NOTE:
[1]. Orazio, Ep. II.
[2].
Græcia capta, ferum victorem cepit, et artes
Intulit agresti Latio...
Serus enim græcis admovit acumina chartis.
Ep. II. 1.
(*) Mommsen vorrebbe che i versi fescennini e le atellane fossero detti non dalle distrutte città di Fescennio e Atella, ma dal porsi in queste città la scena delle commedie, affine di satirizzare senza incorrere le gravi pene comminate a chi ingiuriasse un cittadino romano.
[3]. Lib. VII, cap. 2.
[4]. Plauto nel prologo del Trinummo dice: Plautus vortit barbare; e barbarica lex chiama la romana nei Captivi; e Barbaria l'Italia nel Penulo.
[5]. Vates da fari, come Fauni; ed è comune alle genti il chiamare sè parlanti, e muti gli stranieri.
[6]. Orazio, Ep. II. 1; Tacito, Ann., XIV. 21.
[7]. Singolarmente un Rintone da Taranto, modello di Lucilio, e inventore d'una non sappiamo quale specie di commedia (Lydus, De magistratibus rom., I. 41). Forse era quella che a Roma dicevasi Rintonica.
[8]. Ciò risulta da Diomede, III. 488, nella collezione di Putsch.
[9]. Munck, De atellanis fabulis, pag. 52, crede Strabone s'ingannasse sull'osce loqui, volendo questo dire non che si servissero della lingua osca, ma che parlavano oscamente, cioè rusticamente.
[10]. Martino Hertz, in una memoria stampata a Berlino il 1854, sostiene che deva dirsi Tito Maccio Plauto, nè altrimenti pensano l'editore di Plauto Ritschl e Lachmann; così trovando in un palinsesto. Non pare abbiano ragione.
[11]. Per esempio:
Obsequium amicos, veritas odium parit.
Amantium iræ amoris integratio est.
Homo sum; humani nihil a me alienum puto.
[12].
Atque ideo hoc argumentum græcissat, tamen
Non atticissat, verum at sicilissat.
Prologo dei Menæchmi.
Anche Cicerone (Divin. in Verrem) rinfacciava a Cecilio, suo competitore, d'avere imparato le greche lettere non in Atene ma al Lilibeo, le latine non a Roma ma in Sicilia. Ciò proveniva dall'usarsi nell'isola e il latino e il greco, il che guastava entrambe le lingue; e forse più il commercio co' Cartaginesi.
Nel vol. III delle Memorie sulla Sicilia è inserita una dissertazione di Giuseppe Crispi «intorno al dialetto parlato e scritto in Sicilia quando fu abitata dai Greci», corredata di esempj che scendono fino alla dominazione normanna, cioè al sottentrare dell'italiano.
[13]. Anche Terenzio alcuni pretendono sia scritto in prosa; tante sono le licenze a cui bisogna ricorrere per ridurlo a versi giambi trimetri, cioè di sei piedi, nei quali la sola regola che quasi sempre egli osserva è di finire con un giambo.
[14]. Lo snodarsi ordinario degli intrecci col ricomparire d'un personaggio creduto morto, o col far riconoscere un padre o un figlio, trovava giustificazione fra gli antichi dall'abitudine di esporre i bambini e ridurre schiavi i prigioni di guerra, dalle frequenti rapine de' corsari, e dalle scarse comunicazioni fra' paesi. Quanto agli a parte e alla doppia azione, restavano meno sconci per la vastità dei teatri, e perchè la scena per lo più rappresentava una piazza, cui molte strade metteano capo.
Di Terenzio cantava Cesare:
Tu quoque, tu in summis, o dimidiate Menander,
Poneris, et merito, puri sermonis amator;
Lenibus atque utinam scriptis adjuncta foret vis,
Comica ut æquato virtus polleret honore
Cum Græcis, neque in hac despectus parte jaceres!
Unum hoc maceror, et doleo tibi deesse, Terenti.
Sebbene la frase vis comica sia divenuta vulgata, inclino a credere che il terzo e quarto verso vadano punteggiati come ho fatto, unendo il comica a virtus. Vedasi tom. I, pag. 364.
[15].
Quod si personis iisdem uti aliis non licet,
Qui magis licet currentes servos scribere,
Bonas matronas facere, meretrices malas,
Parasitum edacem, gloriosum militem,
Puerum supponi, falli per servum senem,
Amare, odisse, suspicari? Denique
Nullum est jam dictum quod non dictum sit prius.
Prologo dell'Eunuco.
Ecco l'intreccio di tutte le commedie.
Sui comici latini porta questo giudizio Vulcazio Sedigito, vivente sotto gl'imperatori:
Multos incertos certare hanc rem vidimus
Palmam poetæ comico cui deferant.
Eum, meo judicio, errorem dissolvam tibi,
Ut, contra si quis sentiat, nihil sentiat.
Cæcilio palmam Statio do comico:
Plautus secundus facile exsuperat ceteros:
Dein Nævius qui fervet, pretio in tertio est:
Si erit quod quarto detur, dabitur Licinio:
Attilium post Licinium facio insequi;
In sexto sequitur hos loco Terentius:
Turpilius septimum, Trabea octavum obtinet:
Nono loco esse facile facio Luscium;
Decimum addo causa antiquitatis Ennium.
Presso A. Gellio, XV. 24.
Sembra non abbia voluto indicare che gli autori di commedie palliatæ, e perciò lasciasse daccanto persino Afranio, illustre nelle togatæ.
[16].
Poeta, cum primum animum ad scribendum appulit,
Id sibi negotii credidit solum dari
Populo ut placerent quas fecisset fabulas.
Terenzio, prologo dell'Andria.
... Eum esse quæstum in animum induxi maxumum,
Quam maxume servire vestris commodis.
Prologo dell'Eautontimorumenos.
[17]. Perchè Roma non ebbe tragedie? Tale questione è magistralmente trattata da Nisard, Etudes sur les mœurs et les poètes de la décadence, a proposito di Seneca. — Lance (Vindiciæ romanæ tragediæ. Lipsia 1822) raccolse ben quaranta tragici romani. — Vedi pure Tragicorum romanorum reliquiæ: recensuit Otto Ribbeck. Lipsia 1852.
[18]. Si quis populo occentassit, carmenve condisti, quod infamiam faxit flagitiumve alteri, fuste ferito. Cicerone, De republica, dice: — Le XII Tavole avendo statuita la morte per pochissimi fatti, tra questi stimarono non doverne andar esente colui che avesse detto villanie, e composto versi in altrui infamia e vitupero. E ottimamente, perchè il viver nostro dev'essere sottoposto alle sentenze de' magistrati ed alle dispute legittime, non al capriccio de' poeti; nè dobbiamo udir villanie se non a patto che ci sia lecito il rispondere e difenderci in giudizio». Elegantissimamente Orazio soggiunge nella già più volte citata Epistola II. 1:
Libertasque recurrentes accepta per annos
Lusit amabiliter, donec jam sævus apertam
In rabiem verti cœpit jocus, et per honestas
Ire domos impune minax. Doluere cruento
Dente lacessiti: fuit intactis quoque cura
Conditione super communi: quin etiam lex
Pœnaque lata, malo quæ nollet carmine quemquam
Describi. Vertere modum, formuline fustis
Ad bene dicendum, delectandumque redacti.
[19]. Quando Cicerone fu richiamato in patria, Esopo tragico, recitando il Telamone di Azzio e cambiando poche parole, fece applauso a lui con questi motti: Quid enim? Qui rempublicam certo animo adjuverit, statuerit, steterit cum Argivis... re dubia nec dubitarit vitam offerre, nec capiti pepercerit... summum animum summo in bello... summo ingenio præditum... O pater!... hæc omnia vidi inflammari... O ingratifici Argivi, inanes Graji, immemores beneficii!... Exulare sinitis, sinitis pelli, pulsum patinimi etc.
Nei giuochi Apollinari, avendo Difilo recitato questi versi,
Nostra miseria tu es magnus...
Tandem virtutem istam veniet tempus cum graviter gemes...
Si neque leges, neque mores cogunt...,
il popolo volle vedervi un'allusione a Pompeo, e costrinse l'attore a replicarli migliaja di volte; millies coactus est dicere. Cicerone, ad Attico, II. 19.
Sotto Nerone, un attore dovendo pronunziare, Addio, padre mio; addio, madre mia, accompagnò il primo coll'atto del bere, il secondo coll'atto del nuotare, per alludere al genere di morte dei genitori di Nerone. Poi in un'atellana proferendo, L'Orco vi tira pei piedi (Orcus vobis ducit pedes), voltavasi verso i senatori.
[20]. Erano Britanni quei che abbassavano, noi diremmo alzavano gli scenarj:
Vel scena ut versis discedat frondibus, utque
Purpurea intexti tollant aulæa Britanni.
Virgilio, Georg., III. 24.
[21]. Della critica di Acilio un bel saggio ci conservò A Gellio, intendendo mostrarcene la simplicissima suavitas et rei et orationis (XI. 14): Eundem Romulum dicunt ad cœnam vocatum, ibi non multum bibisse, quia postridie negotium haberet. Ei dicunt: — Romule, si istud omnes homines faciant, vinum vilius sit». Is respondit: — Immo vero carum, si quantum quisque volet, bibat; nam ego bibi quantum volui». C'è bene da disgradare le cronicacce di frati, contro cui se la piglia Carlo Botta.
[22]. Εἰ γὰρ, ἧς πάντες εὐχόμεθα τοῖς Θεοῖς τυχεῖν, καὶ πᾶν ὑπομένομεν ἱμείροντες αὺτῆς μετασκεῖν, καὶ μόνον τοῦτο τῶν νομιζομένων ἀγαθῶν ἀναμφισβήτητόν ἐστι παρ’ ἀνθρώποις (λέγω δὴ τὴν εἰρήνην) κ. τ. λ.
[23]. Ὅτι σφόδρα οἱ ̔Ρωμαῖοι φιλοτιμοῦνται δικαίους ἐνίστασθαι τοὺς πολέμους. Framm. XXXII. 4. 5.
[24]. Anche Eumachio di Napoli avea descritto le geste di Annibale. Celidonio Errante ha un discorso sui difetti della primitiva storia siciliana, derivati dall'esserci giunta solo per frammenti; e suggeriva di supplirvi in qualche modo col radunare que' frammenti. Cominciò egli stesso l'opera nella Biblioteca greco-sicula (Palermo 1847), ove discorre di varj storici, quali Antioco, Temistogene, Filisto, Dicearco ed altri.
[25]. Libros tuos conserva, et noli desperare eos me meos facere posse; quod si assequero, supero Crassum divitiis, atque omnium vicos et prato contemno. Ad Attico, I. 4. — Bibliothecam tuam cave cuiquam despondeas, quamvis acrem amatorem inveneris: nam omnes vindemiolas eo reservo, ut illud subsidium senectuti parem. Ivi, 10. E spesso ritocca la corda.
[26]. De latinis (libris) quo me vertam nescio; ita mendose et scribuntur et veneunt. Cicerone, ad Quintum, III. 5.
[27]. Fuvvi bibliotecario Giulio Igino, che scrisse delle api e degli alveari. Giulio Attico e Grecino trattarono della coltura delle viti.
[28]. Acad. Quæst., I. 3: — Noi peregrini e quasi stranieri nella città nostra, i tuoi libri condussero, per così dire, a casa, talchè potessimo conoscere chi e dove fossimo. Tu l'età della patria, tu la descrizione dei tempj, tu la ragione delle cose sacre e dei sacerdoti, tu la disciplina domestica e la guerresca, tu la sede dei paesi e dei luoghi, tu ci mostrasti delle cose tutte umane e divine i nomi, i generi, gli uffizj, le cause, ecc.
[29]. Le etimologie di Varrone sono già derise da Quintiliano, Inst. orat., I. 6: Cui non post Varronem sit venia? qui agrum, quod in eo agatur aliquid; et graculos quia gregatim volent, dictos Ciceroni persuadere voluit; cum alterum ex græco sit manifestum duci, alterum ex vocibus avium? Sed huic tanti fuit vertere, ut merula, quæ sola volat, quasi mera volans, nominaretur.
[30]. Fra le sentenze di Varrone, alcune vengono opportune anche oggi, specialmente a coloro che l'erudizione antepongono a tutto.
Non tam laudabile est meminisse quam invenisse: hoc enim alienum est, illud proprii muneris est.
Elegantissimum est docendi genus exemplorum subditio.
Amator veri non tam spectat qualiter dicitur, quam quid.
Illum elige eruditorem, quem magis mireris in suis quam in alienis.
Non refert quis, sed quid dicat.
Sunt quædam quæ eradenda essent ab animo scientis, quæ inserendi veri locum occupant.
Multum interest utrum rem ipsam, an libros inspicias. Libri nonnisi scientiarum paupercula monimenta sunt; principia inquirendorum continent, ut ab his negotiandi principia sumat animus.
Eo tantum studia intermittantur, ne obmittantur. Gaudent varietate musæ, non otio.
Nil magnificum docebit qui a se nil didicit. Falso magistri nuncupantur auditorum narratores. Sic audiendi sunt ut qui rumores recensent.
Utile sed ingloriosum est ex illaborato in alienos succedere labores.
[31]. Nat. hist., XXXV. 2. — Raoul-Rochette li credeva miniati.
[32]. Nudi sunt, recti et venusti, omni ornatu orationis, tamquam veste, detracto; sed dum voluit alios habere, parata unde sumerent qui vellent scribere historiam, ineptis gratum fortasse fecit qui volunt illa calamistris inurere; sanos quidem homines a scribendo deterruit: nihil enim est in historia pura et illustri brevitate dulcius. Cicerone, De orat., 75. — Summus auctorum divus Julius. Tacito. — Tanta in eo vis est, id acumen, ea concitatio, ut illum eodem animo dixisse quo bellavit appareat. Quintiliano, Inst. orat., X. 1.
L'ottavo libro della Guerra gallica si ascrive comunemente a un Irzio, che stese pure i commentarj sulle guerre d'Alessandria, d'Africa e di Spagna.
[33]. Svetonio, in Cesare, 20, in Augusto, 36. — Le Clerc, nella sua opera de' Giornali fra i Romani (Parigi 1838), non solo intende provare ch'essi aveano effemeridi al modo nostro, ma che, per mezzo di queste e degli Annali Pontifizj, può rendersi alla storia de' primi tempi la certezza che la critica tende a rapirle. Vedansi pure
Lieberkuehn, Commentatio de actis Romanorum diurnis. Weimar 1840.
Schmidt, Zeitschrift für Geschichtswissenschaft. Berlino 1844.
Huebner, De senatus populique romani actis. Lipsia 1860.
Eccone qualche esempio:
III. Kal. Aprileis.
Fasces penes Æmilivm· lapidibvs plvit invejenti· Postvmivs trib. pleb. viatorem misit ad eos quod is eo die senatum nolvisset cogere· intercessione P. Decimii trib. pleb. res est svblata· Q. Avfidivs mensarivs tabernæ argentariæ ad scvtvm cimbricvm cvm magna vi æris alieni cessit foro· retractus ex itinere cavsam dixit apvd P. Fontejvm Balbvm præt. et cvm liqvidum factum esset evm nvlla fecisse detrimenta jvssus est in solidum æs totum dissolvere.
IV. Kal. Aprileis.
Fasces penes Licinivm· fvlgvravit tonvit et qvercvs tacta in svmma velia pavllvm a meridie· rixa ad Janvm infimvm in cavpona et cavpo ad vrsum galeatvm graviter savciatvs· C. Titinivs æd. pl. mvlctavit lanios qvod carnem vendidissent popvlo non inspectam· de pecunia mulctatitia cella extrvcta ad tellvris lavernæ.
[34]. Candidissimus omnium magnorum ingeniorum æstimatur Livius. Seneca. I suoi libri erano cinquantadue, arrivando da Romolo fino alla morte di Druso nel 744. Ne restano trentacinque non seguenti, cioè i primi dieci dalla fondazione di Roma sino al 460; manca tutta la seconda decade; poi si ha dal libro XXI al XL, cioè dal principio della seconda guerra punica fino al 586: del restante i sommarj, che credonsi di Floro.
Negli archivj segreti di Torino giacciono le carte scritte dall'infelice Pietro Giannone, durante la sua prigionia. Fra queste sono i Discorsi storici e politici sopra gli Annali di Tito Livio, ch'e' fece a imitazione del Machiavelli, ma con intento diverso, giacchè si proponeva, non solo di gratificarsi Carlo Emanuèle III, al quale non v'ha lode ch'egli non prodighi, ma di mostrare il suo rispetto per la santa sede, e «manifestare al mondo i miei religiosi, sinceri e cattolici sentimenti, ne' quali vivo e persisto; e.... a riguardo dell'eminenza e superiorità della Chiesa di Roma sopra tutte le altre Chiese del mondo cattolico, non ho io tralasciato le prove più forti ed efficaci... chè ben dovrebbe essere studio e somma cura di tutti gl'italici ingegni bene stabilirla, non essendo nella nostra Italia rimasto oggi pregio maggiore e cotanto illustre ed insigne che questo... Onde, se mai pe' miei precedenti scritti avess'io in ciò errato e dato occasione ad altri di errare, è ben dovere che si ricredano ora nella sincera dottrina... e se mai avesser seguito la vestigia di un Pietro negante, giusto è che seguitino ora le pedate dello stesso Pietro penitente...».
È bene ricordarsi che scriveva «in solitudine, fra' deserti monti delle Langhe, senza libri, senza amici e senz'ajuto, e fra lo squallore e la tabe d'una misera ed angusta prigione» (Discorso XIII). Non è da aspettarsene gran senno critico, nè estesa filologia; ma assume diversi punti, e per es. nel discorso III ragiona della franchezza con la quale Livio scrisse delle cose appartenenti alla religione romana, e non solo intorno al culto degli Dei ed a' loro vantati miracoli, ma in tutt'i suoi rapporti serbasse un'incorrotta sincerità di fedele storico e di profondo e grave filosofo.
Ab uno disce omnes. Questa, come altre opere del Giannone, venne in luce per cura dell'illustre professore Pasquale Mancini, coi tipi dell'Unione tipografico-editrice torinese.
[35]. Pompej Trogi fragmenta, quarum alia in codicibus manuscriptis bibliothecæ Ossolinianæ invenit, alia in operibus scriptorum maxima parte polonorum jam vulgatis primum animadvertit... Augustus Bielowski. Leopoli 1853.
[36].
... Ausus es unus Italorum
Omne ævum tribus explicare chartis
Doctis, Jupiter! et laboriosis.
Catullo.
[37]. Non ignorare debes, unum hoc genus latinarum literarum adhuc non modo non respondere Græcis, sed omnino rude atque inchoatum morte Ciceronis relictum. Ille enim fuit unus qui potuerit et etiam debuerit historiam digna voce pronuntiare, quippe qui oratoriam eloquentiam, rudem a majoribus acceptam, perpoliverit, philosophiam ante eum incorruptam latina sua conformaverit oratione. Ex quo dubito, interitu illius, utrum respublica an historia magis doleat. Framm. — Cicerone stesso (De leg., lib. I) si fa dire da Attico: Postulatur a te jamdiu, vel flagitatur potius historia. Sic enim putant, te illam tractante, effici posse ut in hoc etiam genere Græciæ nihil cedamus: atque, ut audias quid ego ipse sentiam, non solum mihi videris eorum studiis qui literis delectantur, sed etiam patriæ debere hoc munus, ut ea, quæ per te salva est, per te eundem sit ornata. Abest enim historia literis nostris... Potes autem tu profecto satisfacere in ea, quippe quum sit opus, ut tibi quidem videri solet, unum hoc oratorium maxime.
[38]. Quibusdam, et iis quidem non admodum indoctis, totum hoc displicet philosophari. Cicerone, De finib., I. 1. — Vereor ne quibusdam bonis viris philosophiæ nomen sit invisum. De off., II. 1. — Reliqui, etiamsi hæc non improbent, tamen earum rerum disputationem principibus civitatis non ita decorum putant. Acad. Quæst., II. 2.
[39]. Cicerone, De finib., IV. 28 e 9; Acad. Quæst., II. 44.
[40]. Cicerone, Topica. Quæst. I.
[41]. Multi jam esse latini libri dicuntur, scripti inconsiderate ab optimis illis quidem viris, sed non satis eruditis. Fieri autem potest ut recte quis sentiat, sed id quod sentit, polite eloqui non possit... Philosophiam multis locis inchoasti (o Varro) ad impellendum satis, ad edocendum parum. Lo stesso, Acad., I.
Tra i filosofi latini non vogliamo preterire Corellia, lodata da Cicerone come mirifice studio philosophiæ flagrans, e da lui amata troppo, se crediamo a Dione, lib. XLVI.
[42]. Sic parati ut... nullum philosophiæ locum esse pateremur, qui non latinis literis illustratus pateret. De divin., II. 2. Nel proemio delle Tusculane professa dolergli che molte opere latine siano scritte neglettamente da valenti uomini, e che molti i quali pensano bene, non sappiano poi disporre elegantemente, il che è un abusare del tempo e della parola. Negli Uffizj raccomanda a suo figlio di leggere le sue filosofiche discussioni. — Quanto al fondo pensa quel che ne vuoi: ma tal lettura non potrà che darti uno stile più fluido e ricco. Umiltà a parte, io la cedo a molti in fatto di scienza filosofica, ma per quel che sia d'oratore, cioè la nettezza e l'eleganza dello stile, io consumai la vita intorno a quest'abilità, onde non fo che usare un mio diritto col reclamarne l'onore».
[43]. Ἀπόγραφα sunt, minore labore fiunt; verba tantum affero, quibus abundo. Ad Attico, XII. 52.
