CAPITOLO LXXXIII. I Comuni lombardi. Lotario II e Corrado III imperatori. Ruggero re di Sicilia. Arnaldo da Brescia.
Sciolta la servitù della gleba, raccolti sotto un’amministrazione e una giudicatura sola i tre ordini ridetti cittadini, e da tutti scegliendo i consoli, e una specie di unità ricevendo dalla supremazia del papa, l’Italia trovavasi in essere di nazione assai più che non la Francia o la Germania. Non condensata, è vero, intorno ad una reggia, ma vigorosamente ripartita attorno ai tre centri d’autorità, il castello, la chiesa, il palazzo comunale, sarebbe camminata ad altissime fortune se gl’imperatori non l’avessero scompigliata col crearsi un partito.
Deboli erano questi, in Germania osteggiati dai maggiori feudatarj, che aspiravano alla sovranità territoriale; e in Italia dai papi nel lungo certame delle Investiture. Enrico V, ambizioso ed avido ma operoso, accorto, sprezzatore della pubblica opinione, poco sopravisse all’accordo di Worms col papa, e in lui si estinse la stirpe francona, che avea per un secolo dominato la Germania. Lotario II datogli successore (1125), rassegnò il suo ducato di Sassonia, e molt’altri possedimenti al genero Enrico di Baviera, della casa Guelfa: glieli disputò Federico il Losco di Hohenstaufen duca di Svevia, uno degli aspiranti al trono germanico: sicchè fra le due case cominciò l’inimicizia, che, dopo mutato natura ed oggetto, sconvolse Germania e Italia sotto il nome di Guelfi e Ghibellini.
Questi ultimi traevano il nome dal castello di Waiblingen nella diocesi di Augusta, appartenente agli Hohenstaufen; gli altri dalla famiglia bavarese dei Guelfi d’Altdorf. Azzo, marchese di Lombardia, morendo centenario nel 1097, avea lasciato tre figli: Guelfo, che, come nato da Cunegonda erede dei Guelfi di Baviera, andò a ducare questo paese, e divenne stipite della casa di Brunswick, salita poi al trono d’Inghilterra; Ugo si condusse alla peggio, e vendè le proprie ragioni all’altro fratello Folco figlio di Garsenda principessa del Maine, e progenitore dei marchesi d’Este in Italia. Signoreggiava egli il paese dal Mincio fin al mare, cioè Este, Rovigo col Polesine, Montagnana, Badia, oltre molte terre nella Lunigiana e nella Toscana. Guelfo ne pretendeva una porzione; e venuto a ripeterla coll’esercito, collegandosi al duca di Carintia e al patriarca d’Aquileja, di molti paesi s’impadroni: infine fu stipulato che la linea di Germania tenesse un terzo della città di Rovigo e la terra d’Este, senza pregiudicare alle pretensioni che ostentava sull’eredità della contessa Matilde.
Da questa linea proveniva Enrico, che per la cessione di Lotario era divenuto il più ricco signore d’Europa e il più potente di Germania, tenendo una serie di paesi dal mar Baltico al Tirreno. Ma dalla parte ghibellina Corrado duca di Franconia, fratello di Federico il Losco, aveva redato di qua dell’Alpi i beni allodiali della casa Salica, e scese in Italia cercandone la corona. Un principe non d’altre forze provveduto che di quelle somministrategli dal paese, non poteva riuscir pericoloso alla nascente libertà, onde fu il ben arrivato. A Milano lo storico Landolfo di San Paolo e il cavaliere Ruggero de’ Crivelli, deputati dall’arcivescovo Anselmo, discussero le ragioni dei due principi emuli davanti al popolo, il quale indusse il metropolita a coronar re Corrado (1128): molte città gli prestarono omaggio e doni; ma Pavia, Novara, Piacenza, Brescia e Cremona stettero contrarie a Milano, fin a dichiararne scomunicato l’arcivescovo che aveva unto l’usurpatore; anche la Toscana repugnò da lui; e Onorio II papa, che aveva riconosciuto imperatore Lotario, scomunicò questo pretendente. Il quale tentò invano occupar Roma; sicchè gli stessi che s’erano chiariti a lui favorevoli per farsene un appoggio, l’abbandonarono quando il videro incentivo di guerre. Maneggiatosi alcun tempo, egli si riconciliò con Lotario, e dopo essere stato a carico de’ Milanesi e Parmigiani, partì dall’Italia covando contro i Comuni lombardi un dispetto che trasmise al nipote Federico Barbarossa.
Essi Comuni, appena costituitisi, esercitavano nimicizie un contro l’altro; e particolarmente in quel piano che dalle alpi Retiche e Leponzie declina sino al Po ed al mare, ricco di nove città indipendenti, Como, Bergamo, Brescia, Milano, Lodi, Crema, Cremona, Pavia, Novara, frequenti appigli di risse porgeano i terreni confinanti, le rivalità di mercato, la comunanza delle acque irrigatorie. Presosi quel diritto del pugno, cioè della guerra particolare, che fin là avevano esercitato i feudatarj, i Comuni, non compressi da superiorità materiale, non da morale ritegno, abbandonavansi a quella ostilità di vicini a vicini, che sembra inesorabile maledizione degl’Italiani. Non avevano ancor finito di abbattere i conti rurali, e già rompevano guerra (1110) Cremona a Crema e Brescia, Pavia a Tortona, Milano a Novara e Lodi; l’ambizione e la forza davano ai poderosi il desiderio e l’ardire di opprimere i deboli.
