CAPITOLO CIII. Bonifazio VIII. — Dante politico e storico.

Stringemmo in uno i fatti spettanti alla Sicilia; ma altri di gran rilievo se n’erano in quel mezzo compiuti altrove.

Morto l’imperatore Rodolfo (1291), la corona germanica fu disputata tra suo figlio Alberto d’Austria, Venceslao IV di Boemia e Adolfo di Nassau: l’ultimo «di gran cuore, ma di piccola potenza» restò preferito, ma Alberto non volle mai sottoporsi, onde si prolungò, se non la vacanza, il disordine. E peggiore ne nacque alla morte di papa Nicola IV, giacchè, ristrettisi in conclave sei cardinali romani (1292), quattro della restante Italia e due francesi, non fu mai che potessero accordarsi: Matteo degli Orsini, famiglia ingrandita di Napoli, voleva un papa ben affetto ai Guelfi e a Carlo di Napoli; il contrario cercava Jacopo Colonna, capo dell’altra famiglia cui Onorio IV avea corteseggiato di favori e possessi. Roma prendea parte con loro; battagliavasi, saccheggiavasi, incendiavansi palazzi e chiese; finchè si elesse un senatore dei Colonna e uno degli Orsini, compenso che sorprese, non tolse i guaj. I cardinali, che eransi collocati parte a Rieti, parte a Viterbo, alfine si radunarono a Perugia, ma non s’accordavano nell’elezione, fin quando, dopo diciotto mesi, a meraviglia di tutti, i voti s’accolsero sovra Pietro Morone (1294), settagenario, che viveva sul monte Majella presso Sulmona a guisa degli antichi cenobiti, in pregio di virtù e miracoli. Vedendo giungere cardinali nel povero romitorio, egli si buttò ai loro ginocchi; essi a vicenda gli caddero dinanzi venerandolo papa; e per quanto si ostinasse al no, l’obbligarono ad accettare le somme chiavi col nome di Celestino V. Carlo II fu ben lieto d’aver pontefice un suo suddito, e quando fece l’entrata in Aquila sopra un somiero, egli stesso tenne le briglie col figlio Carlo Martello.

Quel pio, scevro dagli uomini e dalle passioni e intrighi loro, non addottrinato in altre scienze che nella contemplazione di Dio, avvezzo a far tutto a cenno d’obbedienza, fu dal re avviluppato d’omaggi, di legulej, di regie catene, talchè non più volesse che il beneplacito di Carlo: allora questi l’indusse a fissar sua sede in Napoli; di dodici cardinali, nominarne sette francesi, tre napolitani; e ad altri atti che Celestino fece (al dir del Varagine) meno in plenitudine potestatis, che in plenitudine simplicitatis. Però non gli era venuta meno la cenobitica umiltà; e conoscendosi inetto agli affari, e nell’avidità di curiali abusanti del suo nome, nelle prepotenze regie sotto il suo manto celate vedendo un pericolo dell’anima propria[201], ribramò la quiete e le consolazioni del devoto ritiro, e avutone consiglio coi cardinali, e indarno impedito dal re e da’ suoi vicini, dopo cinque mesi abdicò al papato.

Nel posto che non richiedeva un angelo ma un uomo, gli fu sortito successore colui che dicono maggiormente lo spingesse a tal passo, Benedetto dei Gaetani d’Anagni, che prese il nome di Bonifazio VIII[202] e il motto Deus in adjutorium meum intende, quasi presentisse le lotte preparategli, e nelle quali tanto bisogno avrebbe de’ superni ajuti. Valente in scienza e massime nel diritto civile e canonico, severo e pertinace, ben addentro negli accorgimenti mondani, e altamente compreso de’ diritti della santa Sede, vedendo questa in dechino, riassumeva l’opera di Gregorio VII e d’Innocenzo III di sottoporre la potenza temporale alla ecclesiastica, la materia allo spirito. Comincia dal sottrarsi al re di Napoli, che col fermarli nel suo paese volea rendersi ligi i pontefici; e coll’inaspettato comparire a Roma, da tre anni vedovata, ripiglia padronanza sovra le fazioni, deprime i Colonna, e come ghibellini e patarini incorreggibili e perchè alleati a suo danno coi re di Sicilia e d’Aragona, li scomunica e guerreggia, tanto che li riduce a venire ad obbedienza. Con ciò ebbe estinta la fazione ghibellina, ma procacciato a a sè irreconciliabili nemici. Revocò le concessioni improvvide del predecessore, e le tante bolle che di esso non portavano se non il nome; e poichè era a temere che alcuno non si valesse della costui inettitudine per indurlo a rivoler la tiara, sbranando la Chiesa con uno scisma, lo rinchiuse in un castello della Campania, ove i mali trattamenti gli accorciarono i giorni (1296). La santa vita meritò a Celestino V gli onori degli altari, e la debolezza i vilipendj di Dante[203].

Come gli antichi celebravano il centenario della fondazione della città, così i Cristiani solevano concorrere a Roma ogni capo di cent’anni, credendo, benchè non ne fosse motto ne’ libri liturgici, che grandi indulgenze meritasse quel pellegrinaggio. L’anno 1300, vedendo alla festa de’ santi Apostoli quell’affluenza, Bonifazio volle santificarla indulgendo generale perdonanza a chiunque, al chiudersi d’un secolo, visitasse in Roma certe chiese, e designò quella festa col nome di giubileo, dato dagli Ebrei a quella in cui venivano sciolti da debiti le persone e i beni. La smania delle crociate si sfogò allora in questo pellegrinaggio, che tanto maggior facilità offriva d’acquistare le indulgenze plenarie, che prima si concedevano solo per quelle. I popoli, che omai cercavano la civiltà per altre vie oltre le religiose, e ne’ parlamenti e nelle carte trovavano alla libertà quelle guarentigie che prima non traevano se non dalla tutela papale, sembrò che si unissero ancora personalmente per ravvivare la carità del capo colle membra, e rinvigorire la fede nell’aspetto delle cose sante. La cronaca d’Asti pretende v’andassero due milioni di persone: Giovan Villani, che v’intervenne, dice vi si contavano ogni giorno ducentomila forestieri d’ogni sesso, età e nazione; onde rincarirono i comestibili e il fieno, i Romani arricchirono collo spacciar le derrate e dare alloggi, la Camera apostolica colle oblazioni, le quali vennero sì copiose, che giorno e notte due cherici stavano con rastrelli per raccoglierle davanti all’altare. Fra gli altri vi peregrinò Giotto (1300), rinnovatore della pittura in Italia; e per commissione del papa, che già avea chiamato frate Oderisi d’Agubio a miniar libri, molti dipinti condusse nella basilica Lateranese, de’ quali ancora vedesi uno che esprime Bonifazio in atto di pubblicare il giubileo. Le solennità furono a proporzione, e il pontefice vi si mostrò alla città e al mondo cogli ornamenti imperiali, preceduto dalla spada, dal globo e dallo scettro, e da un araldo che gridava: — Ecco due spade, ecco il successore di Pietro, ecco il vicario di Cristo»[204].

Bonifazio, benchè di gente ghibellina dovea per natura propendere ai Guelfi; avendo udito che Alberto d’Austria, senza autorità pontifizia, erasi dichiarato imperatore, si pose la corona in capo, in pugno la spada ed esclamò: — Io cesare, io imperatore, e farò valere i diritti dell’impero»; i Siciliani che non vollero accettar la pace da lui proposta scomunicò, senza riguardo alle ragioni che possono determinare un popolo a preferire la guerra; inanimava i Guelfi contro re Federico in Sicilia ricettatore di Patarini e Ghibellini, ai nemici di esso concedeva le decime levate a titolo della crociata, e a danno di lui invitò Carlo di Valois, promettendogli l’impero d’Occidente mal conferito, e quello d’Oriente, a cui gli dava diritto la moglie, nipote di Baldovino imperator titolare di Costantinopoli. Venne Carlo romoreggiando; e ricevuto festosamente da tutti i Guelfi, fatto conte di Romagna, governatore del Patrimonio, signore della marca d’Ancona, fu coronato a Roma.

Primo incarico che il papa gli affidò, fu di praticar la pace in Toscana, a cui grave incendio di discordia era venuto da Pistoja. Quivi, domati i Panciatichi ghibellini, primeggiavano i Cancellieri, schiatta nobile che «avea in quel tempo diciotto cavalieri a speroni d’oro, ed erano sì grandi e di tanta potenza, che tutti gli altri soprastavano e battevano; e per la loro grandigia e ricchezza montarono in tanta superbia, che non era nissuno sì grande nè in città nè in contado, che non tenessono al di sotto; molto villaneggiavano ogni persona, e molto sozze e rigide cose faceano; e molti ne faceano uccidere e ferire, e per tema di loro nessuno ardiva a lamentarsi» (Storie pistoiesi).

Era quella famiglia distinta in Bianchi e Neri; e mentre parecchi insieme bevevano in una taverna, vennero a parole, e Carlino di Gualfredo de’ Bianchi ferì Doro di Guglielmo, ch’era dei Neri. Doro per tradimento colse un fratello del suo offensore, e assalitolo per ucciderlo, gli troncò una mano. Guglielmo credette rassettar la pace consegnando Doro a Gualfredo, ma questo ebbe la viltà di tagliare a lui pure il pugno sopra mangiatoja dei cavalli. Il sangue chiamò sangue: Cancellieri bianchi e Cancellieri neri si fecero i peggiori danni in città e per tutta la montagna di Pistoja, colla forza e col tradimento esercitando la vendetta. I Fiorentini, temendo non fra il tumulto una delle fazioni si accostasse ai Ghibellini, s’interposero, e ottenuto per tre anni la balìa della città, ordinarono ai capi delle due fazioni di trasportarsi a Firenze.

Credeano poterli tenere a freno quando fossero staccati dai loro clienti e conciliar pace; e invece trapiantavano il germe di cittadine discordie. I Bianchi furono accolti dai Cerchi, famiglia popolana, venuta su col traffico, mentre i Donati, loro emuli, gentiluomini e cavallereschi, riceveano i Neri; e adottando i nomi degli ospiti, parteggiarono coi soliti avvicendamenti, e nelle case vicine, ne’ campi confinanti, a balli, a nozze, a funerali, si davano di cozzo. «Così sta la nostra città tribolata, così stanno i nostri cittadini ostinati in mal fare; ciò che si fa l’uno dì, si biasima l’altro;.... non si fa cosa sì laudabile, che in contrario non si reputi e non si biasimi. Gli uomini vi si uccidono, il male per legge non si punisce: ma come il malfattore ha degli amici o può moneta spendere, così è liberato dal maleficio fatto» (Compagni). Capi delle due divise erano Vieri de’ Cerchi, portato in alto dalla sua posizione anzichè da talento superiore, e Corso Donati, uomo pieno di vigore e d’attività, colla quale bilanciava le maggiori forze degli emuli.

A papa Bonifazio venne riportato l’occorrente colle solite esagerazioni: ed egli, per ridurli al suo intendimento, ch’era tutto di pace, credette bene chiamare a Roma Vieri, e spedire a Firenze frà Matteo d’Acquasparta cardinale, che ebbe dal Comune facoltà di dispensare gli ufficj tra le due parti, e ricomporre le differenze; ma nulla profittando, partì lasciando interdetta la città.

Allora, come interviene, ciascuno metteva in mezzo qualche partito: Dante Alighieri suggeriva di relegare i capi delle due fazioni; Corso Donati indusse il papa (1301) a spedirvi come paciere Carlo di Valois. L’introdursi d’uno straniero potea piacere ai faziosi, non ai buoni; tra i quali Dino Compagni, modello di virtù cittadina e di storica moderazione, cercò almeno si deponessero le sconcordie, e «ritrovandomi io in detto consiglio (narra egli stesso) desideroso di unità e pace fra’ cittadini, avanti si partissono dissi: Signori, perchè volete voi confondere e disfare una così buona città? Contro a chi volete pugnare? contro a’ vostri fratelli? Che vittoria avrete? non altro che pianto. Risposono che il loro consiglio non era che per ispegnere scandalo e stare in pace. Udito questo, m’accozzai con Lapo di Guazza Olivieri, buono e leale popolano, e insieme andammo ai priori, e conducemmovi alcuni che erano stati al detto consiglio; e tra i priori e loro fummo mezzani, e con parole dolci raumiliammo i signori». E Bianchi e Neri desideravano pace, ma quelli la voleano spontanea, questi per intromessa dello straniero, il quale di fatto ebbe invito e denaro.

«Stando le cose in questi termini, a me Dino venne un santo e onesto pensiero immaginando: questo signore verrà, e tutti i cittadini troverà divisi, di che grande scandalo ne seguirà. Pensai, per lo uffizio ch’io tenea e per la buona volontà che io sentia ne’ miei compagni, di raunare molti buoni cittadini nella chiesa di San Giovanni; e così feci, dove furono tutti gli uffizj, e quando mi parve tempo dissi: Cari e valenti cittadini, i quali comunemente tutti prendeste il sacro battesimo di questo fonte, la ragione vi sforza e stringe ad amarvi come cari frategli, e ancora perchè possedete la più nobile città del mondo (1301). Tra voi è nato alcuno sdegno per gara d’uffizj, li quali, come voi sapete, i miei compagni e io con sacramento v’abbiamo promesso d’accumularli. Questo signore viene, e conviensi onorare. Levate via i vostri sdegni, e fate pace tra voi, acciocchè non vi trovi divisi; levate tutte le offese; e le ree voluntà, state tra voi di qui addietro, siano perdonate e dimesse per amore e bene della vostra città. E sopra questo sacrato fonte, onde traeste il santo battesimo, giurate tra voi buona e perfetta pace, acciocchè il signore che viene trovi i cittadini tutti uniti. A queste parole tutti s’accordarono, e così feciono toccando il libro corporalmente, e giurarono attenere buona pace e di conservare gli onori e giurisdizione della città: e così fatto, ci partimmo di quel luogo. I malvagi cittadini, che di tenerezza mostravano lagrime e baciavano il libro, e che mostrarono più acceso animo, furono i principali alla distruzione della città, de’ quali non dirò il nome per onestà. Quelli che avevano mal talento, dicevano che la caritatevole pace era trovata per inganno: ma se nelle parole ebbi alcuna fraude, io ne debbo patire le pene, benchè di buona intenzione ingiurioso merito non si debba ricevere; di quel sacramento molte lagrime ho sparte, pensando quante anime ne sono dannate per la loro malizia».

Consigli prudenti in mezzo alle ire, chi vi bada? Piuttosto si ascoltava a Baldino Falconieri, che tutto il giorno perseverava a vantare la presente tranquillità a fronte delle passate turbolenze e delle peggiori temute; a Berto Frescobaldi, che mostravasi infervorato dei Cerchi per ottenerne in prestanza dodicimila fiorini; a Lapo Salterello, avvocato e poeta, già processato per ribalderie, che non cessava dal fare opposizione ai rettori, e li chiamava ladri, traditori. — Ah! sono fisionomie che conosciamo, e che sotto altri nomi riscontriamo ogni dì sulla piazza e in parlamento.

I Neri prevalsi accolsero Carlo in città, facendogli giurare di non mutar le leggi nè esercitare giurisdizione. Entrato con cinquecento cavalli, cominciò a usar da tiranno; tolse diritti più preziosi della pace, e lasciò che i Neri per cinque giorni saccheggiassero case e beni dei Bianchi, sposandone le eredi, incendiando, uccidendo; col solito titolo d’una congiura scoperta, sbandeggiò i primani, e pose giudice il severissimo Cante de’ Gabrielli da Gubbio, che circa seicento persone colpì d’esiglio e di grosse multe. Fra queste compajono Dino Compagni, Guido Cavalcanti, Dante Alighieri e Petracco dell’Ancisa, che, abbandonata la politica, si applicò tutto ad allevare i proprj figliuoli[205], un de’ quali divenne illustre col nome di Francesco Petrarca.

Guido, filosofo e poeta, fu genero di Farinata degli Uberti, e perciò accannito ghibellino e caldo nemico de’ Donati. Corso tentò farlo uccidere mentre andava pellegrino a San Jacopo di Galizia; ed egli, tornato e saputolo, gli si avventò un giorno nel bel mezzo di Firenze e gli tirò, ma fallito il colpo, fu preso a sassi dal figlio e dai seguaci del barone. Relegato a Sarzana, per l’aria insalubre cadde malato, e ottenuto di riveder la patria, vi morì. Pellegrinava a San Jacopo, eppure appo la gente era in voce d’epicureo, cioè d’incredulo, e perchè speculava molto astratto dagli uomini, si diceva cercasse se trovar potea che Dio non fosse.

Egli era secondo occhio di Firenze[206], di cui primo era Dante Alighieri, entrambi in fresca età mescolatisi ai movimenti cittadini; attesochè nelle democrazie, massime se ristrette, i giovani sono facilmente portati verso gli affari pubblici, e vedendo il governo da vicino, credono ben conoscerlo e facile il guidarlo. Dante «fu uomo molto polito, di statura decente, e di grato aspetto e pieno di gravità, parlatore rado e tardo, ma nelle sue risposte molto sottile. Nè per gli studj si racchiuse in ozio, nè privossi del secolo; ma vivendo e conversando con gli altri giovani di sua età, costumato, accorto e valoroso, ad ogni servizio giovanile si trovava. Ed era mirabil cosa che, studiando continuamente, a niuna persona sarebbe paruto ch’egli studiasse, per l’usanza lieta e conversazione giovanile». (L. Aretino). E fu veramente suo distintivo il passare agevolmente dalla contemplazione all’attività, che esercitò a servizio della fazione avita in magistrature, in ambascerie e colle armi a Campaldino; e alla scuola della politica, allo straziante contatto degli uomini, al laborioso insegnamento delle rivoluzioni ebbe vero esperimento dell’inferno, del purgatorio e del paradiso.

