CAPITOLO CXIV. Giovanna I di Napoli e Luigi d’Ungheria. Ladislao. Giovanna II. Gli Aragonesi in Sicilia.
| Case d’Angiò e di Durazzo. | |||||||
| Carlo di Francia 1266-85 | |||||||
| Carlo II lo Zoppo 1285-1309 | |||||||
| Carlo Martello re d’Ungheria | |||||||
| Caroberto re d’Ungheria | |||||||
| Luigi re d’Ungheria | |||||||
| Andrea 1º marito di Giovanna I | |||||||
| Roberto il Savio 1309-43 | |||||||
| Carlo duca di Calabria | |||||||
| Giovanna I 1343-81 | |||||||
| nel 1380 adotta Luigi d’Angiò figlio di Giovanni II re di Francia | |||||||
| Luigi II | |||||||
| Luigi III nel 1423 adottato da Giovanna II | |||||||
| Renato 1435-42 | |||||||
| Maria | |||||||
| Filippo principe di Taranto | |||||||
| Luigi 2º marito di Giovanna I | |||||||
| Roberto conte di Acerra 2º marito di Maria | |||||||
| Margherita moglie di Carlo III | |||||||
| Giovanni duca di Durazzo | |||||||
| Carlo duca di Durazzo 1º marito di Maria | |||||||
| tre figlie | |||||||
| Luigi conte di Gravina | |||||||
| Carlo III della Pace 1381-86 | |||||||
| Ladislao 1386-1414 | |||||||
| Giovanna II 1414-35 | |||||||
| Nel 1420 adotta Alfonso re di Aragona e di Sicilia 1442-58 | |||||||
Allo spettacolo di tante irrequietudini, è facile esclamare contro il governo repubblicano; e il Denina, «per far comprendere quanto sia meglio del popolare il governo monarchico ereditario ed assoluto per la quiete e felicità pubblica», oppone a que’ trambusti «il regno di Napoli, ove, da che i principi angioini si furono stabiliti, si godè internamente pace tranquilla»[20]. Vediamo se il fatto sia così.
Roberto, che tutta la lunga vita stette a capo della parte guelfa in Italia, ampiamente estendendo l’autorità e nulla i dominj, fu poco lodato in tempo che l’ammirazione si dirigeva al valor militare, e si appropriò a lui il motto di Dante, essersi fatto re chi era piuttosto da sermone[21]. Amò cordialmente la pace; eppure vedemmo quante guerre cagionasse o sostenesse. Tentò anche ricuperar la Sicilia, e soccorso da suoi alleati e da truppe di Provenza e di Piemonte, la assalì con quarantaduemila uomini, settantacinque galee, tre galeoni, trenta vascelli da trasporto, trenta sagittarj e censessanta barche coperte; ma prima la tempesta, poi il clima mandarono in dileguo tanto apparato; i ripetuti suoi assalti non fecero che sperperare il paese, e re Federico tenne testa.
Per lasciare in quiete i suoi, Roberto si valse delle truppe mercenarie, cercando denari in ogni guisa, fin col permettere ai giudici di commutare varie pene in multe: così disavvezzava i sudditi dalle armi. Pio al modello di san Luigi di Francia suo zio, assegnò ogni mese tremila ducati a eriger chiese e conventi, e comprare beni per frati e monache; ottenne dal sultano d’Egitto che dodici Francescani fossero addetti al santo sepolcro, come sempre si è continuato; fabbricò superbamente Santa Chiara, sua cappella regia, dove poi fu sepolto con immenso mausoleo e compendioso epitafio[22]. Dotto, e dei dotti protettore, «o fosse (dice il Petrarca) occupato negli affari di guerra o di pace, o si ristorasse dalle sofferte fatiche, giorno e notte, passeggiando e sedendo, volle sempre aver libri. Prendeva argomenti sublimi al suo ragionare; e benchè scarsa e quasi niuna occasione ne avesse, protesse con regia munificenza gl’ingegni del suo secolo. Non solo udiva con singolare pazienza coloro che gli recitavano lor composizioni, ma gli applaudiva ed onorava del suo favore. Così continuò fino all’estremo: già vecchio, filosofo e re, qual egli era, non vergognossi mai d’imparare, nè mai gl’increbbe di far parte agli altri di ciò che avesse imparato, ripetendo che coll’apprendere e coll’insegnare l’uomo si fa saggio. Que’ medesimi che, o per odio o per prurito di maldicenza, cercano sminuirne le lodi, non gli contrastano quella della dottrina. Egli peritissimo nelle sacre scritture, egli spertissimo ne’ filosofici studj, egli oratore egregio, egli dottissimo nella medicina, solo la poesia coltivò poco; di che, come gli ho udito dire, si pentì in vecchiezza»[23].
Collocò nell’Università i migliori maestri, fece voltar in latino Aristotele e Galeno; insigni giureconsulti illustrarono il suo regno, quali Bartolomeo da Capua suo protonotaro e consigliere, Nicola d’Alife segretario della regia cancelleria, Andrea d’Isernia detto il principe, l’auriga, l’evangelista de’ feudisti, Luca da Penna ed altri, noti tra la folla de’ commentatori. Di regolari magistrati e di opportune leggi confortò il Reame. Il clero, depresso dagli Svevi, poi rialzato sotto gli Angioini fino a sottrarsi d’ogni giurisdizione regia, fu da lui sottomesso ai magistrati in casi d’ingiurie e violenze.
Ma o perchè Roberto si trovasse occupato altrove, o perchè rifuggisse dal disgustarli, atteso la vicinanza dell’emula Sicilia, i baroni crescevano di potere e d’arroganza; circondatisi di clienti e vassalli, nei loro castelli ricoveravano malfattori; non essendovi chi osasse più chiamarli in giudizio, trascorrevano ad ogni eccesso; tornavano sulle guerre private, eludendo e le commissioni cioè lettere arbitrarie del re, e le minaccie della Corte di Roma, e il rigore de’ giustizieri. Anche i banditi crebbero tanto, che bisognò contro di essi inviare regolari eserciti, ma con poco profitto, essendo protetti dai baroni.
A ben peggio si cascò allorchè Roberto, dopo trentaquattro anni di regno, morì (1343). Del perduto figliuolo eragli rimasta Giovanna, alla quale volendo togliere un competitore e procurare un appoggio domestico, destinò sposo Andrea, nato da Caroberto re d’Ungheria, figlia del suo fratello maggiore Carlo Martello (t. VII, p. 384); e lo fece educare a Napoli perchè acquistasse i modi e l’amore de’ futuri sudditi. Cure al vento. Quando successero nel regno e ne’ tesori, Giovanna era sul toccare de’ sedici anni, e di qualche mese minore il marito; e la splendidezza di loro reggia non avea pari in Europa, eccetto quella d’Avignone. Ivi Sancia da Majorca vedova di Roberto, Caterina imperatrice titolare di Costantinopoli, Margherita di Táranto regina vedova di Scozia, teneano altrettante corti; Maria, sorella di Giovanna, segretamente maritata a Carlo duca di Durazzo, sfavillava di bellezza e ingegno; Agnese di Périgord, madre di questo, compiva il regio circolo; e tutti lusso a gara, e feste, comparse, raffinatezza, amori rinterzati, intrighi inverecondi; inciampi alla fragile Giovanna. Andrea, candido uomo e dolce, non avea dismesse le grossolane usanze magiàre, tratto inelegante, strani gusti, umore indolente; e pretendendo gli competesse il regno non per la moglie, ma per diritto ereditario, non rassegnavasi alla superiorità pretesa da questa. Adunque due fazioni divisero la Corte e tutto il regno; e la ungherese crebbe pel favore del papa e più per la sventataggine di Giovanna, che non soffriva gli affari la distraessero dagli spassi, ne’ quali accoppiava la ricercatezza della letterata pulizia italiana colle pompe di Germania e Provenza; e la recita dei sonetti del Petrarca e delle novelle del Boccaccio alternavansi coi giuochi floreali, co’ tornei, colle corti d’amore. Frà Roberto, zoccolante ungherese, maestro d’Andrea e potente sopra la regina, a cavalcione dei due partiti, diveniva arbitro del regno. Petrarca, che allora vide quella Corte, prega il Cielo che campi l’Italia da simili disastri; esser Napoli una Mecca, una Babele ove Cristo s’insulta, fede non v’è, nè giustizia o pietà; i dominatori sono Falaridi, Dionigi, Agatocli; ma singolarmente inveisce contro il frate, sporco, stracciato, brigante, superbo. — Retorica.
