CAPITOLO LXXII. Imperatori italiani. Gli Ungheri.
| Carlo Magno imperatore 800-814 | ||||||||
| Pepino re 781-810 | ||||||||
| Bernardo re 810-18 | ||||||||
| Adelaide sposa Lamberto? | ||||||||
| Guido di Spoleto re 889 imp. 891-94 | ||||||||
| Lamberto imp. e re 894-98 | ||||||||
| Lodovico il Pio assoc. all'imp. 813-40 | ||||||||
| Lotario assoc. all'imp. 817-55 | ||||||||
| Lodovico il Giovane assoc. all'imp. 849-75 | ||||||||
| Ermengarda m. di re Bosone | ||||||||
| Lodovico il Cieco re 899 imperat. 901-903? | ||||||||
| Lotario di Lorena | ||||||||
| Berta m. di Tibaldo di Prov. | ||||||||
| Ugo re 926-47 | Rodolfo II di Borgogna re 922-26 | |||||||
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| Lotario assoc. 931-50 marito di . . . | Adelaide che nel 951 sposa Ottone il Grande | |||||||
| Carlo di Prov. | ||||||||
| Carlo il Calvo imp. e re 875-77 | ||||||||
| Lodovico il Tedesco | ||||||||
| Carlomanno re 877-79 | ||||||||
| Arnolfo imp. e re 896-99 | ||||||||
| Lodovico il Fanciullo | ||||||||
| Zventiboldo re di Lorena | ||||||||
| Luigi il Sassone | ||||||||
| Carlo il Grosso re 879 imp. 881-87 | ||||||||
| Pepino d'Aquitania | ||||||||
| Gisela | ||||||||
| Berengario I re 888 imp. 915-24 | ||||||||
| Gisela m. del marchese d'Ivrea | ||||||||
| Berengario II re 950-61 | ||||||||
| Adalberto re col padre | ||||||||
Lodovico II non lasciava figliuoli; e quanto si fossero ingagliarditi i grandi ecclesiastici e secolari apparve nelle due fazioni che allora si formarono attorno ai due suoi zii. Una, desiderando un protettore robusto, chiedeva re Lodovico il Tedesco, al quale nella partigione del retaggio di Carlo Magno erano tocche la Baviera, la Boemia, la Moravia, la Pannonia, la Carintia, la Sassonia ed altri paesi d'oltre Reno; l'altro Carlo il Calvo re della Francia occidentale, perchè, debole essendo, non avrebbe attenuato i diritti e gli arbitrj signorili. Carlo passò di subito le Alpi: lo seguì per contrastarlo Carlo il Grosso figlio di Lodovico, e trovandosi prevenuto, guastò il Bergamasco e il Bresciano; poi atterrito, o deluso dallo zio che fingeva assalire la Baviera, diede indietro; e Carlo il Calvo venuto a Roma (875), coll'arti di Giugurta vi comprò voti e la corona dell'Impero, poi in Pavia quella de' Longobardi. Come in Francia egli non sapeva impedire le usurpazioni de' nobili, anzi gli aveva assicurati non sarebbero rimossi dalle pubbliche funzioni nè essi nè i loro figli, ed obbligato i liberi a sottoporsi ciascuno a un patrono; altrettanto fece in Italia.
Già signori e vescovi aveano tratto a sè l'arbitrio di eleggere il re; e per primo Ansperto arcivescovo di Milano, poi i vescovi d'Arezzo, Pavia, Cremona, Tortona, Vercelli, Ivrea, Lodi, Asti, Modena, Alba, Aosta, Acqui, Genova, Como, Verona, Piacenza, uniti con Bosone conte di Provenza, archimandrita del sacro palazzo e messo imperiale, e con varj altri conti, come ottimati del regno d'Italia elessero l'imperatore Carlo il Calvo per patrono, signore, difensore e re, promettendo obbedirlo in che che ordinasse a vantaggio della Chiesa e a salute di loro tutti; quanto sapranno e potranno col consiglio e cogli atti, senza frode nè maltalento, gli saran fedeli e obbedienti; nè direttamente o per lettera o per messi turberanno la quiete e la solidità del regno. Di rimpatto Carlo giurava, coll'ajuto di Dio e con ogni sua possa, onorare e salvare ciascuno, giusta l'ordine e la persona, mantener la legge e la giustizia che a ciascuno compete, e usare ragionevole misericordia a chi ne abbia bisogno: che se per fragilità deviasse, appena lo riconosca procurerà emendare[264].
Quest'atto prezioso ci chiarisce la natura di quel regno, elettivo e aristocratico: e fra gli elettori prevalgono i vescovi, come si sente dal fondarsi sui precetti evangelici, anzichè sulle cautele costituzionali, di cui furono assiepati i re dopo che si cessò di riverirli come immagini di Dio.
Bosone suddetto ricevè la reggenza di questo regno col titolo di duca di Pavia, conferitogli col cingergli la corona, che dopo quell'ora fu adottata negli stemmi ducali. Poco poteva il re, e meno il suo luogotenente; prevalendo i grandi e massime i vescovi, giacchè i piccoli vassalli, non trovandosi protetti altrimenti, si mettevano sotto al loro patronato, salvo le grandi città, le sole dove i liberi conservassero qualche importanza perchè uniti.
