CAPITOLO CXVI. Repubblica Ambrosiana. Venezia conquistatrice. Francesco Sforza. I Foscari.

I Visconti e gli Sforza
Uberto Visconti
Obizzo
Teobaldo
Matteo Magno 1295-1322
Galeazzo I 1322-28
Azzone 1328-39
Luchino 1339-49
Marco
Giovanni arcivesc. 1339-54
Stefano
Matteo II 1354-55
Bernabò 1354-85
Galeazzo II 1354-78
Gian Galeazzo 1378-1402 primo duca nel 1395
Valentina in Luigi d’Orléans, ava di Luigi XII
Gian Maria 1402-12
Filippo Maria 1412-47
Bianca Maria in Francesco Sforza 1447-66
Ascanio cardinale
Galeazzo Maria 1466-76
Gian Galeazzo Maria 1476-94
Bona regina di Polonia
Caterina in Giovanni de’ Medici avo di Cosimo granduca
Lodovico il Moro 1494-1500
Massimiliano 1512-15
Francesco Maria 1522-26 e 1529-35
Gabriele Maria figlio naturale
Uberto stipite di case ancora sussistenti
Gaspare
Lodrisio
Ottone arcivesc. 1277-95

Filippo Maria Visconti non lasciava figliuoli, onde molti si sporsero al fiuto di sì pingue eredità. Fin allora nel Milanese non era stato regolato il modo di succedere al dominio; e come negli altri principati italiani, ora lo teneano i fratelli in comune, ora se lo spartivano, o l’uno succedeva all’altro senza riguardo alla discendenza dell’estinto: persino i figli naturali ne toccavano qualche porzione. Ora la casa francese d’Orléans vi pretendeva a cagione di Valentina Visconti, cui Gian Galeazzo, maritandola a Luigi d’Orléans, n’avea dato l’aspettativa pel caso che i suoi figli morissero improli. Ma il titolo non valeva, giacchè questo non era un feudo femminino; tanto minor diritto v’avea lo Sforza, marito della figlia naturale, quantunque legittimata, di Filippo Maria. Questo aveva un tempo pensato a nuocere ai Veneziani col lasciare il suo paese ad Alfonso re di Napoli; il che avrebbe di tanto avanzata l’unità italiana: e Alfonso in fatti produsse un testamento a favor suo; ma foss’anche autentico, si trattava egli d’una proprietà che si potesse lasciare a talento?

Il Milanese era uno Stato libero, riconosciuto nella pace di Costanza; il che importava, secondo il diritto d’allora, che non potesse venir ristretto a sudditanza di verun particolare. Venceslao l’avea ridotto tale investendone Gian Galeazzo; ma sovrano dell’Impero non era già il re di Germania, bensì gli elettori, rappresentanti l’antico senato e popolo romano: e in fatto essi ne fecero rimprovero a Venceslao, e fu uno degli aggravj per cui lo spodestarono[43]. Sigismondo ne diede regolare investitura a Filippo Maria, riservandosi gli antichi diritti imperiali[44]; ma realmente il Milanese, operando come Stato libero, aveva affidato il governo politico ai Visconti, e allo spegnersi di questi tornava di propria balìa. Sentirono questo diritto i Milanesi, e mentre i Bracceschi inalberavano sul castello lo stendardo di Alfonso di Napoli, ed altri suggerivano di darsi al duca di Savoja fratello della duchessa vedova, Antonio Trivulzio, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnani e Innocenzo Cotta eccitano alla libertà i Milanesi, che a furia smantellano il castello, nido della tirannia contro il popolo; e disingannati del dominio d’un solo come pessima pestilenzia, proclamano l’aurea repubblica ambrosiana (1447 14 agosto), tornando in istato di popolo al modo antico. Il vicario coi dodici di provvisione eleggono ventiquattro capitani e difensori della libertà del Comune, che furono confermati dal consiglio generale, e che affollarono ordini buoni o meschini, come sempre avviene nei primordj; rimettono i banditi; proibiscono il bestemmiare, i giuochi zarosi, il portar armi; allestiscono ricoveri per poveri, e massime per contadini che la guerra avea sturbati dai campi; si ravviano le scuole, invitando i maestri con condizioni che meritamente potranno accontentarsi; e da spontanee largizioni raccolgono ottocentomila zecchini ad tuendam patriæ libertatem[45].

È uno dei temi più soliti e più facili agli epigrammi da caffè la debolezza de’ governi usciti da una rivoluzione, come il vacillamento delle rivoluzioni che non riuscirono: nè per verità da una reggenza che durò meno di due mesi potevano pretendersi stabili intenti, concordi progetti, efficace azione. Pure sarebbersi allora potute costituire in Italia tre robuste repubbliche, di Firenze, Venezia e Milano, mettendo in comune il senno educato dell’una, la potenza marittima dell’altra, le colte lautezze dell’ultima; e associandosi alla forza degli Svizzeri, opporre una federazione di liberi all’aumento delle monarchie confinanti. Chi pensi che in quel tempo, essendo morto Carlo il Temerario duca di Borgogna nel combattere gli Svizzeri[46], restavano libere le Fiandre e i Paesi Bassi, comunità fiorentissime di commercio e costituite al modo delle nostre, non può a meno di riflettere qual diverso andamento avrebbe preso l’Europa se, invece di consolidarsi le monarchie collo spartire la Borgogna tra Francia e Austria, fosse prevalso il sistema repubblicano. Se i Milanesi vedessero allora questa preziosa eventualità, è difficile il dirlo; ma trovo codardo l’insultarli dell’aver preferito una forma di governo che allora presentava tanto avvenire. Sgraziatamente però Firenze cominciava con Cosmo de’ Medici a piegare a principato: Venezia dal doge Francesco Foscari era intalentata a conquiste, a segno di posporvi la giustizia e la pubblica libertà; e sperando quell’unione che più tardi effettuarono gli Austriaci, spasimava di tutto il Milanese, e profittò del momento per ciuffare Brescia e Bergamo.

Allora Venezia trovavasi all’apogeo della sua grandezza. Trieste, i cui pirati avevano rapito le spose della ancor novella repubblica, indi era stata sottoposta da Enrico Dandolo a capo de’ Crociati, non si rassegnò mai al giogo, più volte rinnovò guerra, e nel 1367 si diede al duca d’Austria; ma i Veneziani l’assalirono e presero per fame, poi nella pace, chetato l’Austriaco a denaro, le imposero di giurar fedeltà a San Marco; alla nomina di ciascun doge, lo stendardo del leone sventolerebbe un giorno sul mercato di Trieste, e tutti gli anni a Pasqua sul palazzo; i Triestini osserverebbero i trattati conchiusi da Enrico Dandolo in appresso, e la Serenissima vi eserciterebbe la giurisdizione penale. Nella guerra di Chioggia i Genovesi presero Trieste, e la consegnarono al patriarca d’Aquileja: avendola Venezia ripigliata (1382), i Triestini inalberarono di nuovo la bandiera dei duchi d’Austria, i quali poi la tennero sempre: ma doveano correre più di quattro secoli prima che acquistasse tale importanza sul mare, da prevalere all’antica dominatrice.

Vedemmo come si fosse ampliata la signoria de’ patriarchi d’Aquileja sopra tutto il Friuli, l’Istria, gran parte della Carintia e Carniola, e la Stiria, con tanti poderi da estrarne ducentomila zecchini. Però i papi aveano tratto a sè il diritto di nominare il patriarca, sicchè ne cessò l’indipendenza; e avendo essi dato quella sede in commenda a Filippo d’Alençon, i signori paesani ricusarono obbedienza a questo, eleggendo un altro, donde baruffa civile, nè più fu possibile sottometterli interamente. Il patriarca fu dunque costretto ricorrere al popolò, agli stranieri, a bande mercenarie; e intanto i signori si rendevano viemeno dipendenti, per quanto il patriarca cercasse avvincerseli col moltiplicare i feudi e suddividerli e concedere franchigie.

E si alleò a Francesco Carrara (1388), che colle armi occupò tutti i paesi: ma i Veneziani, temendo che questo operosissimo loro nemico tenesse il Friuli per sè e intercettasse i loro commerci colla Germania, presero parte con Udine «con altre città, riottose al patriarca, e annichilarono nel modo che dicemmo la potenza dei Carrara. Venuto poi il patriarcato al tedesco Lodovico Theck (1414), e questo avendo favorito l’imperator Sigismondo, Venezia ne colse occasione di tor via que’ vicini, ostinatamente avversi. Pertanto occupò il loro paese finchè non fosse compensata delle spese di guerra; ma queste ammontavano a tanto, che il patriarca non potè più pagarle; onde a quel prelato, fin allora il più ricco d’Italia dopo il pontefice, altro non rimasero che i castelli di San Vito e San Daniele, e lo stipendio di cinquemila ducati che ricevea dalla Repubblica.

Adunque il dominio veneto si estendeva in Italia dall’Isonzo al Mincio; oltre il litorale dell’Adriatico sin alle foci del Po, aveva ad obbedienza fra terra le province di Bergamo, Brescia, Verona, Crema, Vicenza, Padova, la Marca Trevisana con Feltre, Belluno, il Cadore, il Polesine di Rovigo, Ravenna, il Friuli, l’Istria eccetto Trieste città imperiale; supremazia sulla contea di Gorizia, che prima faceva omaggio al patriarca d’Aquileja; sulla costa orientale dell’Adriatico teneva Zara, Spalatro e le isole che fronteggiano la Dalmazia e l’Albania; avea tolto Veglia ai Frangipani, Zante a un Catalano; in Grecia occupava Corfù, Lepanto e Patrasso; nella Morea Modone, Corone, Napoli di Romania, Argo, Corinto, avute a prezzo dai possessori che non poteano difenderle dai Turchi; altre isolette dell’Arcipelago, e qualche parte del litorale; finalmente Candia e Cipro.

Mentre in Italia si era limitata ad opporsi a chi vi predominasse, tenendo per lo più coi pontefici, allora aspirò a dominarvi, donde vennero le guerre che abbiam veduto con Filippo Maria, nelle quali, se cresceva di credito nella penisola, sviavasi dal commercio, e rimaneva esposta agli arbitrj de’ venturieri, coi quali usava or rigore, ora carezze; or mandava al supplizio il Carmagnola, or se ne redimeva coll’ascrivere fra i nobili il Gattamelata e Michele Attendolo. E d’acquistare il Milanese le dava lusinga lo sfasciarsi di questo alla morte di Filippo.

Per quell’assurdo concetto che repubblica significhi obbedire a nessuno, le singole città ridestando le municipali gelosie, colsero pretesto dalla rivoluzione di Milano per sottrarsi a questa, riformandosi a reggimento municipale indipendente, ed elessero signori e governi distinti, preferendo l’indipendenza dei singoli alla libertà di tutti. Como, Alessandria, Novara seppero accordarsi colla Repubblica ambrosiana, ma a patti che tendeano principalmente a ricuperare la giurisdizione ed aggravare i popoli soggetti: tal era il senso dei sessantasette capitoli stipulati dai Comaschi, diretti a ristabilire il dominio della città sopra il contado e sopra la Valtellina e il Chiavennasco. Pavia, Parma, Tortona vollero reggersi da sè; Lodi e Piacenza introdussero guarnigione veneta; Asti si chiarì pel duca d’Orléans; gli esuli signorotti tornavano, e riprendevano gli aviti possessi e la baldanza di tiranneggiare perchè aveano sofferto; se non altro, saccheggiavano; dappertutto rinasceano le antiche cupidigie; ma s’erano talmente abituati all’obbedienza, che, appena uno primeggiasse, lo chiedevano signore.