Andrea, impacciato fra le cortigianerie, indispettito degli amori di Giovanna col cugino Luigi duca di Táranto, volle essere consacrato prima dei ventidue anni prefissigli da Roberto, e alla coronazione fece drappellare ceppo e mannaja, come ad esprimere ne userebbe contro gli offensori. Chi vuol fare non minacci. Quei che avevano motivo a temerne, congiurarono, capo il conte d’Artusio figlio secreto di re Roberto, e Filippina la Catanese, lavandaja, venuta balia di Luigi, e diventata confidente della regina; Giovanna, se non consentì, almeno non ostò che Andrea fosse strangolato e gittato da un terrazzo (1345 20 agosto).
Nessuno tolse da senno a farne processo e giustizia; solo il papa, come alto signore del Regno, commise a Bertrando Del Balzo, gran giustiziere, di cercare i colpevoli: e costui, sciorinando uno stendardo ov’era effigiato l’assassinio, si trasse dietro il vulgo fin al palazzo; nè la regina valse a impedire che la Catanese e i complici, dopo orribili torture, fossero appiccati ed arsi. Giovanna intanto sfacciatamente sposava (1347) il duca di Táranto; poi presentendo la guerra civile, facea levata di vassalli e partigiani; e a Luigi il Grande re d’Ungheria, maggior fratello di Andrea, scriveva scusandosi innocente. Il quale le rispose: — Il disonesto tuo vivere, il ritenere la podestà regia, la negligenza in punire il misfatto, le non chieste scuse, ti palesano partecipe e rea dell’assassinio; nessuno sfuggirà alla vendetta divina e all’umana».
Esso Luigi tiene posto segnalato fra i re dell’Ungheria, la quale, di fresco sbarbarita nè ancora spossata dalla viziosa costituzione, al tempo di lui si collocò fra le primarie potenze d’Europa. Egli era al tempo stesso re di Polonia, sovrano della Bosnia, della Servia, della Bulgaria, della Moldavia, della Valachia, onde estendeva i dominj sulle genti slave dall’Adriatico al mar Nero e alla foce della Vistola; rispettato dai Tedeschi, temuto dagli Italiani. Chiese al papa dichiarasse Giovanna immeritevole del regno, e ne investisse lui stesso, che s’accingeva con un esercito a far giustizia. E benchè il papa, che avea levato al sacro fonte un figlio postumo d’Andrea, tentasse indurlo a rimettere la cosa al suo tribunale, egli pose in pegno fin le gioje di sua moglie[24], e mosse a questa volta.
I Napoletani si erano divezzi dalla guerra: la gente di villa non conosceva arme, nè portava in mano che una mazza di legno per difendersi dai cani; invece di giacere alla serena, piacevansi di letti soffici e di piumacci, e sempre erano a pettinarsi e lavare il viso a mo’ di donne[25]. Non si potea dunque far conto che sui venturieri; ed era a temere che i Siciliani, per isfavorire Napoli, dessero mano agli Ungheresi. Pertanto Giovanna pattuì con quelli pace intera e assoluta indipendenza; poi diffidando de’ pochi partigiani, all’avvicinarsi del vindice fuggì in Provenza (1348).
Luigi, vincitore senza aver combattuto, volle vedere il terrazzo donde era stato precipitato Andrea, e quivi, rinfacciando il misfatto a Carlo di Durazzo che invano se ne giura incolpevole, lo fa stender morto e trabalzare anch’esso nel giardino; molti creduti complici manda al supplizio; gli altri reali spedisce in Ungheria. Entrato in Napoli da conquistatore, attende a far processi, colloca a governo Ungheresi e a reggente Stefano Laszk, principe transilvano; ma poichè la peste cominciava, congeda le truppe e torna in Ungheria.
Paese facile a conquistare, difficile a conservare. Il papa negò a Luigi l’investitura nè di Napoli nè della Sicilia finchè Giovanna non fosse regolarmente convinta rea. I Napoletani, ben presto disgustati dei forestieri e rimpiangendo le allegrie dell’antica Corte, invitavano la regina, la quale dalle indagini fatte risultava innocente del sangue d’Andrea. Assolta dunque dal papa che ne convalidò il nuovo matrimonio, ella s’accinse a ricuperare il regno; vendette al papa la città d’Avignone per ottantamila fiorini, e impegnò le gioje onde far denaro; e assoldate truppe, coll’assistenza di Nicolò Acciajuoli illustre fiorentino ricuperò il paese (1350), salvo alcuni castelli. Intrepidamente frivola fra tanti pericoli, colle allegrie stordiva sè e i sudditi; intanto che re Luigi sopragiungeva con trenta o quarantamila Ungheresi.
Costoro, naturati coi loro cavalli, su cui fin da fanciulli viveano, usavano unica difesa un giubbone di cordovano rinterzato, unica offesa l’arco e lunga spada; selle e gualdrappe la notte scusavano di letto e di copertura al cavaliero, il quale portava allato carne secca polverizzata, che con poca acqua calda riduceva a bibita sostanziosa. In tal modo aveano guerreggiato con Bulgari, Russi, Tartari, Serbi, in pianure patenti ove il pascolo abbonda; ma gl’Italiani distruggevano le proviande, e chiudevansi in terre castellate, di modo che gli Ungheresi consumavansi per difetto di foraggi; e sebbene i nostri potessero a pena sellare tre o quattromila cavalli, le ordinanze massiccie e le solide armadure nostrali presentavano intoppo inaspettato. Gli stranieri malmenarono il Reame, e lo presero tutto, eccetto Gaeta ove s’erano ridotti Giovanna e il suo sposo: ma poichè fame e peste li decimavano e il tempo del servizio militare scadeva, Luigi (1351) dovette accettare una tregua, patto che il papa facesse riassumere a processo la regina; e se fosse chiarita colpevole, il regno cadesse al re d’Ungheria; se innocente, questi cederebbe a lei le piazze per trecentomila fiorini. Giovanna a prova di testimonj giurati dimostrò che un filtro l’aveva distolta dall’amare Andrea, e fu dichiarata inconscia dell’assassinio di questo; laonde Luigi cedette le piazze, e neppur volle il pattuito compenso, dicendo: — Guerreggio per giustizia, non per guadagno». Giovanna tornò regina (1352), e Luigi di Táranto fu coronato.
Fra ciò la Sicilia compiva le sue sorti separatamente dalle italiche. I baroni, che erano stati repressi dagli Svevi, nella guerra succeduta ai Vespri sentirono d’esser necessarj; e straordinariamente compensati degli straordinarj servigi, talmente inorgoglirono, che appena soffrivano d’essere inferiori al re; e sotto al debole Pietro II (1337), figlio e successore di Federico I d’Aragona, pretendevano rendere ereditarie le cariche più alte. Colle estese parentele e colla clientela de’ popolani, ogni casa faceasi centro di partiti, che ruppero a guerre sotto il nome e la capitananza degli Alagona e dei Chiaramonti di Modica, dei Palici e dei Ventimiglia di Geràci; tanto che tutta quella costruttura di Federico I 1342 andò a fascio, nè quasi ombra rimaneva di governo centrale. Sotto Lodovico, succeduto quinquenne (1355) al padre in tutela del giustiziere Blasco d’Alagona, e sotto Federico II suo fratello sottentratogli di tredici, e indicato col titolo di Semplice, raffittirono le guerre da casa a casa; e «tanto mortalmente crebbe il furore delle loro parti, che senza alcuna misericordia, come salvatiche fiere, ovunque s’abboccavano s’uccidevano per agguati, per tradimenti; e per furti di loro tenute continovo adoperavano il fuoco e il ferro,..... e tanto si disusarono i campi della coltura, tanto si consumarono i frutti raccolti, che l’isola, per addietro fontana d’ogni vittuaglia, per inopia e per fame faceva le famiglie de’ suoi popoli in grande numero pellegrinare negli altri paesi»[26].
