CAPITOLO XCVII. Prosperamento delle repubbliche in popolazione, ricchezze, istituti.
Bastano già questi cenni a chiarire che gl’inconvenienti della libertà non impedivano l’inoltrarsi della civiltà; e a chi non sa che deplorare quell’età burrascosa, risponde la rapida floridezza delle repubbliche. Tutte s’allestirono d’edifizj, a comodo, a difesa, ad ornamento; rinnovaronsi di mura, estendendole ad abbracciare i borghi e le cattedrali; acciottolarono, lastricarono, fognarono le vie; provvidero ponti, cloache, acquedotti, strade; nei palazzi del Comune sfoggiarono a gara solidità e magnificenza; abbellironsi di chiese, monumenti insieme di pietà e d’amor cittadino, considerandole come la più nobile immagine della patria: l’uomo era richiamato alle severità della vita, metteansi in equilibrio il pensiero e l’azione, le combinazioni astratte dell’ideale e l’inflessibil misura del possibile.
Quale giacesse la campagna italica al cadere dell’impero romano, ci fu veduto, e la dominazione dei Barbari non potè che peggiorarla. Epifanio vescovo di Pavia, dirigendosi a Ravenna, ebbe a serenar molte notti sulle rive del Po, che sotto Brescello impaludava senza più letto. Crede il Muratori che nel 734 si fabbricasse la Cittanuova, quattro miglia da Modena, per guardare la via Emilia dagli assassini annidati nelle foreste di colà. Il panegirista di Pavia ci dice che vi abbondavano le stufe, per la molta legna provveduta da tante selve circostanti. Son nominati laghi nel Lodigiano presso Casal Lupano; se anche è favola l’altro che si stendeva a San Floriano, Santo Stefano, Fombio, Guardamiglio. Nel Padovano conservano tuttavia il nome di gazzo o guizza o fratta i terreni allora boscosi. Pistoja era tutta circuita da paludi, da cui la liberò un miracolo di san Zenone vescovo di Verona, onde Gregorio Magno vi mandò il primo vescovo nel 594; e frequenti vi s’incontrano ancora i nomi di pantano, piscina, padule, acqualunga. Modena nel X secolo fu spesso ingombra, talora sommersa dall’acqua spagliante: al vescovo di Bologna trovansi donate immense selve e valli peschereccie a occidente di quella città: quattro o cinque laghi son menzionati presso il Bondeno, laghi e stagni attorno a Parma: di foreste e pescagioni abbondavano i beni della contessa Matilde. La vita di san Giovanni Gualberto, scritta l’XI secolo, attesta scarsissimi in Toscana i ponti.
Anche più tardi, ogni tratto s’incontravano e scopeti e boschi e fitte e marazzi, massime dove i fiumi sfociano nel Po, e dove questo, l’Adige e l’Arno scendono alla marina; si ha memoria della selva Merlata nel Milanese, della Lugana nel Bresciano, della Fetontea presso Altino, della Polaresco nel Bergamasco, a tacere i vastissimi tratti torbosi che si riconoscono quasi a fior di terra; e nelle vendite d’allora si aggiungeva la formola ordinaria cum sylvis, paludibus, piscationibus. Infesta di lupi era la Lomellina, che re Berengario mandò ordine di uccidere[47]. Ottone il Grande al marchese Aleramo nel 967 donava tutti i possessi del regno che si trovano nel deserto tra il fiume Tànaro, l’Orba e il mare, detti Gobundiasco, Balangio, Scelescedo, Sassola, Miolia, Pulcione, Gruaglia, Pruneto, Montore, Noceto, Masionte, Arco...[48]. Dalle tante selve restava forse irrigidito il clima, sicchè non radi ricorrevano inverni da gelare il vino nelle botti, e il Po da Cremona a Venezia fin a sostenere i carri[49].
Il feudalismo, restituendo alla campagna la gente e l’immediata ispezione del signore, poteva recare qualche rimedio; ma nocevano le servitù de’ beni, e l’essere il padrone sottoposto egli stesso a una supremazia che dava il diritto di confisca o di decadenza, e toglieva di spezzare il possesso, trasmetterlo a femmine, alienarlo; e laudemj, riversibilità, diritti d’investitura dimezzavano le proprietà, disanimando dai miglioramenti. I braccianti poi od erano servi, o liberi condizionati, tenuti a comandite; lo perchè le opere riuscivano meno utili, quand’anche il bisogno o l’ingordigia non portasse il barone a gravar le taglie a segno, che il censuario abbandonava il possesso, il quale rimaneva sodo.
