CAPITOLO LXXXIX. Frati. Eresie. Patarini. Inquisizione.

All’autorità pontifizia davano grande appoggio i frati. Benedettini, Agostiniani, Basiliani continuavano a pregare, studiare, cantare, conservar libri e monumenti; gli austeri Certosini, i mistici Carmelitani, i caritatevoli Trinitarj o del Riscatto (istituiti da san Giovanni di Matha gentiluomo nizzardo), ed altri monaci fondati in quei tempi, si estesero in Italia; e massime gli operosi Cistercensi, qui portati da san Bernardo, oltre l’opere dello spirito, grandemente giovarono a ridurre a fertilità stagni e valli, principalmente nel Milanese e nel Lodigiano[272].

Alcuni Milanesi, trasportati prigionieri in Germania nelle guerre coll’Impero, disingannati del mondo, fecero voto, se ricuperassero la patria, di dedicarsi a speciale devozione di Maria. Resi alla terra natale, istituirono l’Ordine degli Umiliati (1200), vivendo ciascuno nella propria casa, ma solinghi e in opere sante, avvolti in sajone cinericcio. Crebbero, e, compra una casa, vi si congregavano la festa a salmeggiare e ad opere di pietà; e sull’esempio de’ mariti, anche le donne si ritrassero in devozione e lavori. Avuta da san Bernardo una regola, gli Umiliati si separarono dalle mogli, ed oltre gli uffizj spirituali, procacciavano nel lanifizio e nella mercatura; indi il beato Giovanni da Meda, che li piantò a Como, perfezionò l’istituto, promovendo alcuni alla dignità sacerdotale, e mettendo a ciascuna casa un preposto. Così si estesero, e col traffico e col lavorio dei pannilani arricchirono l’Ordine e il paese. Alla quale società, che, a parte la devozione, potrebbe servir di modello a quelle che propongono e non sanno effettuare gli odierni Socialisti, aggiungiamo quelle che un buon romito di Parma raccolse per fabbricare un ponte sul Taro e custodirlo.

Silvestro da Osimo, al veder morto un uomo bellissimo, si ricoverò tutto a vita di spirito, e nel monastero di Monte Fano della Marca fondò nel 1231 i Silvestrini, presto propagatisi. L’anno seguente, sette signori fiorentini, membri d’una confraternita di Maria Vergine, ebbero in visione il comando di rinunziare al mondo; sicchè, distribuito ogni aver loro ai poveri, coperti di sacco e di cenere, e vivendo d’accatto, presero il nome di Servi di Maria, ed apersero il primo convento sul monte Senario appo Firenze.

I frati, oltre portare nella comunione dei Fedeli tanta messe di preghiere, adempivano molti uffizj, oggi attribuiti all’autorità amministrativa, e principalmente a curar malati, assistere pellegrini, assicurare strade. A Sant’Egidio di Moncalieri il ponte e l’ospedale erano affidati a’ Templari; ai Vallombrosani il tragitto sulla Stura presso Torino; ad altri i passi del grande e del piccolo Sanbernardo; quelli di Sant’Antonio curavano i malati di fuoco sacro, quelli di San Lazzaro i lebbrosi, i Trinitarj d’ogni aver loro faceano tre parti, una pel proprio mantenimento, una pei poveri e infermi, una pel riscatto de’ Cristiani presi da Saracini. Le repubbliche poi se ne valeano a servigi gelosi; ambascerie, custodire denari, riscuotere dazj, metter paci: il Comune di Mantova lasciava alla loro guardia il libro dei decreti[273].

In tanti rami già erasi variato il vivere monastico, che Innocenzo III decretò non se ne introducessero altri: eppure sotto di lui nacquero due Ordini che eclissarono i precedenti, i frati Minori e i frati Predicatori.

Alla moglie di Pier Bernardone, agiato negoziante d’Assisi, un angelo comandò andasse a partorire sulle paglie d’una stalla (1182). Ivi nacque Giovanni, il quale, condotto in Francia da suo padre, s’addestrò sì bene nella lingua di là, che ne trasse il soprannome di Francesco. Balioso, vivace, gajo compagnone, buon poeta fino ai venticinque anni, allora consente alla chiamata di Dio, e va e vende le sue merci a Foligno, porta i denari a un prete, e perchè questo ricusa riceverli, li getta dalla finestra. Il padre, che da buon massajo computava la bontà coll’abachino, lo crede scemo della mente, e trattolo al vescovo, lo fa interdire. Giubilante, Francesco si spoglia nudo nato, se non che il vescovo gli getta addosso il proprio mantello; e rinunziato alla famiglia, fa adottarsi da un pitocco, veste cenci, e comincia ad esalare in prediche l’esuberanza interna della carità, per la quale si lusinga di conquistare il mondo colla predicazione popolare.

A Bernardo cittadino d’Assisi, suo primo discepolo, che gli chiedeva se abbandonare il mondo, rispose: — Chiedilo a Dio». Aperto il vangelo a caso, vi legge: Se vuoi esser perfetto, vendi quanto hai, e dallo ai poveri; lo riapre, e trova: Non portate in viaggio oro nè argento nè bisaccia nè tunica o sandali o bastone. — Questo io cerco, questo desidero di cuore, quest’è la regola mia», esclama Francesco, e gitta quanto gli restava, eccetto una tunica col cappuccio e una corda a cintura. Così nel mondo inebbriato di ricchezze e piaceri, esce predicando la povertà; nel mondo dell’ira, delle superbie, delle guerre, d’Ezelino e di Federico II, va a bandir l’amore; e attiratisi undici compagni, si sottomette con loro a rigide penitenze e a povertà così assoluta, da non considerare suo nè l’abito tampoco o i libri. Dai Benedettini impetrò una cappelletta nel piano d’Assisi, che fu detta la Porziuncula, e rifabbricatala (1208), vi pose i fondamenti del suo Ordine, che per umiltà intitolò dei Frati Minori, eleggendo di stare fra poveri, malati, lebbrosi, lavorar per vivere, e mendicare.

Rinnegata affatto la propria volontà, Francesco diceva: — Beato il servo il quale non si tien migliore quand’è dagli uomini esaltato che quand’è preso a vile; perchè l’uomo è quel ch’egli è avanti a Dio, e nulla più». All’amor suo non bastando abbracciare tutti gli uomini, lo estende ad ogni creatura; e va per le foreste cantando, e invitando gli uccelli, che chiama fratelli suoi, perchè celebrino seco il Creatore; prega le rondini sue sorelle a cessare il pigolìo mentre predica; e sorelle son le mosche, e sorella la cenere[274]. Una cicala canta? gli è stimolo a lodare Iddio; alle formiche rimprovera di mostrarsi troppo sollecite dell’avvenire; storna dal cammino il verme che può esservi calpestato; porta miele alle api nell’inverno; salva le lepri e le tortore inseguite; vende il mantello per riscattare una pecora dal macellajo; il giorno di Natale voleva si porgesse miglior nutrimento all’asino e al bue; anche biade, vigne, sassi, selve, quanto han di bello i campi e gli elementi, per lui sono eccitamenti ad amar Dio; nell’orticello d’ogni convento da’ suoi dovea riservarsi un quadro a’ più bei fiori, per lodarne il Signore[275].

La piena di questo affetto espandea Francesco in poesie, originali come lui stesso, ove niuna reminiscenza d’antichità, ma viva effusione di cuore, impeti d’amore infinito[276]: fu dei primi ad usar nelle laudi la lingua volgare; e frà Pacifico, suo allievo, meritò la laurea poetica da Federico II.

Vedendo moltiplicati i Minori, Francesco pensò dettarne la regola; e stando sopra tale pensiero, ecco la notte gli pare aver raccolto tre bricciole di pane, e doverle distribuire a una turba di frati famelici. E temeva non gli andassero perdute fra le mani, quando una voce gli gridò: — «Fanne un’ostia, e danne a chiunque vuole cibo». Fece, e chi non ricevea devotamente quella particella, coprivasi di lebbra. Narrò Francesco la visione ai fratelli senza intenderne il senso; ma il giorno dappoi, mentre pregava, una voce dal cielo gli disse: «Francesco, le bricciole di pane sono le parole del vangelo, l’ostia è la regola, lebbra l’iniquità».