L’antica nobiltà fiorentina, che pretendeasi discendere dai Romani, avea sempre messo ostacolo all’alzarsi della gente nuova, e parteggiato coi Guelfi. Così aveano usato gli Alighieri, e Dante stesso, fin quando la divisione in Neri e Bianchi li sconnettè di modo, che poterono considerarsi come Guelfi e Ghibellini. Dante stette fra questi ultimi, e con loro fu mandato in esiglio (1303 — marzo). Che sia della malversazione addebitatagli nella sentenza da Cante da Gubbio, nol possiamo chiarire; Dante non ne fa motto in verun luogo, perchè v’ha delle cose di cui uno non si difende, come altre di cui non si vanta; e troppo è nota l’arte delle fazioni di denigrare chi vogliono perdere, e di sceglier le accuse appunto che più ripugnano al carattere dell’oltraggiato, correndo le plebi a creder più facilmente ciò ch’è meno credibile.

Dante badossi alcun tempo alla guelfa Siena e ad Arezzo ghibellina, insieme cogli esuli; ingrata società, che lo costringeva a partecipare ad ire impotenti, a garrule speranze, a persecutrici esagerazioni che non erano le sue. Con soccorsi di Bartolomeo della Scala signor di Verona tramarono essi di ripatriare per forza (1303), e fallito il tentativo, ne imputarono Dante, che pure l’avea sempre dissuaso; ond’egli risolse abbandonare la compagnia malvagia e scempia, e farsi parte da se stesso, schermendosi da entrambe le sêtte, delle quali vedeva i torti; il che dai settarj s’interpreta come un tradirle entrambe.

«Cacciato di patria (racconta nel Convivio), per le parti quasi tutte, alle quali questa lingua si stende, peregrino quasi mendicando sono andato, mostrando contro a mia voglia la piaga della fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno senza vela e senza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertà». Passò a studiare teologia e filosofia sull’università di Parigi, piena testè degli insegnamenti di Tommaso d’Aquino, e allora di quelli dell’abate Suggero: nè mai deponendo l’eterna speranza degli esuli, cercò «con buone opere e buoni portamenti meritarsi di poter tornare in Firenze per ispontanea revoca di chi reggeva la terra; e sopra questa parte s’affaticò assai, e scrisse più volte non solamente a’ particolari cittadini del reggimento, ma ancora al popolo, e intra l’altre un’epistola assai lunga, che, comincia, Popule mi, quid feci tibi?»[207]. E diceva: — Ogni infelice mi fa pietà; più di tutti, coloro che logorandosi nell’esiglio, non rivedono la patria che in sogno»[208], ma per quanto gemesse o fremesse, più non potè rivedere il suo bel San Giovanni.

Solea Firenze, nella solennità del Battista, far grazia ad alcuni condannati, che colla mitera in capo e con un cero in mano venivano offerti al santo. Fu esibito a Dante di ricuperar la patria a questo modo[209], ma egli: — È questo il richiamo glorioso con che Dante degli Alighieri è richiamato alla patria? questo han meritato il sudore e la fatica continuata nello studio? Non per questa via si deve tornare alla patria; e se per niun’altra si può, io non entrerò mai in Firenze. Forse non vedrò io da qual sia luogo gli specchi del sole e degli astri? non potrò io speculare dolcissime verità sotto qualsiasi cielo, senza arrendermi, spoglio di gloria, anzi con ignominia, al popolo fiorentino?» Il Boccaccio, che ce lo racconta nella Vita di lui, soggiunge che «veggendosi non poter ritornare, in tanto mutò l’animo, che niuno più fiero ghibellino ed ai Guelfi avverso fu come lui. E quello di che io più mi vergogno in servigio della sua memoria, è che pubblichissima cosa è in Romagna, lui ogni fanciullo, ogni feminella, ragionando di parte e dannando la ghibellina, l’avrebbe a tanta insania mosso, che a gittar le pietre l’avrebbe condotto non avendo taciuto»[210]. Eppure egli stesso ripeteva quel che non mai fia ripetuto abbastanza agli Italiani; che il buono non dee prender guerra col buono finchè non siano riusciti a vincere i malvagi; che è follia il non abbandonare un cattivo partito per rispetto umano[211].

Ispirato da dolore e da sdegno scrisse la sua Commedia, poema essenzialmente storico, dove vitupera o esalta da uom di parte, il quale, fremendo della persecuzione, di tutto fa arma alla vendetta; e coll’autorità che danno l’ira, l’ingegno, la sventura, insieme coi dolori e rancori suoi eternò le glorie e le sventure d’Italia. E noi, che già l’esaminammo come poesia, ora vi cercheremo i giudizj del poeta sopra le cose e gli uomini che lo circondavano, e che tutti chiamò ad austera rassegna, traendone concetti di speranza o di vendetta. E poichè fra gl’Italiani fu sempre grande il numero di questi infelici «che la patria non rivedono se non in sogno», Dante fu immedesimato ai patimenti di tutti, preso come il tipo di quanti soffrono tirannia e ingiustizia.

Natura degli scontenti, egli non preterisce occasione di lodare i tempi preteriti, quando valore e cortesia soleano trovarsi in sul paese rigato dall’Adige e dal Po, quando Firenze si stava in pace sobria e pudica, con donne massaje, con uomini contenti alla pelle scoverta, con abbondante figliolanza. In così riposato, in così bel vivere di cittadini, a cittadinanza così fida, a così dolce abitare stavano i Fiorentini gloriosi e giusti, guerreggiando nelle crociate, o mercatando, nè mai il giglio era posto a ritroso sull’asta, nè fatto vermiglio per divisione; non v’avea case vuote di famiglia per gente che esulasse in grazia dei Francesi. Se alcuno rimane di quella buona stirpe antica, non serve che a raffaccio del secolo selvaggio, ora che la città è turpe di gola, superbia, avarizia, invidia, nemica ai pochi buoni che ancor vi allignano; del resto sconsiderata sì, che ogni tratto cambia leggi, monete, uffizj, costume, e provvede sì scarsamente che a mezzo novembre non giunge quel che filò d’ottobre.

Dei quali peccati trova Dante la ragione nell’aver ricevuto a cittadinanza quei di Campi, di Certaldo, di Figline, mentre le gioverebbe trovarsi ancora ristretta fra il Galluzzo e Trespiano, nè avere accolto il villan puzzolente d’Aguglione e il barattiero da Signa[212] in mezzo alla nobiltà veramente romana rimastavi dalle prime colonie, e mal attorniata da quelli che discesero da Fiesole, e che tengono ancora del natìo macigno.

Voi qui sentite il patrizio intollerante, il quale, stizzito non solo coi rettori della patria, ma colla patria stessa, non che eccitasse l’imperatore a «venir abbattere questo Golìa colla frombola della sua sapienza e colla pietra della sua fortezza», professò che «per quanto fortuna l’avesse condannato a portare il nome di fiorentino, non voleva che i posteri immaginassero tener lui di Fiorenza altro che l’aria e il suolo» (Epistola dedicatoria). Avesse almeno aggiunto e l’idioma, senza cui non avrebbe egli potuto farsi per gloria eterno. Ma chi dalle care illusioni della gioventù, infiorate da una benevola fantasia, trovasi per iniquità degli uomini balestrato negli acerbi disinganni e fuori del circolo dell’operosità, degli affetti, delle speranze primitive; chi abbia sentito profondamente come Dante, e come Dante sofferto le persecuzioni del secolo, che non suol perdonare a chi di buon tratto lo precede; quegli solo ha diritto a condannarlo di tali iracondie.

Nè men gravi dispetti mostrava Dante alle altre città italiche: gente vana più che i Francesi è quella di Siena; i Romagnuoli son tornati in bastardi; i Genovesi diversi d’ogni costume, e pien d’ogni magagna; in Lucca ogn’uomo è barattiere; avari e lenoni i Bolognesi; i Veneziani di ottusa e bestiale ignoranza, di pessimi e vituperosissimi costumi, e sommersi nel fango d’ogni sfrenata licenza[213]: l’Arno appena nato passa tra brutti porci, più degni di galle che d’altro cibo; poi viene a botoli ringhiosi, che sono gli Aretini; indi tra’ lupi di Firenze; infine alle volpi piene di frodi, quai sono quelli di Pisa. A questa, vitupero delle genti, impreca che ogni persona si anneghi; a Pistoja, che sia incenerita perchè procede sempre in peggio fare. Le antiche case rimorde come diredate delle prische virtù: i Malatesti fan dei denti succhio; i Gallura divennero vasel d’ogni frode; Branca Doria vive ancora, eppure l’anima sua già spasima in inferno, e lasciò un diavolo a governare il corpo suo e d’un suo prossimano; in Verona i Montecchi e Capuleti sono gli uni già tristi, gli altri in sospetto; Alberto della Scala è mal del corpo intero, e peggio della mente; Guido da Montefeltro ebbe opere non leonine, ma di volpe, e seppe tutti gli accorgimenti e le coperte vie; al buon re Roberto iterò oltraggi, come meno acconcio allo scettro che alla cocolla. Così augura che Brettinoro fugga via per non soffrire la tirannide de’ Càlboli; così sentenzia Rinier da Corneto che fe guerra alle strade, e Provenzan Silvani che presunse recar Siena alle sue mani, e i Santafiora che malmenarono i dintorni di questa città. Sono, al contrario, encomiati gli Scaligeri e i Malaspini, suo rifugio ed ostello, e Uguccione della Faggiuola, cui pensava intitolare la prima cantica: onde, chi cerca la storia non per declamazione o per teorica preconcetta, veda se uom possa, altrimenti che a retorico esercizio, sostenere l’equità di Dante nel distribuire i vituperj e il guiderdone; e il suo amor patrio, se non sia pel perdonabile intento di voler trovare tutto grande nei grandi.

Le vendette sue non si limitano fra l’Alpi, ma le scaglia ad Edoardo d’Inghilterra e Roberto di Scozia che non sanno tenersi dentro lor meta, al codardo re di Boemia, all’effeminato Alfonso di Spagna, al dirazzato Federico d’Aragona, all’usurajo Dionigi di Portogallo, agl’infingardi austriaci e fino al re di Norvegia, e a non so qual principe di Rascia (Servia), falsatore di ducati veneti. Principalmente infellonisce contro i Capeti, che maledice già nel loro stipite Ugo figliuol di beccajo, la cui discendenza poco valea, ma pur non fece male, sinchè acquistata Provenza, cominciò con forza e con menzogna la sua rapina. Di là uscì Carlo di Valois senz’altre arme che quella di Giuda; di là Filippo il Bello, il mal di Francia, che crocifigge di nuovo Cristo nel suo vicario: onde il poeta invoca di presto esser consolato nel veder la vendetta che Dio prepara in suo segreto; come altrove invoca il giusto giudizio divino sopra la stirpe di Alberto d’Austria, tanto che il mondo ne rimanga tutto sgomentato.

Conforme agl’imperiali d’allora ed ai leggisti, palesa somma riverenza della «nostra antichissima ed amata gente latina, che mostrar non poteva più dolce natura in signoreggiando, nè più sottile in acquistando, nè finalmente più forte in sostenendo; e massimamente di quel popolo santo, nel quale l’alto sangue trojano era mischiato, cioè Roma; quella città imperadrice, per cui guidata, la nave della umana compagnia per dolce cammino al debito porto correa... E certo sono di ferma opinione che le pietre che stanno nelle sue mura sieno degne di riverenza, e il suolo dov’ella siede ne sia degno, oltre quello che per gli uomini è predicato» (Convivio). Dagl’imperatori sperava ristoro ai mali d’Italia, e gl’invitava a sostener le ire sue e i suoi amori: tutto in rialzare l’opinione della loro autorità, nel maggior fondo dell’inferno pose gli uccisori del primo Cesare, e in cima al paradiso l’aquila imperiale, e stese un libro particolare De Monarchia. Tocco anche personalmente delle tribolazioni in cui il disaccordo delle due potenze gettò la cristianità, pensava che, a volere il progresso, si richiedesse la pace sotto un monarca, unico arbitro delle cose terrene, mentre il pontefice dirige quelle riguardanti l’eterna salute. Quando uno solo sia padrone di tutte cose, è tolta la cupidigia, radice d’ogni male, e nascono la carità, la libertà. Questa monarchia universale trova egli attuata nel popolo romano, il cui fondatore discende al pari dall’Europa e dall’Atlante; popolo a cui vantaggio Dio operò i miracoli che si leggono in Livio, e gli concesse vittoria nel conflitto colle altre genti. Che se diritti s’acquistano legittimamente col duello, ben s’ha a credere che il giudizio di Dio si manifesti non meno nelle battaglie generali, e perciò abbiano legittimamente ottenuto l’imperio i Romani, popolo che quanto amasse gli altri mostrò col conquistarli, posponendo le comodità proprie alla salute dell’uman genere.

Eccovi prevenuta di secoli la teorica moderna, che asserisce vincere sempre la parte migliore: ecco dichiarata ottima salvaguardia della pubblica felicità la massima potenza d’una monarchia, universale e dipendente da Dio solo, non da alcun suo vicario; ecco in conseguenza tolto l’unico schermo che allora contro l’imperatore avessero i popoli, ed usurpata a questi la indipendenza nazionale che ne è vanto e desiderio[214]. Eppure egli aveva imprecato giusto giudizio dalle stelle sopra il sangue di Rodolfo tedesco e d’Alberto suo figlio, che per cupidigia lasciavano disertare il giardin dell’impero; e bestemmiò Venceslao pasciuto d’ozio e di lascivia; ma al divino e felicissimo Enrico VII di Luxemburg preparò un seggio in paradiso, e lo inizzava contro quella città, che allora e poi fu rôcca della libertà italiana. A questa bassezza non scendeva Dante per viltà, sì per dispetto; e dalle servili conseguenze arretrava, e gli avveniva, come troppo spesso agl’Italiani, di desiderare quel che non hanno, per tardi pentire quando n’abbian fatto esperimento. I voti del poeta furono esauditi; furono inforcati gli arcioni di questa Italia, fiera fella e selvaggia; e gli abbracci degl’imperatori, quand’ebbero i papi non più oppositori ma conniventi ed alleati, prepararono un’età di obbrobrioso servaggio, e la necessità malaugurata di violenti tentativi per riscattarsene.

Ma cotesto imperatore universale e onnipossente, Dante volea risedesse in Italia, e intimava essere i monarchi fatti pel popolo, non questo per quelli; anzi essi sono i primi ministri del popolo: tanto il senno abituale rivaleva, appena che l’ira attuale cessasse d’allucinarlo. Parimenti, geloso come si mostrò delle pure origini, bersaglia i privilegi di nascita e l’edifizio feudale, sino a volere abolita l’eredità dei beni, non che quella degli onori. «La pubblica potenza non dee andare a vantaggio di pochi, che col titolo di nobili invadono i primi posti. A sentirli, la nobiltà consiste in una serie di ricchi avoli: ma come far caso sopra ricchezze, spregevoli per le miserie del possesso, i pericoli dell’incremento, l’iniquità dell’origine? La quale iniquità appare o vengano da cieco caso, o da industrie fine, o da lavoro interessato e perciò lontano da ogni idea generosa, o dal corso ordinario delle successioni. Poichè questo non potrebbe conciliarsi coll’ordine legittimo della ragione, che all’eredità dei beni vorrebbe chiamar solo l’erede delle virtù. Che se il diritto de’ nobili sta nella lunga serie di generazioni, la ragione e la fede riconducono tutte queste a’ piedi del primo padre, nel quale o tutti furono nobilitati o tutti resi plebei. Poichè dunque un’aristocrazia ereditaria suppone l’ineguaglianza, la primitiva moltiplicità delle razze repugna al dogma cattolico. Vera nobiltà è la perfezione, che ciascuna creatura può raggiungere ne’ limiti di sua natura: per l’uomo specialmente è quell’accordo di felici disposizioni, di cui la mano di Dio depose in esso il germe, e che, coltivate da solerte volontà, divengono ornamenti e virtù».

Questi sfoghi egli si permetteva, non senza domandare scusa dell’opporsi all’opinione di Federico II; e nel Convivio, dove più blandisce alle plebi e ai signorotti, intima: — Ahi malestrui e malnati, che disertate vedove e pupilli, e rapite alli men possenti; che furate ed occupate l’altrui ragioni, e di quelle corredate conviti, donate cavalli ed armi, robe e denari; portate le mirabili vestimenta, edificate li mirabili edifizj, e credetevi larghezza fare! E che è questo altro fare che levar il drappo d’in sull’altare, e coprire il ladro e la sua mensa? Non altrimenti si dee ridere, tiranni, delle vostre mansioni, che del ladro che menasse alla sua casa li convitati, e ponesse sulla mensa tovaglia furata d’in sull’altare, con li segni ecclesiastici ancora, e non credesse che altri se n’accorgesse».

