CAPITOLO CXI. Carlo IV. Il cardinale Albornoz. I condottieri italiani. Le arme da fuoco.
I reali di Napoli stavano occupati nella guerra intestina, della quale vedremo appresso la causa e le vicende; il papa trescava in Avignone; l’alito repubblicano s’andava spegnendo, sicchè i tirannelli prevalevano in ogni parte. Fra essi maggioreggiava Giovanni Visconti. Oltre Milano di cui era arcivescovo, quindici grosse città possedeva: Lodi, Piacenza, Borgo San Donnino, Parma, Crema, Brescia, Bergamo, Novara, Como, Vercelli, Alba, Alessandria, Tortona, Pontremoli, Asti; e lasciando alla cheta svampar l’amore della comunale indipendenza e l’ira delle fazioni, a cose maggiori aspirava.
Taddeo de’ Pepoli, bell’uomo, dottore e cavaliere aurato, umano di costumi, sereno d’aspetto, studioso e degli studiosi amico, liberale e caritatevole, sollecito per gli amici, erasi fatto gridare signor di Bologna (1337); le schede di tutte le corporazioni lo confermarono; il letterato Ferino Gallucci predicò sulla felicità di una repubblica governata da un capo. Colla libertà terminava la grandezza di Bologna, che languì sotto dominj l’uno più stupefacente dell’altro.
I figli di Taddeo secondavano Ettore Duraforte, il quale, col titolo di conte, era stato deputato dal papa a sottomettere i signorotti di Romagna, e v’adoprava le bande mercenarie e tradimenti. Ma avendo arrestato Giovanni Pepoli, Giacomo, costui fratello, prese le armi (1350), e vedendo non potere altrimenti salvar la città, la vendette a Giovanni Visconti. Il popolo gridava: — Noi non volemo esser venduti»; Clemente VI facea mostra di accingersi a ripigliarla: ma le sue bande passavano a servizio del Visconti, che le retribuiva più lautamente. Ricorso ad altre armi, Clemente processò d’eresia costui, intimando rilasciasse Bologna, e scegliesse fra il potere temporale e lo spirituale. Il Visconti fece assistere i legati alla messa, che celebrò colla magnificenza di quel capo di rito; e voltandosi a dare la finale benedizione col pastorale in una, la spada nell’altra mano, disse a quelli: — Riferite al papa che colla spada difenderò il pastorale». E poichè questo insisteva a citarlo in Avignone, vi mandò forieri che accaparrassero abitazioni, e magazzini di fieno e grano per dodicimila cavalieri e seimila fanti: di che sgomentato, il papa gli fece intendere bastargli la buona volontà mostrata; e per raccomandazione e denaro lo ricomunicò (1352 — 5 maggio), e lasciogli per dodici anni Bologna, purchè retribuisse dodicimila fiorini l’anno.
Vi fu posto governatore Giovan d’Oleggio, cherichetto del duomo di Milano, che i Visconti aveano allevato con tanta benevolenza da dargli il proprio nome; e accortissimo politico non men che provveduto capitano, di là menava guerra e intrighi. Lo sorreggevano i signorotti di Romagna, che avendo armi proprie e sapendo esercitarle, se ne valevano sì per proprio conto, sì per guadagnare al soldo altrui; e affine di sottrarsi all’autorità più vicina, attaccavansi al Visconti. Firenze perseverava a sostenere la libertà pericolante, sia prima coll’incorare Bologna, sia ora coll’opporsi al Biscione, che cercava avvolgerla nelle sue spire. Giovan d’Oleggio invase le valli dell’Ombrone e del Bisentino, e favorito dagli Ubaldini di Mugello, dai Pazzi del Valdarno, dagli Albertini di Valdambra, dai Tarlati d’Arezzo, rialzava dappertutto la bandiera ghibellina, tanto più da che i reali di Napoli avean altro a fare che contrastarlo. Però Siena, Perugia, Arezzo s’accomunarono con Firenze in una lega guelfa che resistette generosamente a Giovanni, finchè a Sarzana (1353) fu conchiusa pace[386].
Non meno che le repubbliche, i signori ingelosivano dell’incremento dei Visconti; e quei di Mantova, Ferrara, Verona, Padova, a sollecitazione della signoria di Venezia, fermarono alleanza per reprimerli, e chiesero appoggio all’imperatore Carlo IV. Fingendo prendere a cuore le sorti d’Italia, ma in fatto perchè ricordava che si potea smungerne danaro, diede egli ascolto ai nemici di casa Visconti e ai Fiorentini che lo invitavano; e col consenso di papa Innocenzo VI, al quale avea promesso cassare tutti gli atti di Lodovico il Bavaro, passò le Alpi con alquanti baroni (1354 — 8bre), de’ cui obblighi feudali il più ilare appunto era questa pomposa comparsa in Italia. Ma quali rimasero e amici speranti e nemici paurosi quando il videro giungere a Udine con nulla più che trecento cavalieri, e «traversar l’Italia sopra un ronzino fra gente disarmata, quasi un mercante cui preme d’arrivare alla fiera!» (M. Villani).
Strani imperatori codesti! venivano con forza? erano odiati; senza? disprezzati. Pure a questo porporato fantoccio i letterati prodigavano latine adulazioni, i giuristi rammemoravano i diritti imperatorj, Ghibellini e tiranni volontieri faceano capo a lui, invocandolo giudice ne’ litigi. Mentre ambasciadori di tutti i paesi sciorinavangli erudite dicerie, sua maestà baloccavasi a sbucciare col temperino virgulti di salice: mal dissimulò la paura quando i Visconti faceano due o tre volte il giorno sfilare seimila cavalli e diecimila pedoni in armi e ben in arnese davanti al palazzo ove l’aveano accolto ad onoranza. S’intromise di qualche pace: a Giovanni Paleologo marchese di Monferrato confermò la signoria di Torino, Susa, Alessandria, Ivrea, Trino, e d’oltre cento castelli, e il titolo di vicario imperiale: quanto ai diritti, egli non istava a guardare per minuto; chè questi, e il titolo regio e l’imperiale gli piacevano soltanto per avere alcuna cosa da poter farne denari onde abbellire la sua Praga.
A Lucca era stato governatore al tempo di suo padre, e v’avea fabbricato la bellissima fortezza di Monte Carlo, che chiude il territorio verso val di Nievole, fronteggiando i Fiorentini (1355). Ora i Lucchesi sperarono essere da lui rimessi in libertà; ma egli già s’era obbligato con Pisa, che gli avea esibito sessantamila fiorini per le spese di sua coronazione. Venuto a questa città, straziata fra Bergolini e Raspanti, e gridatone sovrano, per sospetto manda al supplizio la casa Gambacurti, che per lui s’era sagrificata: ma poco poi essendosene pentiti i Pisani, egli rinunzia alla sovranità. Altrettanto gli avviene di Siena, la cui oligarchia artigiana v’era stata indotta, come l’altra, dal timore di Firenze.