Carlomanno, altro figlio di Lodovico il Tedesco (877), cala in Italia, pretendendola come eredità paterna; ed essendo fuggito e morto il Calvo, è salutato re d'Italia: mai però non ottenne la corona imperiale; e non andò guari, che scontento delle turbolenze o impauritone, uscì d'Italia (879) lasciandola campo alle ambizioni, e poco stante morì.
Guido duca di Spoleto, di nazione Franco, e nato da una figlia di Pepino re d'Italia, ingrandì di mezzo alle guerricciuole interminabili de' signorotti della bassa Italia, e campeggiando i Saracini che mai colà non lasciavano pace. Docibile duca di Gaeta, assalito dal principe di Capua, invocò i Saracini, che vennero, e recarono gravissimi danni agli amici non meno che ai nemici. Il papa indusse Docibile a torcere le armi contro di loro, e molti Gaetani perirono in quella guerra; ma poi si calò ad accordi (882), dando loro stanza presso il Garigliano, di dove per quarant'anni manomisero i dintorni.
Anche Anastasio, l'ambizioso arcivescovo di Napoli, ora ai Saracini, ora ai Greci ricorse per ajuti onde nuocere ai Salernitani e ai Capuani; i quali di rimpatto si dirigeano a Guido di Spoleto. Costui non facea divario da onesto a ingiusto, e mentre combatteva gl'infedeli, rapiva continuamente alla Chiesa[265]; anzi, aspirando alla corona d'Italia, empiva Roma di satelliti, e diceano s'intendesse coi Saracini di Tàranto per disfare la dominazione pontifizia. Giovanni VIII, papa di natura irresoluta, corre ad Arles per invocare il re Lodovico il Balbo; ma questi ricusa s'e' non benedica le sue nozze con Adelaide, sposata mentre la prima donna ancora viveva: anche Carlo di Svevia lo respinge perchè gli avea proibito d'invadere la Borgogna cisgiurana; onde il papa si propizia Bosone suddetto, cognato di Carlo il Calvo, ajutandolo a formare il regno di Provenza, poi lo mena seco in Lombardia lusingandolo della corona imperiale. Quivi il vescovo di Pavia fece omaggio a Bosone come a re; ma appunto per questo l'arcivescovo di Milano il ricusò: e il papa stesso abbandonollo, sollecitando Lodovico il Sassone a venire per la corona imperiale. La prese di fatto a Roma; ma morendo presto di dolore (882), la lasciava al fratello Carlo il Grosso. Imperatore, re di Germania, di Baviera, di Sassonia, di Lorena, d'Italia, costui riuniva tutto il retaggio di Carlo Magno, ma nessuna delle qualità necessarie a sostenerlo[266].
A lui Giovanni VIII mandava querele perchè i baroni si rendessero ogni giorno più dissoggetti, mentre la metropoli del cristianesimo era minacciata dagli Infedeli e da figli ingrati, e — per Iddio soccorreteci, chè le nazioni vicine non abbiano a dire, Ov'è il loro imperatore?» Carlo trovavasi molestato nel proprio regno dalle correrie de' Normanni e più dall'insubordinazione de' feudatarj, ormai convertiti in altrettanti re: pure venne, e nella dieta di Pavia i vescovi, gli abati, i conti e gli altri ottimati del regno lo elessero, giurandogli omaggio e fedeltà, al solito modo e col solito ricambio. Ma col titolo regio non acquistò l'autorità; e Guido di Spoleto continuava le depredazioni, ad onta de' messi imperiali e dei fulmini della Chiesa; anzi costrinse l'imperatore a rendere a lui ed a' suoi complici i confiscati onori. Carlo, incapace di reggere la nave fra tali procelle, s'affidò a Liutwardo vescovo di Vercelli, che eresse arcicancelliere dell'Impero. Costui se ne valse a soprusare, e le fanciulle di più ricco retaggio forzava a sposare parenti suoi; e rapì da Santa Giulia di Brescia una nipote di Berengario duca del Friuli per darla a un suo nipote. Non comportò l'oltraggio Berengario, e con un grosso di truppe assalse Vercelli, e pose a sacco il vescovado; poi andò a scusarsene all'imperatore. Il quale non tardò a disgustarsi di Liutwardo, massime dacchè lo sospettò di tresche coll'imperatrice Ricarda. Questa giurò non essere mai stata tocca da nessun uomo, neppur dall'imperatore, esibendo sostenerlo col duello e colle sbarre roventi; e così giustificata si ritirò in un convento. Liutwardo esulò, e ricoveratosi presso re Arnolfo, intrigò a favore di questo[267]. Carlo medesimo come incapace e mentecatto fu deposto d'imperatore, e morì miserabile (887); e allora la corona di Carlo Magno andò per sempre a pezzi, e i varj popoli scelsero re nazionali: Eude prese la Francia, Arnolfo la Germania, Bosone la Provenza.