[44]. Platone quanto allo Stato non andava pensando a riforme, non ad esaminare se il diritto sovrano stia in alto o in basso, e come applicarlo; ma crede necessario educar l'uomo, e dargli le virtù cardinali, che sono prudenza, fortezza, temperanza, giustizia. Con queste, più non importa stillarsi a far regolamenti; senza queste, i regolamenti saranno violati o elusi. — Fan da ridere davvero i nostri politici che tornano ogni tratto sulle loro ordinanze, persuasi di trovare un fine agli abusi, senza accorgersi ch'è un tagliar le teste dell'idra». De repub., lib. IV. Queste parole dell'insigne Greco dopa duemila anni non perdettero l'opportunità.
[45]. Turbatricem omnium rerum Academiam... Si invaserit in hæc, nimias edet ruinas, quam ego placare cupio, submovere non audeo. De leg., I. 13.
[46]. La conchiusione del trattato sulla natura degli Dei è: Ita discessimus ut Vellejo Cottæ disputatio verior, mihi Balbi ad veritatis similitudinem videretur esse propensior.
[47]. Tuscul., v. 7.
[48]. Natura propensi sumus ad diligendos homines, quod fundamentum juris est. De leg., I. 13. — Studiis officiisque scientiæ præponenda, sunt officia justitiæ, quæ pertinent ad hominum caritatem, qua nihil homini debet esse antiquius. De off., I. 43. Quid est melius aut quid præstantius bonitate et beneficentia? De nat. Deorum, I. 43.
[49]. De off., II. 18. 16.
[50]. Quum se non unius circumdatum mœnibus loci, sed civem totius mundi quasi unius urbis agnoverit. De leg., I. 23. — Qui autem civium rationem dicunt habendam, externorum negant, ii dirimunt communem humani generis societatem; qua sublata, beneficentia, liberalitas, bonitas, justitia funditus tollantur. De off., III. 6.
Est autem non modo ejus qui servis, qui mutis pecudibus præsit, eorum quibus præsit, commodis utilitatique servire. Ad Quintum, I. 1. 8; e più generosamente De off., I. 13: Est infima conditio et fortuna servorum: quibus non male præcipiunt qui ita jubent uti ut mercenariis; operam exigendam, justa præbenda.
[51]. Bellum ita suscipiatur, ut nihil aliud nisi pax quæsita videatur... Suscipienda sunt bella ob eam causam, ut sine injuria in pace vivatur. De off., e vedi I, 23.
[52]. De repub., III. — De off., II.
Vedi Facciolati, Vita Ciceronis litteraria. 1760.
Hulsemann, De indole philosophica Ciceronis, ex ingenio ipsius et aliis rationibus æstimanda. 1799.
Gautier de Sibert, Examen de la philosophie de Cicéron. Memorie dell'Accademia d'Iscrizioni, tomi XLI. XLIII.
Meiners, Oratio de philosophia Ciceronis, ejusque in universam philosophiam meritis.
Kuhner, M. T. Ciceronis in philosophiam ejusque partes merita.
e tutti gli storici della filosofia.
La prima edizione compita delle opere di Cicerone, ove fossero compresi anche i frammenti scoperti dal Maj nel 1814-1822, dal Niebuhr nel 1820, dal Peyron nel 1824, è quella di Le Clerc in latino e francese 1821-25, 30 vol. in-8º; e 1823-27, 35 vol. in-18º. Quella fatta dal Pomba nel 1823-34 è in 16 vol. in-8º. Il meglio che l'erudizione abbia accertato intorno al grande oratore, fu raccolto nell'Onomasticum Tullianum, continens M. T. Ciceronis vitam, historiam litterariam, indicem geograficum historicum, indices legum et formularum, indicem græco-latinum, fastos consulares. Curaverunt Jo. Gasp. Orellius et Jo. Georg. Raiterus, professores turicenses, 1837. È in corso un'edizione compiuta delle opere di Cicerone a Lipsia per Teubner, curata da Reinh. Klotz.
[53]. Sono ottocensessantaquattro lettere; più di novanta scritte da altri. Quelle ad Attico precedono il consolato di Cicerone; le altre vanno dal 692 sino a quattro mesi prima della morte di lui. Alcune sono vergate coll'intenzione che andassero attorno, e specialmente la lunga al fratello Quinto, dove espone la propria amministrazione proconsolare nell'Asia Minore. È noto che molte opere degli antichi perirono allorchè, incarendosi pel chiuso Egitto la carta, si rase la primitiva scrittura per sovrapporne una nuova. Si suol dare colpa ai frati di quest'artifizio: eppure Cicerone convince che fino a' suoi tempi si praticava: Ut ad epistolas tuas redeam, cætera belle; nam quod in palimpsesto, laudo equidem parcimoniam; sed miror quid in illa chartula fuerit, quod delere malueris quam exscribere, nisi forte tuas formulas; non enim puto te meas epistolas delere, ut deponas tuas. An hoc significas nil fieri? frigere te? ne chartam quidem tibi suppeditare? Ad fam., VII. 18.
Ne trapela anche il nessun rispetto al secreto delle lettere, e quanto poco si distinguessero i caratteri. Cicerone incarica Attico di scrivere in vece sua: Tu velim et Basilio, et quibus præterea videbitur, conscribas nomine meo. XI. 5. XII. 19. Quod literas, quibus putas opus esse curas dandas, facis commode. XI. 7; e così 8, 12 e spesso. Talvolta accenna di scrivere di proprio pugno, quasi il suo più grande amico non potesse riconoscerlo: Hoc manu mea. XIII. 28. Altrove dice allo stesso: — Ho creduto riconoscere la mano d'Alessi nella tua lettera» (15. XV); e Alessi era il solito scrivano di Attico. Bruto dal campo di Vercelli scrive a Cicerone: — Leggi le lettere che spedisco al senato, e se ti pare, cambiavi pure». Ad fam., XI. 19. Un capitano che dà incombenza all'amico di alterare un dispaccio offiziale! Cicerone stesso apre la lettera di Quinto fratello, credendo trovarvi grandi arcani, e la fa avere ad Attico dicendogli: — Mandala alla sua destinazione: è aperta, ma niente di male, giacchè credo che Pomponia tua sorella abbia il suggello di esso».
Da ciò la grande importanza data al suggello, ancor più che alla firma. In fatti la scrittura, oltre essere tanto somigliante perchè unciale, poteva facilmente falsificarsi o sulle tavolette di cera o sulla cartapecora. Pertanto succedeva spesso di fare interi testamenti falsi, come appare nel codice Giustinianeo De lege Cornelia de falsis, lib. XI. tit. 22.
[54]. Detta così dal nome osco di un piatto d'ogni sorta frutte, solito offrirsi a Cerere e Bacco. Da ciò lex satura una legge che abbracciava diversi titoli; era vietato far votare il popolo per saturam, cioè su diverse proposizioni a un tratto. Diomede definisce: Satira est carmen apud Romanos, nunc quidem maledictum, et ad carpenda hominum vitia archææ comœdiæ charactere compositum, quale scripserunt Lucilius, Horatius et Persius; sed olim carmen, quod ex variis poematibus constabat, satira dicebatur, quale scripserunt Pacuvius et Ennius.
[55].
... Arctis
Religionum animos vinclis exsolvere pergo.
Lib. IV.
[56].
Nec me animi fallit Grajorum obscura reperta
Difficile illustrare latinis versibus esse,
Multa novis verbis præsertim cum sit agendum
Propter egestatem linguæ et rerum novitatem.
... noctes vigilare serenas
Quærentem dictis quibus et quo carmine demum
Clara tuæ possim præpondere lumina menti,
Res quibus occultas penitus convisere possis.
Lib. I.
[57]. Ne' primi versi trovi, Quæ mare navigerum, quæ terras frugiferentes; e poco dopo, Frondiferas domos avium. Cicerone scriveva a Quinto (II. 11): Lucretii poemata non sunt ita multis luminibus ingenii, multæ tamen artis.
[58]. Orazio, Ep. I. 4.
[59]. Si disputò assai della patria sua. Egli dice che l'Umbria
Me genuit, terris fertilis uberibus;
e che se alcuno passa vicino a Mevania, osservi dove
Lacus æstivis intepet umber aquis,
Scandentisque arcis consurgit vertice murus,
Murus ab ingenio notior ille meo.
Nel lib. IV. 1, canta
Ut nostris tumefacta superbiat Umbria libris,
Umbria romani patria Callimachi.
Leandro Alberti da questo verso indusse che Callimaco fosse romano, e vi fu chi copiò tal errore, mentre Properzio vuol solo dirsi imitatore di Callimaco, del che si vanta pure nel lib. III. 1. e 8:
Callimachi Manes, et coii sacra Philetæ
In vestrum, quæso, me sinite ire nemus.
Primus ego ingredior puro de fonte sacerdos
Itala per Grajos orgia forre choros.
Inter Callimachi sat erit placuisse libellos,
Et cecinisse modis, dore poeta, tuis.
[60].
Hujus erat Solymus prhygia comes unus ab Ida
A quo Sulmonis mœnia nomen habent.
Fast., IV. 78.
Mantua Virgilio gaudet, Verona Catullo,
Pelignæ gentis gloria dicar ego.
Amor., III. 15.
Seu genus excutias, equites ab origine prima
Usque per innumeros inveniemur avos.
De Ponto, IV. 8.
È schiavo de' pregiudizi di nascita quanto un nobile di cent'anni fa: si vanta d'esser cavaliero senza aver mai portato le armi:
Aspera militiæ juvenis certamina fugi,
Nec nisi lusura movimus arma manu;
e si lamenta che si osi preferirgli chi non divenne tale se non per merito di valore:
Præfertur nobis sanguine factus eques
Fortunæ munere factus eques
Militiæ turbine factus eques.
[61].
Non eadem ratio est sentire et demere morbos.
Sæpe aliquod verbum cupiens mutare, relinquo,
Judicium vires destituuntque meum.
Sæpe piget (quid enim dubitem tibi vera fateri?)
Corrigere, et longi ferre laboris onus...
Corrigere at refert tanto magis ardua, quanto
Magnus Aristarcho major Homerus erat.
[62].
Os homini sublime dedit, cœlumque tueri
Jussit, et erectos ad sidera tollere vultus.
Metam., I. 85.
... Polumque
Effugito australem, junctamque aquilonibus arcton.
Somiglianti ripetizioni incontransi ad ogni piè sospinto. Giove va ad alloggiare presso Bauci e Filemone; il vecchio prepara la mensa:
Furca levat ille bicorni
Sordida terga suis, nigro pendentia tigno;
Servatoque diu resecat de tergore partem
Exiguam, sectamque domat ferventibus undis.
..... Mensæ sed erat pes tertius impar;
Testa parem facit: quæ postquam subdita, clivum
Sustulit etc.
Ivi, VIII. 650.
Queste minuzie di scuola fiamminga disabbelliscono spesso i suoi quadri migliori. Parlando del diluvio, canta:
Exspatiata ruunt per apertos flumina campos,
... Pressæque labant sub gurgite turres;
Omnia pontus erat, deerant quoque litora ponto.
Fin qui è bello; ma poi cala a particolarità oziose, e quindi nocevoli:
Nat lupus inter oves, fulvos vehit unda leones;
quasi nell'universale sobbisso importi quel che facciano agnelli o leoni.
[63]. Egli stesso si rimprovera di questo verso:
Tum didici getice sarmaticeque loqui.
Una volta nel verso non accomodandogli mori, disse:
Ad strepitum, mortemque timens, cupidusque moriri.
Altrove leggiamo:
Denique quisquis erat castris jugulatus achivis,
Frigidius glacie pectus amantis erat.
A chi appartiene il quisquis?
Frequenti sono i giocherelli di parole:
In precio precium nunc est...
Cedere jussit aquam, jussa recessit aqua...
Speque timor dubia, spesque timore cadit...
Quæ bos ex homine est, ex bove facta dea...
Semibovemque virum, semivirumque bovem.
E, me lo perdonino gli ammiratori, è un giocherello tutta la sua descrizione del caos.
[64].
Dummodo sic placeam, dum toto canar in orbe
Quod volet impugnent unus et alter opus.
Rem. am., 363.
[65].
Nec vitam, nec opes, nec jus mihi civis ademit,
Quæ merui vitio perdere cuncta meo.
Trist., V. 11.
Spira vera passione l'elegia dove descrive la sua partenza. In un'altra canta:
Perdiderint cum me duo crimina, carmen et error,
Alterius facti culpa silenda mihi...
Vive tibi et longe nomina magna fuge.
Hæc ego si monitor monitus prius ipse fuissem,
In qua debebam forsitan urbe forem...
Inscia, quod crimen viderunt lumina plector,
Peccatumque oculos est habuisse meum...
Cuique ego narrabam, secreti quidquid habebam,
Eccepto quod me perdidit unus erat...
Cur aliquid vidi? cur noxia lumina feci?
Cur imprudenti cognita culpa mihi?
Inscius Acteon vidit sine veste Dianam,
Præda fuit canibus non minus ille suis.
[66]. La professa dal bel principio:
Di, cœptis...
Aspirate meis, primaque ab origine mundi
Ad mea perpetuum deducite tempora carmen.
[67].
Quoniam occuparat alter ne primus forem,
Ne solus esset studui, quod super fuit.
Epil. del lib. II.
[68]. Gressus delicatus et languidus (lib. V. f. 1): filia formosa et oculis venans viros (lib. IV. f. 5): frivola insolentia (lib. III. f. 6): iratus impetus (lib. 3. f. 2): cornea domus della tartaruga (lib. II. f. 6): ignavus sanguis dell'asino (lib. I. f. 29): generosus impetus del cinghiale (lib. I. f. 29).
Nella notissima favola della rana e il bue, in quanti varj modi dice la cosa stessa! Rugosam inflavit pellem — Intendit cutem majori nisu — Dum vult validius inflare se se. E nelle conchiusioni morali: Hoc illis dictum est — Hoc pertinere ad illos vere dixerim — Hoc argumento se describi sentiat — Hoc scriptum est tibi — Hoc illis narro — Hoc in se dictum debent illi agnoscere... Possiamo credere fossero di pretta lingua certi modi che sanno del latino ecclesiastico, come: quem tenebat ore demisit cibum (lib. I. f. 4): hi quum cepissent cervam vasti corporis (lib. I. f. 5): rupto jacuit corpore (lib. I. f. 24): quæ debetur pars tuæ modestiæ, audacter tolle (lib. II. f. 1): ante hos sex menses (lib. I. f. 1): invenit ubi accenderet (lib. III. f. 19): e l'abuso di astratti come sola improbitas abstulit totam prædam (lib. I. f. 5): tuta est hominum tenuitas (lib. II f. 7): spes fefellit impudentem audaciam (lib. III. f. 5).
Alcuno crede suppositizio questo Fedro, di cui, eccetto Marziale, nessun antico ricorda il nome; e che venne in luce soltanto nel 1562, in occasione del sacco dato a un convento di Germania: la prima edizione è del 1596. Ma nella Dacia fu trovata un'iscrizione, contenente un verso delle favole di Fedro. V. Mannert, Res Trajani ad Danub., pag. 78. Certo il testo fu alterato e interpolato. Orelli ne diede la lezione migliore a Zurigo nel 1831; poi anche di quelle nuove scoperte dal Janelli e dal Maj, da cui è desunta la favola che diamo nel testo.
[69].
Duplici circumdatus æstu
Carminis et rerum.
Egli ammette con precisione le popolazioni antipode:
Terrarum forma rotunda.
Hanc circum variæ gentes hominum atque ferarum
Aeriæque colunt volucres. Pars ejus ad arctos
Eminet: austrinis pars est habitabilis oris,
Sub pedibusque jacet nostris, supraque videtur
Ipsa sibi fallente solo declivia longa
Et pariter surgente via, pariterque cadente.
Hinc ubi ab occasu nostros sol aspicit ortus;
Illic orta dies sopitas excitat urbes;
Et cum luce refert operum vadimonia terris.
Nos in nocte sumus, somnosque in membra locamus,
Pontus utrosque suis distinguit et alligat undis...
Altera pars orbis sub aquis jacet invia nobis,
Ignotæque hominum gentes, nec transita regna,
Commune ex uno lumen ducentia sole,
Diversasque umbras, lævaque cadentia signa,
Et dextros ortus cælo spectantia verso.
[70].
Quod mihi pareret legio romana tribuno.
Sat., lib. I. 4.
[71].
Inopemque paterni
Et laris et fundi...
Paupertas impulit audax
Ut versus facerem.
Ep., lib. II. 2.
[72]. Ep. XIV. lib. I. v. 3.
[73].
Alme sol... possis nihil urbe Roma
Visere majus.
[74].
Nullius addicti jurare in verba magistri.
Quo me cumque rapit tempestas, deferor hospes.
Nunc agilis fio et mergor civilibus undis,
Virtutis veræ custos rigidusque satelles;
Nunc in Aristippi furtim præcepta relabor,
Et mihi res, non me rebus submittere conor.
[75]. Negli Epodi è minore l'imitazione dal greco, com'è minore l'arte e la varietà dei metri.
[76]. Vedete, per esempio, l'ode 14 del lib. III. Cesare torna vincitore dalla Spagna. — Esultate, o suore, o madri, o spose: ormai io non temerò tumulti, dacchè Augusto regge il mondo. Qua, ragazzo, porta corone e un fiasco dei tempi della guerra marsica, se pur un sol fiasco potè sfuggire a Spartaco. Affretta, Neera, ad annodarti i crini, e se il portinajo ti ritarda, parti. Il crin bianco mi distoglie dalle risse: non così in pace mel recherei se più giovane fossi». Altrettanto nell'ode Nunc est bibendum.
Leggansi Passon, Horat. Flaccus Leben und Zeitalter. Lipsia, 1833.
Buttmann, Ueber das Geschichtliche und die Anspielungen in Horat. Berlino, 1828.
Jacobs, Lectiones cenosinæ (Lipsia 1831) intorno alla valutazione morale del carattere e degli atti e delle poesie d'Orazio.
E Schmid, e Braunhard, e tanti altri recentissimi che studiarono questo poeta.
Wieland avea tessuto su Orazio un romanzo. Döring, nelle illustrazioni all'edizione di Lipsia 1824, lo volse a satira dei contemporanei. Weichert, Prolusiones de Q. H. Flacci epistolis, 1826, e Lectiones venusinæ, 1832-33, sulla storia del poeta stesso e dei coetanei, restituì veramente la storia della letteratura del tempo d'Augusto. Hoffman Peerlkamp (Harlem 1834) pretese, colla lunghissima famigliartà, avere acquistato un senso più intimo del poeta, in modo da scernere ciò che vi fu interpolato; e sopra 3845 versi, ne trovò 644, dei quali assolve Orazio per incolparne i grammatici. Orelli, nell'edizione che ne fece a Zurigo 1837-38, dopo venticinque anni di lezioni, non attacca la genuinità del poeta, nè s'accannisce co' predecessori: Differt autem nostra interpretatio a similibus, quæ nunc in scholis feruntur, his potissimum nominibus; sæpius dijudicantur et variæ lectiones et diversæ grammaticorum explicationes, sine ulla tamen in quemquam insectatione aut contumelia: quin in hoc quoque genere, tacitis plerumque adversariis, quæ veriora ubique viderentur, argumentis additis exposui, ne traquillissima disputatio acris rixæ cum hoc vel illo inimico contractæ, speciem unquam præseferret; quo quidem cum aliis digladiandi et depugnandi studio in hujusmodi scriptis studiosæ juventuti propositis nihil profecto perversius reperiri potest. Un giojello tipografico e filologico è l'edizione che Ambrogio Didot fece nel 1855, colla vita scrittane da Noël des Vergers.
Non si potrebbe desiderare lavoro più completo e più nojoso di quello che fece Walckenaer, De la vie et des poésies d'Horace. Parigi 1840. Egli dice: Dans les ouvrages de ce poète ressortent sous de vives couleurs la grandeur et la gloire, les ridicules et les vices de ce siècle mémorabile.
[77].
Vilius argentum est auro, virtutibus aurum...
O cives, cives, quærenda pecunia primum est,
Virtus post nummos.
Omnis enim res,
Virtus, fama, decus, divina humanaque pulchris
Divitiis parent, quas qui costruxerit, ille
Clarus erit, justus, fortis, sapiens etiam et rex,
Et quidquid volet...
Et genus, et virtus, nisi cum re, vilior alga est.
[78]. Vedi nel Cap. XLI. — Assai prima delle recenti controversie intorno al dare o no in mano ai giovani i classici, erasi disputato sulle lubricità di Orazio e degli altri poeti; e singolarmente vollero difenderli König, De satira Romanorum, e Barth nella prefazione a Properzio. Jani, nell'edizione di Orazio scagiona i costumi di questo dicendo: Si cogitemus quam prorsus honestus et a vitii crimine liber fuerit amor peregrinarum et libertinarum; quam parum, certe ante legem Juliam latam, ipse puerorum amor sceleris habuerit; denique, quam multæ et notiones et loquendi formæ eo tempore dignitatem et honestatem habuerint, quas postea politior usus, ut fit, respuit, et inter illiberales retulit: hæc si cogitemus, jam multum ex illo Horatii vituperio perire sentiamus. Loca et carmina Horatii, quæ nos hodie offendunt, eo tempore non ita offendebant; licet, quod nos hodie in verbis castiores sumus ac delicatiores, non sequatur, ut ideo et mores hodierni castiores sint. Accedit, quod dare possumus, Horatium, hominem hilarem et suavem, præsertim in illa sæculi sui indole, ab amore non immunem fuisse, ejus philosophiam morum hac parte laxiorem fuisse, eum arsisse subinde libertina aliqua aut peregrina puella; neque tamen ideo desinet esse is vir magnus, bonus et honestus. Nam numquam amavit matronas aut ingenuas, numquam, quod præclare Lessingius docuit, pueros amavit, et sic leges romanas illasque naturæ numquam violavit; potius graviter subinde in adulteria, proprie dieta incestosque amores invehitur. Carmina etiam illius amatoria haud dubie sæpe lusus poetici, ad hilaritatem facti, sæpe e græco expressa sunt.
