CAPITOLO CXV. L’ultimo Visconti. Gli Svizzeri. Il Carmagnola. Il Piccinino. Lo Sforza.

Filippo Maria Visconti duca di Milano, non sanguinario come il fratello, ma cupo e diffidente, abile a celare i sentimenti proprj e succhiellare gli altrui, fatta pace oggi, la rompeva domani per rannodare bentosto nuovi accordi; abbatteva chi dianzi aveva sollevato; diffidava di tutti, di tutti ingelosiva, nè mai sapea perdonare i ricevuti benefizj. Non solo pospose a una druda la moglie Beatrice, ma volle svergognare lei e sbarazzar sè coll’imputarla d’adulterio con un paggio Orombello, e affrontando il proprio disonore mandolla al patibolo: la posterità esita sulla colpa di lei, non perdona al rigore e alla procedura di lui. Verso i migliori condottieri alternò lusinghe e minaccie, carezze e insidie; in trentacinque anni di regno, tre sole volte convocò il consiglio generale, intanto che fidavasi a malvagi consiglieri, ad aguzzetti di sue ingenerose passioni, ad Agnese del Maino sua amica, a Zannino Riccio suo astrologo; perocchè all’astrologia sottoponeva egli spesso le sue risoluzioni. Negletto del vestire, pigro, corpulento, sul fin della vita anche cieco, e della pinguedine e della cecità vergognando, chiudevasi con pochissimi a ravviluppare una tortuosa e meschina politica, e passionato per l’intrigo, non credea ben riuscire ove a questo non ricorresse. Vero è che molti ebbe a disgustare nel ricuperare i possessi aviti; ed essi lo avversarono a segno, che molto bisogna dedurre dal male che ne dissero, e che gli storici hanno ripetuto.

Filippo Maria, estendendo il dominio, diè di cozzo in tre repubbliche, la svizzera, la fiorentina, la veneta. Talmente la storia italiana fu intrecciata colla svizzera, che ci corre obbligo d’arrestarci alquanto su questa.

Gli Elvezj, collocati nel gruppo centrale delle Alpi donde scendono i fiumi alla Germania e all’Italia, aveano opposto alla conquista romana il coraggio di montanari; poi sottomessi, parte restarono coll’Italia, parte colla Gallia e la Germania. I Barbari diretti all’Italia attraversarono quel paese, alcuni vi presero stanza, e di mezzo alla conquista e alla feudalità vi si compirono le vicende stesse della Germania e dell’Italia. San Gallo, Appenzell (Abbatis Cella), San Maurizio, Zurigo, Glaris, Lucerna erette intorno a conventi, le insigni badie di Einsiedlen e Dissentis, attesteranno in perpetuo che l’incivilimento vi fu recato da que’ monaci, ai quali testè parve liberalismo il negare fin un ricovero.

Molti signori si erano, al modo feudale, spartito il paese in dominj militari ed ecclesiastici, che riconoscevano la supremazia dell’Impero: vi si contavano cinquanta contee, cencinquanta baronie, mille famiglie nobili; varie città possedeano franchigie e privilegi comunali alla germanica; e attorno al lago de’ Quattro Cantoni, Schwitz (che poi diede nome a tutto il paese) godeva una tranquilla libertà all’ombra del monastero di Einsiedlen, e davasi mano con Uri e Unterwald per respingere chi a quella attentasse.

E v’attentavano di fatto i signorotti vicini, e massime i conti d’Habsburg castello dell’Argovia, e viepiù da che Rodolfo salì imperatore di Germania. Egli rispettò quelle comunali franchigie: ma Alberto d’Austria suo figlio e successore cercò ridurre que’ cantoni patriarcali in sua immediata dipendenza; e lasciava che i balii suoi soprusassero. Quei poveri ma robusti mandriani pertanto si confederarono (1307) onde resistere alla tirannia austriaca, e «in nome di Dio che ha fatto l’imperatore e il villano, e dal quale derivano i diritti degli uomini», giurarono non far torto ai signori Absburghesi, ma non soffrire veruna diminuzione de’ proprj diritti.

Alberto considerò siffatto accordo di difesa come una cospirazione ad offesa, e veniva coll’armi per punirla, allorchè tra via fu assassinato da un nipote, di cui aveva usurpato l’eredità. Leopoldo suo figlio mosse l’esercito feudale contro i confederati (1315), ma a Morgarten la sua esercitata cavalleria fu messa in piena rotta dalle subitarie bande paesane. Le vittorie assodano quella libertà, cioè l’esercizio dei diritti naturali e civili di ciascun paese: ai tre cantoni s’aggiungono Lucerna, Zurigo, Glaris, Zug, Berna, poi Aarau, Friburgo, Soletta, Basilea, Sciaffusa e Appenzell. Sempre invocando la Madonna, san Fridolino, sant’Ilario, alla battaglia di Sempach (1386) distruggono un nuovo esercito degli Austriaci, i quali, dopo altre sconfitte, sono costretti a lasciare i cantoni in pace, benchè trecento anni ancora tardassero a riconoscerne formalmente l’indipendenza. Poco mancò che gli Svizzeri traessero nella lega anche il Tirolo, lo che avrebbe anche da quel lato riparata l’Italia dalle ambizioni dell’Austria.

Nella Rezia s’erano forse ridotti in antichissimo gli avanzi degli Etruschi; poi, allo sfasciarsi dell’Impero, buon numero di Romani, come lo attesta la lingua ladina e romancia che vi si parla finora, di fondo latino mescolato al tedesco. Ivi pure acquistarono preponderanza varj tirannelli e i vescovi di Coira, per gran tempo suffraganti al metropolita di Milano: ma i popolani, alleandosi fra loro e istituendo i Comuni, ne frenarono le prepotenze. Come i nostri nel convento di Pontida, così alcuni Reti presso a quello di Dissentis radunaronsi per giurare di difendersi a vicenda; e così costituirono la lega Caddea (ca de Dio) (1401). Altri ne presero coraggio a domandare ai loro signori giustizia e sicurezza; e i signori adunatisi a Truns (1424), giurarono d’essere buoni e fedeli confederati nella lega Grigia, che diede agli altri il nome di Grigioni. Morto poi l’ultimo conte di Tockenburg (1436), i suoi vassalli strinsero la lega delle Dieci Dritture; e le tre a Vazerol combinarono la repubblica de’ Grigioni (1471), la quale alleatasi poco stante colla Confederazione svizzera (1497), represse gli Austriaci, ed assicurò l’intera libertà.

Libertà di fatti positivi, semplici, intesi da tutti, non stillati da accademici e da avvocati; benedetta dalla religione, assicurata col proprio sangue, e che poterono conservare fin ad oggi, mentre l’ha perduta il paese nostro che ad essi serviva d’esempio. Sventuratamente però anch’essi l’abusarono in interne riotte; poi li prese il mal vezzo di vendere il proprio valore a chi li richiedesse, e l’ambizione di voler fare conquiste. Buon’ora essi volsero gli occhi di qua dell’Alpi Lepontine e delle Retiche per agognare il bel paese, dal quale ricevevano il bestiame loro, le pelli e i formaggi.

Dalla cresta del San Gotardo piove a settentrione la Reuss nel lago dei Quattro Cantoni, per una valle inaccessibile se l’arte non v’avesse praticato il ponte del Diavolo e la buca di Uri. Salendo dalla quale verso meriggio, traversata la pascolosa valle Orsera a millecinquecento metri sovra il mare, alla vetta del Gotardo il pellegrino trovava ricovero nell’Ospizio, mantenuto con cento scudi l’anno dagli arcivescovi di Milano e dalla carità de’ fedeli. Colà incominciava il Milanese; e scendendo pel pendìo meridionale a seconda del Ticino, dopo la scoscesa val Trémola, si veniva alla Leventina, già munita di torri longobarde, indi a Giorníco e Poleggio, poi a Bellinzona, cittadina che con buon castello ed estesa mura chiudeva quel passo, non guari distante dal lago Maggiore. Qui pure confluisce la Mesolcina, valle della Moesa, donde s’ha un altro passaggio all’alta Rezia pel San Bernardino. Varcando poi il monte Cenere, si cala al lago di Lugano, che fa già parte della pianura milanese, e che, coi laghi di Como a levante, di Varese a mezzogiorno, e Maggiore a ponente, forma la contrada più pittoresca della Lombardia.