Ritiratosi dunque con due compagni s’un monte, digiunando a pane e acqua, fe scrivere la sua regola secondo il divino spirito gli dettava entro. Essa comincia: — La regola de’ Frati Minori è d’osservare il vangelo, vivendo in obbedienza senza nulla di proprio e in castità». Chi v’entrasse dovea vendere ogni aver suo a profitto de’ poveri, e subire un anno di prove rigorose prima di proferire i voti. Tutti essendo frati minori, gareggiavano d’umiltà, e lavavansi i piedi un all’altro: i superiori chiamavansi servi: chi sa un mestiere, può esercitarlo per guadagnare il vitto; chi no, vada alla busca, ma non di denaro. Neppur l’Ordine può possedere altro che il puro necessario. Prendano in ispecial cura gli esuli, i mendicanti, i lebbrosi. Chi stando ammalato s’impazienta o sollecita medicine, è indegno del titolo di frate, perchè mostra maggior cura del corpo che dell’anima. Non vedano femmine, e a queste predichino sempre la penitenza: che se alcuno pecca in esse, venga tosto cacciato. In viaggio rechino l’abito e null’altro, nè tampoco il bastone; e se diano nei ladri, si lascino spogliare. Non predichi chi non vi sia autorizzato; e prometta insegnar la dottrina della Chiesa senza formole di scienza profana, senza cercare suffragi. Un generale, eletto da tutti i membri, risiede a Roma, assistito da un consiglio, e da esso dipendono i provinciali e i priori. Ai capitoli generali prendono parte i capi di ciascuna provincia, i priori e i deputati dei monaci di ciascun convento. Ogni comunità tiene capitolo una volta l’anno: i superiori d’Italia si congregano ogn’anno, e ogni tre quelli di là dall’alpe e dal mare.

Francesco si presentò al papa chiedendo la conferma del suo Ordine, cioè il diritto di predicare, mendicare e non posseder nulla. Innocenzo III fu d’avviso che l’assunto trascendesse le forze d’uomini: quand’ecco in visione parvegli la chiesa di San Giovanni Laterano barcollare, minacciando rovina; e sorreggerla due uomini, un italiano ed uno spagnuolo, Francesco d’Assisi e Domenico Gusman. Pertanto approvò l’Ordine solennemente nel IV concilio di Laterano (1215).

Chiara, nobil donna d’Assisi, tocca all’esempio ed ai sermoni di Francesco, abbandona il mondo (1212) e istituisce le povere donne Clarisse, colla regola stessa. Non sapea Francesco risolvere qual fosse meglio, la preghiera o la predicazione; e Chiara e frà Silvestro il persuadono a quest’ultima, ond’egli compare a Roma ballonzando per gioja, e chiede al papa licenza d’andare apostolando in traccia di conversioni e del martirio. E va per la Spagna, la Barberia, l’Egitto; crociata incruenta, ove grido di guerra era La pace sia con voi. In Africa arrivò mentre i Crociati osteggiavano Damiata (1219); e presentatosi a Melik el-Kamel (Meledino), gli espose il vangelo, sfidò i dottori di quella legge, s’offerse di saltare in un rogo divampante per dimostrare la verità della sua dottrina. Melik l’ascoltò, e rimandollo senza nè la conversione nè il martirio.

A’ suoi che inviava a predicare, Francesco diceva: — In nome del Signore camminate due a due con umiltà e modestia; in particolare con esattissimo silenzio dal mattino fino a terza, pregando Dio nel vostro cuore. Fra voi non parole oziose e inutili: ed anche per via comportatevi umili e modesti, come foste in un romitaggio o nella vostra cella; imperciocchè, in qualunque parte siamo, è sempre con noi la nostra cella, che è il corpo nostro fratello, essendo l’anima nostra il romito che dimora in questa cella, per pregare e pensare a Dio. Perciò, se l’anima non istà in riposo in questa cella, la cella esteriore nulla serve ai religiosi. Sia tale la vostra condotta in mezzo alla gente, che qualunque vi vedrà o ascolterà, lodi il celeste Padre. Annunziate la pace a tutti; ma abbiatela nel cuore come nella bocca, anzi più. Non porgete occasione di collera o di scandalo, ma colla vostra mansuetudine fate che ognuno inclini alla bontà, alla pace, alla concordia. Noi siamo chiamati per guarire i feriti e richiamare gli erranti; molti vi sembreranno figli del diavolo, che saranno un giorno discepoli di Gesù».

Questi frati erano membri d’una repubblica che avea per sede il mondo, per cittadino chiunque ne adottava le rigide virtù: e scalzi, col vestire dei poveri d’allora, coll’idioma dei vulghi, diffondeansi per tutto, al popolo parlando come esso vuol gli si parli, con forza, con drammatica, e fino con vulgarità, destando al pianto e al riso col ridere e piangere essi stessi, affrontando e provocando i tormenti come le beffe. Egli medesimo, il santo fondatore, se mai talvolta rompesse il digiuno, volea lo strascinassero per le vie, battendolo e gridandogli dietro: — Ve’ ve’ il ghiottone che s’impingua di carne di polli senza che voi lo sappiate». A Natale predicava in una vera stalla, ove il presepio e il fieno e l’asino e il bue; e nel pronunziare Betlemme, belava come un pecorino; e nel nominare Gesù, leccavasi le labbra, quasi ne sentisse dolcezza. Poi alla sera di sua vita portava le stigmate delle piaghe di Cristo impresse sul proprio corpo.

L’uomo stesso gittava il balsamo della sua parola sopra gli spiriti inveleniti. Udito stare in cagnesco i magistrati e il vescovo d’Assisi, mandò i suoi fratelli a cantare al vescovado il suo cantico del Sole, al quale aggiunse allora le parole: Lodato sia il Signore in quelli che perdonano per amor suo, e sopportano patimenti e tribolazioni. Beati quelli che perseverano nella pace, perchè saranno coronati dall’Altissimo». Tanto bastò per mitigare gli sdegni. — Il dì dell’Assunta del 1220 (scrive Tommaso arcidiacono di Spalatro), stando io agli studj a Bologna, vidi Francesco predicare sulla piazza davanti al pubblico palazzo, dove tutta quasi la città era raccolta. E fu esordio al suo predicare Angeli, uomini e demonj; e di questi spiriti tanto bene propose, che a molti letterati ivi presenti recò non poca meraviglia un parlare sì giusto di persona idiota. E tutto il contesto del suo ragionare tendeva ad estinguere le nimicizie, e far accordi di pace. Sordido d’abiti, spregevole d’aspetto, di faccia abjetta, pure Iddio aggiunse tanta efficacia alle parole di lui, che molte tribù di nobili, fra cui inumana rabbia d’inveterate nimicizie aveva infuriato con molta effusione di sangue, vennero ridotte a consiglio di pace»[277].

Così il padre serafico seguì fino ai quarantaquattro anni, allorchè morì. Per la sua Porziuncola invocò dal cielo e dal pontefice un’indulgenza, a lucrar la quale non fosse mestieri di veruna offerta. E quando ogni 2 d’agosto essa è proclamata nell’ora solenne dell’apparizione di Maria, una folla sterminata accorre da quei fortunati contorni ad implorare l’effusione della grazia gratuita. E noi, che non sappiamo pellegrinare soltanto alla zazzera di Voltaire e all’isoletta di Rousseau, cercammo commossi le colline e i laghi attorno a quella deliziosa vallata, piena di tante benevole memorie; e nel maestoso tempio di Maria degli Angeli, eretto sopra quell’umile cella, monumento alla povertà fra i tanti consacrati alla forza e al fasto, meditammo compunti quanta santità ne uscisse, quanta potenza.

Alla povertà stettero fedeli i suoi: al papa, che la esortava ad assicurare la sussistenza del suo Ordine coll’acquistare beni sodi, e offriva assolverla dal voto, santa Chiara rispose: — Non domando altra assoluzione che de’ miei peccati»: sant’Antonio i doni offertigli da Ezelino rifiutò costantemente, dicendo non volere dei frutti del peccato: frà Egidio, per vivere in Roma, andava a far legna e venderla: gli altri campavano accattando, e dappertutto erano accolti a suon di campane e rami d’ulivi. E perchè mai gli Ordini mendicanti esercitarono maggior potenza degli altri sul popolo? perchè con esso divideano il pane quotidiano; perchè il popolo rispetta un’indipendenza acquistata con sacrifizj volontari.

Affine di più addentro insinuarsi nella società, oltre i professi e i frati laici, v’ebbe un terz’ordine, cui poteva aggregarsi qualunque secolare per via di certe devote pratiche volesse partecipare ai tesori delle preghiere senza abbandonare il mondo, senza cessare d’essere moglie, padre, vescovo, cavaliere, pontefice. Quattro le condizioni: restituire ogni mal tolto, riconciliarsi col prossimo, osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa, le donne abbiano il consenso del marito; e perchè non vi fosse altro legame che il libero volere, si ammonivano gli adepti che l’osservanza della regola non obbligava sotto pena di peccato mortale. Sbandito il lusso e la cupidigia del guadagno, non teatri, non festini; a prevenire i litigi, ciascuno abbia preparato il suo testamento; le differenze fra loro si compongano, se no volgansi ai giudici naturali, non a fòri privilegiati; non diano mai giuramenti, che rendano ligi ad un uomo o ad una fazione; non portino armi che per difendere la Chiesa, la fede, la patria[278]. Oh, Francesco mostrava ben conoscere come le riforme devono cominciare dalla vita domestica, dalla famiglia.