Pavia, memore di essere stata sede dei re goti e longobardi, e Milano superba d’antichità, di vasto territorio, di popolazione maggiore e della superiorità metropolitica, gareggiavano di preminenza, e si contrariavano in ogni fatto. Nella lite delle Investiture Pavia propendeva alla parte imperiale, alla pontifizia Milano, con cui parteggiarono Lodi, Cremona, Piacenza; e per insinuazione della contessa Matilde, giurarono lega di vent’anni onde osteggiare re Enrico, e sostenere Corrado quando al padre si ribellò. Le due parti erano equilibrate di forze; e poichè nessuno stabile nodo le congiungeva, era sicura della vittoria quella che arrivasse ad isolar la rivale. In fatto, secondo preponderasse una parzialità o l’altra, le città mutavano bandiera; e girati pochi anni, a Milano troviamo unite Crema, Tortona, Parma, Modena, Brescia (1117); mentre con Pavia parteggiavano Cremona, Lodi, Novara, Asti, Reggio, Piacenza.
Quella mescolata che allora si faceva delle prerogative secolari colle ecclesiastiche, portava a nuove scissure. Crema col suo contado, che chiamavasi Isola di Folcherio, era stata a giurisdizione de’ marchesi di Toscana, fin quando nel 1098 la contessa Matilde ne fe cessione al vescovo e alla città di Cremona. Tale dipendenza spiacque ai Cremaschi, che coll’armi assicurarono la propria libertà: ma di qui cominciarono nimicizie lunghe e vergognose[93].
Milano pretendeva non solo alla superiorità che il suo metropolita traeva dal posto gerarchico, e per cui ordinava i vescovi della provincia e li convocava a concilio; ma che a lui competesse anche l’eleggerli, mentre le chiese particolari tenevano gelosamente al diritto antico di nominare i proprj pastori. Da ciò elezioni tempestose, contrastate, doppie, complicate dall’appoggio del papa e dell’imperatore, e per le quali il litigio delle Investiture dalle sommità sociali scendeva fin a contingenze affatto particolari. Per simili ragioni, e insieme per gelosia del ricco mercato che vi si teneva, i Milanesi campeggiarono Lodi, rinnovando le ostilità, cioè lo sperpero della campagna e la rapina delle messi per quattro anni, in capo ai quali ridottala per fame, la smantellarono (1111); gli abitanti dissiparono in sei borgate del contorno, sottoposte a rigide condizioni; sciolsero il ricco mercato, nè Lodi-vecchio risorse più.
Eguale contesa per l’elezione dei vescovi cagionò la guerra di Milano contro Como, descritta da un rozzo poeta contemporaneo[94], dolente di pubblicare il duolo anzichè la letizia d’un popolo da molti secoli fiorente. Aveano i Comaschi eletto canonicamente Guido de’ Grimoldi di Cavallasca; mentre il milanese Landolfo da Carcano, destinatovi da Enrico V, si fece ordinare dal patriarca d’Aquileja, parziale d’esso imperatore; intruso di rapina nella sede, procurava mantenervisi ad onta del popolo, e fortificatosi nel castello di San Giorgio presso Maliaso sul lago di Lugano, scialacquava in privilegi e donazioni il patrimonio della mensa. Risoluti a tor di mezzo lo scisma e lo sperpero, i consoli comaschi Adamo del Pero e Gaudenzio da Fontanella coi vassalli di Guido vi assalgono Landolfo, e fattolo prigione, lo consegnano a Guido. Essendo nella mischia rimasto ucciso Ottone insigne capitano milanese (1116), Giordano da Clivio arcivescovo di Milano, invece d’insinuare pace e perdono, espone alla basilica Ambrosiana le vesti insanguinate e le vedove degli uccisi, le quali strillando chiedono vendetta; e serrata la chiesa, egli dichiara resteranno sospesi i sacramenti, finchè non sia vendicato il sangue sparso.
In quelle assemblee tumultuose, dove la passione è unica consigliera, e l’urlo predomina sulla ragione, fu decretata la guerra; i Milanesi, mandato un araldo a denunziarla, assalsero Como, e incominciarono una guerra, paragonata all’assedio di Troja per la durata, e meglio per l’accordarsi delle forze lombarde contro una sola città.
Il guerreggiare d’allora non conduceva a pronti esiti, come le imprese comandate e dirette da volontà unica e robusta. Un Comune avea ricevuto un torto, e nel consiglio erasi decisa la guerra? più giorni rintoccava la campana, acciocchè gli uomini capaci s’allestissero d’armi; uomini che mai non s’erano esercitati insieme, che fin allora aveano badato ai campi o alle arti, e che non usavano nè vestire nè armi uniformi, unicamente diretti a vincere e far al nemico il peggior male. A buona stagione traevasi fuori il carroccio, e dietro e attorno a quello moveva la gente contro il territorio nemico, stramenava le campagne, sfasciava i casali, rapiva gli armenti che non avessero avuto tempo di ridursi nel recinto della città, alla quale poi mettevasi assedio, procurando il più delle volte prenderla per fame, giacchè, prima de’ cannoni, le terre murate aveano sempre il vantaggio sopra gli assalitori. Nelle guerre feudali vedemmo i soldati abbandonare il capo a mezzo dell’impresa, allo scadere dell’obbligato servizio. Qui gli assalitori erano gente che avevano campi, arti, famiglia, interessi, onde mal sopportavano i diuturni accampamenti, e alla mietitura o all’avvicinarsi della vernata tornavano a casa a rifocillarsi, per ripigliar poi col nuovo anno la campagna.
