CAPITOLO LXXV. Il Basso Popolo.

Nella Roma imperiale, la storia non ci presentava più che un sovrano: vennero i Barbari, ed essa non parlò che de' vincitori e delle guerre dei loro re: sottentrano i feudi, e cessata ogni centralità, ciascun castello diviene teatro di avvenimenti distinti. Ora s'insinua un nuovo elemento, il popolo.

Questo fin oggi conservò del feudalismo un concetto odioso, che sfoga in tante storielle di demonj che rapiscono i castellani, di spettri di signorotti lamentosamente vagolanti attorno ai ricoveri delle libidini e prepotenze loro: vendetta popolare, che alla postuma giustizia si appella quando quaggiù gli è negata. E per verità, fra nobili sempre in arme, cinti da armata clientela, non frenati da verun superiore, non rispettosi ad alcun inferiore, quando i giudizj si risolveano per duelli, e le leggi non provvedevano che alle persone di chierica e di spada, il vulgo pendeva dal solo capriccio dei feudatarj; su di esso ricadevano le guerre; i nemici, cioè i vicini, facendo correrie, devastavano il campo di cui esso viveva, o ne molestavano la famiglia; ai cenni o agli occorrenti del padrone bisognava cedesse la roba, i carri, i bovi, la casa, che più? la donna; chiamato in battaglia, trovavasi nudo a fronte di quegli armigeri coperti di ferro, e predestinato a soccombere agli spadoni irreparabili di gente senza misericordia; fin il lepre e il cerbiatto, la cui caccia era riservata ai signori, divenivano un flagello pel villano, costretto a lasciar che sperperassero impunemente i frutti sudati.

Eppure quest'infima condizione era un miglioramento dalla orribile che li sopraffannava durante la romana civiltà. Al tempo dell'invasione, comune era la condizione del colonato, cioè delle persone attaccate al terreno, ma libere del resto; e queste si trovarono maggiormente esposte alle prime violenze, poi all'anarchia che ne seguì, di modo che perirono o caddero in istato servile. Ma gli schiavi, ch'erano tanti e così abjetti, ne trassero notevole miglioramento. Dediti ai servizj d'un padrone o affissi alla gleba, ne' tempi romani non aveano alcuno schermo contro l'oppressione; non poteano stringere contratti, non stare in giudizio, non testare; se fuggissero, venivano ridomandati, come una proprietà, e come tali si vendeano, cambiavano, distruggevano. Conculcare a tal modo la persona umana era egli più possibile dopo che il cristianesimo aveva impresso a ciascuno il suggello dell'eguaglianza e l'obbligo della moralità? Pure le grandi e radicate iniquità non si tolgono con rimedj estemporanei, e il proclamare l'immediata emancipazione avrebbe sovvertito quel che si denomina ordine sociale, e che, fra molti sconci, presenta sempre qualche compenso; avrebbe eccitato una subitanea insurrezione, ove trucidati i padroni, resi infelici i servi, i quali, ignorando la dignità propria e i vantaggi della libertà, men tristamente sopportavano la condizione in cui erano nati e cresciuti. Tant'è ciò vero, che Libanio dipingeva la condizione dello schiavo come meno sciagurata che quella di alcuni liberi, potendo esso dormire tutti i suoi sonni, fornito dal padrone di quanto gli occorre alla vita; mentre il libero, neppur vegliando tutta notte poteva assicurarsi dalla fame[307]: e il Codice Giustinianeo col vietare ai servi di ricusar l'affrancazione[308] indica che allora, come oggi nell'Europa settentrionale, essi temevano la sparecchiata libertà.