Tra le alture alpine rimanevano ancora alquante piccole signorie, come i Sax nella Mesolcina e a Bellinzona, i Rusca a Lugano, gli Orelli a Locarno; delle valli Leventina, di Blenio e Riviera il capitolo della metropolitana di Milano fin dal X secolo tenea la dominazione spirituale e temporale. Gli abitanti della Leventina aveano avuto qualche rissa coi valligiani della valle Orsera, a vendicare i quali gli Svizzeri valicarono il San Gotardo e scesero fin a Giorníco (1331); ma il signor Franchino Rusca colle buone gli arrestò. Essi Rusca poi e i signori di Milano aveano invitato ora ad ora gli Svizzeri a sostenerli colle armi; modo di invogliarli d’un paese che potea porgere e vitto ed agi alla soverchiante popolazione delle montagne. Avendo poi i gabellieri di Gian Galeazzo Visconti (1405) tolto ai coloro paesani bovi e cavalli che conducevano al mercato di Varese, i tre Cantoni montani s’appellano agli altri, e non soddisfatti dal duca, varcano le Alpi; favoriti dalle dissensioni di Guelfi e Ghibellini, occupano la Leventina, e costrettala a giurar loro fedeltà, tornano in patria. Ma essendo dai Sax assalita quella valle, gli Svizzeri di fitto verno ricompajono, e a Faído dettano la pace (1406), per duemila quattrocento fiorini acquistando quant’è fra la Leventina e il monte Cenere, compresa Bellinzona medesima, il che assicurava loro il valico alla Mesolcina e al Milanese.

Gravava a Filippo Maria il lasciare in man loro quella chiave d’Italia; onde, côlto un bel destro, sorprese Bellinzona, e tornò la Leventina a sua obbedienza (1422). Tosto le vallate del Ticino e della Moesa echeggiano del corno di Unterwald e del toro di Uri, che guidano gli alpigiani alla riscossa; ma Angelo della Pergola e il Carmagnola con seimila cavalli e quindicimila fanti gli affrontano nel piano d’Arbedo (30 giugno). Erano ben altre pugne che quelle consuete in Italia. Gli Svizzeri, maneggiando a due mani i lunghi spadoni, senza rispetti cavallereschi cacciavanli nelle pancie dei destrieri, e non davano quartiere; onde fu necessario l’estremo del valore contro gente usata a morire sul posto assegnato, e in fitta ordinanza sostenere l’urto de’ nemici, come le roccie dei loro monti rompono la piena dei torrenti. L’intera giornata si pugnò, finchè il Pergola impose a’ suoi di scavalcare: allora l’arte prevalendo, duemila Svizzeri perirono, altri infissero a terra le punte delle labarde in segno d’arrendersi, e pochi e disordinati ripassarono le valli, che aveano dianzi fatto risonare coi canti di loro avida speranza. Era quella la prima grave sconfitta che gli Svizzeri toccassero, onde per allora si tennero quieti: ma non tardarono occasioni di capiglie: e quelli di Uri ripresero la Leventina, per più non lasciarla fin alle rivoluzioni dei nostri giorni. Trovandosi aperto quel varco all’Italia, vennero a scialacquarvi tante vite, che meglio avrebbero serbate a prosperare la loro libertà.

Firenze, sempre rôcca dell’italica indipendenza, spiava gelosa i progressi di Filippo Maria, e con lui stipulò (1419) che il fiume Magra tra il Genovesato e la Lunigiana, e il Panàro tra il Bolognese e il Modenese fossero i limiti, di qua e di là dei quali nessun di loro acquisterebbe nè mesterebbe. Ma Filippo, ottenuto Genova (1421), al doge Tommaso Campofregoso diede in compenso Sarzana, posta di là della Magra; poi trasse a sè la tutela del principe di Forlì, e mandò truppe sul Bolognese contro gli eredi della casa Bentivoglio; sicchè esclamando ai patti violati, i Fiorentini gli scoprirono guerra.

Allora la solita gara di procacciarsi ciascuno alleanze e fautori, e massimamente di trarre a sè Venezia. Questa avea tocco l’apogeo di sua grandezza, e non mancava chi la consigliasse ad estendere le sue conquiste sopra tutta Italia, al modo dell’antica Roma: ma altri mostravano quanto pericoli la libertà dove preponderano le armi, e come dai possessi in terraferma resterebbe danneggiata una repubblica che, sorta in mezzo alle acque, dalle acque doveva aspettarsi salute e gloria. La politica conservatrice era rappresentata dal doge Tommaso Mocenigo; e quando nel 1421 si dibatteva nel maggior consiglio se mettersi in lega co’ Fiorentini contro il duca di Milano, egli stette sempre al no; e perchè Francesco Fóscari procurator giovane infervorava alla guerra, ne ribatteva con lunga parabola le insinuazioni.

— Il nostro procurator giovane ha detto ch’egli è buono soccorrere i Fiorentini, perchè il loro bene è il nostro, e per conseguenza il nostro è il loro male. Noi vi confortiamo siate in pace. Se mai il duca vi facesse guerra ingiusta, Iddio, il quale vede tutto, ci darà vittoria. Viviamo in pace, perchè Iddio è la pace; e chi vuol guerra, vada all’inferno».

Qui il Mocenigo scorre la storia sacra, mostrando come Dio premiasse i pacifici, e i superbi e guerreschi disajutasse, e prosegue: — Così intraverrà de’ Fiorentini per voler fare i loro desiderj; Dio disferà la lor terra e il loro avere, e verranno ad abitar qui pel modo che sono venute altre loro famiglie colle donne e putti. Altramente, se verremo a far il volere del nostro procurator giovane, i nostri si partiranno e anderanno ad abitare in terre aliene. Discese Attila per tutto rovinando, e cacciando gli uomini occidentali, e saccomannandoli; e Iddio ispirò alcuni potenti, i quali vennero per sicurezza ad abitare in queste lagune, per modo che si trovarono salvi, come da Dio eletti. Se noi facessimo a modo che propone il nostro procurator giovane, Dio non ci avrebbe più per eletti, e aspetteremmo quello che hanno aspettato tutte le altre terre, rovinate e poste a sacco, e uccise le genti, e avuti mali assai. Se i Fiorentini vanno cercando il male, lasciateli: ma noi che siamo della città eletta su tutte l’altre, restiamo in pace.

«Procurator giovane; Cristo pe’ suoi vangeli disse Io vi do la pace. Se noi facessimo a modo vostro, e preterissimo i comandamenti di Cristo, cosa potrebbesi aspettare se non male e distruzione? Procurator giovane: andiamo commemorando il Testamento vecchio e il nuovo. Quante città grandi sono diventate vili per le guerre? e per la pace si sono fatte grandi con moltiplicare la generazione, palagi, oro, argento, gioje, mestieri, signori, baroni e cavalieri. Come entrarono a guerreggiare, ch’è il mestiere del diavolo, Iddio le abbandonò e restarono divise; distruggevansi nelle battaglie gli uomini; l’oro e l’argento mancava; infine furono distrutte così com’eglino distrussero l’altre terre, e andarono schiave d’altri. Dove questa terra ha regnato mille e otto anni, Iddio la distruggerà».

Qui ripiglia la storia profana insino a Roma. — Per le lunghe guerre, imposte alle terre angarie grandi, i cittadini desiderando nuovo stato, Cesare se ne fece signore, e di male in male si stettero. Questo medesimo occorre a’ Fiorentini; gli uomini d’arme tolgono loro denari e sono i signori; ed essi obbediscono a que’ che sono loro servi, villani, genti maledette, uomini d’arme. Così intraverrà a noi se faremo a modo del procurator giovane. Pisa si fece grande, ricca ed abitabile per la pace e pel buon governo; come desiderò quel d’altri, in far guerra s’impoverì de’ cittadini, uno cacciava l’altro, tanto che la più vile comunità d’Italia li sottomise, che fu Firenze. Così interverrà a’ Fiorentini; e già si vede che sono impoveriti e stanno divisi. Così intraverrà di noi se faremo a modo del nostro procurator giovane. Come ho detto di questa, si dica di tutte l’altre città.