L’attività scompigliata produceva debolezza universale; mentre erasi perduto l’uso delle armi, d’ogni parte sonavano minaccie; la Repubblica era in grande setta e divisione nell’interno, fra le pretensioni dei capitani di ventura, che nè poteansi licenziare nè tenere in obbedienza; lo schiamazzo popolare diventava potenza, sempre micidiale, ed or faceva ardere i libri del censo, ora demolire il castello, soliti carnevali dei neoliberati; i cittadini medesimi si divideano in partiti, quale pendendo all’Impero, quale ai reali di Francia, al duca di Ferrara, a Venezia. Luigi di Savoja credette opportuna l’occasione di fermar piede in Lombardia, e si collegò col re francese, a patto che Genova e Lucca si conquistassero per questo, Alessandria si desse al Monferrato, le terre fra il Ticino, l’Adda e il Po, coi castelli di Trezzo e Pizzighettone, ad esso, duca di Savoja[47]. Venezia aveva già rotta guerra a Filippo, e adesso la continuava contro la Repubblica, ed accostavasi minacciosa all’Adda.

In que’ frangenti che tolgono il senno anche ai più savj, i capitani della Repubblica parvero dimenticare le pretensioni di Francesco Sforza; ed aggirati o spinti dai Ghibellini, affidarono ad esso le armi, perchè li difendesse da’ nemici. Egli mostrò obbedire a coloro cui sperava comandare; dal carcere, ove l’avea cacciato Filippo Maria, trasse Bartolomeo Coleone, condottiero bergamasco, e se lo fece compagno alle imprese; colle artiglierie abbatteva mura che prima arrestavano gli eserciti, e prosperò nella guerra marchesca. Assediata Piacenza, la piazza più forte dopo Milano, riuscì a prenderla ed entrar per la breccia (1447 16 9bre): fatto portentoso e quasi nuovo nell’arte guerresca d’allora, ove la difesa era ancor superiore all’offesa. La città venne abbandonata al peggiore saccheggio e a tutti gli obbrobrj de’ soldati, che violentavano a scoprire i tesori; diecimila cittadini furono venduti; i ferramenti, i legnami portati a vendere nelle vicine città; nè Piacenza più risorse.

Ma lo Sforza non operava a pro di Milano; anzi, dopo ch’ebbe con insigni vittorie, e massime con quella di Caravaggio (1448), fiaccato i Veneziani che erano stati a un punto d’acquistare il Milanese, e fattone prigioniero l’esercito, arsa la flotta, patteggiò di lasciar loro non soltanto Bergamo e Brescia, ma e il Cremasco e la Geradadda, cioè fino all’Adda, purchè l’ajutassero a succedere a Filippo Maria. L’accordo fu accettato (18 8bre).

Francesco aveva un buon esercito, i Milanesi nessuno; prima Pavia, poi Piacenza, poi altre città lo chiedeano signore; perfidie non lo sgomentavano, e Cosmo de’ Medici amico suo gli aveva insegnato a badare alle convenienze proprie, non alle altrui, e che il mondo non si governa coi paternostri. In Milano rincalorivano le parti di Guelfi e Ghibellini; e i primi, guidati dal Trivulzio, avrebbero voluto una pace che assicurasse la Repubblica e dai nemici e dal difensore: il Lampugnani, il Bossi ed altri Ghibellini ricusavano la pace con Venezia, che sottraeva tanto territorio, e che preparerebbe forse la dominazione di quella città: il vulgo tumultuava ora per questi, ora per quelli, secondo l’opinione o le ciancie o il denaro. Carlo Gonzaga di Mantova, fatto comandante della città, batteva la mira a rendersene signore appoggiandosi ai Guelfi, sicchè i Ghibellini entrarono in trattati collo Sforza per garantire o qualche franchigia alla patria o qualche vantaggio a sè; ma scoperti, furono mandati al supplizio Lampugnani ed altri, molti in fuga, confiscati i loro beni. Allora prevale quella seconda schiera che sottentra sempre ai moderati; e nuova gente senza credito, traforatasi nel governo e impinguatasi delle confische, impresse l’impeto rivoluzionario, eccitò i Milanesi a resistere al traditore, al disertore, giurando piuttosto darsi al granturco e al demonio; spedirono per tutto bandi che il diffamavano; promisero diecimila zecchini di mancia e altrettanti in fondi a chi l’uccidesse; chiesero soccorsi dal duca di Savoja, i cui soldati non dando quartiere, facevano quel peggio che sapessero. I Milanesi stessi aveano scritto milizie paesane con fucili, arma nuova che, per quanto imperfetta, incuteva terrore ai dapprima invulnerabili corazzieri; e le battaglie divennero sanguinose, e costarono la vita a molti prodi condottieri.

Ma lo Sforza era di lunga mano superiore per sentita di guerra, e sostenuto dai Veneziani, che tradivano cittadini liberi per procacciarsi un pericoloso vicino. Tardi s’accorsero dell’ambizione dello Sforza, e fecero pace colla Repubblica Ambrosiana; e avendo lo Sforza ricusato riconoscerla, spedirono truppe a soccorso di Milano (1449 27 7bre): ma l’incerta fede de’ capitani di ventura, disertati dalla Repubblica per mettersi dove la fortuna piegava, e il valore d’esso Sforza ne elisero l’effetto. Milano, disperata di miglior consiglio, proponeva di sottomettersi alla Serenissima; ma lo Sforza, domate Monza, Melegnano, Vigevano e le altre città provinciali, cinse la capitale. Il popolo, visti uscir vani tutti i suoi partiti, si levò a rumore, mosso dall’oro nemico, secondo la frase antica e moderna; cassò i magistrati popolari, ostinantisi alle armi, per surrogarvene di ghibellini: i quali però neppur essi aveano un disegno premeditato, nè sapeano finire la guerra, a terminar la quale erano stati eletti. Carlo Gonzaga, che avea mostrato l’ambizione del comando, non l’abilità, come vide i nuovi capitani della libertà non favorire alle aspirazioni sue, ma voler lui stesso obbediente, patteggiò collo Sforza, facendosi dare Tortona in compenso del tradimento. Gaspare Vimercato in parlamento dipinse la trista situazione: — I soccorsi piemontesi sono fiacchi, lontani quei di Napoli, pericolosi quelli dei Veneti; ecco crescere ogni giorno orrida e irreparabile la fame; più che un disperato resistere, non val meglio cercare pane e riposo allo Sforza? alla fine egli vanta de’ diritti, sicchè avrà minor bisogno d’infierire, e piuttosto desiderio di conservare». La proposizione fu accolta al solito da fischi ed urli, tra i quali però il senso comune si fe strada; la fame operò il resto, e il popolo assalì a tumulto il palazzo del governo; onde s’inviò a fare la sommessione, e lo Sforza spedì tosto gran ristoro di viveri, che il fece benedire.

Ondate di Milanesi andavano a visitarlo ognidì al suo quartier generale, e gli sciorinavano elogi in versi, elogi in prosa, sonori quanto le imprecazioni che in suo vitupero eransi fatte testè, da ciascuno a chi peggio. Poi, il giorno della sua entrata (1450 26 genn.), «avevano preparato un carro trionfale con un baldacchino di panno d’oro, e così con gran moltitudine aspettavano il principe avanti alla porta Ticinese. Ma Francesco per la sua modestia ricusò il carro e il baldacchino, dicendo tali cose essere superstizioni da re; il perchè, entrando, andò al sagro e massimo tempio di Maria Vergine, e fermo innanzi alla porta, si vestì di drappo bianco sino a’ piedi, la qual veste era di consuetudine che si vestivano i duchi quando pigliavano la signoria» (Corio); ebbe la corona ducale, e il Milanese si racconciò nella monarchia militare. Francesco addormentò il popolo colle feste; coi belligeranti strinse buoni accordi; l’una dietro l’altra tornò in obbedienza le città, che preponevano ad una libertà procellosa una tranquilla servitù, ed ultime anche Como e Bellinzona; e incominciava una nuova politica e una nuova dinastia, preconizzata ai destini più insigni, e che pure dovea, fra micidj e tragedie, giungere a stento alla sesta generazione.

Egli seppe mettere nel fodero la spada, colla quale aveva acquistato un sì bel dominio, e attese a far dimenticare la violenta origine e riconciliarsi i popoli col modo migliore, il beneficarli; non diè carico a’ suoi avversi; non lasciò campo a quelle riazioni, che irritano ed inimicano; resse con saviezza, restituendo al governo il vigore senza la crudeltà de’ Visconti; e riuscì uno dei principi più grandi e, secondo il tempo, de’ più buoni. Nella capitolazione erasi stipulato non si darebbe impiego a verun forestiero, i tribunali starebbero sempre in Milano, non rincarite le gabelle, garantiti i creditori dello Stato, messi fuor di città i soldati. Vedendo che «la plebe, riavvezzata alle armi, si ricordava della libertà», lo Sforza pensò ricostruire l’abbattuta fortezza; ma non volendo con ciò mostrare diffidenza, sparse tra il popolo suoi creati, che persuadessero ciò come ornamento e sicurezza della città; e per quanto i meglio avvisati si opponessero, gli altri prevalsero, e le parrocchie pregarono il duca di fabbricare il castello, che riuscì il meglio forte d’Italia in piano. Monumento più insigne della Sua munifica pietà rimane l’Ospedal grande, sontuosa fabbrica nella quale raccolse i varj ospedali della città; compì il naviglio che mena l’Adda a Milano. Sul trono serbò i modi franchi acquistati negli accampamenti; liberale dell’oro, asserendo non esser nato per fare il mercante; onorò le arti, favorì i letterati; davasi premura di smentire le dicerie sul conto suo, e di spiegare i motivi delle sue azioni.

Tutto che militare, associò la sua politica a quella del negoziante Cosmo de’ Medici, che gli continuò sempre una grossa pensione; dissipò una lega che Venezia aveva giurata a danno di lui col re di Napoli, il duca di Savoja, il marchese di Monferrato, i Senesi, i Correggeschi: e seppe mostrarsi necessario ai varj potentati. Doppio matrimonio il collegò coi reali di Napoli, altri col marchese di Mantova, colla Savoja e con Francesco Piccinino, capitano non degenere dal padre, pel qual modo si furono riconciliati Sforzeschi e Bracceschi: e se ai Veneziani fu costretto lasciare Bergamo, Brescia, Crema, col loro circondario, di rimpatto acquistò Savona e Genova.

Questa città non parve sottrarsi al duca di Milano che per avventarsi più dissennata nelle discordie tra Fregosi e Adorni, i quali strappavansi a vicenda l’effimero dogato. Ne conseguì tal debolezza, che la Repubblica, atterrita anche dall’avanzarsi de’ Turchi i quali avevano occupato Costantinopoli, non credette poter difendere la Corsica e la Gazarìa altrimenti che col cederle al Banco di San Giorgio. In questo soltanto si conservava la virtù repubblicana; non fazioni, non corruttela, non turbolenze, ma quieta e savia amministrazione, attenta previdenza da mercanti; esempio che sciaguratamente non sapessi imitare dai cittadini. I quali di nuovo ricorsero allo sciagurato partito di darsi a’ forestieri; e Carlo VII di Francia, avutane la signoria, spedì Giovanni d’Angiò a governar Genova (1458), e la fece sua piazza d’armi per guerreggiare il Napoletano. Ma d’una tal guerra stanchi i Genovesi, si sollevarono contro Francia (1461), e Carlo tentò invano coll’armi ridomarli.

