CAPITOLO LIX. Odoacre. Teodorico goto. Ultimo fiore delle lettere latine con Cassiodoro e Boezio.

Fin qui parlando dell'Italia parlavamo del mondo intero civile, di cui essa era il capo: ora il cessare dell'impero d'Occidente lascia Costantinopoli alla testa dell'antica civiltà romana. L'impero non avea cangiato d'essenza, e conservava le leggi, la gerarchia, lo spirito, il nome; solo perdeva sempre maggior numero di provincie, concentrava a Costantinopoli l'amministrazione dell'altre. L'Italia però non solo cessava d'esser capo degli altri paesi, giacchè, a tacere i più remoti, di là dell'Alpi Marittime dominavano i Visigoti nella Gallia meridionale e fin nella Spagna; di là dalle Cozie e nella Savoja s'erano assisi i Borgognoni; i Franchi nella restante Gallia; gli Alemanni nella bassa Germania: ma perdeva anche l'indipendenza, e come campo indifeso, i Barbari, vogliosi di bottino, d'imprese, di patria più fortunata, venivano a correrla, spogliarla, conquistarla, lasciandola poi per altre prede, sinchè alcuni vi fermarono stanza.

Tutta Germania, cioè dall'Adriatico al Baltico e dalle foci del Reno a quelle del Danubio, era in movimento: per vendetta o per amor di conquista, di guadagno, d'imprese, i capibanda menavano di qua di là i loro fedeli, senz'altro sentimento che della propria forza, abbattendo le istituzioni ammirate, non provvedendo a sostituirne: i vanti della maestà romana, le finezze dell'amministrazione soccombevano: solo coloni e schiavi proseguivano in egual modo le fatiche, poco badando per qual padrone sudassero; e i sacerdoti, pregando, istruendo, mitigando, mostravano il flagello di Dio nella caduta del passato, e procuravano ammansare i nuovi oppressori.

Uno di questi apostoli della carità abitava presso Vienna sul Danubio, venerato per santità dai paesani, visitato da personaggi; e la cortesia de' suoi modi e la purezza del parlare latino il facevano supporre di buona nascita, quantunque e' lo celasse. Lo chiamavano Severino, e pareva che Dio ve l'avesse collocato a edificazione degli invasori che per di là irrompevano sull'Italia; molti ne convertì, altri ammansò; schermì i fedeli, consolò i desolati. Quando Odoacre menava bande ragunaticcie a difesa degl'imbelli successori di Costantino, passando da quelle parti volle vedere quel pio, e modestamente in arnese entrò nella cella di lui, così bassa, che dovette star chino. L'anacoreta, ragionatogli d'iddio e dell'anima, — Tu passi in Italia (soggiunse) vestito di povere lane; ma poco andrà che sarai arbitro delle più elevate fortune[2].

Questa leggenda sul limitare de' nuovi tempi sia un preludio delle molte che v'incontreremo; potendo lo scettico deridere e il critico repudiare, ma non lo storico tacere fatti, che dai contemporanei furono creduti, e di cui sentiremo l'efficacia, il più delle volte benefica. Chi conosce la potenza delle anime dolci e meditabonde sopra i caratteri vigorosi, esiterà a credere che le parole del pio romito di Vienna abbiano mitigato il feroce Odoacre, e risparmiato qualche dolore ai nostri padri?

Col suo valore e con quest'augurio venne Odoacre a procacciar sua ventura in Italia; e senz'altro che voltare contro degl'imperatori le armi da questi assoldate, dissipò quella scena dove si riproduceano le immagini e le denominazioni antiche, combinate coi dolori presenti e colla fantasia di nuovi. Perocchè già era un pezzo che l'Impero veniva preseduto da Barbari; anche soppresso il titolo supremo, non tralasciò di raccogliersi il senato, rappresentanza civile sotto a quella militare; si nominavano i consoli; nessun magistrato regio o municipale fu spostato; il prefetto del pretorio continuò co' suoi dipendenti ad amministrare l'Italia e riscuoterne i tributi: Odoacre potea dirsi uno de' tanti, che stranieri occuparono il trono di Roma: se non che nè imperatore intitolossi, nè forse re[3]: non pretese primazia sugli altri regni; anzi lasciava qui proclamare le leggi emanate dall'imperatore d'Oriente, dal quale invocò invano il titolo di patrizio d'Italia.

Rimase dunque come un esercito in mezzo a un popolo civile; come uno di que' governi militari, di cui neppure a tempi più civili mancò la ruina. Colla labarda propria e de' venderecci compagni schermì Italia da nuovi invasori: per assodare la propria autorità e punire gli assassini di Giulio Nepote, sottomise la Dalmazia: per mantenere libera comunicazione fra l'Italia e l'Illiria osteggiò i Rugi, piantati sul Danubio ove ora dicesi Austria e Moravia; e abbandonando quelle terre a chi le volesse, menò prigioniero in Italia Feleteo, ultimo re loro, e molta gente. Ad Eurico, re de' Visigoti, confermò la porzione di Gallia che aveva occupata sotto Giulio Nepote, aggiungendovi l'Alvernia e la Provenza meridionale; e strinse alleanza con lui e con Unnerico re de' Vandali, da cui ottenne la Sicilia mediante annuo tributo. Tuttochè ariano, rispettò i vescovi e sacerdoti cattolici, vietò al clero di vendere i beni, acciocchè la divozione dei fedeli non fosse messa a nuovo contributo per riprovvedernelo. Ma era un conquistatore; e guai ai vinti! Già prima, scarsissima cura adoperavasi ai campi, sì per la sterminata ampiezza dei possessi, sì perchè le largizioni imperiali mettevano sui mercati il grano ad un prezzo, col quale non poteva concorrere l'industria privata: e al modo che usa ancora nella campagna di Roma, su gl'immensi poderi lasciati sodi educavansi branchi di pecore, a guardia di pochi schiavi. Gl'invasori, rubando questi e quelle, lasciavano deserto e fame; nelle regioni più fiorenti a pena si scontravano uomini[4]; la plebe, avvezza a vivere coi donativi del pubblico o dei patroni, periti questi, dismessi quelli, basiva in lunga inedia o migrava.