Contemporaneamente Domenico Gusman, illustre castigliano, assetato di dolori e d’amore, introdusse il nuovo ordine de’ Predicatori (1216), destinato alla scienza divina e all’apostolato. Qui pure tutte le cariche erano elettive, obbligo la povertà: e al santo istitutore in Bologna, ove morì (1221), fu posta un’urna fregiata nel più bel modo che sapessero frà Guglielmo, Nicola di Pisa, Nicola di Bari, Alfonso Lombardi; indi un tempio magnificentissimo.

Appena quattro anni dopo l’approvazione, Francesco radunò il primo capitolo detto delle stuoje perchè fu in campo aperto sotto trabacche, ov’erano cinquemila frati della sola Italia, e da cinquecento novizj si presentarono: poi crebbero tanto, che, malgrado mezza Europa perduta per la Riforma, dicono alla rivoluzione francese sommassero a cenquindici mila, in settemila conventi, suddivisi fra molte regole e riforme. Anche i Domenicani si diffusero rapidamente; a Siena nel 1219 si posero nello spedale della Maddalena, finchè nel 27 i Malavolti li regalarono d’un terreno per fabbricare quel sontuoso convento; a Milano nello spedale de’ pellegrini a San Barnaba il 1218; e presto ebber fabbricate le chiese di Santa Maria Novella in Firenze, di Santa Maria sopra Minerva in Roma, di San Giovanni e Paolo in Venezia, di San Nicolò in Treviso, di San Domenico a Napoli, a Prato, a Pistoja, di Santa Caterina a Pisa, delle Grazie a Milano, ed altre, segnalate per ricca semplicità, e per lo più architettate da frati.

Fin dal principio i due Ordini destarono meraviglia e simpatia nei migliori[279], e in folla attrassero pii ed illustri proseliti. A Domenico s’unisce Nicola Pulla di Giovenazzo appena uditolo a Bologna, e l’accompagna e seconda sempre, finchè, operati gran frutti di santità, muore a Perugia: a lui Renoldo da Sant’Egidio, professore di scienza canonica a Parigi; il medico Rolando di Cremona, che da capo della scuola bolognese passa a professare la teologia nella parigina; il Moneta, famoso maestro d’arti; frà Ristoro e frà Sisto, architetti de’ migliori; frà Cavalca, frà Jacopo Passavanti, frà Giordano da Pisa, dei primi prosatori italiani; i sommi pittori frà Angelico e frà Bartolomeo; indi Vincenzo da Beauvais l’enciclopedista; i cardinali Ugo Saint-Cher ed Enrico da Susa, autori d’una Concordanza della Bibbia e di una Somma aurata; e Tommaso d’Aquino, il maggior filosofo del medio evo.

Con Francesco si arruolano Pacifico poeta laureato, Egidio portento di semplice sapienza, Giovanni da Pinna nel Fermano, Giovanni da Cortona, Benvenuto d’Ancona poi vescovo d’Osimo, altri ed altri: più tardi ne cinsero il cordone il gran teologo Scoto, il gran mistico san Bonaventura, Ruggero Bacone ravvivatore delle scienze sperimentali. Mogli e figlie di re vestono quell’abito; Margherita, scandalo di Cortona, diviene specchio di penitenza; Rosa da Viterbo, in diciassette anni appena di vita, merita le persecuzioni di Federico II e l’ammirazione del popolo, il quale diceva che la pietra da cui essa gli predicava si alzasse da terra, e che il cadavere della beata si conservasse incorrotto fin da un incendio.

Que’ frati andavano a diffondere la pace, e spandere la rugiada della Grazia sovra le moltitudini, avendo per unica rettorica una fede inconcussa e universale, e lo accettare tuttociò che servisse all’edificazione. Le prediche morali e dogmatiche d’alcuni di essi conservateci, evidentemente non sono che tessere d’aridezza scolastica; nè può render ragione della portentosa loro efficacia chi non le immagini rivestite d’una parola animatissima, e dirette a un uditorio che non vi portava la critica ma la convinzione. Poveri, penitenti, amici del popolo e contraddittori dei tiranni, specchi di bontà e di dottrina, ecco perchè gli ordini de’ Minori e de’ Predicatori tanto poterono, e divennero il più valido sostegno della santa Sede. Dovunque si trovassero, poteano essi confessare e predicare, anzi ogni curato dovea ceder loro il pulpito; il popolo volonteroso gli udiva, li consultava, dividea con essi il pane dalla Provvidenza compartito; e quegli atti di astinenza e di abnegazione toccavano gli uomini, che riconoscono l’amore nel sagrifizio, e la virtù nell’amore.

Le anime non volgari trovavansi obbligate a scegliere fra due strade: o nel mondo procelloso farsi largo colla fierezza e la perfidia; o voltargli le spalle, rinnegandone la vanità e le opinioni. I primi diventavano Ezelino, Salinguerra, Buoso da Dovara; gli altri Francesco, frà Pacifico, Antonio da Padova, gente che assumeva tutti i pesi del clero senza i vantaggi, e che anzi coll’umiltà e povertà sua faceva contrasto alle pompe e all’orgoglio di quello, una delle piaghe della società d’allora, ed uno dei più forti appigli per gli eretici.

Quest’antitesi dei caratteri si manifesta ben anche nelle fabbriche d’allora: da un lato castelli, fortezze di baroni e principi, sgomento de’ popoli; dall’altro badie e monasteri, preparati al pellegrino, al soffrente, alle anime che han bisogno d’amare, di giovare, di pregare. Collo spirito di devozione e beneficenza viveva ne’ monaci il sentimento del bello, onde sceglievano situazioni ove l’anima, estatica nella contemplazione della natura, elevasi a benedire chi la creò. A venti miglia di Firenze, nella romantica valle dell’Arno superiore, tra magnifiche abetine sorge Vallombrosa, e nell’altura l’eremo del Paradisino, dal quale la vista, spaziando per immenso orizzonte, si perde negli interminabili fiotti del Mediterraneo. Qual potevano i monaci scegliere più opportuno asilo per riposare dalle tempeste della società, e prepararsi ai casti godimenti della vita interiore? Se di colà tu risali verso le sorgenti dell’Arno, per entro il fertile Casentino eccoti Camaldoli, ricovero di San Romualdo da Ravenna, e culla d’un altro Ordine. Donde pure elevandoti alla schiena degli Appennini, giunto sul poggio agli Scali, trovi il Sacro Eremo, che par veramente inviti l’uomo a lodare il Creatore delle meraviglie che profuse sopra questa Italia, della quale puoi di lassù vedere i due pendii scendere, ridenti di diversa bellezza, a bagnarsi nel Mediterraneo e nell’Adriatico. Nè molto avrai a viaggiare per giungere all’Alvernia, il devoto ritiro di san Francesco, posto anch’esso in vetta d’un monte, che incanterebbe se già non si fossero veduti gli altri due. In questi amenissimi soggiorni si raccoglievano quegl’ingenui ammiratori di Dio, e mentre il mondo dilagava di fraterno sangue, essi passavano i giorni nella contemplazione del bello, nella ricerca del vero, nella pratica del buono.

In un altro uffizio s’adoperarono vivamente i nuovi frati, qual fu di combattere colla parola gli eretici, farli ricredenti, o castigarli. Perocchè, sebbene il genio europeo non s’ingolfasse in sottigliezze e sofisterie come l’orientale, pure anche qui, e precisamente in Italia, tratto tratto scoprivansi degli eretici; e forse una tradizione di siffatti non fu mai interrotta fin dai Gnostici e dai Manichei dei primi tempi. A mezzo il secolo ix, Pietro vescovo di Padova trovò nella sua diocesi una setta che ghiribizzava sulla Redenzione, e che solo cinquant’anni dopo fu dissipata dal vescovo Gozelino. Nel Mille, a Ravenna un Vitgardo fondava non so quali delirj sopra Orazio, Virgilio, Giovenale. Eriberto, il famoso arcivescovo di Milano, seppe che alcuni eretici tenevano convegni nel castello di Monforte presso Asti, e citatone uno di nome Gerardo, l’esaminò sulla sua fede: — Noi tutti (rispose) osserviamo la castità benchè ammogliati; non mangiamo carne, digiuniamo strettamente, leggiamo ogni giorno la Bibbia, molto preghiamo, e i nostri maggiori s’alternano dì e notte orando. I beni consideriamo come comuni; e il morir nelle pene ci è dolce per isfuggire i castighi eterni. Crediamo nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo, che hanno la facoltà di sciogliere e legare: e il Padre è l’eterno, in cui e per cui tutte le cose sono; il Figliuolo è lo spirito dell’uomo, cui Iddio amò; lo Spirito Santo è l’intelletto delle scienze divine, dal quale tutte le cose sono regolate. Non riconosciamo il vescovo di Roma o verun altro, ma un solo che ogni giorno visita i nostri fratelli per tutto il mondo e gli illumina; e quand’è mandato da Dio, presso lui è a trovare il perdono de’ peccati»[280]. Sembrò pericolosa quest’eresia al vescovo, tanto che menò contro Asti i suoi vassalli, e presi per forza i miscredenti, nè potendo indurli a ritrattarsi, li mandò al fuoco, ch’essi subirono come un martirio.