[79].
Clament periisse pudorem
Cuncti pene patres...
Vel quia turpe putant... quæ
Imberbes didicere, senes perdenda fateri.
[80].
... Usus,
Quem penes arbitrium est et jus et norma loquendi.
[81].
Qui redit ad fastos, et virtutem æstimat annis,
Miraturque nihil, nisi quod Libitina sacrarit.
... Si tam Graiis novitas invisa fuisset
Quam nobis, quid nunc esset vetus?...
Jam saliare carmen qui laudat,
Ingeniis non ille favet, plauditque sepultis,
Nostra sed impugnat, nos nostraque lividus odit.
[82].
Tua, Cæsar, ætas
Fruges et agris retulit uberes.
Non his juventus orta parentibus
Infecit æquor sanguine punico:
Sed rusticorum mascula militum
Proles, sabellis docta ligonibus
Versare glebas.
Orazio.
Hanc olim veteres vitam coluere Sabini,
Hanc Remus et frater: sic fortis Etruria crevit.
Virg.
[83].
Si non ingentem foribus domus alta superbis
Mane salutantum totis vomit ædibus undam:
Nec varios inhiant pulcra testudine postes,
Inlusasque auro vestes...
Illum non populi fasces, non purpura regum
Flexit...
nec ferrea jura
Insanumque forum, aut populi tabularla vidit...
Hic stupet attonitus rostris; hunc plausus hiantem
Per cuneos geminatus enim plebisque patrumque
Corripuit. Gaudent perfusi sanguine fratrum,
Exilioque domos et dulcia lumina mutant.
E vedi tutta la stupenda chiusura delle Georgiche.
[84]. Egli stesso invoca le musæ sicelides, e attribuisce ai Siracusani l'invenzione delle pastorali:
Prima syracusio dignata est ludere versu
Nostra nec erubuit silvas habitare Camena,
alludendo a Dafni, il quale, secondo Diodoro (lib. IV. c. 16), creò questo genere di poesia quale a' giorni suoi durava ancora in Sicilia; e a Teocrito, a Mosco, a Stesicoro. Cesare Scaligero (Poetices liber V, qui et criticus), coll'erudizione d'un critico e l'ostinazione d'un pedante, rivela i furti commessi da Virgilio sopra Omero, Pindaro, Apollodoro ed altri, ma dimostrando uno per uno ch'esso li superò tutti.
[85]. Ennio rammenta altri cantori:
Scripsere alii rem
Versibu' quos olim Fauni vatesque canebant.
[86].
Quis aut Eurysthea durum,
Aut inlaudati nescit Busiridis aras?
Cui non dictus Hylas puer, et Latonia Delos,
Hippodameque, humeroque Pelops insignis eburno,
Acer equis?
Virgilio, Georg., III. 4.
Anche Properzio gl'incensava e derideva:
Dum tibi cadmeæ ducuntur, Pontice, Thebæ
Armaque fraternæ tristia militiæ,
Atque (ita sim felix) primo contendis Homero...
Me laudent doctæ solum placuisse puellæ...
Tu cave nostra tuo contemnas carmina fastu:
Sæpe venit magno fœnere tardus amor.
Eleg. I. 7.
Che gli argomenti mitologici fossero comuni nelle epopee, lo raccogliamo da quel di Ovidio ove dice:
Quum Thebæ, quum Troja forent, quum Cæsaris acta,
Ingenium movit sola Corinna meum;
e più dalla famosa ode di Orazio Scriberis Vario fortis, ove, invitato a cantar le glorie di Agrippa, risponde che meglio capace n'è Vario, aquila della poesia meonia: — Io, debole poeta, non varrei a trattare tali soggetti, nè l'implacabil ira del Pelìde, nè i lunghi errori di Ulisse, o i delitti della casa di Pelope... Chi parlerà degnamente di Marte colla lorica d'acciajo, di Merione annerito dalla polvere di Troja, del figlio di Tideo che l'ajuto di Pallade eleva a paro degli Dei?»
[87].
Sacra diesque canam et cognomina prisca locorum.
Eleg., IV. 1.
Di tale poema sono forse brani molte parti del suo quarto libro, come il concetto ne spira nell'elegia a Roma, dove canta: — Quanto vedi, o straniero, della massima Roma, prima del Frigio Enea era colle erboso; dove sorgono i palazzi sacri al navale Febo, riposarono i profughi bovi d'Evandro; questi tempj d'oro crebbero per numi di creta; il padre Tarpeo tonava dalla nuda rupe, e dai nostri armenti era frequentato il Tevere; il corno pastorale convocava i prischi Quiriti, e cento di loro in un prato assisi formavano il senato. Nè sul cavo teatro pendevano veli sinuosi; nè di solenne croco olezzavano i paschi; nè s'ebbe cura di cercare straniere deità quando la turba tremava intenta ai sacri riti».
[88]. Tutte le favole di Virgilio sulla venuta di Enea si trovano in Dionigi d'Alicarnasso. Ora questi non diè fuori l'opera sua che otto o sette anni av. C., e Virgilio era morto da dieci anni. Virgilio dunque tolse le sue favole da altre fonti; ma fa meraviglia che Dionigi non citi l'Eneide. Era il disprezzo dei Greci per tutto ciò che era romano? era un'altra delle ignoranze de' lavori precedenti che spesso si trovano negli antichi? Quegli stessi che parrebbero concepimenti di Virgilio, sono reminiscenze. Nevio, nel poema sulla guerra punica, avea già raccontato la venuta di Enea in Italia e seguitone il viaggio coi casi medesimi narrati da Virgilio, come la procella concitata da Giunone, e le querele di Venere a Giove, e le speranze onde la consola; anzi probabilmente quel poeta condusse Enea a Cartagine, come certo inventò il personaggio di Anna sorella di Didone. La pietà di Enea che salva il padre e i penati si legge in Varrone, dove è soggiunto che l'astro di Venere più non disparve dagli occhi dei Trojani, finchè non afferrarono al lido indicato dall'oracolo di Dodona. Lunghi passi sono tradotti da Apollonio Rodio: Stesicoro gli offrì quella soluzione del dramma iliaco: se crediamo ad uno degli interlocutori dei Saturnali di Macrobio, il secondo dell'Eneide è tolto di pianta da Pisandro epico greco; e la Crestomatia di Proclo c'insegna che l'invenzione del cavallo di legno è dovuta ad Aratino e a Lesene.
[89]. Perciò molte infedeltà di costume possono notarsi in Virgilio. Enea e Didone vanno a caccia di cervi in Africa, dove pur sono monti coperti d'abeti (lib. IV): al principio del V, Enea col vento aquilone vien d'Africa in Italia: Plinio dice iliacis temporibus nec thure supplicabatur e in Virgilio troviamo gl'incensi, v. 745: vi troviamo guerrieri a cavallo e trombe, inusati in Omero: così le triremi (terno consurgunt ordine remi, v. 120), mentre Tucidide le fa introdotte assai più tardi.
[90]. Per sentire la differenza de' sentimenti verso le donne nei moderni e negli antichi, basta osservare come Virgilio non faccia da Enea tener conto alcuno degli spasimi di Didone, anzi da questi egli passi a mostrare l'indifferenza dell'eroe con un fatto, ove sembra ch'egli manchi a quella rettitudine di senso e di gusto che pur gli abbondava. Nel IV libro Enea tenta fuggire di soppiatto, ma scopertolo, Didone il prega per quanto han di sacro l'amor loro, il cielo, la terra; infine sviene; le damigelle la trasportano sul letto, e il pio Enea torna alla flotta:
At pius Eneas, quamquam lenire dolentem
Solando cupit...
Jussa tamen divûm exsequitur, classemque revisit.
Il pius qui non direbbesi una celia atroce? Anna va a scongiurarlo:
Miserrima fletus
Fertque, refertque soror: sed nullis ille movetur
Fletibus, aut voces ullas tractabilis audit.
Fata obstant, placidasque viri deus obruit aures.
Che più? mentre Didone si dispera e prepara ad uccidersi,
Æneas, celsa in puppi, jam certus eundi,
Carpebat somnos.
[91]. Est ingens ei cum tragœdiarum scriptoribus familiaritas. Macrobio, Saturn., v. 18. E lo chiama vir tam anxie doctus.
[92].
Malo me Galatea petit, lasciva puella,
Et fugit ad salices, et se cupit ante videri.
— Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem.
— Cum canerem reges et prælia, Cynthius aurem
Vellit, et admonuit: Pastorem, Tityre, pingues
Pascere oportet oves, deductum dicere carmen.
— Jam fragiles poteram a terra contingere ramos.
— Insere, Daphni, piros: carpent tua poma nepotes.
— Tenerisque meos incidere amores
Arboribus; crescent illæ, crescetis amores.
[93].
Fortunate senex! hic, inter flumina nota
Et fontes sacros, frigus captabis opacum.
— Tantum inter densas, umbrosa cacumina, fagos
Assidue veniebat: ibi hæc incondita solus
Montibus et sylvis studio jactabat inani.
— Hic gelidi fontes, hic mollia prata, Lycoris,
Hic nemus, hic ipso tecum consumerer ævo.
[94]. Gli autori antichi della vita di Virgilio fanno ascendere le sue ricchezze a dieci milioni di sesterzj, cioè due milioni de' nostri. Senza credere così appunto, sappiamo però che veramente il poeta lasciossi trarricchire. Giovenale vi allude nella Satira VII. 69; Orazio ne dà lode ad Augusto, Ep., lib. II. 1:
At neque dedecorant tua de se judicia, atque
Munera, quæ, multa dantis cum laude, tulerunt
Dilecti tibi Virgilius, Variusque poetæ.
Un poeta di poco posteriore, i cui versi sono posti fra gli Analecta di Virgilio, canta i meriti di Mecenate in un panegirico a Pisone, ove, tra le altre cose, si legge:
Ipse per ausonias æneia carmina gentes
Qui sonat, ingenti qui nomine pulsat Olympum,
Mæoniumque senem romano provocat ore,
Forsitan illius memoris latuisset in umbra
Quod canit, et sterili tantum cantasset avena
Ignotus populis, si Mæcenate careret.
Qui tamen haud uni patefecit limina vati,
Nec sua Virgilio permisit numina soli.
Mæcenas tragico quatientem pulpita gestu
Erexit Varium, Mæcenas alta Thoantis
Eruit, et populis ostendit nomina Grais.
Carmina romanis etiam resonantia chordis,
Ausoniamque chelym gracilis patefecit Horati.
O decus, et toto merito venerabilis ævo
Pierii tutela chori, quo præside tuti
Non unquam vates inopi timuere senectæ.
Invece di Thoantis leggerei Thyestis, titolo della tragedia di Vario, che, secondo Quintiliano, cuilibet Græcorum comparari potest. Inst. orat., X. 1.
[95].
Tu canis umbrosi subter pineta Galesi
Thyrsin, et attritis Daphnin arundinibus.
Properzio, II. 34.
Ciò prova che colà scrisse le Bucoliche. Quanto alle Georgiche, egli stesso nel lib. iv. 125, canta:
Namque sub æbaliæ memini me turribus arcis
Qua niger humectat flaventia culta Galesus etc.
[96].
Cedite, romani scriptores, cedite graii:
Nescio quid majus nascitur Iliade.
Properzio, ii. ult.
Tityrus et segetes Æneiaque arma legentur,
Roma Triumphati dum caput orbis erit.
Ovidio, Am., I. 15.
Vedi Donato, Vita Virgilii, § 5.
[97].
Nec tu divinam Æneida tenta,
Sed longe sequere, et vestigia semper adora.
Stazio, Theb., XII. 816.
La versione di Annibal Caro è degna d'un poeta; e i tanti che dappoi vollero emularlo, la dimostrarono a ragionamenti difettosa, alla prova inarrivabile. Gli antichi attribuiscono a Virgilio un poemetto sulla zanzara; ma il Culex che va tra le opere sue, è di cattivo impasto ne' versi, di niun gusto negli episodj, e affatto indegno di lui.
[98].
Vos exemplaria græca
Nocturna versate manu, versate diurna...
Apis Mutinæ more modoque.
Orazio.
[99]. Non solo Virgilio ed Orazio, ma Ovidio, e persino Fedro, si tengono sicuri di una fama non più peritura. Fedro, nel prologo del lib. III, dice:
... Si leges, lætabor; sin autem minus,
Habebunt certe, quo se oblectent posteri...
Ergo hinc abesto, livor; ne frustra gemas,
Quoniam solemnis mihi debetur gloria.
E nell'epilogo del lib. IV:
Particulo, chartis nomen victurum meis,
Latinis dum manebit pretium literis.
Ed Ovidio nelle Metamorfosi, XV in fine:
Jamque opus exegi, quod nec Jovis ira, nec ignes,
Nec poterit ferrum, nec edax abolere vetustas...
Parte tamen meliore mei super alta perennis
Astra ferar, nomenque erit indelebile nostrum,
Quaque patet domitis romana potentia terris
Ore legar populi; perque omnia sæcula fama,
Si quid habent veri vatum præsagia, vivam.
[100]. Di Mecenate ci conservò Isidoro alcuni versi diretti ad Orazio:
Lugent, o mea vita, te smaragdus,
Beryllus quoque, Flacce; nec nitentes
Nuper candida margarita, quæro,
Nec quos thynica lima perpolivit
Anellos; nec jaspios lapillos.
E questi altri Svetonio:
Ni te visceribus meis, Horati,
Jam plus diligo, tu tuum sodalem
Ninnio videas strigosiorem.
Macrobio dà un viglietto, ove Augusto derideva Mecenate contraffacendone lo stile: Idem Augustus, quia Mæcenatem suum noverat esse stylo remisso, molli et dissoluto, talem se in epistolis, quas ad eum scribebat, sæpius exhibebat, et contra castigationem loquendi, quam alias ille scribendo servabat, in epistola ad Mæcenatem familiari, plura in jocos effusa subtexuit: — Vale, mel gentium, melcule, ebur ex Etruria, laser aretinum, adamas supernus, tiberinum margaritum, Cilniorum smaragde, jaspi figulorum, berylle Porsenæ, ἴνα συντέμω πάντα, μάλαγμα mœcharum». Saturn., II. 4.
Di Pollione ci tramandò Seneca un passo nelle Suasor., 7, ch'egli dice il più eloquente delle sue storie, e noi lo riferiamo sì per saggio filosofico, sì perchè ritrae Marco Tullio senza l'astio che imputano a Pollione: Hujus ergo viri, tot tantisque operibus mansuris in omne ævum, prædicare de ingenio atque industria supervacuum est. Natura autem pariter atque fortuna obsecuta est. Ei quidem facies decora ad senectutem, prosperaque permansit valetudo; tum pax diutina, cujus instructus erat artibus, contigit; namque a prisca severitate judicis exacti maximorum noxiorum multitudo provenit, quos obstrictos patrocinio, incolumes plerosque habebat. Jam felicissima consulatus ei sors petendi et gerendi magna munera, deûm consilio, industriaque. Utinam moderatius secundas res, et fortius adversas ferre potuisset! namque utraque cum venerat ei, mutari eas non posse rebatur. Inde sunt invidiæ tempestates coortæ graves in eum, certiorque inimicis adgrediendi fiducia: majori enim simultates appetebat animo, quam gerebat. Sed quando mortalium nulla virtus perfecta contigit, qua major pars vitæ atque ingenti stetit, ea judicandum de homine est. Atque ego ne miserandi quidem exitus eum fuisse judicarem, nisi ipse tam miseram mortem putasset.
[101]. Cassium Severum primum affirmant flexisse ab illa, vetere atque directa dicendi via: non infirmitate ingenii nec inscitia literarum transtulisse se ad illud dicendi genus contendo, sed judicio et intellectu. Vidit namque cum conditione temporum, diversitate artium, formam quoque ac speciem orationis esse mutandam. De oratoribus, c. 19.
[102]. Nelle Pandette (lib. I. tit. 4. fr. 1) leggesi: Quod principi placuit, legis habet vigorem; utpote cum Lege Regia, quæ de Imperio ejus lata est, populus ei et in eum omne suum imperium et potestatem conferat. Parve tanto esagerato questo passo, che lo supposero falso: ma qui omnem potestatem non vuol dire che il popolo trasferisse nell'imperatore tutto il suo potere, ma che l'imperatore tiene dal popolo tutto il potere che ha.
[103]. Miserum populum romanum, qui sub tam lentis maxillis erit.
[104]. Tacito, Ann., II.
[105]. Svetonio nè tampoco l'accenna, Vellejo appena, chiamandolo comitiorum ordinatio.
[106]. More majorum. Tacito, Ann., III. 66; IV. 4.
[107]. Quo magis socordiam eorum irridere libet, qui præsenti potentia credunt extingui posse etiam sequentis ævi memoriam. Nam contra, punitis ingeniis, gliscit auctoritas; neque aliud externi reges aut qui eadem sævitia usi sunt, nisi dedecus sibi, atque illis gloriam peperere. Ann. IV. 35.
[108]. Dione, lvii; Plinio, xxxvi. 26.
Turba Remi sequitur fortunam ut semper, et odit
Damnatos. Idem populus si Nurtia Tusco
Favisset, si oppressa foret secura senectus
Principis, hac ipsa Sejanum diceret hora
Augustum.
Giovenale, x, 73.
[110]. Sidus et popum et puppum alumnum. Svetonio.
[111]. Ut ipse dicebat ἀξιοθριάμβευτον. Svetonio.
[112]. Memento omnia mihi et in omnes licere. Svetonio.
[113]. Meditatus est edictum, quo veniam daret flatum crepitumque ventris in cœna emittendi, cum periclitatum quemdam præ pudore ex continentia reperisset. Ivi. — Chi nel Trimalcione di Petronio crede adombrato Claudio, può addurre in prova questo decreto, corrispondente alle parole che ivi dice quel goffo danaroso: Si quis vestrum voluerit sua re sua causa facere, non est quod illum pudeat; nemo vestrum solide natus est. Ego nullum puto tam magnum tormentum esse quam continere: hoc solum vetare ne Jovis potest.
Ostenditque tuum, generose Britannice, ventrem;
Et defessa viris, nondum satiata recessit.
Giovenale.
[115]. Voglia qualche chimico esaminare se fossero possibili questi veleni, inavvertiti eppur subitanei, quando s'ignoravano le preparazioni moderne. Egli si ricordi che Svetonio dice che sul rogo di Germanico si trovò il cuore di lui ben conservato, perchè si sa che il cuore degli avvelenati è incombustibile.
Qui sedet...
Planipedes audit Fabios, ridere potest qui
Mamercorum alapas.
Giovenale, VI. 189.
[117]. Tacito, Ann., XIV. 14 e seg.; XV. 32; Svetonio, in Nerone, 11 e 12; Seneca, Ep. 100.
[118]. Ut non modo causas eventusque rerum, qui plerumque fortuiti sunt, sed ratio etiam, causæque noscantur. Hist., I. 4.
[119]. Nam populi imperium juxta libertatem, paucorum dominatio regiæ libidini propior est. Ann., V. 42.
[120]. Liceatque, inter abruptam contumaciam et deforme obsequium, pergere iter ambitione ac periculo vacuum. Ann., IV. 20.
[121]. Tacito, Ann., II.
[122]. Diu inter instrumenta regni habita. Tacito.
[123]. Seneca, ep. 47. — Intelliges non pauciores servorum ira cecidisse, quam regum. Ep. 4.
[124]. Il parricida, secondo le leggi dei re, gettavasi al mare chiuso in un sacco di cuojo, con un gatto, una serpe, una scimia. Quando Nerone ebbe uccisa sua madre, si vedeano sospesi dei sacchi alle effigie di lui.
[125]. Plinio, XXXIII. 12; Cicerone, De orat., III. 12.
Me legit omnis ibi (a Vienna) senior, juvenisque, puerque,
Et coram tetrico casta puella viro.
Marziale, VII. 88.
Tu quoque nequitias nostri lususque libelli,
Uda puella leges, sis patavina licet.
Lo stesso, XI. 16.
Pervigilium o Vigiliæ dicevano certe solennità notturne, che, divenute occasione d'eccessi, la legge restrinse a poche, e ne escluse gli uomini e le nobili. Di rado menzionate sotto la Repubblica, frequentano sotto l'Impero; e probabilmente al tempo d'Augusto fu introdotta la vigilia di Venere, nella quale, per tre notti consecutive d'aprile, le fanciulle menavano cori, poi dopo un banchetto s'intrecciavano danze fra la gioventù (Ovidio, Fast., IV. 133). Più tardi questa memoria del natale di Quirino celebravasi in un'isola del Tevere deliziosissima, dove, osservati dal prefetto o da un console, i cittadini facevano sotto le tende una lieta festa. A cantarsi in questa era probabilmente destinato il Pervigilium Veneris, poemetto ove essa dea è venerata siccome madre dell'universo, e protettrice dell'Impero.
Nec satis incestis temerari vocibus aures,
Adsuescunt oculi multa pudenda pati.
Luminibus tuis (Auguste)...
Scenica vidisti lentus adulteria.
Ovidio, Trist., II. 500.
Junctam Pasiphaen dictæo, credite, tauro
Vidimus: accepit fabula prisca fidem.
Marziale, Spect., V.
[127]. Vedi Hugo, Storia del diritto romano, §§ 295. 296. — Eineccio, Antiq. Romanarum jurisprudentiam illustrantium syntagma, lib. 1. tit. 25. — Dione, LIV. 53. — Tacito, Ann., III. 25 e 28.
