NOTE:
[1]. Questo libro fu stampato nel 1855.
[2]. Bollandisti, ad 8 jan. — Eugipius, Vita s. Severini, in Pez, Script. rerum. austriac., tom. I. — Anche Benvenuto da Imola, al canto XII dell'Inferno di Dante, racconta che, passando Attila per Modena, san Geminiano vescovo gli andò incontro chiedendogli misericordia. Quello gli rispose: — Non sai ch'io sono Attila flagello di Dio?» E il santo: — Ed io sono Geminiano servo di Dio». Il feroce ne rimase tocco, e passò oltre senza fare offesa.
[3]. Gli storici lo qualificano re degli Eruli, forse perchè di tal gente gotica fosse il maggior numero delle sue schiere. Giornandes, De Goth. orig., cap. 37, e l'Historia miscella, XV, p. 101, lo fanno re dei Rugi e dei Turcilingi. Nel gabinetto di Vienna si hanno medaglie di lui, iscritte Fl. Odovac.
[4]. Æmilia, Tuscia, cæteræque provincia, in quibus hominum pene nullus existit. Gelasio papa ep. ad Andronicum, presso Baronio, ad an. 496, nº 36.
[5]. Ennodio, Paneg. Theodorici: Migrante tecum ad Ausoniam mundo... sumpta sunt plaustra vice tectorum, et in domos instabiles confluxerunt, omnia servitura necessitati. Tunc arma Cereris, et solventia frumentum bobus saxa trahebantur, oneratæ fætibus matres inter familias tuas, oblitæ sexus et ponderis, parandi victus cura laborant. Sotto il nome Amalung-Dietrich von Bern, cioè Teodorico Amalo di Verona, Teodorico è celebrato nell'Heldenbuch o libro degli eroi, poema tedesco del XIII secolo.
Su questi fatti, oltre gli autori precitati, vedi Cassiodoro, Chronicon, e principalmente Variarum libri XII, ed. Garet, Rohan 1679, e Venezia 1729. Peccato che Scipione Maffei non ne abbia eseguita la promessa edizione commentata.
Procopio, De bello goth., lib. IV.
Isidori Hispalensis, Chronicon goth.
Anonymi Chron. detto Valesiano, dal Valois che lo pubblicò a Parigi il 1681, in calce all'Ammiano Marcellino.
Historia miscella, nella raccolta del Muratori. Pare scritta nel 700.
Cochlæi, Vita Theodorici, ed. Peringskiold, Stoccolma 1699. Vi si comprendono due vite antiche, ma di poco valore. Muratori, Annali, Rerum itaìicarum scriptores, e Antiquitates medii ævi, che cito una volta per sempre.
Sartorius, Essai sur l'état civil et politique des peuples de l'Italie sous le gouvernement des Goths. Parigi 1811; premiato dall'Istituto francese, ma che pare copiato dalle belle introduzioni di Giuseppe Rovelli alla Storia di Como.
Hurter, Gesch. des ostrogothischen Königs Theodorich und seiner Regierung. Sciaffusa 1808.
Manso, Gesch. des ostrogothisch. Reichs in Italien. Breslavia 1814; — Uebersicht der Staats-Aemter und Vervaltungs-Behörden unter den Oslgothen. Ivi 1823.
Il sig. Felice Dahn, professore a Monaco, autore della vasta opera Die Könige der Germanen, inserì nella Allgemeine Zeitung del 1872 un articolo Teodorich und Odovacar.
[6]. Et nos maxime qui, divino auxilio, in republica vestra didicimus quemadmodum Romanis æquabiliter imperare possimus: regnum nostrum imitatio vestra est, forma boni propositi, unici exemplar imperii, qui quantum vos sequimur, tantum gentes alias anteimus... Pati vos non credimus inter utrasque respublicas, quarum semper unum corpus sub antiquis principibus fuisse declaratur, aliquid discordiæ permanere.... Romani regni unum velle, una semper opinio sit. Variar., I.
Romano da qui innanzi dinota quelli che non erano Barbari, fossero i sudditi italiani dell'impero orientale, o i vinti dell'occidentale. Anche i Turchi chiamano Romania l'ultima provincia rimasta all'impero greco, e Romei, Romili i Greci soggiogati.
[7]. Cassiodoro, Variar. spesso. Il Banduri, Numism. imp. rom., II. 601, pubblica quest'iscrizione: Salvis domino nostro Zenone augusto et gloriosissimo rege Theodorico.
[8]. Ennodio, Vita. s. Epiphanii. — Concil. tom. IV.
[9]. Teodorico mutò colla porpora l'abito nazionale; ma è gratuita l'asserzione del Muratori che inducesse i suoi Goti a fare lo stesso. Presso l'anonimo del Valois, Teodorico si lagna che Romanus miser imitatur Gothum, et utilis Gothus (cioè il ricco) imitatur Romanum. E presso Cassiodoro, Variar., II. 15. 16: Cum se homines soleant de vicinitate collidere, istis prædiorum communio causam noscitur præstitisse concordiæ: sic enim contigit, ut utraque natio, dum communiter vivit, ad unum velle convenerit... Una lex illos et æquabilis disciplina complectitur; necesse est enim ut inter eos suaviter crescat affectus, qui servant jugiter terminos constitutos. Sono figure da retore. Da quanti secoli vivono sul suolo stesso Greci e Turchi? forse ne nacque soave affetto?
[10]. Un cenno ne trapela nella lettera di Teodorico al senatore Sunivado, ut petat Samnium, jurgia Romanorum cum Gothis compositurus. Variar., III. 13.
[11]. Variar., i. 19; IV. 4; XII. 5. Cassiodoro accenna il curialis, il defensor, il curator, il quinquennalis, ecc.
[12]. — Salva la riverenza al diritto pubblico e alle leggi di ciascuno». — Jura veterum ad nostram capimus reverentiam custodiri. — Delectamur jure romano vivere. — Reverenda legum antiquitas. — Secundum legum veterum constituta.
[13]. Is qui, quasi specie utilitatis publicæ, ut si necessaria faciat, delator existat, quem tamen nos execrari omnino profitemur. Editto 35.
[14]. Ibi potest census addi, ubi cultura profecerit. Variar., IV. 38. Nella 10 dell'XI scrive essersi aumentato il tributo, perchè longa quies et culturam agris præstitit et populos ampliavit.
[15]. Variar., IV. 18.19; VI. 7; VII. 42; IX. 24.
[16]. Variar., III. 13. 14. 15; VIII. 5. — Necessarium duximus illum sublimem virum ad vos comitem destinare, qui, secundum edicta nostra, inter duos Gothos litem debeat amputare: quod si etiam inter Gothum et Romanum natum fuerit fortasse negotium, adhibito sibi prudente Romano, certamen possit æquabili ratione discingere. Inter duos autem Romanos, Romani audiant quos per provincias dirigimus cognitores. Scitote autem unam nobis in omnibus æquabiliter esse charitatem. VIII. 3.
[17]. Variar., V. 17.
[18]. Da gut buono. Ugo Grozio, nella Storia dei Goti, radunò i passi che ne fanno l'elogio: modo cattivo di giungere alla verità.
[19]. Procopio, De bello goth., III. 8.
[20]. Reliqua per illum et illum (come oggi si direbbe) per N. N. legatos nostros patrio sermone mandamus. Teodorico al re degli Eruli.
[21]. Re Atalarico scrive a Cassiodoro: Cum esset (Teodorico) publica cura vacuatus, sententias prudentum a suis famulis exigebat, ut factis propriis se æquaret antiquis. Stellarum cursus, maris sinus, fontium miracula, rimator acutissimus inquirebat, ut rerum naturis diligentius perscrutatis, quidam purpuratus videretur esse philosophus. Variar., IX. 24.
[22]. Lettera del 533.
[23]. Citato nella lettera d'Alarico ad Aratore.
[24]. Così definisce la filosofia: Sapientia est rerum quæ sunt comprehensio. Aritm., lib. I. c. 1.
[25]. Prodigi aveano accompagnato la nascita di questo, sicchè suo padre il nominò Epifanio, e promise consacrarlo a Dio. A 8 anni era lettore nella chiesa episcopale di Ticino, piccola città che ancor non chiamavasi Pavia: a 12 era scrittore del vecchio vescovo Crispino: a 18 soddiacono e amministratore dei beni della Chiesa cioè dei poveri. Al tempo che il mondo degli impiegati e dei soldati crollava, senza forza contro gli stranieri, senza virtù contro i disordini interni, al clero di Pavia presedevano, oltre il santo vescovo, l'arcidiacono Silvestro, zelante della tradizione e della disciplina antica, ma più atto a dar pareri che ad operare; Bonoso, di cui diceasi che se il suo corpo era nato nella Gallia, l'anima sua veniva dalla patria celeste: Epifanio, più utile di tutti benchè più giovane, sosteneva le fatiche gravissime che, nello sfacelo della società civile, toccavano alla ecclesiastica: oggi avvocato a sostener avanti ai tribunali la causa della Chiesa e dei poveri: domani paciere in una famiglia disunita, poi raccoglitore e distributor di limosine ai poveri: istruttore e consigliere degl'ignoranti e dei dubbj: integerrimo di vita, colla costante moderazione, coll'inalterabile equità, col dominio sopra se stesso, imponeva agli altri. La chiesa di Ticino dovea difendere i suoi beni dalle erosioni del Po e dalle usurpazioni dei vicini. Banco, confinante avido e ingiusto, pretendeva occupare un pezzo lasciato in secco dal fiume, e ad Epifanio, che opponeva alle violenze la ragione, diede una bastonata sul capo. Il giovane diacono ghermì il braccio dell'avversario e il disarmò, e gli astanti avriano freddato Banco se Epifanio non avesse posto la sua testa sanguinente fra l'offensore e i vindici.
Crispino morente menò a Milano Epifanio per raccomandarlo al metropolita e ai nobili come il miglior successore che potessero dargli: e in fatto a 25 anni fu eletto vescovo di Pavia. Giusto, calmo, fermo, caritatevole, non mutò la semplice vita, geloso della dignità episcopale quanto meno la ostentava; subito fu l'oracolo della diocesi: non affar pubblico o privato menavasi senza di lui; il tribunal suo era il più frequentato, e sebbene non avesse nè la scienza di Agostino, nè le grandi missioni d'Ambrogio, era stimato e venerato in tutta Liguria.
Questa si trovava allora minacciata di guerra civile fra Antemio imperatore, e Ricimero suo genero. I nobili e le città liguri risolsero di mandare una deputazione a Ricimero a Milano, pregandolo di pace; ed esso gli ascoltò favorevole, insinuò per altro avrebber dovuto chiederla ad Antemio, ma capiva che nessuno potrebbe presentarsi a un imperatore violento e irritato. I nostri risposero che, quanto a ciò, aveano l'uomo opportuno, che saprebbe domar anche le fiere, e che bastava vedesse una buona azione perchè tosto vi si accingesse; d'un'eloquenza poi che (diceano) incantava più d'un mago; e parlato che avesse, non era possibile resistergli.
Quest'uomo era Epifanio, e Ricimero disse che lo conosceva, e meravigliarsi non avesse ammiratori e amici. Pregato di assumersi la pacifica missione, Epifanio disse che questi affari sorpassavano la sua capacità, ma quando trattisi di salvar la patria, era dover suo di nulla ricusare. Il suo viaggio fu un trionfo: la gente accorreva in folla a veder il santo, che andava a chiedere ciò che i popoli più desiderano, la pace. Antemio non vi vedea che un artifizio di Ricimero; pure, mosso dalle manifestazioni di tutta Italia e di Roma specialmente, lo accolse in tutta pompa, ne ascoltò le persuasioni e le preghiere a favor di quella Italia, che allora prometteasi più dai santi che dai politici. E il santo trionfò dove i politici erano falliti, ed ebbe promessa di perdono e di pace, e senza pur soddisfare la curiosità di veder Roma, tornò a Pavia perchè sovrastava la pasqua. Indarno Milano l'invitò a ricever ringraziamenti, indarno Ricimero il voleva alla corte, stupito di veder composta una pace, ch'egli avea fatto di tutto per rendere impossibile, e che recideva le sue ambizioni.
Ennodio, che questi fatti ci racconta, era stato allevato da Epifanio, come Epifanio da Crispino, e gli succedette nella sede vescovile. Così la plebe cristiana prevedeva da un pezzo chi sarebbe stato il suo vescovo, e non le era mandato nè conosciuto, nè conoscendo; ed era protetto da quella forza che nulla compensa, la considerazione e la stima.
[26].
Per Cenetam gradiens et amicos duplavicenses,
Qua natale solum est mihi...
Ast ego sensus inops, italæ quota portio linguæ
Fæce gravis, sermone levis, ratione pigrescens,
Mente hebes, arte carens, usu rudis, ore nec expers,
Parvula grammaticæ lambens reflumina guttæ,
Rhetoricæ exiguum prælïbans gurgitis haustum,
Cote ex juridica cui vix rubigo recessit,
Quæ prius addidici dediscens, et cui tantum
Artibus ex illis odor est in naribus istis.
Vita s. Martini, I e IV.
Siano saggio del suo merito poetico, e cenno degli studj che allora si facevano; e vedasi la prima volta nominata la lingua italiana, comechè per tale devasi intendere la latina.
[27]. Giornandes dice che quel porto, già capace di duecencinquanta vascelli, era mutato in un giardino, e la città divisa in tre parti: la prima, più elevata, diceasi propriamente Ravenna; la seconda, che conteneva il palazzo imperiale, chiamavasi Cesarea; la terza, detta Classe, distava da Ravenna tre miglia.
[28]. Probabilmente si valsero d'un piano inclinato, sostenuto da piedritti. Vedasi Rinaldo Rasponi, La Rotonda prorata edifizio romano, 1776; come anche G. B. Passeri, Ippolito Ghiselli Gamba, Sufflot, il conte Caylus e Enrico Gally nel 1842. Il p. Bacchini provò che quella fabbrica non è del tempo di Amalasunta, bensì di Teodorico.
[29]. Quid dicamus columnarum junceam proceritatem? moles illas sublimissimas fabricarum quasi quibusdam erectis hastilibus contineri, et substantiæ qualitates concavis canalibus excavatæ, ut magis ipsas æstimes fuisse transfusas, alias ceris judices factum quod metallis durissimis videas expolitum. Variar., XV. 6, Form. de fabricis et architectis.
[30]. L'iscrizione stessa è fastosa:
Qui potuit rigidas Gothorum subdere mentes,
Hic docuit durum flumina ferre jugum.
Trajano, dopo vittorie di ben altra importanza, sul ponte della via Appia scriveva solo:
TRAJANVS IMP. P. M. STRAVIT.
[31]. Nella vita antichissima di s. Fulgenzio, Acta SS. 1. jan.
[32]. Per le spoletine, vedi Variar., II. 32. 33. delle altre conservossi memoria in un'iscrizione, che trascurata si legge accanto al duomo di Terracina:
DN. GLRMVS ADQ INCLYT (Dominus gloriosissimus atque inclytus) REX THEODORICVS VICTOR AC TRIVMFANS SEMPER AVGVSTVS BONO REIPVBLICÆ NATVS CVSTOS LIBERTATIS ET PROPAGATOR ROMANI NOMINIS DOMITOR GENTIVM DECENNOVII VIÆ APPIÆ ID E A TRIP VSQ TARIC IT LOCA QVÆ CONFLVENTIBVS AB VTRAQ PARTE PALVDIBVS PER OMN RETRO PRINCIP INVNDAVERANT VSVI PVBCO ET SECVRITATI VIANTIVM ADMIRANDA PROPITIO DEO FELICITE RESTITVIT OPERI INJVNCTO NAVITER ISVDANTE ADQ CLEMENTISSIMI PRINCIP FELIC DESERVIENT PRÆCONII ET PROSAPIÆ DECIORVM CÆC MAV BASILIO DECIO VC ET INL EX PV EX PPO EX COVS ORD PAT QVI AD PERPETVANDAM TANTI DOMINI GLORIAM PER PLVRIMOS QVI ANTE NON ALBEOS DEDVCTA IN MARE AQVA IGNOTÆ ATAVIS ET NIMIS ANTIQ REDDIDIT SICCITATI.
[33]. Sotto Teodorico, per un soldo d'oro si davano sessanta moggia di frumento e trenta anfore di vino. Il Valesiano dice scemato d'un terzo il prezzo dei viveri, sicchè in tempo di caro compravansi venticinque moggia di grano per un soldo d'oro, mentre al mercato se ne aveano dieci. In una carestia, Cassiodoro scrive a Dazio vescovo di Milano di far distribuire un terzo del panico che si trova ne' granaj di Pavia e Tortona; agli affamati lo dia a un soldo per misura. Forse sono le dette venticinque moggia.
[34]. Vita s. Epiphanii.
[35]. Variar., XII. 4. È il vin santo: poichè dice che, côlta l'uva in autunno tardo, si sospende o serba in vasi da ciò; a dicembre si pigia, e in mirabil guisa si ha il vino nuovo quando comincia ad esser vecchio.
[36]. Variar., IX. 3.
[37]. In actis concilii Palmaris.
[38]. L'apprensione degli Italiani è espressa in quelle parole di Boezio: Rex avidus communis exitii (De consol., lib. I), e dal Valesiano: Rex dolum Romanis tendebat.
— E quindi ebbero principio quegli rumori, che nutricati e inaspriti da zelo religioso e dalla mondana ambizione dei cherici ... causarono poscia la rovina del dominio gotico in Italia, non senza infinito danno degli Italiani». Ranieri, Storia d'Italia dal V al IX secolo, p. 113. Di questo giudizio appello ai fatti del 1848.
[39]. — Quante volte ho messo a repentaglio il mio stato per salvare i poveri, cui con infinite calunnie molestava la non mai punita avarizia dei Barbari! In grave carestia essendo posto un gravoso balzello alla Compagnia, tale ch'essa ne sarìa stata deserta, io pel comun bene tolsi a difenderla davanti il re contro il prefetto del pretorio, e ottenni non fosse riscosso».
[40].
Carmina qui quondam studio florente peregi
Flebilis, heu! mæstos cogor inire modos.
Ecce mihi laceræ dictant scribenda Camenæ
Et vivis elegi fletibus ora rigant.
Has saltem nullus potuit pervincere terror
Ne nostrum comites prosequerentur iter.
Gloria felicis olim viridisque juventæ
Solatur mæsti nunc mea fata senis.
Venit enim properata malis inopina senectus,
Et dolor ætatem jussit inesse suam.
Intempestivi funduntur vertice crines,
Et tremit effæto corpore laxa cutis.
Mors hominum felix, quæ se nec dulcibus annis
Inserit, et mæstis sæpe vocata venit,
Eheu quam surda miseros avertitur aure,
Et flentes oculos claudere sæva negat!
Dum levibus malefida bonis fortuna faveret,
Pæne caput tristis merserat hora meum.
Nunc quia fallacem mutavit nubila vultum,
Protrahit ingratas impia vita moras.
Quid me felicem toties jactatis amici?
Qui cecidit, stabili non erat ille gradu.
Boezio in quest'opera mostrasi poco cristiano, e nulla meglio di stoico, tanto che alcuno negò fosse sua fattura, e suppose un Boezio, differente da quello che i Pavesi venerarono poi sugli altari, forse per quel sentimento che anch'oggi fa considerare martiri coloro che cadono per la causa nazionale.
[41]. Omnia regno nostro perfecte constare credimus, si gratiam vestram nobis minime deesse sentimus... Claudantur odia cum sepultis... Illud est mihi supra dominatum, tantum ac talem habere rectorem propitium... Sit vobis regnum nostrum gratiæ vinculis obligatum. Variar., VIII. 8.
[42]. All'egual modo v'entrò Alfonso d'Aragona nel 1442. Questi fatti ci sono descritti da Procopio (De bello goth., l. i. c. 8. 9. 10), ch'era segretario di Belisario, e che esagera sempre in lode di questo.
[43]. Lo dice Procopio; eppure soggiunge che l'esercito goto non bastava a cingere tutta la città. Egli stesso fa uccidere in Milano μυριάδες τριάκοντα, trecentomila maschi (lib. II. c. 7): esagerazione o sbaglio.
[44]. Nel 536 da Belisario, nel 546 da Totila, l'anno appresso da Belisario, nel 549 di nuovo da Totila, nel 552 da Narsete. Gregorio Magno riferisce che san Benedetto avea assicurato che Roma non sarebbe sterminata da Totila, bensì da turbini e tremuoti; e soggiunge che di fatto, a' suoi giorni, si vedevano sovverse mura e case e chiese ed edifizj. Forse a quel tempo sono da attribuire le tante rovine di solidi fabbricati in Roma; chè certo i Barbari non avean ragione di accingersi all'immensa fatica che sarebbesi voluta a scassinarli.
[45]. Nov. 104, De præt. Siciliæ. E al capo 23: Lites inter duos procedentes Romanos, vel ubi romana persona pulsatur, per civiles judices exercere jubemus, cum talibus negotiis vel causis judices militares immiscere se ordo non patiatur. E in calce alle Novelle: Jura insuper vel leges codicibus nostris insertas, quas jam sub edictali programmate in Italiam dudum misimus, obtinere sancimus: sed et eas, quas postea promulgavimus constitutiones, jubemus sub edictali propositione vulgari, ex eo tempore quo sub edictali programmate evulgatæ fuerint, etiam per partes Italiæ obtinere, ut una, Deo volente, facta republica, legum etiam nostrarum ubique prolatetur auctoritas. Annonam etiam, quam et Theodoricus dare solitus erat, et nos etiam Romanis indulsimus, in posterum etiam dari præcipimus; sicut etiam annonas, quæ grammaticis ac oratoribus vel etiam medicis vel jurisperitis antea dari solitum erat, et in posterum suam professionem scilicet exercentibus erogare præcipimus, quatenus juvenes liberalibus studiis eruditi per nostram rempublicam floreant.
[46]. König significa re, e Adelig nobile. Così All-boin tutto reggente; Rose-mond bocca rosata; Au-rich antico signore; Theud-linda benefica al popolo; Ogil-ulf soccorso volontario; Rot-her signor della pace; Ar-preth ricco d'onore; Hund-preth ricco di benevolenza; Cuni-preth ricco di coraggio; Rad-wald pronto e potente; Hildi-brand molto ardente; Rat-gis forte in consiglio; Ahist-hulf pronto al soccorso, ecc.
Paolo Diacono, De gestis Langobardorum, dice che le imprese d'Alboino erano celebrate ne' versi, non soltanto dei Bavari e dei Sassoni, ma di quanti usavano la stessa favella. Vedansi Origo gentis nostræ Langobardorum, stampato in capo all'Editto di Rotari, Torino 1846; e Andrea da Bergamo, Erchemperto, Benedetto da Sant'Andrea, e i continuatori di Paolo Diacono, detti Cassinense, Salernitano, Romano, Barberiniano, Andomarense, Fiorentino, Veneto, Trajectense.
Procopio, De bello gothico.
Anastasio Bibliotecario, De vitis pontificum romanorum.
Gregorio Magno, Epistole e Dialoghi.
J. Christius, Origines longobardicæ.
Schmidt, De Longobardis.
Gaillard, Mém. historique et critique sur les Longobards (Mem. dell'Accademia francese, tom. XXXIII. XXXV. XLIII).
Turck, Forschungen auf dem Gebiete der Geschichte. Rostock 1835.
Aschbach, Gesch. der Heruler und Gepiden. Francoforte 1835.
Flegler, Das Königreich der Longobarden in Italien. Lipsia 1851.
Richter, Ueber die Abkunft und Wanderung der Langobarden. Vienna 1848; Friaul unter longobardischer Herschaft. Ivi 1825.
Merkel, Die Gesch. des Langobardenrechts. Berlino 1851.
Bethmann, Paulus Diaconus, und die Geschichtschreibung der Langobarden. Annover 1849.
E tutti gli storici d'Italia, e con qualche novità Lebrecht e Leo, Gesch. von Italien. Amburgo 1829, lib. I; Balbo, Storia d'Italia. Torino 1830; e magistralmente Troya, Storia d'Italia. 1841.
[47]. Du Chesne, App. del tom. I. Rer. Francicarum.
[48]. Paolo Diac., op. cit., lib. II. c. 7.
[49]. Cum uxoribus, natis, omnique suppellectili... cum omni exercitu, vulgique promiscua multitudine. Paolo Diac., lib. II. c. 7. 8.
[50]. Con Onorato vennero a Genova molto clero e patrizj, il vescovo d'Acqui ed altri ragguardevoli personaggi. I Milanesi vi ottennero una chiesa che dedicarono a sant'Ambrogio, e il brolo di Sant'Andrea, un palazzo, le rendite d'alcuni benefizj, e le pievi di Recco, Auscio, Rapallo, Camogli, colle loro decime e possessioni. Vogliono le cronache che molti della bassa Insubria rifuggissero entro la grande palude, detta mar Gerondio, formata dei fiumi Oglio, Serio, Adda; e quivi sopra un isolotto fangoso, detto La Mosa (limosa), fondassero la città di Crema.
[51]. La cronologia dei primi diciassette anni de' Longobardi va molto confusa; nè Muratori, Fumagalli, Lupi la rischiararono a sufficienza. L'unico storico cui ci troviamo ridotti, Paolo Diacono, assegnato il tempo che Alboino uscì di Pannonia, prosegue per note indeterminate, servendosi delle indizioni; perchè allora s'era cessato di notare gli anni per consoli, nè ben introdotta l'êra vulgare. Forse s'accomoderebbero le apparenti contraddizioni cambiando l'anno da cui gli storici cominciano il regno d'Alboino, e desumendolo, non dalla presa di Milano, ma dal suo entrare in Italia, cioè dal principio del 569.
Esso Paolo fa solo ai tempi di Autari conquistato Benevento, e primo duca Zottone. Ma la lettera 46 lib. II di Gregorio Magno è diretta ad Arechi (Arigiso) successore di Zottone; e poichè essa è del 592, se si sottraggono i venti anni che, secondo Paolo, Zottone regnò, saliamo ai tempi dell'assedio di Pavia.
[52]. Paolo Diacono ce ne conservò l'epitafio, uno degli scarsi monumenti di quell'età:
Clauditur hoc tumulo, tantum sed corpore, Droctulf,
Nam meritis tota vivit in urbe suis.
Cum Bardis fuit ipse quidem, nam gente suavus;
Omnibus et populis inde suavis erat.
Terribilis visu facies, sed mente benignus,
Longaque robusto pectore barba fuit.
Hic et amans semper romana et publica signa,
Vastator gentis adfuit ipse suæ.
Contempsit caros, dum nos amat ille, parentes,
Hanc patriam reputans esse Ravenna suam.
Hujus prima fuit Brexelli gloria capti;
Qua residens, cunctis hostibus horror erat.
Qui romana potens valuit post signa juvare
Vexillum primum Christus habere dedit.
Inde etiam retinet dum classem fraude Feroldus,
Vindicet ut classem, classibus arma parat.