Di tal guisa fu condotta la guerra contro Como. I Comaschi erano valorosissimi fra i Lombardi, come montanari e avvezzi in opra di caccia e battaglie: e chiuso colla Camerlata e col castello Baradello il passo verso Milano, poterono impedire gli approcci al patrio suolo. Li secondavano gli abitanti della Vallintelvi, intrepidi petti, e insieme abilissimi a inventare congegni militari. Maggior numero di città prese parte con Milano, quali Cremona, Pavia, Brescia, Bergamo, la Liguria, Vercelli colla mercantile Asti, e colla contessa di Biandrate recante in braccio il giovane figliuolo: Novara venne spontanea, invitata la forte Verona, e Bologna dotta nelle leggi, e Ferrara non meno famosa che Mantova per bravissimi arcadori, e Guastalla e Parma coi cavalieri della Garfagnana, benchè avesse guerra con Piacenza[95]. La politica gli avrebbe stornati dal favorire la poderosa città contro la inoffensiva, ma v’erano costretti dalla prepotenza. Ch’è peggio, gli abitanti dell’isola Comacina e di quei contorni si chiarirono ostili a Como, sicchè anche il lago fu contaminato di battaglie navali. Fin a Varese si allargò la guerra e al lago di Lugano; ardite le fazioni, alterni i successi; or una parte or l’altra innalzavano al cielo inni per vittorie fratricide. Se non che fra tanto ardore poca era l’abilità, pochissima la disciplina, nessuna autorità preponderante; e come avviene nelle mosse tumultuarie, ognuno volea comandare, nessuno obbedire. La campagna era una desolazione, straziati i fecondi oliveti e le vigne della spiaggia, rapite le mandre.
Moriva intanto il vescovo Guido, causa e fomento della guerra; moriva esortando a star saldi nella cattolica fede e nella carità e difendere la patria. I Comaschi aveano perduto molti valorosi; soffrivano da dieci anni di devastazione sì per terra, sì dal lago, del quale la sponda orientale apparteneva ai Milanesi, che con tutti i loro alleati s’accinsero all’estremo sforzo. Tratti legnami da Lecco, ingegneri e costruttori da Genova e Pisa, strinsero dappresso la città (1127), i cui abitanti, sprovveduti d’ogni altro riparo, l’abbandonarono notturni, per ricoverarsi nel munito borgo di Vico; e quivi interposero di pace Anselmo arcivescovo di Milano. E ne fu condizione, che, salve le vite, si sfasciassero le mura e le fortificazioni della città e dei sobborghi; Como riconoscesse Milano con annuo tributo. Eppure i vincitori sfrenati posero a sacco e fuoco la città, menarono in cattività agricoltori, servi, cittadini. Non s’aveano allora guarnigioni per tener in ceppi i vinti, e perciò bisognava disperderli: in fatto i Comaschi furono costretti abitare all’aperto, pagare annualmente il viatico e il fodro, e smettere il solito mercato. Ciò per altro non li privava del governarsi a comune, con leggi e magistrati proprj.
Di questa guerra narrammo le particolarità, come esempio di tutte le altre allora agitate. Ne inorgoglì Milano, che poco poi osteggiò Crema, e tutta Lombardia andava a scompiglio per fazioni interne; laonde papa Innocenzo II s’argomentò al riparo spedendo san Bernardo, borgognone, fondatore de’ Cistercensi ed anima della società cristiana di quel tempo. Ne’ monasteri non voleva egli si cercasse un rifugio contro il mondo, bensì forza di combatterlo e guidarlo; l’operosità essere principio di salute, e perciò i monaci addestrava alle lettere e all’agricoltura. Dottissimo coi teologi, popolarissimo coi campagnuoli, vigilava sull’intera cristianità, maneggiava gl’interessi delle nazioni, pur sempre ribramando la sua devota solitudine, alla quale tornava appena avesse finito di riconciliare i re, di far riconoscere i papi, o di spingere tutta Europa contro l’Asia; e preparava libri che il fecero collocare allato ai santi padri, e fra gli ascetici prediletti alle anime contemplative. Quand’egli calò in Lombardia, accorreva la gente per udirlo, e il riceveano a ginocchi, e mettendo fuori argento, oro, arazzi, quanto aveano di meglio; e beato chi ottenesse un filo della sua tunica. Riuscì egli ad esaltare lo zelo, sicchè uomini e donne si vedeano in capelli raccorci e vesti dimesse, e sulle tavole acqua invece dei vini generosi; liberati prigionieri, emendati i costumi, e ciò che più era difficile, ristabilita dappertutto la pace. I Milanesi, meravigliati all’unione di tanto senno con tanta bontà, il voleano arcivescovo (1135); ma egli, per cui i gradi e le comparse erano una condanna, s’affrettò di tornare alle maschie voluttà della solitudine penitente, lasciando presso Milano il monastero di Chiaravalle, dal quale e dagli altri di Morimondo e di Cerreto i Cistercensi tolsero a sanare le pantanose pianure, introducendovi i prati irrigatorj, la fabbrica de’ formaggi e la coltivazione del riso.