Come regno elettivo ch'era l'italico, i grandi di qui non si credettero obbligati ad Arnolfo, ultimo ed illegittimo rampollo carolingio, e si sentirono forti quanto bastasse per governare il paese senza tutela di forestieri. Già aveano compreso che gl'imperatori, da patroni, tendeano a farsi padroni: il vescovo di Brescia scriveva ad un prelato tedesco i guai degli Italiani, inquilini o piuttosto affittajuoli della patria loro, e preda del più forte; e l'oltramontano rispondeva compassionando una terra, ch'era unica fonte della ricchezza a paese arido e povero qual è la Germania[268]. Pertanto voleasi un re nazionale; ma come accordarsi nella scelta in un'età tutta d'individui, dove le fazioni signorili si contrastavano spesso senza conoscere il perchè, mutando parte secondo le inclinazioni e la forza dei loro capi, servi all'interesse istantaneo e immediato?
Fra i signori italiani quattro primeggiavano. Adalberto marchese di Toscana, sposo a Berta figlia di Lotario re di Lorena, la quale prima era stata di Teobaldo conte di Provenza, e n'avea avuti Ugo che poi fu re d'Italia, e Bosone che fu marchese di Toscana. Adalberto era cognominato il Ricco, ma non entrò per allora in lizza. Il principe longobardo di Benevento si era svigorito nelle guerre, e trovavasi sulle braccia le città di Calabria e i Saracini. Berengario duca del Friuli, di gente salica, e nato da una figlia di Lodovico il Pio, avea favorito a' Carolingi, ma con tale circospezione, che al soccombere di quelli rimase in piedi e potente. Guido di Spoleto, per la posizione sua appoggiavasi ai Saracini e al papa, potendo in quelli trovar braccia, a questo ispirar timore come emulo, o gratitudine come protettore. Stefano V l'adottò per figliuolo; e tanto erasi reso potente, che la dieta adunata a Langres per dare un successore a Carlo il Grosso, lui chiamò re di Francia. Abbandonò dunque le speranze del regno d'Italia a Berengario, il quale lusingava la nazionalità col farsi chiamare di sangue latino e principe italiano[269]; e in Pavia da Anselmo arcivescovo di Milano (888) si fe cingere la corona[270].
Ma Guido giunto in Francia si trovò prevenuto, essendo eletto re Eude conte di Parigi; onde col dispetto ripassò le Alpi, menando un grosso di guerrieri francesi, già allora sprezzatori dei nostri[271]; e coll'alleanza dei Camerinesi e degli Spoletini assalì Berengario, sussidiato da altri signori. Si combattè sanguinosamente nelle vicinanze di Brescia; e Berengario vinto (889) dovette contentarsi del suo ducato del Friuli, tenendo sede in Verona.
I vescovi del regno, che omai aveano tratto a sè il supremo diritto, si congregarono a Pavia, e meditando «quanti mali avesse pei proprj peccati sofferto Italia dopo Carlo Magno, tali che umana lingua non può spiegarli», risolsero porre un fine alle orribili stragi, ai sacrilegi, alle rapine, ai misfatti d'ogni genere che attiravano la collera celeste; e per salvare le chiese loro e tutta cristianità volgente in desolazione, si adunarono affine di imporre degna penitenza ai malfattori confessi, e reprimerli in avvenire, al qual uopo elessero Guido re, piissimo ed eccellentissimo. E fu riverito a patto rispettasse le immunità e i dominj della Chiesa romana, coi privilegi e le autorità concedutile dagli imperatori antichi e moderni, troppo disdicendo che questa chiesa «capo delle altre, rifugio e sollievo dei soffrenti, salute di tutti» venisse da chicchessia vessata; piuttosto convenendo che il pontefice da tutti i principi e i fedeli sia supremamente venerato. Rimangano inoltre libere da ogni vessazione e diminuzione le chiese vescovili: i rettori di esse liberamente esercitino la podestà sacerdotale nelle cose ecclesiastiche e nel reprimere i trasgressori della legge divina: a vescovadi, abazie, spedali o altri luoghi sacri non s'impongano nuove gravezze: ogni sacerdote e ministro di Cristo abbia gli onori e la riverenza dovuta al suo grado, e colle cose ecclesiastiche e le famiglie a lui spettanti rimanga imperturbato sotto la podestà del proprio vescovo, salva la ecclesiastica disciplina. A tutti gli uomini plebei e ai figli della Chiesa si lasci usare liberamente delle proprie leggi, senza esiger da loro più del dovuto, nè opprimerli: che se ciò avvenisse, il conte del luogo abbia a ripararli legalmente, per quanto gli preme conservare la sua dignità; ove manchi, e faccia violenze o vi consenta, sia scomunicato dal vescovo. E poichè Guido liberamente promise osservare tali capitoli, unanimamente, a guisa di agnelli rimasti senza pastore, lo elessero a re e signore.
Qui dunque, siccome avviene col ripetersi delle elezioni, s'allargano i patti, e ciò ch'è notevole si è la tutela del popolo e delle sue giustizie, assunta dai vescovi non per distinzione di razze e di grado, ma a favore di tutti, perchè tutti figli della Chiesa. Se i modi divisati per effettuarla non erano i più prudenti, è già assai trovare così proclamata l'egualità civile in nome della religiosa; è bello trovar costituzioni di diritti reali, mille anni prima che la nostra accidia ci facesse credere non poterne noi avere se non dall'imitare le francesi.
