CAPITOLO XC. La Scolastica. Efficacia civile del Diritto romano e del canonico. Le Università. Le Scienze occulte.

Questi conflitti della ragione contro l’autorità, questo esame delle credenze, quest’indipendenza del pensiero attestano che non fosse così servile la fede, così intera l’ignoranza, come cianciano alcuni.

Hanno intitolato il decimo secolo di tenebre e di ferro, giacchè, cessato l’impulso dato da Carlo Magno, alle grandi sventure soccombeva ogni tentativo di pacifiche ricerche. Eppure un chierico di Novara interrogava per lettera i monaci di Reichenau, se tenessero per Aristotele il quale non crede agli universali, o per Platone che gli ammette; ed essi rispondeano, entrambi godere tale autorità, che non si osa l’uno all’altro preferire[305]. Dunque conoscevansi i grandi pensatori, si studiava, si dubitava, si chiedeva, s’intrecciavano su ciò corrispondenze lontane, si agitavano le quistioni supreme, e fra gente incatenata alle regole durava l’indipendenza del pensiero, esercitata nei modi del tempo. Chi sia imbevuto de’ pregiudizj filosofistici dee restare attonito allorchè di buona fede osservi come, nella neghittosa ignoranza de’ chiostri, il bisogno del pensare agitasse que’ monaci vilipesi; come senza scrupolo e senza apprensioni usando della propria ragione, affrontassero i problemi cardinali dell’intelligenza.

Le scienze, giusta la divisione di Marciano Capella, erano distribuite in sette, formanti un trivio e un quadrivio: al primo appartenevano la grammatica, la retorica, la dialettica; al secondo l’aritmetica, la geometria, l’astronomia, la musica[306].

Ma come la religione era base della società, così scienza capitale la teologia; nè quasi altri che il clero avea tempo e mezzi di volgere l’attività dagl’interessi del secolo a quelli della dottrina e della verità. I primi Padri del cristianesimo aveano fondata la loro scienza sulla Bibbia, spiegandola e commentandola giusta il sentimento loro particolare e quel della Chiesa. I successivi arrestarono lo studio su quelli, facendone estratti e catene per proprio comodo, onde all’uopo fiancheggiarsi delle loro asserzioni: e come la giurisprudenza romana sopra certi assiomi, così la teologia posava sull’autorità, limitandosi ad applicarla con argomentazione sottile, affar di logica e nulla più, trascurando l’indagine dei fatti e il sentimento della realtà.

Boezio, usando la filosofia greca e pagana per raffinare la scienza cristiana, nell’Organon svolse il raziocinio senza intaccare la fede, e divenuto autore universale, abituò gl’intelletti a una rigorosa coerenza di discutere, dimostrare, difendere, impugnare per via di regole prefinite; quella dialettica insomma, che prima l’italiano Zenone d’Elea aveva insegnata, e che fu delle primarie coadjutrici della scienza greca, ma che, se si restringa a pure forme e categorie, impaccia la ragione, mentre intende soccorrerla. Tale divenne nelle scuole, onde prese il nome di scolastica, troppo a torto derisa.

Questa geometria della ragione mette innanzi precisamente il suo teorema, da principj inconcussi deduce con raziocinio serrato, senza abbellimenti nè svaghi, valendosi solo di parole chiaramente definite, eliminando le idee vaghe e i termini equivoci, e procedendo sempre dal noto all’ignoto. Que’ principj generali indubitabili non potea darli che la rivelazione. Si esercitavano sulle due nozioni fondamentali del Creatore e della creatura, per trovarne e chiarirne la relazione ch’è la fonte d’ogni morale, e conciliare la fede rivelata colla ragion pura e coi fenomeni della vita esterna; limitavansi insomma a difendere e chiarire dogmi parziali, a vedere in che modo accettar la rivelazione e conoscere il sentimento comune, rinunziando alla disputa non appena la Chiesa avesse sentenziato.

Nulla più facile che l’abusare della logica. Il minuzioso speculare disgiunto dall’applicazione, dalla sperienza, dalla erudizione, da ogni bellezza, le frivole distinzioni, il sillogizzare non tanto per raggiungere la verità, quanto per uniformarsi a certe regole o per avviluppare gli avversarj, il puntigliarsi fin sulla distinzione di sillabe, congiunzioni, preposizioni, e innestare alla dialettica quanto di vano comprendevano la grammatica e la geometria affine di dimostrare ogni cosa, perfino i contrarj, furono gli abusi della Scolastica, che mettendo la disputa per iscopo non per mezzo, e confondendo il metodo colla sostanza, faceva invanire e delirare nella presunta onnipotenza della logica.

Suo oracolo era Aristotele, per verità maestro eccellente, perchè in esso trovasi anche la critica degli altrui sistemi e il modo di confutarli, mentre Platone non dà che il proprio dogma. Ma lo Stagirita che erige in principio supremo la natura, come poteva essere l’oracolo d’una scienza tutta religiosa? Poi esso giungeva in Europa nelle versioni e commenti de’ Musulmani e degli Ebrei, che gli aveano prestato assurdi sentimenti e sofisterie. I nostri, nel tradurre quelle traduzioni, nuovi errori vi sovraposero; nè la critica e la filologia sapevano riconoscervi l’alterazione, mentre l’idolatria professatagli impediva di crederlo in fallo. Anzichè duce, ne venne un ingombro d’errori, fatica erculea a quelli che voleano conciliarli colla teologia dogmatica. Più tardi Federico II ne procurò una versione sopra il testo greco, e la fece deporre nell’università di Bologna; Manfredi suo figlio la spedì a Parigi: ma nulla ce ne rimane per poter dire quanto avviasse alla retta intelligenza di quello che per antonomasia chiamavasi l’Autore.

Quest’esclusiva predilezione incagliava lo sviluppo cattolico delle scienze, e le logiche speculazioni sviavano dalle ricerche storiche, baloccandosi attorno a frivole quistioni. Cosa faceva e dove stava Iddio prima di creare? se nulla avesse creato, qual sarebbe la sua prescienza? potè egli fare le cose in altro modo da quel che le fece? v’ha tempo in cui egli conosca più cose che in un altro? può fare che ciò che è non sia, e per esempio, che una meretrice sia vergine? Iddio, incarnandosi, si unì all’individuo od alla specie? il corpo di Cristo alla destra del Padre sta seduto o in piedi? e le vesti con cui comparve agli apostoli dopo risorto, erano reali od apparenti? e le assunse con sè in cielo? e ve le tiene ancora? e nell’eucaristia sta nudo o vestito? che divengono le specie eucaristiche dopo mangiate? in qual maniera s’operò l’incarnazione nel seno di Maria? san Paolo fu rapito al terzo cielo nel corpo o senza? il pontefice potrebbe cassare i decreti degli apostoli, e formare un articolo di fede? o abolire il purgatorio? è semplice mortale, o una specie di divinità? e tutta la Bibbia diveniva un’arena di disputazioni, secondo che gli uni vi rintracciavano il senso letterale, altri l’allegorico, altri il mistico. Censurare, come si fa, la scienza per gli abusi che ne derivarono, è ingiusto come di chi condannasse la letteratura odierna a cagione de’ giornalisti; e tanto più che quelle formole e quello spineto non erano frutto della barbarie, ma già si trovano ne’ dialettici antichi, anzi in Aristotele stesso.

La Chiesa non soffogava quell’attività, ma stava in occhi a tutelare i dogmi, e ben presto fu chiaro che con questi tutelava la verità e la ragione. Accortasi degli errori che rampollavano sopra la dottrina aristotelica, talora ne proibì l’insegnamentò: onde altri si diedero a sceverare due ordini di verità, la filosofica e la religiosa: e lasciando arbitri di questa i santi Padri, discutevano secondo Aristotele i fenomeni dell’intelletto, l’origine e il valore delle idee, i fondamenti della conoscenza, in somma la metafisica.

Altri hanno faticosamente tratteggiato i procedimenti del pensiero in que’ secoli mal conosciuti; e noi, limitandoci alle glorie italiane, ricorderemo gl’insigni Lanfranco di Pavia e Anselmo d’Aosta, che in Inghilterra rappresentarono il principio spirituale a fronte del potere politico. Il primo, nato da famiglia senatoria (1005-89), educato nelle scuole di arti liberali e di legislazione secondo il patrio costume[307], andò frate, e non sentendosi vigore bastante pei lavori campestri a cui si dedicavano i monaci, già godendo grido di dialettico e giureconsulto nella patria scuola de’ giudici longobardi, recossi in Normandia. Aggresso da masnadieri e lasciato avvinto a un albero tutta la notte, aspettando la morte volle pregare, e trovò che neppur una preghiera sapeva a memoria. Vergognoso, stabilì darsi tutto a Dio, e liberato da alcuni passeggeri, si fe da loro indicare il convento più umile e povero. Gli nominarono Bec, ed egli vi si rese, subì un severo noviziato, tacendo per tre anni, e quando leggeva in refettorio, il priore lo rimproverava di proferir male il latino: una volta lo corresse dell’aver fatta lunga la seconda di docere, e il valente dottore si rassegnò a proferirla breve, stimando un errore di prosodia minor male che una insubordinazione.

In questa docilità imparò a comandare, e presto fu assunto arcivescovo di Cantorberì, a consigliere e ministro di Guglielmo conquistatore dell’Inghilterra; e sostenendo l’interesse cattolico in quell’isola dopo soggiogata dai Normanni, favorì a questi perchè credea giovassero a quello. Negl’impacci di chi è a parte dell’autorità e sembra farsene strumento, quante volte ribramò e chiese la solitudine del suo chiostro, ove ad assicurar la pace della coscienza basta una cosa, obbedire! Ma il terribile conquistatore spesso correggeva o frenava; udendo un cortigiano paragonare la reggia alla maestà del cielo, come avrebbe potuto fare un poeta napoleonico, esortò a farlo vergheggiare perchè più non osasse bestemmie tali: se accondiscese a Guglielmo, seppe evitare il conflitto che prevedeva imminente col potere ecclesiastico.

I tanti affari non lo distolsero dagli studj, e risuscitando l’arte critica, confrontò, corresse i testi che Berengario avea falsati per negare la presenza reale nell’eucaristia: sviluppandosi dalle fasce scolastiche, spaziò in modo oratorio; e riprovando la sottigliezza dei tropi e dei sillogismi e l’inane dialettica d’Aristotele, chiama sapiente chi conosce e glorifica Dio, e pienezza della dottrina l’intenderne il mistero e la sapienza.

Discepolo suo, e successore nel priorato di Bec, poi nell’arcivescovado, Anselmo d’Aosta (1033-1109), con fermezza calma e dolce, non affrontando la persecuzione, ma non isviando punto dal sentiero per evitarla, intelletto elevato e cuor puro, carattere amabile che traeva grandezze dalla fede profonda e dall’amor di Dio, per sagacia e pietà fu qualificato un secondo Agostino, e sulle traccie di questo diede dimostrazioni ancor venerate sopra l’essenza divina, la trinità, l’incarnazione, la creazione, l’accordo del libero arbitrio colla Grazia. I suoi monaci l’aveano pregato a valersi di forme agevoli, e d’argomenti adatti alla comune capacità, e provare per via di raziocinj rigorosi e necessarj[308]: e in fatto nel Monologium s’industria a spiegare la scienza delle cose soprannaturali per via di razionali principj, cercando l’alleanza della fede colla ragione, proteggendo la religion naturale e la rivelata da tutte le objezioni mediante un argomentar sottile; estendendosi anche alla metafisica e alla fisica, che speculano l’una sulla parola rivelata, l’altra sulla natura manifestata dai sensi; e digredendo su altre materie non immediatamente connesse col dogma. Al supremo problema dell’intelletto cercò egli spiegazione nell’idea universale, la quale non potrebbe sussistere come percezione dello spirito senza la realità dell’oggetto; eccedette fosse quella della perfezione infinita di Dio, il quale nell’ordine logico sta a capo di tutte le idee, come di tutti gli esseri nell’ordine reale.