«Adunque voi, ser Francesco Foscari nostro procurator giovane, non parlate mai più nel modo che avete fatto, se prima non avete buona intelligenza e buona pratica; perocchè Firenze non è il porto di Venezia nè da mare nè da terra, il suo mare essendo lontano dai nostri confini cinque giornate. I nostri passi sono il Veronese; il duca di Milano è quello che confina con noi, ed egli dev’essere tenuto in amicizia, perchè in manco d’un giorno si va a una sua città grossa ch’è Brescia, la quale confina con Verona e Cremona. Genova potrebbe nuocere, ch’è potente per mare sotto il duca, e con essa si vuole star bene: ma quando i Genovesi volessero novità, abbiamo la giustizia con noi; noi ci difenderemo valentemente e contro i Genovesi e contro il duca, colla ragione. La montagna del Veronese è la nostra difesa contro al duca, la quale per se medesima s’è già difesa: oltre a ciò, difendono tutto il nostro paese il paludo e l’Adige e tremila cavalli con tremila fanti e con duemila balestrieri; e se abbisognasse più gente fare, faremmo resistenza a tutta la potenza del duca con altre tremila persone. Però godete la pace. Se il duca avrà Firenze, i Fiorentini, che sono usi a vivere a comune, si partiranno da Firenze, e verranno ad abitare a Venezia, e condurranno il mestiere de’ panni di seta e di lana, per modo che quella terra rimarrà senz’industria, e Venezia moltiplicherà, come intravenne di Lucca quando un cittadino se ne fece signore, che la ricchezza sua venne a Venezia, e Lucca diventò povera. Però state in pace.

«Ser Francesco Foscari, se voi vi trovaste un giardino in Venezia, che vi desse ogni anno tanto frumento da viverne cinquecento persone, e oltre a questo ne aveste molte staja da vendere; che il detto giardino vi desse tanto vino per cinquecento persone, e oltre ne aveste da vendere molte carra; che vi desse ogni sorta biade e legumi per assai denari, e ancora ogni sorta di frutta da viverne cinquecento persone ogni anno, e che ve ne fosse da vendere; e il detto giardino vi desse ogni anno tra buoi, agnelli, capretti e uccelli di ogni sorta per bastare a cinquecento persone, e ne avanzassero da vendere; e similmente tanto formaggio ed uva e pesce, e non avesse spesa alcuna d’essere guardato, converrebbe dire che questo giardino fosse nobilissimo, dando tante cose. Se poi una mattina vi fosse detto: Ser Francesco, i vostri nemici sono andati in piazza a togliere trecento marinaj, e hannoli pagati per entrare in questo vostro giardino, e questi portano cinquecento ronconi per guastare gli alberi e le vigne; e cento villani con cento buoi e con cento erpici per guastare tutte le piante, e far danno a tutti animali grossi e minuti; e se voi foste savio nol soffrireste, ma sodereste alla casa, e terreste tanto denaro per assoldare mille uomini incontro a quei che vogliono menar guasto. Ma se voi pagaste, ser Francesco, quei cinquecento uomini co’ ronconi e que’ cento villani a guastare il giardino cogli erpici? verrebbe detto che siete diventato pazzo.

«Per provare se siamo in proposito, abbiamo deliberato di esporre il commercio che fa Venezia al presente e con chi. Ogni settimana vengono da Milano ducati diciassette in diciottomila, che farebbono in un anno la somma di ducati novecentomila, che entrano in questa città:

alla settimanaall’anno
da Monza100052,000
da Como2000104,000
da Alessandria della Paglia100052,000
da Tortona e Novara2000104,000
da Cremona2000104,000
da Bergamo150078,000
da Parma2000104,000
da Piacenza100052,000

«S’introducono nel paese del duca di Milano merci per un milione seicentododicimila ducati d’oro all’anno. Vi pare che questo a Venezia sia un bel giardino e nobilissimo senza spesa?

«Alessandria, Tortona e Novara vi mettono

per pezze di panno
all’anno 6,000 che valgono ducati 90,000
Pavia » 3,000 » 45,000
Milano » 4,000 » 120,000
Como » 12,000 » 180,000
Monza » 6,000 » 90,000
Brescia » 5,000 » 75,000
Bergamo » 10,000 » 70,000
Cremona » 40,000 fustagni » 170,000
Parma » 4,000 panni » 60,000
in tutto pezze 90,000 ducati 900,000

«Oltre a questo abbiamo per l’entrata, magazzino ed uscita de’ Lombardi, a ducati uno per pezza, ducati ducentomila, che monta con le merci a ventotto milioni ottocentomila ducati. Vi pare che questo sia un bellissimo giardino a Venezia?

«Ancora vengono canepacci per la somma di ducati centomila all’anno. Delle seguenti cose i Lombardi traggono da voi ogni anno:

Cotoni, migliaja 5,000 per ducati250,000
Filati, migliaja 20,000 da 15 fino a 20 ducati il centinajo30,000
Lane catalane a ducati 60, il migliajo 4,000240,000
Lane francesche a ducati 30, il migliajo 4,000120,000
Panni d’oro e di seta all’anno250,000
Pepe, carichi 3,000 a ducati 100300,000
Canelle, fardi 400 a ducati 16064,000
Zenzero, migliaja 200 a ducati 40080,000
Zuccari d’una, due, o tre cotte, sossopra ducati 15 il cento95,000
Zenzeri verdi, per assai migliaja di ducati. — Cose d’ogni sorta per ricamare o per cucire30,000
Verzino, migliaja 4,000 a ducati 30120,000
Endaghi e grane50,000
Saponi per ducati250,000
Uomini schiavi30,000

«Per modo che, fatta la stima del tutto, verrebbe ad essere due milioni ottocentomila ducati. È questo un bel giardino a Venezia senza spesa?

«Ancora assai si vantaggia co’ sali che si vendono ogni anno. Il quale trarre che fa la Lombardia da questa terra, è cagione di fare navigare tante navi in Sorìa, tante galere in Romanìa, tante in Catalogna, tante in Fiandra, in Cipro, in Sicilia e in altre parti del mondo; per modo che riceve Venezia, tra provvigioni e noli, due e mezzo e tre per cento; sensali, tintori, noli di navi e di galere, pesatori, imballatori, barche, marinaj, galeotti e messetterie coll’utile dei mercatanti tra il mettere, eccovi un’altra somma di seicentomila ducati ai nostri di Venezia senz’alcuna spesa. Dal qual utile vivono molte migliaja di persone grassamente. È questo un giardino da doversi disfare? mai no; bensì da essere difeso da chi lo volesse disfare. Ci converrebbe togliere uomini d’arme che andassero sopra il detto paese guastando alberi e ville, abbruciando case e villaggi, depredando animali, e buttando giù mura di città e castelli, uccidendo uomini con desolazione, mettendo angarie alle nostre terre, sì ai cittadini come ai villani, e in questa città mettendo angarie alle case, prestiti alle mercatanzie, alle navi e alle galere? Dio sa quello che volessimo fare sul paese del duca: ma potrebbe occorrere che il duca salvasse il suo, e rimediasse ad ogni modo al male, e noi intanto saremmo stati cagione di disfare i luoghi nostri. Che varrebbero allora tante spezierie, e panni d’oro e di seta? niuno li torrebbe più, perchè non avrebbene il potere. E affinchè voi, signori, n’abbiate qualche notizia, sappiate che Verona toglie ogni anno broccato d’oro, d’argento e di seta, pezze ducento, Vicenza centoventi, Padova ducento, Treviso centoventi, il Friuli cinquanta, Feltre e Cividal di Belluno dodici; pepe, carichi quattrocento; cannelle, fardi centoventi; zenzeri di tutte sorta, migliaja e altre spezierie assai; zuccari, migliaja cento; pani di cera, ducento.