Guido, profittando del favore di Stefano V, si fe cingere in Roma anche la corona d'oro (891); ma il nuovo papa Formoso, preferendo un lontano imperatore a questi vicini e litigiosi, favorì il tedesco Arnolfo, che da Berengario era stato invitato a sostenere i proprj diritti sovra un regno di cui esso gli faceva omaggio. Arnolfo, come unico carolingio fra tanti nuovi dominatori, pretendeva che la Germania sua fosse ancora il centro e l'anima degli Stati disgiunti; e comprendeva che, se Berengario cadesse, e Guido preponderasse co' Franchi e coi Longobardi, ogni ingerenza germanica di qua dall'Alpi sarebbe perduta. Adunque per l'Adige calò in Italia, prese Verona e Brescia; Bergamo, che generosamente si difese, mandò a osceno saccheggio, e Ambrosio, governatore per Guido, che vi si era eroicamente sostenuto, fece vilmente appiccare. Tosto Milano e Pavia cedono; i marchesi d'Italia vengono a prestar omaggio e chiedere nuova investitura, invece della quale Arnolfo li fe carcerare, sinchè a lui giurassero fedeltà. Allora l'aborrimento del dominio straniero unì quelli che prima s'erano fra loro combattuti, e lo costrinsero a dar volta.
Cessato appena il pericolo, la guerra civile rinfocò tra Berengario e Guido; e morto questo, Lamberto suo figlio e collega, gridato re (894), strinse novamente Berengario in Verona. Allora Arnolfo, invitato da papa Formoso, torna; va dritto al cuor d'Italia per abbattere gli Spoletini, che parea volessero rinnovare la preponderanza longobarda; conferma a Berengario il regno d'Italia, sottraendogli però le provincie transpadane, nelle quali pone un Gualfredo (896) col titolo di duca di Verona, e un Maginfredo con quello di conte di Milano. L'acconcio dispiace a Berengario, il quale s'affiata con Lamberto di Spoleto e con Adalberto di Toscana per chiudere ad Arnolfo il cammino di Roma. Arnolfo vi arriva per forza; benchè Geltrude vedova dell'imperatore Guido, difendesse la Città Leonina, egli la prende, ha Roma per capitolazione (febbr.), fa decollare molti a sè avversi; dal pontefice ottiene la corona, dal popolo giuramento d'obbedienza, salvo la fedeltà dovuta a papa Formoso. Ma le malattie che spesso vendicarono gl'Italiani, colsero Arnolfo, sicchè s'affrettò a ritornare in Baviera, molestato gravemente dagli Italiani insorti.
Ratoldo suo figlio, lasciato in Lombardia, non bastava a frenare quel moto d'indipendenza; sicchè pel lago di Como egli pure se n'andò in Germania; Verona non resistette a Berengario; i Milanesi trucidarono Maginfredo, che dato interamente al Tedesco, non pensava che a stringerli in soggezione; da Roma l'odio agli oltramontani si manifestò in uno scandaloso processo, che il nuovo papa Stefano VI fece al cadavere di Formoso, la cui vera colpa in faccia al popolo era d'aver unto lo straniero; poi sedente Giovanni IX, un concilio confermò imperatore Lamberto, pronunziando surrettizia e barbara l'elezione d'Arnolfo. I due competitori Lamberto e Berengario, accortisi che dal ricorrere agli stranieri scapitavano entrambi (898), partirono il regno fra sè; al secondo la Lombardia fra il Po e l'Adda, il resto a Lamberto colla corona imperiale. Ma i fiumi non demarcavano le possessioni de' grandi e degli ecclesiastici, e l'incrociarsi di esse su dominj diversi moltiplicava i motivi di conflitto. In breve Lamberto venne in rotta con Adalberto di Toscana, e lo rese prigioniero; ma poco stante egli stesso fu assassinato nei boschi di Marengo, dicono da Ugo figlio di Maginfredo già conte di Milano.
Anche ne' paesi transalpini i duchi o conti cincischiavano l'autorità dei re; ma infine essi erano nazionali. Da noi invece erano forestieri; e nessuno se ne trovò, il quale sapesse sbrancarsi dalla propria nazione per farsi capo d'una nuova. In tal guisa l'indipendenza paesana cadeva, mentre gli altri popoli la acquistavano; atteso che cotesti signorotti, non v'avendo popolo sul quale farsi forti, ricorreano ai potentati forestieri. Berengario, rimasto solo re, libera Adalberto; ma eccogli addosso un nuovo flagello, gli Ungheri.
Dagli Urali e dal Caspio erano venuti costoro nella grande commozione di Attila; avanzatisi poi nell'VIII secolo, e sottoposti i Valachi e gli Slavi delle sconfinate pianure di qua dai Carpazj, cominciarono a rendersi terribili in Europa quali scorridori e predoni. I Carolingi nelle miserabili gare degli ultimi loro tempi gl'invocarono spesso, e Arnolfo gl'invitò coi Croati ad osteggiare il potente impero de' Moravi. Improvvido consiglio[272], perocchè abbattuto questo si trovarono a contatto coll'impero Franco, contro del quale spinsero i rapidi loro cavalli e una ferocia da selvaggi.