Lo stolto che dice Non v’è Dio, concepisce un essere a tutti superiore, sebbene affermi che non esiste. Affermazione assurda, atteso che quest’ente resterebbe inferiore a un altro che a tutte le perfezioni congiungesse l’esistenza. Sono gli argomenti stessi che furono svolti poi da Cartesio; ed un monaco dell’XI secolo trovava e precisamente esponeva la sola prova compiuta e soddisfacente dell’esistenza di Dio, cioè elevava la coscienza fino alla nozione dell’essere, ed edificava una teologia dottrinale sovra un concetto della ragione. Mettendo in scena un ignorante che cerca la verità colla scorta dell’intelletto puro, vuol mostrare che la ragione non riprova ma comprova le verità rivelate; e protestando insieme che la fede non cerca comprendere ma credere, chiaramente determina i confini della filosofia e della teologia.

Ricondurre le quistioni scolastiche al punto ove i padri le aveano lasciate fu l’assunto di Pier Lombardo (1100-1164), fanciullo novarese, mantenuto per carità agli studj, poi vescovo di Parigi. Nei quattro libri Sententiarum raccolse in un ordine alquanto arbitrario le proposizioni dei santi Padri intorno ai dogmi, sicchè non rimanesse che d’applicarle nelle varie quistioni. Ma poichè delle difficoltà esposte non porgeva la soluzione, apriva campo a troppe dispute dialettiche ed a sottigliezze, per quanto egli richiamasse continuo verso gli studj positivi e i monumenti della prisca filosofia cristiana. Inoltre dava in argomenti speculativi: — Iddio padre, generando suo figlio, generò se medesimo o un altro Dio? generò di necessità o per elezione? egli stesso è Dio spontaneamente o necessariamente? Gesù Cristo potea nascere d’una specie d’uomini differente dalla stirpe d’Adamo? potea prendere il sesso femminile?» accettava autorità apocrife; e quando la logica gli paresse condurre a conclusioni diverse dalla fede, diceva: — Su questo punto amo meglio udire altri, che non parlare io stesso». Pure il maestro delle sentenze, com’egli fu titolato, rimase il testo delle scuole, ebbe replicate edizioni ne’ primi tempi della stampa; Racine, nel ristretto di storia ecclesiastica, gli dà ducenventiquattro commentatori, che, a detta del conte di San Raffaele, si potrebbero facilmente raddoppiare; e fin a mezzo il secolo passato l’università di Parigi celebrava l’anniversario di lui con esequie assistite da tutti i baccellieri licenziati.

D’altra levatura e originalità fu Tommaso dei conti d’Aquino (1227-74), castello di cui vedonsi gli avanzi presso Montecassino. Pronipote di Federico Barbarossa, cugino di Enrico VI e di Federico II, discendente per madre dai principi normanni, abbandonò le delizie e le speranze della condizione sua per vestirsi domenicano, malgrado de’ parenti. Gracile di salute, taciturno, assorto nelle meditazioni, i condiscepoli canzonando quel suo fare semplice, gli occhi incantati, la bocca chiusa, lo chiamavano il bue muto di Sicilia. Ma ben presto mostrò intelletto filosofico s’alcun mai, erudizione estesissima, passione de’ grandi risultamenti; e a quarantun anno si propose coi materiali sparsi della scienza coordinare la prima volta in sistema compiuto la teologia e la filosofia. I conflitti che da dodici secoli la Chiesa sosteneva intorno ai fondamentali articoli della fede, e quanto aveano insegnato, approvato, riprovato i Padri, i dottori, i papi, i concilj, compendiò in un volume. La scienza e l’erudizione tutta che al suo tempo avessero Cristiani od Arabi, svolse sotto la forma del sillogismo, in maestosa sintesi tendendo a riprodurre l’ordine assoluto delle cose, Dio uno, la Trinità, la creazione, le leggi del mondo, l’uomo, la Grazia; e opporre la verità agli errori moltiformi che venivanle opposti dal Corano, dal Talmud, dal manicheismo. Ch’egli si occupasse di scienze al tempo suo non esistenti, o usasse una lingua che l’età sua non gli dava, nessuno lo pretenderà; mentre eccitano meraviglia la chiarezza, la brevità nervosa, la schietta indagine della verità, che con bella e profonda definizione egli fa consistere in un’equazione tra l’asserto e il suo oggetto[309].

All’ispirazione ed elevazione dei primi Padri non arriva egli, ma porge formole dotte e profonde distinzioni, il suo metodo consistendo nell’appoggiare col sillogismo una maggiore assiomatica, data da quelli. Pertanto posa un teorema, poi sillogizza tutte le opposizioni filosofiche (videtur quod non), mettendo l’objezione condensata, multipla, in tutta la sua forza, per modo che poterono da lui attingere eresie e difficoltà quanti ebbero la mala fede di sopprimere le risposte. Non si ferma a confutarla, ma in contraddizione (sed contra) adduce alcuni passi di Aristotele, della Bibbia, dei Padri, principalmente di sant’Agostino, e prova conciso e preciso, facendo brillar la vera luce accanto alla falsa, sicuro che ne risulterà la certezza. Allora ripiegandosi sopra l’objezione, la distrugge invincibilmente (conclusio) collocando la sua risposta in termini concisi, enucleandoli poi dialetticamente, e non di rado con poche parole d’inarrivabile precisione recidendo avviluppatissimi problemi; e adoprandovi un mirabile buon senso ognora calmo, imparziale, lontano da sistematiche esclusioni, disposto ad accettar tutto il vero, approvare tutto il buono.

Quanto al fondo, sostiene che la scienza deriva da Dio e a Dio si riferisce, atteso che il filosofo, sempre in traccia del primo ente e della cagion delle cose, e proponendosi il perfezionamento dell’uomo, è costretto elevarsi alla causa ed alla ragion prima. E siccome nella società umana dirige colui che maggiore intelletto possiede, così nelle dottrine quella che si occupa delle cose più intelligenti, cioè la metafisica, scienza dell’essere in generale e delle sue proprietà, che considera le cause prime nella loro purezza e comprensibilità maggiore.

Scienza di Dio, dell’uomo, della natura, la teologia risale a Dio per contemplarlo, e col raggio che ne attinge discende la scala del creato illuminando le sfere inferiori. Fra i corpi puramente materiali e il mondo delle pure intelligenze, riflesso della vita e delle perfezioni di Dio, sta l’umanità, partecipe degli uni e degli altri: tre mondi connessi da legami infiniti, donde risultano l’ordine naturale e il soprannaturale, e in seno all’opera di Dio nasce l’opera dell’uomo, mediante la libertà creata. Di qui la mistura di bene e di male, di verità e di errore, che costituisce la storia umana. Delle creature alcune sono assolutamente immateriali, altre materiali, altre miste; e nel formarle Iddio si propose il bene, cioè di assimilarle a sè. Del qual bene partecipano anche i corpi, in quanto possiedono l’essere e sono l’effetto della bontà divina; e concorrono alla perfezione dell’universo, che deve contenere una gradazione di esseri, gli uni subordinati agli altri secondo che più o meno perfetti. Chi li consideri uno ad uno, non ne vede che l’inanità: ben altrimenti chi li guardi come istromenti degli spiriti; avvegnachè tutto ciò che si riferisce all’ordine spirituale appar più grande quanto più viene conosciuto.

Culmine della creazione è l’uomo, il cui spirito vive di triplice vita, la sensiva, la vegetativa e la razionale, la quale ancora si divide in intelligente e volitiva. A quest’ultima san Tommaso assegna regole rettissime, giacchè fondate sugl’insegnamenti della Chiesa: ma poichè il nostro lavoro verte tanto sulla scienza degli Stati, noi lasceremo il resto per arrestarci alquanto sul diritto e la politica di lui, che insomma sono quelli professati dal clero, quand’anche non applicati.

Fonda Tommaso la sua teoria del diritto sopra la legge. Questa è quadrupla: l’eterna, legge del governo divino generale del mondo; la naturale, partecipazione della legge eterna, valevole per tutti gli enti finiti razionali; l’umana, riferibile alle condizioni particolari degli uomini; la divina, che consiste nell’ordine di salute da Dio stabilito nella sua speciale provvidenza per gli uomini. Il diritto nello Stato è naturale, fondato nella natura invariabile dell’uomo, o positivo, stabilito per convenzione o promessa: e concerne solo la legalità degli atti esterni, mentre la giustizia interiore impone di fare il giusto per amor di Dio.

La legge è una misura imposta ai nostri atti, un motivo che ci spinge o distoglie dal fare, una dipendenza della ragione: ed ha per iscopo il ben essere comune. Dovendo il fine essere adempito da chi vi ha interesse immediato, le leggi saranno opera di tutto il popolo, o di chi del bene di esso è incaricato; e però la legge può definirsi «un ordine ragionevole a comune vantaggio, promulgato da chi ha cura del pubblico interesse». Diretta a mantenere la pace e propagare la virtù fra gli uomini, deve conformarsi alla giustizia pel fine che si propone, per l’autore da cui deriva, per le forme che osserva, cioè mirare al bene dei più, non trascendere l’autorità del legislatore, ed equamente distribuire i pesi che ciascuno dee portare pel comune vantaggio. È ingiusta ove s’opponga al bene relativo dell’uomo, o al bene assoluto che è Dio: e in tal caso non è legge ma violenza, nè obbliga al fôro interno, se non fosse per gli scandali che produrrebbe la trasgressione. E per natura e per ragione si deve a gradi procedere dal meno al più perfetto; onde i cangiamenti nella legislazione sono giustificati dalla mobilità della ragione, dalla mutabilità delle circostanze. Popolo pacifico, grave, oculato ai proprj vantaggi, ha diritto di scegliere i suoi magistrati; lo perde se corrotto.

Vuolsi che durino la città e la nazione? tutti abbiano parte al governo generale, acciocchè tutti sieno interessati a mantenere la pace pubblica; nella forma politica le autorità si bilancino. La più destra combinazione sarebbe un principe virtuoso, che sotto di sè ordinasse un certo numero di grandi cariche per governare secondo l’equità, cernendoli da ogni classe e sottoponendoli ai suffragi della moltitudine, col che associerebbe al governo l’intera società. Il principe deve al suddito la fedeltà stessa che ne esige: se avvilisce Dio ne’ poveri, imita i soldati che percotevano Cristo colla canna messagli in mano: se grava le imposte, pecca d’infedeltà agli uomini, d’ingratitudine a Dio, di sprezzo agli angeli custodi, sopra i quali ricadono le offese recate ai loro custoditi.