Tali difetti scemarono, non disparvero sotto i Comuni: e le ripetute guerre e il modo di condurle[50]; le rappresaglie, per cui un forestiere danneggiato in un paese poteva spingere su questo la vendetta de’ suoi patrioti, o almeno sui beni dell’offensore e de’ suoi consorti; il condannarsi alla sterilità i terreni degli sbanditi e dei delinquenti, non lasciavano prosperare i campi. I vantaggi del commercio facendo meritare il denaro fino al venti, al trenta per cento, lo sviavano dalla terra. Improvvide ordinanze or prefiggevano una data specie di coltura, ora il prezzo delle derrate, o di consegnarne una parte, o di non asportarle; e i vicini o per continua gelosia o per incidente rottura negavano di più riceverle[51]. Onde avere cavalli per le guerre, bisognava tenere sconfinate praterie, a scapito delle biade mangerecce[52].
I primi miglioramenti anche in ciò vennero dalla Chiesa. I monaci per istituto abbonivano i campi; e i Cistercensi, ammonastierati intorno a Milano, teneano sui lontani poderi una colonia di conversi per lavorarli, mentre sui vicini si esercitavano essi medesimi con sì evidente frutto, che spesso erano invitati a risarcire in bene i campi altrui; e non è fuori di buona congettura che ad essi vada attribuito quel sistema d’irrigazione, che la bassa Lombardia arricchì dei pascoli perenni, ove più tardi si cominciò a fare i caci, tanto rinomati col nome di Parmigiani[53]. Chi avrebbe poi avuto a vile un’arte che vedeasi esercitata dai monaci? Frà Corneto domenicano nel 1231 indusse per devozione un popolo di gente a portar materiali, con cui interrò uno stagno attorno al suo convento, e subito lo sementò. Per queste e simili guise, al luogo del giunco e della ninfea comparivano man mano il ranuncolo, il trifoglio e i graminacei, salutifero pasto di mandre lattose. Ai beni delle chiese e de’ monasteri si avea rispetto nelle devastazioni e nelle taglie; laonde molti donavano ad essi le loro proprietà, ricevendole poi in prestarìa o a livello temporario o perpetuo.
Il livello, forma di possesso allora introdotta o estesa, metteva assai bene ad avvicinare il capitale e il lavoro, come oggi si dice. Vasti terreni incolti e sfruttati, a qual proprietario bastavano forze per domesticarli? Si spicciolavano dunque tra molti coltivatori, che, assicurati per lunghi anni, li lavorassero come proprj, retribuendo al padrone un tenue canone: questo traeva un vantaggio di là donde prima nessuno; il lavoratore s’accostava alla condizione di possidente sopra un terreno che lietamente adattava alla vigna e alla semente, perchè sicuro di trasmetterlo a’ suoi figliuoli[54].
Dacchè parve liberalismo l’attribuire il rimiglioramento d’Italia ai Musulmani per fraudarne i frati, si asserì perfino che quelli avessero introdotto fra noi la coltura dell’ulivo, mentre indubbiamente la troviamo anteriore[55]: come troviamo che era più estesa d’adesso, giacchè in Lombardia, a tacere il lago di Como ove frequentissimi sono menzionati gli uliveti, n’erano vestiti i poggi fra Bergamo e Ponte San Pietro, quelli di Mozzo[56]: d’uno nel Borgo Canale di Bergamo è cenno in carta del 933, e d’altri sulle colline bresciane, donde or sono quasi scomparsi.
Emancipati e divisi i possessi, colla libertà sottratti i paesani alla servitù personale e all’immediata oppressura dei feudatarj, alleggeriti i servizj di corpo e le riserve di caccia, si prese coraggio a scassare sodaglie, popolare solitudini e boschi, fognare pantani: correggie, dossi, polesini si dissero le strisce di terra che man mano si disseccavano; mezzani le tante isole fra Lodi, Pavia, Piacenza, cedute al continente dal recedere del fiume; novali i campi restituiti all’aratro; e ogni tratto le carte accennano che un podere est terra novalis et fuit nemus; villaggi e fin città conservano il vocabolo del Rovereto, del Saliceto, dell’Albereto a cui sottentrarono. Le campagne prosperarono, coltivate da braccia libere, cui la speranza era stimolo all’operosità, ed ajutate da capitali cittadini; le città intrapresero grandiosi lavori per l’irrigazione, e provvidero con regolamenti, non sempre opportuni, ai casi di carestia[57].