In quei fatti cominciò a segnalarsi il cardinale arcivescovo Paolo Fregoso, che poi, valendosi della costernazione in cui era Genova per le crescenti conquiste de’ Turchi e per le interminabili nimicizie co’ reali di Napoli, ottenne per intrighi di far salire al dogato un suo cugino Spinetta. Costui in breve fu cacciato di posto, non però di speranza; e in tre Fregosi fu mutata quell’anno la dignità di doge, che per costituzione era in vita (1463). Alfine riuscì ad aversela l’arcivescovo, e ne informò il papa, che rispose: Non dissimuleremo la meraviglia al sentirti accettare il governo temporale d’una città che a lungo non tollera governanti. Tu ’l sai per prova, ed a noi stessi giunsero a un tempo le nuove della tua prima elezione e dell’infelice cacciata. Non è certo impossibile esser principe e vescovo insieme; ma corre obbligo tanto maggiore di operare virtuosamente. Molte cose si condonano in un secolare, che sono intollerabili in un ecclesiastico. Ad una norma non procedono l’Impero e la Chiesa. Il sacerdote vuol essere tutto clemenza, tutto carità e amor paterno, astenersi dal male vero, schifare pur l’apparente. Se tali sono le tue intenzioni, se vuoi giusto e piamente imperare, non solamente sopra il tuo popolo, ma su te stesso; se non l’ingiuria del prossimo ma ti proponi la difesa del nome cristiano contro gl’Infedeli, confidando che cotesto principato sia stato a te conferito secondo le leggi della tua patria, e che ne userai a benefizio del popolo, in nome della santa Trinità noi lo benediciamo».

Già prevedete che neppure l’arcivescovo doge vi si assodava; e si tornò ad esibirsi a Luigi XI di Francia, re positivo, che non amava gl’incrementi non fruttiferi, e sopra ogni merito stimava l’obbedire e star quieti, si fosse popolo o baroni. Quando dunque i Genovesi offersero di darsi a lui, rispose: — Ed io li do al diavolo».

Quell’astutissimo facea gran conto de’ consigli e’ dell’amicizia di Francesco Sforza, il quale nella guerra di Borgogna lo sussidiò anche di quattromila cavalli e duemila fanti, capitanati dal proprio figlio Galeazzo Maria, che mostrarono anehe oltremonti non esser bugiarda la reputazione del valore sforzesco: in compenso Francesco si fe cedere Savona, aspirando a Genova. Frattanto Monaco, Finale, Ventimiglia erano sollevate, Cipro si staccava, e l’arcivescovo doge non curava o non sapeva rimediarvi; vilipesi i magistrati, rispettato chi avesse baldanza; i luoghi di San Giorgio caduti a ventitre lire; i Fregosi stessi a guerra fra loro. Molti malcontenti fuggivano a Milano, e Francesco gli accoglieva; alfine mandò bande sopra Genova (1464), e bastò perchè l’arcivescovo se ne andasse; il Castelletto non tardò a cedere, e ambasciadori vennero (13 aprile) ad offrire la superba capitale della Liguria, e seco la Corsica, al signor di Milano.

Questi poteva aspettarsi qualche ostacolo alla sua potenza per parte dell’Imperatore. Sigismondo avea sposato la figlia Elisabetta ad Alberto d’Austria, e sudato perchè a questo passassero le corone d’Ungheria e Boemia: in fatto l’ottenne (1439), come anche quella di Germania. Morendo prestissimo, Alberto lasciò la moglie gravida d’un figliuolo, che fu detto Ladislao Postumo; e suo cugino Federico III d’Austria assunto all’Impero, ebbe regno più lungo che qualunque altro suo predecessore, e concentrò in sè le eredità de’ tre rami austriaci. Pigro e pusillanime, le lodi dategli da Enea Silvio Piccolomini, che prima fu suo segretario, poi papa Pio II, non l’assolvono dell’avere per negligenza e avarizia lasciato che l’Impero andasse sossopra fra guerre ripullulanti, mentre portava al colmo la propria famiglia, a’ cui membri attribuì il titolo d’arciduchi, e adottò per divisa AEIOU, volendo esprimere Austriæ Est Imperare Orbi Universo.

Anch’esso volle scendere in Italia (1452), non per rinnovare la maestà dell’Impero, ma per farsi incontro ad Eleonora di Portogallo sua fidanzata; il giornale di questa comparsa attesta quanto i nostri, malgrado tante sciagure, precedessero in civiltà i forestieri. Nicolò Lanckman suo cappellano, per giungere in Portogallo, dovette col suo seguito travestirsi da pellegrino: eppure o bande di masnadieri, o prepotenti comandanti delle città li spogliavano tratto tratto[48]; felici allorchè trovassero qualche banchiere fiorentino che li rifornisse di denaro. Federico a Siena ebbe incontro ben quattrocento dame di quella terra: dovette cercare un salvocondotto dal Coleone, che allora guerreggiava in Romagna[49]: entrando in Firenze, Carlo Marsuppini segretario della Repubblica gli recitò un’orazione latina gonfia di stile e vuota di cose, quale usavano gli eruditi; il Piccolomini rispose frasi positive e dirigendo alcune domande, alle quali il Marsuppini non seppe rispondere perchè non preparato.

Federico traeva seco il nipote Ladislao Postumo, si può dir prigioniero; e avendo gli Ungheresi tramato di rapirglielo, i Fiorentini l’impedirono, ma invano s’interposero presso l’imperatore a favor di quello. A Roma fu sposato e coronato (18 marzo); a Napoli visitò lo splendido Alfonso: del resto faceva mercato e cortesia delle antiche pretensioni imperiali; per denari conferì a Borso d’Este il titolo di duca di Modena e Reggio, e conte di Rovigo e Comacchio; per denari creò nobili e notaj e conti palatini quanti vollero. Allorchè visitò Venezia, gli fu, tra altri donativi, presentato dalla Signoria un magnifico servizio de’ cristalli di Murano; e sua maestà fe cenno al buffone, il quale dando una spinta al tavolino su cui era deposto, mandò ogni cosa a pezzi; e i nostri mostrandone dispiacere, l’imperatore sclamò: — Fossero stati d’oro, non si sarebbero infranti». Francesco Sforza sapea dunque da qual lato pigliare costui, che esitava a riconoscerlo duca; e bastò si mostrasse risoluto a pagar con denari o a difendere colle armi il titolo concessogli dal suo predecessore.

Sedici anni dopo, Federico tornò in Italia, e tutti almanaccavano reconditi fini al suo viaggio; ma scopo unico n’era lo sciogliere un voto alla madonna di Loreto: a Roma baciò le mani e i piedi del papa, gli tenne la staffa, assistette da diacono alla sua messa. Non volle riconoscere il successore di Francesco Sforza, dicendo che duca di Milano era lui stesso; ma nulla fece per sostenere tale pretensione.

Meglio fortunato degli altri condottieri, lo Sforza potè dirsi anche l’ultimo. E noi non vogliamo staccarci da costoro prima di salutare Bartolomeo Coleone bergamasco. Nel suo castello di Malpaga erasi dato alla quiete, al bere, al novellare e sentir notizie de’ suoi commilitoni, fossero le prosperità dello Sforza o i supplizj del Piccinino, del Caldora, del Brandolini, d’altri, contro cui ritorceasi il ferro de’ principotti dacchè più non ne bisognavano. Dichiarato capitano generale dei Veneziani, vi fu onorato come principe dalla Signorìa e dal popolo: ma egli struggeasi di qualche impresa; finchè Venezia finse congedarlo (1467) acciocchè passasse ai fuorusciti fiorentini, cospiranti a ricuperare la patria. A molti condottieri che gli si unirono, si opposero altri pagati dal papa, dal re di Napoli, dal duca di Milano, da Firenze, capitanati da Federico d’Urbino; ed esso gli affrontò alla Molinella, giornata famosa ne’ fasti delle guerre d’avventurieri. Le lunghe manovre finirono con una pace, ove promettevasi mandar tutte le forze contro i Turchi, sotto al Coleone; ma l’impresa non ebbe effetto. Egli tornò al suo ritiro, dove gli giungevano ripetuti inviti dal re di Francia, dal duca di Borgogna, spesse ambasciate, e domande di consigli, e visite di principi (1475). Ricchissimo e senza figli, pensò tramandare il proprio nome con opere di beneficenza: lasciò alla Basella una chiesa, due monasteri a Martinengo; a Bergamo donò i bagni di Trescore, il canale de’ mulini, tremila ducati d’entrata per costituire doti, e vi eresse la ricchissima cappella di San Giovanni. Dell’ingente sostanza, dotò per due terzi tre sue figlie maritate nei Martjnenghi, quattromila ducati a due altre, cenquarantunmila a luoghi pii, altra liberalità ai poveri, ai servi, ai coloni, ai buffoni di sua casa. De’ rimanenti ducentosedicimila ducati costituì erede la repubblica di Venezia, oltre un credito di settantamila; o diecimila in contanti perchè gli elevasse una statua, e dotasse povere zitelle.

Ma da questo tempo i capitani di ventura pérdono importanza, e i principi hanno dominj estesi quanto basti per levar truppe su quelli e finanze per mantenerle[50]. Fra le battaglie interminate che da due secoli si combattevano, i politici aveano immaginato che unico modo di conservare Italia fosse il mantenervi la bilancia fra gli Stati. A ciò contribuivano le alternate alleanze; a ciò viepiù i condottieri col passare dall’uno all’altro, in guisa che lo Stato più poderoso poteva al domani trovarsi sguarnito, e il debole essere rinforzato con sussidio di denari. Specialmente Firenze, posta di mezzo fra Venezia e Milano a settentrione, Napoli e il Patrimonio della Chiesa a mezzodì, accostavasi agli uni o agli altri secondo vedeva necessario di correggere la prevalenza di questi o di quelli. È quel famoso sistema d’equilibrio, che l’ammodernata Europa si vanta d’avere inventato, dopo che la sua politica cessò d’essere costituita sopra idee morali.

Le città dell’antica Lega Lombarda stavano tutte a dominio d’un solo, eccetto Bologna che alternava fra tirannia e franco stato. La Sesia segnava i confini del Milanese col Piemonte, ove i duchi di Savoja per molto tempo nessun altro acquisto fecero che della contea d’Asti. La Toscana obbediva ai Fiorentini, tranne Siena e Lucca indipendenti; Ferrara e Modena agli Estensi, pacifici e colti come educati dal Guarino veronese; Mantova ai Gonzaga, prodi guerrieri, e insieme istrutti nelle lettere da Vittorino da Feltre; Urbino passava dai Montefeltro a casa della Rovere; Romagna era sminuzzata in cento signorie, divise fra l’alto dominio papale e l’imperiale.

A Venezia, più che rimestare le cose d’Italia, sarebbe stato opportuno curar quelle d’oltremare, dar fiore alle colonie di Levante, e farle partecipi della cittadinanza: eppure, mentre diciottomila cavalli ed altrettanta fanteria pose in campo contro il duca di Milano, in Morea non mantenne mai meglio di duemila uomini di truppe regolari. A voler prolungare la’ sua grandezza, minacciata dalle conquiste ottomane e dalla nuova direzione presa dal commercio, le sarebbe giovato farsi potenza illirica, o almeno trasferire in qualche isola di Dalmazia il porto troppo infelice in città, e dove a questa avrebbe servito d’antemurale; e raccogliendoci i Greci che fuggivano dalle spade turche, e soccorrendo agli Albanesi che vi resistevano, alzare una potenza a contrasto dell’ottomana[51]. Ma i nobili stavano attaccati alla città, da cui traevano il titolo di loro preminenza; il popolo credeva patriotismo il concentrare nelle isole tutta la vita; i mercanti voleano aver terre da spogliare; e intanto chi ne profittava era il nemico comune.