Intanto moltissimi schiavi erano periti nelle prime irruzioni, mentre il cessare delle conquiste non ne portava più di nuovi. Quei che rimanevano erano poveri e soffrenti, e per conseguenza prediletti della Chiesa; la quale, col nome di cristiani, avea dato loro la personalità, i diritti naturali, la morale responsabilità, una famiglia. Così la schiavitù non era più uno stato di persona, ma un vincolo di soggezione; e sebbene rimanessero gente d'una terra o d'un padrone, chi non vede quanto gli schiavi fossero progrediti? Spedali e ricoveri aperse la Chiesa anche per essi[309]; la proibizione dei giuochi gladiatorj levò uno degli incentivi ad educarne per sagrificarli; ai padri fu tolto l'atroce diritto di esporre i proprj figliuoli, e gli esposti la religione accoglieva negli orfanotrofj. Le catastrofi che precipitarono i grandi nell'ultima miseria, dissipavano il superbo pregiudizio d'una naturale superiorità; e il libero Romano divenuto schiavo del Germano, protestava egli stesso contro l'ineguaglianza di natura; mentre il Germano apprendeva a rispettare quel servo, che lo superava in cognizioni.

Alle società povere e meno fastose non facea mestieri di quell'interminabile corredo di servi; i quali poi (ministeriales) nella ristretta famiglia avvicinandosi al padrone, trovarono maggiori occasioni di acquistarne la benevolenza e i favori. Lo spirito d'associazione proprio delle genti germaniche, nato dal sentimento dell'utilità che uno può procurarsi per mezzo degli altri, e temperato dalla coscienza dei diritti personali, recò a valersi dell'uomo come braccio libero, mediante una retribuzione. Quando poi crebbero d'importanza l'industria e il lavoro, si potea lasciare nel vilipendio coloro che ne erano la fonte? Sminuzzati feudalmente il territorio e la sovranità, chi stesse male in un luogo fuggiva nel vicino più non v'avendo legge generale che colpisse il disertore; talchè il padrone per interesse guardavasi di spingere lo schiavo alla disperazione.

Le leggi barbare punivano alcuni delitti colla schiavitù; altri con multe, la cui gravezza traeva qualche libero a spropriarsi e ridursi servo. E i servi apparivano nei contratti come appendice o scorta del podere: il padrone riscoteva la composizione, determinata dalla legge per ferite e ingiurie recate ai servi, giacchè quella essendo prezzo della pace, non potea concernere il servo, privo del diritto delle armi. Di rimpatto il padrone stava pagatore dei danni causati dal suo servo, come gli animali. Veramente la legge longobarda del tempo di Rotari mostrasi fiera coi servi quanto la romana, paragonandoli a cose mobili[310]: ma presto si tolse al padrone l'arbitrio sulla vita di quelli; vennero determinati i casi, in cui questo era obbligato ad emanciparli; fu data azione ad essi contro il padrone che gli offendesse, e aperto sempre il rifugio delle chiese. Il servo, battuto dal padrone per avere portato richiamo contro di lui, rimane franco. Se ad un servo rifuggito in chiesa il padrone promette sicurtà, poi non attiene, è multato in soldi quaranta. Se il padrone disposto a dar la libertà venga a morte, Astolfo vuole[311] che lo schiavo rimanga libero, senza pur pagare il launechildo o compenso, «massima lode a noi sembrando se dalla servitù traggansi gli schiavi a libertà, perchè il Redentor nostro degnò farsi servo per dare a noi libertà».

Che i servi abbondassero in Italia, lo attestano le tante leggi che li concernono, e in cui vengono distinti i romani dai nazionali (gentiles). Ma poichè trovavasi più comodo ed utile il lavoro volontario, concedevansi ad essi talvolta terreni a livello, sull'esempio delle chiese, crescendo così la classe dei massari o degli aldizj. Questi erano superiori agli schiavi, pure soggetti a padrone; poteano possedere terreni e schiavi, non però in assoluta proprietà; nè vendere o comprare senza ottenere licenza dal padrone e pagargli il laudemio. Somigliano dunque ai coloni dei Romani, se non che possono dal padrone esser venduti anche separatamente dalla gleba. Di fatto l'affissione alla gleba era suggerita dalla scarsità di popolazione: cresciuta questa ed abolita la capitazione, più non v'era interesse di legare la libertà, giacchè ad un individuo sottentrava un altro[312].

Rotari ammette due sorta di manomissione: la prima quando uno è dichiarato amundo, cioè fuori d'ogni tutela del padrone; l'altra quand'è fulfreal[313], cioè disobbligato soltanto da servizj di corpo: il primo andava sciolto affatto, l'altro restava obbligato verso il padrone come verso fratelli e parenti, talchè quello ne diventava erede.