I Pisani portavano grande attenzione ai fiumi della loro pianura; e uno statuto del 1160 ingiunge al podestà che, in principio del suo magistero, scelga persone probe, con giuramento di esaminare gli acquedotti antichi e nuovi delle terre domestiche e dei prati, e le foci del Serchio, perchè ne rimanga facile il deflusso. La maremma senese era coltivata e popolosa, nei diplomi trovandosi ogni momento castelli, corti, terreni donati o venduti: il paese dalle creste dei monti al mare, posseduto dai Gherardeschi, era seminato di case e chiese, con vigne, uliveti, frutti, campi di sementa[58]. Il Cremonese, piano di tenue pendenza deposto dalle ambagi di quattro grossi fiumi che ne segnano quasi il confine, facilmente torna in loro balìa appena cessino le cure dell’uomo. Tanto era avvenuto già sul cadere dell’impero romano; e parlano d’un lago Gerundio, vasto per quarantacinque miglia, tanto che i Cremonesi vennero ad assediare Lodi con apparato terrestre e navale. Se ne procurò dunque lo scolo; il naviglio d’Isso e Barbata raccolse le acque de’ fontanoni, utilizzandole ad irrigare; poi trovandolo insufficiente, nel 1337 si estrasse dall’Oglio il Naviglio civico, e dallo sbocco di questo fiume venne arginato il Po, deviando il Delmone, e sanando così larghissimo territorio. Crebbe allora grandemente la popolazione, e non solo la città contava fin a ottantamila anime, ma Soncino ne aveva più di molte città, Viadana diceasi ricca di gente e d’averi, Soresina avea quindicimila teste, Casalmaggiore ventimila, e nelle sue campagne si coltivava lo zafferano sin nel XV secolo, e ad una piccola Venezia l’assomigliavano le tante navi e il vivo traffico.
Già nel secolo XI i Mantovani aveano intrapreso le sgarbate, fossi allo sbocco dei fiumi per immetterli in Po; ma ricorrenti inondazioni guastavano quelle campagne, sinchè Alberto Pitentino nel 1198 affondò il lago attorno a Mantova, con argini e sfogatoj da regolarne l’altezza, e sostegni fino a Govérnolo, ove scarica in Po; delle cadute poi da bacino a bacino si profittò per muovere gualchiere e mulini, che perciò rimanevano privilegio del Comune. Altri dilagamenti straordinarj avevano cambiato in paludi i colti là intorno, onde il vescovo Jacopo Benfatti nel 1332 investì a Luigi Gonzaga l’isola di Révere che erat perita, diruta, aquatica, paludosa, piscaritia cum casis palearum ac in totum sterilia, unico prezzo ed obbligo imponendogli di cingerla d’argini per frenare il fiume. Seguendo il costume della Repubblica, quel principe suddivise in livelli ad meliorandum quella contrada, che ben presto divenne delle più opime.
Di che vedasi quanta giustizia vi sia nel ripetere che la natura fe tutto per la Lombardia, nulla gli abitanti.
Allora sparirono gli stagni e le foreste del Bolognese e del Ravennate: Ferrara, ch’era nata come Venezia per bisogno di difendersi dai Barbari, e dove prima non furono che due torri, congiunte con un argine che fu poi la strada detta ancor Ripagrande, si estese intorno a quello, sistemò arginature che servissero anche di comunicazione, e le paludi di cui la circondava il Po convertì in ubertose campagne: i boschi del Modenese e del Ferrarese si disselvatichirono: a Milano furono portate migliori razze di cavalli, e cani alani e danesi di molta forza e grossezza; e con innesti forestieri migliorato il vino e introdotta la vernaccia. Il riso, cagione poi di spopolamento, veniva ancora di fuori, e si vendeva dagli speziali, cui in Milano fu imposto di non prezzarlo più di dodici soldi imperiali la libbra[59]; nè più di otto il mele, tanto prezioso avanti che s’introducesse lo zuccaro.
Del miglioramento fanno prova l’ampliarsi e abbellirsi delle città. Milano occupava appena una quarta parte dell’odierna superficie, eppure internamente avea campi, viridarj (verzèe), pascoli (pasquèe), e l’estesissimo brolo dell’arcivescovo: le case erano ad un solo piano, salvo poche solariate; alcune di mattoni, le più di graticci e creta e paglia, col tetto pure di assicelle e di paglia: fuori poi avea boschi, come il nemus di Sant’Ambrogio fuor porta Comasina, quel degli Olmi fuor porta Vercellina, ove fu decollato san Vittore, quello di Caminadella fuor porta Tosa. Appena rassettatosi dall’eccidio del Barbarossa, Milano estese il suo recinto cingendosi di una mura alta venti braccia con sei porte di marmo, fabbricò case e palazzi, nel 1228 «il broletto nel mezzo della magnanima città» (Corio), cioè il palazzo comunale, e cinque anni appresso il broletto nuovo, dove accogliere i mercanti e tutti gli uffizj. Il trovarsi discosta da ogni grosso fiume le disagevolava il commercio, massime degli oggetti di consumo; sicchè per trarre dalle Alpi il combustibile, le pietre e altri grossi materiali, e al tempo stesso irrigar le pianure, divisò il Naviglio grande, primo canale artifiziale delle nazioni moderne, che per trenta miglia conduce le acque del lago Maggiore fin alla città. Intrapreso nel 1179, cioè tre soli anni dopo che la città era risorta dalle ruine del Barbarossa, fu ripigliato nel 1257, e compito in modo da portar grosse navi. Pel canale della Muzza, cavato dall’Adda, il greto della Geradadda e del Lodigiano divenne la campagna più frumentosa di Lombardia.
