CAPITOLO XCIII. I Mongoli. — Fine delle crociate, e loro effetti. Gli stemmi.

Nel mezzo di questi accadimenti anche le cose di Terrasanta erano tornate a peggio che mai per l’addietro si fossero. In quelle colonie, che avrebbero potuto esser tanto profittevoli alla civiltà, la discordia imbaldanziva non meno che in Europa, di modo che non si domandava se vincessero i Cristiani o i Saracini, ma se i Templari o gli Spedalieri, se i Genovesi o i Veneziani; i quali disputandosi l’imperio del mare e i frutti del commercio col Levante, impinguavano di sangue italico i mari e le terre straniere, e fin nelle chiese portavano il sacrilegio di uccisioni fraterne. Presa che fu Costantinopoli, vedemmo l’impero greco uscire di letargo, e rotta quella stupefacente sua unità, suddividersi in un centinajo di principati, ciascuno dei quali focolajo di nuova vita (pag. 265). Oltre gli Occidentali, anche signori greci aveano costituito particolari dominj, come Alessio Comneno a Trebisonda, Michele Comneno a Durazzo, Teodoro Láscari a Nicea di Bitinia. Michele Paleologo, tutore d’un fanciullo di quest’ultimo, ne usurpò la corona, e mentre la fortuna gli dava buono, assalse Costantinopoli (1260). Quivi imperava Baldovino II, sostentato colle limosine della cristianità, e in tali strettezze che, non bastando impegnare gli ori del palazzo e delle chiese, vendette fino il piombo e il rame de’ tetti. Michele di sorpresa gli tolse la città e il trono, e ristabilì l’impero greco (1261) con una nuova dinastia. I Genovesi che, per umiliare i Veneziani, gli aveano dato ajuto, ottennero larghe concessioni e il sobborgo di Pera: nè però Venezia e Pisa furono spogliate degli antichi privilegi e d’avere giudizj proprj: e il console de’ Pisani, il podestà de’ Genovesi, il balio de’ Veneziani tennero posto fra i grandi uffiziali di quella corona. Michele poi non aveva ripigliato che le coste a scirocco del Peloponneso, restando in essere i principati stabiliti al centro e al mezzodì della Grecia dai Crociati.

L’Occidente dava scarsa attenzione a questi mutamenti: se non che un nuovo flagello venne a minacciare non solo Terrasanta, ma tutta la cristianità, l’irruzione dei Mongoli o Tartari. Gengis-kan, una di quelle terribili incarnazioni della forza che sembrerebbero finzioni mitiche se troppo accertata non ne fosse e compianta l’esistenza, raccolse e dal cuor dell’Asia mosse questi Barbari, che con una rapidità appena credibile occuparono da una parte l’immenso impero della Cina, dall’altra minacciarono soggettare la Persia, conquistarono la Russia, e ridotta a deserto l’Ungheria, giunsero fin nella Dalmazia, cioè in vista dell’Italia.

Tetro sgomento si diffuse per l’universa Europa all’accostarsi di questa gente tartarea, che non conoscea legge nè fede. Gregorio IX moltiplicava promesse, indulgenze, minaccie, assoluzioni per riunire tutta cristianità a resistervi, e perchè Federico II si facesse capo dell’impresa; ma questi se ne fingeva in ispasimo, e largheggiava in promesse retoriche[412]; poi operava tanto a rilento, che i suoi malevoli sparsero fosse d’accordo coi Tartari, e per onta al papa e alla religione gli avesse egli medesimo chiamati. Certo essi mandarono a lui, come soleano, l’intimata, perchè facesse omaggio dei suoi dominj al gran kan, in ricompensa offrendogli di scegliere qual carica gli garbasse alla corte di questo; al che Federico celiando, — Sceglierei l’uffizio di falconiere; si bene m’intendo d’uccelli di rapina».

Ma quando i Mongoli ruppero guerra ai Turchi Selgiucidi, che allora signoreggiavano la Palestina, i Franchi vennero in isperanza che i nuovi Barbari li libererebbero dai loro oppressori, mossi da quella illusione tanto consueta, che fa guardare per amici nostri i nemici de’ nostri nemici. Si cercò dunque la loro alleanza, e a papa Innocenzo IV sorrise lusinga di trarli al cristianesimo. L’acquistare alla fede un popolo che erasi dilagato dal Mar Giallo al Danubio, sarebbe stato un avvenimento decisivo nella civiltà del mondo; ma per isperarlo nessun argomento umano s’aveva se non l’essere quelli avversi ai Musulmani. Però i pontefici quali prodigi non erano avvezzi a vedere dalle missioni? le crociate non erano una serie di miracoli? D’altra parte sapeasi così in confuso che quei popoli, tuffati in grossolane superstizioni, senza entusiasmo nè sacerdozio, eransi adagiati alla religione de’ popoli tra cui arrivavano; e se si fecero buddisti nella Cina, musulmani nella Persia, perchè non diverrebbero cristiani in Europa? Era indifferenza, nata da ignoranza, ma interpretavasi per propensione alla verità.

Adunque Innocenzo divisò spedire missionarj ai Tartari, e i nuovi frati Domenicani e Francescani si offersero a gara. Furono prescelti i frati Minori Lorenzo di Portogallo, Benedetto Polacco discepolo di san Francesco, e Giovanni di Piano Carpino, il quale è il primo europeo che intorno a quel popolo desse ragguagli, quantunque grossieri e parabolani. Non muniti che della croce, questi intrepidi, attraverso all’Europa, non corsa allora che da pellegrini e da combattenti, in riva al Volga raggiunsero Batù generale de’ Mongoli (1245), mentre a Basciù Nuyan, altro generale in Persia, arrivavano i Domenicani Simone da San Quintino francese, e gl’italiani Alessandro e Alberto Ascellino, Guiscardo da Cremona, Andrea da Longiumello. A que’ barbari, non conoscenti altro diritto che la forza, riuscì ridicola questa spedizione di frati, che in una lingua ignota e per sì lunga strada venivano rimproverarli perchè distruggessero le altre nazioni, ed invitarli a sottoporsi ad una religione, fuor della quale non vi sarebbe per essi che dannazione eterna. I nostri non fecero alla prima come scoraggiati, perchè non si ripromettevano premj o lodi umane; e procedettero fino alla corte del gran kan mongolo, e insieme coi messi di tutto il mondo gli fecero omaggio: ma non ne riportarono che spregio.