Fu uso antico de' Germani, e più de' Longobardi, l'affrancare molti servi in congiuntura di guerra. Essendo le armi segno di libertà, dai Longobardi anticamente manomettevasi lo schiavo col consegnargli una freccia, e susurrargli alcune parole patrie all'orecchio[314]. Rotari introdusse la formalità romana di rimettere l'amundo ad un'altra persona, che lo conducesse sopra un crocicchio, e dicessegli: — Va per la via che vuoi»[315]. Per impans liberavasi uno quando tale era o supponeasi la volontà del re[316]. Ai tempi di Liutprando bastò l'affrancazione davanti all'altare per render uno interamente cittadino longobardo[317].

Altre volte non faceasi che alleggerire la servitù rendendolo aldio, al che non occorreva se non la scritta. Niuna legge tornava schiavo il liberto ingrato; ma per ovviarvi, Astolfo permise che il patrono potesse, vita durante, riservarsi i servigi del liberto[318]. Il traffico di schiavi non era ignoto ai Longobardi quando entrarono in Italia: ma il venderli a stranieri consideravasi pena non meno grave che la capitale[319], e non si facea che con prigionieri di guerra. Pure l'ingordigia anche in altre parti d'Italia seguiva questo orribile lucro: Gregorio Magno vide sul Foro romano mercatarsi schiavi britanni; i Veneziani coi Saracini della costa di Barberia faceano gran traffico di schiavi d'ambi i sessi, e massime di giovani eunuchi; dai paesi slavi e tedeschi, e anche dall'Italia, conduceansi convogli di prigionieri di guerra e altri schiavi a Venezia; i Longobardi rapivano anche bambini di liberi per venderli colà, il che da Liutprando è parificato all'assassinio[320]. Raccontasi a lodo di papa Zacaria che, avendo i Veneziani comprato sul territorio branchi di schiavi da spedire in Africa, esso ne pagò il prezzo e li rese in libertà. Nel 783 in Ravenna due personaggi d'alta giurisdizione, oltre abusar della loro posizione per spogliare vedove ed orfani, li vendevano ad Infedeli[321]. Dagli Ebrei era pure esercitato questo commercio; e le popolari leggende sul loro uccider i bambini forse vengono da questo rapirli e farli eunuchi. Carlo Magno combattè tali abusi; e Arigiso, principe di Benevento, promulgò punirebbe colla massima severità il rapir gli uomini e il venderli agli Infedeli; Sicardo rinnovò lo stesso divieto, ma solo a riguardo de' Longobardi liberi: però l'effetto delle leggi riuscì sempre scarso[322].

Le conquiste antiche stabilivano profonde distinzioni di classi, che il tempo, le rivoluzioni, la superiorità numerica de' vinti non riuscivano a cancellare. Nel feudalismo invece le distinzioni erano temperate dalla natura medesima di esso, cioè dal trovarsi dispersi i vincitori fra i vinti, e ravvicinati continuamente dal vivere comune, dai possessi, dal bisogno di difendersi in una società tempestosa. I più degli schiavi viveano sui liberi allodj de' prischi padroni o degli arimanni. Or questi vennero in gran decadimento quando il regio potere si trovò soverchiamente debole per difenderli dalle vessazioni de' vicini, talchè essi metteansi in dipendenza di qualche signore. Talvolta ancora non potendo soddisfare all'eribanno o alle gravi multe dei delitti, erano privati del fondo, che conferivasi poi in feudo ad un ricco; sicchè a quel tempo dileguano gli allodj.

Unita la sovranità colla proprietà, i coloni dipendettero dai possessori anche nelle materie politiche, rimasero senz'altro superiore che il feudatario, e quindi esposti ai superbi arbitrj di esso, dimentico che agli oppressi rimane una terribile potenza, quella del numero. E spesso a questa ricorsero i campagnuoli, e i ricordi son pieni di sollevazioni, ove gli è vero che, disuniti e sregolati, soccombevano alla forza compatta ed esercitata, ma pure aveano fatto sentire il grido della libertà e discorso di diritti; parola di formidabile efficacia.