E Firenze, che dapprima l’avea chiamato, si sgomentò vedendolo farsi capo della nobiltà avversa alle istituzioni cittadine (1355), e lusingare il basso popolo col promettere giustizia. I partigiani dell’imperatore asserivano che i governi municipali s’intendessero costituiti soltanto in sua assenza, e al comparire di lui cessasse ogni autorità, ogni restrizione, come avveniva (diceano) degli antichi imperatori romani. I Guelfi di rimpatto frugavano nell’erudizione la libertà, mostrando che Augusto e Tiberio s’erano mantenuti subordinati al senato e al popolo; mentre tutte le genti erano ad essi tributarie, essi ai cittadini obbedivano, la cui autorità li creava. I Comuni toscani, ammessi fra i primi alla romana cittadinanza, traevano di là il diritto a godere della libertà del popolo romano, in nessun modo sottoposta alla libertà dell’impero; e questo popolo medesimo, non da sè, ma la Chiesa per lui, in sussidio de’ fedeli cristiani concedette l’elezione degl’imperatori a sette principi d’Alemagna[387]: e consideravano come peccato il sottomettersi agli imperatori. Pure Firenze credette che poco nocesse il riconoscere la supremazia d’un principe che presto se n’andrebbe, e col denaro risparmiarsi una guerra; laonde giurò vassallaggio a Carlo, purchè egli la assolvesse da tutte le condanne lanciatele da Enrico VII, confermasse le leggi e gli statuti fatti e da farsi; i membri della Signoria fossero vicarj dell’imperatore, e in nome di lui esercitassero la giurisdizione; egli non mettesse piede nè in Firenze nè in altra città murata, ma s’accontentasse di centomila fiorini per riscatto delle regalie, poi di quattromila annui, finchè vivesse. I Guelfi (Matteo Villani ce l’esprime) trovavano obbrobriosa questa soggezione, sebben nominale; il popolo la sentì fra gemiti e singhiozzi; non s’interveniva alle adunanze, non si sonavano campane, e ci volle tutta la erudizione de’ prudenti per mostrare che l’indipendenza della patria non era perduta.
Il Petrarca amava Carlo IV perchè in Avignone avea voluto vedere madonna Laura, e per ammirazione baciarla, mostrato molta riverenza al poeta stesso, e chiestogli la dedica del suo libro Degli uomini illustri; esso gli regalò alquante medaglie d’oro e d’argento d’imperatori, dicendogli: — Ecco a chi tu succedi; ecco i modelli che devi seguire. Io conosco i costumi, i titoli, le imprese di costoro; tu se’ obbligato non solo a conoscerle, ma a imitarle». Tutto classiche reminiscenze, il Petrarca desiderava restaurata la dignità d’Augusto e di Costantino, e avea scritto sollecitando Carlo: — Invano all’impazienza mia tu opponi il cangiamento de’ tempi, e lo esageri in lunghe frasi che mi fanno ammirare in te piuttosto l’ingegno di scrittore, che l’animo d’imperatore. Possono forse i mali nostri paragonarsi a quei degli antichi, quando Brenno e Pirro e Annibale sperperavano Italia? Le piaghe mortali che nel bel corpo io veggo dell’Italia, son colpa nostra e non natural cosa. Il mondo è ancora lo stesso, lo stesso il sole, gli stessi gli elementi; soltanto il coraggio diminuì. Ma tu sei eletto ad uffizio glorioso, a togliere le disformità della repubblica, e rendere al mondo l’antica sua forma: allora agli occhi miei sarai Cesare vero, vero imperatore».
Consigliandolo di porsi a capo degli uomini dabbene, gli dava per esempio Cola di Rienzo. — Egli non era re nè console nè patrizio, ma appena conosciuto per cittadino romano; e benchè non distinto da titoli di antenati nè da virtù proprie, osò chiarirsi risarcitore della pubblica libertà. Qual titolo più illustre? La Toscana subito a lui si sottomise; Italia tutta seguì l’esempio; l’Europa, il mondo intero si commosse: e già la giustizia, la buona fede, la sicurezza erano tornate, già ricompariva l’età dell’oro. Aveva egli assunto il titolo più infimo, quel di tribuno; col quale se tanto potè, che non potrebbe il nome di Cesare?» E quando l’udì arrivato, non capiva in sè dalla gioja, e — Che dirò? donde comincierò? Longanimità e pazienza io desiderava nell’aspettanza mia: or comincio a desiderare di ben comprendere tutta la mia felicità, di non essere inferiore a tanta gioja. Più non sei tu il re di Boemia; il re del mondo sei, l’imperator romano, il vero cesare. Tutto ritroverai disposto com’io t’assicurai, il diadema, l’impero, gloria immortale, e la strada del cielo aperta. Io mi glorifico, io trionfo d’averti colle parole mie animato. Noi ti reputiamo italiano; nè importa dove sii nato, ma a quali imprese. E non io solo verrò a riceverti nel calar dall’Alpi, ma meco infinita turba, tutta Italia madre nostra, e Roma capo dell’Italia, ti si fanno incontro cantando con Virgilio: Venisti tandem, tuaque expectata parenti Vicit iter durum pietas»[388].
Or bene, questo re glorioso avea dovuto lasciare in pegno a Firenze il proprio diadema, finchè i Senesi glielo riscattarono per mille secentoventi fiorini: avea promesso al papa di non badarsi in Roma più che una sola giornata; onde, essendovi giunto alquanto prima, entrò incognito da pellegrino, tanto per visitarne i monumenti. Splendidissima fu la solennità della coronazione, gareggiando di sfarzo l’arcivescovo di Salisburgo, i duchi di Sassonia, d’Austria, di Baviera, i marchesi di Moravia e Misnia, il conte di Gorizia ed altri, calati coll’imperatore. Il quale, per nulla geloso d’abbassare la dignità imperiale davanti alla pontifizia, addestrò il cavallo del papa insieme con Giovanni Paleologo imperatore d’Oriente, venuto ad abjurare lo scisma; servì da diacono alla messa, ebbe la corona, e il dì medesimo uscì per andarsene. — Fugge senza che alcuno l’insegua (esclamava il disingannato Petrarca); le delizie d’Italia gli fanno ribrezzo; per giustificarsi dice aver giurato di non rimanere che una giornata a Roma: oh giornata d’obbrobrio! oh giuramento deplorabile! il papa, che rinunziò a Roma, non vuole tampoco che altri vi s’indugi!»[389].
