CAPITOLO LXXXII. Effetti dei Comuni. Nomi e titoli. Emancipazione dei servi.

Se dunque ricapitoliamo la storia del popolo, dopo Carlo Magno ci occorre anarchia e scompaginamento universale; città e stirpi discordi; ogni barone, ogni guerriero animato da interessi diversi; non un pensiero della povera plebe. La feudalità comincia a collegare duchi e conti col vincolo di devozione allo stesso capo e di servizj reciproci; i possessori di allodj, franchi di ogni carico pubblico, indipendenti fra loro e quindi antisociali, consentono o sono forzati a divenire vassalli, cioè a prestare ligezza ad un signore, nella cui protezione trovano un compenso alle servitù, all’omaggio, agli obblighi. L’uomo preferisce sempre lo stato socievole all’isolamento, e il governo feudale offriva la combinazione per allora migliore di sforzi materiali onde organizzare la pace e dirigere la guerra.

Nelle città non v’era modo come uno potesse distinguersi: ignote le lettere; a soli nobili le ricchezze; dei gregarj le armi. In conseguenza le plebi rimanevano ancora fuori della società, e ad insinuarvele s’industriarono i Comuni, dove conquistati e conquistatori, uomini dipendenti dal re o dal vescovo o dai signori, venivano fondendosi in una stessa cittadinanza, a giurisdizione dei vescovi; poi anche da questi si emanciparono, istituendo il Comune laico. Nè era un tremuoto popolare che diroccasse i castelli: essi non domandavano la libertà, ma l’eguaglianza sotto un signore, un freno alla gerarchia feudale, o di potere in questa pigliar posto. Per tal modo la gente bassa diventa un ordine; la ricchezza mobile si erige a fianco alla fondiaria; e il feudalismo, che dianzi era la società intera, si restringe a sola la nobiltà.

L’Italia non avea di quei duchi o conti, poderosi quasi piccoli re: l’autorità regia, annessa all’imperiale, restava lontana e controversa; sicchè le città trovarono minori ostacoli a costituirsi, tanto più che avevano sugli occhi l’esempio delle marittime. Perciò, caduta la Casa Salica, i Comuni lombardi muovono guerra ai capitanei, togliendo loro le entrate e la giurisdizione di conti, e la esercitano in vece loro. I Comuni si valgono degli imperatori e dei papi per cacciar le picche più a fondo nelle viscere de’ nemici; e li strascinano nelle microscopiche loro inimicizie; laonde queste parziali associazioni, combinate per salvarsi dalle baronali prepotenze e dal politico scompiglio, vennero ottenendo o conquistando giurisdizione particolare, diritto di guerra e di moneta[68], governo proprio, insomma a farsi piccole repubbliche. Gli uffiziali, non più dai vassalli, ma sono scelti fra’ comunisti; onde sottentra l’abitudine agli affari, e ne vengono magistrati da far fronte allo Impero, giuristi che in parlamento potranno pettoreggiare i capi della feudalità, e dottori alle cattedre, e cherici che saliranno ai vescovadi e alla tiara.

Consoli era l’antico nome de’ magistrati civili, detti alla tedesca scabini o giudici perchè principale loro uffizio il giudicare. Altri consoli erano i capi delle maestranze e delle compagnie mercantili, la cui efficacia nella istituzione de’ Comuni fu maggiore che non soglia credersi. Man mano che si affrancassero, le città attribuivano i poteri a questi magistrati, che allora dalle funzioni giuridiche fecero tragitto alle amministrative, dalle particolari alle pubbliche. Il vescovo di Luni avea guerra col marchese di Malaspina, che compose nel 1124 coll’interposto dei consoli di Lucca[69].

I consoli erano due o più: Perugia, che vuolsi già facesse guerra a Chiusi nel 1012, a Cortona nel 49, a Foligno nell’80 e 90, ad Assisi nel 94, era governata da dieci consoli nel 1130, quando in piazza San Lorenzo gli uomini dell’isola Palvese fecero la loro sommessione[70]: Bergamo n’avea dodici: Milano sei o sette per ciascuno dei tre ordini di capitanei, valvassori e cittadini[71]: probabilmente anche altrove erano scelti in questa proporzione, ovvero da cittadini e nobili, dove questi costituissero un unico stato, o anche da uno stato solo, che fosse agli altri prevalso. A Firenze furono quattro, poi sei, secondo la città era divisa per quartieri o sestieri; ma uno godeva maggior fama e stato, e dal nome di esso qualche cronista notava l’anno.

Nè le sole città, ma anche borghi e castellari ebbero consoli proprj: e per mille esempj valga Pescia, non ancora città, i cui consoli e consiglieri nel 1202 concordavano con quelli delle limitrofe comunità di Uzzano e Vivinaja intorno all’elezione e alle attribuzioni dei consoli, per evitare le controversie[72].

