CAPITOLO XCVIII. Costumi. — Liete usanze. — Spettacoli.
Non è mestieri che chiamiamo il lettore ad avvertire come fossero mutati i costumi. Quel lusso corruttore, che le fatiche d’intere provincie consumava ai godimenti e alle futili vanità di un solo, qual vedemmo al declinare del romano impero, dovette cessare sotto i Barbari, semplicemente rozzi.
In un placito tenuto da Adalardo in Spoleto, al principio del regno di Lodovico Pio, ci è descritto un palazzo romano: dal proaulio si passa nel salutatorio destinato al ricevimento; segue il concistoro, ove trattare i segreti; poi il tricoro o triclinio, ove i convitati sedevano in tre ordini di tavole, tra i profumi esalanti dall’epicaustorio; ivi camere estive ed invernali, ivi terme o bagni, ginnasio per le dispute e gli esercizj, la cucina, il colombo o piscina da cui venivano le acque, l’ippodromo per corse di cavalli. Evidentemente è l’avanzo d’un palazzo antico, e tale costruttura si abbandonò coi nuovi costumi.
Delle case la maggior parte non aveano che il pian piede, alcune erano coperte di tegoli (cupæ o cupellæ), molte di assicelle (scandulæ) o di paglia. Da ciò gl’incendj frequenti, che talvolta distruggeano mezze le città, colpa dei quali, dice Landolfo sotto il 1106, Milano quasi più nessun muro avea di pietra o di cotto, ma solo di paglia e graticci. Scambia egli per effetto la causa; ma è vero che ajutava gl’incendj il mancar di camini. Gli antichi poco usavano tale comodità, accendendo il fuoco in mezzo alla stanza, e per un foro mandando il fumo. De’ camini colla canna innestata nel muro parla Galvano Fiamma nel XIV secolo come di trovato recente: Andrea Gattaro vuole che Francesco Carrara il vecchio da Roma nel 1368 ne portasse l’uso, dapprima ignoto: vent’anni di poi il Musso notava come le case di Piacenza fossero splendide, nitide, ben guarnite a masserizie, con armadj, stoviglie e vasellami diversi, orti, cortili, pozzi, vasti solaj, belle camere, alcune delle quali col camino[73]. In Roma la casa che vulgarmente chiamano di Pilato, e che appartenne a un discendente del console Crescenzio, è una fortezza all’uso di quel tempo, rimessa in essere da Cola di Rienzo per difendere il ponte Rotto; pesantissima nella sua solidità, straornata di pezzi tolti di qua di là, con bizzarri capitelli e rozza iscrizione[74].
Nella feudalità ogni signore, fatto quasi un piccolo re, avea grandi entrate, ma dovea spendere assai nel mantenere l’estesa famiglia, oltrechè le sue entrate consistevano in derrate piuttosto che in denari. Il palazzo prendeva l’aspetto, sovente anche la forza di un castello; grosse mura, poche finestre o nessuna, torri agli angoli, merli al tetto, una fossa intorno con ponte levatojo, che metteva alla porta principale, difesa da balestriere e feritoje e da saracinesca caditoja. Attorno al cortile, che serviva agli esercizi soldateschi, erano la cucina, colla dispensa per la cera e per le spezie; ampie scuderie, cogli altri bassi servigi; una sala d’arme, ov’erano disposte quelle da battaglia e da caccia; il tinello, bastante non solo pei famigli ma per gli ospiti numerosi. In quello del principe d’Acaja a Pinerolo nel 1367 mangiavano centrentanove persone, fra cui venticinque poveri e alquanti frati[75]. La sala da pranzare il signore, illuminata da fiaccole portate da paggi e da grandi candelabri di ferro, alla buona stagione rimaneva aperta ai venti, alla peggiore la schermivano impannate di tela o di fogli oliati, quali le conservava ancora nel 1400 il ducale castello di Moncalieri. A questa mancanza di comodi facea contrasto la suntuosità della tavola, disposta con doppieri d’argento e fin d’oro, e trionfi artistici, e coppe d’avorio, di tartaruga, di cristallo, o anche più fine per materia e lavoro.
La sala di ricevimento era messa ad arazzi, venuti di Fiandra o di Damasco, e che più tardi si fecero tessere sopra disegni de’ migliori nostri artisti. Sul pavimento si stendeva paglia fresca, qualche volta tappeti, e più tardi le stuoje di sparto o di giunco. I sedili erano di legno, talvolta riccamente intagliato, e coperto di drappi e di pelli stampate, ma duri e scomodi, come gli archipanchi e le casse. Qui e qua stipi e forzieri intarsiati e ad argento e oro, ne’ cui cassettini si distribuivano quelle cento inutilità, di cui oggi facciamo pompa sulle cantoniere. Non mancavano lavatoj e bacili di rame o di più nobile metallo, e una spera metallica o di cristallo, e anche l’orologio nella primitiva sua rozzezza; un dittico o un’immagine di santo, o il crocifisso sopra il ginocchiatojo; di rado qualche libro. Il letto era attorniato da un balaustro, sormontato da un cielone di drappo a nastri e merletti, con coperte di gran valuta. Il resto della famiglia dormiva in camere disadorne. Vi è qualche castello signorile in Piemonte e negli Appennini toscani, da cui non disparvero questa distribuzione e questo addobbo.
Al primo accorrere della gente dalla servile campagna nelle redente città, si provvide solo a far abitazioni alla spiccia, con travi frammezzate di cannicci e creta; sovente sulla porta un motto, un santo serviva a distinguerle, invece dei numeri moderni. Delle vie, le più erano anguste, facendosi i trasporti a spalle di somieri; tortuose poi nè fra sè corrispondenti, perchè si fabbricava senz’accordo o direzione; e tutt’altro che pulite quand’erano una rarità le ciottolate e fognate, e vi griffolavano i porci, come oggi i cani.
Il popolo redentosi fece mozzar le torri, ove il signore si riparava dalla legale punizione. Vennero poi le fazioni, e spesso la trionfante atterrava le case dei vinti; talvolta era questo castigo decretato dall’autorità a sfogo dell’ira plebea: una sola parte si diroccava quando a varj padroni spettasse la casa[76]. Quel terreno restava infamato, sicchè più non vi si poteva murare: il Palazzo Vecchio di Firenze nel 1298 fu piantato fuor di squadra per non occupare lo spazzo ov’eransi distrutte le case degli Uberti, che aveano voluto tradir la patria agli stranieri; su quelle dei Quirini, complici del Tiepolo, i Veneziani formarono il pubblico macello.
Il lusso non tardò ai privati edifizj, e Firenze, Genova, Venezia n’ebbero di ricchissimi e maestosi. Meno però ai comodi si pensava che alla solidità ed alla bellezza; e per tacere d’un’antica legge lombarda, la quale proibiva il dormire più di quattordici ogni camera, gli otto della Signoria di Firenze giacevano tutti in una sola fino a mezzo il Quattrocento, quando Michelozzo ne fabbricò una per ciascuno. Eppure si trattava di quella gloriosa Repubblica, i cui cittadini, semplici nei costumi privati e nell’abito, spendevano largamente in quadri e sculture e biblioteche e chiese, e le cui navi, spedite ad Alessandria e Costantinopoli coi tessuti di seta, ne riportavano manuscritti d’Omero, di Tucidide, di Platone. Nel 1270 Venezia pubblicava una prammatica sopra agli ostieri, vietando d’alloggiar meretrici, tenere aperta più d’una porta, nè vendere altro vino che quel dato loro dai tre giustizieri; inoltre non avessero meno di quaranta letti, forniti di coltri e lenzuoli: provvedimento notevole in tempo che in Inghilterra appena si poneva paglia sopra i panconi ove dormiva il re. Frà Buonvicino da Riva, che nel 1288 fece la statistica di Milano, vi dà tredicimila case e seimila pozzi, quattrocento forni, mille taverne da vino, più di cinquanta osterie ed alberghi, sessanta coperti o loggie dinanzi alle case. Questi atrj, i chiostri dei conventi, il palazzo pubblico, l’arengo, il broletto servivano per adunarsi e parlamentare: e il podestà milanese nel 1272 proibì d’ingombrar le arcate sotto al broletto, affinchè nobili e mercatanti potessero liberamente ronzarvi; anzi vi si collocassero panche ove sedersi e pertiche ove posar falconi e sparvieri, che si portavano attorno allora come dappoi i cani.
Grossolano era il mangiare plebeo, e in grand’uso il lardo, e spesso troviamo istituiti legati per distribuirlo ai poveretti[77]. Nel 1150 i canonici di Sant’Ambrogio in Milano pretendevano dall’abate, in non so qual giorno, un pranzo di tre portate: la prima di polli rifreddi, gambe in vino e carne porcina pur fredda; l’altra di polli ripieni, carne vaccina con peperata e torta di laveggiuolo; infine polli arrosto, lombetti con panizio e porcellini ripieni[78]. Il molto uso delle carni facea che di pepe si consumasse, quanto di caffè o zuccaro oggi. Il pan bianco serbavasi per casi d’invito, e ancora nel 1355 Milano non n’aveva che un forno; il resto faceasi di mescolo o di segale. Il panatone, le focaccie, le pizze, il panforte, le crostate ed altre varietà, che a Natale o a Pasqua si mangiano ancora, sono vestigia del tempo quando ciascuno coceva il pane in casa, di rado e massime all’avvicinare delle maggiori solennità. Generalmente il principe o signore ne’ castelli feudali dava a mangiare a tutti i suoi dipendenti, donde gl’immensi banchetti e le enormi pietanze, che poi serbaronsi per lusso.
