CAPITOLO CII. Ingerenza francese. — I Vespri siciliani, e la guerra conseguente.

Parve la parte guelfa avesse confitto la ruota della fortuna al cadere degli Svevi e al piantarsi Carlo d’Angiò nelle Due Sicilie (Cap. XCII). Questo avea tributarj il bey di Tunisi e molte città del Piemonte, ligie quelle della Romagna e della Lombardia; vicario della Toscana, governator di Bologna, senatore di Roma, protettore degli Estensi e perciò della marca Trevisana; arbitro de’ papi e del re di Francia suo nipote; da Baldovino II, imperatore spodestato di Costantinopoli, si fa cedere i titoli sull’Acaja e la Morea; il regno di Gerusalemme da Maria figlia di Boemondo IV d’Antiochia; da Melisenda, il regno di Cipro; titoli vani, ai quali sperava ottener realtà facendo dai papi scomunicare Michele Paleologo imperatore bisantino, e allestendo grosse armi per isbalzarlo.

Nel Regno egli non mutò gran fatto della costituzione, conservando i pesi e i freni che la robusta mano di Federico II e i bisogni della guerra v’aveano introdotto; migliorò Napoli di edifizj, fra’ quali il Castel Nuovo per assicurar l’accesso al mare, il duomo, Santa Maria la Nuova con ampio monastero di frati Minori; San Lorenzo, eretto sul Palazzo del Comune, da lui abbattuto; fece lastricare le vie interne; favorì l’Università attribuendole un giustiziere proprio, e determinando i prezzi degli oggetti di consumo per gli scolari, cui esentò dalle gabelle. Estese l’usanza di far cavalieri in tutte le solennità, e con quest’onore si amicò alcuni popolani grassi, come molti signori francesi col distribuir loro i feudi sottratti ad amici degli Svevi. Soltanto gentiluomini, o notevoli per ricchezza o per senno ammise nei seggi, ristretti ai cinque di Capuana, Nido, Montagna, Porto, Portanuova; i quali gareggiarono a fabbricare nel proprio quartiere palazzo e teatro; nominavano ciascuno cinque o sei capitani annui, che potessero convocare i nobili per qualunque pubblico affare; e gli Eletti, che governavano la città insieme coll’Eletto della piazza del Popolo. I parlamenti, che si accoglievano or qua or là, allora furono fissati a Napoli, e v’intervenivano la più parte de’ baroni, i sindaci di tutto il regno, e i due ordini de’ nobili e della plebe; i prelati soltanto in qualità di baroni.

Ma la nobiltà antica prendeva in dispetto la nuova; le sventure della dinastia caduta convertirono l’odio in compassione; il popolo fremeva ai supplizj di coloro che non erano stati tanto vili da rinnegare gli antichi benefattori. I baroni, che soleano retribuire soltanto un donativo ne’ casi preveduti dal diritto feudale, cioè per invasione del paese, prigionia del re, nozze della sua figliuola o sorella, e nell’ornar cavaliere lui o suo figlio, erano stati sottomessi da Federico a gravezze regolari, mantenute o aumentate da Manfredi pel bisogno della guerra; e se Carlo avea promesso esoneraneli, si giovò del favore mostrato a Corradino per mancare agli accordi.