Niuno confonda i Comuni del medioevo coi municipj che trovammo fra gli antichi. Questi ultimi erano formati da coloni venuti da Roma, che, sostenuti dalle armi della metropoli, si piantavano sopra il territorio conquistato per tenere i vinti in soggezione: nel medioevo sono i vinti stessi che aspirano ad esser pareggiati ai vincitori, acquistando i diritti, prima d’uomini, poi di cittadini. Nel Comune romano il padre è in casa sua magistrato e sacerdote: nel nuovo, il clero costituisce classe distinta e indipendente, e l’autorità paterna rimane circoscritta entro i limiti della pietà. Alla comunanza romana non partecipava propriamente che l’ordo, vogliam dire le prosapie senatorie iscritte nell’album, per eredità trasmettendo il potere e l’amministrazione; che se una si estinguesse, l’Ordine medesimo sceglieva tra le megliostanti della città quella che dovesse empiere il vuoto: pochi ricchi, in possesso della piena cittadinanza, erano circondati da una turba di schiavi, alle cui mani abbandonavano tutti i servizj. Nel nuovo Comune invece, per la prima volta al mondo, l’industria si esercita libera, e frutta ricchezze e franchigie. In quello gli uomini di miglior diritto stanno adunati nelle città, rimanendo alla campagna i servi: nel medioevo i prepotenti vivono ne’ castelletti foresi, mentre le città sono di gente industriosa, che poc’a poco e a forza di lavoro si affranca. Colà insomma è aristocrazia, qua democrazia: quello provvede alla politica potenza d’una classe eccezionale, questo ai diritti dell’intera popolazione: in quello i privilegiati si conservano col gelosamente escludere le classi inferiori; nel moderno ognuno si travaglia verso miglior condizione, e nella lotta invigorisce la personalità.

Ma la prima rivoluzione dei Comuni può considerarsi come aristocratica, tanti elementi signorili abbondarono nella sua composizione, i quali vedremo poi sistemare i governi, dettar leggi a tutto loro pro, combattere più valorosamente che non avrebbe saputo una plebe inesercitata. Dipoi si ampliò il Comune a segno, che chiunque avesse pane e vino proprio, esercitasse mestiere d’importanza, o si trovasse agiato di sue fortune, ebbe parte almeno indiretta alla municipale autorità, e contribuiva ad eleggere i magistrati nel generale convegno degli abitanti. Allora nella classe degli uomini liberi si trovarono accomunati gli antichi arimanni, liberi quantunque non possessori; gli abitanti delle città municipali, sempre rimasti indipendenti; i borghesi affrancati delle città feudali; gli abitanti sollevati dei Comuni; alfine anche i servi emancipati della campagna.

Ma dalla libertà civile e dall’equità suprema, ch’è ora il fondamento d’ogni Stato, stavano ben lontane. Dappertutto le persone rimaneano libere in grado diverso; sopra viveva qualche antico arimanno; in alcuni Comuni, sebbene già redenti, sussistevano borghesi del re e borghesi dei signori, i primi più alteri e in migliore stato, gli altri affrancati sì, ma in mezzo a parenti ed amici tuttavia servili; poi i nobili, i liberi uomini del Comune, del barone, dei privati; ecclesiastici privilegiati, guerrieri assoldati, viventi con diritto straniero.

Tutto ciò derivava dal sistema feudale, che non fu già distrutto, come sarebbe avvenuto in una rivoluzione radicale, ma in esso presero posto i Comuni, che perciò si potrebbero chiamare repubbliche feudali; carattere che non vuolsi dimenticare da chi brami intenderne la storia e le evoluzioni. I Comuni entravano nella feudale società, traendo a sè i diritti già proprj de’ signori, come giudizj, imposte, zecca, guerra, e via discorrete: e conseguivano un grado in quella gerarchia, rilevando da re o dall’imperatore, e tenendo sotto di sè altre persone o corpi morali. Il concetto feudale non ammette esistenza indipendente; e però i Comuni si consideravano vassalli d’un signore, ed obbligati verso lui a certi doveri pattuiti, siccome un uomo. Tale dipendenza non era più del cittadino, bensì del Comune; ma coloro che a questo non appartenessero, restavano quasi iloti, senza impiego, nè nomi, nè le esenzioni o i privilegi degli altri. Come membri della società feudale, i Comuni aveano il diritto della vendetta privata, in conseguenza la guerra. Ciascuno era poi tenuto a quel solo per cui si era personalmente obbligato; donde una grande indipendenza personale; e il Comune provvedeva non al meglio degli individui, bensì all’oggetto di sua formazione, cioè a francarsi dalle vessazioni.