Nè per questo i papi cessarono d’inviare missionarj ai Mongoli, e tra essi i frati Girardo da Prato, Antonio da Parma, Giovanni da Sant’Agata, Andrea da Firenze, Matteo d’Arezzo, eroi di nuovo genere, che la storia trascura perchè non uccisero nè devastarono. Più tardi vi fu destinato Giovanni da Montecorvino, che, corsa la Persia e l’India, predicò nella capitale dell’impero mongolo, vi fondò due chiese, e battezzò in pochi anni da seimila persone. Anzi l’avere il gran kan tollerato alla sua corte i riti nostri come quelli della Cina e della Persia, lasciò correr voce ch’e’ fosse cristiano. Più durò la credenza che un principe di quei paesi si fosse battezzato, e col nome di Prete Janni restò famoso ne’ racconti de’ nostri e nelle imposture di chi tratto tratto fingeasi da lui spedito.

Il fatto è che allora primamente Europei penetrarono nell’estremo Oriente: un Francescano di Napoli sedette arcivescovo a Peking capitale della Cina; il beato Oderico da Pordenone minore osservante (1318-30), traversata l’Asia da Costantinopoli a Trebisonda, ad Erzerum, alla commerciante Tebriz, per l’Indo arrivò alla costa del Malabar, donde i nostri tiravano il pepe, al Carnatico, a Giava feconda de’ garofani, delle noci moscade, dell’altre spezie ed aromi che Genovesi e Veneziani diffondeano per tutta Europa: volse poi alla Cina e al Tibet, e dimorò tre anni a Peking, dove trovava un convento di Francescani, e due a Zaitun. Reduce a Padova, a Guglielmo da Solana dettò una relazione del suo viaggio, senz’ordine nè discernimento, ma come gliel’affacciava la memoria; e fra tante ignoranze e corrività piace il vedere come tutto riferisca a cose italiane: in Tartaria non mangiano che datteri, de’ quali quarantadue libbre compransi a meno d’un grosso veneziano; il regno di Mangy ha duemila città, grandi ciascuna come Treviso insieme e Vicenza: Soustalay è come tre Venezie, Zaitun come due Bologne, e vi ha un idolo alto come un san Cristoforo: Chamsana è presso un fiume come Ferrara al Po.

Non meno che la devozione, il commercio portava Italiani dappertutto, e non ne mancarono alla corte dei Mongoli. Biscarello di Gisulfo genovese fu ambasciadore del mongolo Argum signore della Persia: e la lettera di questo, ch’egli portò al re di Francia per esibirgli ajuti a ricuperare Terrasanta, è il più vetusto documento di lingua mongola, e v’è apposto un sigillo con caratteri cinesi, i primi che vedesse Europa. Più celebrati andarono i viaggi di Marco Polo, dei quali altrove ragioneremo (Cap. CXXIV). Oltre diffondere la fede e la civiltà nostra, portavano di là cognizioni od arti, e la vista de’ costumi stranieri allargava il campo al limitato spirito europeo; nè andrebbe fuori di buona congettura chi pensasse che da que’ viaggi derivasse all’Europa la cognizione del carbon fossile, della carta, della polvere tonante e della stampa.

Ma le imprese de’ Mongoli, non che spargere qualche rugiada sulla Palestina, aveanle dato l’ultimo tuffo. Gli abitanti di Carism, snidati da quelli, piombarono sovr’essa a istigazione del sultano del Cairo (1244), con una ferocia non più udita; e dopo un combattimento a Gaza, donde non si salvarono che ottantatre Templari, ventisei Spedalieri, tre Teutonici, presero Gerusalemme, distruggendo il sepolcro di Cristo e quello dei re, sterminando gli abitanti, e tutto occuparono il paese, eccetto Giaffa, che rimase in signoria degli Egizj. Nell’universale amaritudine più dolorò il santo re di Francia Luigi; e risoluto a ogni costo rialzarvi la croce, ricorse per navicellaj e piloti alla Spagna e all’Italia, e due Genovesi sosteneano persona d’ammiragli (1248) della flotta francese ch’egli voltò sopra l’Egitto: ma il purissimo suo zelo e i ben meditati preparativi non furono sorrisi dal cielo, ed il re medesimo restò prigioniero dei Mamelucchi. Joinville, l’ingenuo biografo di quel re, appunta d’egoismo mercantile Genovesi e Pisani, che, per non partecipare alle sofferenze de’ Crociati, voleano abbandonarli appena li videro infelici; nè la regina li potè rattenere a Damiata se non promettendo mantenerli a spese della corona.

Quando poi si udì la prigionia di Luigi, l’Italia, non che gemerne come tutta cristianità, ne esultò, per stimolo de’ Ghibellini che allora aveano il sopravvento, e che godeano de’ disastri del fratello di Carlo d’Angiò[413]; e corsari di Genova, Venezia e Pisa profittarono di quelle sventure per ispogliare i Cristiani che tornavano in Europa.

Reso alla patria, e istruito non disanimato dal cattivo successo, Luigi volle ritentare l’impresa (1267), e domandò ajuto alle repubbliche italiane. Genova ne prestò a buoni patti[414]; ma Venezia rifiutò, timorosa di pregiudicare ai banchi e agli scali suoi in Levante, e più gelosa di Genova che zelante della causa di Cristo. Carlo d’Angiò fratello avea promesso passare anch’egli con quindici vascelli, ma non fece che spedire ambascerie a Bibars sultano del Cairo per raccomandargli le colonie di Siria; e il papa si lagnava perchè «lo zelo di Carlo si sfogasse in vane promesse, e lasciasse temere di non venire a nulla»[415].