Che che però ne fosse della convenienza d’aver surrogato una politica guerresca alla pacifica che Tommaso Mocenigo raccomandava, Francesco Foscari avea per trentaquattr’anni coperto Venezia di gloria militare, e campatala dalla minaccia dei Turchi. Ma come si tornò in pace con questi e coll’Italia, rivisse dentro la parzialità dei Loredano, implacabilmente ostile al doge. Non paga di contrariarlo in ogni proposta, in ogni interesse, volle essa trafiggerlo nella parte più sensitiva, cioè in Jacopo, unico figlio sopravissutogli. Poco innanzi, le costui nozze eransi celebrate con pompa principesca: trentamila persone per dieci giorni s’affollarono sulla piazza San Marco a vedere le giostre che vi avea bandite Francesco Sforza, e dove il marchese d’Este e il Gattamelata fecero prova di sè (1445), tra gli applausi delle patrizie vestite di broccato d’oro. Ora a questo figlio fu data accusa d’aver ricevuto regali da principi forastieri, e nominatamente da Filippo Visconti; e interrogatone avanti al padre e al consiglio de’ Dieci, fra gli spasimi della tortura confessò. Relegato in Romania, per fievole salute ottiene di restare a Treviso. Ma dopo cinque anni essendo ucciso Ermolao Donati uno de’ suoi giudici, n’è imputato Jacopo (1450), e messo di nuovo alla tortura, benchè negasse[52], fu bandito alla Cánea, nè gli si consenti il ritorno, sebbene un Erizzo morendo si confessasse reo di quel sangue. Jacopo allora, struggendosi pel desiderio della nativa laguna, dei cadenti genitori, della moglie e de’ figli; nè trovando chi in Venezia parlasse a suo pro, si volge al duca di Milano perchè gl’impetri di recare in patria le ossa infrante. Era severamente vietato interporre stranieri in cose di Stato: perciò, essendo la lettera intercetta (1454), ed egli chiamato, «dopo trenta squassi di corda» confessa averla scritta apposta ond’essere ricondotto in patria almeno pel processo. Un nuovo giudizio lo confina a Candia, concedendogli d’abbracciare i parenti, ma senza poter confondere le lacrime che sotto l’occhio dell’autorità. «Il doge era vecchio in decrepita età, e camminava con una mazzetta. E quando egli andò, parlogli molto costantemente, che parea non fosse suo figliuolo, licet fosse figliuolo unico. E Jacopo disse: Messer padre, vi prego che procuriate per me acciocchè io torni a casa mia. Il doge disse: Jacopo, va e obbedisci a quello che vuole la terra, e non cercar più oltre. Ma si disse che il doge, tornato a palazzo, tramortì» (Sanuto).

Il figlio morì di crepacuore; il padre continuò a subire la nimicizia de’ Loredani; ed essendo morti due di essi quasi subitaneamente; ne fu imputato egli stesso; Jacopo Loredano finse di crederlo, e s’impegnò a vendicarsene (1457). Fatto dei tre inquisitori, imputò il Foscari d’avere per la perdita del figlio mostrato un dolore che sapea di rimprovero, e come vecchio e acciaccoso propose di deporlo. Due volte il Foscari aveva esibito di abdicare, e, non che consentirglielo, era stato indotto a giurare di non ripetere la domanda finchè la guerra il rendeva necessario: ma allora, benchè fosse caso senz’esempio, fu obbligato a rassegnar la sua carica fra ventiquattr’ore, e uscì dal palazzo, dov’era abitato per trentacinque anni, senza figliuolo nè amici nè forze, tra un popolo che l’amava, ma che più temeva l’inquisizione allora appunto istituita (1457), tra i varj corpi dello Stato, nessun de’ quali osava protestare contro questa violazione della popolare sovranità. Quando la squilla di San Marco annunziò sortito il suo successore (23 8bre), il vecchio Foscari spirò; e sulla sfarzosa tomba erettagli ne’ Frari fu scritto: «Eccovi, o cittadini, l’effigie del vostro doge Francesco Foscari, per ingegno, memoria, eloquenza, inoltre giustizia, forza d’animo, consiglio, per lo meno degno di pareggiar la gloria de’ più gran principi: non mai troppo mi parve l’amore verso la mia patria; gravissime guerre in terra e in mare per la salute e dignità vostra per più di trent’anni con somma fortuna sostenni; sorressi la pericolante libertà d’Italia; i perturbatori della quiete repressi colle armi; Brescia, Bergamo, Ravenna, Crema aggiunsi allo Stato vostro; d’ogni ornamento crebbi la patria; data a voi la pace, stretta Italia in tranquilla lega, esauste tante fatiche, dopo ottantaquattr’anni di vita e ventiquattro di dogato all’eterna pace passai. Voi la giustizia e la concordia conservate, acciocchè sempiterno sia questo impero».

Il Loredano, alla partita di debito che aveva aperta ne’ suoi registri a carico de’ Foscari per la morte dei suoi parenti, contrapponeva Pagata. Bel tema di romanzi e tragedie, e opportuno contrapposto all’ambizione fortunata dello Sforza: nè noi siamo disposti a scagionare ingiustizie e tirannie, vengano da repubbliche o da despoti, da forestieri o da nostrali.

Ma l’amor delle arti, della quiete, delle lettere invadeva principi e popoli, non più la sola guerra; l’interesse, che un tempo si fermava unicamente sul capitano, dirizzavasi anche al letterato e al pittore; e d’altra materia empiremo noi il libro che succede a questo di perpetue battaglie. Repente l’attenzione e i ragionamenti si volsero sulle conquiste de’ Turchi; e la presa di Costantinopoli (1453) fu guardata da tutti come domestica sciagura, come un pericolo universale, del quale si doleano d’essersi accorti troppo tardi. Allora Francesco Sforza concepì il divisamento di stringere tutta Italia in federazione, all’intento d’escluderne gli stranieri qualunque si fossero, e conservare la pace interna; e mediante frà Simonetto da Camerino (1454), fu stipulata in Lodi tra esso Sforza e i Veneziani, come padroni disponendo anche degli altri Stati d’Italia: Cosmo de’ Medici, i signori di Savoja, di Monferrato, di Modena, di Mantova, le repubbliche di Siena, Lucca, Bologna e il papa vi aderirono; e da ultimo anche Alfonso di Napoli: onde per un momento Italia respirò dalle battaglie, e potè sperare che una confederazione le salvasse l’indipendenza e la libertà. Fu un sogno anche questa volta.

LIBRO UNDECIMO

CAPITOLO CXVII. I papi in Avignone. Il grande scisma. La Chiesa e i Concilj.

Papi durante lo scisma
Urbano VI (Bartolomeo Prignano) eletto
il 9 aprile 1378 da sedici cardinali, quindici de’ quali poco poi eleggono
Clemente VII (Roberto di Ginevra) 21 settembre 1378
Bonifazio IX (Pietro Tomacelli) 2 novembre 1389
Benedetto XIII (Pietro di Luna) 28 settembre 1394, deposto dal concilio di Pisa, 5 giugno 1409, poi da quello di Costanza, 26 lugl. 1417
Innocenzo VII (Cosma Meliorati) 17 ottobre 1404
Gregorio XII (Angelo Correr) 30 novembre 1406, deposto dal concilio di Pisa, 5 giugno 1409; abdica, 4 luglio 1415 Alessandro V (Pietro Filargo) 26 giugno 1409
Martino V (Ottone Colonna) 11 nov. 1417 resta papa, finendo lo scisma Giovanni XXIII (Baldassarre Cossa) 17 maggio 1410 deposto dal concilio di Costanza, 29 mag. 1415; abdica, 13 mag. 1419 Clemente VIII (Gilles Muñoz) in giugno 1424 eletto da due cardinali; abdica, 26 luglio 1429

La prolungata dimora dei papi in Avignone d’estremo disgusto era motivo agl’Italiani, avvezzi a bersagliarli finchè li possedono, ribramarli appena gli abbiano perduti. E tanto più che, cessando i vantaggi, non cessavano le noje; e di là arruffavano essi la patria nostra vie peggio, perchè dei mali che le procacciavano non erano partecipi. Dal 1317 sino al chiudersi del secolo li vedemmo in guerra guerreggiata contro i Visconti di Milano, e per sottomettere popoli rivoltosi, o signorotti ripullulanti nelle terre papali; e non ostante le vittorie di Bertrando del Poggetto e dell’Albornoz, altro effetto non ne trassero che di rovinarle di popolo e di frutti.

Innocenzo VI (Stefano d’Aubert) (1352), che si diè tanto moto per rintegrare il potere pontifizio in Italia, moderò il lusso di sua Corte e de’ prelati, cacciò i parasiti e le male donne che in Avignone trafficavano famosamente, e impinguò i nipoti, obbrobrio omai comune. Al suo tempo il re di Francia, fiaccato dalle lotte coll’Inghilterra, trovavasi impotente a salvaguardare il papa, ricovratosi sotto la sua ala; il popolo stesso francese, tumultuante per quelle idee che oggi si chiamano comunismo, facea macello di possidenti e di ricchi (la Jacquerie); e le bande di ventura rimaste senza soldo fiutavano ove fosse a saccheggiare. Mossero elle (1361) sopra Avignone, sicchè i papi dovettero provvedere a difendersi e gridare al soccorso: ma non n’ebbero se non dai nobili del contorno, i quali vi vedeano l’interesse proprio, ed erano pagati dai cardinali; poi il marchese di Monferrato, avuti centomila fiorini del tesoro papale, soldò quelle bande e le menò in Italia per adoprarle nelle proprie nimicizie.

Se non che la peste era stata recata in Avignone da quelle ciurme, e nove cardinali, settanta prelati e gran moltitudine perirono. Le quali sventure faceano ribramare l’Italia, e Urbano V (Guglielmo di Grimoard) (1362), buon principe e buon cristiano, divisava restituirvi la sede, anche per tôrre agli altri vescovi il pretesto di lasciar vedove le chiese, a sè la necessità di annuire alle crescenti domande del re di Francia, e sottrarsi alle masnade che tratto tratto ritornavano a taglieggiarlo, tra cui quella del famoso Bertrando Di Guesclin pretese centomila lire e l’assoluzione plenaria. Ma i cardinali preferivano Avignone, dove non si trovavano a fronte nè la petulanza d’una plebe riottosa come la romana, nè la prepotenza de’ baroni; sicchè vi si erano adagiati come in domicilio stabile, aveano fabbricato suntuosamente, e quindi persuadevano il papa dover egli preferire la Francia: questa, sua patria; questa, centro dell’Europa; questa, meglio governata e quieta che l’Italia; questa, più santa di Roma perchè religiosissima già la chiamava Cesare, e i Druidi vi esistevano prima del cristianesimo; questa infine, più cara a Gesù Cristo perchè vi si conservavano le reliquie più insigni[53].

I Turchi sempre più guadagnavano verso l’Europa; e Pietro Lusignano re di Cipro girava le corti esortando a sostenere gli ultimi possessi de’ Crociati, se non voleano vedere la mezza luna drappellarsi rimpetto all’Italia. Urbano sembrò compunto di questo pericolo; Carlo IV imperatore fece grandi preparativi per una crociata, la quale però non riuscì se non ad uno sbarco scarso ed infruttuoso sopra Alessandria d’Egitto.

