CAPITOLO LXIX. L'impero romano-cristiano. Carlo Magno.
I Germani che distrussero l'antico Impero, portavano seco l'idea d'una monarchia, d'origine guerresca insieme e religiosa: guerresca in quanto i camerata si stringevano attorno al più prode; religiosa in quanto il re veniva scelto entro una discendenza di Dei o Semidei; libera per quello, ereditaria per questo. Giungendo in sull'Impero, vi trovarono un monarca che regnava come rappresentante del popolo, e una religione che imponeva d'obbedirgli come a rappresentante della divinità, non pel sangue nè pei meriti personali. Abbattuto che l'ebbero, quella grandezza girava pur sempre nella loro fantasia, e tentavano emularne le pompose insegne, la concatenata amministrazione, le sistemate finanze, la vasta unità; sicchè ne' tentativi di ordinamento de' popoli invasori continuo s'affaccia il contrasto fra la nativa semplicità e le rimembranze romane. E quantunque il loro dominio posasse su differente base, cioè sulla eroica origine, pure quei re venivano adottando l'idea romana di darsi per rappresentanti dello Stato e immagini di Dio. I Longobardi in Italia e i Pepini in Francia sviarono dalla tradizione germanica, costituendosi non più sopra un diritto ereditario, ma unicamente sopra la forza, ossia la scelta de' compagni, disposti a sostenerli colle spade. I Longobardi soccombettero al tentativo; i Pepini con migliore accorgimento facendosi ungere dal clero, consacrarono la loro dominazione, aggiungendole il carattere religioso cristiano; compì l'opera Carlo Magno col ridestare il simbolo politico dell'Impero, e regnare per grazia di Dio.
L'ammirazione che Carlo concepì per Roma al primo vederla, faceagli sentire come, possessore di Stati così ampj, gli mancasse però una capitale, come l'aveva l'antico Impero. Il vescovo di Roma non godeva piena giurisdizione e primazia incontestata su tutti quelli d'Occidente, e non la andava dilatando anche su quelli d'Oriente? Perchè non farebbe altrettanto chi, re di Roma, coi re di Europa? Il mondo non era riunito sotto al papa nel nome di cristianità? ora un nome unico da darsi alle varie nazioni sottoposte a Carlo Magno non poteasi dedurre dai Franchi, non dai Longobardi, non da altri Barbari; e l'unico che tutti abbracciasse senza gelosia di nessuno, era quello di imperio romano. A quel tempo Irene s'era violentemente assisa sul trono d'Oriente, ella donna; e Carlo dovea star pago a un titolo che lo lasciava inferiore ad essa? Può dunque credersi che in lui germogliasse il concetto di restaurare il romano impero; per qual mezzo riusciva all'intento, a cui erano falliti i predecessori, di annestare il dominio settentrionale coll'amministrazione latina, e ripigliava l'opera dei Cesari, cioè esternamente respingere gli invasori, dentro stabilire unità di governo.
Da secoli l'Europa era corsa irrequietamente da sempre nuovi invasori; e anche adesso e i Normanni e gli Slavi e i Sassoni venivano a fatica frenati dalla spada del Magno. Importava di fissare costoro al terreno, sicchè alfine si potesse cominciare l'edifizio della nuova civiltà. A ciò serviva mirabilmente la feudalità, la quale attaccava ciascun vassallo e ciascun suddito a una porzione determinata di terra, e dal possesso di questa unicamente deduceva l'importanza d'un uomo o il vario suo grado. Ma per impedire l'anarchia bisognava che uno sovrastasse a tali feudatarj, innumerabili sovrani.
Se ogni autorità viene da Dio, nessun altro che il capo visibile della Chiesa poteva considerarsi immediatamente investito della potenza suprema; onde virtualmente rimaneva capo dell'intera umanità, congiunta nella Chiesa universale. Dicevasi però che questa potenza data dal Cielo al papa è di duplice natura, temporale e spirituale; e siccome di quest'ultima egli partecipa coi vescovi che la esercitano sotto la sua primazia, così la temporale egli affida all'imperatore da lui consacrato, che, sotto la direzione del pontefice, diviene capo visibile della cristianità negli interessi terreni. Non è dunque possibile che le due podestà si separino, dovendo l'una far puntello all'altra; e neppure che si distruggano, attesa l'essenza diversa della loro giurisdizione.
Soprastà naturalmente quella del papa, che come arbitro pronunzia nei litigi de' principi fra loro e coi popoli: mirabile concetto, che col fatto prevenne le utopie di qualche filosofo più umano che pratico; e poteva mettere ai guerreschi micidj il riparo, che ora si va invocando dall'antagonismo della diplomazia.
Essendo l'imperatore non sovrano soltanto dell'Impero, ma dell'Italia e di tutta cristianità, ragion voleva che della sua elezione si domandasse l'assenso e l'approvazione al pontefice. In man del clero l'eletto giurava osservare i dettami della giustizia e le leggi positive; e poichè questo era come il patto della coronazione, se l'imperatore lo violasse, e principalmente se contaminasse la fede di cui doveva essere difensore, perdeva ogni titolo a farsi obbedire. Abbia ciò presente chi brama intendere il medioevo, e trovar la ragione di atti, che, da altro punto osservati, parvero arbitrj ed usurpamenti.
A vicenda l'imperatore, quale amministrator temporale della cristianità, otteneva supremazia, sopra i regni e su Roma stessa. Forse allora Carlo trasmise il suo titolo di patrizio al papa, il quale, sebbene sentisse che col far Roma capitale e quasi sede dell'Impero, elevava accanto a sè un potere da cui resterebbe sminuito il suo, e la giurisdizione propria subordinava a quella del re Franco, pure pospose gl'interessi del temporale suo dominio a ciò che credeva vantaggio di tutta cristianità. Ma chi vorrà mai supporre che, egli libero, volesse imporsi volontariamente un padrone?[223].
Da quell'ora potè dirsi piantato il sistema feudale, cioè quella scala di dominj un all'altro immediatamente superiori fino a questo eccelso e indivisibile, che anche esso ritraeva da Dio, unica fonte d'ogni autorità, e dal pontefice suo rappresentante. La preminenza dell'imperatore sovra i re doveva anche venire indicata dal non essere quella dignità nè ereditaria nè divisibile: onde i papi contrastarono sempre affine di mantenere ai popoli la libera elezione del capo comune, anzichè abbandonarla al caso della nascita.
La Chiesa erasi emancipata dal governo della Roma antica, che l'aveva tenuta dipendente come soleva colla religione nazionale. Ma fra i prischi Germani i diritti e le funzioni ecclesiastiche erano mescolate col poter civile, talchè, anche dopo convertiti, si trovano fra loro indistinte le cose sacre dalle profane; i vescovi entravano nei concilj del regno come i duchi e i conti; duchi, conti e re assistevano ai sinodi ecclesiastici; cristianesimo e nazionalità, Stato e Chiesa intrecciandosi, perchè nati si può dire ad un parto. Carlo Magno cercò ricondurre e il sacerdozio e la nobiltà alla destinazione primitiva; onde assegnò, per quanto poteva, i limiti rispettivi dell'ecclesiastico e del civile; nel Consiglio dell'impero separò in due camere l'alta nobiltà e il clero, che così formò uno stato distinto, in parte legato, in parte diviso dalla nobiltà, talora concertandosi con essa, talaltra operando tutto solo.
La nobiltà feudale, sostegno e stromento del poter regio, diveniva spesso minacciosa a questo; talchè gli era opportuno un contrappeso. Comuni non esistevano ancora: se la nobiltà comprendeva tutta la forza dello Stato, tutto il movimento intellettuale concentravasi nel corpo ecclesiastico, custode dell'antica cultura romana e cristiana, e favorevole a questa quanto ai principj germanici la nobiltà; la nobiltà come forza dello Stato apparteneva al governo particolare della nazione; onde, a voler formare una repubblica europea, bisognava in ogni Stato al poter nazionale della nobiltà aggiungerne un altro, potente nell'assemblea generale delle nazioni cristiane, ed atto a mantenere il legame universale.
Carlo Magno fondò appunto la costituzione dello Stato su queste due classi, nobili e clero. Attese patentemente ad assodare il poter regio; ma ei rispettò i diritti della nobiltà, e sentì che l'elevare il clero era un bisogno del suo tempo. La gelosia è carattere de' fiacchi; mentre i forti non pensano ad ingrandirsi coll'indebolir ciò che li circonda, bensì ad estendere la vita e la libera vigoria. L'educare le nazioni fu sempre la vocazione ecclesiastica; e per effettuarla fa mestieri di potere, influenza, ricchezze. Le ricchezze allora consisteano principalmente in beni sodi, e in conseguenza il clero restava viepiù legato col Governo, alla germanica fondato sulla proprietà territoriale. Acquistata che i vescovi ebbero tanta ingerenza, il loro capo entrava cogli Stati in relazioni, le quali non erano essenziali alla sua vocazione ecclesiastica, ma neppure in contraddizione con essa.