Le opinioni ebbero viva scossa dalla lotta fra gl’imperatori e i pontefici, e l’opposizione a questi risolvevasi in eresia, e ad ogni modo scassinava l’autorità. Poi lo spirito di controversia, introdotto dalla logica scolastica e dalla giurisprudenza, recò spesso ad opporre alla credenza comune l’individuale sentimento; e si mescolarono di bel nuovo i dogmi cogli atti, la quistione religiosa colla sociale.

Pietro Valdo, mercante di Lione aliquantulum literatus, venduti gli averi suoi come poi fece san Francesco, si eresse riformatore de’ costumi come questo, ma non sottoponendo la propria alla volontà della Chiesa, anzi asserendo questa avere traviato dal vangelo e volersi richiamarla alla semplicità primitiva: a che il lusso del culto, la ricchezza dei preti, la potenza temporale de’ papi? povera umiltà come nei primi tempi. Perciò i suoi seguaci si dissero Poveri di Lione, e Catari cioè puri, e tanto erano persuasi di non uscire dal vero, che chiesero al pontefice la permissione di predicare[281]: ma ben tosto negarono l’autorità del papa, e dietro a ciò il purgatorio, l’invocazione dei santi, altri dogmi cardinali; proclamarono fosse libera anche ai laici la predicazione.

Come mai, sotto un Dio buono, tanti mali opprimano il mondo, è problema che tormentò e tormenterà i pensatori di tutte le generazioni. Col supporre un altro principio autor del male, lo scioglievano i Manichei, i quali, vinti fin dai tempi di sant’Agostino, sopravivevano però in Oriente, e coi varj nomi di Patarini, Bulgari, Pauliciani si propagarono in Europa e primamente a Milano. Quivi ebbero per vescovo un tal Marco, stato ordinato in Bulgaria, e che presedeva alla Lombardia, alla Marca e alla Toscana. Essendovi comparso un altro papa per nome Niceta, riprovò l’ordine della Bulgaria, e Marco ricevette quel della Drungaria, cioè di Traù (Tragurium) in Croazia[282]. A Milano, distingueano i Catari vecchi, venuti di Dalmazia, Croazia e Bulgaria, cresciuti singolarmente quando il Barbarossa li favoriva per far onta a papa Alessandro; e i nuovi, usciti circa il 1176 di Francia, che sarebbero i Valdesi.

Questi si erano molto diffusi tra le Alpi, ma viepiù nella Linguadoca, fra il Rodano, la Garonna e il Mediterraneo, paese più dirozzato della restante Gallia, e dove le città, memori o fors’anche avendo conservato gli avanzi delle istituzioni municipali romane, eransi costituite a comune, con una specie d’eguaglianza fra nobili e mercanti, opportuna all’incremento della civiltà; sicchè vi si erano svolti e grazia d’immaginazione e gusto delle arti e dei piaceri dilicati: colà prima s’intesero versi nelle lingue nuove, sulla mandòla dell’elegante trovadore, che vagava pei castelli cantando l’amore e le prodezze, o satireggiando i magnati e i preti. E perchè in Alby, città principale, primamente furono tolti a perseguitare, vennero chiamati Albigesi.

Non è facile sapere appunto i loro dogmi, o se avessero un fondo comune, sotto l’infinita varietà che è propria dell’errore. Un libro depositario di loro credenze non ebbero: in coloro che li confutano e negli storici che raccolsero dal vulgo, li troviamo imputati di colpe le più contraddittorie; or proclamando creatore Iddio, ora il demonio; or facendo Iddio materiale, ora riducendo Cristo a ombra e null’altro: chi li fa ammettere alla fede tutti i mortali, chi escludere le donne dall’eterna felicità; chi semplificare il culto, chi ordinare cento genuflessioni il giorno; chi licenziare alle voluttà più grossolane, chi riprovare persino il matrimonio[283]. Impugnata l’autorità, e ridotti alla ragione individuale, doveano necessariamente variare in infinito: e frà Stefano di Bellavilla racconta che sette vescovi di credenza diversa si adunarono in una cattedrale di Lombardia, per accordarsi sui punti di loro fede; ma, non che riuscire, si separarono scomunicandosi reciprocamente.

Tre sêtte primeggiavano quivi, i Catari, i Concorezzj, i Bagnolesi. I Catari, che si dicevano anche Albanesi (corrotto probabilmente da Albigesi), venivano suddivisi in due parzialità: alla prima era vescovo Balansinanza veronese, all’altra Giovanni di Lugio bergamasco. Oltre le credenze comuni che sopra noverammo, i primi dicevano che un angelo avesse portato il corpo di Gesù Cristo nell’utero di Maria, senza ch’ella v’avesse parte; solo in apparenza il Messia esser nato, vissuto, morto, risorto; i patriarchi essere stati ministri del demonio; il mondo eterno. Gli altri tenevano che le creature fossero state formate quali dal buono, quali dal tristo principio, ma ab eterno; che la creazione, la redenzione, i miracoli erano accaduti in un altro mondo, affatto diverso dal nostro; Dio non essere onnipotente, perchè nelle opere sue può venir contrariato dal principio a sè opposto; Cristo aver potuto peccare. — I Concorezzj (probabilmente così chiamati da Concorezzo, borgata presso Monza) ammettono un principio unico; aver Dio creato gli angeli e gli elementi; ma l’angelo ribellato e divenuto demonio formò l’uomo e quest’universo visibile; Cristo fu di natura angelica. I Bagnolesi (denominati dal Bagnolo di Piemonte o da quello di Provenza) volevano le anime fossero state create da Dio prima del mondo, e allora avessero peccato; la beata Vergine fosse un angelo; e Cristo avesse bensì assunto corpo umano per patire, ma non l’avesse già glorificato, anzi deposto all’ascensione.

Frà Ranerio Saccone distingue sedici chiese di Catari in Lombardia: degli Albanesi, che stanno principalmente a Verona, e sono cinquecento; de’ Concorezzj, che fra tutta Lombardia sommeranno a un migliajo e mezzo; de’ Bagnolesi sparsi a Mantova, Milano, nella Romagnola, in non più di ducento; la chiesa della Marca, che saranno cento; altrettanto in quelle di Toscana e di Spoleto; un cencinquanta della chiesa di Francia, dimoranti a Verona e per Lombardia; ducento delle chiese di Tolosa, di Alby, di Carcassona; cinquanta di quelle di Latini e Greci in Costantinopoli; e cinquecento delle altre di Schiavonia, Romania, Filadelfia, Bulgaria. Ma questi quattromila (avverte l’autore) sono da intendere per uomini perfetti; giacchè di credenti ve n’ha senza numero.

Sembra fosse comune la credenza nei due principj, ed al malvagio essere dovuto il mondo e il Vecchio Testamento. Appoggiati all’Obedire oportet magis Deo quam hominibus, si emancipavano d’ogni autorità terrena; non papa, non vescovi, non canoni o decretali, non dominio temporale dei preti; la Chiesa romana non essere concilio sacro, ma congrega di malignanti; non darsi risurrezione della carne, ridevole la distinzione dei peccati in veniali e mortali, prestigi del diavolo i miracoli; non doversi adorare la croce, simbolo d’obbrobrio; per niuna cosa giurare; nè esser diritto ai magistrati d’infliggere pena corporale. Quanto ai riti, repudiavano l’estrema unzione, il purgatorio e di conseguenza i suffragi pei morti, l’intercessione dei santi e l’Ave Maria; per il matrimonio bastare il consenso de’ contraenti, senz’uopo di benedizione; non valere il battesimo amministrato agl’infanti; non discendere Dio nell’ostia consacrata da un indegno; i sacramenti non furono istituiti da Cristo, ma inventati dall’uomo.