Odoacre spartì un terzo dei terreni a' suoi seguaci; ma non che ripopolassero il paese e coltivassero le sodaglie, come alcuno sognò, avranno da prepotenti snidato i nostri. Nè gl'italiani potevano quetarsi al nuovo stato, come si fa ad una stabile miseria: giacchè, mancando ogni accordo nazionale, e reggendosi unicamente sulla forza, poteano prevedere che poco durerebbe quel dominio, e che a nuovi Barbari frutterebbero i terreni che si disselvatichissero.

E così fu. Perocchè i Greci non si rassegnavano a perdere quest'Italia, culla dell'impero; e mentre aveano fatto sì poco per conservarla, adesso la sommoveano con brighe secrete o aperte guerre, che le toglievano pace senza darle libertà. L'Impero col restringersi era cresciuto di forza, e in Oriente non si trovava esposto all'arbitrio soldatesco come già l'occidentale: non turbato da memorie repubblicane, o da ambizioni di famiglie antiche, o dall'opposizione d'un clero robusto, nè d'un senato memore d'antica potenza, nè da ordinamenti municipali; ma costituito in regolare dominio, e con una metropoli ben munita e stupendamente collocata, poteva godere quella quiete del despotismo, ch'è il ristoro, sebbene infelicissimo, delle nazioni corrotte.

Ma di rimpatto lo agitavano dentro, sia intrighi di palazzo, sia il farnetico delle dispute religiose, nelle quali parteggiavano gli stessi imperatori or favorendo, or anche inventando eresie, e per esse trascurando gli affari. Il popolo di Costantinopoli, tra garriti teologici, tra le chiassose gare pei combattenti del circo, tra le frivolezze d'un lusso spendiosissimo, abbandonava ogni esercizio d'armi, sicchè bisognava affidar la difesa a capitani barbari, i quali, profittando della disciplina, ultimo merito che perdessero gli eserciti romani, prevalevano agli altri Barbari osteggianti l'Impero.

Tra quei capitani, serviva all'imperatore Zenone l'ostrogoto Teodorico, discendente in decimo grado da Augis, uno degli Ansi o semidei de' Goti. Questa nazione, recuperata l'indipendenza al cadere di Attila, e piantatasi nella Pannonia, promise pace all'Impero, purchè le tributasse trecento libbre d'oro. Siccome statico fu dato Teodorico, giovane figlio del re Teodemiro, il quale crebbe in Costantinopoli alternando gli esercizj di corpo proprj della sua gente colla conversazione colta de' Greci, e in quel centro del mondo civile affinò lo spirito nelle arti del governare e negli scaltrimenti della politica. Succeduto al padre (475), gli fu dall'imperatore assegnata la Dacia Ripense e la Mesia inferiore, acciocchè vi collocasse i suoi Ostrogoti in posto da potere più facilmente accorrere in ajuto dell'Impero. Di fatto Teodorico li menò contro i nemici interni ed esterni dell'imperatore, il quale gli prodigò i gradi di patrizio e di console, statua equestre, nome di figlio, capitananza de' soldati palatini, migliaja di libbre d'oro e d'argento, e gli promise una moglie di puro sangue e di laute ricchezze.

Sintomi di paura più che d'affetto; e come avviene di cotesti liberatori militari, Teodorico divenne minaccioso all'Impero che difendeva, e l'obbligò a vergognose concessioni. Ma più alto levava egli le mire; e volendo terger la taccia appostagli dai compatrioti, di piacersi soverchiamente negli ozj cortigiani, si presentò a Zenone (486), e — L'Italia e Roma, retaggio vostro, giaciono preda del barbaro Odoacre. Consentite ch'io vada a snidarnelo. O cadremo nell'impresa, e voi resterete sollevato dal nostro peso; o ci riuscirà, e mi lascerete governar quella parte che avrò al vostro imperio recuperata».

Qual partito meglio di questo potea piacere a Zenone? All'annunzio d'un'impresa diretta da tal capitano, accorsero in folla gli Ostrogoti, che nel colmo della vernata, con bestiami, salmerie, mulini da macinare, con donne, vecchi, fanciulli, impaccio per la guerra, eppur necessarj a chi cercava non una conquista ma una patria[5], per settecento miglia si volsero all'alpi Giulie, pretessendo alla loro invasione il nome romano. Quanti avanzi di altre orde scontravano per via, gli arrolavano seco, come una valanga che rotolando ingrossa; e tal turba formavano, che nell'Epiro in una sola azione perdettero duemila carri.

Odoacre tentò sviare quella piena sollecitando contr'essa Bulgari, Gepidi, Sarmati, accampati fra i deserti della già popolosa Dacia; indi alle ultime spiagge dell'Adriatico la affrontò: ma benchè prevalesse di numero, e comandasse a molti re (490), fu battuto sull'Isonzo presso le rovine d'Aquileja. Allora dall'Alpi accorsero i Borgognoni, non per alleanza o nimistà, ma per rubare, e assediarono Teodorico in Pavia: egli chiamò di Gallia i Visigoti, e liberato per opera loro, scese a giornata risolutiva con Odoacre nel piano di Verona. L'eroe ostrogoto si era fatto dalla madre e dalla sorella ornare con ricche vesti, di lor mano tessute: mescolata la battaglia, già i Goti disordinavansi in fuga, quando essa madre, affrontandoli e rimbrottandone la viltà, li spinse alla riscossa e alla vittoria. Odoacre cercò un ultimo scampo in Ravenna, inespugnabile pel mare e per le fortificazioni, e donde, col favore del popolo o de' malcontenti, sbucò più volte a mettere a nuovo repentaglio la fortuna del vincitore, che alfine accampato nella Pineta, strinse Ravenna d'assedio. Durati per tre anni tutti gli orrori della fame, Odoacre, per interposto del vescovo, patteggiò, salva la vita e diviso il comando: ma poscia alquanti mesi, Teodorico mentì la parola (493), e a mensa ospitale l'uccise, fe scannare i mercenarj che avevano abbattuto il trono d'Augustolo, e, al solito, accusò il tradito di tradimento.

Alla fortuna di lui si sottomise Italia dall'Alpi allo Stretto; vandali ambasciatori gli rassegnarono la Sicilia; popolo e senato l'accolsero qual liberatore — consueta lusinga degli Italiani.