I signorotti e le truppe ch’erano venute con esso, si sbandarono da che lo spettacolo fu terminato. A Pisa, di cui nominò cavaliere e vicario Giovanni d’Agnello, volle fare una scelta, coronando il retore fiorentino Zanobio Strada coll’alloro, che non valse a mantenergli la gloria di poeta. Per via, a Siena, dove volea riformare il governo, è assediato in palazzo, poi datigli ventimila fiorini perchè se ne vada: dappertutto lo insultano, ed egli inghiotte; i Visconti gli chiudono le porte in faccia, ed egli inghiotte; a Cremona è tenuto due ore fuor delle mura mentre si esaminava la sua gente, di cui solo un terzo si lasciò entrare e senz’armi; a Soncino altrettanto, e a Bergamo[390]; ed egli inghiotte, consolandosi nel pensare ai tesori che riporta nella sua Boemia. Così giunse bramato dai deboli, temuto dai forti, e partì sprezzato da tutti, sempre più convincendo che queste calate imperiali riuscivano di reciproca ruina.
Allora dalla corona germanica si staccarono e il contado Venesino, venduto da Giovanna di Napoli ai papi, e il Delfinato, ceduto al re di Francia, e la Provenza, che pur essa divenne provincia francese; poi, per raccogliere i centomila fiorini che ciascun elettore pretendeva in pagamento del dare a suo figlio Venceslao il voto per l’impero, egli cedette dominj, città, diritti imperiali, sicchè ben si disse aver lui rovinato la sua casa per ottenere l’impero, poi per ringrandire sua casa rovinato l’impero, dove parve anche, colla sua predilezione per la Boemia, volere far prevalere la stirpe slava alla tedesca.
Eppure forse nessun imperatore potè vantarsi d’avere goduto estesa quanto lui la prerogativa imperiale. Condusse in Germania il celebre Bàrtolo da Sassoferrato, «stella della giurisprudenza, maestro della verità, lanterna del diritto, guida de’ ciechi», e gli conferì l’allora nuovo, poi prodigato titolo di conte palatino[391], e da lui fece compilare la Bolla d’oro (1356), costituzione dell’Impero, dove venivano determinati i diritti sempre perplessi degli elettori, rendendo stabili anche le grandi dignità secolari; e il modo d’eleggere i re e coronarli ad Aquisgrana; oltre molte norme per la pace pubblica e per le diete. Con ciò sodandosi le attribuzioni e il potere degli elettori, restavano impiccioliti gli altri principi di Germania, e stabilita la divisione di questo paese in varj Stati sovrani, nel tempo che gli altri regni d’Europa stringevansi all’unità e all’ereditaria successione; si escludevano i papi dal vicariato che negl’interregni pretendevano, destinandolo al palatino del Reno e all’elettore di Sassonia.
Più che non la discesa di Carlo giovò ai Fiorentini e ai Guelfi la morte dell’arcivescovo Visconti. I nipoti Bernabò e Galeazzo II succedutigli (1354) non cessarono d’ambire Firenze, ma ne furono impediti dalle guerre che ripullulavano coi signori di Monferrato, d’Este, della Scala, di Gonzaga, di Carrara. A Pavia tiranneggiavano i Beccaria, signori delle terre e dei tredici colli sulla destra del Ticino, ed ora si faceano vicarj de’ Visconti (1356), ora del marchese di Monferrato. Rottasi guerra fra questi, Pavia si chiarì pel marchese, onde fu dai Visconti assediata. E cadeva, se Jacopo Bussolari, frate eremitano che vi predicava quella quaresima, e d’uomini e donne erasi guadagnata la devozione, non avesse incorato a difendere l’indipendenza, accagionando di tutti i mali le disoneste portature femminili, la scostumatezza, l’egoismo de’ dominanti e dei dominati. Ne pianse il popolo e si emendò; i signori dapprima ne risero, poi s’ingrossirono, e dopo ch’egli ebbe guidato la gioventù a respingere gli assediatori, essi fecero opera di torgli la fama e la vita. Se ne rincalorì il valente frate, e persuadendo i Pavesi a qualunque sagrifizio per sostenere la libertà, fece cacciare i Beccaria, che allora unitisi ai Visconti, cavalcarono la città. A forze tanto superiori non potendo questa resistere, il Bussolari capitolò, stipulando il perdono ai cittadini e nulla per sè; onde, preso (1359 — 8bre), fu mandato a consumar nel vade in pace d’un monastero di Vercelli[392].
Ma altrove le fortune viscontee chinavano. Genova, che nelle traversie avea fatto getto di sua libertà, nelle vittorie ne ripigliò l’amore, e si sottrasse al Visconti, risarcendo il governo a comune e il doge Boccanegra, che continuando a sottigliare la nobiltà, stette in dominio fin agli ultimi suoi giorni (1356 — 15 9bre); e i Fieschi e loro amistà dovettero acconciarsi al nuovo ordine di cose.
Il cardinale Albornoz avea proseguito la guerra in Romagna, più agevolmente dopo ch’ebbe con lunga campagna sottomesso il prefetto Giovanni da Vico. Mal provveduto a denaro dalla Corte d’Avignone, vi suppliva coll’arte, coll’alternare rigore e clemenza, col guadagnarsi i signorotti per mezzo di concessioni che davano una specie di legittimità al loro dominio, e col sostenere i minori contro i grossi, e secondare le rivalità e le vendette. Eccellente cooperazione, massime contro i Malatesta, gli prestò Gentile da Mogliano signore di Fermo, che poi gli si rivoltò. Giovanni Manfredi signore di Faenza, Malatesta signore di Rimini, i Polenta di Ravenna, gli Ordelaffi di Forlì conobbero tardi il bisogno d’unirsi nel comune pericolo (1354), ma furono costretti a cedere un dopo l’uno, per lo più riservandosi di governare a vita i paesi che aveano tiranneggiati.