Non avea fatto che partire Bernardo, e gli sdegni ribollirono; e Cremona e Pavia, dove l’eloquenza di lui poco aveva approdato, si ritorsero contro Milano. Il vescovo pavese guidò le milizie; e i Milanesi non solo lo sconfissero, ma lui stesso fecero prigioniero con molti de’ suoi, i quali rimandarono colle mani legate al tergo, e attaccato un fascetto di fieno acceso tra i fischi plebei. Tornarono i Pavesi alla riscossa, ma a Maconago furono rotti ancora. I Milanesi portarono pur guerra a Novara e Cremona, la quale oppose loro il castello di Pizzighettone sull’Adda. Violenze che partorivano violenze, e colle violenze doveano finire.
Quel che intitolavasi regno d’Italia era diviso tra molti feudatarj, quali il marchese di Monferrato tra gli Appennini, il Po e il Tànaro; il marchese del Vasto, che poi fu detto di Saluzzo, fra il Po e le alpi Marittime; ai quali due s’interponeva il contado d’Asti, e accanto quel di Biandrate che dominava il Canavese fra la Dora Riparia e la Baltea. Gl’imperatori, per assicurarsi il passo in Italia, aveano sottoposto a duchi tedeschi anche il pendio meridionale dell’Alpi; onde la Baviera stendeasi fin a Bolzano, cioè di qua dall’alpi Retiche che ci separano dai Tedeschi; i Guelfi e il ducato d’Alemagna fino a Bellinzona, di qua dalle Lepontine; quel di Svevia fino a Chiavenna, di qua dalle Retiche; le alpi Giulie erano a dominio del duca di Carintia, al quale furono recate la contea di Trento, e le marche di Verona, d’Aquileja, d’Istria, tenendo in rispetto la Lombardia da un lato, dall’altro gli Ungheresi. Ma i re tedeschi, intenti ad assicurare la prevalenza della gente germanica sopra la slava, vollero estenuare la Carintia, sicchè abbondarono di concessioni col Veronese, che poi da quella restò separato del tutto quando i patriarchi d’Aquileja ebbero la sovranità del Friúli, poi dell’intera Istria, succedendo alle famiglie ereditarie degli Eppenstein, Sponheim, Andechs. Allora Verona, tornata italiana, maturò pur essa i germi repubblicani, sotto un vescovo cui dava importanza il custodire gli sbocchi dell’Alpi e il passo del fiume, che coprono l’Italia dai Tedeschi.
Il marchese Obizzo Malaspina, oltre la Lunigiana, avea possessi nel confine di Cremona, e da Massa presso il Lucchese fino a Nazzano presso Pavia: tratto di settanta miglia[96]. La Casa savojarda di Morienna usciva dalle sue valli allobroghe per allargarsi sempre più di qua dall’Alpi, occupando i marchesati d’Ivrea e di Susa; e Ulrico Manfredi, al tempo d’Enrico I, possedeva dall’alpi Cozie fin alla riviera di Genova, e da Mondovì ad Asti: la qual città era signoreggiata da un suo fratello vescovo. Ma troppo spesso suddivisa per eredità, la casa di Savoja non accennava all’importanza che trasse più tardi dalla sua postura.
Nell’Appennino toscano avanzavano conti e marchesi e molti dominj immuni di nobili; ovvero monasteri, badie, beni vescovili isolati, sceveri dal movimento repubblicano. La potenza dei marchesi, poi della contessa Matilde, avea nell’Etruria frenato le fazioni, e assicurato il predominio papale, sicchè rado o non mai s’era veduto un vescovado diviso fra due competitori. I governi liberi vi tardarono dunque a svolgersi fin quando, disputandosi fra il papa e l’imperatore la successione a quella signoria, i popoli, incerti a chi obbedire, furono men soggetti ad entrambi i competitori, e nella negligenza di questi provvidero da sè al proprio ordinamento.
Roma offriva sempre gran mescolanza d’antichissimo e di novissimo, e dei tre elementi di popolo, di feudo, di sacerdozio. Prefetto, consoli, senato offrivano una costituzione repubblicana, i feudatarj e i castelli rappresentavano il diritto della spada, il papa la sovranità; e si urtavano e prevaleano a vicenda. Nel X secolo, tutto forza, sormontarono i feudatarj, oligarchia turbolenta, che quasi assorbì la ecclesiastica. Colla restaurazione degli Ottoni la nobiltà fu repressa e il papato rialzossi, appoggiandosi però allo straniero, che riservava a sè la moneta e la giustizia.
I pontefici, mentre aveano assodata l’autorità su tutto il mondo, pochissima ne godevano nella città di loro residenza. Per le ripetute donazioni imperiali dominavano l’antico ducato di Roma, l’Esarcato e la Pentapoli: ma erano cinti da robusti signori, quali il duca di Spoleto nell’Ombria meridionale, nel Piceno e in parte del Sannio; a mezzodì il marchesato di Guarnerio fra gli Appennini e l’Adriatico, da Pésaro ad Osimo; di qui alla Pescàra quel di Camerino e di Fermo; quel di Teate dalla Pescàra a Trivento: principi indipendenti non appena l’imperatore avesse vôlto le spalle all’Italia. Le città poi a levante del Lazio e a maestro della Toscana formavano altrettanti ducati sotto vescovi e signori. La stessa campagna romana era sparsa di signorotti, che da Palestrina, da Tùsculo, da Bracciano ne faceano infelice governo, impedivano la coltura de’ campi, e perfino nei sepolcri di Cecilia Metella e di Nerone, o nelle terme di Caracalla fortificandosi, teneano serva ai loro capricci l’antica capitale del mondo: fra le sue mura stesse, sovente una fazione dal Coliseo, un’altra dalla torre di Crescenzio, una terza dal Pincio venivano a provocarsi.
