalla meraviglia alla gelosia non v'è che un passo; e Maìco vi si lasciò portare senza accorgersi dapprima, poi di progetto e di riflessione — «O perchè il mio vicino trovò quel tesoro, anzichè trovarlo io stesso? È forse lui più bello, più forte, più coraggioso? I pesci appartengono a me quanto a lui. E po' poi, dove ha egli còlto il pesce che conteneva l'orecchino? Sotto l'isola Verde; dunque ne' possessi miei.»
Queste riflessioni, ruminate dapprima tra sè e sè, non tardò a metterle fuori ad alta voce; e Baìco vi rispose coll'alterigia ispiratagli dalla recente fortuna. — «Il pesce fu pescato in mezzo al fiume; il semicerchio d'oro è mio di tutto diritto; all'occasione saprò difenderlo.»
E si divisero buzzi e ingrugnati. Maìco rimasto solo, non vede, non pensa che al pendente del suo vicino; la fortuna di lui gli fa dispetto; la di lui insolenza gli muove la bile; si richiama tutte le usurpazioni che poc'a poco erasi permesse, e delibera di farle finite; e al domani l'occasione si presentò.
Baìco, vedendo un bufalo traversare il fiume, l'inseguì col suo coltello, lo raggiunse sur una spiaggia dell'isola Verde, e l'uccise. Maìco accorse fretta e furia, dichiarando che l'animale apparteneva a lui. Sì, no; dai bisticci si va alle ingiurie, dalle parole ai pugni; Baìco ferito ricoverò alla sua barca mordendosi il dito e giurando vendetta. E Maìco che n'ebbe paura, pensò a ripararsi; e sapendo quanto il vicino fosse coraggioso ed attento, risolse prevenirlo. Di notte buja dunque s'imbarca, a chetichella, afferra all'isola Tonda, e colla scure alla mano giunge al capanno di Baìco... vi si avventa — Meraviglia! non vi trova alcuno; onde non potè che mettervi il fuoco, e tornar subito a casa sua.
Ma nell'accostarsi, ecco un volume di fumo sorger di mezzo agli alberi che coprivano il suo abituro; — accorse inquieto; — la capanna sua era stata incendiata da Baìco. I due emuli si erano incontrati nella stessa idea di vendetta, e trovavansi entrambi senza ricovero.
Questo non fu che il preludio della guerra dichiarata. Da quel giorno Maìco e Baìco ebbero rinunziato alla tranquillità e all'abbondanza di prima. Rimpiattati nelle forre, attenti solo a tendere agguati o ad evitarli, non s'arrischiavano d'uscir dai nascondigli per procacciarsi gli alimenti; addormentarsi non osavano, e all'odio di ciascuno porgevano sempre nuova esca le miserie che infliggeva all'altro.
Molte ferite datesi negli incontri li resero irreconciliabili. La gelosia di Maìco cresceva colla sua collera; ogni volta che vedea dalla lungi Baìco col suo orecchino sfavillante, gonfiavasi di rabbia, e pareagli una sfida lanciata al suo coraggio. Veglie, fami sopportate da mesi, ferite e colpi, cosa importavano a Baìco, poichè possedeva il suo orecchino? poichè poteva opporlo gloriosamente al nudo nemico, del quale gli sforzi erano usciti sempre indarno? E quando pensava a quel vezzo, cascante sulla spalla del pescatore, Maìco sbuffava, infelloniva, e non poteva più sopportarlo, onde risolse venirne ad una fine. Piglia dunque la scure e il coltello, traversa a nuoto lo stretto fra le due isole (la barca d'entrambi era stata da un pezzo distrutta); chiotto chiotto arriva addosso a Baìco, e l'assale improvviso, mandando un ruggito di rabbia. Ma l'uom del pendente evitò il colpo mortale, afferrò le sue armi, e a quel furore oppose una difesa disperata.
Ben presto entrambi furono coperti di ferite; Maìco sentì la scure del suo nemico calargli più volte sopra la testa, ma cieco nel suo furore non vi badò, seguitando a ferire, non a parare, finchè stesesi Baìco ai piedi; e si buttò con un urlo di vittoria sopra di esso, il quale rispose coll'anelito della morte.