La cristianità diventava una vasta repubblica, sotto al capo dei credenti. Ma questo capo era elettivo, cioè di confidenza, e tale che sotto la primazia di lui poteva sussistere qual si volesse altra forma di governo, anche la repubblica più sciolta. Siffatta unità non era dunque l'impero universale, sognato volta a volta da Carlo V, da Luigi XIV, da Napoleone I, ove tutte le nazioni fossero costrette obbedire ad una volontà, sottoposte a ordini non fatti pei loro costumi, e sacrificate ai vantaggi di un paese predominante. Qui era superiorità, non dominio; rispettavasi l'individualità delle nazioni, ma mettevasi accordo nello svolgimento della loro civiltà; le istituzioni di ciascuna erano conservate, perchè derivanti dall'indole, dai costumi, dalla storia. Il titolo di sacro impero attesta come aspirasse ad una superiorità morale, a foggiare il consorzio laico sul modello della gerarchia ecclesiastica, introdurre un ordine legale nella scomunanza che regnava fra i popoli, una pace e una riconciliazione di essi sotto la legge. E poichè questo era pure il divisamento de' pontefici, si trovavano d'accordo cogl'imperatori anche nello scopo morale.
Insomma il sacro romano impero conservava e raccoglieva tutto ciò che di comune sussisteva ne' popoli d'Europa, Dio, fede, legge, diritto ecclesiastico, lingua latina; e stabiliva una reciprocanza d'azione fra i paesi del Settentrione, e quelli del Mezzodì, fra le genti germaniche e le latine, salutevole ad entrambe, e che, come una corrente elettrica fra due poli inversi, produceva una vita vigorosa, trovando da un lato l'eccitamento, dall'altro la moderazione.
L'Impero, nel senso cristiano di unione religiosa di tutti i popoli d'Occidente, accordava la forza col diritto, creava una legittimità sacra, effettuando nell'ordine delle cose l'unità che esiste nell'ordine dello spirito, e agevolando, come in unica famiglia, il diffondersi dei miglioramenti nella vita e nel pensiero. Alla coronazione, che dava questo diritto supremo, vedremo aspirare i principi più poderosi d'Europa, il che fu cagione di movimento e di civiltà: mentre i papi, come tutori de' coronati e depositarj del giuramento di questi e del voto popolare, faceansi appoggio a baroni, principi ecclesiastici, comuni, che mettessero barriere alle esorbitanze imperiali; favorendo con ciò la libertà politica, che in fine si dovea ritorcere contro loro stessi.
Era dunque morale e politica, grande e rilevante l'idea dell'Impero; ed è una meschinità della critica negativa del secolo passato l'imputare a Carlo Magno ed a Leone i guai che ne vennero quando l'unità allora combinata riuscì a discordia; discordia dannosa ad entrambi, eppure non infruttifera all'umanità.
Quanto all'Italia specialmente, il continuo mescersi degl'imperatori nelle sue vicende portò un eterogeneo impaccio a' procedimenti suoi, e in fine la digradò: ma si potrebbe con apparenza di giustizia imputarne i papi e la istituzione dell'Impero? Ben è certo che l'accorrere dei Settentrionali a questo sacrario del sapere e de' civili ordinamenti giovò al dirozzarsi di quelli; i quali devono, se non professarne gratitudine alla patria nostra, almeno sentirsi obbligati a risparmiarle gl'insulti; mentre una nazione decaduta può acquistare dignità nel tollerare i mali proprj pensando che fruttarono utilità universale.
Insieme col titolo e colle cerimonie, volle Carlo saldare il nuovo carattere introducendo unità d'amministrazione, per la quale, come per la romana, il re fosse presente dappertutto, tutto sapesse, facesse tutto per via di messi o conti o vescovi, che l'autorità derivavano dalla sua ed esercitavano a grado di lui. Impresa difficilissima tra gli eterogenei componenti di quel vasto corpo.
Dall'immenso suo dominio staccò le parti che v'erano state annesse di recente, Aquitania e Lombardia, dandole a' suoi figli Lodovico e Pepino, in modo che avessero un'esistenza propria bensì, ma senza scomporre l'unità dell'Impero. Per dir solo dell'Italia, erasi conosciuto che la debolezza dei re longobardi veniva dalla soverchia potenza dei duchi: laonde la vastissima giurisdizione di questi fu suddivisa in contadi. I conti erano capi militari e civili, non distinti fra sè che per l'ampiezza del loro distretto: solo quei della frontiera, o marchesi, possedeano forze maggiori.
La carica di conte, non ereditaria e talvolta neppur vitalizia, obbligava a prestare fedeltà al re, ai sudditi render giustizia a tenore delle leggi e delle costumanze, punire i malfattori, proteggere orfani e vedove, riscuotere le tasse devolute al fisco. Diretta giurisdizione non aveano i conti che sulla città di loro residenza; del resto durando lo sminuzzamento germanico, per cui ciascun uffiziale pubblico teneva una particella di giurisdizione, fin agli intendenti dei beni regj. Nelle città minori e nelle borgate v'avea vicarj; nelle campagne centenarj e decani, costituiti sopra un maggiore o minor numero di famiglie: ma qualora si disputasse della libertà e della proprietà de' cittadini, ai conti era riservata la sentenza. Presedevano ai placiti de' liberi e degli scabini, esponevano il fatto in discussione e le prove, indicavano che cosa era disposto dalla legge seguita dai contendenti, e posavano la quistione che essi giudici doveano risolvere; udita poi la decisione di questi, proferivano la sentenza, e ne procacciavano l'adempimento. Sostenevano dunque le funzioni del pubblico ministero e del presidente; ma il giudizio restava agli scabini, eletti dal popolo fra' proprietarj del paese, Franchi o Romani, equivalenti ai decurioni degli antichi municipj; che se fossero trovati indegni, il conte li cassava.
Le decisioni dei conti parean men giuste? potea farsi richiamo sia al conte palatino, forse sedente in Pavia, che decideva come rappresentante del re, sia al re stesso od al suo consiglio, secondo l'importanza delle cause o la dignità delle persone; le più rilevanti recavansi all'assemblea generale. Rimanevano sempre esentuate le persone dipendenti immediatamente dal re.
Dacchè la vastità dell'Impero rendeva impossibile il raccogliere tutta la nazione, Carlo istituì assemblee parziali, a tal uopo anche l'Italia dividendo in varie legazioni, e ciascuna in contadi, rispondenti per lo più alla divisione diocesana. Due messi regj scorreano quattro volte l'anno il loro missatico o provincia, al placito convocando i vescovi, abati e conti in quello compresi, gli avvocati ecclesiastici, i vassalli, i centenarj ed alcuni scabini, coll'incarico di render giustizia o procurarla dai pubblici uffiziali, far ragione dei richiami contro di questi, e informare della condizion del paese.
Carlo tenne spesso anche adunanze generali de' baroni e degli ecclesiastici, e le decisioni prese o le istruzioni date in quelle formarono i Capitolari. Carlo, re de' Franchi, aveva sudditi longobardi e romani e alemanni, e ciascuno regolavasi secondo la propria legge, non trattandosi più di stranieri o vinti, ma di sudditi eguali: rendeansi dunque necessarj i Capitolari, specie di diritto comune, che a vincitori e vinti imponevano norme nuove o modificazioni delle antiche. Il primo è del 779, e fino all'807 ve n'ha censessantacinque, compresi nella raccolta longobarda.
Anche Longobardi e Beneventani mantennero le leggi primitive, modificate e supplite con disposizioni generali. Per un esempio, le leggi penali, le ordalie, il prezzo del sangue si conservarono; ma imponendo come obbligo il comporsi, e comminando esiglio e prigione a chi vi si ricusasse, il diritto della vendetta dall'individuo trasferivasi nella società.
Variatissima fu la condizione delle persone nell'Impero. Oltre gli schiavi, v'ebbe affrancati che s'industriavano d'assicurarsi una posizione or nella Chiesa, or nella vita civile: v'ebbe liberti d'ordine inferiore, sottomessi al servizio militare e non ancora sciolti da certe comandigie e prestazioni verso gli antichi padroni: v'ebbe vassalli regj e sottovassalli che passavano per liberi: v'ebbe liberi che viveano su terre proprie e su possessi ereditarj, cinti dai loro coloni, secondo gli usi de' padri; ma, all'opposto di tali usi medesimi, erano obbligati a rendersi all'esercito coi loro braccianti: v'ebbe liberi su terre d'ecclesiastici e di laici, liberi che possedeano al medesimo tempo allodj e benefizj, che per conseguente erano pure o vassalli regj o sottovassalli: v'ebbe vassalli regj, che erano sottovassalli o della Chiesa o d'un gran vassallo laico: v'ebbe infine coloni i quali possedeano altri coloni e servi[224]: e tutti avevano diritti e doveri differenti gli uni verso gli altri, mentre l'eribanno, cioè l'obbligo del militare, li teneva in pari dipendenza dall'Impero. S'aggiungano le città, coll'ordinamento loro particolare, in parte conservato dal romano, in parte derivato dalle consuetudini germaniche.
Per la difesa nazionale armavasi la leva a stormo di tutti i liberi o arimanni: per le spedizioni particolari i conti menavano al campo la gioventù, scelta fra' loro vassalli, e ciascun arimanno dovea pensare alle proprie vesti, all'armi, anche al vitto sinchè fosse entro le frontiere del regno. A prevenire in ciò le vessazioni, Carlo Magno misurò i servigi dai possessi, talchè chi avesse tre o quattro mansi[225] dovea servire personalmente; quei che meno, unirsi tra sè per dare un uomo; a proporzione minore chi non avesse che il valor mobile di una libbra d'argento. I poveri, o rimanevano di guardia alla città, o lavoravano alle vie, alle fortificazioni, ai ponti. E fu questa una grande mutazione, giacchè dovettero servizio non solo i grandi possessori, ma tutti; e ciascun uomo libero ebbe ad eleggersi un seniore, sotto la cui bandiera mover in guerra. Diventò dunque la milizia carico personale insieme e reale, e l'interesse del principe s'identificò con quel dello Stato. I liberi non possessori restarono sciolti dal servizio; i piccoli possessi a tal fine vennero sottoposti spesso ai grandi, minorandosi coloro che esercitavano le armi. A questo modo popolo ed esercito tornarono ad esser una cosa sola, e nella vita fu introdotto un nuovo legame cui nessuno potea sottrarsi, rimanendo tolta quella libertà assoluta, che affettavano gli antichi Germani.