Nel 1106 Pasquale II consacrava la cattedrale nuova di Parma: i Modenesi toglievano a rifabbricare la loro; cinquant’anni dopo scavarono il Panarello nuovo e il canal Chiaro, eressero il campanile, il palazzo comunale, la ringhiera, sbrattarono e selciarono le vie e i portici. A Cremona nel 1167 fabbricavasi il battistero, nel 1206 il palazzo comunale con porte di bronzo, nell’84 il terrazzo: e la città divisa in vecchia e nuova secondo le fazioni, allestivasi di mura esterne e interne. Dopo la peste del 1136 Bergamo alzava la chiesa della Beata Vergine Assunta, architetto Fredo: nella quale faceansi le adunanze, le paci, gl’istromenti; v’era scolpita la misura uffiziale; e la società di Santa Maria Maggiore era una milizia per difesa del Governo[60]. Brescia ampliava la mura, fabbricava le chiese e i monasteri di San Barnaba, San Francesco, San Domenico, San Giovan Battista, finiva il broletto, dilatava la piazza del duomo, conduceva tre canali dal Chiese e dal Mella per gli opifizj, a cura dell’insigne vescovo e signore Bernardo Maggi. Pisa si circondò di mura nel 1157, Lucca dilatò le sue nel 1260, Reggio dal 1229 al 44 per tremila trecento braccia, e uomini e donne, piccoli e grandi, rustici e cittadini portavano sassi, sabbia, calce, sul proprio dorso e in pelli varie e in sandali[61].
Padova nel 1191, podestà Guglielmo dell’Osa milanese, rendette il Brenta navigabile fino a Monselice, e vi sovrapose un ponte; nel 1195 rinnovava la mura; nel 1219 faceva il palazzo comunale con quella meravigliosa sala della Ragione; poi, appena redentasi da Ezelino, dava denari a tutte le chiese e conventi perchè riparassero ai guasti della guerra, s’ingrandissero e abbellissero; fece rinforzare la mura, ammattonare le vie interne, migliorare quelle del contado, arginare i fiumi e regolarli con roste e canali; e molti ponti che emulassero quelli de’ Romani ancora conservati in città; fabbricò il palazzo degli Anziani, finì il meraviglioso tempio del Santo, eresse Castelbaldo sull’Adige per fronteggiare gli Estensi e gli Scaligeri, allestì il Prato della valle per la fiera e per le corse al pallio. Agl’incendiati dava un compenso, purchè entro un anno avessero riedificata la casa: chi aspirasse alla cittadinanza, doveva acquistar un garbo, tratto di sodaglia su cui ergevasi un’abitazione: proibì perfino di trasferire possessi e rendite o qualsifosse diritto sopra immobili in chi non prendesse stanza nel territorio padovano[62].
Bologna vide sorgere cento torri, fra cui quella degli Asinelli e quella de’ Garisendi, decantate la prima per l’altezza, l’altra per l’obliquità, si cinse d’una terza mura più ampia, rassettò tutte le vie e i ponti, coprì l’Avesa che riceveva le immondezze, dispose il nuovo mercato a Galliera, opera sovra l’altre bellissima, comoda e lodevole, e tra molte chiese la Nunziata delle Pugliole, opera di Marco bresciano, e quella degli Alemanni fuor porta Ravennate pei Tedeschi che pellegrinavano a Roma; del Reno introdusse un ramo in città a movere trentadue mulini; un altro diresse fino a Corticella perchè le navi arrivassero a Ferrara; tirò pure in città l’acqua della Dordogna e quella della Savena per macinare il grano, e per servizio di tinger la seta e i panni di grana e scarlatto; compita la qual opera, si fece tridua solennità, e fu posto un ricordo al podestà Pirovano milanese. In breve giro d’anni vi furono fabbricati il palazzo della biada, la croce di piazza, le nuove prigioni, i granaj del Comune, Castel San Pietro, la chiesa di Santa Tecla; fortificate e provviste le castella del contado; oltre le grandi spese logorate negli eserciti: e il grano valea soldi cinque la corba, soldi sette il sale, nove il carro delle legne grosse, sei il vino alla corba[63].