Puppibus exiguis decertans amne Badrino
Bardorum innumeras vicit et ipse manus.
Rursus et in terris Avarem superavit Eois,
Conquirens dominis maxima palma suis.
Martiris auxilio Vitalis fultus ad istos
Pervenit, victor sæpe triumphat ovans.
Cujus et in templis petiit sua membra jacere,
Hæc loca post mortem bustis habere juvat.
Ipse sacerdotem moriens petit ista Joannem,
His reddit terris cujus amore pio.
[53]. Inventæ sunt in eadem insula divitiæ multæ, quæ ibi de singulis fuerant civitatibus commendatæ. Paolo Diac., lib. III. c. 26.
[54]. Lo stesso, lib. VI. c. 6. Leo dice: — Nessun re ardì arricchire gli ecclesiastici cattolici, perchè tutti pendevano alla signoria de' Romani». Vic. della costit. in Italia, § 10, parte 1ª. Che Rotari fondasse parecchi monasteri, lo prova il documento pubblicato negli Hist. patriæ monumenta, Chart. tom. I. p. 7. Di Agilulfo dice Paolo, lib. VI. c. 6, che multas possessiones Ecclesiæ largitus est; e sappiamo che regalò beni al monastero di San Colombano a Bobbio. Liberalità de' re successivi indicheremo a suo tempo, e le storie ne son piene.
[55]. Porta scritto in giro, AGILULF GRAT. DIVIN. GLOR. REX TOTIUS ITAL. OFERET SCO JOHANNI BATTISTE IN ECLA MODICIA. Se l'iscrizione potesse credersi contemporanea del dono, sarebbe la prima volta che trovasi la formola per la grazia di Dio, poi dal franco Pepino introdotta ne' diplomi; e così pare quel re di tutta Italia, che, non senza maggior ragione, fu quindi adoperato da Carlo Magno e da Napoleone. Sembra che i Longobardi non coronassero i loro re, ma gl'investissero col metter loro in mano un'asta: pure le loro effigie sulle monete portano corona.
[56]. Excellentissimo filio nostro Adulouwaldo reg. transmiter. philacteria curavimus, idest crucem cum ligno s. crucis Domini, et lectionem s. Evangeli theca persice inclusam. Filiæ quoque meæ, sorori ejus, tres anulos transmisi, duos cum hyacinthis et unum cum albula: quæ eis per vos peto dari. Non si usava ancora mandare ossa di santi: e Gregorio Magno lo disapprova assai.
[57]. Jonas, in Vita s. Bertulfi, ap. Mabillon, Ord. s. Benedict.
[58]. Brexiana civitas magnam semper nobilium Longobardorum multitudinem habuit. Paolo Diac., lib. V. c. 36.
[59]. Fredegario e Paolo attribuiscono il fatto a Rodoaldo; ma i: tempi non rispondono. Non occorre venire fino all'odierna civiltà per trovare assurdo questo modo di ragionare. Ai tempi di Lodovico il Pio, Agovardo arcivescovo di Lione scriveva: — Bell'arte a scoprir la verità! e soprattutto quando l'un combattente e l'altro soccombono. Se Dio volesse che in questa vita gl'innocenti fossero sempre vincitori e i colpevoli vinti, Gerusalemme non sarebbe sottoposta ai Saraceni, nè Italia ai Longobardi». Liber adv. Gundobadum, cap. XIV. I contemporanei non guardavano dunque per una fortuna l'esser l'Italia vinta dai Longobardi, come fecero alcuni mille anni più tardi.
[60]. Burckhard (Staats- und Rechtsgesch. der Römer, § 42. Stutrgard 1841) vorrebbe che oppida e vici fossero terre smurate, le quali non formavano Comune da sè, ma erano assegnate a municipj nel cui territorio eran poste.
[61]. Diceasi guidrigild, compenso privato; ben distinto dall'ammenda (fried), che è compenso pubblico.
[62]. De bello goth., II. 14; III. 34. Una loro migrazione, cantata dallo scaldo di Gottland, componeasi di settanta navi, montate ciascuna da cento uomini.
[63]. Aucto de diversis gentibus, quas superaverant, exercitu. Paolo Diac., lib. I. c. 20.
[64]. La storia non parla che dell'isola; ma essa è tanto piccina, ch'è forza credere sotto quel nome comprese le circostanze. A Lenno, terra di quella riva, sono due iscrizioni del 571 e 572, ove l'anno è notato per consoli, e Giustino II è detto signor nostro.
HIC REQVIESCIT IN PACE FAMVLVS CHRISTI LAVRENTIVS VENERABILIS SACERDOS, QVI VIXIT IN HOC SÆCVLO ANNOS IV; DEPOSITVS DIE III NONAS IVLII, POST CONSVLATVM DOMINI NOSTRI IVSTINI PERPETVI AVGVSTI ANNO VI, INDICTIONE IV.
HIC REQVIESCIT IN PACE BONÆ MEMORIÆ CYPRIANVS, QVI VIXIT IN HOC SÆCVLO ANNOS P. M. XXXIII; DEPOSITVS SVB DIE VII KALENDAS OCTOBRIS, INDICTIONE V, POST CONSVLATVM DOMINI NOSTRI IVSTINI PERPETVI AVGVSTI ANNO VII.
[65]. In tal senso l'editto di Rotari si dice fatto col consenso cuncti felicissimi exercitus nostri.
[66]. Homo qui habet septem casas massaricias, habeat loricam cum reliqua conciatura sua, debeat habere et caballos... Homines qui non habent casas massaricias, et habent quadraginta jugis terræ, habeant caballum, scutum et lanceam... Item de illis hominibus qui negotiantes sunt et pecuniam (non) habent, qui sunt majores et potentes, habeant loricas, scutos, caballos et lanceas; et qui sunt sequientes, habeant caballos, scutum et lanceam; minores habeant coccoras cum sagittas et arcos. Leggi di Astolfo, pubblicate dal Troya.
[67]. Rotari, leg. 177; Liutprando, lib. III. leg. 4. Da fahren generare, radice disusata di Vorfahren progenitori; sicchè corrisponde a gens de' Latini. Oggi in Albania fara significa lo stesso.
[68]. Nelle leggi; ma Paolo Diacono, lib. I. c. 21, cita gli Adalingi, sic enim apud eos quædam nobilis prosapia vocabatur. Forse era sola la razza regia.
[69]. Liberi, ingenui, ingenuiles, più tardi boni homines. Ehre significa onore, ed heer esercito: onde arimanno è uom d'onore o d'arme. Il Troya fa osservare che la voce αριμανες trovasi in Appiano, De bello mithr. Ottone I, nel 967, dona a un monastero un borgo cum liberis hominibus, qui vulgo herimanni dicuntur (Antiq. ital., I. 717). Enrico IV, nel 1074, donamus insuper monasterio... liberos homines, quos vulgo arimannos vocant (Ivi, 739). Errano il Sismondi credendo gli arimanni contadini liberi, che oltre le proprie terre avessero enfiteusi dai grandi, e che soli coi nobili potessero intervenire al placito (cap. 2); e Giovanni Müller (Allg. Geschichte), credendo che l'arimanno fosse tra' Longobardi il capo militare di ciascuna borgata. Omnes liberi, qui a dominis suis longobardis libertatem meruerunt, legibus dominorum suorum et benefactorum vivere debeant, secundum qualibet a suis dominis propriis concessum fuerit. Rotari, leg. 239. Qui lex è chiaro che significa le condizioni «imposte dai padroni a ciascun emancipato».
* Tutti questi punti furono dibattuti assai in Italia e fuori, massime dopo la pubblicazione dell'opera di Carlo Troya. Carlo Hegel (Gesch. der italienischen Stadt e Freiheit. Lipsia 1847) sostiene che sotto i Longobardi esisteva un diritto unico, indissolubile, e i liberi provinciali erano messi nella semilibertà degli Aldj, dalla quale non potevano passare alla libertà intera longobarda se non per una nuova manumissione. Il diritto romano per lungo tempo non fu riconosciuto pubblicamente; dapprima ottenne qualche legalità come diritto di corte, poi come diritto ecclesiastico, non però personale; infine come concessione a singoli stranieri, indi a città e territorj intieri. Suppone che siasi fatta fusione tra i Longobardi e i Romani, prestandosi reciprocamente gli elementi. Nota del 1862.
[70]. Il Muratori distingue duchi maggiori e minori, ma senza ragione. Paolo Diacono nomina i duchi di Ticino, Bergamo, Brescia, Trento, Forogiulio, Milano; e oltre questi, altri trenta ne furono nelle loro città, II. 32. Sarebbero dunque trentasei, forse perchè fra' Longobardi, come fra altri popoli germanici, si usassero due decine diverse, l'una di dieci unità, l'altra di dodici; il che fa che molte volte un numero abbia a intendersi altrimenti da quel che suona. Vedi Ruehs, Schwedische Geschichte, vol. I. § 19. In tal caso potrebbe darsi che i duchi longobardi fossero dodici nella Neustria, ed altrettanti nell'Austria e nella Tuscia. Menzione storica abbiamo de' ducati d'Istria, del Friuli, Milano, Bergamo, Pavia, Brescia, Trento, Spoleto, Torino, Asti, Ivrea, San Giulio d'Orta, Verona, Vicenza, Treviso, Ceneda, Parma, Piacenza, Brescello, Reggio, Perugia, Lucca, Chiusi, Firenze, Soana, Populonia, Fermo, Rimini, Benevento.
[71]. Epist. VI Stephani II, ap. Mansi, Concil., tom. II.
[72]. Della reciproca garanzia rimase un vestigio negli statuti criminali di Milano, ove il cap. 162 è Qualiter Comunia teneantur pro captis in terra sua. Anche della costituzione per decine prolungossi la memoria; e fin nel 1500 la valle di Cadore era divisa in dieci centi, e ogni cento aveva un capitano, e armava duecento uomini: in caso di pericolo i capitani sceglievano un generale, e questo col conte, cioè il comandante veneziano, vegliava sulla valle.
[73]. De Pietro, Memorie di Sulmona, pag. 55, citato dal Leo. Il loro nome deriva da gast-halter.
[74]. Di questi re egli fa l'enumerazione nel prologo. Un bel codice ne sussiste nell'archivio della Cava, e un altro a Vercelli, con un prologo differente, ove più distintamente sono noverati i re antichi longobardi, e che si capisce esser la fonte de' primi libri di Paolo Diacono, il quale storpiò quei nomi per pedanteria e retorica.
Le leggi longobarde furono pubblicate in due raccolte: la prima è storica, disponendosi coll'ordine onde furono emanate da Rotari sino a Corrado I imperatore; nell'altra, detta Lombarda, eseguita dopo Enrico I, sono scientificamente distribuite in tre libri, il primo di 37 titoli, il secondo di 59, il terzo di 40. La migliore e più decisiva recensione delle leggi longobarde, e di tutto ciò che concerne il loro dominio in Italia, è il discorso di Carlo Troya sulla condizione dei Romani vinti dai Longobardi; studio profondo e di lunghissimi anni, il quale suscitò (come avviene) un'infinità di articoli e opuscoli improvvisati.
[75]. Rot., 167-170, 158-160.
[76]. Et ipse quartus ducat eum in quadrivium, et thingat in wadia, et gisiles ibi sint etc. Rot., 225. — Reddat in octogilt, et non sit fegangi. 375. — Si servus regis ob eros, vel vecorin, seu mernorphin fecerit. 376.
[77]. Liutpr., IV. 7. 8. 6.
[78]. In una formola del Codice veronese, alla legge 182 di Rotari, il conte si volge ai giudici, e domanda loro il punto legale: Nunc dicite vos, judices, quid commendet lex.
[79]. Ad leg. 53. lib. i Liutpr.
[80]. Ad. leg. 7. lib. ii Liutpr. — Ecco altri esempj: Petre, te appellat Martinus, quia tu consiliatus es de morte sua, aut occidisti patrem suum. De toto me appellasti. Si dixerit quod consiliatus esset cum rege aut occidisset per jussionem regis, aut approbet aut emendet, secundum quosdam. Secundum quosdam, aliter est: in anima jurare debet. Sed melius est, secundum alios, quod dicat — Non consiliatus sum, nec occidi, quod per legem emendare debeam pro usu.
Petre, te appellat Martinus, qui est advocatus de parte publica, quod D. levavit sedicionem contra tuum comitem, et occidit suum caballum cum ipsa sedicione; et tu fuisti consentiens in ipso malo.
Petre, te appellat Martinus, qui est advocatus de parte publica, quod homines de civitate Roma levaverunt sedicionem contra homines de civitate Cremona, vel contra comitem de Mediolano; et tu fuisti in capite cum illis.
Petre, te appellat Martinus, quod homines de civitate Ravenna levaverunt adunaciones contra homines de civitate Roma; et tu fuisti consentiens in isto malo.
Petre, te appellat Martinus, quod ipse tenebat cum rege; et tu spoliasti casam suam de tanto mobili, qui valebat solidos centum.
Petre, te appellat Martinus, quod ipse sponsavit Aldam tuam filiam puellam; et tu dedisti eam alteri in conjugium ante duos annos. — Non sponsasti meam filiam: tunc ille qui appellat, probet. Si dixerit — Sponsasti tu meam filiam, sed non erat puella: tunc ille qui appellat, probet quod erat puella; et si non potuerit, juret ipse qui appellatus est, quia non erat puella.
[81]. Leg. 230. 231.
[82]. Leg. 4.
[83]. Liutpr., II. 25.
[84]. Rot., 32.
[85]. Id., 42.
[86]. Rot., 25. 26; Liuptr., IV. 7. 10; VI. 27; Rachis, 7. 8.
[87]. Væ tibi terra, cujus rex puer est, et cujus principes mane comedunt. Eccl., X. 16.
[88]. Leg. 364.
[89]. Rot., 179; e così 153. 165. 166. 364. 367. 369.
[90]. In mezzo al tempio degli Dei Palìci in Sicilia vaneggiavano due crateri stretti e profondi, pieni d'acqua solforosi che zampillava. Quand'uno era accusato di furto o d'altro, dava il suo giuramento scritto sopra una tavoletta, e questa gettavasi nell'acqua: se galleggiava, l'accusato era assolto; se no, era gettato nel cratere. Altre volte l'accusatore leggeva il contenuto nella tavoletta, e l'accusato, cinto di ghirlande e in tunica discinta, e agitando un ramo colla mano, lo ripetea parola per parola, toccando l'orlo dei cratere: se dicea vero, andavasene salvo; se no, periva inghiottito, o perdea la vista. Diodoro Sic., xi. 89; Aristotele, Mir. ausc. 58.
[91]. Variar., III. 24.
[92]. Rot., 198. 203. 214. 231; Liutpr., vi. 64; Grimoaldo, 7.
[93]. Leg. Othonis, 1. 2. 5. 6. 7. 9. 11. 12.
[94]. Rot., 5. 11. 12. 14. 19. 141. 253. 284. 285; Liutpr., vi. 81-85.
[95]. Rot., 33. 130. 131. 200-203. ecc.
[96]. Il soldo dei Longobardi non si sa se fosse d'oro o d'argento, reale o ideale: reale era il tremissis, terza parte del soldo. (Cum die quodam Alachis super mensam numeraret, unus tremissis de eadem mensa cecidit: quem filius Aldonis, adhuc puerulus, de terra colligens, eidem Alachi reddidit. Paolo Diac., lib. V. c. 39). Forse erano quelle rozze monete, con san Michele da una parte, e dall'altra il busto del re, che si trovano ne' musei, ma tanto logore da non potersene valutare il peso. Delle migliori nessuna eccede la metà d'uno zecchino.
[97]. Rot., 129. 136.
[98]. Id., 338. 339. Anche la Lex aquilia de' Romani non mette divario tra ferire il servo o la bestia altrui.
[99]. Rot., 46. 47. 50. 51. 52. 67.
[100]. Id., 147. 317.
[101]. Id., 246. 247.
[102]. III. 26.
[103]. Ivi.
[104]. Id., IV. 2.
[105]. Aulico Ticinese, cap. XIV.
[106]. Paolo Diac., lib. I. c. 13.
[107]. Atramento, pinna et pergamena manibus meis de terra elevavi, et Teutpaldi notarii ad scribendum tradidi, per vasone terre et fistuco nodato seo ramo arborum accepi... per coltello et wantone seo aldilaine, et sic per hanc cartula, justa legem saliga, vindo, dono, trado atque trasfundo etc. Carta lucchese del 983. Arch. Guinigi.
Ugo marchese nel 996, investendo del castello di Caresana e sue appartenenze il vescovo di Vercelli, dice: Per presentem cartulam offersionis abendum confirmo pro animæ meæ mercede. Insuper per cultellum, fistucam, wantonem (guanto) et vasonem terræ atque ramum arboris pars ipsius, episcopo facio tradicionem et vestituram, et me exinde foris expuli, guarpivi et absascito feci..... Monumenta hist. patr.; Chart. I, pag. 306.
[108]. Rotari nella leg. 75 dispose che, se il donato fosse chiesto dal donatore a provare d'aver corrisposto il launechildo, giurasse averlo dato; se no, restituisse il ferquido, cioè l'equivalente. Liutprando, lib. VI, leg. 19, dichiarò insussistente la donazione senza il launechildo e la tingazione, eccettuati i doni a chiese o a luoghi pii come redenzione dell'anima.
[109]. Liutpr., I. 1-5, II. 8, III. 3, VI. 48; Rot., 157-169.
[110]. Rot., 173. 168. 169.
[111]. VI. 6.
[112]. Grim., ii; Liutpr., vi. 87; Rot., 186. 178. 179. 198; Astolfo, 3. 14.
[113]. Nulli mulieri liberæ, sub regni nostri ditione lege Longobardorum viventi, liceat in suæ potestatis arbitrio, idest sine mundio vivere, nisi semper sub potestate viri, aut potestate curtis regiæ debeat permanere: nec aliquid de rebus mobilibus aut immobilibus, sine voluntate ipsius in cujus mundio fuerit, habeat potestatem donandi aut alienandi. Rot., 205.
[114]. X. 2.
[115]. Mundium non sit amplius quam solidi tres. II. 3. Il Muratori confonde il mundio col mefio.
[116]. II. 1. — Consentientes mihi suprascripto genitor meus, per hunc scriptum secundum legem in morincap dare videor tibi, Imilla dilecta et amabilis conjus mea... quartam portionem ex integra de omnia et ex omnibus casis et fundis... vel quod in antea Deo adjuvante legibus atquisiero, de omnia ex integra quartam portionem abeas tu jam nominata Imilla dilecta et amabilis conjus in morincap, ecc. Carta lucchese del 986. Arch. arciv.
[117]. II. 6; VI. 59. 68. 76. 78.
[118]. Si quis res alienas, idest servum et ancillam, seu alias res mobiles... Leg. 232. E vedi Liutpr., v. 36; Rot., i. 13. 222; Rachis, 3. 277.
[119]. Quando al risorgente diritto romano prestavasi non culto ma idolatria, il celebre commentatore Andrea d'Isernia chiama il longobardo jus asininum; Lucca di Penna scrive longobardicas leges fuisse factas a bestialibus, neque mereri appellari leges sed fæces. Il Giannone sempre inginocchiato davanti ai regnanti, dice che «splenderà nelle gesta de' loro principi non meno la fortezza e la magnanimità, che la pietà, la giustizia, la temperanza; e le loro leggi e i loro costumi, sebbene non potranno paragonarsi con quelli degli antichi Romani, non dovranno però posporsi a quelli degli ultimi tempi dello scadimento dell'Imperio» (Storia civ., lib. III); ed ha un capitolo sulla loro giustizia e saviezza. Montesquieu magnifica le leggi longobarde sopra tutte le altre barbariche. Il Sismondi (Repubbliche ital., cap. 1) le chiama saviissime, e abbastanza glorioso il regno dei Longobardi; eppure soggiunge che le due nazioni rimasero divise da un implacabile odio. Per raffaccio alle legislazioni del suo tempo, il Filangeri esaltò di troppo le processure barbariche: «Non è codice dei Barbari, che non regoli l'accusa giudiziaria meglio che le nazioni civili d'oggi. Nessuno niega al cittadino il diritto di accusare; e non pensò a combinar la libertà d'accusare colla difficoltà di calunniare. Nei Capitolari di Carlo Magno si stabilisce che il giudice non possa giudicare alcuno se manca un legittimo accusatore (Cap. C. M. et Lod., lib. V. c. 248; Edict. Theod., c. 20). L'Editto di Teodorico condanna del taglione il calunniatore (Edict., c. 13; Cap. C. M., lib. VI. c. 329; lib. VII. c. 180). Teodorico interdisse l'accusa secreta (c. 50). Nei Capitolari di Carlo Magno, che non giudichi il giudice in assenza di una parte (lib. vii. c. 145. 168). Escludeano i Longobardi chi avesse dato prova di mala fede (Cod. Long., lib. XI. tit. 51 de testib. § 8), o quello che per la condizione e pei delitti avesse perduta la confidenza della legge (Cap. C. M., lib. I. c. 45; lib. VI. c. 144 e 298). I testimonj deponeano in presenza dell'accusato: lui presente, il giudice gl'interrogava, e potea interromperli di rispondere. Queste buone costituzioni ponno far vergognare l'Europa d'oggi, che avvolge i processi nel mistero». Scienza della legisl., lib. III. c. 2. 3. Nella più recente Storia d'Italia, a pag. 351 del vol. I, è detto che «le leggi longobardiche erano ottime tra le leggi barbariche»; a pag. 324, «è indubitato le leggi longobardiche esser le più eque e le meno imperfette di tutte le leggi barbariche»; e a pag. 337, «l'Editto di Rotari è una compilazione disordinata di cadarfrede o consuetudini antiche».
[120]. Nel Libro VIII vedremo le consuetudini longobarde sopravivere e trasfondersi negli statuti dei Comuni. La costituzione di Federico II, lib. II. tit. 17, abolì la personalità delle leggi nella Sicilia, il che mostra vi sussistette sino al secolo XIII. Il Lupi, Codex diplom. bergom., 231, adduce uno statuto bergamasco del 1451, ove si nomina un liber juris Longobardorum, e si ordina che ipsum jus vacet in totum, et servetur jus commune: il che vuol dire che fin allora durava qualche diritto alla longobarda. Nel regno di Napoli, a detta del Giannone, lib. XXVIII. cap. 5, le leggi longobarde cessarono al tempo di Ferdinando I, uscente il XV secolo, ma ne sopravvissero alcune consuetudini, e fin ai suoi tempi nell'Abruzzo i feudi regolavansi secondo quelle; v'erano ancora beni gentilizj: negli istromenti ove intervenissero donne, si faceva assistere il mundualdo; metteasi la clausula jure romano, per indicare che i contraenti non viveano secondo la longobarda; duravano le voci di mefio, catamefio, vergini in capillo, e altre assai. Prospero Rendella nel 1609 stampò a Napoli In reliquias juris longobardi.
[121]. Sebbene s'ignori donde il bolognese Giulio Cesare della Croce tolse quella leggenda, tutto ne palesa l'origine tedesca, la corte d'Alboino, sebbene tramutata in Italia, i nomi stessi di Berthold, Marculf, ecc. La Contradictio Salomonis, uno de' primissimi romanzi, presenta una disputa di Guglielmo Conquistatore col villano Marculfo, e forse deriva dalla sorgente stessa da cui le avventure del Bertoldo, che trovansi in ogni lingua, e che i Tedeschi dicono derivate dall'Asia, come la più parte delle nostre fiabe e nonnaje.
[122]. Paolo Diac., lib. VI. c. 7. 8.
[123]. Pare indicarlo il suo epitafio ap. Mabillon, app. al vol. II. Ann. Ord. s. Bened., nº 35:
Divino instinctu, regalis protinus aula
Ob decus et lumen patriæ te sumsit alendum.
Omnia Sophiæ cepisti culmina sacræ,
Rege movente pio Ratchis, penetrare decenter.
[124]. Paolo Diacono, lib. VI. c. 35; Vasari, Proemio alle vite dei pittori. I Romani di quel tempo radevano od almeno accorciavano la barba, e tondevansi altrimenti che i Longobardi; poichè è scritto che, regnante Desiderio, i Longobardi di Rieti e Spoleto vennero ad arrendersi a papa Adriano I, il quale ricevendone il giuramento, fe loro tagliar le barbe e i capelli alla romana. L'aver capelli pare fosse distintivo de' Longobardi, giacchè la loro legge per certe colpe condanna a perderli. È vulgata l'etimologia di tosa che i Lombardi dicono per zitella, da intonsa, tratto dal costume di non accorciare i capelli alle fanciulle. Convien però avvertire che tal voce si trova anche nei paesi non dominati da' Longobardi; giacchè il provenzale Pier da Villare cantava:
Per Melchior e per Gaspar
Fo adoratz l'altissim Tos.
[125]. Rot., 179.
[126]. Neppure agli antichi Romani era insolito l'occupare un terzo o due delle terre dei vinti. Cum Hernicis fœdus ictum, agri partes duæ ademptæ: Tito Livio, xi. Truinates tertia parte agri damnati. Ivi, X. Questo terzo sembra lo togliessero i Germani da ciascun possidente: i Romani par più probabile s'impadronissero d'un terzo del territorio vinto.
[127]. Paolo Diac., lib. II. c. 4. Procopio, negli Aneddoti, dice che in Africa perirono tre milioni e a proporzione nell'Italia, tre volte tanto estesa: ma esagera al solito, per mostrare infelicissimo il regno di Giustiniano. La peste infierì nel 566, massime nella Liguria e a Roma, talchè non si trovava chi mietesse nè vendemmiasse. Nel 571 perì infinito bestiame; e molte persone di vajuolo e dissenteria. Paolo Diacono ricorda quasi ad ogni anno morbi, cavallette, nembi, siccità, ecc. Sotto re Autari un diluvio afflisse l'Italia; il Tevere, venuto a sterminata altezza, recò indicibili guasti; desolate rimasero la Venezia e la Liguria; e Gregorio Magno riferisce che le acque dell'Adige a Verona giungevano alle finestre superiori della basilica di San Zenone, senza entrar per le porte. Esso Gregorio in una grave peste ordinò sette processioni di cherici, cittadini, monaci, monache, maritati, vedove, ragazzi: e per via in un'ora ne caddero morti ottanta.
[128]. Lib. I. c. 16.
[129]. Iis qui vi oppressos imperio coercent, est sane adhibenda sævitia, ut heris in famulos. De officiis, lib. II. c. 7.
[130]. Populi aggravati per longobardos hospites partiuntur; lib. II. c. 32. Il codice della biblioteca Ambrosiana legge pro Longobardis hospicia partiuntur. E nell'un caso e nell'altro v'è ambiguità di senso; e forse la vera lezione è multa patiuntur. Sopra un testo sì incerto, quanti libri e libercoli si sono fatti in questi anni!
[131]. Paolo stesso, lib. IV. c. 6, dice che pæne omnes ecclesiarum substantias Longobardi, dum adhuc gentilitatis errore tenerentur, invaserunt.