Solo resisteva Francesco degli Ordelaffi signore di Forlì, Forlimpopoli, Cesena, Castrocaro, Bertinoro ed Imola; quando udì la campana che annunziava la sua scomunica, fece sonare tutte le altre, scomunicando egli a vicenda papa e cardinali; agli amici diceva: — Non per questo ci sa men buono il pane e il vino»; e martorò molti preti che vollero osservare l’interdetto. Insieme sollecitava tutti i Ghibellini d’Italia, assoldò le bande del conte Guarnieri, e dichiarossi disposto a difendere sin all’estremo una città dopo l’altra. Affidò Cesena a sua moglie madonna Cia (1356), degli Ubaldini signori di Susinana, «che si chiuse nella rôcca con Sinibaldo suo giovane figliuolo, e con due piccoli nipoti, e con una fanciulla grande da marito, e con due figliuole di Gentile da Mogliano, e cinque damigelle. Ed essendo stretta d’assedio, e combattuta da otto edificj che continovo gittavano dentro maravigliose pietre, non avendo sentimento d’alcun soccorso, e sapendo che le mura della rôcca e delle torri di quella per li nemici si cavavano, maravigliosamente si teneva, atando e confortando i suoi alla difesa. E stando in questa durezza, Vanni suo padre andò al legato, e impetrò grazia di andar a parlare colla figliuola, per farla arrendere con salvezza di lei e della sua gente. E venuto a lei, essendo padre e uomo di grande autorità e maestro di guerra, le disse: Cara figliuola, tu dèi credere ch’io non sono venuto qui per ingannarti, nè per tradirti del tuo onore. Io conosco e veggo che tu e la tua compagnia siete agli estremi d’irremediabile pericolo, e non ci conosco alcuno rimedio, altro che di trarre vantaggio di te e della tua compagnia, e di rendere la rôcca al legato. E sopra ciò le assegnò molte ragioni perchè ella il dovea fare, mostrando ch’al più valente capitano del mondo non sarebbe vergogna, trovandosi in così fatto caso. La donna rispose: Padre mio, quando voi mi deste al mio signore, mi comandaste che sopra tutte le cose io gli fossi ubbidiente: e così ho fatto in fino a qui, e intendo di fare fino alla morte. Egli m’accomandò questa terra, e disse che per niuna cagione io l’abbandonassi, o ne facessi alcuna cosa senza la sua presenza, o d’alcun secreto segno che m’ha dato. La morte e ogni altra cosa curo poco, ov’io obbedisca a’ suoi comandamenti. L’autorità del padre, le minaccie degli imminenti pericoli, nè altri manifesti esempj di cotanto uomo poterono smovere la fermezza della donna; e preso commiato dal padre, intese con sollecitudine a provvedere la difesa e la guardia di quella rôcca che rimasa l’era a guardare, non senza ammirazione del padre e di chi udì la fortezza virile dell’animo di quella donna»[393].
Alfine essa fu costretta a capitolare (21 giugno); l’Ordelaffi stesso, perduta ogni speranza nelle bande mercenarie, si rese a discrezione, e fu assolto; e la Romagna, ove l’Albornoz non avea trovati soggetti che Montefalco e Montefiascone, tutta rientrò nell’obbedienza del pontefice. A ragione dunque il cardinale era ricevuto con sommi onori dappertutto, massime ad Avignone, ove fu acclamato padre della Chiesa in senso così diverso dall’antico.
Restava ancora Bologna sotto la verga di ferro di Giovanni d’Oleggio, il quale, dopo che, a un suo ordine, vide affluire l’onda di cittadini a consegnare le armi, prese tanta baldanza che li menò in campo con soli bastoni, e colà distribuì loro le armi, che poi ritogliea dopo la battaglia. In tempo di tante ambizioni riuscite, perchè egli pure non avrebbe tentato sua ventura? Ribellatosi a’ Visconti, si fece gridare signore di Bologna; reprimeva con estremo rigore le trame interne, mentre guardavasi dagli stili e dalle lusinghe di Bernabò, cui nel tempo stesso mandava blandizie e soccorsi contro il marchese di Monferrato. Bernabò, che mai non conobbe gratitudine, non gli sapeva perdonare la rivolta; e sbarazzatosi del marchese di Monferrato col sottrargli a denaro i mercenarj del conte Lando e di Anichino, li lanciò addosso all’Oleggio (1360). Questi, assalito da tremila cavalieri, millecinquecento Ungari, quattromila fanti, mille alabardieri, non amato dai popoli, non soccorso da vicini, esibì vendere Bologna a chi la volesse; e l’Albornoz strinse il contratto, assegnando a vita all’Oleggio Fermo e il suo territorio.
In Bologna fra i soliti schiamazzi di Viva la Chiesa fu rimesso il governo municipale e richiamati gli esuli: ma Bernabò adontato proseguì guerra di devastazione; e l’Albornoz, non potendo trar soccorsi nè da Avignone nè dai vicini potentati, dopo consunti trentamila ducati e gli argenti suoi proprj, chiamò settemila Ungheri, feccia di gente, che sperando le indulgenze assassinarono il bel paese. Bernabò seppe comprarle per sè, e mentre ad Avignone movea lamenti che gli si negasse una città per dodici anni concessa a suo zio, si sfogava perseguitando gli ecclesiastici; nè quelle codarde guerre furono cessate tampoco dalla peste, che recata dalle bande inglesi, qui si rinnovò nel 1361, e vuolsi che nella sola Milano troncasse settantasettemila vite.
Bernabò, che se n’era schermito col sequestrarsi rigorosamente nel castello di Melegnano, appena essa cessò ricomparve, e gridò — Voglio Bologna», e cercò sorprenderla, comprando bande e rialzando i vinti signorotti: sicchè l’Albornoz (1362) rannodò i signori della Scala, d’Este, di Carrara a difendere la Chiesa, di cui non erano ombrosi, contro il Visconti temuto, e allora scomunicato da Urbano V: la lega contro di lui fu sostenuta da una bandiera imperiale, e prese a stipendio la Grande Compagnia; e la battaglia di San Rafaello (1363 — 16 aprile) tolse a Bernabò la speranza di sovrastare ai pontifizj.
Egli non cessava di negoziare ad Avignone, mentre combatteva con variati successi. Godeva allora gran reputazione di santità Pier Tommaso di Sarlat, dalla povertà salito colla virtù e colla predicazione al favore del papa, che lo deputò nunzio apostolico nel regno di Napoli, poi in Germania, in Bulgaria, e che infervoratosi a crociar l’Europa contro i Turchi allora minaccianti, riconciliò i Veneziani col re d’Ungheria, cercò riunire la Chiesa greca colla latina, guidò spedizioni contro que’ barbari, e trasse il re di Cipro in Europa per sollecitare la crociata. A questa recava impedimento la guerra contro Bernabò, logorando le entrate della Chiesa, onde si cercò pacificarlo inviando a Milano Pier Tommaso[394]; e fu segnato un accordo (1364 — 8 marzo) ove Bernabò rinunziava a Bologna, ma contro l’enorme prezzo di cinquecentomila fiorini, la restituzione dei prigionieri, e che l’Albornoz fosse rimosso da quella legazione.
Costui, destro anche nella politica, avea raccolto in Roma i deputati di tutte le città sottoposte, e pubblicate per loro le Costituzioni egidiane (1357), che rimasero il vero diritto pubblico della Romagna: accolte con applauso unanime, ebbero credito pari al gius canonico, e i papi ne raccomandarono poi sempre l’osservanza, come opportunissima agli Stati pontifizj. Non impiantava di nuovo, come si pretende oggi, ma riformava il vecchio col senso pratico e colla conoscenza degli uomini e delle cose.