Nel bollore dell'unione o nell'oppressura della sconfitta, i coloni s'avvicinavano ai servi, invigorendosi col numero, sebbene rimanessero distinti perchè non poteano essere venduti a capriccio del signore, e restavano donni di sè qualora avessero pagato il convenuto. Nelle prepotenze allora correnti, molti per fame vendeano la libertà; molti offerivansi alla Chiesa perchè li proteggesse; altri divenivano schiavi per impotenza a pagare il dovuto.

Questi, nello sminuzzamento della sovranità, si trovarono ravvicinati al padrone, il quale contrasse con loro i legami della domesticità, guardò come prosperamento proprio quel delle genti affisse alla sua gleba, perendo le quali, deteriorava il valore del feudo, e riducevasi in condizione inferiore ai vicini competitori. Un servo era maltrattato? non avea che a varcar la siepe o il fossato del podere, per trovarsi su terre d'un nemico del suo signore, che volentieri l'accoglieva, che forse l'aveva istigato con promesse, e vel manteneva con concessioni. A mezzo il secolo XII tutti i coloni abbandonarono Montecassino, sicchè l'abate dovè cercarne altri con larghe condizioni[323]: i villani dei signori di Chiaramonte in Sicilia respinsero colle armi l'oppressione eccessiva: così gli abitanti di Avola si ribellarono al barone Federico d'Aragona, e a furia l'uccisero con cinque suoi partigiani, e il re perdonò loro, attesa l'immanità dell'oppressione; il qual re prevenne un egual colpo a Francavilla, abolendo egli stesso i dazj imposti dal barone Arrigo Rosso[324].

Durando la servitù della gleba, non potevano prosperare i campi, atteso che il coltivatore fosse costretto occupar pel padrone molte giornate, e nelle stagioni che maggiore bisogno n'aveva egli stesso[325]; sicchè, mentre andava a segare il grano del signore, periva il suo. Nè sugli amplissimi possessi poteva il padrone tenerlo d'occhio, e tanto meno pretendere fossero lavorati assiduamente da quelli che nessun vantaggio ne traevano. Pertanto si sottinfeudavano; poi ogni cosa maggiormente vestendo aspetto feudale, anche i minori vassalli vollero avere dipendenti, sicchè della loro tenuta davano varj appezzamenti a persone anche infime, obbligate a servirli del corpo e dell'armi; e chiamavansi masnadieri, e masnada la loro unione. Amavano dunque i padroni cedere terreni al lavoratore stesso, riservandosi una rendita perpetua e il diritto a certi servigi o alla capitazione; talvolta ancora glieli rilasciavano per bisogno di danaro; e già nel secolo X i contratti non riguardavano più soltanto le terre, ma prestazioni e lavoro d'uomini.

Cresceano dunque i possessori, e questi aveano stipulato condizioni inalterabili, e il signore ne abbisognava per servigi proprj e per menarli alle guerre particolari: tutti passi, non solo per acquistare esistenza propria, ma per fare tragitto dalla gente dominata alla dominatrice.

In prima, col morire del vassallo, le sottinfeudazioni di lui ricadevano al nuovo investito, talchè precario consideravasi il possesso, nè quindi si provvedeva a migliorarlo. Inoltre il vassallo, emancipando un servo o un condizionato, avrebbe deteriorato il campo cui questi era affisso, onde nol potea senza consenso dell'alto signore. Quando però i feudi si costituirono ereditarj, ciascuno pensò ridurre a meglio i beni che dovea tramandare alla propria discendenza; in luogo di capanne si fecero case; e queste crebbero in villaggi, a piè del castello, o attorno alla badia.

E l'interesse e la vanità inducevano i signori a cercare che questi villaggi prosperassero; onde con privilegi o collo scemar l'oppressione vi allettavano avveniticci dalla campagna. Quivi essi trovavano da esercitare qualche arte o mestiero, col che acquistare un peculio, e la certezza d'aver di che vivere altrove lavorando, se male qui si trovassero[326].