In conseguenza voleasi garantire la sicurezza o la prosperità col costituire altri Comuni nel Comune, fossero quelli di nobili, d’ecclesiastici, di borghesi, o i minori di ciascun’arte, o de’ singoli quartieri. E ogni Comune avea vita propria, con magistrati, borsa, leggi, tutto ordinato sempre alla propria conservazione, nè cooperante al ben generale se non in gravi contingenze.

Gli elementi stessi ond’eransi formati, doveano sfiancare i Comuni, uscendo da una società costituita guerrescamente, e da una sovrapposizione di conquiste. Da ciò confusione e mistura nei diritti; e per tradizione o per usurpamento o concessione o pietà, chi l’uno assumeva, chi l’altro; e v’avea possessi e contratti ed eredità a legge romana, a salica, a longobarda[73]. Il signore feudale o il vescovo a cui eransi sottratti, conservava diritto ad alcune tasse o a privilegi, e a nominare il magistrato coll’assistenza dei deputati comunali. All’arcivescovo di Milano rimaneva sottomessa la parte di città che si chiamava il Brolo; in nome di lui si proferivano le sentenze, quantunque non vi prendesse più parte; suo un pedaggio alle porte, sua la zecca: privilegi ottenuti dagl’imperatori, o che forse erasi riservati quando volontario o costretto depose l’autorità principesca di conte della città. Quel di Genova partecipava al governo insieme coi consoli, anche in suo nome faceansi i trattati e si segnavano gli atti, e nel suo palazzo s’adunava il consiglio[74].

Volta veniva che, nel medesimo Comune, sopra certi reati avesse giurisdizione il conte, sopra altri il vescovo; a questo pagavasi una taglia, a quello una dogana; alla tal chiesa un canone speciale, un altro alla comunità, un terzo all’imperatore, forse il quarto ad un privato od al Comune confinante. Chi dunque dalla città uscisse al territorio, passava sopra uno Stato diverso: da una città all’altra v’era la differenza che oggi da regno a regno: che più? una città era qualche volta divisa in due o fin tre giurisdizioni; una ecclesiastica intorno al vescovado, una regia intorno al palazzo o al castello, una comunale; nè di rado ciascuna era cinta di mura proprie, con porte che si custodivano gelosamente. Qualche villaggio era diviso fra due o più condomini, aventi ciascuno diverse gabelle, giurisdizioni distinte: l’università godeva privilegio di foro pe’ suoi scolari, le maestranze una giurisdizione sopra i loro consociati, il monastero sopra la tal fiera da esso istituita: poi diritti d’asilo, poi immunità personali. A Como il vescovo riscoteva il teloneo da’ fornaj: a Pisa la pubblica pesa era privilegio dei Casapieri della Stadera. Talora diversi Comuni costituivano una sola repubblica senza reciproca dipendenza, com’era in Piemonte la Valsesia, e così i dodici cantoni della val di Maira, sottopostisi poi ai marchesi di Saluzzo[75], e come fin oggi vediamo ne’ Comuni de’ Grigioni. Talora un Comune ne soggiogava altri, formando più estesa signoria.

Uniformandosi a questa natura feudale, anche i Comuni, divenuti persone con privilegi e rappresentanza, assunsero una bandiera propria e uno stemma. I più dei nostri ebbero la croce, variamente colorata, partita, campeggiata: Venezia adottò il leone del santo suo patrono; Napoli la sirena; Sicilia le tre gambe che ricordano la forma triquetra dell’isola; Empoli la facciata del tempio di Sant’Andrea, attorno a cui si formò la nuova città. Milano aveva l’insegna bianca colla croce rossa; poi ogni quartiere spiegava insegna propria, cioè porta Romana rosso, la Ticinese bianco, la Comacina scaccato rosso e bianco, la Vercellina rosso sopra e bianco sotto, la Nuova un leone a scacchi rossi e bianchi, la Orientale un leon nero. Delle regioni di Roma, quella de’ Monti ebbe per insegna tre monti in campo bianco; Trevi, tre spade in campo rosso; Campo Marzio, la mezzaluna in rosso; Ponte, il ponte Sant’Angelo in rosso; Parione, l’ippogrifo in campo bianco; Regolo, un cervo in campo azzurro; Sant’Eustachio, una testa di cervo portante la croce; Pigna, una pigna. Così delle otto compagne di Genova quella di Castello avea per arma un castello sopra archi sormontato da una bandiera, avente in campo bianco croce vermiglia; di Maccagnana, partito di azzurro e bianco; Piazzalunga, scudo terzato in palo d’azzurro; San Lorenzo, campo ondato rosso; Portoria, orlo di rosso, e in campo un P; Sosiglia, banda di rosso in campo bianco; Portanuova, inquartato d’azzurro e bianco; Borgo, palato in otto pezzi d’azzurro e argento. Altrettanto dicasi dell’altre città.