[132]. Varie sue lettere sono dirette al populus et ordo di città longobarde. Costanzio vescovo di Milano parla d'un tal Fortunato, di cui aveva udito per annos plurimos inter nobiles consedisse et conscripsisse. Epist. IV. 29.
[133]. Tant'è ciò vero, che essa l'adopera anche coi Turingi, i quali mai non avevano avuto municipio.
[134]. Sarebbero i fundora exfundata, di cui parla il patto d'Arigiso duca di Benevento.
[135]. Lo accenno dietro alle induzioni di Enrico Leo; ma non mi pajono abbastanza appoggiate.
[136]. Qualche vestigio può vedersene ancora dove sussiste il fôro ecclesiastico; sicchè a fianco della legge locale ne dura una personale. Anche gli Ebrei sin a' giorni nostri furono trattati con leggi personali, conservando il levirato e il divorzio anche dove è abolito, essendo esclusi da certe professioni, sottoposti a certe tutele particolarizzate. Nella repubblica di Genova fino agli ultimi tempi i cherici vivevano secondo il diritto comune, ma non potevano profittare degli statuti, non entravano ad impiego pubblico, non tutori, nè esecutori testamentarj, nè testimonj ai testamenti. Le donne restavano in tutela perpetua; nè potevano contrattare o star in giudizio senza il consenso di due parenti, oltre il marito se maritate; non erano di diritto tutrici de' figli; escluse dalla successione intestata in concorso con maschi. Si notino queste vestigia di diritto barbarico.
[137]. Noluerunt Longobardorum imperiis subjacere; neque eis a Longobardis permissum est in proprio jure subsistere; ideoque æstimantur ad suam patriam repedasse. Paolo Diac., lib. III. c. 6.
[138]. Ciò renderebbe ragione della legge di Desiderio e Adelchi, che risulta da una carta del monastero di santa Giulia a Brescia, ove si provvede al caso che un servo del palazzo sposi un'ingenua romana, la quale cade pur essa in ischiavitù.
[139]. Qui professus sum natione mea vivere lege salica o longobarda. La prima professione di vivere a legge romana trovasi in un atto di Lucca dell'807 ap. Barsocchini, II. 206: la seconda in uno di Bergamo del 900, ap. Lupo, Cod. Bergom., I. 1083. Così scarsi erano gli avanzi romani!
[140]. Giuseppe Rovelli, in cui il buon senso ripara la mancante erudizione, avverte cosa sfuggita a contemporanei suoi, forse di maggior levatura. «La congiunzione del civile col militare comando in tutte le prefetture maggiori e minori, partorì questa perniciosa conseguenza per gli Italiani sudditi del regno longobardico, che gli allontanò da tutte le cariche e da tutti gli onori, e conseguentemente tolse loro i mezzi di conservar l'antica o di sollevarsi a nuova dignità o ricchezza». Dissert. prelim, alla storia di Como, vol. I. pag. 143. Queste prefetture maggiori e minori è un errore ch'egli bevve dal Muratori. Anche a lui par verosimile che «i Longobardi a preferenza delle altre occupassero le terre rimaste incolte o deserte». Strana verosimiglianza!
[141]. Così opina anche il Lupo, che pure fu il primo a discorrere assennatamente intorno alle professiones. — Liutpr., VI. 37. de Scribis: Perspeximus, ut qui chartam scripserint sive ad legem Longobardorum, sive ad legem Romanorum, non aliter faciant, nisi quomodo in illis legibus continetur... Et si unusquisque de lege sua descendere voluerit, et pactiones atque conventiones inter se fecerint, et ambæ partes consenserint, istud non reputatur contra legem, quod ambæ partes voluntarie faciunt. Et illi qui tales chartas scripserint, culpabiles non inveniuntur esse.
[142]. Eginardo, De gestis Ludov. Pii ad 824. ap. Bouquet, tom. VI. p. 184. Sopra quella costituzione si appoggia a Savigny, c. III. § 45; ma in contraddizione vedasi Troya, Della condizione dei Romani vinti da' Longobardi.
È difficile accumulare cotante inesattezze quante nel seguente periodo: «Bel privilegio avevano le nazioni settentrionali conservato ai cittadini, la libera scelta di sottomettersi alle leggi dei loro maggiori, oppure a quelle che trovassero più conformi alle proprie nozioni di giustizia e di libertà. Presso i Longobardi trovavansi in vigore sei corpi di leggi, romana, longobarda, salica, ripuaria, alemanna, e bavara; e le parti, al cominciar del processo, dichiaravano ai giudici che viveano e volevano esser giudicati secondo la tale e tal altra legge». Sismondi, Rep. ital., c. II.
[143]. Leone IV pregava l'imperatore Lotario I a non alterare la legge romana: Vestram flagitamus clementiam, ut, sicut hactenus romana lex viguit absque universis procellis, et pro nullius persona hominis reminiscitur esse corrupta, ita nunc suum robur propriumque vigorem obtineat. Nel Decr. Gratiani, dist. X. c. 13.
[144]. Rotari pone per pena denari venti a chi fornicasse con un'ancella gentile, e dodici con una romana: ma può intendersi delle molte ch'erano state condotte schiave dopo la conquista di Genova e d'altre terre romane.
[145]. Lege romana, qua Ecclesia vivit; Leg. rip., t. LVIII, 1. — Ut omnis ordo ecclesiarum lege romana vivat; Leg. long, di Ludovico il Pio, art. 55. — Eccard, commentando quell'articolo della Legge ripuaria, adduce una carta, ove due preti, di nazione longobardi, vivono secondo la legge romana per decoro sacerdotale: Qui professi sumus ex natione nostra vivere legem Longobardorum, sed mine, pro honore sacerdotii nostri, videmur vivere legem Romanorum. Ma talvolta gli ecclesiastici viveano in Italia con legge longobarda. In Fumagalli, Codice diplomatico Sant'Ambrosiano, nº 124, p. 502, Teutperto arciprete di San Giuliano, nell'885, professa la legge longobarda. Lupo, Cod. Bergom., p. 225, dice che nel X e XI secolo tal consuetudine era quasi generale nel Bergamasco. Il monastero di Farfa non uniformavasi a legge romana; Mabillon, Ann. Ord. s. Bened., tom. IV, p. 129. 705. E forse meglio cercando si troverà che, sotto i Longobardi, neppur a' cherici era dato deviare dalla legge de' vincitori; privilegio che ottennero soltanto dopo la conquista dei Franchi. In ciò regna grande oscurità, anche dopo le eruditissime discussioni, e a noi accadrà d'addurne altri esempj.
[146]. Edict. Theodor., 27.
[147]. Cassiodoro, Epist. 14. lib. IX.
[148]. Nuova notizia, che esce dal LXI dei Papiri del Marini, e si riferisce all'anno 629.
[149]. Ut nullus homo debeat negotium peragendum ambulare, aut pro quadecumque causa, sine epistola regis aut sine voluntate judicis sui. Astol., V.
[150]. Rot., 144. 145. Vedi Troya, Della condizione dei Romani, § 167.
[151]. Vedi la III e IV delle nuove leggi trovate dal Troya.
[152]. Clerus et plebs mediolanensis Deusdedit diaconum eligentes, ab Agilulfo rege terrentur quatenus ilium eligerent, quem Longobardorum barbaries voluisset. Gio. Diacono, Vita s. Gregorii Magni.
[153]. Di Costanzio di Milano scrive Gregorio Magno: Quam fuerit vigilans in tuitione civitatis vestræ, non habemm incognitum.
[154]. Epist. I. 17.
[155]. Epist. III. 26. 29. 30; IV. 1. Il Muratori, narrando che gli arcivescovi di Milano sedettero in Genova da Alboino fin a Rotari, conchiude: «Dal che si può argomentare la moderazione dei re longobardi, che padroni della nobilissima città di Milano, si contentavano che quegli arcivescovi avessero la loro permanenza in Genova, città nemica, perchè ubbidiente all'imperatore». Annali, an. 641. Tanto varrebbe l'argomentare la moderazione del granturco o del sofì di Persia, dal trovarsi fra noi i vescovi di Corinto e d'Edessa.
In tal modo egli ragiona troppo spesso intorno ai Longobardi, dei quali parla con frasi ammirative, per es queste al 674: «Nulla ci somministra di nuovo in questi tempi la storia d'Italia; ma il suo stesso silenzio ci fa intendere la mirabile quiete e felicità che godevano allora sotto il pacifico governo del buon re Pertarito i popoli italiani». Quando però sostiene che i Longobardi non governavano peggio dei Greci, non ha affatto torto. Mache dire di certi, massimamente tedeschi, encomiatori enfatici de' Longobardi; e per es. del Leo, che li chiama angeli liberatori (befreyende Engel)?
Pochi momenti storici furono descritti per luoghi comuni tanto quanto l'età longobarda. «Erano stati i Longobardi dugento ventidue anni in Italia, e di già non ritenevano di forestieri altro che il nome» Machiavelli, Ist. fior., lib. I. — «Assuefatta l'Italia alla dominazione dei suoi re, non più come stranieri li riconobbe, ma come principi suoi naturali, perchè essi non aveano altri regni o Stati collocati altrove, ma loro proprio paese era fatta l'Italia, la quale perciò non poteva dirsi serva e dominata da straniere genti». Giannone, St. civ., lib. V. § 4. — «Tolta la diversità di trattamento, e divenuti Romani e Longobardi un popolo solo, la stessa misura di tributi fu imposta ad ognuno». Muratori, Ant. ital., XXI. — «Felice esser dovea anzi che no la condizione de' cittadini sì longobardi che italiani, i quali con loro formavano uno stesso corpo civile ed una stessa repubblica». Antichità longobardiche milanesi, I. — E un moderno: «Il dire che i Longobardi alla fine del secolo VIII non fossero italiani ma stranieri, è cosa tanto scempia che quasi, anzi certamente, non merita risposta». Storia d'Italia dal V al IX secolo, p. 341. Certo quel generoso applaudì quando i Greci insorsero contro i Turchi, stranieri che da tre secoli e mezzo accampavano in mezzo a loro.
[156]. Si romanus homo mulierem longobardam tulerit, et mundium ex ea fecerit... romana effecta est; filii qui de eo matrimonio nascuntur, secundum legem patris, romani sint. Liutpr., 74.
[157]. Longobardi, ut bellatorum possint ampliare numerum, plures a servili jugo ereptos ad libertatis statum perducunt; utque rata eorum possit haberi libertas, sanciunt more solito per sagittam, immutantes nihilominus, ob rei firmitatem, quædam patria verba. Paolo Diac., lib. I. c. 13.
[158]. Omnes liberi, qui a dominis suis longobardis libertatem meruerunt, legibus dominorum suorum et benefactorum vivere debeant, secundum quaslibet a suis dominis propriis concessum fuerit. Rot., 239. Qui lex è chiaro che significa «le condizioni imposte dai padroni a ciascun emancipato».
Sulle leggi longobarde sono a vedere:
Alex. Fleger, Das Königreich der Longob. in Italien. Lipsia, 1851.
G. Merkel, Die Gesch. des Langobarden Rechts. Berlino 1850.
Axschuetz, Lombarda commentare. Heidelberg 1855.
Wilin, Das Strafgerecht der Germanen. Alla 1842.
Zoepfl, Deutsche Rechtsgeschichte. Stuttegard 1858.
Otto Stobbe, Gesch. der deutschen Rechtsquellen, 1860.
Schupfer da Chioggia, Delle istituzioni politiche longobarde. Firenze 1863.
Edward Osenbruggen, Das langob. Strafgericht. Sciaffusa 1863.
[159]. Bollandisti, ad 11 aprilis.
[160]. Come s'intendessero divisi i beni ecclesiastici è detto nella vita di s. Barbato vescovo di Benevento, il quale chiese molte rendite dal duca Romualdo alla sua chiesa: Impetratis omnibus ut poposcerat, vir sanctus non est oblitus mandatorum Dei: in quatuor partes cunctum Ecclesiæ redditum omni tempore sanxit fideliter dispartiri; unam egentibus; secundam his qui Domino sedulas in ecclesiis exhibent laudes; tertiam pro ecclesiarum restauratione distribui; juxta quartam suis peragendis utilitatibus episcopus habeat; et hactenus sicut ab eo disposita sunt, in præsenti cuncta videntur. Ap. Ughelli, De ep. Benev.
[161]. In obitu Satyri oratio, num. 38. Celestino papa, epist. 2, attesta che neppur i vescovi aveano abito particolare. Religio divina alterum habitum habet in ministerio, alterum in usu vitaque communi. S. Girol., in Ezech., c. 44. Landolfo Seniore (Hist. mediol., lib. II. 35), parlando dell'arcivescovo Eriberto, dice che sotto lui nessuno osava entrare in coro senza la toga bianca (il camice?), nè senza aver coperto la testa col cappuccio del birro, cioè della sopravveste che allora gli ecclesiastici usavano di color rosso; e nessun cherico osava assumere le foggie laicali o nel birro o nelle vesti o nella calzatura. Il Giulini all'anno 1203 reca il testamento d'un prete, che lega a diversi i suoi abiti, fra i quali nessuno è nero, eccetto il cappello. Nel 1211 fu da un sinodo milanese vietato ai cherici il mostrarsi in pubblico senza la cappa o il camice, od altra veste rotonda e chiusa; vietate le scarpe allacciate, le maniche, le mosche (ornamenti cascanti dal collo sul petto), le guarnizioni sulle vesti, e le cappe colle maniche; chi era insignito degli ordini portasse vesti rotonde non sparate, non gialle o verdi (e quelle d'altro colore?), nè pelli di vajo. Dallo stesso passo ricaviamo come i cherici ricevessero la tonsura a quella chiesa od altare di cui avevano il titolo. Ivi pure son proibite ai frati le tavole, i dadi, le zare, le caccie, i cani, i traffici, l'usura, l'aver compari e comari, l'andare ai bagni, il portar berretti od altro in capo, fuorchè le cocolle. Un concilio provinciale del secolo seguente interdice gli abiti vergati o listati, con nastri e bottoni d'argento o metallo, nè cappucci da laici. Il sinodo diocesano milanese del 1250 vuole che i prelati tutti sopra la guarnaccia portino un vestimento chiuso, e non cappe con maniche quando sieno fuori della scuola, non freni o selle o sproni od altra cosa dorata, argentata, azzurrata, nè clamidi secolaresche con pellicce, nè tabarri, sieno sparati o chiusi, fuorchè nel caso di dover cavalcare; del resto, non abbiano panni verdi, nè maniche rosse, non scarpe cucite, nè collari abbottonati, sibbene cappe nere od altrimenti decenti. Giulini, ad annum.
[162]. Milano, Verona, Aquileja pretendono aver posseduto monasteri, prima che s. Atanasio gl'introducesse a Roma nel 390. In Milano li trovava s. Agostino (Confess., IV. 6); e Martino di Tours era abitato alcun tempo in uno di questi. Sulpizio Severo (Vita s. Martini, IV) scrive che esso Mediolani sibi monasterium statuit. E Paolino da Périgord nella Vita dello stesso:
... Constructa statuit requiescere cella
Heic ubi gaudentem nemoris vel palmitis umbris
Italiam pingit pulcherrima Mediolanus.
[163]. La regola di s. Benedetto è in settantatre capitoli, di cui nove sui doveri morali e generali, tredici sui doveri religiosi, ventinove sulla disciplina, i falli, le pene, ecc., dieci sull'amministrazione interna, dodici su varj soggetti, come i viaggi, l'ospitalità, ecc.; cioè nove capitoli di codice morale, tredici di codice religioso, ventinove di penale, dieci di politico.
Carlo Magno, scrivendo a Paolo Diacono ricoverato a Montecassino, non rifina di lodarne l'ospitalità e le virtù:
Hic olus hospitibus, piscis hic, panis abundans...
Pax pia, mens humilis, pulchra et concordia fratrum.
[164]. Lib. XXVII, cap. 3.
[165]. Il primo papa, s. Pietro, fu eletto da Cristo. Dal secondo, s. Lino, fino a s. Semplicio nel 467, dal clero e popolo. Da s. Felice III nel 483, fino a s. Nicola I nel 858, dai re conquistatori. Da Adriano II nell'867, fino ad Agapito II nel 946, dal clero e dal popolo. Da Giovanni XII nel 956, fino a Silvestro antipapa nel 1102, dai tiranni d'Italia e dagli imperatori. Poi ancora dal popolo e clero, da Gelasio II nel 1118, fino a Vittore antipapa nel 1138. Indi dai cardinali, da Celestino II nel 1143, fino a Gregorio X nel 1271. Poi dal conclave, da Innocenzo V nel 1276, fin qui. Il Platina racconta che Sergio II fu il primo a cangiar nome, deponendo l'indecoroso di Osporci: ma Anastasio Bibliotecario dice che esso papa chiamavasi Sergio anche prima di salire alla cattedra di Pietro. V'ha chi attribuisce quest'introduzione ad Adriano III, che prima nomavasi Agapeto; o a Giovanni XII, che prima era chiamato Ottaviano, e che con ciò volle onorare lo zio Giovanni XI: o a Sergio IV, che per rispetto depose il primitivo nome di Pietro. Tale cambiamento non è d'obbligo, e anche nel secolo xvi Adriano VI e Marcello II ritennero il nome di battesimo. Damaso fu il primo a darsi il titolo di servo dei servi di Dio, adottato poi da Gregorio Magno e dai successori. Benedetto III prese il titolo di vicario di s. Pietro; cui dopo il secolo XIII fu sostituito quello di vicario di Gesù Cristo.
[166]. La diocesi di Como aderì lungamente allo scisma d'Aquileja, e preziosa è in tal fatto la iscrizione funeraria del vescovo Agrippino, morto verso il 600, e che ora conservasi nella plebana di Isola sul lago di Como.
[167]. Labbe, Concil., tom. V. p. 959; ed Epist. del 4 ottobre 584, ap. Gio. Diacono, I. 31.
[168]. Un canone del II concilio di Vaison, dell'anno 529, riferito dal padre Thomasin (Disciplina de beneficiis, par. II, c. 88. n. 10), rende all'Italia quest'autorevole testimonianza: Omnes presbyteri qui sunt in parochiis constituti, secundum consuetudinem, quam per totam Italiam satis salubriter teneri cognovimus, juniores lectores secum in domo retineant, et eos quomodo boni patres spiritualiter nutrientes, psalmos parare, divinis lectionibus insistere, et in lege Domini erudire contendant, ut sibi dignos successores provideant.
[169]. Epist. II. 35.
[170]. Hoc in loco, quisquis pastor dicitur, curis exterioribus graviter occupatur, ita ut sæpe incertum sit utrum pastoris officium, an terreni proceris agat. Epist. I. 25.
[171]. Lib. II. epist. 11 e 31: — Quia comperimus multos se murorum vigiliis excusare, sit fraternitas vestra sollicita ut nullum usque, per nostrum vel Ecclesiæ nomem, aut quolibet alio modo, defendi vigiliis patiatur, sed omnes generaliter compellantur. Epist. I. 42.
[172]. Epist. X. 51; xi. 51.
[173]. «Conoscendo io quanto la serenissima nostra Signora prenda pensiero della patria celeste e della vita dell'anima sua, mi terrei gravemente colpevole se tacessi quanto convien suggerire per timore dell'onnipotente Iddio. Avendo io saputo essere nell'isola di Sardegna molti Gentili, che tuttavia, secondo loro mala usanza, sagrificano agli idoli, e i sacerdoti di quell'isola andar lenti nel predicare il Redentore, vi mandai un vescovo italiano, che, ajutante Iddio, trasse alla fede molti Gentili. Ma egli mi ha annunziata cosa sacrilega; che costoro i quali sagrificano agli idoli, ne pagano al giudice la licenza; ed essendo alcuni stati battezzati e avendo lasciato quei sacrifizj, tuttavia il giudice dell'isola anche dopo il battesimo esige quella paga. Avendolo il vescovo ripreso di ciò, rispose egli di aver promesso tanto nel comprar l'impiego, che non potrebbe rifarsi se non a quel modo. La Corsica poi è oppressa di tanta soperchieria d'esattori e tanta gravezza d'esazioni, che gli abitanti vi possono a mala pena supplire vendendo i proprj figliuoli; onde, lasciando la pia repubblica, sono forzati rifuggire alla nefandissima gente dei Longobardi. E qual cosa più grave e più crudele potrebbero patire dai Barbari, che l'esser ridotti a vendere i proprj figli? In Sicilia narrasi di un tal Stefano, cartulario delle parti marittime, che coll'invadere ogni luogo, e con porre, senza pronunziar giudizio, i cartelli a' poderi e alle case, arreca tanti danni ed oppressioni, che a dirle tutte non basterebbe un gran volume. Veda la serenissima nostra Donna queste cose, e sollevi i gemiti degli oppressi. Suggeritele a suo tempo al piissimo Signore, affinchè dall'anima sua, dall'imperio e da' suoi figliuoli rimova tanto gravame di peccato. Ben so ch'ei dirà forse mandarsi a noi per le spese d'Italia quanto si raccoglie dalle suddette isole: ma dico io, conceda meno per le spese d'Italia, e tolga dal suo imperio le lacrime degli oppressi. E forse di tante spese fatte per questa terra vien minore il profitto perchè con mescolanza di peccato. Meglio non provvedere alla vita nostra temporale, che procacciare impedimento alla nostra eterna. A me basti l'aver questo brevemente suggerito; affinchè, se rimanesse la vostra pietà ignorante di quanto succede in questi paesi, non fossi io poi del mio silenzio dinanzi al severo giudice incolpato e punito».
[174]. Dal poco che sappiamo, sembra in antico vi fosse grande mescolanza ed arbitrio nel canto ecclesiastico. La semplicità nascea necessariamente dalla scarsezza di mezzi; ma alcuni teneano all'ebraico, altri all'jonico, altri a un misto. Sant'Ambrogio volle riformarlo, partendo dalla melopea greca. Il sistema musicale dei Greci era diviso in tetracordi, e nei modi che ne derivano. Ambrogio, visto che molte melodie sacre erano, se non melodie greche trasportate, almeno motivi composti sopra i modi musicali di quel popolo, e che non passavano i limiti di un'ottava, pensò al sistema tetracordo dei Greci sostituire il più semplice e facile dell'ottava, derivando dai Greci i quattro modi primordiali che divennero base del canto ecclesiastico. Stabilì dunque questi modi:
| dorico | re, mi, fa, sol, la, si, do, re |
| frigio | mi, fa, sol, la, si, do, re, mi |
| lidio | fa, sol, la, si, do, re, mi, fa |
| misolidio | sol, la, si, do, re, mi, fa, sol. |
Così ne venne un canto ritmico scanduto, più consono colla musica greca che non il canto gregoriano, il quale procede generalmente per note di valore eguale, riuscendo più monotono e senza cadenze.
Ma quali note servissero al canto gregoriano non consta, se non che menzionano lettere dell'alfabeto, chiavi, linee in su e in giù.
[175]. Gl'inni di s. Gregorio sono: Primo dierum omnium; Nocte surgentes vigilemus omnes; Ecce jam noctis tenuantur umbræ; Clarum decus jejunii: Audi, benigne Conditor; Magno salutis gaudio; Rex Christe factor omnium; Jam Christus astra ascenderat.
[176]. Ad Leandrum, in comm. libri Job.
* Ma nella epistola sinodica raccomanda ai preti d'erudirsi, di avvezzarsi alla urbanità col frequentare i secolari. Ducitur sacerdos ad vetustatem vitæ per societatem secuìarium: cumque indubitanter constet quod externis occupationum tumultibus impulsus, a semetipso corruat, studere incessabiliter debet ut, per eruditionis studium, resurgat. Hinc est quod prælatum gregi discipulum Paulus admonet dicens: Dum venio attende lectioni. Part. 11 e 13.
[177]. Il nome di Esarcato ha doppio senso: nel più esteso, abbraccia tutte le provincie d'Italia sottomesse all'Impero, e nominatamente la Venezia, parte della costa Ligure, l'Emilia, la Flaminia, il Piceno e il ducato di Roma: in senso stretto, indica la parte orientale dell'Emilia e la Flaminia, cioè la Romagna d'oggi; e si distingue dalla Pentapoli, e dal ducato di Roma, che chiudea parte dell'Etruria, colla Sabina, la Campania e parte dell'Umbria.
[178]. Agnelli, Vitæ episc. Ravenn., rer. ital. Script., II. Fin ai dì nostri la battaglia delle sassate si continuò a Roma fra Montesi e Transteverini, con morti e ferite; e Pio VI fece indarno ogn'opera per disradicarla.
[179]. Agnelli, Vita Felicis, l. cit.
[180]. Così Paolo Diacono, e molti dietro lui: ma l'Oldoino, nelle note al Ciacconio, tom. I, p. 422 dell'edizione del 1677, reca un passo ben diverso del canonico romano nella descrizione della Basilica vaticana: Sabinianus papa, sub cujus tempore fuit famis gravis, perfecta pace cum gente Langobardorum, jussit aperiri horrea ecclesiæ, et venundari frumentum populo per unum solidum triginta modios tritici; misericordiæ enim visceribus, ultra quam dici possit affluebat, et quantum in se nullum a beneficio misericordiæ excludebat.
Anche l'incolpazione d'aver voluto distruggere i libri del predecessore, attribuita dagli antichi a invidiosi, e dal Mabillon a Sabiniano, non è ben provata.
[181]. Anastasio Bibl., in Vita Severini.
[182]. Negli atti del VI concilio ecumenico (ap. Labbe, Concil., tomo VI) leggesi una lettera dell'arcivescovo Mansueto di Milano all'imperatore Costantino II, a nome del sinodo provinciale: Quæ in hac magna regia urbe convenit, sub felicissimis et christianissimis et a Deo custodiendis principibus nostris dominis Pertharit et Cunibert, præcellentissimis regibus, christianæ religionis amatoribus. 679.
[183]. Tutto ciò da Paolo Diacono, il quale soggiunge che, tra i rapiti, furono pure i cinque figli di Leofi, venuto coi primi Longobardi in Italia. Un d'essi riuscì, dopo molti anni di servitù, a fuggire in Italia; e sebbene nulla recuperasse de' beni paterni, ajutato da parenti e amici pose casa, e generò un Arigiso, e questi Warnefrido, da cui nacque esso Paolo storico.
[184]. Gregorio II nel 726 scriveva: Mezentius ab episcopis Siciliæ certior factus hæreticum cum esse, ipsum...... trucidavit. Ap. De Giovanni, Cod. Diplom. Sicil., tom. I. n. 272.
[185]. Vuole Paolo Diacono che questo nome le venisse da un tal uso dei Longobardi, che qualvolta uno morisse in lontana contrada, i suoi rizzavano delle pertiche con una colomba in vetta, rivolta alla parte dove l'estinto avea chiuso i giorni.
[186]. Epitafio di Ansprando:
Ansprandus, honestus moribus, prudentia pollens,
Sapiens, modestus, patiens, sermone facundus,
Adstantes qui dulcia, flavi mellis ad instar,
Singulis promebat de pectore verba.