Colpa mortale sarebbe la ribellione contro alla giustizia e all’utilità comune, non il resistere e combattere pel pubblico bene. Principe che si propone il personale soddisfacimento anzichè la comune felicità, cessa d’essere legittimo, e l’abbatterlo non è più sedizione, se pur non si operi con disordine tale da cagionare mali maggiori della tirannia stessa. Il tiranno si tiene fra certi limiti? convien tollerarlo per cansare pericolo di peggio; eccede? può essere giudicato e anche deposto da un potere regolarmente costituito: attentare contro la sua persona per fanatismo e vendetta non è mai lecito.

Su questi larghi principj posavasi il liberalismo, che la Scuola talora spinse fin al di là; donde la taccia che il secolo nostro, ipocrito in parole come sguajato in fatti, le dà di avere giustificato il regicidio. Al moderno diritto delle genti pose Tommaso le fondamenta, che lo distinguono dal micidiale degli antichi: e certi missionari d’un nuovo cristianesimo, che credono nati jeri i concetti della libertà e dell’eguaglianza, stupirebbero leggendo quel che Tommaso pensava della nobiltà[310].

Ma come la pensava egli sul propagare la fede per mezzo della forza? Degli Infedeli alcuni non abbracciarono mai la fede, come Pagani ed Ebrei; altri ne disertarono, come gli eretici e gli apostati. Questi sono mentitori d’una promessa, e ne sono puniti: gli altri non devono per verun modo essere forzati alla fede, ma solo a non manometterla con bestemmie, con prediche, con violenze. I fedeli muovono spesso guerra agl’infedeli, non già per costringerli a credere, ed anche dopo la vittoria se ne lascia libertà al prigioniero, ma perchè non impediscano ai credenti il convertirsi o il perseverare[311].

Sì grand’uomo, eppure umilissimo, ricusò nell’Ordine ogn’altra dignità fuor quella di definitore: e nella contemplazione talmente restava assorto, che navigando non s’accorse d’una fiera burrasca; tenendo una candela non sentì da quella bruciarsi il pugno; sedendo al banchetto col re di Francia, repente battè sulla tavola esclamando: — Ecco un argomento invincibile contro i Manichei». La leggenda dice che, avanti morire, stava davanti a un Crocifisso, e questo piegossi, e dissegli: — Tommaso, bene hai scritto di me: qual ricompensa domandi? — Niun’altra cosa che voi stesso», egli rispose. Quando poco dopo si trattò di canonizzarlo, gli oppositori notavano ch’e’ non aveva operato miracoli; ma papa Giovanni XXII esclamò: — Ne fece tanti, quanti articoli scrisse»; e soggiungeva: — Tommaso rischiarò la Chiesa più che tutti insieme i dottori, e maggior profitto si trae dallo studiare un anno agli scritti suoi che dal leggere tutta la vita que’ degli altri».

Diversa eppur non avversa alla scolastica argomentatrice, la scuola mistica cercava non esercizio allo spirito ma nutrimento all’affetto; tutto riconduceva al sentimento ed alla contemplazione, assegnando i gradi onde con questa elevarsi al primo vero; in luogo dell’arida dialettica adoperava linguaggio immaginoso, simbolicamente interpretando la natura appoggiandosi sulla misteriosa attrazione verso il bene assoluto e l’infinito, e sulla dilezione estatica, fondo della nostra sensibilità.

Giovanni Fidanza da Bagnarea (1221-74) fu salvato da una malattia infantile per intercessione di san Francesco, il quale disse a sua madre: — È una buona ventura»; onde vestitosi francescano, fu noto col nome fratesco di Bonaventura. Dotto di tutta la scienza d’allora, sommesso insieme e indipendente, cautamente valutando le forze relative della credenza e dell’intelletto, tentò conciliare Aristotelici, Platonici, Arabi; cioè il raziocinio e l’intuizione, il misticismo e la didattica dirigere in armonia, non ad arguzie curiose, ma a supreme quistioni. Non che negare ogni certezza ai sensi, tende a rintegrare l’infallibilità della ragione, facendo che Dio abbia poste le premesse nell’intelletto, e conformatolo in guisa che sia costretto assentire al vero, non come ad una percezione nuova, ma quasi riconosca cose innate in sè. Osò anche tentare un albero enciclopedico dell’umano sapere, men lodato, non men lodevole di altri posteriori[312], e che mostra come sapessero d’alto luogo riguardare la scienza questi Scolastici cui si dà taccia di angusti e meschini.

Bonaventura fu noverato fra’ più insigni del tempo: quando san Tommaso suo amico gli domandava da quai libri traesse tanta scienza, gli mostrò il crocifisso; e tutte pietà sono la sua Vita di san Francesco, lo Specchio della Vergine, l’Itinerario dell’anima al cielo. A forza di preghiere si fece esonerare dall’andare arcivescovo di York; e stava lavando le scodelle quando gli fu annunziato che era fatto cardinale. Alle sue esequie assistettero Gregorio X, il re d’Aragona, cinquanta vescovi, sessanta abati, più di mille preti; ottant’anni dopo morto fu canonizzato, e iscritto col titolo di serafico[313] fra i dottori della Chiesa, dopo Ambrogio, Agostino, Girolamo, Gregorio Magno e l’Aquinate.

Anche la scuola contemplativa ebbe i suoi deliramenti, e Giovanni di Parma pubblicò un Introduttorio all’evangelo eterno, ove annunziava che, siccome il Testamento antico avea dato luogo al nuovo, così questo non bastava più alla perfezione, e un altro ne verrebbe tutto d’intelligenza e di spirito. Altri caddero nel panteismo e nella negazione del proprio essere, ed applicati alle scienze s’abbujarono nell’astrologia e nell’alchimia.

Del diritto romano mai non erasi perduta affatto la memoria; ma quella legislazione è troppo complicata e dotta per gente incolta, troppo difficile ad armonizzare col sistema barbaro. Si dovette dunque applicarsi ad agevolare l’uso quotidiano del gius longobardo, e ridurlo a sistema per via d’un testo intelligibile, di dichiarazioni, di formole di processo. A ciò diede principale opera la scuola di Pavia, che volta solo alla letteratura nei tempi de’ Carolingi, da quelli di Ottone I vi unì la giurisprudenza, e compilò il Liber legum Longobardorum. I maestri di quella erano anche giudici, e accoppiando la teoria alla pratica, e conoscendo il diritto romano, composero una glossa che fu equiparata al testo legale. Ebbero nome tra essi Sigefredo, Guglielmo, Bajlardo, Buonfiglio, e quel Lanfranco da Pavia, di cui dicemmo[314]. Man mano che le città italiane crescevano di ricchezze, di commercio, di potenza, occorreano nuove complicazioni, cui non era sufficiente il diritto germanico, mentre si trovavano risolte nel romano; sicchè a questo applicaronsi gl’ingegni, costituendo una nuova classe di cittadini, i giureconsulti.

Quando i Pisani espugnarono Amalfi nel 1135, ne tolsero l’unico esemplare delle Pandette, e Lotario II in benemerenza lo cedette a loro, decretando che nella pratica si sostituisse il gius romano al germanico, e cattedre per insegnarlo. Così dicono: ma nessun vide questo diploma, ed è dimostrato che in verun tempo le Pandette erano cadute in dimenticanza[315]; sicchè questa è una novella che traduce in racconto di tempo e di luogo determinato un avvenimento d’incerta origine. Esso codice fu gran tempo custodito a Pisa come una reliquia, nè mostrato che con solennità, poi trasferito a Firenze, monumento d’altre vittorie, ove può non difficilmente vedersi in quel tesoro di manoscritti ch’è la biblioteca Laurenziana. La scrittura il prova contemporaneo di Giustiniano; e che sia l’unico originale risulterebbe da questa bizzarria, che avendovi il legatore per isbaglio trasposto un foglio, tutti gli esemplari conosciuti hanno l’errore medesimo, come materialmente trascritti. Eppure sembra che i glossatori possedessero altri testi, collazionando i quali ne formarono uno bolognese, detto la vulgata: pure la loro rarità è attestata dall’importanza attaccata al possesso di questo codice, la cui scoperta e il trionfo menatone fissarono su quello l’attenzione dei molti che la progredita civiltà avea disposti ad una legislazione più raffinata. Allora dunque lo studio del romano diritto penetra nelle scuole, in gara colla teologia e la scolastica, mentre s’applica alla vita.

Irnerio, che prima aveva insegnato grammatica, passò a leggere le Pandette a Bologna sua patria (1100-20); e i giovani che trassero in folla a questa scienza nuova, reduci ai loro paesi, ne applicavano i canoni ai casi particolari, se non altro come supplemento alla legge locale. Restano in gran parte le glosse di quest’illustre, e memoria d’altre opere sue ad uso della scuola, dalla quale poi si staccò per servire all’imperatore. Pensator rigoroso, trasse ogni cosa dal proprio capo, ignorando i lavori intorno al diritto, fatti o tentati ne’ secoli precedenti[316].

Si nominano fra’ suoi discepoli più insegnati i bolognesi Bùlgaro os aureum, Martin Gossia copia legum, Jacopo e Ugone da Porta Ravegnana. La Somma del Codice di Roggerio è il primo tentativo di sistemar la scienza del diritto. Il Piacentino, che alcuni chiamano Ottone, per quanto assoluto e di smisurata vanità, non manca di intelletto scientifico e cognizione delle fonti. Assalito nottetempo da Enrico di Baila, di cui avea confutato un’opinione, a stento campò, e ricoverato a Montpellier, v’aperse la prima scuola di diritto (1192). Giovanni Bassiano da Cremona, preciso nell’esposizione, trovò forme ingegnose, benchè talvolta buje; professò a Mantova.

Pillio da Medicina professava giovanissimo a Bologna, quando i magistrati lo costrinsero a giurare che per due anni non insegnerebbe altrove: i Modenesi, cui forse importava più il toglierlo agli emuli che il possederlo essi medesimi, gli offersero cento marchi d’argento purchè venisse nella loro città, anche senza insegnare, siccome fece. Scrive per lo più in dialoghi fra la giurisprudenza e l’autore, con molta vanità e affettazione logica[317].

Lodano pure Guglielmo di Cavriano da Brescia, Alberico da Porta Ravegnana che per l’affluenza di scolari dettava nella sala del Consiglio, Giovanni Azzon da Bologna che aveva fin mille uditori, ed altri che lungo sarebbe il recitare. Francesco Accursio da Bagnòlo presso Firenze, nella Glossa continua (1129) abbracciò le anteriori, così conservandoci l’opinione di molti, ma senza tropp’arte nello scegliere. Al suo tempo citavasi nei tribunali come legge, e fu in gran nominanza finchè parve merito il cumulo di erudizione; ma nel Cinquecento, quando si studiarono l’antichità e gli storici, prevalse un miglior gusto, mentre minorava l’elevatezza de’ pensieri.

Que’ glossatori possedevano le Pandette, il Codice, gl’Istituti, le Autentiche, l’Epitome di Giuliano, nè altro. Scarsi di storia e filologia, invece di raddrizzare i testi, accertare i tempi, insinuarsi nella intenzione delle leggi, si fermano a spiegare che etsi equivale a quamvis, admodum a valde; derivano il nome del Tevere dall’imperatore Tiberio; fanno vivere Ulpiano e Giustiniano avanti Cristo, uccidere Papiniano da Marc’Antonio; interpretano pontifex per papa o episcopus; se trovano una parola greca, la saltano, onde il proverbio Græcum est, non potest legi. Pure non mancano di sagacia e industria, massime Accursio, nel ravvicinare passi, conciliare apparenti divergenze, ricorrere per l’interpretazione alle fonti quanto poteasi in quell’ignoranza della storia, che durerebbe anche oggi se la fortuna non avesse scoperto Ulpiano ed altri giureconsulti vetusti.