Chiunque possedesse un benefizio, per piccolo, era obbligato cavalcare in guerra, armato di scudo, lancia, sciabola, spadone, arco, turcasso pieno; al semplice libero bastavano lancia, scudo, arco con due cocche e dodici freccie; e questo e quello doveano aggiungervi una corazza, se il loro allodio od il benefizio valessero dodici mansi. I bagagli dei re, dei vescovi, dei conti, ed i provvigionamenti e le macchine si trasportavano a spesa dei possidenti: ciascun conte nella propria giurisdizione vegliava a mantenere strade e ponti, e del paese a lui sottomesso restavano a sua disposizione i due terzi dell'erba e del fieno pei cavalli e gli altri animali che seguivano l'esercito. Le truppe alloggiavano presso gli abitanti, sinchè fosse possibile. Il libero che mancasse alla chiamata di guerra, pagava l'eribanno di sessanta soldi; il vassallo perdeva il benefizio; il disertore la vita. Siccome i più non erano in grado di pagare, restavano schiavi; lo che presto avrebbe annichilato i piccoli proprietarj, se Carlo non avesse ingiunto che, chi moriva in quello stato, si considerasse per isdebitato, e il fondo suo tornasse agli eredi. I vassalli delle chiese e de' monasteri seguivano i proprj vescovi ed abati: ma che gli uomini di Dio si tuffassero nel sangue spiacque a Carlo, il quale fece da papa Adriano riprovar quest'abuso, e l'assemblea generale confermò il divieto, talchè a' loro uomini comandò il confaloniere o il visdomino o l'avvocato. All'alto clero parve vedersi carpiti onori dovutigli, e cercò sempre ricuperare l'uso delle armi, come fece poi nell'età feudale quando nulla s'acquistò, nulla si conservò se non colla spada.
Oltre l'eribanno, esercito che compiva le spedizioni dalla nazione consentite, il re avea la banda di proprj vassalli, fossero volontarj o stipendiati, che adoprava dovunque volesse, nelle imprese difficili, nelle violente, in quelle che occorressero dopo ch'era scaduto il termine dell'eribanno, e a custodire la persona reale, e tener guarnigione.
Semplici erano le finanze, poichè ogni cantone e comunità si manteneva da sè, nè la Camera regia dovea mandarvi nulla per le strade, per l'istruzione, per altri stabilimenti, salvo che il re ne volesse fondare con proprj averi. I benefiziati pagavano i loro canoni in cavalli, stoffe, derrate di vario genere, che recavansi al campo di maggio, e v'erano ricevute dal gran ciambellano, con non piccolo suo profitto.
La Corona possedeva poi terre tributarie ed ampj poderi o ville, nelle quali spesso i re tenevano le assemblee, e venivano a stare alquanto in ciascuna, per consumarne sul posto le derrate. Comprendevano molte abitazioni, occupate da servi del fisco, o anche da lavoratori liberi, retribuiti con razioni o con un manso, ed obbedienti a un maggiore, che riceveva ordini da un giudice fiscale, cui spettava a un tempo la generale intendenza e la giurisdizione su tutti gli abitanti delle ville da lui dipendenti.
Angusta diffidenza reca politici inetti ad opporsi ai sentimenti della loro età, e a ritardarne i progressi, da cui temono diroccata una potenza che si regge soltanto per l'abitudine: l'uomo grande in quella vece conosce il tempo, e non che sgomentarsi del suo procedere, ne adopra gli elementi ad assodare l'edifizio ch'esso prepara, e che l'avvenire rispetterà. Carlo Magno vide come il clero, coi tanti benefizj recati nel barbarico scompiglio, avesse acquistato immensa potenza sovra l'opinione; e non che adombrarsene come aveano fatto i Longobardi, la sentì opportuna all'intento suo d'incivilire e unificare, e ne crebbe l'efficacia mediante la ricchezza, il potere, la riverenza. Mentre egli coll'armi sospendeva l'irruente barbarie, i missionarj dovevano colla parola mansuefare i rozzi limitrofi; e la venerazione verso il capo della Chiesa opponeva allo sfiancamento della società e dei costumi. Largheggiò colle chiese; assicurò loro la decima da equamente partirsi fra il vescovo, i sacerdoti, le fabbriche di ciascuna diocesi, e i poveri, cioè gli ospizj. Erano questi amministrati e serviti dalla disinteressata carità del clero; onde il crescere de' beni ecclesiastici ritornava a utile dei poveretti.
Ma la Chiesa non si prospera tanto colle largizioni, quanto collo svellere le male erbe che aduggiano il buon seme. Epperò Carlo rimediò alle triste arti con cui alcuni traevano beni alle chiese, o li disperdevano a vantaggio delle proprie famiglie, o vi cangiavano destinazione; provvide che i devoti non largissero a scapito degli eredi bisognosi; impedì d'assegnare i patrimonj ecclesiastici a laici, se non a titolo precario, e questi pure a patto che gli utenti retribuissero doppia decima, e conservassero i monumenti del culto.
Andando la giurisdizione annessa al possedimento delle terre, il clero la esercitò non altrimenti che i vassalli nei loro feudi; e perciò alle donazioni solevasi aggiungere l'immunità, cioè che verun giudice regio potesse far atto d'autorità sopra i dominj ecclesiastici. Gli avvocati delle chiese almeno una volta l'anno tenevano placito in una delle città dipendenti da quelle, e vi rendevano giustizia assistiti da probi uomini.
Carlo assodò la giurisdizione canonica, estendendola fino ai casi di sangue; nessun cherico poteva essere tenuto in cattura senza darne notizia al suo diocesano: ai vescovi spettava l'inquisizione anche dei gravi delitti commessi da sacerdoti nelle loro diocesi. Gli ecclesiastici non ammettevano prove di Dio ai tribunali lor proprj; e Carlo ordinò si scolpassero secondo il gius ecclesiastico, coi testimonj o con prestare giuramento davanti al popolo con tre, cinque o sei preti, e occorrendo, anche con laici congiuratori.
Per tale giurisdizione la Chiesa s'insinuava più sempre nelle famiglie, competendole le cause di matrimonj e di testamento; e ne aumentarono grandemente i possessi, attesochè molti secolari le sottoponevano i proprj beni onde godere di quella. Perocchè, quando i codici erano dettati da Barbari ed applicati da gente rozza e passionata, pareva un oro il gius canonico; e i tribunali vescovili per regolarità di forme e stabilità di diritto vincevano di lunga mano le corti dei conti, più ignoranti e corrotti. Ma poichè a questo modo il clero emancipavasi dallo Stato, Carlo Magno con ispeciali raccomandazioni frenava l'eccesso della concession generale: limitò il diritto dell'asilo sacro, negandolo agli assassini; se un reo fuggisse sopra terre ecclesiastiche per sottrarsi alla giurisdizione secolare, fosse respinto; altrimenti il conte lo arrestasse di forza; un'ammenda al vescovo che si opponesse.
Colle ricchezze, coll'entrarvi persone illustri e potenti, e coll'ottenere le dignità non per zelo e merito ma per bottega, nel clero si era lentato il rigore e guasta la disciplina; e i re, avocatasi l'elezione dei vescovi, preferivano spesso gl'intriganti e chi avesse più denaro e arte di spenderlo. Questo sconcio non isfuggì a Carlo, che, se sulle prime destinava a talento i prelati, sul fine del suo regno formalmente restituì agli ecclesiastici e al popolo la scelta del vescovo, sebbene ai comizj di quella solessero presedere regj commissarj. Pure la simonia guastava le elezioni popolari, come avea fatto le principesche.
Ai disordini si opponevano rimedj da privati e dal pubblico, dall'autorità civile e dalla religiosa. Si prescrissero ai monaci regole di tal perfezione, che non è meraviglia se non vedeasi sempre raggiunta. De' canonici trovasi vestigio antecedente[226], ma allora ebbero regola definita e salmeggiare in comune, accoppiando la monastica forma al vivere nel secolo.
Carlo procurava introdurre nella vita religiosa l'ordine e l'operosità che avea recato nel governo temporale: sicchè ai messi dominici ordinava di esaminare i lamenti contro i vescovi od abati; se questi vivessero conforme ai canoni; come le chiese fossero tenute; se v'avesse alcun disordine cui il vescovo non bastasse a riparare. Egli fece da Paolo Diacono raccorre omelie de' santi Ambrogio, Agostino, Ilario, Grisostomo, e di Leone e Gregorio Magni per modello agli oratori; impose che in tutte le parrocchie si predicasse intelligibile al popolo; che i vescovi leggessero frequente la Bibbia e i santi Padri: nati dubbj intorno ai riti del battesimo, interrogò i vescovi, e abbiamo il libro che in risposta scrisse Odelberto arcivescovo di Milano. De' concilj ben quaranta troviamo raccolti sotto di lui, alcuni misti d'interessi politici, tutti riguardanti il morale ordinamento della società civile e religiosa; e ne sostenne i canoni col braccio secolare. I decreti di riforma in essi pronunciati, il continuo predicare, il regolarsi i minimi atti, rivelano una società novizia, dove ogni passo ha bisogno di direzione, e il contrasto fra le intenzioni del legislatore e la corruttela de' governati.