Ragioni di popoli e ragioni della Chiesa aveva egli a rispettare, ed entrambe violò. Alla santa Sede avea giurato abolire le esazioni arbitrarie inventate dagli Svevi, e ripristinare le immunità come al tempo di Guglielmo il Buono; poi, per ambizione ed avarizia e per soddisfare l’esercito, introduceva sottigliezze fiscali, tasse sopra ogni minimo consumo; e se non trovasse pubblicani, obbligava qualche ricco a pigliarne l’appalto, come per forza dava in socida i beni del regio dominio, stabilendo a sua discrezione il fitto; estendeva le bandite per la caccia, ripristinava i servizj di corpo, di carri, di navi; arrogavasi ragioni di acque: la prigione era spalancata per ogni ritardo, per ogni richiamo, pur beato chi potesse fuggire, lasciando incolto il campo, deserta la casa, che talora veniva diroccata. Pose in corso la moneta scadente del carlino, minacciando chi la ricusasse di marchiarlo in fronte colla moneta stessa rovente[186], e producendo scompigli nelle private contrattazioni. Che diremo dei delitti di maestà, delle fiere procedure per sospetti, del proibire che i figli de’ rei di Stato non potessero accasarsi senza licenza del re?[187] Il quale pure o gli eredi di pingui feudi condannava al celibato, o le ricche ereditiere maritava co’ suoi stranieri.

Ad esempio di lui soprusavano i ministri, smungeano denaro per ogni occasione, rubavano, poi otteneano connivenza spartendo col re; sopra gente avvezza alle franchigie normanne e alla cortesia sveva, si comportavano con quella sbadata insolenza, per cui i Francesi in Italia non seppero farsi amare se non quando non vi sono.

Più castigata fu la Sicilia quanto più dagli Svevi favorita; fraudata de’ privilegi, posta in dipendenza da Napoli, abbandonata a magistrati violenti o avari, a giustizieri che angariavano le città e le coste; e col pretesto della crociata, smunta con sempre più gravi imposizioni; dei baroni, molti spogliati, molti ritiraronsi ne’ castelli montani. Tutti dunque sospiravano un’occasione di svelenirsi, e se la promettevano dallo sgomento che Carlo eccitava ne’ potentati. Le città del Piemonte, messesi a signoria di lui, se ne riscossero, sollecitate da Guglielmo VI marchese di Monferrato, e dai Genovesi che spesso nel Mediterraneo sconfissero la flotta provenzale. Michele Paleologo, che aveva usurpato e risanguato l’impero d’Oriente, vedeva con sospetto i preparativi di Carlo. E i popoli, ridotti a non avere speranza che nella rivoluzione, s’immaginano d’esservi ajutati da tutti i nemici del loro tiranno.

La leggenda, che sbizzarrì sui fatti di quel tempo, racconta come radunasse in sè i dolori, le passioni, gli anatemi della sua patria Giovanni da Prócida, nobile medico salernitano, che, privato de’ suoi beni come creatura degli Svevi[188], con odio infaticabile girò per tutta Europa cercando nemici agli Angioini: aggiunge ch’egli avesse raccolto il guanto che Corradino gettò dal patibolo, e recatolo a Pietro III re d’Aragona, il quale, per la moglie Costanza, figliuola di Manfredi e cugina di quello, poteva (dicono essi) pretendere alla successione di lui. Fatti incerti: ma potrebbe darsi che Pietro adoprasse alle sue aspirazioni questo Procida, il quale era stato medico di Federico II e cancelliere di Manfredi, poi dei primi a fare omaggio a Carlo d’Angiò, e che forse s’indettava coi baroni siciliani, non per redimersi in libertà, ma per mutare padrone. Al re d’Aragona, signore di piccolo Stato, ma di valore ed ambizion grande e voglioso di vendicare il suocero, non potea che piacere un tale acquisto; ma Corradino avrebbe mai pensato a trasmettere la sua eredità al genero di colui che glie l’aveva usurpata? Il fatto sta che, «come vuolsi a buona guerra, l’Aragonese erasi preparato con amistà, denari, segreto» (Montaner); e concertatosi coll’imperatore di Costantinopoli, dava voce di voler sbarcare contro i Mori d’Africa; e a chi tentava succhiellarne di più, rispondeva: — Tanto mi preme questo segreto, che se la mia destra il sapesse, la mozzerei colla sinistra».