[128]. Espressione di Marziale, lib. IV. ep. 7:
Julia lex populis ex quo, Faustine, renata est,
Atque intrare domos jussa pudicitia est,
Aut minus, aut certe non plus tricesima lux est,
Et nubit decimo jam Thelesina viro.
Quæ nubit toties, non nubit: adultera lege est.
Offendor mœcha simpliciore minus.
Se qui v'è esagerazione, abbiamo in Giovenale, VI. 20:
Sic fiunt octo mariti
Quinque per autumnos.
E san Girolamo vide in Roma un marito che sepelliva la ventesimaprima moglie, la quale avea sepolto ventidue mariti.
[129]. Vix præsenti custodia manere illæsa conjugia. Tacito, Ann., III. 34.
[130]. Giovenale, Sat., VI. 366; Tacito, Ann., XV. 32, 37, e XII. 33, 85.
[131]. Svetonio, in Tiberio, 35; Tacito, Ann., II. 85.
[132]. Il generale Armandi, nella Histoire militaire des éléphants (Parigi 1843) sostiene che, al tempo d'Ottaviano, in vicinanza di Roma v'avea serragli di moltissimi elefanti per uso dell'anfiteatro e del circo.
Plinio dice, parlando dei leoni (lib. VIII. c. 16): — Impresa pericolosa era una volta il prendere i leoni, e per riuscirvi si scavavano delle fosse. Imperando Claudio, il caso insegnò un mezzo più semplice, e quasi indegno d'un animale così feroce: un pastore della Getulia (nell'Africa settentrionale) attutava il furore dell'animale gettandovi sopra un panno. Questo maraviglioso spettacolo si trasportò tantosto nei pubblici giuochi, e appena credevasi a' proprii occhi, mirando un animale tanto feroce cadere di subito in un torpore assoluto, col più leggiero drappo che gli fosse gittato in capo, e lasciarsi legare senza opporre difesa: perocchè la sua forza consiste tutta negli occhi. Perciò fa meno maraviglia l'udire che Lisimaco, rinchiuso con un leone per ordine d'Alessandro, abbia potuto strozzarlo». Se si dubita di un fatto avvenuto sotto gli occhi del popolo romano, del quale Plinio aveva spesso potuto essere testimonio, si avrà interesse a conoscere che questo mezzo è ancora in uso nell'India, e con esso arditi cerretani arrestano il furore dei leoni.
Il capitano Williams, autore d'un Giornale delle caccie durante un soggiorno nell'India (Bibliothèque universelle di Ginevra, 1820, aprile, p. 387), descrivendo la caccia d'una jena, narra che i due Indiani adoperati a ciò portavano solo una stanga di ferro aguzzata, della lunghezza di un piede, un mazzo di corde, e uno squarcio di stoffa di cotone «destinato probabilmente (ei dice) a coprire la testa dell'animale per impedirgli la vista».
Nemesiano (Cynegeticon, p. 303 e seg.) descrisse una specie di caccia men pericolosa, ma non meno straordinaria, e che produce la stessa maraviglia: Bisogna tra gli altri stromenti di caccia provvedersi d'una tela, che possa avvolgere i grandi boschi, e rinserrare nei loro chiusi gli animali, spaventati alla vista delle penne che vi saranno attaccate; perchè queste penne, siccome baleni, fanno stordire gli orsi, i cignali più grossi, i cervi veloci, le volpi, i lupi audaci, e gl'impedisce di rompere quell'ostacolo sì lieve. Datevi dunque la cura di tingere queste penne a diversi colori, di mischiarle alle bianche, e dar molta estensione a tale varietà di colori, che inspirano tanto spavento agli animali selvaggi....; preferite il color rosso».
Marziale, De spect., XI, parla d'un orso che nel circo romano fu impigliato nel vischio, come noi facciamo cogli uccellini.
Mongez, nei Mém. de l'Académie, vol. X, 1833, annoverò e descrisse tutte le belve condotte a combattere nel circo fra il 502 di Roma e la morte dell'imperatore Onorio.
[133]. Svetonio, in Nerone, 11.
[134]. De spectaculis, passim: e Tertulliano, c. 15.
[135]. Seneca, ep. 114; De provid., III.
[136]. Seneca, ep. 86.
[137]. Plinio, Nat. hist., IX. 58.
[138]. Paucton, Métrologie, cap. XI.
[139]. Lib. XVIII. cap. 6.
[140]. In Aureliano, cap. X.
[141]. De beneficiis, VII. 10.
[142]. Svetonio. — Dione dice tremilatrecento milioni.
[143]. Lampridio, nella Vita di esso, XIX. 24.
[144]. Plinio, lib. XIII.
[145]. Digitus medius excipitur: cæteri omnes onerantur, atque etiam privatim articulis. Plinio, XXXVIII. E Marziale, v. 11:
Sardonicas, smaragdos, adamantos, jaspidas uno
Portat in articulo.
[146]. Vedi la nota 13ª al Cap. XXVIII. — Di che materia erano questi vasi, così pregiati agli antichi? Mercatore e Baronio dissero di bengioino; Paulmier di Grentemesnil, d'argilla impastata con mirra; Cardano, Scaligero, Mercuriale, di porcellana; Belon, di conchiglia; Guibert, di onice; altri d'altro. Le Blond, nelle Memorie dell'Accademia d'Iscrizioni, vol. XLIII, mostra che nessuno si appose, ed esorta a far nuove richerche, che non vennero ommesse. Haüy volle provare fossero di spato-fluore.
Vedansi: Corsi, Dei vasi murrini. 1830.
Thiersch, Ueber die Vasa Murrina. 1835.
Costa de Macedo, Mem. sobre os vasos murrhinos. Lisbona, 1842.
[147]. Margaritas, quæ contra triplum aurum obrizum, atque id quidem in India effossum, veneunt.
[148]. Dione Cassio, xliii. lix.
[149]. Plinio, viii. 48.
[150]. Taxatio in deliciis tanta, ut hominis quamvis parva effigies vivorum hominum, vigentiumque pretia superet. Plinio, xlvii.
[151]. Lo stesso, VII. 39.
[152]. Marziale, X. 31.
[153]. Tre Apicj son citati; uno durante la repubblica, questo contemporaneo di Seneca, e un altro al tempo di Trajano. Il secondo è il più celebre, molti intingoli conservarono il suo nome, e fu scritto sotto il nome suo un trattato di cucina, De re culinaria.
[154]. Marziale, XII. 3. — I pasti dati dagli imperatori al popolo col nome di congiarium, valsero,
| sotto | Augusto, da 30 a 47 nummi | L. | 9 » |
| — | Tiberio, 300 nummi | » | 67 50 |
| — | Caligola, 6 dramme | » | 60 » |
| — | Nerone, 400 nummi | » | 78 » |
| — | Antonino, 8 aurei | » | 115 » |
| — | Comodo, 725 denari | » | 347 50 |
| — | Severo, 10 aurei | » | 144 50 |
Il pasto dato da Severo costò 38,750,000 lire; vale a dire che i convitati erano ducensettantamila. Vedi Moreau de Jonnes, Statistique des peuples de l'antiquité.
[155]. Seneca, ep. 18. 100.
[156]. Seneca, ep. 122.
[157]. Fastidio est lumen gratuitum.
[158]. Seneca, ep. 122.
[159]. Era segno di molle e scostumata vita.
[160]. Cave canem è scritto su alcune soglie delle case di Pompej, ove spesso un cane è effigiato.
[161]. Solennità era ai Romani il primo radere della barba, e questa dedicavasi ad Apollo e conservavasi sollecitamente.
[162]. Il posto d'onore era quel di mezzo fra i tre che distendevansi sul medesimo lettuccio. I letti erano disposti a ferro di cavallo attorno alle sale, dette perciò triclinia. In ogni letto stavano tre, ciascuno colle gambe dietro al dorso dell'altro, e appoggiato ad un cuscino, disposti nel seguente modo:
| 3 | 6 5 4 | 7 |
| 1 | 8 | |
| 2 | 9 |
All'1 era il padrone di casa; al 2 la donna o un parente; al 3 un ospite privilegiato; il 4 era posto d'onore o consolare, considerato tale forse perchè più libero ad uscire, più accessibile a chi venisse a parlare, e più comodo per istendere la mano destra senza impacciar nessuno. Negli altri posti sedeano altri convitati, e sempre consideravasi d'onore quel che non avea nessuno di sopra.
[163]. Che l'ovo di pavone fosse carissimo cibo ai Romani, se ne lamenta Macrobio, Saturn., III. 15: Ecce res non miranda solum, sed pudenda, ut ova pavonum quinis denariis veneant.
[164]. Console Lucio Opimio Nepote, il 633 di Roma, la stagione corse tanto asciutta che i frutti furono squisitissimi e il vino prelibato.
[165]. È noto che agli schiavi liberati imponevasi il berretto; onde questo divenne simbolo della libertà.
[166]. Tutti e tre nomi di lieto augurio, tratti dal guadagno e dalla felicità; cosuccie, cui i grandi Romani prestavano grande attenzione.
[167]. Tertulliano, De anima, 30; Plinio, XXVII. 1. Vedansi pure Strabone e principalmente il retore Aristide nell'Orazione della città di Roma.
[168]. Πηλὸν αῖματι πεφυρμένον.
[169]. Nobilis obsequii gloria relicta est. Tacito, Ann., IV.
[170]. Lib. 49, tit. xv. leg. 5. § 2. ff. De captivis.
[171]. Semper autem addebat; Vincat utilitas. Cicerone, De off., III. 22.
[172]. Ann., II. 16; I. 51; II: 21. Maneat, quæso, duretque gentibus, si non amor nostri, at certe odium sui; quando, urgentibus imperii fatis, nihil jam præstare fortuna majus potest, quam hostium discordiam.
[173]. Terrarum dea gentiumque Roma. Marziale.
[174]. Leges, rem surdam, inexorabilem. Livio, II. 3.
[175]. Arriano, Ep. I. 4.
[176]. Miseratio est vitium pusillanimi, ad speciem alienorum malorum succidentis; itaque pessimo cuique familiarissima est. Seneca, De clem., i. 5. — Misericordia est ægritudo animi; ægritudo autem in sapientem virum non cadit. Ivi. — Est aliquid, quo sapiens antecedat Deum; ille naturæ beneficio non timet, suo sapiens. Ep. 53.
[177]. Quæris quid me maxime ex his, quæ de te audio, delectet? Quod nihil audio; quod plerique ex his quos interrogo, nesciunt quid agas. Ep. 32.
[178]. De clem., II. 2; I. 1. Aveva egli conosciuto il malvezzo del suo tempo e d'altri, scrivendo altrove: — Siamo venuti a tal demenza che credasi maligno chi adula parcamente... Crispo Passieno diceva spesso, che noi all'adulazione opponiamo, non chiudiamo la porta, e la opponiamo al modo che si fa all'amica, la quale se la spinge è grata, più grata se la trapassa». Quæst. nat., III.
[179]. De ira, III. 36; Ep. 24. — Giusto Lipsio cernì dalle opere di Seneca tutti i passi ove loda se stesso, e ne formò un modello d'ogni eroismo. Diderot fece l'apologia del carattere morale di Seneca, per bizzarria di paradosso. Opere, vol. VIII, Essai sur le règne de Claude et de Néron.
[180]. Nihil cogor, nihil patior invitus, sed assentior; eo quidem magis, quod scio omnia certa et in æternum dicta lege decurrere. Fata nos ducunt, et quantum cuique restat, prima nascentium hora disposuit Causa pendet ex causa; privata ac publica longus ordo rerum trahit. Ideo fortiter omne ferendum est, quid gaudeas, quid fleas; et quamvis magna videatur varietate singulorum vita distingui, summa in unum venit: accepimus peritura perituri. De provid.; Ad Marciam consolatio; Ad Helviam consolatio; De constantia sapientis; De clementia, ecc.
[181]. Nec magis in ipsa (morte) quidquam esse molestiæ, quam posi ipsam. Ep. 30. — Mors est non esse... Hoc erit post me quod ante fuit. Ep. 54. E nella Consolatoria a Polibio: Cogita illa quæ nobis inferos faciunt terribiles, fabulam esse; nullas imminere mortuis tenebras, nec flumina flagrantia igne, nec oblivionis amnem, nec tribunalia. Luserunt ista poetæ, et vanis nos agitavere terroribus.
[182]. Seneca, ep. 77. 47. 23. Cousin appone agli Stoici dell'Impero d'aver guasto, esagerato, impicciolito lo stoicismo. Tennemann appena concede ad essi un posto nella storia della filosofia. Hegel (Vorlesungen über die Gesch. des Philosop., t. II. p. 387) dice che i costoro lavori non meritano in una storia della filosofia maggior menzione che i sermoni de' nostri preti.
[183]. I giureconsulti posteriori a Tiberio cassavano i testamenti e traevano al fisco la sostanza di chi si uccidesse quando accusato e colpevole; ma non di chi il facesse per noja, per intolleranza delle malattie, per vergogna de' suoi debiti. Ulpiano e Paolo, Dig. XLIX, tit. 14; LXXVIII, tit. 3.
[184]. Celso stupiva vi potesse essere una legge e un dogma comune a tutte le nazioni, e Cappadoci e Cretesi potessero adorare lo stesso Dio de' Giudei. Origene contra Celsum.
[185]. Prudenzio, ad Symmacum, II. 458.
[186]. Ann. IV. 37. 38.
Nec satis est homines, obligat ille Deos.
Templorum positor, templorum sancte repostor
Sit superis, opto, mutua cura tui.
Fast. II. 61.
[188]. Nemo cœlum cœlum putat, nemo Jovem pili facit. Petronio, Satyr., c. 44.
Esse aliquos manes et subterranea regna
Nec pueri credunt, nisi qui nondum ære lavantur.
Giovenale, II. 149.
[189]. In Agricola, 46.
[190]. Lo stesso, Ann., III. 60.
[191]. Giovenale, Satyr. 6; Tertulliano, Apolog. 9; Seneca, De vita beata, 27.
[192]. Che nei misteri Eleusini si insegnasse più fisica che teologia ce lo dice Cicerone, De nat. Deorum, I. 43: Rerum natura magis cognoscitur quam Deorum.
[193]. Ovidio dice nei Fasti, VI. 766:
Sint tibi Flaminius, Trasimenaque litora testes
Per volucres æquos multa monere Deos;
e nella ep. I. del lib. II. ex Ponto, esorta la moglie a scegliere un giorno fausto per presentare ad Augusto una petizione in suo favore.
[194]. Vedi principalmente i libri XXIV, XXV, XXVI, XXX, XXXII, XXXVIII.
[195]. Striges, ut ait Verrius, Græci στρίγας appellant, a quo maleficis mulieribus nomen inditum est; quas volaticas etiam vocant. Festo. — E. Plinio: Fabulosum arbitror de strigibus, ubera eas infantium labris immulgere; e altrove: Post sepulturam visorum quoque exempla sunt. — Apulejo, Metam. 5: Scelestarum strigarum nequitia. — Petronio, Fragm. 63: Cum puerum mater misella piangeret, subito strigæ cœperunt... jam strigæ puerum involaverunt, et supposuerunt stramenticium.
Lucano (lib. VI) descrive i patti col diavolo e le stregherie, come potrebbe fare un cinquecentista:
Quis labor hic superis cantus herbasque sequendi
Spernendique timor? Cujus commercia pacti
Obstrictos habuere Deos?
An habent hæc carmina certum
Imperiosa Deum, qui mundum cogere quidquid
Cogitur ipse potest?
E Sereno Samonico (cap. 59):
Præterea si forte premit strix atra puellos,
Virosa immulgens exertis ubera labris,
Allia præcepit Titini sententia necti.
I due versi conservatici da Festo come preservativi, sono scorrettissimi; Dachery gli emenda così:
Στρίγγ’ ἀποπέμπειν νυκτίνομαν, στρίγγα τ’ἀλαὸν,
Ορνιν ἀνώνυμον, ὼκυπόρους ἐπὶ νῆας ἐλαύνειν.
— La strige rimovi notte-mangiante; la sucida strige, uccello ferale, fuga nelle veloci navi.
I passi di antichi, attestanti le magiche arti, sono prodotti da Delrio, Disquisitiones magicæ, lib. II. qu. 9, e passim.
[196]. Orazio, Epodi.
[197]. Svetonio, in Tiberio, 63. 14. 79; Plinio, xvi. 30; XXVIII. 2.
[198]. Mihi hæc ac talia audienti, in incerto judicium est fatone res mortalium et necessitate immutabili, an sorte volvantur. Ann., VI. 22. — Mihi, quanto plura recentium seu veterum revolvo, tanto magis ludibria rerum mortalium cunctis in negotiis observantur. Ivi, III. 18.
[199]. Ad Galatas, III. 28; ad Colossenses, III. 11.
[200]. Longe clarissima urbium Orientis, non Judeæ modo. Plinio, Nat. Hist., V. 14.
[201]. È la definizione famosa di sant'Agostino: Virtus est bona qualitas mentis... qua nullus male utitur. E altrove: Ille pie et juste vivit, qui rerum integer est æstimator, in neutram partem declinando. E de lib. arb.: Voluntas aversa ab incommutabili bono et conversa ad proprium, peccat.
[202]. La venuta di san Pietro in Italia è uno de' punti della storia ecclesiastica più impugnati dagli eterodossi, perchè molti farebbero dipendere da quella l'istituzione apostolica della santa sede in Roma, ma vien dimostrata da argomenti irrepugnabili. Nell'anno 42, da noi segnato, comincerebbero i venticinque anni che il Cronico di Eusebio assegna al pontificato di san Pietro.
[203]. Atti apostolici, XVIII. 15.
[204]. Mansit biennio... et suscipiebat omnes, qui ingrediebantur ad eum, prædicans regnum Dei, et docens quæ sunt de domino Jesu Christo, cum omni fiducia, sine prohibitione. Ivi, XXVIII, 30 e 31.
[205]. Parla sempre Tacito, Ann., XV. 44.
[206]. — Quel che alle donne, è comandato anche agli uomini. Le leggi di Cristo non somigliano a quelle degli imperatori; non la stessa cosa insegnano san Paolo e Papiniano. Le leggi permettono ogni impudicizia agli uomini in donne libere; nei Cristiani, se il marito può ripudiar la donna per adulterio, anche essa lui pel delitto stesso. In condizioni eguali, eguale è l'obbligazione». S. Girolamo a Fabiola.
[207]. Sap., XIV. 22 e seg. Ad Galatas, V. 19 e seg.
[208]. Si vos manseritis in sermone meo, vere discipuli mei eritis; et cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos. S. Giov., viii, 31 e 32.
[209]. — L'uomo ha diritto di comandare alle bestie, ma Dio solo di comandare all'uomo». S. Gregorio Magno, lib. XXI, in Job., c. 15.
[210]. Regimen tyrannicum non est justum, quia non ordinatur ad bonum commune, sed ad bonum privatum regentis... Et ideo perturbatio hujus regiminis non habet rationem seditionis, nisi forte quando sic inordinate perturbatur tyranni regimen, quod multitudo subjecta majus detrimentum patitur ex perturbatione consequenti, quam ex tyranni regimine. San Tommaso, Summa theol. 2ª 2æ quaest. 42ª art. 2º ad 3um.
[211]. Evulgato imperii arcano, principem alibi quam Romæ fieri. Tacito, Hist., i. 4.
[212]. A Canneto o più verisimilmente a Calvatone nel Cremonese, alla biforcazione d'una strada romana, a due giornate da Verona. Quivi le cronache paesane collocherebbero la città di Vegra (forma vulgare del nome di Bedriaco, o Bebriaco), distrutta dagli Unni; e vi si scoprono continuamente ruderi antichi, e nel 1855 un busto di bronzo dell'imperatore Antonino, e due statuette di marmo pario.
[213]. Tacito, Hist., lib. IV. 74. 75.
[214]. Nel censimento sotto Vespasiano si asserisce che trovaronsi nella Gallia Cispadana cinquantaquattro persone di cento anni, cinquantasette di centodieci, due di centoventicinque, quattro di centrentacinque, quattro di centrentasette, tre di cenquaranta: a Parma ve n'avea tre di centoventi, due di centotrenta; a Faenza una donna di centrentadue; a Rimini uno di cencinquanta, nominato Marco Aponio.
[215]. Stazio e Marziale. Ecco alcune delle costoro adulazioni:
Invia sarmaticis domini lorica sagittis
Et Martis getico tergore fida magis...
Felix sorte tua, sacrum tui tangere pectus
Fas erit, et nostri mente calere Dei!...
Redde deum votis poscentibus: invidet hosti
Roma suo, veniat laurea multa licet.
Terrarum dominum propius videt ille; tuoque
Terretur vultu barbarus, et fruitur...
Hiberna quamvis Arctos, et rudis Peuce
Et nugularum pulsibus calens Ister,
Fractusque cornu jam ter improbo Rhenus,
Teneat domantem regna perfidæ gentis,
Tu, summi mundi rector, et parens orbis
Abesse nostris non tamen potes votis...
Nunc ilares, si quando mihi, nunc ludite, Musæ:
Victor ab Odrysio redditur orbe deus...
Altrove Giano, vedendo passar Domiziano, lagnasi di non avere abbastanza occhi e visi per mirarlo (Marziale, lib. VIII. 2). Tardi pure ad alzarsi la stella del mattino, chè, se Cesare compare, il popolo non s'accorgerà della mancanza (Ivi, 21). — Oh poeti!
[216]. Plinio, Paneg.
[217]. A ciò va attribuito il suo valersi sempre di Sura nello scriver lettere, anzichè ad inerzia, come fa Giuliano nei Cesari.