Ricobaldo Ferrarese così descriveva le usanze attorno al 1238: «Al tempo di Federico II, rozzi erano in Italia riti e costumi; gli uomini portavano mitre di squame di ferro; a cena marito e moglie mangiavan da un sol piattello; non usavano coltelli da tagliare; uno o due bicchieri erano in una casa; di notte illuminavano la mensa con una face sorretta da un famiglio, non usando candele di sevo nè di cera. Vili erano le portature degli uomini e delle donne, oro ed argento nessuno o poco sul vestire, parco il vitto: i plebei tre dì per settimana pascevano carne fresca, a pranzo erbaggi cotti colle carni, a cena carni fredde riposte: non tutti in estate costumavano ber vino. Di poca somma tenevansi ricchi: piccole cánove, con ampj granaj. Con esigua dote si mandavano a marito le fanciulle, perchè assai misurato ne era l’addobbo: le zitelle stavano contente ad una sottana di pignolato ed una socca di lino; non fregi preziosi al capo nè da marito nè spose; queste legavano le tempie e le guancie con larghe bende annodate sotto il mento. Gli uomini ponevano la gloria nelle armi e ne’ cavalli, i nobili nelle torri».
Tanta rustichezza è un’esagerazione di Ricobaldo, che volea farne raffaccio a’ tempi suoi; come noi udiamo tuttodì esaltare dai vecchi i costumi sobrj e schietti di loro gioventù, e che pure formavano soggetto a beffe e rimproveri di poeti, di comici, di predicatori d’allora. Se mai l’esiglio nostro sarà prolungato, anche noi nei rabbuffi senili rimpiangeremo la beata semplicità e l’ingenua fede che correva nei giovani nostri anni.
Un anonimo del secolo XIII così, ma più prolissamente che non facciam noi, ritrae i Padovani: «Prima di Ezelino, sino ai vent’anni andavano scoperti il capo; di poi presero a portar mitre ed elmi o cappucci co’ rostri, e tutti vestivano soprabito (epitogia) con drappi da oltre venti soldi il braccio. Bella famiglia, buoni cavalli, sempre armi. I nobili garzoni ai dì festivi imbandivano alle dame, servendo eglino stessi, e di poi ballavano e torneavano. Splendide corti tenevano in villa. Le donne, deposto il grosso pignolato crespo, vestivano sottilissimo lino, cinquanta o sessanta braccia per ciascuna, a ragione delle sue facoltà. Se ai tempi d’Ezelino alcun del popolo fosse entrato a danza, i nobili lo schiaffeggiavano; e se un nobile amoreggiava qualche popolana, non la conduceva senza permissione».
Ecco un avanzo delle prepotenze nobiliari; e nella Divina Commedia, il più importante documento della storia nostra, troveremo un continuo rimpiangere i tempi passati, cioè quelli dell’aristocrazia, quando valore e cortesia si trovavano per le città d’Italia, quando nelle Corti ogni gentilezza splendeva, nè ancora la gente nuova e i sùbiti guadagni aveano turbato quel bello, quel riposato vivere. Lasciamo pur dire al Boccaccio che i Fiorentini sono garruli e oziosi come le rane[79], egli che altrove dice delle Pisane che «poche ve n’ha che lucertole verminare non pajano»: scrivendo egli per celia, per comando, per imitazione, da lui meno che da qualunque novelliere si possono dedurre le costumanze del paese, giacchè molte volte non fa che copiare, e persino nella descrizione della peste toglie da altrui i tratti che si crederebbero caratteristici, e avventure di tutt’altri affibbia oltraggiosamente alla regina Teodolinda o alla marchesana di Saluzzo. Meglio la vita d’allora ci è rivelata dalle Cento novelle antiche, alcune per certo scritte fin al tempo d’Ezelino, e da quelle di Franco Sacchetti, i cui tanti aneddoti, comunque talvolta insipidi, mostrano i costumi compagnevoli e gaj della libertà, pieni di brigate sollazzevoli, di vivaci burle, d’allegrie, e l’amore del novellare, i pronti ripicchi, l’arguzia a proposito, il vivere all’aperto, la festiva comunanza tra i signori e quelli d’umile stato, insolita nelle altre nazioni. Al tempo di Federico II di Sicilia «uno speziale di Palermo, chiamato ser Mazzeo, avea per consuetudine ogn’anno al tempo de’ cederni, con una sua zazzera pettinata in cuffia, mettersi una tovaglia in collo, e portare allo re dall’una mano in un piattello cederni, e dall’altra mele, e lo re questo dono riceveva graziosamente». Esso Federico e i suoi figliuoli Enrico e Manfredi asolavano di sera per le vie di Palermo, sonando alla serena, e cantando cobole e strambotti di loro composizione.
Sovratutto piace quella universale pubblicità, tutto al differente da oggi, quando la gioja come il dolore si costipa fra le pareti domestiche, o al più si comunica a quelli che chiamiamo nostri eguali. Allora pareva contentezza di tutti quella d’un solo; e le nozze si festeggiavano con una corte bandita, i funerali coll’intervento di tutta la città; ballavasi sulle piazze, e con chi primo capitasse. Chi murava, ponea vicino della sua casa una loggia per ritrovo degli amici al cospetto di tutti[80]: chi non fosse da tanto, poneva fuor della porta una pancaccia, ove fare la chiacchiera coi passeggieri, e dove talora Cisti fornajo eccitava l’invidia de’ magnati col pan buffetto e col buon vino ch’egli reputavasi beato di mescere agl’illustri cittadini ed agli ambasciadori di grandissimo Stato[81].
L’arte di lavorar calze co’ ferri fu tardi conosciuta. Noto è che i Romani non usavano brache, sicchè venne notato come uno straordinario Cesare, il quale riparavasi dal freddo con certe mutande. I calzoni usati dai Barbari furono adottati ben presto dai vinti. Comuni erano le pelli; di volpe, d’agnello, d’ariete a’ plebei; a’ ricchi le grigie e vaje e bianche spoglie degli zibellini, delle martore, dell’ermellino. Il nome di superpelliceum dato alla cotta testifica l’uso de’ preti di portar pelliccie; del che avanzano traccie nelle almuzie e nella cappamagna. I Veneziani, e forse quei dell’Esarcato, nel vestire tennero dei Greci, coi quali erano in frequente comunicazione; e quando i Crociati assalirono Costantinopoli, Pietro Alberti veneziano, che primo era salito sulle mura, fu ucciso da un Francese che lo scambiò per un Greco. Ch’essi nutrissero e pettinassero la barba alla bisantina, appare dalla maschera che n’è tipo.
All’idea di que’ secoli poetici e pittoreschi associamo quella di vestiti di gran valuta, a compassi d’oro e di gemme, e a pelliccie: ma uno bastava tutta la vita, anzi tramandavasi ai figliuoli ed ai nipoti. Ciascuna condizione e grado lo portava differente, poichè uno dei caratteri del medioevo si è questa separazione che le opinioni, le leggi, le usanze mettevano tra il vulgo e i nobili, tra il ricco e l’artigiano, tra il lavoratore e lo scienziato. Vasti palazzi, di forza più che di venustà, con pochi mobili che pareano fatti per l’eternità, con ampie sale bastanti a raccogliere la numerosa clientela, con portici ove soleggiare, discorrere, novellare; buffoni, che di aneddoti e facezie esilaravano le adunanze e ai conviti; donativi di solida importanza, come vesti, denari, vivande; turme di cani, d’avoltoj, di falchi, di cavalli; estesissimi parchi chiusi per le caccie; grosse famiglie di servitori, pompa d’armi, brigate di tutta la gioventù, gualdane, comparse, discernono affatto quel lusso dall’odierno, tutto abiti e fronzoli d’apparenza più che di prezzo, e da oggi a domani mutati al capriccio della gran città che normeggia in Europa il modo del vestire e del pensare.
E ciascun paese aveva un vestir proprio, e Dante si fa riconoscere nel suo pellegrinaggio[82] tanto alla favella quanto all’abito. Gli statuti e principalmente le leggi suntuarie di ciascun Comune, colle minute prescrizioni fin sul taglio, le pieghe, gli ornati, la spesa de’ vestiti, ajuterebbero a particolareggiare le costumanze d’allora, chi sel proponesse. I birri erano casacche di color rossigno, più spesso di panno vulgare, e col cappuccio; rauba o roba fu nome comune delle vesti migliori, conservatosi nella lingua nostra e nella francese; v’è menzione del supertotus, e del palandrano o cappa, distinto dal mantello perchè senza maniche e col cappuccio. Ma il dire le varie foggie di ciascun tempo è fatica degli storici municipali.
Gli statuti di Mantova del 1327 vietano che alcuna donna di basso stato porti abito che tocchi terra, nè abbia al collo intrecciatojo di seta; di qual sieno grado poi, non tengano veste che strascichi più d’un braccio, nè corone di perle o gemme al capo, nè cintura che valga oltre dieci lire, nè borsa d’oltre quindici soldi. Nel 1330, racconta il Villani, «fu provveduto in Firenze al lusso delle donne, molto trascorse in soperchi ornamenti di corone e ghirlande d’oro e d’argento e di perle e pietre preziose e reti, e certi intrecciatoj di perle e di altri divisati ornamenti di testa di grande costo, e simili di vestimenti intagliati di diversi panni e di diversi drappi rilevati di seta di più maniere, con fregi di perle e di bottoncini d’argento e dorati, spesso a quattro e sei file accoppiati insieme; e fibbiati di perle e di pietre preziose al petto, con segni e diverse lettere. E per simil modo si facevano conviti disordinati di nozze, e di spese soperchie. Fu sopra ciò provveduto, e fatto per certi ufficiali alcuni ordini molto forti, che niuna donna potesse portar corona nè ghirlanda d’oro nè d’argento, nè di perle, nè di pietre, nè di vetro, nè di seta, nè di niuna similitudine di corona, nè di ghirlande, eziandio di carta dipinta, nè rete, nè treccie di nulla spezie se non semplici; nullo vestimento intagliato nè dipinto con niuna figura, se non fosse tessuto, nè nullo adogato nè traverso se non semplice partito di due colori, nè nulla fregiatura d’oro nè d’argento, nè di seta, nè niuna pietra preziosa, nè eziandio smalto nè vetro, nè di poter portare più di due anella in dito, nè nullo scheggiale, nè cintura di più di dodici spranghe d’argento; e che nessuna potesse vestire di sciamito, e quelle che l’aveano il dovessero marchiare acciocchè altro non ne potessino fare. E tutti i vestimenti di drappi di seta rilevati furono tolti e difesi, e che niuna donna potesse portar panni lunghi di dietro di più di due braccia, nè scollato più d’un braccio e quanto il capezzale; e per simil modo furono difese le gonnelle e robe divisate a fanciulli e fanciulle, e tutti i fregi, eziandio gli ermellini, se non a cavalieri e a loro donne; e agli uomini tolto ogni adornamento e cintura d’argento, e giubbetti di zendado e di drappo e di ciambellotto. E fu fatto ordine che nullo convito si potesse fare di più di tre vivande, e a nozze avere più di venti taglieri, e la sposa menare seco sei donne e non più, e a corredi dei cavalieri novelli più di cento taglieri di tre vivande, e che a’ cortei de’ cavalieri novelli non si potesse vestire per donare roba ai buffoni, che in prima assai se ne davano».