Sul vago e artistico pavimento della cattedrale di Siena vedesi, fatto nel 1373 a pietre tessellate, un rosone, artifiziosamente intrecciato di nove, oltre quattro tondi agli angoli del quadrato circoscritto; e figura lo stemma di questa città, cioè una lupa che allatta due gemelli, e attorno ad essa il nome e i simboli di dodici città amiche; il leone per Firenze, il lupo cerviero o pantera per Lucca, il lepre per Pisa, l’unicorno per Viterbo, la cicogna per Perugia, l’elefante colla torre per Roma, l’oca per Orvieto, il cavallo per Arezzo, il leone rampante con rastrello per Massa, il grifone per Grosseto, l’avoltojo per Volterra, il drago per Pistoja; animali diversi da quelli che esse città portavano di consuetudine.

Monza, posseditrice della corona ferrea, la improntò sul suo suggello, nel quale già da antico leggevasi Est sedes Italiæ regni Modæcia magni. Lucca portava Luca potens sternit sibi quæ contraria cernit. Verona, Est justi latrix urbs hæc et laudis amatrix. Padova, i proprj confini, Muson, Mons, Athesis, Mare certos dant mihi fines. Bologna, un san Pietro in pontificale, e Petrus ubique pater, legum Bononia mater; e così Urbs hec Aquilegie capud est Italie; — Est aquilejensis fides hec urbs Utinensis; — Ferrariam cordi teneas, o sante Georgi; — Salvet Virgo Senam quam signat amenam; — Herculea clava domat Florentia prava e Det tibi florere Christus Florentia vere. Messina dopo i Vespri siciliani alzò lo stendardo colla croce portata da un leone, e il motto Fert leo vexillum Messana cum cruce signum. Pistoja scrive attorno agli scacchi del suo stemma Quæ volo tantillo Pistoria celo sigillo. Firenze ebbe da principio la bandiera partita bianca e rossa, cui unì la luna rossa di Fiesole; dappoi il giglio, o piuttosto il fior di giuggiolo (ireos florentina): e quando i Guelfi prevalsero, si adottò il giglio rosso in campo bianco, mentre i Ghibellini tennero il giglio bianco, unendovi l’aquila nera imperiale. Inalberava anche il leone, il quale pure sta nel sigillo di Cortona colla scritta Tutor Cortonæ sis semper Marce patrone.

Spesso l’arma era parlante: come a Torino il toro rampante; a Monsumano e Montecatino, un monte sormontato da una mano o da un catino; a Barga una barca; a Pescia un pesce coronato. Gli animali stessi dello stemma si mantenevano vivi nelle città, come a Venezia e Firenze i leoni, una lionessa a Parma, gli orsi a Berna, Appenzell e Sangallo. Quando i tirannetti s’impadronivano d’un Comune, vi univano il proprio stemma, come i Visconti diedero a Milano la vipera; la quale poi insieme col leone veneto entrò nel petto dell’aquila bicipite austriaca.

Nati dal bisogno sentito di esimersi da ingiuste gravezze, non determinati da mutua fiducia ma da mutuo timore, de’ loro poteri non trovandosi in verun luogo la definizione e il confine, i Comuni, siccome si erano congiurati per la difesa, congiuravansi di nuovo per sostenere o una fazione o un capriccio; i signori per ricuperare le giurisdizioni; i mestieri e le università per sottrarsi ai pesi ed agli abusi: donde reciproca diffidenza, sfrenato egoismo, gelosia che induceva a ricorrere a particolari aggregazioni di classe o di sella, le quali generano il sentimento di corpo, tanto micidiale al sentimento di patria. Mancando un legame universale fra tanti parziali, si perpetuava la lotta de’ vassalli colle corporazioni tra sè, de’ confratelli di ciascuna corporazione, delle suddivisioni di ciascun Comune: mancando un freno e una direzione centrale, rompevano a guerre, tenevansi armati nel cuor della pace, edificavano le case a foggia di torri, e l’amministrazione era esercitata in mezzo e coll’aspetto d’un perpetuo stato di guerra.

Fondati non su libertà generali, ma su privilegi esclusivi e reciproca gelosia, tutti i Comuni cercavano prerogative a scapito degli altri; ciò che un tempo avevano praticato i feudatarj, allora lo facevano essi, imponendo pedaggi e taglie ad arbitrio, servizj gravissimi ed obbrobriosi: i magistrati municipali operavano con altrettanta prepotenza che i feudali; i prevalenti voleano soperchiare: gli oppressi se ne rifaceano sopra chi non fosse cittadino: l’oligarchia rinnovava le scene dell’aristocrazia antica; anzi, nel mentre i tiranni opprimevano l’uomo, qui toglievasi qualche volta la vita civile a classi intere; e uno statuto milanese del Comune aristocratico, al nobile che uccidesse un plebeo non comminava che tenue multa.