Ci sono essi descritti come gente oltre ogni dire deforme e barbara; volto schiacciato; le madri morsicavano i figli in viso per abituarli al dolore. Nello sgomento ispirato da essi, disputavasi se fossero quel popolo di Gog e Magog, predetto dall'Apocalissi come precursore della fine del mondo; e s'introdussero processioni e riti per isviare quel nembo, e litanie dove pregavasi Dio perchè ci scampasse dal furore degli Ungheri. Nè mancò la solita messe di prodigi; e molte volte le ossa turbate de' santi riuscirono loro micidiali: la mano di un Unghero restò affissa all'altare che tentava spogliare; ad un altro si spezzò la spada vibrata a decollar un frate.
Non tocca a noi raccontare i guasti che recarono alla Germania e alla Francia: ma l'Italia ben presto lusingò la loro cupidigia, bella e ricca qual è anche dopo spogliata e vilipesa da stranieri e da suoi, ed aperta a loro dal lato ove s'abbassano le alpi Friulane. Entrati per queste in numero che parve immenso agli atterriti, non arrestati dalle munitissime città di Aquileja[273] e Verona devastarono sino a Pavia. Re Berengario che, allor allora domi i rivali, trovavasi solo in dominio del bel paese, mandò il bando dell'armi per la Lombardia, la Toscana, Camerino, Spoleto, e raccolto un esercito tre volte più numeroso di quel de' nemici mosse contro di loro, li sconfisse, e talmente gli avviluppò fra l'Adda, il Brenta e gli altri fiumi dell'alta Lombardia, che non trovando scampo, mandarono offrendo di abbandonare il bottino e i prigionieri, purchè fossero lasciati partire. Berengario, confidando sterminarli, negò: ond'essi da disperati combatterono, vinsero, e dispersi i mal uniti Italiani, senza ostacolo desolarono il paese.
Non combattevano in regolate schiere, ma da scorridori sui rapidissimi cavalli, cui schiomavano acciocchè i nemici non avessero dove ghermirli. Non sarebbe dunque stato possibile ad ordinato esercito il raggiungerli; sicchè ciascuno era costretto provvedere alla propria difesa. Dalla campagna al loro accostarsi fuggiva la gente sulle alture fortificate, e mura alzaronsi allora attorno alle borgate e ai conventi[274]. Così gli uomini, rialzate le teste dalla servitù regolare dei Romani e dalla violenta dei Barbari, imparavano di nuovo a maneggiar le armi, e valersene a tutela della casa, del podere, del convento, delle città; il che tornò poi a vantaggio della libertà, poichè i padri nostri compresero la potenza dell'unione, e trovandosi in mano le armi, le usarono ad acquistarsi od assicurarsi franchigie.
Berengario gli affrontò più volte; ma dall'infelice riuscita disgustati, o seguendo già la politica imputata loro di voler sempre due padroni affinchè l'uno tenesse l'altro in rispetto[275], una partita di signori nostri, e nominatamente Adalberto di Toscana, offerse la corona d'Italia a Lodovico re di Provenza. Adalberto da principio era sì buono, che quando non si trovasse altro, dava ai poveri il proprio corno da caccia colla catena d'oro, che poi riscattava a denaro: in appresso s'abbandonò all'ambizione e alla crudeltà, e perpetuamente avversò Berengario. Lodovico venne, e fu coronato re in un concilio a Pavia, poi imperatore a Roma (901) col nome di Lodovico III. Avendo soggetta tutta l'Italia volle vedere anche la Toscana, e a Lucca fu ricevuto da Adalberto con tanta magnificenza, ch'ebbe ad esclamare: — Questo marchese avrebbe piuttosto a chiamarsi re, in nulla essendomi inferiore che nel nome». Adalberto, e più l'ambiziosa sua moglie Berta, videro in queste parole un'espressione d'invidia, onde se ne alienarono, e svolsero da lui anche gli altri principi. Lodovico, venuto a Verona, congedò l'esercito, distribuì a' suoi molti possessi, e stavasene in improvvida sicurezza: sicchè Berengario, che non gli si era opposto, lo colse, gli rinfacciò d'avergli altra volta giurato non molestare l'Italia, e fattigli cavar gli occhi, il rimandò in Provenza (903?). I suoi soldati restarono dispersi, e al passo dell'Alpi ne fe molti capitar male il marchese d'Ivrea genero di Berengario.
Quel che gli Ungheri all'alta Italia, il faceano alla bassa i Saracini, devastando, uccidendo; e massime la banda postatasi al Garigliano interrompeva le comunicazioni, e dilapidava i beni della Chiesa. Quando poi Ibraim re di Cairoan dall'Africa sbarcò in Sicilia per tornar al dovere gli emiri rivoltosi, si lagnò che a questi avessero dato soccorso le città di Calabria; e benchè esse venissero a dargli scuse, intimò si preparassero alla servitù, ed annunziassero il suo arrivo nella città del vecchio Pietro (908). Ma a Cosenza trovò forte ostacolo, «e una notte per giudizio di Dio morì»[276].