Urbs, cioè la città per eccellenza, chiamavasi Roma, e senato il suo consiglio comunale come ai tempi di Cesare e di Scipione. Dieci elettori di ciascuno dei tredici rioni della città, ogn’anno sceglievano cinquantasei senatori; è probabile fossero tutti nobili, e che alcuni formassero per turno il consiglio secreto del patrizio, rappresentante della repubblica. Geroo, prevosto di Reichersperg, nel 1100, scrive ad Enrico prete cardinale: — I senatori romani giudicano delle cause civili; le maggiori e universali spettano al pontefice o al suo vicario, ed all’imperatore o al vicario di lui prefetto della città; il quale la dignità propria rileva da entrambi, cioè dal papa a cui fa omaggio, e dall’imperatore da cui riceve le insegne della dignità, cioè la spada sguainata. E come coloro cui spetta guidar l’esercito sono investiti col vessillo, così per lungo uso il prefetto della città è investito colla spada, sguainata contro i malfattori. Il prefetto della città poi della spada usa legittimamente a sgomento de’ malvagi e conforto dei buoni, a onor del sacerdozio ed a servizio dell’Impero»[97].
I nomi pomposi mal mascheravano il decadimento, giacchè i palazzi si sfasciavano[98]; la liberazione di Roberto Guiscardo avea ridotto deserti i quartieri fra il Coliseo e il Laterano, che la mal’aria finì di spopolare; il suo territorio abbracciava angusto circuito, di là del quale Roma trovava nemici i Comuni di Albano e di Tusculo come ai tempi di Romolo, ed ogni primavera bisognava uscire a combatterli, e devastare la già povera campagna. Unica ricchezza della città erano il denaro e i forestieri che vi traeva la presenza del papa: ma mentre questo nella restante Italia era venerato come capo del partito nazionale e tutore della libertà, quivi era esoso come principe; spesso n’era cacciato dai signori che ricusavano stargli dipendenti; ma il popolo che, con vezzo non più disimparato, avea gridato Morte e Fuori, ben tosto ne sentiva bisogno e desiderio, e gridava Viva e Torna, con quegli schiamazzi plateali che stoltamente si giudicano pubblico voto.
Dividevano allora la città due fazioni, guidate l’una da Leone de’ Frangipani, l’altra da Pier di Leone; e con violenze e tranelli faticarono a dare un successore a Calisto II. I Frangipani portavano Lamberto vescovo d’Ostia (1124), che prevalse col nome di Onorio II: ma alla costui morte si rinnovano bucheramenti e tumulti a favore d’un figliuolo di Pier di Leone: e sebbene i migliori s’accordino ad eleggere Gregorio cardinal di Sant’Angelo (1130), che volle chiamarsi Innocenzo II, gli altri vi oppongono il loro creato col nome di Anacleto II[99], e ne nasce uno scisma scandaloso. Anacleto colle spoglie della basilica Vaticana compra fautori ed armi; Innocenzo, che non poteva se non tenersi nei palazzi muniti dei Frangipani, stabilisce andarsene, e dalle navi pisane portato in Francia, in Inghilterra, in Germania, ricevette omaggio e riverenza, giovato dall’eloquenza di San Bernardo. La cella di questo, al concilio di Pisa, vedeasi affollata di prelati, ansiosi di trattar seco degli affari del mondo e dell’anima.
Per assistere Innocenzo contro l’antipapa e per frenare le città emancipate, Lotario imperatore (1133) calò dall’Alpi, non accompagnato da verun cavaliere di Svevia nè di Franconia, ed avendo per portastendardo quel Corrado, che dianzi aveva accettato la corona d’Italia. Ma a Milano si vide chiuse le porte in faccia, essendosi Anacleto amicato quell’arcivescovo Anselmo, scomunicato da Onorio II, talchè non potè farsi coronare re d’Italia; a Roma Anacleto respinse il competitore, fortificandosi in Vaticano, mentre Innocenzo doveva munire il Laterano, ove coronò Lotario.
Messa allora in campo la controversia dell’eredità della contessa Matilde, fu conciliata con questo patto, che Innocenzo investisse Lotario vita sua durante, e dopo lui il duca di Baviera genero di esso imperatore, siccome di feudi della Chiesa, alla quale dovessero retribuire cento marchi d’argento l’anno, poi al morire dell’ultimo tornerebbero alla santa sede. Con quest’atto l’imperatore veniva a riconoscersi vassallo e tributario del pontefice[100].
La fazione d’Anacleto rialzò ben presto il capo, sicchè Innocenzo invocò Lotario, il quale, riconciliatosi colla casa di Hohenstaufen, tornò con maggiori forze: ma gli effetti furono poco meglio felici che la prima volta; perchè, se Milano il favorì, gli si avversarono Cremona, Parma, Piacenza, che egli dovette per forza ridurre ad obbedienza.