Mal si andrebbero dunque a cercare fra quei Comuni gli esempj della libertà politica, come oggi la intendiamo; alla quale nulla è più avverso che lo spirito di famiglia e di paese. Onde sottrarsi all’anarchia di piazza, i possessori cercavano stabilire qualche ordine restringendosi col re o coll’antico feudatario, donde i partiti interni, fomite di nuove dissensioni. Altre volte ricorsero a que’ signorotti medesimi da cui s’erano emancipati, e questi, unita la forza all’abilità, riuscirono a costituirsi tiranni. E tanto più che bastavano bensì a frangere l’ingrata soggezione, e prevalere al barone e al vescovo; ma allorchè que’ signori si collegassero, o venisse contro di loro il re o l’imperatore, l’impeto, comunque volonteroso, di borghesi e mercanti non valeva contro eserciti agguerriti, e bisognava ricorrere a capitani addestrati.

I Comuni dunque a principio crebbero a grande importanza, poi cozzarono tra loro; e se in paesi stranieri, annodatisi intorno al monarca, ebbero meno splendore, ma condussero all’unità nazionale, qui la impedirono. Come in fatto si sarebbe potuto maturare la coscienza nazionale ove ciascuna comunità avendo l’occhio soltanto a sè, nella sua piccola indipendenza per nulla brigavasi del ben generale? anche quando nell’universale pericolo le città s’allearono, come vedremo nella Lega Lombarda o nella Toscana, il vincolo era troppo lasso, troppo scarsa la civile sperienza, sicchè potessero costituire una regolata federazione.

Nei patimenti aveano i borghesi invigorito il carattere per modo, da sdegnare la servitù: ma è mai possibile arricchirsi a un tratto di civile sperienza? Furono dunque costretti procedere tentoni, parte servendo alle idee rimaste delle antiche istituzioni municipali, parte imitando l’ecclesiastica gerarchia, poi innovando via via che il bisogno si sentiva o cadeva l’opportunità. Ma se non riuscirono a coronare l’edifizio civile, niuno corra ad incolparli prima di riflettere che costoro erano un pugno di popolani inermi e disorganati, ignari della guerra come della politica, circondati da villani rozzissimi e incalliti al servire, contrastati dall’autorità regia, dalla signorile, dalla sacerdotale; talchè ci dee piuttosto toccare di grata meraviglia che essi abbiano osato ripudiare la servitù e aprire la nuova era del popolo.

E immensi furono i vantaggi venuti dai Comuni, chi li guardi meno come rivoluzione politica, che come sociale. Mentre la scala degli antichi proprietarj scendeva dal barone o valvassore fino al semplice fittajuolo, quella dei redenti si elevava dal servo della gleba al semplice libero, talchè le razze servili poterono sottrarsi dalle nobili, per arrivare ad un’amministrazione propria e indipendente. In siffatta comunanza d’uffizj e di servigi ribattezzavansi nel nome di cittadini, disimparavano a tenere come unico diritto la conquista e la forza, e obbligati ad uscire dall’angusto circolo de’ personali interessi per provvedere ai pubblici, ripigliavano la coscienza delle magnanime cose.


Coi Comuni crebbe l’importanza delle famiglie e degli individui, e in conseguenza si dovette notarli e distinguerli meglio che non si facesse quando l’uomo non era nulla se non per la terra che possedesse, o pel signore cui apparteneva. L’uso latino de’ nomi, prenomi, cognomi e soprannomi, accumulati all’eccesso negli ultimi tempi[76], cadde coll’Impero; giacchè non rimasero quasi che schiavi d’un nome solo, e stranieri che un solo pure ne usavano. I nomi dei santi ebraici o cristiani prevalsero ben presto, e si applicavano o mutavano nel battesimo, il quale soleasi conferire in età già fatta, ovvero nella cresima; talora le donne lo cangiavano al matrimonio, e frati e monache conservarono fin ad oggi di cangiarlo all’atto del professarsi. E poichè ai costumi antichi sta tenace la Chiesa, oggi medesimo i vescovi non soscrivono che col nome di battesimo, e i frati si distinguono solo dalla patria, come usava al tempo della loro istituzione.

Per quanto scarse fossero le relazioni, è facile scorgere quanta confusione dovesse produrre l’indicarsi l’uomo col nome soltanto[77]; tanto più che, nelle scritture, il nome stesso ci si presenta mozzo, diminuito, accresciuto, storpiato[78]. Vi si rimediava in parte coi soprannomi, dedotti da qualità personali, dal luogo d’abitazione o di provenienza, dall’impiego[79], e spesso anche beffardi[80].