Al tempo di Carlo Magno e in parte per merito suo ebber qualche fiore gli studj e le arti belle. Per imputare affatto ai Barbari il deperimento della letteratura converrebbe dimenticare come già decrepita la vedemmo al finir dell'Impero, e come, perdurando le stesse cause, dovesse continuare il calo; converrebbe dimenticare come miserabilissima fu nell'impero d'Oriente, intatto da Barbari, e dove quegli sterili custodi dell'antica scienza, possedendo tuttavia intatta la più bella lingua e tanti mezzi di studio, non seppero fare che compilazioni di dotta e monotona inettitudine.
In Italia, divenuta ogni cosa invasione e guerra e strazio, quasi soli cherici poterono vacare allo studio e allo scrivere, nè quasi d'altro che di materie religiose. Col governo antico cessando gli emolumenti, furono chiuse le scuole; ma la Chiesa, che non accetta in grembo se non chi ha cognizione delle capitali verità, ne aperse dappertutto, allato ai vescovadi, nei conventi, fin nelle campagne, ove mai non s'era pensato fin allora a recar l'educazione. Le scuole morali e catechetiche erano semenzaj di buoni sacerdoti e missionari, ed oltre alla scienza di Dio vi si dava una tintura delle lettere, quanto almeno fosse mestieri per favellare ai popoli tra cui doveano andare, e per conoscerne le leggi e le costumanze. Che se le episcopali divenivano sempre più aride, e le parrocchiali caddero in persone scarse di scienza e di carità, nei conventi si perseverò con amore nell'istruzione elementare e nella elevata, oltre la special cura del copiare libri. In particolar fama salirono fra noi le scuole di Montecassino e di Bobbio, e il concilio di Vaison ordinava ai parroci d'aver in casa giovani per istruirli negli studj convenienti a chi serve la Chiesa «secondo la consuetudine che salutevolmente tenevasi per tutta Italia».
Ridotto in tali mani, era naturale che l'insegnamento si applicasse affatto alla scienza divina, le eterne massime o i libri sacri spiegando colla storia, la filosofia, l'allegoria e la morale. Non è più un semplice appetito di piaceri intellettuali, un'idolatria del bello, che solo per accidente influisca sulla società; ma e scienze e lettere volgonsi allo scopo pratico di governare gli uomini, determinare le credenze, riformare i costumi.
La moltiplicità di scritti di circostanza, dispute teologiche, omelie, esortazioni, commenti, che ci resta dopo tanti perduti e inediti, smentisce chi crede intormentiti gli intelletti. Nè è vero che i pensatori si angustiassero nella fede; anzi spingevansi nell'ordine de' concetti per costruire la società nuova, e insinuare nelle menti giovani ed incorrotte le credenze che sole poteano addolcirne la ferità: i vescovi predicavano ogni settimana: missionarj uscivano a spargere la verità, dopo addestrati a conoscerla tanto da ribattere le objezioni; i papi alimentavano la fiamma del sapere, e di molti avanzano lettere piene d'ecclesiastica erudizione.
Già parlammo di Boezio e Cassiodoro. Quest'ultimo, veduto traboccare il soglio al quale aveva prestato valido sostegno, ricoverossi al monastero Vivariese, fra la devozione e le lettere. De' suoi monaci, i meno atti alle lettere volle attendessero a lavori di mano, specialmente alla coltura de' terreni e alla minuta economia rurale, il che, dic'egli, oltre giovare chi vi attende, somministra di che soccorrere poveri e infermi. Nelle ore di riposo copiavano libri, al qual uopo egli, già carico di novantatre anni, scrisse regole d'ortografia. Nel libro De anima risolve dodici quistioni, propostegli da amici mentre stava ancora nel secolo. L'esposizione sua de' salmi è estratta da sant'Agostino e da altri. La cronaca dal diluvio sin al 519 porge qualche notizia sull'ultimo secolo, nulla del resto. È a rimpiangere la sua Storia dei Goti in dodici libri, conosciuta solo per l'estratto di Giornandes. Gemendo che, mentre le umane dottrine erano pomposamente insegnate, mancassero maestri per le divine, nè potendo papa Agapito, pei trambusti d'Italia, porvi rimedio come desiderava, Cassiodoro tentò adempiere il difetto con un corso elementare delle scienze atte al Cristiano. Vuol egli si cominci dal mettere a memoria la santa scrittura e particolarmente i salmi; poi si studiino i Padri e i sacri interpreti; non s'ignori la storia della Chiesa e dei concilj; vi si congiungano la cosmogonia, la geografia e i profani scrittori, colla discrezione onde li studiarono i Padri cristiani. Le scienze colloca egli altre nell'osservazione, altre nella cognizione e stima delle cose, contemplative cioè o pratiche; e fra le prime ascrive l'arte del dire, storica e dialettica; indi aritmetica, geometria, astronomia e musica. Queste scienze sono poco meglio che accennate nel trattato di Cassiodoro; l'aritmetica occupando appena due fogli, senza applicazione delle regole comuni e con assurde sottigliezze sulle virtù dei numeri; la geometria in due facciate, dà alcune definizioni ed assiomi; brevissime e inconcludenti la grammatica e la retorica; alquanto più estesa e ragionata la logica. Ma tale metodo enciclopedico, da lui esteso sull'esempio di Marciano Capella, fu adottato generalmente, e fece sostituire povere compilazioni allo studio diretto de' grandi modelli; ma forse egli stesso e i migliori suoi contemporanei non avevano cognizione di questi, se non per via degli abbreviatori del IV e V secolo.
Son nuovo genere di letteratura le leggende e le vite dei santi, moltiplicate allora e d'intendimento affatto pratico, mirando a muovere la volontà più che ad allettare l'intelletto od appagar la ragione. Siccome su tutti gli altri, così sugli eroi popolari che si chiamano santi, eransi diffusi varj racconti, alcuni finti, più spesso esagerati o frantesi; onde talvolta l'immaginazione vi vedeva miracoli, talaltra l'ignoranza credea tali alcuni fatti, capaci di naturale spiegazione. Ripetuti, ingranditi dalla fama, sono raccolti come verità da una gente men bisognosa di discutere che di credere e d'amare. Volta veniva che si esercitasse in queste vite il talento dei monaci, e sbizzarrivano inventando circostanze; le migliori deponevansi negli archivj de' monasteri, e trattene dopo lunghi anni, acquistavano fiducia dalla loro antichità; finchè venne la critica a vagliarne la mondiglia e unire il meglio in un corpo di storia, che abbraccia quindici secoli e tutti i paesi, tutti i costumi, tutti i gradi.
Era quasi una riazione delle immaginazioni contro i disordini morali d'allora, ponendovi in mostra la bontà, la giustizia, scomparse dal resto del mondo; ed esibendo dolcezze e simpatie fra i dolori, pascolo alle fantasie, sprovviste d'ogni altro alimento: era una consolazione alla vita così bersagliata di quel tempo, il mostrare l'assistenza continua della Provvidenza.
Venuti i Longobardi, il bujo si rese più fitto; e papa Agatone raccomandava all'imperatore greco i legati suoi al concilio di Costantinopoli, come gente d'integro zelo, in cui la fedeltà alle tradizioni adempie il difetto del sapere; «giacchè, come mai può trovarsi perfetta cognizione della sacra scrittura presso gente che vive circumcinta di Barbari, ed è costretta procacciarsi il vitto giorno per giorno?» I padri poi del sinodo Romano scrivono: «Se poniam mente alla profana eloquenza, nessuno ci pare possa in quella levar vanto. Il furore di barbare nazioni agita e sovverte senza posa queste provincie guerreggiandole, correndole, predandole. Quindi da Barbari circondati, meniamo vita piena di crucci e di stento, costretti a guadagnarci il vitto colle proprie nostre mani, essendo periti i beni con cui la Chiesa sostenevasi, e noi ridotti ad avere per unica sostanza la fede». Avendo re Pepino chiesto libri a papa Paolo, questi gli mandò quanti potè raccorne; e quali erano? l'antifonario, il responsale, la grammatica (?) d'Aristotele, i libri del falso Dionigi areopagita, la geometria, l'ortografia, la grammatica, tutti in greco; scarsa suppellettile davvero per un papa e un re.
Ripetiamo di non affrettarci ad accagionarne soltanto l'invasione dei Barbari, giacchè poco meglio incontriamo nell'intatto Oriente.
Carlo Magno, messosi tardi allo scrivere, non aveva mai potuto avvezzarvi la mano, irrigidita dalle armi, sebbene tenesse allato certe tavolette, sopra cui esercitavasi a vergare il proprio nome[227]. Ciò non toglieva ch'egli fosse dotto; esprimevasi con robusta ed abbondante eloquenza; parlava il latino come la lingua propria, e in esso componeva versi; capiva anche il greco, e in assemblee di vescovi ragionò talora con una precisione da far meraviglia ai prelati. Quel che più importa, amò e protesse, senza basse gelosie di paese, chiunque mostrava bontà d'ingegno; fondò le scuole donde nel secolo seguente uscirono insigni maestri; incoraggiò il sapere, facendo che i vincitori stimassero le dottrine di cui conservavasi tra i vinti la tradizione, e i vinti cessassero di fare sinonimi settentrionale e barbaro.