Ben presto seguirono pedestri imitatori, destri nella dialettica quanto sforniti di scientifico intelletto; prolissi, d’inesauste minuzie, che affogano il testo ne’ commenti, multorum camelorum onus, nulla rimettendo all’intelligenza degli scolari; espongono in uno stile barbaro, da cui non sa forbirsi neppure Dino da Mugello. Il quale godette tanta riputazione, che ancor vivo i vescovi stabilirono, ove le leggi municipali e le romane e le chiose dell’Accursio tacessero o si contraddicessero, a Dino si riportasse la risoluzione.

Sconciatesi le repubbliche, e andata ogni cosa per fazioni, poi per arbitrio di tiranni, senza quella libertà che è necessaria alla ponderazione delle leggi, nel metodo prevalsero sempre più le forme dialettiche, con distinzioni e restrizioni senza termine; l’argomentare non si aggirò sul testo ma sulla glossa, la quale divenne un ostacolo a intenderlo; ogni originalità rimase tolta dal porre ognuno il piede sull’orme dell’altro.

Cino da Pistoja scolaro di Dino (-1337), cacciato dai Guelfi, torna coi Ghibellini. Ammira i dialettici, pure sa emanciparsi dalle triche di scuola, e pensare di sua testa; e si fiancheggia cogli statuti de’ varj popoli e la pratica de’ tribunali. Bartolo da Sassoferrato scolaro di lui, maestro a Pisa e Perugia, ove morì in fresca età, superiore in fama a tutti i giureconsulti, spiegato dalle cattedre, tenuto in conto di legge nella Spagna, per critica e metodo sta a gran distanza dagli antichi glossatori, impacciato dai troppi commenti.

Avanzandosi i tempi, ebbe grido Baldo da Perugia (-1400), che professò per cinquantasei anni, e versò nei pubblici negozj. «Nella smania di distinzione (dice il Gravina) egli non divide, ma sfrantuma il soggetto tanto, che i frantumi ne van col vento; ma per quanto ciò nuoccia all’interpretazione della legge romana come codice positivo, fu utilissimo al giureconsulto pratico per la moltiplicità dei casi che lo spirito suo fecondo ritrovò; sicchè ben rado si dà di consultarlo senza trovarvi una soluzione qual ch’ella sia». Luca di Penna negli Abruzzi, autore del commento sui Tres Libri, supera i contemporanei per metodo e stile, e ricorre direttamente ai testi coll’indipendenza datagli dal non essersi formato nelle scuole ma negli affari. I successivi, più che nelle magistrature, presero pratica nei consulti, fonte di rinomanza e di ricchezze.

Come questi il diritto romano, altri studiarono il feudale, di applicazioni ancora frequenti; e Oberto dall’Orto e Gerardo del Negro, consoli milanesi, attorno al 1170 radunarono le costituzioni imperiali e le consuetudini delle varie città, le sentenze in proposito e le interpretazioni proprie e d’altri giuristi. Valore di legge non ebbero mai, ma autorità perfino ne’ tribunali pontifizj. Infiniti commenti e glosse ebbero da Bulgaro, Pileo, Ugolino, Corradino, Vincenzo, Goffredo..., e principalmente da Giovanni Colombino; tutti superati dal napoletano Andrea d’Isernia, e più tardi da Matteo degli Afflitti. Nel 1436 Antonio Mincuccio di Pratovecchio bolognese avea ridotti i libri feudali in miglior forma, e l’imperatore Federico III li confermò, onde in Bologna erano letti pubblicamente. L’illustre Cujacio con maggior critica ed eleganza, e deponendo il disprezzo che i giuristi soleano avere per ciò che non fosse romano, migliorò ed illustrò quella raccolta, la quale si compie colle leggi feudali pubblicate dal Barbarossa, che sono le più numerose e precise, e da cui era stata proibita l’alienazione dei feudi, ristabilite le regalie imperiali in Italia[318].

Contemporaneamente si compiva il diritto canonico. Una raccolta autentica delle leggi ecclesiastiche emanate dai concilij e dagli imperatori, disposta da Giovanni Scolastico patriarca di Costantinopoli a mezzo il secolo VI, divenne legge della Chiesa d’Oriente. In Occidente, dopo le collezioni che accennammo (t. V, p. 472) di Dionigi il piccolo e d’Isidoro, Reginone abate di Pum, uscente il secolo IX, ne fece una, poi Burcardo vescovo di Worms il Magnum decretorum volumen, che da uno storpio del nome suo è chiamato Brocardo, e passò ad indicare quistioni scabrose ed incerte. Ivone di Chartres dispose metodicamente il Decreto in diciassette libri; finchè Graziano di Chiusi benedettino, nella Concordantia canonum o Decretum (1151), compì sistematicamente la giurisprudenza canonica. Eugenio III dicono l’approvasse, e l’autore con Ranieri Bellapecora pei primi professarono tale materia in Bologna. L’opera sua comprende i canoni degli Apostoli, quelli di cencinque concilj, le decretali de’ papi, non escludendo quelle del falso Isidoro, e molti passi tratti da santi padri, da libri pontificali, dal codice Teodosiano e da altri. Autorevole nel canonico, come il codice Giustinianeo nel diritto civile, il Decreto di Graziano trovò moltissimi commentatori: lo sceverarne la mondaglia doveva essere cura di secoli meglio veggenti[319].

Successive consultazioni diedero luogo a nuove decretali, di cui una raccolta fece Bernardo Circa, vescovo di Faenza poi di Pavia; una fu ordinata a Pier di Benevento da Innocenzo III, ed approvata per pubblica autorità; poi un’anonima dopo il 1215. Nessuna era completa, e v’avea decreti incerti: pertanto Gregorio IX incaricò Raimondo di Pegnafort barcellonese di raccorre le decretali posteriori al 1150, ove finisce la compilazione di Graziano; onde venne il secondo corpo e principale del diritto canonico, cresciuto anch’esso con successive aggiunte.

Suprema efficacia ebbe lo studio del diritto, facendo rivivere a pro de’ moderni l’esperienza degli antichi, disposta in un sistema di leggi, ove tutto ciò che essenzialmente importa alla civile società era determinato con sagacia, equità e precisione, ben superiore ai tentativi de’ codici barbari. Introdotta la prova testimoniale, lo spirito umano s’addestrò nell’indagare le verità ed applicarle, risalì agli studj classici per meglio chiarire il senso, e quel ragionare sodo e sopra i fatti emendava l’inclinazione sofistica delle scuole.

Ai baroni nè dottrina nè pazienza bastando, i leggisti presero il luogo de’ feudatarj negli uffizj giuridici. Allettati dalla costituzione romana, stabilirono essi una scuola teorica e pratica di governo, cui primo canone era l’unità e indivisibilità del potere sovrano, talchè guardava come usurpazione le signorie feudali, come non avvenuta l’occupazione dei Barbari, e indegne del nome di leggi quelle emanate da loro: fatto meraviglioso ed unico, che la legislazione morta d’un popolo perito divenisse scienza politica e sociale per tutta Europa, e che fin ad oggi i codici trovino appoggio, commento o supplemento nelle decisioni di Papiniano e nell’opinione de’ glossatori.

Ben fa dolore che le nazioni nuove non abbiano pensato estrarne quel solo che ad esse confacevasi, anzichè adottare intero un cumulo di cose estranee ai costumi e all’ordine sociale nuovo, e principj assoluti, e formole materiali, e rigide conseguenze, non armonizzanti colla società nuova nè coi costumi moderni e col cristianesimo. Per vero, l’adottare è molto più facile che lo scegliere; e la parzialità ghibellina aveva interesse a considerare i Federichi come successori di Teodosio: onde n’uscì una legislazione implicata, incoerente, ancora oscura dopo infiniti commenti, e forse in grazia di questi.

Ma nelle città libere i giuristi costituivano un corpo, con impieghi d’onore ed alte cariche e singolare considerazione: e persone elevate portavano nella giurisprudenza gran senso pratico e reale dignità. Il diritto poi fu un grande miglioramento sì alla legislazione, sì e più alla condizione dei vulghi. Rispetto all’ordine delle successioni, ai matrimonj, ad altri punti legali, i preti che ragione aveano di far leggi inique? Ne’ concilj, composti di prelati d’ogni paese, specie di areopago superiore alle convenienze feudali, e scevro di parzialità, di rado i canoni si circoscriveano ad un paese; e togliendo per base la morale anzichè la politica, servivasi alla rettitudine universale. Le giurisdizioni signorili riuscirono men vessatorie in mano di abati e vescovi che di conti e baroni, perchè il prete era obbligato ad alcune virtù, da cui il laico si tenea dispensato. La carità e il perdono delle ingiurie, essenza della morale cristiana, v’erano specialmente comandati in tempi di guerra di tutti contro tutti. Più miti le pene; abolita la croce e il bollare in faccia, per non deturpare l’immagine di Dio; niuno sentenziato a morte, e spesso si mandava il reo a far penitenza e migliorarsi ne’ chiostri. La tortura, approvata dal divino Augusto[320] e conservata lungo tempo fin dagl’Inglesi tanto adulti nella libertà, era esclusa dal diritto canonico: e doveano passar de’ secoli prima che la filosofia si facesse bella di tali documenti.

Il clero, alieno dalle armi, repudiava le prove del duello o dell’ordalia[321], e vi surrogava i testimonj, e come prova sussidiaria il giuramento; più regolare rendeva l’amministrazione della giustizia, e le vendite, i prestiti, le ipoteche, giacchè richiamavasi al fôro ecclesiastico ogni obbligo contratto con giuramento. Innocenzo III e il IV concilio Lateranese istituirono il processo scritto, prescrivendo che nel giudizio ordinario e nello straordinario il giudice si faccia assistere da un pubblico notajo, se è possibile; e due persone sufficienti scrivano gli atti, cioè le citazioni, proroghe, petizioni, eccezioni, testimonianze, e così via, il tutto coll’indicazione de’ luoghi, de’ tempi, delle persone; e ne dia copia alle parti, serbando l’originale per ogni caso di dubbio[322]. Il diritto stesso ebbe determinato il metodo delle citazioni e la sostanza della processura, agevolate le riconvenzionali, tentate le vie di conciliazione, negli appelli distinto l’effetto devolutivo dal sospensivo, ai rimedj possessorj dato ampiezza e rigore.

Mentre il diritto civile non lasciava star le donne in giudizio senza consenso del marito, lo che impediva di reclamare contro di questo, non così era de’ tribunali ecclesiastici, davanti ai quali veniva contratta l’unione, stipulata la dote, discusso della infedeltà, delle separazioni, del divorzio. Le leggi che proteggeano i beni del clero insegnavano esistere un’altra proprietà non derivata dalla spada, con altre garanzie che la violenza; garanzie che poi doveano diventare comuni. Altre inviolabilità delle persone si conosceano dove l’ecclesiastico era valutato a prezzo maggiore, non si potea sfidarne i parenti, e l’offensore trovavasi a fare con una intera società poderosa. L’asilo sottraeva il colpevole alla vendetta subitanea, non già alla giustizia, a cui lo restituiva se riconosciuto reo: l’escludere il duello obbligava ad accettare la composizione de’ tribunali. Laonde, mentre pareva intendere al solo interesse proprio, la Chiesa operava per le nazioni, che un giorno si assicurerebbero come diritti quei ch’essa introduceva come privilegi[323].