Sono una miniera di curiosità e d’individue notizie questi statuti suntuarj; ma ciascuno richiederebbe un commento, che appena sul luogo potrebbe condursi. Tanto per un saggio prendiamo quello di Lucca, il quale al 1308 vieta ai funerali picchiarsi le mani, nè donne scarmigliarsi e così star piangendo al cadavere, se non sia moglie, figlia o germana. Al 1362 vuole a nozze non siano più di quaranta invitati, oltre quattordici tra servitori, cuochi e guatteri. Non si diano che due qualità di vivande, cioè carni e pesci, servendo una sola per volta, e un pezzo ogni due persone; e per l’arrosto un pollo o due pollastri, o due starne, o due tortore o quaglie, o un quarto di capretto, o un mezzo papero. Non si tien conto de’ raviuoli, tordelletti, torte, nè altri mangiari di pasta, o di latte, cacio, salsiccie, carne salata, lingue investite. A cena non si tengano che venti persone e fin a otto servitori, nè si diano che due qualità di vivande, oltre erbe o formaggio o ricotta, come sopra. Non si ardisca dare confetti prima del desinare o dopo, ma una sola volta la tragea a desinare, e una a cena. Un altro capitolo prefigge il modo del secondo giorno, dopo di che più non poteasi far convito, neppure il giorno dell’anellamento. Vietasi di avere, in tali occasioni, alcun giocolare o sonatore o buffone; bensì potrà il giorno della festa aversi sonatori, che accompagnino anche la sposa per via; e il primo dì delle nozze un sonatore in casa o fuori, purchè lo stromento non sia tromba o trombetta o nacchera o cornamusa.
Le dónora che la moglie manda al marito, pongansi in cofani o casse, talchè non si possano vedere per via; e i cofani non lavorati o vistosi o dorati. E qui una serie di divieti sopra tale corredo; poi altrettanti pel ricorteo, i parti, i battesimi. E via via crebbero, e nel 1473 fu proibito portar oro e argento se non sia lo spino della cintura, o fornimenti di coltellini o di libri, o agorajuoli o bottoni; non più di sei anelli; nessun vezzo al collo o ricamo qualsiasi. Perle, giojelli, fermagli proibisconsi alle donne se non dai dieci anni in su fin a un anno dopo maritate; nel qual tempo possano portar in capo fin a tre oncie di perle, da valere trenta ducati larghi; non pianelle covertate di drappo di seta o d’oro: niuna donna abbia di più di due vestiti di drappo di seta, un solo de’ quali sia cremesi; e per evitare la frode, non si porti alcun abito se prima non sia notato nel libro da ciò; e quando vogliasi mutarlo, si faccia cangiar la scritta; e dismesso una volta, nol si ripigli: proibite le maniche aperte a campana. I cavalieri e dottori di medicina o di legge e le donne loro sono dispensati da questi divieti, i quali sono assai maggiori per le contadine.
«E perchè poco varre’ far leggi saluberrime se non si provvedesse al modo della observantia», si moltiplicavano le visite, gli spionaggi e il restante corredo delle leggi assurde. Poi nel 1484 ecco nuove restrizioni, tali che insomma prescrivevano il modo di vestirsi nè più nè manco, e quanto devano costare il chiavacuore, la borsa, il grembiule, il grembialotto. E nell’89 limitavansi le spese pei pasti, non si dessero tragea, cialdoni, frutti, vini, nè si facesse ornati alla camera se non di spalliere, bancali e tappeti, e sui letti e lettucci di arazzi; e lenzuoli di lino senz’oro nè argento, e coltre di seta. Segue un’altra filatera di proibizioni, la ragion delle quali è impossibile riconoscere se non al momento che vengono fatte o tolte, il che sovente succede poco dopo[83].
Per quanto inefficaci, le leggi suntuarie poteano avere opportunità quando al Governo s’attribuiva non soltanto lo smungere denari e spenderne, ma anche, siccome ad un padre in famiglia, cercare la moralità de’ suoi dipendenti. E un mezzo di moralità era il non uscire dal proprio stato; col che il ricco non contrae i vizj del povero, nè questo i vizj di quello; e le differenze di paese e l’indole non recavano già alla virtù, ma classificavano in certo modo le genti, mantenendole nel proprio carattere.
Non vogliamo uscir da questo discorso senza riferire quel che i Lucchesi nel 1346 stanziarono sul modo di trattare gli otto loro anziani, dimoranti nel palazzo di San Michele in Foro. «Ciascuno d’essi sia alla messa il mattino; e qual non vi sarà al vangelo paghi denari sei, dodici qual non vi sarà al corpo di Cristo, diciotto qual non vi sarà alla benedizione. Nessuno vada fuor di palazzo, nè risponda a chi parli al collegio senza licenza del comandatore, a pena di soldi due. Ciascuno venga a collegio quando sonerà la campanella maggiore, a pena di grosso uno. Non possano andare fuori più di tre per volta, sicchè dì e notte rimanga in palazzo il collegio; ma non vi meni o faccia menar femmina, a pena di soldi cento; non vada a tavola nè si lavi le mani, se prima non è posto e lavato il comandatore, il quale al collegio, alla messa, a tavola deve sempre stare in testa, e per città andare innanzi agli altri. Niuna parola disonesta si parli alla tavola: alla messa e alla mensa si tenga silenzio, se il comandatore non desse la parola: nessuno possa invitare forestiere a desinare o cena o merenda o panebere, senza volontà del collegio; e se alcuno n’avesse la grazia, paghi due grossi allo spenditore per volta. Nessun anziano possa andare a corpo, se non fosse per sua famiglia e consortato, pena soldi quaranta; non mandar fuori alcuna cosa da mangiare o da bere; non far venire del vino da vantaggio, se non due volte il dì, e solamente un mezzo quarto per volta pagando; e sempre si tegna la cocca pel comandatore. Niun confetto si mangi alle spese del collegio, se non fossero anisi confetti o tragea di po-mangiare e di po-desinare; e chi li facesse venire, paghi del suo».
Sarebbe un ripeterci il qui delineare i costumi cavallereschi, che sono per se medesimi una poesia. E in essi e in tutti domina la convinzione; onde assoluti nei comandi, nelle credenze, negli odj, negli amori, nelle persecuzioni, nelle belle e nelle sconce imprese, nel sapere e nel volere.
Colla libertà dovettero assai migliorarsi i sentimenti, su numero maggiore diffondendosi le cognizioni e l’operosità. Qual cosa innalza la dignità dell’uomo meglio che l’uscire dall’angusto circolo de’ domestici affari per occuparsi de’ pubblici, sulla piazza e nel consiglio sostenere dibattimenti da cui pende la prosperità della patria? L’agitarsi delle fazioni, i patimenti degl’individui, la premura di superare gli emuli, l’ambire le cariche come testimonio della pubblica fiducia, avvezzano fin dai giovani anni ad avere una volontà, e impediscono quella sonnolenza in cui rampollano le passioni vigliacche. L’uomo sentiva di essere cittadino; misurava le morali e fisiche sue forze nella lotta cogli emuli interni o coi nemici esteriori; e nell’allevare i figliuoli, consolavasi della certezza di lasciar loro un posto in società e una speranza.
Il compilare e applicare i varj statuti costrinse a coltivare la politica e la giurisprudenza. I nobili, che un tempo non servivano se non di capitani, allora andarono anche podestà, obbligati così a qualche studio o almeno a prendere in miglior concetto i leggisti, de’ cui consulti doveano valersi. Nelle città grosse, fin ducento persone pei magistrati annuali venivano di fuori, lo che accomunava le idee, cresceva la reciproca conoscenza, diffondeva tra gl’italiani la scienza di Stato: ogni podestà era superbo di lasciare il proprio nome a qualche novità o miglioramento: ciascuna repubblica era un centro di attività; ciascun uomo si affaticava negl’interessi della città propria; onde in mezzo all’Europa feudale il nostro paese compariva come un oasi della civiltà, e ne veniva grande incremento alle forze individuali ed energia ai caratteri. Che se pochi grand’uomini si vedono primeggiare, non significa che mancassero, ma che tutti i cittadini erano ad una elevatezza.