Restavano sempre avversi all’Impero nelle parti meridionali i Normanni, che avendo ormai sottratte tutte le città greche ai catapani, e occupata la nuova Longobardia, eccetto Benevento che rimaneva ai papi, e Napoli che di nome dipendeva dai Greci, viepiù sentivano il bisogno dei forti, l’indipendenza. Quantunque sostenitori del pontefice contro gli stranieri, poca mostravangli condiscendenza nell’interno loro dominio, nè si tenevano in dovere di ricevere legati papali in paesi che essi col proprio braccio aveano sottratti agl’Infedeli o ai Greci, e restituiti alla vera Chiesa. Urbano II erasi guadagnato Ruggero, nominandolo legato in Sicilia (1098), cosa mai più concessa a verun regnante, e donde derivò quel che chiamarono poi tribunale della monarchia di Sicilia, cioè che esso e i suoi discendenti godessero il titolo ed esercitassero i diritti di legati ereditarj e perpetui della santa sede, per ciò portando nelle solennità mitra, anello, sandali, dalmatica, pastorale[101]. Morto poi Guglielmo II duca di Puglia, anche il dominio di qua dal Faro restò a Ruggero (1127), che così possedeva tutto quel che fu poi regno di Napoli.
Onorio II vide lesa la sua superiorità nel fare un tanto acquisto senza sua adesione, ben conoscendo come il gran conte dominando la Sicilia, la Puglia, la Calabria, avrebbe dettalo la legge a Roma. E perchè quegli assalì Benevento, città pontifizia, Onorio lo scomunicò, e mosse contro di esso in armi, dando perfino indulgenza plenaria a chi perisse in quella guerra. I principali conti assecondarono il pontefice; ma Ruggero, venuto di Sicilia con buon esercito, prese le città primarie; e il papa, che vedeva ogni giorno diminuirsi le sue truppe, s’accontentò d’investirlo della Puglia e Calabria. Non andò troppo sottigliando sui diritti l’antipapa Anacleto, e bisognoso di fautori, a Ruggero consentì il titolo di re di Sicilia, l’investitura della Puglia, Calabria, Salerno, e la supremazia sul ducato di Napoli e il principato di Capua; in Palermo fu celebrata la pomposa coronazione, e restò costituito il regno delle Due Sicilie, terminando le antiche repubbliche nel mezzodì, quando nel settentrione d’Italia sbocciavano le nuove.
I baroni e conti, fin allora tutti pari di potenza, mal soffersero di vedersi imposto un superiore; e Roberto dovette star sempre coll’armi in pugno, e con ferro, fuoco, prigioni soffogando le rinascenti rivolte, cagionò guasti non minori di quelli de’ Musulmani. Anche Amalfi fu costretta demolire le fortificazioni e a lui sottoporsi. Roberto principe di Capua, primo tra i baroni normanni e che intitolavasi per la grazia di Dio, vedendosi rapita l’indipendenza, si unì coi signori che voleano difenderla e collo straticò di Napoli. Soccombuto, andò invocare soccorsi dai Pisani, ma Ruggero colla flotta di Sicilia e della soggiogata Amalfi assalì Napoli, il cui straticò seppe resistere all’armi e alla fame.
Tanta possa di Ruggero ingelosiva e gl’imperatori d’Oriente, già altre volte minacciati dai Normanni; e Lotario, a cui esclamavano i tanti oppressi da Ruggero; e più Innocenzo, che vedea sempre peggio rimossa la speranza di ricuperare la sua sede. Lotario, spinto dalle preghiere di Roberto di Capua, ed esortato da san Bernardo a toglier via lo scisma (1137), mosse contro Ruggero, allargò Napoli, rimise Roberto in Capua, sicchè Ruggero, perdute tutte le terre di qua del Faro, dovette ricoverare in Sicilia. I Pisani, vedendo il bel destro di vendicarsi dell’antica emula, con ben cento navi assalirono Amalfi, e costrettala a cedere, vi esercitarono fieramente i diritti della vittoria. Da quel punto (1157) Amalfi più non contò, sebbene le forme repubblicane conservasse internamente fin quando nel 1350 i re di Napoli le abolirono. I suoi banchi in Levante restarono deserti, od occupati da più felici successori; a’ suoi porti non concorsero più se non i devoti a visitare il corpo di sant’Andrea, che il cardinale Capuano rapì alla chiesa di Costantinopoli nel 1207, e che stillava manna. Chi oggi, andando a interrogare i tanti problemi della storia nazionale, visita la patria di Flavio Gioja e di Masaniello sulla deliziosa riva dove il mare frange tra Napoli e Salerno, sentesi stringere il cuore ai pochi e luridi abituri sopravanzati colà dove sorgeva l’antica legislatrice del Mediterraneo; e sedendo pensoso su qualche barca pescareccia nel porto a cui affluivano le ricchezze d’Oriente, invece dell’operoso tumulto di ottantamila abitanti, non vede che l’abbandonata negligenza di pochi pescatori, non ode che il gemito de’ limosinanti.
Era quello il momento di mettere al nulla il dominio de’ Normanni se, al solito, non fossero entrate contestazioni tra i federati. Alla presa di Salerno i Pisani recaronsi a dispetto che l’imperatore segnasse la capitolazione senza loro intervento: poi il papa pretendeva quella città appartenesse a lui, e volendo sminuzzare il dominio coll’eleggere un nuovo duca di Puglia, disputavasi a chi toccasse dargli l’investitura; alfine conchiusero gliela conferirebbero e il papa e l’imperatore, tenendo entrambi il gonfalone. Altre controversie nacquero per Montecassino: ma pure rappattumati, Innocenzo e Lotario ripresero la via di Roma, ove il papa coll’armi imperiali potè rientrare. Lotario, devastata l’Italia nell’andata e nel ritorno, se ne partiva con poca gloria e meno frutto, allorchè morì (5 xbre) vicin di Trento: uom prode e d’onore, amico del retto, ma non robusto quanto ai tempi occorreva.