Ai re di Napoli il momento parve buono per far valere le ragioni che avevano dissimulate, non deposte; e Giovanna occupò Messina (1353), promettendo alzarla capo della Sicilia; ma Chiaramonti e Ventimiglia s’accordarono per ricuperarla. A Giovanna, padrona della Provenza e di Napoli, sarebbe stata necessaria una bella marina; ma le guerre non le permisero mai d’allestirla, anzi lasciò disfarsi ogni resto dell’antica potenza marittima di que’ paesi. Bisognosa di navi, ne chiese quindici in dono da Lodovico d’Aragona, a tal prezzo rinunziando i diritti sull’isola, nè riservandosi che l’annuo tributo di tremila once. Ai Siciliani parve baratto codardo questo riconoscere il regno come dono della signora nemica; eppure ciò poneva fine alla lunghissima guerra di Sicilia, costata tanto denaro e sangue: la soggezione non fu che nominale, nè mai pagato il tributo.
Giovanna e Luigi di Taranto sedevano sul trono napoletano; ma che poteano essi in regno sbranato dalle parzialità, e dove i baroni non voleano deporre le armi, impugnate ne’ passati trambusti? Alcuni scontenti v’invitarono la banda del conte Lando, che si rese terribile ad amici e nemici: e per rimandarla si dovettero imporre straordinarj accatti, e sospendere il consueto tributo al papa, che perciò ebbe a mettere il regno all’interdetto. Luigi di Táranto, vagheggino da nulla, morì di quarantadue anni (1362); e Giovanna, ad istanza de’ baroni, sposò Giacomo III d’Aragona, re titolare di Majorca; ma il tenne appartato da ogni autorità, e per lo più in Ispagna, finchè morì (1374) senza farla madre. Essa contava quarantasei anni; tutti i suoi figli erano morti; la sorella Maria non avea che tre figliuole, una delle quali, Margherita, fu da Giovanna designata a succederle, sposandola al cugino Carlo, figlio dell’ucciso duca di Durazzo, e che fu poi conosciuto col nome di Carlo della Pace; uom bello, attraente, ma profondamente simulato, e pronto sempre a rinegare la propria parola. Ma l’intrinsichezza di questo con Luigi il Grande, sotto del quale campeggiava in Ungheria e nel Friuli, ingelosì Giovanna, che repente concesse la mano (1376), non il titolo regio ad Ottone di Brunswick, che allora dimorava in Piemonte qual tutore del marchese di Monferrato.
Era il momento che contendeasi pel successore di papa Gregorio XI; e Giovanna, favorendo Clemente VII, antipapa, diede impulso al grande scisma d’Occidente; lo perchè Urbano VI la proferì scomunicata e decaduta dal regno e da tutti i feudi, ed eccitò contro di lei Carlo della Pace, di cui essa aveva deluso le aspettative. Il popolo napoletano bolliva contro la regina perchè fomentasse lo scisma, e acclamava il papa vero, e saccheggiava i palazzi; i baroni si combattevano fra sè con grandi eccidj, e la regina non potea che perdonarli e farli giurar paci che al domani erano violate. A tanti pericoli sentendo non bastar sola, essa cercò un appoggio coll’adottarsi erede Luigi d’Angiò (1380), secondogenito di Giovanni II re di Francia; seme che dovea fruttare due secoli di guaj al Reame. Esso Luigi per far denari s’appropria il tesoro regio di Francia, smunge province, sacrifica gli Ebrei, sottrae le paghe ai soldati, impone a Parigi una tassa su tutti i comestibili; e perchè il popolo ne tumultuava, fa buttar nel fiume i capi delle arti.
Come Urbano VI a Carlo, così Clemente VII favorì all’Angioino, assentendogli le decime sulle entrate ecclesiastiche in Lingua d’oc e in Lingua di sì, e persino a favore di lui ergendo in regno d’Adria lo Stato ecclesiastico, salvi il Patrimonio di San Pietro e la campagna di Roma: così sagrificando l’indipendenza dello Stato ecclesiastico. La morte del genitore trattenne Luigi d’Angiò in Francia; e intanto Carlo, sollecitato dalle solite speranze dei profughi, colle bande venturiere del Barbiano e dell’Acuto mosse ver Roma, dove, incoronato da Urbano VI, e fornito di ottantamila fiorini col togliere gli ori e fin i vasi sacri dalle chiese, dopo ronzato due anni coll’esercito a ruina degl’italiani, penetrava nel Reame (1381). Dal popolo, inusato alle armi, non soffrì resistenza; i baroni volevano male a Giovanna dell’essersi eletto successore uno straniero; la Città dividevasi tra Angioini e Carlisti, tra Urbanisti e Clementini; talchè impossibile era la difesa, e Carlo, fra i mirallegro entrò in Napoli. La regina, chiusasi nel Castel Nuovo, non ricevendo i soccorsi aspettati, si arrese. Carlo le fece onore: ma spargendo ch’ella il guardasse come un ladrone, e contro di lui sollecitasse continuamente Luigi d’Angiò, la fece strozzare (1382). Comunque d’indole generosa, ingenua, amorevole[27], colla inescusabile giovinezza e più col variare dei mariti e degli eredi ella sovvertì allora e poi il Reame. Sua sorella Maria di Durazzo non tardò a seguirla, e nel costei sepolcro spegnevasi la discendenza di re Roberto.
Luigi avrebbe voluto rimanere in Provenza a raccorre la porzione più solida dell’eredità di Giovanna; ma l’antipapa Clemente, per contrariare al favorito di Urbano VI, lo spingeva a vendicare la sua benefattrice, e conquistarsi così ricca corona. Egli dunque coronato in Avignone re di Sicilia, di Napoli, di Gerusalemme, con bello e forte esercito, con Amedeo VI conte di Savoja, e col favore di Bernabò Visconti che sposò una figlia a un figlio di lui, e assistito dai malcontenti, calò per Italia, e due anni continuò guerra a Carlo della Pace. Questi, non sostenuto dai baroni, sì bruciato di denaro che derubò alla dogana i panni de’ Fiorentini, Pisani e Genovesi onde distribuirli a’ suoi fedeli, conobbe l’opportunità d’evitare gli scontri, e secondo i consigli di Alberico da Barbiano, da lui fatto connestabile del regno, aspettò che le malattie logorassero gli uomini, i cavalli, il tesoro del nemico. Di fatto quel floridissimo esercito fu ben presto a tal miseria, che i migliori cavalieri montavano asini; il duca avea venduto vasi, gioje, fin la corona, nè copriva la corazza se non d’un cencio dipinto; alfine morì di febbre a Bari; gli altri o perirono (fra questi Amedeo di Savoja, a Santo Stefano in Puglia, 1384 12 marzo), o tornarono accattando e rubando.