L'ambigua convenzione coll'imperatore lasciava dubbio se Teodorico avesse a tenere il bel paese come vassallo o come alleato. Mandò a richiedere le gioje della corona che Odoacre avea spedite a Costantinopoli; e Anastasio, nuovo imperatore, concedendole, parve investirlo del regno. Ma se l'ambizione imperiale lo poteva considerare come luogotenente, egli sentivasi padrone, e da padrone reggeva l'Italia. Però sulle prime volle tenersi amici gl'imperatori onorandoli di epigrafi, lasciando l'impronta loro sulle monete, e scriveva a questi: — Nello Stato vostro appresi come governare i Romani con giustizia; non durino separati i due imperi; una volta uniti, eguale volontà, egual pensiero li governi»[6]. Ma Anastasio s'accorse che erano mostre, e che l'Italia era perduta per l'Impero: laonde a osteggiare Teodorico spedì nella Dacia il prode Sabiniano con diecimila Romani e molti Bulgari; e poichè li vide sbaragliati in riva al Margo, indispettito mandò ducento navi e ottomila uomini che saccheggiarono le coste di Puglia e di Calabria; e rovinato Taranto e il commercio, superbi di indecorosa vittoria, recarono piratesche spoglie al despoto di Bisanzio. Teodorico con mille legni sottili tolse agl'imperatori la voglia di più molestarlo; eppure non negò loro il titolo di padre e fin di sovrano[7], consentiva ad Anastasio la preminenza che egli stesso esigeva dagli altri re, e di concerto con esso eleggeva il console per l'Occidente, come costumavasi durante l'Impero.

I Rugi, gente fierissima, ai quali avea dato a custodire Pavia mentr'egli osteggiava Odoacre, furono ammansati dal santo vescovo Epifanio: ma poi Federico lor re si avversò a Teodorico, e ne restò disfatto e morto. Duranti quelle guerre stesse i Borgognoni aveano devastato ancora la Liguria (sotto il qual nome van pure il Piemonte, il Monferrato, il Milanese), moltissimi abitanti menandone prigioni di là dall'Alpi, lasciando le campagne spopolate.

Teodorico in prospere guerre estese il dominio anche sulla Rezia, il Norico, la Dalmazia, la Pannonia; ebbe tributarj i Bavari, in protezione gli Alemanni; domò i Gepidi, piantatisi fra le ruine del Sirmio; dispose in opportune colonie Svevi, Eruli ed altri che chiesero di vivere sotto le sue leggi; e come tutore del nipote regolando i Visigoti di Spagna, ebbe riunite, dopo separazione lunghissima, le due frazioni dei Goti, che così dai monti Macedoni fin a Gibilterra, dalla Sicilia fin al Danubio occupavano i migliori paesi dell'antico impero occidentale.

I principi circostanti avevano tremato pei recenti lor regni; ma quando videro Teodorico frenare la propria ambizione, e nella vigoria della giovinezza riporre la spada vincitrice, tolsero a guardarlo con fiduciale rispetto, e cercarne l'amicizia e la parentela; e ad insinuazione di lui presero qualche modo di pacifico e civile ordinamento. Egli mandò donativi ai re Franchi; da altri ricevette cavalli ed armi: un principe scandinavo spodestato a lui rifuggiva, e fin gli estremi Estonj gli tributavano l'ambra del Baltico.

Quanto all'Italia, Teodorico cominciò il regno come gli altri Barbari, col dividere a' suoi un terzo dei terreni conquistati, sopra i quali si stanziarono con titoli d'ospiti e con fatti da padroni. Aveva decretato la cittadinanza romana, vale a dire la piena libertà a quelli che l'avevano favorito nella conquista; mentre ai fedeli ad Odoacre tolse di poter testare nè disporre dei loro beni. Epifanio, vescovo di Pavia, si condusse intercessore per questi a Ravenna, con Lorenzo, vescovo di Milano; e Teodorico gli esaudì, solo alcuni capi eccettuando; poi disse ad Epifanio: — Vedete in che desolazione giace l'Italia, spopolata dai Borgognoni. Io voglio riscattarli; nè trovo vescovo più atto a ciò. Andate, ed avrete il denaro occorrente».

Epifanio dunque, con Vittore vescovo di Torino, fu a Lione, e da Gundebaldo re ottenne il rilascio de' prigionieri, pagando riscatto sol per quelli presi colle armi. Al fausto annunzio della liberazione, per tutta Gallia si commossero i tanti soffrenti; quattrocento in un giorno partirono da Lione; seimila furono restituiti senza riscatto; Godegisilo, re di Ginevra, concesse altrettanto ad Ennodio; la carità de' Galli sovveniva alla povertà italiana; e il papa ebbe a ringraziare i vescovi di Lione e d'Arles pe' sussidj da loro mandati in Italia: Epifanio ripassò le Alpi nel più bello e più inusato trionfo, non conducendo schiavi, come soleano i re, ma gente da lui redenta; e accolto dappertutto fra benedizioni, coronò l'opera coll'impetrare che Teodorico ripristinasse i tornati nei beni perduti[8]. A quest'uopo traversava il Po, allora impaludato in estesissimo letto, e obbligato a giacersi la notte fra quelle pestifere esalazioni, fu preso da gravissima malattia; oppresso dalla quale si presentò a Teodorico, e ottenuta la grazia, volle rivedere il suo gregge, fra il quale appena giunto, morì.

Ma gl'italiani come stavano sotto Teodorico? Il popolo risponde, Pessimamente, e nel nome di Goto compendia ogni barbarie, ogni ignoranza, ogni avvilimento della vita e del pensiero. I dotti vollero figurarlo principe desiderabile anche all'età nostra, e il regno suo un de' più giocondi o dei meno dolorosi all'Italia. Opinioni entrambe eccessive. I meriti di Teodorico sono esaltati nel panegirico che Ennodio recitò in presenza di lui per ringraziarlo o mansuefarlo; e nelle lettere di Cassiodoro, che, a nome di esso, con barbara eleganza stese decreti pomposi, magnificando il principe, e il bello ubbidirgli, e il fiore ch'e' recava ai sudditi, e la grata benevolenza di questi. Fonti sospette.