Neppure il Paleologo aveva attenuta la promessa di riconciliare la Chiesa greca colla latina, onde il papa gli cercava nemici, e carezzò le ambizioni di Carlo, inducendo il deposto Baldovino a cedergli i diritti imperiali sull’Acaja, sulla Morea e sulle terre ch’erano state assegnate in dote a Elena moglie di re Manfredi, oltre l’aspettativa al trono di Costantinopoli. Carlo dunque cercò voltare la crociata sopra l’impero bisantino, onde dar fondamento a queste pretensioni; poi indusse ad assalire non più l’Egitto, bensì Tunisi, col pretesto che i pirati di questa faceano pericoloso il tragitto in Palestina, ma realmente perchè egli preferiva vedere conquistata l’Africa, posta rimpetto alla sua Sicilia, e che perciò gli sarebbe d’appoggio alla dominazione e di comodo al commercio.

I Crociati si lasciarono persuadere, e lo precedettero: ma la caldura e le privazioni svilupparono ben presto lo scorbuto nell’esercito; e sui luoghi ove quindici secoli prima era perita Cartagine, Luigi morì rassegnato (1270), fra calde preghiere e savj consigli. Carlo arrivò a tempo di vederlo cadavere, e assunto il comando, menò l’esercito a vittoria, tanto che il bey di Tunisi propose una pace, dove Carlo stipulò fossero date ducentomila once d’oro all’esercito per le spese, e a lui quarantamila scudi d’oro l’anno. Allora egli propose ai Crociati la conquista della Grecia e dell’impero d’Oriente; e perchè ricusarono seguirlo, apprese le navi e le robe che una fiera procella spinse sulle coste di Sicilia, ed impinguò il fisco colle spoglie dei proprj commilitoni.

Le viscere di Luigi furono deposte nella badia di Monreale presso Palermo; il suo corpo traversò l’Italia, fra universale venerazione; le madri cercavano le monete coll’effigie di lui per appenderle al collo de’ figli; e pochi anni dopo Bonifazio VIII lo santificava esclamando: — Esulta, Casa di Francia, d’aver dato al mondo un principe sì grande; esulta, popolo di Francia, d’avere avuto un re sì buono».

Gregorio X, ch’era nunzio in Palestina quando fu eletto pontefice[416], adoprò il breve suo regno a ricomporre in pace i Cristiani perchè recuperassero Terrasanta; a tutti i sovrani consentì di levare le decime ecclesiastiche per sei anni onde armare; Filippo di Francia, Edoardo d’Inghilterra, Giacomo d’Aragona, Carlo di Sicilia aveano promesso crociarsi, e Rodolfo imperatore guidarli; Gregorio radunò all’uopo anche il concilio generale di Lione che dicemmo, ma tutta la macchina cadde colla sua morte (1276).

E qui finiscono le crociate. Le ampie conquiste in Oriente trovavansi compendiate nella città di Acri, nella quale accoglievansi i rappresentanti de’ re di Gerusalemme, di Cipro, di Sicilia, di Francia, d’Inghilterra, d’Armenia, i principi d’Antiochia e di Galilea, i conti di Giaffa e di Tripoli, il duca d’Atene, il patriarca gerosolimitano, i cavalieri del santo Sepolcro, del Tempio, di san Lazzaro, il nunzio del papa, e Genovesi, Veneti, Pisani. Ognuno aveva palazzi e quartiere, dove vivea indipendente e colle proprie leggi ritornate personali, sicchè ben cinquantotto tribunali esercitavano diritto di sangue; pel qual tenore ciascuno comandava, nessuno obbediva. Opposti anche d’interessi, agitavano incessanti discordie: spesso un litigio nato a Pisa o in Ancona, combattevasi da una all’altra delle case d’Acri, ridotte in fortezze.

Un Veneziano batte un ragazzo genovese, i Genovesi l’han per pubblico oltraggio, e assalito il quartiere dei Veneziani, quali feriscono, quali fugano. Questi preparavansi alla rappresaglia, ma qualche prudente sopì quel fuoco. Però, come se ne intese in Genova: «dissero tutti: Ora ne sia preso tale vendicamento, che mai non sia obliato; le donne dissero ai loro mariti: Noi non vogliamo più niente di nostre doti, nè per morte nè per vita; spendetelo per la vendetta; e le pulcelle dissero ai loro padri, ai loro fratelli ed agli altri parenti loro: Noi non vogliamo mariti: tutto ciò che ci dovreste donare per dote, spendetelo per vendicarci de’ Veneziani, e voi sdebitatevene portandoci le loro teste»[417]. Fu dunque armata una spedizione: una nave veneta, che un Genovese avea compra dai pirati, è presa e ripresa, e tutto va a chi peggio: tredici navi arrivate da Venezia bruciano le genovesi sprovvedute nel porto, e ajutate da’ Pisani e Marsigliesi respingono altre galee venute in soccorso de’ nemici, ne guastano le canove, i palazzi e una mirabile loro torre, di cui molte pietre spedirono in patria. Il papa s’intromise di pace; ma le ire coperte non estinte divamparono allorquando i Genovesi ebbero ottenuto nella ripigliata Costantinopoli i quartieri e i privilegi che prima erano goduti dai Veneziani. I quali tanto fecero, che stornarono dai Genovesi l’animo di Michele Paleologo, e rinnovarono con esso amicizia.

Lottanti fra sè, tutti si trovavano deboli a fronte de’ Musulmani; mentre Europa, disingannata da tanti tentativi falliti, assorta in interessi più positivi, cioè egoistici, pensava a tutt’altro che soccorrerli. Frattanto i Musulmani procedevano, e l’emir Kalif Ashraf pose assedio ad Acri, ultimo asilo della croce. Papa Nicola IV raddoppiò di zelo in provocare a soccorrerla; Parma vi spedì seicento persone, alquante le altre città, e per trasportarle Venezia dispose venti galee, sette ne prometteva Giacomo re di Sicilia; soccorsi parziali e perciò inadequati; e dopo lunga resistenza anche Acri fu espugnata (1291). Vuolsi che trentamila Cristiani vi fossero sgozzati; la badessa di Santa Chiara, veneziana, persuase le sue monache di troncarsi le narici per sottrarsi alla libidine e ai harem de’ Musulmani; le navi genovesi poterono salvare alquanti, fra cui il re di Cipro; altri rifuggirono a Venezia, che gli accoglieva nella nobiltà; e ne’ paesi consacrati dalle memorie di Cristo più non risonò se non — Non v’è altro dio che Dio, e Maometto è suo profeta».