Più colla politica che col valore avea trionfato Carlo, nè però ebbe calma; e la fazione angioina, fedele al fanciullo Luigi II, erede della Provenza e delle pretensioni dei defunto duca, lungamente sconvolse il Regno. Inoltre egli si guastò affatto con papa Urbano, che essendosi piantato a Napoli, pretendeva esercitarvi padronanza, e voleva investisse a un tristo suo nipote il principato di Capua e d’Amalfi, e altri possedimenti promessi quando fu coronato: onde tempestò fra guerre e scomuniche scandalose, peggiorate dalla peste che in quegli anni rinnovò i guasti per tutta Italia. Carlo, inorgoglito dalla vittoria, era meno che mai disposto ad ascoltare le rimostranze del pontefice che pretendeva moderasse le molteplici imposte sul Regno: onde Urbano si chiuse in Nocera, pose alla tortura alcuni cardinali imputati di congiura, e scomunicò Carlo, il quale a vicenda tormentava i prelati napoletani che obbedissero all’interdetto, e mandò l’esercito ad assediare l’ostinato pontefice. Questi s’affacciava ogni tratto al balcone col campanello e colla torcia accesa scomunicando l’esercito del re, finchè dopo sei mesi vennero in soccorso truppe mercenarie, che lo trafugarono verso Salerno, d’onde s’imbarcò anelando vendetta (Cap. CXVII).
Alla sorte del Reame venne a recare nuovi viluppi la morte di Luigi il Grande d’Ungheria. Aveva egli menato frequenti guerre con Venezia, la quale conservava sempre il titolo di signora di Dalmazia, di Croazia e d’un quarto e mezzo dell’impero d’Oriente; mentre esso re, dacchè pretese al Napoletano, avrebbe trovato opportunissimo possedere Zara, anello fra i suoi paesi e la Puglia. Tentò dunque essa città, ma i Veneziani gliela disputarono, e dopo diciotto mesi d’assedio la presero. Ne serbò rancore Luigi, e favorì lo scontento degli Schiavoni, i quali dalla signoria veneta aborrivano perchè sagrificati al vantaggio della capitale, mentre sarebbero potuti fiorire di commercio diventando lo sbocco dell’Ungheria. Quando si sentì bastante vigore, Luigi intimò al veneto senato restituisse le città di Dalmazia, antiche pertinenze della corona ungherese. Il senato ricusò e fece navi; ed avendo l’emula Genova prestato a quel re sessanta galee comandate da Antonio Grimaldi, i Veneti uniti ai Catalani, e capitanati da Nicolò Pisani, a Lojera diedero una terribile rotta ai nemici (1353), prendendone trenta galee con tremilacinquecento prigionieri, che lasciarono consumar nelle carceri, oltre duemila che perirono combattendo.
Non per questo re Luigi desistette dal molestare i Veneziani in Dalmazia; e risolse attaccare Zara, Spalatro, Trau, Nona e al tempo stesso Treviso, unica città che Venezia tenesse in terraferma. Occupate Conegliano, Asolo, Céneda, que’ temuti cavalleggeri arrivarono sotto Treviso, ma prenderla non poteasi con scorridori; i quali, impazienti di lunghe fazioni, costrinsero il re a battere in ritirata, benchè forte di trentamila uomini. Meglio ordinatosi, ricomparve egli, e per tradimento ebbe la città (1354); e chiesto di pace, generosamente dichiarò bastargli il ricupero delle città spettanti alla sua corona, e che il doge rinunziasse al titolo che si arrogava su quelle, e gli provvedesse ventiquattro galee, di cui egli pagherebbe le spese.
Morto Luigi (1382), la nobiltà consentì che Maria sua figlia, da essi gridata regina, ne portasse i diritti a Sigismondo di Luxemburg, figlio dell’impotente Carlo IV. Altri nobili però gridarono Carlo III di Durazzo, che adottato da re Luigi, era cresciuto in quel reame e formatosi a quelle armi; e di fatto egli, per ambizione del nuovo non curando i disordini cui abbandonava il regno suo prisco, v’andò, ed ottenne la corona angelica; ma la regina lo fece assassinare. Giovanna era vendicata (1386). Allora va in estremo scompiglio l’Ungheria, dove i Croati accorreano a punire il delitto con altri delitti e brutalità. Côlta Maria, la mandavano a Margherita vedova di Carlo, se non si fossero opposti i Veneziani: intanto le ribellioni fiaccarono affatto l’Ungheria, e un nuovo re della Servia orientale ebbe Zara, Trau, Sebenico, Spalatro e le altre città per lo innanzi possedute dai Veneziani. Maria fu liberata da Sigismondo di Luxemburg suo marito, il quale alla morte di lei (1395) restò re del paese, che trasmise poi a Casa d’Austria.
Tra questo fare, il regno di Napoli, salito a tanta grandezza sotto i Normanni, gli Svevi e Roberto il Buono, sfasciavasi sotto i costui discendenti, e poco pesava sulla bilancia politica, mentre internamente era campo di sciagurate battaglie fra bande di ventura e stranieri semibarbari: le contribuzioni erano riscosse e consumate da costoro; non esercito nè flotta v’avea che obbedisse al re, non fortezze ben munite; esausto l’erario, effeminata suntuosità alla corte, la nazione disabituata dalla guerra, sicchè nè i padroni confidavano in essa, nè i nemici la temevano; e in conseguenza nè essa aveva a se medesima quel rispetto che salva da vergogna, nè dagli altri l’otteneva.
L’intempestiva morte di Carlo III aggiunse mali a mali; e mentre Ladislao, figliuolo di lui decenne, era proclamato re sotto la tutela di Margherita, la fazione francese dei Sanseverino salutava l’altro fanciullo Luigi, figlio di quel d’Angiò, due fanciulli in tutela di due donne meno abili che intriganti. Maria di Blois tolse a Ladislao quasi tutta la Provenza; i Napoletani, scontentati dall’avarizia di Margherita e dall’avidità de’ suoi favoriti, si sollevarono anch’essi a favore d’Ottone di Brunswick, vedovo di Giovanna e creato di Clemente VII, che a nome dell’Angioino prese Napoli. Così due papi, due re, due reggenti, fra le cui dispute i più negano obbedienza ad entrambi, entrambi li scomunica papa Urbano VI, e tutto va sossopra. Luigi II coronato in Avignone (1391), è in Napoli accolto fra gli applausi, ma presto ridotto a rassegnare ogni potere a Ladislao (1399), che riconosce il regno come benefizio della Sede apostolica[28].
Fra pericoli e congiure e guerre intestine costui s’addestrò agl’intrighi, coll’età crescendo di coraggio; perfido politico quanto Gian Galeazzo, e più valoroso, formò buone truppe, ebbe di molti partigiani, tolse tutte le fortezze ai Francesi, punì i baroni che gli avevano favoriti. La nobiltà ungherese, disgustata di re Sigismondo, offrì la corona angelica a Ladislao, che v’accorse; ma poi trovandosela contesa, vendette ai Veneziani Zara e le altre piazze di Dalmazia, nè più dandosi un pensiero dell’Ungheria, pensò ingrandire in Italia, prefiggendosi rinnovare la gloria di Federico II imperatore, e solendo dire: — O Cesare o nulla». Per assodare la monarchia deprimeva i baroni, che odiava tutti o parteggiassero pei Durazzo o per gli Angioini; impedì tenessero più di venticinque lancie ciascuno, come faceano col pretesto di pubblico servizio, ed anche queste fossero stipendiate e alloggiate dallo Stato: intanto ammise chi che fosse ad ottenere feudi, uffizj, sin la cavalleria.
Era allora la cristianità straziata dal grande scisma, e l’Italia n’andava tutta in parti e in armi, sicchè non parea far guerra al papa chi assalisse lo Stato papale. Ladislao colse il buon punto; e quando (1404), dopo morto Bonifazio IX e ne’ primi tempi d’Innocenzo VII, Roma sbranavasi fra il popolo e i grandi, egli cercò entrarvi, favorito dai Colonna e dai Savelli. Il popolo s’impadronisce di Ponte Molle e respinge il re; ma dodici cittadini ch’erano andati per trattare un accordo con papa Innocenzo, vengono côlti dal nipote di questo e trucidati. Il popolo si leva allo stormo della campana di Campidoglio, caccia il papa, saccheggia. Ladislao teneva occhio a quella preda, e mentre mena a ciancie il pontefice e i Fiorentini, occupa trionfalmente Roma: Gregorio XII, bisognoso d’appoggio contro il papa emulo, dà a Ladislao l’investitura di Roma, del Patrimonio, della marca d’Ancona, di Bologna, Faenza, Forlì, Perugia e del ducato di Spoleto per venticinquemila fiorini l’anno (1408 25 aprile); e fu il primo che se ne intitolasse re, diventando padrone dello Stato di cui erano vassalli i suoi predecessori.