Del sacramento dell’Ordine teneva luogo l’elezione dei loro gerarchi, ch’erano disposti in quattro gradi: il vescovo, il figliuolo maggiore, il figliuolo minore e il diacono. Al vescovo spettava di preferenza l’imporre le mani, frangere il pane, dir l’orazione: mancando lui, suppliva il figliuolo maggiore, se no il minore o il diacono; e in difetto, un semplice credente, e fin anche una catara. I due figliuoli coadjuvavano al vescovo, visitavano i fedeli, e in ogni città v’era un diacono per ascoltare i peccati leggieri una volta al mese; il che dai Lombardi (i quali ritennero la distinzione dei peccati veniali) dicevasi caregare servitium. Il vescovo poi, avanti morire, inaugurava a succedergli il figliuolo maggiore imponendogli le mani.

Quotidianamente, allorchè sedevano a mangiar di brigata, il maggiore fra i convitati sorgeva, e recatosi in mano il pane ed il vino, proferiva Gratia domini nostri Jesu Christi sit semper cum omnibus vobis, spezzava quel pane, lo distribuiva, e quest’era la loro eucaristia. Il giorno della cena del Signore, imbandivano più solennemente; e il ministro, postosi ad un tavoliere, su cui erano una coppa di vino ed una focaccia d’azimo, diceva: — Preghiamo Dio ci perdoni i peccati per sua misericordia, ed esaudisca alle nostre petizioni; e recitiamo sette volte il Pater noster a onor di Dio e della santissima Trinità». Tutti s’inginocchiano; orato, sorgono; esso benedice il pane e il vino, frange quello, dà mangiare e bere; e così è compiuto il sagrifizio.

Confessione non particolareggiata, ma uno recitava a nome di tutti: — Confessiamo innanzi a Dio ed a voi, che molto peccammo in opere, in parole, colla vista, col pensiero, ecc.». In casi più solenni, il peccatore presentandosi al cospetto di molti col vangelo sul petto proferiva: — Io sono qui avanti a Dio ed a voi, per confessarmi e chiamarmi in colpa di tutti i peccati che ho sin ora commessi, e ricevere da voi la perdonanza». Era assolto col posargli il vangelo sopra il capo. Se un credente ricadesse, doveva confessarsene, e ricevere di nuovo l’imposizione delle mani in privato. L’imposizione delle mani, o consolamento, o battesimo spirituale, era necessaria per rimettere il peccato mortale, o comunicare lo spirito consolatore; e se uno dei perfetti le imponga a un moribondo, e ripeta l’orazione domenicale, quello va a sicura salvazione. Fu per opporsi al consolamento de’ Patarini che il concilio Lateranense IV ingiunse ai Cattolici di confessarsi almeno una volta l’anno.

Frà Ranerio aggiunge che, data la consolazione al moribondo, gli chiedevano se volesse in cielo andare tra i martiri o tra i confessori: eleggeva i primi? lo facevano strangolare da un sicario a ciò stipendiato; i confessori? più non gli davano bere nè mangiare. Atrocità gratuite, solite apporsi dall’ignoranza o dalla malignità a tutte le congreghe secrete. E per vero non c’è misfatto di cui non siansi tacciati i Patarini; essi ladri, essi usuraj, essi sovrattutto carnali, con connubj promiscui e contro natura; adulterio e incesto in qualsiasi grado; non poter l’uomo peccare dall’umbilico in giù, perchè il peccato origina dal cuore. Ma come credere questa bacchica santificazione del libertinaggio, quando altrove, e ne’ libri de’ loro stessi nemici, troviamo che giudicavano peccato fino il commercio maritale, imponeansi penose astinenze onde reprimere la carne ribelle alla volontà ed opera del principio cattivo, tre quaresime l’anno, perpetua astinenza da carni e latte, replicati digiuni, iterate preghiere? e san Bernardo, implacabile indagatore di loro colpe, dice: — Non v’era cosa in apparenza più cristiana che i loro discorsi, nè più lontana da ogni taccia che i costumi loro»[284].

Non esitiamo a rifiutare per ispurie alcune professioni di fede esibiteci da loro antagonisti, secondo le quali gl’iniziati rinunziavano, non solo a tutte le sane credenze della religione, ma ad ogni costume, pudore, virtù. Ranerio, uno dei Consolati egli medesimo, indi acerrimo loro persecutore, narra come per l’iniziazione, adunati i credenti, il vescovo interrogasse il neofito: — Vuoi tu renderti alla fede nostra?» Questo afferma, s’inginocchia e pronuncia il Benedicite; al che il ministro ripete tre volte — Dio ti benedica», sempre più discostandosi dall’iniziato. Il quale soggiunge: — Pregate Iddio mi faccia buon cristiano». L’interroga poi: — Ti rendi a Dio ed al vangelo? . — Prometti non mangiar carne, ova, formaggio, nè altra cosa se non d’acqua e di legno? (cioè pesci e frutte). . — Non mentirai? non giurerai? non ammazzerai, neppure vitelli? non farai libidini nel tuo corpo? non andrai scompagnato quando puoi avere compagni; non mangerai da solo potendo aver commensali? non ti coricherai senza brache e camicia? non lascerai la fede per timore di fuoco, d’acqua o d’altro supplizio?» Risposto che avesse il neofito a ciascuna domanda, l’universa assemblea mettevasi ginocchione: il sacerdote posava sopra il novizio il volume dei vangeli, e leggeva il principio di quel di san Giovanni, poi lo baciava tre volte: così facevano tutti gli altri, che egualmente si davano l’uno all’altro la pace: indi veniva messo al collo dell’iniziato un fil di lana e di lino, ch’e’ non doveva levarsi giammai.

La colpa, onde più grave e concordemente sono rinfacciati i Patarini, è l’ostinazione. Fra strazj e tormenti, al cospetto di morte obbrobriosa, non che convertirsi, più s’induravano, protestavansi innocenti, spiravano cantando lodi al Signore, colla speranza di presto congiungersi nel suo abbraccio. In Lombardia serbarono memoria d’una fanciulla, di cui la bellezza e l’età mettevano in tutti compassione; talchè, deliberati a salvarla, vollero assistesse mentre padre, madre, fratelli venivano consunti dalle fiamme, così sperando si sarebbe per terrore convertita: ma no; poi ch’ebbe durato alquanto lo spettacolo atroce, si svincola dalle braccia de’ suoi manigoldi, e corre a precipitarsi nelle fiamme, e confonde l’ultimo suo anelito con quello dei parenti[285].

La più grave urgenza di queste eresie era la guerra che portavano alla Chiesa esteriore, scassinando i dogmi inerenti all’unità del sacerdozio, per costituire società religiose speciali. Pur troppo i loro attacchi trovavano appiglio nello scarmigliato vivere del clero, di cui e predicatori e poeti si accordano nell’attestare la depravazione.

Agli errori la Chiesa oppose da principio i rimedj che a lei convengono, riformare i suoi, ammonire o scomunicare i dissenzienti, e vi drizzò lo zelo principalmente dei nuovi frati: poi si valse anche di mezzi mondani e del braccio secolare. Che la società pagana non tollerasse le religioni diverse è attestato, non fosse altro, dalle migliaja di martiri. I padri della Chiesa proclamarono la libertà delle credenze, finchè la loro fu perseguitata; ma come, prevalsa questa, videro gli eretici turbarla, argomentarono che il reprimere gli errori fosse diritto e difesa legittima contro della persecuzione e della seduzione. Se la Chiesa è unica depositaria e interprete della verità, e in essa sola vi è salute, non dovrà con ogni modo opporsi alla propagazione dell’errore? Gl’imperatori di Roma cristiani, memori di quanto univano in sè i due poteri quali capi dello Stato e supremi pontefici, credettero che la legge dovesse, come i beni e la persona, così tutelare le credenze e il culto; e moltiplicarono decreti in tal proposito[286]; diverse pene comminando, di rado la morte, perchè vi si opponevano i vescovi: a questi era affidato il decidere se un’opinione fosse ereticale; la cognizione del fatto e la sentenza spettavano al magistrato secolare.

Così procedette la cosa nel declino dell’Impero Occidentale; così continuò in Oriente: ma fra noi, dopo l’invasione, se accadesse di punire un trasgressore delle leggi ecclesiastiche, i vescovi usavano quell’autorità mista di sacro e di secolare, che vedemmo ad essi attribuita. Talvolta ancora, considerandosi l’eresia come politica disobbedienza, procedeasi colla forza, siccome dicemmo di Eriberto arcivescovo di Milano.