Avendo il papa domandato conto all’Albornoz delle somme spese in quei quattordici anni, esso gli mandò un carro di chiavi delle città soggettate. Alla morte di Innocenzo VI avrebbe potuto facilmente succedergli; ma non se ne diè briga, e continuò a regolare le Marche e il Patrimonio di san Pietro finchè morì a Viterbo (1367 — 24 agosto), legando moltissime limosine e di che fondare in Bologna un collegio con giardino e sale e ogni occorrente per ventiquattro giovani spagnuoli.
L’Italia restava ancora alla mercede de’ venturieri. Corrado Wirtinger di Landau militava nelle bande di frà Moriale; e allorchè questi perì sotto la mannaja di Cola Rienzi, le conservò attorno a sè coll’ordine a cui quegli le aveva abituate, e rese terribile all’Italia i nomi di conte Lando e di Grande Compagnia, che fu dato a lui ed a’ suoi.
Una bella Tedesca pellegrinando a Roma pel giubileo, era stata a Ravenna violentata da Bernardino da Polenta, e non volle sopravvivere all’oltraggio. Due suoi fratelli scesero in Italia, senz’altra provvigione che il proprio sdegno; lo comunicarono al conte Lando, il quale, a vendetta de’ suoi compatrioti, menò la Compagnia a desolare il Ravennate. Ma avendo il tiranno raccolte le persone e i viveri nelle terre murate, la Compagnia penuriando dovette passare altrove, e mandò a sperpero gli Abruzzi, la Puglia, Terra di Lavoro, ingrossata dai molti a cui giovava quel facile e impunito rubare. Re Luigi di Napoli patteggiò vilmente darle settantamila fiorini in due termini, fin allo scadere de’ quali rimanesse pure a carico del Reame. Uscitone, minacciò or questo or quello, finchè si allogò colla lega contro Bernabò Visconti; ma invece di uniformarsi ai divisamenti de’ suoi compratori, fermavasi dove più roba e miglior vino e più belle donne, e raccoglieva gente rea e famosa di malfare. Bernabò trasse fuori dalla lunga cattività Lodrisio Visconti, il gran vinto di Parabiago; e costui coll’autorità del nome suo raccolse molte barbute, e al passaggio del Ticino vinse i nemici (1365), sino ad avere prigioniero il conte Lando. I venturieri lo riposero subito in libertà; ma Bernabò ebbe l’arte di trarlo dalla sua.
Fatta la pace, la Compagnia rimasta sciopera battè la marciata verso Toscana. Quivi era morto Saccone de’ Tarlati, che fino ai novantasei anni dal castello di Pietramala dava il motto ai Ghibellini di tutta Toscana; i quali dominavano ancora in Pisa, sempre astiosa a Firenze. Come questa sopra Pistoja, Prato, Volterra, Colle, San Miniato, così Perugia voleva principare sopra Todi, Cortona, Città di Pieve, Chiusi, Assisi, Foligno, Borgo San Sepolcro. Ma Cortona, allora padroneggiata da Bartolomeo di Casale, si difese valorosamente; e Siena (1358), presa parte con essa, chiamò Anichino Bongardo, altro famoso avventuriero, ed essendo questo battuto, invitò la Grande Compagnia. Il conte Lando, che già dai Fiorentini aveva riscosso cinquantamila zecchini per lasciarli quieti tre anni, allora li richiese del passo sul loro territorio; ma essi, presone giusto sgomento, s’accordarono coi conti Ubaldini e Guidi per afforzare i varchi degli Appennini. La banda si difilò dunque per val di Lamone; ma giunta che fu al sentiero affatto scosceso della Scalella (24 luglio), i contadini cominciarono a rotolare dalla montagna sassi, munizione plebea, sicchè sgominarono quel corpo, trecento cavalieri uccisero, fecero moltissimi prigionieri e lauto bottino, e il Lando stesso ferirono. I Fiorentini non vollero mentire la fede impegnata di non molestarla, sicchè la Compagnia, dopo gravissime perdite, si raggomitolò, e Lando, troppo presto guarito, ebbe raunati cinquemila cavalieri, mille Ungheri, duemila uomini di masnada, oltre dodici migliaja di servi e bagaglioni, coi quali diede addosso ai Fiorentini (1379), disopportunamente umani. Risoluti di por termine a quel nuovo e schifoso genere di tirannide, essi fecero appello agli Italiani, che, come per imitazione aveano tremato, allora per imitazione ripigliarono coraggio. S’avvide del pericolo il Lando, ed esibì fin compensare a denaro se alcun guasto i suoi facessero nell’attraversare le terre de’ Fiorentini; ma essi ricusarono, e mandato a dare alle armi per tutto, gli uscirono incontro guidati da Pandolfo Malatesta di Rimini. Quando vennero trombetti da parte del Tedesco, recando un guanto sanguinoso su bronconi spinosi, e provocando levarlo chi si sentisse cuore di combattere col conte, Pandolfo lo prese, e schierò l’esercito in modo, che Lando diede addietro quanto il più tosto potè, bruciando il campo, e a forza di tattica riuscì a sfilare verso il Monferrato.
Da quel punto la Grande Compagnia andò sfrantumata; ma «pare che la penna non si possa passare senza far memoria delle compagnie; chè maravigliosa cosa è il vederne e udirne tante creare l’una appresso dell’altra in flagello de’ Cristiani, poco osservatori di loro legge e fede» (M. Villani). Perocchè allora salse in grido quella di Anichino Bongardo. Traditore di amici e di nemici secondo gli conveniva, primamente avea servito al marchese di Monferrato contro Galeazzo Visconti, poi gli ruppe amistà e fede; sicchè quello chiamò nuovi pedoni, e furono Inglesi, che la pace di Bretigny tra la Francia e l’Inghilterra avea lasciati senza condotta. Costoro ebbero nome di Compagnia Bianca, e per capitano Alberto Sterz. «Caldi e vogliosi, usi agli omicidj ed alle rapine, erano correnti al ferro, poco avendo loro persone in calere. Ma nell’ordine delle guerre erano presti ed obbedienti ai loro maestri, tuttochè nell’alloggiarsi a campo, per la disordinata baldanza e ardire poco cauti, si ponessero sparti e male ordinati, e in forma da lievemente ricevere da gente coraggiosa dannaggio e vergogna. Loro armadura quasi di tutti erano panzeroni, e davanti al petto un’anima d’acciajo, bracciali di ferro, cosciali e gamberuoli, daghe e spade sode, tutti con lancia da posta, le quali, scesi a piè, volentieri usavano, e ciascuno di loro aveva uno o due paggetti e tale più, secondo che era possente. Come s’avieno cavato l’arme di dosso, i detti paggetti di presente intendevano a tenerle pulite, sì che, quando comparivano a zuffa, loro arme pareano specchi, e per tanto erano più spaventevoli. Altri di loro erano arcieri, e i loro archi erano di nasso e lunghi, e con essi erano presti ed obbedienti, e facevano buona prova. Il modo del loro combattere in campo era quasi sempre a piede, assegnando i cavalli ai paggi loro, legandosi in schiera quasi tonda, e tra due prendieno una lancia, a quello modo che con gli spiedi s’aspetta il cinghiale; e così legati e stretti colle lancie basse a lenti passi si facieno contro i nemici con terribili strida, e duro era il poterli snodare. E per quello se ne vide per la sperienza, erano più atti a cavalcare di notte e furare terre, che a tenere campo; felici più per la codardia di nostra gente, che per loro virtù. Scale avieno artificiose, che il maggior pezzo era di tre scaglioni, e l’un pezzo prendeva l’altro a modo della tromba, e con essi sarebbero montati in su ogni alta torre»[395].