Cujus ad æthereum spiritus dum pergeret axem,
Post quinos undecies vitæ suæ circiter annos
Apicem reliquit regni præstantissimo nato
Lyuthprando inclyto et gubernacula gentes
D. P. die iduum junii indictione X.
[187]. Respiciens ergo pius vir (il papa) profanam principis jussionem, jam contra imperatorem quasi contra hostem se armavit, RENUENS HÆRESIAM EJUS, scribens ubique SE CAVERE Christianos eo quod orta fuisset impietas talis. Igitur permoti omnes Pentapolenses atque Venetiarum exercitus, contra imperatoris jussionem restiterunt, dicentes se nunquam in ejusdem pontificis condescendere necem, sed pro ejus magis defensione viriliter decertare. Liber pontif.
[188]. Cognita imperatoris nequitia, omnis Italia consilium iniit, ut sibi eligerent imperatorem et Constantinopolim ducerent; sed compescuit tale consilium pontifex, sperans conversionem principis. Anastasio Bibl., Vita Gregorii II.
[189]. I Pavesi credono che allora Liutprando portasse da Ravenna alla loro città la statua di bronzo rappresentante Antonino Pio o Marc'Aurelio a cavallo, che chiamavano il Regisole. Nel 1527 assalendo i Francesi Pavia, primo a montar sul castello fu un Ravennate, il quale in compenso domandò si restituisse a Ravenna il Regisole: quando si volle darvi effetto, i Pavesi se ne desolarono più che al sacco della città, tanto che il generale Lautrec ottenne che il Ravennate desistesse dalla domanda, ricevendo invece tant'oro quanto bastasse per fare una corona. Fu fatto a pezzi dai Giacobini nel 1796.
[190]. Deo teste, papa urbis Romæ in omni mundo caput ecclesiarum Dei et sacerdotum est. Lib. v. c. 4.
[191]. In Bologna resta memoria d'un vaso di marmo, posto da Liutprando e Ildeprando nella chiesa di S. Stefano per esser empito il giovedì santo. L'iscrizione dice, secondo Malvasia, Marm. Fels., sez. IV. c. 10:
† VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINE
DOMINORVM NOSTRORVM LIVTPRANTE
ILPRANTE REGIBVS ET DOMNI
BARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIE
BONONIENSIS HIC IN ONOREM RELIGIOSI SVA
PRECEPTA OBTVLERVNT VNDE HVNC VAS
IMPLEATVR IN CENAM DOMINI SALVATORIS
ET SI QVA MVNERA CVISQVAM MINVERIT
DEVS REQVIRET †.
[192]. Paolo Diac., lib. VI. c. 53.
[193]. Ad regnum: potrebbe indicare per l'acquisto del regno celeste: altri leggono ad rogum, cioè in segno di supplica.
[194]. Legge V.
[195]. Di quei giorni, anche Anselmo duca del Friuli e cognato di Rachi e d'Astolfo, si fece monaco, e fondò il monastero di Fanano nel Modenese, poi l'insigne di Nonantola con ospizio pei pellegrini. Altri molti ne troviamo fondati in quegli anni: e limitandoci alla Toscana, la badia di Montamiata fu posta nel 745 da Erone; nel 744 quella di Monteverdi in val della Cornia in Maremma da s. Gualfredo longobardo di Pisa e da Gondualdo di Lucca cognato suo, che alle loro mogli con trenta donne eressero sulla Versilia presso Pietrasanta il monastero di san Salvatore. Le badie di S. Ponziano e San Frediano presso Lucca, di San Pietro a Camajore, di San Bartolomeo di Pistoja, di san Bartolomeo a Rigoli di Firenze, appartengono ai tempi longobardi; come i monasteri di Coronate, di Civate, di Santa Giulia a Brescia, di Teodote a Pavia...... nell'alta Italia. Il longobardo Warnifredo castellano regio di Siena nel 730 fonda e dota generosamente la badia di Sant'Eugenio in Pilosiano presso Siena.
[196]. Fremens ut leo, pestiferas minas Romanis dirigere non desinebat, asserens omnes uno gladio jugulari, nisi suæ se se subderent ditioni. Anastasio Bibl., Vita Stephani II.
[197]. Deprecans imperialem clementiam, ut, juxta id quod ei sæpius scripserat, cum exercitu ad tuendas has Italiæ partes modis omnibus adveniret. Anastasio Bibl., ivi; Baronio, ad ann. 754. XXIII, XXV. Tanto era lontano dalle idee di rivolta e di sovranità.
[198]. È bizzarro che già i contemporanei fanno valere in ciò quel voto universale, a cui oggi si attribuisce tanto peso. Paolo Diacono diceva che omnis Ravennæ exercitus (già in altri testi vedemmo che esercito equivale a popolo) vel Venetiarum talibus jussis unanimiter restiterunt. Anastasio Bibliotecario, nel luogo che citammo alla nota 2ª, parla della risoluzione di tutta Italia; e soggiunge che il papa, gratias voluntati populi referens pro mentis proposito, chetava gl'insorgenti. E Gregorio nell'epistola all'imperatore: Plane parati sunt Occidentales ulcisci etiam Orientales.... Totus Occidens sancto principi apostolo um fidei fructus offert.
[199]. Dal processo del 715 fra Siena e Arezzo appare che i cherici del contado sanese, per farsi ordinare dal diocesano, bisognavano d'una licenza scritta del gastaldo longobardo.
[200]. Chron. Moiss. ap. Bouquet, v. 67.
[201]. Chron. Cassinens., lib. I. cap. 8. Vedi pare Anastasio Bibl., op. cit.; — Cenni, Monumenta dominationis pontificiæ. Roma 1761, 2 vol.: sono lettere che i papi da Gregorio III fino ad Adriano diressero a Carlo Martello, Pepino, Carlomanno, Carlo Magno; — Orsi, Dell'origine del dominio e della sovranità dei romani pontefici. Roma 1789; — e in senso contrario Pfister, Gesell. der Deutschen; tom. I, p. 409; — Spittler, Staatgeschichte, tom. II, p. 86; — Sismondi, St. delle Rep. it., tom. I; ecc., non dimenticando la recente opera di Theiner.
[202]. Nam et judices ad faciendas justitias... in eadem Ravennatium urbe residentes, ab hac romana urbe dixerit, Philippum presbyterum, simulque et Eustachium quondam ducem. Cod. Carol., nº 54; e così il nº 51, il 75 ecc. — Quando Carlo Magno, nel 784, volle trarre certe colonne antiche da Ravenna, n'ebbe concessione dal papa. Vedi in Fantuzzi, Monum. ravennati, i diplomi del tom. V, massime il 17 e 18; inoltre Savigny, Storia del dir. romano, cap. V, § 110; Leo, Gesch. von Italien, tom. I, p. 187-189; Cenni, op. cit., tom. I, p. 63; Orsi, op. cit., c. VIII; Philipps, Deutsche Geschichte, III. § 47; Gosselin, Pouvoir des Papes, Parigi 1845, pag. 240 e seg. — Più tardi papa Adriano scriveva a Carlo Magno: — I duchi di Spoleto, di Benevento, del Friuli, di Clusio ordirono contro di noi il pericoloso disegno di unirsi coi Greci e con Adelchi figlio di Desiderio, onde combatterci per terra e per mare, desiderando invadere questa nostra città di Roma, e ripristinare il regno longobardo. Pertanto vi scongiuro di venire al più presto a nostro soccorso; giacchè a voi, dopo Dio, noi abbiamo rimessa la difesa della santa Chiesa, del nostro popolo romano e della romana repubblica». Cod. Carol., ep. 57.
[203]. Longobardorum rex... Zachariæ prædictas quatuor civitates redonavit... ipsi b. Pietro reconcessit. E Stefano ad Astolfo petivit ut dominicas quas abstulerat redderet oves, et propria propriis restitueret. Pepino dirige messi ad Astolfo sanctæ ecclesiæ ac reipublicæ restituenda jura... ut propria restitueret propriis. Questi promette illico redditurum civitatem Ravennatium cum aliis diversis civitatibus. Anastasio Bibl., op. cit. Anche Eginardo negli Annali dice che Pepino obbligò Astolfo ad reddendum ea quæ romanæ Ecclesiæ abstulerat.
[204]. «Quel tiranno seguace di Satana, Astolfo divoratore del sangue dei Cristiani, struggitore delle chiese di Dio, percosso di colpo divino, sprofondò nella voragine dell'inferno.... Ora, per provvidenza di Dio e per mano del beato Pietro, pel tuo fortissimo braccio.... è stato ordinato re de' Longobardi Desiderio, uomo mitissimo». Lettera a Pepino.
L'anonimo Salernitano dice che Astolfo fuit audax et ferox, et ablata multa sanctorum corpora ex romanis finibus in Papiam detulit. Construxit etiam oracula (oratorj) ibi et monasterium virginum, et suas filias dedicavit. Idemque etiam fecit monasterium in finibus Æmiliæ ubi dicitur Mutina... ad sacra monachorum cænobia ædificanda per certas provincias multa est dona largitus. Valde dilexit monacos, et in eorum est mortuus manibus. Rer. it. Script., part. II, t. II.
[205]. Di Brescia lo vorrebbe il Malvezzi, Chron. Brix., Rer. it. Script., tom. XIV. Lo appoggerebbe l'aver egli fondato monasteri in Leno e quel di Santa Giulia in Brescia che ampiamente dotò, e dove poi fu badessa sua figlia Ansilberga, che parimente comprò beni nel Bresciano.
[206]. «Passano gli scrittori francesi con disinvoltura quest'azione di Carlo Magno, come se fosse cosa da nulla l'avere usurpato a' suoi nipoti un regno, che per tutte le leggi divine ed umane era loro dovuto». Muratori, all'anno 771. Una legge divina che obblighi a surrogar nel regno i figli ai padri, io non l'ho mai udita: se n'esisteva una umana, lo storico doveva addurla, ma nè noi nè altri la videro mai; bensì vediamo mantenuto sempre fra' Germani il diritto d'eleggersi il re. Eppure è vulgato l'introdurre qui i nomi affatto sconvenienti e le idee tutto moderne d'usurpazione e d'eredità. Charles, dice Sismondi, avec autant d'avidité et d'injustice qu'aurait pu faire aucun de ses prédécesseurs, dépouilla sa femme et ses fils de leurs HÉRITAGES, les força à s'enfuire en Italie, etc.
[207]. Pro exigendis a rege Desiderio justitiis beati Petri. Anastasio Bibl., Vita Steph. III, pag. 178; vale a dire le rendite dei beni ecclesiastici posti nel regno longobardo e delle città occupate da Desiderio, e sulle quali, secondo il diritto romano, il pontefice aveva anche giurisdizione (justitiam).
[208]. In tutt'altro modo è esposto il fatto in una lettera di Stefano III a Berta (Cenni, I. 267); cioè, che il nefandissimo Cristoforo e il più che malvagio suo figlio Sergio aveano fatto trama con Dodone, messo di Carlo Magno, per dar morte al pontefice; averlo Dio salvato mercè gli ajuti di Desiderio; chiamati in Vaticano, ricusarono, e armatisi, esclusero di Roma il pontefice; poi abbandonati, erano rifuggiti in San Pietro, ove il papa a stento gli aveva difesi dalla moltitudine che ne chiedeva il sangue; ma mentre voleva farli rendere in città perchè fossero salvi, furono presi ed accecati, senza nè consenso nè saputa sua. Il Muratori e la maggior parte preferiscono questa versione: ma esso Cenni e il Pagi e il Cointe supposero quella lettera estorta al papa da Desiderio, o forse falsificata nella sua cancelleria, giacchè un'altra (Cenni, I. 274) e i biografi di Stefano III e d'Adriano riferiscono il caso nel modo che noi adottammo come più simile al vero.
[209]. Universum populum Tusciæ et Campaniæ et ducatus Perusini, et aliquantos de civitatibus Pentapoleos; omnesque parati erant, si ipse rex adveniret, fortiter... illi resistere. Anastasio Bibl.
[210]. De factis Caroli Magni.
[211]. Anselmo abate di Nonantola, cognato di Rachi, fu da Desiderio tenuto esule sette anni, e probabilmente adoperò assai a favore di Carlo, giacchè questo fecegli immense donazioni. Muratori, all'anno 774: — Dum iniqua cupiditate Langobardi inter se consurgerent, quidam ex proceribus langobardis talem legationem mittunt Carolo Francorum regi, quatenus veniret cum valido exercitu, et regnum sub sua ditione obtineret, asserentes quia istum Desiderium tyrannum sub potestate ejus traderent vinctum, et opes multas, cum variis indumentis auro argentoque intextis, in suum committerent dominium. Anonim. Salernit., in Rer. it. Script. tom. II. p. i. paralip.
Vedasi L. C. Betmann, Paulus Diaconus und Geschichtschreibung der Longobarden. Annover 1849.
Martino da Cremona, figlio di Paolo nobilissimo uomo, e di Sabina onoranda femmina, fu diacono, e andò a mostrar ai Francesi il passo delle Alpi; infine divenne arcivescovo di Ravenna. Descrisse egli stesso il suo viaggio in una lettera che si pretende aver trovata il canonico Dragoni di Cremona, e che fu, senza troppo esame, pubblicata dal Troya nel suo Codice diplomatico.
[212]. Di lui dice la cronaca del monastero di Volturno: Hic, licet bello fuerit austerus, tamen plurimis locis ecclesias construxit, ornavit atque ditavit rebus ac possessionibus multis. Ex jussione principis apostolorum, monasterium ædificavit in valle Tritana. Rer. it. Script., tom. II. p. II. lib. 3. Senza appoggio di storia, la tradizione in Toscana fa merito a re Desiderio di molte fondazioni, come le mura di San Gemignano, la città di San Miniato, ove del resto fiorì lungamente la consorteria dei Lambardi.
[213]. Anastasio Bibl. nelle Vite di Leone III e IV ricorda il vicus Saxonum, Sardorum, Frisonum, Corsarum, e le scholæ peregrinorum, Frisonum, Saxonum, Langobardorum.
[214]. Alcuni soggiungono che si fe coronare dall'arcivescovo di Milano. Non appare che i re longobardi fossero inaugurati colla corona, bensì con un'asta: Paolo Diacono riferisce che un cucolo si posò su quella d'Ildeprando. Neppure de' Carlovingi è mai mentovata la coronazione; e la prima memoria certa di quest'atto è dell'888, quando Berengario fu coronato in Pavia.
[215]. Rodolfo Notajo ap. Biemmi, Storia di Brescia.
[216]. Una contro gli Aquitani, diciotto contro i Sassoni, cinque contro i Longobardi, sette contro gli Arabi di Spagna, una contro i Turingi, quattro contro gli Avari, due contro i Bretoni, una contro i Bavari, quattro contro gli Slavi di là dall'Elba, cinque contro i Saracini, tre contro i Danesi, due contro i Greci.
[217]. Mabillon, Ann. Ord. s. Bened., XXIII. 3.
Post patrem lacrymans Carolus hæc carmina scripsi:
Tu mihi dulcis amor, te modo plango pater....
Nomina jungo simul titulis clarissima nostra;
Adrianus, Carolus, rex ego, tuque pater....
Tum memor esto tui nati; pater optime, posco,
Cum patre dic, natus pergat et ipse tuus.
[219]. Ep. Caroli Magni, X. pag. 616.
[220]. Un altro musaico rappresenta san Pietro che colla destra dà un mantello al papa inginocchiato, colla sinistra uno stendardo a un principe; e v'è scritto: Beate Petre, dona vita Leoni pp., et bictoria Carolu dona.
[221]. Zonara dice: Ελοβήσαντο δὲ τὰ ὄμματα, ἀλλ’οὐκ ἐξετύφλωσαν. XV. 13. La leggenda, accettata pure dal Martirologio romano sopra la fede di moltissimi testimonj, narra che gli furono cavati, ma che li ricuperò miracolosamente. Alcuino scrive a Carlo Magno che Deus compescuit manus impias a pravo voluntatis effectu, volentes cæcatis mentibus lumen ejus extinguere. Vedi i Bollandisti al 12 giugno.
[222]. L'anno cominciava a natale, epperò l'incoronazione dicesi avvenuta nell'800, ma secondo il computo moderno è del 799.
[223]. Vi volle una licenza di Leone III perchè il nome di Carlo Magno fosse posto avanti a quello del papa negli atti che si erigevano a Viterbo, Toscanella, e nelle altre città della primitiva donazione, ove prima mettevasi quel solo del papa. Il Patrimonio di San Pietro poi non ricadde più nel regno longobardo. Vedi Troya, Discorso ecc., CCXXI.
Da una lettera, che Champollion Figeac nel 1836 trovò alla Biblioteca nazionale di Parigi, appare il rispettoso modo con cui l'imperatore trattava il pontefice Adriano:
I. Salutat vos dominus noster filius vester Carolus, et filia vestra domina nostra Fastrada, filii et filie domini nostri, simul et omnis domus sua. — II. Salutant vos cuncti sacerdotes, episcopi et abbates, atque omnis congregatio illorum in Dei servitio constituta, etiam et universus generalis populus Francorum. — III. Gratias agit vobis dominus noster filius vester, quia dignati fuistis illi mandare per decorabiles missos et melliflua epistola vestra, de vestra a Deo conservata sanitate, quia tunc illi gaudium et salus ac prosperitas esse cernitur, quando de vestra sanitate vel populi vestri salute audire et certus esse meruerit. — IV. Similiter multas vobis agit gratias dominus noster filius vester de sacris sanctis orationibus vestris, quibus adsidue pro illo et fidelibus sancte Ecclesie et vestris atque suis decertatis, non solum pro vivis, sed etiam pro defunctis; et si Domino placuerit, vestrum bonum certamen dominus noster filius vester cum omni bonitate in omnibus retribuere desiderat. — V. Mandavit vobis filius vester, dominus videlicet noster, qui Deo gratias et vestras sanctas orationes, cum illo et filia vestra ejus conjuge et prole sibi a Deo datis, vel omni domo sua, sive cum omnibus fidelibus suis, prospera esse videntur. — VI. Postea vero danda est epistola dicentibus hoc modo: presentem epistolam misit vobis dominus noster filius vester, postulando scilicet sanctitati vestre, ut almitas vestra amando eam recipiat. — VII. Deinde dicendum est: misit vobis nunc dominus noster filius vester talia munera qualia in Saxonia preparare potuit, et quando placet sanctitati vestre offendamus ea. — VIII. Deinde dicendum erit: dominus noster filius vester hæc parva munuscula paternitati vestre destinavit, inducias postulans interim dum meliora sanctitati vestre preparare potuerit. — IX. Deinde.... Il resto manca.
[224]. Il Troya pubblica un documento del 757, ove Felice, colono del monastero della Madonna nel Reatino, cede tutti i suoi fondi, e Ciottola sua colona, e un'altra ancella a proprio servizio, e metà del ragazzo Maurontone.
[225]. Una casa colle stalle e gli edifizj rustici formava una corte; una corte co' suoi campi e boschi dicevasi manso, villa della misura di dodici jugeri; molti mansi costituivano una marca; e molte marche un distretto, pagus.
[226]. Dai primi tempi alle cattedrali erano affissi sacerdoti che formavano un collegio, vivendo coi beni della Chiesa, ed assistendo il vescovo nei misteri e nei sinodi. Nel concilio di Laodicea del 364 (can. 15) si trovano nominati i salmisti canonici, detti così dal canone o catalogo su cui erano registrati. Nel secolo IV sant'Eusebio radunò il suo clero in casa e mensa comune, con regole di vita austera. Forse da queste dedusse la sua sant'Agostino. Il più antico esempio ch'io trovassi, è in Como, che aveva canonici nell'803; nell'824 San Giovanni di Firenze. A Milano s'introdussero solo nell'XI secolo, quando si sperò con questo far riparo al concubinato. Scrivevansi i nomi de' canonici su tavole cerate; donde il titolo di primicerius.
[227]. Che il promotore d'ogni bello e sodo sapere in Europa non sapesse scrivere, ripugna a noi moderni, avvezzi a educarci sovra libri; ma allora la scarsezza di questi facea si preferisse l'insegnamento orale; e quantunque Carlo non fosse nel caso di mancare di libri, doveva però uniformarsi al sistema generale, che consisteva nel leggere, udire, disputare, abbandonando lo scrivere ad una classe più bassa e meccanica. Nè quest'uso fu solo d'allora, ma quattro secoli più tardi Federico Barbarossa, protettore di poeti e poeta egli stesso, non sapea scrivere; nè Filippo l'Ardito re di Francia, nè il cavalleresco Giovanni di Luxemburg re di Boemia nel secolo di Dante: che più? Luigi XIV era stato allevato da Péréfixe senza insegnargli a leggere nè a scrivere. Tacio i tanti signori che alle carte non poteano apporre altra firma che la croce; e fin nel secolo XIV la si trova di alcuno che non sa scrivere perchè gentiluomo. Forse per questo i principi aveano introdotti i monogrammi, cifre artifiziose, composte delle lettere del nome loro, e che probabilmente erano fatte dal segretario.
Parvula rex Carolus seniori carmina Paulo
Dilecto fratri mittit honore pio.
E alla propria lettera volgendosi:
Illic quære meum mox per sacra culmina Paulum:
Ille habitat medio sub grege, credo, Dei.
Inventumque senem, devota mente saluta,
Et dic: Rex Carolus mandat, aveto tibi...
Colla mei Pauli gaudendo amplecte benigne,
Dicito multoties: Salve pater optime, salve.
[229]. Pertz, Mon. German., III, 482, pubblica l'epitafio di Arigiso, dove si legge:
Quod logos et physis, moderans quod ethica pangit,
Omnia condiderat mentis in arce suæ.
e in quel di Romoaldo:
Grammatica pollens, mundana lege togatus.
Champollion Figeac, nei Prolegomena ad Amatum, pag. XXIV, pubblica una lettera di Paolo Diacono ad Adilsperga, ove le dice: Cum, ad imitationem excellentissimi comparis,.... ipsa quoque subtili ingenio, sagacissimo studio prudentium arcana rimeris, ita ut philosophorum aurata eloquia poetarumque gemmea tibi dicta in promptu sint, historiis etiam seu commentis tam divinis inhæreas quam mundanis. Essa lettera è quasi l'unica che ci dia a conoscere la vita di Paolo, che solo più tardi troviam chiamato Warnefrido.
[230]. A Paolo Diacono scrive Pietro da Pisa:
Qui te, Paule, poetarum
Vatumque doctissimum
Linguis variis ad nostram
Lampantem provinciam
Misit, ut inertes aptes
Fœcundis seminibus?
Græca cerneris Homerus,
Latina Virgilius,
Flaccus crederis in metris,
Tibullus eloquio.
A queste esorbitanze Paolo rispondeva, meglio ancora col fatto che colle parole mostrando non meritarle:
Peream si quemquam horum
Imitari cupio,
A via quam sunt secuti
Pergentes per invidiam
Potius, sed istos ego
Comparabo canibus.
Tres aut quatuor in scholis
Quas didici sillabas
Ex his mihi est ferendus
Manipulus adorea....
[231]. Dal cav. Cordero di San Quintino, contraddicendo a Giuseppe e Defendente Sacchi (1828). Si sa storicamente che le chiese di Pavia andarono in fuoco nel 924 per opera degli Ungheri, poi dei Tedeschi nel 1004: dopo di che, si rifabbricarono esse chiese, adoprandovi materiali anteriori, e introducendovi lo stil nuovo, come sono le tribune elevate di molti gradini, il sottopor agli archi pilastri quadrati, senza parastate o colonne incassate, ovvero pilastri poligoni; e finire in cupole ed absidi.
[232]. Nella Storia Universale, lib. XI, c. 12, riferimmo le tradizioni romanzesche intorno a Carlo Magno; molte ne furono introdotte nei poemi cavallereschi anche in Italia. Firenze e Siena vogliono essere da lui riedificate e ne hanno epigrafi. Montalbano fuor porta alla Croce, e le buche delle fate di Fiesole accolsero lui e i suoi prodi, e presso queste Malagigi imparò l'arte degli incanti, e Orlando fu reso invulnerabile. Orlando si fa nascere a Sutri, divenire senator romano. A Susa un enorme spacco di pietra fu operato da durlindana; questa è effigiata s'un bassorilievo di Roma; la sua lancia serbasi a Pavia; la statua con quella d'Oliviero sul duomo di Pavia; San Stefano di Firenze ha sulla facciata l'impressione di un ferro del suo cavallo, da lui lanciato; a Spello serbano un fatto di pietra ad attestare altro genere di forza; molti luoghi si chiamano Torre d'Orlando.
[233]. Nunc (curiæ), eo quod res civiles in alium statum transformatæ sint, omniaque ab una imperatoriæ majestatis sollicitudine atque administratione pendeant, ne incassum circa legale solum oberrent, nostro decreto illinc submoventur. Nov. 94 et 96.
[234]. Bouquet, v. 629.
[235]. Pascasius Ratbertus, ap. Mabillon, Bened. sæc. IV. p. 1.
[236]. Caroli M. Capit. 101, 109, 82; Lud. Pii, 7. 8. 9....
Legge IX di Pepino re d'Italia: Si latrocinia vel furta aut præda inventa fuerint, emendentur, juxta ut ejus lex est, cui malum ipsum perpetratum fuerit.... De ceteris vero causis, communi lege vivamus, quam domnus Karolus excellentissimus rex Francorum atque Langobardorum in edicto adjunxit.
Leg. XLVI: Sicut consuetudo nostra est, Romanus vel Langobardus si evenerit quod caussam inter se habeant, observamus ut romanus populus successionem eorum juxta suam legem habeat. Similiter et omnes scriptiones juxta legem suam faciant; et quando jurant, juxta legem suam jurent. Et alii homines ad alios similiter. Et quando componunt, juxta legem ipsius cui malum fecerint, componant. Et Langobardus illis similiter convenit componere.
Maginfredo di Delebio in Valtellina uccise Melesone, aldio del monastero di Sant'Ambrogio di Milano nell'870; confessa il peccato, e non avendo abbastanza per pagare la composizione, prega sia accettata a sconto una casetta e una terricciuola sua (casellula et terrula) e parte de' mobili: fu accettato, e se ne fece carta che conservossi nell'archivio ambrosiano. Arigiso duca di Benevento asseriva che, fin allora, chi avesse ucciso persona religiosa non era tenuto a special composizione, o la dava a volontà dei censori: ma esso fissò che l'uccisore di un monaco, prete o diacono pagasse al fisco ducento soldi, o fin a trecento; per gli altri ecclesiastici fuor di palazzo, cencinquanta, come pei laici esercitali. Rer. it. Script., II. 336. Carlo Magno incarì tal pena. Enrico III nel 1055 riceveva sotto la sua protezione (mundiburdio) i canonici di Parma, in modo che chi gli uccidesse o ferisse o violentasse, dovesse lire cento, metà all'imperatore, metà agli offesi. Ann. M. Æ., II, 326.