Nella prima sua spedizione in Italia, veduti gli avanzi di quella insigne, se non morale civiltà, si propose di trapiantarla in Francia; e menò seco Pietro da Pisa, già maestro a Pavia, affidandogli la direzione della scuola di palazzo, la quale seguiva Carlo dovunque andasse; e alle lezioni assistevano l'imperatore, i principi di sua casa e quanto di meglio capitasse a Corte. Di rimpatto mandò qui un monaco d'Irlanda, affidandogli il monastero di sant'Agostino presso Pavia, acciocchè istruisse chi vi veniva: e ad uso delle scuole primarie fe comporre libri dall'inglese Alcuino. Credendo la musica opportuna ad ingentilire gli animi, menò d'Italia molti cantori che insegnassero il metodo gregoriano e a sonar gli organi, alcuni de' quali furono fabbricati da Giorgio veneziano, ad imitazione di uno che Costantino V aveva da Costantinopoli mandato a Pepino.
Assai nominammo Paolo, da Cividal del Friuli, diacono della chiesa d'Aquileja, che la Storia dei Longobardi cavò da memorie ancora vive; ma si ferma a Liutprando, forse avendo voluto risparmiarsi il pericolo e la difficoltà di narrare casi recenti, ove il favore e il dispetto potessero alterare i giudizj. Scosceso il trono de' Longobardi, Paolo, ritiratosi nel monastero di Montecassino, conservò devozione pe' suoi re caduti, e tenne mano con Adelchi nei tentativi di ricuperare il trono. Quei vili consiglieri che mai non mancano per contaminare coll'abjezione propria la generosità d'un principe, stimolavano Carlo a punire il diacono colla perdita degli occhi e delle mani; ma il Magno rispose: — Ove troveremmo noi una destra così abile a scrivere storie?» e lo menò seco in Francia, ove gli fece compilare un Omeliario purgato da solecismi e da sensi corrotti; lo trattò amicamente, concesse a un monaco prigioniero la grazia da lui chiestagli in un'elegia, e gli dirigeva enigmi in versi, che Paolo in versi spiegava; e dopo che questi fu tornato a Montecassino, il mandava a salutare con affetto[228]. Della sua Historia miscella i primi dieci libri sono un'amplificazione di Eutropio; col decimottavo giunge a Leone Isaurico.
Nel Friuli pure fioriva Paolino grammatico, che scrisse inni e lettere e una confutazione degli errori di Felice ed Elipando; assiduo a tutti i concilj tenutisi nell'Impero, a lui principalmente sono dovuti i decreti di quello d'Aquisgrana. Carlo Magno gli diede il patrimonio d'un Fedele di re Desiderio morto in guerra, poi una villa, e il creò patriarca d'Aquileja.
Erchemperto, figlio del longobardo Adelgario, continuò la storia della sua nazione, «dal profondo del cuore sospirando nel raccontarne non il regno ma l'eccidio, non la felicità ma la miseria, non il trionfo ma la ruina, non come progredirono ma come svanirono». In fatti il suo discorso è del ducato di Benevento; fra' principi del quale sappiamo che Arigiso favoriva i letterati e teneva un'accolta di filosofi, dotto egli stesso in tutte le parti della filosofia, logica, fisica, etica: sua moglie Adilsperga aveva alla mano i migliori detti dei filosofi e poeti, e gran pratica cogli storici profani e sacri: il loro figliuolo Romoaldo molto seppe nella grammatica e nella giurisprudenza[229].
Le poche carte avanzateci di quell'età provano estrema trascuranza della lingua e della sintassi. Passiamo ai libri? peccano al contrario di soverchia cura, affettando termini bizzarri e metafore strane e affastellate, intarsiando espressioni greche alle latine, dilettandosi in giuochi di parole, e mostrando un'enfasi che fa ai pugni colla gracilità delle immagini. Se questo stile si esageri ancora, poi si frastagli in una misura inesatta, si avrà quella che allora chiamavano poesia, triviale insieme e gonfia, che ne' componimenti leggieri invanisce in trastulli, imitanti quelli della letteratura rimbambita; se canta imprese, dissocia i due elementi necessarj d'ogni epopea, l'immaginazione e il racconto. Eppure fra loro quegli scrittori, anticipando la codarda petulanza de' moderni folliculari, paragonavansi ai più segnalati[230], dei quali siamo autorizzati a dubitare che mai non avessero veduto le opere.
Nè di arti fu diseredata quell'età. Anzi i re longobardi moltiplicarono edifizj; e per non ripetere la basilica e il palazzo di Teodolinda a Monza, e le pitture e i giojelli ivi posti (pag. 85), Gundeberga figlia di lei un'altra chiesa al Battista eresse in Pavia, dove furono pure edificati da re Ariperto San Salvadore, da Grimoaldo Sant'Ambrogio, da Pertarito il monastero di Sant'Agata al Monte e Santa Maria in Pertica, da Liutprando San Pietro in Ciel d'oro e il battistero poligono unito alla basilica di Santo Stefano in Bologna. A Cuniperto è dovuto San Giorgio in Coronate, dove avea riportato insigne vittoria; a Desiderio, San Pietro di Civate in Brianza, Santa Giulia in Brescia, e i monasteri Maggiore e di San Vincenzo in Milano; a Grimoaldo la rotonda del duomo vecchio di Brescia. Fanno di quel tempo anche San Pietro de domo in Brescia, Sant'Ilario in Stafora presso Voghera, San Zenone e la cattedrale di Verona, e principalmente San Michele di Pavia.
Fu maestrevolmente negato[231] che le chiese oggi portanti questi titoli, sieno le proprie dell'età longobarda; e si discusse quanto si riformassero dappoi. Tutte nei piani somigliano alle costruzioni usitate al fine dell'Impero; nè sotto i Longobardi l'architettura fu altro che un deterioramento della romana: ma l'esterna distribuzione, particolarmente delle facciate, lo stile dei capitelli, con figure d'uomini e d'animali strani, i pilastri di rinforzo, le esili colonne prolungate dal pavimento fino al sommo dell'edifizio, passando da un piano all'altro senza interruzione di archi, di travature o cornici, mostrano un far nuovo d'architettura che cominciò verso il mille, e che poi divenne generale. Nel San Zenone di Verona le navi sono distinte da colonne, con capitelli formati d'animali mostruosi, che sostengono piccoli archi tondi, e sovra di essi un muro a finestre, sorreggente il tetto; ma invece d'un solo arcone trionfale che separi la nave dal santuario, diversi piccoli impostati sopra colonne traversano la chiesa per lo largo. Attorno alla cripta corrono colonnette disposte a mandorla, con capitelli lombardi e arcate tonde, che sostengono il magnifico santuario, a cui si ascende per dodici scalini larghi quanto la chiesa. Il monumento longobardo che forse unico nell'interno conservossi inalterato, è San Fridiano a Lucca, che in pergamene del 685 e 86 si dice restaurato da Flaulone, maggiordomo di re Cuniperto, e fin ad oggi chiamasi basilica de' Lombardi. È disposto a modo delle basiliche, semplicissimamente, con tre navi e cappelle laterali sfondate, che forse formavano altre due navi; undici colonne per lato, alcune greche e romane, sottili a riguardo dell'enorme altezza ch'è dal sotterraneo alla soffitta. Ivi credono longobarda anche Santa Maria foris portam, restaurata nell'800; e pensano che il palazzo dei duchi stesse in piazza San Giusto, ove ora il Lucchesini. Più antico è Sant'Alessandro, sebbene ricordato solo nel 1056. Nel ricchissimo archivio di questa città si trova al 763 mentovato un pittore Auriperto, cui da Astolfo re fu donato San Pietro Somaldi, ch'egli cedette al vescovo Aurideo. Pur longobardo credono San Giovanni e il contiguo battistero; e nel 778 è menzione di San Michele che potrebb'essere opera longobarda. Anteriore a Carlo Magno reputano Santa Maria in Campo a Firenze.
La tradizione popolare, che concentrò su Teodolinda quanto di buono hanno operato i Longobardi, assegna a lei il campanile di Brianza, San Giovanni di Besano sopra Viggiù, la torre di Perledo e la chiesa di San Martino a Varenna, il San Giovanni Battista di Gravedona, tutti nel Comasco, e la strada Regina lungo la riva destra del Lario. A Longobardi s'attribuiscono pure le torri in val Leventina che chiudono il varco di Staledro verso il San Gotardo, e che chiamano il castello di re Desiderio e la torre di re Autari. Le torri longobarde di Ascoli tengono del ciclopico, e ad una porta quadrata sovrasta un frontone triangolare forato. Quelle di Spoleto somigliano a quelle di Pavia, e una chiesa fuor della città, cui si ascende per una scalea, ha fregi d'animali a modo del San Michele pavese.