Noi volemmo qui esporre i suoi concetti, come il giudizio del più grande uomo d’allora sopra gli avvenimenti che si compivano. Ove ci pare gran segno della civiltà di quegl’Italiani il saper essi discernere l’evangelo dalle false interpretazioni, la Chiesa dagli abusi, il principe di Roma dal pontefice universale, e con baldanza imprecare all’adultera di Babilonia, mentre si mostravano così sommessi all’autorità pontifizia. Il che poco videro quegl’intolleranti d’un tempo che pretesero fare dell’Alighieri un precursore della dottrina protestante, o quei ghiribizzosi d’adesso, che lo chimerizzarono autore di una eterna allegoria contro la Chiesa, e fino istitutore di non so qual nuova religione[215]. Dante batte i frati, di cui le badie erano fatte spelonche, e le cocolle sacca di farina ria; eppure le lodi più calde del suo poema tributa ai santi Tommaso, Francesco, Domenico: caccia in inferno i papi; Nicola III, pastore senza legge e di più laid’opra (Inf., XIX), colloca con Simon Mago ad aspettare Bonifazio VIII; trova fatto cloaca il cimitero di san Pietro; eppure espose precisissima la formola del cattolicismo, professava riverenza alle somme chiavi, e credeva che l’imperio di Roma fosse stato da Dio costituito per la grandezza futura della città ove siede il successore di Pietro. Bensì l’opinione ghibellina, e il vindice dispetto contro Bonifazio, e le disonestà del clero gli facevano bestemmiare il lusso de’ prelati che coprivano de’ manti loro i palafreni, sicchè due bestie andavano sotto una pelle; e la corte ove tuttodì Cristo si mercava; e i lupi rapaci in veste di pastori, che fattosi Dio dell’oro e dell’argento, attristarono il mondo calcando i buoni e sollevando i pravi. E sebbene esaltasse Matilde contessa, mal sapeva grado a Costantino Magno d’aver dotato di terre i pontefici, e a Rodolfo d’Habsburg di avergliele confermate. Disapprova l’abuso delle scomuniche, che toglieano or qui or quivi il pane che il pio padre a nessun serra; e non le crede mortali all’anima, tanto che non possa tornar l’eterno amore a chi si pente (Purg., III).

Riprovava insomma i pontefici, ma perchè erano o li supponeva tralignati; nè il guelfo Villani od altro contemporaneo vediamo fargliene colpa. Quand’egli morì a Ravenna presso Guido da Polenta, è scritto che il cardinale Bertrando del Poggetto, legato pontifizio in Romagna mentre la santa sede stava serva ed avvilita in Francia, cercasse sturbare le ossa di lui. Questa follia sarebbe a cumulare alle tante onde quel prelato contaminò la sua missione politica; potrebb’essere una vendetta ch’egli meditasse del male che Dante disse di quella Francia, alla quale allora i papi eransi fatti vassalli. Ma non ne fece nulla; e non che molestarne il sepolcro, subito anzi cominciò pel poeta una venerazione, che tanto meno s’attaglia ai moderni sogni, in quanto si sa che i Guelfi prevalsero. I suoi concittadini ripararono i loro torti istituendo una cattedra per leggerlo e spiegarlo in duomo, ove Domenico di Michelino[216] lo dipingeva vestito da priore e coronato, colla Commedia aperta in mano, mostrando a’ suoi cittadini le bolge dell’inferno e la montagna del paradiso. Al concilio generale di Costanza leggevasi Dante; e frà Giovanni di Serravalle minorità riminese, vescovo di Fermo, ad istanza del cardinale Amedeo di Saluzzo e dei vescovi di Bath e di Salisburg, lo tradusse in prosa latina e ne fece un commento, che sta manoscritto nella Vaticana.

Nessuno fu più bersagliato dall’Alighieri che Bonifazio VIII, contro del quale ben nove volte si scaglia, come ad uomo non mai satollo dell’avere, pel quale non temè togliere a inganno la santa Chiesa, e poi farne strazio; che mutò il cimitero di san Pietro in cloaca della puzza e del sangue onde si placa il demonio, affinchè i Cristiani siedano parte a destra e parte a manca, e i vessilli segnati colle chiavi s’inalberino contro i battezzati, e Pietro s’impronti sovra suggelli a privilegi venduti e mendaci.

Agli occhi di lui, la colpa mortale di quel pontefice era l’aver favorito ai Neri, e causato la cacciata dei Bianchi coll’inviare a Firenze Carlo di Valois. Questo «signore di grande e disordinata spesa» voleva denaro, e poichè ne ebbe estorto assai, andò chiedendone al papa, il quale gli rispose: — Non t’ho io messo nella fonte dell’oro?» E oro e peccato e onta cavato dalla sua venuta, se n’andò coi tesori e colle maledizioni de’ Toscani. Passò a osteggiare la Sicilia, ma presto vi conchiuse la pace di Calatabellota (pag. 276): laonde i Guelfi lo proverbiavano che, venuto a mettere pace in Toscana, vi lasciò la guerra; ito a far guerra in Sicilia, la condannò alla pace.

Questa era stata opera di Bonifazio, che, qual padre universale dei fedeli costituitosi pacificatore dell’Europa, terminò anche la contesa germanica col riconoscere imperatore Alberto d’Austria[217]. Ma essendosi offerto mediatore tra il re francese e quel d’Inghilterra che si disputavano la pingue Fiandra, e volendo che il primo rilasciasse Guido conte di Fiandra e i figli suoi con vile tradimento imprigionati, il re gli rispose, «nessuno doversi intromettere fra lui e un suo vassallo; udrebbe volentieri consigli, non accetterebbe comandi».

Questo re era Filippo il Bello, di gran cuore, di gran valentia, calcolatore e pertinace, che nè per giustizia nè per umanità nè per riguardo a tempi, a persone, a opinioni recedeva da’ suoi propositi. Principale tra i quali era il dilatare la regia prerogativa; e l’ottenne coll’abbattere fieramente i feudatarj. A quella parevagli repugnasse la supremazia papale, sotto cui la Francia era ingrandita, e cominciò a molestare gli ecclesiastici, crescere imposte sui loro beni, imprigionare il vescovo di Pamiers, vietare si portassero gioje o denari a Roma; e dal clero di Francia adunato fe dichiarare quelle che poi si chiamarono libertà gallicane, vale a dire che il pontefice non possa restringere l’arbitrio che ha il re di Francia sopra il suo clero. Così i Francesi, che poc’anzi aveano accettato da un papa i regni di Sicilia e d’Aragona, e fatto guerra spietata ai natii che li ricusavano, ora al papa negavano sino il diritto di far rimostranza al loro re[218].

Bonifazio, qual tutore delle ecclesiastiche immunità, colla bolla Clericis laicos si lagnò dell’invadere che i principi faceano i beni ecclesiastici, e scomunicò (1296) qualunque cherico pagasse, qualunque laico ne esigesse sovvenzioni, prestito, donativo senza licenza della santa Sede[219]. Nessuno però nominava: ma avendo Filippo per dispetto tassati maggiormente gli ecclesiastici, Bonifazio ne lo querelò, mostrando che era in via d’incorrere nelle censure comminate a chi attenta alle immunità della Chiesa; al tempo stesso facea rimostranze sull’amministrazione del regno e sulla guerra inglese, che tanto costava al popolo. Filippo rispose acremente, sostenendo l’indipendenza dei diritti reali; e Bonifazio, tuttochè irascibile, pure come capo de’ Guelfi d’Italia bramando tenersi in buon’armonia con Francia, mandò una schietta spiegazione della sua bolla (1297); non aver egli inteso sottrarre al re i servigi e le prestazioni dovute dagli ecclesiastici come vassalli, bensì distorlo dallo aggravezzare in generale il clero; del resto lasciava alla coscienza di esso il determinare i casi ove di una contribuzione straordinaria fosse bisogno.

Parvero dunque conciliati: il papa con una condiscendenza inaspettatissima assentì a Filippo la decima per tre anni, e promise procurare che al trono imperiale vacante venisse eletto Carlo di Valois fratello di lui, quel che più volte già nominammo, e che parve destinato a ricevere tutte le corone e non portarne alcuna; e canonizzò san Luigi, a gran consolazione di quei che vivo l’aveano venerato. Filippo in compenso lo tolse arbitro della contesa sua con Fiandra e Inghilterra: ma che? del lodo si tenne oltraggiato, o se ne infinse; lasciò che suo fratello gettasse la bolla al fuoco; e per far onta a Bonifazio accolse i Colonna fuorusciti da Roma, s’alleò con Alberto d’Austria, processò il vescovo Bernardo di Saisset, scrisse al papa con ironica crudeltà perchè degradasse cotesto traditore di Dio e degli uomini, di cui voleva offrire un olocausto al Signore.

Bonifazio non recossi in pazienza l’indegnità (1301), e rispose al re (Asculte, fili) ponendo che Iddio collocò il pontefice di sopra degl’imperj per isvellere, distruggere, dissipare, edificare, piantare; non presumesse egli re di non aver superiori in terra; e gli rinfacciava le lese immunità clericali, la falsata moneta, i beni delle chiese usurpati; sospese il privilegio che i re di Francia aveano di non essere scomunicati; invitò il clero gallicano ad un concilio in Roma; aggiungeva che il potere del papa e nello spirituale e nel temporale sorpassa quello del re[220]. Credette ancora che Carlo di Valois, da cui egli si era ripromesso il trionfo de’ Guelfi in Italia, avesse a bello studio menate sì inettamente le cose in Sicilia; e al suo passaggio per Roma il rimbrottò con tal calore, che Carlo tirò la spada contro di esso.

Filippo nell’abbattere i feudatarj e ingigantire la primazia reale valeasi delle sottigliezze de’ legulej, invidi delle altre autorità, ed educati al despotismo degli imperatori romani e ai cavilli del fôro. Principali tra questi erano il guardasigilli Pietro Flotte e l’avvocato Guglielmo Nogaret, maligni caparbj, come cortigiani che mettono l’onor loro nel servire alle passioni del padrone, e che, non paghi d’insultare in Roma al papa con ammonizioni ipocrite ed audaci, vollero eludere l’effetto che la paterna e dignitosa lettera di Bonifazio produrrebbe, col fingerne una, dove esso, con franchezza resa più assoluta dall’imperativa concisione, esponeva quelle pretensioni che la Corte romana velava di buone parole, e ne tolsero pretesto ad una risposta del re violenta e brutale, che cominciava: — Filippo, per la grazia di Dio re dei Francesi, a Bonifazio sedicente papa, poco o punto salute. Sappia la vostra fatuità che noi non siamo sottomessi a nessuno nel temporale, ecc.».

Quelle lettere erano apocrife o per lo meno interpolate[221], ma doveano valere a scandagliar l’opinione. Il popolo, fra cui si erano eccitate le passioni malevole, applaudì, come fa troppo spesso agli atti violenti; e il parlamento dichiarò non soffrirebbe mai in Francia altro superiore che Dio e il re. E poichè tenevasi che l’intimato concilio generale fosse un artifizio onde allontanare dalle chiese i pastori, dal re i consiglieri, dal popolo i sacramenti, fu interdetto al clero d’andarvi, bruciata la supposta bolla, divulgate le lettere dei tre Stati, in cui le pretensioni della sede pontifizia erano oppugnate con pompa di cavilli, di erudizione, di servilità.

Bonifazio sventò le calunnie del maligno legulejo, che erasi messo dal canto della ragione col fargli dire il falso; mandò un nunzio in Francia che assolvesse il re se pentivasi; compassionò la Chiesa francese «figlia delirante, cui una madre amorevole era disposta a perdonare gl’insensati discorsi»: poi radunato il concilio, pubblicò la bolla Unam sanctam (1302), ove pronunzia, la Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica avere per capo Cristo e il suo vicario in terra; la potenza spirituale, benchè conferita ad un uomo, pure esser divina, e chi ad essa resiste, resiste a Dio; la potenza temporale è inferiore all’ecclesiastica, e dee lasciarsi da questa guidare come dall’anima il corpo, e quando i re trascorrono gravemente, il papa li può ammonire e ravviare; ogni creatura umana essere sottoposta al pontefice, nè ottener salute chi creda altrimenti. E decretò che imperatori e re dovessero comparire all’udienza apostolica qualora citati, «tale essendo la volontà di noi che, Dio permettente, comandiamo a tutto l’universo».

Un’autorità sicura non ha bisogno di violenze, minacciata, esagera per meglio difendersi: e quest’espressione così assoluta della papale potenza veniva appunto dal sentirsi essa intaccata. Perocchè i tempi della inconcussa credenza già tramontavano, le società europee si sottraevano a quell’ala da cui erano state covate, e ogni popolo voleva l’indipendenza, ogni principe la potestà illimitata. Più la bramava Filippo, che pertanto si dispose a cozzar con quei papi, da cui erano stati vinti gli Enrichi e i Federichi. Assicuratosi il suo popolo con alcune concessioni, chetata di sue pretensioni l’Inghilterra, fa dal Nogaret mandar fuori una furibonda diatriba contro Bonifazio (1303), ch’e’ chiamava Malifazio, falso, intruso, ladrone, eretico, nemico di Dio e degli uomini; e non che piegare la fronte fulminata, arresta il legato pontifizio, togliendogli i dispacci; da’ suoi avvocati fa in parlamento formulare contro Bonifazio ventinove accuse, di eresie, di bestemmie, d’ogni sorta nefandità; appella ad un concilio raccolto dal pontefice legittimo; gli ecclesiastici che ricusarono aderire, furono espulsi o imprigionati; gli altri e la Università di Parigi assentono a quegli atti, e preparasi uno scisma. Bisognava colla violenza compire ciò che la calunnia avea cominciato; e il Nogaret, in compagnia di Musciatto Franzesi potente magnate senese, castellano di Staggia, con buone cambiali e carta bianca è spedito a Roma, in apparenza per informare Bonifazio, ma con incarico secreto di arrestarlo e spedirlo a Lione.

Ripetemmo a sazietà come i Romani fossero sempre volenterosi a ingiuriare il loro papa, e i signori si tenessero armati contro l’autorità di lui. Basti per mille citare Ghino da Tacco, il quale, espulso da Siena, avversato dai conti di Santa Fiora, ribellò Radicofani alla Chiesa, e postosi colà, facea rubare chiunque passasse. Un fratello e un nipote suo che gli aveano tenuto mano, furono presi da messer Benincasa aretino, giudice a Siena, il quale poi andò giudice a Roma. Ghino un bel giorno entra con sua masnada in questa città, si difila al palazzo del senatore dove Benincasa sedea sul banco a render ragione, e presenti molti gli spicca il capo, e se ne torna senza che alcuno osi fermarlo. Dappoi l’abate di Cluny, ch’egli avea svaligiato non senza cortesie, lo rappacificò col papa, il quale lo ornò cavaliere e gli conferì una grossa priorìa.

Prepoteano fra que’ signori i Colonna. Giordano avea lasciato cinque figli, Jacopo cardinale, Giovanni, Oddone, Matteo, Landolfo, ciascuno con porzioni distinte d’eredità: ma d’accordo essi lasciaronla amministrare a Jacopo, anche dopo che Giovanni morì lasciando sei figli, Pietro cardinale, Stefano, Giovanni, Jacopo, Oddone, Agapito. Lo zio cardinale malmenava la sostanza de’ fratelli e de’ nipoti, e Bonifazio, che se ne volle mescolare, incorse nello sdegno del ladro e de’ rubati. Jacopo nipote, fra gli altri, mostravasi accattabrighe e violento, sicchè meritò il nome di Sciarra, e volendo vendicarsi, assalì ottanta some di masserizie e argenti papali che passavano da Anagni a Roma, e se le portò. Avea ragione Bonifazio di volerne vendetta, ed esso temendola lo esecrava: del quale rancore si valse Federico di Sicilia a danno del papa nemico: e i cardinali di quella casa cominciarono a dire che Bonifazio fosse eletto illegalmente, perchè papa Celestino non poteva abdicare. Citati non comparvero, onde il concistoro tolse la porpora a Jacopo e Pietro, e li scomunicò, implicandovi anche la discendenza. Essi risposero dichiarando Bonifazio pontefice intruso, appellando al futuro concilio, e insieme con libelli d’infami accuse preparavano armi, popolo, nemici; sicchè Bonifazio bandì contro di loro la crociata. Moltissimi vi accorsero e primi gli Orsini avversarj dei Colonna, poi i Fiorentini; e molte donne davano di che far armi. Colonna, Nepi, Zagarolo furono presi, e infine anche Palestrina, che andò distrutta, ergendo incontro ad essa Civitapapale[222].

Pensate se rimanevano accanniti i Colonna, e ancor peggio Sciarra, il quale, nel fuggire di Roma, essendo dato ne’ Barbareschi, anzichè rivelare il proprio nome, avea sofferto di essere messo s’una galea, ove per quattro anni tirando il remo, avea stillato feroce rancore contro il papa; ed ora per isfogarlo si esibiva al Nogaret. Bonifazio, vedendosi tenuto in posta, fuggì ad Anagni, e preparava la scomunica che rinnovasse le scene della casa Sveva; ma Nogaret lo previene, e a denaro raccolta una ciurma a sua posta, secondato dai nobili di Ceccano e Supino e fin da alcuni cardinali, assalta quella città al grido di — Viva Francia! Muoja Bonifazio!» Il papa, di ottantasei anni, e abbandonato da cardinali, esclama: — Tradito come Cristo ai nemici, morrò, ma papa»; si pone la tiara di Costantino, e colle chiavi di san Pietro e la croce in mano, si asside sul trono. Ed ecco entrano i masnadieri rubacchiando, violando le reliquie e li archivj: Nogaret lo ingiuria, Sciarra lo schiaffeggia. Tenuto prigioniero, Bonifazio ricusa ogni vitto, temendolo avvelenato; il popolo, rinvenuto dallo sgomento, si solleva, e sclamando — Viva il papa, morte ai traditori», a forza libera il pontefice, che menato sulla piazza pubblica, ripeteva: — O buoni uomini e buone donne», e a tutti narrava doloroso i suoi patimenti, e chiedeva un tozzo per carità; e il popolo gridava — Viva il santo Padre», e tutti potevano parlargli come a un altro povero. Ricondotto in Roma a Dio lodiamo, Bonifazio rimbaldisce, deponendo i sensi di perdono e di riconciliazione mirabilmente manifestati ad Anagni: ma gli Orsini stessi, in cui confidava, il tengono chiuso in palazzo; ond’egli per tanti colpi abbattuto, muore fra otto cardinali, confessando la fede vera[223].