Questa banda, che trent’anni continuò a campeggiare per chi la pagasse, cominciò dal fare tal guasto nel Novarese, che Galeazzo II Visconti, non avendo potuto opporle altrettante masnade, stimò meglio ardere dodici castelli, incapaci a difendersi. Ben cinquantatre ne distrussero gl’implacabili Inglesi, e per due anni seguitarono le devastazioni, piacendosi di troncare i corpi, finchè gli abbandonavano ai cani o al fuoco. Nel combatterli a Briona periva il conte Lando (1363), e i suoi seguitarono Lucio Lando fratello di lui, il quale occupò Reggio, e invece di darlo agli Estensi, a cui soldo stava, lo vendette per venticinquemila fiorini a Bernabò.
La Compagnia Bianca passò poi a servire i Pisani, cioè a menare ad eguale sperpero la media Italia. A loro si congiunse il Bongardo, e una notte Firenze atterrita dall’alto delle mura li vide consumare un infernale bagordo al chiaror di fiaccole e degl’incendj, e quivi Bongardo farsi cingere gli sproni di cavaliero, poi egli stesso cingerli ai più prodi del campo.
Esso Bongardo e lo Sterz formarono la Compagnia della Stella, della Bianca restando a capo quel Giovanni Acuto di cui già parlammo (Cap. CVIII); e fu una gara di far peggio: Provenzali, Guaschi, Bretoni furono condotti giù da altri, e per lunghi anni la penisola restò in costoro balia, qualunque parte guerreggiante avendo al soldo truppe di diversissima nazione. Aggiungi di diversissima disciplina, conservando ognuna le native usanze. Ma per l’ordinario gli eserciti si componevano di militi e di barbute: queste, così dette dall’elmo che portavano senza cimiero, ma con ventaglia davanti e criniera in alto, si servivano d’armi semplici, piccoli cavalli e un solo sergente col palafreno; a differenza del milite, armato pesante e seguito da due o tre cavalli. Vi si unirono poi gli Ungheri, aventi ognuno due piccoli cavalli, lungo arco, lunga spada, pettiera di cuojo, agili al corso e trascuranti d’ogni agio. L’Acuto, superiore d’accorgimento e di militare maestria ai capi antecedenti, primo introdusse qui di contare i cavalieri per lancie, ognuna delle quali componevasi di tre uomini, con cotte di maglia, petti di acciajo, di ferro gli schinieri, l’elmo, i bracciali, grande spada e daga, e una lunga lancia che sostenevano tra due[396]. Le marcie facevano a cavallo per cagione delle gravi armature; ma sul campo per lo più combatteano pedestri, unendo così alla prontezza della cavalleria la solidità della fanteria.
Neppur la pace sospendeva i mali de’ popoli, anzi i disordini di quella erano meno sopportabili che non i sofferti nella guerra; e quel brutale valore, non accessibile a verun sentimento nobile di patria o di libertà, aveva indebolito la stima dovuta al vero coraggio, che nasce dalla coscienza di una causa giusta. Urbano V papa esortava i Fiorentini e gli altri a una lega contro le bande; e con ordini e brevi insistette, finchè fu conchiusa coll’accordo di formare una milizia nazionale (1366 — 7bre), e ridurre tutti i viveri in luoghi castellati[397]. Ma nè scomuniche nè indulgenze tolsero che presto la lega si scomponesse; e nerbo e obbrobrio delle guerre restarono ancora i mercenarj.
I costoro guasti non meno che i guadagni aveano presto eccitato i nostri a formare bande, e mettersi anch’essi a servizio di ventura, per utilizzare l’attività e il coraggio, cui erano mancate più nobili occasioni, e per acquistare preda o anche dominj. Abbiamo già veduto Lodrisio Visconti ergersi capo d’una compagnia di Tedeschi: Ambrogio, bastardo di Bernabò Visconti, rinnovò la compagnia di San Giorgio, ma ben presto fu vinto e carcerato a Napoli; e de’ suoi, seicento rimasero prigioni a Roma, ove il papa ne fece strozzare trecento, e poi anche gli altri perchè tentarono fuggire[398].
Ma que’ signori romagnuoli che dicemmo dediti alle armi, furono i primi che unissero bande nostrali. Astore Manfredi signore di Faenza radunava sul Parmigiano la Compagnia della Stella di venturieri romagnuoli; ed essendosi avventato sopra Genova, nella valle del Bisagno fu sterminato. Giovanni d’Azzo degli Ubaldini, uno dei meglio esercitati guerrieri, ne accozzò un’altra sugli Appennini, ma precoce morte il rapì: altre Pandolfo Malatesta, altre Boldrino da Panicale, accorrendo ove fosse da combattere o da rapinare. Qualche gentiluomo coi soli suoi uomini allestiva una lancia spezzata, e quando l’avesse compita, cioè di trenta lancie che formavano sessanta uomini a cavallo, andava a servire da volontario a questo o a quello. Talvolta una famiglia intera metteasi a tal guadagno; come nel 1395 il Comune di Firenze soldava la squadra de’ Tolomei di trenta lancie da tre cavalli ciascuna[399].
Allora i nostri si videro aperta un’altra via di guadagno, si generalizzò una razza di bravacci, aventi per mestiero la guerra e per sistema la prepotenza, tutti arme e far soldatesco e discorsi di valenteria, gran barba, cimieri immaginosi, nomi altisonanti, come Fracassa, Fieramosca, Lanciampugno, Animanegra, Spaccamontagna, Maccaferro, Rodimonte, Abbattinemici.