Merito suo certo è l'avere procurato alla penisola trentatre anni di pace, gran ristoro anche sotto tristo reggimento: ma non sa di storia chi si figura che i Goti od altri Barbari accettassero come pari la gente italiana. Lingua, consuetudini, credenze, li teneano distinti: il Goto, tutt'armi, insultava le oziose scuole letterarie; di rimpatto l'imbelle Romano, nel misero orgoglio del tempo passato, intitolava barbaro il suo padrone: e sebbene questi adottasse alcun uso del vinto e professasse desiderio di fondersi insieme[9], al fatto repugnava l'indole di quei governi. Che se la storia degnasse guardare ai vinti, registrato avrebbe le sanguinose proteste che fecero a volta a volta contro i conquistatori[10]. I tributi furono conservati quali sotto i Romani, cioè enormi, ed occasione d'abuso ai magistrati: v'erano soggetti al pari i terreni de' Romani e de' Goti, neppure eccettuati quelli del re. L'amministrazione municipale restò ai natii, ma il re nominava i decurioni; magistrati paesani che giudicavano dei loro concittadini, curavano la polizia, compartivano e riscotevano le imposizioni, dal prefetto del pretorio assegnate a ciascuna comunità[11]. Sette consolari, tre correttori, cinque presidi reggevano le quindici regioni d'Italia, colle forme della romana giurisdizione: un duca fu posto alle provincie di confine, ch'erano state munite contro nuovi attacchi.

I Romani in materie civili appellavansi al vicario di Roma, e al prefetto della città nelle otto provincie della bassa Italia, dai quali davasi ancora appello al prefetto del pretorio, e da ultimo al re in persona: viluppo di brighe e di spese.

Conserviamo una serie di brevetti di nomina (formulæ), ove a ciascun eletto si spiegano gli uffizj suoi, esortandolo a ben adempirli; ma la luce che ne potremmo derivare è adombrata dai fiori retorici di Cassiodoro che li stese: bastano però ad attestare che brevi duravano gl'impieghi, e dagli alti si passava agli inferiori, con iscapito della buona amministrazione.

Unico legislatore sembra il re, senza le assemblee nazionali, comuni fra i Germanici. Un consiglio di Stato sedente a Ravenna discuteva gli atti di suprema autorità, che poi erano comunicati al senato di Roma. Questo corpo degenere poteva invanirsi allorchè il re gli mandava i suoi decreti, compilati in forma di senatoconsulti, e gli scriveva: — Auguriamo che il genio della libertà riguardi, o padri coscritti, la vostra assemblea con occhio benevolo»; ma in effetto non gli rimaneva che a far complimenti e a dire di sì.

Ma dove i precedenti conquistatori aveano portato solo ira e distruzione, poi n'erano fuggiti, quasi spaventati dal fantasma dell'Impero che avevano assassinato, Teodorico vide poter assumere uffizio più glorioso e piacente, e farsi considerar successore degli Augusti, conservando gli ordini antichi, e cercando introdurli fra la sua gente. A tal uopo non potea che valersi di nostrali, ed ebbe il senno e la fortuna di sceglier bene, e il merito di non temer gl'ingegni superiori. A Laberio conferì la prefettura del pretorio, malgrado la fedeltà mostrata verso Odoacre; tenne amico Simmaco, grande erudito pel suo tempo; Cassiodoro e Boezio, ultimi scrittori romani, posti in grandissimo stato, contribuirono non poco a mascherare il regno di un Barbaro agli occhi dei contemporanei e dei posteri.

Costoro opera fu l'Editto che Teodorico pubblicò, per rimediare alle moltissime querele arrivategli contro coloro che nelle provincie conculcavano le leggi. Fondasi esso sulla ragione romana, sottoponendo a questa anche i suoi Goti, nell'intento di dilatare fra loro la civiltà latina, di cui conosceva il pregio, senza però ridurli a dividere con altri il privilegio dell'armi e quei che ne erano conseguenti: che se le nuove disposizioni obbligavano tutti, sussisteva però il diritto di ciascuna nazione, i Goti col gotico, col romano i Romani regolandosi, eccetto i casi distintamente indicati. In fatto quelle leggi versano quasi solo su ragione criminale, negligendo la civile: lo che non potrebbe ragionevolmente imputarsi a trascuranza in governo ordinato com'era quello di Teodorico, ma sì all'aver egli imposto norme a ciò che direttamente concerneva lo Stato, senza intromettersi del diritto privato de' due popoli[12]. Nel poco che riguardano il civile sono dedotte principalmente dalle Sentenze di Paolo, manuale pratico di quei tempi: se non che il compilatore parlando in voce propria, trasforma e sfigura i passi, e nell'arbitraria distribuzione li distrae dal vero significato. Ai cencinquantaquattro paragrafi, dodici ne soggiunse poi Atalarico, criminali e di procedura. Notevole cosa, che la peggiore raccolta di leggi romane sotto i Barbari siasi fatta in Italia.

Traverso all'ambizioso moralizzare del legislatore e alle declamazioni di Cassiodoro trapela come il rispetto alle leggi romane fosse o una maschera del conquistatore, o patriotica illusione del compilatore: del resto si riducono a istantanee provvigioni, indicanti il buon volere del re, non attitudine o potenza di farle eseguire, non concetti generali, non larghi intenti. Comanda giustizia pronta non precipitosa, senza badare a grado o nascita de' contendenti; esecra i rapportatori e le migliaja di curiosi[13], de' quali valevansi gl'imperatori piuttosto a turbar la pace privata codiando gli andamenti, che a tutelare la pubblica sicurezza; desidera il popolo agiato, nutrito nelle carestie. Diresti il regno della felicità: ma la storia ci fa vedere come a spie desse fede Teodorico, sino a danno de' suoi più cari; trovasse ragione di crescere i tributi la migliorata agricoltura, punendo così l'industria[14]; i deboli fossero costretti invocare contro dei prepotenti il braccio militare de' Sajoni; l'avarizia dei magistrati e il favore corrompessero la giustizia; considerati come delitti frequenti, e perciò minacciati con nuove pene, l'invasione violenta, l'omicidio, l'adulterio, la poligamia, il concubinato, la frode di rescritti surrettizj, le donazioni estorte con minaccie, il perpetuarsi delle liti per sempre nuove appellazioni[15]. Un anonimo contemporaneo asserisce che poteansi lasciar dischiuse le porte, e denaro ne' campi: ma le lettere stesse di Cassiodoro rivelano e violenze e furti non radi; — buon avvertimento a riscontrare le lodi dei principi coi fatti.