Nè però abbandoniamoci a panegirici. Era egli a sperare gentilezza quando gl’interessi esacerbavano gli odj, e gli sfoghi della violenza restavano impuniti per chi eludesse la legge fuggendo sul vicin territorio, o la affrontasse appoggiato ad una fazione? Se nei castelli duravano la prepotenza e la lascivia, se il clero prorompeva a splendidezze e lussi meno a lui convenienti, neppure i Comuni offrivano esempj di castigatezza. A migliaja contavansi le meretrici, o dietro agli eserciti anche dei Crociati, o nelle città dove talora esponeansi alle corse nelle solennità pubbliche. Nell’archivio di Massa Marittima è un contratto del 3 gennajo 1384, ove il Comune vende un postribolo ad Anna Tedesca col canone d’annue lire otto, e l’obbligo di tenerlo provvisto. In un altro del 19 novembre 1370, nel diplomatico di Firenze, il Comune di Montepulciano l’appigiona per un anno a Franceschina di Martino milanese per quaranta lire, oltre la tassa solita delle femmine di conio. Francesco da Carrara, trovate molte di queste sciagurate nel campo degli sconfitti Veronesi, le collocò al ponte dei Mulini di Padova, imponendo sui loro proventi una tassa a vantaggio dell’università.
Due colonne portate da un’isola dell’Arcipelago, stettero per terra a Venezia, nessuno sapendole rizzare, sinchè un barattiere lombardo vi si provò: legatele, bagnava le corde, pel cui accorciamento sollevandosi, le puntellava, e ripeteva il fatto sinchè le ebbe erette. In gente che avea San Marco sotto gli occhi, non so che mi credere di sì grossolano ripiego; ma quel che qui importa è il compenso da lui domandato, che i giuochi di zara fossero permessi in quell’intercolunnio, come seguitò per quattrocento anni, sinchè non venne infamato facendone il luogo del supplizio. A Genova, a Firenze, a Bologna esercitavansi pubblicamente quei giuochi, altrove ripetutamente, cioè inefficacemente proibiti.
Le leggi municipali rivelano le abitudini del popolo, il lusso con tutte le sue corruzioni, le speculazioni sul cambio e sui fondi pubblici. A Lucca la donna libera che peccasse, era abbandonata ai parenti, che poteano infliggerle qual volessero castigo, eccetto la morte: altrove era bruciata, severità che avrà impedito le accuse. Lo statuto di Genova del 1143 a chi ammazza la moglie non commina che l’esiglio. Quello di Nizza punisce di multa e bando l’adultero dopo scomunicato; e lo stupratore col marchio rovente in fronte, se pur non si redima con cinquanta soldi: e fino gl’incendiarj poteano riscattarsi a prezzo[84]. Quello di Mantova al bestemmiatore imponeva cento soldi: e se non li pagasse fra quindici giorni, fosse messo in una corba e affogato nel lago: se un uomo parli con una donna in chiesa, paghi venti soldi, metà de’ quali tocchi al denunziatore[85]. A Susa i ghiottoni e le bagascie erano menati nudi per la città.
Da tutti i racconti traspare grossolanità di costumi, non mascherata licenza nelle relazioni col sesso gentile, un rozzo compiacersi delle buffonerie, abusi di forza, masnadieri sfacciati, clero scostumato, avaro, simoniaco, eccessi di gola anche in persone ragguardevoli, scarso quel pudore pubblico che è fiore del delicato sentire, e fino ne’ potenti sfacciato libertinaggio e il concubinato. Dante non esita a relegare nell’inferno uomini di gran conto: il padre del suo dolce Cavalcanti e il sommo Farinata degli Uberti fra gli Epicurei, cioè fra quelli che badavano a godere la vita presente senza un pensiero della postuma; e fra gli oltraggiatori della natura «la cara buona immagine paterna» di quel Brunetto Latini, che gli aveva insegnato «come l’uom si eterna».
In tutti però gli attori che Dante conduce ad operare in quel gran dramma di tante catastrofi, appare un desiderio di fama, che li fa per un istante dimenticare i tormenti, dimenticar l’onta che possono ricevere dall’essere saputa la loro dannazione, tanto solo che la memoria di essi riviva fra gli uomini; desiderio appena soffocato in coloro che si tuffarono in bassa ed egoistica scelleratezza, traditori, spioni e simili lordure. Tal desiderio Dante trasportò nell’altro dal mondo che avea sott’occhio, dove, tra la barbarie non bene spenta e la civiltà non bene risorta, le passioni non avevano nulla perduto del loro vigore, operando per impulso anzichè per calcolo.
Aggiungete una devozione irrazionale, che vedeva un miracolo in ogni evento, premj e castighi immediati in ogni contingenza, attribuiva un santo ad ogni passione, ad ogni speranza, e santi e apparizioni faceva intervenire dappertutto, e moltiplicava voti quasi un patto col cielo per cansare i pericoli, e fin anco per riuscire ad una ribalderia. Seriamente s’attribuivano alla statua di Marte, qualora fosse mossa di posto, le calamità di Firenze. I Milanesi hanno in Sant’Ambrogio un serpente di bronzo, che credevano, ad onta d’ogni storia, lo stesso che Mosè inalberò nel deserto, e che al fine del mondo sibilerà. A salvarsi da grandine, fulmine ed altre meteore, tendevano festoni di rose e d’erbe olezzanti nelle chiese, col che premunivansi pure dal maligno sguardo delle vecchie (Decembrio). Per impetrare la pioggia, faceano un gran fuoco all’aperto, e vi metteano un pentolone o una conca a bollire, in onore di san Giovanni, empiendola di carni salate e legumi, che i monelli ciuffavano e si godeano là intorno. Alle Rogazioni, donne e fanciulle formavano di pasta figure di bambini, sperando così ottenerne; ed ornavano le vie con focaccie, ova e ogni abbondanza di verdure, e ampolle pensili di latte, vino, olio, mele. Di rimpatto mi sa d’affettuoso quel ricordare i fasti patrj dal santo che quel giorno correva, dicendo che a sant’Agnese fu la rotta di Desio, a san Barnaba la battaglia di Montecatino, a san Dionigi quella di Vaprio, a san Cosma e Damiano l’uccisione di Ezelino, e via discorrete, accoppiando una memoria storica ad una religiosa.
Grandi virtù, grandi delitti, grandi calamità sono proprie di tempi simili, fra cui si foggiano que’ risoluti caratteri che l’Alighieri seppe cogliere, e dalla vita reale trasferire nella sua scena soprumana, quasi senza bisogno d’aggiungervi o togliervi. Solo nella raffinata civiltà le fisionomie morali si fogiano s’uno stampo comune, alla guisa che i lineamenti esterni vengono ingentiliti e ridotti ad uniformità maggiore nelle città, mentre nella campagna conservano carattere distinto e pronunziato.
Fuori d’Italia pochi sapeano scrivere, mentre qui nel 1090 abbiamo l’atto con cui Vitale Faledro doge di Venezia dona al monastero di San Giorgio case in Costantinopoli e terre, e porta non meno di cenquaranta persone sottoscritte col proprio nome e cognome[86]. Nella vita di sant’Ambrogio de’ Sansedoni di Siena si legge ch’esso da fanciullo voleva sempre avere a mano l’uffizietto, talchè a sua madre non lasciava recitar le ore, e suo padre fece fare due libriccini d’immagini, uno de’ personaggi del secolo, l’altro di santi; e il ragazzino ricusò quello, mentre di questo si dilettava senza fine.
Tra gli altri popoli d’Italia, negli atti e negli scritti primeggiano i Fiorentini, sottili nel trovare spedienti, arguti nel motteggiare e cogliere con garbo e con delicatezza il ridicolo, sollazzevoli, pieni di gioconde idee, ed insieme d’indole ferma e di composta condotta; nelle lettere poi accoppiavano forza di raziocinio e prontezza, facezie e meditazione, filosofia e giovialità. Firenze «povera di terreno, abbondante di buoni frutti, con cittadini pro’ d’armi, superbi, discordevoli, ricca di proibiti guadagni, dottata per sua grandezza dalle terre vicine, più che amata»[87], pensava far lieta vita e balli per la vicinanza. All’Ognissanti era la festa del vin nuovo; a san Giovanni correasi il palio; e a quello del 1283 un Rossi formò un consorzio di più di mille popolani con statuti e vesti bianche, e un signor dell’amore, per mettere insieme cavalcate, balli, trionfi, con grande affluenza di gente e giocolieri e cantastorie e lieti banchetti.
E la ricchezza e insieme la serenità delle Repubbliche manifestavasi ne’ divertimenti. Folgore da San Geminiano, vissuto attorno al 1260, compose una corona di sonetti sopra i mesi dell’anno, diretta a una nobile brigata di Senesi, datasi a lieto vivere, fra cani, uccelli, ronzini, quaglie, e prodezze e cortesie. Nel gennajo le dona salottini con fuochi accesi, camere e letti con lenzuola di seta e coperte di vajo, poi confetti e vin razzente per difendersi dal garbino e dal rovajo; e gli invita ad uscir fuori il giorno a scagliar neve alle donzelle che stanno d’attorno. Di febbrajo è la caccia di cervi, capriuoli, cinghiali; onde in gonnella corta e grossi calzari escano per tornar la sera co’ fanti caricati di selvaggina, e quivi far trarre del vino e fumar la cucina e stare raggianti. D’ottobre si vada in contado a trar buon tempo e uccellare a piedi ed a cavallo; e la sera a ballo e inebbriarsi di mosto; e la mattina, dopo lavati, medicarsi con arrosto e vino[88].
«Nel tempo più buono di Firenze (dice Giovan Villani) ogn’anno si facevano le compagnie e brigate e coorti di gentili uomini vestiti di nuovo, facendo corti coperte di drappi e zandali, chiuse di legname in più parti della città, e simili di donne e pulcelle, andando per la terra ballando e accoppiate con ordine, e signore con più stromenti, con ghirlande di fiori in capo stando in giuochi e sollazzo e conviti di cene e desinari». E il Boccaccio: «Furono in Firenze molte belle usanze che l’avarizia discacciò. Tra l’altre era una cotale, che molti gentili uomini radunavansi e facevano loro brigate; e oggi uno, domani l’altro, tutti mettevano tavola, onorando la brigata, ed anche qualche forestiere; e similmente si vestivano insieme almeno una volta l’anno, cavalcavano per la città, e talora armeggiavano, e massimamente in occasioni solenni». Colà pure, nel 1333, si formarono due compagnie d’artefici, l’una divisata a giallo che furono ben trecento, l’altra a bianco che furono da cinquecento, e durò un mese in continui giuochi per la città, andando due a due per la terra con trombe e più stromenti con ghirlande in testa, danzando, col loro re molto onoratamente incoronato, con drappi a oro sopra capo, e alla loro corte facendo continuo convito e desinare con grandi e belle spese[89].