[237]. Caroli M., Capit. 26.
[238]. Lud. Pii, 26. 27.
[239]. Caroli M., 20. 29. 30-35. 80. 90. 101. 102. 109. 128....
[240]. Lud. Pii, 24: Loth., 78; Caroli M., 10. 20. 21....
[241]. Caroli M., 81; Loth., 71.
[242]. Loth., 31.
[243]. «Io Lodovico imperatore concedo a san Pietro e a' suoi successori Roma col ducato e coi territorj marittimi e montani, lidi, porti e tutte le città, castelli, borghi, terre di Toscana, ciò sono Porto Civitavecchia, Cervetri, Todi, Perugia colle tre isole Maggiore, Minore e Polvese, col lago, Narni ed Otricoli. Similmente dalle parti della Campania, Segni, Anagni, Ferentino, Alatri, Patricio, Frosinone, colle altre due parti pur di Campania e Tivoli. Anche l'esarcato di Ravenna che Carlo e Pepino restituirono a Pietro apostolo, cioè Ravenna, la Romagna, Bobbio, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola, Bologna, Ferrara, Comacchio, Adria, Gabello con tutti i confini, isole, ecc. Così la Pentapoli, cioè Arimino, Pesaro, Fano, Sinigaglia, Ancona, Umana, Jesi, Fossombrone, Montefeltro, Urbino e il territorio Valvense, Caglio, Luceolo, Gubbio. Così la Sabina, e nella Toscana de' Longobardi, Città di Castello, Orvieto, Bagnarea, Ferento, Viterbo, Marla, Toscanella, Populonia, Soana, Rosella; e Corsica, Sardegna, Sicilia, con ecc. Ancora nelle parti di Campania, Sora, Arce, Aquino, Arpino, Tiano, Capua, e i patrimonj Beneventano, Salernitano e Napoletano, e della Calabria superiore e inferiore, e dovunque v'ha patrimonj nostri nelle parti del regno e dell'impero a noi da Dio conceduto». Labbe, Concil., tom. VII, p. 1515. — Si noti che vi manca ogni segno cronologico, è tratto da copia informe e non autentica, e l'imperatore avrebbe donato ciò che a lui non apparteneva.
Plura quid hinc memorem? nam centuplicata recepi
Munera, romanis quæ arcibus extulerat.
Erm. Nigello.
[245]. Barbirasas, i Franchi, a differenza de' Longobardi che aveano barba lunga e puntuta. Agnello, Liber pontif., pag. 180.
[246]. Sono intitolati or conti, or duchi, or marchesi: e questi titoli sono spesso confusi sotto i Carolingi. Forse erano conti di città, duchi di provincia.
Liber et ingenuus sum natus utroque parente;
Semper ero liber, credo, tuente Deo.
Erchemp., L. Longob. Rer. It. Script., II. p. 1.
Il suo epitafio dell'806, posto in Salerno, dice:
Pertulit adversas Francorum sæpe phalangas,
Salvavit patriam sed, Benevente, tuam.
Sed quid plura feram? Gallorum fortia regna
Non valuere hujus subdere colla sibi.
Anon. Salern., Paralip. Rer. It. Script., II. p. 2.
[248]. Eginardo, ad ann. 815 e 820.
[249]. Astronomus, De vita Ludovici, c. 42.
[250]. Liutprando, IV., 2. La preda fu ripartita così: a ciascuna famiglia d'un morto in guerra cento crus, che sarebbero da dugencinquanta lire; cinquanta alle vedove; per ogni ucciso che non lasciasse famiglia, si diedero cento crus ai poveri del suo quartiere, fosser cristiani o saracini; del resto si fecero quattro parti, una per l'ammiraglio, una per l'emir di Sicilia, due pel califfo.
[251]. Vedi Theodosii monaci Ep. de excidio Syracusarum, Rer. It. Script., tom. ii. p. i. p. 262.
Histoire de l'Afrique arabe sous la dynastie des Aglabites. Parigi 1841: opera di Jusef ebn-Kalidun, fiorito a Tunisi dal 1332 al 1406, e da De Hammer chiamato il Montesquieu arabo; tradotta da Noël des Vergers. V'appare la lotta de' Bereberi contro gli Aglabiti, e come episodio la dominazione di questi in Sicilia.
Camillo Martorana, Notizie storiche de' Saraceni siciliani. Palermo 1832.
T. G. Wenrich, Rerum ab Arabibus in Italia insulisque adjacentibus, Sicilia maxime, Sardinia atque Corsica, gestarum commentarii. Lipsia 1845.
Fr. Testa, Diss. de ortu et progressu juris siculi.
Alfonso Airoldi, Cod. diplom. della Sicilia sotto il governo degli Arabi, tom. i, p. i. p. 384, nota.
Nella Biblioteca arabo-sicula dell'Amari si riscontrano circa cencinquanta scienziati, letterati, poeti musulmani in Sicilia.
[252]. Albertus Aquensis, lib. v. p. 37. Lo zuccaro prosperava in Sicilia: nel 1419 l'università di Palermo assegnava acque per la coltura di esso; nel 1449 Pietro Speciale ne piantò la campagna de' Ficarazzi; nel 1550 un viaggiatore descrive attivissimi i trappeti (aje) dello zuccaro: e principalmente ne erano a Carini, Trabìa, Buonfornello, Roccella, Pietra di Roma, Malvicini, Olivieri, Casalnovo, Schisò, Casalbiano, Verdura, Sabuci, Medica. Federico II obbligò gli Ebrei venuti dal Garbo a piantare presso Palermo l'indaco e altre produzioni esotiche. Molti nomi di paesi siculi hanno etimologia araba, come Calatafimi, Caltabellotta, Caltanisetta, castello di S. Eufemio, delle quercie, delle femine: Misilmeri mansione dell'emiro, Risicanzir, Rasicormo, Rasicalbo, promontorio de' porci, del vertice, del cane: Marsameni, porto delle colonne, Marsala, porto di Dio, ecc.
Romanus, Francus, Bardusque viator et omnis
Hoc qui intendit opus cantica digna canat.
Quod bonus antistes quartus Leo rite novavit
Pro patriæ ac plebis ecce salute suæ.
Principe cum summo gaudens Hlotharius heros
Perfecit, cujus emicat altus honor.
Quod veneranda fides nimio deduxit amore
Hoc Deus omnipotens præferat arce poli.
Civitas hæc a conditoris sui nomine Civitas Leonina vocatur.
Ad esempio della città Leonina, Giovanni VIII circondò di mura San Paolo:
Hic murus salvator adest, invictaque porta
Quæ reprobos arcet, suscipiatque pios.
Hanc proceres intrate senes, juvenesque togati.
Plebsque sacrata Dei limina sancta petens.
Quam præsul Domini patravit rite Johannes,
Qui nitidis fulxit moribus ac meritis.
Præsulis octavi de nomine facta Johannis
Ecce Johannipolis urbs veneranda cluit.
Angelus hanc Domini Paulo cum principe sanctus
Custodiat portam semper ab hoste nequam.
Insignem nimium muro quam construit amplo
Sedis apostolicæ papa Johannes ovans.
Ut sibi post obitum cælestis janua regni
Pandatur, Christo sat miserante Deo.
[254]. Monac. anon. ap. Muratori, II. 266.
[255]. Quia Franci nihil nobis faciunt boni, neque adjutorium præbent, sed magis quæ nostra sunt violenter tollunt; quare non advocamus Græcos, et cum eis fœdus pacis componentes, Francorum regem et gentem de nostro regno et dominatione expellimus? Anastasio Bibl., Vita Leonis IV, p. 199.
[256]. Gratiani, cap. 9. dist. X; e cap. 41. II. qu. 17.
[257]. Que' lamenti indicano di che natura s'intendesse il potere papale, giacchè Adriano racconta che Leone arcivescovo non permise che i deputati delle città prestassero il giuramento in mano di Giorgio Sacellario, a tal uopo spedito dal papa a Ravenna; a governatore di Gavello aver egli pontefice posto un Domenico raccomandatogli dal re, ma Leone avere spedito soldati ad arrestarlo, e vietato a tutti gli abitanti di accettar impieghi dal papa. V. Cod. Carolino ep. Adriani, 51. 52. 53.
[258]. Ad hoc usque malum crevit et incrassatum est, ut factione ravennatis archiepiscopi Maurinus cum suis complicibus, qui excomunicati et anathematizati a nobis jam sunt, Ravennam ingrederetur, et fidelium nostrorum res cum suis funditus raperet et devastaret, adeo ut claves civitatis Ravennæ a vestarario nostro violenter subtraheret, et pro libitu suo, nescimus cujus auctoritate, ipsi archiepiscopo (quod nunquam factum fuisse recolitur) potestative concederet. Così scrive il papa alla imperatrice Angilberga, ap. Baluzio, Miscell., tom. V. Altra prova che il dominio temporale apparteneva ai pontefici, e che esisteva un'autorità municipale.
[259]. La cronologia di questi fatti è incertissima. De' Napoletani scrive l'imperatore (ap. Anonimo Salern., c. 106): Infidelibus arma et alimenta et cetera subsidia tribuentes, per totius imperii nostri litora eos ducunt, et cum ipsis toties beati Petri apostolorum principis fines furtim deprædari conantur ita ut facta videatur Neapolis Panormum vel Africa. Quumque nostri equi Saracenos insequuntur, ipsi, ut possint evadere, Neapolim fugiunt, quibus non est necessarium Panormum repetere: sed Neapolim fugientes, ibidem quousque perviderint latitantes, rursus improviso ad exterminia redeunt.
[260]. Noveris exercitum nostrum, Bari triumphis nostris submissa, Saracenos Tarenti pariter et Calabriæ nos mirabiliter humiliasse, simil et comminuisse; ac hos celeriter, duce Deo, penitus contriturum, si a mari prohibiti fuerint escarum admittere copias, vel etiam classibus a Panormo vel Africa suscipere multitudines. Anonimo Salern., c. 94.
[261]. Allora fu composto questo ritmo:
Audite omnes fines terre horrore cum tristitia,
Quale scelus fuit factum Benevento civitas:
Lhuduvicum comprenderunt, sancto pio augusto.
Beneventani se adunarunt ad unum consilium,
Adolferio loquebatur, et dicebant principi:
Si nos eum vivum dimittemus, certe nos peribimus;
Scelus magnum preparavit in istam provintiam,
Regnum nostrum nobis tollit, nos habet pro nihilum;
Plura mala nobis fecit; rectum est moriad.
Deposuerunt sancto pio de suo palatio;
Adalferio illum ducebat usque ad pretorium,
Ille vero gaude visum tamquam ad martirium.
Exierunt Sado et Saducto, inoviabant imperio;
Et ipse sancte pius incipiebat dicere:
Tamquam ad latronem venistis cum gladiis et fustibus.
Fuit jam namque tempus vos allevavit in omnibus;
Modo vero surrexistis adversus me consilium,
Nescio pro quid causam vultis me occidere.
Generacio crudelis veni interficere,
Ecclesieque sancte Dei venio diligere,
Sanguine veni vindicare quod super terram fusus est
Kalidus ille temtador ratum atque nomine
Coronam imperii sibi in caput ponet, et dicebat populo:
Ecce sumus imperator, possum vobis regere.
Leto animo habebat de illo quo fecerat,
A demonio vexatur, ad terram ceciderat;
Exierunt multe turme videre mirabilia.
Magnus Dominus Jesus judicavit judicium;
Multa gens Paganorum exit in Calabria,
Super Salerno pervenerunt possidere civitas.
Juratum est ad sancte Dei reliquie
Ipse regnum defendendum, et alium requirere.
[262]. Gli Annali Bertiniani di Metz narrano a disteso questi fatti. Il Muratori mostra non avervi gran fede: eppure ne' punti principali concordano colle cronache patrie.
Hic cubat æterni Hludovicus Cæsar honoris,
Æquiparat cujus nulla Thalia decus;
Nam ne prima dies regno solioque vacaret,
Hesperiæ genito sceptra reliquit avus.
Quam sic pacifico, sic forti pectore rexit,
Ut puerum brevitas vinceret acta senem.
Ingenium mirer ne, fidem cultusve sacrorum.
Ambigo, virtutis an pietatis opus.
Huic ubi firma virum mundo produxerat ætas,
Imperii nomen subdita Roma dedit.
Et Saracenorum crebro perpessa secures,
Libere tranquillam vexit ut ante togam.
Cæsar erat cælo, populus non Cæsare dignus,
Composuere brevi stamine fata dies.
Nunc obitum luges, infelix Roma, patroni,
Omne simul Latium, Galia tota dehinc.
Pareite, nam vivus meruit quæ præmia gaudet;
Spiritus in cælis, corporis extat honos.
[264]. Atto dell'elezione di Carlo il Calvo in re d'Italia (Rer. It. Scrip. tom. I): Gloriosissimo et a Deo coronato magno et pacifico imperatori domino nostro Carolo perpetuo augusto. Nos quidem Anspertus cum omnibus episcopis, abbatibus, comitibus, ac reliquis, qui nobiscum convenerunt italici regni optimates, quorum nomina generaliter subter habentur inserta, perpetuam optamus prosperitatem et pacem.
Jam quia divina pietas vos, beatorum principum apostolorum Petri et Pauli interventione, per vicarium ipsorum, dominum videlicet Joannem summum pontificem et universalem papam vestrum, ad profectum sanctæ Dei Ecclesiæ, nostrorumque omnium incitavit, et ad imperiale culmen Sancti Spiritus judicio provexit; nos unanimiter vos protectorem, dominum ac defensorem omnium nostrum, et italici regni regem eligimus, cui et gaudenter toto cordi affecta subdi gaudemus, et omnia, quæ nobiscum ad profectum totius sanctæ Dei Ecclesiæ, nostrorumque omnium salutem decernitis et sancitis, totis viribus, annuente Christo, concordi mente et prompta voluntate observare promittimus.
Anspertus sanctæ mediolanensis ecclesiæ archiepiscopus subscripsi.
Joannes sanctæ aretinæ ecclesiæ humilis episcopus subscripsi.
Joannes episcopus sanctæ ticinensis ecclesiæ subscripsi.
Benedictus Cremonensis episcopus subscripsi.
Theudulphus tortonensis episcopus subscripsi.
Adalgaudus Vercellensis episcopus subscripsi.
Azo eporediensis episcopus subscripsi.
Gerardus exiguus in exigua laudensi ecclesia episcopus subscripsi.
Hilduinus astensis ecclesiæ episcopus subscripsi.
Leodonius mutinensis episcopus subscripsi.
Hildradus albensis episcopus subscripsi.
Ratbonus sedis augustanæ episcopus subscripsi.
Bodo humilis sanctæ aquensis ecclesiæ (episcopus) subscripsi.
Sabbatinus januensis ecclesiæ episcopus subscripsi.
Filibertus comensis episcopus subscripsi.
Adelardus servus servorum Dei veronensis episcopus subscripsi.
Ego Paulus sanctæ placentinæ ecclesiæ episcopus subscripsi.
Ego Andreas sanctæ florentinæ ecclesiæ episcopus subscripsi.
Ragnesis abbas subscripsi.
Signum Bosonis inclyti ducis, et sacri palatii archiministri, atque imperialis missi.
Signum Ricardi comitis.
Signum Walfredi comitis.
Signum Luitfredi comitis.
Signum Alberici comitis.
Signum Supponis comitis.
Signum Hardingi comitis.
Signum Bodradi comitis palatii.
Signum Cuniberti comitis.
Signum Bernardi comitis.
Signum Airboldi comitis.
Juramentum Ansperti archiepiscopi:
Sic promitto ego, quia, de isto die in antea, isti seniori meo, quamdiu vixero, fidelis et obediens et adjutor, quantumcumque plus et melius sciero et potuero, et consilio et auxilio secundum meum ministerium in omnibus ero, absque fraude et malo ingenio, et absque ulla dolositate vel seductione seu deceptione, et absque respectu alicujus personæ; et neque per me, neque per literas, sed neque per emissam vel intromissam personam, vel quocumque modo, vel significatione contra suum honorem, et suam ecclesiæ atque regni sibi commissi quietem et tranquillitatem atque soliditatem machinabo, vel machinanti consentiam, neque aliquod unquam scandalum movebo, quod illius præsenti vel futuræ saluti contrarium vel nocivum esse possit. Sic me Deus adjuvet et patrocinetur.
Quod rex Carolus juravit Ansperto archiepiscopo, atque optimatibus regni Italici:
Et ego quantum sciero et rationabiliter potuero, Domino adjuvante, te, sanctissime ac reverendissime archiepiscope, et unumquemque vestrum, secundum suum ordinem et personam, honorabo et salvabo, et honoratum et salvatum absque ullo dolo ac damnatione vel deceptione conservabo, et unicuique competentem legem ac justitiam conservabo, et qui illam necesse habuerint et rationabiliter petierint, rationabilem misericordiam exhibebo. Sicut fidelis rex suos fideles per rectum honorare et salvare, et unicuique competentem legem et justitiam in unoquoque ordine conservare, et indigentibus et rationabiliter petentibus rationabilem misericordiam debet impendere, et pro nullo homine ab hoc, quantum dimittit humana fragilitas, per studium aut malevolentiam vel alicujus indebitum hortamentum deviabo, quantum mihi Deus intellectum et possibilitatem dabit; et si per fragilitatem contra hoc mihi surreptum fuerit, cum recognovero, voluntarie illud emendare studebo, sic etc.
In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Incipiunt capitula, quæ domus imperator Carolus, Hludovici piæ memoriæ filius, una cum consensu et suggestione et reverendissimi ac sanctissimi domini Ansperti archiepiscopi sanctæ mediolanensis ecclesiæ, nec non venerabilium episcoporum et illustrium optimatum, reliquorumque fidelium suorum in regno italico, ad honorem sanctæ Dei Ecclesiæ, et ad pacem ac profectum totius imperii sui, fecit anno incarnationis domini nostri Jesu Christi DCCLXXVII, regni vero sui in Francia XXXVI, imperii autem sui, I, indictione IX, mense februarii, in palatio ticinensi, etc.
[265]. Nella lettera CCXXIX ad Anselmo arcivescovo di Milano, nell'882, papa Giovanni VIII si lagna di molte crudeltà usate contro il suo popolo, e massime d'un tal Longobardo, uomo del marchese Guido, che prese ottantatre persone presso Narni, e a tutte tagliò le mani, sicchè molti ne morirono.
[266]. Angelberga, vedova dell'imperatore Lodovico II, avea mestato fra quelle turbolenze, poi ricoverò in Santa Giulia di Brescia, asilo di altre spose e figlie di re, e v'avea deposto il pingue suo tesoro; ma questo fu depredato da Berengario del Friuli (Epist. 42 Johannis VIII). Ella poi in testamento (ap. Campi, Stor. Eccl. Placent. lib. VII) al monastero di San Sisto da lei fabbricato in Piacenza lasciò un'infinità di poderi e case in Campo Migliacco nel modenese; Cortenova, Pigognaga, Felina, Guastalla, Luzzara nel reggiano; Cabroi e Masino nel contado di Stazona sul lago Maggiore; Brunago e Trecate (?) nella Burgaria del milanese, ed altri luoghi.
[267]. Annales Lambecii, palesemente ostili al vescovo.
[268]. Recueil des hist. tom. IX. p. 293. 294. Dopo narrati tanti guai, il Muratori conchiude all'888: «Mercè del buon governo degli imperatori Carolini, avea la Lombardia colle altre vicine provincie goduta per più di cento anni un'invidiabile pace».
[269]. Latium concessit avitum. Panegir. Bereng. In quel panegirico per la prima volta si trovano nel nome di Italiani abbracciati tutti quelli che formavano il comune, fosser Longobardi, Franchi o Romani.
[270]. Probabilmente la ferrea, allora primamente adoperata;
His motus precibus, gressum contendit ad urbem
Irriguam, cursim Ticini abeuntibus undis,
Sustulit heic postquam regale insigne coronam.
[271]. Il panegirista di Berengario mette in bocca a un capitano francese dell'esercito di Guido questi versi (lib. II. v. 200):
Quid inertia pectora bello,
Pectora (Ubertus ait) duris prætenditis armis,
O Itali? Potus vobis, sacra pocula cordi,
Sæpius et stomachum nitidis laxare saginis,
Elatasque domus rutilo fulcire metallo.
Non eadem Gallos similis vel cura remordet,
Vicinas quibus est studium devincere terras,
Depressumque larem spoliis hinc inde coactis
Sustentare.
[272]. Lo storico Liutprando, vescovo di Cremona, esclama (lib. I. c. 5): Hungarorum gentem cupidam, audacem, omnipotentis Dei ignaram, scelerum omnium non insciam, cædis et omnium rapinarum solummodo avidam, in auxilium convocat; si tamen auxilium dici potest quod paullo post, eo moriente, tam genti suæ, quam ceteris in meridie occasuque degentibus nationibus grave periculum, imo excidium fuit. Quid igitur? Zuentebaldus vincitur, subjugatur, fit tributarius, sed domino solus. O cæcam Arnulphi regis regnandi cupiditatem! o infelicem amarumque diem! Unius homuncionis dejectio fit totius Europæ contritio. Quid mulieribus viduitates, patribus orbitates, virginibus corruptiones, sacerdotibus populisque Dei captivitates, ecclesiis desolationes, terris inhabitatis solitudines, cæca ambitio, paras! E' non è zotico costui.
[273]. Così Liutprando: eppure Aquileja più non era risorta dalla distruzione di Attila.
[274]. Nel 912 Berengario concede a Risinda, badessa di Santa Maria della Pusterla a Pavia, ædificandi castella in opportunis locis licentiam, una cum bertiscis merulorum propugnaculis, aggeribus atque fossatis, omnique argumento ad Paganorum insidias deprimendas. È il primo esempio in Italia. Anche Adalberto vescovo di Bergamo ottenne dal medesimo re di poter fortificare quella città, minacciata maxima Suevorum Ungarorum incursione. Muratori, al 910. Ai canonici di Verona fu permesso fortificare il castello di Cereta, pro persecutione Ungarorum. Il Muratori adduce molte somiglianti concessioni.
[275]. Il buon prete Andrea, autore del Breve Chronicon (in Menken Script. Rer. germ., I, 100), parlando dell'elezione di Lodovico il Tedesco e Carlo il Calvo, dice: Pravum egerunt consilium quatenus ad duos mandarent regnum. Ma più esplicitamente uno men vulgare, Liutprando vescovo, dice (I. 20): Italienses semper geminis uti dominis volunt, quatenus alterum alterius terrore coerceant.
[276]. Chron. Vulturnense, Rer. It. Scrip., t. II. p. 415.
[277]. Liutprando, v. 15, ci fa intendere alterasse le monete mescendovi molto rame.
[278]. Populosissimam atque opulentissimam; Frodoardo. Liutprando la chiama formosa, e sempre coll'enfasi sua propria dice che fra breve risorse in modo da superare le vicine e le lontane città, non inferiore a Roma fuorchè nel non possedere i corpi dei santi apostoli. Tutti i vescovi di Lombardia soleano aver palazzo in Pavia per l'occasione delle diete.
[279]. Quel ritmo vuolsi riferire come non infelice saggio della poesia che passava dalle forme antiche alle nuove, giacchè sono versi endecasillabi nostri:
Nos adoramus celsa Christi numina,
Illi canora demus nostra jubila;
Illius magna fisi sub custodia
Hæc vigilantes jubilemus carmina.
Divina mundi rex Christe custodia,
Sub tua serva hæc castra vigilia;
Tu murus tuis sis inespugnabilis,
Sis inimicis hostis tu terribilis;
Te vigilante, nulla nocet fortia,
Qui cuncta fugas procul arma bellica.
Cinge hæc nostra tu Christe munimina
Defendens ea tua forti lancea.
Sancta Maria mater Christi splendida,
Hæc cum Johanne, Theotocos, impetra
Quorum hic sancta veneramur pignora,
Et quibus ista sunt sacrata mœnia,
Quo duce victrix est in bello dextera
Et sine ipso nihil valent jacula.
Fortis juventus, virtus audax bellica,
Vestra per muros audiantur carmina;
Et sit in armis alterna vigilia,
Ne fraus hostilis hæc invadat mœnia
Resultet echo comes: eja vigila!
Per muros eja! dicat echo vigila!
È del tempo e della circostanza stessa una preghiera dei Modenesi a san Geminiano:
Ut hoc flagellum, quod meremur miseri,
Cælorum regis evadamus gratia.
Nam doctus eras Attilæ temporibus
Portas pandendo liberare subditos.
Nunc te rogamus, licet servi pessimi,
Ab Ungarorum nos defendas jaculis.
[280]. Dandolo, Chron. È difficile e superfluo il fissare la cronologia di questi fatti.
[281]. Gl'insigni doni ch'e' fece alla basilica di Monza, lasciano supporre vi fosse incoronato. V. Frisi. Siamo fra le diatribe di Liutprando suo nemico personale, e le esagerazioni del panegirista. Liutprando fu segretario di Berengario II, e trae la narrazione fino al 948, e non vale nulla più che le nostre gazzette: ma che fare, se siamo ridotti quasi a lui solo?
Eppure su questi scarsissimi ricordi esercitò la retorica P. F. Giambullari nella Storia dell'Europa. Ch'egli sia caro ai maestri di retorica, che un retore nostro contemporaneo l'abbia chiamato la più compita prosa del Cinquecento, passi: ma è strano che alcuno se ne serva per raccontare ai giovani la storia d'Italia. Com'egli inventi le circostanze per amplificare, lo mostri questa descrizione della morte di Berengario: «Flamberto sollecitò i compagni tanto, che la notte seguente vennero armati dove lo innocentissimo re, senza guardia alcuna, tutto sicuro si riposava allato alla stessa chiesa dove fu preso il re Lodovico; essendo solito levarsi la notte all'ora di mattutino, ed entrare co' religiosi a lodare il suo creatore. Il che eseguendo ancora quella notte al solito suo, giunse Flamberto coi suoi seguaci; i quali per essere non pochi facendo pure qualche strepito, venne il re sulla porta a vedere che cosa era questa. Veduto dunque cotanti armati, e Flamberto con esso loro, lo dimandò che cosa e' cercavano a quell'ora e in quella guisa. Il traditore, per cavarlo fuori della chiesa, avvicinatosi più a lui, — State (disse) di buona voglia questi sono amici e servitori vostri, che sapendo come voi state qua su senza guardia alcuna, per lo amore che vi portano sono venuti armati da voi per guardia e sicurtà vostra, apparecchiati, se malignitate alcuna apparisse, a combattere contro a ciascuno che pensasse volervi offendere; e però sarà bene che voi meco li conosciate, e riceviateli allegramente. — Il re da queste parole ingannato, uscì lieto verso di loro; ed entrando sicuramente tra essi per dimesticarsi con tutti e per ringraziarli, lo scellerato Flamberto fattogli strada, lo lasciò trapassare avanti, e rivoltosegli poi alle spalle con un partigianone che egli aveva, lo passò dalle reni al petto, e così gli tolse la vita».