Il prendere la Sicilia era tutt’altro che facile, dove erano quarantadue castelli regj, pronte alla chiamata le truppe feudali, disposti grossi armamenti per l’impresa di Levante. Il popolo poi, men tosto che al re d’Aragona, volgea gli sguardi al pontefice, come quello che poteva da Carlo ripetere le liberali convenzioni giurate. Clemente IV l’aveva ammonito più volte con norme, che beato il re e i popoli se le avessero osservate: — Chiama i baroni, i prelati, i migliori delle città, esponi ad essi i bisogni tuoi, e col loro assenso determina i sussidj. Di questi poi e de’ diritti tuoi sta contento; del resto lascia liberi i sudditi: ordina col tuo parlamento in quali casi tu possa richiedere la colletta ai vassalli e ai baroni»[189]. Gregorio X, che per ismania della crociata voleva la pace, blandiva l’antico campione della Chiesa, ed erasi limitato a doglianze mansuete e inesaudite; non che secondare le ambizioni di Carlo sull’impero greco, sudò anzi a riconciliare quella Chiesa colla latina; e rimase tradizione popolare che Carlo avvelenasse san Tommaso d’Aquino mentre andava al concilio ecumenico di Lione, ove lo temeva avverso a’ suoi divisamenti[190].

I tre pontificati brevissimi (1276-77) che succedettero (Innocenzo V, Adriano V, Giovanni XXI) nulla innovarono; ma Nicola III degli Orsini, uomo altero e volente la liberazione d’Italia forse per ingrandirne la propria famiglia, adoperò con senno e cuore per rimetter pace, e mandò Latino cardinale d’Ostia a sedare le maledette parti. A Firenze, ove si combattevano Adimari e Donati, Tosinghi e Pazzi, dopo datosi attorno per quattro mesi, il cardinale raccolse tutti davanti a Santa Maria Novella, messa a fiori e gale, e indusse a darsi il bacio della pace, bruciar le sentenze ottenute, restituire i beni e unirsi con matrimonj; insieme rimpatriò i Ghibellini esigliati.

Più ammalignavano le nimicizie in Bologna. Quivi Imelda de’ Lambertazzi avendo accolto in casa Bonifazio della nemica famiglia de’ Geremei, i fratelli di essa lo colpirono d’un pugnale avvelenato. La fanciulla credè salvarlo col succhiarne la ferita, ma contrasse ella pure il veleno, e morì coll’amante. La pietà pei due infelici esacerbò gli odj, si pugnò in città e fuori per sessanta giorni, infine i Geremei prevalsi cacciarono ben dodicimila cittadini. Questi, rifuggiti a Faenza e Forlì, menarono lunghe ostilità, finchè esso cardinale Latino riuscì a farli ripristinare nella patria e negli onori, abolendo le società popolari, tizzoni di discordia, e sulla piazza solennemente parata, davanti a molti vescovi, fu sui vangeli giurata la pace, sottoscritta da trentotto famiglie ghibelline, e cenventinove guelfe[191]. Poco dopo i Lambertazzi ripigliarono le offese; o almeno ne gli incolparono i Geremei, che gli espulsero di nuovo e ne demolirono i palazzi.

Nicola III fu de’ pontefici più magnifici; tolse a rifabbricare la basilica di San Pietro, e vicino a quella il palazzo Vaticano, munito a guisa di città, e un altro a Montefiascone; ai parenti largheggiò prelature e signorie, e fu sin dubitato che, per ingrandirli, distraesse il denaro destinato per Terrasanta. Appoggiato a quelli, aspirava alla capitananza d’Italia; e dicono chiedesse una figlia di Carlo d’Angiò per un suo parente e dal superbo francese n’avesse risposta: — Perchè egli porta calzari rossi, presumerebbe mescere il sangue degli Orsini con quello di Francia?» Ne indispettì Nicola, e per ostare a Carlo fece nominar se stesso senatore di Roma, proibendo di più mai portare alcun re a quella dignità; elesse molti cardinali italiani; mandò assolvere i tanti scomunicati che i più erano Ghibellini; aveva anche in concetto di dividere l’impero in quattro regni ereditarj: quel di Germania per la discendenza mascolina di Rodolfo; quello d’Arles a Clemenza figlia di lui, maritata in Carlo Martello; la Lombardia e la Toscana a due nipoti del papa.