La gara de’ gentiluomini in menare a casa propria chi capitasse nella terra era tanta, che quei di Brettinoro, per ovviare alle dispute che ne nascevano, posero in mezzo del castello una colonna con molte campanelle attorno; e il forestiere legava il cavallo a qualsifosse l’una di esse; e quello cui era attribuita, restava il prescelto. Anche altrove s’istituirono brigate per onorare gli ospiti, a cui correano incontro per essere primi a levarli d’in sull’osteria.
Le sanguinose feste del circo cessarono, ma sempre ne continuarono di devote fra il popolo, guerresche fra i signori, a cui imitazione le fecero poi anche le città. Alla congiuntura di coronazioni, di matrimonj o d’altri fausti successi, solevansi aprire corti bandite, preparate con una sontuosità che supera l’immaginazione. Vi accorrevano musici, sonatori, saltambanchi, spacciatori di rimedj, funamboli, buffoni, che riceveano vesti, cibo, denari; imbandivansi ne’ cortili e sui prati per chiunque capitasse; nè barone o signore lasciavasi partire senza appropriati regali. Alle nozze di Bonifazio, padre della gran contessa Matilde, tre mesi continuarono i banchetti, ove convenivano (racconta Donnizone) molti duchi coi cavalli ferrati d’argento, dai pozzi attingeasi vino per un secchio legato a catena d’oro, e indicibili altre magnificenze.
Dante a’ suoi giorni vide più volte «gir gualdane, ferir torneamenti e correr giostre»[90]. Le gualdane erano brigate di giovani, che uniformemente divisati, cavalcavano per la città, armeggiando, o, come allora diceasi, bagordando. Nella giostra combatteasi con aste broccate e spade ottuse, sol cercando fare staffeggiare l’avversario[91]. Più solenni erano i tornei, banditi buon tempo prima, per grandiosi avvenimenti, e sotto la direzione degli araldi, che doveano esaminare lo scudo di qualunque campione volesse provarvisi. Tale piena di romanzi oggi c’inonda, che nessun lettore nostro sarà senz’aver visto qualche descrizione di torneo, e delle feste e cortesie che gli accompagnavano. In essi, come oggi ai balli, signoreggiavano le donne, a cui toccava incorare e ornare i campioni, decidere della prevalenza, consegnare il premio. Non che corrersi lancie a onore di esse, s’istituirono corti d’amore, ove si dibatteano problemi di galanteria, e davansi decisioni in forma; e noi pure ne avemmo qualche rara volta per imitazione dei Francesi.
Altre volte si scannavano e bruciavano bellissimi cavalli; o si faceano cuocere le vivande a solo fuoco di torchi di cera; o si seminava un campo con migliaja di soldi, che poi la moltitudine andava dissotterrando. In tempi di vita isolata e scarsamente abbellita, cercavansi con avidità simili occasioni di far pompa e acquistare rinomanza; vi si pensava un anno, e spendevasi in un giorno quel che in società raffinate stillasi nei piaceri abituali. Oggi un signore mette tavole discrete tutti i giorni per otto o dieci convivi, ha il teatro alla sera, frequenti balli, quotidiane comparse: il castellano isolato, una volta in vita spendeva un tesoro; più apparenza e meno realtà, più sfarzo e meno comodi.
L’usanza rimase e si ampliò nelle repubbliche e nei principati che da queste uscirono. Nel 1252 in Milano tennero corte bandita presso a porta Vercellina alcune compagnie di nobili e plebei, con divisa bianca e rossa, piantando assai padiglioni e capanni di fronde, ove ognuno fosse lautamente servito; ciascun dì uscivano a far baldoria i cittadini di tre porte; ed affinchè i rimasti non fossero senza gioja, per le strade e nelle piazze erano disposte tavole da mangiare e bere chi volesse.
Occasione a feste davano la venuta dei podestà o dei principi, le vittorie, e privatamente i matrimonj, i dottorati, i cavalierati. Nel 1260 gli Aretini ornavano della cavalleria Ildebrando Giratasca a spese del Comune. Di gran mattino, egli nobilmente vestito, con gran comitiva de’ suoi entrò in palazzo, e giurò fedeltà a’ signori e al santo patrono; indi passò alla chiesa madre per ricevere la benedizione, presenti i sei donzelli di palazzo e i sei tubatori. Pranzò a casa del signor Ridolfoni con due frati camaldolesi, e sovra desinare vi fu il pane, l’acqua, il sale, giusta la legge della cavalleria, e un dei frati gli tenne un discorso sui doveri di cavaliero. Entrò poi in camera, dove stette un’ora, indi a un frate si confessò; un barbiere gli acconciò barba e capelli, e ogni cosa pel bagno. Quattro cavalieri, venuti a lui con una turba di nobili donzelli, di giocolieri, di sonatori, lo spogliarono e posero nel bagno, mentre gli esponeano i precetti e le norme della nuova sua dignità. Statovi un’ora, fu posto in un letto pulito con finissime lenzuola di mussola, e il celone e tutto il resto di seta bianca. Dopo un’ora di letto, e facendosi già notte, fu vestito di mezzalana bianca col cappuccio e con cintura di cuojo; prese una refezione di solo pane e acqua; ito poi alla chiesa col Ridolfoni e coi quattro cavalieri, fe la veglia tutta notte, assistito da due sacerdoti e due cherici, e quattro donzelle nobili e leggiadre, e quattro donne mature, pregando che tal cavalleria fosse a onor di Dio, della Vergine e di san Donato. Sorta l’aurora, un sacerdote benedisse la spada e tutta l’armadura dall’elmo fino alle scarpe ferrate; celebrò messa, dove Ildebrando prese la comunione; indi offrì all’altare un gran cero verde e una libbra d’argento, e un’altra per le anime purganti. Allora, schiuse le porte della chiesa, tutti tornarono alla casa del Ridolfoni, dov’era preparata una colazione di confetti e tartare e altre delicature, con vernaccia e trebbiano. Venuta l’ora di tornare alla chiesa, il neofito, ch’erasi alquanto coricato, fu vestito tutto di seta bianca, con una cintura rossa a oro, e stola simile; e fra i tubatori e i cantanti, che suonavano e cantavano stampite in lode della cavalleria e del nuovo milite, s’andò alla chiesa fra signori e donzelli, e fra i viva e riviva del popolo. Qui si cantò messa solenne; durante il vangelo quattro cavalieri tennero elevate le spade nude; poi Ildebrando giurò mantenersi fedele ai signori del Comune di Arezzo e a san Donato, e a poter suo difenderebbe le donne, le donzelle, i pupilli, gli orfani, i beni delle chiese contro la forza e la prepotenza. Due cavalieri gli posero gli sproni d’oro, una damigella la spada, e il Ridolfoni gli diede la guanciata dicendo: — Tu sei milite della nobile cavalleria, e questa gotata sia in memoria di colui che ti armò cavaliere sia l’ultima ingiuria che ricevi pazientemente».
Finita la messa, tornarono fra suoni e canti alla casa del Ridolfoni, dove innanzi alla porta stavano dodici fanciulle con ghirlande al capo, e in mano una catena d’erbe e fiori, colla quale facendo serraglia, gl’impedivano l’entrata. Il cavaliere le regalò di un ricco anello, dicendo aver giurato di difendere donne e donzelle; ed esse gli permisero l’ingresso. Al pranzo sedettero molti cavalieri e signori, durante il quale i membri della Signoria mandarongli ricco donativo, due intere armadure di ferro, una bianca con chiovi di argento, l’altra verde con chiovi e fregi d’oro, due grossi cavalli tedeschi, due ronzini, due sopravvesti nobilmente ornate. Al popolo che rumoreggiava per istrada, si gettò spesso della tragea e mustacini e galline e piccioni e oche, donde l’allegrezza s’avvivava.
Dopo pranzo, Ildebrando fu armato coll’armadura bianca, e con lui molti nobili; e su cavallo bianco andò alla piazza con adorni scudieri, che portavano le lancie e gli scudi. Colà era preparato un torneamento, e gran gente a vedere; e si combattè corpo a corpo con lancie spuntate, e il neofito si comportò egregiamente; poi si torneò colle spade come fosse vera guerra, e la Dio mercè non intervenne alcun male. Cadendo il giorno, le trombe annunziarono la fine del torneamento, e i giudici distribuirono i premj; e uno ch’era stato scavalcato, dovette lasciarsi portare s’una barella da scherno. Il primo premio, ch’era un palio di drappo di seta, toccò a Ildebrando, che mandollo a quella che gli avea cinto la spada. Poi tra fiaccole e suoni egli tornò dal Ridolfoni, cenò cogli amici e i parenti, distribuì bei doni a tutti quelli che aveano preso parte[92].