Trai delitti, la fellonia è punita di morte e confisca; il caporibelli e il calunniatore, bruciati vivi; morte a maghi, a Pagani, a violatori delle tombe, a rapitori di donna o fanciulla libera, al falsificatore di carte o di pesi, al giudice venale, all'involatore di bestie; bandito chi abusa dell'autorità o depone il falso; l'accusatore si esponga a sostener la pena che sarebbe tocca al reo, se questo si scolpi. Ma ai Goti non era consueto il guidrigildo, cioè lo scontar i delitti a denaro, e l'omicidio punivasi con pene corporali al modo romano: il che dovea fare men dura la sorte dei vinti, perchè meno sproporzionata.

Salvo queste disposizioni comuni, i Goti conservavansi superiori e distinti dai Romani, sottoposti a un grafione o conte che, al modo germanico, in guerra li capitanava, in pace decideva dei loro litigi; associandosi un giurisperito romano qualora con un Romano si discutesse[16].

Durava dunque l'organamento antico, ma vi sovrastava un governo militare, siccome ne' paesi che ora si pongono in istato d'assedio. Soli Goti portavano le armi; e Teodorico ne congratula i Romani come d'un bel privilegio, mentre era un sospettoso disarmo dei nostri, e una consuetudine generale de' Barbari, il cui nome stesso nazionale (Germano vale uom di guerra) indicava che la pienezza dei diritti spettava solo all'armato. Nel dolce clima d'Italia moltiplicaronsi i Goti a segno, da poter fra breve mettere in piedi ducentomila guerrieri, obbligati a servigio non per soldo, ma per le terre ad essi distribuite. E la penisola perseverava su piede di guerra; e al primo bando accorrevano i Goti per far guardia al re, presidiare la frontiera o marciar contro i nemici, provvisti d'arme e vettovaglie dal prefetto al pretorio. Anche di buona marina fu munita la costa, comprando abeti da tutt'Italia e massime dalle boscose rive del Po, sgombri dalle fratte pescatorie il Mincio, l'Oglio, il Serchio, l'Arno, il Tevere, perchè ne scendessero il legname e le barche[17].

Senza credere che il nome di Goti significhi buoni[18], alcuni fatti attestano la vigorosa loro disciplina, non esigua virtù in bande armate. Allorchè Teodorico vinse i Greci al Margo, nessuno de' suoi stese un dito alle ricche spoglie dei vinti, perchè egli non diede il segno del saccheggio. Più tardi Totila, presa Napoli, non solo la campò dalle violenze che il feroce diritto della guerra consente fin alle genti civili, ma fece distribuire agli assediati il vitto in misura, che non nocesse dopo il lungo digiuno[19]. La lingua gotica era già stata scritta, se non altro per tradurre i Vangeli, ma non era coltivata; e in latino pubblicavansi le leggi e le epistole, valendosi di segretarj romani, e lasciando che i legati spiegassero la cosa nel vulgare natìo[20]. Teodorico medesimo non sapea sottoscrivere se non scorrendo colla penna negli incavi di una lastrina d'oro: eppure dilettavasi di ragionamenti istruttivi[21], fece attentamente educare le sue figliuole, e volle anche favorire le lettere e le arti. Ma qui, come nel resto, appare il contrasto fra le abitudini nazionali e il proposito d'imitazione; perocchè egli interdisse ai Goti gli studj come corruttori, mentre li promoveva fra i Romani.

Aurelio Cassiodoro, nato a Scillace di famiglia benemerita, conte delle cose private e delle sacre largizioni di Odoacre, indi segretario di Teodorico, a nome di questo e dei successori stese rescritti ed ordini, pubblicati col titolo di Variarum libri XII. Nei cinque primi raccolgonsi quelli a nome di Teodorico, seguono due di diplomi per le varie cariche civili e militari; poi tre delle epistole dei successori di Teodorico; infine due di ordinanze, da Cassiodoro emanate come prefetto al pretorio. Le durezze dello stile, la irremissibile gonfiezza, l'ostentazione d'ingegno, di retorica, di erudizione, non tolgono pregio a quell'unico monumento della storia italica d'allora. Egli parla d'un archiatro allora istituito; d'un professore di grammatica, uno di retorica, uno di legge[22], che dettavano in Campidoglio: ed Ennodio loda le scuole milanesi prosperanti sotto Teodorico, e gli eccellenti ingegni di Liguria, pei quali correa proverbio[23] qui nascere ancora i Tullj.

Severino Boezio, nato a Roma da padre che avea sostenuto primarie dignità, dai dieci ai ventott'anni studiò in Atene, ove tradusse opere di Tolomeo, Nicomaco, Euclide, Platone, Archimede, Aristotele. I suoi commenti su questo rimasero canoni nel medio evo[24], e diffusero tra noi la cognizione delle opere dello Stagirita, del cui metodo si valse egli per trattare dell'unità e trinità divina. Pari in elevatezza di pensiero a qualsivoglia filosofo, vi unisce il sentimento cristiano; e sebbene la ridondanza e l'enfasi degli ultimi Latini guastino il suo stile, sorvola in questo ad ogni contemporaneo.

Gli è inferiore Ennodio, vescovo di Pavia, che stese esortazioni scolastiche ed altre a modo delle antiche declamazioni; poi alquante lettere di materie ecclesiastiche, la vita di sant'Epifanio[25] e di sant'Antonio Lerinese, un gonfio e bujo panegirico di Teodorico, oltre alquanti epitafj ed epigrammi. Quando Boezio fu fatto console, esso gli scriveva: — Mi congratulo dell'onore a te conferito, e ne ringrazio Dio, non perchè sii sopra gli altri sollevato, ma perchè il meriti. Nè questo consolato è concesso agl'illustri natali: chi per quelli soli l'ottenesse, sarebbe indegno di succedere al grande Scipione, essendo ricompensa degli avi, non sua. Più che alla gentile tua prosapia, era dovuto alle tue doti. Qui non sangue sparso, non soggiogate provincie, non popoli ridotti in servitù e trascinati dietro al carro trionfale, sciagurato preludio in una carica volta tutta a conservazione dei popoli, non a loro distruzione. Ora che profonda pace gode Roma, divenuta anch'essa guiderdone e premio al coraggio dei nostri vincitori, di altra natura virtù si domandano ne' consoli suoi».

Così alla mente del vescovo italiano ricorrono le glorie passate; se ne consola colle nuove destinazioni, e mitiga con sentimento cristiano la fierezza dell'antica gloria.