«Come noi devastassimo il loro ricolto, eglino non avrebbono di che spendere, e se ne danneggerebbero tutte le mercatanzie di Venezia. Però non si vuol credere al nostro procuratore giovane. Al duca di Milano converrebbe, per difendersi, assoldare gente d’arme, mettere angarie ai villani, cittadini e gentiluomini, per modo ch’e’ non avrebbe danaro da comperare le sopradette cose, in discapito e rovina della nostra città e cittadini.

«Però, signori, siate contenti che rispondiamo agli ambasciatori dei Fiorentini, ch’essi chiedano alla comunità loro licenza di praticare di pace. Se starete in pace, raunerete tant’oro che tutto il mondo vi temerà, e avrete Iddio sopratutto che sarà per voi. Iddio, signore di tutto, colla Nostra Donna e con messere san Marco vi lasci prendere la pace ch’è ben nostro»[33].

L’anno seguente rinnovando i Fiorentini le istanze, e dicendo, se Venezia non li soccorresse, dovrebbero fare come Sansone, che uccise se stesso con tutti i nemici suoi; e se restassero vinti, il loro servaggio produrrebbe quello di tutta Italia, esso doge in consiglio parlò: — Signori; voi vedete che per le novità d’Italia ogni anno vengono nella città di Venezia assai famiglie colle donne e’ figliuoli e coll’avere, e vanno empiendo la terra nostra; e pel simile da Vicenza, Verona, Padova, Treviso, con utilità grande della nostra città; e da ogni parte contadini e famiglie buone vengono ad abitare nelle nostre terre per vivere pacificamente coi loro mestieri, essi e i figliuoli. Vorrete guerra? questi si partiranno, struggendo la vostra città, e tutte l’altre; e de’ nostri partiranno. Però amate la pace. Se i Fiorentini si daranno al duca, loro danno; che ne darà impaccio? la giustizia è con noi. Essi hanno speso, consumato, e si sono indebitati: noi siamo freschi, e abbiamo in giro un capitale di dieci milioni di ducati. Vogliate vivere in pace, e non temere alcuna cosa, e non fidarvi ne’ Fiorentini, i quali pel passato ci hanno messo in guerra coi signori della Scala, e ci domandarono in prestito mezzo milione di ducati; quando volemmo darli loro, si accordarono con que’ della Scala contra di noi: questo fu del 1333. Del 1412 fecero scendere contro di noi Pippo fiorentino, capitano degli Ungheri, il quale ci fece grandi danni....

«Signori, non ve lo diciamo per gloriarci, ma solo per dire la verità e il bene della pace. I nostri capitani d’Acquamorta, di Fiandra, per le nostre ambasciate che vanno attorno, pe’ nostri consoli e pe’ nostri mercatanti, sapete che si dice ad una voce: Signori Veneziani, voi avete un principe di virtù e di bontà, che vi ha tenuto in pace, e vi tiene per modo vivendo in pace, che siete i soli signori che navigate il mare e andate per terra, per modo che siete la fonte di tutte le mercatanzie, e fornite tutto il mondo, e tutto il mondo vi ama e sì vi vede volentieri. Tutto l’oro del mondo viene nella vostra terra. Beati voi finchè vivrà questo principe, e ch’egli sarà con simile proposito. Tutta l’Italia è in guerra, in fuoco e in tribolazione, e pel simile tutta la Francia e tutta la Spagna, tutta la Catalogna, Inghilterra, Borgogna, Persia, Russia ed Ungheria. Voi avete solo guerra cogl’infedeli che sono i Turchi, con vostra grande laude e onore. Però, signori, finchè vivremo, seguiremo simil modo; e vi confortiamo che dobbiate vivere in pace, e dar risposta a’ Fiorentini, come facemmo già un anno, presa da tutto il consiglio».

L’autorità del doge ottagenario elise gli sforzi dei partigiani della guerra; però sentendosi approssimarsi al suo fine, egli chiamò alquanti senatori, e così prese a dire: — Signori, abbiam mandato per voi dacchè Iddio ci ha voluto dare questa infermità come fine del nostro peregrinare. A Dio Padre, Figliuolo e Spirito Santo, trino ed uno, siamo obbligati per molte ragioni. Esso insegna ai Quarantun elettori di difendere la religione cristiana, d’amare i prossimi, di fare giustizia, di pigliar pace e conservarla. Nel tempo nostro abbiamo diffalcato di quattro milioni d’imprestiti, fatti per la guerra di Padova, di Vicenza e di Verona; il nostro monte si trova in sei milioni di ducati; e ci siamo sforzati che ogni sei mesi si abbiano pagate due paghe degl’imprestiti, e tutti gli offizj e reggimenti, e tutte le spese dell’arsenale, e ogni altro modo.

«Per la pace nostra la nostra città manda dieci milioni di capitale ogni anno per tutto il mondo con navi e galere, per modo che guadagnano, tra mettere e trarre, quattro milioni. Al navigare sono navigli tremila, d’anfore dieci fino a ducento, con marinaj diciannovemila; navi trecento, che portano uomini ottomila; fra galere grosse e sottili ogni anno quarantacinque, con marinai undicimila; abbiamo sedicimila marangoni. La stima delle case somma a sette milioni, gli affitti delle case cinquecentomila; sono mille gentiluomini, che hanno di rendita annua ducati settantamila fino a quattromila. Voi conoscete il modo con cui vivono i nostri gentiluomini, cittadini e contadini. Ben però vi confortiamo che dobbiate pregare l’onnipotenza di Dio, la quale ci ha inspirato di fare nel modo che abbiasi fatto, e di proseguire così. Se questo voi farete, vedrete che sarete signori dell’oro de’ Cristiani, e tutto il mondo vi temerà. Guardatevi, quanto dal fuoco, dal togliere le cose d’altri e dal fare guerra ingiusta, che Dio vi distruggerà. Perchè possiam sapere chi toglierete per doge dopo la nostra morte, segretamente lo direte a me nell’orecchio, per potervi confortare a quello sia meglio alla nostra città».

Udito i nomi, li collaudò, ma — Quei che dicono di volere ser Francesco Foscari, dicono bugie e cose senza fondamento. Se voi lo farete doge, in breve sarete in guerra; chi avea diecimila ducati non ne avrà che mille, chi avea dieci case non si troverà che su di una, e così d’ogni altra cosa; per modo che vi disfarete del vostr’oro e argento, dell’onore e della riputazione dove voi siete, e di signori che siete, sarete servi e vassalli d’uomini d’arme, di fanti, di saccomanni e di ragazzi. Però ho voluto mandare per voi, e Dio vi lasci reggere e conservar bene. Per la guerra de’ Turchi, di valentissimi uomini in mare porrete ad ogni intromessione sì nel governo che nell’utilità. Voi avete otto capitani da governare sessanta galere e più, e così di navi: avete tra’ balestrieri, gentiluomini che sarebbono sufficienti padroni di galere e di navi, e saprebbonle guidare: avete cento uomini usi a governare armate, pratichi per togliere un’impresa; e compagni assai per cento galere, periti e savj galeotti assai per galere cento; per modo che ognun dice che i Veneziani sono signori dei capitani, dei padroni e dei compagni. Similmente avete dieci uomini, provati a grandi faccende in più volte a consigliare la terra, mostrando le ragioni sugli arringhi a tutti; molti dottori savj in scienza, e assai savj al governo del palazzo. Seguite secondo che vi trovate, e beati voi e i vostri figliuoli.