Nel 1307 Azzo d’Este domandò al senato di Bologna volesse ornar cavaliere suo figlio Pietro, di quattordici anni. Gradito l’onore, si elessero dodici sapienti per ciascuna tribù che se n’occupassero, e stabilirono alloggiasse in vescovado, provvisto d’ogni cosa occorrente per sè e sua famiglia; si preparasse un bel destriero riccamente bardato, un palafreno, un mulo da donargli; una vesta di scarlatto col cappuccio e la berretta, e tabarro per cavalcare, tutto foderato di vajo, e un giubbetto di zendado giallo e azzurro; un letto con due paja di lenzuola finissime, coperta di zendado a fiocchi gialla e vermiglia, e un ricco copertojo di scarlatto; due paja calze, tre paja scarpe di sajo, una cintura d’argento lavorata, una spada dorata col fodero guarnito d’argento, un coltello col manico d’avorio guarnito d’argento, un cappello col cordone di seta, un pajo guanti di camoscio e uno di capriuolo, una cappellina foderata di vajo, una borsa, due berrette, un pettine d’avorio, due par di pianelle. Si elessero poi quaranta paggi de’ più nobili di città, vestiti a spese del Comune di zendado bianco ed argento, con cavalli ed aste. E Pietro fece la sua entrata accompagnato da quantità di gentiluomini ferraresi e bolognesi, e incontrato dal popolo e da’ magistrati a suon di trombe e tamburi. Il giorno di Natale, nella cattedrale splendidamente addobbata, come il vescovo ebbe cantato la messa, colle note cerimonie Pietro fu dal podestà vestito da cavaliere, e dal senato dichiarato figlio della città; indi il pranzo, poi la cavalcata per la città; la sera fuochi, trombe, campane per tutto; poi il giovane riccamente donato ritornò a suo padre, convogliato dai nobili di Bologna.
Nei funerali privati, dinanzi alla casa del defunto coi suoi prossimani si radunavano i vicini ed altri cittadini assai, e secondo la qualità del morto vi veniva il chiericato. Ivi la madre e le vicine cominciavano sopra lui il pianto, e i congiunti sedevano a terra su stuoje. Il morto, vestito a ragguaglio della sua condizione, veniva composto s’un feretro; e sopra gli omeri de’ suoi pari, con funerale pompa di cera e di canto, alla chiesa da lui eletta anzi la morte era portato. Molte croci lo precedeano, e laici convocati da un trombetto; poi cherici e sacerdoti; seguivano le donne, quinci e quindi sostenute[93]. Gli uccisi non si lavavano; gli altri sì, ed ungevansi e spesso empivansi d’aromi. Era pur consueto sepellire coll’armi e con magnificenza di vesti, d’anelli, di collane; grande eccitamento a violare le tombe[94]. Ai medici poneasi un libro sopra il cadavere[95]. S’introdusse poi la devozione di farsi sepellire colle tonache di battuti o di frati, come volle essere Dante.
Al mortorio di principi e cavalieri assisteva gran turba in bruno; e cavalli sellati senza cavaliero, vessilli, scudi, insegne, sfoggio di ceri e di strati; ed orazioni funerali, che poi ogni vulgare denaroso volle: le pompe si rinnovavano al settimo, al trigesimo giorno, ed all’anniversario. Con grande onore a pubbliche spese si esequiava il podestà che morisse in signoria. Nel 1390 messer Giovanni Azzo degli Ubaldini capitano di Siena «venne sepolto nel duomo a lato di san Bastiano. In primo al suo corpo ebbe dugendodici doppieri, legati nel castello di legname, dugenquattro da tre libbre l’uno ed accesi mentre durò l’ufficio. Vestì il Comune quattro cavalli colla balzana e colle bandiere coll’arme del popolo, ed anche vestì da sessanta uomini a bruno. Fu portato in una bara ad alto, coperta d’un bellissimo drappo d’oro, e sopra il corpo un padiglione di drappo d’oro foderato d’ermellino; e il detto padiglione portavano a stagiuoli, cavalieri e grandi cittadini di Siena. E furono vestiti venti cavalli a bruno, colle bandiere di sue arme, tutte di sciamitello, ed un uomo armato a cavallo di tutte sue armi e barbuta, spada ignuda e speroni ed altre armadure, le quali tutte rimasero al duomo. E fu nel castello di legname grande quantità di donne scapigliate, tutte di cittadini. Furono ancora a detta sepoltura tutti i priori di palazzo, e tra preti, frati e monaci intorno a seicento, ognuno dei quali ebbe torchietti di due e d’una libbra, e i cherici di sei once l’uno. E per memoria fessi la sua figura nella cappella, e attaccaronvisi tutte e ventitrè le bandiere e sue armi»[96].
Qui pure le prammatiche intervennero a por modo; e uno statuto di Mantova vieta di far corrotto e pianto nella casa del defunto, nè l’accompagnino donne maggiori di sette anni. Il senato di Bologna nel 1297 ordina che alle esequie nessuno vada lamentandosi o piangendo come si soleva; non si suonino altre campane che della chiesa ov’è il morto; niuna donna si porti a sepellire col viso scoperto, e sopra il cataletto non si ponga che un palio di seta; e dopo sepolto il cadavere, non deva la gente radunarsi di nuovo alle case, eccetto i parenti fino in quarto grado; non si vestano i morti che di scarlatto, se non siano cavalieri e dottori in legge; non vi sia all’accompagnamento più di dieci uomini, eccettuate le compagnie delle arti e delle armi. Nello statuto di Torino era prefisso, ad evitare spese e fatiche, che nelle esequie le mogli, figlie, sorelle, nipoti fino al quarto grado non uscissero di casa per seguire il morto; non si usassero ceri di oltre quattro libbre; non si facessero banchetti.
La caccia stette da principio riservata ai nobili, sicchè fu distintivo di nobiltà il falco che in quella adoperavasi; andavano in volta con questo uccello in pugno, ne ornavano i cimieri, come segno d’illustre sangue l’innestavano nello stemma e sulle tombe; per esso giuravano, gloriavansi dell’abilità nel porgli i getti o il cappuccio, lanciarlo, richiamarlo, inanimirlo, avventarlo sulla preda o ritorgliela appena ghermita; carissimo lo aveano le donne, e attestavano la loro premura ai cavalieri colle premure usate all’augello cacciatore. Domesticati portavansi alle adunanze ed ai viaggi; con quelli passarono i Crociati alla liberazione del santo sepolcro; a Milano, come vedemmo, si ordinò che nel broletto nuovo, dove adunavansi i nobili e i mercanti, si ponessero gruccie su cui collocare falconi, astori e sparvieri; il falconiere era persona importante; e Federico II dettò un trattato di falconeria. Fino i preti collocavano i falchi sui balaustri o sui bracciuoli degli stalli; e il III concilio di Laterano vietò la caccia duranti le visite della diocesi, volendo che i vescovi non traessero dietro più di quaranta o cinquanta palafreni.
Vietato rigorosamente ai villani di toccare la selvaggina, che perciò impunemente devastava i seminati, e sino il timido lepre diventava un flagello. Lamberto, arcivescovo di Milano, come speciale favore concedette a Burcardo, generale del re Rodolfo, di rincorrere un cervo nel suo brolo[97]. Anche negli statuti delle città son protetti con molta cura gli animali da caccia; e quel di Milano obbliga a restituire i falchi, vieta il rubar cani e prendere colombe o rondini o cicogne. I quali ultimi uccelli, ora quasi affatto stranieri alle nostre plaghe, frequenti vi comparivano, nidificando sulle torri, e purgavano da velenosi insetti[98]. Firenze avea due compagnie, dette i Piacevoli e i Piatelli, che a gara andavano a far caccia; e a chi meglio era riuscita, tornava in trionfo con fuochi e carri ed ostentazione.
S’imitarono poi le caccie vere colle finte, massime del toro: il circo di Augusto a Roma vide spesso di siffatti esercizj. Una magnifica caccia a fanali diede Alfonso di Napoli a Federico III imperatore nel recinto della Solfatara, dove pareano rinnovarsi i prodigi della magia. In una tristamente memorevole, data il 1333 nel Goliseo, Cecco della Valle, vestito mezzo bianco e mezzo nero, recava per divisa Io sono Enea per Lavinia, nome della sua amata; Mezzostallo, a bruno per la morte della moglie, portava Così sconsolato io vivo; un dei signori di Polenta, abito rosso e nero, e il motto Se annego nel sangue ho dolce morte! un altro giallo, e dicea Guardatevi della pazzia d’amore; uno color cinerino, e Sotto la cenere ardo; un Conti, vestito di argento, aveva per divisa Così bianca è la fede; Cappoccio vestiva rosa pallido, col motto Io di Lucrezia romana son lo schiavo; uno, divisato a scacchi bianchi e neri, Per una donna pazzo; un altro, a color marino e giallo, Chi naviga per amore, ammattisce; un giovinetto Stulli, a bianco con legacci e pennacchio rossi, e il motto So’ mezzo placato; uno, color celeste, con un cane legato al cimiero, leggeva La fede mi tiene e mantiene; un fosco, con brache bianche e abito nero, e una colomba all’elmo con oliva in bocca, dicendo Sempre porto vittoria; un altro a verde pallido, Ebbi speranza viva, ma già muore: taciamo altri motti e divise. Man mano che uscissero dall’urna, scendevano nell’arena, e fatti inchini alle dame, impugnate le armi, davano la caccia a tori, fra gli applausi dei riguardanti. Ma nella lotta ne furono morti diciotto dalla furia degli animali, sicchè al cruento spettacolo ne seguì un altro luttuoso di accorrere al Laterano per vedere i funerali de’ trafitti[99].
Come i nobili le feste aristocratiche, così il popolo ne voleva di proprie, motivate spesso dalla religione, anche quando alla religione facevano contrasto. I pubblici giuochi per lo più erano simulacri di guerra ed esercizj di forza. Nel broglio e nel circo a Milano si congregavano in bande ad esercitarsi alla corsa o alla lotta; a Verona in Campo Fiore, a Vicenza in Campo Marzio, a Padova nel Prato della Valle, a Lucca nel Prato. In Pisa il giuoco di Ponte rammemorava Cinzica, che dicevasi aver difeso la patria da una sorpresa dei Saracini (t. v, p. 536); e le due fazioni di Borgo e di Santa Maria, affrontatesi sul ponte d’Arno, con battocchi si davano furiosamente, sinchè all’una rimanesse il vantaggio; troppo per un giuoco, troppo poco per una battaglia, com’ebbe a dire Pietro Leopoldo. A Siena si rappresentava san Giorgio armato che azzuffavasi con un drago, finchè gli applausi annunziavano la vittoria. Quei di Prato aveano vanto nel giuoco del calcio, i Fiorentini nel pallone a bracciale, i Senesi nel pugilato, e alla Lizza e nel Campo frequentavano le feste delle quali un’ombra dura tuttavia nelle corse che, di luglio e di agosto, si fanno sopra dieci cavalli, divisati ciascuno diversamente[100]. Risalgono a quel tempo altri giuochi popolareschi non ancora dimenticati, come correre al villan rosso, alla pignatta, all’oca sospesa, e così la cuccagna, e piantare il majo, e somiglianze.