Però e il papa e l’imperatore presero accordo di ripristinare la santa Sede a Roma. Questa città avea sempre altalenato fra insania demagogica e oligarchica arroganza, or ribelle al pontefice per bizzarria, or sottomessagli per paura. Si pensò ottenere maggior quiete col nominare un podestà forestiero: ma i Romani sel recarono ad oltraggio, e abolito il senatore, istituirono sette riformatori della Repubblica; poi fra poco diedero poteri dittatorj a Lello Pocadote calzolajo, poi ripristinarono i riformatori. Quale allettamento aveva dunque un papa a ritornarvi? Pure sentiva esser fuori di posto in una terra dove vestiva aspetto d’un esule ricoverato, piuttosto che d’un sovrano dei re; e dove prelati quasi tutti francesi davano alla Corte un’aria nazionale, ben diversa da quella cosmopolita che soleva in Roma; l’assenza sua porgeva pretesto ai Romani di rivoltarsi, agli altri vescovi di abbandonare le proprie sedi. Adunque, da che le conquiste dell’Albornoz assicurarono il principato civile (1367), Urbano deliberò restituirsi di qua dall’Alpi.

Appena se ne motivò, Roma e Italia tutta fecero gran sembianti d’allegrezza; Napoli offrì cinque galee, Pisa tre, Genova quattro, Venezia dieci, due Lucca. Ricevuto dappertutto con vive feste, e fra un cantare al popolo d’Israele che usciva d’Egitto, alla casa di Giacobbe dal popolo barbaro, non avea però troppi motivi a fidarsi de’ Romani. In Viterbo, ove a lungo s’indugiò, una sommossa popolare tenne tre giorni in pericolo il sacro collegio; e repressa dai cittadini, furono arrestati cinquecento colpevoli, di cui cinquanta ebbero il bando, sette la forca. L’arrivo di Nicolò II d’Este con settecento uomini d’arme rassicurò il papa ad entrare a Roma, e celebrò sull’altare papale, ove nessuno più da Bonifazio VIII in poi; e in Laterano benedisse il popolo colle teste dei santi Pietro e Paolo, per le quali fece fare due reliquiarj, che valsero trenta e più mila fiorini d’oro. Abolì i riformatori, rimettendo un senatore semestrale con tre conservatori; e tolse i tredici banderesi, capi de’ rioni fin con diritto di sangue, e che traendo a sè tutti gli affari, rimanevano i veri padroni della città.

Vi giunse poi, come avea promesso, Carlo IV con gran seguito di duchi e marchesi, volendo procacciare alla quarta sua moglie lo spettacolo della coronazione colla maggior maestà che fosse possibile. Anche Giovanni Paleologo imperatore di Costantinopoli venne a fare omaggio a Urbano, e riconoscere la Chiesa latina; spettacolo non più visto da Teodosio in poi, gl’imperatori d’Oriente e d’Occidente inginocchiati davanti al papa. Ma Carlo partì fretta fretta, e Urbano, che proponeasi di rassettare la dignità della Chiesa coll’assistenza di cinquantamila uomini da lui promessigli, si trovò in asso: che se finchè stette in Avignone facea qualche mostra di vigoria adoprando l’oro racimolato da tutta cristianità a domare questi signorotti lontani, allora si trovò in loro balia e colla borsa vuota; mentre Bernabò Visconti, ridendosi delle scomuniche, gli ammutinava tutte le città di Romagna. Vedendo dunque non approdare a verun bene, malgrado le esortazioni de’ più e del Petrarca, tornossi ad Avignone (1370), anzi vi consolidò l’esiglio coll’eleggere altri cardinali francesi; e l’Italia continuò le minute baruffe, ispirate da gelosie, esercitate dalle bande.

Caterina, nata in Siena (1347) da Benincasa ricco tintore, datasi alla solitudine, alle austerità, all’orazione, fatto voto di verginità e difesala contro la insistenza domestica, cominciò ad avere torrenti di grazie dal Signore, il quale «le avea insegnato a fabbricarsi un ritiro dentro dell’anima sua per richiudervisi di continuo, e le aveva anche promesso di farvi trovare tal pace e riposo, che niuna tribolazione potrebbe turbare»[54]. Si vestì terziaria di san Domenico, e superando gli spasimi d’incurabili malattie e le impure tentazioni, ristorando l’anima colle dolcezze della preghiera e colla carità verso gl’infermi e i peccatori, ebbe rivelazioni e comunicazioni celestiali; Cristo in visione le esibì a scegliere fra una corona d’oro e una di spine, e poichè ella prese questa e la si calcò sul capo per somigliare a lui, egli le diede a succhiare il proprio costato; un altro giorno cambiò il cuore di lei col suo; la sposò anche solennemente, porgendole un anello che sempre le rimase in dito, e ch’ella sola vedeva, come le stigmate della passione. Tali e ben altre meraviglie ci sono narrate dal suo confessore Raimondo di Capua, il quale dubitò lungamente fossero allucinazioni di devota fantasia, fin quando non vide la giovane faccia di Caterina trasformarsi in quella proprio del Redentore.

Fu privilegiata del dono di convertir peccatori, come fece di tutta la famiglia Tolomei, e di due assassini dannati al patibolo; tantochè il papa deputò tre Domenicani che in Siena ricevessero le confessioni di quelli ch’essa avea tratti a penitenza. Del potere che la virtù davale sugli animi, avea fatto uso a minorare i patimenti della sua patria; cercò distogliere il feroce avventuriero Giovanni Acuto dal più guerreggiare i Cristiani. Alla santa ebber ricorso i Fiorentini quando il pontefice stava irato con essi; ed ella, schermitasi invano, fu ricevuta a Firenze come in trionfo, ottenne pieni arbitrj, e al papa scriveva: — Pregovi che vi mandiate proferendo come padre, in quel modo che Dio vi ammaestrerà, a Lucca ed a Pisa, sovvenendoli in ciò che si può, ed invitandoli a star fermi, perseveranti. Essi stanno in gran pensiero, perocchè da voi non hanno conforto, e dalla contraria parte sono stimolati e minacciati che facciano la pace; ma per infino a qui al tutto non hanno acconsentito. Seguitate la mansuetudine e pazienza dell’agnello immacolato Gesù Cristo, la cui vece tenete. Confidomi in lui, che di questo e d’altre cose adoprerà tanto in voi, che n’adempirò il desiderio vostro e mio; chè altro desiderio in questa vita io non ho, se non di vedere l’onore di Dio, la pace vostra, e la riformazione della santa Chiesa, e di vedere la vita della grazia in ogni creatura che ha in sè ragione. Confortatevi, che la disposizione di qua, secondo che mi è dato a sentire, è pure di volervi per padre, e specialmente questa città tapinella, la quale è sempre stata figliuola della santità vostra, e che costretta dalla necessità fece di quelle cose che le sono spiaciute: voi medesimo gli scusate alla vostra santità, sicchè coll’amo dell’amore voi gli pigliate. Potreste dire, Per coscienza io sono tenuto di conservare e racquistar quello della santa Chiesa. Ohimè! io confesso bene che egli è la verità, ma parmi che quella cosa che è più cara si debba meglio guardare. Il tesoro della Chiesa è il sangue di Cristo, dato in prezzo per l’anima, perocchè il tesoro del sangue non è pagato per la sostanza temporale, ma per salute dell’umana generazione. Sicchè poniamo che siate tenuto di racquistare e conservar il tesoro e la signoria della città, che la Chiesa ha perduto; molto maggiormente siete tenuto di racquistare tante pecorelle che sono un tesoro nella Chiesa, e troppo ne impoverisce quand’ella le perde. Pace, pace, santissimo padre; piaccia alla santità vostra di ricevere i vostri figliuoli, che hanno offeso voi padre; la benignità vostra vinca la loro malizia e superbia; non vi sarà vergogna d’inchinarvi per placare il cattivo figliuolo, ma saravvi grandissimo onore ed utilità nel cospetto di Dio e degli uomini del mondo. Ohimè, babbo, non più guerra per qualunque modo; conservando la vostra coscienza si può aver la pace; la guerra si mandi sopra gl’infedeli, dove ella debba andare».

Fu poi in persona ad Avignone, e Urbano anch’egli rimise in lei ogni differenza; ma altri ambasciadori fiorentini sturbarono la conclusione. Caterina non cessò di esortare il papa ad armarsi alla crociata, ed a restituirsi a Roma[55], come seppe indovinargli n’avea fatto voto segreto. Al quale uopo avea con lei contribuito santa Brigida, nobile svedese, che, perduto il marito mentre andavano pellegrini a San Jacopo di Galizia, prese un vivere sempre più austero, e istituito l’ordine di San Salvatore, venne in Montefiascone a cercarne la conferma ad Urbano, cui annunziò averle la beata Vergine rivelato come pessimamente gli avverrebbe se uscisse d’Italia. Non le diede egli ascolto, ma tornato in Avignone, presto (1370) fu colpito dalla morte[56]. Pio a segno, che si credettero operati miracoli al suo sepolcro, generoso colle chiese e cogli studiosi, di cui manteneva un migliajo sulle Università, avea regnato pei popoli non per sè: ma è un’insipida lode quella attribuitagli dal Petrarca, di non aver fatto nessun malcontento.

Dopo una sola notte di conclave gli fu dato successore Pietro Roger, modesto, virtuoso e insieme dottissimo, che già cardinale frequentava a Perugia le lezioni di Baldo, e ne fu il più sapiente scolaro. Volle il nome di Gregorio XI, e badando ai gravi mali d’Italia e alle esortazioni di quelle sante[57], meglio che alle opposizioni del re di Francia, piantossi in Vaticano (1377), e vide il gonfalone della Repubblica e dei dodici rioni deposti ai suoi piedi: ma i magistrati li ripigliarono ben presto, continuando a governare da sè; di che il papa soffrì e si scontentò, e forse solo morte gl’inpedì di restituirsi di là dall’Alpi. Pure egli fu l’ultimo papa francese; e dopo settantun anno e tre mesi la santa Sede era stata riportata di Francia in Italia. Le miserie di questa che fautori e avversari deplorano come schiavitù di Babilonia, invigorirono la scossa che allora d’ogni parte veniva alla maestosa unità cattolica, preponderante nel medioevo. Le nazioni eransi formate attorno ai vescovi, donde l’assoluto potere ecclesiastico, come d’un padre sopra i figli che generò e crebbe. Costituitesi, riuniti molti territorj, nato il potere pubblico, vollero svilupparsi dalle fasce della Chiesa per vivere di vita propria, e compresero che il temporale potea sussistere disgiunto dallo spirituale: onde alla società senza limite di spazio sottentravano società particolari e distinte, all’andamento generale le parziali destinazioni.

