CAPITOLO XXXVIII. Imperatori stoici.

È merito della verità il vantaggiare anche quelli che la rinnegano e la perseguitano, e costringere a riconoscerla fino i nemici che la impugnano. La morale, che i Cristiani predicavano obbedendo e morendo, già appariva negli scrittori pagani, e rifondea vigore alla setta più virtuosa, la stoica; la quale, alla morte di Domiziano, si sentì da tanto d'opporsi alla onnipotenza delle armi; e acquistato preponderanza in senato, s'ingegnò a mettere sul trono creature sue, e le riuscì di procurare a Roma una serie di buoni capi.

Primo fu Marco Coccejo Nerva, oriundo da Creta, nativo di Narni, onorato di una statua da Nerone per le sue poesie. La fazione stoica sparse vaticinj e strologamenti sul futuro regnare di esso, tanto che, comunque timido, l'incorarono ad accettare il trono: I pretoriani, sfogata la devozione loro verso l'estinto imperatore, non tardarono a riconoscere il nuovo; ma fra i mirallegro, Arrio Antonino si condolse con lui, che, dopo sfuggito per virtù e prudenza a tanti principi malvagi, si trovasse in tal luogo dove amici e nemici disgusterebbe, e più gli amici, appena ricusasse una grazia.

Nerva, professandosi collocato in quell'altezza non per soddisfazione propria, ma pel popolo, seppe conciliare le dolcezze della libertà colla quiete della monarchia. Restituì patria e beni agli sbanditi per fellonìa, minacciò i delatori, interdisse i processi di maestà, e giurò non mandare a morte verun senatore: vastissimi terreni distribuì alla poveraglia; faceva allevare a pubbliche spese i bambini indigenti; riproibì l'evirazione; e si governò sempre come avesse da oggi a domani a tornare privato. Per alleggerire le imposte limitò le spese, escludendo varj sacrifizj e spettacoli, moderando il fasto del palazzo, non tollerando gli si ergessero statue d'oro o d'argento; e per ricompensare o soccorrere vendette parte del proprio vasellame e alcuni poderi. Il senato, ripresa la libertà dei giudizj, procedette contro gli spioni del regno precedente, e alcuni multò di morte, altri d'esiglio; ma avendo iniziato procedure contro alcuni nuovi cospiratori, Nerva troncò le indagini. Parve sconvenevole tale clemenza a Giulio Frontone console, e — Se è grave sciagura un principe sotto cui tutto è vietato, non è minore uno sotto cui tutto sia permesso».

In fatto, di quella bontà abusarono i pretoriani, e levato rumore, assalirono il palazzo per obbligar Nerva a consegnare gli uccisori di Domiziano; e per quanto egli s'opponesse, e nudo il petto li pregasse a ferir lui piuttosto, dovette cedere, lasciar uccidere i congiurati, e ringraziare i pretoriani d'averne purgato il mondo.

Da qui comprese la necessità di destinarsi a successore un uomo di salda mano, e adottò lo spagnuolo Marco Ulpio Trajano, col quale divise da quel punto l'autorità (98): ma regnato appena sedici mesi, fu ascritto fra gli Dei.

Trajano, dopo fatto le prime armi contro i Parti, da Domiziano fu destinato a governare la bassa Germania; robusto di corpo e formato alle fatiche, era il più sufficiente capitano dell'età sua: in campo non l'avresti distinto dall'infimo soldato al vestire, agli esercizj, alla sobrietà; marciava a piedi, conosceva un per uno i suoi veterani e le imprese loro, senza che l'affabilità disciogliesse la disciplina. Di pochi studj[217], pure gli studiosi favoriva; nobile di portamento, d'obbliganti maniere.

A quarantaquattro anni succedendo a Nerva, entrò pedestre in Roma fra indicibile esultanza, e nel por piede in palazzo, sua moglie Pompea Plotina voltasi al popolo disse: — Io spero uscirne qual v'entro».