A questi nemici del paese e della fede opponevansi i papi; e Giovanni X, desiderando i signori italiani si concordassero a riscattare la patria, pensò rassodare l'unità cristiana col porvi a capo Berengario, e il coronò imperatore nel Natale 915, a patto osteggiasse i Musulmani. La coronazione fu solennissima; profusi doni alle chiese, al clero, al popolo. Il papa aveva invitato la Corte di Costantinopoli a mandar una flotta che intercettasse il mare ai Saracini; trasse in lega Landolfo principe di Benevento, Gregorio duca di Napoli, Giovanni duca di Gaeta: il papa stesso menò l'impresa con Berengario e col marchese Alberico di Camerino; e bloccata la colonia de' Barbari, gli affamarono di maniera che messo fuoco alle case e alle robe, sbucarono impetuosi a salva chi può, e la più parte furono uccisi o presi e fatti schiavi.
Non per questo le fazioni quietarono. Il marchese di Toscana e Berta sua moglie furono in Mantova imprigionati da Berengario, ma senza poter farsene cedere i castelli. Lamberto arcivescovo di Milano, che da esso imperatore avea dovuto comprar a denaro la dignità; Adalberto marchese d'Ivrea, genero di Berengario; Odelrico marchese e conte del sacro palazzo, congiurarono a danni dell'imperatore. Saputo che costoro aveano un convegno sulla montagna di Brescia, egli soldò due capi di Ungheri, i quali di fatto li colsero: Odelrico restò ucciso; Adalberto, fintosi un povero fantaccino di Calcinate, scampò; altri, avuto salvezza dalla clemenza di Berengario, invitarono in Italia Rodolfo II, re della Borgogna transgiurana. Soccorso dal suocero Burcardo duca di Svevia, egli venne; ma in sanguinosa battaglia a Firenzuola era sconfitto, quando la riserva del suocero mutò la fortuna, e Rodolfo vincitore fece coronarsi re in Pavia (922).
In questo mezzo erano tornati gli Ungheri, e tagliati a pezzi ventimila guerrieri di Berengario, eransi sveleniti contro Padova, Treviso, Brescia. L'imperatore mal obbedito non potè frenare quella furia che pagando dieci moggia di denari d'argento[277]; al qual fine tolse molti beni alle chiese, e il popolo tutto obbligò, fino i lattanti, a contribuire un denaro per testa. Ma vinto e scoronato, e ridotto a Verona e al ducato del Friuli, invitò essi Ungheri contro l'emulo Rodolfo. Voltisi dunque sopra Milano, assalsero Pavia (924), città florida e popolatissima[278] dove si tenevano le diete del regno, e vi soffocarono il vescovo e quel di Vercelli, distrussero quarantatre chiese; di tanta gente soli dugento lasciarono vivi, i quali raccolsero fra le ceneri otto moggia di denari per ricomprare dai Barbari il luogo dov'era sorta la patria.
Modena fu difesa a lungo dai proprj cittadini, che dall'alto delle mura si incoravano a vigilare con una cantilena guerresca rimastaci[279]. Malmenate anche le estreme terre del Piemonte, osarono imbarcarsi sulla marina Adriatica, ed arsero Cittanova, Equilo, Fine, Chioggia, Capodarzere, e predato tutto il littorale, tentarono Malamocco e Rialto; ma i legni mercantili di Venezia li respinsero[280].
La chiamata di que' Barbari indignò gl'italiani contro Berengario, onde tra i Veronesi fu congiurato di ucciderlo, e capo della trama era Flamberto. L'imperatore n'ebbe fumo, e chiamatolo a sè gli ricordò come lo avesse colmo di benefizj, sin a tenergli un figliuolo a battesimo, e più gliene compartirebbe ove restasse fedele; e donatagli una coppa d'oro, il lasciò andare. L'ingrato non ne divenne che più accanito. Berengario quella notte non dormì in palazzo, ma in una cameretta attigua alla chiesa, per esser pronto a sorgere la mezzanotte ed assistere all'uffiziatura. Ma come fu in chiesa, Flamberto lo fe trucidare. Milone, suo fedele, fece appiccare Flamberto e i complici.
Come avvenne ad altri infelici autori di conati nazionali, Berengario, bersagliato miserabilmente tutta la vita, ebbe esagerate lodi dopo morto qual valoroso, clemente, pio, e sin a riverirlo per santo, e mostrar lungamente una pietra chiazzata del suo sangue, che mai per lavarla non aveva perduto le macchie[281].