«La nostra zecca batte ogni anno ducati d’oro un milione, e d’argento ducentomila tra grossetti e mezzanini, e soldi ottocentomila all’anno. Ducati cinquecentomila di grossetti vanno all’anno tra la Soria e l’Egitto; e ne’ vostri luoghi e ne’ luoghi di terraferma vanno, tra mezzanini e soldi, ducati centomila; altrettanti ne’ nostri luoghi da mare, altrettanti in Inghilterra, il resto rimane in Venezia. I Fiorentini mettono ogni anno panni sedicimila finissimi, fini e mezzani in questa terra; e noi li mettiamo nell’Apulia, pel reame di Sicilia, per la Barberia, in Soria, in Cipro, in Rodi, per l’Egitto, per la Romania, in Candia, per la Morea, per l’Istria. E ogni settimana i detti Fiorentini conducono qui ducati di tutte le sorta settemila, cioè trecennovantaduemila all’anno, comperando lane francesi, catalane, cremisi e grane, sete, ori, argenti, filati, cere, zuccheri e gioje, con benefizio della nostra terra: così tutte le nazioni fanno. Però vogliate conservarvi nel modo in cui vi trovate, che sarete superiori di tutti. Il Signor Iddio vi lasci conservare, reggere e governare in bene».

Francesco Foscari era conosciuto come abilissimo in intrighi, animoso all’intraprendere, e felice nel riuscire. In Venezia tenendo tante fila, cercava scostarsene il men possibile, non accettando che ambascerie di prima importanza; erasi amicati i Barnabotti col fare stabilir dotazioni pei figli di nobili poveri; e quattro figliuoli e molti amici gli erano d’appoggio a molto sperare. Vacando il dogato, scaltreggiò per modo, da prevalere a quei che il temevano perchè giovane e perchè attivo; e di fatto egli esercitò sui consigli della Signoria maggiore efficacia che non solessero i predecessori suoi. Favoriva quelli che lusingavano la vanità patriotica coll’idea di prepotere in Italia, e mettersi a capo d’una lega che equilibrasse i Visconti: sicchè la guerra, così temuta dal Mocenigo, allora proruppe.

Già i Fiorentini seguitavano le ostilità con poca fortuna. Oddo figlio di Braccio di Montone, Carlo Malatesta e Nicolò Piccinino, stipendiati dai Fiorentini, furono in due anni (dal 6 7bre 1423 al 17 8bre 1425) sei volte sconfitti, ne’ romani e ne’ liguri campi, da Angelo della Pergola. Oddo perì: e Malatesta, caduto prigioniero del Visconti, fu da questo guadagnato colla cortesia: altrettanto avvenne del Piccinino. Un settimo esercito allestirono i Fiorentini, e cercavano amicizie; aveano (come ebbe a dire Lorenzo Ridolfi nel senato veneto) sparsi per tutt’Italia i giojelli delle spose e delle figlie loro, venduto quanto possedeano di prezioso, speso più di due milioni di fiorini, che tanti non se n’avrebbero vendendo tutta Firenze[34].

E di peggio potea temersi se Filippo Maria, per quel suo andazzo di odiare cui dovea gratitudine, non avesse scontentato il Carmagnola. Avea questi ottenuto il titolo di conte e il cognome della famiglia regnante colla mano di Antonia, figlia naturale di Gian Galeazzo, e tra feudi e stipendj un’entrata di quarantamila fiorini; e si fabbricò a Milano il vasto palazzo che poi si disse Broletto. Il duca forse agognava ritorgli tanti doni, largiti non per cuore ma per bisogno; forse il Carmagnola credevasi inadeguatamente compensato con denari, quando vedea Sforza e Braccio essersi acquistato signorie indipendenti: fatto sta che ne cominciò malumore. Il Carmagnola vedendosi maltrattato e fin cerco a morte, si parte dal duca; e benchè questi ne trattenesse la moglie e le figlie, reca a servizio di Firenze un grosso esercito e la conoscenza dei divisamenti dell’ingrato padrone; e a danno di questo (1426 3 8bre) pratica un’alleanza con Venezia, col marchese di Ferrara, col signore di Mantova, i Sanesi, i duchi di Savoja e di Monferrato, gli Svizzeri e il re d’Aragona.

Dichiarata guerra a Filippo (1426), il Carmagnola, fatto capitano generale, con buona sentita di guerra e colle intelligenze occupa Brescia: ma il duca seppe cavarsi dalle male peste, sia comprando il valore di Francesco Sforza, Guido Torello, Nicolò Piccinino e Angelo della Pergola che formavano quindicimila corazzieri, sia spargendo zizzania fra i collegati, sposando Maria figlia del duca Amedeo VIII di Savoja, al quale cedette Vercelli; e con altri sagrifizj e coll’interposizione di papa Martino V, in Ferrara conchiuse pace (1426 30 xbre), a Venezia cedendo Brescia ed otto castelli sull’Oglio. Venezia, che così estendeva i dominj fino all’Adda, onorò e retribuì splendidamente il Carmagnola, e lo investì delle contee di Chiari e Roccafranca e d’altre terre fino a dodicimila ducati di rendita, con piena giurisdizione civile e criminale.

Queste abjette condizioni lasciavano a sbaraglio Milano; onde i suoi nobili, che, secondo i vulgari raziocinj, consideravano proprio scorno il recedere il loro padrone da un’ingiusta guerra, mandarono supplicarlo a rescinder la pace, offerendo somministrargli diecimila cavalieri ed altrettanti pedoni, purchè lasciasse loro le gabelle e i tributi della città. Filippo non gradì che i cittadini rimetterser mano nelle pubbliche cose come ai tempi repubblicani; pur a rinnovare le ostilità si preparò col soldare le bande congedate dai Veneziani; e da settantamila uomini fra le due parti si trovarono a fronte nella valle padana[35]. Ben dovevano essere ancora di piccola importanza le artiglierie, se le navi venete osarono penetrare nel Po fino a Casalmaggiore, dove sconfissero la flotta milanese (1427 11 8bre); poi fra gli acquitrini di Macledio nelle vicinanze di Brescia l’esercito di Filippo fu sbaragliato dal Carmagnola. Allora si rannoda la pace; ma ecco tosto nuove rotture e nuovi accordi e nuove violazioni, secondo la versatilità di Filippo e la natura degli eserciti d’allora.

A tali termini era l’Italia, che nè per la guerra acquistavasi gloria, nè per la pace quiete. Città prese e riprese, terre sfasciate, assassinj e tradigioni alternate colle battaglie, patimenti di plebe innominata, che importano alla storia? essa parla dei capi, e de’ felici colpi di quel prezzolato combattere. Non erano più guerre per la difesa della patria, non per utile o gloria o grandi intenti, ma effetto d’intrighi, di perfidiosa politica, del bisogno di battaglie che aveano i capitani come del proprio mestiere e guadagno. Sole truppe mercenarie campeggiavano, non ispirate da amor di patria, di gloria, di libertà; le battaglie finivano con poco sangue, atteso che, al primo piegar della fortuna, i soccombenti rendevano le armi, persuasi di trovare ben tosto un nuovo impresario, ed essendo convenuto fra condottieri di danneggiarsi il meno possibile.

I vinti erano rilasciati in farsetto; i vincitori si sbandavano a godere le prede; i capitani se trionfanti dettavano legge a chi li pagava, se sconfitti esigevano compensi e ristori. Alla battaglia di Sagonara, ove Angelo della Pergola sconfisse ed ebbe prigioniero il Malatesta, se credessimo al Machiavelli, sole tre persone perirono, affogandosi nella mota. Così alla Molinella si combattè «mezzo un giorno... nondimeno non vi morì alcuno; solo vi furono alcuni cavalli feriti, e certi prigioni da ogni parte presi». Nella battaglia di Caravaggio, ove lo Sforza sbarattò affatto i Veneziani facendo diecimila cinquecento prigioni, diconsi morti soli sette soldati[36], due dei quali dalla stretta e dallo scalpitare de’ cavalli. Per tal modo un capitano, vinto oggi, al domani ricompariva in campagna con esercito non men numeroso; le guerre s’eternavano esaurendo l’erario, impoverendo lo Stato, e non assicurandolo dai nemici; paci fatte per necessità, rompevansi per capriccio; e tra i guerreggiati e i traditi, gl’Italiani doveano sentire quanto soffrano i paesi dove non sono tutt’uno la milizia e la nazione.