[282]. Quando l'elezione di Carlomanno a re d'Italia era in pratica in Lombardia, il papa scriveva ad Ansperto arcivescovo di Milano sconsigliandolo da questo malaticcio, e soggiungeva: — Nessuno voi dovete ricevere senza nostro consenso, perchè quegli che dev'essere da noi ordinato imperatore, da noi primamente dev'essere eletto». Labbe, Concil. VIII. 103. È notevole la formola dell'elezione di Carlo Calvo, usata da Giovanni VIII, negli atti del concilio di Roma l'887: «Noi l'abbiamo eletto secondo giustizia, ed approvato col consenso e il voto dei vescovi fratelli nostri e degli altri ministri della santa Chiesa romana, dell'illustre senato, di tutto il popolo romano, e dell'ordine de' cittadini; e giusta l'antico costume l'abbiamo solennemente elevato all'impero e decorato del titolo d'augusto».
[283]. Spiego in questo senso le parole inventum est, ut omnes majores Romæ essent imperiales, di Eutropio prete longobardo, avverso molto alla Corte romana.
[284]. Il religiosissimo Baronio esclama: Quam fœdissima Ecclesiæ romanæ facies, quum Romæ dominarentur potentissimæ æque ac sordidissimæ meretrices, quarum arbitrio mutarentur sedes, darentur episcopi, et, quod auditu horrendum et infandum est, intruderentur in sedem Petri earum amasii pseudopontifices, qui non sunt nisi ad signanda tantum tempora in catalogo romanorum pontificum scripti. All'anno 912, nº 14. Ma forse, nel credere tante iniquità, egli fidò soverchiamente in Liutprando, satirico od enfatico. Il Muratori, non sospetto di papista, trova ragionevoli objezioni a fargli: e dopo lui fu scoperto un poemetto De romanis pontificibus che un Frodoardo scriveva al tempo di Leone VII, dove a molti d'essi papi sono attribuite lodi di gran virtù. Al Baronio, ostilissimo a Sergio, il Muratori oppone argomenti non deboli. Il suo epitafio è di non infelice latino.
Limina quisquis adis Petri metuenda beati,
Cerne pii Sergi, exuviasque Petri.
Culmen apostolicæ sedis is, jure paterno
Electus, tenuit ut Theodorus obit.
Pellitur urbe pater, pervadit sacra Johannes,
Romuleosque greges dissipat iste lupus.
Exul erat patria septem volventibus annis,
Post multis populi urbe redit precibus.
Suscipitur papa; sacrata sede recepta
Gaudet. Amat pastor agmina cuncta simul.
Hic invasores sanctorum falce subegit
Romana ecclesiæ judiciisque patrum.
[285]. Durante quell'assedio, nacque nell'isola d'Orta Guglielmo, che poi fu abate di Digione, rinomatissimo nella storia monastica d'allora per le sue virtù, e per avere fondati molti monasteri e riformatine assai più.
[286]. Walperto mysteria divina celebrante, multis episcopis circumstantibus, rex omnia regalia, lanceam in qua clavus Domini habebatur, et ensem regalem, bipennem, baltlieum, clamydem imperialem, omnesque regias vestes super altare beati Ambrosii deposuit, perficientibus atque celebrantibus clericis, omnibusque ambrosianis ordinibus divinarum solemnitatum mysteria. Walpertus magnanimus archiepiscopus, omnibus regalibus indumentis cum manipulo subdiaconi, corona superimposita (la corona ferrea senza far menzione del chiodo), adstantibus beati Ambrosii suffraganeis universis, multisque ducibus atque marchionibus, decentissime et mirifice Othonem regem collaudatum et per omnia confirmatum induit atque perunxit. Landulph. Sen., Hist. Med., lib. II. c. 16.
[287]. Decret. Grat., dist. 63. par. I. c. 23.
[288]. L'epitafio di Leodinio, vescovo di Modena, dell'892 dice:
His tumulum portis et erectis aggere vallis
Firmavit, positis circum latitantibus armis,
Non contra dominos erectus corda serenos,
Sed cives proprios cupiens defendere sectos.
Quel di Ansperto, arcivescovo di Milano, morto l'881:
Mœnia sollicitus commissæ reddidit urbi
Diruta.
Gualdone, vescovo di Como nel 964 espugna l'isola Comacina, e ne smantella le fortificazioni. Amulone, vescovo di Torino al tempo di re Lamberto, ejusdem civitatis muros et turres perversitate sua destruxit. Nam inimicitiam exercens cum suis civibus, qui continuo illum a civitate exturbarunt..... pace peracta reversus et manu valida cinctus, destruxit sicut diximus. Fuerat hæc siquidem civitas condensissimis turribus bene redimita, et arcus in circuitu per totum deambulatorios cum propugnaculis desuper atque antemuralibus. Chron. Novaliciense, Rer. it. scrip., tom. II. p. II. San Poggio, vescovo di Firenze, cinse di mura molte ville.
[289]. Schmidt, St. dei Tedeschi, lib. III. pag. 423. Anche Enrico VII, morto a Buonconvento, fu fatto cuocere a Suvereto, per portarne le ossa a Pisa (Rer. It. Scrip., tom. XV. Chr. Pis.); e dopo la battaglia di Montecatino, nel castel di Buggiano si cossero i capitani morti in quel fatto, e se ne portarono le ossa a Pisa. Lelmi, Diario Sanminiatese.
[290]. Se pure non è tutt'uno con Benedetto VI, che si fosse creduto morto in prigione. Tra quei disordini la serie dei papi riesce avviluppatissima.
Allora Roma contava quaranta monasteri d'uomini, venti di femmine, tutti benedettini, e sessanta chiese con canonici.
[291]. Non dubium est ut romana ecclesia, quæ mater et caput ecclesiarum est, per tyrannidem debilitetur. Ap. Baronio al 992.
[292]. La storia di quel secolo ne offre un'altra prova. L'imperatore Lotario che stava in guerra con Lodovico Pio suo padre, mandò dei nobili ad invitare a sè Angelberto arcivescovo di Milano. Andò questo, e lo salutò colle parole e con chinar il capo, ma non volle prostrarsegli per onor della Chiesa. L'imperatore gli disse: — Tu fai come se fossi sant'Ambrogio»; e l'arcivescovo; — Nè io sant'Ambrogio, nè tu sei il signore Iddio». Pregato che andasse a ottenergli pace dal padre, si portò in Francia, fu ricevuto a grand'onoranza, e Lodovico Pio, uditane la domanda, — Buon arcivescovo, cosa deve far uno del nemico suo?» Quegli rispose: — Il Signore ha detto nel Vangelo, Amate i nemici vostri, fate bene a chi vi fece male. — E se nol facessi?» ripetè Lodovico; e quegli: — Non avresti la vita eterna, se morissi nell'odio». L'imperatore ne imbizzarrì, e lo invitò a sostenere questo asserto davanti ai sapienti. Radunati i quali, l'arcivescovo parlò: — Sapete che siam tutti fratelli, liberi o servi, padri o figli? Ebbene, san Giovanni scrisse, Chi odia il fratel suo è omicida, e nessun omicida ha in sè la vita eterna». Tutti dovettero assentirgli; e l'imperatore, posta la mano per terra, chiese perdono, e restituì la grazia al figliuolo. Presbyteri Andreæ Chronicon. Semplici ragioni, ma che non seppero i successori suoi intonare ai potenti nei secoli della ostentata libertà.
[293]. Non già Stefania, nome inventato dal milanese Arnulfo, come anche la storiella dell'avvelenamento.
[294]. Adelboldus, Vita s. Henrici. Quei che della storia fanno allusioni, in quest'anni passati esaltarono Arduino come fosse un instauratore della nazionalità italiana, un predecessore e modello di Carlalberto.
[295]. Arduinus juxta posse ultionem exercet in perfidos. Arnulph., Hist. Med., lib. I. c. 16.
[296]. Marchiones et episcopos, duces et comites, nec non etiam abbates, quorum prava erant itinera, corrigendo multum emendavit. Marchiones autem italici regni sua calliditate capiens, et in custodia ponens, quorum nonnulli fuga lapsi, alios vero, post correctionem, ditatos muneribus dimisit. Chron. Noval.
[297]. Nelle Antichità Estensi, par. I, c. 13, è recato un bel documento del 1014, ove Enrico imperatore adduce che il conte Oberto, il marchese Oberto, i figli suoi, e Alberto nipote (Estensi li crede il Muratori) dopo che lo elessero re ed imperatore, e gli dieder le mani e prestarongli il giuramento, favorirono Arduino nemico suo, e fecero prede e devastazioni. Siccome essi vivevano a legge longobarda, e in questa è scritto che «se alcuno trama contro la vita del re, perda la propria e gli siano confiscati i beni»; perciò esso Enrico confisca i possessi di quei signori, e li dona alla chiesa di San Siro in Pavia, in compenso de' guasti sofferti.
[298]. Monaci Weingart nelle Ant. Estensi, p. 6.
[299]. Guglielmo scriveva a Maginfredo che il fatto non gli pareva neque utile neque honestum, gens enim vestra infida est. Insidiæ graves contra nos orientur. Fulbert, ep. 58. E Ademaro monaco dice che in ducibus Italiæ fidem non reperiens, laudem et honorem eorum pro nihilo duxit.
[300]. L'abate di San Giustiniano di Falesi nel 1115 vende all'opera della cattedrale di Pisa tres partes integras de castello et rocca Plumbini (questa è la prima menzione di Piombino); e nel 1135 baratta coll'arcivescovo di Pisa due altre intere parti del castello e della rôcca di Piombino. Anno dom. Inc. MLXXVIII, ego Ermengarda... concedo ecclesiæ Sancti Donati integram partem, quod est quarta pars de sextadecima parte de castello de Polciano etc. Ant. Estensi, part. I. c. 18. Massa Marittima nel 1254 compra metà del Monterotondo dai figli del fu conte Rainaldo condomini; poi nel 62 l'altra metà da diversi altri; e vedansi nel Dizionario del Repetti le sminuzzate compre fatte da quel Comune. Nel 1212 l'abate di San Antimo cede ai Sienesi un quarto di Montalcino. Siena stessa compra a pezzi e bocconi il castello di Montorsojo dopo il 1255; e nel 1181 dal vescovo di Volterra un quarto del castello e distretto di Montieri e sue argenterie. Alla dieta di Roncaglia del 1058 il vescovo di Luni disputava contro Gandolfo lucchese pel possesso di parte del castello d'Aghinolfo nella Versilia. Gli archivj sono pieni di queste vendite e donazioni parcellari.
[301]. Cibrario, Monarchia di Savoja, II. 6. La gradazione delle persone è così designata da Laurière sopra un manoscritto antico presso Hallam, cap. 5: «Duca è la prima dignità, poi conti, visconti, baroni, indi castellano, valvassore, cittadino, in ultimo villano». Nelle Assise di Gerusalemme, tradotte ad uso de' possedimenti veneziani in Levante, il suzerain, è detto caposignor; uomini degli uomini i valvassori; le corvée servizio di corpo, angheria, servizio personale, che in altri autori si dicono comandate o manopere; così far ligezza, chiamarsi di uno, ed altri modi che sarò obbligato ad usare, non essendovi o non conoscendo io libri classici per lingua, che di proposito trattino di cose feudali.
[302]. Intorno alla seconda crociata, alcuni principali cittadini si ritirarono a vivere nei loro castelli; ma due volte al mese doveano convenire a consiglio in Belluno, oltrechè vi mandavano i loro servi per le occorrenze. Cominciarono dunque a dire semplicemente Cività per Belluno; il qual nome trovasi primamente in un atto del 1144, riportato dal Piloni, lib. II, p. 76. e Cividade è in un documento del 1349, riferito dal Verci, vol. XII, p. 129; poi Cividale.
[303]. Antiq. M. Æ., I. 650.
[304]. Questo diritto di naufragio, certo antichissimo, dai Rodj passò ai Romani, e divenne fiscale; ma poi Gregorio VII nel concilio Romano del 1078, ed Alessandro III nel Lateranese, scomunicarono chi ne usasse; Federico II il vietò per la Sicilia, altri il proibirono con leggi severissime; eppure iniquità siffatta si prolungò fino ai giorni nostri. Vedi avanti al Cap. CXXIV.
[305]. Diego Orlando, Feudi di Sicilia. Palermo 1847.
[306]. Constit. regni Siciliæ, lib. III. tit. 26. 27.
[307]. Vol. I. p. 115, ed. Morel.
[308]. Lib. VII. tit. 2.
[309]. Il Codice Giustin., lib. VII. tit. 6, la Novella XXII. c. 12 dichiarano liberi gli schiavi che il padrone avesse abbandonati infermi, mentre potea metterli in xenonem se non avesse mezzi di curarli.
[310]. Si quis res alienas, idest servum aut ancillam seu alias res mobiles.... Leg. 232.
[311]. Astolfo, xiv; Rachis, i. 3. 277.
[312]. Che i villani fossero servi lo attesta la legge 284 di Rotari dicendo: Si servi, idest concilium rusticanorum, manu armata in vicum intraverint etc. Da questo testo alcuno volle dedurre, primo, che esistesse qualche forma di Comune tra i villani; secondo, che anche questi avessero il diritto delle armi sotto i Longobardi. V. Fleger, Das Königsreich der Langobarden etc. Lipsia 1851. Sarebbe la più strana anomalia in un governo barbaro. Concilium non mi suona altro che intelligenza, congiura: e gli schiavi delle colonie americane, quante volte afferrano le armi contro i padroni! e le afferrò Spartaco.
[313]. Rot., 225. 226. Oggi in olandese volvry vale pienamente libero. Il semplice liberto diceasi widerborn, quasi rinato, widergeboren.
[314]. Paolo Diac., lib. I. c. 13.
[315]. Eam pergat partem, quamcumque volens canonice elegerit, habensque portas apertas etc. Formulæ Lindenbr. 101.
[316]. Qui per impans, idest in volum regis, dimittitur. Rot., i. 225.
[317]. Liutpr., iv. 5.
[318]. Leg. IX.
* Carlo Hegel (Storia della costituzione dei municipii italiani dai Romani fin all'aprirsi del secolo XII) sostiene che anche la popolazione romana era indissolubilmente sottoposta all'unico diritto, nella qualità di aldj, dalla quale non poteano passare alla piena libertà longobarda se non per una nuova manomissione. Il diritto romano non fu punto riconosciuto per gran tempo, da poi entrò come diritto di Corte, indi come diritto ecclesiastico, non però personale. Più tardi fu concesso a singoli stranieri per privilegio, infine a città e territorj interi. Nella legislazione di Liutprando la voce Langobardus abbraccia vincitori e vinti.
[319]. Rot., 222.
[320]. Leg. V. 19.
[321]. In venalitate hominum ad Paganas venumdantes gentes. Fantuzzi, Monum. ravenn., tom. V. dipl. 19.
[322]. Il valore dei servi era in proporzione della capacità. Secondo carte dell'archivio di Sant'Ambrogio di Milano, uno nel 721 è venduto tre soldi d'oro; nel 725 una donna vende un fanciullo per dodici soldi d'oro; nell'807 Totone, due fanciulli per trenta soldi d'argento; nel 955 un fanciullo è valutato quanto un fondo di pertiche quindici, tavole otto, che Valso negoziante cedeva ad Aupaldo abate di Sant'Ambrogio. Fumagalli, Delle istituzioni diplom., II. 520.
Nell'archivio diplomatico di Firenze è l'apografo della vendita d'una schiava col bambino, del 15 maggio 763, che reco per esempio:
In Christi omnipotentis nomine, regnantes domini nostri Desiderio et Adelgis, præcellent. regibus, anno regni eorum septimo et quinto, quintadecima die mensis magii, ind. prima, scripsi ego Aboald notarius rogatus ab Candidus, viro honesto et venditore, ipso præesente, michique dictante, et subter manus suas signum sanctæ crucis facientes, et testis qui subscriverent aut signa facerent, ipse rogavit.
Constat me prænominatus Candidus venditor vindedisse et vindedimus vobis Audepert et Baroncello germanis emptoribus, vindedimus vobis muliere una nomine Boniperga qui Teudisada, una cum infantulo suo parbulo, cujus adhuc dr. nomen dederit, quos in infinitum vobis pro ancilla et servo vindedimus possidendum quatenus amodo in vestra suprascriptorum Audepert et Baroncello vel heredum vestrorum maneat potestate, et recipimus pretium nos qui supra Candidus venditor a vobis emptoribus pro suprascripta muliere nomine Boniperga qui Teudisada, una cum filio suo parbulo, inter bobes et auro inadpretiato sol. viginti et uno, finitum pretium; et inter eis bono animo convinet in ea ratione, ut si quis amodo nos qui supra venditor vel heredes nostros aut aliquis homo contra hanc vinditionem nostram quandoque ire præsumpserimus, te minime ab omne homine defensare potuerimus duplum pretium ad rem melioratam, nos quoque venditor vel heredes nostri vobis emptoribus vel ad heredes vestros reddituri promittimus.
Actum Christi regno, mense et indictione suprascripta feliciter.
Signum † manus Candido v. h. venditoris qui hanc cartulam fieri rogavit.
Ego Perideus testis rogatus †. Ego Adualdus testis rogatus †.
Signum † manus Magnefridi actor testis.
Ego q. s. Aboald notarius postradita complevi et emisi.
Il Lupo reca la vendita fatta nel 1064 da Enrico conte d'Almenno, vivente a legge longobarda, ad un tal Signorello di Crema, d'un'ancella di nome Maura, natione Italie, per trenta soldi d'argento, prezzo finito: Que suprascripta ancilla cum omnibus vestimenticulis ejus in integrum a presenti die in tua et cui tu dederis tuisque heredibus persistat potestate, jure proprietario nomine habendum et faciendum exinde quicquid volueris. Nel 924, Adalberto vescovo di Bergamo dona ai canonici di San Vincenzo de pertinentibus meis famulum unum nomine Gis....... qui et Ruso vocatur, cum uxore sua Gariverga et filio suo Petro, una cum vestimentola, et peculiariolum eorum, in ipsam canonicam pistorem esse, et aliud servitium quot ministri ipsius canonice jusserint, ad ipsos sacerdotes fatiendum; et perveniat a die presente in jus et potestatem ipsorum fratrum, propter remedium et salutem corporis et anime nostre. E nel 976 il prevosto di Sant'Alessandro commuta un servo con un altro, e coll'aggiunta di più di otto pertiche di terra. Cod. bergom., II. 665. 137.
Nel Lupo stesso vi sono varie concessioni fatte dal padrone, massime da vescovi, a qualche servo, di vendere o permutare alcun loro possesso. Ivi, 59. 211. 261. 277. 559....
[323]. Gattola, ad Hist. Abatiæ cassinensis accessiones, part. I. p. 71.
[324]. Michele Piazza, Storia sicula, part. I. c. 47 e 111, part. II. c. 17; Gregorio, lib. V. c. 2, nota 15 all'anno 1375.
[325]. Nel catalogo dei beni del vescovado di Lucca dell'VIII o IX secolo, Philippus de Spardaco facit angarias dies III in hebdomada; Bappulo de Persiniano facit angarias dies III in hebdomada, reddit vinum medietatem, oleum med., pullos IIII, ovos XX; altri similiter; Tachiprando facit angarias hebdomadas XII in anno.... Omilio de Quesa reddit vinum med. et lavore tertiam parte; Felix de Subsilonle reddit med. granum el faba, et vinum anforas antiquam I et den. XXVII.
[326]. La condizione degli schiavi e i varj mestieri cui si applicavano, ricevono gran lume dalla seguente carta di emancipazione e divisione del 761, nelle Memorie Lucchesi, vol. IV. doc. 54:
Notitia brevis, qualiter divisi ego Sunderat inter me et domino Ferodeo episcopo homines de ista parte Arnu.
In primis Asprandulo de Tramonte, Maurulo germano ipsius Aspranduli. Rodulo, Magnipertulu Angari filii ipsius Roduli. Corpulo filio Barinchuli maiure. Maricindula muliere Barinchuli. Corpula mulier Alaldi. Gespergula filia Marcianuli minore. Sisula mulier Magnipertuli de filio Roduli, cum filio suo Sisaldulo. Marcianulo de' Caracini. Auripertulo filii ipsius Marcianuli minore. Maurulo filio Stephani mediano. Candido caprario. Martinulo filio Marrioni de Salicano. Candida soror ipsius Martinuli. Marinulo de Cincturia. Lartula mulier ipsius Marinuli, cum tres infantos suos, uno masculo, et duæ feminæ. Sunfulo de Cincturia. Duæ filiæ Furcule de Tramonte, quem habet de muliere, filio Tendaldi. Alpergula de Lamari. Gunderadula, qui est in casa Baronaci, cum duæ filiæ suæ. Tendulo de Monacciatico. Causulo de Serbano. Cicula soror Teudaldi, qui fuit mulier quondam Radipertuli. Uno filio, et una filia Ciantuli, nomine Wsilinda, Ratpertulo de Tramonte.
Item breve de homenis, quos antea inter nos divisimus. Romaldulo calicario. Gandipertulo pistrinario. Liutpertulo vestorario. Mauripertulo caballario, filio Randuli. Arcansulo filio Fridipertuli. Martinulo clerico. Gudaldo quocho, frater Gaudipertuli. Clausula soror Ghitioli. Auria nepote Widaldi. Lucipergula nepote Marcianuli. Tachipergula de Massa. Aldula filia Magnipergulæ. Teuspergula filia Sunfuli. Maricula filia ipsius Sunfuli. Ansula soror Alpuli. Alipergula cornisiana. Geltrada mulier Cinctuli. Flurula filia Mugiuli. Teudipergula filia Murfuli. Cosfridulo filio Canseramuli. Barulo porcario. Aurulo filio Roppuli similiter porcario. Ratcausulo vaccario. Teuderissciula, quem debet nobis Ciemiccio in viganio. Prandulo filio Roppuli. Auripertula filia Cianciuli. Gunderadula filia Bonisomoli. Corpulo filio Alraldi.
Item breve de homenis, quos livertavet barbane (lo zio) meus. Sichiprandulu. Waliprandulu. Duo filii, et una filia Radipertuli de Monacciatico. Mulier Pertuli de Vico, cum tres infantes suos. Wanipertulo nepote Teuduli de Lamari. Aurulu russu. Nepote Widaldi de Quosa. Bonipertulu filio Bonisomuli de Tramonte. Due consubrine Dulciari de Coloniola. Nepote Bonusuli de Roselle.
Item breve de homenis, quos liveros emiset barbane meus pro anima bonæ memoriæ genitori meo Sundipert, germani sui. Alpergula soror Alpuli. Canseradula soror Aspranduli. Bonaldulo frater Guadipertuli. Cellulo frater Causuli. Bonusula soror Sanduli. Liutpergula soror Magnuli de Valeriano, cum infantes suos. Causeradula soror Guidipertuli, cum tres infantes suos. Alo filio Radaldelli. Annifridulo de Cincturia.
Isti omnes suprascripti homenis, quos barbane meus Peredeus in Dei nomine episcopus pro anima sua, et pro anima bonæ memoriæ genitori meo Sundipert, liveros emiset, quod sunt insimul homenis viginti et octo, in hoc ordine eos commemoravi in hunc breve, ut in ordine permaneant, sicut de ipsi inter nos per cartulæ convenientia, et promissio facta est. Nam non dedi isti home (homenis) in divisione suprascripti barbani mei sicut alii suprascripti homenis. Facta suprascripta notitia tempore dominorum nostrorum Desiderii, et Adelchis regibus, in anno regni eorum quinto et secundo, idus mensis magii, per indictionem quartadecima. Et scripsi ego Osprandus Diaconus.
Le stesse Memorie, vol. V. part. 3. p. 354, recano una curiosa permuta di servi nel 975.
[327]. Considerazioni sulla storia di Sicilia, lib. I. c. V. n. 4. 6. 8.
[328]. Secondo la legge longobarda era inviolabile lo schiavo rifuggito nella Chiesa, mentre non l'era nei possedimenti del re.
[329]. Ecco l'atto di uno che si offerisce ad una chiesa (Mem. Lucchesi, vol. IV. doc. 11):
In Dei nomine, Regnante domno nostro Carolo rege Francorum et Langobardorum, anno regni ejus nono, et filio ejus domno nostro Pipino rege, anno regni ejus tertio, nono kalendas junias, indictione sexta. Manifestum est mihi Martino filio quondam Sinchi, quia per hanc cartulam offero memetipsum Deo, et tibi ecclesiæ beati sancti Reguli, Christi martheri, sitæ ubi vocabulum est ad Waldo, ut amodo in tua vel de tuis custodibus ego permaneam potestate; et si me de ipsum sanctum locum subtragi quæsiero, vel omnem imperationem ipsius ecclesiæ rectoribus facere et adimplere noluero, et in omnibus non permanere sicut et alii homenis jam dictæ ecclesiæ pertinentibus, aut in alterius casa abitare præsumpsero, spondeo me qui supra Martinus esse componiturus a parte suprascriptæ basilicæ, vel ad custodibus ejus auri soledos numero quinquaginta et cartulam offersionis meæ omni tempore in prædicto ordine firma et stabilis permaneat, et pro confirmatione Philippum presbyterum rogavi. Actum ad ecclesiam sancti Georgi ad Navis.
E nel documento 72 un altro del 772, ove notate che cede i beni e se stesso, ma ritiene gli uomini, cioè i servi:
In Dei nomine. Regnante domno nostro Desiderio rege, et filio ejus domno nostro Adelchi rege, anno regni eorum quintodecimo et tertiodecimo, quinto idus mensis januarii, per indictionem decimam. Manifestum est mihi Racchulo clerico, filio quondam Baruccioli, abitatori ad ecclesiam sancti Elari tibi dicitur ad Crucem, quia per hanc cartulam offero me ipso Deo et tibi ecclesiæ beatæ sanctæ Mariæ sitæ in sexto, ubi Rachiprandus presbyta rector esse videtur, una cum omnibus rebus meis tam.... casa abitationis meæ, cum fundamento, curte vel aliis ædificiis meis simul et hortis (vineis), pratis, pascuis, sylvis, virgareis, olivetis, castanetis, cultis rebus, vel... moventibus una cum casis massariciis, vel aldionales, ubique... tibi prædictæ ecclesiæ in integrum. Excepto omni... omnes, quos in mea reverso esse potestatem: nam aliis omnibus suprascriptis rebus volo ut cunctis diebus sit in potestatem suprascriptæ Dei ecclesiæ, una cum omnibus rebus meis movilibus vel immovilibus in præfinito. Et qua a me neque ab heredibus meis aliquando præsens hac cartula offersionis meæ posse disrumpi, sed omni... in prædicto ordine in ipsa Dei ecclesia firmiter permaneat. Et pro confirmatione Rachiprandum clericum scribere rogavi. Actum Luca.