Tolto l'emulo, e scomparsi gli Ungheri, venne a regnare Rodolfo, ma non con pace, giacchè lo contrastarono tre vedove che allora aggiravano l'Italia cogli intrighi e coi vezzi: Berta, vedova di Adalberto il Ricco, sua figlia Ermengarda, marchesa d'Ivrea: e sua nuora Marozia, di disonesta memoria, vedova di Alberico marchese di Camerino. Il voto di coteste e di Guido duca di Toscana e Lamberto fratelli d'Ermengarda si accordò sopra Ugo, duca di Provenza loro fratello uterino, che cogl'inganni più che colla forza vinse Rodolfo (926). Questo si ritira in Borgogna, ma quivi unitosi ancora col suocero Burcardo, cala con grosso esercito in Italia. Burcardo piglia l'assunto d'esplorare le forze de' nemici, e in veste d'ambasciadore viene a Milano. Giunto alle colonne di San Lorenzo, allora fuor di città, disse a' suoi compagni: — Questo luogo pare fatto apposta per erigervi una fortezza che tenga in briglia, non solo i Milanesi, ma tutti i principi d'Italia»; e soggiunse: — Non sono Burcardo se non riduco gli Italiani a contentarsi d'un solo sprone e cavalcare giumenti». Disse ciò in tedesco, ma i nostri lo capirono, e tutto riportarono all'arcivescovo Lamberto: il quale dissimulando prodigò carezze al finto ambasciadore, e gli diede licenza di rincorrere un cervo nel proprio parco; favore che a nessuno egli consentiva. Ma intanto mandava avviso agli Italiani; sicchè, mentre tornava, Burcardo fu côlto in un agguato a Novara, e fuggendo restò trafitto dai duchi di Toscana; a' suoi non valse il ricoverarsi in San Gaudenzio, chè furono trucidati, e Rodolfo voltò indietro.
Ugo, che spertissimo di maneggi, s'era già compri molti signori italiani, allora venne promettendo un secol d'oro; sbarcato a Pisa ebbe universali accoglienze; a Pavia eletto re, a Milano coronato, regnò più robusto che nol desiderassero i signori italiani, proponendosi di restaurare l'unità della signoria col solo modo che par possibile, dopo gravi disordini, cioè la tirannia.
La voluttuosa e intrigante Marozia, sposa a Guido di Toscana, formatosi un grosso partito in Roma e disdicendo ogni obbedienza al papa, aveva occupato Castel Sant'Angelo, e disponeva a sua voglia della città e del papato: entrata col marito e con un pugno di sgherri in Laterano, trucidarono Pietro fratello di papa Giovanni X e questo cacciarono in prigione (928), ove morì dal dolore o soffocato. Poco dopo Guido moriva, e succedeagli nel ducato di Toscana il fratello Lamberto. Ma re Ugo, temendo non gl'italiani gliel sollevassero emulo, fe spargere che esso e Guido ed Ermengarda fossero figli suppositizj. Della grossolana invenzione s'adontò Lamberto, e propose smentirla col duello. Ugo fu vinto nel suo campione Teduino; ma non per questo cessò, troppo premendogli di togliere a Lamberto il dominio e la ricca moglie. Fatto sta che Lamberto poco poi fu côlto e accecato (931); il suo paese dato a Bosone fratel germano di Ugo, cessandovi così quella schiatta de' Bonifazj e Adalberti; Ugo sposò Marozia e dominò in Roma trattandovi con alterigia i grandi.
Alberico, figlio di Marozia del primo letto, dava un giorno l'acqua alle mani di Ugo; e avendo ciò eseguito disadattamente, ebbe da questo un manrovescio. Invelenito si restringe coi nobili (932), assalta e fuga il patrigno. Due volte Ugo tornò coll'esercito per vendicarsi e recuperare Roma, ma non potè che devastarne le circostanze: e infine concedette ad Alberico la pace e le nozze d'una propria figlia. Non per questo Alberico gli consentì mai di entrare in città, dove anzi accoglieva quanti signori fuggivano dalla tirannia di esso; per ventitre anni vi si tenne capo, coi nomi di console, di senatore, di tribuno allucinando i discendenti de' Romani antichi, i quali vedeano un magistrato repubblicano nel demagogo prepotente che usurpavasi fin gli atti pontificali, devoluti a suo fratello Giovanni XI. Ugo intanto, di scellerati portamenti in casa e di perfida politica fuori, insultava ai magnati, molti signori uccise, installò vescovi tedeschi a Milano e a Verona. Al fratello Bosone invidiò la Toscana o le ricchezze che egli e sua moglie Villa aveano carpite ai signori di colà, e col solito pretesto di congiure l'espulse, dando quel marchesato al proprio figlio naturale Uberto. Adombrò pure di Berengario marchese d'Ivrea e conte di Milano, Spoleto e Camerino, nipote all'imperatore Berengario. Il primo colla forza aperta assalì ed uccise; l'altro ebbe benignamente alla Corte, e aveva ordinato di strappargli gli occhi, quand'egli, avvertito dal giovine re Lotario, fuggì ad Ottone.
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Ugo disgustava pure col tuffarsi nelle lascivie, contaminando famiglie principali, e alle bagascie sue e ai tanti sterponi prodigando chiese, monasteri, prelature. Le nozze con Marozia come illegali volle sciolte quando gli parvero più vantaggiose quelle con Berta di Svevia, vedova di Rodolfo e madre del re di Borgogna.