Ridesto il diritto romano, come alla tirannia, così vi si trovò appoggio alle persecuzioni contro i miscredenti, poco ricordando che la legge d’amore aveva abolita quella fiera legalità. Ottone III poneva Gazari e Patarini al bando dell’Impero e a gravi castighi. Federico Barbarossa, tenuto congresso a Verona con papa Lucio III, ordinò ai vescovi d’informarsi delle persone sospette d’eresia, e distinguere gli accusati, i convinti, i pentiti, i ricaduti; quelli convinti d’eresia sieno spogliati dei benefizj se religiosi e abbandonati al braccio secolare; i sospetti si purghino, ma se ricadono, vengano puniti senz’altro. Sgomentato dal vedere i Valdesi distendersi fra le Alpi, Giacomo vescovo di Torino pensò reprimerli anche col braccio secolare; laonde da Ottone IV ottenne ampia facoltà di espellerli dalla sua diocesi[287]. Indi Federico II al tempo della sua coronazione fulminò pene temporali contro gli eretici, e le ripetè da Padova con quattro editti, ove, «usando la spada che Dio gli ha concesso contro i nemici della fede», vuole che i molti eretici ond’è singolarmente infetta la Lombardia, sieno presi dai vescovi e dati alle fiamme ultrici, o privati della lingua[288].

È questa la prima legge di morte contro i miscredenti: egli stesso poi nelle Costituzioni del regno di Sicilia ne pose un’altra, lamentandosi che dalla Lombardia, ove n’era il semenzajo, i Patarini fossero largamente penetrati in Roma e perfino nella Sicilia[289], e a perseguitarli spedì l’arcivescovo di Reggio e il maresciallo Ricardo di Principato.

Sull’esempio e coll’autorità dei decreti imperiali, le varie città fecero statuti contro gli eretici: il senatore di Roma giurava non usare indulgenza ai Patarini, o incorrerebbe la pena di ducento marchi d’argento: in Milano fu posto che qualunque persona a sua libera voluntate potesse prendere ciascuno heretico; item che le case dove eran ritrovati si dovessero rovinare, e li beni che in esse si ritrovavano fossero pubblicati[290]. L’arcivescovo Enrico di Settala, allora istituito inquisitore, jugulavit hæreses, come lo loda il suo epitafio; ma i cittadini lo discacciarono. Resta ancora in Milano la statua equestre di Oldrado da Trezzeno podestà, lodato nell’iscrizione perchè Catharos ut debuit uxit[291].

Nè per questo cessavano gli eretici, e da Tolosa, Roma de’ Patarini, spargeano missionarj. L’armi spirituali essendo uscite indarno, Enrico cardinale vescovo di Albano implorò il braccio laico, e menato un esercito ad estirpar l’errore, mandò a ferro e a fuoco la Linguadoca. Innocenzo III, appena unto papa, divisò i modi di svellere quei bronchi dalla vigna di Cristo, e spedì monaci a predicare (1205), esortando i principi a secondarli; e quando Ranerio e Guido inquisitori avessero scomunicato uno, i signori doveano confiscargli i beni e sbandirlo, e far peggio a chi resistesse. Di qui cominciò la crociata contro gli Albigesi, che non è da questo luogo il raccontare, ma dove sotto l’apparenza religiosa dibatteasi la nazionalità, giacchè la Francia, per ottenere quell’unità che tanti desidererebbero a qualsiasi costo anche per l’Italia, volle sottomettere la Provenza e la Linguadoca, che come romane repugnavano dalle ordinanze germaniche, prevalse nel paese settentrionale (1208). La spedizione fu accompagnata da tutti gli orrori delle guerre civili; ma solo gli adulatori del potere secolare poteano versarne ogni colpa sul papa e sulla religione. Oggimai la storia accertò che Innocenzo, mal informato delle iniquità commesse da ambe le parti, non avea mai cessato di predicar pace e moderazione, e dopo la vittoria spedì legato a-latere il cardinale Pietro di Benevento, perchè riconciliasse colla Chiesa gli scomunicati, e riducesse Tolosa a repubblica indipendente, purchè convertita; assolse i capi della insurrezione, e al figlio di Raimondo da Tolosa, condottiero della guerra, prodigò consolazioni, assegnò il contado Venesino, Beaucaire e la Provenza, e ripeteva: — Abbi pazienza fino al nuovo concilio».

Sotto i suoi successori la guerra fu proseguita colla ferocia delle guerre nazionali, finchè la Provenza restò sottoposta affatto al re di Francia. Questo era san Luigi, e al nuovo acquisto volle accomunare i provvedimenti che contro l’eresia vegliavano in Francia, dov’essa, secondo il diritto comune, era considerata delitto contro lo Stato, e punita del fuoco. Romano, cardinale di Sant’Angelo, per ottenerne la estirpazione raccolse un concilio (1213), dove si stabilì che i vescovi nominerebbero in ciascuna parrocchia un sacerdote con due o tre laici, i quali giurassero inquisire gli eretici, e farli noti ai magistrati; chi ne celasse alcuno, fosse punito; e distrutta la casa dove uno fosse côlto. Tal è l’origine del tribunale dell’Inquisizione, specie di corte marziale in paese sovvertito da lunga guerra, e dove rinasceva la mal repressa sollevazione. Invece delle precedenti stragi, e dei tribunali senza diritto di grazia, l’inquisizione era esercitata da ecclesiastici, gente più addottrinata e meno fiera; ammoniva due volte prima di procedere; solo gli ostinati e recidivi arrestava; riceveva al pentimento, e spesso contentavasi di castighi morali; col che salvò moltissimi, che i tribunali secolari avrebbero condannati. Gregorio IX poi la sistemò (1233) col togliere ai vescovi i processi, onde riservarli ai frati Predicatori.

L’Inquisizione avea potestà su tutti i laici, non esclusi i dominanti; ed anche sul basso clero. Arrivato nella città, l’inquisitore ne dava avviso ai magistrati invitandoli a sè; e tosto il capo giurava far eseguire i decreti contro gli eretici, ed ajutare a scoprirli e coglierli; se alcun uffiziale del principe disobbedisse, l’inquisitore poteva sospenderlo e scomunicarlo, e mettere all’interdetto la città. Le denunzie aveano effetto soltanto se il reo non si presentasse di voglia; scorso il termine, era citato; e i testimonj interrogavansi coll’assistenza dell’attuaro e di due ecclesiastici. L’istruzione preparatoria riusciva sfavorevole? gl’inquisitori ordinavano l’arresto dell’accusato, più non protetto da privilegi od asili. Arrestato, nessun più comunicava con esso, faceasi la visita della sua casa, e il sequestro de’ beni.

Secondo il diritto germanico, ogni libero è obbligato intervenire al giudizio e alla sentenza; le prove di Dio traevano il popolo a spettacolo; il signore feudale convocava i vassalli per rendere giustizia; e la natura dei giudici e del giudizio portava semplicità di procedure. Ma ne’ paesi di stirpe romana conosceansi le leggi antiche, di molti affari faceasi carta, il giudizio stesso si scriveva; pure non si pensava ancora di occultare i testimonj al prevenuto, nè di torgli i sussidj che sogliono concedersi in negozj di minore importanza, come sono i civili.

Una costituzione di Celestino III e d’Innocenzo III, riferita nel Diritto canonico[292], distingue le procedure per accusa secondo il codice romano, per denunzia, e per inquisizione; ma in tutte sono pubblicate le testimonianze, ammesse le difese e il dibattimento. Gli eretici dunque, giudicati secondo la legge canonica, benchè mancassero del giudizio dei pari, poteano conoscere i testimonj e l’accusatore, avere un consiglio, e pubblico dibattimento. Solo Bonifazio VIII dispensò gli inquisitori da tante forme qualora ne derivasse pericolo ai testimonj[293]; Innocenzo VI, dichiarando che tal pericolo può presumersi sempre, generalizzò la riserva, e così venne la procedura secreta, per quanto ostassero i leggisti, la nobiltà, gli uomini comuni che si trovavano esposti all’arbitrio. Tolta la discussione pubblica, ai giudici cessò il modo d’acquistare intima convinzione, e a regole aritmetiche fu sottoposta la coscienza, inventando una convinzione legale diversa dalla convinzione morale, frazionando le prove, e portando fino alla odierna illiberalità.

Dalla quale è chiaro quanto fossero lontani i primi tribunali d’inquisizione. Ne’ governi teocratici, come quelli del medioevo, la religione non va distinta dalla politica; laonde l’eresia è giustiziabile dal braccio secolare. Poi gl’inquisiti erano imputati d’altri delitti contro i cardini della società, come sono la famiglia, la proprietà, l’onore, i quali oggi pure si castigherebbero: se ne fossero colpevoli o no, è difficile assicurarlo, come in tutti i processi secreti. Piantato un tribunale, potea sperarsi differente dagli altri del suo tempo? onde si videro rinnovate tutte le sevizie de’ processi di Roma pagana, e il cavillo e la tortura e supplizj esacerbati.