Così miglioravasi il potere legislativo, passato dai forti ne’ savj; più ne migliorava l’opinione: sicchè al cristianesimo, dice Montesquieu, andiam debitori di un certo diritto delle genti nella guerra, di cui la natura umana non potrà mai essergli abbastanza riconoscente; il qual diritto fa tra noi che la vittoria lasci ai vinti la vita, la libertà, le proprietà, le leggi, la religione. Dopo di che, io mi confesso propenso a compatire ai compilatori delle Decretali se non ebbero bastante critica per discernere le false, e se credettero veramente che il papa fosse superiore a tutti i vescovi, e potesse imporre ai re d’esser giusti e di non opprimere d’imposte i popoli.

Intanto colla giurisprudenza la dottrina usciva dal santuario, e lo scienziato non era soltanto cherico ma anche dottore. Tutte quelle discussioni poi, miste di teorica e di pratica, attestano un inaspettato movimento intellettuale, che innovava la società non meno che lo facesse lo sviluppo politico. Perocchè, quando una nazione si sveglia, estende la sua attività sopra tutte le parti, siano le politiche come le intellettuali e morali.

Università chiamavasi già prima qualunque libera unione; e quel nome presero anche gli scienziati in associazioni libere che prevenivano l’azione de’ governi, e che ciascuna amministrava i proprj affari. Qualche scienziato di grido prendeva a leggere in una città; accorrevano uditori, altri dotti ne profittavano per venirvi a spacciare la propria dottrina, e così formavasi una università. In tanta scarsezza di libri e d’istruzione particolare non poteasi imparare che dalla viva voce, onde non vi concorrevano ragazzi, ma uomini fatti e già ragguardevoli; ed assumendo l’aria della società civile, costituivansi a modo di Comuni, con onori e franchigie per gli studenti e i professori; e avvivate dall’interesse che ispira la verbale comunicazione fra questi e quelli, cogli studj indipendenti crescevano di forza e dignità; e al modo de’ Comuni, cercavano privilegi ai re e ai papi, il principale dei quali era di poter conferire il dottorato.

I professori, ai quali grande incitamento dava il trovarsi esposti al guardo di tutta l’Europa letteraria, erano rimunerati dagli scolari, nè l’università mantenevasi che per la reputazione di quelli. Le città, vantaggiate dal concorso degli studiosi, adoperavano a mantenere quelle unioni; poi fecero gara di offrire grossi stipendj.

E maestri e università erano dunque tutt’altra cosa di queste moderne, fomite inutile di corruzione in una gioventù che, mentre potrebbe dappertutto ritrovare e libri e insegnanti, è raccolta a dissipare fra lo stravizzo e il mal esempio il fiore dell’età, la freschezza de’ sentimenti, i precetti morali bevuti al focolare paterno, e far le prime prove del vizio, seguendo un corso uffiziale sotto professori di cui non ha stima e fiducia, ma che sono decretati da un governo che forse disama.

L’importanza delle università fece favoleggiarne le origini. Quella di Bologna si pretendea fondata da Teodosio II nel 443; ma il primo privilegio, copiato da quel di Giustiniano per Berito, le fu rilasciato in Roncaglia da Federico Barbarossa, onde proteggere quei che di fuori venissero a quello studio, esimerli da processo per delitti o per debiti, e potessero scegliere la particolare giurisdizione dei professori, per esercitare la quale l’università eleggeva il rettore. Da principio vi si studiò soltanto diritto, poi si aggiunsero arti liberali e medicina; al fine Innocenzo VI v’unì scuola teologica sul modello della parigina, sorta contemporaneamente, e che avea vanto nella teologia scolastica e nella filosofia, come Bologna nella giurisprudenza. Furono le due università più nominate nel medioevo: ma la bolognese era composta degli scolari i quali sceglievano dei capi, a’ quali dovevano rispondere anche i professori; alla parigina non appartenevano che i professori, subordinati restando i discepoli: sistemi derivanti dal diverso Governo delle due città e dalla natura dell’insegnamento; quella, repubblica e volta alle leggi; questa, monarchia e teologica.

A Bologna dunque i varj portici formavano distinte università; e quella del diritto era divisa in due, degli ultramontani con diciotto nazioni, dei citramontani con diciassette[324]. Gli stranieri studenti di diritto (advenæ forenses) godeano piene prerogative civili; e convocati dal rettore, cui annualmente giuravano obbedienza, costituivano università propria, con voce nelle assemblee. Ciascuna nazione faceasi rappresentare da uno o due consiglieri, i quali, col rettore, costituivano il senato per la disamina degli affari. Un sindaco annuo rappresentava in giustizia le due università: un notaro ne rogava gli atti, annuale anch’esso, come il massajo e i due bidelli. Ogni anno pure eleggevasi un tassatore dalla città ed uno dagli studenti, che fissassero il prezzo degli alloggi: lo scolaro avea facoltà di rimanere tre anni nella casa prescelta; e il padrone che esigesse di più, o a torto si querelasse del pigionale, o lo trattasse men convenientemente, non potea più dare albergo ad altri.

I professori, all’atto della promozione, poi una volta all’anno doveano giurare obbedienza al rettore e agli statuti: potevano essere sospesi e multati, non portar voto nelle adunanze, nè sostenere le cariche dell’università: altrettanto era degli scolari natii di Bologna, che non rimanevano sottratti dall’autorità municipale. Il rettore, che doveva essere letterato, celibe, d’almeno venticinque anni, di sufficienti sostanze, avere a proprie spese studiato il diritto almeno cinque anni, e non appartenere ad ordini religiosi, rinnovavasi annualmente a voce del predecessore, de’ consiglieri e di alcuni elettori scelti dalle università; e nelle funzioni aveva il passo sopra vescovi ed arcivescovi, eccetto quel di Bologna, ed anche sopra i cardinali secolari. Il titolo di magnifico nacque nel XV secolo.

Pertanto nella città di Bologna quattro distinte giurisdizioni vegliavano: i magistrati ordinarj, la curia vescovile, i professori, il rettore. Le frequenti collisioni tra questi, l’irrequietudine degli studenti e le riotte agitarono spesso la repubblica; qualche fiata gli scolari tutti ritiraronsi in un’altra città, finchè non si consentisse alle esorbitanti loro domande; qualche altra, dai papi scomunicata o messa al bando dell’Impero, Bologna vedeva migrare la dotta folla, a cui dovea vita e ricchezze. Con grandi privilegi la città allettava gli studiosi; esimeva i professori dal servigio militare, poi da ogni tassa; rifaceva de’ furti sofferti, se il rubatore non potesse.

I dottorati doveano giurare non insegnerebbero altrove che a Bologna; e morte e confisca era minacciata ai cittadini che sviassero uno scolaro da quell’università, e così a professori bolognesi maggiori di cinquant’anni, o agli stranieri stipendiati che passassero ad altra scuola prima che la condotta scadesse. L’università toglieva in protezione gli artisti che a servizio di essa lavoravano, come amanuensi, miniatori, legatori, i fanti degli studenti, e alcuni banchieri privilegiati per dare a prestanza agli scolari. Una bizzarra regola imponeva agli Ebrei di pagare centoquattro libbre e mezzo ai legali, e settanta agli studiosi delle arti per fare un festino in carnevale. Alla prima neve che fioccasse, gli studenti andavano alla busca, e di quel raccogliessero faceano statue o ritratti ai più celebri professori.

Dell’arcidiacono di Bologna era privilegio il laureare, nè altro benefizio egli godeva che una parte delle propine. Il dottorato conferivasi come grado dal collegio de’ legali, e dava diritto d’insegnare e d’essere promosso: sebbene ai posti supremi non s’elevassero che natii bolognesi. Sei anni di studio si richiedevano per passar dottore in diritto canonico, otto pel civile; giurato d’aver compito questo tempo, lo scolaro sosteneva l’esame privato e il pubblico; e sopra due testi assegnati disputava innanzi all’arcidiacono e al dottore che lo presentava, libero essendo agli altri dottori d’objettare; e tosto era ricevuto fra’ licenziati. L’esame pubblico teneasi nella cattedrale in solenne pompa, ove il licenziato recitava la disposta diceria, ed esponeva una tesi di diritto, contro cui gli studenti potevano argomentare; indi l’arcidiacono o un dottore pronunziava l’encomio acclamandolo dottore, e gli si davano il libro, l’anello, il berretto. Giuramento d’adempier bene gli obblighi del dottorato non si prestava, sibbene alcuni giuramenti particolari.

Laureato che uno fosse, avea diritto d’insegnare non solo a Bologna, ma in qualunque università costituita per bolla papale. Ogni scolaro, dopo cinque anni di studio, poteva insegnare, ma sopra un titolo solo; e dopo sei, sopra un trattato intero, annuente il rettore: questi chiamavansi baccellieri. Il corso durava dal 19 o 28 novembre al 7 settembre; e ogni giovedì era vacanza, qualora nella settimana non cadesse altra feria. Le lezioni si facevano parte all’avemaria del mattino, parte dopo le diciannove ore, tutte occupate nell’insegnamento orale. I corsi distinguevansi in ordinarj e straordinarj, secondo i libri. Testi ordinarj, pel diritto romano il Digesto vecchio e il Codice, pel canonico il Decreto e le Decretali: ogni altro libro era straordinario, e i professori autorizzati a leggere su questi non poteano insegnare sugli ordinarj.

Nel 1260 vi si contarono fin diecimila scolari, con gran lucro dei professori. Ai quali poi si assegnarono pubblici stipendj; e nel 1384 ne troviamo a Bologna diciannove pel diritto, aventi dai cinquanta ai trecento fiorini di trentatre soldi. Quando furono tutti stipendiati, il professorato si riguardò come pubblica funzione.

Lo studio della giurisprudenza tardò ad introdursi nelle università forestiere, di modo che il trionfo di quella scienza fu sempre in Italia, e non per decreto o favore de’ sovrani, ma per necessità dei tempi. Alle città lombarde, libere, trafficanti, ricche, popolose, non bastavano più le anguste transazioni dei codici germanici e la scarsa cognizione del romano: dileguandosi il diritto personale introdotto da Carlo Magno, s’abituavano a considerare gran parte dei popoli d’Europa come intimamente uniti sotto l’Impero, e fra le varietà nazionali riconoscere alcun che di comune, l’Impero, la Chiesa, la lingua latina. Ora, appena formatasi la scuola bolognese, e diffuse le cognizioni coi consulti, cogli scritti, con nuove scuole, anche il diritto romano si considerò comune a tutta cristianità, il che lo ingrandiva nel concetto de’ popoli.

In Bologna primamente fu aggiunta agli altri studj la grammatica, e Buoncompagno fiorentino, il quale fu coronato d’alloro, vi lesse la sua Forma literarum scholasticarum, metodo per iscrivere a principi e magistrati. Era costume che, chi bramava professare grammatica, mandasse innanzi un’epistola, stillante eleganza ed erudizione, picturato verborum fastu et auctoritate philosophorum; onde Buoncompagno, motteggiatore superbo, ne finse una di siffatte, quasi venisse da un professor nuovo, che chiamava a sfida lui stesso. Ne tripudiarono gli emuli, levando a cielo la forbitezza della lettera finta; poi al dì prefisso si raccolsero affollati nella metropolitana: ma Buoncompagno sopragiunto manifestò la burla e mandò scornati i rivali, mentre gli amici portarono lui a casa in trionfo.