All’annunzio di quella disgrazia, che pur doveasi aspettare e poteasi prevenire, gli Europei e massime gl’italiani ulularono di tardo dolore e sgomento, e Bonifazio VIII ritentò una crociata. Ma più non erano i tempi quando la pietà e la speranza del paradiso eccitavano l’entusiasmo; quando i papi parlavano ai monarchi in nome del Cielo sdegnato, rinfacciandone le colpe, e imponendo prendessero la croce per espiarle; anzi i re, tutt’assorti nel grande impegno di mozzare l’autorità pontifizia, rifuggivano dal secondare imprese che l’avrebbero accresciuta o almeno attestata. Solo i Genovesi, per redimersi dall’interdetto, gli diedero ascolto, e le donne, quasi a raffaccio degli uomini, assunsero la croce e l’armi. L’impresa svampò, ma Genova conservava fin testè nel suo arsenale le armadure di quelle eroine, e nell’archivio le congratulazioni del papa.

Dopo d’allora, alla crociata, come impresa comune dell’Europa, più non si pensò da senno. Bensì i Genovesi verso il 1300 ne prepararono una contro i corsari barbareschi, ma fu uno stuzzicarli; e moltissimi navigli uscirono d’Africa alla vendetta, e intercettarono lungamente il commercio. Qualche parziale tentativo si rinnovò, e nel 1345 specialmente si eccitarono i Cristiani contro i Saracini, e molti miracoli vennero raccontati. Dicevasi che presso la città d’Aquila fosse apparsa Nostra Donna col Bambino in grembo avente in mano una croce, e ciascuno potè vederlo più fulgido del sole, e tutti i fanciulli che in quel giorno vi nacquero erano segnati d’una crocetta sulla spalla diritta. Ciò mosse molti a voler combattere gl’Infedeli, e frà Ubertino de Filippi vi rinfocava la gioventù fiorentina, e molti lo seguirono in Siria, tra cui frà Francesco da Carmignano ingegnere e dieci altri Domenicani. Ivi oppugnarono non sappiam bene quale città, e sostennero fra altre una battaglia presso Tiberiade contro più d’un milione di Musulmani: s’aggiunge che un’apparizione di san Giovanni Battista confortò i Cristiani al vincere: e i cadaveri de’ nostri si riconosceano dall’apparire sul capo di ciascuno un fuscelletto portante un fiore bianco a modo d’ostia, attorno al quale si leggea cristiano; e sopra di loro si udirono cantar versi dolcissimi e Venite, benedicti patris mei[418].

Di buon’ora i frati Francescani eransi piantati in Terrasanta, e vi si mantennero a custodia del santo sepolcro anche dopo ricaduto in man dei Turchi: nel 1212 Ahmed-scià sultano dava loro il diritto di rimanervi, e l’anno appresso Omer permetteva ristaurassero la chiesa di Betlem. Roberto re di Napoli volle che questa loro dimora divenisse legittima, e a denari nel 1342 comprò dal sultano il diritto che i Francescani dimorassero in perpetuo nella chiesa del santo sepolcro, e vi celebrassero gli uffizj divini: del che si fece carta, ove ad esso re e a Sancia moglie sua son pure conceduti il cenacolo e la cappella dove Cristo si mostrò a san Tommaso; la qual Sancia sul monte Sion fe costruire una casa, in cui mantenere a sue spese dodici Francescani[419].

Nel 1386 il re di Cipro, d’accordo col granmaestro di Rodi, volendo metter fine alle piraterie degli emiri di Siria e del sultano, stanziò d’assalire Alessandria; e i Veneziani lo secondarono, sì per le istanze del papa, che per la speranza di assicurarsi quel commercio senza le umiliazioni cui erano ridotti. Di fatto Alessandria fu presa, arsa la flotta egizia; ma il sultano ricomparve ben tosto, sicchè i Cristiani furono costretti ritirarsi, poche ricchezze trasportando seco, e lasciandovi acerbissimo odio, che si sfogò sui nostri colà dimoranti e sulle merci di Venezia, la quale così ebbe guasti i proprj traffichi.

Soli i pontefici mai non gettarono ogni speranza di liberare Terrasanta, e questo fu il tema di declamazioni poetiche e qualche volta di ragionate scritture. Fra gli altri, Marin Sanuto, cronista veneto, vide il vero quando annunziò che ruina degli stabilimenti cristiani in Palestina erano i sultani d’Egitto, e che potenza di questi era il commercio nell’India, lo perchè consigliava ad esaurirne la fonte. A tal uopo viaggiò cinque volte nell’India, e se altro non potè, trasse notizie sui paesi del Mezzodì e del Levante. Il suo libro Secreta fidelium Crucis (1321), cui aggiunse un planisfero, divise in tre parti ad onore della Trinità, e perchè tre sono le maniere efficaci di rimettersi in salute, il siroppo preparatorio, la medicina opportuna, il regime. Alla crociata vuole egli persuadere, non più per entusiasmi devoti, ma da mercante ed economista; onde ai testi soggiunge la lista delle spezie che traggonsi per via di Terrasanta, quanto costino, quanto il trasporto: la migliore opportunità gli sembra uno sbarco in Egitto, che con dieci galee crede potersi bloccare; e chiuso quello, l’islam è ferito nel cuore. Divisa appienissimo uomini, viveri, denaro, sempre intento a ringrandire Venezia, di cui dev’essere tutta la flotta, e i cui marinaj crede soli capaci a guidar le navi tra i bassi canali del Nilo: designa la forma e struttura delle galee imbattagliate e delle navi da trasporto, alcune incamattate, o come oggi diciamo, mantellate: descrive minutamente i mangani colle dimensioni e proporzioni, e le balestre lontanarie; l’esercito di sbarco sommi a quindicimila fanti, trecento cavalieri. I precetti circa gli accampamenti desume da Vegezio e da Cesare: dimostra pratica nell’arte delle fortezze, secondo l’età sua, e ne dà saggio in una graziosa parabola. La spesa sarebbe tornata a quattordici milioni[420]; e tale disegno offrì alla sua patria e a tutte le corti, e n’ebbe lode e trascuranza.