Allora sì la gioia, l'orgoglio di Maìco giunsero all'estremo. Al cadavere strappò l'orecchino, lungamente desiderato. — Alfine è mio! tanto patire, tanto aspettare, tanto combattere, eccoli alfine premiati! ecco il trofeo che attesterà per sempre la mia vittoria!»
Guardatolo con un sorriso selvaggio, Maìco rimuove i capelli sanguinenti per attaccarsi il semicerchio d'oro; ma repente le mani che aveva sollevate verso la testa gli cascano: mette un ah! desolato: — i colpi di Baìco avevano reciso le due orecchie del vincitore; il vezzo tanto disputato più non poteva servire!
Maìco alzò la testa, e guardossi attorno disperato. Non vide che le isole devastate, i rottami delle due capanne, qualche residuo delle barche, e il cadavere di colui che un tempo era stato suo amico.
Maìco alzò la testa.... (Pag. 330).
Qui l'abate di Saint-Pierre fece punto. Il contino e il cavaliere, che avevano ascoltato quella lettura con un'attenzione dapprima benevola, poi imbarazzata e pensosa, guardaronsi più volte; poi si alzarono di sedere, e fatte le congratulazioni all'ospite autore, uscirono senza farsi motto. Ma il domattina quando scese per far colazione, l'abate trovò i due litiganti davanti al focolajo di cucina, sul quale gettavano un dietro l'altro molti fascicoli di carta bollata. E alla domanda risposero: — Facciamo i commenti alla vostra storiella di jersera. Abbiamo capito che, se continuiamo a disputarci il podere di Bellavista, ci spianteremo tutti e due; e perchè almeno uno di noi due conservi l'orecchio a cui sospendere il pendente, tirammo a sorte quel possesso, e toccò al cavaliere.»
Saint-Pierre li lodò, e raccontava poi spesso quell'aneddoto, e passò quasi in proverbio fra' suoi amici, qualora si disputasse d'una guerra o d'una lite di cui poco bene si prevedeva: — Vorrà essere l'istoria di Maìco l'indiano, che perdette le due orecchie nell'acquistar un orecchino.»
Saint-Pierre non iscrisse questi due soli libri, ma altri molti, esposti però alla carlona, fin con parole non di Crusca, fin con neologismi; senza sfoggio di frasi simpatiche, senza il pepe delle allusioni sarcastiche nè la manna del tenerume umanitario. Ma le sue idee erano sempre suggerite dalla bontà; cercava continuo il miglioramento delle istituzioni sociali per render meno infelici gli uomini: a tal fine correva di paese in paese, di conversazione in conversazione, ad osservare, a discutere, a convincere.
Utopie, dicevate da principio. Eppure gran parte delle proposizioni ch'e' faceva pel pubblico bene sono attuate a quest'ora. La sua proposta di ricoveri pei mendichi fu applicata agli ospedali e agli accattoni. Quella sui ponti e le strade fe' raddoppiare subito la spesa assegnata ad un servizio così importante. Trovava assurda la venalità delle cariche, e proponeva i concorsi in proporzione del merito verso la nazione. Onde prevenire le rivoluzioni violente suggeriva d'insegnare a tutti la politica, e di ispirare zelo pel progresso e cura dei miglioramenti. Voleva estese anche alla campagna le scuole primarie, con maestri stipendiati: e che un membro dell'Istituto vigilasse alla pubblicazione de' libri utili ai campagnuoli, con cognizioni di igiene, di veterinaria, di meteorologia. Suggeriva pure collegi femminili. Predicava che ogni uomo di buona volontà ha diritto a trovare lavoro e ad apprendere un mestiere, lasciando soli gl'invalidi ne' ricoveri e nelle case d'industria. Tante altre cose che disse e scrisse sulla carità, sui soccorsi pubblici, sull'amministrazione degli ospedali, sul credito agricolo, sui porti, sulla canalizzazione, sulle banche, meritano d'essere lette anche oggi, dopo che in gran parte furono adottate. Esortava la Francia a provvedersi di buona marina, e sbrattare il Mediterraneo dai corsari; e noi lo vedemmo. Esortava a sostituire alla taglia arbitraria e al testatico, l'imposta sul censimento, e lo vide egli stesso.