Lo combatterono i prelati colle dottrine d’indipendenza nazionale, i re coi legulej, gli scrittori coll’opinione: e Filippo il Bello, i Colonna, Dante tengono ancora in fama sinistra questo pontefice, col quale spirò (11 8bre) l’onnipotenza della santa Sede.

Benedetto XI (Nicola Boccasini), datogli successore, «uomo di pochi parenti e di piccolo sangue, costante e onesto, discreto e santo» (Compagni), non volle riconoscere sua madre quando gli si presentò in vesti signorili, bensì quando venne colle abituali. Egli non era guelfo nè ghibellino, ma papa della pace, come si deve; trovavasi però angustiato in questa Roma, dove ogni palagio era una fortezza, e i cardinali stessi erano capi e turcimanni delle fazioni de’ Colonna o degli Orsini o de’ Gaetani: e costretto sempre a difendersi da chi aveva a’ fianchi, come poteva mostrar vigore contro i lontani? Per togliersi al coloro arbitrio, si ricoverò ad Assisi, e dicesi pensasse trasferire la sede in Lombardia[224]; e non avendo parenti, e più dolce che robusto di carattere, gemeva degli eccessi che non valeva a reprimere. Per mostrare il desiderio di pace cassò molte costituzioni del suo predecessore, massime quelle contro Filippo di Francia, e l’assoluzione dei sudditi dal giuramento di fedeltà, ma lanciò la scomunica contro il Nogaret e quattordici signori italiani ch’egli stesso avea veduti oltraggiare Bonifazio. Il Nogaret venne a chiederne perdono a nome del re (1304); ma pochi giorni di poi Benedetto moriva avvelenato, e al Nogaret crescevasi lo stipendio da cinquecento a ottocento lire.

Allora i venticinque cardinali si chiudono in conclave a Perugia, e l’elezione bilicò lungamente fra i Gaetani fautori degli atti di Bonifazio, e i Colonna che pendeano pei Ghibellini e per Francia. Costretti dai Perugini, che scemarono loro fin le razioni, stabilirono una tripla di forestieri, fra cui il partito nazionale scegliesse il pontefice; e il prescelto fu Bertrando di Goth arcivescovo di Bordeaux (1305). Erasi proferito ostile al re, ma Filippo, che per mezzo dei Colonna rimestava nel conclave, avutone avviso prontissimo, andò a lui, e mostrando dimenticare le nuove animadversioni per l’antica famigliarità, — Io posso alzarvi papa, se promettete farmi contento di sei servizj: il primo di riconciliarmi colla Chiesa; il secondo rendere la comunione a me e a tutti i miei; terzo, le decime del clero nel mio regno per cinque anni, onde bastare alle spese della guerra di Fiandra; quarto, annulliate ogni memoria di papa Bonifazio; quinto, rendiate la dignità di cardinale a Jacopo e Pietro Colonna, e la concediate ad alcuni amici miei; della sesta grazia vi parlerò a luogo e tempo». L’arcivescovo, che per lui credevasi pontefice, promise sull’ostia, e fu eletto col nome di Clemente V.

Giovan Villani, che riferisce questo assurdo colloquio, era forse in terzo?[225]. Nessun altro contemporaneo ne parla, e il buon cronista l’avrà raccolto dalle bocche del popolo, che traduceva in patto anteriore le posteriori condiscendenze. Il fatto è che Clemente già avea veduto come i papi in Roma fossero servi della plebe e delle fazioni; e forse nell’intento d’emanciparne l’autorità, invece di venire a Roma, chiamò i cardinali a coronarlo a Lione. Nella cavalcata un muro cascò, uccidendo molti cardinali e domestici, molti ferendo; una rissa tra i papali e i Lionesi costò altro sangue: accidenti, donde la superstizione traea funestissimi augurj. La capitale dell’antico impero, la città di maggiori memorie, la tomba del principe degli apostoli e di tanti martiri, la meta dei pellegrini, lo studio degli eruditi, mal si mutava con una cittadina d’altrui, povera, e disastrata da guerre: ma più che l’abbandono, abbiamo a deplorare che questo paresse giustificato dalle inquietudini di Roma.

Dopo girato di diocesi in diocesi con un nugolo di famigliari e cortigiani, alfine Clemente si piantò ad Avignone (1309), città del contado Venesino, possesso dei papi, ma appartenente al conte di Provenza sotto la supremazia dell’Impero; e di qui comincia quella che gl’Italiani chiamarono cattività di Babilonia. Avignone, che al Petrarca pareva piccola, schifosa, fetente, confinata sovra una rupe, con vie anguste e case basse e mal costrutte, ben presto scese al piano, si popolò di palazzi, d’alberghi; all’altra riva del Rodano su terra di Francia i prelati edificarono la città di Villanova, e il concorso di tanti forestieri e di tanti principi ricreò quel paese.

Messosi in terra altrui e perciò in altrui arbitrio, il papa cominciò operare abjettamente: concedendo le decime, impinguava il terzo e il quarto con denari altrui[226]; cassò la costituzione Clericis laicos, dichiarò la Unam sanctam non pregiudicare al regno di Francia; assunse dodici cardinali ligi a Filippo, fra i quali i due Colonna sporporati da Bonifazio VIII, modo di perpetuare la servitù; assolse il Nogaret. Con ciò volea calmare Filippo, sempre pertinace nel chiedere la condanna di quel pontefice; e sperava forse che il tempo ne intepidirebbe la passione, mentre invece non facea che attizzarla, ed ogni tratto domandava che Bonifazio fosse chiarito eretico e cancellato d’infra i papi, dissepolto, arso, disperso al vento. Non era soltanto rancore personale, ma lotta di principj: se lo spirituale dovesse prevalere al temporale, come ai tempi di Gregorio VII, o d’Innocenzo III; o se fosse giunta l’ora che nessuno potesse frenare i re, e che la legalità medesima si piegasse alle esigenze di questi. Il papa cercò sottrarvisi colla fuga: alfine decise che d’affare così supremo non poteva decidere se non un concilio.

Vi si complicava un altro processo non men vergognoso. Accennammo (t. V, p. 565) l’origine dei cavalieri del Tempio, e come da Gerusalemme fossero propagati a tutta Europa. Delle provincie in cui divideasi quest’ordine, le più antiche in Oriente erano state occupate da’ Musulmani, salvo Cipro; quelle d’Occidente, tre delle quali erano Italia, Puglia, Sicilia, possedeano ben novemila commende, fruttanti da otto milioni di lire. Dei trentamila frieri, i più erano francesi, e francese sceglievasi comunemente il granmaestro, principe sovrano.

Tanti privilegi, tante ricchezze faceanvi accorrere i cadetti delle principali famiglie d’Europa. Ma perduta Terrasanta, mancò il principale oggetto di loro attività, e vissero oziosi, egoisti, insolenti, fra bagordi e lascivie, velate dal mistero, assolte in generica confessione nei loro capitoli. Il popolo dalla venerazione passò a guardarli con arcano timore, fomentato dalle forme orientali di cui circondavano l’iniziazione, la quale faceasi nelle loro magioni, nottetempo, a porte serrate, escluso ognuno, foss’anco il re. Mentre il vulgo prendea spavento di tali accuse, i grandi, spesso non meno vulgari, gl’imputavano d’aspirare alla dominazione universale, istituendo una repubblica aristocratica in tutta Europa: la quale imputazione, fatta a cavalieri armati dipendenti assolutamente dal granmaestro, era meno assurda che non applicata, come la udirono i padri nostri, dai filosofi ai Gesuiti. Ma come di questi, così di quelli il delitto maggiore erano le ricchezze che aveano o che si supponeva; e i cencinquantamila fiorini d’oro e i dieci somieri carichi d’argento che bucinavasi avessero da Palestina portati in Francia, equivalgono ai barili di polvere d’oro che diceansi empire le cave de’ Lojoliti.

Le ricchezze divenivano viepiù necessarie ai re nel cambiato sistema di governo; sicchè da quelle de’ Templari non poteva non esser mossa la gola di Filippo, che stabilì rovinarli coi mezzi da lui adottati, i legulej ed un processo. Il prode Giacomo Molay, loro granmaestro, avuto sentore delle accuse date a’ suoi, chiese una giustificazione giuridica. Filippo lo menò a parole, poi d’improvviso fece arrestar lui e quanti cavalieri trovavansi in Francia, e ne staggì i beni. Molay interpose i privilegi dell’Ordine; novecento cavalieri se ne dichiararono difensori; quei che aveano dato accuse, le ritrattarono; vennero in chiaro le iniquità della procedura, le durezze della prigionia e della tortura; onde Clemente esclamò d’essere ingannato, e sentendo quel che sia un pontefice in dominio straniero, tentò fuggire. Filippo per isgomentarlo rimise in scena il processo contro Bonifazio, accuse d’ogni sorta gravando sopra lui morto come sopra i Templari morituri; e il Nogaret con lacrime e gemiti, a man giunte e ginocchione davanti al papa, insisteva acciocchè Bonifazio, per onor della Chiesa, per amore della patria, per tutte le più sacre cose, fosse dissotterrato ed arso, dicendovisi tenuto in coscienza. Per evitare questo scandalo, Clemente accondiscese alle domande regie; e purchè Filippo rimettesse in lui il giudizio del suo predecessore, il lasciò fare del resto.

Le accuse contro Bonifazio furono a lungo esposte e dibattute, finalmente se ne rimise la decisione al concilio. Raccoltosi a Vienna nel Delfinato (1311) il XVI concilio ecumenico, questo dichiarò non sussistere le luride incolpazioni, e due cavalieri catalani vi si presentarono gettando il guanto, come disposti a sostenerne l’innocenza colla spada. Pure fu confermato quel che Clemente avea già concesso, cioè Filippo avere operato per giusto zelo; che nè egli nè i successori suoi sarebbero mai inquietati perciò; che fossero casse tutte le costituzioni pregiudicevoli alla libertà del regno, e si cancellassero negli archivj le sentenze proferite. Con tante soddisfazioni, Filippo consentiva a recedere dal suo puntiglio; ma lo faceva per essere contentato in un altro: e Clemente, messo nella via delle condiscendenze, non potè negare la soppressione de’ Templari. Nè pago a ciò, Filippo volle il supplizio di moltissimi e de’ principali di loro. «In un grande parco chiuso di legname fece legare, ciascuno a un palo, cinquantasei dei detti Tempieri, e fece metter fuoco al piede, ed a poco a poco l’uno innanzi l’altro ardere, ammonendoli che quale di loro volesse riconoscere l’errore, il peccato suo, potesse scampare: e in questo tormento, confortati dai loro parenti ed amici che riconoscessero e non si lasciassero così vilmente morire e guastare, niuno di loro il volle confessare, ma con pianti e grida si scusavano com’erano innocenti di ciò e fedeli cristiani chiamando Cristo e santa Maria e gli altri santi; e col detto martorio tutti ardendo e consumando finirono la vita»[227]; e dopo gli altri il granmaestro Molay. Il quale spirando sul rogo, citò Filippo e Clemente al tribunale di Dio entro un anno, dove in fatti comparvero.

Noffi Dei, giudice fiorentino, s’era adoperato moltissimo nel convincere i Templari dei delitti, ch’egli diceva averne conosciuti quando apparteneva all’Ordine loro; poi servì il re in altri processi contro streghe, untori, maliardi. In Lombardia e Toscana i Templari furono condannati; assolti a Ravenna, a Bologna, in Castiglia; Carlo II di Napoli fece mandare a morte i provenzali, attribuendone le terre agli Spedalieri.

Non per definitiva sentenza, ma in via di provvisione il papa abolì quell’ordine in tutta cristianità come inutile e pericoloso; e vuolsi che col re di Francia spartisse ducentomila fiorini d’oro di loro beni mobili; gli stabili doveano assegnarsi agli Spedalieri perchè allestissero cento galee centro i Turchi: ma i regj legulej addussero tante spese di processo e debiti da spegnere, che gli Spedalieri ne rimasero più poveri.

Il lettore già sente che s’avvicinano tempi nuovi. Due gran fatti si compivano: la distinzione delle varie nazionalità, e la secolarizzazione de’ Governi. Quell’unica repubblica cristiana posta sotto la mano dei papi, si discioglieva; cessava l’uniformità delle ordinanze: alla fede sottentrava la critica, all’età organizzata un’età di rimpasto, all’autorità della Chiesa la potenza dei re. Tutte le nuove energie voleano rompere le fasce, donde veniva una lotta generale contro la Chiesa, non combattendo ancora lei stessa, ma la sua dominazione, la quale pareva divenuta soverchia.

LIBRO DECIMO

CAPITOLO CIV. Gli storici del medioevo.

Dei tempi che fin qua descrivemmo «non solamente son venute meno le storie, ma possiamo anche sospettare, se non credere, che pochissime ne fossero allora composte; e se la nostra buona fortuna non ci avesse salvata la Storia longobardica di Paolo Diacono sino all’anno 774, resterebbe in un gran bujo allora la storia d’Italia. Continua nulladimeno la medesima ad essere anche da lì innanzi sì povera di lumi fin dopo il Mille, che qualora fosse perita la cronaca di Liutprando, e non ci recassero ajuto quelle de’ Franchi e de’ Tedeschi, noi ci troveremmo ora, per così dire, in un deserto pel corso di quasi tre secoli dopo il suddetto Paolo. Oltre poi all’essersi perduta la memoria di moltissimi avvenimenti d’allora, quelli che restano, sì mal disposti bene spesso ci si presentano davanti, che di poterne assegnar gli anni via non resta, stante la negligenza o discordia degli scrittori, ed è forzata non di rado la cronologia a camminare a tentoni».

Tali disadorne parole del padre della storia italiana valgano, se non ad ottenere scusa, a dar ragione dell’esitanza che il lettore avrà notato alcuna volta nel nostro racconto, della scarsità di fatti, dell’ignoranza delle cause. E sì che non ci credemmo tenuti ad accertare ciascun anno come il cronologo, nè dissertar sulle date se non quando esse mutano natura e significazione agli avvenimenti; e risparmiando le discussioni, abbiamo esibito le convinzioni prodotte in noi da indagini, delle quali velammo ai lettori l’ingratissimo tessuto.

Man mano abbiamo accennato i poveri cronisti da cui attingemmo, e oltre Paolo Diacono, intorno ai primi Carolingi ci sussidiarono Erchemperto che va dal 774 all’889, e la cronichetta d’un prete Andrea bergamasco, tutt’altro che spregevole nè per le cose nè per la forma nè per quella dote che, rarissima ne’ cronisti, non è comune negli storici, il sapere quali eventi importi riferire, quali trasandare. Giovan Diacono tessè la vita di Gregorio Magno; Agnello prete, grossolano ne’ fatti e nell’esposizione, quella dei vescovi di Ravenna, in tempi che era città importantissima; alquanto meglio quella dei papi il bibliotecario Anastasio, o piuttosto i varj autori del Libro pontificale, interrotto all’889, al 1050 ripigliato dal cardinale d’Aragona, sempre in sentimento encomiastico; aggiunta la vita di Alessandro III, viva pittura del tempo della Lega Lombarda.

All’uscita dell’XI secolo, Gregorio monaco di Farfa ebbe pel primo la buona ispirazione di raccogliere i diplomi attinenti al suo monastero, e sulla scorta loro compilò una cronaca, proseguita da altri e imitata da molti, e deh fosse stata da tutti i monasteri, ch’erano il centro dell’attività non solo intellettuale ma sociale. Delle più importanti è quella di Montecassino, cominciata da Leone Marsiccino, condotta sino all’abate Desiderio che fu poi Vittore III, indi seguitata rimessamente da un diacono Pietro.

Nel tradurre alla lingua e alle fogge nostre le tradizioni de’ popoli invasori, i cronisti le alteravano, al tempo stesso che divenivano causa od occasione che si perdessero gli originali, come avvenne dei Goti pel Jornandes, e dei Longobardi per Paolo Diacono. Usando una lingua che più non parlavano, nelle parole, non nate a un parto col pensiero, esprimevano più o meno del concetto, quand’anche non vi attribuivano un senso arbitrario; avendo letto gli antichi, ne traevano le frasi ben o male a rappresentare tutt’altre cose, tutt’altra condizione di società. Della quale società aveano sott’occhio l’andamento, sicchè non gittano più che un cenno per descrivere una complicazione che a noi riesce inestricabile, una rivoluzione, che per essi era evidente, mentre noi fatichiamo invano a spiegarcela; toccano di volo un fatto rilevantissimo alla posterità, mentre si distendono sopra un’inondazione o una cometa, che turbava l’immaginazione o gl’interessi dei contemporanei. Per chi non voglia rimanersi alle generalità convenzionali e sistematiche, quanta fatica ad annodare in una catena probabile le confessioni sorprese, i monumenti sconnessi, le congetture sopra notizie mal determinate, incerte, sovratutto scarse!

Di mezzo a questa inopia si discerne Liutprando di Pavia, adoprato in gravi affari, segretario, poi nemico dell’imperatore Berengario II, esigliato in Germania, e di là ricondotto da Ottone il Grande, e posto vescovo di Cremona. Le vicende contemporanee, dalla presa di Frassinetto nell’891 fino al concilio Romano del 963, espose con istile colto e con un’arguzia che spesso degenera in frivolezza, e una passione che neppur rifugge dalla calunnia. Nelle ambascerie sue, con uno spirito ostico e negativo, affatto discordante dalla bonarietà de’ cronisti, egli critica, ride, esagera i vizj e i difetti della Corte bisantina per adulare la tedesca, e vagheggiando la puerile o senile affettazione, e raccogliendo senza discernimento, piacesi sfogare la sua parzialità fin a costo del pudore.