Guido da Vigevano, medico di Enrico VII imperatore, nel 1335 stese precetti igienici e militari per difendersi dai Saracini e assalirli[421]. Frà Filippo Bruserio da Savona, professore di teologia a Parigi, da Benedetto XII spedito nel 1340 ambasciadore a Usbek kan del Capciac, con Pietro dall’Orto e con Alberto della colonia di Caffa, per impetrare la libera predicazione del cristianesimo attorno al mar Nero, scrisse il Sepolcro di Terrasanta, esponendo i mezzi di ricuperarlo. È notevole che i primi trattatisti d’arte militare ne davano per titolo il ricupero della Palestina, quasi il solo che potesse scusare quel feroce sviluppo della forza e dell’ingegno: Antonio da Archiburgo trentino nel 1391 stese su ciò un trattato, or manoscritto nella biblioteca nazionale di Parigi; Lampo Birago milanese, protetto da Francesco Sforza, propose una crociata tutta d’italiani, con milleducento cavalli, quindicimila fanti e cinquemila cavalleggieri forestieri, che sbarcata in Morea suscitasse i popoli, e in due o tre anni compirebbe l’impresa[422].

Dante querelava i suoi contemporanei che il sepolcro di Cristo lasciassero in man de’ cani, e che esso «poco toccasse ai papi la memoria»[423]; e colloca in paradiso Goffredo, Cacciaguida ed altri Crociati. Petrarca esortò alla crociata nella canzone — O aspettata in ciel, beata e bella». Annio da Viterbo nel 1480 predicò a Genova con immenso applauso le future vittorie de’ Cristiani sui Turchi, dedotte da passi dell’Apocalisse. L’Ariosto fra le inesauribili sue celie trovava un accento elevato per mostrare quanto meglio varrebbe il combattere i Turchi che non il nocersi a vicenda i Cristiani. Il Tasso dirigeva a ciò tutto il nobile suo poema, sperando pure che il buon popolo di Cristo, tornato una volta in pace, tenterebbe ritogliere l’ingiusta preda al Musulmano. Altri pure innalzavano esortazioni generose e inascoltate.

Chi realmente continuò la guerra contro i Musulmani furono da una parte i Veneziani, fattisi antimurale dell’Europa, che negligeva di sostenerne allora gli sforzi, salvo poi a codardamente vilipenderli; dall’altra i cavalieri del santo Sepolcro, che si ricovrarono prima a Cipro, poi a Rodi, infine a Malta, sempre col voto di non cessar guerra agl’Infedeli. Dappoi la generosità si ridusse negativa e beffarda, fu moda il declamare contro quelle spedizioni che fecero perire tanti uomini inutilmente. Lasciam via che non perirono quanti per le epiche guerre di Roma o per le ambiziose di Napoleone; ma colà morivano volenti e persuasi, non divelti alle case per ordine d’un re, ma lieti di dar la vita in servigio di Dio ed espiazione delle colpe, e affrontare una morte che apriva il paradiso.

I Musulmani erano nemici d’ogni civiltà; conveniva respingerli: sterminavano ferocemente i Cristiani; conveniva punirli: minacciavano di nuova barbarie l’Europa; conveniva prevenirli, assalendoli ne’ loro paesi: e se l’intento fosse riuscito, chi non vede quanto diverse sarebbero procedute le sorti della civiltà?

Già era stato vantaggio il mandare in Asia a sfogare l’umor battagliero que’ tanti che turbavano la patria; predicatori e papi volendo concordare i Cristiani alla santa impresa, condussero qualche pace fra tante battaglie, e la tregua di Dio copriva chiunque avesse preso la croce. Mentre il castellano era ito in Palestina, il villano rimasto a casa respirava dalle oppressioni; ricorreva all’autorità del Comune o del re, invece di quella del feudatario; benchè incatenato alla gleba, il signore non potea vietargli di crociarsi; anzi tanti servi passavano oltremare, che fu imposta la decima saladina a quei che il facessero senza beneplacito del padrone. Anche quelli che v’andavano per obbedire a questo, svincolati dalla schiavitù locale, disabituavansi dalla ereditaria servilità; aveano diviso i pericoli, gli stenti, la gloria del padrone, forse aveanlo salvato dal pugnale d’un Assassino tra le convalli del Libano, o dalla scimitarra di un Turco, o diviso con esso una ciotola d’acqua che gli valse la vita; erano dormiti al suo fianco nell’accampamento, pericolati nella lotta; l’avoltojo del castello erasi fatto vicino al lepre della valle non per isbranarlo ma per congiungere le forze.

Nell’assenza dei baroni, i Comuni s’invigorivano, e strappavano a quelli la prepotenza di qualche antico abuso; o il barone stesso dava in pegno o vendeva il feudo o qualche privilegio per far denari, o morendo li lasciava vacanti. La giustizia era resa con maggior regolarità dal clero, la campagna avea pace, e l’abbassarsi dei nobili spianava la strada ai cittadini: sicchè quelle imprese, spinte dal clero, eseguite dalla nobiltà, realmente fruttarono pel popolo. Esse poi indicavano un miglioramento nella società, poichè non si trattava di conquistare e far servi, ma di procacciarsi la vita eterna e di salvare dall’inferno tanti Infedeli. Di mezzo alle parziali agitazioni della feudalità nasceva un pensiero di gloria, d’avvenire, di santità; lampeggiavano il bello e l’ideale fra i popoli e gli eserciti, i quali correvano a morte per dar trionfo alla verità: preludio dei tempi quando la guerra non si farà che per la pace.