Rosario De Gregorio reca diverse Carte di memorie o precetti, cioè contratti tra feudatario e vassalli, che, per quanto onerosi, segnavano però un limite ai servigi. In due del 1133, Ambrogio, abate del monastero di Lipari, cui era stato concesso Patti, raccolti in questa città molti uomini di linguaggio latino, cioè Siculi, Lombardi e Normanni, a distinzione degli Arabi, conveniva con essi, che possedessero come proprio quanto il monastero lor concederebbe, potendo anche lasciarlo agli eredi, purchè abitanti in Patti; se alcuno volesse partirsene, lo rassegnasse al monastero, ritenendo per suoi i miglioramenti fattivi: dopo tre anni ciascuno potesse vendere la eredità a qualunque altro abitante, avvisatone però l'abate, e preferitolo a pari prezzo; caso che nemici irrompessero sopra Lipari, i Pratesi andrebbero a difendere i dominj del monastero, a spesa dell'abate stesso. Giovanni, successore di Ambrogio, modificava alquanto tali condizioni, volendo che, in tutte le isole di Lipari soggette al monastero, nessuno possedesse con diritto perpetuo ed ereditario, ma solo a tempo, e purchè servisse fedelmente; chi partiva, non potesse pegnorare nè vendere o lasciar ai figli il suo appezzamento, che ricadeva alla Chiesa. Nel 1117 quei del villaggio di Agrilla si obbligano al barone di zappare i suoi terreni; e nel tempo della seminagione metter ognuno un par di bovi a servizio di lui per dodici giorni, e alla messe ventiquattro giornate di lavoro; e in tempo di vendemmia portar ciascuno un cerchio per le botti; oltre pagar la decima delle capre e dei porci, e a Natale e Pasqua offrir due galline o qualche cacciagione. Le giornate erano talvolta assai di più; e quell'anno stesso, il suddetto abate Ambrogio determinava che la popolazione di Librizzi potesse lavorare per sè e pei figliuoli tre settimane il mese e una pel monastero; il che sembrò tal favore, che quei villani si obbligarono per sopraggiunta ad altre quaranta giornate coi bovi in tempo della seminagione, una alla mietitura, tre alla vendemmia[327].

Allo spirito d'associazione fu attribuita primaria parte nell'emancipazione delle plebi. Non appena queste trapelano dalla storia, troviamo unioni dei membri della stessa famiglia sotto un solo tetto, sopra un medesimo podere, per accomunar la fatica e i profitti. Questo corpo morale compatto non discioglieasi per morte: aveano un capo (capoccio, regidore, ecc.), cui spettavano gli atti d'amministrazione interna, compre, vendite, prestiti, affitti; mettevano in comune il proprio lavoro, ma ciascuno riserbavasi certi lucri, come gli apparteneano certe spese, per esempio il dotar le figliuole. Specie di società patriarcale, che dalla partecipazione del pane diceasi compagnia; e qualora dovessero separarsi, il capocasa tagliava un gran pane in varj pezzi. Questo spirito di famiglia doveva riuscire di gran sollievo alle manimorte, che a questo modo sottraevansi all'obbligo, che le proprietà del morto ricadessero al signore, obbligo rigoroso ne' primi tempi dei feudi: mentre al signore che non acquistava nulla alla morte del suo villano, poco importava se questo disponesse dell'aver suo a favore dell'uno o dell'altro. Di tal passo l'uomo di manomorta acquistava i preziosi diritti di possedere e di testare.

In quello sminuzzamento delle terre, ciascuno dovea procurare di trarne il massimo profitto; e i villani lavoravano più volentieri un fondo al quale erano assolutamente attaccati; sicchè la prosperità del tenimento e del signore tornava in utile de' villani stessi. Il signore poi dovea più volentieri voler avere a fare con una compagnia che con un uomo solo; evitando le complicazioni, la confusione, i pericoli di diserzioni.

Queste compagnie costituivansi talora anche da non villani, e fra artieri. Quando i parenti fossero convissuti un anno e un giorno sotto lo stesso tetto e colla stessa borsa, reputavansi accomunati tacitamente mobili e benefizj; eccetto quelli di preti o nobili, cui il traffico sconveniva. Di queste ricorrono frequenti esempj in Italia, dove invece son rare quelle tra villani.