A Maclodio sul Bresciano ottomila corazzieri di Filippo con Carlo Malatesta suo generale, e gli equipaggi e le ricchezze erano caduti prigionieri de’ soldati del Carmagnola, i quali trattandoli da commilitoni, subito li prosciolsero, onde tornarono al duca senz’altro avere perduto che le armadure. Due soli artefici di Milano offersero al duca quante armi bastassero per quattromila cavalieri e duemila pedoni; tanto vi fioriva questa manifattura: e Venezia vincitrice si trovò a fronte quegli stessi che dianzi avea vinti.

Che il Carmagnola avesse disposto dei prigionieri a suo talento, spiacque all’ombroso Governo, e sospettollo d’intelligenze coll’antico suo signore; e tanto più dacchè sul Po la flotta milanese, guidata da Pacino Eustachio e da Giovanni Grimaldi genovesi, sconquassò la veneziana (1431 22 maggio), ch’era costata seicentomila fiorini. Imputando il Carmagnola di quel disastro, stabilirono torlo di mezzo: e perchè arrestare un capitano fra un esercito a lui devoto non era agevol cosa, l’invitano a Venezia (1432) sotto finta d’interrogarne l’esperienza, l’onorano in ogni modo, poi i Dieci l’arrestano, il processano; «non volendo confessare, fu posto alla corda; e non potendo trarlo su per un braccio ch’egli aveva guasto, gli fu dato fuoco a’ piedi, per modo che subito confessò ogni cosa». Fu mandato al supplizio (5 maggio) col bavaglio in bocca; trattane al fisco la sostanza, che valutavasi a trecentomila ducati; provvisto alla moglie ed alle figliuole. Il popolo tremò ed applaudi: la posterità, anche dopo conosciuti gli atti di quel processo, rimane dubbia sulla reità di lui, e lo colloca fra quelle vittime delle procedure segrete, che dalla pubblica coscienza attirano compassione per sè, esecramento su chi le fa[37].

Genova sappiamo che erasi sottoposta a Filippo Visconti, sicchè quando essa nella battaglia di Ponza (pag. 84) fece prigioniero Alfonso re d’Aragona e di Sicilia, a lui lo mandò. Il re seppe cattivarsi Filippo in modo che ne fu lasciato andar libero. Tante iniquità, tanto egoismo non nocquero mai al Visconti, come questa insolita generosità; perocchè i Genovesi, indispettiti che egli disponesse a sua voglia del frutto di così insigne vittoria, si sottrassero all’obbedienza del duca (1453 27 xbre), scannarono a furor di popolo il suo governatore, rivollero la repubblica, e con essa lo strazio delle fazioni.

Nel calcolato favore di Filippo, al Carmagnola era sottentrato un altro prode. Quando Sforza Attendolo perì, l’esercito suo, unica assicurazione de’ privilegi e dei possessi che i principi gli aveano accordati per paura, sarebbesi sfasciato, se Francesco, uno de’ tanti figliuoli che esso aveva d’amore o di nozze, non avesse tenuto congiunte quelle masnade, obbedienti quegli uffiziali, dando già indizio di quella destra politica, che dovea poi alzarlo al più bel dominio italiano. Reso famoso in tutti i fatti d’arme d’Italia, e sentendo quanto valesse una buona spada, non s’accontentava ai dominj paterni; e battendo più alto la mira, e sempre crescendo d’importanza, giunse a ottenere che Filippo gli promettesse la mano di Bianca, unica sua figlia naturale. Appena uscito per lui di pericolo, il duca se ne pentì e ricusò; onde lo Sforza andossene, e nell’Anconitano si formò colla spada un marchesato sotto la supremazia del pontefice; poi non bastando a mantenere le proprie masnade, si acconciò a servizio de’ Fiorentini. Questi aveano condotto con varia fortuna e mirabile costanza la guerra; ma poi Nicolò Piccinino, il quale aveva assunto l’esercito di Braccio di Montone, si pose col Visconti e in riva al Cerchio sconfisse i Fiorentini, togliendone l’artiglieria, le munizioni e quattromila cavalli. Essi vidersi allora costretti a cedere Lucca ed accettar la pace; nella quale però anche Filippo rinunziava ai fatti acquisti e alle alleanze in Romagna e in Toscana, per non avere più titolo di brigarsi nelle vicende di questa.

L’astuto finse allora congedare il Piccinino, ma gli diede segreta istruzione di devastare la Toscana, la quale, vistasi ingannata, e costretta a far nuove armi, si chiamò felice di trarre sotto ai gigli suoi Francesco Sforza.

Ecco a fronte i due maggiori capitani del tempo, rappresentanti le due antiche scuole di Braccio e d’Attendolo. Il Piccinino, sebbene disavvenente di corpo e infelice parlatore, spingeva al sommo il merito di Braccio, vale a dire la celerità de’ movimenti, audace fin alla temerità, indomito dall’avversa fortuna. Francesco dalle diverse scuole sceglieva il meglio, e sapeva col genio avvivarlo; maschio di corpo e d’animo, il male non proponevasi, ma non ne rifuggiva se utile; entrambi caldi di odj, ma ricchi di quella bontà che non di rado si palesa pe’ soldati, ed è riparo o compenso alla facilità che hanno di far male.

Lo Sforza erasi mostrato propenso alle repubbliche, massime a Firenze, non perchè sentisse in quel senso, ma per tenere in ombra Filippo, o per far contrario al Piccinino che a questo conservava fede. Non volendo però scontentare in tutto il duca, nè sfasciare uno Stato sul quale spingeva i desiderj, lasciò alquanto in tentenno la guerra: ma quando si vide zimbello alla peritanza e finteria di Filippo, calò la buffa, e parve decidere delle sorti d’Italia coll’accettare dai federati il bastone, con novemila zecchini al mese dai Veneti, ottomila quattrocento da’ Fiorentini.

I due emuli capitani fecero gara di valore e d’abilità, sul Veneto, in Toscana, nella marca d’Ancona portando a vicenda la devastazione. Novamente famoso venne per durata e fierezza l’assedio di Brescia, invano sostenuto dal Gattamelata, e dove Brigida Avogadro menò le donne a respingere il Piccinino. «Tutto il popolo notte e giorno lavorava a far riparo di dentro a’ muri; vi lavoravano femmine, putti, donne, preti, frati, giudici, tali e quali. Il Piccinino solariò il fondo della fossa di graticci, e fece la via per venire in cima del terraglio. Dirai, Che facevi voi che nol vietavate? dico che come noi ci facevamo sul terraglio, egli tirava con quelle bombarde. Oh quanti ve ne furono morti di noi cittadini!» E quando salirono all’attacco «si cominciò una riotta con noi di dentro, per modo che, colla grazia di Dio, furono urtati giù. Avreste veduto quelli uomini d’armi traboccar giù per quel terraglio con que’ suoi pennacci a volta voltone che era una consolazione. Di bombarde, di schioppetti, di verrettoni, di sassi che si tiravano, parea che l’aria si oscurasse: parea che tutto il mondo si aprisse di tamburi, di trombette, di gridori, di campane a martello..... Avreste veduto il popolo, femmine, zerlotti, piccoli e grandi, che correvano giù ai luoghi dove si davano le battaglie, chi con pane, chi con formaggio, chi con vino, chi con confetto per reficiare que’ cittadini combattenti, e que’ soldati ch’erano con noi. Voi avreste veduto la gente d’arme de’ nemici in belle battaglie che tenevano dal brolo del vescovo fino a San Pietro Oliviero, tutti quanti a cavallo: e quando si davano le battaglie, si scambiavano sotto di squadra in squadra, smontavano da cavallo, e venivano alla battaglia: ma tosto loro veniva talento di ritornare a dietro»[38].

Brescia sempre eguale a se stessa! I Veneziani, per la nimicizia del marchese di Mantova non potendo mandar navi pel Po nel Mincio, e da questo nel lago di Garda, divisarono un fatto arditissimo, suggerito da un Sorbolo candioto. Avviarono su per l’Adige due galere grandi, tre mezzane e venticinque barche, poi strascinandole a forza di cavalli e di bovi traverso al frapposto Monte Baldo spianando e sgombrando, le gettarono in esso lago a Tórbole: meraviglia e terrore, che il Piccinino dissipò bruciandole.