Queste però erano denominazioni personali, che non si trasmetteano alla parentela. Solo quando i feudi si resero ereditarj verso il Mille, da questi si dedusse il titolo delle famiglie; donde quelli di Ro, di Este, di Romano, di Muntecuccoli: e poichè talora veniva da paesi tedeschi, alterandosi nel tragitto in Italia, n’è scomparsa l’etimologia[81]. Non è però sicuro indizio d’antico possesso d’un paese l’averne il cognome, attesochè spesso plebeamente traevasi dalla terra da cui uno si fosse mutato in un’altra. Ma le famiglie che spingono l’albero genealogico più indietro del Mille, e que’ cataloghi di vescovi, di cui si nota il casato fin in antichissimo, sono vanità e imposture.

I Veneziani, reliquia latina, aveano ritenuto i cognomi antichi, e tali pajono que’ Crassi, Memmi, Cornelj, Querini, Balbi, Curzj; fin nell’800 troviamo i dogi indicati col cognome de’ Particiaci, Candiani, Giustiniani e simili; e in una scritta del 1090 sono firmate cencinquanta persone, a nessuna delle quali manca il cognome[82]: Cornuinda Molino, Stefano Logavessi, Bonfilio Pepo, Giovanni de Arbore, Sebastiano Cancanino, Manifredo Mauroceni, Stadio Praciolani, Domenico Contareno, e così via. Anche Genova conservò molti cognomi latini: Apronj, Asprenate, Balbi, Bassi, Bibulini, Calvini, Camilli, Carboni, Cerchi, Clementi, Costa, Crarsi, Erminj, Fabiani, Forti, Galerj, Galli, Galleni, Gavi, Gemelli, Giusti, Graziani, Laberj, Lena, Longhi, Lupi, Mari, Marciani, Marini, Massa, Montani, Muzj, Natta, Nigri, Ottoni, Palma, Pansa, Persi, Persici, Pisani, Ponzj, Ruffini, Sabini, Salvi, Serrani, Settimj, Sertorj, Staieni, Stella, Valenti, Veri, Viviani; non gliene mancano di greci: Bisio, Cybo, Grillo, Macarj, Medoni, Parodi, Partenopei; e in una carta del 1117 vi si trovano nominati i buoni uomini che presero parte a un laudo, fra’ quali Lanfranco Roca, Oberto Maluccello, Lamberto Gezone, Uggero Capra, ed altri quorum nomina sunt difficilia scribere.

Era consuetudine nei nobili di rifare l’avo nel nipote, talora anche il padre nel figlio, o riducendolo a diminutivo, o aggiungendo juniore, novello o simile; onde Guido Novello da Polenta, Malatestino, Ezelino da Etzel. Siffatto nome di predilezione si trasformò spesso in casato, onde i Pieri, i Ludovisi, i Carli, i Mattei, gli Agnesi: o adottavasi quel d’un personaggio che si fosse distinto, come i Degiorgi, i Delpietro: talvolta anche vi si prefisse la parola figlio sincopata, onde i Figiovanni, i Fighinelli, i Firidolfi; o il titolo, come i Serangeli, i Serrislori. Talora nella bassa Italia, ad esempio degli Arabi, enumeravasi tutta l’ascendenza[83].

A molti venne il nomignolo dalla nazione, come Franceschi, Lombardi, Milanesi: a molti più dal soprannome d’alcuno, ridotto ereditario, ovvero dalla sua professione o dignità; onde i Grossi, i Grassi, i Villani, i Caligaj, i Molinari, i Calzolaj, i Sartorj, i Malatesta, i Balbi, i Cavalieri, i Barattieri, i Fabbri, i Cacciatori, i Ferrari, i Cancellieri, i Medici, i Visconti, gli Avvocati, e i tanti Confalonieri e Capitanei o Cattanei. La bella moglie acquistò il titolo ai Dellabella; ai Dellacroce un crociato; il pellegrinaggio a Roma ai Romei e Bonromei: l’amore di re Enzo prigioniero per una fanciulla bolognese è ricordato nei Ben-ti-voglio; un’invenzione preziosa nei Dondi dell’Orologio. Poi il carretto, la rovere, il tizzone, la colonna, la spada, la luna, la stella che uno assumeva per impresa del torneo o per stemma nelle spedizioni, diventava nomignolo; come il colore bianco, rosso, verde, nero, di cui si divisava nelle comparse, o che distingueva la fazione.

Son dunque i cognomi o aristocratici, dedotti dalla terra o dallo stemma; o borghesi, derivati dal mestiero; o popoleschi, tratti dai soprannomi; e molti rustici, dalla località o dalla coltivazione, come i Demonte, Dell’era, Dellavalle, Delprato, Delpero, Dellavernaccia. Si sbizzarrì poi assumendo nomi che consonassero o contrastassero col cognome, onde Castruccio Castracani, Spinello Spinelli, Nero Neri, Buontraverso de’ Maltraversi, e somiglianti.