Così per lo spirito d'associazione, che i Germani già possedevano nelle loro selve, e che il cristianesimo favorì consacrandolo, la famiglia diveniva più solida in tutte le classi: ogni consuetudine, ogni legge tendeva a rendere stabile di generazione in generazione il patrimonio, i sentimenti, le affezioni; poteasi mirare ad interessi più estesi.

Il clero, affine di ridurre in atto le dottrine che professava, prese a cuore la povera plebe, di cui avea mangiato il pane e diviso gli stenti, e tra cui teneva ancora i padri, i fratelli. Cominciò dall'aprire le sue file agli schiavi, che entrando sacerdoti, divenivano eguali al padrone per classe, superiori per carattere: nella regola di san Benedetto era espresso che il servo non fosse per nulla distinto dal libero. A questa via spedita d'emancipazione affollavasi gente inetta o indegna; i signori faceano ordinar prete qualche loro servo per godersene i benefizj: talchè parve prudente il restringerla.

La Chiesa apriva asili al servo perseguitato[328], e riceveva per suoi quelli che, oppressi dai padroni, reputavano parte di libertà il portar catene scelte da sè, o quelli cui la libertà non faceva che esporre al pericolo di morir di fame. Di questi servi deditizj od oblati alle chiese, alcuni metteano persona e beni in protezione di esse, obbligandosi a difenderne i privilegi e le proprietà contro gli aggressori: vassalli anzichè servi: altri obbligavansi d'una tassa o censo annuo (censuales): altri infine rinunziavano del tutto alla libertà, veri schiavi (ministeriales)[329]. La Chiesa, spoglia di avidità personale, meno esigeva dai famuli suoi; e per l'ordine costante che essa pone in tutti i suoi possessi, determinava l'appunto del lavoro che essi doveano; donde crebbe l'affluenza agli altari.

Accettando poi la parte di terre e servi, assegnatagli come ad un ordine eminente dello Stato, il clero si applicò ad elevarne gradi a gradi la condizione. Cominciò a sanare terreni, imbonendo paludi e foreste; poi ne concedeva porzione ai villani per più o men tempo, per una generazione o tre o più, con cui si mantenessero pagando un canone annuale (mansum). Questi livelli o enfiteusi[330] segnano il vero passaggio dalla schiavitù alla proprietà traverso al servaggio, disponendo la rivoluzione che nel XII secolo si compì quando cambiaronsi le enfiteusi in fitto temporario, e il livellario in fittajuolo com'oggi è. Adunato un peculio potevano i servi riscattarsi; e per tali passi rintegravansi la famiglia, la proprietà, l'industria, la libertà anche tra essi.

Ottone I si accorse che i signori prendeano a livello le terre degli ecclesiastici, dappoi non pagavano il censo, e finivano coll'appropriarsele come allodj. Pertanto nel largire beni a chiese vi ponea patto non li allivellassero se non a coloni, i quali in persona li coltivassero e retribuissero i frutti. Fu un altro avviamento al sistema di mezzadria odierno[331].

Alle forme dell'antica manomessione erasi aggiunta la ecclesiastica, come atto religioso, conducendo l'affrancando attorno all'altare con un torchio acceso, e leggendogli preci e formole che il dichiaravano franco. E l'emancipazione era le più volte suggerita da sentimento religioso, onde vedonsi addotti per motivo i meriti della redenzione, l'amor di Dio, il rimedio dell'anima propria, la speranza d'impetrare grazie celesti. Altri lo faceano al letto di morte quando lo spirito è più disposto a' sentimenti di pietà e d'umanità[332].

Colle carte di franchezza il padrone rinunziava al diritto di vendere, cedere, o fare altrimenti della persona del suo schiavo; gli dava arbitrio di disporre degli averi suoi per testamento o per altro atto legale, e di sposare chi volesse; e determinava la tassa o i servizj che si riservava[333].