[330]. Al vescovo di Padova, nella Marca Trevisana spettava la giurisdizione di un distretto (pieve di sacco) appartenente al dominio (saccus) del re; tutto diviso fra livellarj (uomini di sacco), che pagavano un censo al fisco reale, potevano anche vendere le terre, ma non a grandi vassalli o potenti, per non turbare i diritti regali del vescovo. Gennari, Ann. della città di Padova.
Livello forse si disse dal libello che consegnavasi all'investito.
[331]. Quia Tuscis consuetudo est ut, accepto ab Ecclesia libello, in contumaciam convertantur contra Ecclesiam, ita ut vix unquam constitutum reddant censum; precipimus, modisque omnibus jubemus, ut nullus episcopus vel canonicus (di Arezzo) libellum aut aliquod scriptum alicui homini faciant, nisi laborantibus, qui fructum terræ Ecclesiæ, reddant sine molestia vel contradictione. Antiq. M. Æ. III.
Nel 962 il vescovo di Genova, assecondando la domanda loro, ad alcune persone concedeva porzioni dei beni della chiesa a mezzeria, con obbligo di piantar vigne ed alberi fruttiferi il meglio che potranno; e di quel che seminano, il primo anno daran di nove moggia uno, il secondo di otto uno, il terzo e i successivi di sette uno: dell'uva, de' fichi, degli ulivi per dieci anni non daranno nulla, ma ogn'anno un pollo ciascuno, poi dopo dieci anni la metà del vino, de' fichi, dell'olio, oltre un'imposta detta scatico. Monum. hist. patr., Liber Jurium, p. 7.
[332]. Walprando, vescovo di Lucca, dovendo muovere all'esercito con re Astolfo il 754, fa testamento, lasciando a chiese ed ospedali: Servos autem meos vel ancillas, volo ut liveri omnes esse debeant, et a juspatronato absoluti, sicut illi homines qui ex NOBILE GENERE procreati et nati esse videntur. Mem. Lucchesi, vol. IV. doc. 46.
Nel 778 Peredeo, vescovo pure di Lucca, in testamento libera anch'egli i servi: Post decessu meo omnes liberi et a juspatronato absoluti cunctis diebus debeant permanere sicut illi homines qui de NOBILIBUS ROMANIS procreati et nati esse inveniuntur. Simili modo servos vel ancillas, quas domna genitrix mea Sundrada se vivens liberos demisit, IN EO ORDINE liberi permaneant, sicut supra institui (doc. 86).
Nel 789 Celso chierico: Homines meos omnes masculos et feminas pro anima mea liberos dimittere debeatis circa sacrum altare, et per absolutionis chartulas a juspatronato absoluti (doc. 107).
Talvolta, per fare più inattaccabile l'emancipazione, vi si adopravano le formole del diritto barbarico, del romano e dell'ecclesiastico, come nel prezioso documento bergamasco del 1083, ove il conte Alberto emancipa alcuni servi, sicut illi qui in quadrubio et in quarta manu traditis (formula romana) et amond factis (che è longobardo), vel sicut illis qui per manus sacerdotis circa sacro altare ad liberis dimittendi deducti fiunt, pro anime mee mercede; et concedo a vobis graciam libertatis vestre omne conquistum vestrum tam quod nunc abeatis, aut in antea aquistare potueritis.
[333]. Nel testamento di prete Lupo e del cherico Ansperto nell'800, che lasciano i loro beni alla basilica di Sant'Alessandro di Bergamo, leggiamo: In ea vero ratione, ut familias nostras ad nos pertinentes, servos et ancillas, aldiones et aldianes de personas suas omnes liberis arimannis amundis absolutis permaneant ab omni conditione servitutis et juspatronatus sit ad eos concesso, civesque romani sint, et habeant potestatem testandi et anulo portandi, et ad nullum hominem habeant reprehensionem, et defensionem habeant ad quem voluerint. Tantum est ut illis pertinentibus nostris qui resedet in massaricio foris domocultile, si voluerit ipsis vel eorum heredes in ipsis rebus habitare, habeat potestatem ibidem resedendo, ed debeat tam ipsis vel eorum heredes per omni anno circuli dare ad suprascripta basilica de predictis rebus quinque modia grano, medietate grosso et medietate menuto, et vino medietate: et si in ipsis rebus resedere non voluerint, vadant ubi voluerint in libertatem suam; tantum unusquique per caput ponat super arca sancti Alexandri denaria quatuor tam masculis seu et feminis... Lupo, op. cit., I. 627.
[334]. Dov'è la servità, non ci ha mendicanti, perchè ciascun padrone mantiene i suoi uomini, come i suoi giumenti; perciò nelle carte antiche non si trovano assegnate o ben di rado limosine. Nel XII secolo si ha in Milano menzione di case di lavoro, che i collettori delle Antichità longobarde milanesi (diss. XX) credettero luoghi di ricovero, ove faceansi lavorare i poveri. Ecco invenzione ignota agli antichi.
[335]. Ep. 12. lib. IV.
[336]. Honor piscationum et venationum tocius plebatus et curiæ est D. episcopi, et debet habere D. episcopus de catia ursi bregutum cum capite et plottis et butello et spallam desteram, quandocumque et ubicumque capiat; et per unam diem debent homines de Pisoneis (Pisogne) et plebatus ire ad catiam ad voluntatem D. episcopi et ejus nuntiorum. Docum. del 1299, riportato dal Ronchetti nella Storia bergamasca.
C. F. Rumhor, nelle Origini del proscioglimento de' coloni in Toscana (Amburgo 1830), pubblicò documenti che assai rischiarano la condizione reale e personale nel XII e XIII secolo.
[337]. Ut ammodo in antea ipse nec eorum heredes ac proheredes, nec alia persona missa ad ipsis non debeat esse in consilium aut factum quod per dictos omines qui ad ipsam abitacionem venerint de jam dictis locis, nec ipsi nec eorum heredes et proheredes unum pel plures sicut cernitur fractam illam que est juxta viam que currit de rio ad grandunem versum ipsum castrum, ut infra ipsum castrum habeant per vertutem ullam percussionem nec occisionem corporis, neque res illas que in ipso castro erunt in ullo tempore per vertutem tollere presumat, excepto de illo omine qui in consilio ut factum fuerit de illis ominibus qui ipsum castrum custodierint perdere, aut pretersionem per vim abere, aut ad ipsum castrum assaltum facere, aut incendium comittere, aut ipsum castellum disrumpere. Quod si hoc probatum fuerit, illius bona qui hos comiserit et sua persona liceat ubique in potestate esse. Et insuper convenerunt infra predictam villam... liceat in mansionem ipsorum omnium, neque de eorum heredibus per vim albergare, neque pro pane tollendo, neque pro vino, pro carne, neque annona, excepto propter nuptias et sponsalias et propter receptum seniorum suorum, vel si unquam verram abuerint, et ad defensionem ipsius castelli et ville alios omines preter eorum vassallos conduserint; et in ullo tempore neque porcum neque porcellum neque moltonem neque agnum per judicium querere nec tollere debeant: et si aliquo modo unquam in tempore tulerint et hoc requisitum fuerit, infra mense unum explegitum caput tantum cui factum fuerit reddatur. Et iterum convenerunt... ad ipsos omines fodrum tollere non debent, excepto si a publico aquisierint. Nam si a publico aquisierint et rex in Longobardia venerit, fodrum solito modo solvatur. Et hoc convenerunt ut si unquam inter ipsos barbanes et nepotes (de Calusco) verram advenerit, non liceat unus alteri ambulandi vel revertendi ad ipsum castellum vel villam, sicut cernitur territorium ipsius loci contradicere, neque assaltum facere, neque plakam neque feritam neque occisionem corporis facere per se nec per suos missos, neque ad ipsos omines donec verram inter se abuerint ad ipsum castellum et villam; neque ad ipsos omines non licet assaltum facere, neque per incendium, neque per predam, neque per vastationem, neque per aprensionem ipsorum ominum, etc. Ap. Lupo.
[338]. Una causa di stato personale fu trattata il 901 nel placito di Milano avanti Sigefredo conte di palazzo. L'avvocato del conte di Milano pretendeva che alcuni uomini di Palazzolo fossero aldj d'esso conte. Essi invece sostenevano d'esser liberi ed arimanni, nati dal padre e madre libera, dai quali avevano ereditato qualche possesso; nè mai erano stati obbligati a servizio di corpo: salvo che aveano pure qualche casa e fondo in Blestazio, appartenenti alla corte di Palazzolo, pei quali facevano alcune opere a questa. Si discusse, si udirono i testimonj, e furono dichiarati liberi. Antiq. M. Æ., diss. XIII.
Nel 905 in Bellano sul lago di Como si piativa della libertà d'alcuni servi della corte di Limonta, feudo imperiale spettante al monastero di Sant'Ambrogio a Milano. I convenuti confessavano essere servi di lor persona, come i genitori e parenti loro; e si teneano obbligati a cogliere le ulive, spremerne l'olio, pagare ogni anno ad esso monastero settanta soldi di buon argento, menar per barca sul lago l'abate o i suoi messi, e rendergli ogni anno cento libbre di ferro, trenta polli, trecento ova. Ma in un'altra carta si lamentavano perchè l'abate gli aggravasse di là del dovuto, e gli obbligasse a battere il suo grano, e talvolta fino a tagliar i capelli (multoties nos grana flagellare, et capillos nostros auferre præcipit); il che era segno di servitù.
Gli uomini di Casciavola nel Valdarno ricorrevano alla contessa Beatrice di Toscana, e poi ai consoli e al clero della primaziale di Pisa contro i Lambardi, cioè baroni del castello di San Casciano, che usavano con loro empietà e crudeltà; dichiaravano essere sempre stati liberi, aver tenuto abitazione nel castello di San Casciano, ma non prestato mai atti servili a que' Lambardi, eccetto il tributo debito per le case che vi tenevano di loro proprietà e che consisteva in due carra di legna ogni abitazione (cella), purchè i signori garantissero ad essi la selva. Quel tributo fu poi mutato in un assegno di sedici danari. Distrutto il castello di San Casciano, credevano rimanere sciolti da qualsiasi impegno. Ma prima che fosse disfatto, essi Lambardi cominciarono a derubare i querelanti, che perciò ne portarono accusa dianzi alla signora Beatrice, la quale di fatto li tolse in protezione, comminando mille libbre d'oro contro chi li danneggiasse. Ma presto il diploma perdette virtù, omnis potestas perdidit virtutem, et justitia mortua est, et periit de terra nostra: tunc ceperunt facere omnia mala nobis, sicut Pagani et Saraceni etc. Camici, Dei marchesi di Toscana, vol. II.
[339]. Mauro, della Lombardia transpadana accasato in Pistoia, vende nel 742 un terreno per trentacinque soldi d'oro a Crispanulo suo fratello negoziante in Pescia. Mem. lucchesi, V. part. II.
In uno dei più antichi documenti del 716, il medico pistojese Guidoaldo compra una sala con corte e prato e mulino sul Brana; poi nel 767 fonda il monastero di San Bartolomeo fuor Pistoja, ed è dichiarato medico d'essa città. Aveva già eretti altri monasteri e spedali che sottopone a quello: De autem reliquis monasteriis vel xenodochiis hic Pistoria, vel Ticinense civitate, quam et reliqua alia loca quæ per me ordinata vel constructa sunt, ita decrevimus, ut per ipsum monasterium Sancti Bartholomei fiant ordinata et disposita etc. — Arch. Diplom. di Firenze, carte di quel monastero.
Urnifredo, figlio del fu Willerado, fonda nel 766 l'oratorio di Santa Maria a Piunte, e lo dona al monastero di San Bartolomeo con tutti i beni in tali enim tenore, ut omnes Romani qui modo sunt, vel eorum æredibus dare debeat per singulo anno per quemquam casa sua luminaria in ipsa ecclesia vel oratorio nostro, valiente tremisse in oleo, cera, auro, de ista tres res una quale habuerit.
In un rogito del gennajo 780 (in Brunetti, Cod. diplom.) si menziona un mercante di Villamagna presso Volterra. Montepulciano, di cui non sappiamo l'origine, ma che trovasi nominato nel 715, produce documenti dell'806 e 827, ove sono sottoscritti un Petrone orefice, e un Sasso chierico e medico.
[340]. Gast-halten tenere ospizio; col qual nome s'intendevano le possessioni regie, che erano non solo dì case e tenimenti, ma d'intere città, come Como e Siena, dove s'aveva e il gastaldo e il conte, l'un dall'altro indipendenti. Pisa stette alcun tempo sotto un gastaldo regio, il quale trovasi nominato al 796. Ant. ital., diss. LXIII. col. 311. Nel 730 si trova fatta una vendita a Mauricione canoviere del re, prevedendo il caso che il pubblico richiedesse que' beni (si quolivet tempore publicum requisierit), ove pare si indichi un magistrato sovrantendente ai beni comuni. In un'altra vendita del 718, Filiberto cherico dichiara che i beni da esso venduti erano liberi da ogni pubblico vincolo, libera ab omni nexu publico. V. Brunetti, Cod. diplomatico, I. 333. 454.
Tunc fac edictum per terram Teutonicorum
Quilibet ut dives sibi natos instruat, illis
Ut, cum principibus placitandi venerit usus,
Quisque suis liberis exemplum proferat illis.
Moribus his dudum vivebat Roma decenter;
His studiis tantos potuit vincere tyrannos;
Hoc serrant Itali post prima crepundia cuncti.
[342]. Costui faceva dire a Benedetto di Cluse: Ego sum nepos abatis de Clusa. Ipse me duxit per multa loca in Longobardia et Francia propter grammaticam. Ipsi jam constat sapientia mea duo millia solidis, quos dedit magistris meis. Novem annis jam steti ad grammaticam... In Francia est sapientia, sed parum: in Longobardia, ubi ego plus didici, est fons sapientiæ. Ap. Mabillon, Ann. Bened., IV. 726.
[343]. Nosti quot scriptores in urbibus aut in agris Italiæ passim habeantur. Epist. 130.
Desine, nunc etenim nullus tua carmina curat:
Hæc faciunt urbi, hæc quoque rure viri.
Panegiricon, I.
[345]. Cap. 132 all'anno 876.
[346]. De quibusdam locis ad nos refertur, non magistros neque curam inveniri pro studio literarum. Idcirco in universis episcopiis, subjectisque plebibus, et aliis locis in quibus necessitas occurrerit, omnino cura et diligentia habeatur ut magistri et doctores constituantur, qui studia literarum liberaliumque artium ac sancta habentes dogmata, assidue doceant, quin in his maxime divina manifestantur atque declarantur mandata. Baronio, ad ann. 826.
[347]. Pseusti. — Primo Saturno venne dalle rive di Creta, diffondendo sulla terra l'età dell'oro. Da nessuno ei nacque; innanzi al tempo non erano cose create. L'eccelsa famiglia degli Dei si vanta d'averlo padre.
Alitia. Il primo uomo abitò il paradiso, giardino di delizie, sinchè la donna nol sedusse ad assaggiare il veleno del serpente, facendo abbeverare tutti gli uomini alla coppa della morte.
Pseusti. Fiera tempesta gittò sull'oceano, e sommerse il mondo. La terra fu allagata; quanto vivea perì. Solo dei mortali Deucalione sopravvisse, e le pietre che lanciò con Pirra sua moglie, diedero origine a nuova generazione.
Alitia. La vendetta del Signore spalancò le cataratte dell'abisso, e salvò Noè solo nell'arca colla famiglia. L'eterno fe splendere l'arcobaleno traverso la nube, e agli uomini fu certo che il Signore più non li distruggerebbe.
Pseusti. Numerose divinità, proteggete il poeta che canta il nome vostro. Voi che abitate la regione delle stelle e il soggiorno di Plutone o i profondi abissi, voi tutti che popolate il mondo, numerosi Dei, proteggete il poeta che canta la vostra lode.
Alitia. Dio eterno ed unico, maestà, gloria, essenza divina, che fosti e sarai, le tue lodi canto, obbedisco a' tuoi precetti. Dio in tre persone, tu cui nè principio nè fine, concedimi vittoria sopra gli Dei menzogneri.
Pseusti. Dimmi come Proserpina venne al mesto soggiorno; a qual patto Cerere poteva rivedere la diletta figlia; e qual perfido rivelò agli Dei il frutto da essa mangiato. Dimmi il segreto della guerra di Troja, ed io t'applaudirò.
Alitia. Quai sono le leggi che tengono le acque diffuse sopra la terra, la terra sospesa sotto il cielo, e l'aria diffusa nello spazio? Dimmi qual luogo del mondo è il più elevato sotto i cieli, e pronunzia il santo nome dell'Eterno, e t'applaudirò.»
[348]. Studio artis grammaticæ magis assiduus quam frequens, sicut Italis semper mos fuit artes negligere ceteras, illam sectari... Rudulphus Glaber ap. Bouquet, x. 23.
[349]. Più volte rinacque il timore del finimondo. Specialmente Florenzio vescovo di Firenze pubblicò esser nato l'anticristo, e verificarsi appunto ciò che le sante scritture aveano predetto. La diceria acquistò tal credenza nel 1105, che Pasquale II volle si radunassero i vescovi in Firenze per udire i fondamenti della sua opinione; e furono trecenquaranta gli accorsi. Labbe, Concil., X. 743.
[350]. Landulphus Senior, Hist. Med., II. 30. Nell'archivio della cattedrale d'Aosta, al fine d'un pontificale del X secolo, è questo Breve recordacionis de tregua Domini, quam inter se religiose Christiani custodire debent secundum episcoporum præceptum et bonorum laicorum consensum. In primis tenenda est tregua Dei ne homo occidat hominem, et ne homo tradat seniorem suum. Si quis hoc peccatum fecerit in tregua Dei, profugus non remaneat in patria.
[351]. Lupo, Cod. Bergom., II. 145, 241, 321.
[352]. Como suffragava al patriarca d'Aquileja. Crema non era ancora vescovado.
[353]. Landulphus Senior, ii, 29. Anche in Francia l'arcivescovo di Reims era il primo fra i dodici grandi pari del regno: in Inghilterra è alla testa dei pari l'arcivescovo di Cantorbery: quello di Magonza in Germania poteva convocar la dieta in impero vacante.
[354]. Ivi perì Olderico vescovo d'Asti.
[355]. Un atto di quel tempo dice che la Chiesa cremonese non modicam passa est jacturam, maxime a Girardo, Heriberti mediolanensis archiepiscopi nepote, qui audacia patrui sui, qui omne italicum regnum ad suum disponebat nutum, superbe levatus, quidquid sibi placitum erat, justum aut injustum, potestative operabatur in regno. Ap. Giulini, Memorie, tom. III. 442.
[356]. Sævissimi Theutonici, qui nesciunt quid sit inter dexteram et sinistram. Landulph. Sen.
[357]. Arnulph., Hist. Med., II. 12.
[358]. Otto Frising., De gestis Friderici II. — Radev. Frising., iv. 1. ecc.
[359]. Eisque legem, quam et prioribus habuerant temporibus, scripto roboravit. Hermann Contract. ad 1037.
[360]. Ad morganaticam. Morganatico è un matrimonio, eguale o no, nel cui contratto si limitano i diritti della sposa e dei nascituri; per es. che quella non avrà il titolo del marito, i figli non erediteranno secondo la legge, ecc.
Ecco questa legge importantissima:
In nomine sanctæ et individuæ Trinitatis. Chonradus gloriosissimus imperator augustus.
Omnibus sanctæ Dei ecclesiæ fidelibus, nostrisque, præsentibus scilicet et futuris, notum esse volumus, quod nos, ad reconciliandos animos seniorum et militum, ut ad invicem inveniantur concordes, et ut fideliter et perseveranter nobis et suis senioribus serviant devote, præcipimus et firmiter statuimus, ut nullus miles episcoporum, abatum, abatissarum, aut marchionum, vel comitum, vel omnium, qui beneficium de nostris publicis bonis, aut de ecclesiarum prædiis tenet nunc, aut tenuerit, vel hactenus injuste perdidit, tam de nostris majoribus walvassoribus, quam et eorum militibus, sine certa et convicta culpa suum beneficium perdat, nisi secundum constitutionem antecessorum nostrorum et judicium parium suorum.
Si contentio fuerit inter seniores et milites, quamvis pares adjudicaverint illum suo beneficio carere debere, si ille dixerit id injuste vel odio factum esse, ipsum suum beneficium teneat, donec senior, et ille quem culpat, cum paribus suis ante præsentiam nostram veniant, et tibi causa juste finiatur. Si autem pares culpati in judicio senioribus defecerint, ille qui culpatur suum beneficium teneat, donec ipse cum suo seniore et paribus ante nostram præsentiam veniant. Senior autem, aut miles qui culpatus, qui ad nos venire decreverit, sex hebdomadas, antequam iter incipiat, ei cum quo litigaverit innotescat.
Hoc autem de majoribus walvassoribus observetur. De minoribus vero, in regno, aut ante seniores, aut ante nostrum missum eorum causa finiatur.
Præcipimus etiam, ut, cum aliquis miles, sive de majoribus, sive de minoribus, de hoc sæculo migraverit, filius ejus beneficium habeat. Si vero filium non habuerit, et abiaticum ex masculo filio reliquerit, pari modo beneficium habeat, servato usu majorum walvassorum in dandis equis et armis suis senioribus. Si forte abiaticum ex filio non reliquerit, et fratrem legitimum ex parte patris habuerit, si seniorem offensum habuit, et sibi vult satisfacere, et miles ejus effici, beneficium quod patris sui fuit habeat.
Insuper etiam omnibus modis prohibemus, ut nullus senior de beneficio suorum militum cambium, aut precariam, aut libellum, sine eorum consensu facere præsumat. Illa vero bona, quæ tenet proprietario jure, aut per præcepta, aut per rectum libellum, sive per precariam, nemo injuste eos disvestire audeat. Fodrum de castellis, quod nostri antecessores habuerunt, habere volumus; illud vero quod non habuerunt, nullo modo exigimus.
Si quis hanc jussionem infregerit, auri libras centum componat, medietatem cameræ nostræ, et medietatem illi cui dampnum illatum est.
Signum domini Chonradi serenissimi Romanorum Imperatoris Augusti.
Kadolohus cancellarius vice Herimanni archicancellarii recognovi.
Datum V kalendas junii, indictione V, anno Dominicæ incarnationis MXXXVIII, anno autem domini Chonradi regis XIII, imperantis XI.
Actum in obsidione Mediolani feliciter. Amen.
[361]. Un privilegio di Enrico III del 1052 concede al clero di Volterra di poter decidere le liti col duello. Antiq. M. Æ., diss. XLI.
[362]. Un documento bergamasco del 1088 (ap. Lupo, II. 766) nomina un conte Nuvolo vexillifer walvassorum qui societatem fecerant. Il Breve recordationis de Ardicio de Aimonibus discorre a lungo de' valvassori, qui insimul de variis episcopatibus conspiraverunt.
[363]. Conti d'Aquino, di Trano, di Penna, di Calvi, d'Isernia, di Pontecorvo, di Sangro, del Sesto, di Sora, di Venafro, ecc.
[364]. Una leggenda italiana fa che il principe di Luni s'invaghisca d'una imperatrice che viaggia col suo sposo, e che gli corrisponde: concertano essi che l'imperatrice si finga morta, e dal sepolcro passa alle braccia dell'amante: l'imperatore, risaputolo, distrugge quella città.
[365]. Qu'ils ont combattu, non pour prendre mérite de deniers, mais par lo amor de Dieu, et pour ce qu'ils ne pooient soutenir tant de superbe de li Sarrasins. Histoire de li Normant, par Aimé.
[366]. Leo Ostiensis, Chron. Cassin., lib. II. c. 27.
[367]. Et li Normant, liquel avoient été troiz mille, non remanainstrent se non cinc cent. Aimé.
Pro numero comitum bis sex statuere plateas,
Atque domus comitum totidem fabricantur in urbe.
Guglielmo Apulo.
[369]. Leo Ostiensis, lib. II. c. 71.
[370]. Manderent messaige à lo papa, et cerchoient paiz et concorde, et prometoient chascun an de donner cense et tribut à la saincte Eglise. Aimé.
[371]. Non Civitella, come dicesi comunemente. Goffredo Malaterra dice chiaramente Civitate, che era presso Dragonara, verso la foce del Fortore.
Robertum donat Nicolaus honore ducali,
Unde sibi Calaber concessus et Apulus omnis.
Gugl. Apulo.
Il giuramento, che allora egli prestò al papa (Baronio, ad an. 1059, nº 70), è il primo esempio certo di re riconoscentisi vassalli della santa sede:
Ego Robertus, Dei gratia et sancti Petri, dux Apuliæ et Calabriæ, et utraque subveniente, futurus Siciliæ; ab hac hora et deinceps ero fidelis s. romanæ Ecclesiæ, et tibi domino meo Nicolao papæ. In consilio aut facto, unde vitam aut membrum perdas, aut captus sis mala captione, non ero. Consilium quod mihi credideris, et contradices ne illud manifestem, non manifestabo ad tuum damnum, me sciente. Sanctæ Romanæ Ecclesiæ ubique adjutor ero, ad tenendum te et ad aquirendum regalia s. Petri, ejusque possessiones, pro meo posse, contra omnes homines; et adjuvabo te ut secure et honorifice teneas papatum romanum, terramque sancti Petri et principatum; nec invadere nec aquirere quæram, nec etiam deprædari præsumam, absque tua, tuorumque successorum, qui ad honorem sancti Petri intraverint, certa licentia, præter illam quam tu mihi concedes, vel tui concessuri sunt successores. Pensionem de terra sancti Petri quam ego teneo aut tenebo, sicut statutum est, recta fide studebo ut illam annualiter romana habeat Ecclesia. Omnes quoque ecclesias, quæ in mea persistunt dominatione, cum earum possessionibus, dimittam in tua potestate, et defensor ero illarum ad fidelitatem s. romanæ Ecclesiæ. Et si tu vel tui successores ante me ex hac vita migraveritis, secundum quod monitus fuero a melioribus cardinalibus, clericis romanis et laicis, adjuvabo ut papa eligatur et ordinetur ad honorem s. Petri. Hæc omnia suprascripta observabo sanctæ romanæ Ecclesiæ et tibi cum recta fide; et hanc fidelitatem observabo tuis successoribus ad honorem s. Petri ordinatis, qui mihi firmaverint investituram a te mihi concessam. Sic me Deus adjuvet et hæc sancta evangelia.
[373]. L'epitafio di Roberto Guiscardo diceva:
Hic terror mundi Guiscardus hic expulit urbe
Quem Ligures regem, Roma Alemannus habet.
Parthus, Arab, Macedumque phalanx non texit Alexin
At fuga sed Venetum nec fuga nec pelagus.
[374]. Il Malaterra (lib. I. c. 26) racconta senz'ombra di disapprovazione che Ruggero, avendo udito d'alcuni mercanti che da Amalfi doveano passare a Melfi, non minimum gavisus, equum insiliens, cum octo tantum militibus mercatoribus occurrit, captosque Scaleam duxit, omniaque quæ secum habebant diripiens, ipsos etiam redimere fecit. Hac pecunia roboratus, largus distributor centum sibi milites alligavit.