I Latini usavano lo schietto tu, dicevano semplicemente Cesare saluta Mecenate, ed Augusto ricusò fermamente il titolo di dominus, e s’adontò quando si volle offrirlo a’ suoi nipoti. Tosto però l’accettarono i successori suoi, e fin nelle medaglie trovasi surrogato a quel di divus: indi irruppero titoli più pomposi, di nobilissimo, felicissimo, piissimo: religiosissimo fu intitolato Costante da un concilio, dopo convertiti i Donatisti dell’Africa: poi nelle acclamazioni il senato fe gara di aggettivi encomiastici agl’imperatori. Allora pure invalse di non parlar più alla persona loro direttamente, ma alla clemenza, alla celsitudine, all’eternità di essi. Nell’ordinamento del Basso Impero, la gerarchia delle cariche vedemmo distinta coi titoli d’illustre, illustrissimo, eccelso, chiaro.

Coi Barbari tornò la semplicità antica, ma al tu fu sorrogato il voi; il titolo di domnus, proprio di vescovi, abati e re, s’accomunò a tutti i monaci; più tardi se l’arrogarono anche i laici, raccorciato in don. Ambito era il nome di cherico, che sonava uom di lettere, per contrapposto di laico od illetterato[84]; indizio di tempi, in cui la scienza era tutta ristretta ne’ sacri recinti.

Nel secolo XIV, monsignore intitolavasi un principe della Chiesa, messere un cavaliero e gentiluomo, e madonna la moglie sua; maestro l’avvocato o magistrato o chi sapesse, il che continuano gl’Inglesi. Nelle legazioni del Cinquecento vediamo col tu trattati ancora gli ambasciadori dalle repubbliche e dai principi; e «s’usa comunemente (dice il Varchi de’ Fiorentini nel XVI secolo) se non è distinzione di grado e di molta età, dire tu e non voi ad un solo; e solo a cavalieri e canonici si dà del messere, come a’ medici del maestro, e ai frati del padre». Dagli Spagnuoli ci fu poi attaccata la prurigine dei titoli; quando Carlo V s’intitolò maestà, moltiplicaronsi le altezze, e colle aggiunte di serenissima e di reale; l’eccellenza restò ai nobili, tanto che Urbano VIII nel 1631 trovò pei cardinali il nuovo titolo d’eminenza: quelli di cavaliere, dottore, notajo, conte del sacro romano imperio furono pascolo della vanità borghese.

Nell’attuazione dei Comuni, tra i fatti isolati se ne consumava uno grandissimo, l’emancipazione del servo. Sempre la religione vi si era adoperata, e molti per pietà e per salvezza dell’anima propria affrancavano i loro schiavi[85]. I Comuni, appena costituitisi, aprivano asilo ai servi cui riuscisse importabile il giogo del padrone, o a denaro li ricompravano; e quando movessero in armi contro i baroni del contorno, li sollecitavano a vendicarsi in libertà, sicchè fuggendo lasciavano questi indeboliti, mentre invigorivano la città. Si estesero le manomessioni, e talvolta vennero affrancati tutti gli abitanti d’un borgo, o certe professioni. Così a Bologna nell’anno 1256 il prefetto Bonacursio raduna anziani, consoli, maestri dell’arti e dell’armi, e tutti i membri del grande e del piccolo Consiglio, e propone si liberino i servi e le serve del Comune tutto. Passato il partito, si stanzia chi ne possiede li venda al prefetto e al pretore, per soldi dieci se di quattordici anni, otto se meno, sborsati dall’erario; e furono annoverati tra i fumanti, coll’obbligo di dare certa quantità di grano[86]. Erano descritti in un libro chiamato Paradisum dalla parola con cui cominciava, e dove esponeasi la creazione dell’uomo, il peccato, la redenzione, per la quale gli uomini son rifatti liberi: laonde Civitas Bononiæ quæ semper pro libertate pugnavit, avea redenti a prezzo i servi, statuens ne quis, adstrictus aliqua servitute, in civitate vel episcopatu Bononiensi deinceps audeat commorari, ne massa tam naturalis libertatis, quæ redempta pretio, ulterius corrumpi possit fermento aliquo servitutis, cum modicum fermentum totam massam corrumpit, et consortium unius mali bonos plurimos dehonestet. Un atto solenne del 1289 appella a uno statuto del Comune di Firenze, pel quale, essendo di naturale diritto la libertà individuale e il non dipendere ciascuno che dal proprio arbitrio, laonde le città pure e i popoli si schermiscono dall’oppressione, e i proprj diritti difendono e sviluppano, veniva provveduto che nessuno, di qual paese o condizione si fosse, potesse comprare, o altrimenti acquistare coloni, servi, censiti, nè angherie o altro vincolo alla libertà delle persone[87]. Due anni dopo, la legge fu confermata, perdonando a quei che l’avessero trasgredita per lo addietro.