Ma alfine Brescia fu salvata, sebbene da fame e peste ridotta a metà abitanti. Francesco Barbaro provveditore e famoso grecista, fu chiamato a Venezia coi cento gentiluomini che più aveano contribuito a quella difesa, accolti dalla Signoria, abbracciati dal doge che li proponeva quali modelli ai sudditi della Repubblica, ed essi e la loro posterità esimeva da ogni imposta; al Comune poi rilasciaronsi ventimila ducati, che il fisco ritraeva annualmente dai mulini[39].

Il Piccinino, smaniato d’acquistare il dominio che era stato di Braccio, si fa mandare dal Visconti nell’Umbria, guasta la Toscana, e ad Anghiari (1440 29 giugno) a’ piè de’ monti che separano la val del Tevere da quella di Chiana assale le truppe pontificie di tremila corazzieri e cinquecento pedoni, e le fiorentine di otto in nove mila cavalli, comandate da Gian Paolo Orsini, e rimane sconfitto e prigioniero: se non che i vincitori sbandatisi non proseguirono la vittoria e la resero inutile, perchè il Piccinino ebbe raggomitolati ben tosto tutti quelli che avea perduti, e tornò in Lombardia a rifarsi col saccheggiare terre di amici. Tuttochè guelfo, disprezza le scomuniche paragonandole al solletico, che lo sente chi lo teme; s’insignorisce di Pontremoli e di Bologna; ed è adottato nelle case dei Visconti di Milano e d’Aragona di Napoli. Anche gli altri capitani a stipendio di Filippo Maria chiedevano sovranità: Alberico da Barbiano voleva Belgiojoso; Lodovico Sanseverino, Novara; Lodovico del Verme, Tortona; Talian Friulano, Bosco e Frugarolo; altri altro. Il duca, che aveva rimosso lo Sforza onde non farlo sovrano, credette allora minor male il richiamarlo, e gli concesse la mano di Bianca (1441), e in pegno della dote il contado di Pontremoli e Cremona. La pace di Cavriana, fatta sotto la mediazione dello Sforza e a malgrado del Piccinino cui essa strappava un’immancabile vittoria, rintegrò nei primieri confini il duca, le repubbliche di Venezia, Genova e Firenze, il papa e il marchese di Mantova.

Che valevano le paci generali, quando duravano le particolari animadversioni de’ capitani? Francesco mosse per vendicarsi d’Alfonso il Magnanimo, che gli aveva occupati i feudi paterni nel Reame: ma Filippo Maria tornatone geloso, s’accordò con Eugenio IV per torgli la marca d’Ancona, ridiede il suo favore al Piccinino, che dichiarato gonfaloniere della Chiesa, noceva il più possibile all’irreconciliabile suo emulo, e d’ordine di Filippo assediò Pontremoli e Cremona.

Il gran capitano, a cui la generosità non impediva di levarsi d’attorno coi supplizj e col ferro gli emuli, vedeasi tolta pezzi a pezzi la sovranità militare ch’egli erasi formata nel cuore dell’Italia, e soccombeva alle tergiversazioni del suocero e alle infedeltà di papa Eugenio; quando i Veneziani, guardando come lesa la pace di Cavriana, si allearono coi Fiorentini, presero al soldo varj condottieri, e sotto Michele Attendolo mandarono l’esercito a’ danni del duca, e dopo la vittoria di Mezzano sopra Casalmaggiore si spinsero fino a Monza e Milano. Il Visconti, sbigottito dal vedere Venezia ostinarsi al conquisto della Lombardia, si rappattumò col genero, il quale comprendeva che se la Lombardia toccasse ai Veneziani, più nulla avrebb’egli a sperarne, mentre invece la disputabile successione di Filippo aprivagli ambiziose eventualità. Accettò dunque il comando supremo sulle armi e le fortezze; dugentomila fiorini d’oro l’anno per mantenere l’esercito suo e quello lasciato dal Piccinino, il quale, dopo essere stato uno degli arbitri di questa sbranata Italia, era morto (1444 15 8bre) col dispiacere di non avere nè ingrandito se stesso, nè ottenuto gratitudine da quelli cui aveva servito.

Poco poi Filippo Maria, sempre passionato per l’intrigo, si lasciò di nuovo menare dai Bracceschi e dagli altri che invidiavano l’incremento dello Sforza; e rompea seco di nuovo, allorchè morte lo colse (1447 15 agosto), e con lui terminava la stirpe de’ Visconti.

La quale fu con lode ripagata della protezione che concesse ai dotti d’allora, e il Filelfo, il Barziza, il Panormita, l’Offredi, il Decembrio ne tesserono la storia e la falsarono. Del resto già vedemmo come la Lombardia fosse una monarchia militare, non temperata se non dalle arti che ad un governo intelligente sono insegnate dal desiderio di conservarsi; i Milanesi la sopportavano anzi rassegnati che contenti; e il desiderio della libertà erasi illanguidito a segno, che al più si aspirava a cambiare tiranni: la pace e la guerra, la ricchezza e la felicità del paese, la tolleranza o punizione dei delitti dipendevano dal principe.

Sovratutto mancava quel che ai popoli più è necessario, pace, e pronta ed eguale giustizia; anzi le prepotenze pareano favorite dai dominanti. Giovanni Gámbara, signorotto del Bresciano, faceva cogliere da due bravi una tal Bartolomea che avea detto male di sua moglie Subrana, e mozzarle la lingua; il podestà condannò al taglione il Gámbara e la moglie, ma essi interposero un fratello della mutilata, che li riconciliò con questa; e Gian Galeazzo Visconti concedette perdono. È scritto che Giovanni Palazzo ottenesse da Gian Maria che Guelfi e Ghibellini del Bresciano potessero combattersi sei mesi, salva la fedeltà al principe, e commettere qualsivoglia misfatto tra loro. Esso Gian Maria nel 1401 mandava podestà ad Asola Giovanni Visconti e capitano Giorgio Carcano, i quali spinsero tant’oltre l’audacia, che niuna fanciulla poteva andare a marito senza avere passato tre giorni nel loro palazzo: gli Asolani stancati li trucidarono, e i Bresciani in punizione distrussero Asola[40]. Quando manchi la giustizia, più non rimane garanzia di sorta, nè altro si può che abbattere il dominante per mettersi al posto di lui e divenire oppressori.

Pure costoro erano principi nostrali, e i Lombardi compiacevansi della loro grandezza, giacchè nol poteano della propria felicità; compiacevansi alla splendidezza della Corte, alle regie parentele, alle frequenti comparse, ai clamorosi pranzi, ai clamorosissimi funerali, a quel lusso di sfarzo e spesa più che di gusto, alle feste che frequenti si rinnovavano per nozze, per paci, per venuta di principi. Fu volta in cui Filippo Maria ebbe ospiti papa Martino V e l’imperatore Sigismondo, e prigionieri il re di Napoli e quel di Navarra; in un mazzo di carte (giuoco allora nuovo) dipinto da Marzian di Tortona spese millecinquecento monete d’oro.