Ciò ne spiega quella sua frase, ripetuta poi a sazietà e quasi oracolo storico, che, quando si volesse dinotare il colmo d’ogni vizio, si diceva romano. Spedito dall’imperatore tedesco a quel di Costantinopoli, che vantandosi del titolo di romano, come tale pretendeva primazia sopra l’occidentale, Liutprando toglie a cuculiarlo, trasmodando nel lodare i Tedeschi, e asserendo che romano non è più che titolo di contumelie e compendio d’ogni improperio. È dunque bassa adulazione questa contumelia, la quale, del resto, il complesso del suo racconto convince ch’egli non la diceva alla Corte bisantina, ma la inseriva solo nella sua relazione per ingrazianire gli Ottoni.

Di buoni storici furono fortunati i Normanni. Gaufrido Malaterra, comandato da Roberto Guiscardo di conservar memoria delle sue imprese, le dedicò al successore di esso. Guglielmo Apulo cantò in cinque libri le azioni de’ Normanni, cominciando magnifico, seguendo rimesso, terminando con orgogliosa bassezza[228]. Ad Ugo Falcando di Benevento la dipintura del regno di Guglielmo il Malvagio acquistò il titolo di Tacito della Sicilia; poi passato a Guglielmo il Buono, non ha parole bastanti ad esaltare la felicità della nazione: il quale rapido tragitto non meno che la retorica eleganza ne rendono sospette le asserzioni. Coraggioso e sensato, previde le sciagure che sull’isola trarrebbe il passare in signoria de’ Tedeschi; e come altri Siciliani anche di tempi più civili, non dissimulava l’odio e lo sprezzo verso i Pugliesi, gente, al dir suo, «di suprema incostanza, avidi sempre del nuovo, agognanti libertà senza saper conservarla; sul campo attendono appena il segno dell’attacco per fuggire; inabili alla guerra, non sanno requiar nella pace»[229].

Matteo Bonello, ricco prelato, scrisse con sentimento la storia di Guglielmo I, di cui fu ministro. Goffredo da Viterbo tirò un Panteon dal principio del mondo fino alle nozze dell’imperatrice Costanza, «avendo (dice egli) per quattro anni, di qua e di là dai mari rovistato tutti gli armadj latini, barbari, greci, giudaici, caldei». Romoaldo arcivescovo di Salerno, ministro di Guglielmo II, avvivò la sua cronaca con preziose particolarità; un’altra di Amato monaco di Montecassino, conosciamo dalla versione francese[230]. Pietro d’Ebulo verseggiò i moti della Sicilia, avverso a re Tancredi: Ricardo da San Germano notajo, testimonio oculare e sincero per quanto ghibellino, delinea i tempi di Federico II. Dalla morte di questo alla coronazione di Manfredi prosegue Nicola di Jamsilla, con parzialità ghibellina, ma con ingenuità carissima. Matteo Spinelli di Giovenazzo dal 1247 fino alla battaglia di Tagliacozzo, ove morì, stendeva un giornale ch’è il più antico in vulgar nostro. Saba Malaspina, l’anonimo Salernitano, Alessandro di Telesa, Nicola Speciale, la cronaca del tempo di regina Giovanna di Domenico Gravina, son robusti ajuti alla storia del Reame, de’ cui scrittori diede il catalogo Francesco Soria.

Ma già colla libertà era cresciuta la coltura, alla cronaca del monastero sottentrava quella del Comune, e l’importanza delle cose esposte rialzava la narrazione e l’associava alla politica, in modo di istruire e allettare, mostrando e sufficienza di cognizioni, e arguta stima degli avvenimenti, e caratteristiche particolarità, e quel movimento che deriva da sentimenti veri. Nella grande agitazione comunale, nessuna città può dirsi mancasse del suo cronista, tanto più che molte nel XII e XIII secolo fecero ridurre in registro tutti gli atti per assicurarli dalle eventualità; e molti se ne valsero per la storia. Arnolfo e Landolfo il vecchio, milanesi vissuti poco dopo il Mille, e primi laici che stendessero civile storia, per quanto difettino d’esattezza, piace udirli esporre l’origine delle contese fra nobili e popolani, fra cherici e secolari, donde restò mutata non solo la costituzione civile, ma la sociale. Il primo mostra la feudalità trafitta dal popolo guidato dai preti, i quali danno le prime libertà. Landolfo mostra gli arcivescovi vincitori dei nobili; poi Landolfo juniore dirà come devoti tribuni vincessero gli arcivescovi imposti dall’imperatore, e facessero trionfare la libera elezione.

Nei tempi del Barbarossa giova correggere il genio repubblicano di sire Raul o Rodolfo milanese (De gestis Frederici) colle inclinazioni imperiali di Ottone Morena magistrato lodigiano (Rerum Laudensium), il quale fu seguitato in tono più generoso e liberale dal figlio Acerbo, che militò col Barbarossa, e morì nella spedizione contro Roma il 1167. Entrambi cedono la mano a Ottone vescovo di Frisinga e Radevico suo canonico, che, l’uno in continuazione dell’altro, tratteggiarono le guerre di cui erano testimonj e parte, non contentandosi più, come i cronisti, d’una sola città e ignorando le vicine, ma abbracciando l’Italia tutta, e osservando alla legalità nell’organica lotta dei due poteri.

Galvano Fiamma (Manipulus florum), dopo ingombrati di baje i primordj della storia milanese, migliora di senno e di colorito accostandosi ai proprj tempi. Pietro Azario narra i fatti dei Visconti con limpida prosa e gustosissima ingenuità, e con un’imparzialità insolita nelle precedenti fazioni. Gherardo Maurisio vicentino scrisse di Ezelino III quando ancora non s’era mostrato ribaldo; onde gli cammina parziale, quanto avversissimi i cronisti di tutte le vicine città, fra cui primeggia Rolandino di Padova. Costui, come maestro di grammatica e retorica, fece opera più ordinata e chiara delle contemporanee, e la lesse davanti ai professori e scolari di quell’università, che l’approvarono, od almeno l’applaudirono.

Albertino Mussato, magistrato padovano, da cui abbiamo le prime tragedie moderne nell’Achille e nello Ezelino, in sedici libri di Storia Augusta magnificò l’infelice tentativo d’Enrico VII contro i tirannelli, in altri otto i successi fino al 1317, poi in tre canti l’assedio posto da Can Grande della Scala a Padova, da ultimo i dissidj che questa sottomisero ai signori di Verona. La continuazione dei due Cortusj nel narrare la laboriosa ribellione di Padova è ben lontana dall’eguagliarne il merito. I due Gattari vedono l’uno il dechino, l’altro la perdita della patria indipendenza, deplorandone le cause, e stendendo le scene della guerra civile anche al resto d’Italia; perocchè già i cronisti volgevano l’occhio anche fuor della terra natale.

Cristoforo da Soldo bresciano va sino al 1468; ma destituito di critica e ineducato, si appoggia alle dicerie, e rozzamente espone ciò che rimessamente pensa. Il Malvezzi trova ne’ disastri nuovi la spiegazione degli antichi. Castel da Castello bergamasco con grossolana verità descrive le miserie a cui la sua patria ridussero le guerre civili fino al 1407. Ricobaldo da Ferrara[231] tuffato tra guelfi e ghibellini, Ferreto da Vicenza favorevole ai tiranni che trionfano, altri ed altri noi giudicammo servendocene. Basti dire che la collezione del Muratori dà le cronache di ben sessantotto città fra il V e il XV secolo, e che la sola Bibliografia storica delle città e luoghi dello Stato Pontifizio empie un grosso volume in-4º con null’altro che il nome degli storici di settantuna città ancora esistenti e di sedici distrutte in quel paese.

Una ignorante gelosia, che i posteri redimono splendidamente, negò al Muratori le cronache piemontesi; fra le quali son prime quelle che sovra le precedenti compilava un Ogerio Alfieri, a torto creduto monaco, finendo al 1294, cui succedette Guglielmo Ventura al 1325, e poco poi Secondino Ventura. Frà Jacopo d’Acqui empì di sogni le origini de’ marchesi di Monferrato nel Chronicon imaginis mundi, ove le molte letture stivò senz’ordine nè discernimento[232].

Alcuni peggiorarono la storia col voler verseggiarla, all’inettezza del narrare aggiungendo la difficoltà del metro. Lorenzo Diacono di Pisa non incoltamente cantò la spedizione de’ suoi contro le isole Baleari: Donnizone, vescovo di Canossa, rimò le azioni della contessa Matilde; un innominato le lodi di Berengario; il Cumano la guerra decenne de’ Lombardi contro Como; Moisè del Brolo i fasti di Bergamo circa il 1120; Gaetano degli Stefaneschi i tempi di Bonifazio VIII; maestro Pietro d’Eboli espose in elegi le guerre fra Enrico VI e Tancredi; Antonio d’Asti le lotte guelfe e ghibelline nella Storia elegiaca della sua patria fino al 1341; frà Stefenardo di Vimercate, ne’ migliori versi della sua età, i fasti milanesi dal 1262 al 95. Poi in italiano Boezio Poppleto e Anton di Boezio cantarono le cose d’Aquila dal 1252 al 1382, la cronaca aretina ser Gorello de’ Sinigardi, la mantovana Buonamente Aliprando, la perugina Bonifazio veronese nell’Eulistea.

A Genova presentavasi in pien consiglio la cronaca di ciascun anno, ed approvata riponeasi negli archivj. Di qui il Caffaro, che fu console e capitanò le patrie flotte contro i Pisani e i Saracini, desunse la sua storia, che per morte lasciò in tronco al 1163. Per pubblico decreto proseguita da Ottobono, da Ogerio Pane, da Marchisio, da Bartolomeo, cancellieri della Repubblica fino al 1264, fu poi commessa a personaggi illustri e consolari, Marino Usodimare, Jacopo Doria, Guglielmo Multedo, Arrigo Guasco marchese di Gavi, Oberto Spinola ed altri che arrivano al 1294: dopo l’intervallo di quattro anni, Giorgio Stella ed altri di sua famiglia e dei Senarega ripigliano fino al 1514; da ultimo Filippo Casoni fa punto al 1700. Sono essi le fonti della storia genovese, parziale sì, ma preziosissima continuità di contemporanei, quale niun’altra città può vantare. Anche Giovanni Bracelli da Sarzana, in buon latino senza ostentazioni retoriche, riandò i fatti dal 1412 al 44, ben informato come cancelliere che era della Repubblica. Altri scrittori indipendenti riempiono l’ufficiale orditura, ma frà Jacopo da Varagine, noto per la leggenda dei santi, nella lunga cronaca di Genova dal trojano Giano fin al 1297 insacca pedantescamente senza vagliare, e v’innesta della morale scolorita.

Giovanni Diacono, vulgarmente fin qui cognominato il Sagornino, buon dicitore mentre dogava Pietro Orseolo II, è il meglio accreditato fra i molti cronisti dei tempi oscuri e congetturali di Venezia, i quali furono eclissati da Andrea Dandolo. Istrutto in leggi e belle lettere, tutto decoro, gravità, amor patrio, e prudenza qual si addice al guidatore di grande repubblica, costui spiegò in latino una storia dall’êra vulgare 1342, esangue e senza critica pei tempi vecchi, pei successivi ricco di documenti, e meno parziale che non aspetteremmo da nobile e repubblicano. Lo continuarono Benintendi de’ Ravegnani, poi Rafaelle Caresini. Pur testè videro la luce la cronaca Altinate, che è piuttosto un nodo di cronache di differente merito; e, più allettativa a leggere se non più feconda di notizie, la cronaca scritta in francese o in francese tradotta dal Da Canale nel 1267. Furono poi nel 1516 assegnati ducento zecchini annui a uno storiografo e bibliotecario di San Marco, che registrasse i fasti patrj; e il primo fu Marcantonio Coccio detto il Sabellico, ma abborracciò; Bernardo Giustiniani erasi appigliato a buoni documenti per indagare l’evo primo, ma si arrestò all’809. E in generale Venezia non fu guari fortunata di storici; nè i suoi mostrano prepotente il bisogno dell’esattezza, e adulando la patria, guastano il conoscerla quanto i moderni romanzisti.

Non vuolsi dimenticare il partito preso in essa fin dal 1296, che gli ambasciadori esponessero al magistrato un ragguaglio della condizione fisica e morale del paese a cui erano spediti; poi nel 1425 fu ordinato di ridurli in iscritto[233], e si conservavano nell’archivio pubblico, donde, forse illegalmente, se ne trassero le copie oggi possedute da privati; e per pienezza dei ragguagli, e per l’opportunità che aveano di conoscere i grandi dappresso, sono preziosissimi fondamenti a quella scienza, che poi fu prostituita col nome di statistica.

Anche Bologna ebbe una cronaca di quasi quattrocent’anni. La napoletana di Matteo Spinelli credesi una contraffazione, e certo il suo italiano è più sciolto che quello posteriore del Malespini. Ma Firenze ci dà le migliori per dettatura insieme e per buon senso e accorta ingenuità. Ricordàno Malespini scrisse nel patrio dialetto quanto «trovò nelle storie degli antichi libri de’ maestri dottori»; e poichè allora erano sinonimi scritto e vero, vi trae il nome di Pisa dal pesare che i negozianti vi fanno le merci, di Lucca dalla luce del cristianesimo ivi portata, di Pistoja dalla pistolenza; fa la chiesa di San Pietro in Roma fondata ai tempi di Augusto, al tempo di Catilina celebrar messa nella canonica di Fiesole, Firenze devastata da Attila[234]; ma con miglior senno e con mirabile pacatezza, quantunque propenso a’ Guelfi, espone gli accidenti di cui fu testimonio egli stesso fino al 1280.

Lo continuò fin al 1312 Dino Compagni, volendo «scrivere il vero delle cose certe che vide e udì; e quelle che chiaramente non vide, scrivere secondo udienza; e perchè molti, secondo le loro volontà corrotte, trascorrono nel dire e corrompono il vero, propose di scrivere secondo la maggior fama». Strani canoni della credibilità, che ci attestano come fosse ancora in fasce la vera storia, uffizio della quale non è soltanto il raccorre fatti, ma cernirli, ordinarli, esporli. Come nelle frequenti magistrature della patria procurava insinuar pace, così nelle scritture; e da tale sentimento trae non di rado veemenza il suo stile, e — Levatevi, o malvagi cittadini, pieni di scandali, e pigliate il ferro e il fuoco colle vostre mani, e distendete le vostre malizie, palesate le vostre inique volontà e i pessimi proponimenti; non penate più, andate, e mettete in ruina le bellezze della vostra città, spandete il sangue dei vostri fratelli, spogliatevi della fede e dello amore, nieghi l’uno all’altro ajuto e servizio, seminate le vostre menzogne, le quali empieranno i granaj de’ vostri figliuoli; fate come fe Silla nella città di Roma, che tutti i mali che esso fece in dieci anni, Mario in pochi dì li vendicò. Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? pur quella del mondo rende una per una. Guardate ai vostri antichi se ricevettono merito nelle loro discordie; barattate gli onori che eglino acquistarono. Non v’indugiate, miseri; chè più si consuma un dì nella guerra, che molti anni non si guadagna in pace; e piccola è quella favilla che a distruzione mena un gran regno». Con sì nobili intendimenti e retto giudizio e gran probità reca nel suo lavoro brevità, precisione, vigore, qual può desiderarsi in istoria semplice e veritiera: eppure rimase ignoto al Villani suo contemporaneo e ai posteri fin quasi al Muratori: oggi s’affollano ragioni per dimostrarlo apocrifo.

Giovan Villani, mercante e magistrato, si condusse a Roma pel giubileo del 1300, e «trovandosi in quello benedetto pellegrinaggio della santa città», la vista di tanti monumenti e la lettura di Sallustio, Livio, Valerio, Paolo Orosio, Virgilio, Lucano ed altri maestri di storie l’ispirarono a narrare gli eventi della sua patria, «per dare memoria ed esempio a quelli che sono a venire, ed a reverenzia di Dio e del beato santo Joanni, e a commendazione della sua città di Firenze». Il che fece in dodici libri, senza pretese di dottrina o prevenzione di sistema, beendo alla grossa le favole antiche; anche lunghi tratti togliendo di peso dal Malespini senza pur indicarlo, non parendo allora plagio ma abilità il giovarsi di chiunque avea preceduto: giunto poi al tempo suo, con gran rettitudine di sentire e ragionare espone i fatti, e non soltanto della patria, coll’efficacia di chi può dire — Io scrittore ho veduto, io sono stato». Pende a parte guelfa senza dissimularlo[235], ma schietto esprime gli schietti sentimenti, incalorendosi nel ragionare della sua patria, raccontando con evidenza affettuosa e talora pittoresca, e distendendosi nelle particolarità, senza dubitare riesca indifferente o nojoso ad altri quel che a lui fu d’interesse. Da mercante che era, si bada sulle cose positive che i contemporanei stranieri negligono; e mentre questi non ci danno che le personali loro impressioni, il Villani procede esatto e intelligente, esamina, paragona, giudica, e alla gravità degli antichi, che non di solo nome conosceva, accoppia la sperienza personale. Tanto positivo nol distoglie dal credere a miracoli e astrologie, debolezza che facilmente gli si perdona. Scarco d’apparato letterario, incondito di grammatica[236], nella legatura delle voci è naturale e analitico; nulla di soverchio, nulla di studiato riempitivo, di forzata trasposizione, di reggimento artifiziato, ma sempre una famigliarità semplice e gioconda. Vero modo, pel quale l’Italia avrebbe potuto elevarsi alla storia originale, se non avesse anche in ciò voluto crogiolarsi nell’imitazione.