Ambizione, avarizia, altri vizj accompagnarono e rovinarono quelle imprese, ma pure nessun esercito fu più generalmente preoccupato dall’idea morale; il popolo era spinto da sentimento religioso, bene o male interpretato, ma superiore a calcoli personali; nei cavalieri videsi un’umiltà, un’abnegazione, mirabili fra la superbia e l’avidità d’imprese di quel tempo, non gloriandone sè ma Dio; tutti i combattenti riconosceano per fratelli, dacchè tutti la croce segnava. Quando il villano e il signore, il re e il vassallo, il Milanese, il Bretone, il Veneto si associavano nel nome di Cristiani, costumavansi a idee d’uguaglianza. Accanto ai baroni radicati al terreno sorgeva la nobiltà mobile de’ cavalieri chiamati per professione a quanto v’ha di generoso e disinteressato: come in imprese sante, molte paci si facevano in occasione di esse, molte colpe si riparavano: v’andavano anime straziate dai rimorsi a rigenerarsi, o spossate dai disinganni a ripigliar coraggio.

Amedeo VI, nell’atto di salpare da Venezia per Terrasanta, esaminò la propria vita, e si risovvenne d’un Ansermeto Barberi che lungo tempo avea tenuto prigione per furto e che poi fu scoperto innocente, e gli fece dare ducento fiorini d’oro[424]. Veleggiò poi in una galea vagamente dipinta, colla poppa a foglie d’oro e argento; sull’azzurra bandiera di Savoja sventolava l’effigie della Madonna, e su altre la croce d’argento in campo rosso, coi nodi d’amore, emblema d’esso principe, e il teschio del leone, e il cimiero.

Lucia, monaca in Santa Caterina di Bologna, s’avvide che un giovane veniva ogni giorno a mirarla alla tribuna ove sentiva messa, onde non si presentò più che dietro la gelosia. L’innamorato giurò consacrarsi a Dio come la sua cara, e passato in Palestina, s’avventò nelle battaglie. Fatto prigione, e messo ai tormenti perchè rinnegasse la fede, esclamò: — Santa vergine, casta Lucia, se vivi ancora, sorreggi colle tue preghiere chi tanto ti amò; se in cielo ti bei, propiziami il Signore». Appena detto, fu preso da sonno profondo, e allo svegliarsi trovossi catenato, ma in patria e vicino al monastero della sua donna, la quale gli stava allato sfolgorante di bellezza. — Sei tu viva ancora, Lucia?» domandò egli; e quella — Viva sì, ma della vita vera; va e deponi i tuoi ferri sul mio sepolcro, ringraziando Iddio». La casta era morta il giorno ch’egli abbandonò l’Europa[425].

Federico Barbarossa, giovinetto ancora, innamorò di Gela figlia d’un suo vassallo; ed ella rispose di verecondo amore, e non si tenendo degna d’averlo sposo, l’indusse a crociarsi. Sull’addio egli esclamò: — L’amor nostro è eterno. — Eterno», rispose ella, lasciando cascar la testa su quella dell’amante. Egli va, vince e ritorna, e per la morte del padre trovatosi duca, vola alla casa di Gela; ma non vi trova che un viglietto, iscritto: — Tu sei duca, e devi scegliere una sposa da par tuo. Della memoria di essere stata tua un anno, mi godrà l’animo tutta la vita. L’amor nostro è eterno». Erasi resa monaca; e Federico, nel boschetto ove si era congedato da lei, pose la prima pietra della città di Gelnhausen.

A Torre San Donato in val d’Arno fu predicata la croce, e consegnato lo stendardo del popolo a Pazzino de’ Pazzi, il quale raccontano montasse primo sulle mura di Gerusalemme, e da Goffredo avesse in dono tre scaglie del santo sepolcro, colle quali in patria accese il fuoco benedetto, e si conservarono poi ne’ Santi Apostoli, e ne derivò a Firenze la festa dello scoppio del carro (vol. V, pag. 554). Anche nel 1220, «quando fu presa Damiata, l’insegna del Comune di Firenze, il campo rosso e il giglio bianco, fu la prima che si vide in sulle mura per virtù de’ pellegrini toscani, che furono de’ primi combattendo a vincere la terra; e ancora per ricordanza il detto gonfalone si mostra in Firenze per le feste nella chiesa di San Giovanni al Duomo» (Villani). A Verona si vuole che i reduci Crociati applicassero i nomi alla montuosa vicinanza verso nordovest, che diconsi Calvaria (Monte San Rocco) e Valdomia (Val Domini); e dentro Nazaret, Betlem, Monte Oliveto[426]. Alberto vescovo di Brescia portava da Terrasanta un grosso pezzo della santa croce, che chiuso in teca ornata di lamine argentee istoriate, conservasi nel duomo di quella città, dove anche la croce del campo, che credesi fosse portata in cima a un vessillo dai crociati in quella spedizione. A San Geminiano in Toscana pretendono che i Baccinelli andassero con altri alla prima crociata, e ritornando, colle spoglie de’ nemici, ergessero una magione di Templari sotto l’invocazione di San Jacobo.

Della credulità si abusò per moltiplicare reliquie, e non fu paese che non volesse averne di Terrasanta; e ciascuna fu autenticata da miracoli, certo non meno credibili delle mille baje che la critica moderna raccoglie ogni dì dalle gazzette, e dalle storie che sulle gazzette si compilano.

Alcuni monaci portarono da Gerusalemme a Montecassino un pezzo del tovagliuolo con cui Cristo asciugò i piedi agli apostoli; e vedendosi poco creduti, il posero in un turibolo, e all’istante divenne color di fuoco, e ne fu tolto intatto, e riposto fra oro, argento e gemme. Altri pellegrini navigando con uno de’ santi chiodi, giunti davanti a Torno sul lago di Como, non poterono più progredire, e dovettero lasciarlo colà, dove si venera ancora. Allorchè Saladino spediva in dono all’imperatore di Costantinopoli la vera croce, un Pisano trovò modo d’involarla, e traversando i mari a piede asciutto, la recò alla sua patria: ma un Dondadio Bo Fornaro genovese diceasi aver trovato in una nave di Veneziani essa croce, e toltala per arricchirne la sua città; e questi doppj sono vulgare soggetto d’epigrammi. L’anno che Acri fu presa, parve che la santa casa dove Cristo era cresciuto sdegnasse rimanere in una terra contaminata da Infedeli, e da Nazaret fu dagli Angeli trasportata a Tersacto di Dalmazia: statavi tre anni, eccola trasferita di qua dall’Adriatico, e deposta in una macchia sui poderi di una Lauretta di Recanati: i pastori la mattina trovarono quest’edifizio dove mai non n’aveano veduto, e tosto cominciò affluenza di forestieri e di doni, tanto che là presso si fondò una città detta Loreto.