[218]. Sono famose le tavole alimentari, trovate nel 1747 fra le mine di Velleja alle falde dell'Appennino di Piacenza. Contenevano il decreto con cui Trajano donava ai Vellejati e a' loro vicini 1,116,000 sesterzj, assicurati su fondi stabili del valore complessivo di 27,407,792, e fruttanti il cinque per cento. Così la rendita di 55,800 sesterzj era destinata ad alimentare 300 fanciulli, cioè 263 maschi, 35 femmine di legittima nascita, più uno spurio o una spuria; attribuendo 16 sesterzj il mese a ogni maschio, 12 a ogni femmina, e 12 agli illegittimi. I fondi obbligati valeano almeno il decuplo dell'ipoteca. Gli alimenti cominciavano a darsi dopo i tre anni, a quanto pare, e fin ai diciotto pei maschi, ai quattordici per le fanciulle. Non si educavano già in case comuni, ma rimanevano a custodia dei proprj genitori. Del frumento allora si compravano cinque moggia e un quinto con sedici sesterzj; onde il fanciullo riceveva per centosei libbre di frumento al mese. Un dono simile apparve da altra tavola scoperta nel 1832 a Campolattaro, presso Benevento, in favore de' Liguri Bebiani. Iscrizioni varie, e passi di scrittori e del Codice provarono che siffatta liberalità venne usata da altri imperatori. Su di che vedasi Ernesto Desjardins, De Tabulis alimentariis disputatio historica. Parigi 1854.
[219]. Jam hoc pulchrum et antiquum, senatum nocte dirimi, triduo vocari, triduo contineri.
[220]. Quel di Dione, fatto da Sifilino. Neppure accenno gl'informi frammenti di Aurelio Vittore e d'Eutropio. Il panegirico è di Plinio Cecilio.
[221]. Eutropio, viii. 5. Più tardi corse un'opinione bizzarra; che papa Gregorio Magno avesse a preghiere ottenuto la liberazione di Trajano dall'inferno, ove stava da quattro secoli. Il primo a scriverla, ch'io sappia, fu Giovanni di Salisbury (Polycr. V. 8): Virtutes ejus legitur commendasse ss. papa Gregorius, et fusis pro eo lacrymis, inferorum compescuisse incendia... donec ei revelatione nuntiatum sit, Trajanum a pœnis inferni liberatum, sub ea tamen conditione, ne ulterius pro aliquo infideli Deum sollicitare præsumeret. San Tommaso si vale di questa tradizione, e Dante (Purg., X. 73) accenna
l'alta gloria
Del roman prence, lo cui gran valore
Mosse Gregorio alla sua gran vittoria.
[222]. Sparziano, in Adriano, negli Scriptor. Hist. Augustæ. Ciò praticavasi già con Omero, poi in questi tempi con Virgilio. Narra Giulio Capitolino, che, interrogando Clodio Albino a questo modo l'Eneide, gli occorse quel del libro VI:
Hic rem romanam, magno turbante tumultu,
Sistet equus, sternet Pœnos, Gallumque rebellem.
Alessandro Severo al modo stesso trovò:
Te manet imperium cœli, terræque, marisque;
e pensando applicarsi alle arti liberali, ebbe questa risposta:
Excudent alii spirantia mollius æra...
Tu regere imperio populos, Romane, memento.
Vedi Lampridio in Alex. Severo. Non cadde questa superstizione col paganesimo. Sant'Agostino (Ep. 55 ad Januar.) la nota e la condanna; e così il concilio d'Agda col nome di sorti dei Santi: e Gregorio di Tours (Hist. Franc., IV. 6) scrive: Positis clerici tribus libris super altare, idest Prophetiæ, Apostoli atque Evangeliorum, oraverunt ad Dominum ut Christiano quid eveniret ostenderet. Aperto igitur omnium Prophetarum libro, reperiunt: — Auferam maceriam ejus». E nel lib. V. 49: Mœstus turbatusque ingressus oratorium, davidici carminis sumo librum, in quo ita repertum est: — Eduxit eos in spe, et non timuerunt».
[223]. Nel 1664 a Upsal si stampò un Trattato dell'arte della guerra, presumendo fosse quel di Adriano, pubblicato dal console Maurizio, ma è composizione d'assai posteriore. È pure suppositizio il dialogo suo con Epitteto, pubblicato dal Froben nel 1551, ove propone varj quesiti che il migliore filosofo del suo secolo scioglie, e in cui, tra massime false, ridicole e triviali, ne occorrono di eccellenti. — Che cosa è la pace? Una libertà tranquilla. — Che cosa la libertà? Innocenza e virtù».
[224]. Sparziano nella vita di lui.
[225]. Pure costui non ischivò l'odio di Adriano, onde diceva: — Mi maraviglio di tre cose: che, nato Gallo, io parli greco; che essendo eunuco, io sia chiamato giudice d'adulterj; che odiato dall'imperatore, io viva».
[226]. Τοσοῦτον δὲ δύνανται οἴ ἄρχοντης πρὸς τῆς ἀληθείας δόξαν τιμῶντες, ὄσον καὶ λησταὶ ἐν ἐρημεία. I. 12.
[227]. Lampridio in Alex. Severo.
[228]. Originariamente costui chiamavasi Catilio Severo. D'illustre famiglia romana, fu educato sotto gli occhi di Lucio Annio Aurelio Vero, suo avo materno, che lo adottò e nominò Marco Elio Aurelio Vero.
[229]. Vedi Eusebio, IV. 13. 16. Capitolino diresse a Diocleziano una vita di lui, ma confusa. I libri di Dione Cassio ad esso relativi si desiderano.
[230]. Fra le altre cose gli diceva: Nonnunquam ego te coram paucissimis ac familiarissimis meis gravioribus verbis absentem insectatus sum... cum tristior quam par erat in cœtu hominum progrederer, vel cum in theatro tu libros, vel in convivio lectitabas; nec ego, dum tu theatris, nec dum conviviis, abstinebam. Tum igitur ego te durum et intempestivum hominem, odiosum etiam nonnunquam, ira percitus, appellabam. Lib. VI. 12.
[231]. Servano per saggio tre viglietti, che, come i passi superiori, scegliamo da M. Cornelii Frontonis et M. Aurelii imperatoris epistolæ... Fragmenta Frontonis et scripta grammatica; curante A. Majo. Roma 1823. — Magistro meo. Ego dies istos tales transegi. Soror dolore muliebrium partium ita correpta est repente, ut faciem horrendam viderim; mater autem mea in ea trepidatione imprudens angulo parietis costam inflixit; eo ictu graviter et se et nos adfecit. Ipse, cum cubitum irem, scorpionem in lecto offendi; occupavi tamen eum occidere priusquam supra accubarem. Tu si rectius vales, est solacium. Mater jam levior est, deis volentibus. Vale, mi optime, dulcissime magister. Domina mea te salutat.
Frontone risponde: Domino meo. Modo mihi Victorinus indicat dominam tuam magis valuisse quam heri. Gratia leviora omnia nuntiabat. Ego te idcirco non vidi, quod ex gravedine sum imbecillus. Cras tamen mane domum ad te veniam. Eadem, si tempestivum erit, etiam dominam visitabo.
Marc'Aurelio replica: Magistro meo. Caluit et hodie Faustina; et quidem id ego magis hodie videor deprehendisse. Sed, Deis juvantibus, æquiorem animum mihi facit ipsa, quod se tam obtemperanter nobis accommodat. Tu, si potuisses, scilicet venisses. Quod jam potes et quod venturum promittis, delector, mi magister. Vale, mi jucundissime magister.
[232]. Frontone fa un elogio affatto retorico di Lucio Vero, attribuendo tutta a merito di lui la riforma delle indisciplinatissime truppe di Siria: e lo paragona a Trajano, dandogliene sempre la preferenza. Principia historiæ. Si hanno pure le lettere che Vero gli dirigeva, raccomandandogli di esaltare le sue imprese e la gravezza del pericolo, e la nullità degli altri capitani, ecc. E il buon maestro, abbagliato dalle cortesie d'uno scolaro imperiale, non rifina di ammirarne le azioni, ma soprattutto la portentosa eloquenza spiegata negli ordini del giorno e nei bullettini inviati al senato.
[233]. Dione dice, οὐκ ἀθεεὶ: e νίκῆ παράδοξος εὐτυχήθη, μᾶλλον δέ παρὰ θεοῦ ἐδωρήθη. E Claudiano:
Laus ibi nulla ducum...
Tum, contenta polo, mortalis nescia teli
Pugna fuit.
De VI consulatu Honorii, v. 340.
[234]. Filostrato, Vite dei Sofisti.
[235]. Εἰς έαυτὸν, libri dodici.
[236]. Ch'egli però si dilettasse in questi studj, continua prova ne danno le sue lettere a Frontone, scoperto dal Maj. In una gli dice: Mitte mihi aliquid, quod tibi disertissimum videatur, quod legam, vel tuum, vel Catonis, vel Ciceronis, aut Sallustii, aut Gracchi, aut poetæ alicujus, χρήζω γὰρ ἀναπαύλης, et maxime hoc genus; quae me lectio extollat et diffundat ἐκ τῶν κατειληφυιῶν φροντιδίων. Etiam si qua Lucretii aut Ennii excerpta habes, εὔφωνα καὶ ... φρα, et sicubi ὴθους, ἐμφὰσεις.
Il cardinale Barberini tradusse gli scritti di Marc'Aurelio, dedicandone la traduzione all'anima propria «per renderla più rossa che la sua porpora allo spettacolo delle virtù di questo Gentile».
[237]. Regiones ultra fines imperii dubiæ libertatis. Seneca.
[238]. Cicerone (pro Roscio, 7) parla di cinquantasei miglia fatte in dieci ore di notte con legni di posta, cisiis. Cesare faceva cento miglia in un giorno: Svetonio, 57. Plinio (Nat. hist., VII. 20) numera sette giornate di navigazione da Ostia alle Colonne d'Ercole; dieci ad Alessandria.
[239]. Vedi Cicerone, Pro domo sua, 28. Floro, nella prefazione, dice che la storia di Roma non è quella d'un popolo, ma del genere umano. Cicerone loda Pompeo che le sue imprese non hanno altri limiti che quelli del sole. Livio (XXXVIII. 45, 54) fa dire agli ambasciadori in senato, che ormai Roma non ha a combattere mortali, ma a tutelare l'uman genere, e, come gli Dei, vigilare al suo riposo. Ovidio canta ne' Fasti, II. 684:
Romanæ spatium est urbis et orbis idem.
L'autore dei versi inseriti nel Satyricon di Petronio, cap. 119:
Orbem jam totum victor Romanus habebat
Qua mare, qua tellus, qua sidus currit utrumque.
E Plinio, XXVII. 1: Una cunctarum gentium in toto orbe patria.
Quæ tam seposita est, quæ gens tam barbara, Cæsar,
Ex qua spectator non sit in urbe tua?
Venit ab orphæo cultor rhodopeius Hæmo,
Venit et epoto Sarmata pastus equo;
Et qui prima bibit deprensi flumina Nili,
Et quem supremæ Tethyos unda ferit.
Festinavit Arabs, festinavere Sabæi,
Et Cilices nimbis hic maduere suis.
Crinibus in nodum tortis venere Sicambri,
Atque aliter tortis crinibus Æthiopes.
Vox diversa sonat: populorum est vox tamen una,
Quum verus patria diceris esse pater.
Marziale, Spectac. III.
[241]. Gajo lo dice espresso: Constitutio principis est, quod imperator decreto vel edicto vel epistola constituit; nec unquam dubitatum est, quin id legis vicem obtineat, cum ipse imperator per legem imperium accipiat. Inst. i. 2, § 6.
Ecco il senatoconsulto fatto all'elezione di Vespasiano:
— Siagli in arbitrio conchiudere trattati con chi vorrà, come fu in arbitrio d'Augusto, Tiberio e Claudio.
«Di radunare il senato, fare e far fare proposizioni, far rendere senatoconsulti per voti individuali o per divisione.
«Ogniqualvolta sarà raccolto per volontà, permissione od ordine di lui o in sua presenza, tutti gli atti del senato abbiano forza, e siano osservati come fosse stato raccolto per legge.
«Ogniqualvolta i candidati di qualche magistratura, potere, comando, carica siano raccomandati da lui al senato o al popolo romano, e ch'egli avrà dato o promesso il suo appoggio, in tutti i comizj abbiasi singolare riguardo a tal candidatura.
«Siagli permesso, quando lo creda utile alla repubblica, estendere i limiti del pomerio (cioè del recinto della città), come fu permesso a Claudio.
«Abbia diritto e pien potere di fare quanto crederà conveniente all'interesse della repubblica, alla maestà delle cose divine ed umane, al bene pubblico o particolare, come l'ebbero Augusto, Tiberio e Claudio.
«Di tutte le leggi e i plebisciti, da cui fu scritto rimanessero dispensati Augusto, Tiberio e Claudio, sia pur dispensato Vespasiano. Tutto quello che Augusto, Tiberio e Claudio fecero per una legge qualunque, possa farlo Vespasiano.
«Tutto ciò che, prima di questa legge, fu fatto, eseguito, decretato, comandato dall'imperatore Vespasiano o da altra qualsiasi persona per ordine e mandato di lui, sia reputato legale, e rimanga rato, come fosse fatto per ordine del popolo.
«Sanzione. Se qualcuno, in virtù della presente legge, contravvenne o contravvenga poi alle leggi, plebisciti o senatoconsulti, facendo ciò ch'essi vietano, od ommettendo ciò che ordinano, non sia tenuto in colpa, nè obbligato a veruna riparazione verso il popolo romano. Verun'azione non sia intentata, verun giudizio reso a tal proposito, e nessun magistrato soffra che un cittadino sia citato avanti a lui per questa ragione».
[242]. Princeps legibus solutus est. D. I. 3. fr. 31.
[243]. Molti esempj ne adduce il Labus ne' Marmi Bresciani. — Nel 1851 a Salpensa e a Malaga in Ispagna furono, su due tavole di bronzo, scoperte leggi municipali date da Domiziano imperatore, che Mommsen illustrò negli Atti della Società sassone delle scienze. Lipsia 1855. In esse viene comunicato alle suddette città il diritto del Lazio, con formole che probabilmente sono identiche a quelle usate per tutte le città donate di simile privilegio; sicchè da dette tavole è illustrato lo jus Latii, quanto dalle tavole di Velleja e da quelle di Eraclea la legge comunale. Ivi troviam dato il nome di municipj a siffatte città, che in conseguenza ebbero magistrati proprj, quasi indipendenti dal preside della provincia; il popolo v'era distribuito per curie all'uopo di rendere i suffragi; que' municipj godevano manus, potestas, mancipium, proprj de' cittadini romani.
Nel 1872 furono trovate le tavole di Julia Genetiva Urbanorum, cioè di Ossuna, nella Spagna ulteriore, date il 710 di Roma, edite poi da Hübner e Mommsen.
[244]. Dalla dittatura di Fabio fin a Cesare, la paga del soldato fu di tre assi il giorno (circa 27 centesimi); Cesare la raddoppiò portandola a diciotto denari il mese (lire 14.72); Augusto la conservò tale; Domiziano la crebbe a venticinque denari il mese (lire 27.47). La gratificazione ai pretoriani concessa da Augusto fu di ventimila sesterzj (lire 4035.40) dopo sedici anni, e pei legionarj di dodicimila (lire 2421.24) dopo venti anni: per tali paghe egli istituì un tesoro, di cui fece il primo fondo con denari proprj.
[245]. Svetonio, in Aug., 102, 128.
[246]. Così Svetonio, in Vesp. 17. Alcuni leggono quarantamila milioni di sesterzj, che sarebber ottomila milioni di lire: questo è troppo, ma sarebbe troppo poco la cifra da noi data se s'intendesse di solo contante, senza le contribuzioni in natura e i servigi personali.
Il trattato di Hegewisch sulle finanze romane mantiene più che non prometta. Sono diversissime le valutazioni degli autori intorno alle rendite dell'impero: Giusto Lipsio le porterebbe a cinquecento milioni di scudi d'oro; Gibbon a venti milioni di sterline, cioè cinquecento milioni di franchi; gli autori inglesi della Storia universale a novecensessanta milioni.
Chi voglia istituire paragoni coi moderni, non dimentichi che ora la maggior somma è assorbita dal debito pubblico, ignoto agli antichi.
[247]. Ut maxima civitas minimæ domus diligentia contineretur. Floro.
[248]. Plinio, Nat. hist., VI. 23; XII. 18.
[249]. Lo pretende Dureau de la Malle, Économie politique des Romains.
| Spese per coltivare sette campi a viti. | ||
| Per comprar uno schiavo che da solo basti | sesterzj | 8,000 |
| Compra dei sette campi | » | 7,000 |
| Pali e altre spese occorrenti | » | 14,000 |
| In tutto sesterzj | 29,000 | |
| Interessi di questi al sei per cento nei due anni che la terra non produce, e che il denaro resta infruttuoso | » | 3,480 |
| Totale, sesterzj | 32,480 | |
| Rendita di sette campi. | ||
| Ogni anno | sesterzj | 6,300 |
| oltre un diecimila marze che ciascun campo rendeva l'anno, e che vendevansi tremila sesterzj. | ||
Tondet et innumeros gallica Parma greges.
Velleribus primis Apulia, Parma secundis
Nobilis, Altinum tertia laudet ovis.
Marziale.
[252]. Aureliano scriveva al prefetto dell'annona di tener satolla la plebe; neque enim populo romano saturo quicquam potest esse lætius. Vopisco, in Vita.
[253]. È probabilmente del 303. Fu trovato da William Sherard a Stratonicea di Caria nel 1709, poi pubblicato in miglior modo da Bankes, Londra 1826, ove la tariffa occupa ben quindici facciate in-8ª. Sono quattrocentrentatre articoli di merci o di manifatture tassati; ma restano molte lacune. Moreau de Jonnès ne dedusse questa tabella, ragguagliata alle monete e misure d'oggi:
| Prezzi del lavoro. | ||
| Al bracciante per giornata 25 denari | ll. | 5. 62 |
| Al muratore | » | 11. 25 |
| Al manovale che rimesta la calcina | » | 11. 25 |
| Al marmorino che fa i musaici | » | 13. 50 |
| Al sarto, per fattura d'un abito | » | 11. 25 |
| Per fattura di calcei, scarpe de' patrizj | » | 33. 75 |
| di caligæ, scarpe di artigiani | » | 27. — |
| di soldati e senatori | » | 22. 50 |
| di donna | » | 13. 50 |
| di campagi, sandali militari | » | 16. 87 |
| Al barbiere, per uomo | » | — 45 |
| Al veterinario, per tosare gli animali e tagliar le unghie | » | 1. 35 |
| Al maestro architetto, e per ogni ragazzo al mese | » | 22. 50 |
| All'avvocato, per un'istanza ai tribunali | » | — 25 |
| Per una causa | » | 225. — |
| Prezzo dei vini. | ||
| Il Piceno, Tiburtino, Sabino, Amineano, Sorrentino, Setino, Falerno, ogni litro | ll. | 13. 50 |
| Vino vecchio di prima qualità | » | 10. 90 |
| Vino rustico | » | 3. 60 |
| Birra (camum) | » | 1. 80 |
| Vino fatturato d'Asia (caranium mœonium) | » | 13. 50 |
| Vino d'orzo d'Attica | » | 10. 90 |
| Carne alla libbra di Francia. | ||
| Carne di manzo | ll. | 2. 40 |
| Carne d'agnello, capretto, porco | » | 3. 60 |
| Il lardo migliore | » | 4. 80 |
| I migliori presciutti di Vestfalia, della Cerdagna, o del paese dei Marsi | » | 4. 80 |
| Grasso di porco fresco | » | 3. 60 |
| Fegato di porco ingrassato con fichi (ficatum) | » | 4. 80 |
| Zampe di porco, ognuna | » | — 90 |
| Salame di porco fresco (isicium) del peso di un'oncia | » | — 40 |
| Salame di bue fresco (isicia) | » | 3. 37 |
| Salame di porco fumicato e condito (lucanicæ) | » | 3. 60 |
| Salame di bue fumicato | » | 3. 37 |
| Selvaggina, prezzo medio per capo. | ||
| Un pavone maschio ingrassato | ll. | 56. 25 |
| Un pavone femmina ingrassata | » | 45. — |
| Un pavone selvatico maschio | » | 28. 12 |
| Un pavone femmina | » | 22. 50 |
| Un'oca grassa | » | 45. — |
| Un'oca non ingrassata | » | 22. 50 |
| Un pollo | » | 13. 50 |
| Una pernice | » | 6. 75 |
| Un lepre | » | 33. 75 |
| Un coniglio | » | 9. — |
| Pesce. | ||
| Pesce di mare di prima qualità | ll. | 5. 40 |
| Pesce di fiume id. | » | 2. 70 |
| Pesce salato | » | 1. 35 |
| Ostriche al cento | » | 22. 50 |
| Civaje. | ||
| Lattuche delle migliori, ogni cinque | ll. | — 90 |
| Cavoli de' migliori, l'uno | » | — 90 |
| Cavolifiori de' migliori, ogni cinque | » | — 99 |
| Barbabietole delle migliori, ogni cinque | » | — 90 |
| Ramolacci i più grossi | » | — 90 |
| Altri comestibili. | ||
| Miele ottimo, al litro | ll. | 18. — |
| Olio di prima qualità | » | 18. — |
| Liquamen, stimolante per l'appetito | » | 2. — |
Iscrizione di tanta importanza per gli economisti come per gli antiquarj, venne molto discussa, e se ne trassero conchiusioni ben diverse da quelle di Moreau de Jonnès. Nell'originale i prezzi sono determinati colla sigla *, che significa denaro, ma deve significare il denario æreus di rame, moneta nuova battuta da Diocleziano, che valea la ventiquattresima parte del pezzo d'argento fino, vale a dire centotredici milligrammi, che oggi sarebbero due centesimi e mezzo. È da ricordare che Lattanzio (De morte persecutorum, c. 7) dichiara che quella tariffa era eccessivamente bassa, e perciò cessossi dal vendere, onde nacque carestia; e, dopo puniti molti di morte, fu duopo lasciarla cadere nell'oblio. Le valutazioni dunque date da Moreau de Jonnès ripugnano alla storia, non men che al fatto, il quale porta che i prezzi delle giornate son presso a poco sempre eguali, pareggiandosi a quel che è necessario per vivere.