Trajano dichiarò tenersi obbligato alle leggi come qualunque cittadino; largheggiò nelle consuete distribuzioni sì ai soldati, sì al popolo, comprendendovi gli assenti e, cosa nuova, i minori di dodici anni; ed è scritto che le frequenti sue liberalità mantenessero due milioni di persone. Tenne sempre i grani a modico prezzo, fece larghi assegnamenti pe' figli dei poveri[218], diede spettacoli di gladiatori, ma sbandì i commedianti che Nerva avea riammessi: spese largamente in aprire il porto di Civitavecchia ed ampliare il circo, ove proibì si pronunziasse il suo nome, per sottrarlo agli applausi prodigati a tanti malvagi imperatori; e provvisti di pubblico stipendio gli avvocati, vietò che ricevessero sportule dai litiganti, i quali pure doveano giurare di non aver dato loro nè promesso nulla.

Voltosi a medicare le piaghe dell'anarchia e della tirannide, diminuì le imposte, attenuò le prerogative imperiali qualvolta al ben pubblico complisse; nè accuse di maestà, nè delatori soffrì, nè concussioni de' governanti; riceveva le persone di qualunque fossero grado, e candidamente ne ascoltava gli avvisi; cercava i più degni per collocarli in posto; e credeva che le finterie non fossero necessarie, come nella condotta privata, così neppure nella politica. Preferiva l'impunità di cento rei alla condanna d'un innocente; e nel dare la spada a Suburano prefetto del pretorio, gli disse: — S'io compio il mio dovere, adoprala per me; contro me, se vi manco». Essendo da alcuno insusurrato contro di Licinio Sura, a lui caro e riverito, andò a cenare da esso non invitato, si fece medicare gli occhi e radere dal medico e dal barbiere di esso, poi il domani a chi gli ripeteva le accuse rispose: — S'egli intendesse uccidermi, l'avrebbe fatto jeri».

Di colpe e difetti ebbe la sua parte; amava il vino, tanto che ordinò di non eseguire i comandi che desse dopo tavola; ai piaceri s'abbandonò quanto il suo tempo consentiva; per vanità lasciava mettere il proprio nome su tutti gli edifizj o eretti o ristaurati, sicchè lo soprannomarono erba parietaria; soffrì il titolo di signore, e sagrifizj alle sue statue, e che il popolo giurasse per la vita e l'eternità di lui; e forse per gelosia di divinità ordinò persecuzioni contro i Cristiani (106).

Da Plinio il giovane, che ne stese il panegirico, trapela la gioja alquanto puerile che provavano i patrioti romani al veder di nuovo convocate le adunanze del senato tre giorni di fila, e protratte sino a notte[219]: ma quale concetto formarsi di queste assemblee, se dallo stesso Plinio siamo informati che Trajano disdisse di formare una piccola associazione onde riparare i pubblici bagni d'una città dell'Asia, atteso che ogni unione per interessi privati è contraria all'impero?

Conoscendone il valore, i Germani d'ogni parte mandarono a Trajano deputazioni, e i Barbari di là dall'Istro non s'avventurarono alle correrie, che rinnovavano ogniqualvolta il fiume gelasse: ma Trajano aspirava a «passar l'Eufrate e il Danubio su ponti da lui fabbricati, e ridurre la Dacia in provincia».

Indecoroso stimando il tributo con che Domiziano avea dai Daci comprato la pace, ne devastò le campagne, e li vinse in una battaglia, dove essendo venuti meno i cenci da bendare i tanti feriti, egli diede le proprie vesti; e continuò la vittoria con tale ardore, che Decebalo, instancabile loro re, mandò per pace (103), ed accettolla a gravi condizioni. Trajano, poste fortezze e guardie ov'era duopo, menò il primo trionfo sui Daci, e voltò sul Danubio un ponte di pietra di venti piloni, grossi sessanta piedi, alti cencinquanta, discosti settanta; opera meravigliosa, e pur compita in un'estate per disegno e direzione di Apollodoro di Damasco. Decebalo, che soltanto alla necessità avea ceduto, non tardò a risollevare il paese, intendendosela fino coi Parti: ma Trajano, accorso al riparo, si ben campeggiò (106), che prese Zarmizegetusa capitale dei Daci, e il paese ridusse a provincia, avente per confini il Dniester, il Tibisco, il Danubio inferiore e l'Eusino. Decebalo non volle sopravivere alla libertà. La colonna coclite, eretta in mezzo al fôro Trajano, attestò queste vittorie; e nelle solennità del trionfo cenventitre giorni continuarono gli spettacoli, dove più di diecimila belve caddero uccise.