Quali ne sarebbero state le conseguenze? non distruggevasi così quell’impero elettivo, di cui si compiacevano come di gloriosa creazione i suoi predecessori? e v’è diritto di spartire per tal maniera i popoli, ed assegnarli come un retaggio? e sovratutto sarebbe ciò stato possibile? — Nicola ne fece la proposizione a Rodolfo d’Habsburg, ma la morte (1280) interruppe il trattato[192] e la sua breve e vigorosa amministrazione.

Carlo vide l’importanza d’avere un papa suo, onde prepotentemente cacciò i tre cardinali di casa Orsini, gli altri fe chiudere a pane e acqua; e d’accordo cogli Annibaldeschi, portò alla tiara il francese Martino IV (1281). Questo lo ripagò col buttarsi interamente agli interessi di lui, rinominollo senatore di Roma, scomunicò il Paleologo, e mentre il predecessore avea sudato per tenere in pace Guelfi e Ghibellini, egli cercò sempre la preponderanza dei Guelfi, all’uopo abusando delle armi spirituali. Guerreggiò Forlì, ricovero de’ cacciati di Bologna, non solo ponendo all’interdetto tutta la città, ma volendo che i beni de’ Forlivesi, côlti in qual si fosse paese, cadessero nel fisco papale: fatto nuovo, dappoi spesso imitato. Mandarono essi implorar perdono, ma egli no, se prima non cacciassero tutti i forestieri. I fuorusciti di Bologna lo pregarono, — Assegnateci un luogo dove ricoverare, giacchè dalla patria siamo espulsi»; e neppur tanto ottennero. Ma Giovanni d’Appia, creatura di re Carlo e fatto conte di Romagna, che spingeva quella guerra ajutato dai denari raccolti per la crociata, toccò grave sconfitta dai Forlivesi, comandati da Guido di Montefeltro.

Un tal pontefice poteva aver orecchie disposte alle suppliche de’ Siciliani? anzi gittò prigioni il vescovo e il frate da loro deputati a portargli lagnanze. Ne imbaldanziva la francese tracotanza, e i Siciliani taciti e torvi aspettavano i tempi; quando privati oltraggi fecero che l’impeto popolare de’ Siciliani prevenisse le ambizioni de’ re e le brighe dei baroni. La terza festa di Risurrezione del 1282, mentre i Palermitani pasquavano a vespro alla chiesa di Santo Spirito, mezzo miglio dalla città, Drouet soldato francese, sott’ombra di cercare se portasse armi nascoste, frugò una nobile fanciulla; i parenti di lei se ne risentono, e lo uccidono; i Francesi vogliono vendicarlo, ma periscono quanti sono: il grido di Mora, mora si diffonde; Ruggero Mastrangeli incora, e grida alla strage di chiunque non sa proferir ciciri; non altare li difende, non l’ordine sacro o la cocolla, non sesso o puerizia: nei giorni seguenti per tutta l’isola e per gl’invano difesi castelli e ne’ boscosi nascondigli si dilata la carnificina, della quale si dimenticò l’orrore per farne lezione ai regnanti. Solo Guglielmo Porcelet, feudatario di Calatafimi, uom giusto e umano, fu salvo e rinviato in patria.