Roma fu piena di devoti cimelj, ed oggi ancora i sacristani vi riportano continuamente coi loro racconti ai tempi delle crociate e ai portenti compilati nel libro de’ Sette Viaggi. Padova tiene le spoglie di tre degli Innocenti, di Levante portate dal beato Giuliano in Santa Giustina. L’altare di santo Stefano a Cremona fu consacrato il 1141 col porvi alcun che de’ vestiti di Maria Vergine, della porpora onde fu beffeggiato Cristo, del legno della croce, del santo sepolcro. A Bologna fra Vitale Avanzi depose una delle idrie in cui Cristo mutò in vino l’acqua, e ogn’anno esponevasi nella chiesa de’ Servi la prima domenica dopo l’Epifania: un altro di quei vasi era nella certosa di Firenze. Genova nella crociata dalla Licia portò il corpo del Battista, e da Cesarea il sacro catino in cui fu operata la consacrazione nell’ultima cena; dal prode Montaldo, che l’avea ottenuta dall’imperatore Giovanni Paleologo, ebbe in dono l’effigie di Cristo, fatta fare da Abgaro re di Edessa, veneratissima in San Bartolomeo, benchè anche Roma si vanti tenerla. A un Lucchese ito a Gerusalemme vien rivelato in estasi che il volto santo ed altre reliquie del Salvatore giaciono ignorate nella cattedrale di Lucca, dove rinvenute, furono poste in devota venerazione. Non taciamo il santo latte a Montevarchi, donato a Guido Guerra da Carlo d’Angiò; sul quale diceva un valente scrittore che «la fede è buona, e salva ciascuno che l’ha; e chi archimia sì fatte cose, ne porta pena in questo e nell’altro mondo».

I Pisani vollero dormire dopo morti entro terra della Palestina, e ne trasportarono di che empire il loro cimitero. I Veneziani recarono da Scio il corpo di sant’Isidoro, collocandolo in San Marco, dove anche la pietra dell’altare della cappella del battistero; da Cefalonia san Donato, ch’è in Santa Maria di Murano; da Costantinopoli santo Stefano, san Pantalèone, san Giacomo, e l’altre reliquie onde sono ricchissimi San Giorgio e San Marco. Il cardinale Ugolino, che poi fu papa Gregorio IX, persuase il doge a fabbricare nelle lagune Santa Maria Nuova di Gerusalemme, a memoria d’altra del titolo stesso, allora occupata dai Musulmani.

D’altro genere reliquie piacquero agl’italiani, i capi d’arte della Grecia e dell’Asia. Già era costume a Veneziani, Pisani e Genovesi trasportarne; e le loro cattedrali, cominciando fin dalla vetustissima di Torcello, furono, si può dire, fabbricate con avanzi antichi. Si estese quest’usanza nelle crociate, e massime da Costantinopoli i Veneziani trassero insigni lavori, fra i tanti che andarono perduti in quel fatto; e i cavalli della facciata di San Marco, e i leoni dell’arsenale, le colonne di San Marco e Teodoro sono trofei di buon gusto e di violenza.

Alle crociate si riferiscono pure molte fondazioni di spedali per lebbrosi e pellegrini; e buon numero ne alloggiava in Genova la commenda di San Giovanni in Pre, del pari che l’ospedale di San Lazzaro, cui arrivavasi per l’unica via che allora sboccasse in Polcevera, e un altro in Savona.

Le genealogie vollero tutte innestarsi sopra le crociate, e fu vanto l’ostentare nel proprio blasone la croce. Anzi il blasone ci venne dalle crociate e dalla cavalleria, con tutta la raffinatezza degli stemmi e delle divise. Finchè il cavaliero combatteva attorno al suo castello, qual mestieri avea di distintivo? uscendo lontano, ciascuno assumeva una divisa, cioè esprimeva l’affetto o l’intento particolare, mediante il colore della sopraveste e del cimiero, o qualche disegno fatto sul pezzo più insigne dell’armadura, qual era lo scudo. Quegli scudi poi si sospendeano nelle sale avite, testimonianza ai fasti e vanto ai figli che si piacquero di adottare l’insegna paterna, e così gli stemmi diventarono ereditarj, e distintivo non più dell’individuo ma delle famiglie. Nella presente uguaglianza più non è di verun conto l’araldica: ma lungamente fu arte di arguto studio il disporre gli stemmi, combinarne gli elementi, cioè i colori e le figure, e leggerli, e assicurarli come titoli domestici. Se ne moltiplicarono poi gli elementi e la disposizione, ma sempre i più vantati furono quelli che mostravano la croce, come indizio che un avo era stato a combattere in Palestina. I Michieli di Venezia portavano sopra una fascia d’argento i bisanti d’oro, perchè il doge Domenico Michiel alla crociata, venutogli meno il denaro, pagò con pezzi di cuojo, che poi al ritorno cambiò in sonanti. I Visconti di Milano vantavano che Ottone di loro famiglia avesse, alla prima crociata, ucciso un gigante che portava per cimiero un serpe con un fanciullo in gola; figura ch’essi adottarono. Il cardinale Giovanni, legato in Terrasanta, ne riportò la colonna della flagellazione, che la famiglia Colonna assunse per stemma, d’argento in campo azzurro; aggiungendovi la corona quando Stefano ebbe coronato l’imperatore Lodovico il Bavaro, e le quattordici bandiere turche che Marcantonio acquistò alla battaglia di Lépanto.