Allora parvegli toccare il cielo col dito, sprezzò ogni ostacolo, e in verità perchè non potea sperare di divenir re di tutta Italia? Morto Gian Galeazzo, i Visconti erano ristretti nella Lombardia: Venezia sentivasi ancora fiaccata dal duello con Genova: questa dalle fazioni era costretta ad appoggiarsi alla protezione di Francia. Solo i Fiorentini ostavano, e poichè nol vollero riconoscere, attenti che nessun potentato preponderasse in Italia, Ladislao staggì le robe di tutti i loro mercadanti in Roma (1409), e accumulato denaro, ne corse guastando il territorio, onde il popolo lo chiamava il re guastagrano, e i Fiorentini si videro nuovamente in procinto di perdere lo Stato. Contro di lui essi presero al soldo Braccio di Montone, e favorirono Luigi II, che venne cogli ajuti di papa Alessandro V e del suo successore Giovanni XXIII, e colle scomuniche da questo avventate a Ladislao. I gigli sventolavano a capo dell’esercito, e i Fiorentini uniti a’ Senesi dissipano una spedizione mossa a conquistare tutta Italia (1410); anzi prendono Roma, dove si stabilisce papa Giovanni. Luigi, ben fornito di Provenzali e di fuorusciti, e de’ capitani Paolo Orsini, Attendolo Sforza, Braccio di Montone, vince a Roccasecca Ladislao (1411 19 maggio), facendo prigionieri quasi tutti i baroni e lo stendardo reale; ma i soldati sperdonsi a saccheggiare, poi rivendono le armi e i prigionieri per otto o dieci ducati l’uno, e Ladislao li compra, compra i soldati stessi del suo nemico, il quale deve colla vergogna ricoverare di là dai monti, ove presto finisce la vita.
Ladislao invade Roma e lo Stato, rapinando malgrado de’ Fiorentini: costringe Giovanni a disdire Luigi d’Angiò, e riconoscere Ladislao ne’ regni di Napoli e Sicilia; obbligarsi a ricondurre alla obbedienza di lui quest’isola, allora in mano degli Aragonesi; nominarlo gonfaloniere della Chiesa con quattrocentomila ducati, e perdonargli un arretrato di ducati quarantamila dell’annuo tributo, tuttociò a patto che Ladislao riconoscesse lui papa. E papa e re violarono ben presto gli accordi: il primo raccoglieva bande, flagello de’ popoli, che non impedirono a Ladislao di assalir Roma (1413) ed entrarvi saccheggiando, mentre il papa fuggiva tra pericoli e patimenti infiniti, e chiunque del suo seguito fosse preso, veniva spogliato nudo, spesso ucciso. Giustamente si dolse Giovanni a tutto il mondo di tanta perfidia, e — Chi avrebbe potuto credere alcuno audace e perverso a segno, di venirci a giurar fedeltà, domandarci l’investitura in solenne adunanza, e all’ombra di tali dimostrazioni ottener quello che non avrebbe pur eseguito in guerra aperta? Ci rifugge l’animo dal dipingere il furore con cui trattò Roma, i sacri tempj, le venerabili reliquie de’ santi»[29].
Ladislao non vi badò, e si spingea contro Bologna, sola rimasta al pontefice, ma una terribile malattia, attribuita a veleni o a filtri, e più credibilmente a lussuria, lo gettava tratto tratto in accessi di rabbia, durante i quali trascorreva alle peggiori crudeltà; sinchè frenetico morì a trentasei anni (1414 6 agosto). Maltrattò le proprie mogli, e la repudiata Costanza obbligò a sposare un altro; provvedeasi di concubine d’ogni stato; matto di superbia, non curante che de’ soldati, prodigò i beni della corona a guerrieri, vendendo uffizj e cavalierati, assodò l’aristocrazia che prima voleva deprimere; e lasciò la solita eredità di questi re soldateschi, confusione e indisciplina.
In mancanza di figliuoli, Giovanna II sua sorella gli successe, rinnovando gli scandali e i disordini della prima Giovanna; deforme e voluttuosa, perduta in licenziose feste a voglia d’indegni favoriti. Vedova di Guglielmo d’Austria, e sperando ne’ reali di Francia appoggio contro le pretensioni degli Angioini, sposò Giacomo di Borbone conte della Marcia. Ben ella s’era riservato tutto il potere; ma Giacomo volendo esser re anche di fatto, mise in prigione lei, al tormento poi a morte ignominiosa Pandolfello Alopo, che essa avea fatto gran siniscalco, conte, camerlingo, tutto. Indignò baroni e popolo quel vedere Francesi collocati in tutti gl’impieghi, e trattata da schiava la loro regina. Giulio di Capua dei conti d’Altavilla, condottiero napoletano che aveva infellonito re Giacomo contro i favoriti, allora congiurò d’ucciderlo, e ne informò Giovanna, che credette acquistar grazia col darne spia al re. I congiurati furon messi a morte; essa ebbe qualche larghezza, della quale profittando, i sudditi la liberarono e rimisero al potere; e Giacomo ridotto ad umile condizione, e fin prigioniero, poi sottrattosi, andò a morir frate.
Qui, cacciati i Francesi, vennero attribuite le dignità ad Italiani; Giovanna riconobbe Martino V, gli fece omaggio, e gli restituì Roma e tutte le conquiste di Ladislao; così suggerendole i suoi amanti, e principalmente quel che era sotterrato all’Alopo nella confidenza e nell’amore di lei, ser Gianni Caracciolo. Uomo d’intelletto e di preveggenza rara, ed amato dal popolo, al cui sostentamento aveva provveduto, avrebbe costui dominato dispoticamente se non l’avesse contrariato Attendolo Sforza.
I caporali, che andavano in volta per la Romagna col piffero e il tamburino ad ingaggiare venturieri, esibirono il soldo a un terriero da Cotignola, di nome Muzio Attendolo, che stava zappando un suo podere. Egli tentenna fra il sì e il no, e non sapendosi risolvere, lancia sopra una pianta la zappa, risoluto di restarsene al suo mestiero se ricaschi a terra. Rimase implicata fra i rami, ed egli accettò le armi, tolse un cavallo dalla paterna stalla, e colla bravura e l’arrischiatezza acquistò nome; e Alberico da Barbiano vedendoselo in un diverbio saltar contro con violenza, gli disse: — Che? vorrai tu far forza anche a me come agli altri? Ti chiameremo lo Sforza. Questo soprannome gli restò, ed egli come capo di bande eccitò ammirazione, invidie, nimicizie. Nel campo voleva severa disciplina; un uom d’arme toglie il vestone pavonazzo d’un medico, e Attendolo, messoglielo in dosso, lo manda in giro pel campo, sicchè quegli dalla vergogna s’ammazza: uno scozzone di cavalli che sottraeva biada per venderla, fa legare alla coda di cavalli e strascinare a furia: un ferrarese che teneva seco una donna in figura di ragazzo, fece vestire da femmina e girar così negli accampamenti. Corpo abituato ad ogni fatica e stento, piacevasi solo a giuochi di forza; tutt’armato, poteva montare a cavallo senza ajuto che delle staffe, e per molte miglia viaggiare sotto quello scoglio ferrato; pronto a deliberare, prontissimo ad eseguire, ardito ne’ pericoli, franco in gioventù, simulatore dopo provati i tradimenti, spregiator delle ricchezze, valoroso ma senza veruno de’ nobili concetti che fregiano il valore, soldato sempre di causa altrui.