Il popolo, che nulla sapeva di trame d’Aragona, e che soleva associare l’idea di chiesa a quella di libertà, fermò di reggersi a comuni tra loro confederati e sotto la protezione del papa, di cui alzò la bandiera, e dava i suoi atti «al tempo del dominio della sacrosanta romana Chiesa e della felice repubblica, anno primo». Ma papa Martino montò in estremo furore, e quando alcuni frati vennero da Palermo, inginocchiandoseli colle mani sul petto, e intonandogli Agnus Dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis, l’irato rispose pur col vangelo: Dicebant, ave rex Judeorum, et dabant ei alapam. Poscia «ai perfidi e crudeli dell’isola di Sicilia, corrompitori di pace e ucciditori di cristiani» intimò dovessero a lui pontefice e a Carlo signor legittimo sottomettersi, se no «li metteva scomunicati e interdetti secondo la divina ragione».

Adunque i Siciliani aveano distinto saviamente le ragioni della propria libertà da quelle della Chiesa: Martino confondendole costringeva i popoli ad osteggiare la Chiesa, la quale non potendo rinunziare alla sua supremazia sovra la Sicilia, trovavasi incaricata di vendicare l’Angioino, e farsi complice de’ passati eccessi di lui.

Carlo, tra dolore e rabbia inteso il fatto, s’affrettò a riversare sui subalterni ogni colpa del mal governo, e dar provvedimenti, ai quali anche allora i popoli rispondeano col fatale Troppo tardi. Pure egli trovavasi in pronto grossi apparecchiamenti di terra e di mare, destinati contro la Grecia[193]; sicchè facilmente avrebbe potuto rimettere all’obbedienza una provincia senza tesoro nè arsenali nè capitani, e che se gli proferiva purchè si contentasse di quanto esigeva re Guglielmo il Buono, e negl’impieghi non mettesse Francesi nè Provenzali. Egli ricusò togliergli a misericordia; onde anch’essi fecero raunata di gente e di moneta, e l’odio profondo, il timore delle punizioni, l’ardore d’una vendetta nazionale li mutarono in eroi.

Il popolo, attissimo a far rivoluzioni, è poi incapace a sistemarle (1282); e i baroni poterono trarre a sè la direzione d’una impresa non cominciata da essi: e come avviene quando alcuno ha un disegno predisposto a fronte di chi non n’ha veruno, i partigiani d’Aragona invitarono re Pietro, il quale sbarcò a Palermo e si cinse la corona dei re normanni.

Ruggero di Lorìa, calabrese ribelle, grandissimo di valore e d’ardire, come di fortuna ed efferatezza, eletto suo almirante, sorprendeva Carlo dinanzi all’assediata e intrepida Messina[194], e ne bruciava il navile, preparato con tanta spesa e fatica; il che udendo questi, morse lo scettro esclamando: — Signor Iddio, molto m’avete elevato; piacciavi almeno che il mio calare sia a petitti passi» (Villani).

Per questa insperabile vittoria e per l’eroismo di Messina fallì dunque a Carlo quel primo impeto di vendetta; e tra per bizzarria cavalleresca, tra per guadagnar tempo, appellò traditore Pietro, e per araldi sfidollo a battaglia singolare con cento cavalieri e col patto che il soccombente perdesse non solo le ragioni sulla Sicilia, ma anche sul proprio patrimonio, e fra i gentiluomini passasse per ricreduto e traditore. Era questo un richiamo ai non ancora dismessi giudizj di Dio: i due re giurarono sul vangelo di darsi soddisfazione, e dal re d’Inghilterra ottennero campo franco a Bordeaux[195]. Carlo vi si condusse, ma l’Aragonese trovò pretesti per non mettere alla ventura d’un colpo di stocco un bel regno ciuffato; e lasciando che l’emulo lo tacciasse a gran voce di fellone, si fe intitolare «Pietro d’Aragona, cavaliere, padre di due re, e signore del mare»; e combattendo sì nelle acque nostre, sì nelle spagnuole (1284), ebbe la fortuna propizia, sino a far prigioniero Carlo il Zoppo, figlio del suo nemico. Il papa, che avea chiarito l’Aragonese scomunicato e spergiuro, decaduto dal regno avito e da ogni onore, spedì a chiedere la costui liberazione; ma i Siciliani, irridendo gl’interdetti, voleano sacrificarlo in espiazione del sangue di Manfredi e Corradino: irruppero anche a Messina sulle prigioni ove stavano rinchiusi i Francesi, e non potendo altrimenti averli, vi misero il fuoco. La regina Costanza fece dire a Carlo si preparasse a morire domani venerdì; ed esso: — M’è lieto di morire nel giorno in cui è morto Cristo». Il pio ricordo tornò in mente alla sdegnata che Cristo avea perdonato, ed essa pure campò la vita a quel nemico.