Ruggero, che aveva aspettato il consueto scomporsi dell’esercito imperiale, tornò bentosto, riprese la città senza dare ascolto a san Bernardo, venuto consigliatore di pace: anzi pretese erigersi arbitro fra Innocenzo e l’antipapa Anacleto; e morto questo, ne nominò un altro (1138) in Vittore IV. Però Bernardo tanto fece, che menò l’antipapa a’ piedi d’Innocenzo, al quale pure si sottomisero i dissidenti. Ed egli raccolse in Laterano l’XI concilio ecumenico (1139) con duemila prelati, ai quali disse: — Voi sapete che Roma è capitale del mondo; che le dignità ecclesiastiche si ricevono per concessione del sommo pontefice, siccome feudo; nè senza di ciò possono legittimamente possedersi».
Ivi scomunicò Ruggero, poi in persona mosse con buone armi, disposto a guerreggiarlo se non accettasse le proposizioni di pace. Rejette queste, attaccò il pertinace, ma incontrò sfortuna eguale al suo predecessore Leone IX, e come lui ne trasse profitto: perocchè, caduto prigione con molti cardinali, vide il suo vincitore gittarsegli a’ piedi e domandargli perdono dell’averlo vinto; laonde egli conchiuse pace con Ruggero, rinnovandogli l’investitura già avuta dall’antipapa, purchè prestasse alla romana Chiesa l’omaggio e seicento schifati d’oro ogn’anno[102]. Nel titolo restava eccettuato Salerno, sul cui principato i papi ebbero sempre pretensioni; ma erano comprese Capua, tolta al perseverante Roberto, e Napoli colle sue dipendenze, la quale, avendo perduto in battaglia il duca, accettò di sottomettersi al nuovo re.
Di qui restò confermato l’alto dominio della santa sede, già da essa acquistato mezzo secolo prima, sopra il Reame. Ruggero da nuove vittorie, da bandi e confische cercò una legittimazione, che al secolo nostro garba meglio che non la benedizione papale.
A re Lotario in Germania parea dovesse succedere il guelfo Enrico, ma prevalse Corrado di Franconia, che, abdicata la corona italica, poco dopo andò crociato (1147) con settantamila cavalieri e innumerevoli fanti, pochi de’ quali dopo orribili patimenti lo accompagnarono al ritorno. Nella sua lunga assenza, i Comuni presero incremento in Italia; e sotto diverse sembianze ma in ogni parte appariva la libertà, e manifestavasi nel cozzarsi di Venezia con Ravenna, di Pisa e Firenze con Lucca, di Vicenza con Treviso, di Fano con Pésaro, Fossombrone, Sinigaglia, di Verona con Padova perchè avea stornato il letto dell’Adige; di Modena con Bologna perchè a questa erasi data la badia di Nonantola; di Cremona e Pavia con Milano, che già non paga della libertà, voleva anche dominio sulle città del contorno. Mal sostenuti dal potere imperiale, i baroni soccombevano agli sforzi de’ Comuni, che venivano estendendo l’eguaglianza popolare; sicchè questa prevalse anche in Toscana. Firenze, Siena, Pistoja, Arezzo primeggiavano sui Comuni e sui dinasti limitrofi; e, secondo una lettera di Pietro abate di Cluny a re Ruggero, «miserabile era l’aspetto della Toscana, confondendosi le cose umane e le divine; città, castelli, borgate, ville, strade pubbliche, fin le chiese erano esposte a omicidj, sacrilegi, rapine; pellegrini, cherici, monaci, abati, preti, vescovi, patriarchi v’erano presi, spogliati, battuti, uccisi»[103]. I principi normanni reprimevano a mezzodì il movimento repubblicano; ma non che favorissero gl’imperatori, stavano in sospetto delle antiche pretensioni che potessero addurre contro il recente loro dominio.
In ogni parte la podestà imperiale era dunque in calo: nè prosperava la pontifizia, alla quale nuovo genere di sfide recò Arnaldo da Brescia. Educatosi in Francia alla scuola di Abelardo, libero pensatore, più rinomato per gli amori e le sventure sue che per l’ardimento del suo eclettismo, Arnaldo fu prima guerriero, poi monaco, e cominciò a propagare in Italia le dubitanti e negative idee del suo maestro, e censurare la depravazione del clero. Bel parlatore, e ascoltato avidamente com’è sempre chi esercita la maldicenza, prese a battere la potenza ecclesiastica; repugnare al buon diritto che il clero possedesse beni, e regalie i vescovi, mentre avrebbero dovuto vivere all’apostolica di decime e di oblazioni, restituendo i possessi al principe cui appartenevano[104]; e in ciò metteva convinzione ed entusiasmo maggiore che non que’ novatori, i quali più tardi sull’orme sue vennero a scassinare col ragionamento il regime cristiano dello Stato e della Chiesa. Paragonava egli i Governi d’allora colle antiche repubbliche, sogno o delirio perpetuo degl’Italiani, che allora veniva infervorato dai rinnovati studj classici de’ giureconsulti. Volentieri lo ascoltavano i laici, che tenendo feudalmente privilegi dai vescovi, bramavano rendersene indipendenti; e i Politici, come si chiamavano i suoi fazionieri, crescendo più sempre di numero, scotevansi risolutamente dall’obbedienza del papa.