Sturbati dai tumulti civili di Bologna, alcuni scolari trapiantarono a Padova la scuola di diritto (1222), divenuta poi nucleo di quell’università, con statuti modellati sui bolognesi: se non che nella comunanza entravano studenti, professori ed impiegati; e i maestri erano eletti dagli scolari. Nessun suddito veneto saliva ad alte magistrature, che non avesse studiato in quella università, la sovraintendenza della quale era affidata a tre senatori. Un’altra volta quegli scolari aveano trasferita l’università a Vicenza (1264), ove durò sette anni. Un’altra (1316) si mutarono a Siena, che offrì seimila fiorini per riscattare i libri da essi lasciati in pegno: ma quella scuola fu presto chiusa, indi ripristinata da Carlo IV nel 1357; la facoltà teologica vi fu aggiunta nel 1408 da Gregorio XII. L’università di Perugia nacque il 1276: della parmense (1221) è memoria in Donnizone[325]. Il Comune di Vercelli nel 1228 ne aperse una per teologia, diritto civile e canonico, scienze mediche, dialettica, grammatica, divisa in quattro nazioni, una di Francia, Normandia, Inghilterra, una d’Italiani, la terza di Teutonici, l’ultima di Provenzali, Spagnuoli, Catalani; i rettori si obbligavano a condurre molti scolari, e principalmente trarvene da Padova, non allearsi alle fazioni del paese; e il Comune prometteva allestire cinquecento camere agli scolari, buon mercato di vettovaglie, pubblica tranquillità, non lasciarli inquietare per debiti o per rappresaglia, stipendiare a detta di due scolari e due cittadini i maestri che sarebbero eletti dal rettore.

Fin dal XII secolo Pisa avea professori di diritto, ma lo studio generale soltanto nel 1444 vi fu trasferito da Firenze, quasi a ristoro della rapitale libertà, assegnandole annui seimila fiorini d’oro sul tesoro, e cinquemila ottenendone dal papa per dispensa di benefizj, onde lautamente provvedere ai professori[326]. È anteriore a Federico II la scuola di Ferrara, da Bonifazio IX nel 1391 privilegiata come studio generale. La romana, posta da Innocenzo IV, fu colla santa Sede trasferita in Avignone, e Giovanni XXII la autorizzò a conferire i gradi. Federico II istituì le scuole di Napoli nel 1224; sebbene non permettesse di formare l’università di scolari e professori, largheggiò di privilegi cogli studenti; ma non potè mai levarle a quel fiore che ottenevano le scuole fondate dal libero concorso e dalla fiducia degli studiosi.

Altre n’ebbe Italia in que’ secoli e ne’ seguenti, massime di diritto, a Piacenza (1243), a Modena (1189), a Reggio (1188). Da Carlo IV nel 1360 fu privilegiata quella di Pavia, e Galeazzo Visconti proibì a’ suoi sudditi di studiare altrove, e largamente rimunerò i professori[327]. Quella di Torino fu riconosciuta dal papa solo nel 1405, e sei anni dappoi dall’imperatore: cancelliere n’era il vescovo. All’università di Parigi, famosa per teologia, Alessandro III spedì molti giovani ecclesiastici; molti Venezia di quelli che doveano poi salire ai primi onori.

Resta che diciamo dell’altro studio universitario, la medicina. V’aveano rinomanza gli Arabi, che tradussero e commentarono gli autori greci, e tramandarono a noi varj medicamenti ed elixir. Anche gli Ebrei erano medici e chirurghi reputati, e ne’ libri talmudici si trovano idee molto avanzate intorno all’anatomia. Fra’ Cristiani, questo, come ogni altro sapere, venne a ridursi in mano di ecclesiastici e principalmente di monaci, sebbene a questi dai canoni fossero vietate le operazioni con fuoco e ferri taglienti; e san Benedetto a’ suoi di Montecassino e Salerno impose la cura de’ malati. Costantino Africano filosofo, visitate per quarant’anni le scuole arabe a Bagdad, in Egitto, nell’India, di ritorno corse rischio d’essere ucciso per mago (1070 ?); onde rifuggì a Salerno, e divenne secretario di Roberto Guiscardo; poi nauseato dal fragor cortigiano, si ritirò a Montecassino, traducendo i medici orientali. Ne crebbe rinomanza alla scuola salernitana, e v’affluivano malati, alla cui guarigione contribuivano la salubre posizione e le reliquie di san Matteo, santa Tecla e santa Susanna. Venuto Enrico II a farsi estrarre la pietra, san Benedetto durante il sonno compieva l’operazione, ponevagli la pietra in mano, e cicatrizzava la ferita[328]. Nel secolo seguente, sotto la direzione di Giovan da Milano vi si scrissero certi canoni d’igiene in versi leonini, divulgati proverbialmente[329] e tradotti in tutte le lingue. Poco dopo il Mille, Garisponto medico di Salerno pubblicò il Passionarius Galeni, rimedj contro ogni sorta malattie, tratti principalmente da Teodoro Prisciano: nè meglio vale Cofone, che pubblicò una terapeutica generale (Ars medendi) secondo Ippocrate, Galeno e gli Arabi, dove è a scorgere la prima indicazione del sistema linfatico. Romualdo vescovo di Salerno fu consultato dai due Guglielmi di Sicilia e dal papa. L’Erbario della scuola salernitana, compilato certamente prima del secolo XII, si diffuse per tutta Europa.

Questa scuola fu la prima in Occidente ad introdurre i diversi gradi accademici, imitandoli dagli Arabi. Dappoi Federico II ordinò, nessuno esercitasse medicina se non licenziato da essa, e provato di nascere legittimo, aver compito ventun anno, studiato logica tre anni, poi cinque l’arte, e la chirurgia che ne forma piccola parte, e spiegato l’Arte di Galeno, il primo libro d’Avicenna, o un passo degli Aforismi d’Ippocrate, ed aver fatto pratica sotto un esperto. Il candidato giurava attenersi alle cure consuete, denunziare il farmacista che adulterasse i medicamenti, e trattare i poveri senza mercede. Dai chirurghi chiedeasi un anno di studio a Salerno e Napoli, poi un esame. Da poi si prescrissero cento minuzie; il medico visiti due volte al giorno i malati che dimorano entro la città, e che possono anche chiamarlo una volta la notte: il compenso era di mezzo tarì per giorno, e fino a tre se il malato abitasse fuori. Così per le farmacie era assegnata la tariffa, e dove piantarle, e gelose precauzioni.

Allettavansi i medici con privilegi, esentarli da taglie, provvederli d’uno o due cavalli; e Ugo di Lucca s’obbligò servire gratuitamente a quei del contado bolognese nelle malattie ordinarie; ma per ferita grave, osso rotto o slogato, possa da gente mezzana esigere un carro di legna, dai ricchi soldi venti e un carro di fieno, nulla dai poveri; accompagni l’esercito in campo, ed in compenso tocchi lire seicento bolognesi. Fu dei primi a curar le ferite con solo vino[330], e seguì i suoi concittadini in Terrasanta nel 1218.

Quell’abitare a troppi insieme, il vestire di lana, i pellegrinaggi, le nessune cautele sanitarie, agevolavano la propagazione de’ mali, e la peste può dirsi non cessasse mai; ne’ tempi più infetti vedeansi a folla trarre i pellegrini a perdonanze e giubilei; e tardi si pensò a contumacie ed altri provvedimenti contro il contagio; nel che il Comune di Milano diede forse il primo esempio. Dal Levante vennero pure malattie nuove, di cui la più durevole e funesta fu il vajuolo, che sembra arrivasse cogli Arabi al primo loro sbucare dalla penisola natìa. Coi Crociati credesi qui venuto il fuoco sacro, a curare il quale si dedicarono i frati di Sant’Antonio. Anche il ballo di san Vito comparve dopo il Mille, come nella Puglia la tarantella. Più spesso la lebbra serpeggiò sotto forme orride e schifose: prurito alle mani, atroci spasimi interni; poi la pelle facevasi squamosa, e chiazzata di macchie livide, rosse e fin nere, infine scabra quasi scorza d’alberi; allora si copriva d’ulceri rossastre e tumori cancerosi; dita, mani, piedi tumefacevansi sformatamente; le carni cadeano a brani, restandone miserabilmente segnata la via dove molti fossero passati: il viso prendeva un ringhio ributtante, i peli cadeano, rauca la voce; il male invadeva il tessuto mucoso, membrane, glandule, muscoli, cartilagini, ossa: fiera melanconia occupava l’infermo, che vedeva a passi lentissimi avvicinarsi l’inevitabile risolvimento del morbo.

Sotto i Longobardi i lebbrosi cacciavansi di città, e non poteano vendere od alienare i proprj averi, affiggendovi l’idea d’un particolare castigo di Dio, secondo qualche passo della Bibbia, della quale vi si applicarono le precauzioni. Gli statuti d’ogni Comune provvedono sullo scoprirli ed isolarli: la Chiesa stessa, che parea maledirli, veniva a disacerbare le miserie, e a volgerle in espiazione colle cerimonie miste di tristezza e di speranza, onde li staccava dalla società. Celebrato in presenza dell’infermo l’uffizio da morto, esortava ad essere buon cristiano e confidare nella carità dei fratelli, da cui corporalmente era sequestrato; gli si vietava d’accostarsi all’abitazione dei viventi, di lavarsi in rivo o in fontana, d’andare per istrade anguste, di toccar bambini o la fune dei pozzi, nè bevere che dalla sua scodella; poi benedetti gli utensili che doveano servirgli nella solitudine, fattagli limosina da ciascun assistente, il clero accompagnato dai fedeli lo conduceva alla capanna destinatagli, davanti a cui piantata una croce di legno, vi sospendeva un bossolo per ricevere la limosina de’ passeggeri. Un abito particolare distingueva quell’infelice, e guanti e certi battagliuoli ch’e’ dovea sonare invece di parlare. A Pasqua poteva uscire dall’anticipato sepolcro, e per alcuni giorni entrar nella città o nei villaggi, partecipe all’universale esultanza della cristianità. Le mogli poteano seguirli, e procacciare le consolazioni della famiglia. Quelle poi della carità erano pari al male: il concilio Lateranese III, disapprovando il rigore con cui alcuno li trattava, dichiarò la Chiesa esser madre comune dei Fedeli; i lebbrosi poter essere più meritevoli che i sani; perciò si facesser loro e chiesa e cimitero distinti, e un prete a cura delle loro anime, e dispensati dal dare la decima degli orti e del bestiame. A loro pro moltiplicavansi i lazzaretti, così denominati (ed essi lazzari) dal povero del vangelo. L’arcivescovo di Milano alla domenica delle palme, andando in processione a San Lorenzo, al Carrobbio lavava e vestiva di nuovo un lebbroso; per ispeciale loro sollievo fu istituito l’ordine di san Lazzaro, il cui granmaestro doveva essere lebbroso, acciocchè meglio sapesse consolare mali che avea provati: stupendo sforzo della cavalleria cristiana il nobilitare in certo modo la più stomachevole delle malattie.