Col famoso condottiero Tartaglia avendo contribuito alla presa di Pisa, fu da Firenze provvisto di cinquecento fiorini annui. Riuscito ad uccidere per tradimento il traditore Ottobon Terzo, dal marchese d’Este, cui rendeva Parma e Reggio, ottenne la terra di Montecchio. Roberto imperatore gli concesse per arma un leon d’oro rampante che tiene nella zampa destra un pomo cotogno. Luigi II d’Angiò e il papa lo assoldarono nell’impresa contro Napoli; ma Ladislao riuscì a tirarlo a sè, donandogli quattro castelli nell’Abruzzo; onde il papa, che pur l’aveva investito della natìa terra di Cotignola, e creato gonfaloniere della Chiesa, lo fece dipingere in più luoghi appiccato pel piede destro con un cartello che cominciava Io son Sforza villan di Cotignola, e ne enumerava dodici tradimenti. Che contavano i tradimenti ove unica lode era il valore? Ladislao, avutone utile servizio, lo eleva gran connestabile del Regno, e gli assegna sette castelli del Patrimonio di san Pietro; altri ne acquista egli come vassallo della repubblica di Siena; e chiamasi attorno i parenti suoi, affidando loro i comandi nell’esercito, gente tutta allevata in faticosa sobrietà, avvezza al ferire in paesane contese, e interessata a sostener lui, unico appoggio di tutti.
Alla morte di Ladislao, l’Alopo, ingelosito del favore mostratogli da Giovanna, lo sorprende e lo caccia in un fondo di torre; ma ben tosto riconosciutolo necessario, gli offre in moglie una sorella e nuovi dominj se metta a favor suo e della minacciata regina la sua banda. Re Giacomo, riuscito superiore, insusurrato da Giulio di Capua suddetto, alla sua volta lo chiude prigione, e così il gran venturiero alterna fra le catene e il comando, fra gli amori della regina e l’odio dei rivali.
Amico, poi emulo suo fu Braccio dei conti di Montone, perugino. Da una fazione espulso di patria ferito e nudo, si pose sotto al Barbiano, e ne meritò la stima, poi l’invidia, tanto che si cercò torgli la vita. Scampato, e sofferti tutti i disagi della povertà non ladra, accettò soldo di qua di là, e alfine dai Fiorentini contro Ladislao. Rôcca Contratta fu la prima terra che a lui si sottomise, donde altre soggiogò nel Piceno. Giovanni XXIII andando al concilio di Costanza, lo lasciò incaricato di tenergli in fede Bologna e la Romagna, ed esso in fatti costrinse all’obbedienza i signori e le città che se ne voleano sottrarre. Ma quando Giovanni fu deposto di papa, Bologna diede su, e Braccio patteggiò, vendendole per ottantaduemila fiorini i castelli regalatigli dal pontefice. Trovandosi un buon esercito, impinguato dalle prede di Romagna, Braccio voltò sopra Perugia sua che l’aveva esigliato, e che era difesa dal Tartaglia; trasse a sè costui con promettere d’investirlo di tutti i feudi che si torrebbero allo Sforza, comune avversario; ma i cittadini lo respingeano intrepidamente, e quantunque i magistrati avessero fin murato le porte acciocchè nessuno uscisse a scaramucciare, saltavano o calavansi dalle mura per provarsi con que’ nemici. Venivano intanto altri capitani, chi per soccorrere, chi per combattere Braccio; e sulla via d’Assisi fu mischiata una battaglia (1416), rinomata ne’ fasti di quelle bande, ove comandavano da una parte Braccio con Tartaglia, con Niccolò Piccinino e con altri; dall’opposta Carlo Malatesta con Agnolo della Pergola, Ceccolino de’ Michelotti, Paolo Orsini. Sette ore durò la mischia sotto il sole di luglio, finchè Braccio vinse; onde Perugia schiuse le porte e diede la sovranità al suo esule, cui si sottomisero Rieti, Narni e tutta l’Umbria.
Egli stabilì un governo robusto, abbellì la città, dedusse acque dal lago ad irrigare la campagna. Soleva a Perugia farsi ogni domenica di primavera un’abbaruffata tra gli abitanti della città alta e quei della piana, lanciando sassi e parandoli con un largo mantello avvolto al braccio sinistro; poi succedeano persone armate in tutto punto, ma con cuscinetti che ammortissero i colpi; infine anche i fanciulli venivano alle mani: giuoco che non passava mai senza la morte e il guasto di più d’uno. Braccio vi diede grande splendidezza, e volle che ciascuna delle città a lui sottoposte vi mandasse una bandiera. Il duca di Camerino gli sposò una sorella; i Fiorentini lo tennero sempre amico ed alleato, ed egli prometteva ad ogni loro appello andare a comandarne l’esercito; e qualora capitasse a Firenze, eravi accolto con tutto l’entusiasmo che il corrotto giudizio umano tributa alla forza soldatesca, e più quand’essa è rara.
Mentre lo Sforza stava in ceppi, Braccio procurò torgli i feudi, secondo avea pattuito col Tartaglia; di che nacque odio implacabile fra i due campioni. L’uno più arrischiato, l’altro di valore più educato ed accorto, furono capi di due scuole, emule non solo allora, ma sotto que’ grandi guerrieri che ne uscirono (dicevasi allora) come dal cavallo di Troja. Gli Sforzeschi valeano di più nella milizia, i Bracceschi nelle subitanee fazioni; questi nella disciplina e nelle particolarità, quelli nel concetto, negli appresti generali e nell’artifizio di tenersi delle riserve: nè gli uni nè gli altri utili alla patria e all’umanità, la quale non del valore ha bisogno, ma d’un valore adoprato a buona causa.
Braccio era entrato in Roma (1417), egli capitano di ventura nella capitale del mondo cattolico, intitolandosene difensore finchè un nuovo papa giungesse. Lo Sforza mosse, per ordine di Giovanna, a snidarnelo; e quegli, molestato dalle febbri, si ritirò, covando vendetta, mentre lo Sforza rodevasi di non avere sfogato la sua. Questo fu incaricato da Martino V di togliere a Braccio il principato che s’era costituito, ma nulla profittò contro quel valore esercitatissimo. Invano egli e il papa sollecitavano da Giovanna altri ajuti per fortunare l’impresa; a ser Gianni Caracciolo piaceva che fallisse, acciocchè se n’eclissasse la gloria dello Sforza: il quale vedendosi soccombere alla costui rivalità, non esitò a risuscitare le antiche parzialità dei Durazzo e degli Angioini, le quali doveano portare al paese tanti strazj e lunghissima servitù forestiera.
Respinto il bastone di gran connestabile e disdetto il giuramento, quasi con ciò disobbligasse la propria fede, lo Sforza mandò a Luigi III, succeduto al II d’Angiò, invitandolo a rivendicare i suoi diritti, fondati sull’adozione di Giovanna I; e nominato vicerè, raccolse un esercito ed investì Napoli (1420). Luigi medesimo comparve colla flotta: ma gli si opposero per mare Alfonso re d’Aragona e Sicilia, che era stato chiesto da Giovanna II e adottato; e per terra Braccio, che riconciliato col papa, n’avea avuto in feudo Perugia e le vicinanze, e l’aveva soccorso a sottomettere Bologna, e che creato conte di Foggia, principe di Capua, gran connestabile, adoprò il valore e più gl’intrighi e la seduzione contro l’esercito oppostogli. Luigi, a cui il destro nemico avea sottratto l’amicizia del pontefice e il venale coraggio dello Sforza, se ne andò in rotta; ma questa non era che la prima scena del lungo conflitto tra Francesi e Spagnuoli.