Erano tentativi isolati, come ogn’altra cosa di quel tempo; nè un generale provvedimento per abolire la schiavitù mai fu preso: pure si vedono scemare i servi personali nel XII e XIII secolo, succedendovi i famigli o servi moderni, i quali a volontà possono togliere congedo dal padrone. Le chiese, che erano state di tanto sollievo agli schiavi, furono di ritardo alla totale loro affrancazione, atteso che non credeansi in diritto d’alienare le proprietà, delle quali l’attuale investito si considera solo utente: la stessa larghezza con cui li trattavano, facea non si trovasse tale schiavitù ripugnante all’umanità e alla religione. Perciò servi della gleba in Italia trovanti ancora nel secolo XIV.

Nei capitoli del 1296 di Federico I d’Aragona pel legno di Sicilia, frequente memoria ricorre di schiavi anche cristiani; del qual tempo anche lettere papali e contratti ne menzionano: tra i Veneziani ne incontriamo eziandio nel seguente, come nel Friuli sottoposto al patriarca d’Aquileja[88]. Del 1365 abbiamo un contratto, ove uno schiavo consente di passare da uno ad altro padrone[89]. Fra i provvedimenti fatti per sostenere la guerra di Chioggia, s’imposero tre lire d’argento il mese per ogni testa di schiavo; anzi nel 1463 i Triestini obbligavansi a restituire ai Veneziani i loro schiavi disertori[90].

A contatto con paesi non cristiani, i nostri poterono trarne di là, o imparare a tenerne per lusso, talchè la schiavitù si prolungò sotto la forma domestica. Gli statuti di Lucca fin nel 1537 dichiarano che il padrone d’una schiava può costringere il violatore di essa a comprarla pel doppio valsente, oltr’essere multato in cento lire. Le leggi genovesi opponeansi al trasportare gli schiavi in terra d’Egitto[91]; ma il divieto si eludeva col recarli a Caffa, dove il soldano spediva a farne accatto, giovandosi della franchigia di quel porto. Lo statuto criminale di Genova del 1556 pronunzia pene contro chi ruba schiavi, e considera il servo qual proprietà del padrone[92]: quello dell’88 lo tiene qual mercanzia, e caso che devasi far getto, si riparta il danno per æs et libram all’antica, comprehensis pecuniis, auro, argento, jocatibus, servis masculis et fœminis, equis et aliis animalibus. Probabilmente questi tardi servi erano di gente infedele, e massime prigionieri musulmani, quando la tolleranza religiosa neppur di nome si conosceva. Altre volte i soldati per abuso della vittoria vendevano schiavi i vinti, come i ribaldi dello Sforza fecero nel 1447 coi Piacentini: alla schiavitù condannavano pure le scomuniche. N’era però sempre tenuissimo il numero: come eccezione si notavano nel catasto delle città; e voglionsi intendere piuttosto come dipendenti, giacchè il famoso Bartolo a’ suoi tempi già dichiarava che servi propriamente detti non v’erano più.

Nei Comuni adunque non s’ebbero i vantaggi rapidi d’una subitanea e radicale rivoluzione; ma neppure la terribile responsalità d’un’insurrezione fallita. Riuniti per la resistenza, ponendo questa per primo dovere e mezzo e scopo, invece di sistemare aveano a distruggere, invece di fondare sconnetteano. Nella lotta si vince, ma l’odio sopravive e diventa seme di discordie; i dinasti mal frenati si rialzano per soggiogare i Comuni; i re ingrandiscono favorendo questi; la spada prolunga la guerra contro l’industria e la capacità. Que’ mali passarono, ma restano gli effetti; resta la rivoluzione da loro operata, perpetua e legittima come quelle che migliorano la sorte delle classi numerose: lo schiavo non è più cosa, ma uomo, dall’impersonalità sollevato ad avere nome proprio e responsalità: nè sforzi e sangue e rovine pajono soverchi a questo fine sacrosanto. Dove a pochi è data la forza e l’intelligenza, facile è guidar la moltitudine: dove tanti esercizj s’aprono alle facoltà morali e intellettive, come avviene nelle fazioni, grandemente sono eccitati gl’ingegni, e ne esce una gente operosa, accorta, che cerca e trova mille occasioni di segnalarsi: e l’uomo dall’angustia degl’interessi domestici volgendosi alle pubbliche cose, mentre cresce di pratica, nobilita le passioni, dilata l’accorgimento, scopre e pondera i diritti. Che se a noi Italiani i Comuni non lasciarono una patria, lasciarono la dignità d’uomini; ed offrono nella storia moderna le prime di quelle pagine, tanto attraenti, dove si vede un popolo travagliarsi contro i suoi oppressori, ingrandire col proprio coraggio, rassodarsi con opportune se non sempre savie istituzioni.