Morto dalla terribile peste del 1348, lo continuò il fratello Matteo, in undici libri abbracciando appena sedici anni: evidente ritrattista de’ costumi e degli avvenimenti, pratico del cuore umano e dei viluppi della politica, s’indispettisce al vizio, s’infervora alla libertà, la riverenza religiosa nol rattiene dal rivelare anzi esagerare i traviamenti dei papi, talchè si concilia confidenza e amore. La nuova peste del 1362 lo rapì, e Filippo suo figliuolo filò il racconto di lui sino al 65: uom di studj e chiamato a leggere Dante in cattedra, ha più adornezza e meno ingenuità del padre e dello zio, e nelle Vite d’illustri fiorentini lascia desiderare quel colorito e quel particolareggiare, che formano l’anima delle biografie.

Anche Marchione da Coppo Stefani, pensando «quant’è a grado agli uomini trovare cosa che riduca a memoria le cose antiche, e specialmente i principj delle città e schiatte, si pose in cuore di durar fatica e mettere tempo e sollecitudine in trovar libri ed ogni scrittura, per ricordare a chi n’avesse vaghezza» la storia patria. Fattosi dalla creazione, tirò il racconto dei Villani sino al 1385, narrando le discordie dei Ricci e degli Albizzi che Matteo avea dissimulate. Piero Minerbetti fece una coda troppo inferiore ai Villani che voleva imitare; nè hanno valore i Morelli. I Commentarj di Neri di Gino Capponi fino alla pace di Lodi col vigore e l’evidenza attestano il limpido ingegno di quel destro politico e buon militare, a cui la repubblica affidava da stendere i dispacci più importanti. Giovan Cambi fino al 1480 copiò «da uno libro antico e da darvi buona fede» e riscontrandolo con altri: poi di là segue il suo Memoriale «semplice e puramente senza adornezza di parole», come un mercante che nota dì per dì quel che vede e ode, da tutto traendo riflessioni morali sulla giustizia di Dio, sulla depravazione de’ costumi, sul nulla delle grandezze umane, e, come tutti i Fiorentini, rimpiangendo il buono stato repubblicano, che vedeva andare a rotta. Filippo di Cino Rinuccini dettò Ricordi storici dal 1282 al 1460, donde fino al 1506 li continuarono i figli Alamanno e Neri. E fu abituale fra quegli Ateniesi d’Italia il tenere certi libri che chiamavano Prioristi perchè vi notavano i priori di ciascun anno, e insieme gli avvenimenti principali del loro paese e de’ forestieri, domestica tradizione; carissimi sempre, perchè non lo scrittore, ma l’uomo vi appare; e confortanti quanto il conversare con un vecchio dabbene e ricordevole.

Gli altri innumerevoli cronisti di Toscana si esprimono colla nitidezza e precisione dei popolani, non guasti dalla scuola e dalla pretensione[237]. Le Storie pistolesi, d’ispirazione soverchiamente municipale, danno rilievo alla larga prospettiva de’ Villani. Perugia nel 1366 ordinava si scrivesse «in un libro giallo tutti i fatti della città». Il boccheggiare di Pisa sotto i colpi di Firenze è disegnato da Palmerio; da Guarniero Berni la ruina d’Agobbio; da Manetto le inesauribili fazioni di Pistoja. Di Siena non ci restano storici nel tempo ch’essa teneasi in bilico con Firenze e Pisa; e solo Andrea Dei ne espose i fatti cominciando dal 1186, trasvolando ai tempi antichi e giungendo fino al 1348; di là prosegue Angelo Tura: dal 1352 all’81 servono gli Annali di Neri di Donato. Degli storici di Lucca il più antico è Tolomeo Fiadoni, che narra alla fuggiasca le sorti anche di tutta Toscana dal 1063 al 1303, valendosi del Registro e degli Atti lucensi ora perduti. Succede Giovanni Sercambi, che sentenzioso e compassato tirò una cronaca dall’origine della repubblica fino alla tirannia di Paolo Guinigi, e un’altra sul costui principato, ma con molti errori sul tempo passato, e slealtà sul suo[238]. La storia di Lucca, conservatasi repubblica perchè soccombette la sua gran nemica Pisa, è piuttosto a raccogliersi ne’ suoi archivj, i più preziosi d’Italia dopo quelli di Roma.

Nelle cronache l’autore nè scevera il falso dal vero, nè studia ad esposizione colta e ordinata, ma nota con inconsciente ingenuità quanto vede o sente, riferisce tritamente le vicende delle stagioni, il prezzo delle derrate, le dicerie di piazza; talora l’ingenuità arriva a tal punto che il cronista racconta la propria morte[239]: l’aneddoto la vince sulla storia, si va da frammento a frammento; notizie individue, frivole talvolta, sconnesse sempre. Pure, a tacer che talvolta l’unicità li fa rappresentanti d’un paese o d’un’età, cattivano gli animi come rivelazione dei tempi, e come schietta espressione de’ sentimenti popoleschi e delle passioni accentuate: al loro cessare si esaurisce una fonte di pruriginoso sapore.

E cessar doveano, perchè essi vedono dappertutto l’immediato governo della Provvidenza, castighi e premj in ogni evento, predizioni ed augurj; mentre da poi estendendosi la coltura e complicandosi la politica, i fatti terminavano d’essere istintivi e impetuosi, preparavansi a disegno, si consideravano la concatenazione dei fatti, le remote origini e conseguenze, il che costituisce la storia, la quale è ricordo, avviamento, esame. Ma il sentimento vigoroso che si richiede per riprodurre i fatti, la critica per abburattarli, la ragione austera per giudicarli, l’estesa comprensione per coordinarli, mal si combinano nè coll’entusiasmo de’ cronisti, nè coll’erudizione di quei che vi sottentrano. I quali presero a compilare storie in latino, da contemporanei ancora, ma già mirando all’effetto, e spesso guasti da reminiscenze classiche, per le quali rimangono talora svisati i fatti, più spesso i sentimenti. Il letterato sottentra dunque all’uomo, la penna al battito del cuore, aspettando che arrivi la vergognosa êra delle gazzette: han luoghi comuni e frasi stereotipe, per cui ogni mediocre riesce a raccontare bene, ma a raccontar nulla, con chiacchericcio insulso, colla polemica, colla inintelligenza (anche i più arguti) del gran fatto che arresta il sublime lancio italiano, perchè tutto vedono traverso al prisma romano.

Poggio Bracciolini di Firenze cerca soltanto le vicende guerresche, non dandosi per inteso de’ cambiamenti civili, nè facendoci conversare coi grandi contemporanei, ma riconosce il posto che compete alla bella città, che rigenerata dal magnifico Lorenzo, non vacilla dietro a partiti interni, ma osserva la generale politica, e cerca soluzioni generali alle particolari evenienze. Anche Bartolomeo della Scala tessè una storia di quella città fino alla calata di Carlo VIII. Leonardo Bruno d’Arezzo, stando a Roma segretario apostolico, vide e tratteggiò i miseri subugli di questa metropoli; eletto cancelliere di Firenze, ne distese la storia fino al 1404: scrittore accurato della frase e del periodo, richiesto da principi, visitato da forestieri, lasciò pure versioni dal greco, e vite e lettere, da cui noi razzoleremo la storia letteraria del suo tempo. Con maggior arte è stilato l’episodio della congiura de’ Pazzi, con cui Agnolo Poliziano ripagava i Medici della concedutagli protezione.

Giovanni Cavalcanti narrò le cose toscane dal 1420 al 52, guelfo di persuasione, idolatro di Cosmo de’ Medici; il Machiavelli se ne prevalse senza indicarlo. Pedante benchè toscano, non possiede nè l’ingenuità del Trecento, nè la meditata purezza del Cinquecento; guasta la cara favella materna con crudi latinismi, manierati aggettivi, frasi attorcigliate, concioni retoriche; e di mezzo a ciò modi plebei più rilevati dal tono cattedratico. Dirà latino per italiano, queriti i cittadini; e descrivendo gli orrori della presa di Brescia, si trastulla sulle parole.

Vespasiano de’ Bisticci, erudito librajo, lasciò vite di suoi contemporanei, neglette per lo stile, buone per le cose, talvolta care per naturalezza, sempre di virtuosi sentimenti. Oltre il Libro dei detti e fatti di re Alfonso per Antonio Bocadelli detto il Panormita, di quel re ci diede la storia Bartolomeo Fazio della Spezia, più sollecito della elegante latinità che di cercare il vero, benchè fosse testimonio dei fatti. Lucio Marineo siculo, per incarico di Fernando il Cattolico, scrisse in latino le imprese di questo e di suo padre adulando. Pandolfo Colenuccio da Pesaro compendiò la storia napoletana fino a’ suoi giorni: Pier Paolo Vergerio dettò quella dei Carraresi con eleganza; Daniele Chinazzo da Treviso in italiano la guerra di Venezia con Genova: il Plátina la storia di Mantova e dei papi, fondandosi sopra documenti; e se la passione troppo spesso il traviò, ben era raro al suo tempo questo dubitare delle asserzioni antiche. Giorgio Stella racconta la Genova dei dogi, desiderando che, pel bene dell’umanità, i nomi de’ Guelfi e Ghibellini fosser dispersi dalle memorie: quasi non fossero il necessario nodo della storia d’allora.

La prima cattedra di storia che si ricordi, fu eretta a Milano per Giulio Emilio Ferrario novarese; poi Andrea Biglia agostiniano raccontò fedele e non inelegante i fasti di quella città dal 1402 al 31. Pier Candido Decembrio, vissuto alla corte di Filippo Maria Visconti, poi caldo della Repubblica ambrosiana, al cadere di questa passò a Roma e altrove in servizio di segretario; ripatriato, scrisse le vite di esso Filippo Maria, dello Sforza, di Nicolò Piccinino, e una cronaca de’ Visconti, piena d’ingenue particolarità al modo di Svetonio, ma senza la costui purezza. Giovanni, fratello del famoso segretario Cicco Simonetta, celebrò Francesco Sforza, al quale era stato sempre a fianco, adulando ma non smaccato, sempre chiaro, spesso elegante, ma senza la vivacità che impreziosisce i contemporanei. Tristano Calco seguì la storia dei Visconti di Giorgio Merula; poi vistola fracida di favole dello scrigno di Annio da Viterbo, la rimpastò traendola sino al 1323, con critica delle fonti e buono stile. Contemporaneo suo Bernardino Corio, cameriere di Lodovico il Moro, compiva la più divulgata storia milanese, in un vulgare barcollante; parabolano nelle cose vecchie, particolareggiato e ricco nelle contemporanee, sebbene poco intelligente, e copiando, quasi traducendo il Simonetta.

Questi autori ci conducono fin valico il medioevo, e fin a quelli che meritano il titolo di storici. A chiarire e interpretare essi autori, massime pei secoli più muti di luce, a supplirne le mancanze, ad accertarne i tempi, soccorrono le lapidi e le monete, come per la storia antica; ma vi si aggiunge una dovizia di documenti. Sono la più parte scritture pagensi, cioè d’affari privati: per entro le quali lo statista aguzza l’occhio a scovare le traccie del popolo e il carattere delle società nella natura de’ possessi e de’ contratti; il cronologo se n’ajuta a disporre i successi per anni, primo passo a connetterli e intenderli; la storia ne ricava le tinte onde incarnare gli aridi contorni de’ cronisti.

Di che scabrezza sia un tale lavoro, non può valutarlo se non chi v’abbia steso le mani; onde si trova più facile, e perciò è più consueto il deriderlo come erudita pedanteria. E di beffardi, sturbatori della scienza e martirio degli operosi, non fu penuria in verun tempo; ma neppure di rassegnati, che rinvergarono con pazienza, interpellarono con sincerità questi testimonj del passato, pur ignorando che cosa deporrebbero. Già nel Cinquecento (secolo che per farnetico dell’antichità classica recavasi a schifo come barbarie e ignoranza tutto ciò che avesse attacco al medioevo) v’ebbe cronisti e storici che nei loro racconti intarsiarono documenti. Su questi elaborò la sua Storia del regno italico dal 281 al 1200 Carlo Sigonio, il primo che penetrasse in quell’inesplorata boscaglia. Sfiorò esso gli archivj tutti d’Italia e singolarmente della Lombardia, per sè o per mezzo d’amici esaminò i Monumenti; e il catalogo di questi, pubblicato il 1576, desta meraviglia, per quanto le cresciute cognizioni l’abbiano convinto di molti errori e di ben più mancanze[240].

Dei documenti si valsero il Sabellico e il Giustiniani per la storia di Venezia, il Borghini ne’ Discorsi storici sopra Firenze, il Corio ora detto, il San Giorgio di Biandrate nella cronaca del Monferrato sino al 1490, Gioffredo della Chiesa in quella di Saluzzo fin al 1419, primo che de’ paesi subalpini scrivesse in italiano; Benedetto Giovio nella Storia di Como; e più tardi il Tatti negli Annali ecclesiastici della stessa città, quando anche il Campi nella storia di Cremona, il Martorelli in quella di Osimo, il Pellini in quella di Perugia[241], l’Ughelli nell’Italia sacra, il Cinonio nelle Vite dei pontefici, il Puccinelli nell’Ugo il Grande, il Gallarati nei Monumenti novaresi, il Guichenon nella Casa di Savoja, il Compagnoni nella Reggia picena. Uno de’ migliori il Ghirardacci nella Storia di Bologna (di cui non s’ha alla stampa che fino al 1425) mancò dell’arte di disporre, e narrò quasi sempre incolto; ma offre tal suppellettile di notizie e documenti, che pur beati se tutte le città ne apprestassero tanti.

Conosciutane l’utilità, si fecero raccolte sia de’ cronisti, sia de’ documenti, e prima da forestieri, giacchè ci vennero da Francoforte gli Scriptores Rerum Sicularum e i Rerum Italicarum Scriptores varii; da Parigi Ugo Falcando, e le Cronache Cassinensi di Leone d’Ostia e di Pietro Diacono; da Rouen Guglielmo Apulo; da Spagna la Cronaca di Gaufrido Malaterra; da Augusta il Ligurino del Guntero sulle imprese del Barbarossa; da Lione il Codice Longobardo, e gli Annali Toscani di Tolomeo Fiadoni; da Magonza Anastasio Bibliotecario. Gilberto Cognato nella Sylva variarum narrationum ci dava l’Origine de’ Guelfi e Ghibellini di Benvenuto da San Giorgio; il Menkenio nelle Cose germaniche stampava la cronaca di prete Andrea da Bergamo; Eckardt nel Corpus historicum medii ævi quella del Jamsilla dal 1210 al 1258; Bongarsio ad Annover il Liber secretorum fidelium crucis di Marin Sanuto; i Bollandisti molti atti dei nostri santi; altre novità la Bibliotheca Patrum, e il Baluzio nelle Vite dei papi avignonesi e nella Miscellanea di vecchi monumenti; e Rymer negli Atti editi a cura del Governo inglese; e Grevio e Burmann nel Tesoro delle antichità d’Italia a Leida. Altre apparvero ne’ Glossarj del Ducange, del Carpentier, dell’Adelung, nelle Centurie di Magdeburgo, nella Biblioteca del Fabrizio, nelle Raccolte diplomatiche di Dumont, Martène, Durand, nel Tesoro novissimo di Pertz, negli Scrittori di cose brunsvicesi del Leibniz, nel Diarium italicum del Montfaucon, nelle Raccolte del Goldast, del Mabillon, del Wadding, del Tillemont, e principalmente nel Codice diplomatico d’Italia del Lünig.

Fra noi erano già comparse le raccolte del Bullario Romano per ordine di Sisto V[242], il Bullario Cassinese del Margarini, e il Tesoro Politico contenente relazioni d’ambasciadori veneti; poi nel secolo passato crebbe tale sollecitudine. Una Società Palatina di nobili milanesi stampava opere di patria erudizione, e principalmente i Rerum Italicarum Scriptores del Muratori, disposti con ordine e con savie note e prefazioni[243]. Vi servono di complemento gli Italicæ Historiæ Scriptores dell’Assemani, i Rerum Italicarum Scriptores ex florentinæ bibliothecæ codicibus del Tartini, la Collectio anecdotorum medii ævi ex archivis pistorensibus del Zaccaria, la rarissima del Mittarelli Ad Scriptores Rerum Italicarum accessiones historiæ faventinæ, la raccolta delle più rinomate storie e delle cronache di Napoli.