Indispettito da questo colpo, dalle sconfitte, e dall’udir Napoli gridare Muoja re Carlo, come sogliono le plebi ai re vinti, l’Angioino voleva mandar a fuoco la propria capitale, se non si fosse interposto il legato apostolico; pure fece impiccare più di cencinquanta cittadini. A Brindisi poi allestì un nuovo armamento, ma appena usciva, la tempesta glielo rovinò; e Carlo rammaricato moriva (1285), con lode d’insigni qualità, ma eclissate da smisurata ambizione.

Moriva pure in quel torno Martino papa; e Onorio IV de’ Savelli succedutogli, con ispiriti vivi in corpo rattratto, bandì due decreti assai favorevoli alle libertà del Reame. Nell’uno assodava i privilegi ecclesiastici; nell’altro incolpava della ribellione di Sicilia le avanìe ed ingiustizie de’ governanti; proibiva di spogliare i naufraghi; estendeva ai fratelli e loro discendenti il diritto d’ereditare i feudi; disobbligava dal servizio militare fuor dei confini, vietando le collette, salvo che ne’ quattro casi feudali; permetteva ai Comuni di portare richiami alla santa Sede; e se mai il re violasse queste franchigie, rimanesse sul fatto interdetta la sua cappella. Sono franchigie che i re successivi affrettaronsi di mandare in dimenticanza, intitolandole usurpazioni della sede romana[196].

Del regno d’Aragona, da cui scadeva Pietro scomunicato, il papa aveva investito Carlo di Valois, secondogenito di re Filippo l’Ardito, che di molta gloria aveva fatto procaccio col vincere la Fiandra. Ma bisognava conquistarlo; onde allora si bandì per Francia un’impresa, insanamente come tant’altre intitolata crociata, che di sangue, incendj, stupri empì la Catalogna; re Pietro vi fece grandi prove di valore; Ruggero di Loria dovette sospendere le imprese in Sicilia, per farne colà; migliaja di Francesi vi perirono e lo stesso loro re (1285), al quale tenne dietro re Pietro, lasciando ad Alfonso primogenito l’Aragona, a Giacomo la Sicilia. Onorio papa iterò contro questo le scomuniche, ma le avea spuntate lo scialacquarle, e Giacomo non se ne sgomentò; diede buone franchigie ai Siciliani, e più d’una rotta agli Angioini e ai Pontifizj.

Frattanto Carlo il Zoppo, riconosciuto re della Puglia (1288), era stato dai Siciliani reso in libertà, con certi patti, i quali se non potesse adempiere, perdesse la Provenza e tornasse prigione. Egli cercò affezionarsi il clero coll’assicurarne i privilegi, i baroni e cavalieri col concedere di levare imposte ed esercitare giurisdizione, il popolo col promettere di non gravarlo più che ai tempi di Guglielmo il Buono; provvide anche alle monete, alla giustizia, a riparare abusi; poi non potendo attenere quanto avea giurato al nemico, tornò a rimettersi nelle mani dell’Aragonese (1291). Intanto combinatasi la pace fra Aragona e Francia, fu saldato Carlo nel Napoletano, cedendo il Maine e l’Angiò come dote di sua figlia sposata a Carlo di Valois, e rimettendo al papa il decidere della Sicilia. Fra questi trattati il re Alfonso di Aragona moriva; e suo fratello Giacomo, per andare a succedergli, rassegnò la Sicilia al papa, che ne investì Carlo il Zoppo.