Soddisfatto uno de' suoi voti col varcare il Danubio, Trajano mosse per l'altro verso l'Eufrate a reprimere i Parti, i più formidabili nemici che a Roma restassero (114). Ridusse a provincia l'Armenia; ricevette in soggezione i re d'Iberia, di Sarmazia, del Bosforo, della Colchide; la Mesopotamia quasi col solo terrore soggiogò, sottomise porzione dell'Arabia, e vide la sua amicizia chiesta contemporaneamente da' Sauròmati del settentrione e dagli Indiani del mezzodì. Su ponte di barche varcato il Tigri, senza ferir colpo s'impadronì dell'Adiabene; e giovato dalle discordie dei Parti, si spinse fino a Babilonia (116), espugnò Seleucia e Ctesifonte, i contorni sottomise, e dall'Assiria come provincia ricevette tributo.

Reduce in Antiochia, mentre l'esercito, la corte, i curiosi v'erano affollati, la terra tremò sì fattamente, che i fabbricati diroccarono, Trajano stesso rimase ferito, e nel disastro d'una sola città tutto l'impero ebbe a soffrire. Altre sciagure imperversarono, lui imperante; fame, peste, tremuoti; il Tevere inondò Roma; e, ciò che destava orrore, tre Vestali si contaminarono e furono sepolte vive. Se non bastava questo sacrifizio alle antiche superstizioni, i Libri Sibillini ordinarono, come altre volte, che nel fôro Boario si sepellissero vivi due Greci e due Galli maschio e femmina.

Entrata la primavera (117), Trajano cominciò una corsa per ispiegare la maestà e la potenza dell'impero sugli occhi delle nazioni. Viste le pianure dell'Alta Asia dond'era scesa la prima civiltà del mondo, s'imbarca sul Tigri, scende al golfo Persico, traversa il Grande oceano, e vedendo un vascello salpare per le Indie, esclama: — Deh! foss'io più giovane, che recherei la guerra colà». Piega quindi verso l'Arabia Felice, prende il porto di Aden di qua dallo stretto di Bab el-Manneb, riduce a provincia l'Arabia Petrea che assicurava le comunicazioni di commercio fra l'Asia e l'Africa; annunzia al senato sempre nuove terre sottoposte al suo dominio; infine torce verso Babilonia, sulle cui ruine presta sacrifizj ad Alessandro.

L'impero toccava allora al suo apogeo; ma poco vi durò, e Trajano stesso vide disfarsi le opere proprie. Il tremuoto che sobbalzò tanti paesi, parve agli Ebrei preconizzasse la caduta dell'impero, sicchè d'ogni parte levaronsi a furore, in Africa principalmente. Benchè sconfitti e scannati a migliaja, l'esempio fu contagioso, e molti paesi scossero le catene; tutte le nuove conquiste si rivoltarono; i Parti a pien popolo cacciarono il re Partamaspate da lui imposto, gli Armeni se ne scelsero uno a volontà, la Mesopotamia si sottomise ai Parti; e tante spese e tanto sangue uscirono a vuoto.

L'imperatore, dopo regnato diciannove anni e mezzo, morì a Selinunte in Cilicia (117 agosto); le sue ceneri in urna d'oro portate a Roma dalla vedova Plotina e dalla nipote Avida, furono ricevute come in trionfo e, malgrado dell'antico divieto, deposte in città sotto la colonna che rammentava le sue conquiste. Splendide opere serbarono la memoria di lui: magnifiche vie dall'Eusino fin alle Gallie, una traverso le paludi Pontine, una da Benevento a Brindisi: a Roma aperse biblioteche e un teatro, ingrandì il circo, restaurò insigni edifizj, condusse nuove acque: soprattutto ebbe rinomanza il fôro, che abbassando cinquanta metri una collina, formò quadrato, con un portico in giro e quattro archi trionfali, e tanti palazzi e tempietti, ch'era una meraviglia nella città delle meraviglie.

La «rara felicità del suo tempo, quando uom poteva pensare quel che volesse e dire quel che pensasse», tornò qualche lustro alle lettere: e fa dolore che la storia, informata a minuto delle pazzie e delle atrocità d'un Caligola e d'un Nerone, non possa conoscere Trajano se non da un compendio inesatto[220] e da un artifizioso panegirico. Ma essa tien conto che, due secoli e mezzo dopo lui morto, il senato, nell'acclamare un nuovo imperatore, gli augurò d'essere più felice d'Augusto, più virtuoso di Trajano[221].