Alberico di Barbiano, signore delle vicinanze di Bologna, ne’ fatti di guerra senza pari valoroso, raccolta una banda tutta di suoi vassalli ed amici, potè affrontare le oltramontane; vintele a Marino, entrò in Roma, che dopo secoli vedeva un primo trionfo d’Italiani; meritò dal papa un’insegna con iscritto Italia liberata dai Barbari; anzi fu detto non arrolasse se non chi giurava odio agli stranieri. Quella banda divenne semenzajo d’insigni capitani, quale Jacopo Del Verme milanese, Facino Cane di Casal Monferrato, Ottobon Terzo, e più famosi Braccio di Montone e Attendolo Sforza, che furono istitutori di due scuole di guerra.
L’introduzione di capitani nostrali portò un miglioramento, giacchè essi, cernendo non i primi venuti e feccia d’uomini malfattori, ma persone conosciute, o parenti e vassalli e fazionieri, poterono meglio mantenere la disciplina; si apprese ad osservar fedeltà a una bandiera, e non volerla disonorata; e l’emulazione degli avanzamenti, le cure del buon nome, la riverenza ai capi, imposero qualche regola a quel valore brutale. D’altro lato però i nostri non istettero paghi a spogliare amici e nemici come faceano gli oltramontani, ma vi mescolarono passioni proprie, ire di parte, vendette ereditarie, studio di novità, ambizione di qualche brano d’un paese che ormai si spartiva a sciabolate. E di fatto tra poco furono veduti acquistar signorie, e il più fortunato di loro ereditare il trono visconteo.
Ma all’arte antica dell’uccidere e farsi uccidere veniva a dare il crollo l’invenzione della polvere.
Del vero nitro e degli effetti suoi non mostransi conoscenti gli antichi, nè del fabbricare il salnitro, cioè tramutare il nitrato di calce in nitrato di potassa. Forse all’Europa ne pervenne notizia dall’India e dalla Cina, ove il salnitro incontrasi naturale; ma chi insegnasse a mescolarne settantacinque parti con quindici e mezzo di carbone, e nove e mezzo di solfo, e formarne la polvere tonante, non consta; il frate Schwarz tedesco, che dicono lo trovasse a caso, pare da collocarsi tra gli enti ideali. Più probabile è siasi appresa dagli Arabi, i quali la tenessero dalla Cina; e poichè quel popolo toccava in diversi punti la cristianità, in più d’un luogo introdusse le pratiche sue; onde la vediamo comparire in distanti contrade a un tratto, e senza che veruna pretenda al vanto dell’invenzione.
Il primo ingegno di applicar la polvere alla guerra furono i cannoni; avanti il 1316 li menziona Giorgio Stella, autore ufficiale di storie genovesi; e un documento fiorentino del 1326 parla di palle di ferro e cannones de metallo[400]. Nel 58 alla guerra di Forlì i papali lanciavano bombe, e una fonderia di cannoni aveasi a Sant’Arcangelo in Romagna: nel 76 Andrea Redusio porge esatta descrizione della bombarda[401]. Nell’84, in cui primamente gli Ottomani adoprarono artiglierie, i Veneziani se ne valsero contro Leopoldo d’Austria, poi nella guerra di Chioggia, che mal si crede la prima ove servissero: secondo il Corio, Gian Galeazzo nel 1397 possedea già da trentaquattro pezzi fra grossi e sottili.
I cannoni, che non abolirono affatto i tormenti bellici antichi, si faceano di lastre, incassate entro doghe di legno e cerchiate di ferro; dappoi si fusero di ferro; indi si arrivò a farli d’una lega di rame e stagno. Al principio del 1400, il più grosso non eccedeva le cenquindici libbre; ma verso il 1470 ne apparvero di giganteschi[402]. Allegretto Allegretti, al 1478, narra come a Siena «si provò la nostra bombarda grossa di due pezzi, la quale fece Pietro detto il Campana, ed è lunga tutta braccia sette e mezzo, cioè la tromba braccia cinque, e la coda braccia due e mezzo; pesa il cannone libbre quattordicimila, e la coda undicimila, somma in tutto libbre venticinquemila; gitta dalle trecensettanta alle trecentottanta libbre di pietra, secondo pietra»[403]; e segue a dire della bombarda del papa, lunga braccia sei e un terzo, di palla libbre trecenquaranta.
Coi cannoni non si pensava in origine che a pareggiare le bricolle, i mangani e le altre macchine della balistica antica, della quale si raccontano prodigi[404]; laonde credeasi meglio riuscire col darvi enorme grossezza; ed anche eliminando le asserzioni vaghe, troviamo precisa menzione di smisurati projetti di pietre, o anche di ferro e di bronzo[405].
Talvolta, oltre il nome terribile di Vipera, Lionfante, Diluvio, Rovina, Terremoto, Grandiavolo, Non-più-parole, davansi loro figure stravaganti; una nel castello di Milano fu colata di ferro «in forma d’un lione, proprio a vedere pare che a giacere stia» (Filarete); e vi si scriveva o il proprio lor nome o qualche motto[406]. Anche sulle palle faceansi parola o figure, lo che rendeva sempre meno esatti i tiri. Si variavano pure di costruzione, e la serpentina, la colubrina, il falconetto, il basilisco, l’aquila, il girifalco, l’aspido, il saltamartino, il cacciacornacchia... indicavano differenti foggie di pezzi che non prima del secolo passato ebbesi l’accorgimento di tutti ridurre a un calibro solo o due.
Per caricarli svitavasi la coda dalla tromba, vi si versava la polvere, chiudendola con un cocchiume, indi si tornava ad avvitare, e si sovrapponea la palla; tutto ciò dopo aver rinfrescata la canna con acqua o coltri bagnate. Quanta fatica e perditempo! Piantati poi in un luogo, non si sapea mutarli giusta il bisogno; e si notò come un gran caso che Francesco Sforza, assediando Piacenza, traesse in una notte sessanta colpi di bombarda. Valeano dunque soltanto contro le mura, fabbricate per resistere alle catapulte, e che allora si dovettero ingrossare; ma per tutto il secolo XV non si provò bisogno di mutar le fortificazioni da semplici fossi e torri rotonde in bastioni ad angoli ed opere avanzate. Agli eserciti poi sarebbero stati piuttosto d’impaccio quando fin venti paja di bovi si voleano per tirare una colubrina da 60, la quale poi non facea meglio di quaranta colpi al giorno. Infine si trovò l’artiglieria volante, e il Davila ne fa merito a Carlo Brisa bombardiere normanno; ma fra noi la vediamo già alla battaglia della Molinella nel 1468. I Francesi, oltre quelli montati su carretti, fecero cannoni fin da portarsi da un soldato solo, e nella guerra d’Italia n’adoperarono d’agevolissimi, fatti d’una canna di rame spessa quanto uno scudo, e chiusa in un astuccio di legno che si vestiva di cuojo. Un par di bovi li traeva, un altro pajo menava il carro colle munizioni e colle palle di pietra, che nel 1500 si fecero poi abitualmente di ferro.