Quanto improvvidamente si ponga a fidanza di stranieri la propria liberazione compresero i Siciliani allorchè, dopo dieci anni di accannitissima guerra, si trovarono venduti come un branco di pecore agli uccisori di Manfredi e di Corradino; onde, ripigliata la virtù della disperazione, in generale parlamento presieduto dalla regina Costanza acclamarono Federico (1296), fratello di Giacomo. Assunse egli la corona e la difesa dell’isola, comunque contrariato da tutta la famiglia, venuta in accordo e parentela cogli Angioini, e fin da Ruggero di Loria, che aspirando a signoria, aveva conquistato le isole delle Gerbe nella giurisdizione di Tunisi, e col pretesto di tenerle al cristianesimo, se ne fece dar l’investitura da papa Bonifazio VIII, che ribenedendolo lo staccava dalla causa siciliana, come già se n’era staccato Giovanni da Procida, il quale finì oscuramente a Roma.

Re Giacomo, guadagnato dall’oro papale, menò egli stesso l’armata contro il fratello, ma restò vinto[197]; e un figlio di Ruggero di Loria fu preso e decapitato dagl’implacabili Siciliani. Ruggero se ne vendicò sconfiggendoli malgrado gli ajuti genovesi; mentre i reali di Napoli, sostenuti dai Toscani, faceano mirabili prodezze e guasti infiniti.

Che due piccoli re d’una frazione d’Italia avessero tante forze per combattersi accanniti, farà meraviglia solo a chi non abbia visto anche per recenti esempj di che sia capace un paese in rivoluzione, dove cioè le forze sono tutte avvivate e spinte. I re di Sicilia poi tenevano negli armamenti navali la stessa economia dei terrestri; e invece di assumerli tutti a carico dell’erario, comandavano ai conti e baroni che ciascuno armasse una o più navi secondo il suo stato; onde dall’interno paese venivano le ciurme pagate, e servito che avessero quattro o cinque mesi secondo il convenuto, tornavano a casa, e cessava ogni aggravio, dovendo l’erario soltanto far buono ai baroni quanto avessero realmente speso.

Invano Bonifazio VIII cercò indurre i Siciliani a sottomettersi alla santa Sede, mandando carta bianca perchè vi scrivessero le condizioni, e scegliessero qual cardinale preferivano per governarli. Abituatisi a considerare i pontefici come traditori, e la loro causa come ostile alla papale, cacciarono a strapazzo il messo pontifizio, e incoronarono Federico che li difese da Carlo di Valois: ma poi contro i patti giurati conchiuse con questo (1302) la pace di Calatabellota[198], fiaccamente rassegnandosi a tenere la Sicilia vita durante e col titolo di re di Trinacria, sposando una figlia degli Angioini, ai quali non disputerebbe la Calabria nè il titolo di re di Sicilia; si professava vassallo della santa Sede, tributandole ogni anno tremila once d’oro.

I Siciliani, che una rivoluzione scoppiata per sdegno nazionale aveano sostenuta con eroico coraggio contro fior di cavalieri ed ammiragli, e contro le armi irreparabili di Roma, vinto tre battaglie campali, quattro navali, moltissimi combattimenti, pei quali non solo respinsero tre eserciti dall’isola, ma acquistarono le Calabrie e val di Crati, fremettero di quella pace che li riponeva al giogo (dicean essi) di stranieri. Però Federico ebbe il merito di metter l’isola in cheto, e civilmente ordinarla o consentire si ordinasse con savj provvedimenti, restringendo spontaneo i diritti della monarchia.