Sui Benefizj di Cristo lasciò un poema Rustico Elpidio, medico di Teodorico. Di Cornelio Massimiano etrusco (che allora equivaleva ad italiano) restano idillj, donde raccogliamo ch'egli erasi educato agli esercizj ginnastici e all'eloquenza, e forse fu uno degli ambasciadori spediti da Teodorico ad Anastasio imperatore quand'era in pratica di farsi riconoscere re d'Italia. A Costantinopoli s'invaghì d'una fanciulla, ed essendo ben in là negli anni, ne provò le sciagure, che deplora a lungo nella sua egloga De incommodis senectutis. Fra troppi vizj, ha immagini sì graziose e passi tanto consoni agli antichi, che lungo tempo furono le sue egloghe attribuite a Cornelio Gallo, amico di Virgilio.

Egli è posto fra' dodici poeti scolastici, di cui restano specie di difficili sfide, come ventiquattro epitafj per Cicerone, dodici espressi con tre distici, altrettanti con due; variazioni sul tema del Mantua me genuit; dodici altri per Virgilio in altrettanti distici; gli argomenti de' canti dell'Eneide, ciascuno da diverso poeta, in cinque versi; dodici esametri sui giuochi di ventura (De ratione tabulæ); dodici coppie di distici sul levare del sole; dodici da quattro distici sulle quattro stagioni, secondo quel di Ovidio Verque novum flabat; dodici sopra un fiume gelato: freddure artifiziate. Questi poeti sono Asclepiadio, Asmeno, Basilio, Euforbo, Eustenio, Ilasio, Giuliano, Massimiliano, Palladio, Pompeo, Vitale, Vomano.

Aratore, probabilmente milanese e addetto al fôro, venne deputato dai Dálmati a Teodorico; fu conte dei domestici in corte d'Atalarico; infine, sciolto dalle brighe civili, stette suddiacono della chiesa di Roma. Tradusse in due libri d'esametri gli Atti degli Apostoli.

Li supera Venanzio Fortunato, trevisano di Valdobiàdene, che studiò a Ravenna grammatica ed arte poetica[26] senza curarsi di filosofia e di studj sacri. Patendo degli occhi, e risanato dall'olio della lampada che ardeva ad un altare di san Martino, per gratitudine andò a venerarne la tomba a Tours, e accolto da Sigeberto re de' Franchi, ne cantò epitalamj e lodi, poi divenne confidente e limosiniere di Radegonda di Turingia e vescovo di Poitiers. Scrisse sette vite di santi; voltò in esametri quella di san Martino fatta da Sulpizio Severo; inoltre lettere teologiche in prosa e ducenquarantanove componimenti in vario metro per chiese erette o dedicate, o a nome di Gregorio di Tours, o dirizzate a questo o ad altre persone, poetando frivolo per lo più e di color rosato, fra l'immensa serietà ed importanza di quei tempi. Agli inni suoi non mancano armonia e movimento: alla prosa fanno impaccio antitesi e cadenze rimate. Quando Radegonda ottenne da Giustino imperatore un pezzo della vera Croce, egli compose il Vexilla regis prodeunt ed una elegia disposta in forma di croce.

Con queste gratuite e inamene difficoltà cercavasi supplire all'eleganza e alla castigatezza: quindi gli anagrammi ed altre ingegnose combinazioni; quindi ancora l'uso della rima, già evidente in un epigramma di papa Damaso, e che coll'armonia delle cadenze vellicava le orecchie, dacchè s'erano divezze dal riconoscere il tempo esatto di ciascuna sillaba; onde la poesia veniva passo passo da metrica trasformandosi in ritmica.

Eccettuando Marcellino, conte dell'Illirico, che stese una cronaca da Valente al 534, sono a cercare fra il clero i pochi e difettivi storici di quest'età. Jornandes o Giordano, goto di nascita, segretario d'un re alano, poi forse vescovo di Ravenna sulla metà del secolo VI, compendiò la storia de' Goti di Cassiodoro, parziale e senza critica; da Floro estrasse una storia romana da Romolo ad Augusto. Epifanio avvocato, ad istanza di Cassiodoro, compendiò le storie ecclesiastiche di Socrate, Sozomene e Teodoreto, che, aggiuntavi la continuazione d'Eusebio fatta da Rufino, costituirono l'Historia tripartita in dodici libri, manuale per la storia ecclesiastica in Occidente.

La musica doveva esser coltivata alla reggia di Teodorico se Cassiodoro e Boezio ne scrissero: Clotario, re de' Franchi, gli chiese un musico che col suono accompagnasse il canto: a Gundebaldo mandò regalare un orologio solare e uno a acqua.

Le arti belle continuarono a decadere, ma Teodorico istituì magistrati sopra il conservare i monumenti; e a ristaurare gli edifizj pubblici destinò un architetto sperimentato, annui ducento denari d'oro, e le dogane del porto Lucrino, non ancora spopolato. Essendo in Como rubata una statua di bronzo, promise cento soldi d'oro a chi indicasse il ladro, lagnandosi che, mentr'egli cercava nuovi ornamenti alla città, venissero a perdersi gli antichi. Qui minaccia chi ruba il rame o il piombo dai pubblici edifizj; là chi svia gli acquedotti; stipendiò anche un Africano che pretendea saper scoprire le sorgenti: tanto al falso s'appone chi ai Goti attribuisce la rovina delle arti belle in Italia, cominciata assai prima, compita assai dopo. Anche emulare gli antichi cercò Teodorico con edifizj a Terracina, Spoleto, Napoli, Pavia. A Ravenna, sua residenza in tempo di guerra[27], alzò un palazzo e condusse acque, disagevole impresa fra le paludi che la separano dalla collina: un altro palazzo edificò presso il Bidente alle falde dell'Appennino: un magnifico con portici in Verona, residenza di pace, ove pure ristorò l'acquedotto a tutte sue spese, e le mura: un altro ne eresse in Pavia, e terme e anfiteatro; altrettanto presso i bagni di Abano.