La gioventù molto addestravasi nel cavalcare, preparamento alla guerra; e a frotte correvano la gualdana, o faceano pellegrinaggi di piacere, o numerosi incontri a principi e grandi. Frequenti ripeteansi anche le luminare; frequenti quanto variati i balli; e le corse ora di barberi sciolti, ora montati da un fantino; e poichè il primo premio consisteva ordinariamente in un palio di seta o di lana, dicevasi correre al palio; al quale poi andavano uniti ronzini, falchi, porci, galli, cani da caccia, guanti ed altre gentilezze. Reputavasi fiero insulto alle città assediate il far correre il palio sotto le loro mura; e Castruccio, vinti i Fiorentini, pose le loro porte per meta ad una corsa di cavalli, poi di pedoni, infine di meretrici.
Moltiplicavansi i divertimenti al carnevale, nome che alcuni deducono dall’abbandono de’ cibi grassi, come si dicesse vale alla carne[101]. Pare finisse dappertutto colla prima domenica di quaresima, come si mantiene nella diocesi di Milano, ove pure san Carlo faticò assai per escludere le baldorie da essa domenica.
A chi non è conto il venerdì gnoccolare di Verona? Roma ha i suoi moccoletti; e più antica la processione di carri, che l’ultima domenica di carnevale drizzavasi a Monte Testacio. A Pavia in due piazze sotto le mura due parti della città venivansi incontro squadra a squadra ed uomo a uomo con elmetti di vinco imbottiti, portanti il segno di ciascuna compagnia; la celata al volto, la criniera, e scudi e mazze di legno. I generali precedevano colla bacchetta, accennando all’assalto d’un monticello, d’una casa, d’un ponte, ove ciascuno facea sue prove. Il podestà vegliava non si offendessero con armi vere; e dopo il carnevale continuavano duelli con mazza e scudo[102]. «In Firenze (dice Benedetto Varchi) usavano nei giorni di carnevale i giovani, massime i nobili, uscire fuori travestiti con un pallone gonfio innanzi, e venire in Mercatovecchio e in tutti i luoghi ov’erano le botteghe e i traffichi dei mercanti e degli artefici, e quivi dando a quel pallone, e mescolandosi con gli altri cittadini, e traendo loro addosso il pallone, e cercando di metterlo fra le botteghe, farle serrare, e finire così per quei pochi giorni le faccende. Così non facendo ad alcuno male, fuor quello di scioperarlo, in Mercatonuovo talora si formavano in cerchio, e spartiti faceano una partita al calcio... Degenerato poi l’uso innocente, sturbavano tutti, e gettavano fango»[103].
In Venezia era così antico il gusto de’ divertimenti, che Pietro Orseolo I, nel 978 abbandonando il corno ducale e il mondo pel chiostro, dispose delle sue facoltà mille libbre d’oro a favore de’ parenti, mille pei poveri, mille pei divertimenti pubblici[104]. Già nel 1094 erano segnalati i suoi carnevali, che fin agli ultimi tempi trassero da ogni parte chi amasse il libero sollazzarsi. La maschera, che sottraeva l’uomo alle indagini, permetteagli di penetrare fino nel gran consiglio, e ravvicinava il plebeo al nobil uomo, il barnabotto al frate, la merciaja alla dogaressa, v’era dalle leggi protetta con punizioni più severe a chi l’ingiuriasse. Vinto Ulrico patriarca d’Aquileja e fattolo prigione con molti nobili, i Veneziani il gravarono di mandare al doge, ogni mercoledì grasso, dodici majali e altrettanti grossi pani; poi al giovedì, in commemorazione faceasi la festa di tagliare il capo ad un bue e ad alcuni porci che il popolo si godeva. Intanto eransi eretti nella sala del Piovego piccoli castelli di legno, che il doge e i senatori demolivano. Poi dall’antenna di una nave tiravasi una gomona fin alla sommità del campanile di San Marco, per la quale un marinaro ascendeva ajutato da certi ordigni, indi calava alla loggetta per presentare al doge un mazzo di fiori.
Anche fuor del carnevale, Venezia era particolarmente rinomata per le sue feste; balocchi che la nobiltà offeriva alla plebe onde sviarne il pensiero dai rapitile diritti. Il ratto delle fanciulle (t. V, p. 526) diede origine all’annua festa dell’ultimo di gennajo, ove dodici Marie erano sposate con dote pubblica, portata entro arselle: ma poichè l’allegria era degenerata in turpitudini, vi si surrogarono dodici fantocci. Il giorno delle Palme, liberavansi alcuni uccelli e piccioni dalla loggia di San Marco, ed era una festa il rincorrerli e il narrar le venture. Alquanti, scampati all’attacco, si annidarono sul campanile e moltiplicarono, fin ad oggi rispettati dalle rivoluzioni e dal despotismo.
All’Ascensione, quando traeva un mondo di gente alla fiera, esponevasi un fantoccio di donna, che diventava modello al vestir femminile di quell’anno, non variato, come ora si fa, ad ogni arrivo di corriere. Ivi pure esibivansi all’ammirazione i capi d’arte; ed in una delle ultime, Canova preluse al risorgimento della scultura, presentando il suo Dedalo ed Icaro. Quel giorno stesso il doge sposava il mare. Le mense, che per santa Marta disponevansi lungo il canale della Giudecca, servite quasi di solo pesce, porgevano occasione a stringere o rannodare amicizie. Ai patrizj poi la Repubblica stessa imbandiva solennemente in certi giorni, con isfoggio di cristalli e quantità di zuccherini e canditi, che i convitati portavano a casa.
Volgendosi i divertimenti a formare buoni marinaj, si frequentavano le regate, delle quali la prima è ricordata nel 1315; quindi il senato decretò si facessero nel giorno di san Paolo. Una volta per settimana, nobili e popolani doveano esercitarsi al bersaglio a Lido. Il pugilato faceasi da settembre a Natale su ponti senza sponda. Nelle famose forze d’Ercole gareggiavano i Castellani vestiti a rosso, e i Nicolotti a nero, vincendo quelli che s’elevassero a maggior numero di palchi; poi finito, traevano certe spade smussate, e paravano e ferivano come in moresca, o ballavano la furlana. Nei boschi della badia di Sant’Ilario fra Gambarare e la laguna, i caccianti dovevano ai monaci la testa e un quarto d’ogni cinghiale che pigliassero; a vicenda i monaci doveano al doge prestar cani e cavalli quando vi venisse a cacciare, e nutrirne i falconi e i bracchi. La vigilia di Natale faceasi una gran caccia, e il doge distribuiva a ciascun magistrato e padrefamiglia cinque capi di selvaggina: al che, sotto Antonio Grimani, si surrogarono le oselle, monete d’argento, a questo sol uso coniate; e la raccolta delle quali oggi è una preziosità. Il giovedì santo egli riceveva il tributo del pesce, che parimenti distribuiva.
Cinque banchetti pubblici s’imbandivano ogni anno; a san Marco, all’Ascensione, a san Vito, a san Girolamo, a santo Stefano: per lo più di cento coperti, il doge invitandovi antichi magistrati e persone ragguardevoli. Nella sala del banchetto si sfoggiavano argenti del doge e dello Stato, trionfi di cristalli colorati; i ministri poteano parlare al doge e corteggiarlo; un popolo di curiosi vi assisteva in bautta, fra cui spesso insigni forestieri; le donne correano da un convitato all’altro motteggiando colla vivacità ch’è sì propria delle veneziane; qualche volta un poeta v’improvvisava, come più tardi fece la Cassandra Fedeli; più spesso v’avea musica e spettacoli. Allo sparecchio, gli scudieri dogali venivano a presentare a ciascun convitato un gran paniere di dolci, e mentre i padroni accompagnavano il principe alla sua dorata prigione, il gondoliere di ciascuno entrava a prendersi quel paniere, e recarlo a chi gli era stato imposto, invidiato testimonio di predilezione.
Secondo Rolandino, nel 1214 si finse in Treviso il castello dell’onestà, invece di spaldi e di merli, munito con pelli di vajo, porpore, zendadi, stoffe, ermellini, e dentro le più belle donne e donzelle, coperte non d’elmi e corazze, ma di vesti pompose. Erano accorsi alla festa i giovani da Padova, da Venezia e dal contorno, tutti in bell’addobbo; e divisi in drappelli sotto lo stendardo della patria, s’accinsero ad attaccare l’amorosa fortezza. Da projetti servivano melarancie, confetti, fiori e frutti, acque odorose, e dolci parolette. Con armi siffatte si prolungò la scherma, finchè i Veneziani mutaronle in zecchini; per raccorre i quali le Trevisane si diedero vinte. E già lo stendardo di San Marco penetrava nelle porte indifese, quando i Padovani, tenendosi soperchiati, cominciarono a forbottare, stracciarono il gonfalone, e si diè di piglio alle armi. La rissa fu chetata, ma Venezia pretese soddisfazione; e fu imposto che ogni anno i Padovani spedissero alla città trenta chioccie, alle quali davasi la libertà; ed era una ressa tra ’l popolo per raggiungere le galline padovane.