È peccato che le cifre del valor del grano, dell'orzo, della segala siano perdute; ma abbiamo il
| Miglio pisto | al moggio | L. | 2 50 |
| Intero | » | » | 1 25 |
| Panico | » | » | 1 25 |
| Spelta mondata | » | » | 2 50 |
| Fave non rotte | » | » | 1 50 |
| Lenti | » | » | 2 50 |
| Piselli | » | » | 1 50 |
| Ceci | » | » | 2 50 |
| Avena | » | » | 0 75 |
| Lupino crudo | » | » | 1 50 |
| Fagiuoli secchi | » | » | 2 50 |
Così 13 litri di sale sono a L. 2.50; la libbra di carne suina 0.30; di manzo, di cara e montone 0.20; di lardo 0.40; di prosciutto 0.50; di agnello e capretto 0.30; di porcello 0.40; la sugna 0.05; il burro 0.40; mezzo litro d'olio 0.30; del sopraffino 1; le ulive 0.10; i vini d'Italia da 20 a 30 denari, cioè dai 50 ai 75 centesimi; la birra da 5 a 10 centesimi.
Quanto alle giornate, quella del contadino sarebbe di L. 0.65; di muratore, falegname, fornaciajo di calce, fabbro, panattiere 1.25; marmorajo, terrazziere di musaico 1.50; asinajo, camellajo, bardotto (bardonarius), pastore centesimi 50 col vitto; mulattiere, porta acqua, curator di condotti con vitto e per l'intera giornata centesimi 65. Al pedagogo, al maestro di leggere e scrivere 1.25; 1.90 al maestro di calcolo e stenografia; 5 al grammatico greco; 2.50 al maestro architetto; al garzone del bagno centesimi 5; per le scarpe da mulattiere e paesano senza chiodi ogni pajo 3, da soldati 2.50, da patrizj 3.75, da donna 1.50; il legno di quercia per una misura di quattordici sopra sessantotto cubiti 6.25; di frassino per quattordici cubiti sopra quarantotto dita, 5.
I calcoli e i ragionamenti di Dureau de la Malle tendono a stabilire che il ragguaglio fra i metalli preziosi e il prezzo medio del grano, delle giornate, del soldo militare, era, sotto l'impero romano, a un bel circa quello della Francia odierna.
[254]. Digesto, tit. De publicanis et vectigalibus.
[255]. Minima computatione, millies centena millia sestertium annis omnibus India et Seres, peninsulaque illa (Arabia) imperio nostro adimunt; tanto nobis deliciæ et fœminæ constant. Nat. hist., XII. 41.
[256]. — Io mostrerò nella prima epoca, che i Romani, poveri soldati, non ebbero nè genio nè cognizione di commercio; nella seconda, che i Romani, grandi e potenti colla guerra, trascurarono per orgoglio il commercio, e non pensarono che ad arricchirsi colle spoglie di tutte le nazioni; nella terza, che i Romani, schiavi e voluttuosi, con un commercio passivo e rovinoso, caddero nella povertà e nella barbarie. Mengotti, Del commercio de' Romani; memoria premiata dall'Istituto di Francia.
[257]. Ma i poeti non sapevano immaginare a quella spedizione altro scopo che di conquiste. Vedasi Orazio; e così Properzio, III. 4:
Arma Deus Cæsar dites meditatur ad Indos,
Et freta gemmiferi findere classe maris.
Magna viæ merces; parat ultima terra triumphos;
Tigris et Euphrates sub tua jura fluent.
Seres et ausoniis venient provincia virgis...
Ite agite; expertæ bello date lintea proræ.
[258]. Orosio, vii. 16.
[259]. Tacito lo rammenta più volte, e così Filostrato, IV. 12, V. 1; Plinio Cecilio, Epist. III. 11; Origene, contra Celsum, III. 66; san Giustino, Apolog. II. 8. — Vedi Burigny, Mémoires de l'Académie des Inscriptions, tom. XXXI.
[260]. La prima edizione certa di Plinio fu fatta da Giovanni di Spira in Venezia il 1469: fino al 1480 se n'erano fatte sei ristampe, ma tutte scorrette in modo, che Erasmo diceva, chi pigliasse a restituire Plinio, si torrebbe sulle braccia tanta briga, quanta chi prende una nave o una moglie. Le edizioni di Plinio finiscono alla parola Hispania quacumque ambitur mari. Nel 1831, in un manoscritto di Bamberga, Luigi De Jan professore a Schweinfurt trovò la fine dell'opera, che dà un quadro comparativo della storia naturale nei paesi posti sotto zone diverse, loda l'Europa meridionale e specialmente la Spagna, «ove la dolcezza di un clima temperato dovette, giusta il dogma dei primi Pitagorici, ajutar di buon'ora la stirpe umana a spogliare la rozzezza selvaggia». A Gotha nel 1855 si fece un'edizione sopra un codice che dà il titolo vero dell'opera: Caji Plinii Secundi naturæ historiarum, lib. XI. XII. XIII. XIV. XV, fragmenta edidit e codice rescripto sæculi quarti D.r Fridegarius Mone.
Pel paragone che facciamo qui sotto, potrebbero contrapporsi il gonfio elogio che di Plinio fece Buffon nel secolo passato, e il severo giudizio che nel nostro ne portò Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire (Essai de Zoologie générale, par. I. I. 5) dicendo: — Passare da Aristotele a Plinio è un ricadere da tutta l'altezza che separa l'invenzione e il genio dalla compilazione fiorita e dal discorso spiritoso... Plinio è un mero compilatore, forse più elegante, ma altrettanto meno scrupoloso... Aristotele quattro secoli prima avea ridotte al giusto valore queste inezie vulgari».
[261]. Nat. hist., III. 7; VIII. 55; II. 7.
[262]. Nat. hist., VII. 2. 3. 6. 46; VIII. 66. 67; XXVIII. 2. 3. 4; V. 30.
[263]. Terra solida et globosa undique in sese nutibus suis conglobata. — Omnes ejus partes medium capescentes nituntur æqualiter. De nat. Deorum, II. 39 e 45.
[264]. II. 5 e 1.
[265]. XXXIII. 1. 3. 4. 13. XIX. 1. 4.
[266]. VII. 1. 7; II. 13. 1.
[267]. XXX. 4; III. 6. 2.
[268]. I classici riboccano d'inesattezze geografiche. Cicerone, nel Sogno di Scipione, mostrossi ben addietro di quel che già si conosceva. Orazio dà per estremi della terra la Bretagna e il Tanai. Virgilio fa scorrere il Nilo per l'India (Georg., IV. 293; e vedi pure Lucano, X. 292). La Bretagna fu appuntino descritta da Giulio Cesare; eppure Tacito dice che Agricola scoperse ch'era isola, le dà la forma d'uno scudo o di un'ascia, e soggiunge che all'oriente ha la Germania, a mezzodì la Gallia, ad occidente la Spagna, a mezza strada incontrando l'Irlanda. Per Plinio la Scandinavia è un'isola, e comunque raccoglitore appassionato, sembra ch'e' non abbia conosciuto Strabone, osservatore tanto più arguto di lui. Tolomeo è inesattissimo nella geografia dell'Italia; colpa sua o degli scrivani: nel solo breve tratto riferibile all'alta Italia, pone fra i Cenomani Bergamo, Mantova, Trento, Verona, appartenenti agli Euganei, ai Levi, ai Reti, ai Veneti; fa nascere il Po presso il lago di Como; la Dora presso il lago Penino, poi piegare verso quel di Garda; dopo le foci del Po colloca quelle dell'Atriano (il Tartaro?), dimenticando l'Adige; pone come città mediterranee nei Carni Aquileja e Concordia, e nei Veneti Altino e Adria che erano a mare; a occidente della Venezia colloca i Becuni, nome ignoto, che forse accenna i Camuni o i Breuni, genti ad ogni modo di poca importanza, ecc. Floro dà Capua per città marittima, e fa due monti diversi il Massico ed il Falerno. Plinio critica Dicearco d'aver detto che il più alto dei monti sia il Pelio di mille ducencinquanta passi, mentre «non s'ignora che alcune cime delle Alpi si elevano fin a cinquantamila passi».
... Disco, qua parte fluat vincendus Araxes,
Quot sine aqua Parthus millia currat eques.
Cogor et e tabula pictos ediscere mundos;
Qualis et hæc docti sit positura Dei;
Quæ tellus sit lenta gelu, quæ putris ab æstu;
Ventus in Italiam qui bene vela ferat.
Properzio, iv. 3.
[270]. Varrone, De re rustica, lib. I. c. 2.
[271]. Plinio, Nat. hist., III. 3. 14.
[272]. Invece di fare questa superficie = a⁄4 √3 (se si chiami a il lato), Columella la suppose = 13a⁄30; il che dà √3 = 26⁄15, ossia √675 = 26. Vedi lib. V. c. 2.
[273]. Plinio, Epist. IX. 61.
[274]. Che scriveva a suo figlio, jurarunt inter se Barbaros necare omnes medicina. Et hoc ipsum mercede faciunt, ut fides iis sit, et facile disperdant. Nos quoque dictitant Barbaros, et spurcius nos quam alios Opicos appellatione fœdant. Interdixi de medicis. Ap. Plinio, XXIX. 1.
[275]. Bianconi, Lettere Celsiane, 1779. Brillanti e false.
Inscribas chartæ quod dicitur Abracadabra
Sæpius; et subter repetas, sed detrahe summæ;
Et magis atque magis desint elementa figuræ
Singula quæ semper rapias et cætera figes,
Donec in angustum redigatur litera conum.
His lino nexis collum redimire memento.
[277]. PLINIO, Nat. hist., XXVI. 1; XXIX. 1. — A Vicenza una iscrizione ricorda un oculista: Q. CLODIVS o. LIBERTVS NIGER MEDICVS OCVLARIVS SIBI ET Q. CLODIO Q. L. SALVIO PATRONO.
[278]. Est eloquentia una quædam de summis virtutibus. Cicerone, De oratore.
[279]. Jucunda senibus, dulcis secretorum comes. Quintiliano, Instit. orat. lib. i. 4. Egli raccomanda assai la grammatica, la quale insegna il modo di scrivere e parlare corretto, secondo la ragione, l'antichità, l'autorità e l'uso. Da lui attingiamo queste particolarità sull'educazione, e dal dialogo De corrupta eloquentia, attribuito da chi a Quintiliano, da chi a Tacito, da nessuno con bastanti ragioni. L'unico riscontro forse che militi per quest'ultimo, è un certo fare a lui proprio, per esempio quel vezzo di sinonimia nova et recentia jura, vetera et antiqua nomina, incensus ac flagrans animus, ecc. ricorre in esso dialogo, ove troviamo memoria ac recordatione, veteres ac senes, vetera ac antiqua, nova et recentia, conjungere et copulare; ma è piuttosto moda del tempo che dell'autore.
[280]. Quintiliano (Instit. orat., XII) dice: Si ipsa vox fuerit surda, rudis, immanis, rigida, vana, præpinguis, aut tenuis, inanis, acerba, pusilla, mollis, effeminata... Ornata est pronuntiatio, cui suffragatur vox facilis, magna, beata, flexibilis, firma, dulcis, durabilis, clara, pura, secans, aerea, et auribus sedens.
Et nos ergo manum ferulæ subduximus, et nos
Consilium dedimus Sullæ, privatus ut altum
Dormiret,
dice Giovenale, Sat. I. 15; e non parrà vero che altrettanto abbiam fatto noi nelle scuole del secolo XIX.
[282]. Le abbiamo dedotte dalle Deliberazioni e dalle Controversie di Seneca, e parte da Luciano.
[283]. Satyricon, cap. I.
[284]. Instit. orat., X.
[285]. Si antiquum sermonem nostro comparamus, pæne jam quicquid loquimur figura est.
[286]. Plerumque nudæ illæ artes, nimia subtilitatis affectatione frangunt atque concidunt quicquid est in oratione generosius, et omnem succum ingenii bibunt, et ossa detegunt, quæ ut esse et astringi nervis suis debent, sic corpore operienda sunt.
[287]. Quibus componendis paullo plus quam biennium, tot alioqui negotiis districtus, impendi; quod tempus, non tam stylo, quam inquisitioni instituti operis prope infiniti, et legendis auctoribus qui sunt innumerabiles, datum est... Usus deinde Horatii consilio, qui in Arte Poetica suadet ne præcipitetur editio, nonumque prematur in annum, dabam iis otium, ut refrigerato inventionis amore, diligentius repetitos tamquam lector perpenderem.
[288]. Non pajono sue quelle che ora ne portano il nome.
[289]. Abbastanza aveva di che gemere un cuor paterno, buono come quello di Quintiliano; eppure egli non sa dimenticarsi gli artifizj di scrittore, se non altro per rinnegarli (non sum ambitiosus in malis, nec augere lacrymarum causas valeo); esce in vane querimonie colla fortuna, e dopo aver detto così affettuosamente: — Questo fanciullo era tutto carezze per me, mi preferiva alle nutrici sue, alla nonna che assisteva alla sua educazione, a quanto piace a quell'età», vi respinge la lacrima dagli occhi col soggiungere che questo era un lacciuolo tesogli dal destino per viepiù martoriarlo, e colle esagerate proteste di non voler più a lungo soffrire la vita. Illud vero insidiantis, quo me validius cruciaret, fortunæ fuit, ut ille mihi blandissimus, me suis nutricibus, me aviæ educanti, me omnibus qui sollicitare illas ætates solent, anteferret. Tuos-ne ego, o meæ spes inanes, labentes oculos, tuum fugientem spiritum vidi? Tuum corpus frigidum exsangue complexus, animam recipere, auramque, communem haurire amplius potui? dignus his cruciatibus, quos fero, dignus his cogitationibus. Te-ne consulari nuper adoptione ad omnium spes honorum patris admotum; te avunculo prætori generum destinatum; te omnium spe atticæ eloquentiæ candidatum, superstes parens tantum ad pœnas, amisi! Et, si non cupido lucis, certe patientia vindicet te reliqua mea ætate; nam frustra mala omnia ad fortunæ crimen relegamus: nemo nisi sua culpa diu dolet... Introd. ad. lib. VI.
[290]. Eumenio lo dice eloquentiæ romanæ non secundum, sed alterum decus. Vedi indietro, pag. 255.
[291]. Essendogli morto un nipotino, scrive a Marc'Aurelio una lunga lettera di sfogo, che è tra le scoperte dal Maj. Me consolatur ætas mea, prope jam edita et morti proxima. Quæ cum aderit, si noctis, si lucis id tempus erit, cœlum quidem consalutabo discedens, et quæ mihi conscius sum protestabor. Nihil in longo vitæ meæ spatio a me admissum, quod dedecori aut probro aut flagitio foret; nullum in ætate agunda avarum, nullum perfidum facinus meum exstitisse; contraque multa liberaliter, multa amice, multa fideliter, multa constanter, sæpe etiam cum periculo capitis consulta. Cum fratre optimo concordissime vixi; quem patris vestri bonitate summos honores adeptum gaudeo, vestra vero amicitia satis quietum et multum securum video. Honores quos ipse adeptus sum, nunquam improbis rationibus concupivi. Animo potius quam corpori juvando operam dedi. Studia dottrinæ rei familiari meæ prætuli. Pauperem me, quam ope cujusquam adjutum, postremo egere me quam poscere malui. Sumtu nunquam prodigo fui, quæstui interdum necessario. Verum dixi sedulo, verum audivi libenter. Potius duxi negligi quam blandiri, tacere quam fingere, infrequens amicus esse, quam frequens adsentator. Pauca petii, non pauca merui. Quod cuique potui, pro copia commodavi. Merentibus promptius, immerentibus audacius opem tuli. Neque me parum gratus quispiam repertus segniorem effecit ad beneficia quæcumque possem prompte impertienda. Neque ego unquam ingratis offensior fui.
[292]. Esprime tal suo pensiero massimamente nel giudicar Cicerone. Eum ego arbitror usquequaque verbis pulcherrimis elocutum, et ante omnes alios oratores ad ea quæ ostentare vellet, ornanda, magnificum fuisse. Verum is mihi videtur a quærendis scrupulosius verbis abfuisse, vel magnitudine animi, vel fuga laboris, vel fiducia, non quærenti etiam sibi, quæ vix aliis quærentibus subvenirent, præsto adfutura. Itaque videor, ut qui ejus scripta omnia studiosissime lectitaverim, cetera eum genera verborum copiosissime uberrimeque tractasse, verba propria, translata, simplicia, composita, et quæ in ejus scriptis amœna; quam tamen in omnibus ejus orationibus paucissima admodum reperias insperata atque inopinata verba, quæ nonnisi cum studio atque cura, atque vigilia, atque veterum carminum memoria indagatum. Insperatum autem atque inopinatum verbum appello, quod præter spem atque opinionem audientium aut legentium promitur; ita ut si subtrahas, atque eum qui legat quærere ipsum jubeas, aut nullum, aut non ita ad significandum adcommodatum verbum aliud reperiat.
Opponiamo a questa dottrina Cicerone stesso, il quale diceva nell'Oratore: Rerum copia verborum copiam gignit; e altrove: Res atque sententiæ vi sua verba parient, quæ semper satis ornata mihi quidem videri solent, si ejusmodi sunt ut ea res ipsa peperisse videatur.
[293]. Te, domine (scrive a Marc'Aurelio), ita compares, ubi quid in cætu hominum recitabis, ut scias auribus serviendum: plane non ubique, nec omni modo... Ubique populus dominatur et præpollet. Igitur ut populo gratum erit, ita facies atque dices. Hic summa illa virtus oratoris atque ardua est, ut non magno detrimento rectæ eloquentiæ auditores oblectet... Vobis præterea, quibus purpura et cocho uti necessarium est, eodem cultu nonnunquam oratio quoque amicienda est. Facies istud, et temperabis et moderaberis optimo modo ac temperamento.
[294]. Ego hodie a septima in lectulo nonnihil legi: nam εἰκώνας decem ferme expedivi. Eppure Frontone avea fama di secco e robusto, onde Macrobio (Saturn., v. 1) scrive: Quatuor sunt genera dicendi: copiosum, in quo Cicero dominatur; breve, in quo Sallustius regnat (e non Tacito?); siccum, quod Frontoni adscribitur; pingue et floridum, in quo Plinius Secundus quondam, et nunc nullo veterum minor Symmachus luxuriatur.
[295]. La prima edizione, fatta in Bologna nel 1498, ne contiene poche; le altre furono ritrovate in Francia dall'architetto frà Giocondo, e da Aldo Manuzio pubblicate in Venezia il 1508.
[296]. Lib. VII. 20.
[297]. Quest'Artemidoro, giunto in Atene, cerca qualche casa; e gliene indicano una grande e bella eppur deserta, perchè ogni mezzanotte vi si sentiva fracasso di catene, poi compariva un vecchio, scarno, arruffato, coi ferri ai piedi e alle mani. Artemidoro, spirito forte, compra la casa a poco prezzo, vi si alloggia, mettesi a scrivere; ma a mezzanotte ecco lo spettro, che gli fa segno col dito. Artemidoro gli accenna che aspetti, ma l'altro raddoppia il fragore, sicchè il filosofo si alza, prende la lucerna e segue il fantasma. Era l'ombra d'uno quivi trucidato, che chiedeva le estreme esequie; fatte le quali, Artemidoro godè tranquillamente la sua casa.
Voi credevate simile storiella inventata dai frati nell'ignorante medioevo; e potete leggerla in Plinio, Epist. VII. 27.
[298]. Epist. I. 8.
[299]. Epist. VII. 30.
[300]. Sul lago di Como è ancora una fonte intermittente, alla villa che appunto da ciò dicesi Pliniana; ma non ha il minimo vestigio di antichità: mentre la Commedia vorrebbe collocarsi a Lenno, la Tragedia a Bellagio.
[301]. Altri suicidj sono menzionati con lode da Plinio. Il suo tutore Aristone, sentendosi preso da febbre, disse a Plinio: — Sentite il mio medico, io non sono insensibile alle preghiere di mia moglie, alle lacrime di mia figlia, all'inquietudine dei miei amici, ma non voglio patimenti inutili»; e Plinio gli promise d'avvertirlo quando fosse opportuno uccidersi, ma fortunatamente guarì. Rufo, fratello di Spurina, uomo d'alta ragione, preso dalla gotta, disse a Plinio che aveva stabilito di lasciarsi morire, nè preghiere di parenti o d'amici valsero a stornarlo.
[302]. Quando si tratta di delineare qualunque sia edifizio degli antichi, s'incontrano mille difficoltà. Forse venti diversi piani si fecero della villa di Plinio, diversissimi tra loro. L'architetto francese L. P. Hudebourt scrisse, nel 1838, Le Laurentin, maison de campagne de Pline le Jeune, restituée d'après la description de Pline; e può dar idea delle ville romane, per riscontro al Palais de Scaurus (pag. 259, vol. II).
[303]. Epist. VI. 17.
[304]. Giovenale, v. 82-93.
[305]. Epist. VIII. 21.
[306]. Epist. I. 13.