Alla cognizione del medioevo recavano sussidj nuovi Giorgio Giulini con dodici volumi di Memorie spettanti al Governo e alla descrizione della città e campagna di Milano ne’ secoli bassi, paziente alle ricerche se inetto alle induzioni; l’abate Fumagalli e i suoi Cistercesi colle Antichità Longobardiche Milanesi, col Codice Diplomatico Santambrosiano, ricco di ben centrentacinque documenti dal 721 all’897, e colle Istituzioni Diplomatiche. L’Argelati, scarso di critica e discernimento, ragionava delle monete italiche, e catalogava gli scrittori milanesi; l’Allegranza, il Sassi, l’Oltrocchi, il Bona illustravano i riti e le antichità ecclesiastiche: Gian Rinaldo Carli, oltre le Antichità Italiche, discorreva delle monete e zecche d’Italia, disaminate pure da Vincenzo Bellini e da Guid’Antonio Zanetti[244]. Il canonico Lupo, raccolse nel Codice Diplomatico Bergomense preziosi documenti dal 740 al 1190, nel prodromo molti punti della nostra costituzione politica ravvisava con un acume che verun contemporaneo uguagliò. Centinaja di diplomi erano dati dal Corner nei diciotto volumi de’ Monumenti della Chiesa veneta, dal Rossi in quelli della Chiesa d’Aquileja, dal Brunacci e dal Gennari in quelli di Padova, dal Vairani in quelli di Cremona, dal Moriondi in quelli d’Acqui, da Jacopo Durandi nelle Notizie dell’antico Piemonte, delle cui leggi e della pratica legale trattavano il Galli e il Duboin; dal Fiorentini e dal Mansi nelle Memorie della gran contessa Matilde, dal Pellegrini nella Storia dei principi longobardi, dal Carlini nella Pace di Costanza, da Placido Troilo nella Istoria generale del regno di Napoli, da Giovanni de Vita nel Thesaurus Antiquitatum Beneventanarum medii ævi. Il gesuita Zaccaria, negli Excursus Litterarii per Italiam ab anno 1742 ad 1752, molti monumenti produsse di civile ed ecclesiastica erudizione. Giambattista Verci si mostrò infaticabile a cercar documenti, generosissimo a pubblicarli, buon cristiano a esaminarli, e arguto a trarne cognizioni nuove o emenda di vecchie nel Codice Ecceliniano e nella Storia della Marca Trivigiana in venti volumi, di ciascun de’ quali due terzi sono documenti.

Intanto dal maronita Assemani era data fuori a Roma la Bibliotheca Orientalis Clementina Vaticana; dal Cenni il Codex Carolinus, che chiarì la donazione di Carlo Magno ai papi; dal Mansi la collezione più compiuta de’ concilj, oltre migliorare le opere del Baronio e del Pagi. Marco Fantuzzi ne’ Monumenti Ravennati stampava ottocensessantacinque fra documenti ed estratti, dal VII secolo ove finisce la preziosa raccolta dei papiri del Marini, fino al XVI. Scipione Maffei nella Storia Diplomatica chiariva e combatteva il Mabillon, e nella Verona Illustrata mostravasi modello non solo dell’attento raccogliere, ma del savio argomentare. Di monsignor Giusto Fontanini, il quale, più ricco di vanità che d’ingegno, erudizione e buona fede, pedantescamente miope e sofistico senz’acume, trattò molti punti, massime ecclesiastici, e diè la storia dell’Eloquenza italiana, i moltissimi errori e le infinite omissioni riparò Apostolo Zeno, dal quale son pure a domandare i giudizj intorno agli storici italiani che hanno scritto latinamente. Aggiungiamo le Delizie degli eruditi toscani, pedantesca compilazione del padre Idelfonso, del Mansi, del Lami, senza scelta nè confronto di codici, nè fedeltà di lezione, sicchè non si può valersene a fidanza. Dal Lami furono aggiunti i monumenti della Chiesa di Firenze; i duchi e marchesi di Toscana dal Della Rena e dal Camici; i Sigilli Antichi dal Manni; i Scelti diplomi pisani e le dissertazioni sulla storia di Pisa dai Dal Borgo, su quella Chiesa dal Mattei, su quegli statuti dal Valsecchi; gli Aneddoti pistojesi dal Zaccaria: oltre i documenti, comunque disordinati e per tutt’altro intento, che accumularono esso Lami nell’Odeporico, e il Targioni Tozzetti ne’ Viaggi, opportunamente adoprati e cresciuti dal Repetti nel Dizionario geografico.

Molte storie municipali furono appoggiate ai documenti. Tale la comasca di Giuseppe Rovelli, che ne’ discorsi preliminari poneva savie riflessioni sullo stato d’Italia alle varie epoche, supplendo col buon senso e colla dottrina legale alla scarsezza d’erudizione. Pel Friuli avemmo le notizie del Liruti, e la dissertazione sui servi del medio evo, oltre la Patria del Friuli descritta da Franco Berretta; per la Valtellina le dissertazioni del Quadrio sulla Rezia di qua dall’Alpi, guaste da un falso amor di patria; per la marca Trevisana monsignor dell’Orologio; per Ferrara il Frizzi; per Reggio la storia fin al 1264 dall’Affaroso, per Parma e Guastalla dall’Affò, per Brescia dal Biemmi, per Monza dal Frisi, per Rimini da Battaglini e Zanetti, per l’Agro Piceno dal Colucci, per Bologna dal Savioli, per Pistoja dal Fioravanti, per la Garfagnana dal Pacchi, per Mantova dal Visi, per Perugia dal Mariotti. Le chiese veronesi ricevevano illustrazione dal Biancolini, il diritto e le costituzioni di Milano da Gabriele Verri[245], e la sua Chiesa dal Puricelli, dall’Allegranza, dal Sassi[246], dall’Oltrocchi[247]: i senatori di Roma da Vitale e Vendettini, da Galletti il primicerio, le sue arti dal Minutoli, dal Coronelli, dal Ficoroni, dal Bosio, dall’Aringhi. Il Tiraboschi, oltre il Codice diplomatico di Modena, porgeva la storia della badia di Nonantola, e i monumenti degli Umiliati; quelli de’ Cistercensi il Tromby, de’ Camaldolesi il Costadoni e il Mittarelli, de’ frati Gaudenti il Federici, poi de’ Domenicani il Razzi ed ora il Marchese.

Le genealogie d’alcune case porsero occasione a rivendicare in luce nuovi rogiti e diplomi, come la famiglia Carafa e diverse altre nobili per Biagio Aldimari, la Sforza e i duchi d’Urbino per Rinaldo Reposati, i conti Guido pel padre Idelfonso[248] e per Scipione Ammirato, la famiglia Conti per Andrea Salici, de’ Monaldeschi pel Ceccarelli, le bolognesi pel Leandro Alberti, le vicentine pel Castellini e, a tacer altri, le estensi pel Muratori, modello di ampia erudizione e di savia se non disinteressata critica[249]. Aggiungi molte biografie, come l’Ambrogio camaldolese del Mehus, il Marsilio Ficino del Brandini, il Trivulzio e il Filelfo del Rosmini, la contessa Matilde del Fiorentini.

Nelle contese di supremazia della curia romana coll’Impero e con altri Stati bisognò appoggiarsi a carte[250], e principalmente nella famosa disputa della chinea, tributata a Roma nel regno delle Due Sicilie. Al qual paese fu apprestata larghissima messe nella Biblioteca Napoletana del Toppi colle Copiose addizioni del Nicodemo, nel Delectus scriptorum rerum neapolitanarum del Giordani, nel Corpus scriptorum e dei cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna (1845) di Del Re, nella Bibliotheca Sicula e nelle Bullæ et instrumenta panormitanæ ecclesiæ del Mongitore, negli atti di Federico II del Carcani, Codex diplomaticus del De Giovanni, nella Biblioteca degli scrittori siculi sotto gli Aragonesi di Rosario De Gregorio, da cui pure la Collezione delle cose arabe spettanti alla storia siciliana, ove la famosa Chronica saracenica sicula avuta d’Inghilterra dal Gobbart; dalle quali raccolte esso De Gregorio trasse eccellenti considerazioni. Si aggiungano il Codice Diplomatico arabo-siculo dell’Airoldi; le Memorie e la Biblioteca storica del Caruso con monumenti dal VII secolo fino al 1282; la incompiuta della badia di Montecassino del Gattola; la storia ecclesiastica di Nola del Remondini, di Monreale del Grassi, che diè pure i monumenti per la Sicilia; la storia de’ principi longobardi del canonico Pratillo; quella delle leggi e magistrati del Regno del Grimaldi; la Sicilia sacra del Pirro.

Sul commercio e le finanze portarono lume il Filiasi, il Marini, il Fanucci, il Marsigli, il Pagnini[251]. Il Mansi trattava degli spettacoli e del lusso: Pier Luigi Galetti pubblicava iscrizioni, disposte secondo i paesi, cioè Venezia, Bologna, Roma, marca d’Ancona, Piemonte. Nelle Barbarorum leges antiquæ il Canciani per ordine e critica rimase troppo inferiore alle raccolte fattesi dappoi. Contende egli che il diritto romano persistette nel medio evo[252]; tesi già sostenuta da Donato Antonio d’Asti napoletano[253], e che pure come nuova di zecca hanno ammirata i nostri quando ce la presentò il tedesco Savigny, allora appunto che più severi eruditi mostravano con quante riserve la si dovesse accettare.

In gran conto erano allora tenute le immunità, fossero le ecclesiastiche, o de’ Comuni, o de’ corpi civici, salvaguardie potenti d’una libertà, che i principi ammodernatori conculcarono, e gli statisti ammodernatori tentano invano supplire: laonde si raccoglieva solertemente che che vi si connettesse, dibattevasi a lungo se sul tal possedimento avesse l’alto imperio un re o un abate o il papa, se il tal parlamento o senato potesse negar l’imposta o interinare un decreto; quistioni antiquate dacchè il libero nostro secolo derise le franchigie particolari, e affastellate le offerse in olocausto ad un potere unico, centrale, non rattenuto dalle tradizionali consuetudini, ma al più da qualche carta improvvisata o ricalcata e senza garanzia di stabilità.

Ma non basta adunare ricca suppellettile di notizie, perocchè, come ogni altra scienza, la storia non è una raccolta ma un’interpretazione di fatti; sicchè alla ricerca deve farsi seguire la discussione, saper interrogarli con quell’acume che trasforma in verità ciò che altri riferisce senza pure intenderlo, distribuirli con accorgimento, esporre con candidezza, darvi significato, carattere, alito di vita. In questo campo non mietè abbastanza l’Italia. Chi potrebbe oggi più leggere nell’Aretino la guerra Gotica, nel Fino e in Tommaso d’Aquileja la guerra d’Attila, quella di Federico Barbarossa in Cosimo Bartoli, la vita di Carlo Magno nell’Acciajuoli o nell’Ubaldini, il regno d’Italia sotto i Barbari nel Tesauro o in Ericio Puteano, le storie longobarde nel Rota, la italiana in Girolamo Briano o in frà Umberto Locato[254] e in altrettali, meri esercizj di penna o inette compilazioni? L’elegantissimo descrittore Carlo Botta nel ricco suo frasario non trovava epiteti abbastanza ingiuriosi pel medioevo; egli declamatore perenne, e compilatore di libri già pubblicati, nè paziente a cercar la verità, nè severo ad esporla. Seco s’aduna la caterva de’ servili alla moderna accentrazione, e de’ ligi alla scuola enciclopedista, che tutti futile dispregio o cieca idolatria, non descrissero il medioevo se non per astrazioni e luoghi comuni, cioè tenebre condensate, universale ignoranza, regresso d’ogni civiltà, conculcamento d’ogni dignità umana, trapotenza di preti, ghiotta infingardaggine di frati, concatenata usurpazione di pontefici, eccidj fraterni, repubblichette. L’età il cui grido era Dio lo vuole, poteva essere intesa da quella che ripeteva solo Il re lo vuole? E noi ribattiamo questo chiodo perchè crediamo che la peggiore qualità d’un tempo o d’un uomo sia la debolezza, e tanto più quando si vanti di forza.

In altra sfera vanno collocati il Machiavello e il Vico, precursori di quella che poi dagli stranieri comprammo col nome di filosofia della storia. Il primo, nel quadro del medioevo che antepose alle sue Storie fiorentine, sotto la minutezza dei fatti investiga le idee generali: ma quel caos inaspa il suo sguardo, la ancora scarsa erudizione non bastava ad avviarlo, e di raccorre tutti i frutti gl’impediva la preoccupazione politica, la quale era tanta, che di lettere e d’arti non fa quasi cenno, egli vissuto nella città più colta de’ mezzi tempi. Affatto pagano poi di sentire, la società civile non misura che sul modello antico, separata dalla giustizia e svolgentesi nella libertà; e sempre iroso a que’ pontefici, che pur erano a capo dell’incivilimento[255].

Giambattista Vico considerò il genere umano come un uomo solo che procede sotto la mano di Dio, ma rinchiuso entro un circolo fatale, dove avanzato che sia, dee retrocedere per corsi e ricorsi inevitabili. Il medioevo non parvegli dunque che una ristampa dell’evo eroico: che se ciò lo rimoveva dal vilipendere questa evoluzione provvidenziale dell’umanità, gli toglieva di valutare il compimento e l’attuazione del cristianesimo in esso avvenuti, e che devono impedire per sempre il ritorno della barbarie.

Solo un’indagine improba eppure amorevole, una meditazione estesa eppur profonda, una critica severa eppure non dispettosa potevano condurre a intendere tempi, in cui dell’antica società tanti sfasciumi ancor sussistevano, mentre la nuova non era per anco costruita; tempi coordinati in maniera, che la storia loro era storia della Chiesa, e di questa formava parte primaria la storia d’Italia, in grazia dei papi. Perciò torrenti di luce vi addusse il cardinale Baronio, che nello stendere gli Annali della Chiesa profittò dell’archivio più ricco, qual è il vaticano, pubblicando un profluvio di documenti, e principalmente di lettere, fonte opportunissima[256], vagliandoli con dottrina multiforme, e traendone la verità con metodo, chiarezza, precisione, e con una lealtà, nè tampoco contrastatagli dagli avversarj più risoluti[257]. Fra tanta farragine, era impossibile non inciampasse in falso, e ne lo corressero il Pagi e il Mansi, per nominar solo i nostri. Dal 1198 fino al 1565, tempi di più copiosi materiali, lo continuò Oderico Rainaldi critico non altrettanto assennato: ma questi due rimarranno sempre il repertorio più dovizioso e la storia più pregevole de’ mezzi tempi[258].

Lodovico Muratori, immenso dotto che non lasciò intentata veruna parte del campo dell’erudizione, e per giudicare del quale bisognerebbe sapere quanto egli seppe, in sei grossi volumi latini pubblicò le Antichità Italiche del medioevo, sotto distinti titoli riunendo quel che dalla sua raccolta degli Scrittori di cose italiane gli risultava intorno al regno d’Italia, ai consoli, alle monete, al vestire, a mangiari, giuochi, riti, investiture, feudi, sigilli, arimanni, repubbliche, tiranni, lingua, guerra, e così via. Siffatta segregazione di parti distrae da quell’unità di veduta, dalla quale soltanto deriva un giusto concetto del medio evo. Pure egli seppe ricorrere a fonti variatissime che ad altro occhio sfuggirebbero, e ne dedusse varietà e punti d’aspetto, che se oggi compajono o scarsi o comuni, erano maravigliosi per allora; un’infinità di quistioni snodò, altre ne propose chiaramente, il che è già un avviamento a risolverle; molte baje rimosse, molte dubbiezze ripianò, molte verità pose in sodo; col buon senso supplì più volte a ciò che non dava l’erudizione, sicchè di rado riesce fallace se anche spesso è riconosciuto incompleto. Peccato ch’egli siasi dispensato dall’esaminare e paragonare le istituzioni germaniche, delle quali tanto ritraevano le italiche!

Poi, con una celerità che somiglia a portento, compilò gli Annali d’Italia, ove per anni dispose gli avvenimenti della nostra patria dall’êra volgare fino all’età sua. Le date controverse si trovano in lui discusse, e il più spesso noi lo seguiamo: ove non colse, scegliemmo quella che ci risultò migliore da indagini, delle quali risparmiamo la noja al lettore. La forma prescelta il costringeva a separare i fatti dalle cause loro e dalle conseguenze, e quindi gli toglieva ogni spaziosa prospettiva; espose poi con una vulgarità che disabbellisce fino il vero[259]: pure gli durerà perenne il titolo di padre della storia italiana, e da lui è forza pigliar le mosse non solo per trattare dell’Italia, ma dell’età media in generale.

Per gli Estensi, al cui soldo viveva, più volte egli ebbe a combattere le pretensioni della Corte romana; e, debolezza della nostra natura, l’uomo nelle quistioni suole incalorirsi in modo da perdere il senso del vero, se anche sulle prima l’avea. Il Muratori serbò sempre rispetto verso i papi; non ne dissimula le taccie, ma non le esagera, critico sì ma riverente. Udito che a Roma i falsi zelanti, che sogliono peggiorar le cause anche migliori, armeggiavano per far proibire l’opera di lui, ne scrisse al pontefice; e Benedetto XIV gli rispose, aver bensì trovato nelle opere di lui qualche passo riprensibile intorno alla dominazione temporale, non essere però mai venuto nell’intenzione di sottoporle a censure, persuaso che un uom d’onore non devasi conturbare per materie non concernenti il dogma nè la disciplina.

Tutt’al contrario, Pietro Giannone, nella Storia civile del regno di Napoli, a modo di avvocato affastellò quanto venisse opportuno alla sua tesi, copiando a man salva altri autori, senza accennarli nè curare tampoco di unificarli, purchè garrissero le usurpazioni della Corte romana, tanto ardita da voler vincolare la onnipotenza dei re siciliani, contro della quale più tardi non restarono che le diátribe e le insurrezioni: confondendo tempi e costumanze, restringendo la vista al suo territorio, invece di paragonare cogli altri paesi, dà aria di prepotenza e d’intrigo a ciò ch’era piana conseguenza di dogmi generalmente accettati.