Da un milanese, podestà a Firenze, ebbe nome la cittadina di Pietrasanta; dall’altro milanese Rubaconte di Mandello, il ponte più ampio e spazioso di Firenze, il quale pur fece lastricare molte vie: poi nel 1277 essa città comprava le terre fra Arno e Mugnone per porvi il borgo Ognissanti. Siena nel 1228 innalzava San Domenico, nel 58 Sant’Agostino, nell’84 il palazzo della Signoria in quella bellissima piazza del Campo dove undici strade sboccano, e alquanto dopo la sveltissima torre del Mangia. Volterra nel 1206 fabbricò nuove mura e il palazzo de’ Priori, poi da Nicola Pisano faceva erigere ed ampliar la cattedrale. Prato nel 1284 ergeva il palazzo del Popolo, e nel 92 lastricava le strade. A San Geminiano in Valdelsa ammiravansi palazzi pubblici e privati e chiese, fra cui bellissima la collegiata, e fontane, e quattordici torri di bellissimo finimento, e l’altissima del Comune, per la cui fabbrica ogni podestà doveva rilasciare parte dello stipendio, col diritto di porvi il proprio stemma.
Che serve allungarla? visitate l’Italia, e vedendo quei porti e quei moli stupendi, e le gran torri e le cattedrali, domandate chi le eresse, e sempre vi si risponderà: — Il popolo, quando a popolo si reggeva».
Stando ai computi del Cibrario, le terre di Piemonte nel secolo XIV avrebbero avuto appena un quinto della popolazione odierna; mille Carignano, duemila censettantacinque Ciamberì, duemila censessantacinque Rivoli, tremila ottocentrenta Moncalieri e Pinerolo, tremila trecento Cuneo, seimila seicensessantacinque Chieri, mentre appena quattromila ducento ne contava la odierna capitale. Le repubbliche invece quanto fossero divenute popolose lo attestano, se non foss’altro, le tante guerre; Bologna mise in campo contro ai Veneziani trentamila pedoni e duemila cavalieri; Milano, ricca di ducentomila abitanti, esibiva diecimila guerrieri a Federico II per la crociata, venticinquemila ne armava contro Lodi, sessantamila contro Brescia, compresi gli alleati; da Cremona la fazione trionfante espulse centomila persone; Ezelino ne rapì diecimila da Padova; Pavia accampava due a tremila cavalieri e quindicimila pedoni; il territorio bresciano dava quindicimila armati dai quindici ai sessant’anni. Genova, che nel 1345 ampliò la sua cerchia dalla torre di San Bartolomeo dell’Olivella sin alla punta del mare verso San Tommaso, e nel 1291 per duemilacinquecento lire comprò l’area fra San Matteo e San Lorenzo, dove in due anni fabbricò il palazzo del Comune, nel 1293 metteva in ordine un’armata di ducento galee e quarantacinquemila combattenti, tutti nazionali; eppure tanti ne rimasero, da provvederne altre quaranta, senza per questo lasciare sguarnite le riviere e la città[64]. Ivi le fazioni dei Doria e Spinola allestivano ciascuna da dieci a sedicimila uomini d’arme: fate ragione delle altre.
Massa, che or non arriva a duemila, contava ventimila abitanti; Savona novemila; in Pisa più di trentamila famiglie furono in grado di pagare il fiorino imposto a ciascuna per la fabbrica del battistero. Di Siena si dice nella peste del 1348 esser perite ottantamila persone, che erano quattro quinti della popolazione, la quale così sommerebbe a centomila. A Firenze nel 1336 si contavano novantamila bocche, non computando i forestieri, i soldati, le comunità religiose, talchè salirebbero a centomila; ma dai battesimi[65], che erano da cinquemila ottocento in seimila l’anno, proporzionandoli al quattro per cento, si arguirebbero cenquarantamila abitanti.
I matrimonj si favorivano con distinzioni e con feste; a Como il vescovo mandava (nè il rito è dismesso) agli sposi più illustri di quell’anno la palma che riceveva la festa degli ulivi. Il senato di Bologna ai principali spediva una cappellina di panno rosato, che lo sposo soleva portare per otto giorni[66]. Raro il celibato, e tutti i figliuoli ammogliandosi, formavansi famiglie numerose. Il padre di Pier degli Albizzi ebbe cinque figliuoli, e venuta una briga civile nel 1335, si trovarono trenta cugini in età sufficiente alle armi[67].