Ma molti arrivavano alla libertà senza mezzi di sussistenza; altri erano manomessi dai padroni quando non più capaci di lavoro, sicchè rimanevano mendichi e sulla via. Per essi la Chiesa moltiplicò istituzioni di carità[334]; e ben ella bastava a mantenerle, perchè primo il clero avendo applicato l'intelligenza e il lavoro a far fruttare gl'immensi possessi, n'era venuto in ricchezza. I pontefici poi presero sempre a cuore gli schiavi, più volte esclamarono contro chi ne facea traffico, e colle entrate della Chiesa ricomprarono alcuni dagl'infedeli o da mercanti. Già Gregorio Magno nell'emancipare due schiavi proclamava la natural libertà degli uomini dicendo: — Come il Redentor nostro si compiacque vestir forme umane per frangere i nostri legami e restituirci alla primitiva libertà, così è conveniente e salutare che quelli che da natura furono creati liberi, e che in forza di umane leggi soggiacquero a servitù, siano colla manomessione restituiti alla libertà»[335]. Alessandro III nel concilio Lateranese dichiarò i Cristiani franchi da schiavitù. Alessandro IV in una bolla del 1258 diceva: — Giacchè gli uomini, eguali per natura, sono resi schiavi dalla schiavitù del peccato, sembra giusto che quelli, i quali abusano del potere concesso da Colui da cui deriva ogni podestà, siano privati d'ogni potere sui servi. Perchè dunque ad Ezelino ed Alberico, scomunicati da noi, possa venire alcun danno dall'averci disobbedito, dichiariamo con autorità apostolica liberi i servi e le serve, coi figli ed i nipoti loro, che si sottraggano all'obbedienza di quei due, in modo che possano tenere peculio proprio, godere la libertà, come fossero nati liberi cristiani». È probabile che simili atti si replicassero verso coloro che reluttavano all'autorità suprema.

Da un pezzo erano cadute in disuso le leggi che a certe colpe infliggevano la servitù; e i nuovi schiavi che qui e là trovansi ancora nominati, erano gente non battezzata, attesochè, secondo le idee d'allora, l'uomo non cristiano rimaneva inferiore, come schiavo del demonio. Spesso le chiese cercavano privilegi pei loro villani, acciocchè questi comparissero superiori agli altri; e i re gli assentivano volentieri, perchè, senza scapitare di nulla, venivano a far atto di qualche autorità anche fuori dei proprj dominj.

Procedendo i tempi, troviamo ai coltivatori imposto il terratico, cioè una quarta parte del ricolto; l'acquatico, cioè il ventesimo o trentesimo della canapa o del lino venuto alla falce, pel padrone del maceratojo; il glandatico per menar i porci a pascolare ne' rovereti, dando un porcellino da latte ogni dieci, un grosso majale ogni quindici; l'erbatico pei pascoli, portante un decimo dell'armento; il plateatico pel mercato, a cui s'aggiungeano i bolli delle misure. Alle grandi feste si presentava un dono di pelli, ova, ricotte, frutta secca. Dove la caccia e la pesca si permettessero, doveasi una parte della preda; la testa e una spalla del cinghiale, testa, pelle e zampe dell'orso, i pesci migliori[336]; un donativo al signore nuovo, pagare i viaggi suoi alla Corte o al placito, servirlo militarmente per tre giorni o più entro un limite determinato, retribuirgli servizj personali e di bestie. Al signore spettavano pure i molini, i torchj, gli edifizj sopra acqua, pei quali doveasegli un canone. E tutti questi diritti erano certamente anteriori, perchè nelle controversie si fa sempre riporto alle consuetudini e alle testimonianze: ma la riscossa, che vedremo nel secolo seguente, consistette in ciò che tali pesi non appartenevano più alle persone ma ai beni, sicchè questi si poteano vendere.

Il generale miglioramento appariva dal modo onde i baroni trattavano i campagnuoli. Quando questi venissero a recar latte e frutti al mercato, non trovavansi più chiuse in faccia le porte del castello; l'intera giornata potevano trasportare i covoni o il fieno; punito chi rubasse al colono i grani o i frutti o la stiva; chi lasciasse capre o porci correre le sue vigne; chi non avesse a mezzo marzo rifatte le siepi, nettati i canali; chi menasse la caccia presso alle vendemmie o al ricolto: istituite guardie campestri; vietato al fittajuolo di portar via i pali; agevolata la permuta delle eredità onde prevenire il soverchio sminuzzamento; talora proibito alla giustizia di pignorare gli attrezzi e gli animali dell'agricoltura, o l'abito del giorno da lavoro. Queste attenzioni, ignote alle leggi antiche, danno segno di notevole progresso.