Il Risorgimento d’Italia di Saverio Bettinelli per un certo calore, che, se non porge, lascia intravvedere la verità, si discerne tra le futili produzioni del secolo passato. Le Rivoluzioni d’Italia di Carlo Denina, di sufficiente imparzialità e di viste non profonde ma estese, possono ancora raccomandarsi come libro elementare. Il difendere le istituzioni ecclesiastiche come egli fece, trovasi comune a tutti gli storici leali[260]; eppure la lealtà era merito raro, quando la storia si facea facilmente mediante le sentenze, la dissertazione e la declamazione, e veniva riducendosi in una gran congiura contro la verità. Della quale era campione Voltaire, che anche troppo si occupò delle cose italiche, principalmente nel Saggio; e pedissequo di lui con maggiori studj l’inglese Gibbon, la cui Storia della decadenza e caduta dell’impero romano abbraccia tutto il medioevo italiano. Di amplissima erudizione, ma freddo schernitore, non conosce entusiasmo, non crede ad eroismo o a sagrifizj, sieno a vantaggio della Chiesa, della patria o della scienza; travolge le intenzioni dove non osa i fatti, e con una celia o con qualche lubricità sverta le fame più intemerate. Idoli entrambi dell’età passata, si trovò chi ardì affrontare gli scherni e i soprannomi per combattere i loro pregiudizj, e strappare il manto porporino che ne copriva l’inumano egoismo.

Meglio di qualunque nostro i materiali adunati compaginò un ginevrino, che gloriavasi d’origine italiana, e che fra noi lungamente dimorò, e le cose nostre affezionò sempre, Sismondo de’ Sismondi. Quell’esposizione sua famigliare; l’attenzione allargata ai fatti contemporanei di tutta Europa; l’evitare i trabalzi, cercando la connessione degli avvenimenti parziali col punto di azione comune d’un dato tempo; la felice scelta di quelle particolarità, le quali presentano l’allettativo d’una storia municipale, mentre egli sa intarsiare ciascuna colle vicine, e indicarne le cause e lo spirito; la costanza nelle vedute che al suo tempo pareano liberali, e che prima di morire egli si udì rinfacciare come aristocratiche; un invariabile rispetto per la dignità dell’uomo, un interesse continuo per la classe più numerosa, una predilezione decisa per la forma di governo che nel medioevo prevaleva in Italia, senza quella cieca deferenza pei re che da un secolo era l’alito degli storici, fanno che non v’abbia colta persona che non voglia averlo letto, e a lui attinge le cognizioni e i sentimenti la gioventù.

Ma prima di tutto egli difetta d’ordine. — L’Italia ne’ tempi di mezzo offre tale un labirinto di Stati uguali e indipendenti, che a ragione si teme smarrirvi il filo. Noi non ci dissimuliamo quest’essenziale difetto dell’argomento assuntoci; ma quand’anche i nostri sforzi fallissero, il lettore vorrà saperci grado di quel che femmo per raggiungere l’intento». Queste parole della sua prefazione adduciamo più a nostra scusa che a sua incriminazione, troppo noi sapendo quanto lo sminuzzamento dell’Italia tolga che o la rarità de’ fatti renda spedito il racconto, o la loro importanza gli rechi interesse: ma in quel labirinto egli non cercò orientarsi col filo delle idee; ravvicina e aggruppa gli eventi e li drammatizza, ma nulla più; e alla giusta intelligenza di secoli eminentemente cattolici gli metteva ostacolo non tanto l’arida negazione calvinica, quanto la filosofistica disistima per le istituzioni vitali di quel tempo. In conseguenza muove da convenzionali assiomi per giudicare le specialità d’un tempo; nelle controversie tra i principi e i preti parteggia sempre coi primi, egli che pur sentenzia sempre pei popoli contro i principi; trova ridicole quelle quistioni, sotto la cui forma si producevano i capitali problemi economici e governativi; non vede che una trica da sacristia in quella guerra de’ preti a Milano, che diede occasione all’emancipazione comunale; pretenderebbe che Gregorio VII, Innocenzo III, Tommaso d’Aquino, non solo avessero le idee, ma usassero il linguaggio di De l’Olme o di Rousseau.

D’altra parte egli, intitolando Storia delle repubbliche la sua, saltò di piè pari la fasi più problematica del nostro medioevo, vale a dire l’invasione dei Barbari, lo stato di conquista, la feudalità. Soltanto dallo studio di questi può raccogliersi la trasformazione del mondo romano nel nuovo; laonde egli il cardinale problema della formazione de’ Comuni non isnoda, ma recide, facendone una concessione, da re Ottone prodigata onde umiliare i contumaci vassalli; di maniera che ad un re straniero dovrebbe attribuirsi il merito d’un ordine di cose, al cui svolgimento i re stranieri furono sempre l’ostacolo maggiore. Poi in Italia fino al Mille s’era chiamato regno la metà superiore; dappoi questo nome passò a indicare il paese meridionale; estese porzioni della penisola durarono costantemente a dominio di dinasti: ond’egli, prefiggendosi di descrivere le repubbliche, avrebbe dovuto decomporre la storia nostra, se fortunatamente non avesse rotto le barriere che improvvidamente si era poste, e non si fosse affezionato agli ultimi Svevi e avversato agli Angioini, quanto già per amore dei Milanesi e de’ Veneziani riprovava il Barbarossa e Massimiliano[261].

Parte vitale nella storia d’Italia sono le arti e le lettere. Saverio Quadrio e Mario Crescimbeni aveano già diretto pazienti ricerche sulla letteratura, ma soffogando fatti vitali sotto insignificanti particolarità: e di ciò ha peccato pure Girolamo Tiraboschi. Con solerzia disseppellì nomi, accertò date e titoli di libri in modo da ben poco lasciar da correggere e supplire; ma nulla più; non seppe esaminare l’intento degli autori, non assimilarsi ai tempi, non connettere l’andamento letterario colle grandi quistioni, sotto la cui varietà ad ogni suo passo l’umanità riproduce i problemi sociali; non presentare insomma la letteratura come espressione della civiltà. Invece di giudizj proprj, appoggia o riprova gli altrui, limitandosi a metterli a fronte, e pretendendo conciliarli anche dove è men possibile; pronto sempre a ridirsi quando altri, fosse pure il ciclico Andres, gli oppongano argomenti o anche soltanto asserzioni[262]. Del resto, non grazia di linguaggio, non scelta d’immagini, non cura di rendersi piacevole, non costante elevazione del pensiero; nè si accorse quanti fatti letterarj sfuggano inavvertiti, a segno che per iscriverne la storia bisogna, collo studiare l’immaginazione e la natural legge de’ suoi sviluppi, compiere i documenti che ci pervennero mutilati, e domandarne alla scienza dello spirito umano.

Alle dispute cronologiche sostituite l’analisi de’ libri, siano pur inconcludenti da non meritarla, o così capitali da non bastarvi; moltiplicate que’ ravvicinamenti di altre letterature, di cui difetta il nostro; animate la vita degli autori cogli aneddoti, pei quali si dimentichi la fisionomia generale del tempo; il tutto spolverate coi frizzi irreligiosi e cogli epigrammi disumani della bottega di Voltaire, e avrete travestito il gesuita Tiraboschi nell’enciclopedistico Ginguené. La sciagurata inclinazione a raccogliere e tracannare tutto ciò che ne piove di Francia, od è pensato e scritto alla francese, fece raccomandato alla gioventù anche questo libro; per modo che la storia del paese che è centro del cattolicismo s’impara sopra un autore calvinista ed uno incredulo. Ma come osare di muoverne lamento se non sappiamo apprestar nulla di più piacevole a chi legge, di più ragionevole a chi pensa?

Uno straniero venne in Italia, come usano gli oltramontani, per farvi una passeggiata, lodarne il sole e le donne, dare un’occhiata, e oracolare sentenze, tutte sapienza di sensi: ma albergatosi a Roma, prese vaghezza delle arti, e cominciò a studiarle; e sempre colla valigia disposta al ripartire, vi rimase trent’anni. Dei suoi studj fu frutto la Storia delle arti, dove esso D’Agincourt, sebbene non guarito dallo sprezzo filosofico, raccolse o indicò tanti lavori del medioevo, che neppure dall’aspetto del bello fu più lecito chiamarlo barbaro. Viemeno poi dacchè l’attenzione si diresse sulla maestà delle cattedrali, e smettendo d’idolatrare le sole forme, si riconobbe la ispirazione sublime nell’esecuzione, per quanto scorretta, delle miniature, dei sepolcri, delle vetriate.

Sicuramente a migliorarci contribuirono non poco gli stranieri, sia pel modo nuovo con cui osservarono la storia del proprio paese, sia per quel che dissero intorno al nostro, scarchi d’ire e d’amore per vicende che non li concernono, e di quella boria che noi scambiamo per amor di patria, e che si fa più viva quando una nazione sentesi più conculcata e impotente a un risorgimento, di cui vorrebbe mostrarsi meritevole. Però ci sia permesso credere che troppo facilmente si condiscenda a sistemi venutici d’oltremonte, sino a contorcere i fatti acciocchè capiscano in quelle cornici. Ad alcuni Tedeschi principalmente dobbiamo senza fine chiamarci obbligati dell’avere esaminato dal proprio punto d’aspetto i casi nostri in un’età nella quale le istituzioni tenevano tanto del germanico; e se anche, per esaltare le proprie, han talora depresso le cose nostre, a loro dobbiamo, non foss’altro, una più retta conoscenza di quella civiltà germanica, che si combinò colla romana per formare la moderna, e che valse a restituire all’individuo l’importanza che prima era riservata al cittadino e allo Stato. Ma sminuiremo per questo il sommo pregio delle reliquie romane e reputeremo che a poco valesse una civiltà indigena, che pur tanto operò là dove non era che importata? Questo annichilamento del popolo italiano, questa trasfusione del sangue nordico, necessaria perchè il latin seme disbarbarisse[263], come crederle, se, a tacer Roma, vediamo Venezia, incontaminata da conquiste, rifarsi tanto magnifica coi soli corrotti elementi dell’Impero declinante, ma colla libertà?

Ricerche più sagaci, esami più complessi; più meditati giudizj, opinioni meno pregiudicate chi può negare alla nostra età? Arrivammo a questa traverso una rivoluzione, di lunga mano preparata nel campo delle idee, prima che fosse violentemente attuata nel campo dei fatti; e cui carattere principale fu demolire il passato per riformare radicalmente la società civile, scatenarsi sopratutto contro il medioevo, perchè è il meno intelligibile a chi rifiuti le evoluzioni storiche, e giudichi non dal complesso ma da frammenti. Settant’anni[264] passarono da quella prima scossa, eppure non è tempo ancora di giudicarla, perchè durano tuttavia, non che gli effetti, i movimenti; essa divertì le menti dalle placide ricerche, dissipò quelle società monastiche dove la fatica era alleggerita e completata dall’affratellamento; e quasi si volesse far guerra al passato non solo nelle sue conseguenze ma fin nelle sue memorie, parte si sperdeva, parte si spostava de’ documenti. Pure tra il frastuono susseguito non mancò fra noi chi continuasse le indagini erudite: Brunetti cominciava in qualche modo il Codice Diplomatico toscano[265]; Meo gli Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli; la principessa Elisa Baciocchi faceva compilare le Memorie e documenti per servire all’istoria del principato lucchese, opera che, con più elevata intelligenza proseguita sinora, è una delle più copiose fonti alla storia civile italiana.

Quando poi lo strepito della guerra si tacque, cessate le paure d’un passato irremeabile e la rabbia del distruggere, la scienza potè le accumulate ruine contemplare senza beffa e senz’odio. Il crollo delle istituzioni denigrate lasciò un tal vuoto, da convincere quanto bene poteano aver fatto in altri tempi: si conobbe che la civiltà e la verità non entrano nel mondo di sbalzo, non per decreti di re, non per insurrezioni di plebe, ma progressive, e pigliando le mosse dalle istituzioni anteriori, sicchè rannodata la catena de’ fatti e dei concetti, e considerata l’umanità come un uomo solo che progredisce sempre e non muore mai, nulla dovea considerarsi con disprezzo, perchè tutto era acconcio coi tempi, e perchè scala al ben presente, il quale pure non è che un avviamento a progressi futuri. Sarebbe ragionevole chi uscisse colle maschere ne’ giorni di Passione? o chi l’albero maledicesse di primavera perchè mostra soltanto i fiori e non ancora le poma?

Allora anche fra noi si tornò a studiare il passato senza iracondia nè vilipendio, con intendimenti più acuti e meno declamazioni; e a tacere per ora gli storici, abbondarono i raccoglitori, preziosi anche quando manchino d’intelligenza, come il Daverio, il Ronchetti, il Marsand e qualche vivente[266]. Cognizioni non ordinarie cumulò il Cicogna nella Raccolta delle iscrizioni venete: altre sono sparpagliate ne’ giornali e in opuscoli di circostanza. Ma a due pubblicazioni vuolsi retribuire lode speciale. L’Archivio Storico del Vieusseux, con una erudizione scevra di pedanteria e conscia dei più recenti problemi storici, che sono anche problemi sociali, se più abbonda in memorie moderne, non poche ne apprestò intorno al medio evo. Di queste poi fu generosissima la Deputazione di storia patria, istituita a Torino, e che coi nove volumi finora pubblicati[267], di materie in gran parte inedite o almeno rimigliorate, ajuta i cercatori delle patrie storie, tanto più che de’ collaboratori alcuni sono insigni essi medesimi in questi studj.

Di potente sussidio ci vennero anche pubblicazioni forestiere, fra cui principalmente i monumenti storici della Germania dal 476 al 1500, dal Pertz ideati sul modello del Muratori; i Regesta degl’imperatori di Böhmer, di Döniges, d’altri; quelli dei pontefici di Jaffe[268]; le vite di Gregorio VII, d’Innocenzo III, d’altri papi, concepite in senso diverso dal vulgare.

Ed ora che la storia è divenuta l’arsenale donde assumono armi la teologia, la politica, la statistica, la morale, quella d’Italia fu un tema di moda, e non solo tra i confini delle Alpi: ma se degli illustri contemporanei io devo farmi scolaro anzichè erigermi giudice, da chi è competente odo asserire che i nostri non parvero avanzarsi a paro coi passi del secolo; che ci mostriamo piuttosto dilettanti che studiosi; che l’opera più estesa in tal fatto, la Storia d’Italia del Bossi, è compilazione indigesta, scompleta, avventata e cosparsa delle stizze d’un levita apostato; nel che le somigliano quella del Levati in continuazione alla Storia Universale del Ségur, e d’alcuni altri che si permisero di esser frivoli in materia sì grave, di pensare come Voltaire quando Voltaire più non avrebbe pensato così, di avere pel proprio soggetto un dispregio ancor più di pigrizia che di riflessione, o d’isterilirsi nel pedantesco sussiego, nelle frasi generiche, ne’ sentimenti convenzionali e preconcetti.

Nuovo guasto le recò l’epidemia politica, travisandola perchè rappresentasse, o almeno alludesse al presente, e ad umbratili dispute sovraponendo l’incubo dell’onor nazionale; e gli strapazzi e le denunzie contro chi dipingeva al vero Teodorico, Carlo Magno, Federico II, Innocenzo III, non erano ispirati da zelo del vero o da intolleranza coscienziosa, bensì da avversioni e da amori per fatti e persone odierne.

L’antipatia al dominio temporale dei papi, antica quanto esso, ed incalorita oggidì dall’opposizione a chiunque governa, quand’anche non governasse male, alterò sempre i giudizj su tempi ove i pontefici supremavano; e come alcuni tessevano impavide apologie degli atti meno scusabili, così altri divisarono un’ambizione tradizionale, una cospirazione a danno del pensiero e della libertà, continuata per quindici secoli fra ingegni e volontà così disparate; e mentre un imperatore cancellava dai calendarj il nome di Gregorio VII, i sofisti divinizzavano Crescenzio e Arnaldo da Brescia. Che dirò dei sentimentali, che dappertutto mettono qualche frase di carità, di fratellanza e, quel che più fu abusato a’ nostri giorni, di nazionalità e d’odio agli stranieri? idee sconosciute al tempo che descrivono, quanto quelle di barche a vapore o di telegrafi elettrici.

Di questi luoghi comuni si stomacarono alcuni; ma proponendosi d’evitarli, fransero nel paradosso, inneggiando sol perchè vilipeso, conculcando sol perchè venerato; solite eccedenze delle riazioni. Non mancarono però scrutatori pazienti ed assennati estimatori, che esercitando la critica su fatti d’erudizione e sentendo l’importanza di opporre la realità al vago e all’incompleto, trovarono da cambiare intere serie di fatti, convenzionalmente ricevuti per istorici, e più spesso il modo di valutare qualche avvenimento che, messo in relazione coi precessi e coi successivi, acquistava un color nuovo, dava un nuovo significato ad un uomo o ad un’età.

Sebbene qui, all’opposto dei troppo imitati Francesi, si deprima, non foss’altro col silenzio, ogni opera compaesana, adorando l’Italia e conculcando ciascun Italiano, e, come Sansone, si adoperi la mascella del giumento morto per uccidere i vivi, pure corrono al labbro di ciascuno i nomi di que’ nostri che operarono a raddrizzare i concetti scolastici sia intorno al medioevo in complesso, sia specialmente intorno alla storia italiana, e massime all’età longobarda, alla condizione delle plebi, all’origine dei Comuni: e forse non manca se non una robusta sintesi che tutti quegli sforzi particolari assuma in una potente unità, che ne sia insieme il frutto e la riprova, seguendo quella catena di cognizioni, di sentimenti, di atti, di libertà che, non mai interrotta, collega noi moderni con tutti gli antepassati nella grand’opera del propagare la dottrina, e così elevare le classi inferiori, estendere la libertà, proteggere la dignità, consacrare l’eguaglianza sotto la disciplina della coscienza, anzichè sotto la violenza ufficiale.