L’Inquisizione desta raccapriccio ai buoni Cristiani per le taccie che attirò sopra la religione nostra, e perchè parve giustificare incolpazioni gravissime. Ma oltre essere, nel fatto e in relazione co’ suoi tempi, assai meno orribile che non si sparnazzi, essa proponevasi almeno un fine morale, a differenza delle istituzioni oggi sostituitele, ove si procede e castiga nell’interesse d’un principe o per mantenere un dominio costituito sulla forza: se restringeva il pensiero, il faceva o credea farlo per salvezza delle anime, non per puro vantaggio d’un potere dominante: nè quegli spaventi tolsero il sorgere di grandi e robusti pensatori.

La Chiesa poi, sebbene non ne abbia mostrato orrore, e siasene valsa come d’una legittima difesa e di una prevenzione contro mali gravissimi, non approvò mai, almeno in concilio, un’istituzione siffatta. Sopratutto vuolsi ben distinguerla dalla Inquisizione spagnuola, fiera e indipendente a guisa d’una vendetta nazionale, giacchè nei Mori perseguitava non solo i nemici della religione, ma gli stranieri conquistatori contro cui erasi menata per otto secoli la guerra. La congregazione del Sant’Uffizio a Roma, composta di sei cardinali, e fondata da Paolo III nel 1542, non versò sangue[294], benchè fosse il tempo che uomini bruciavansi in Francia, in Portogallo, in Inghilterra. Ecco perchè nel secolo xvi vedremo i nostri respingere fin coll’armi l’Inquisizione spagnuola, mentre invocavano la romana.

Stando ai primi tempi, non mancò da fare all’Inquisizione anche fuori di Linguadoca, e in Italia variissime di forma ed estese furono le eresie. Intanto la vicinanza del papa e l’esservi egli anche principe temporale abituava a resistergli; e nei conflitti di Guelfi e Ghibellini si metteva in discussione l’autorità sua, col passaggio che troppo è facile dalla mondana alla spirituale. I Comuni aveano acquistato la libertà strappandola ai vescovi, sicchè era scemata la riverenza a questi, e in molte lettere i pontefici ne movono querela alle nostre repubbliche, le quali anche non di rado violarono e i beni e le persone dei vescovi[295].

Uscente il XII secolo, Orvieto formicolava di Manichei, introdotti dal fiorentino Diotisalvi, e da un Girardo di Marsano; e diceano nulla significare il sacramento dell’eucaristia, il battesimo non occorrere alla salvezza, non giovarsi ai morti con limosine ed orazioni. Espulsi questi dal vescovo, comparvero Melita e Giulita, che uomini e donne sedussero con aspetto di santità, finchè il vescovo col consiglio di canonici, giudici ed altri, ne esigliò ed uccise molti. Un Pier Lombardo vi venne poi da Viterbo, contro del quale Innocenzo III deputò Pietro da Parenzo, nobile romano, che ricevuto fra ulivi e palme, proibì i combattimenti che si costumavano in carnevale e che finivano in sangue; ma poichè gli eretici stimolarono a disobbedire, il primo giorno di quaresima si mischiò fiera zuffa, e Pietro fece abbattere le torri donde i grandi aveano ferito il popolo, e diè buoni provvedimenti. A Pietro tornato il papa domandò: — Come hai bene eseguito gli ordini nostri? — Così bene, che gli eretici mi cercano a morte. — Dunque va, persevera a combatterli, chè non possono uccidere se non il corpo; e se t’ammazzeranno, io t’assolvo d’ogni peccato». E Pietro, fatto testamento e congedatosi dalla desolata famiglia, ritornò[296].

Innocenzo mosse in persona contro i molti Manichei di Viterbo, rimbrottò i cittadini che tra quelli sceglievano i consoli, e ordinò che, qualunque ne fosse trovato sul patrimonio di san Pietro, lo consegnassero al braccio secolare per castigarlo, e i beni dividerne fra il delatore, il Comune e il tribunale giudicante[297]. D’altri abbiam ricordo in Volterra, dove gl’inquisitori, a malgrado del vescovo, atterrarono alcune case di eretici in Montieri[298]. Nel 1193 il vescovo di Worms, legato dell’imperatore Enrico VI, venuto a Prato, fece distruggere case e possessi dei Patarini, con severo divieto di dar loro consiglio od ajuto, o di mettere ostacolo a lui quando li facesse incarcerare[299]. Bandi severissimi contro Catari e Patarini e d’altro nome novatori pubblicò Gregorio IX in qualità di sovrano di Roma, volendo fossero mandati al fuoco, o se si convertivano, a carcere perpetuo; e guaj a chi li raccogliesse o non denunziasse. Molti in fatto furono arsi, molti chiusi a penitenza nei monasteri di Montecassino e della Cava.

Come ricettatore d’eretici fu assalito, per insinuazione d’Innocenzo IV, il conte Egidio di Cortenova nel Bergamasco, e distruttone il castello. Molti ne avea Brescia, così sfacciati, che dalle torri scagliando fiaccole ardenti scomunicavano la Chiesa romana. Contro di loro papa Onorio III inviò il vescovo di Rimini, il quale abbattè più chiese da essi contaminate (1225), e le torri dei Gàmbara, degli Ugoni, degli Oriani, dei Bottazzi. Altri in Piacenza bruciò il podestà Raimondo Zoccola; sessanta a Verona frà Giovanni di Schio in tre giorni subito dopo la pace di Paquara (1233). Nè il Regno ne mancava, ed è probabilmente come una protesta contro le costoro predicazioni che un eremita calabrese andava attorno gridando nel dialetto patrio: Benedittu, laudatu e santificatu lu Patre; benedittu, laudatu e santificatu lu Fillu; benedittu, laudatu e santificatu lu Spiritu Santu[300]. Ivone da Narbona scriveva a Gerardo arcivescovo di Bordeaux, come viaggiando in Italia e’ si finse cataro, lo perchè in tutte le città ebbe lietissime accoglienze; e «a Clemona, città celebratissima del Friuli, bevvi squisiti vini de’ Patarini, robiole, ceratia, ed altri lachezzi»[301]. Costoro vescovo era un tal Pietro Gallo, che, scoperto di fornicazione, fu cacciato di seggio e dalla società.

Contraddisse vivamente all’errore Antonio di Padova (1195-1231), nativo di Lisbona, italiano di dimora, che dai Padovani impetrò remissione ai debitori incolpevoli, e che a nome della religione e dell’umana libertà protestò contro Ezelino, il quale diceva aver più paura de’ frati Minori che di qualsiasi persona al mondo. Singolarmente in Rimini combattè gli eretici colla parola e coi miracoli, giacchè una volta non badandogli gli uomini, furono veduti i pesci venir su per la Marecchia, e collocarsi a bocca aperta ad ascoltarlo; un’altra un giumento, da lungo tempo digiuno, si prostrò davanti all’ostia consacrata, benchè il padrone patarino gli porgesse il truogolo dell’avena. Egli fu da Gregorio IX dichiarato arca dei due Testamenti, armadio delle divine scritture; e dai popoli il taumaturgo, il santo; per ornare il cui tempio parvero a gara risuscitare le arti.

Martello degli eretici fu detto san Tommaso d’Aquino; nè men fervoroso apparve san Bonaventura. In Toscana, una matassa di proseliti avea fatti il vescovo Paternon: Gregorio IX aveva ordinato a frà Giovanni da Salerno (1128) compagno di san Domenico e ad altri di procedere giuridicamente contro costui; e il Paternon abjurò, ma ben tosto ricadde, e la potenza de’ suoi settarj lo assicurava d’impunità, e quando per prudenza mutò paese, gli furono surrogati nel ministerio Torsello, poi Brunetto, infine Jacopo da Montefiascone, che con un Marchisiano e un Farnese erano da prima ministri di esso vescovo.