I tentativi di Bonifazio VIII per rintegrare la supremazia pontifizia destarono ne’ principi quella gelosia, che proviene mentosto da reali violenze che da paura. Alle immunità attribuite ai beni ed alle persone degli ecclesiastici, i Comuni non esitavano por la mano, dovessero anche affrontare gli anatemi del pontefice. Pistoja statuì che, chi entrava chierico, perdesse diritto al patrimonio, nè dai parenti potesse ripetere alcuna cosa, se non a titolo di largizione o per infermità o per andare a studio. I Fiorentini sottoposero alle gravezze e ai tribunali comuni gli ecclesiastici, perciò vietato di far voltura in loro testa sul libro dell’estimo de’ beni a loro pervenuti, talchè la ditta fosse sempre obbligata alle gravezze, e i beni medesimi ipotecati a favore del Comune. Venezia, nella guerra del 1379 coi Genovesi, decretò tutti i monasteri si armassero, e cacciò i monaci che lo ricusarono come contrario al loro istituto. A Genova bastava esser chierico per rimanere escluso da qualfosse pubblico impiego, per la ragione che l’immunità gli avrebbe sottratti al castigo in caso di trasgressione. Il comune di Perugia nel 1319 destinava un uffiziale a sopravvegliare gli ecclesiastici; e propose che nessuna lettera si mandasse al papa, foss’anche dal vescovo, se non suggellata dal Comune (Graziani). Torino faceva uno statuto super iniquitate, superbia et immoderata avaritia cleri et presbyterorum, e li obbligava, oltre il resto, a concorrere a mantenere il ponte sul Po.

Padova voleva aggravezzare i beni degli ecclesiastici, questi ricusavano, e tant’oltre si andò che il Comune nel 1282 stabilì, chi ammazzava un chierico pagasse un grosso e fosse assolto (Gennari), e vi ebbe chi ne profittò a sfogo di vendette. Meglio i Reggiani, scomunicati dal vescovo nel 1280, si può dire scomunicarono lui, vietando ogni relazione coi cherici, non pagar loro le decime, non dar consiglio nè ajuto nè prestito, non pasti, non contratti con essi, non entrare in casa loro, non macinarne il grano o fare il pane o radere la barba; il che lo portò a pronta composizione. D’altra parte il papa volendo rimeritare i Fiorentini d’avergli spediti ajuti in Lombardia, nel 1323 concedette che il clero contribuisse alla spesa di fortificare la città. Di rimpatto il legato pontifizio voleva essere investito della pingue abazia dell’Impruneta; e perchè i Buondelmonti si opposero considerandola come loro patrimonio, egli mise l’interdetto sulla città.

Quando l’edifizio sociale era impiantato sulla fede, ogni opposizione si risolveva in eresia: le scomuniche, contro cui eransi fiaccati l’orgoglio e la potenza degl’imperatori sassoni e svevi, perdeano efficacia dacchè prodigate in effetti mondani; i Siciliani durarono ottant’anni in rotta colla Chiesa; i Visconti degli interdetti si vendicavano col pesare viepeggio sugli ecclesiastici; e gli avvocati ergeano la fronte contro i papi, ai quali erasi incurvata quella dei re.

Ormai dalla fede assoluta passavasi alle religioni comparate. Maestro Urbano da Bologna nel 1334 scrisse un commento di Averroe, che invogliò a conoscere il testo; e quelle opere entrarono di moda, e con esse i dubbj sulla vita futura e la pendenza al panteismo; e il Petrarca si piange che la filosofia aristotelica inducesse al materialismo, tanto che non otteneva nome di dotto e filosofo chi non aguzzasse la lingua e la penna contro la religione. Un di costoro «i quali pensano non aver fatto nulla se non abbajano contro di Cristo e della sovrumana sua dottrina», andò a trovare il poeta a Venezia, e lo cuculiava perchè avesse citato un detto dell’apostolo delle genti, e — Tienti la tua religione, io non ne credo acca; il tuo Paolo, il tuo Agostino e cotest’altri furono chiaccheroni; e deh potessi tu soffrire la lettura di Averroe, che ben vedresti quanto e’ sorvola a cotesti tuoi buffoni». Petrarca se ne stomacò, e tutto dolce ch’egli era, prese pel mantello e mise fuor di casa il temerario.

Nè per tanto si rinnegava la Chiesa. Quei Patarini che l’aveano conturbata due secoli prima, erano scomparsi d’Italia o nascosti; il popolo amava le splendidezze del culto, se anche non ne venerava l’austerità, e compiaceasi del papa e della corte pontifizia: gli studiosi ostentavano questa incredulità accademica, ma non le si conformavano nelle pratiche; e d’altra parte, non poteano essi declamare contro la Corte romana colla libertà che avea usata Dante, senza incorrere negli anatemi? Ma dacchè erasi trasportata in Avignone, e Guelfi e Ghibellini del pari la bersagliavano, quasi cessasse d’essere cattolica cessando d’essere romana. Il Sacchetti mercante, il Petrarca canonico, il Pecorone frate, e persone di grande scienza e di celebrata santità avventavansi contro quella Babilonia, che tal nome meritava non meno pel lusso che per la corruzione, dove parea costume ciò che altrove vizio, dove la disonestà accoppiavasi colla perfidia e colle bassezze.

Ciò che altre volte sarebbe valso poco più che per esercizio di retorica o sfogo di bile, diventava pericoloso allorchè, perdendosi il senso de’ simboli, la società riducevasi affatto pratica; laonde i politici guatavano con disgusto questa Corte che, vivendo nel mondo, n’avea presa la licenza, le passioni, gl’intrighi, e reso la Chiesa un mezzo di governo e di speculazione. Di tal passo venivasi a vilipendere quel che prima erasi venerato, e declinava nei popoli lo spirito d’obbedienza quando appunto i pontefici lasciavano quello di dominazione. Allora parve insopportabile la giurisdizione ecclesiastica, che colla pubblicazione del VI e VII libro delle Decretali, poi delle Estravaganti erasi estesa per modo, che qualsivoglia lite poteva anche in prima istanza recarsi al pontefice.

Agostino Trionfe d’Ancona, agostiniano, che dettò a Parigi poi a Napoli, carissimo ai re Carlo e Roberto, dedicò a Giovanni XXII una Somma della podestà ecclesiastica, apologia dell’onnipotenza dei papi: da Dio immediatamente derivare la loro giurisdizione, superiore ad ogni altra perchè tutte giudica, da nessuna è giudicata; come spirituale, così è temporale, perchè chi può il più può anche il meno: non può il papa essere deposto dal concilio generale, nè giudicato dopo morte: è assurdo appellarsi al concilio, giacchè questo non trae autorità che dal pontefice, il quale unico può proferire sui punti di fede, nè altri informare dell’eresia senz’ordine di esso. Come sposo della Chiesa universale, tiene immediata giurisdizione sopra ogni diocesi, e per sè o per mandati suoi vi può fare quel che vescovi e parrochi. Al papa devono obbedienza Cristiani, Ebrei e Gentili; egli può punire i tiranni e gli eretici anche con pene temporali; egli, non i vescovi, scomunicare; fin di là della tomba estende il potere per via delle indulgenze: potrebbe scegliere di qualsiasi paese l’imperatore senza ministero degli elettori, o renderlo ereditario: l’eletto dev’essere da lui confermato e giurarsegli ligio, e può da lui essere deposto: tutti i re sono tenuti obbedire al pontefice, dal quale traggono la potenza temporale: a lui può appellarsi chiunque si sente gravato dal principe: e i principi e’ può correggere per peccati pubblici, deporli anche, e istituire un re di qualsiasi regno.

L’esagerazione è sintomo di autorità minacciata; e sempre maggiore ardimento pigliava l’opposizione. Guglielmo Occam, scolastico nominatissimo, per favorire Lodovico Bavaro contendeva l’infallibilità non solo al papa, ma anche al concilio universale e al clero; i laici in corpo poter decidere risolutamente; contro il papa potersi all’uopo adoprare anche la forza, o stabilirne diversi un dall’altro indipendenti. Marsiglio di Mainardino da Padova, eloquente professore all’Università di Parigi, poi rifuggito ad esso Lodovico, gli insinuò che a lui competesse riformare gli abusi della Chiesa, perchè questa è sottomessa all’Impero; e con Ubertino da Casale pubblicò il Defensor pacis, ove già s’incontrano le negazioni di Calvino rispetto all’autorità e costituzione della Chiesa; la potestà legislativa ed esecutiva di questa fondarsi sul popolo che la trasmise al clero; i gradi della gerarchia essere invenzione posteriore; il primato, consistente solo nel convocare concilj ecumenici e dirigerli, non fu dato al vescovo di Roma se non con autorizzazione d’uno di tali concilj e del legislatore supremo, cioè di tutti i fedeli o dell’imperatore che li rappresenta; Gesù non lasciò a capo della sua Chiesa verun capo visibile, nè Pietro avea preminenza che per l’età; al sovrano, purchè fedele, spetta l’istituire prelati, eleggere il papa, giudicare i vescovi come Pilato giudicò Cristo, e deporli, convocare concilj e regolarne le deliberazioni; eguali essendo i vescovi, l’imperatore solo può elevarne uno sopra gli altri, e a grado suo abbassarlo[58]. Sì poco sono moderne le dottrine che subordinano la Chiesa ai governi!

Le teoriche negative si traducevano in fatti: la bolla d’oro di Carlo IV sottraeva il sacro romano impero dai papi; il re di Francia, non che emanciparsi dalla supremazia di questi, li minacciava come sudditi proprj; i lontani seguitavano a venerarli solo in quanto ne traessero vantaggio.

Di mescolarsi nelle cose ecclesiastiche prendea pretesto l’autorità secolare dagli scandali del tempio, quando la santa Sede, fatta ligia dei re, non valeva a frenare la irruente corruzione, fosse la grossolana del clero inferiore o la fastosa de’ prelati. Grave torto faceva alla Chiesa il patriziato delle maggiori dignità: poichè essa, che ripudiò sempre ogni distinzione di natali, attenendosi unicamente ai meriti, vedeva il cardinalato e le nunziature affidarsi a taluni, il cui unico titolo era l’essere degli Orsini o dei Colonna o dei Savelli; e le costoro case, potenti in città per armi e per clientele, trescavano a voglia anche nel santuario, prepotevano nelle elezioni dei pontefici e ne’ loro consigli, con tirannide peggiore di quella degli imperatori del secolo precedente, perchè più immediata. Le emulazioni di queste famiglie, prorompenti spesso in guerra civile e in criminosi attentati, s’insinuavano nel concistoro e nel conclave, e toglieano al pontificato e al sacerdozio quella dignità che traggono dall’essere superiori alle mondane rivolture.

I prelati sotto la stola mantenevano le abitudini dell’educazione secolaresca e lusso sfrenato; ned altro testimonio ne voglio che il concilio Lateranese III, il quale, avvisando i prelati quanto disdica il camminare con treno sì numeroso e il consumare in un pranzo l’intera annata della chiesa che visitano, vuole i cardinali s’accontentino di quaranta o cinquanta vetture, gli arcivescovi di trenta o quaranta, i vescovi di venticinque, gli arcidiaconi di cinque o sette, di due cavalli i decani; tutti poi vadano senza cani da caccia nè uccelli. Accumulavansi fin quaranta o cinquanta benefizj in una sola mano; e vuolsi che Benedetto XII proponesse ai cardinali, se rinunziassero ad averne più d’uno, assegnar loro centomila fiorini d’oro di rendita e metà delle entrate dello Stato pontifizio; e ad essi non parvero abbastanza. Pastori negligenti, sicchè nè tampoco veduta aveano la loro greggia, esercitavano insolente giurisdizione tirannica; nel clero minore ignoranza, venalità de’ sacramenti, comune l’ubriachezza, sfacciata la libidine; nelle chiese e ne’ conventi si stabilivano bettole e giuochi; le monache uscivano dai monasteri; trafficavasi di grazie, dispense, perdoni.