Intanto in Sicilia Federico II moriva (1377) di trentacinque anni, sempre inetto, lasciando una sola figlia Maria: e sebbene Federico di Svevia avesse determinata la successione per agnati, escludendo le femmine, il papa autorizzò Maria a succedere. S’oppose Pietro d’Aragona, finchè s’accordò di maritarla con don Martino suo nipote (1392). Ai baroni ne rincresceva, temendo non il signore forestiero li mettesse al freno: ma egli comparve con buone forze, e accolto volonterissimo dalle città, domò gli Alagona e i Chiaramonti che gli si opponevano. Ma morì improle, onde gli succedette il padre suo (1409), Martino il Vecchio, già re d’Aragona; lo perchè la Sicilia cadde nella deplorabile condizione di provincia, e vi durò tre secoli. Per giunta, il papa e i re napoletani fomentavano le discordie, già inevitabili in quella costruttura di regno, e che continuavano l’agitazione anche dopo perita la libertà.
Primeggiavano fra i baroni le famiglie de’ Chiaramonti e degli Alagona; la prima, tanto sublimata che diede una figlia in isposa a re Ladislao, propendeva agli Italiani ed era meglio popolare; l’altra agli Spagnuoli: ma e la parzialità latina e la catalana tiranneggiavano, strappando a sè le rendite, l’amministrazione, la guerra, la giustizia: le città, invece di maturare l’ordinamento municipale, erano predominate dai nobili, i quali eleggevano i magistrati, e cacciandone il capitano regio, vi mettevano qualche barone di loro parte, e infine le convertirono in rettorie di loro proprietà. Quando Martino II tentò dar polso alla podestà monarchica, essi baroni, sopendo le nimicizie, si collegarono a Castronovo per sorreggersi a vicenda, sorretti anch’essi dal papa; e Martino, obbligato a calare a patti, s’ingegnò di rimettere l’assetto antico, revocare alla camera le rendite alienate, munire il paese con un esercito stabile di trecento bacinetti o barbute, che cento erano di Siciliani, gli altri di forestieri.
Egli armò per ricuperare la Sardegna ribellatasi, e le vittorie sue ridestarono il valor siciliano; ma non appena avviati i miglioramenti, nuove turbolenze suscitò la morte di lui. Non si vuole più re straniero: Palermo propone al trono un Peralta (1410); Catania e Siracusa negano dipendere da quella città; Messina, ancor memore degli antichi sforzi, e sempre aspirando ad essere la prima città del regno, scuote il giogo straniero, e promette fede a papa Giovanni XXIII, che dichiara scaduti gli Aragonesi perchè più non aveano pagato il tributo feudale. Ma ai baroni conveniva quel che al popolo rincresceva, onde ajutarono la guerra, che durò finchè Ferdinando di Castiglia, nipote di Martino II, fu da tutti riconosciuto re legittimo (1412). Non badò alle domande ripetutegli di fare della Sicilia un regno distinto, anzi costituì non dovesse mai separarsi dall’Aragona, ch’egli aveva acquistato.
Egli non approdò mai nell’isola; bensì Alfonso d’Aragona (1416) succedutogli vi pose dimora, fosse per desiderio di sottrarsi agl’impacci che nel suo regno gli davano le cortes e la gelosia de’ signori, fosse per colorire i suoi disegni sopra la Corsica. Cupido d’imprese, dal suo regno di Sardegna aveva invaso quest’isola; ma trovato gagliarda resistenza per parte de’ Genovesi, era stato costretto a recedere (1420). Fu allora che gli venne dalla regina Giovanna l’invito d’assisterla e la promessa d’adottarlo; intanto nominandolo duca di Calabria, e dandogli per sicurtà Castel Nuovo e Castel dell’Uovo. Quest’adozione avviava a ricongiungere le due parti separate dell’antico regno: ma Alfonso alla Corte di Napoli si accorge d’essere circuito da intrighi e tradimenti; e non sapendo tollerare la burbanza del Caracciolo e le costui trame per soppiantarlo, il fa arrestare. Giovanna spaventata appena ha tempo di chiudersi in Castel Capuano, disereda Alfonso per Luigi III d’Angiò (1425), invita a soccorso lo Sforza, il quale a rincalzo di combattimenti la salva. Lo Sforza, dopo avere avuto molti figli d’amore, sposò due mogli di sempre più elevata fortuna, e ultimamente una duchessa di Sessa, vedova di Luigi II d’Angiò: fu dichiarato ancora gran connestabile, e allorchè Giovanna gliene conferiva il bastone, e disputavasi sulla formola migliore per impegnare la fede di lui, ella proferì: — Chiedetela a lui stesso, il quale tanti ne diede a me ed ai nemici, che nessuno meglio sa in che modo si obblighi e disobblighi». Menò egli robustamente la guerra contro del papa buttatosi cogli Aragonesi, e professava volergli far dire cento messe per un quattrino; fu soddisfatto del lungo odio col cogliere a forza, e far processare e mandare al patibolo il Tartaglia; ma poco dopo (1424 4 genn.) egli pure, nel guadare il Pescara, annegavasi al cospetto del figlio Francesco e dell’emulo Braccio.
Mentre Alfonso era dovuto recarsi a chetare il suo regno d’Aragona, Giovanna co’ sussidj di Genova recupera Napoli; e Braccio, combattendo le bande sforzesche e Giacomo Caldòra sotto Aquila, rimane sconfitto (2 giugno), e ferito si lascia morir di fame e di rabbia, perendo quasi contemporanei i due caporioni delle bande italiane. Il pontefice, di cui Braccio circuiva quasi d’ogni parte gli Stati, ne festeggiò per tre giorni la morte, e lasciò il cadavere di lui insepolto: il suo dominio fu reso allo Stato pontifizio e al napoletano. Giovanna, per capricci amorosi che l’età rendeva ridicoli, venne in broncio col Caracciolo; e i nemici di lui, strappatole l’ordine d’arrestarlo, affrettaronsi ad ucciderlo (1432) prima che ella pentisse. La regina non potè che tributargli splendide esequie, e lasciare che il popolaccio saccheggiasse le case degli uccisori di lui; poi si abbandonò alla duchessa di Sessa, incapace com’era di volere o di risolvere da se medesima.
Perito anche Luigi III senza figli (1434), Giovanna privilegiò erede in testamento Renato fratello di questo; poi a sessantaquattro anni, logora di corpo e di spirito moriva (1435), e con essa la prima casa d’Angiò, da censessantott’anni regnante. Le volubili adozioni di lei costarono infinite guerre a Francia e Aragona, che per disputarsi quella bella corona toglievano appiglio da donnesche velleità. Per allora la Calabria fu congiunta alla Sicilia: ma Renato si fece innanzi allegando il testamento di Giovanna; il papa pretendeva che il regno vacante ricadesse come feudo alla Chiesa, ma essendo così debole da non potere sostenersi, prese la parte di Renato; e i regnicoli si divisero tra i due, che s’accinsero a meritare il Reame col farne quel peggiore strazio che sapessero. Alfonso che stava parato agli eventi, volle prevenire l’arrivo de’ Francesi, e assediò Gaeta difesa dai Genovesi, che l’avevano fatta emporio delle loro merci nelle passate turbolenze, e l’aveano per volontà de’ cittadini ricevuta in deposito. Egli la ridusse all’estremità; ma essendone mandati fuori fanciulli, donne, vecchi, a chi lo consigliava respingerli per affamare la città rispose: — Piuttosto non prendere Gaeta che rinnegare l’umanità», e gli accolse e nutrì.