Era questo venuto in ira anche ai popolani perchè, essendosi rivoltati i cittadini di Tivoli e avendo sconfitto in malo modo i Romani, esso gli assalì da vero, e coll’assedio li costrinse a capitolare, ma non sterminò le vite e le mura loro. Imprecando dunque a tale benignità col solito titolo di tradimento, i Romani traggono tumultuosi al Campidoglio (1141), e come pegno della rinnovata repubblica rintegrano il senato di cinquantasei membri, e in nome di questo e del popolo romano intimano guerra ai vicini. Innocenzo morì prima di poterli domare (1143); e Celestino II, succedutogli per pochi mesi, tolse a perseguitare Arnaldo, benchè già amico suo, e che, mal sorretto dalla volubile aura vulgare, fuggì a Zurigo, prevenendo Zuinglio nel predicare contro la Chiesa, poi in Francia, in Germania, inseguito dappertutto dall’occhio e dalla voce di san Bernardo.
Le famiglie primarie dei Pierleoni e dei Frangipani, fin allora nemiche, si mettono d’accordo per umiliare la fazione democratica e svellere l’ordine repubblicano: ma i popolani, guidati dalla nobiltà inferiore, invocano l’immediata sovranità dell’imperatore, qual soleva ai tempi di Roma antica. Lucio II papa (1144), che in processione armata marciava al Campidoglio per isnidare i nuovi magistrati, è respinto a sassi, così che ne muore. Imbaldanzì la fazione avversa, e a fatica si potè nominare Eugenio III discepolo di san Bernardo (1145), il quale, per non dovere a forza riconoscere il senato, fuggì di Roma. Arnaldo soldò duemila Svizzeri, e questa forza mercenaria condusse a raffermare la magistratura repubblicana del Campidoglio. Proponevasi egli istituire un ordine equestre, medio tra il popolo ed il senato, ristabilire i consoli e i tribuni, insomma con una pedantesca e intempestiva restaurazione del passato ingrandire l’autorità imperiale, mentre il papa restringeva ai soli giudizj ecclesiastici.
Il vulgo è facile a credere che cogli antichi nomi ritornino le antiche grandezze; e coll’entusiasmo dell’applauso accoppiando al solito l’entusiasmo del furore, abbatte le torri e i palazzi dei nobili avversi e de’ cardinali, non senza ferirne alcuni, abolisce la dignità di prefetto di Roma per nominare patrizio Giordano, fratello d’Anacleto antipapa, ed obbliga tutti a prestargli giuramento. Eugenio, tentata invano la riconciliazione, scomunicò costui; poi, unite le sue forze con quelle di Tivoli, costrinse a tornare all’obbedienza, e fu accolto con tante feste, con quante n’era stato escluso[105]. Breve trionfo: e ben tosto costretto uscirne di nuovo, passò in Francia a sollecitar la crociata; mentre i repubblicani chiamavano Corrado III, vantando non avere operato ad altro fine che per restituire l’Impero nella grandezza che aveva sotto Costantino e Giustiniano, e perchè egli ricuperasse tutti gli onori che gli competevano e gli erano stati usurpati; avere perciò demolito le fortezze dei prepotenti; venisse in persona a compier l’opera, collocare sua sede in Roma, e abbattere i Normanni fautori del papa[106].
L’imperatore, mal fidandosi a quel popolo leggero, provvide di truppe il pontefice; che con queste e con altre di Francia piantossi a Tusculo, e da quei terrieri e dai Normanni sostenuto, potè rinnovare i patti col popolo, lasciandogli il senato, ma nominando egli stesso un prefetto, giusta la prisca consuetudine. Però se il popolo voleva conformare lo statuto ai concetti di Arnaldo e della storia, senza sgomentarsi delle idee classiche sopra l’illimitata autorità del principe, l’alta nobiltà desiderava mantenere la condizione feudale, impedendo e ai papi di dominare e al popolo di emanciparsi. Continuò la repubblica sotto Anastasio IV; ma Adriano IV inglese (1153-54), avendo la plebe assassinato il cardinale di Santa Pudenziana, diede lo straordinario esempio di interdire la capitale del cristianesimo finchè Arnaldo non fosse espulso. Il popolo sgomentato, massime che s’avvicinava la pasqua, cacciò Arnaldo, che rifuggì presso un conte di Campania.
Anche Ruggero, che teneva carezzati i pontefici sol in quanto gli giovavano, poco avea tardato a venire in nuova rotta con essi, ne devastò le terre, guerreggiò e depredò Montecassino. Guerra più gloriosa recò ai Barbareschi d’Africa, assalendo Tripoli nido di corsari, Bona, Tunisi, e menandone schiave le donne in Sicilia. Gl’imperatori d’Oriente non cessavano di credere usurpati a sè i possessi de’ Normanni, e li molestavano; onde Ruggero mandò un’armata verso l’Epiro, prese Corfù, Cefalonia, Corinto, Negroponte, Atene, asportandone immense ricchezze e persone da ripopolarne la Sicilia, ma specialmente operaj di seta. L’imperatore bisantino, cognato di Corrado III, sollecitava questo a venire in Italia e rintuzzare il baldanzoso Normanno; intanto egli medesimo faceva grosse armi, e col soccorso de’ Veneziani assalse Corfù; ma Ruggero ardì spingersi a Costantinopoli, gettando razzi incendiarj contro il palazzo imperiale. Pure Corfù gli venne tolta, e la sua flotta battuta dalla veneta e genovese.
Corrado accingevasi a calare in Italia per la corona, e insieme per guerreggiare Ruggero (1152), quando morì a Bamberga, si volle dire avvelenato da medici della famosa scuola di Salerno, ch’erano rifuggiti a lui fingendo paura di Ruggero.