Caterina da Siena curando e sepellendo una lebbrosa, ne contrasse l’infermità; ma di subito le mani sue divennero bianche e liscie come d’un bambino. Francesco d’Assisi, trovatone uno in val di Spoleto, l’abbracciò e baciò nella bocca cancerosa, e così l’ebbe guarito: vedendone un altro nel piano d’Assisi, s’accostò a fargli limosina; e ad un tratto più nol vide, sicchè restò persuaso fosse nostro Signore, che spesso assumeva quella schifosa sembianza per mettere a prova la carità. E però Francesco raccomandava a’ suoi frati i lebbrosi, e congedava i novizj che non sapessero sostenerne la cura. Uno che per l’impazienza e per le bestemmie era insoffribile a’ frati, tolse Francesco a curarlo egli stesso, e l’imbonì, e lavò, e «dove toccava il santo colle sue mani, si partiva la lebbra dall’infermo, e rimaneva la sua carne perfettamente sana; sì che mentre il corpo si mondava di fuori dalla lebbra, l’anima si mondava dal peccato dentro per la contrizione». Dopo rigorose penitenze il lebbroso morì, e comparve a Francesco e gli disse: — Mi riconosci tu? io son quel lebbroso che fu sanato da Cristo per li tuoi meriti, e oggi me ne vado alla gloria eterna; di che rendo grazie a Dio e a te, perocchè per te molte anime si salveranno quaggiù»[331].

Nelle spedizioni in Asia i nostri poterono profittare della sperienza degli Arabi, e di fatto allora si conobbero la cassia e la senna: la teriaca, polifarmaco fondamentale del medioevo, fu da Antiochia portata a Venezia, che lungamente ne custodì il secreto. Ruggero di Parma raccomandò la spugna marina per le scrofole, ed eccellenti pratiche chirurgiche. Rolando di Parma stese un trattato di chirurgia, commentato poi da quattro Salernitani. Guglielmo da Saliceto piacentino, uno de’ migliori di quell’età e abbastanza indipendente, stese con qualche esattezza un’anatomia compendiosa, precedette Willis nel distinguere i nervi addetti alla volontà o no, e descrive fin d’allora la sifilide.

Lanfranco di Milano, spatriato quando più non potè opporsi a Matteo Visconti, rizzò cattedra a Parigi (1295), e trasse tanti ascoltatori, che celeberrima divenne la scuola dei chirurghi secolari. Sebbene il chirurgo si tenesse molto inferiore ai medici, che perciò non si sarebbero prestati alle operazioni, preferendo usare farmachi, Lanfranco operò spesso, ed è lodevole quel suo dare l’anatomia dell’organo di cui descrive le lesioni.

Teodorico vescovo di Bitonto osservò da sè, e sostituì le fasciature di tela ai grandi apparecchi di legno nella frattura di ossa. Taddeo d’Alderotto fiorentino, filosoficamente illustrando Ippocrate e Galeno, acquistò tanta reputazione nella sua scienza quanto Accursio nella legale: eppure delira qualvolta pretende rivelare i segreti delle arti, nascosti sotto il gergo degli autori. Chiamato ad assistere il nobile Gherardo Rangone (1285), volle che, per istromento rogato, i tre procuratori di quello il garantissero d’ogni danno in viaggio, e che lo ricondurrebbero in Bologna indenne della persona e della borsa, non molestato da ladri o da nemici, non fermato contro voglia a Modena; in caso contrario, gli si pagherebbero lire mille imperiali per ciascuno degli articoli violati; essi poi gli restituiranno tremila lire bolognesi, che confessano aver ricevuto in deposito: finzione che vela una remunerazione esorbitante[332]. Al papa domandò cento ducati d’oro il giorno, perchè più ricco degli altri, i quali gliene davano cinquanta; onde, finita la cura, ne toccò diecimila. Bartolomeo da Varignana dal marchese d’Este ebbe per una cura ducensessanta fiorini d’oro.

Simon di Cordo genovese, medico di Nicolò IV, nella Clavis sanationis, dizionario de’ medicamenti semplici, cercò sbrogliare la varietà di nomenclatura. Viaggiò trent’anni per scientifico intento la Grecia e l’Oriente, ma invece di determinare i corpi secondo la natura loro, si stava a qualità medicinali, e non desunte da sperienza ma da supposte doti elementari. E appunto i progressi delle scienze naturali erano impacciati dall’empirismo superstizioso, dalla cieca venerazione per l’autorità, e dal farnetico di sostituire la dialettica allo sperimento, aggomitolando interminabili argomentazioni sopra oziosissime ricerche. Per esempio, chiedevasi se la tal bevanda possa guarire la febbre, e rispondeasi di no, perchè quella è una sostanza e questa un accidente, nè quindi l’uno può sull’altro. Poco si studiava l’anatomia: le operazioni non si eseguivano senza consultare le stelle, supponendo intimo nesso fra il corpo umano e l’universo, e principalmente i pianeti: e le scienze sperimentali cedevano il primo posto alle occulte.

Oggetto di queste era conoscere l’avvenire, scoprir tesori, trasmutare i metalli, fare amuleti e incantagioni, e comporre il rimedio universale e l’elisir dell’immortalità: a scopi così elevati qual fatica aveva a parere soverchia? Sull’avvenire cavavansi presagi da segni fortuiti, dalle linee della mano, dalle stelle, dai sogni, della cui divinazione come dubitare dopo quel che Ippocrate n’aveva scritto? e indovinavasi in fatti alcuna volta, perchè è difficile non riuscirvi quando si dice un po’ di tutto e vagamente.

L’astrologia, pazza figlia di savia madre, si trova all’infanzia come alla decrepitezza della società, fra i dotti Romani come fra semplici Oceanici. L’uomo è centro e scopo della creazione, onde a lui si riferisce ogni cosa; e se (com’è certo) il sole e le altre stelle influiscono sulle stagioni, sulla vegetazione, sugli animali, quanto più non devono sull’uomo, prediletta fra le creature? Le storie (dicono gli astrologi) e il consenso de’ filosofi antichi s’accordano nel riconoscere un’analogia fra gli anni della vita e i gradi percorsi da ciascun segno sull’eclittica. Per iscoprirla, vuolsi accertare l’effetto degli astri sopra le varie cose naturali, e i computi de’ moti, e certe formole arcane, mediante le quali o crescere le forze della natura, o determinare l’influsso dei pianeti, massime all’istante natalizio, od evocare gli spiriti e i morti. Il sapiente che conosca le occulte proprietà delle cose, non solo indovinerà l’avvenire, ma opererà su di esso, eccitando odio od amore, scoprendo i secreti divisamenti, i tesori occulti, i rimedj ai mali, e fin il supremo della scienza, l’arte di far oro.

I fenomeni della natura sono invigoriti dai numeri, attesochè secondo questi è disposto l’universo, e possedono arcana efficacia. Di qui la cabala, che da combinazione di numeri credea divinar le cose arcane, ed acquistare autorità sopra gli spiriti: e ogni astrologo ed alchimista si millantava di qualche demone famigliare obbediente a’ suoi cenni. Così intralciavansi fra sè gli errori, dalla pagana superstizione tramandatici attraverso alle scuole neoplatoniche e al gnosticismo.

Fu l’astrologia onorata di cattedre, e l’università di Bologna ne decretava un professore tamquam necessarissimum, e principi e repubbliche ne teneano uno da consultare ne’ più gravi casi. Ezelino, Buoso da Dovara, Uberto Pelavicino, tiranni formidabili, tremavano davanti alle potenze incognite, e i calcoli della prudenza e dell’ambizione sottoponevano alla decisione degli astri e dei loro interpreti; e nella Vaticana si conservano le risposte che ai loro consulti dava Gherardo da Sabbionetta cremonese. Federico II voleasi attorno il fior degli astrologi, a senno loro mutando divisamenti[333]; e quando nel 1239 udì la ribellione di Treviso, fece dalla torre di Padova osservare l’ascendente da maestro Teodoro; ma non avvertì (riflette Rolandino) che allora nella terza casa stava lo scorpione, il quale avendo il veleno nella coda, indicava che l’esercito sarebbe offeso verso il fine. Stando in Vicenza, volle che un astrologo gl’indovinasse per qual porta uscirebbe il domani; e quegli la scrisse in un polizzino, che suggellato consegnò a Federico perchè non l’aprisse se non uscito. L’imperatore fece una breccia nella mura, e per quella se n’andò; allora, aperto il foglietto, trovò scritto: Per porta nuova.

Il suddetto Gherardo andò a Toledo per leggere l’Almagesto di Tolomeo, e lo voltò in latino, come il trattato de’ crepuscoli di Al-Gazen e altre opere; inventò lo specillo, e la sua Theoria planetarum leggevasi nelle università[334]. Andalon Di Negro genovese, arricchitosi di cognizioni nei viaggi, ci lasciò un trattato latino della composizione dell’astrolabio.

Guido Bonatto da Forlì diede la quintessenza di quanto gli Arabi n’aveano scritto[335], e coll’ajuto di Dio e di san Valeriano, patrono della sua patria, discorre l’utilità dell’astrologia, la natura de’ pianeti e loro congiunzioni ed influenze, i giudizj che se ne deducono, e varie questioni che si possono risolvere con questa scienza. Mirabile nella pratica di quest’impostura, a Federico II scoperse una congiura ordita a Grosseto; fabbricò una statua che rispondeva oracoli; dirigeva ogni operazione di Guido da Montefeltro; e allorchè questi uscisse a campo, il Bonatto saliva sul campanile di San Mercuriale, e con un tocco della squilla accennava il momento di vestir l’armadura, con un altro quel di montare a cavallo, col terzo la marciata. Pretendeva che Gesù Cristo medesimo si valesse dell’astrologia, e imbizzarrisse contro i tunicati che si opponevano alle sue predizioni.

Pietro d’Abano, educato a Costantinopoli (1316), fu sì fortunato da cogliere la postura degli astri, designata da Abul-Nasar come quella in cui Dio non può rifiutare domanda che gli sia fatta: e ne profittò per chiedere la sapienza, e subito restò illuminato a conoscere l’avvenire. Moltissime fole si accumularono sul conto di lui; delle sette arti liberali acquistò cognizione per mezzo di sette spiriti; avea facoltà di far tornare i denari dopo spesi; non avendo pozzo in casa, fe portarsi quel del vicino che gliene negava l’uso, o, come altri disse, fe portare in istrada il proprio onde non essere disturbato dagli accorrenti. In realtà nel suo Conciliator differentiarum, un de’ migliori libri medici d’allora, insegna il salasso non esser mai sì opportuno come nel primo quarto della luna; che per guarire i dolori nefritici bisogna, al momento che il sole passa pel meridiano, disegnare con cuore di leone sopra una lastra d’oro una figura di quest’animale, e appenderla al collo del malato; che per cauterizzare valgono meglio stromenti d’oro che di ferro, attesa la grande influenza di Marte sulla chirurgia.

Fu professore a Padova ed a Parigi, ove lo accusarono di magia per cure mediche ben riuscitegli; poi d’eresia a Roma, ma per autorità pontifizia andò assolto. Riferì al corso degli astri i periodi delle febbri; il pubblico palazzo di Padova fece dipingere a costellazioni; e dell’astrologia era persuaso a tal punto, che procurò indurre i Padovani a spianar la loro città per rifabbricarla sotto una combinazione di pianeti allora comparsa, tanto fortunata che niuna più. Forse queste son ciancie di Pier da Reggio, che, vinto da lui in dottrina, tentò perderlo nell’opinione; onde con accuse contraddittorie Pietro d’Abano fu imputato da una parte di non credere al diavolo, dall’altra di tenerne sette in un’ampolla ad ogni suo cenno; per le quali accuse e per altre più serie l’Inquisizione lo processò. Venuto a morte, disse agli amici: — A tre nobili scienze io ho dato opera, delle quali una m’ha fatto sottile, una ricco, la terza menzognero; filosofia, medicina, astrologia». Nel testamento si protesta buon cattolico, e aveva implorato d’essere sepolto ne’ Domenicani; ma l’Inquisizione gli continuò il processo, e ne turbò le ossa. L’illustre medico Gentile da Foligno, entrando nella scuola di lui, s’inginocchiò, e levate le mani sclamò: — Ave, santo tempio»; poi, visti alcuni suoi manoscritti, se li pose sul seno e li baciava con riverenza[336].