Nel 1068 i conti di Calusco, nel Bergamasco, per allettar gente, promettono con carta regolare a chi venisse abitare sulle loro terre, di non torgli il bestiame nè per giudizio nè senza; non obbligarlo ad alloggiar soldati, se non nel caso di guerra in cui si deva menare più che i vassalli; non a dare il fodro, cioè i viveri militari, se non quando sia imposto dal pubblico; non viveri e vino, se non quando i signori vengano o facciano nozze: garantiscono da ferite e altre offese nel territorio; in caso di guerra tra la famiglia dei Calusco, questi non vi faranno guasto, ma gli abitanti non parteggeranno con nessuno, nè impediranno ad alcuno dei guerreggianti d'andare o venire[337].

E quei patti, o scritti o di consuetudine, poteano farsi valere davanti a tribunali, o compromettersene l'elucidazione in arbitri, del che molti esempj ricorrono negli archivj[338].

Nelle città d'altro passo camminava l'emancipazione. Molti uomini liberi vi erano rimasti; ed applicatisi a qualche mestiero, non erano caduti nella necessità di darsi servi[339]. Della gente romana alcuni come censuali v'erano sopravvissuti, alquanto meglio trattati dai vincitori, perchè riducendo uno a perire o a fuggire, mandavano in dileguo il possesso, consistente nei servigi che poteva rendere o col suo corpo, o colle arti, o in uffizj letterarj, o in tributo. Taluni di questi eransi per benevolenza o a prezzo redenti dal censo o dalle comandigie, rimanendo liberi di sè; altri per povertà o debolezza s'erano piegati a condizione servile. Gli emancipati, quando crebbero alla campagna, non bastando l'agricoltura al loro sostentamento, venivano alla città per travagliarsi in mestieri e liberi servigi. L'aumento del commercio e dell'industria li favoriva, e il vedere in questo tempo stabilirsi corporazioni e maestranze di quei mestieri che prima s'affidavano a schiavi, convince che sempre più perdevasi la servitù personale, benchè non s'arrivasse ancora al concetto d'una città, ove il lavoro fosse tutto abbandonato a liberi.

Così alle due nazioni che sussistevano nel feudalismo, possessori e non possessori, frammettevasi una terza, di quei che possedevano la propria industria. Questa pure si faccia penetrare nella società, e si avrà il Comune; e tale è appunto l'opera che vedremo compirsi nell'innalzamento delle città.

Ma intanto i servi redenti non partecipavano al consorzio dei vincitori, ed avevano perduta la protezion d'un padrone; onde rimanevano gente di nessuno, e in conseguenza privati della giustizia. Nelle città poi niun abitante avea diretta connessione col governo regio, eccetto il vescovo, che talora veniva alla Corte per intercedere, e tornava con una concessione od una esenzione, spesso non curata dal conte o dall'esattore. In tal caso ai proletarj non restava che o stringersi in particolari associazioni d'arti e mestieri per darsi un interno ordinamento, o ricorrere alle corti ecclesiastiche, e trovare schermo nelle immunità dei nobili e del clero, giurisdizioni distinte da quelle del conte.

Pertanto la città rimaneva partita fra nobili e vassalli, gente libera e servi. Quest'ultimi sono ancora senza diritti nè nome: gli altri formavano Comuni distinti, eleggendo rappresentanti e magistrati (scabini) per trattare e dirigere gl'interessi proprj, ed assistere ai giudizj. Alcuni dipendevano da un gastaldo regio, il quale rappresentava i conquistatori e ne tutelava gli interessi sopra le persone e le cose[340]. Trattavasi di sottoporre gli uni e gli altri all'amministrazione e alla giurisdizione medesima; ed è ciò che fu fatto mediante l'istituzione dei Comuni, la quale, a combattere il feudalismo, eppure da questo preparata, apparve dopo il Mille in tutta Europa, ma più insignemente nella patria nostra.