Degli antichi Ordini religiosi rilassata la disciplina: perfino in quel Montecassino, che fin allora avea dato ventiquattro papi, ducento cardinali, milleseicento arcivescovi, ottomila vescovi, molti canonizzati santi, i monaci vestivano bene, abitavano comodi, riservavansi peculj particolari, anzi riceveano dal convento una prebenda colla quale vivere in case secolari. Presa vergogna dall’operosità e astinenza de’ Mendicanti, anch’essi dovettero riformarsi, applicando agli studj; ma perchè a questi non pareva potersi attendere degnamente che nelle Università, i monaci che v’erano mandati vi trovavano incentivi e dissipamenti e peggio.

Però anche gli Ordini nuovi presto diminuirono l’esemplare fervore primitivo, gli uni facendo divorzio dalla povertà, sposata dal loro patriarca, gli altri per zelo dimenticando la carità. A tacere le diatribe dei loro nemici, quali Mattia Paris e Pier delle Vigne, san Bonaventura, generale de’ Francescani, nel 1257 dirigeva una querela ai provinciali e guardiani; perchè a titolo di carità i fratelli s’impacciassero d’affari pubblici e privati, di testamenti, di secreti domestici. Sprezzando il lavoro, caddero nell’infingardaggine, e mentre pregano ginocchione o meditano in cella, possono darsi a studj vani o sbadigliare o dormire, e forse dai libri composti trarre una vanità che non prenderebbero certo dal tessere fiscelle o stuoje, come i primi romiti. Andando girelloni, riescono d’aggravio agli ospiti e di scandalo; per rimettersi dalla stanchezza mangiano e dormono di là del prefisso; scompigliano la regola del vivere; domandano con tale importunità, da farli schifare quanto i ladri. La vastità delle fabbriche turba la pace de’ conventi, incomoda gli amici, espone a giudizj sinistri. Ai parrochi poi dispiaciono per la premura che si danno intorno a funerali e a testamenti. Inoltre le città chiamavano i frati a compor paci, gli abati ad eseguire commissioni, come gente non pericolosa e di niuna spesa ne’ viaggi; l’Inquisizione li riduceva a specie di magistrati criminali, con bidelli, famigli armati, carceri, braccio secolare a loro disposizione, essi istituiti a profonda umiltà e povertà esatta.

La regola di san Francesco imponeva tali austerità, che alcuni la sentenziarono d’impossibile o di micidiale; sicchè papa Nicola III credette doverla spiegare[59] nel senso che i frati Minori erano tenuti osservare il vangelo, vivendo in obbedienza, in castità, in povertà tale da non possedere cosa veruna; lo spossessamento totale per Dio essere meritorio; averlo Cristo insegnato colla parola, confermato coll’esempio, e gli apostoli ridotto in pratica; i Francescani vivendo così, non faceansi suicidi nè tentavano Dio, giacchè confidandosi nella Provvidenza, non però repudiavano gli espedienti suggeriti dalla prudenza umana. Vi si chetarono gli avversarj, ma tra i Minoriti alcuni ne trassero motivi d’un fanatico misticismo, da una parte asserendo che la regola di san Francesco fosse il vero vangelo, dall’altra che la spropriazione dovea portarli ad avere nulla più che il mero uso delle cose necessarie alla vita.

Pier Giovanni d’Oliva di Linguadoca predicò siffatta dottrina, e bersagliando la Chiesa ricca e mondana, annunziava i Minori, come destinati a rigenerarla. Fece molti proseliti, e sotto papa Celestino V, incline al vivere cenobita, ottennero di costituirsi in nuova congregazione (1234), detta degli Eremiti Celestini. Perseguitati, presero abito e capi particolari, e massime per la diocesi di Pisa e tra i monti di Vecchiano e di Calci seguivano tenor di vita più rigoroso, alla Chiesa visibile ricca, carnale, peccaminosa affacciandone una frugale, povera, virtuosa. Tennero a quelle dottrine Corrado da Offida, Pietro da Monticolo, Tommaso da Treviso, Corrado da Spoleto, Jacopone da Todi, e col nome di Fraticelli o Frati spirituali, ebbero capi frà Pietro da Macerata e Pietro da Fossombrone. Bonifazio VIII li combattè vigorosamente, e proferitili eretici, li fece processare e perseguire da frà Matteo di Chieti, sicchè essi ricoverarono in un’isola dell’Arcipelago e in Sicilia, aggregando a sè chiunque disertava dai Francescani per seguire una vita più austera; cari al vulgo per l’aspetto di maggior perfezione, e avendo per generale il mistico Ubertino da Casale. Angelo, plebeo senza lettere, della vallata di Spoleto, n’avea radunati molti; e così l’ordine del padre serafico restava scisso, nè Clemente V riuscì a riconciliarli nel concilio di Vienne.

Il resistere, e la superbia che facilmente nasce dal rigore esagerato, li portarono a farsi accanniti detrattori della santa Sede, negando ch’ella potesse permettere ai Francescani di tener granajo e cantina, e asserendo una vicina riforma. Ne seguirono perfino sommosse a Narbona, in Sicilia, in Toscana; onde Giovanni XXII provvide a comandare la soggezione, dicendo che «gran cosa è la povertà, più grande la castità, ma superiore l’obbedienza»[60]. Eppure essi durarono contumaci, appellando al futuro concilio, onde ebbero condanna; e quei che non vi si sottomisero, fuggirono in Sicilia, ove Federico re di Trinacria, sempre malvolto alla santa Sede, li protesse, e dove presero capo Enrico di Ceva, professando sempre che la Chiesa era divenuta una sinagoga, lupo il suo pastore.

Chi bestemmia Giovanni del rigore usato con essi, chi di essi fa beffa come apostoli d’una ineffettibile povertà, non venga poi a declamare o a sbigottirsi al cospetto del comunismo, forma moderna della medesima dottrina.

Ma tra i dibattimenti avendo alcuno asserito che Gesù Cristo nè i suoi apostoli non aveano nulla posseduto, la proposizione, rejetta dai Domenicani e da altri, venne sostenuta dai Francescani; e poichè la regola di san Francesco diceasi esprimere il vangelo, tornava sott’altra apparenza il medesimo concetto dell’assoluta spropriazione. Giovanni condannò anche questa dottrina; Michele di Cesena generale dell’Ordine, Guglielmo Occam e Buonagrazia da Bergamo protestarono, e rifuggiti a Pisa presso Lodovico Bavaro, lo sostennero e accannirono nella lotta contro quel papa. Tale quistione insinuò ne’ Minoriti uno spirito di sottigliezza, troppo contrario all’intento tutto pratico del loro fondatore; e ne pullulavano altre quistioni, a dir poco, oziose: se la regola astringesse sotto pena di peccato mortale o soltanto veniale; se obbligasse ai consigli del vangelo quanto ai precetti; se alle ammonizioni quanto ai comandi: dal che, facile tragitto, si passò a sofisticare sul decalogo e sul vangelo; ed oltre la disputa sempre accesa sull’immacolata concezione di Maria, un’altra ne ebbero coi Domenicani, se il sangue di Cristo, uscito nella passione, restasse non pertanto ipostaticamente unito al Verbo.

È difficile sincerare quanto abbiano di vero le oscene imputazioni che accompagnano i processi di costoro, massime de’ Fraticelli, avvegnachè l’opinione era straniata alla peggio, e la manìa de’ processi recò a prestar fede ad assurdità, ribadite nel vulgo dai supplizj inflitti e dalle declamazioni di chi avrebbe dovuto dissiparle. Anzi mi si fa credibile che le procedure allora ordinate dagli statuti civili ed ecclesiastici moltiplicassero le stregherie, dapprima quasi ignote. Giovanni XXII nel 1322 notificava che «alcuni figli di perdizione, allievi d’iniquità, dandosi alle ree operazioni di loro detestabili malefizj, fabbricarono immagini di piombo o di pietra, sotto la figura del re, per esercitare sovr’essa arti magiche, orribili e vietate». E avendo gl’imputati declinato la giurisdizione ordinaria, il papa incaricò tre cardinali d’esaminarli, e rimetterli ai giudici secolari. Poi l’anno stesso meravigliasi de’ progressi delle scienze occulte, commosso nelle viscere che molti, cristiani soltanto di nome, lascino la luce della verità, e talmente siano involti nelle nebbie dell’orrore, da fare alleanza colla morte e patto coll’inferno, immolando ai demonj, adorandoli, fabbricando immagini, anelli, specchi, fiale ed altri oggetti in cui legare i diavoli; e a questi domandano risposte e ne ricevono, gl’implorano a soccorso dei depravati loro desiderj, e in ricambio della vergognosa assistenza offrono vergognosa servitù. O dolore! questa peste si diffonde oltremodo nel mondo, infettando tutto il gregge di Cristo».

Con tali persuasioni, si estesero i supplizj per malìe. Il 1292 Pasqueta di Villafranca in Piemonte fu multata in quaranta soldi perchè faciebat sortilegia in visione stellarum: nel 1363 Antonio Cariavano, accusato di aver fatto grandinare in Pinerolo con libri necromantici, fu multato in quaranta fiorini: nell’86 due della valle di San Saturnino pagarono cenventi franchi d’oro per avere prestato fede a un incanto gittato onde smorbare le loro mandre: nell’81 la nuora di Francesca Troterj avendo smarrito una collana di perle, per trovarla ricorse a maestro Antonio di Tresto da Moncalieri, il quale, pigliato il secchiello dell’acquasanta, lo coprì con un altro, vi accese attorno dodici candele, descrisse varie figure colla verga, e fece segni di croce: poi mise per terra due candele in croce, e su quelle fece posare il piede dritto della donna che avea smarrito il collare. Non so se si trovasse: ma il maestro fu accusato al vicario del vescovo; e quegli confessò nulla intendersi di magìe, ma far quelle frasche per ciuffare qualche soldo ai credenzoni[61].

A questi mali è fortuna quando si trova da opporre caldo zelo, soda pietà, scienza matura. Anime fervorose e gran santi neppur allora mancarono: verso il 1319 nacquero gli Olivetani alla badia di Montoliveto nella val dell’Ombrone senese, per opera del beato Bernardo Tolomei; e lo sterile paese fu coltivato, adorna di pitture la chiesa. Il beato Giovanni Dominici fiorentino, oratore famosissimo, studiando al miglioramento de’ secolari e più de’ claustrali, fu vero restauratore della vita regolare in Italia e in Sicilia, e infine arcivescovo di Ragusi e cardinale: senza maestro s’approfondì nelle scienze, mentre colle prediche traeva a monacarsi donzelle e giovani. Nel riformare i Domenicani, cominciando a Firenze e Pisa, fu accompagnato dal beato Lorenzo da Ripafratta, che fu maestro ed amico a sant’Antonino, dal venerabile Tommaso Ajutamicristo, e da altri di quell’Ordine, infervorati a pietà dalla beata Chiara de’ Gambacurti, la quale avea riformato le Domenicane in Firenze, donde si diffusero a Genova, a Parma, a Venezia. Anche il beato Raimondo da Capua operò a ristabilire la regolarità ne’ conventi domenicani, insieme col beato Marconino di Forlì, entrambi d’affettuosa pietà. Ai conforti del pio Marco, parroco di San Michele in Padova, che gemea di veder depravato l’ordine Benedettino, e Santa Giustina abbandonata ai disordini, Luigi Barbo tolse a riformarlo con regole più severe, e che presto si estesero a Genova, a Pavia, Milano e più lungi. I Camaldolesi ridussero florido il Casentino, ed esemplarmente conservavasi il bel bosco di abeti e di faggi. Il beato Giovanni Colombino, di nobile gente senese ed elevato alle prime dignità, dalla pazienza della moglie e dal leggendario dei santi fu chiamato a vita pia ed austera, e ad assistere malati e pellegrini: poi ridottosi povero, andava predicando penitenza, e raccolti alquanti seguaci, istituì l’ordine dei poveri Gesuati, approvato da Urbano V il 1367; «e i forti cavalieri di Cristo, fatti novelli sposi dell’altissima povertà, incominciarono allegramente a mendicare,... e posti in un’altezza di mente, calcando il mondo sotto i loro piedi, tutte le cose terrene stimavano come fango, e tuttodì crescevano in desiderio di patire e sostenere pene per amore di Cristo»[62]. Suor Agata stette murata gran tempo in s’una pila del ponte Rubaconte a Firenze, poi nel 1434 fondò il monastero famoso delle Murate.