Fra le altre superstizioni, gli antichi usavano aprire a caso un libro, e dalla prima frase che occorresse, indovinar l'avvenire, o prenderne risposta ai dubbj del proprio intelletto[222]. A tal uopo Publio Elio Adriano, spagnuolo nato in Roma, aprendo l'Eneide, s'abbattè in questi versi del VI canto relativi a Numa:

Quis procul ille autem, ramis insignis olivæ,

Sacra ferens? Nosco crines, incanaque menta

Regis romani, primas qui legibus urbem

Fundabit, Curibus parvis et paupere terra

Missus in imperium magnum;

e credette leggervi prenunziato ch'e' sarebbe imperatore e legistatore. E l'uno e l'altro divenne. Militò sotto Trajano, che amandolo come figliuolo, gl'impalmò Sabina nipote di sua sorella, e maneggiò per averselo successore. Salutato imperatore dall'esercito in Antiochia, scrive al senato chiedendo scusa se non aspettò l'elezione di esso, e implorando la confermasse; decretatogli il trionfo, lo ricusa e pone sul carro la statua di Trajano. A quelli che da privato l'aveano offeso disse: — Eccovi salvi». Denunziatigli alcuni, sospetti di rivoltar lo Stato, dichiara: — È ingiustizia il punire un delitto solamente probabile». Avendo ai richiami d'una vecchia risposto: — Non ho tempo», essa replicò: — Perchè dunque sei tu imperatore?» ed egli la soddisfece. Negli spettacoli pretendendo il popolo non so quale sconvenienza, egli mandò l'araldo che intimasse silenzio; ma questi avendo detto invece: — L'imperatore vi prega a fare così e così», di tale mitigazione non gli seppe mal grado, anzi lo ricompensò.

Con amici e liberti usava alla domestica, nè mai negava loro alcuna domanda, spesso le preveniva; pure non lasciò che abusassero: nè solo tra liberti scelse i secretarj e intendenti della casa, ma anche tra i cavalieri; e guai a chi, spacciando protezione, accettasse regali. Andava a trovare i consoli, assisteva alle assemblee, dispensava i senatori dal visitarlo se non per interessi, ed alla curia recavasi in sedia acciocchè non fossero tenuti ad accompagnarlo: escluse i cavalieri dal giudicare nelle cause de' senatori, nè dalle sentenze di questi accettava appello al trono. Visto un suo schiavo passeggiare fra due senatori, mandò a dargli uno schiaffo, dicendo: — Come ti basta l'animo d'appajarti a tali, di cui domani puoi divenire il fante?»

Più di Trajano largheggiò co' fanciulli poveri e col popolo; assegnò pensioni e donativi a senatori, cavalieri e magistrati bisognosi; anzi, nelle feste di Saturno quando gli amici offrivangli le solite strenne, egli coglieva l'occasione per ricambiarle con più generose; e nei viaggi, in cui occupò diciassette dei venti anni di suo regno, lasciò dappertutto grandi segni di liberalità. All'esercito vivea da soldato; marciava a piedi e col capo scoperto fra il gelo delle Alpi o sul renaccio d'Africa; conoscendo tutti i guerrieri, promoveva i più degni; molte riforme introdusse, e pel primo a ciascuna compagnia unì zappatori e ingegneri e quanto occorre per fabbricare.

Gli Ebrei, novamente insorti sotto Barcoceba, punì insultandone anche il culto; ma la vittoria tanto costò, che l'imperatore informandone il senato, non osò cominciare colla solita formola, — Io e l'esercito stiamo bene». Non che però estendere le conquiste, neppur quelle di Trajano conservò tutte; dall'Armenia, dalla Mesopotamia, dall'Africa revocò le truppe; alle terre tolte ai Daci non rinunziò, per riguardo ai tanti Romani che vi s'erano accasati; pure, col pretesto che potesse agevolare ai Barbari il passaggio, ruppe il ponte di Trajano sul Danubio. Era tradizione che il dio Termine non avesse voluto recedere dal Campidoglio, nè tampoco per far luogo a Giove; simbolo dell'immobilità dell'impero; onde questo primo ritirarsi dei Romani dalle loro conquiste s'ebbe per augurio sinistro.