Il primo inquisitore domenicano stabilito regolarmente a Firenze fu frà Ruggero Calcagni, con autorità d’aver tribunale in convento; cominciò un processo nel 1243, citando gran numero di Patarini, ed oltre le pene pecuniarie e la censura ai contumaci, il papa aveva ingiunto alla Signoria di consegnare i rei in mano degli ecclesiastici. Caporioni degli eretici comparivano Baron del Barone e Pulce di Pulce, appoggiati dalla fazione imperiale, e secondati da Gherardo Cavriani e casa sua, Chiaro di Manetto, conte di Lingraccio, Uguccione di Cavalcante, i Saraceni, i Malpresa, e da molte dame, fra cui Teodora Pulce, un’Aldobrandesca, una Contrelda, un’Ubaldina ed altre, che erano sempre le prime a dare impulso alle collette apertesi a favore dei poveri e de’ predicanti. Teneansi le adunanze in casa de’ baroni, che, come dipendenti dall’Impero, rimanevano esenti dalla giurisdizione comunale: Ruggero però ne fece carcerare alquanti, e avendoli i baroni rimessi in libertà, il papa esortò la Signoria a conservar forza alle leggi, e per appoggio inviò frà Pietro da Verona.

Il costui zelo s’infervorò contro di essi; la piazza di Santa Maria Novella era angusta alla folla accorrente per udirlo, sicchè ad istanza di lui la Signoria dovette farla ampliare; la società de’ Laudesi, da lui istituita, cantava Maria e il Sacramento (1244), quasi a sconto degli oltraggi che questi riceveano dai Patarini. Sistemò pure alquanti nobili per guardia al convento dei Domenicani, ed altri che eseguissero i decreti di questi, donde sorse la sacra milizia dei Capitani di Santa Maria[302]. Crebbero allora processi ed esecuzioni, per quanto i signori le gridassero inumane e illegali, e si appellassero all’Impero: e avendo il podestà Pace da Pesannola bergamasco tolto a difendere i Patarini e protestato contro le sentenze, dagl’inquisitori con solennità fu interdetto (1255); ne nasce parte e tumulto, le chiese sono manomesse, di macello contaminati il Trebbio, la Croce, piazza Santa Felicita, finchè i Cattolici riescono superiori.

Segnalato per tanto zelo, Pietro viene a farne prova sui Cremonesi e Milanesi, i quali, esacerbati dalle battaglie mal riuscite contro Federico II, bestemmiavano il cielo, insultavano ai riti, e sospendeano capovolti i crocifissi. Cominciò egli la persecuzione; ma Stefano de’ Gonfalonieri di Agliate e Manfredi da Olirone congiurarono, e lo fecero uccidere mentre passava da Milano a Como. Egli trafitto intrise il dito nel proprio sangue, scrisse per terra Credo, e spirò (1252). D’egual moneta aveano i Patarini pagato frà Rolando da Cremona sulla piazza di Piacenza mentre predicava: Pietro d’Arcagnago, frate Minore, fu scannato in Milano presso Brera per opera di Manfredo da Sesto caporione dei Patarini lombardi con Roberto Patta da Giussano; frà Pagano da Lecco, trucidato co’ compagni mentre andava a stabilire l’Inquisizione in Valtellina; ed altri. Nel 1279, avendo gl’inquisitori condannata al fuoco una Tedesca in Parma, i cittadini insorsero, saccheggiando il convento de’ Domenicani, alcuni anche ferendone, talchè i frati a croce alzata partirono. Ma il podestà e gli anziani e i canonici li seguirono e gl’indussero a tornare, promettendo rifarli dei danni e punire gli offensori[303].

A Pietro da Verona, subito venerato col nome di san Pietro Martire, successe frà Ranerio Saccone suddetto, che spianò la Gatta ritrovo degli eretici (1259), e fece bruciare i cadaveri di due loro vescovi, Desiderio e Nazario, tenuti in venerazione; nè si rallentò finchè Martin Torriano nol fe cacciare.

Nè per tanto Milano restò purgata, e vi levò rumore una Guglielmina, diceano oriunda di Boemia e di gente reale, e che spacciava essere lo Spirito Santo incarnato; da Raffaele arcangelo annunziata a sua madre il dì della Pentecoste, come mandata a redimere i Giudei, i Saracini e i cattivi Cristiani; dover morire, poscia risorgere, ed elevare al cielo l’umanità femminile. Quanto visse, il popolo la venerò; morta, fu tumulata splendidamente a Chiaravalle, casa de’ Cistercensi presso Milano, e tenuta in conto di santa: ma poi l’Inquisizione cominciò ad esaminare i miracoli spacciati, e il vulgo colla solita versatilità suppose che le adunanze de’ suoi proseliti fossero convegni di nefandi peccati; onde le ossa di lei furono gettate alle fiamme coi primarj suoi seguaci.

Anche alcuni frati Minori, lasciata la loro religione, viveano solitarj, affettando estremo rigore, ed erano chiamati Fraticelli, Bizocchi, Beghini, principalmente negli Abruzzi e nella marca d’Ancona, ed ebbero a maestri un frà Pietro da Macerata e frà Pietro da Forosempronio. Scoperti di errori, vennero condannati e perseguitati (vedi Cap. CXVII).

Gerardo Segarella, frate Minore di Parma, dedito alla contemplazione, e fissando un quadro ov’erano rappresentati gli Apostoli avvolti in mantelli cogli zoccoli e la barba, credette doverli imitare in quel vestito, e fin nel circoncidersi e farsi fasciare e adagiare in cuna al modo del celeste bambino. Formò seguaci che si dissero Apostolici; vendette quanto possedeva, e dalla ringhiera di Parma gittò il denaro a una ciurmaglia che giocava; ed iva predicando, da chi creduto santo, da chi sentina di vizj. Opisone vescovo il fe cogliere (1280) e metter prigione; ma egli si finse pazzo, onde tenuto cortesemente in vescovado, divenne ludibrio del servidorame; poi sbandito, e di nuovo al fine richiamato, convinto di vizj, fu bruciato il 18 luglio 1300.

Frà Dolcino e Margherita sua donna predicavano attorno a Novara, togliendo ogni restrizione fra i sessi, e permettendo lo spergiuro in cose d’inquisizione; traevansi dietro migliaja di proseliti, sinchè, per ordine di Clemente V, furono cerchiati ed uccisi[304].

L’Inquisizione fu ammessa in Venezia il 1286, composta di tre giudici, che erano il vescovo, un Domenicano, e il nunzio apostolico, sotto la sorveglianza dei magistrati ordinarj; nè poteano sedere in tribunale senza commissione sottoscritta dal doge. Procedere doveano puramente contro l’eresia; non contro Turchi ed Ebrei che non erano eretici; non contro Greci, perchè la loro controversia coi papi non era per anco stata risolta; non contro i bigami, perchè il secondo matrimonio essendo nullo, aveano violato le leggi civili, non il sacramento; gli usuraj pure non intaccavano alcun dogma; i bestemmiatori mancavano di riverenza alla religione, ma non la negavano; neppure stregoni e fatucchiere doveano essere passibili a quel tribunale, se non si provasse che avessero abusato de’ sacramenti.

Agli erranti la Chiesa contrastava anche col crescere devozione alle cose che da quelli erano conculcate. La compagnia dei Laudesi dalla Toscana erasi propagata nella Lombardia. Giovanni da Schio, il famoso paciere, instituì il pio saluto del Sia lodato Gesù Cristo. La venerazione verso il Sacramento fu cresciuta da miracoli che allora si narrarono: Urbano IV estese a tutta la Chiesa la festa del Corpus Domini, e Tommaso d’Aquino ne compose la bella uffiziatura. A Maria poi si tributò l’entusiasmo col quale i cavalieri veneravano le dame loro; e il dogma dell’immacolata sua concezione fu sostenuto fervorosamente dai Francescani; ad onore di lei si formò un salterio sulla forma del davidico; di lei parlarono Pier Damiani, Bernardo, Bonaventura, con un ardore che rimembra quel dello sposo de’ Cantici; e fu una gara di circondarla colla poesia del perdono e con fiori di tenerezza. L’ave Maria si rese generale verso il 1240. San Domenico introdusse il rosario; divozione che fu poi connessa alla ricordanza della vittoria di Lèpanto (1573), quella in cui fu decisa la superiorità de’ Cristiani sopra i Turchi, nell’ora appunto che in tutto l’orbe cattolico recitavasi quella semplice formola di saluto, di congratulazione, di condoglianza, di preghiera.

Maria ispira le opere d’arte d’allora: il suo scapolare, propagato dai monaci del Carmelo, orna il petto di tutti, come una divisa di combattenti contro le passioni: ai tre ordini del Carmelo, dei Serviti, della Mercede sotto gli auspizj di lei, quello s’aggiunge dei Gaudenti, da Linguadoca passati in Italia (1208), ove singolarmente si resero memorabili. Continuavano essi a vivere nel mondo e nel matrimonio, «solo imposto odiare e fuggire il vizio, desiare e seguir la virtù, ed alcuna soave soavissima regola, data in segno di onestà, in remissione d’ogni peccato, ed in premio d’eterna vita» (Frà Guittone).