Quanto sia falso il chiamare gotico l'ordine che ha per carattere il sesto acuto, appare da tali edifizj. Chi, dopo essersi, nel monotono viaggio traverso alle paludi Pontine, immalinconito al pensare che ventitre città e ville di suntuosità voluttuosa sorgevano dove ora infesta il deserto, sbocca alfine a ricrearsi nella vista del Mediterraneo, incontra in poggio Terracina, popolosa e lieta un tempo, ora squallida, malgrado le cure di Pio VI. Era essa limite fra il dominio greco e il gotico, e baluardo verso il mare: onde Teodorico ne munì il ricinto, lungo le mura alzando torri alternamente quadrate e tonde; poi a cavaliero della città pose una fortezza o piuttosto un palazzo, che tuttavia si conserva, e donde meravigliosamente spazia la veduta sul Lazio, la Campania e il mare. Ma quelle e queste non diversificano dallo stile della romana decadenza, nè v'ha ombra di architettura puntuta. In Ravenna, un muro che ora forma facciata al convento de' Francescani, e che si suppone avanzo della reggia di Teodorico, nella cattiva disposizione delle colonne alla parte superiore e nelle proporzioni dell'arco, tiene del palazzo di Diocleziano a Spalatro. Così la chiesa di Sant'Apollinare e un battistero per gli Ariani, da Teodorico fabbricatevi, arieggiano a quelli che al tempo stesso ergevansi a Roma, con ornamenti che attestano la continuante declinazione.

Amalasunta pose a suo padre un mausoleo rotondo, con una cupola, dalla quale sorgeano quattro colonne sostenenti un vaso di porfido attorniato da dodici apostoli di bronzo, entro cui riposava il re. Se la descrizione non è favolosa, altro non potrebb'essere che Santa Maria della Rotonda, la quale ad ogni modo sorse tra il fine del V e il principio del VI secolo. Nella distribuzione generale vi sono conservate le buone tradizioni antiche; piano semplice, elevazione di qualche magnificenza: meravigliosa poi la cupola, formata d'un pietrone di metri 10. 4 di diametro, m. 4. 5 dalla base al vertice, m. 1. 14 di grossezza, talchè il masso, qual fu tratto dalla cava, aveva la solidità di almeno metri cubi 495, e pesava 1287 mila chilogrammi: e se, come pare, fu scarpellato prima di trasportarlo dalle cave dell'Istria, aveva ancora il volume di 109 metri cubi e il peso di 283 mila chilogrammi; eppure fu alzato a 13 metri, prova di singolare abilità meccanica[28]. Infelicemente vi sono disposte le decorazioni, di pesante e sgraziato taglio, nè proporzionate fra sè o col tutto; riparti non ben calcolati, profili delle porte dissonanti dal resto; modiglioni irregolarmente distribuiti; piedritti che, invece d'imposta, reggono una mal eseguita cornice.

I peccati dell'architettura del suo tempo conosceva e additava Cassiodoro: altezza smodata, gracili colonne, superflui ornamenti[29], che sono sì i difetti dello stile gotico, ma non l'essenza sua. Somiglievoli forme presenta una medaglia ov'è effigiato il palazzo di Teodorico, con archi voltati sopra esili colonne, ma in tondo. Non era dunque un genere gotico, ma un deterioramento dell'antico gusto: e non ispeciale de' Goti, perocchè anche nel pittoresco ponte sul Teverone, a tre miglia di Roma, ricostruito dal greco Narsete il 565, alla solidità è sacrificata la bellezza[30]. Nè d'introdurre uno stile nuovo sarebbesi brigato Teodorico, che mostrava o affettava tanto rispetto alla civiltà latina. Condottosi a Roma, non finiva d'ammirarne i capolavori, il Campidoglio, il Foro Trajano, i teatri di Pompeo e di Marcello, il Colosseo, stupendi anche dopo i guasti del tempo e de' nemici; gli acquedotti, la via Appia, di cui nove secoli non aveano ancora sconnesso i lastroni; e l'Acqua Claudia che per trentotto miglia veniva dalle montagne sabine fin alla sommità dell'Aventino. Non era perduto il senso del bello e del grande quando Cassiodoro descriveva con tanto esaltamento il fuoco de' cavalli del Quirinale, la vacca di Mirone, gli elefanti di bronzo della via Sacra.

Teodorico vi fu accolto con uno splendore che rammentava alla fantasia di un patrioto i trionfi degli Augusti, a quella di un pio le magnificenze della vera Gerusalemme. Nella sala della Palma d'oro potè ammirare la nobiltà, il decoro, l'ordine della Curia romana, distinta a seconda della dignità[31]: e sfoggiò egli stesso d'eloquenza, ottenendo applausi. Il grano della Puglia, della Calabria, della Sicilia vi si distribuiva ancora al popolo decimato, che poteva nel circo veder le belve combattenti, o parteggiare pei Verdi e i Turchini, e insuperbire allorchè il goto conquistatore ammirava le magnificenze e le portentose comodità, le statue rapite ai vinti e salvate dai vincitori. A quel popolo Teodorico assegnò ventimila moggia di grano ogn'anno, ponendone memoria in bronzo; ristabilì le strade romane che solcavano l'Italia; diede venticinquemila tegoli ogn'anno per riparare i portici di Roma; ordinò che i marmi dispersi fossero riuniti ai palagi da cui erano svelti.

Per riparare all'incolto spopolamento vi invitò i Romani rifuggiti nel Norico, redense prigionieri, trapiantò schiavi. Decio sanò le paludi Pontine; Spes e Domizio quelle di Spoleto[32]: e l'Italia potè avere sì buon mercato di sue derrate[33], da mandarne sin fuori. Ennodio chiama la Liguria genitrice di messe umana, avvezza a numerosa progenie d'agricoltori[34]: intorno a Verona raccoglievasi il vino per la regia mensa, e Cassiodoro non rifina di lodar questo liquore, a cui nulla d'eguale può vantar la Grecia, sebbene medichi i suoi vini con odori e marine misture[35]. Metalli e marmi cavavansi per conto del re, e una miniera d'oro fu aperta nelle Calabrie[36].