Le sevizie di que’ principi possono paragonarsi al morso di un cane rabbioso, che nuoce solo a chi lo avvicina; mentre una pacata signoria può indurre gli effetti della malaria, generale spossamento e tabe irremediabile. Perocchè del resto essi cercavano il prosperamento del paese, sia per trarne di più, sia per non iscapitare al confronto de’ vicini. L’agricoltura procedea di meglio in meglio, sull’esempio de’ monaci, principalmente de’ Cistercensi, che verso il Lodigiano e il Pavese aveano introdotto i prati stabili e le cascine; si miglioravano le razze de’ bovi; de’ cavalli, celebri per grossezza e forza, molto spaccio faceasi in Francia. I lavori di seta crebbero principalmente dacchè nel 1314 molti fabbricanti di Lucca, fuggendo la tirannia di Castruccio, ricoverarono a Milano. I Lombardi andavano in Francia, in Fiandra, in Inghilterra a raccattar lana, che poi tinta e tessuta mandavano colà donde ora ci vengono i panni fini; e per tutta Europa correvano le monete d’oro colla biscia. I nobili non prendeano vergogna del mercatare, e sulle matricole figurano i Litta, i Dadda, i Bossi, i Crivelli, i Gusani, i Dugnani, i Medici, i Melzi, i Porro, i Bescapè, i Castiglioni, i Pozzobonelli. I Borromei da San Miniato si trasferirono qui vendendo panni grossolani, e stabilendone una fabbrica; e subito Filippo Maria prese un Borromeo per direttore della finanza, e poco dopo Luigi XII di Francia levava al battesimo un figliuolo di quella casa[41].

Le arti, divise in venticinque paratici o consorzj, con bandiera, statuti, assemblee distinte, esercitavano ogni sorta mestieri, e all’uopo prendeano le armi. Singolarmente i Lombardi guadagnavano in operazioni di banco, avendone stabiliti in tutte le città d’Europa. Milano era sì ricca, che diceasi in proverbio bisognerebbe distrugger lei chi volesse rifare l’Italia; e udimmo i nobili esibire a Filippo di mantenergli stabilmente diecimila cavalieri ed altrettanti pedoni se lasciasse loro le entrate della città. L’estimo del 1406 dà ai beni mobili e stabili della città e dei corpi santi il capitale valore di tredici milioni dugencinquantamila zecchini. La popolazione cresceva, benchè guasta da pesti ricorrenti; e i primi provvedimenti di polizia sanitaria menzionati sono i milanesi.

Il servaggio principesco alterava la semplicità de’ costumi, e senza credere alle declamazioni, è a supporre s’imparasse a chinar la fronte a quello in cui mano erano il denaro, la forza, la legge, ed a quella serie di bassi che comandano agli altri; catena di soggezione, che cominciata non finisce più. Nondimeno durava un vivere patriarcale, nè la Corte era distinta dalla città quanto nei tempi posteriori; e benchè i nobili godessero molti privilegi, pure le condizioni si trovavano spesso mescolate nei pubblici convegni ed alle feste ecclesiastiche o civili.

Se si pensi che non v’avea truppe stanziali, primario rinfianco della tirannia; che il duca vivea tra gente nostra, con nostri consiglieri, fra tante corporazioni organizzate e armate, fra privilegi di arti, di corpo, di stato, si vedrà che il despotismo non poteva sbizzarrire senza contrasto; le memorie della prisca libertà non erano perite, non poteasi a voglia gravar le imposte, gli statuti frenavano anche il principe, le fazioni di Guelfi e Ghibellini opponeano potente contrasto, sicchè la tirannia non era sistematica ma di eccezione. Que’ principi pesavano più volentieri sui nobili per torsene l’ostacolo e rapirne le ricchezze; non per questo si rendeano popolari, comunque talora grossolani: e la plebe anch’essa sapeva resistere, e piegando non dimenticava d’avere dei diritti.

Tutti questi avvenimenti potemmo divisare senza tampoco far motto d’un altro imperatore calato in Italia. La Casa di Luxemburg, così meschina sotto il cavalleresco Enrico VII, era giunta a possedere tanti dominj, quanti mai quella di Hohenstaufen; in un secolo avea dato quattro imperatori, Enrico VII, Carlo IV, il vituperevole Venceslao che fu deposto, e suo fratello Sigismondo, che al tempo stesso era elettore di Brandeburgo, re di Boemia e d’Ungheria. Bello d’aspetto (tal ce lo descrive Leonardo Aretino che lo conobbe), alto della persona, nobile, vigoroso, magnanimo in pace e in guerra, eloquente, amante le lettere, liberale oltre le sue scarsissime entrate, trovavasi sempre bisognoso di denaro, e perciò costretto a vendere la propria alleanza e protezione, interrompere le imprese, mancare ai propositi; e più che all’impero badava a crescere i suoi Stati ereditarj, dai quali derivò poi la grandezza di Casa d’Austria.

Talmente Venezia spingeva la gelosia per l’eguaglianza delle sue famiglie patrizie, che, avendo il re di Ungheria chiesto per moglie una Morosini, la Signoria obbligò il padre a rinunziare ogni diritto paterno, e l’adottò come figlia della Repubblica. Quando, durante lo scisma, fu eletto papa Angelo Corrér (1406) col nome di Gregorio XII, benchè egli cercasse cattivarsi i Barbarigo, i Morosini, i Condulmer con cappelli cardinalizj, fu sempre guardato di mal occhio, giudicandosi pericoloso un pontefice legato coi senatori; e appena il concilio di Pisa lo dichiarò scaduto (1409), la Signoria non solo s’affrettò a riconoscere il surrogatogli Alessandro V, ma a lui profugo negò stanza ne’ suoi dominj[42]. Ito nel Friuli, papa Gregorio venne a rissa con quel patriarca che era tedesco, e lo cassò surrogandogli Anton da Ponte nobile veneto. L’imperatore Sigismondo, dichiaratosi protettore dell’espulso, menò le cose di modo, che venne a rottura con Venezia. Questa repubblica da Ladislao, competitore di Sigismondo al trono d’Ungheria, aveva comprato per centomila fiorini la città di Zara; ridomandando la quale e le antiche città imperiali, Sigismondo entrò sul Veneziano (1413) guastandolo e ribellando: ma Venezia strinse lega difensiva con Nicolò III d’Este, i conti Porcia e Collalto, i Malatesti, i Polenta, i signori d’Arco e Castelnuovo, Castelbarco, Caldonazzo, Savorgnano; e questi, e la rigidezza dei vicarj di Sigismondo, la poca costanza degli Ungheri ch’egli versava di qua dell’Alpi, il valore del condottiere Filippo d’Arcoli, fecero trionfare il leone veneto per tutto il Friuli.

Dalla Marca Trevisana Sigismondo pensò fare una corsa in Lombardia senz’armi. Liete accoglienze gli profusero i tirannelli: a Cremona col papa vagheggiò dal torrazzo la pianura lombarda; a Cantù ricevette omaggio da Filippo, il quale però nol volle accogliere in Milano; istituì de’ vicarj imperiali, cui faceano capo i Ghibellini per onestare la loro tirannide: ma nessuna efficienza ebbe sulle vicende italiane.

Dopo vent’anni di regno, nojato dalle lunghe brighe in Germania e in Boemia, e dal dirigere una macchina pesante e rugginosa, com’egli chiamava l’impero, pensò tornare di qua dall’Alpi (1431) a farvi una comparsa quale solevano i suoi predecessori. I tempi erano ben cambiati; quanto erasi perduto in parziale libertà, tanto erasi acquistato in generale indipendenza; nè la nominale superiorità sarebbe bastata perchè convocasse a Roncaglia tutti gli Stati d’Italia a rendere l’omaggio e ricevere giustizia. Con duemila Ungheri e Tedeschi a cavallo, più per corteggio che per difesa, capitò a Milano; e Filippo, che pur gli avea sempre mostrato piena soggezione, e l’avea sollecitato a discendere sperando danneggiarne i Veneziani, insospettito si chiuse nel castello di Abbiategrasso, senza tampoco lasciarsi vedere all’imperatore, che in Sant’Ambrogio fecesi coronare (1431 25 9bre).

Qui dunque temuto e timoroso, eppure in Toscana malvisto come amico del duca, sempre povero di denaro e di forze, obbligato ad ogni passo a patteggiare o difendersi, a un punto di rimanere preso in Lucca dal capitano dei Fiorentini, trattenuto in Siena per debiti, Sigismondo traversò l’Italia meschinamente (1432), dirigendosi a Roma onde persuadere il papa ad accettare il concilio di Basilea: nè tampoco a questo riuscito, cintasi la corona d’oro (1433), ricoverò a’ suoi paesi, lasciando l’Italia alle ambizioni e agli agitamenti di prima.