Omnis in hoc gracili xeniorum turba libello
Constabit nummis quatuor emta tibi.
Quatuor est nimium; poterit constare duobus,
Et faciet lucrum bibliopola Triphon.
Hæc licet hospitibus pro munere disticha mittas,
Si tibi tam rarus quam mihi nummus erit.
Marziale, XIII. 3.
Ille tuis toties præstrinxit tempora sertis
Cum stata laudato caneret quinquennia versu...
Sit pronum vicisse domi. Quid achea mereri
Præmia, nunc rami Plœbi, nunc germine Lernæ,
Nunc Athamantæa protectum tempora pinu?
Così suo figlio (Sylv., v. 3), che non dubita paragonarlo ad Omero e a Virgilio. Adulava il padre come adulava i tiranni.
... Me fulmine in ipso
Audivere patres; ego juxta busta profusis
Matribus, atque piis cecini solatia natis.
Sylv. II. 1.
Psittace, dux volucrum, domini facunda voluptas,
Humanæ solers imitator, Psittace, linguæ,
Quis tua tam subito præclusit murmura fato?
Ivi, 4.
[311]. Sylv. II. 5. Per quel leone Marziale fece dieci epigrammi.
[312]. Plinio, Epist. VI. 17.
[313]. — Dianzi io pregava Giove a darmi poche migliaja di lire, ed egli mi rispose: Te le darà quegli che a me dà i tempj. Tempj diede egli a Giove, ma non a me le mille lire; eppure avea letto la mia petizione così benigno, come quando concede il diadema ai supplichevoli Geti, e va e torna per le vie del Campidoglio. O Pallade, segretaria del tonante nostro, dimmi: se egli negando ha tal volto, qual l'avrà nel concedere? — Così io; ma Pallade rispose: Stolto! credi tu negato ciò che non fu concesso ancora? Epigr. VI. 10.
E nel IV. 92: — Se a cena m'invitassero contemporaneamente Cesare e Giove, quand'anche le stelle fossero vicine, lontana la reggia, risponderei ai Numi: Cercate chi voglia essere convitato dal tonante; me tiene in terra il Giove mio.
[314]. Lib. IV. 4; VIII. 39.
[315]. Vedi il libro XIII, intitolato Xenia.
Tu sub principe duro,
Temporibusque malis, ausus es esse bonus.
Lib. XII. 6.
Miratur scythicas virentis auri
Flammas Jupiter, et stupet superbi
Regis delicias, gravesque luxus.
Ivi, 15.
[318]. Delle oscenità scusavasi cogli esempj: Sic scribit Catullus, sic Marsus, sic Pedo, sic Getulicus. Pref. al lib. I.
[319]. Lib. X. 47.
[320]. Sunt bona, sunt quædam mediocria, sunt mala plura. Lib. i. 16.
[321]. Per rimpatto, Andrea Navagero ogn'anno in determinato giorno bruciava alcune copie di Marziale, olocausto al buon gusto.
Cæsar in arma furens, nullas nisi sanguine fuso
Gaudet habere vias.
Lib. II.
Immergitque manus oculis...
... Et siccæ pallida rodit
Excrementa manus; laqueum nodosque recentes
Ore suo rumpit; pendentia corpora carpsit.
... Percussaque viscera nimbis
Vulsit...
Stillantis tabi saniem...
Sustulit, et nervo morsus retinente pependit.
Lib. VI.
Causa Diis victrix placuit, sed victa Catoni.
Sunt nobis nulla profecto
Numina, cum cæco rapiantur sæcula casu.
Mentimur regnare Jovem...
Mortalia nulli
Sunt cura Deo.
Lib. VII.
Mors utinam pavidos vitæ subducere nolles,
Sed virtus te sola daret.
Lib. IV.
[327]. Parlando del guerriero resuscitato dalla maga Tessala:
Ah miser, extremum cui mortis munus iniquæ
Eripitur, non posse mori!...
Sit tanti vixisse iterum, nec verba, nec herbæ
Audebunt longæ somnum tibi rumpere Lethes
A me morte data.
Lib. VI.
Nam si quid latiis fas est promittere musis
Quantum smyrnæi durabunt vatis honores,
Venturi me, teque legent (Nerone): Pharsalia nostra
Vivet, et a nullo tenebris damnabitur ævo.
Lib. IX.
[329]. I primi libri dell'Argonautica furono trovati dal Poggio fiorentino nel convento di San Gallo; gli altri dappoi. Giambattista Pio ne fece un'edizione nel 1519, supplendo del suo quel che manca del libro VIII, e il IX e X.
[330]. Il Petrarca tentò poi il soggetto medesimo nella sua Africa, o persuaso che il poema di Silio fosse perduto, o, come altri malignarono, credendo possederne egli l'unica copia. L'accusa di plagio, datagli da Lefèbvre de Villebrune nel 1781, fu confutata dal Baldelli, Illustrazioni ecc., pag. 199, e dal Ginguené, note al vol. II dell'Histoire littéraire. Durante il concilio di Costanza, il Poggio scoperse il poema intero.
[331]. Dopo aver detto nel primo atto delle Trojane:
... Felix Priamus
... nunc Elysii
Nemoris tutis errat in umbris
Interque pias felix animas
Hectora quærit;
nel secondo soggiunge:
Post mortem nihil est, ipsaque mors nihil...
Quæris quo jaceas post obitum loco?
Quo non nata jacent.
[332]. In Tieste, Atreo imbandisce a questo i figli, e gli dice:
Expedi amplexus pater;
Venere, natos ecquid agnoscis tuos?
Tieste risponde:
Agnosco fratrem.
Medea tradita, esce al bel principio furibonda, e fra l'altre cose esclama:
Parta jam, parta ultio est;
Peperi;
e quando la nudrice la compiange perchè più nulla le sia rimasto, non congiunti, non ricchezze, essa risponde:
Medea superest.
Nell'Ippolito, Teseo chiede a Fedra qual delitto creda dover colla morte espiare; essa risponde:
Quod vivo.
Il coro di Corintj nella Medea parve profezia del grande ardimento di Cristoforo Colombo, annunciato così da uno Spagnuolo quattordici secoli prima che la Spagna lo ajutasse e punisse:
Venient annis sæcula seris,
Quibus oceanus vincula rerum
Laxet, et ingens pateat tellus,
Tethysque novos detegat orbes,
Nec sit terris ultima Thule.
[333]. Nella Satira I esclama: — Chi può tenersi dallo scrivere satire all'aspetto d'una città iniqua? chi è tanto ferreo da frenarsi allorchè incontra la nuova lettiga dell'avvocato Matone riempiuta dalla pingue sua pancia? E che? tanti vizj non li flagellerò io co' miei versi? Chi può dormire fra questi padri che corrompono le nuore avare, fra sposi infami e adulteri giovinetti? Se natura me lo niega, la collera detta i versi alla meglio come li facciamo Cluvieno ed io».
Ecco l'impeto patriotico sfumare in un frizzo personale. Nerone matricida è un Oreste, ma peggior di quello perchè montò sul teatro. Narrando di un Egiziano di Copto divorato da quelli di Tèntira per diversità di numi, sta a dimostrarvi l'atrocità del misfatto, perchè le serpi non mangiano serpi, e l'orso vive sicuro coll'orso; e finisce col riflettere cosa n'avrebbe detto Pitagora, il quale neppur tutti i legumi permetteva.
Quidquid agunt homines, votum, timor, ira, voluptas,
Gaudia, discursus, nostri est farrago libelli.
[335]. Certi precettori e certi verseggiatori d'oggi che cosa diranno all'udire che Giovenale, sedici secoli fa, già trovava assurdo l'uso della mitologia nei versi?
Nota magis nulli domus est sua, quam mihi lucus
Martis, et æoliis vicinum rupibus antrum
Vulcani; quid agant venti, quas agat umbras
Æacus etc.
Sat. I.
[336]. Vedi la Sat. XIII.
... Semita certa
Tranquillæ per virtutem patet unica vitæ...
Nesciat irasci, cupiat nihil, et potiores
Herculis ærumnas credat, sævosque labores
Et venere, et cœnis, et pluma Sardanapali.
Sat. X.
... Agmine facto,
Debuerant olim tenues migrasse Quirites.
Sat. III.
Messe tenus propria vive; et granaria, fas est,
Emole. Quid metuas? occa, et seges altera in herba est.
Sat. VI.
Nil tibi concessit ratio; digitum exsere; peccas;
Et quid tam parvum est?
Sat. V.
[341]. Svetonio conservò un buon dato di queste satire. Allorchè Cesare introduceva molti Galli in senato, cantavasi per le vie:
Gallos Cæsar in triumphum ducit, idem in curiam;
Galli bracas deposuerunt, latum clavum sumpserunt.
E quando faceva lui ogni cosa, togliendo la mano al collega Bibulo:
Non Bibulo quidquam nuper, sed Cæsare factum est;
Nam Bibulo fieri consule nil memini.
Sotto le sue statue si lesse:
Brutus quia reges ejecit, consul primus factus est;
Hic quia consules ejecit, rex postremo factus est.
Allorchè Augusto, nel tempo della proscrizione, ambiva i vasi corintj, alla sua statua fu scritto:
Pater argentarius, ego corinthiarius.
E alludendo alla sua smania del giuocare:
Postquam bis classe victus naves perdidit,
Aliquando ut vincat, ludit assidue aleam.
E quando Livia, dopo tre mesi di matrimonio, gli partorì Druso: Τοῖς εὐτυχοὔσι καὶ τρίμενα παιδία, cioè: Ai fortunati nascono sin i fanciulli di tre mesi.
Quando egli imbandì quel banchetto di lasciva empietà:
Cum primum istorum conduxit mensa choragum
Sexque deos vidit Mallia, sexque deas:
Impia dum Phœbi Cæsar mendacia ludit,
Dum nova Divorum cœnat adulteria:
Omnia se a terris tunc numina declinarunt,
Fugit et auratos Jupiter ipse thoros.
Più violento fu questo contro Tiberio:
Asper et immitis, breviter vis omnia dicam?
Dispeream, si te mater amare potest.
E contro lo stesso:
Non es eques. Quare? non sunt tibi millia centum;
Omnia si quæras, et Rhodos exsilium est.
Aura mutasti Saturni sæcula, Cæsar:
Incolumi nam te, ferrea semper erunt.
Fastidit vinum, quia jam sitit iste cruorem:
Tam bibit hunc avide, quarti bibit ante merum.
Adspice felicem sibi, non tibi, Romule, Sullam;
Et Marium, si vis, adspice, sed reducem;
Nec non Antoni, civilia bella moventis,
Nec semel infectas adspice cæde manus.
Et dic, Roma perit, regnabit sanguine multo
Ad regnum quisguis venit ab exilio.
Il matrimonio di Nerone ferivano i seguenti:
Νέρον, Ορέστης, Αλκμαίων, μητροκτονοι.
Νεονύμφον Νέρων, ἰδίαν μητέρ ἀπέκτεινεν.
Quis negat Æneæ magna de stirpe Neronem?
Sustulit hic matrem, sustulit ille patrem.
Dum tendit citharam noster, dum cornea Parthus,
Non erit Pæan, ille ἐκατηβελέτης.
Sull'immensa fabbrica del Palazzo aureo:
Roma domus fiet; Vejos migrate Quirites,
Si non et Vejos occupat ista domus.
Nerone diede Poppea a Otone da custodire col titolo di sposo e null'altro; e avendone quegli voluto usurpare i diritti, lo sbandì. Allora fu scritto:
Cur Otho mentito sit, quæritis, exsul honore?
Uxoris mœchus cœperat esse suæ.
Non ho potuto consultare i Versus ludicri in Romanorum Cæsares priores olim compositi; collatos, recognitos, illustratos edidit G. H. Heinrichius. Ala 1810.
[342]. Medaura era colonia romana; eppure Apulejo, figlio di uno de' primi magistrati (duumviro), non intendeva parola di latino quando venne a Roma: così il figliastro suo non parlava che il punico, e intendeva un po' di greco in grazia della madre tessala; Loquitur nunquam nisi punice; et si quid adhuc a matre græcisat: latine enim neque vult, neque potest. Apolog. Ciò smentisce chi crede il latino fosse comune in tutte le colonie. Aggiungiamo che ad Apulejo l'imparare il latino in Roma senza maestro parve fatica portentosa: Quiritium indigenum sermonem ærumnabili labore, nullo magistro præeunte, aggressus excolui. Metam.
[343]. Sacris pluribus initiatus, profecto nosti sanctam silentii fidem. Metam. E nell'Apolog.: Sacrorum pleraque initia in Græcia participavi; eorum quædam, in signa et monumenta tradita mihi a sacerdotibus, sedulo conservo... Ego multijuga sacra, et plurimos ritus, et varias cæremonias, studio veri et officio erga deos didici.
[344]. Mihi in incerto judicium est, fato ne res mortalium et necessitate immutabili, an sorte volvantur. Annal., VI. 22.
[345]. Cunctas nationes et urbes populus, aut primores, aut singuli regunt: delecta ex his et consociata reipublicæ forma laudare facilius quam evenire; vel si evenit, haud diuturna esse potest. Annal., IV. 53.
[346]. Jacobs, Des Vell. Paterculus röm. Geschichte übersetz von etc. Lipsia 1793.
Morgenstern, De fide historica Vell. Paterculi, in primis de adulatione ei objecta. Ivi 1800.
[347]. In Agricola, 30 e 31.
[348]. De moribus Germanorum, 33.
[349]. I. 12; II. 15.
[350]. Credo interpolato quel capitoletto ne' manoscritti, e lo stile l'annunzia posteriore.
[351]. Luna deficere cum aut terram subiret, aut sole premeretur. IV. 10. Gli errori ne rilevò Le Clerc in calce alla sua Ars critica.
[352]. Plinio, Nat. Hist., XXVIII. 2.
[353]. Negli Scrittori della Storia Augusta son comprese le vite di
| Adriano | per | Elio Sparziano |
| Antonino Pio | » | Giulio Capitolino |
| Elio Vero | » | Sparziano |
| » | Capitolino | |
| Marc'Aurelio | » | Capitolino |
| Avidio Cassio | » | Vulcazio Gallicano |
| Comodo | » | Elio Lampridio |
| Pertinace | » | Capitolino |
| Didio Giuliano, Settimio Severo, Pescennio Nigro | » | Sparziano |
| Clodio Albino | » | Capitolino |
| Caracalla e Geta | » | Sparziano |
| Macrino | » | Capitolino |
| Diadumeno, Elagabalo, Alessandro | » | Lampridio |
| I due Massimini, i tre Gordiani, Massimo e Balbino | » | Capitolino |
| I due Valeriani, i due Gallieni, i Trenta Tiranni, Claudio II | » | Trebellio Pollione |
| Aureliano, Tacito, Floriano, Probo, Firmo, Saturnino, Proculo e Bonoso, Caro, Numeriano, Carino | » | Flavio Vopisco |
[354]. «Chiamansi le Coefore, e sono di... di chi dunque? Ah sì! dicevano di Policleto». In Verrem, de signis.
[355]. — Statue, che potrebbero allettare non solo un intelligente come Verre, ma fin ignoranti, come chiamano noi: un Cupido di Prassitele; giacchè nell'indagine ho imparato anche nomi d'artisti». Ibi.
Excudent alii spirantia mollius æra,
Credo equidem vivos ducent de marmare vultus,
Orabunt melius causas...
Il cortigiano d'Augusto dovea passare sotto silenzio Cicerone. Veramente Orazio, Ep. I 4, cantava:
Pingimus, atque
Psallimus, et luctamur Achivis doctius unctis;
ma è notevole questo appaiare il dipingere col sonare e lottare.
[357]. Il Panteon fu dedicato a Giove Ultore, e detto così perchè alle due statue di Marte e Venere erano aggiunti gli attributi di tutte le divinità. Guasto da incendj, fu restaurato da Adriano, poi da Settimio Severo nel 202 di C.; e d'uno di questi restauri probabilmente sono colpa le colonne che dividono lo spazio interno, troppo esili a proporzione della grave cupola. Nel 600 venne dedicato a santa Maria ed ai Martiri. La copertura di bronzo della cupola fu tolta nel medio evo; quella del portico da Urbano VIII per far fondere la tribuna di S. Pietro in Vaticano dal Bernino, del quale pure sono i due poveri campanili, che si vedono sul frontone postico.
[358]. Cicerone ad Attico, lib. I. ep. 4. 6. 8. 9.
[359]. Vitruvio, II. 8.
[360]. Plinio, Nat. hist., XXXV. 4. 10. 11. 12.
[361]. San Pietro di Roma copre 20,000 metri quadrati; mentre il più grande della Roma antica, cioè quel della Pace, ne copre 6240, 3182 il Panteon, 874 il Giove Tonante, 195 quel della Fortuna Virile; e fuor di Roma, 1426 il tempio maggiore di Pesto, 636 quel della Concordia ad Agrigento, 434 quel di Giove a Pompej.
En quatuor aras;
Ecce duas tibi, Daphni, duas altaria Phœbo.
Su questo passo di Virgilio pretesero che gli altari si consacrassero agli dei, a' semidei ed eroi le are; ma non sembra provato, nè soddisfa la distinzione che ne fece Raoul-Rochette nei Monuments inédits d'antiquité figurée, tav. XXVI. 2.
[363]. «Benchè inferiore in semplicità ed armonia all'architettura greca (dice Hosking), la romana è evidentemente della stessa famiglia, distinta per esecuzione più ardita, ed elaborata profusione d'ornamenti. Il gusto delle due nazioni è espresso dal dorico pel primo, dal corintio per l'altro: uno è modello di semplice grandezza, perfetto nelle particolari convenienze, e inapplicabile ad oggetto diverso; l'altro è men raffinato, ma molto adorno; sfoggia nell'esterno la bellezza di cui manca nell'interno; imperfetto in ciascuna combinazione, ma applicabile ad ogni proposito. In Grecia come a Roma il maggiore sfoggio d'architettura e colonne faceasi ne' tempj; ma i Romani non aveano abitudine di costruirli peripteri, siccome i Greci. Da alcune ruine pare che in qualche età fabbricassero tempj dipteri; ma i più usitati erano i pseudo-dipteri, cioè colle colonne affisse al muro, gli apteri e prostili: di amfi-prostili non abbiamo esempj. Gran proiezione i Romani davano ai loro portici pel maggior effetto. I tempj circolari non erano comuni ai Romani. Insomma il tempio romano era distinto dal greco per aspetto più grande, colonne più sottili, generalmente corintie, e costruzione sopra un podio o basamento».
[364]. Pausania, x.
[365]. Ecco il paragone d'alcuni di tali edifizj:
| lunghezza | larghezza | spettatori | ||
| Coliseo | metri | 207 | 171 | 87,000 |
| Anfiteatro di Caracalla | » | 226 | 146 | 20,000 |
| Anfiteatro di Marcello | » | 132 | 132 | 30,000 |
| Anfiteatro di Verona | » | 154 | 122 | 23,000 |
| Circo Massimo | » | 660 | 190 | 254,000 |
[366]. Non è vero che le figure crescano regolarmente di grandezza nell'elevarsi. Il 1588 alla statua dell'imperatore fu surrogata quella di san Pietro; due anni dipoi, Sisto V sterrò il piedistallo; Napoleone fece demolire le umili costruzioni che ne ingombravano il contorno, e i papi successivi restituirono la grande piazza. Lo spagnuolo Ciacono nel 1616 scriveva che ancora vedevansi i piedi della statua di Trajano, e che dagli scavi fatti uscì la testa di bronzo, la quale conservavasi dal cardinale Della Valle: or s'ignora che ne sia avvenuto.
[367]. Lampridio, in Alexandro, 27. 28.
[368]. Rossini. Degli archi trionfali onorarj e funebri degli antichi Romani, sparsi per tutta Italia. Roma 1736.
Ecco un parallelo:
| altezza | larghezza | grossezza | ||
| Arco in Roma di Tito | metri | 24 | 16 | 5 |
| Arco in Roma di Costantino | » | 25 | 22 | 7 |
| Arco in Roma di Settimio Severo | » | 24 | 21 | 7 |
| Arco di Benevento | » | 25 | 17 | 5 |
| Arco d'Augusto a Rimini | » | 16 | 16 | 9 |
| Arco di Ancona | » | 15 | 14 | 3 |
A Roma v'erano pur quelli di Orazio Coclite, Camillo, Druso, Tiberio, Gallieno.
[369]. Manentque vestigia irritæ spei. Tacito.
[370]. Dureau de la Malle (De la distribution, de la valeur et de la législation des eaux dans l'ancienne Rome. Parigi 1843) calcola che i condotti che menavano acqua a Roma, tirassero insieme 428,000 metri, di cui 32,000 sopra arcate: e sottraendone la derivazione fraudolenta, portavano 11,075 pollici d'acqua, di cui 4388 vendevansi ad usi privati. Rondelet sopra Frontino, ragguagliò l'acqua venuta in Roma per gli acquedotti a un fiume largo trenta piedi, profondo sei, e della velocità di trenta pollici per secondo.
[371]. Paragone dei ponti romani:
| lungo | largo | costruito da | ||
| Milvio | metri | 126 | 9 | Silla |
| Senatorio o Rotto | » | 25 | 13 | C. Scipione |
| Salaro sul Teverone | » | 77 | 9 | Tarquinio |
| Sisto o del Gianicolo | » | 70 | — | |
| Fabricio o de' Quattro capi | » | 25 | — | |
| Cestio o Ferrato | » | 50 | — | Valente |
| Elio o Sant'Angelo | » | 113 | 15 | Adriano |
| Mammea presso Roma | » | 60 | 9 | Antonino |
| Di Rimini sulla Marecchia | » | 46 | — | Augusto |
| Sulla Narina fra Roma e Loreto | » | 194 | 34 | Augusto |
Muræna proibente domum, Capitone culinam...