[375]. Terra Siciliæ, terra Saracenorum, habitaculum nequitiæ et infidelitatis, sepulcrum quoque gentis nostri generis et sanguinis... Ego cum exercitibus militum meorum fortiter laboravi ad hoc opus Dei perficiendum, videlicet ad acquirendam terram Siciliæ. Diploma del 1091 ap. Rocco Pirro, Sicilia sacra, tom. I. p. 520-21.
[376]. L'Ostiense raccolse in questi versi tutti i casi che si traevano al fôro ecclesiastico:
Hæreticus, simon, fænus, perjurus, adulter,
Pax, privilegium, violentus, sacrilegusque,
Si vacat imperium, si negligit, ambigit, aut sit
Suspectus judex, si subdita terra, vel usus
Rusticus, et servus, peregrinus, feuda, viator,
Si quis pænitens, miser, omnis causaque mixta,
Si denunciat Ecclesiæ quis, judicat ipsa.
[377]. De pressuris Ecclesiæ.
Theutonici reges, perversum dogma sequentes,
Templa dabant summi Domini sæpissime nummis
Præsulibus cunctis: sed et omnis episcopus urbis
Plebes vendebat, quas sub se quisque regebat.
Exemplo quorum, munibus nec non laicorum,
Ecclesiæ Christi vendebantur maledictis
Presbyteris.
Donnizone, Vita com. Mathildis.
[379]. S. Pier Damiani, Vita di S. Domenico. Nel Penitenziale edito dal Muratori (Antiq. M. Æ., diss. LXVIII) trattasi molto di questi scambj di penitenze: — Se uno non può digiunare, scelga un sacerdote giusto, o un monaco che vero monaco sia e viva secondo la regola, che ciò compisca per lui, e se ne redima a prezzo conveniente. Una messa cantata speciale può riscattare dodici giorni; dieci messe riscattano tre mesi; trenta messe dodici mesi». Esso Pier Damiani scriveva a Ildebrando d'avere imposta all'arcivescovo di Milano la penitenza di cento anni, e tassata la redenzione di questi in un'annua somma. Rer. it. Scrip., IV. p. 28.
[380]. Petri Damiani, Opusc., XXXI. c. 69. — Giovanni da Lodi suo discepolo ne scrisse la vita.
[381]. Ap. Puricelli, De s. Arialdo, II. 3. 4.
[382]. Labbe, Concil., tom. IX in fine.
[383]. Chron. Novalic., col. 119, in Hist. Patriæ Monumenta, Script., tom. III.
[384]. La donazione di Ottone imperatore a papa Silvestro, che dicesi trovata in Assisi nel 1139, è impugnata come falsa da molti, e ultimamente da Wilmans, Ann. dell'Impero sotto Ottone III, Berlino 1840: ma è tenuta per autentica da Hock e da Pertz, Monum. legum, tom. II. p. 162.
[385]. Di Benedetto IX dice ogni male Bennone; pure si prova che, a insinuazione di Bartolomeo abate di Grottaferrata, egli rinunziò al pontificato, e si vestì monaco, morendo in penitenza. E in tutte quelle accuse c'è forse esagerazione per parte degli zelanti non meno che dei detrattori.
[386]. Cardinali vescovi erano quelli d'Ostia, Porto e Santa Rufina, Alba, Sabina, Tusculo e Preneste, vicarj del papa qual patriarca di San Giovanni Laterano. Cardinali cherici erano i parroci di quattro altre chiese patriarcali di Roma. Agli istituti di carità presedevano cardinali diaconi.
[387]. Labbe, Concil., tom. IX. p. 1155. — Romæ, Nicolao papa defuncto, Romani coronam et alia munera Henrico regi transmiserunt, eumque pro eligendo summo pontifice interpellaverunt. Qui ad se convocatis omnibus Italiæ episcopis, generalique conventu Busileæ habito, eidem imposita corona, patricius romanus appellatus est. Deinde, cum communi omnium consilio, parmensem episcopum summæ romanæ ecclesiæ elegit pontificem, Hermann Contract.
[388]. Ridol. Notarii, Hist. rer. Brix., pag. 17.
[389]. Documenti autentici provano che anche nel regno di Napoli il matrimonio di preti e frati era riconosciuto; e trovansi soscrizioni, Ego Petrus, filius domini Stephani monachi: Ego Sergius, filius domini Johannis monachi: Ego Johannes, filius domini Petri monachi..., alle pagine 10, 21, 40, 46 della Sylloge de' Monumenti del grande archivio di Napoli. Il concilio di Melfi nel 1059 pel primo limitò il matrimonio dei preti: dopo il concilio romano del 1072 fu proibito. Nelle consacrazioni dei vescovi prescriveansi norme intorno all'ordinare conjugati: e l'arcivescovo Alfano nel 1066, consacrando il primo vescovo di Sarno, gli indiceva ne bigamum, aut qui virginem sortitus non est uxorem, ad sacrum ordinem permittat accedere: et si quos hujusmodi forte reperit, non audeat promovere. Ughelli, Italia sacra, tom. VII. p. 571. Barbato arcivescovo di Sorrento, nel 1110 ordinando Gregorio vescovo di Castellamare, dicea: Eique dedimus in mandatis ne nunquam ordinationem præsumat facere illicitam, nec bigamum, aut qui virginem non est sortitus uxorem, neque illiteratum... ad sacrum ordinem permittat ascendere. Id., tom. VI. p. 609, ediz. Venezia 1721.
[390]. Arnolfo, testimonio non della miglior disciplina ma della consuetudine, dice che nel regno italico, vacando un vescovado, il re vi provvedeva il successore, invitato dal clero e dal popolo; ma a Milano, morto il metropolita, uno de' canonici del duomo gli succedeva. Vetus fuit italici regni conditio, perseverans usque in hodiernum diem, ut, defunctis ecclesiarum præsulibus, rex successores italicos, a clero et populo decibiliter invitatus. Prisca Mediolani consuetudo est, ut, decedente metropolitano, unus ex majoris ecclesiæ præcipuis cardinalibus, quos vocant ordinarios, succedere debeat. Hist. Med., III.
[391]. Petri Damiani, Opusc., V.
[392]. Che anche la depressione dei vescovi e prelati fosse grata al popolo, lo attesta Enrico IV: Rectores sanctæ Ecclesiæ, videlicet archiepiscopos, episcopos, presbyteros, sicut servos pedibus tuis calcasti, in quorum conculcatione tibi favorem ab ore vulgi comparasti. Mansi, Concil., XX. 471.
[393]. Il Guichenon (De la Maison de Savoie) pretende fosse il Bugey, allora distretto del regno d'Arles. — Di Adelaide scrisse la vita il Terraneo, volendo farne un riscontro alla contessa Matilde.
Copia librorum non deficit huic...
Libros ex cunctis habet artibus atque figuris...
Hæc apices dictat, scit theutonicam bene linguam;
Gens alemanna quidem sibi gratis servit ubique.
Russi, Saxones, Guascones atque Frisones,
Arveni, Franci, Lotharingi quoque, Britanni
Hanc tantum noscunt, quod ei sua plurima poscunt...
Responsum cunctis hæc dat sine murmure turbis.
Donnizone, lib. II.
Ecco il principio d'uno dei tantissimi suoi atti di donazione: Quae ad honorem ecclesiarum et fidelium catholicorum substentationem erogantur, quia in centuplum recompensentur, et quod melius est, vita retribuantur æterna, nulli prorsus fidelium dubitandum est: et maxime monasteriis quæ in nostris possessionibus constituta sunt, et religiosis viris qui in Deo famulantur, si in necessitatibus viscera pietatis recludamus, quomodo charitas Dei erit in nobis? Ideo ego Mathilda, Dei gratia, si quid sum, pro mercede et remedio animæ meæ parentumque meorum etc.
Le Memorie della gran contessa Matilde di Francesco Maria Fiorentini (1645) sono una delle migliori fonti della storia di questo secolo, massime colle note e i documenti che v'aggiunse Giandomenico Mansi nell'edizione di Lucca 1756.
[395]. Donnizone dice, lib. II. c. 1:
Per tres tenuit jam menses
Gregorium papam; cui servit ut altera Martha.
Auribus intentis capiebat sedula mentis
Cuncta Patris dicta, seu Christi verba Maria.
Propria Clavigero sua subdidit omnia Petro
Janitor est cæli suus heres; ipsoque Petri,
Accipiens scriptum de cunctis Papa benignus.
Gregorio le scriveva: In veritate vobis loquimur, quod in nullis terrarum principibus tutius quam in vestra nobilitate confidimus, quoniam hoc verba, hoc facta, hoc piæ devotionis studia, hoc fidei vestræ preclara nos constantia docuerunt. Le lettere che esso le derigeva, sono del tenore di quelle di Francesco di Sales alla signora di Chantal; e le diceva: — Vi scrivo, diletta figlia di san Pietro, per saldare la fede vostra sull'efficacia del santo sacramento dell'Eucaristia, tali essendo i tesori e i doni che, invece d'oro e di gemme, in nome del padre vostro che è il principe de' cieli, voi mi avete richiesto, benchè aveste potuto da prete più degno ottenerli. Non vi parlerò della Madre di Dio, a cui v'ho in ispecial modo raccomandata, e vi raccomando senza posa, finchè non arriviamo a vederla... Più essa in bontà e santità supera le altre madri, più le sorpassa in clemenza... Cessate dunque di peccare, e prostrata innanzi a lei versate lacrime di cuor contrito e umiliato». Epist. VII. 47.
[396]. Muratori, Anecdot., tom. II. p. 328; e Martène, De ant. Eccles. rit., tom. II. 1. 2. Lo adduciamo perchè tale era il rito consueto.
Leges tuæ depravatæ plenæ falsitatibus.
In te cuncta prava vigent, luxus, avaritia,
Fides nulla, nullus ordo. Pestis simoniaca
Gravat omnes fines tuos. Cuncta sunt venalia.
Per te ruit sacer Ordo, a qua primum prodiit.
Non sufficit papa unus; binis gaudes infulis.
Fides tua solidatur sumptibus exhibitis.
Dum stat iste, pulsas illum; hoc cessante, revocas;
Illo istum minitaris. Sic imples marsupias.
Lib. III. c. 38.
[398]. Gregorio VII fu santificato da Benedetto XIII nel 1729; e Giuseppe II, l'imperatore sacristano, lo volle cancellato dai calendarj austriaci. Non v'è ingiurie che non siansi dette di questo pontefice; ma altrettante lodi gli furono attribuite, massime da moderni, anche protestanti, e principalmente dal Voigt nella vita che di lui scrisse. Guizot lo mette a paro di Carlo Magno e di Pietro czar, riformanti per via del dispotismo. Stephen (nell'Edinburgh Review) lo dichiara il più nobile genio che regnasse a Roma dopo Giulio Cesare; e, come protestante, detestando lo scopo di lui, lo riconosce «favorevole e forse essenziale al progresso del cristianesimo e della civiltà». Lamennais lo intitolò il gran patriarca del liberalismo: ma questo concetto non è una novità, poichè il Giannone, cavilloso fautore dei diritti regj e perciò sempre ostile a Ildebrando, racconta che «niun altro più meglio e più al vivo ci diede il ritratto di questo pontefice quanto quel giudizioso dipintore che lo dipinse nella chiesa di San Severino di Napoli. Vedesi quivi l'immagine di questo papa avere nella sinistra mano il pastorale co' pesci; nella destra, alzata in atto di percuotere, una terribile scuriada; e sotto i piedi scettri e corone imperiali e regali, in atto di flagellarli. E dopo avere così mostrato essere stato Gregorio il terrore e il flagello dei principi, e calpestar scettri e corone, volendo ancor far vedere che tutto ciò potea ben accoppiarsi colla santità e mondezza de' suoi costumi, sopra il suo capo scrisse in lettere cubitali queste parole: SANCTUS GREGORIUS VII».
[399]. Così la intesero i contemporanei. Non cujuslibet regis et ducis sive marchionis, sed unius feminæ, scilicet gloriosæ et Deo dilectæ comitissæ Mathildis congressione imperator debilitatus est. Deusdedit Cardin. ap. Baronio ad an. 1081. — Ipsa pene sola cum suis contra Henricum... jam septennio prudentissime pugnavit, tandemque Henricum de Longobardia satis assai viriliter fugavit. Bertold. Constant. ad 1097.
Donnizone la dice hilari semper facie, placida quoque mente, e fœmina pacis; ma altrove Pervigil et fortis, perversos sæpe remordit.
Fervida bella nimis cum rege potenter inivit;
Nam per triginta duravit tempora firma
Nocte die bellans, regni calcando procellas.
[400]. Sub specie religionis. Otto Frisingensis.
[401]. Pro remedio animæ meæ et parentum meorum, dedi et obtuli Ecclesiæ sancti Petri, per interventum domini Gregorii papæ VII, omnia bona mea jure proprietario, tam quæ tum habueram, quam ea quæ in antea acquisitura eram, sive jure successionis, sive alio quocumque jure ad me pertinent, et tam ea quæ ex hac parte montium habebam, quam illa quæ in ultramontanis partibus ad me pertinere videbantur. Pare la contessa avesse già fatta donazione sotto il papato di Gregorio VII, ma perdutasi la carta, la rinnovasse il 1112 a favore di Pasquale II. Questa carta è stampata in fondo al poema di Donnizone, Rer. It. Scrip., tom. V. p. 584; e può ben essere falsa: tuttavia la donazione non potrebbesi ragionevolmente negare, attesochè fu recata in mezzo subito dopo la morte di Matilde; e se si disputò sopra l'estensione con cui intenderla, non ne fu impugnata la genuinità. Vedi Tiraboschi, Mem. modenesi, I. 140.
[402]. È ancora uno dei più disputati problemi l'origine dei Veneti primi. Secondo Erodoto, i Veneti si davano per colonia dei Medi: secondo Pomponio Mela, lasciarono al lago di Costanza il nome di lacus venetus; ed una delle più alte cime del centro alpino è detta Venediger Spitz. Strabone indica gli Heneti sul mar Nero; sul Baltico abbiamo la Vinden-burg: Tolomeo, Plinio, Tacito danno i Venediti Montes, il Venedicus Sinus; i Veneti appartenevano alla Confederazione Armoricana: aggiungevasi la Venta Belgarum, la Venta Icenorum, la Venta Silurum; altri della Celbiteria accennati da Plinio. Come genti di paesi così distanti si ridussero nell'angulus di Tito Livio? Come poi i Veneti Secondi chiamarono patria il Friùli? Come negli interrogativi del dialetto di Venezia i verbi son conjugati colla pretta forma friulana?
[403]. Flaminio Cornaro, Eccl. ven., tom. XI. p. 309.
[404]. La cronaca veneta di Martin da Canale divisa a lungo la spedizione di Carlo Magno contro Venezia, e come questo si piantò a Malamocco, donde tutti i cittadini fuggirono a Rialto. Molestati assiduamente dai Franchi, un giorno vennero a mischia con essi, e dalle navi scaraventarono contro quelli gran quantità di pani, onde Carlo comprese non li potrebbe prendere per fame. Una donna, fintasi traditrice della patria, gli menò uomini che per gran danaro fabbricarono un ponte galleggiante sul quale tragittare l'esercito; ma l'aveano disposto in modo che rovinarono e affogarono la cavalleria di lui. Allora sconfortato, Carlo chiese vedere il doge, e con esso entrò in Venezia; e mentre navigava, giunto ove l'acqua è più profonda, con tutta la forza del suo braccio vi gettò un lunghissimo stocco ch'egli impugnava, e disse: — Come cotesto stocco che ho gettato in mare, non apparirà più mai nè a voi nè a me nè a persona viva, così non sia al mondo persona che abbia possanza di nuocere al dominio di Venezia; e a chi nocerà, gli venga sopra l'ira e il maltalento di Domeneddio, così come venne sopra di me e sopra la mia gente».
[405]. In tale occasione Guglielmo Apulo (Rer. It. Script., V.) dice de' Veneziani:
Non ignara quidem belli navalis, et audax
Gens erat hæc: illam populosa Venetia misit,
Imperii prece, dives opum, divesque virorum,
Qua sinus Adriacis inter litus ultimus undis
Subjacet arcturo: sunt hujus mœnia gentis
Circumsepta mari; nec ab ædibus alter ad ædes
Alterius transire potest, nisi lintra vehatur.
Semper aquis habitant, gens nulla valentior ista.
Æquoreis bellis, ratiumque per æquora ductu.
[406]. Nel diploma del 983, dove Ottone II confermava ai Veneziani i loro diritti, si trovano nominati i popoli formanti il regno d'Italia; e sono Pavesi, Milanesi, Cremonesi, Ferraresi, Ravennati, Comacchiani, Riminesi, Pesaresi, Cesenati, Fanesi, Sinigalli, Anconitani, Umanesi, Fermani, Pinnesi, Veronesi, Gavellesi, Vicentini, Monselicesi, Padovani, Trevigiani, Cenedesi, Furlani, Istrioti.
[407]. La famiglia Giustiniani v'era tutta montata, e tutta perì. Unico superstite un frate, che dispensato dai voti, sposò Anna Michiel. Avutone figli, tornò al chiostro, ed essa pure, e furono santificati.
[408]. Anonimo Salernitano, Paralip., cap. 58-62.
Nulla magis locuples argento, vestibus, auro,
Partibus innumeris: hac plurimus urbe moratur
Nauta, maris cælique vias aperire peritus.
Huc et Alexandri diversa feruntur ab urbe
Regis et Antiochi. Gens hæc freta plurima transit.
Hic Arabes, Indi, Siculi nascuntur et Afri.
Hæc gens est totum prope nobilitata per orbem,
Et mercando ferens et amans mercata referre.
Gugl. Apulo, iii.
[410]. Donnizone si lamenta che la contessa Beatrice sia stata sepolta in Pisa, perchè in questa è affluenza di Pagani, di Turchi, d'Africani, di Caldei:
Qui pergit Pisas, videt illa monstra marina:
Hæc urbs Paganis, Turchis, Libycis, quoque Parthis
Sordida, Chaldæi sua lustrant litora tetri.
[411]. «Lo papa colla sua cherisìa mandoe a Pisa a predicare la croce in Sardinia contra li Saracini lo cardinale d'Ostia; al quale lo vescovo e 'l comune di Pisa s'obbligarono di fare lo passaggio, e ricevettono lo gonfalone vermiglio, quasi dicesse loro: Va, e vendica la morte di Cristo». Ranieri Sardo, Cron. pisana al 1017.
[412]. L'avvenimento, da alcuni impugnato, si appoggia a quest'iscrizione apposta al duomo:
Anno quo Christus de Virgine natus, ab illo
Transierant mille decies sex tresque subinde,
Pisani cives, celebri virtute potentes,
Istius ecclesiæ primordia dantur inisse
Anno quo siculas est stolus factus ad oras,
Quod simul armati multa cum classe profecti
Omnes majores, medii, pariterque minores
Intendere viam primam sub sorte Panormum
Intrantes, rupta portus pugnando catena.
Sex capiunt magnas naves, opibusque repletas,
Unam vendentes, reliquas prius igne cremantes;
Quo pretio muros constat hos esse levatos.
Post hinc digressi parum, terraque potiti,
Qua fluvii cursum mare sentit solis ad ortum,
Mox equitum turba, peditum comitante caterva,
Armis accingunt sese, classemque relinquunt,
Invadunt hostes contra sine more furentes.
Sed prior incursus mutans discrimina casus,
Istos victores, illos dedit esse fugaces,
Quos cives isti ferientes vulnere tristi
Plurima pro portis straverunt millia morti:
Conversique cito tentoria litore figunt,
Ignibus et ferro vastantes omnia circum:
Victores victis sic facta cæde relictis,
Incolumes multo Pisam rediere triumpho.
[413]. Ricordano Malaspini, cap. 76. — Giovan Villani, lib. IV. c. 31.
[414]. Antiq. M. Æ., diss. LVIII.
[415]. Antiq. M. Æ., V. 767.
[416]. Antiq. M. Æ., II. 328.
[417]. Monumenta hist. patriæ, Chron. III. 260.
[418]. Baluzio, Capitolari, lib. IV. append.
[419]. Antiq. M. Æ., II. 328; e Anonim. Salernit., 42.
[420]. Cicogna, Iscrizioni venete, tom. V. in S. Trinita.
[421]. Giulini, Memorie Milanesi, part. III. p. 500.
[422]. Da quell'ora fino al 1096 non conosceasi verun simile appello. Ora nella Bibliothèque de l'Ecole des Chartes, Paris, 1856, t. III. p. 269 della 4ª serie, fu pubblicata un'enciclica di Sergio IV. verso il 1010, ove propone una crociata. Cognitum omnibus Christianis facimus, quod nuntius processit ad sedem apostolicam ex Orientis partibus, sanctum redemptoris Dei nostri J. C. sepulchrum destructum esse ab impiis paganorum manibus de vertice usque ad fundamentum... Sciat igitur christiana intentio quia ego, si Domino placuerit, per memetipsum cupio pergere ex marino litore, et omnes Romanos seu Italos cum Tuscie vel qualiscumque christianus nobiscum volunt pergere, ut gente Agarena, Domino auxiliante, omnes ostiliter desidero interficere... Non vos, filii, marinus terreat tumor aut bellicosus expavescat furor.... Multos populorum qui sunt de civitatibus secus litus maris positæ, invenimus fidelissimos nobis... volumus et jubemus, pro salute animæ vestræ, ex auctoritate Dei omnipotentis et sanctorum omnium, sive nostræ monitionis, ut omnis ecclesia et provincia, loca et populi, majores et minores pacem inter se habeant, quia sine pace nemo potest Deo servire... Qui id explere non valuerit, adjutorium faciat personaliter ad naves laborando et ad arma præparando.
[423]. Speramus etiam ut, pacatis Normannis, transeamus Constantinopolim in adjutorium Christianorum. Epist. II. 37. Dice che cinquantamila Cristiani erano lesti all'impresa.
[424]. Æstuabat ingenti desiderio Victor apostolicus qualiter Saracenorum in Africa commorantium confunderet atque contereret infidelitatem. Unde cum episcopis et cardinalibus concilio habito, de omnibus fere Italiæ populis Christianorum exercitum congregans, atque vexillum beati Petri apostoli illis contradens, sub remissione omnium peccatorum, contra Saracenos in Africa commorantes direxit. Petrus Diaconus, lib. III. c. 69.
[425]. I ventimila che dice Goffredo Malaterra, sono un'esagerazione.
Quos Athesis pulcher præterfluit, Eridanusque,
Quos Tyberis, Macra, Vulturnus, Crustumiumque,
Concurrunt Itali, etc.
Pisani ac Veneti propulsant æquora remis...
Qui Ligures, Itali, Tusci, pariterque Sabini,
Umbri, Lucani, Calabri simul atque Sabelli,
Aurunci, Volsci, vel qui memorantur Etrusci;
Quæque etiam gentes sparguntur in apula rura,
Queis conferre manus visum est in prælia dura,
Sub juga Tancredi et Boamundi corripuere,
Et contra fidei refugas patria arma tulere.
Ap. Duchesne, Rerum Franc., tom. IV.
[427]. Pigna, St. della Casa d'Este, lib. II.
[428]. Doveva esser finto, poichè nel 1873 si trovò a Milano lo scheletro di S. Ambrogio intero.
[429]. Ora la libertà proibì quella, come le altre processioni popolari e devote.
[430]. Muratori, Annali, tom. II. p. 919.
[431]. Dandolo, Chron., lib. IX.
[432]. Il Ghirardacci (lib. III) pretende sapere il nome de' principali crociati bolognesi: Orso Caccianemici, Mino e Faccio Gallucci, Schiappa Garisendi, Guido Griffoni, Pietro Asinelli, Gualtero Maccagnani, Prendiparte Prendiparti, Giandonato Malavolti, Perticone Castelli, Bacelliero Bacellieri, Torello Torelli, Uberto Ghisilieri, Bartolomeo Carbonesi, Artemisio Artemisi, Nicolò Rodaldi, Alberto Tencarari, Testa Gozzadini, Alberto Bianchetti, Albero Magarotti, Pietro Ligapassari, Giovanni Semplicioli, Dionisio Maranesi, Lodovico Nasini. Egli cita pure quelli della crociata del 1218.
[433]. Innocenzo III, epist. XVI: Cum constet quod, vocatos ad terreni regis exercitum, uxorum non impedit contradictio; liquet quod summi regis exercitum invitatos, et ad illum proficisci volentes, prædicta non debet occasio impedire, cum per hoc matrimoniale vinculum non solvatur.
[434]. Franco Sacchetti, Nov. 153. Il Chron. Sicul. ad 1322 dice che — nella Sicilia la forma del militare apparato era colle spalliere e il manto di zendado, la spada guarnita in argento, la sella col freno e gli sproni dorati, e un pajo di vesti di qual colore si fosse, eccetto che scarlatto, e senza soppanno di vajo».
[435]. Matteo Villani, ad ann.
[436]. Lettera inedita etc. Bologna 1841.
[437]. Lami, Mem. della Chiesa fiorentina, tom. I. p. 306.
[438]. Di quest'Ordine, negletto dagli storici degli altri, si ragiona nella prefazione alle Lettere di frà Guitton d'Arezzo, Roma 1745. Benvenuto da Imola sopra Dante, Inf., XXIII, dice: A principio multi, videntes formam habitus nobilis et qualitatem vitæ, quia scilicet sine labore vitabant onera et gravamina publica, et splendide epulabantur in otio, cæperunt dicere: — Quales fratres sunt isti? Certe sunt fratres gaudentes. — Ex hoc obtentum est ut sic vocentur vulgo usque in hodiernum diem, quum tamen proprio vocabulo vocentur Milites Domineæ. Ne scrisse due grossi volumi il Federici e una memoria Petronio Canal, facendoli derivare dalla Linguadoca, e mostrandoli molto fiorenti nel Veneto. Guitton d'Arezzo che era dei loro, scrive a Ranuccio in suo rozzo vulgare, die alcun crede anche in versi: — Messer Ranuccio amico, saver dovete che cavallaria nobilissimo è ordin seculare, di qual propio è nemico il dire onte e far villania, e quanto unque si può vizio stimare; ma valenza e scienza e onestate, nettezza e veritate continuo ne' suoi trovar si dea. Voi, messer, converria non a villan, ma a buon voi conformare; e se buon nullo appare, non meno, ma più molto a ben sia pogna (stimolo), che dannaggio e vergogna è più seguire reo, com' più rei sono; e buon via maggior buono quanto maggio di buon grande è difetto, quanto maggior è rio, maggio si mostra; e quanto più, più nostra essere dea cura impartir d'esso unde dei mali è cesso, dei buoni a buono e conforto e refetto».
Vede Tancredi che il Pagan difeso
Non è da scudo, e il suo lontano ei gitta...
Cedimi, uom forte, o riconoscer voglia
Me per tuo vincitore o la fortuna.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Il testo greco è stato trascritto tal quale, senza alcuna correzione.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.