Nessuno crederà che i Longobardi recassero seco un sistema d'arte, nè tampoco architetti proprj; ma si valeano de' natii, ed espressa menzione trovammo (pagina 144) dei magistri comacini, capomastri uscenti dalla diocesi di Como, donde fin oggi ne deriva la più parte. Questi lavoravano secondo i tipi che aveano sott'occhio, nè pel lungo tempo che i Longobardi dominarono in Italia, s'avvisa alcun avanzamento; talchè i loro edifizj del VII poco variano da quelli dell'XI secolo, quando fecero luogo ai Normanni, popolo tanto progressivo.
Le belle arti ebbero ad esercitarsi nei molti edifizj da Carlo comandati dopo che i resti dell'antica magnificenza italiana lo eccitarono ad imitarli. Fin al Vasari, idolatro della forma, parve di bellissima maniera il tempio dei Santi Apostoli, per lui edificato in Firenze, con pianta originale di classica semplicità. A stile eguale è San Michele di Roma. Dove egli stesso non operò, Carlo ispirava altrui, e faceva che abati e conti favorissero gli artisti, i quali per lo più si traevano d'Italia, donde talvolta anche le opere antiche. Non è improbabile che tali artisti da lui chiamati fondassero una scuola o fraternita, origine delle loggie de' Franchi-muratori che tramandavansi certe dottrine e pratiche sull'arte del fabbricare.
Insomma Carlo, come avviene degli uomini grandi, campeggia in tutte le opere del suo secolo; eroe germanico, imperatore romano, buono, docile e credente: la tradizione poi ne formò il patrono della cavalleria e il protagonista dei romanzi, accumulando su lui le imprese dei predecessori suoi e de' successori[232]. Adoprò la spada senza pietà, ma non a distruggere, bensì a consolidare l'incivilimento e proteggerlo da nuovi invasori. Vagheggiò l'unità dell'impero romano, ma i tempi gli si opposero; e ai tempi vanno imputati molti vizj e delitti suoi.
Accorgendosi come nessuno de' suoi figli basterebbe a reggere il peso del mondo, tanto più che già li vedeva discordi, pensò d'assicurare la pace: e qui la politica della sua nazione accordavasi coi paterni affetti di lui per consigliarlo a partire tra i figli le tre genti diverse, franca, longobarda, romana di Aquitania, senza però che la divisione pregiudicasse all'unità imperiale. A Lodovico d'Aquitania, unico figlio sopravissutogli, Carlo deliberò anticipar la successione col chiamarselo collega, e il fece coronare ad Aquisgrana (813). In questa città piacevasi egli riposare una vita di tante opere, e cogli esercizj e col bagno sosteneva e rintegrava le forze: quivi moriva il 27 dell'814 a settantadue anni.
Nel testamento non dispose della corona imperiale, sapendo che questa non poteva essere conferita che dal papa, portando il diritto d'allora che il protetto eleggesse il proprio protettore. Neppur del possesso di Roma fe cenno, tanto la considerava come vero dominio de' pontefici. Due terzi de' suoi ricchissimi arredi spartì alle ventuna metropolitane del suo impero, fra cui quelle di Roma, Ravenna, Milano, Cividal del Friuli, Grado; a San Pietro di Roma una tavola d'argento ov'era descritta Costantinopoli, al vescovo di Ravenna un'altra col disegno di Roma.
LIBRO SETTIMO
CAPITOLO LXX. Regno d'Italia. Condizione degli Italiani sotto i primi Carolingi.
Un Governo stabilito pel pubblico bene, diretto alla pace del paese, al pareggiamento di tutti i cittadini, all'agevole vigoria della legge, alla maggior dignità degli uomini, a cancellare il ricordo della conquista e le cause della guerra, può col tempo legittimare anche l'invasione di un popolo forestiero, e all'odio derivato dalle prime violenze surrogare quella docilità, che finisce coll'uniformare la volontà de' vinti a quella de' vincitori. Tale non era stato quello de' Longobardi; onde perì senza resistenza nè compianto. I vinti italiani credettero risorgesse la loro grandezza quando si rinnovarono i nomi d'Impero e di popolo romano: e realmente coll'assidersi sul trono de' Cesari un re dei Barbari, questi venivano ad affratellare a sè la gente romana, e vincitori e vinti non aveano più che un capo solo. Laonde, in un famoso Capitolare dell'801, Carlo Magno s'intitolava imperatore e console, cioè ripristinava in lor condizione i Romani; e gloriavasi di aver reso giustizia a ciascuno secondo la legge propria, Romani fossero o Longobardi o Franchi.
Che i Romani spossessati dai Longobardi rientrassero nei loro averi e nei diritti degli avi, non abbiamo titoli a crederlo: forse il vincitore avea combattuto pel loro restauramento? ma d'altra parte non v'era ragione perchè questo prediligesse i Longobardi; talchè ai Romani ridotti aldj erano tolti gli ostacoli per entrare nella condizione de' Barbari. Quanto ai Romani non prima soggiogati, il nuovo vincitore cessava di considerarli per forestieri nè diminuiti del capo; ed anche per la loro vita si stabiliva un guidrigildo, talchè il Longobardo uccisore d'un nostro dovesse pagare il compenso legale.
Alla romana e col nome italico aveano continuato a regolarsi le città dove Goti e Longobardi non erano penetrati o per poco. Ma gl'imperatori di Costantinopoli non poteano da così lontano, o non curavano mandar sempre governatori; i casi spesso interrompevano la comunicazione coll'esarca di Ravenna: laonde esse provvidero al governo e alla difesa propria, adoperandovi il denaro che soleano dare per tributo. Così que' municipj trassero in propria mano l'erario, l'esercito, l'amministrazione civile e giudiziale, insomma di fatto una civile libertà. Verso l'890 Leone VI imperatore abolì il nome di console, poi anche le curie, come istituzioni da gran pezza invecchiate, e d'altra parte inutili dacchè tutto restava affidato alla sollecitudine dell'imperatore[233]: ma a quel tempo già era così lentato il legame fra le città nostre e l'impero orientale, che le cure qui durarono, benchè modificate. Si avevano il senato e il pater civitatis eletto dal popolo, ma sparvero i defensores e i magistratus; l'esarca poi o il papa nominavano agl'impieghi civili e militari. I due poteri rimasero distinti anche nell'amministrazione della giustizia, da un lato quella dei duci, dall'altro quella dei dativi o giudici, benchè talora le due qualifiche si unissero nella stessa persona.
Le città furono prese più volte, più volte si liberarono forse da se medesime; e la parte nazionale era fiancheggiata dai vescovi, avversissimi a' Longobardi, e provvisti di ricchezze e potenza. Fin d'allora vediamo esse città portar guerra una all'altra, e i vescovi contro i papi o gli esarchi: tutti sintomi di vita indipendente. Per duce, in luogo di quello che gli Orientali deputavano qui, eleggevasi un cittadino; onde i Greci, mentre scapitavano più sempre in dignità, divenivano causa od incentivo che si svegliassero in Italia le virtù repubblicane, e l'uomo tornasse alla dignità ed ai beni che sogliono esserne conseguenza. Viepiù nelle città marittime, sotto il nome del greco impero germogliava la libertà, confaciente a popoli che, avvezzi alla indipendenza del mare, mal sanno in terra acconciarsi al despotismo.
Colla nuova civiltà mal si combinano le grandi aggregazioni di popolo, anzi prevale l'esistenza indipendente di ciascuno. L'estesissimo impero di Carlo Magno non resse dacchè manca la sua mano robusta; e le nazioni ch'egli avea strette insieme, rimbalzarono tosto che dall'instancabile volontà di lui non trasse più vigore la complicata amministrazione cui le avea sottoposte; e tutto andò spartito in tante signorie, quanti erano i popoli, con leggi proprie, e con effettiva indipendenza sotto una nominale subordinazione.
L'Italia, che pareva anch'essa dover venire assorbita in quel grande accentramento, ne restò distinta, ma sbranata in moltissime signorie; e i nostri re valeano poco meglio di qualunque altro de' possessori di grandi feudi, fossero signori longobardi qui sopravanzati, o nuovi pòstivi dai Franchi; e dei prelati che, a modo del clero di Francia e di Germania, mescevansi della politica; e che tutti mal s'acconciavano al regolato governo istituito dal Magno.
Pepino re d'Italia sedeva in Pavia, non però distaccato dall'Impero; tanto che Carlo Magno, a lui scrivendo nell'807, s'intitola ancora re dei Longobardi, e gli trasmette ordini[234]. Sinchè fanciullo, ebbe per tutore Wala, poi per consigliere e ministro sant'Adalardo abate di Corbia, che amava la giustizia senza distinguere persone nè ricever regali; i prepotenti che angariavano il popolo, represse; e dicevasi esser non uomo ma angelo. Papa Leone III l'ebbe famigliare, e — Se mi fossi ingannato nel credere ad esso, a niun Francese mai più crederei»[235].
Morto Pepino giovanissimo (810), Carlo Magno gli sostituì il figlio Bernardo: ma come il Magno morì, Lodovico Pio, suo successore, stabilì dividere il regno tra' proprj figliuoli (817), e a Lotario primogenito col titolo imperiale assegnò l'Italia, e primazia sovra i fratelli. Se l'ebbe a male Bernardo, che come re d'Italia aspirava all'Impero, e v'era sollecitato dagli Italiani; e i vescovi Anselmo di Milano e Valfondo di Cremona, scontenti d'una sovranità forestiera, formarono una lega di principi e città, e muniti i varchi, alzarono per la prima volta quel grido che fu poi echeggiato d'età in età, di liberarsi dai Barbari (818). Con essi Bernardo passò di là dalle Alpi, ma presto sconfitto, fu condannato a morte; e i due prelati, e i sacerdoti e i grandi che gli ascoltarono, furono chiusi in prigioni o in monasteri.