Dicendo che l'imperatore deve, come il sole, mirare ogni paese, Adriano visitò tutte le provincie obbedienti: dalle Gallie passò nella Germania, quartiere delle migliori truppe: in Bretagna, per arrestare le correrie de' Caledonj, fabbricò una muraglia, che per ottanta miglia stendeasi dal golfo di Solway alla foce del Tyne nel Northumberland: sceso nelle Spagne, in assemblea generale tentò rappattumare i discordi; rinnovò parte della città d'Atene col nome di Adrianopoli: le regalò denari, grani, l'intera isola di Cefalonia, e una costituzione modellata sull'antica; vi s'iniziò ne' misteri Eleusini, e pieno del Dio, si fece dio egli medesimo, lasciandosi adorare nel tempio di Giove Olimpico, ch'e' fece terminare cinquecentosessant'anni dopo che era stato cominciato da Pisistrato.

Sviate con una conferenza le nuove minacce di Cosroe re de' Parti, potè visitare la Cilicia, la Licia, la Pamfilia, la Cappadocia, la Bitinia, la Frigia, dappertutto lasciando templi, piazze, insigni monumenti, e gran magnificenze ai re concorsi e agli ambasciadori. Per le isole dell'Arcipelago tragittossi nell'Acaja, indi in Sicilia montò in vetta all'Etna, per vedervi il sole oriente dipinger l'iride. In Africa s'ebbe come un miracolo che al venir suo cadessero le pioggie, da cinque anni indarno implorate. A Pelusio onorò la tomba di Pompeo Magno; ad Alessandria, nel museo fondato da Tolomeo Filadelfo e cresciuto da Claudio imperatore, interrogò i letterati raccolti, e rispose col senno che trovar si dee in ogni parola d'imperatore.

Da' viaggi Adriano tornava tratto tratto a Roma, ove riordinò l'amministrazione interna, sopprimendo le forme repubblicane ormai destituite di significato, per surrogarvi un ordinamento monarchico più conforme al vero; e le cariche e gli uffizj divise in funzioni dello Stato, del palazzo, dell'esercito. Ai liberti rimase tolta l'ingerenza col riservare gl'impieghi di corte ai cavalieri; a quattro cancellerie s'affidò lo spaccio di tutti gli affari; ed a fianco all'imperatore fu collocato una specie di consiglio di insigni giureconsulti, quali Nerazio Prisco, Giuvenzio Gelso, Salvio Giuliano. Da quest'ultimo fece raccorre nell'Editto perpetuo (131) le migliori fra le norme pubblicate dai precedenti magistrati pretoriani; col che tolse forse a costoro il diritto di determinare i principj legali, secondo cui avrebbero amministrato la giustizia nel loro reggimento, obbligandoli ad attenersi a questo, che restò la fonte del gius romano fino al Codice di Teodosio, e divenne fondamento delle Pandette.

Fra le leggi sue proprie, ordinò che a' figliuoli de proscritti si lasciasse un dodicesimo dei beni paterni; chi trovasse un tesoro sul suo, ne restasse padrone, chi sull'altrui, n'avesse metà; gli scialacquatori frustati nell'anfiteatro, poi sbanditi; vietati i sacrifizj umani: pure fino a Costantino si continuò in Africa ad immolare fanciulli a Saturno, e uomini in Roma stessa. Proibì ai padroni d'uccidere gli schiavi, nè di venderli per gladiatori o prostituti: cassò la legge di mandare al supplizio tutti quelli d'un padrone assassinato: abolì gli ergastoli, dove i Romani li faceano lavorare, e dove rifuggivano alcuni per sottrarsi alla milizia o ai castighi, ed altri liberi erano strascinati per lavorare a forza, e più non se ne udiva.

A colonie e città poste o ristabilite prodigò il nome di Elia, e dappertutto moltiplicò monumenti col suo nome: Atene e Grecia ne furono piene; a Roma rifabbricò il Panteon, il tempio di Nettuno, la gran piazza d'Augusto, i bagni d'Agrippa, oltre edifizj nuovi, tra cui principali sono la mole Adriana e la villa di Tivoli. Quella era un ponte sul Tevere col mausoleo che oggi è Castel Sant'Angelo, mirabile ancora dopo aver somministrato statue, colonne e fregi agli edifizj eretti in tempo della decadenza, e projettili nelle battaglie fra Totila e Belisario. Il carro del soprornato, che da piedi appariva piccola cosa, era di tal mole che, dice Sparziano, un uomo potea passare per le orecchie dei cavalli. Nella villa di Tivoli fece imitare quanto ne' suoi viaggi avea veduto; ivi le situazioni più decantate di Grecia e d'Egitto, ivi figurato l'inferno, ivi ai varj quartieri attribuito il nome delle trascorse provincie, e avvivatane la rimembranza con piante esotiche e con vasi, statue, iscrizioni, d'ogni sorta rarità.