Re Giacomo, nella urgente necessità di tenersi amici i Siciliani, avea fatto immuni provincie intere; onde povere le finanze quando la guerra interminabile facea sentir maggiore la necessità di denaro. Federico penò a restaurarle, nuove imposizioni facendosi consentire dai parlamenti, ne’ quali fece costantemente coi prelati e baroni intervenire i sindachi delle città rappresentanti il popolo, che formarono un terzo braccio; e imitando, come il nome, così alcune forme della costituzione aragonese. Il re, vestito delle insegne di sua dignità, apriva l’assemblea con un discorso ai tre bracci; prelati e baroni sedevano a lato al trono, i sindachi di fronte; e ciascun braccio deliberava separatamente. Il primo parlamento a Catania in cui Federico fu eletto, stanziò l’unione perpetua del parlamento; obbligo al clero di contribuire alle gravezze per tutti i beni che non fossero specialmente affetti alle loro funzioni. Quel diritto della monarchia siciliana, per cui Urbano II avea concesso a re Ruggero II autorità di legato papale, sebbene Carlo d’Angiò l’avesse rinunziato alla corte pontifizia, gli Aragonesi lo ricuperarono.

I baroni, sentendosi necessarj a sostenere colle proprie forze l’elezione, montavano in arroganza; straordinaria pompa nel vestire, nel trattamento, nelle comparse; e incoraggiati dall’esempio della nobiltà aragonese, tanto ricca di privilegi, mettevansi attorno clienti e affidati, che s’obbligavano con giuramenti a favorire i loro interessi[199]. Alle alte dignità non conducevano i meriti, ma la nascita; e il maestro giustiziero, e il maestro camerario, e tutti i comandanti di terra e di mare cernivansi fra i baroni. Già aveano preteso che nessuna derrata si esponesse sui mercati sinchè non fossero vendute le loro, e che i vassalli pagassero i canoni colle misure che ciascun di loro adottava. Poi verso il re alzavano ogni dì le pretensioni, tanto che il forte e insieme dolce Federico a pena riusciva a reprimerli. Per frenare l’avidità de’ magistrati foresi ne limitò la giurisdizione e la potenza; divise l’isola, non più in due, ma in quattro valli; nominò molti giudici subalterni, dipendenti da quattro magne curie. Dal capo delle finanze (magister secretus regni) fece dipendere segretarj speciali in Palermo, Messina, Catania, Siracusa: i maestri giurati, che Carlo d’Angiò aveva istituito uno in ogni terra per vegliare sulla giustizia del re, de’ nobili, degli ecclesiastici, Federico ridusse ad una specie di magistrati comunali: ai municipj affidò pure la nomina e la vigilanza di molti magistrati già regj, che di lontano mal si poteano tener d’occhio, e solo riservò al trono la nomina del primo giudice di ciascun luogo. Divideva eziandio al possibile le varie città, in modo che formassero corpi indipendenti, più deboli contro la regia prerogativa.

L’ordinamento per municipj, impacciato dagli Svevi, venne così a prendere sviluppo, e potè poi far argine all’autorità regia. Un balio, alcuni giudici e giurati costituivano il collegio municipale, che in certi casi s’aggregava alquanti consiglieri, mercanti e seniori. Dalle cariche municipali, almeno delle città regie, erano esclusi i nobili, anzi più tardi anche gli affidati loro, sicchè il corpo cittadino restava separato e opposto all’aristocratico. Federico ai nobili diè licenza di vendere e ipotecare i feudi, purchè non fosse a favore del clero, al fisco si pagasse un decimo del valore, e il nuovo possessore assumesse gli obblighi del precedente. Pareva strappatagli dalla necessità una concessione sì opportuna a spicciolire i possessi e mettere in giro ricchezze, che accumulate incagliavano il suo potere[200].

Usciva dunque Sicilia dalla sua rivoluzione con un ordinamento monarchico, unico in Italia; e vuolsi saper grado a Federico I d’avere in tempi sì fortunosi mantenuto tranquillità e giustizia senza opprimere. Ma d’allora comincia il dechino dell’isola, ove non più all’ordine pubblico, ma al vantaggio dell’aristocrazia mirarono i parziali statuti.