L’avere Alfonso cercato di conquistare la Corsica e farsene investire dal papa, aveagli nimicato Genova, la quale, giuratasi a guerra, non esitò a spendere ducentomila genovine per armare contro di lui. Biagio Assareto ammiraglio, affrontata la flotta del re all’isola di Ponza, la sconfisse (1435), e agli anziani di Genova ne dava ragguaglio nel patrio dialetto in questi sensi: — Magnifici e reverendi signori; innanzi tutto vi supplichiamo a riconoscere questa singolare vittoria dal nostro Signore Iddio, dal beato san Giorgio e da san Domenico, nella cui festa in venerdì fu data la sanguinosissima battaglia, della quale siamo rimasti vincitori non per le nostre forze, ma per la virtù di Dio, avendo la giustizia dalla nostra parte. Il quarto dì di questo mese, di mattino per tempo, trovammo sul mare di Terracina l’armata del re d’Aragona di navi quattordici scelte fra venti, sei delle quali erano grosse e le altre comuni, e con uomini seimila, talchè la nave più piccola ne aveva da tre in quattrocento, le mezzane cinque in secento, e la reale ottocento, sulla quale erano il re d’Aragona, l’infante don Pietro, il duca di Sessa, il principe di Taranto con altri cenventi cavalieri. Avevano inoltre undici galee e sei barbotte. Il vento spirava dal Garigliano, sicchè era in loro potere quel giorno d’assalirci. Noi avendo a mente gli ordini vostri di non prender battaglia s’era possibile, ma soccorrere Gaeta, ci sforzammo tirare al vento, e navigammo verso l’isola di Ponza sempre seguitati dagli Aragonesi, che in poco d’ora ci ebbero raggiunti. La nave del re c’investì la prima nello scarmo di prua, e si concatenò amorosamente con noi. Avevamo dal lato opposto un’altra nave, una da poppa, una a prua. Non pensate già che i nostri marinari e patroni fuggissero, che anzi si spinsero addosso, e così rimanemmo essi e noi tutti legati insieme. Le galee aragonesi davano gente fresca alle navi loro; e le navi ci traevano bombarde e balestre ove più loro piaceva, perchè la calma era grandissima. Non pertanto, dopo combattuto dalle dodici sino alle ventidue senza riposo, in grazia della giustizia della causa nostra l’Altissimo ne diè vittoria. Primamente pigliammo la nave del re, e le altre nostre ne presero undici; una galea loro fu abbruciata, una sommersa e abbandonata, due si sono levate dalla battaglia e fuggitesi per portarne le nuove. Sono rimasti prigioni il re d’Aragona, il re di Navarra, il gran maestro di San Jacopo, il duca di Sessa, il principe di Taranto, il vicerè di Sicilia, e molti altri baroni, cavalieri e gentiluomini, oltre a Meneguccio dell’Aquila, capitano di cinquecento lance; gli altri prigioni sono a migliaja. Non so donde cominciare per degnamente riferire le lodi e le prodezze di tutti i miei compagni e marinari, insieme con l’ubbidienza e riverenza grande che mi hanno sempre usata, e massimamente il dì della battaglia; che se avessero combattuto alla presenza delle signorie vostre, non avrebbero potuto fare di più. Cristo ne presti grazia che possiamo andare di bene in meglio»[30].
Il re prigioniero, con due fratelli e un centinajo di baroni spagnuoli e siciliani, fu spedito a Milano a Filippo Maria Visconti allora signore di Genova; al quale il re colle cortesi e colte sue maniere seppe ispirare fiducia, e gli persuase come la grandezza dei duchi di Milano fosse derivata dalla debolezza dei reali di Napoli, sicchè ne sarebbe guasta, e con essa l’indipendenza italiana, se una casa francese si stabilisse laggiù, la quale certo intaccherebbe anche la Lombardia. Il freddo Filippo restò capace di quelle ragioni, e non solo il rese in libertà senza riscatto, ma il fornì di mezzi per ricuperare quel regno.
Anche l’altro re di Napoli Renato, valorosamente combattendo nelle guerre di Francia, era caduto prigione del duca di Borgogna; ma avendo con grossi sacrifizj ricuperato la libertà, si cominciò una guerra, dove i competitori fecero gara di valore e di generosità. Renato, signore di piccolo paese, esausto dalle taglie pagate per riscattarlo, nè sostenuto che da un papa esule, non avrebbe potuto pettoreggiare Alfonso, se non fossero state le bande di Giacomo Caldóra duca di Bari, che avea raggomitolato le truppe lasciate da re Ladislao, e dopo la morte di Braccio e di Sforza restava in nome di primo capitano d’Italia; ma come, lui morto, Antonio suo figlio degenere si guastò cogli Angioini, questi precipitarono; e Alfonso, scoperto un condotto sotterraneo, penetrò in Napoli; Renato, che colla bontà e col dividere pericoli e patimenti erasi fatto amare dai Napoletani, ritirossi in Francia (1442); il papa, che non gli aveva dato sin allora che promesse, lo riconobbe, e coronò re d’un paese che aveva perduto.
Alfonso, entrato trionfalmente con una corona in capo e sei al piede per dinotare gli altri suoi regni di Aragona, Sicilia, Valenza, Corsica, Sardegna, Majorca, dotò i nobili spagnuoli e napoletani suoi fautori a spese degli avversarj; al Regno aggiunse lo Stato di Piombino e l’isola del Giglio, ch’erangli come porte verso la Toscana; brigò in tutte le vicende italiane, intanto che in una corte voluttuosissima abbandonavasi alle delizie ed agli studj; manieroso e scaltrito, generosissimo nel donare, suntuoso negli spettacoli, nelle caccie, nei concerti, negli edifizj, faceasi leggere continuamente qualche classico, frapponendo erudite interrogazioni, e neppure fra l’armi lasciava Giulio Cesare e Quinto Curzio: ma Tito Livio era il suo manuale, sino a far tacere la musica per udirlo; gli parve un gran che l’ottenere dai Veneziani un osso del braccio di lui, che con solennità fece trasportare a Napoli; e Cosmo de’ Medici lo calmò, dopo un torto fattogli, col donargli un bell’esemplare delle Deche. Pedestre si recava a udire i professori dell’Università; e quando morì Giulian da Majano, ne fece accompagnare il mortorio da cinquanta suoi vassalli in corrotto. La più frequente sua conversazione era cogl’illustri eruditi d’allora, Giorgio da Trebisonda, il Valla, il Filelfo, il Panormita, il Manetti, il Decembrio, il Bruno, l’Aretino, Giovanni Aurispa, Giovian Pontano, Teodoro Gaza, il Crisolara. Aveva anche letto quattordici volte la Bibbia coi commenti di Nicolò da Lira, e l’allegava ogni tratto; recitava tutti i giorni il rosario, sentiva due messe piane e una cantata, nè per qualsiasi caso se ne sarebbe dispensato; alle solennità assisteva ginocchioni, scoperto, cogli occhi immoti sul libriccino; il giovedì santo lavava e baciava i piedi ai poveri, ogni notte sorgeva a dir l’uffizio, digiunava tutte le vigilie e i venerdì in solo pane, accompagnava il viatico agl’infermi[31]. Passeggiava in mezzo al popolo, e a chi gli insinuava qualche sospetto, — Di che può temere un padre tra’ suoi figliuoli?»
Sedeva egli più spesso a Napoli, dove istituì la Sacra Corte reale di santa Chiara, ossia Capuana, giustizia suprema, estesa su tutti i suoi Stati. Ai baroni napoletani concedeva nelle investiture la giurisdizione col mero e misto imperio che mai non aveano avuta, di sì preziosa prerogativa della corona facendo prodigalità perchè non s’opponessero alla successione di Ferdinando suo figlio legittimato.
Questo credeasi nato da Margherita di Hijar; e la moglie d’Alfonso fece strangolare questa damigella, che dicono coll’onor suo salvasse quello di dama più alta. Alfonso mandò la moglie in Ispagna giurando non più andarvi esso; poi, d’intesa col pontefice, in testamento nominò esso Ferdinando re di Napoli, cioè del paese da lui conquistato, mentre a suo fratello Giovanni re di Navarra lasciava gli aviti di Sicilia, Sardegna ed Aragona. In morte raccomandò al figlio: — Se volete vivere quieto, non imitate me in tre cose: primo, sbrattatevi di tutti gli Aragonesi e Catalani da me esaltati; e Italiani, massime regnicoli, elevate agli impieghi, mentr’io gli ho guardati d’occhio sinistro: secondo, i nuovi aggravj da me posti ritornate alla misura antica: terzo, conservate la pace fatta colla Chiesa, e tenetevela amica se sapete»[32].