Frequente si rinnovava la peste: e a tali disgrazie non mancarono que’ funesti delirj, da cui neppure l’età nostra può vantarsi immune; si attribuivano a unti pestiferi o a pozzi avvelenati, e se ne imputavano principalmente gli Ebrei, perciò perseguitati fieramente. Nel 1321 si bucinò che i lebbrosi avessero fatto una strana congiura d’infettare tutto il mondo: il vulgo colla feroce sua credulità accettò questa diceria, e buttandosi addosso a quest’infelici, li trucidava, li bruciava vivi, lasciavali morir di fame.
Le quarantene erano precauzioni sconosciute, fin quando Venezia nel 1403 tolse agli Eremitani l’isola di Santa Maria di Nazaret per collocarvi le persone sospette e le provenienze di Levante onde spurgarle. Un magistrato di sanità vi fu organizzato nel 1475 come stabile e ordinario, composto di tre provveditori nobili annui, con podestà d’infliggere multe, carcere, galera, tortura. Questo primo esempio imitato valse non poco a preservare l’Europa, la quale non vorrà smettere le quarantene finchè la Turchia non sia incivilita.
Gran cura della sanità pubblica si presero gli statuti, provvedendo alla nettezza delle vie, a disperdere le acque stagnanti e procurarne di potabili, proibir le carni malsane e la propagazione delle epizoozie; talora spinsero la pulitezza allo scrupolo, come quei di Casale che alle rivendugliole di pane vietarono di filare. Federico II dettò buoni ordini salutari pel suo regno; i cadaveri si sepellissero quattro palmi sotterra, il lino e la canapa si macerassero un miglio distante dall’abitato, si gittassero in mare le carogne. Trovansi pure stipendiati medici perchè gratuitamente servissero; a Bologna nel 1214 Ugo da Lucca non dovea ricevere dai privati veruna mercede, salvo che la legna e il fieno. La legge veneta del 24 marzo 1321 proibiva di esercitar medicina e chirurgia se non approvato in qualche università; ordine già prevenuto da esso Federico.
Il vivere comunale faceva si gareggiasse anche in opere di beneficenza, volendo ciascuno avere nel proprio paese e nella propria corporazione soccorsi a tutte le miserie. La storia degli ospedali è delle più interessanti in quella de’ nostri municipj. La carità cristiana aveva insegnato a prender cura de’ projetti, che Atene, Sparta, Roma abbandonavano o uccidevano. Il primo orfanotrofio fu aperto da Dateo arciprete di Milano nel 785, stabilendo vi fossero allevati gli esposti fino ai sei o sette anni, dopo di che rimanessero liberi, rinunziando cioè al diritto di tenerli per proprj servi. L’ordine dello Spirito Santo aprì case per essi a Marsiglia, a Bergamo, a Roma, ove Innocenzo III sistemò con generosissima carità l’ospedale di Santo Spirito (t. VI, p. 243). Firenze aveva di tali ricoveri nel 1344, Venezia nel 1380, e così altre città. A Vercelli era fin dal 1150 un ospedale degli Scoti pei pellegrini di Scozia e d’Irlanda, e quello del canonico Simon di Fasana pei poveri francesi e inglesi: prova della quantità di forestieri che vi capitavano.
Gl’incendj succedevano frequenti, in grazia delle case di legno e di paglia. Nulla più facile che attribuire a malizia questi disastri, che nessuno vuol confessare dovuti a propria negligenza, e perciò severe pene si comminavano agl’incendiarj: cento lire a Moncalieri; mille soldi a Nizza di mare, e la testa se non avessero di che pagare; a Torino erano bruciati vivi. Di miglior senno fecero prova il Comune di Garessio stabilendo che, qualora non si scoprisse il reo, i danneggiati fossero rifatti dal Comune; e Siena mantenendo spegnitori del fuoco, emendando del pubblico le case e le masserizie danneggiate[68]. All’uopo stesso Ferrara nel 1288 prescriveva le case non si coprissero di paglia, ma di tegoli; Casale di Monferrato, non si facesse fuoco in casa non coperta di tegoli di buona terra; si tenevano guardie notturne; si allontanavano i pagliaj dall’abitato, si vietava d’accender fuoco quando tirasse vento. Firenze nel 1344 istituì i vigili, che, avvisati da una vedetta, accorrevano al primo manifestarsi d’un incendio[69]. Il Breve comunis pisani del 1236 provvede all’illuminazione della città, e non solo nelle strade più frequentate, ma ne’ chiassi e vicoli, con lampioni numerati e guardie notturne.