Ed altre famiglie dallo stemma dedussero il nome; mentre d’alcune dietro al nome fu inventato lo stemma, con quelle che si dissero armi parlanti, come un orso per gli Orsini di Roma e gli Orseoli di Venezia, un gelso pe’ Moroni, un majale pe’ Porcelletti, un gambaro pei Gambara, un bove pei Vitelleschi, i Bossi, i Boselli, i Cavalcabò, le coste pei Costanzo, la carretta pei Del Carretto, pei Canossi un cane coll’osso in bocca, per gli Scaligeri la scala portante un’aquila. Il vulgo pure volle avere i suoi stemmi, e il tesserandolo e il merciajo adottava un’insegna che di padre in figlio trasmetteasi con sollecita cura di conservarla incontaminata.

I nostri videro il lusso orientale, e si proposero imitarlo; la seta si propagò, e i tessuti serici di Damasco e quelli di pelo di camello ne eccitarono l’emulazione; a Venezia s’imitarono i Vetri di Tiro, e ben presto si fabbricarono specchi di cristallo e conterie; si conobbero i lavori a cesello e all’agiamina, l’applicazione dello smalto; e l’oreficeria ebbe grande esercizio nello incastonare le tante gemme e ornare le tante reliquie tolte all’Oriente.

Esteso il viaggiare non a soli negozianti ma a moltitudini innumere, vennero sotto gli occhi altri costumi, la qual cosa chi non sa quanto serva a digrossare i proprj? I Settentrionali in Italia trovavano civiltà ben più raffinata; a Bologna udivano leggere le Pandette, in Salerno e a Montecassino scuole mediche, in Sicilia e a Venezia regolati governi, e i cittadini congregati dar l’assenso alle deliberazioni del doge; e Giacomo di Vitry, storico di quelle imprese, ammirava questi Italiani, segreti ne’ consigli, diligenti, studiosi nel procurare le pubbliche cose, provvidi del futuro, repugnanti da ogni giogo, di loro libertà acerrimi difensori. Anche i nostri avevano di che imparare sia dalla civiltà greca ancora in piedi, sia dall’araba allora fiorente, sia anche dal regolare governo istituito dalle Assise di Gerusalemme.

I metodi allora introdotti dalla Chiesa per raccorre la decima e le limosine servirono di scuola per esigere le tasse meno arbitrariamente. E poichè a queste aveano dovuto sottoporsi anche gli ecclesiastici, s’imparò a farli coadjuvare alle pubbliche gravezze.

Romanzi e novelle a josa passarono dall’Asia in Europa, eccitando e pascendo le giovani immaginazioni. La filosofia si valse di quanto le aveano aggiunto le scuole arabe; la medicina, se non metodi, adottò farmachi orientali, droghe nuove, nuovi composti; razze di cavalli arabi, cani da caccia vennero portati; e se Federico II ebbe elefanti a sola pompa, i Pisani si valsero dei camelli per coltivare la fattoria di San Rossore, dove ancora non sono dismessi. La cannamele avea ristorato la sete de’ Crociati, che la trapiantarono in Sicilia, donde passò in Ispagna, e di quivi a Madera e all’America, per procacciarci uno de’ condimenti oggi più usitati, lo zuccaro. Certe cipolle di Ascalona, certe prugne di Damasco allora arricchirono i nostri giardini; e se a torto si crede venuto di là il granoturco[427], v’imparammo l’uso dell’allume, dello zafferano, dell’indaco. Vorrebbe credersi che la vista degli aerei edifizj orientali e degli emisferici greci producesse l’ordine gotico, certo esteso in quel tempo; e i furti fatti da Pisa, Genova, Sicilia, Venezia ridestarono l’amore delle arti belle, che, compostesi a quegli esemplari, s’accostarono ai segni dell’eleganza.

Tanto movimento di popolo aumentò la marineria, del che principale vantaggio trassero gl’italiani, i quali lautamente guadagnarono dal trasportare i Crociati, poi stabilirono banchi su tutte le coste della Siria, del mar Jonio e del Nero, e convennero di vantaggiosi privilegi nelle terre sottomesse. Le navi si migliorarono[428], e a’ lenti tragitti per terra si surrogarono i viaggi per acqua. A vantaggio de’ pellegrini si stesero itinerarj, che, se erano dettati dall’entusiasmo, valsero però tanto quanto a migliorare la geografia[429].

Continue relazioni mantenne l’Italia coll’Oriente, e ne sono piene le cronache piemontesi di Benvenuto da San Giorgio; le famiglie più insigni legarono parentadi coi principi levantini, e sei ne avvennero tra i marchesi di Monferrato e gli imperiali di Costantinopoli; il titolo di re di Gerusalemme e di Cipro ornava i duchi di Savoja prima che altro regio acquistassero. Gli stabilimenti italiani colà durarono più che quelli d’altra qualsiasi gente, e in modo si diffusero, che l’italiano era lingua comune de’ traffici sulle coste.

Lasciam dunque ad altri deridere ciò che eccitò l’entusiasmo di due secoli; e non crediamo inutili queste imprese, che diedero tanto stimolo al sentimento, alla curiosità, all’immaginazione.

FINE DEL TOMO SESTO E DEL LIBRO OTTAVO

[ INDICE]

LIBRO OTTAVO
Capitolo
LXXXI. Origine dei Comuni [pag. 1]
LXXXII. Effetti dei Comuni. Nomi e titoli. Emancipazione dei servi [60]
LXXXIII. I Comuni lombardi. Lotario II e Corrado III imperatori. Ruggero re di Sicilia. Arnaldo da Brescia [88]
LXXXIV. Federico Barbarossa [112]
LXXXV. Ordinamento e governo delle Repubbliche [153]
LXXXVI. Ultimi Normanni in Sicilia. Enrico VI [218]
LXXXVII. Innocenzo III. Quarta crociata. L’impero latino in Oriente [242]
LXXXVIII. Ottone IV. Sviluppo delle Repubbliche, e secondo loro stadio. Nobili e plebei in lotta. Guelfi e Ghibellini [268]
LXXXIX. Frati. Eresie. Patarini. Inquisizione [313]
XC. La Scolastica. Efficacia civile del Diritto romano e del canonico. Le Università. Le Scienze occulte [356]
XCI. Federico II. Seconda guerra dell’investitura [415]
XCII. Fine degli Svevi e della seconda guerra dell’investitura [472]
XCIII. I Mongoli. — Fine delle crociate e loro effetti. Gli stemmi [507]