Nè per questo egli rapiva; anzi molte imposte alleggerì; non accettava legati da chi avesse figliuoli; condonò quanto in Roma e nell'Italia si doveva all'erario, e nelle provincie i debiti da sedici anni, bruciando le obbigazioni, il più bel fuoco di gioja che i popoli possano vedere.

Gli bastava aver letto un libro per saperlo a mente; dettava contemporaneamente più lettere; dava udienza a diversi ministri; conosceva il nome di quanti aveano militato sotto di lui. Di scienze, di grammatica, d'eloquenza, di poesia sapeva quanto altri del suo secolo; oltre la filosofia, l'astrologia, la magia, le matematiche, possedeva la medicina, scolpiva, cantava, sonava, dipingeva, massime figure oscene, e imitazioni, anzi contraffazioni della natura. Compose un poema misto di verso e prosa, discorsi sulla grammatica, altri sull'arte della guerra[223], e i proprj fasti, dati fuori sotto il nome di suoi liberti.

Di bizzarro gusto in fatto di lettere, preferiva Catone a Cicerone, Ennio a Virgilio, Cellio a Sallustio, Antimaco ad Omero[224], del quale meditò perfino distruggere i poemi. Chi volesse andargli a versi mandava fuori critiche esuberanti dei classici, come Largo Lucinio il Ciceromastix, violenta diatriba contro il padre dell'eloquenza latina. I Sofisti, genìa impudente, cupida, venale, nè in altro valente che in litigare fra loro, gli si affollavano attorno; e Adriano, senza abbracciare veruna setta, le tollerava tutte, e dilettavasi di udirne le baruffe, come di eccitare i poeti a versi improvvisi. Ma guaj a chi gli disputasse la palma che in tutto pretendeva! Avendo egli un giorno criticato un'espressione al filosofo Favorino, questi si confessò in errore; del che meravigliandosi gli amici suoi, — Vorreste ch'io contendessi di sapere con chi comanda a trenta legioni?»[225].

Di tale prudenza mancò Apollodoro, architetto delle fabbriche di Trajano, che udendosi fare non so quale appunto dall'imperatore, gli disse, alludendo al genere di pitture in cui compiacevasi, — Andate a dipingere cocomeri»; e avendo veduto una Venere e una Roma di man di lui, sproporzionate al tempietto cui erano destinate, domandò, — Se si rizzano in piedi, ove staranno?» Tale franchezza egli scontò colla vita; specchio del quanto sia pericoloso celiar coi potenti.

Perocchè Adriano alle belle qualità univa tanti vizj, da farne un misto singolarissimo. Non sapeva tener chiuse le orecchie ai delatori; e farneticava di subillare i fatti altrui, brutto vezzo in tutti, pessimo in principe. Guardò in sinistro quelli cui andava debitore del regno; e perchè nei perpetui suoi viaggi nessuno tentasse novità, restrinse il potere lasciato ai magistrati, avvicinando il governo a pretta monarchia. Giulia Sabina trattò da schiava più che da moglie, e al fine si crede la facesse avvelenare; vero è che questa sfacciata vantavasi d'aver provvisto per non concepire di lui, credendo che un figlio di esso non potrebbe che divenire onta e ruina del genere umano.

A prefetti del pretorio scelse Taziano suo tutore, e Simile. Quest'ultimo, alieno da ambizione, dopo tre anni rinunziò, e ritiratosi in campagna, sopravisse altri sette, e fece scriversi sulla tomba: Settantasette anni fui sulla terra, sette ne vissi. Taziano, al contrario, tirava il signor suo al rigore; e la pubblica voce gl'imputò la morte di quattro consolari, già amici d'Adriano, condannati per cospiratori dal senato, benchè in opinione di innocenti. Molti altri li seguirono come complici, finchè Adriano proibì le sentenze per offesa maestà e privò Taziano della sua grazia.