In tutto ciò voi ravvisate quel nobile e faticoso uscire da uno stato depresso per elevarsi a un migliore; e generalmente conservavasi molta modestia nel vivere privato, mentre voleasi che il pubblico prosperasse. Si aveva gran mistura di male, ma progresso; e la ricchezza pubblica era tale in quelle repubblichette così derise dagli odierni dottrinarj, da uguagliare ciascuna i floridi regni. Firenze nella guerra contro Mastin della Scala spese seicentomila fiorini d’oro, tre milioni e mezzo in quella contro il conte di Virtù, undici milioni e mezzo dal 1377 al 1406.
Meglio delle guerre ne piace rammentare le pubbliche costruzioni e il fiore delle arti belle, deve ogni nostro Comune ardiva quel che appena l’Inghilterra o la Francia: e le città, che pur aveano vicinissime città altrettanto floride, compirono imprese quali neppur si videro allorchè furono centro di vasti Stati, come Firenze o Venezia. Gran prova che sapeano e creare le ricchezze e conservarle con quell’economia che è prima dote di governi repubblicani, non spendendo mai di là del ritratto, o affrettandosi a spegnere i debiti, come era naturale in paese dove i magistrati, uscendo ogni anno o poco più, doveano render ragione dell’operato. Sol quando i principi sottentrati furono costretti a comprare la fedeltà e la difesa, e mantenersi con lusso, non si fecero coscienza di compromettere l’avvenire, e coi debiti preparavano nuovo impaccio alle finanze. A repubblica si reggevano le terre svizzere, e in paese poverissimo riuscirono a cumular capitali, di cui fecero poi comodità ai principi, e vennero a vantaggiare di territorj. Berna e Friburgo aveano largamente sovvenuto i duchi Lodovico e Amedeo IX di Savoja, singolarmente per le spese occorse a far l’antipapa Felice e a comprare il regno di Cipro. Scaduti i termini, e non potendo soddisfare, dopo profusi doni onde guadagnarsi i cittadini più creduti, i duchi dovettero lasciar occupare da essi il paese di Vaud, che cessò di appartenere alla lor casa. Così vedremo avvenire di terre del Milanese, occupate per sempre da Svizzeri e Grigioni.
Che se le repubbliche erano costrette ricorrere a prestanze private, seppero convertirle in un nuovo mezzo di comodo e prosperità; e i primi tentativi nella scienza del credito sono dovuti agl’Italiani. Fin verso il 1156, trovandosi esausto l’erario veneto, il doge Vitale Michiel II propose un prestito forzato sovra i megliostanti, meritandoli al quattro per centinajo. Si formò così il primo banco di deposito, non di emissione; i contratti si faceano e i viglietti si traevano dai mercanti, non al corso della piazza, ma in moneta di banco, cioè in ducati effettivi del titolo più fine. Nuova forza acquistò dacchè il Governo introdusse di fare i suoi pagamenti in viglietti siffatti; poi vi s’aprì partita di dare e avere, talchè i fondi depositati si giravano da un nome all’altro, come oggi nel gran libro di Napoli, e pagavansi cambiali per conto di privati. Da principio il banco rifiutava i capitali di forestieri; e nel prestito del 1390 un decreto speciale vi volle per accettare trecentomila scudi da Giovanni I di Portogallo. Tanto credito ispirava, che si potè estrarne quasi tutto il denaro effettivo, senza incutere sfiducia. A questo monte vecchio s’aggiunse il nuovo nel 1580 per sostenere la guerra di Ferrara; infine il nuovissimo nel 1610 dopo la guerra coi Turchi; indi delle loro reliquie si costituì nel 1712 il banco del giro, che continuò fin all’omicidio di quella repubblica.