Lotario, rimasto re d'Italia, trascinò i nostri nelle lunghe guerre che contro del paese e dei fratelli menò per le spartizioni ripetute dell'Impero. Succeduto poi al padre (813), nel trattato di Verdun divise i possessi coi fratelli a seconda delle nazionalità, e non pretendendo per sè alcuna supremazia che ne sminuisse l'indipendenza, si piantò oltr'Alpe (844), e qui lasciò re il figlio Lodovico II.
Il regno d'Italia occupava la parte superiore della penisola, già dominata dai Longobardi, e che allora prese il nome di Longobardia. Era essa divisa in contadi, e già indicammo quali fossero le attribuzioni dei conti, e quali i privilegi de' liberi, degli ecclesiastici, dei Comuni, allora misti di varie cittadinanze per la concessione di Carlo Magno: e sebbene sussistessero le apparenze longobarde, si estendevano le maniere Franche del possedere e del giudicare, e dappertutto si trovavano benefiziati e vassalli laici o ecclesiastici al modo salico.
Di fatto le leggi emanate dai primi Carolingi non facevano che compiere il sistema del Magno, precisando i diritti e i doveri, frenando gli usurpamenti dei baroni, mentre alle chiese si prodigavano franchigie e privilegi. I re longobardi comandavano sull'intera nazione, e non facevano guerra fuori del regno o ben di rado: i Franchi sì, e perciò avevano bisogno di moltiplicare i vassalli proprj, coll'assegnar loro dei feudi, cioè beni particolari, portanti l'obbligo del militare. Eguagliati Longobardi e Romani col concedere anche a questi il guidrigildo, i nostri ch'erano rimasi della stirpe antica, massime nei paesi non occupati da Barbari, ottennero il diritto e l'obbligo di portare le armi, cogli onori e colle prerogative che ne conseguitavano, così qui pure fu dilatato l'uso de' benefizj o feudi, massime da che i beni confiscati ai contumaci furono scompartiti tra i Franchi. I grandi, possessori di quelli, vennero sempre meglio sottraendosi dal dipendere dai re, e tanto più quanto questi erano meno robusti, e sovente lontani. I vassalli maggiori non poteano essere spossessati dal re, se non per cause prestabilite; anzi riuscirono a rendere ereditario il possesso, lo che avvenne pure delle altre dignità. I piccoli feudatarj, abbandonati di protezione, si sottomettevano a conti e vescovi; i pochi liberi cercavano la tutela dei potenti, e di rendersi vassalli, giacchè il feudo portava seco la giurisdizione.
Era nel sistema de' Franchi di concedere a qualche possesso la piena giurisdizione, di modo che restasse disoggetto da ogni autorità se non fosse la sovrana: per le quali immunità veniva a sminuzzarsi il paese quasi in tante signorie, quante erano giurisdizioni privilegiate, e ponevansi le une a contrasto colle altre. Di questo passo i privilegi delle persone e delle terre nobili si assodarono, formandosi una classe, interposta fra il re e la plebe, qual non v'era nella Roma antica; i re trattavano coi duchi e i conti, non più col popolo o coi Comuni; gl'impieghi e le dignità non furono amovibili giacchè erano annessi al possesso di terreni; gl'individui, privati di qualunque rappresentanza, restavano in balìa dei signori.
Anche i papi, entrando a parte del sistema feudale, assodavano la propria potenza temporale in bilancia colla regia; sicchè il clero, i ricchi, i grandi erano mossi da interessi differenti da quelli del re. Lodovico II (855), e come re d'Italia e come imperatore dopo la morte del padre, dovette essere continuamente colle armi in pugno per mantenere la superiorità Franca, e impedire lo sfasciamento cagionato dalle immunità.
Carlo Magno avea lasciato a ciascun popolo la propria legge; ma ciò valea pe' magnati; valea fors'anche per recuperare qualche proprietà usurpata: realmente però e Romani e Longobardi e Salici restavano a discrezione del feudatario, che non aveva chi lo frenasse ogniqualvolta il suo interesse fosse in opposizione con quello del suddito.
I Capitolari emendavano o temperavano le leggi personali; e giacchè tutti erano obbligati a seguir queste, parrebbe ne dovesse derivare una grave confusione colle legislazioni preesistenti; ma vi metteva riparo la grande loro semplicità, e il concordare esse ne' punti principali, tutte autorizzando la schiavitù, tenendo la donna in perpetua tutela, punendo gli oltraggi di parole, facendo compendiosi i giudizj, e spesso ricorrendo alle prove di Dio. Durava pure la differenza di pene secondo le persone offese, e l'uccidere un libero costava ducento soldi; cento un servo o liberto della chiesa o del re; il triplo se ucciso in chiesa; trecento se un suddiacono, quattrocento se diacono o monaco, seicento se prete, novecento se vescovo[236]: il padrone paghi pel servo o lo consegni all'offeso[237]: talora al servo si davano tante sferzate, quanti soldi avria dovuto pagare[238]. Delle multe soleasi attribuire due terzi al re, l'altro al conte[239]. Benchè continuasse l'uso germanico di comporre i delitti a denaro, però introduceansi anche pene corporali, mutilazione, ceppi, flagellazione, schiavitù a tempo o perpetua, esiglio; i servi tondevansi; tagliavasi la mano allo spergiuro, al falsatore di monete o di carte, a chi uccidesse il nemico dopo giurata la pace[240]; morte a chi disertava, o ricusasse armarsi per la patria, o facesse congiura[241].
De' Capitolari pubblicati specialmente per l'Italia, quello dato da Corteolona nel pavese espressamente permise a tutti di seguire il diritto longobardo: e anche le Romane vedove di Longobardi non erano obbligate vivere colla legge del marito, ma poteano tornare alla nativa. Speciale pure a noi era il divieto di combattere colle spade, dovendo adoprarsi pei duelli giudiziarj il bastone e lo scudo, salvo i casi d'infedeltà[242].
I pontefici continuavano cogl'imperatori in quella relazione mista di dipendenza e di supremazia. Passato il primo bagliore degli applausi e degli spettacoli da cui facilmente si lascia allucinare, il popolo romano sgradì la rinnovazione dell'Impero, quasi ne andasse di mezzo la propria indipendenza; onde alla morte di Carlo levò rumore. Leone III fece cogliere i rei e condannare, ma questa a Lodovico il Pio parve una lesione della sua sovranità: se non che spedito il nipote Bernardo a prendere cognizione del caso, chiamossene soddisfatto, e non solo confermò le donazioni anteriori, ma le crebbe[243]. Eppure senza aspettare il consenso imperiale fu ordinato Stefano IV (816), che però subito fece dal popolo giurare fedeltà a Lodovico il Pio, e mandò scusarsene: poi in persona venne a Reims a coronarlo. L'imperatore gli si prostrò dinanzi tre volte, e gli fece doni, al centuplo di quei ch'esso papa avea recati da Roma[244]. E trovando colà molti usciti fuori d'Italia per le offese recate a papa Leone, li perdonò e ricondusse in patria; corteggio degno di un pontefice. Al morir di quello, il popolo romano elesse Pasquale (817) senza attendere la sanzione di Lodovico che se ne lagnò. Pasquale incoronò l'imperatore Lotario; ma appena partito questo, due uffiziali della chiesa romana, che se n'erano mostrati fervorosi, furono uccisi; e venuti commissarj imperiali a chiedere ragione del fatto, il papa con trentaquattro vescovi giurossene innocente.
Avendo la fazione aristocratica portato al seggio Eugenio II (824), Lotario, sceso a Roma per posare le turbolenze, prescrisse il popolo giurasse fedeltà all'imperatore, salvo quella dovuta al papa, il quale avesse ad eleggersi secondo i canoni, davanti ai messi dell'imperatore e col consenso di questo. Ciò non ostante Valentino fu intronizzato senz'aspettarlo (827); ma essendo morto in capo a quaranta giorni, Gregorio IV fu eletto con rito più regolare. Donde appare una diversità di pretensioni; un diritto che gl'imperatori si arrogavano e il popolo non riconosceva; nè sembra fosse impacciata l'elezione libera dal richiedersi il consenso imperiale prima della consacrazione. Biblioteche intere si scrissero su tal proposito, quando ancora le ragioni e gli esempj precedenti aveano qualche peso sulle decisioni politiche, anzichè serbarle solo all'onnipotenza del cannone.
Sergio II fu ancora investito (844) senza dipendere dall'imperatore, il quale per isdegno di ciò spedì Lodovico suo figlio a devastare il dominio romano. L'esercito di lui mise a sangue e spavento le città pontifizie: il papa gli mandò incontro tutti i magistrati e le scuole della milizia: egli stesso accolse Lodovico al Vaticano, e menatolo alle porte della basilica ch'erano chiuse, gli domandò se venisse con intenzione amica, nel qual caso le avrebbe fatte aprire; se no, no. Sulla sua promessa, gli fu aperto, e unto re d'Italia: i suoi soldati però lasciaronsi fuor di città, dove mandarono a preda la campagna e i borghi, a gara coi Longobardi di Benevento ch'erano venuti a ossequiare il papa e il re. Ciò non tolse che i Romani, senza aspettare assenso dell'imperatore, eleggessero il nuovo papa Leone IV (847).