Ma il nostro utopista non era di quelli che vogliono portare la scure alla radice, riformare di colpo, senza riflettere che ogni innovazione ferisce interessi, rispettabili almeno come possesso antico, pubblico, tranquillo, legati ad un'infinità di altri che essi proteggono e alimentano. La distruzione è un male positivo al principio: bisogna dunque avere la certezza che essa gioverà poi, e tener in pronto qualcosa di meglio a surrogarvi. Ma abbattere una casa dove o bene o male si ricoverava dalle intemperie, e incoraggiar gli abitanti a ripararsi sotto frondi o trabacche finchè si pensi dove, come, con che fabbricar la casa nuova, non era un sistema che andasse a garbo a Saint-Pierre, conscio che la violenza non fonda nulla, perchè di natura sua perde ogni tratto le forze; mentre il tempo favorisce la giustizia e la ragione. — La riforma delle leggi e de' tribunali (diceva egli) non si farà d'un tratto; ci vorrà sessant'anni. L'opera cominciata si compirà col tempo, senza incomodar nessuno. Conviene introdurre i miglioramenti a grado a grado.»
Poteano dunque chiamarlo codino, parrucca, conservatore, e, se vi ha, altro titolo peggiore. Eppure divenne membro dell'Istituto; giacchè, se i sedili accademici sono spesso usurpati dalla briga, non vuol dire che soli briganti gli ottengano. Ma che è che non è, dopo che da 23 anni v'andava a dissertare sui nomi e sui verbi e sui solecismi, ed essendo già sessagenario, eccolo cacciato fuori dal dotto corpo.
E perchè quest'affronto?
Era morto da poco Luigi XIV, che i contemporanei chiamarono Grande perchè colla guerra sacrificò migliaja di persone, devastò i paesi nemici, e dissanguò il proprio. Questi meriti non pareano poi così lodevoli all'abate di Saint-Pierre, e non voleva attribuirgli cotesto epiteto di grande, e lodò il Reggente d'aver istituito i consigli di governo, specie di costituzione che non lasciava più esposte le sorti del paese al capriccio d'un solo. Tanto bastò perchè Saint-Pierre fosse congedato. Ed egli se ne andò, non solo senza lamentarsi, ma senza gloriarsi della sua persecuzione; e se talvolta ne parlava, egli era per dire che Luigi XIV amò troppo la guerra, e che è un assurdo dei più micidiali quello che tutto dì si ripete con una beata dabbenaggine, Se vuoi la pace, prepara la guerra. I suoi colleghi ebbero vergogna di nominargli un successore, e per 25 anni rimase vacante il suo scanno.
Perocchè egli campò fino agli anni 85: e scusate se tardai fin qua a dirvi ch'era nato a Roano nel 1658 da nobile gente, ed avea nome Carlo Ireneo Castel: visse inoffensivo e con quella bontà che niuna dote pareggia o compensa; ed occupandosi del bene altrui, si conciliò la benevolenza di molti, senza però sfuggire la malevolenza di altri. Solo otto anni dopo morto fu permesso di recitargli l'orazione funebre, nella quale D'Alembert disse che la vita di lui poteva epilogarsi in due parole, donare e perdonare.
Da tutto ciò voi capite che il Saint-Pierre non era un grand'uomo, ma qualcosa di meglio, un galantuomo; anzi scrisse una Memoria sulla differenza tra un grand'uomo e un uomo illustre. L'amar la patria e i suoi simili, cercare di beneficarli, non ripromettersi compensi e sopportarne l'ingratitudine, il lavorare silenziosamente, non acquisteranno mai la stima che di un piccolo circolo; son altri i meriti a cui la società concede i suoi incensi e le sue apoteosi. Che importa? noi cerchiamo, non di essere illustri, ma buoni; non grand'uomini, ma galantuomini, e schiveremo le liti coi privati e le capiglie coi governanti; e conserveremo le orecchie: se anche non potremo attaccarvi gli orecchini.
FINE.