Matteo Villani ci descrive partitamente le operazioni del banco de’ Fiorentini, la riduzione, la liquidazione, la redenzione[70]. A Siena il Monte de’ Paschi fu introdotto per prevenire le usure, prestando a soli Senesi, e sodando piuttosto sulla probità individuale, garantita da una o più persone solide. Monumento più insigne è il banco di San Giorgio a Genova. Questa Repubblica contrasse un debito fin dal 1148 allorchè conquistò Tortosa; lo crebbe poi nelle successive vicende, sinchè nel 1250 fu addensato sotto il nome di Compera del capitolo, descrivendo in un cartulario ventottomila luoghi, sommanti a due milioni e ottocentomila lire d’allora, quando da un’oncia d’oro di pajuolo tagliavansi lire tre, soldi dieci, denari tre. Così fu consolidato il debito: ma la guerra con Carlo d’Angiò portò la compra d’altri quattrocentoventi luoghi; d’altri l’assedio de’ Ghibellini e le guerre d’Enrico VII e le successive; quattrocento novantacinquemila fiorini d’oro vi aggiunse quella di Chioggia; di più l’amministrazione del Boucicault, talchè la Repubblica era in procinto di fallire se non si fosse trovato uno spediente. Solea Genova ai creditori dello Stato cedere i proventi di alcuni dazj indiretti: essendo però le varie imposte destinate ad uffizj diversi, andavano in troppa parte assorbite dalle spese; laonde per semplificazione si ridusse ogni cosa in un collegio di otto assessori col nome di San Giorgio, nominati dai creditori, e obbligati a render conto soltanto a cento di questi. I debiti anteriori di variissima forma vennero consolidati al sette per cento: luogo chiamossi ogni unità di credito, consistente in cento lire, e che si poteva trasferire; colonne un certo numero di crediti, riuniti sopra un solo logatario o creditore; compere o scritte la somma totale dei luoghi, equivalenti ai monti di Firenze, di Roma, di Venezia. Registravansi in otto cartularj, secondo gli otto quartieri della città, rilasciando ai creditori polizzine col nome di essi e colla firma del notajo; nè dovevasi emetterne alcuna che non vi fosse l’equivalente valore nelle sacristie o casse; e pagavansi a vista. Gli otto protettori formavano ogn’anno un gran consiglio di quattrocentottanta logatarj, metà a sorte, metà a palle. I magistrati superiori della Repubblica doveano giurare di proteggere inviolato il banco.
Lo crebbero i molti denari depostivi da privati, e i moltiplici, come chiamavansi certe disposizioni fra vivi o per testamento, mercè delle quali i proventi d’alquanti luoghi lasciavansi accumulare onde comprare altri luoghi, fin ad un certo termine, di là dal quale si applicavano ad istituzioni pie o ad altro uso. Luoghi sopravanzati alla quantità richiesta per gli annuali interessi di qualche nuova prestanza, moltiplicavansi a pro della repubblica, e costituivano le code di redenzione, che oggi diremmo fondo d’ammortizzamento; e questo operava così efficace, che, malgrado più di sessanta prestiti fatti alla repubblica, il banco diminuì i suoi luoghi da quattrocensettantaseimila settecento che erano nel 1407, a quattrocentrentatremila cinquecenquaranta, che trovavansi nel 1798, e di cui una quarta parte erano disposti a pubblica utilità. La Repubblica, non bastando a difendere Caffa dai Turchi, e la Corsica da re Alfonso il Magnanimo, le cedette a San Giorgio, che così fu ad un tempo banco di commercio, monte di rendite, appalto di contribuzioni e signoria politica.
Mentre le inesorabili fazioni rendevano impossibili in Genova e la libertà e la tirannide, quella società, meglio consigliata, tutelava la pace e l’ordine; continuò anche dopo mutati i modi e le vie del commercio: dal saccheggio degli Austriaci nel 1746 risorse, soccombette a quel dei Francesi nel 1800.
Con savie regole anche la città di Chieri nel 1415 eresse un monte, a mezzo del quale spense il debito per cui rispondeva sin il dieci e dodici per cento. Era costituito di diecimila genovine nè più nè meno; cioè lire centosettantottomila, assicurati capitale e interessi sui beni del Comune, divise in luoghi che rendeano il cinque, poteansi vendere e permutare, e chi n’acquistasse uno diveniva borghese di Chieri. Essi luoghi non doveano perdersi nè sequestrarsi per qualsivoglia misfatto, neppure di maestà: i principi di Savoja nè i loro ministri non potevano acquistarne: al Comune era dato in qualsifosse tempo redimere quel debito[71].
In tal proposito non vogliamo preterire due istituti, dimenticati dagli storici. Dodici nobili di Pisa nel 1053 cominciarono l’Opera della misericordia, contribuendo venticinque libbre di grossi ciascuno, i quali si dovessero trafficare, e del guadagno dotare povere fanciulle, riscattare schiavi, sovvenire vergognosi: bellissima alleanza della carità cristiana coll’industria moderna. Nel 1425 s’inventò a Firenze un monte delle doti, ove mettendo cento fiorini, in capo a quindici anni se n’avea cinquecento in dote a chi si maritasse, restavano al monte se l’assicurato morisse o andasse religioso[72]. Dove ravvisate quelle tontine e quelle casse di mutuo soccorso e di provvidenza, che tanto or prosperano in Francia e in Inghilterra.