Era dunque un conflitto universale dei poteri nuovi cogli antichi, degli imperatori coi papi, coi grandi feudatarj, coll'aristocrazia militare, coll'aristocrazia ecclesiastica. Questo tempestare di fazioni, questo sminuzzamento di Stati assicurava l'impunità al ribaldo, che sottraevasi al castigo col rifuggire sul territorio del vicino o sull'immune, cioè su quello che aveva ottenuta od usurpata una giurisdizione propria, indipendente da ogn'altra. Queste immunità medesime partorivano interminabili dissidj tra conti, vescovi, monasteri, mentre i signori rimbaldanzivano, ed il potere ogni voglia toglieva al vizio persin la vergogna. Re, papi, duchi non valevano a frenare gente siffatta, se non col rendersi tiranni e adoperare astuzia e forza; sicchè in quello stadio sociale che possiamo intitolare della feudalità, l'individuo patì enormemente, quanto sotto le tirannidi antiche; e i secoli IX e X furono considerati come i più miserabili per la specie umana.
Grazioso, arcivescovo di Ravenna, dotato o di spirito profetico o di grande sagacia, poco dopo la morte di Carlo Magno prevedeva gl'imminenti disastri, e gli esponeva sotto forme scritturali: «L'Impero andrà a pezzi, per opera massimamente de' suoi cittadini, e tra di essi fia guerra. La metropoli del mondo sarà assediata, i nemici la calpesteranno, e d'ogni parte s'insorgerà contro di essa, ed essa fia data alla devastazione. Stranieri rapiranno le spoglie delle città vicine, e profaneranno le chiese de' santi, e spoglieranno le tombe degli apostoli. E dai paesi occidentali uomini sbarbati[245] accorreranno a sua difesa, ma ne faranno altrettanto strapazzo. In quel tempo gitterà cruda fame e fiera mortalità; la terra non darà più frutti, questa madre degli uomini ne diverrà matrigna; e i Cristiani cadranno tributarj d'altri Cristiani, e nessuno sentirà misericordia del suo prossimo. Di questa calamità fia segno il divenire i sacerdoti ingordi ed orgogliosi; scompartiranno come roba propria i tesori della Chiesa, e dopo gli ornamenti di questa, dilapideranno anche i dominj: i monasteri andranno distrutti, i templi disertati; i ministri del Signore rapiranno l'incenso dal santo altare, e più non adempiranno al loro ministero... E venendo sulla marina, sconosciute nazioni scanneranno i Cristiani, devasteranno le campagne; chi campò da morte rimarrà schiavo, e i nobili romani passeranno cattivi in terra straniera. Roma sarà saccheggiata per le sue ricchezze e consunta dall'incendio. La stirpe di Agar si affaccerà dall'Oriente a dilapidare le città marittime, e non si troverà persona per respingerla; avvegnachè in tutti i paesi della terra i re saranno indegni ed oppressori dei sudditi. L'impero dei Franchi perirà, e sul trono imperiale sederanno i re; ed ogni cosa volgerà in peggio, e i servi prevarranno ai padroni, e ciascuno si confiderà nella propria spada. Più non resterà memoria delle antiche istituzioni, e ognuno fia che cammini per le strade dell'empietà, dimenticata la giustizia, pervertiti i giudizj».
Sono queste sciagure, che noi dovremo svolgere di sotto alle raffagottate narrazioni di incoltissimi cronisti.
Il regno d'Italia era dunque costituito dei paesi fra l'Alpi e il Po, oltre Parma, Modena, Lucca, la Toscana, l'Istria. L'esarcato di Ravenna apparteneva ai papi, ai quali, oltre la donazione del vecchio Pepino, fu assegnato quel che dicevasi Patrimonio di san Pietro, da Clusio, la Sabina e il Lazio, sino a Fondi e a Sora; questa, già appartenente al ducato di Spoleto, conservò costituzione propria alla longobarda, con duchi eletti dal pontefice, e scultasci, scabini e minori uffiziali, scelti secondo le forme longobarde. Le municipalità antiche duravano nel restante dominio della Chiesa, e molto vi poteano le sopravvissute famiglie consolari, senatorie o patrizie; ma i duci e gli altri magistrati erano di nomina del papa. I papi non riconosceano veruna supremazia dei re d'Italia, se non quando gli avessero coronati imperatori.
Al mezzodì i Greci dominavano Napoli, Gaeta, Sorrento, Amalfi poco più che di nome, e spedivano governatori a Bari, ad Otranto, alla Calabria, al lembo orientale della Sicilia; ma, attesi i continui attacchi de' Longobardi meridionali, non poteano conservarle che col crescerne le franchigie, donde venne poi l'intera loro emancipazione.
Alcuni ducati già fin d'allora erano potenti o presto divennero. Quello del Friuli, costituito per difendere l'Italia contro gli Slavi, si estendeva sull'Istria e la Marca Trevisana; i re trovandolo troppo poderoso, lo spartirono in quattro contadi, che forse erano Treviso, Cividale di Belluno, Padova, Vicenza, ma presto furono ricongiunti. Succedevano, fra la marca di Carniola e il lago di Garda, i grandi feudi di Trento, Verona, Aquileja. Il marchesato d'Ivrea, posto dai Longobardi come barriera ai Franchi, allargavasi sul Piemonte e sul Monferrato: il ducato di Susa era posseduto dai dinasti di Savoja: fra gli Appennini, l'Alpi Marittime e il Po trovavasi quel del Vasto; quel del Monferrato tra il Po, gli Appennini, il Tànaro e Tortona, e di mezzo ai predetti il contado d'Asti. In Lombardia, Milano, Vercelli, Novara, Como, Bergamo, Brescia, Cremona, Pavia sulla sinistra del Po, e sulla destra Tortona; Parma, Piacenza formavano contadi distinti, spesso investiti ai vescovi delle stesse città. I marchesi di Toscana[246], che trassero a sè anche il ducato di Lucca, si erano segnalati sotto Lodovico Pio, poi nel difendere Sardegna e Corsica dai Saracini. Quasi tutte le città ad oriente del Lazio ed al nord-ovest della Toscana da Ferrara a Pèsaro costituivano altrettanti ducati, amministrati dai vescovi. Al sud della Romagna, fra la catena centrale degli Appennini e l'Adriatico, da Pèsaro ad Osimo incontravasi il marchesato di Guarnerio; da Osimo alla Pescàra, quel di Camerino o di Fermo; e di là a Trivento, quel di Teate.
Faceva cosa a parte la Lombardia meridionale. I duchi di Spoleto che tenevano anche il marchesato di Camerino, reluttavano sempre ai papi e agl'imperatori, perciò attenti a toglier loro il diritto patrimoniale. Viepiù poteano i principi di Benevento, i quali, già a fatica frenati da Carlo Magno, a baldanza adoprarono co' suoi successori. A questi tributavano venticinquemila soldi d'oro; ma mentre prima, per trasmettere il dominio ai figli, procuravano l'assenso del re longobardo, dappoi se ne emanciparono, ed erano eletti da liberi longobardi e dagli uffiziali del principe; fomite di discordie, combattendo ora per l'ambizione, ora per l'indipendenza: e mentre il paese era disputato fra emiri saracini, duci napoletani, stratigoti greci, messi papali, nobili romani, crescevano in forza, e già si erano impadroniti di Salerno, ed aspiravano a dominare sui due golfi separati dal promontorio di Minerva.
Grimoaldo IV, principe di Benevento (803), lottò sempre con re Pepino, e gli diceva: — Libero sono e sempre sarò, se Dio m'ajuta»[247]; menò continue guerre, prese molte rôcche, e vantavasi d'aver fiaccato le forze dei Franchi. Ma continua opposizione ebbe da una partita di nobili, avversa all'elezione sua: ricoverò Sicone duca longobardo di Spoleto, cacciatone perchè nemico ai Franchi; ma costui lo ricambiò coll'assassinarlo (827), e gli successe. A Sicone ricorse Teodoro duca greco di Napoli, espulso da una fazione; ed esso l'ajutò ad assediare quella città, antico desiderio de' principi beneventani: ma quando già stava per entrarvi, il duca Stefano eccitò i Napoletani a rompere l'accordo, e sagrificò la propria vita, ma Napoli fu salva, nè Sicone potè conseguire che un tributo. Poichè neppur questo pagavasi, Sicardo suo successore tornò ad assalirla (833); e, grand'incettatore di reliquie com'era, tolse quelle di san Gennaro a Napoli, a Lipari quelle di san Bartolomeo, e per aver quelle di santa Trifomene indisse guerra agli Amalfitani. Ben presto i sudditi si rivoltano, sostituendogli il suo tesoriere Radelgiso (840): ma i Salernitani disdicono obbedienza a questo; travestiti da mercadanti, chiedono alloggio al castello di Tàranto ove stava prigione Siconolfo fratello di Sicardo, e liberatolo, il gridano principe. Anche il conte di Capua, vistosi insidiato da Radelgiso, fortifica la propria città, si allea con Siconolfo, e subito il seguono i conti di Consa e d'Acerenza. Per tal modo dal beneventano si staccarono i principi di Salerno e i conti di Capua, recandosi guerra incessante. Radelgiso con ventiduemila armati assale Salerno, ma Siconolfo lo sbaraglia, indi assalta Benevento; ma quivi trova vigorosa resistenza.