Proxima Campano ponti quæ villula tectum
Præbuit; et parochi, quæ debent, ligna salemque.
Sat. I, V. 46.
Scalis habito tribus sed altis.
Epigr. V. 22.
[374]. Cicerone, pro Milone, 15; Philip. II. 9. Orazio, Ep. II. 2. 15.
[375]. Che si chiudessero con imposte doppie è chiaro da quel di Ovidio, Amor., I. 3:
Pars adaperta fuit, pars altera clausa fenestræ.
Plinio parla d'una porta a vetri nella sua villa, la quale separava e riuniva due camere.
[376]. Ex auro, argentove aut certe ex ære in bibliotheca dicantur illi, quorum immortales animæ in iisdem locis loquuntur. Plinio.
[377]. Quanto ai camini, senza ricorrere al Manuzio nei Commenti alle epistole di Cicerone, al Filandro sopra Vitruvio, VII. 3, al Burmanno sopra Petronio, Satyr. 135, che lo negano, ed al Ferrario, Electorum lib. I. 1. 9, che lo asserisce, può vedersi una dissertazione di Scipione Maffei nella raccolta d'opuscoli del Calogerà, tom. XLVII. p. 449, ove sostiene che gli antichi non avevano camini al modo nostro. Pure in Aristofane (Vespe, 1. 2) è accennata una canna di camino, in cui poteva star nascosto un uomo; Svetonio (in Vitellio) dice che, in un pasto dato da questo imperatore, la sala bruciò per fuoco appigliatosi al camino (flagrante triclinio ex conceptu camini).
[378]. Non vivunt contra naturam qui pomaria in summis turribus ferunt? Quorum silvæ in tectis domorum ac fastigis nutant, inde ortis radicibus quo improbe cacumina egissent? Ep. 122.
[379]. Censores vias sternendas silice in urbe, glarea extra urbem substruendas marginandasque, primi omnium locaverunt. Livio, xli. 27.
Sopra tavole di rame si trovarono leggi, che il Corradi e il Mazzocchi credeano essere le Sempronie di Cajo Gracco, ma ora si asseriscono agli ultimi tempi della Repubblica, e portano regolamenti intorno alle strade:
— Chi ha o avrà, sia in Roma o a un miglio in giro dal suo abitato, una casa, davanti a cui passi la strada pubblica, dovrà mantenere essa strada a requisizione dell'edile, cui spetta quel quartiere. L'edile veglierà perchè ciascun proprietario mantenga come deve la strada dinanzi la sua casa, sicchè l'acqua non s'impozzi e non la renda incomoda.
«Gli edili curuli e plebei dovranno, fra cinque giorni dopo eletti, trarre a sorte le regioni della città, dove abbiano a sorvegliare la riparazione e il selciato delle strade pubbliche a Roma e ad un miglio in giro.
«Se la via passi fra un tempio od un luogo pubblico qualunque e una casa privata, l'edile farà conservare a spese dello Stato metà di questa parte della via pubblica.
«Se un proprietario non intertenga la strada avanti la sua casa dopo l'intimazione dell'edile, questi l'affiderà ad un appaltatore: ma dieci giorni prima l'annunzierà nel fôro, e ne farà intimar l'avviso ad esso proprietario ed a' suoi procuratori; e l'aggiudicazione si farà pubblicamente nel fôro, mediante il questore urbano.
«Esso proprietario o proprietarj saranno scritti come debitori sui libri di finanza per una somma eguale all'aggiudicazione, e all'intraprenditore verrà assegnato un credito esigibile di pien diritto sui loro beni.
«Se, fra trenta giorni dall'assegnazione notificata al proprietario, esso non pagò l'imprenditore o non diede cauzione, dovrà pagare metà di più.
«Il proprietario che abbia davanti alla casa un marciapiede, lo manterrà tutt'al lungo di essa in pietre connesse, intere, ben piane, secondo ordinerà l'edile di quel quartiere».
Le tavole trovate ad Eraclea nel golfo di Taranto il 1732 contengono molti ordini sul mantenere sgombre le vie e proibiscono i carri dall'alba fin a decima, salvo poche eccezioni. Inoltre si obbligavano gli abitanti a conservar nette le vie scopando e anaffiando. Naudet, Sur la police chez les Romains, Mém. de l'Institut, vol. IV.
[380]. Dionigi d'Alicarnasso (lib. IV) dice difficile misurare il perimetro di Roma sopra le mura, attesochè son poco facili a seguire in grazia delle case che v'aderiscono da tutte parti. Secondo Paolo (Digest., lib. II), Roma esprimeva tutto l'indeterminato spazio dov'erano case, urbs il solo ricinto legale del pomerio, come oggi Londra e la City.
Di Roma abbiamo due descrizioni fatte sotto Valentiniano e Valente, riferite da Grevio, Thesaurus antiquitatum roman., tom. III; ed una a mezzo il V secolo, in calce alla Notitia dignitatum utriusque imperii.
L'area della città occupava da cinque milioni di metri quadrati, dopo l'ampliazione d'Aureliano; sicchè ogni casa teneva, per un di mezzo, centoquattro metri quadrati. Ciò mostra quanto erano piccole: eppure bisognerebbe mettere venticinque casigliani per ciascuna se si volesse giungere a soli un milione ducentomila abitanti; che è assai meno di quel che alcuni suppongono. Londra ha la superficie di ventimila ottocento ettari, con ducensessantamila fabbricati.
Giusto Lipsio stimò da quattro in cinque milioni la popolazione di Roma, e i successivi copiarono quest'indicazione. La Malle, dal calcolo dello spazio in paragone colle città moderne, non gliene dà più di cinquecentosessantamila. Si avverta però che la mura d'Aureliano non dovea comprendere quello spazio indeterminato che pur chiamavasi città: che con tanti schiavi poteasi molto più affollare la popolazione, stivandoli anche sotto ai tempj e ai pubblici edifizj; e che Augusto dovè proibire di alzar le case più di sette piani. Sappiamo che il grano d'Africa e dell'Egitto, destinato a pascer Roma, era in un anno sessanta milioni di moggia al tempo d'Augusto; cioè il bastevole per circa un milione d'abitanti. Forse tanti erano, contando metà di cittadini e metà fra schiavi e avveniticci. Scemò poi, e Sparziano (in Settimio Severo, VIII. 23) riduce a settantacinquemila moggia il consumo giornaliero di Roma, cioè il consumo annuo in ventisette milioni ducensettantacinquemila; il che limita la popolazione a cinquecentomila.
Forte ibam via Sacra, sicut meus est mos,
Nescio quid meditans nugarum, totus in illis.
[382]. La prima edizione fu fatta a Firenze il 1496, poi a Venezia l'anno successivo. Dopo d'allora moltissime traduzioni e commenti; e la più illustre è l'edizione in otto vol. in-4º a Udine 1825-30, con trecenventi tavole, commenti e dissertazioni dello Stratico di Zara e del Polini.
[383]. Nat. hist., XXXV. 5.
[384]. Spectantem aspectans quocumque aspiceret.
[385]. Nat. hist., XXXIII. 38.
Scilicet in domibus vestris, ut prisca virorum
Artifici fulgent corpora picta manu,
Sic quæ concubitus varios Venerisque figuras
Exprimat, est aliquo parva tabella loco.
Ovidio, Trist., II.
Utque velis, Venerem jungunt per mille figuras,
Inveniat plures nulla tabella modos.
Ars am., II.
Non istis olim variabant tecta figuris,
Tum paries nullo crimine pictus erat...
Illa puellarum ingenuos corrupit ocellos,
Nequitiæque suæ noluit esse rudes etc.
Properzio.
Svetonio, in Horatio: Ad res venereas intemperantior traditur: nam speculato cubiculo scorta dicitur habuisse disposita, ut quocumque respexisset, ibi ei imago coitus referretur etc.
Clemente Alessandrino, in Protrep.: Παρ’αὐτὰς επὶ τὰς περιπλοκὰς ἀφορῶσιν εἰς τὴν Αφροδίτην ἐκείνην, τὴν γυμνὴν, τὴν ἐπὶ συμπλοκῆ δεδεμένην, καὶ τῇ Λέδᾳ περιπετώμενον τὸν ὄρνιν τὸν ἐρωτικὸν... Πανίσκοι τινὲς, καὶ γυμναὶ κόραι, καὶ σάτυροι μεθύοντες.
Abbiamo a Napoli un gabinetto puramente di lavori d'arte osceni, e n'è stampata la descrizione a Parigi, Cabinet secret du musée royal de Naples, con sessanta tavole a colori che rappresentano le pitture, i bronzi, le statue erotiche d'esso gabinetto.
[387]. Nel duomo di Màzzara e in San Francesco di Messina due col ratto di Proserpina; nella chiesa di Sclafani con Baccanti: e più bello il fonte battesimale di Girgenti colla storia di Ippolito.
[388]. Ferrara, Storia di Sicilia, tom. VIII. p. 112.
[389]. Crispi, Opusc. di letteratura e archeologia, 1836.
[390]. Aristotele, Econom., lib. ii. 1. 2. Nel Digesto, lib. LII. tit. 10, è ordinato: Ne quis nummos stagneos, plumbeos emere, vendere dolo malo velit.
[391]. Auctarium Siciliæ numismaticæ. Copenhagen 1816.
Le città o repubbliche sicule, di cui si hanno medaglie, sono:
Abacænum, presso Tripi; Abolla, presso Avola; Acræ, presso Palazzolo; Adranum, oggi Adernò; Agrigentum; Agyra; Alantium, sul monte San Fratello; Amestratum, oggi Mistretta; Apollonia, oggi Pollina; Assorum, oggi Asaro; Atna, o Inessa presso Licodia.
Calcata, oggi Caronia; Camarina; Catania; Centuripa, oggi Centorbi; Cephalædium, oggi Cefalù.
Drepanum, oggi Trapani.
Emporium, oggi Castellamare; Enna, oggi Castrogiovanni; Entella; Erix, oggi Monte San Giuliano.
Gela?
Iccara, presso Carini.
Leontinum, oggi Lentini; Lilibæum.
Macella, oggi Macellaro; Megara, oggi Augusta; Menæ, oggi Mineo; Messana, già Zancle, oggi Messina; Morguntium, nel golfo di Catania; Motya, nell'isola San Pantaleo.
Naxus, al capo Schifò; Neetum, oggi Noto; Nissa, poi Petilia.
Panormus, oggi Palermo.
Segesta o Egesta, sul monte Barbaro; Selinus, oggi Selinunte; Siracusæ.
Talaria? Tauromenium, oggi Taormina; Thermæ; Tyndarium; Thracia o Trinacio, presso Potica. Possono aggiungersi le vicine isole di Melita, Malta; Gaulus, Gozo; Melingunis, Lipari; Lopadusa, Lampedusa; Cosyra, Pantellaria.
Non sono però qui tutte le città siciliane; Vincenzo Natale, ne' Discorsi sulla storia antica della Sicilia (Napoli 1843), ne dà il catalogo ragionato, distinguendo le certamente sicane da quelle che il sono probabilmente: le prime sarebbero Camico, Inico, Onface; Crasto, Iccari, Eucarpia, Macara, Vessa; le altre, Indara, Ippana, Macella, Schera, Jete, Triocala, Scirtea, Cabala, Giorgio, Ambiche. Altre quaranta ne adduce, edificate dai Siculi, e poi divenute greche; e di tutte cerca la geografia, i fondatori, le vicende. In testa alle Antichità di Sicilia del duca di Serradifalco sta un Quadro comparativo dei nomi antichi e moderni delle città siciliane. Alla geografia di questo paese giovano immensamente le otto carte di Alfonso Airoldi, che la rappresentano nei tempi favolosi fin alle colonie greche e alla conquista de' Romani, sotto di questi, sotto gl'imperatori, sotto i Saracini, sotto i Normanni, sotto gli Aragonesi; e l'ultima le riepiloga tutte, coi nomi che in ciascun'epoca portarono le città.
Le monete della restante Italia si classificano così: Italia superiore, Etruria, Umbria, Piceno, Vestini, Lazio, Agro Reatino, Samnio, Frentani, Campania, Apulia, Calabria, Lucania, Bruzj.
[392]. Delle statue antiche convien ricordarsi che molte sono restaurate. A dir solo delle più celebri, nel Laocoonte, capolavoro, che l'espressione esagerata del dolore colloca ai limiti ove l'arte comincia a decadere, è moderno il braccio destro del padre, e furono fatti dal Cornacchini l'antibraccio destro del figlio maggiore e tutto il braccio destro del minore: nel toro Farnese sono restauro la parte superiore di Dirce, le teste e le gambe di Zeto e Anfione: Michelangelo rifece le gambe dell'Ercole Farnese, che poi furono trovate: dell'Apollo di Belvedere son moderne le mani: alla Tersicore del Vaticano si sovrappose la testa di un'altra statua. Le statue di Ercolano e Pompej hanno questo insigne vantaggio, di essere state immuni da restauri.
[393]. Nel 1755, e gli scavi regolari cominciarono nel 1799. Domenico Fontana, che nel 1592 guidò le acque del Sarno alla Torre dell'Annunziata, dovette coi cunicoli incontrarsi ne' monumenti di Pompej che attraversava: or come non nacque curiosità di esplorarli?
[394]. Forse non era che un simbolo e un motto di buon augurio, che si ha pure nel musaico di Salisburgo, coll'aggiunta Nihil intret mali: ma di un postribolo si ha a Pompej un'iscrizione, ch'è bello tacere.
[395]. Le scarpe de' Romani somigliavano agli odierni coturni, giungendo fin al polpaccio, sparati davanti, e chiusi da coreggie o lacciuoli. Era vanto l'averli ben serrati; ma dallo sparo, nelle persone eleganti, lasciavasi trasparire la calza, per lo più bianca o rossa, e sostenuta da un legaccio. La suola talvolta era rialzata da severo, che anche oggi trovasi opportuno a tenere asciutto il piede. La moda variò la forma e il colore del tomajo; le suole furono sin d'oro, ovvero ornate di gemme. Aureliano riservò alle donne le scarpe rosse, che del resto erano un distintivo degli imperatori.
[396]. È singolare un musaico, ultimamente scoperto in un triclinio presso la porta Stabiana, di finitezza stupenda. Ha nel mezzo un teschio, e attorno simboli delle vicende della vita; un archipenzolo, un bastone, un'asta rovesciata da cui pendono cenci, una farfalla con ali rosse screziate d'azzurro, librata s'una ruota a sei raggi. Come vedemmo nel convito di Trimalcione, rammentavasi la fugacità della vita, per eccitare a goderne.
[397]. Ultimamente si scopersero tombe sannitiche, fra le romane; anche con vasi e monete che attestano una civiltà sviluppata prima del contatto coi Greci.
[398]. Delle tante opere relative agli scavi di Pompej il frutto venne raccolto in quella di Fausto e Felice Niccolini: Le case e i monumenti di Pompej disegnati e descritti. Ora il Fiorelli ha dato maggior regola alle scoperte e più scienza all'interpretazione.
Una particolarità bizzarrissima di Pompej sono le iscrizioni, che graffivano sul muro ragazzi e soldati petulanti, o amanti, o sollecitatori di voti. Un giovinetto scrisse:
Candida me docuit nigras odisse puellas;
e una donna, o fingendosi donna, vi soggiunse:
Oderis, et iteras non invitus;
Scripsit Venus Fysica Pompejana.
Un amante posposto scriveva: Alter amat, alter amatur, ego fastidio; e un arguto vi soggiungeva: Qui fastidit, amat.
E molte ricorreano dichiarazioni amorose; per es.: Auge amat Arabienum; Methe Cominiæs atellana (commediante) amat Chrestum corde. Sit utreisque Venus Pompejana propitia et semper concordes vivant.
Spesso sono scherzi, come questa lettera: Pyrrus c. Hejo conlegæ sal. Moleste fero quod audivi te mortuum: itaque vale. Sul palazzo di giustizia uno scriveva: Quot pretium legi? «Quanto si vende la giustizia?»
Talune sono manifesti di spettacolo:
Hic venatio pugnabit
V kalandas septembris
Et Felix ad ursos pugnabit.
Un venditore di zampetti assicura che, serviti che siano, i convitati leccano la pentola ove furon cotti:
Ubi perna cocta est si convivæ apponitur
Non gustat pernam, lingit ollam aut cacabum.
Ci sono affissi per trovare robe perdute, come questa:
Urna vinicia periit de taberna
Si eam quis retulerit
Dabuntur
HS lxv: sei furem
Quis abduxerit
Dabit decumum (il doppio)
Januarius
Qui hic habitat.
Ci sono annunzj d'affitti o di vendite:
In prædiis juliæ sp. felicis
Locantur
Balneum venerium et nongentum tabernæ
Pergulæ
Cænacula ex idibus aug. primis in idus
Aug. sextas
Annos continuos quinque
s q d l e n c a
Smettium verum ade.
Le quali ultime sigle devono forse leggersi: Si quis dominun loci ejus non cognoverit, ad... Ma sono strane quelle novecento botteghe in una sola città. Pergole chiamavansi i terrazzi dove i venditori esponeano le loro merci: i cenacoli equivalgono alle trattorie.
Un ghiotto esclama: Quæ gula quæcumque in vino nascitur; un altro: Ad quem non cœno, barbarus ille mihi est. Uno schiavo liberato: Labora, Aselle, quomodo ego laboravi, et proderit tibi; uno impreca: Asellia tabescas; un altro taccia di ladro: Oppi embolari (facchino) fur furuncule; e con espressione più mercatina: Miccio cocio tu tuo patri cacanti confregisti peram.
Anche Cicerone (in Verrem, III. 33) ci fa sapere che contro l'amasia di Verre i Siciliani scriveano satire fin sopra le pareti del tribunale e la testa del pretore: De qua muliere versus plurimi supra tribunal et supra prætoris caput scribebantur.
Quelle iscrizioni diedero modo di capirne altre, che prima non intendevasi alludessero all'abitudine di graffire sui muri con un aguto o con carbone o minio. Così a Forlimpopoli leggeasi: ITA CANDIDATVS FIAT HONORATVS TVVS ET ITA GRATVM EDAT MVNVS TVVS MVNERARIVS ET TV FELIX SCRIPTOR SI HOC NON SCRIPSERIS. Il tuo candidato giunga agli onori, e ti dia in compenso un combattimento, purchè tu non lo scriva qui; cioè desiderava non scrivesse su quella fabbrica il suo voto. E principalmente faceasi tal preghiera sui sepolcri che, come esposti lungo la via, erano prescelti per porvi le iscrizioni.
PARCE OPVS HOC SCRIPTOR TITVLI QUOD LVCTIBVS VRGENT
SIC TVA PRÆTORES SEPE MANVS REFERAT
è la fine d'un epitafio di Mola di Gaeta, riferito da Mommsen (Inscriptiones regni neapoletani): come quest'altra: INSCRIPTOR ROGO TE VT TRANSEAS HOC MONVMENTVM AST... AN QVOIVS CANDIDATI NOMEN IN HOC MONVMENTO INSCRIPTVM FVERIT REPVLSAM FERAT NEQVE HONOREM VLLVM GERAT. Prego lo scribacchiante a lasciar intatto questo monumento: il candidato, il cui nome vi sarà scritto, possa esser rejetto nelle elezioni, e non giunga ad onore alcuno.
Alle volte l'iscrizione è tale, che chi la legge imprechi a se stesso; come la 1810 dell'Orelli: M. CAMVRIVS HORANVS H. M. H. N. S. SED SI HOC MONVMENTO VLLIVS CANDIDATI NOMEN INSCRIPSERO NE VALEAM. Mal mi capiti se a questo monumento iscriverò il nome di qualche candidato; mentre la 4751 dello stesso dice: ITA VALEAS SCRIPTOR HOC MONVMENTVM PRÆTERI. Ben t'avvenga se non scarabocchi questo monumento. E dianzi presso Narni fu trovata questa: ITA CANDIDATVS QVOD PETIT FIAT TVVS ET ITA PERENNES SCRIPTOR OPVS HOC PRÆTERI HOC SI IMPETRO AT FELIX VIVAS BENE VALE. Il tuo candidato divenga ciò che desidera, e tu abbi lunga vita; ma non scrivere su questo monumento. Se mel concedi, t'auguro salute e bene. Vedi Athenæum français, agosto 1855.
Pompej era città osca, e però gli annunzj e le indicazioni faceansi spesso in quella lingua. Ciò ch'è più notevole, essendo graffite le epigrafi da persone incolte, vi abbondano scorrezioni: così nel programma di un grammatico, Saturninus cum discentes rogat; versi di Virgilio, di Properzio, d'Ovidio (nessuno d'Orazio) son riferiti con errori e varianti. E quegli sbagli molte volte servono di riprova a quanto altrove assumemmo, cioè alla coesistenza d'un parlar vulgare, e alla sua somiglianza col moderno italiano. Cosmus nequitiæ est magnissimæ, esclama uno; un altro: O felice me; un terzo: Itidem quod tu factitas cotidie...
Dopo altri, più compiutamente ne trattarono Garrucci, Inscriptions gravées au trait sur les murs de Pompej; Fiorelli, Monumenta epigraphica pompejana ad fidem archetyporum expressa. Napoli 1854, edizione di soli cento esemplari a spese di Alberto Detken. E meglio Inscriptiones parietariæ pompejanæ, herculanenses, stabianæ etc. edidit C. Zangemeister, Berlino 1871, nel Corpus inscriptionum latinarum.
[399]. Roma in montibus posita et convallibus, cœnaculis sublata et suspensa, non optimis viis, angustissimis semitis. Cicerone, in Rullum, 33.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Il testo greco è stato trascritto tal quale, senza alcuna correzione.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.