Teodorico, tutto che ariano, rispettò la credenza cattolica; sua madre la professava, e molti illustri personaggi vi si convertirono senza scapitare nella grazia di lui; mentre un suo segretario avendo creduto ingrazianirsegli col farsi ariano, fu da lui mandato a morte, dicendo: — Non potrà esser fedele a me chi fu infedele al suo Dio». Al papa e ai vescovi mostrò rispetto e confidenza, valendosene nelle legazioni ai re od all'imperatore: accoglieva le querele dei sacerdoti contro i suoi ministri, e per loro mezzo soccorreva ai calamitosi: contribuì millequaranta libbre d'argento per rivestire la volta di San Pietro, cui regalò pure due candelabri di settanta libbre d'argento: una patena simile di sessanta diede a Cesario vescovo d'Arles, e trecento monete d'oro. Disputandosi il papato Simmaco e Lorenzo, dopo due anni di guerra civile fu rimessa a Teodorico la decisione; ond'egli radunò un concilio. E avendogli il vescovo di Milano rimostrato che tal convocazione non era di sua spettanza, egli asserì averne lettera del papa: e perchè quegli ne dubitava, non esitò a porgliela sott'occhio[37]. Vero è che tenne sempre occhio e mano alle elezioni, dubitando che i papi non favorissero a suo scapito gl'imperatori; e pretendeva esercitare giurisdizione anche sopra gli ecclesiastici, benchè la pena da infliggersi rimettesse al vescovo.

In tale o moderazione o indifferenza non perseverò sino alla fine. Avendo l'imperatore Giustino tolto chiese, cariche e libertà di culto agli Ariani nell'Impero orientale, Teodorico gli spedì papa Giovanni (523) e vescovi e senatori, minacciando pari intolleranza in Occidente. Il papa non potè o non volle distogliere Giustino; onde al ritorno fu messo in carcere e vi morì. Allora sgorgarono gli odj, immortali ne' natii contro lo straniero, e la paura invasò Teodorico; la paura punitrice degli oppressori; la paura che consigliò tre quarti dei regj delitti. Proibì dunque, pena la testa, agl'italiani ogni altr'arma che il coltello per usi domestici; e popolo e re si credettero a vicenda insidiati[38].

Dicemmo come Boezio avesse meritato la confidenza di Teodorico, che il nominò console, patrizio, da ultimo maestro degli uffizj; e i due figliuoli, in tenera età, ne elevò al consolato fra l'esultanza del popolo e le largizioni del padre. Non ligio al principe che lo innalzava, Boezio avea saputo frenarne talvolta gl'impeti e mitigarne il rigore; impedir le rapine dei magistrati, e lenire la condizione degli obbedienti[39]. Non dimentico però di sua nazione, mal soffriva di vederla a giogo straniero, e più quando, aggravato dai sospetti, Albino senatore fu accusato di sperare la libertà romana; e Boezio dichiarò: — Se questo è delitto, io e tutto il senato ne siamo in colpa».

Teodorico, che vedeva colla sicurezza del suo dominio mal combinarsi la conservazione del senato, involse nell'accusa anche il proprio ministro; si citò una lettera sottoscritta da lui e da Albino, che invitava l'imperatore a redimere l'Italia; e in conseguenza Boezio fu chiuso in una torre a Pavia, e il senato firmò il decreto di confisca e di morte. Boezio esclamò: — Possa in quel senato non trovarsi più alcuno reo del mio stesso delitto»; e aspettando l'ora del supplizio, scrisse Della consolazione della filosofia, dialogo in una prosa talvolta aspra e barbara, mista di poesie molto migliori, facili, ricche di gentili immagini, governate da una mesta armonia[40] e con nuove intrecciature di metri, mostrando piena cognizione de' migliori antichi, e la musa di Tibullo e la grandiloquenza di Tullio traendo ad esprimere concetti cristiani. La Filosofia, apparendogli, il consola col mostrargli che Dio governa il mondo a disegni di eterna sapienza, inesplorabili al debole mortale; mal dunque lamentarsi dell'incostanza della fortuna, le cui mani altro non possono distribuire che beni futili e perituri; anzi non potersi drittamente chiamar mali quei che da Dio derivano, e la virtù sola rendere felice. Chiude con varie quistioni sul caso e sulla Provvidenza, e sul modo di conciliar questa coll'esistenza del male; eclettico anzi che cattolico in questa scabrosissima tra le quistioni. Ivi dice alla Filosofia: — Se tu mi domandassi di qual misfatto io sia accusato, dicono volli fosse salvo il senato; se cerchi in qual modo, m'imputano d'aver distolto un delatore dal rivelare al re la congiura ordita contro la sua persona per ricuperare la libertà. Che far dunque, maestra mia? che mi consigli? Negherò la colpa? oh come, se veramente io desiderai sempre che il senato fosse salvo, nè mai cesserò dal desiderarlo? Confessar dunque che è vero, e negare d'aver rattenuto la spia? ma chiamerò mai scelleranza l'aver desiderato la salute di quell'ordine? Il quale, pei partiti che prese contro di me, ben meritava che in altra stima io l'avessi: ma l'impudenza di chi mentisce a se stesso non torrà mai che sia lodevole e buono ciò che è tale per sua natura; ed io non reputo lecito nè nascondere la verità negando ciò che è, nè mentire confessando ciò che non è. Delle lettere che dicono aver io scritte per isperanza di tornare in libertà Roma, non farò parola; giacchè la falsità ne sarebbe chiara quando m'avessero, come si dee, conceduto di stare al confronto co' miei accusatori. Perciocchè, qual libertà lice oggimai sperare? E volesse Dio che alcuna sperar se ne potesse! Avrei risposto come Cannio a Caligola, quando questi lo imputava come consapevole d'una congiura: Se l'avessi saputa io, non l'avresti saputa tu».

In fine, strettogli da una fune il capo sin quasi a schizzarne gli occhi, Boezio fu finito a colpi di bastone (524). I suoi coevi lo compiansero come martire e santo: la posterità non gli negherà la compassione che merita la vittima di timida oppressione e di secreto processo. Perchè l'illustre Simmaco, suo suocero, osò compiangerlo, si temette volesse vendicarlo; onde cadde nuova vittima (525) per calmare i sospetti di Teodorico.

Ma non i rimorsi. Nella testa di un pesce imbanditogli, il re credette ravvisare la minacciosa faccia di Simmaco, e preso da ribrezzo, dopo tre giorni spirò (526) nel palazzo di Ravenna; e la vendetta degli oppressi il perseguitò oltre la tomba, dicendo essersi veduti i demonj strascinarlo pel vulcano di Lipari all'inferno. Eppure la posterità deve contarlo per uno dei migliori re barbari; storia e poesia lo immortalarono; e s'egli avesse sortito successori degni, poteva di due secoli avere anticipata la rinnovazione dell'Impero e della civiltà.