Sigismondo Malatesta nel 1460 formò le bombe di bronzo, in due emisferi connessi con zone di ferro, e coll’esca al bocchino, lanciandole da mortaj coll’anima incampanata. Nel 1524 Giambattista Dellavalle di Venafro insegnò a fondere queste granate[407]. Non si tardò a collocare bombarde sulle navi.
Strade sotterranee per cui traforarsi nelle piazze, cunicoli con cui scalzar le mura e le torri sicchè diroccassero, erano in uso fra gli antichi e nel medioevo, e presto si pensò applicarvi la polvere. Il primo concetto ne nacque il 1405 durante l’assedio di Pisa, ma senza effetto nè seguito; e solo i Genovesi ne vantaggiarono all’assedio di Sarzanello nel 1487, poi gli Spagnuoli per far volare Castel dell’Ovo nel 1502. L’illustre e sfortunato Pier Navarro perfezionò quest’arte delle mine.
Secondo la cronaca del canonico Giuliano, i fuorusciti di Forlì nel 1331 balistabant cum sclopo versus terram: la estense al 34 racconta che il marchese Rinaldo d’Este contro Bologna præparare fecit maximam quantitatem sclopetorum, spingardarum, etc.; nel 46 era munita di schioppi la torre al ponte di Po a Torino. Ed erano canne di bronzo, poi di ferro, con un forellino, al quale s’applicava una miccia. Evitavasi il rimbalzo mediante un risalto che appoggiavasi contro la forcina di ferro, entro la quale si fissava l’archibuso per iscaricarlo.
Avendo il fantaccino occupata una mano all’arma, l’altra alla forcina, si dovè provvedere alla miccia col porla in bocca ad un draghetto, che allo scattare d’una molla scoccava sopra la polvere dello scodellino. La macchina pesava da cinquanta libbre, onde difficilissima a far giocare. S’aggiunga che rozzamente fabbricavasi la polvere, rozzamente le canne; non sapevasi nè mantenere il fuoco, nè usare il fucile come arma difensiva; e il maggior vantaggio derivava dallo spaventare i cavalli. Perciò non si dismisero le armi antiche, nè lo Svizzero avrebbe deposto la sua picca, o il Genovese il suo arco. Il milanese Lampo Birago, in un trattato manoscritto sul far guerra ai Turchi, antepone la balestra allo schioppo, atteso che questo non vaglia se non usato da vicino e con comodità; in battaglia mal si riesce a caricarlo, e peggio a toglier la mira; l’umidità guasta la polvere e spegne la miccia, nè ha gittata maggiore della balestra, e lascia scoperto il soldato mentre carica.
A tali sconci riparavasi via via, per modo che i balestrieri andavano scemando e crescendo gli schioppi: nel 1422 Sigismondo imperatore menò in Italia cinquecento moschettieri, nel 49 la milizia de’ Milanesi n’avea ventimila, ma solo al 1680 si generalizzarono gli archibusi colla pietra focaja. La carabina sembra dovuta agli Arabi, e altri vogliono ai Calabresi, che ne armavano le barche dette carabe. Fin dal 1550 trovansi le pistole, forse denominate da Pistoja ove s’inventarono.
L’Italia non ignorava le cartuccie, e Gianfrancesco Morosini ambasciador veneto in Savoja, nel 1570 riferisce alla Signoria: — Oltre alli marinari che mette sua eccellenza (Emanuel Filiberto) per ogni galera, suole mettervi sino a ottanta ovvero cento soldati per combattere, e a questi fa portar due archibugi per uno, con preparazione di cinquanta cariche, acconciate in modo con la polvere e palla insieme ben legate in una carta, che, subito scaricato l’archibugio, non ci è altro che fare, per caricarlo di nuovo, che mettere in una sola volta quella carta dentro la canna con prestezza incredibile; e ciò in tempo di bisogno fa fare da uno delli forzati, avvezzato a questo per ogni banco; onde, mentre che il soldato attende a scaricar l’uno archibugio, il forzato gli ha già caricato e preparato l’altro, di maniera che senza alcuna intermissione di tempo vengono a piovere l’archibugiate con molto danno dell’inimico e utile suo»[408].
Ma l’arma da fuoco pareva ed inumanità per le micidiali ferite, e vigliaccheria perchè l’ultimo fantaccino poteva uccidere il meglio valoroso ed esercitato campione. Di fatto essa poneva in formidabile eguaglianza il villano col barone, il quale sin allora l’aveva calpestato impunemente dal catafratto destriero. Per tali cagioni lentamente si perfezionarono le armi da fuoco, e tardarono a portare radicale mutamento nell’arte della guerra. Come a proteggere dal cannone s’ingrossarono enormemente le muraglie, così i cavalieri rinforzarono le armadure da parere incudini: ma presto se ne vide lo sconcio, e principalmente per insinuazione del capitano Giorgio Basta vennero le corazze abbandonate ai supremi comandanti e ad un corpo distinto[409]; sicchè crebbe la difficoltà di sostenere un posto, e le battaglie divennero più speditive.
FINE DEL TOMO SETTIMO
[ INDICE]
| LIBRO NONO | ||
| Capitolo | ||
| XCIV. | L’Italia dopo caduti gli Hohenstaufen. I Feudatarj. Torriani e Visconti. | [Pag. 1] |
| XCV. | Toscana | [33] |
| XCVI. | Le repubbliche marittime. Costituzione di Venezia | [57] |
| XCVII. | Prosperamento delle repubbliche in popolazione, ricchezze, istituti | [91] |
| XCVIII. | Costumi. — Liete usanze. — Spettacoli | [114] |
| XCIX. | Belle arti | [160] |
| C. | Lingua italiana | [205] |
| CI. | Italiani letterati. Primordj della poesia nostra fino a Dante | [225] |
| CII. | Ingerenza francese. — I Vespri siciliani, e la guerra conseguente | [262] |
| CIII. | Bonifazio VIII. — Dante politico e storico | [280] |
| LIBRO DECIMO | ||
| Capitolo | ||
| CIV. | Gli storici del medioevo | [321] |
| CV. | Calata di Enrico VII | [365] |
| CVI. | Roberto di Napoli. — Uguccione. — Castruccio. — Lodovico il Bavaro. — Giovanni di Luxemburg | [382] |
| CVII. | I tiranni. I figli di Matteo Visconti. Gli Scaligeri. Casa di Savoja | [404] |
| CVIII. | Le compagnie di ventura | [448] |
| CIX. | Incrementi di Firenze. Il duca d’Atene. La Morte nera. Petrarca e Boccaccio | [467] |
| CX. | Roma senza papi. — Cola di Rienzo | [520] |
| CXI. | Carlo IV. Il cardinale Albornoz. I condottieri italiani. Le arme da fuoco | [552] |