Tuttociò accresceva i malcontenti, e il desiderio di indipendenza trapelava d'ogni parte fra gl'italiani: i quali però, se ebbero sempre vivo il sentimento della libertà personale, poco conobbero quello della libertà politica, e per ottenere la prima sacrificavano l'altra con cotesto bilicarsi fra due padroni. D'altra parte Ugo ben maneggiava con quelli da cui potesse temere: chetò di sue pretensioni re Rodolfo col cedergli i diritti del figlio dell'accecato Lodovico, suo pupillo, sopra la Borgogna cisgiurana, sicchè ne formò il regno d'Arles; strinse alleanza con Enrico l'Uccellatore nuovo re di Germania; concedette nuove sicurezze a Venezia e a papa Giovanni XI. Coll'imperatore romano di Costantinopoli si accordò per assalire i Saracini di Frassineto; e mentre quello li chiudea per mare, esso per terra li snidò, riducendoli sul monte Moro, dove pure li tenne assediati. Quivi pure poteva sterminarli; se non che temendo che Berengario tornasse di qua dall'Alpi a molestarlo, licenziò la flotta greca, e patteggiò cogli Infedeli di collocarli nei monti che dividono l'Italia dalla Svevia, acciocchè si opponessero ad ogni invasione. Colà divennero ostacoli ai tanti forestieri che visitavano la penisola per devozione o per affari, e moltissime vite costò l'averla perdonata a coloro.
Tra questo gli Ungheri continuavano lo sperpero dell'Italia, e anche nella meridionale pervennero saccheggiando Capua, Salerno, Benevento, Nola, Montecassino, e fin Tèramo. Un grosso di Marsi e di Peligni gli aspettò in agguato e ne fa strage; ma per cinquanta anni non lasciarono tregua alla penisola. Ugo non seppe frenarli che con dieci moggia di danari, ponendo perciò gravissime contribuzioni; del che disgustati, e de' codardi portamenti suoi, e del dare le cariche a forestieri, i signori italiani, non potendo trar qui il re di Germania tenuto buono da Ugo con regali, chiesero Arnoldo duca di Baviera e Carintia, che di fatto scese per val di Trento a Verona, ma trovata resistenza a Bussolengo, se ne tornò. Ugo cacciò in prigione Raterio vescovo di Verona come reo d'averlo favorito; il quale descrisse i proprj patimenti.
Più operoso nemico gli era Berengario marchese d'Ivrea, che profondendo denaro, sollecitava ajuti da Ottone re di Germania. Un Amedeo, gentiluomo di sua confidenza, l'esortò a fidare piuttosto nel malcontento degli Italiani, e si esibì di venire a scandagliarli. Di fatto, vestito da pezzente, girò di castello in castello, di vescovado in vescovado; saputo che Ugo era sulle sue traccie, cangiava travestimento e forma ogni giorno; al re stesso ardì presentarsi con altri che limosinavano; infine riuscì a tornare al padrone. Il quale, fidato sulle intelligenze, con piccola scorta calò per val d'Adige. A Manasse arcivescovo d'Arles, e insieme vescovo di Trento, Mantova, Verona, e governatore del Trentino, promise l'arcivescovado di Milano; il vescovado di Como a Adelardo, cherico che s'intromise del trattato; così ad altri prelati e governatori e signori dava e prometteva cariche, feudi, sopratutto monasteri in commenda e vescovadi.
Ugo, ritiratosi a Pavia, spedì Lotario figlio suo alla dieta milanese chiedendo, se erano stanchi di lui, lasciassero a questo innocente la corona; e i grandi commossi dalle costui istanze e dal vederlo abbracciare la croce, gliel concessero. Intanto Berengario scontentava i prelati, a cui toglieva le prebende per mantenere le promesse fatte a' suoi fautori, i quali pure non restavano mai soddisfatti; pure cresceva ogni giorno di fautori e realmente dominava, comunque conservassero il regio titolo Lotario e Ugo. Quest'ultimo, disperato di ricuperarlo, tornò nel suo patrimonio d'Arles (947) portandovi tesori, che presto abbandonò colla vita. Fra breve moriva anche Lotario, forse avvelenato da quello cui era ostacolo a regnare; e Berengario venne gridato re col figlio Adalberto (950). E poichè temea che la bella e virtuosa Adelaide, figlia di Rodolfo II di Borgogna e vedova di Lotario, portasse a qualche marito i diritti suoi e le vendette, la prese, e volea forzarla a sposare suo figlio. Stette ella costante al no, benchè Villa moglie di Berengario giungesse fin a batterla e calpestarla. Chiusa nella rôcca di Garda, la bella infelice trovò compassione; un cherico Martino recò attorno i lamenti di essa, le preparò i mezzi a fuggire (951) e un asilo presso Azzo feudatario di Canossa, castello importante nelle storie, posto verso il fiume Enza al cominciar delle montagne di Reggio, sovra un'alta rupe isolata, sicchè facilmente si difendeva da qualunque assalto. Di quivi ella invitò a vendicarla re Ottone il Grande, che n'ebbe un bel destro onde innestare il nostro paese alla Germania, e distrutto il sistema militare de' Longobardi e dei Franchi congiuntosi colla Chiesa, avviò qualche miglioramento.