Dopochè, cacciando Pagano podestà del Barbarossa, si furono vendicati in libertà, i Padovani celebravano annualmente la festa de’ Fiori, menando attorno il carroccio, tirato da bovi e cavalli coperti di rosso coll’arma del Comune, e su di esso dodici fanciulle nobili inghirlandate di fiori e spargendo fiori, mentre fiori piovevano loro dalle finestre e davanti ai passi: ventiquattro cavalieri marciavano di fianco al carroccio, giunto il quale nel prato della Valle, cominciavasi una zuffa di questi con quelle a fiori, poi tra i soli cavalieri con arme; seguivano combattimenti di campioni armati con rotelle e mazze di legno, e di bravi inermi con sacchetti di sabbia. Le naumachie, colà rammentate fin da Tito Livio, si continuavano lungo il canale di Sant’Agostino, o in quello che lambiva a occidente il Campo marzio.
Ad avventure incerte dell’età dei Comuni attacca Vicenza la festa della Rua, per la quale, il giorno del Corpus Domini, strascina per la città a tutta forza di braccia un’altissima macchina a pennoncelli e stemmi e persone; baccano carnevalesco in giorno devoto. Quando Bologna ebbe, nel 1281, acquistato Faenza per tradimento di Tibaldello Zambraso, ordinò che ogni anno il giorno di san Bartolomeo si corresse per strà maggiore un cavallo addobbato, uno sparviero, due cani bracchi, un carniero e la baracagna, cioè la gruccia che si attacca all’arcione quando si va a caccia col falco. Inoltre si arrostisse una porchetta, e a mezza cotta il cuoco a cavallo la portasse sullo spiedo per detta strada fin alla porta, tenendo nella man sinistra lo sparviero; poi tornato la cocesse a perfezione, e, finito il corso, fosse a suon di trombe gittata dal palazzo in piazza ai biricchini colà famosi.
Messina, per l’Assunta, oltre le luminare e le corse, manda in volta un finto camello, in cui la tradizione ravvisa la memoria del conte Ruggero, allorchè, cacciati i Saracini, v’entrò alla orientale; mentre in due statue colossali, che pur si portano attorno fra assordante schiamazzo, indica Zancle e Rea, favolosi fondatori di essa città. I Cremonesi, la vigilia di quel dì, celebravano una festa a cui attaccavano le memorie di Zannino dalla Balla, che li redense dal tributo d’una palla d’oro all’imperatore: e quelle della vittoria sopra i Parmigiani. Cominciavasi dalla battaglia fra ragazzi sulla piazza maggiore; poi i facchini schizzavano dell’acqua, e i mugnaj della farina sopra la folla, che ne restava tutta bianca: lasciavasi correre un toro legato, che menavasi quindi per la città: poi nuove zuffe per acquistare il rigotto, berretto listato che gettavasi tra i facchini, e chi se ne impadronisse toccava sei zecchini: le statue di Zannino e di Berta vestivansi di panni adogati bianco e rosso, ogn’anno rinnovati a spese dei fornaj.
A Verona, il 26 dicembre, esponeansi le maschere: poi il lunedi e martedì del carnevale si andava nell’Arena a festeggiare: dopo le ventiquattro ore poteva chicchessia levare le insegne di qualsifosse bottega, e sopra di essa, per quanto minima di valore, farsi dare dall’oste fino a sei lire e quattro soldi in vitto; il quale oste faceasene rimborsare dal padrone dell’insegna. Due vedovi che si sposassero doveano contribuire ciascuno l’un per cento della dote ai ragazzi della contrada ove abitavano, altrimenti venivano derisi con un baccano fatto sotto le loro finestre (le bacinelle): del denaro avuto si facea gozzoviglia o limosina o qualche festa sacra.
Tali feste continuarono a lungo fra gl’Italiani, e valsero a renderne lieti e arguti i caratteri, quali li vediamo personificati nelle nostre maschere da scena. I tiranni ne preparavano di più frequenti, sapendo quanto facilmente si conduca un popolo che ama divertirsi; e nel secolo XVI le vedremo abbellirsi di tutto lo splendore delle arti.
I buffoni erano arnese necessario non solo nelle Corti ma e nei palazzi del Comune, sì lautamente trattati da patirne gli erarj[105]: alcuni nobilitaronsi col nome di minestrelli. Spesso eran nani, che coi frizzi vendicavansi degli scherzi cui la loro deformità gli esponeva. Talvolta usarono del privilegio della pazzìa per dire ai principi verità che altrimenti non v’avrebbero trovato accesso: per questa via alcuni ottennero l’immortalità, negata agli scopritori delle più utili arti, come il Gonnella del duca di Modena, Ponzino della Torre fra i Cremonesi, altri altrove.
Alle varie solennità ecclesiastiche dell’anno erano affisse certe costumanze, in parte derivate dall’antichità, in parte introdotte di fresco, e che non ancora furono dimentiche. Per l’Epifania a Firenze si portava attorno un fantoccio di cenci in mezzo ai lumi, ed altri si esponeano alle finestre, onde le tante baje sulla befana. Meglio a Milano una comitiva figurante il corteo de’ re magi moveva da Sant’Eustorgio preceduta da una stella; alle colonne di San Lorenzo incontrava re Erode, e gli domandava del nato Messia; poi tirando innanzi giungeva al duomo, e quivi trovato un magnifico presepio, offriva i doni; indi dall’angelo avvisata, volgevasi al ritorno per porta Romana. Più affettuosa era la domestica gioja del dì di Natale, quando il capocasa levavasi sulle spalle un ceppo, ornato di rami e fronde sempreverdi, e recatolo per la casa, il ponea sul focolare, attorno al quale esultava la riunita famiglia.
Quando a Pavia, la vigilia di san Siro, offrivansi al tempio ceri enormi, precedeano la processione i tavernaj, recando sopra una tavola un castello; dietro a loro i cacciatori con un albero, a’ cui rami erano legati di ogni razza uccelli, che portati in chiesa liberavansi: poi venivano le corse degli scudieri al gallo vivo e alla porchetta arrostita, e quella delle meretrici a’ salcicciotti; e finalmente gozzoviglie[106]. A Firenze pel san Giovanni faceasi un carro altissimo pien di santi e figure simboliche; e sulla piazza de’ Signori fin cento torri dorate, con entro uomini; e dappertutto palj, e gonfaloni, e macchine cariche di ceri e d’altri doni; infine fuochi d’artifizio, di cui i migliori artisti non isdegnavano dare le invenzioni variate. In alcuni luoghi, a Pentecoste davasi il volo in chiesa a piccioni bianchi, tra fiori e lingue di fuoco e frastuono popolare. Quando Firenze fu signora di molte città, ciascuna dovea quel giorno mandarvi il suo cero, e fin ventotto se n’ebbero, alti sei o otto braccia, con bambocci di carta, e quello di Pescia e San Miniato quaranta persone ci voleva a portarlo. Qualcosa di simile praticavasi nelle altre città, a Milano per la Madonna nascente, a Bologna per san Petronio, a Modena per san Geminiano, e così discorrete.
Qual v’è città o borgata che non festeggiasse con modi drammatici il santo tutelare? Alcuna fiata poi se ne celebrava qualche maggiore, come i Fiorentini nel 1304 mandarono un bando che «chi volesse sapere novelle dell’altro mondo, dovesse andare il dì di calen di maggio in sul ponte alla Carraja e d’intorno all’Arno»; e su quel fiume ordinarono palchi, ove figurarono l’inferno coi tormenti e i tormentati. La soverchia folla cagionò che il ponte cadesse, e molti ne guastarono la persona, sicchè il giuoco da beffe tornò a vero, e «com’era ito il bando, molti per morte andarono a sapere novelle dell’altro mondo».
E come presso gli antichi gli spettacoli dovevano invigorire il coraggio ed eccitare sentimenti patriotici, così nel medioevo sentivano l’ispirazione comune, l’ecclesiastica, e insinuavano devozione. Per ciò facevansi il più spesso in chiesa, e da diaconi o preti; donde abusi che rivelano più sempre la mistura di serio e beffardo, di compunzione e d’allegria, che ricorre in tutte le opere di quell’età. A certe feste, tutti dovevano comparire in figura di volpi, e in qualunque abito fossero, magistrati o prelati, usciva loro di dietro la lunga coda. In commemorazione della fuga in Egitto celebravasi la festa degli Asini, ove al canto affettuoso s’intercalavano ridicoli ragli. Queste cose facevansi sul serio, e noi stessi in fanciullezza potemmo vedere processioni e feste, che, come oggi a riso, così allora ci movevano a devozione.
Men ridicoli apparecchi atteggiavano i fatti che la Chiesa rammemorava in quel giorno. A tali misteri tutte le arti prestavano servigio, e davansi, non nelle angustie mefitiche d’un teatro a scapito della salute e della fermezza del cuore, ma al gran sole, nelle piazze, talvolta trasportandosi da paese a paese. Ne crebbe l’uso colle crociate, quando i pellegrini reduci voleano al vivo riprodurre gli atti su cui avevano meditato in Palestina; e scelte situazioni analoghe al Calvario, a Betlem, a Gerusalemme, vestivano sè ed altri cogli abiti che aveano veduto agli Orientali. A Roma nel 1264 era istituita la società del gonfalone per rappresentare la passione di Gesù. Alla compagnia de’ battuti a Treviso i canonici doveano annualmente somministrare due cherici, bene istruiti a cantare, per far Maria e l’Angelo nella festa dell’Annunziata[107]. Rolandino al 1244 riferisce come, nel prato della Valle a Padova, si figurò la passione di Cristo: ivi stesso il 1331 si ordinò di rappresentare ogn’anno nell’anfiteatro il mistero dell’Annunziazione. La cronaca del Friuli di Giuliano Canonico ricorda che, il 1298, alla corte del patriarca si rappresentarono dal clero la passione e la risurrezione di Cristo, la venuta dello Spirito Santo, il giudizio finale; e nel 1304, dal capitolo di Cividale, la creazione, l’annunziazione, il parto, la passione, l’anticristo. Chi tra’ miei lettori è così giovane da non averne visto gli avanzi in contado?
Sono queste le origini del teatro, che ritoccheremo quando il troveremo cresciuto.