Sebbene la Chiesa vi si opponesse, vescovi e prelati non rimasero incontaminati da queste follie, che durarono ben oltre i tempi che descriviamo. Conseguente a tali falsità fu il ripigliare le classiche credenze in folletti, spettri, fantasmi, vampiri; credenze fatte energiche come i tempi, e che acquistarono maggior fede allorchè si videro perseguitate con regolari processi: l’immaginativa fingeva avvenimenti ch’essa medesima credea poi veri; e uomini di bollente fantasia si isolavano, dispettando il mondo reale per uno fantastico, e mescolando l’impostura, l’allucinamento e il fanatismo. La legislazione dovette intervenire a reprimere gente che destava le procelle, mutava le forme de’ corpi e degli uomini, produceva malattie; e gli assurdi processi traviarono gran tempo la giustizia, siccome avremo a deplorare nel secolo che chiamano d’oro.

Non alle vite, ma alle sostanze recò danni la ricerca del come improvvisamente arricchire. A ciò due strade offerivano le scienze occulte; trovare tesori, e tramutare i metalli. Intorno ai tesori, stupendi fatti raccontano le cronache, e gli assegnano perfino ad Alberto Magno e a papa Silvestro II[337]. In Apulia era una statua di marmo con una corona d’oro iscritta: A calen di maggio, sole nascente, ho il capo d’oro. Nessuno intese il motto, sinchè Roberto Guiscardo ne strappò il secreto ad un prigioniero saracino; e fissato ove cadeva l’ombra della testa al primo maggio, trovò tesoro.

La chimica degli antichi teneva che i corpi risultino dalla combinazione de’ quattro elementi, e che l’armonia di questi produca la perfezione nei corpi. Chi dunque scopra le migliori combinazioni, potrà non solo ridonar la sanità e prolungare indefinitamente la vita, ma anche trasformare corpi e metalli. Sentimento sublime, comunque erroneo, della potenza dell’uomo e della perfettibilità di tutto il creato. E poichè l’uomo vede nell’oro il rappresentante universale dei godimenti, la scienza s’industriò in ispecial modo a tramutare in esso lo stagno e il mercurio, mediante la pietra filosofale e la polvere di projezione; e non riuscendovi coi mezzi semplici, ricorse allo spirito universale, all’anima generale del mondo, all’influsso delle stelle per raggiungere l’opera grande. Di qui la scienza arcana e tenebrosa dell’alchimia, che tanti spiriti occupò.

Le sue ricette erano positive: se non che spiegavasi l’arcano con termini non meno arcani. Volete, intonavano, fare l’elisir de’ sapienti? prendete il mercurio dei filosofi, trasformatelo successivamente colla calcinazione in leon verde e leon rosso, fatelo digerire in bagno di sabbia con spirto acre di vite, e distillate il prodotto; ma il lambicco sia coperto dalle ombre cimerie, e al fondo si troverà un drago nero che mangia la propria coda... Inoltre la scienza ermetica ajutavasi della verga di Mosè, del sasso di Sisifo, del vello di Giasone, del vaso di Pandora, del femore aureo di Pitagora; se nulla profittassero, ricorrevasi al diavolo barbuto, specialmente incaricato di tali ministeri.

A questo delirio di classica origine[338], continuato ancora secoli e secoli, alcuni si prestavano di buona fede; e la testimonianza altrui o le apparenze illusorie li persuasero potersi trovare questa polvere di projezione: onde vi si affaticarono con passione, faceano lunghi viaggi massime al Sinai, all’Oreb, all’Atos. Più spesso era un lacciuolo ai creduli, per trarne l’oro necessario a far oro; ma a Giovanni Augurello, che gli presentò un poema sull’arte di far l’oro (Crisopeia), papa Leone X diè per unico regalo una borsa vuota, nella quale potesse riporlo.

Facile è il deridere le ignoranze o stranezze de’ nostri maggiori, massime a chi perda di vista quelle che in noi derideranno i nostri nipoti. La scienza seria anche in questi traviamenti indaga i progressi dell’intelletto e della società, e riconosce nell’errore un aspetto fallace della verità, ma nuovo e progressivo. Il disputare nelle università al cospetto di tutto il mondo erudito d’allora, e fra una gioventù che vivamente parteggiava, conduceva a ricorrere a sottigliezze, quando la pessima sventura per un dottore sarebbe stata il rimanere accalappiato in un’argomentazione da cui non sapesse strigarsi: onde i dibattimenti diventavano non uno sforzo verso la verità, ma un’arena di capiglie; e la filosofia, come già la teologia, ebbe martiri ostinati d’indicifrabili enigmi. Pure se sbriciolavasi il pensiero, veniva anche analizzato; acuivasi il raziocinio, che dell’errore e della verità è veicolo, non mai causa; in quella ginnastica gl’intelletti si foggiavano allo stretto ragionamento, all’ordine ed all’economia delle idee, alla costanza del metodo, e si poterono svolgere i concetti morali e metafisici di cui la Scolastica avea posto i germi, conservandone il fondo, cangiando la forma. Della Scolastica è merito l’andamento analitico delle moderne favelle, che per la stretta relazione delle parole colle cose svelano il logico procedere della ragione odierna, dovuto a quella comunque malaccorta educazione. L’astrologia e l’alchimia portarono a meditare sopra il sistema del mondo e la composizione dei corpi.

Nè le matematiche, la parte più rilevante dello scibile dopo la lingua, erano perite, e basterebbero ad attestarlo i progressi della meccanica e dell’architettura. Resta nella cattedrale di Firenze un calendario scritto nell’813, con bellissime traccie d’osservazioni celesti, per le quali l’autore si era accorto dello spostamento de’ punti equinoziali dopo il concilio Niceno I, stando al computo giuliano. D’un geografo di Ravenna abbiamo una rozza descrizione del mondo, cui può servire di schiarimento una mappa del 787 che sta nella biblioteca di Torino in un commento manoscritto dell’Apocalisse. La geografia dovea vantaggiarsi dai tanti viaggi di devozione, per guida dei quali stendevansi itinerarj; ma come scienza ben poco progredì.

San Tommaso intendeva addentro nelle matematiche, e scrisse degli acquedotti e delle macchine idrauliche. Campano novarese commentò Euclide, studiò alla quadratura del circolo e alla teorica de’ pianeti, e indicò la genesi de’ poligoni stellati: Urbano IV lo teneva frequente alla sua tavola con altri, da cui godeva sentire spiegate le quistioni che proponesse. Paolo Dagomeri da Prato, detto l’Abbaco per la sua perizia nell’aritmetica e nella geometria, rappresentava in macchine tutti i moti degli astri: fu il primo a pubblicare un almanacco. Biagio Pelacani da Parma spiegò le apparenze prodigiose dell’atmosfera mediante la riflessione delle nubi.

Di que’ tempi, e merito degli Italiani fu una comodissima novità. Mentre gli antichi, siano i classici, siano gli Ebrei e gli Arabi, notavano i numeri con lettere, gl’Indiani possedevano una numerazione più ragionata, ove le cifre, oltre il proprio, hanno un valore di posizione, sicchè trasportate al penultimo posto esprimono le decine, al terz’ultimo le centinaja, e così via: da essi l’appresero gli Arabi, e alcun Europeo se ne valse in opere scientifiche. Leonardo Fibonacci di Pisa, stando impiegato nelle dogane a Bugia di Barberia, cercò quanto d’aritmetica sapeasi in Egitto, in Grecia, in Siria, in Sicilia, e in un trattato d’aritmetica e d’algebra del 1202 si valse di queste ch’egli chiama cifre indiane. Gloria sua più certa è l’avere primo fra i Cristiani trattato dell’algebra, e in modo tale che tre secoli di concordi fatiche non aggiunsero un punto a quel ch’egli insegnò. L’applica esso a problemi mercantili, senza un cenno delle operazioni magiche, dietro cui deliravano anche i più valenti. Così un negoziante fiorentino recò all’Europa e il calcolo de’ valori e quello delle funzioni.

Altra invenzione importantissima di quel tempo sarebbero le note musicali, che si attribuiscono a Guido d’Arezzo monaco benedettino (n. 955); ma in che consista il merito di lui, non è ben certo. Imperocchè i righi e i punti già erano conosciuti; non fu lui che introducesse la gamma per imparare il solfeggio; non lui che estese la scala aggiungendo cinque corde alle quindici degli antichi. La tradizione dice soltanto ch’egli trovò note, onde in brevissim’ora imparavasi la musica, che dapprima richiedeva molti anni; e che Benedetto VIII, invitatolo a Roma per farne prova, se ne chiamò soddisfatto. La sua scala è la stessa de’ Greci, solo estesa alquanto aggiungendovi un tetracordo nell’accordo e una corda nel grave[339]; e alcun vuole che allora alle lettere gregoriane si sostituissero punti quadrati o rotondi sopra righi paralleli e negli intervalli, sicchè le relazioni armoniche de’ toni divennero quasi sensibili alla vista, e la facilità del notarle con punti sopra punti (contrappunto) ne rese agevole l’esecuzione.

Sant’Ambrogio e Gregorio Magno aveano redenta la musica dalle pagane profanità e dall’elemento mondano, secondo il quale proponeasi unicamente d’esprimere la durata delle sensazioni, e imitare i movimenti delle impressioni prodotte dalla passione e dal sentimento; abolito il ritmo, sicchè il canto non fosse più capace di esprimere i sentimenti e le passioni, ma restasse affatto spirituale; atteso che, essendo le note tutte di durata eguale, meglio esprimevano, nel vestire le parole sante, l’inalterabile calma dell’onnipotenza. Però si conservarono i modi antichi, che erano toni esprimenti la differenza dal grave all’acuto fra i varj punti di partenza dei sistemi di successione. Ambrogio aveva unito i due tetracordi per formare la scala; e scelto fra i modi greci i quattro che più acconci gli parvero alla maestà del canto e all’estensione della voce, sbandì gli ornamenti introdotti nella melopea, e gran numero di ritmi: insigne semplificazione e barriera alle novità corruttrici, perchè anche la musica colla purezza semplice e maestosa ritraesse la severa austerità del culto. Gregorio, sull’orme d’Ambrogio, e schivandone gl’inconvenienti, aggiunse quattro nuovi modi, ond’evitare la monotonia.

Restava che la musica cristiana conquistasse l’armonia, ignota ai Greci; e mentre in questi le regole non miravano che a stabilire successioni, ora doveasi introdurre la simultaneità dei suoni. Malgrado gli ostacoli dell’abitudine e della venerazione verso gli antichi, si poterono fare intendere due voci a un tratto: ma quando si cominciasse non si sa. Guido d’Arezzo non diede nuove regole all’arte, ma mostra evidente che già allora conoscevasi la difonia, quantunque ignoriamo a quali regole formata.