A non dir nulla della passione di lui per cani e cavalli, sino ad eriger loro splendidi monumenti, di turpe scostumatezza lasciò prova in troppi versi ad esaltazione de' suoi cinedi. Amò di stravagante passione Antinoo nativo della Bitinia; eppure dalle arti magiche avendo appreso che, per prolungare i proprj giorni, bisognava il sangue volontario d'un uomo, nè trovando altri sì folle o sì generoso, accettò quello d'Antinoo. Immolato, il pianse a guisa di donna adorata, eresse sul Nilo una città al nome di lui, volle che i Greci lo dichiarassero dio, e il mondo s'empì di statue e tempj e oracoli di lui, gli astronomi ne trovarono la stella in cielo, e nel tempio eretto sulle ceneri di esso moltiplicaronsi miracoli, instituironsi giuochi e misteri, e facevasi gara per esser nominato suo sacerdote.

Che dovevano dirne i Cristiani? I quali Adriano non tollerò come tutte le altre sêtte, ma per devozione a' suoi numi permise d'uccidere cotesti che loro faceano guerra. Ma i Cristiani, sentendo la potenza che danno il numero e il tempo, più non s'accontentavano di morire benedicendo, e uscivano a giustificarsi della loro innocenza al pubblico giudizio; e Giustino intonava: — La possa de' principi, qualora preferiscano l'opinione alla verità, non è maggiore di quella dei ladroni nel deserto»[226]. Mosso, dicono, dalle apologie del filosofo Aristide e di Quadrato vescovo d'Atene, Adriano sospese la persecuzione, anzi pensava aprire un tempio a Cristo[227], se gli oracoli non avessero riflesso che quello renderebbe deserti gli altri.

Preso da idrope (137), scelse a successore Lucio Annio Aurelio Cesonio Comodo Elio Vero — tanti nomi al crescere della vanità! La malignità, che nelle sue finezze non sempre al torto s'appone, mormorò sui patti conchiusi fra l'imperatore e l'adottivo. Costui, dignitoso della persona e ricco di cognizioni, ma scorretto di costumi, viaggiando tenevasi attorno al carro servi colle ale, cui dava il nome dei venti; continua lettura faceva dell'Arte d'amare d'Ovidio e degli epigrammi di Marziale, che chiamava il suo Virgilio; e quando la moglie il rimproverò perchè le preferisse bagasce, rispose: — Il nome di sposa è titolo d'onore, non di piacere». Fortunatamente costui morì pochi mesi dopo (138); ebbe esequie imperiali ed apoteosi; e Adriano adottò Aurelio Fulvio Antonino, patto che egli pure adottasse Lucio Vero figlio e Marc'Aurelio[228] nipote e figlio adottivo dell'estinto Lucio Annio Aurelio Vero.

Poi, come Tiberio a Capri, così Adriano si ritirò a Tivoli, che avea rifiorita d'ogni magnificenza, e vi si abbandonò a quante lascivie la deperente salute gli consentiva. Da queste balzava alle crudeltà, e spediva ordini sanguinarj; e molti furono uccisi come cospiratori, altri nascosti da Antonino. Alla magìa ricorreva per mitigare la sua infermità, da cui oppresso tentò più volte darsi morte; ma una cieca gli si presentò dicendo: — Un sogno m'avvertì d'intimarvi conserviate la vita; e poichè tardai ad obbedire, mi si oscurò la vista: ma un altro sogno m'assicurò la ricupererei sì tosto che baciassi i piedi imperiali». Così avvenne. Anche un altro cieco, appena tocco da lui, riebbe l'uso degli occhi, e all'imperatore cessò una forte febbre. Di tali baje trastullavasi Roma, e confortavasi il cesare.

Stanco in fine dei rimedj, e dicendo, — I molti medici m'ammazzarono», si diede a mangiar e bere a fidanza, e a Baja morì (138 luglio) dopo vissuto sessantadue anni e mezzo, regnato quasi ventuno. Sul morire sembra ricuperasse la calma, se è vero facesse questi versi, che sono dei più delicati del suo tempo:

Animula, vagula, blandula,

Hospes comesque corporis,

Quæ nunc abibis in loca?

Pallidula, rigida, nudula,

Nec, ut soles, dabis jocos.

Il senato, offeso dalle sue ultime crudeltà, volle cassarne gli ordini e negargli i funerali: poi alle minacce de' soldati e alle suppliche di Antonino gli profuse onori; le ceneri riposte nella superba mole presso al Tevere, lo spirito fra gli Dei.