Al tempo stesso diedero odore di gran santità in Siena Gioachino Pelacani, che la sua devozione per Maria espandeva in carità pei poveri (-1305), e Antonio Patrizj; Andrea de’ Dotti di San Sepolcro, scolaro di Filippo Benizzi; Bonaventura Bonacorsi di Pistoja, caldo ghibellino, che dal Benizzi stesso convertito, riparò i danni recati, e edificò colle virtù più austere (-1315). Simone Ballachi, figlio del conte di Sant’Arcangelo presso Rimini, dalla dissipazione raccoltosi a Dio, esercitavasi ne’ più umili uffizj e nell’istruire bambini e convertir peccatori (-1319). Agnese di Montepulciano domenicana, Emilia Bicchieri di Vercelli (-1314), Benvenuta Fojano del Friuli vennero illustrate per doni celesti; e così Margherita di Metela presso Urbino, cieca nata; Chiara di Montefalco presso Spoleto, eremitana (-1308); e quell’Oringa di Santa Croce presso Firenze, che divenne il modello delle fantesche, dal santo Spirito illustrata alla conoscenza di sublimi veri, sebben nè leggere sapesse, onde empì Lucca e Roma della fama di sua virtù e carità, e presto de’ suoi miracoli. Gli Orsini ci portano il loro sant’Andrea carmelitano, che, malgrado l’illustre nascita, accattava pe’ poveri, e, malgrado la sua umiltà, fu messo vescovo di Fiesole, ove continuò le austerità, e riconciliò più volte la sua colle città vicine. Dai Falconieri uscivano Alessio, Carissima e Giuliana, tutti venerati sugli altari; dai Soderini la beata Giovanna (-1367) e un altro Giovanni (-1343); dai Vespignano di Firenze il beato Giovanni; dagli Adimari il beato Ubaldo; dai Della Rena di Certaldo la beata Giulia. Pellegrino de’ Latiozi di Forlì fu stupendo per pazienza nel soffrire sia le percosse di quelli di cui voleva acquietare i litigi, sia gli spasimi d’una cancrena (-1345). Pietro Geremi di Palermo, già professore di diritto, diedesi a Bologna a tali austerità, che si circondò il corpo di sette cerchi di ferro, scena che molti convertì. Giovanni da Capistrano, dopo adoperato in magistrature e negoziati, resosi francescano, si diè tutto all’amor di Dio e del prossimo, e continuò a riconciliar nimicizie e risse nel nome di Dio, e possedendo lo spirito di compunzione e il dono delle lacrime, moltissimi convertiva, e spesso le donne dopo le sue prediche davano in limosina tutti i loro ornamenti. Fra l’alto clero sono a mentovare il beato Bertrando patriarca d’Aquileja che tanto operò alla riforma di questa chiesa, e fu assassinato da masnadieri del conte di Gorizia nel 1350; il beato Lorenzo Giustiniani, patriarca di Venezia; Matteo da Cimarra vescovo di Girgenti; Nicola Alberga vescovo di Bologna, adoperato, spesso a metter pace fra le città d’Italia e fra Inglesi e Francesi[63].

Bernardino (1380-1444), dell’illustre famiglia degli Albizeschi di Massa marittima, fu educato nella pietà e nella carità; nella peste del Quattrocento si profuse a cura de’ malati di Siena, ove poi professossi francescano della stretta osservanza. «Fu in concetto d’uomo grande e meraviglioso nel predicare: ovunque andasse traeva con sè tutto il popolo, eloquente e forte nel ragionare, d’incredibile memoria; di tal grazia nella pronunzia, che non mai recava sazietà agli uditori; di voce sì robusta e durevole, che mai non venivagli meno, e ciò ch’è più mirabile, in grandissima folla era udito colla stessa facilità dal più lontano come dal più vicino»[64]. Vincenzo Ferreri, che allora empiva Italia delle virtù e de’ miracoli suoi, predicando ad Alessandria esclamò: — Fra voi si trova un vaso d’elezione, un figlio di san Francesco, che ben presto diffonderà immensa luce in tutta Italia, e di sue virtù e dottrina usciranno i più insigni esempj». Pure oggi non troviamo ne’ suoi sermoni che un fare stringato e scolastico.

E per verità sul pulpito, trionfo degli Ordini nuovi, non recavano studj profondi e dogmatica precisione, ma zelo e modi popoleschi e importuna applicazione alle circostanze giornaliere. Chi affronti la noja di leggere le prediche rimasteci, non trova che aridi tessuti di scolastica e di morale, rinzeppati di brani e brandelli d’autori sacri e profani alla rinfusa, con dipinture ridicole o misticismo trasmodato, talchè i grandi effetti non se ne saprebbero attribuire che al gesto, alla voce, allo spettacolo, e in alcuni alla persuasione della santità.

Tali dobbiamo credere il beato Michele da Carcano, frate Alberto da Sarzana, frate Ambrogio Spiera trevisano, ed altri, famosi per conversioni ed efficacia morale. Alcuni non mancavano di merito letterario, e noi lodammo altrove il Cavalca, il Passavanti, frà Giordano di Rivalta. Quest’ultimo distingueva le devozioni dagli abusi, in un modo da far meraviglia a chi in que’ tempi e in que’ frati non sa vedere che superstizione. — Viene (diceva egli) viene l’uomo, e andrà a Santo Jacopo in pellegrinaggio: ed anzi ch’egli sia là, cadrà in uno peccato mortale talotta, e forse in due, e talotta in tre peccati mortali, e talotta forse più. Or che pellegrinaggio è questo, o stolti? che rileva questa andata? Dovete questo sapere, che, chi vuole ricevere le indulgenze, conviene che ci vada puro, come s’egli andasse a ricevere il corpo di Cristo. Or chi le riceve così puramente? e però le genti ne sono ingannate. Di queste andate e di questi pellegrinaggi io non ne consiglio persona, perch’io ci trovo più danno che pro. Vanno le genti qua e là, e credonsi pigliare Iddio per li piedi: siete ingannati, non è questa la via; meglio è raccoglierti un poco in te medesimo, e pensare del Creatore, o piagnere i peccati tuoi o la miseria del prossimo, che tutte le andate che tu fai».

Parole altrettanto libere avea proferite l’anno innanzi in Santa Maria Novella: — E’ sono molti che si credono fare grandi opere a Dio; intra noi, noi ce ne facciamo grandi beffe. Verrà una femmina, e porrà sull’altare una gugliata di refe e tre fave, e parralle avere fatto un grande fatto: or ecco opera! Simigliantemente de’ pellegrinaggi; che pare così grande fatto di quelli che vanno in Galizia a Santo Jacopo. Oh come pare grande opera questa, e di gran fatica cotal viaggio grande! E vanterassi, e dirà, Tre volte sono ito a Roma, due volte ita a Santo Jacopo, e cotanti viaggi ho fatti. E se vedesse in Roma le femmine a girar cinque volte e sei all’altare, e’ par loro avesse fatto un grande deposito, e rimproveranlo a Dio, come quello Fariseo che dicea, Io digiuno due dì della settimana: or ecco grande fatto! e manuchi, il dì che tu digiuni, una volta, e quella manduchi bene e bello. Questo andare ne’ viaggi io l’ho per niente, e poche persone ne consiglierei, e radissime volte; chè l’uomo cade molte volte in peccato, ed hacci molti pericoli. Trovano molti scandoli nella via, e non hanno pazienza; e tra loro molte volte si tenzonano e adirano, e con l’oste e co’ compagni; e talotta fanno micidio ed inganni e fornicazioni; e di questo si fa assai, e caggiono in peccato mortale»[65].

I così fatti saranno stati non pochi, vogliamo crederlo: ma altri cercava cattivar l’attenzione col mescere ai discorsi allusioni alla politica; e chi predicava pei Guelfi, chi pei Ghibellini, pei Medici, per lo Sforza; talora sorgeano in aperto attacco contro ai principi o ai papi.

È bizzarro in taluni l’associare una pietà sincera, un’ingenuità profonda, col ridicolo e col teatrale, in modo d’uscirne composizioni grottesche e senza gusto, che non hanno di serio se non l’intenzione. Di Roberto Caracciolo da Lecce, dai contemporanei supremato nell’eloquenza, sciaguratamente ci restano alcuni sermoni, più materia di riso che di compunzione[66]: sale in pergamo a predicar la crociata, e, cavata la tonaca, rivelasi in abito da generale, come pronto a guidar egli stesso l’impresa. Paolo Attavanti ad ogni tratto cita Dante e Petrarca, e se ne gloria nella prefazione. Mariano da Genazzano, levato a cielo dal Poliziano e da Pico della Mirandola, «predicava attraendo con l’eloquenza sua molto popolo, perciocchè a sua posta aveva le lagrime, le quali cadendogli dagli occhi per il viso, le raccoglieva talvolta et gittavale al popolo»[67]. I discorsi di Gabriele Barletta, sì reputato che dicevasi Nescit prædicare qui nescit barlettare, darebbero sollazzo a qualche festevole brigata. Per Pasqua racconta che molte persone offrironsi a Cristo onde annunziare la sua risurrezione alla madre: egli non volle Adamo, perchè, piacendogli i fichi, non si badasse per istrada; non Abele, perchè andando non fosse ucciso da Caino; non Noè, perchè correvole al vino; non il Battista, pel suo vestire troppo conosciuto; non il buon ladrone, perchè aveva rotte le gambe; ma donne, per la popolosa loquacità. Blandiva un sentimento troppo comune quando predicava: — O voi donne di questi signori e usuraj, se si mettessero le vostre vestimenta sotto il pressojo, ne scolerebbe il sangue de’ poveri». L’erudito Bracciolini fa dire da Cincio in un suo dialogo: — Parmi che tanto frà Bernardino da Siena, come altri troppi vadano errati per istudio di brillare più che di giovare; non volti a curar le infermità dell’animo delle quali si annunziano medici, quanto a ottenere gli applausi del vulgo, trattano qualche volta recondite e ardue materie, riprendono i vizj in modo che pare gl’insegnino, e per desiderio di piacere trascurano il vero scopo di loro missione, quello di render migliori gli uomini».

Contro i siffatti avea tonato l’Alighieri, dicendo:

Ora si va con motti e con iscede

A predicare; e pur che ben si rida,

Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.

I quali versi commentando, Benvenuto da Imola adduce alquante scempiaggini di un Andrea vescovo di Firenze che mostrava in pulpito un granello di seme di rapa, poi se ne traeva di sotto la tunica una grossissima, e diceva: — Ecco quanto è mirabile la potenza di Dio, che da sì piccol seme trae sì gran frutto». Poi: O domini et dominæ, sit vobis raccomandata monna Tessa cognata mea, quæ vadit Romam; nam in veritate, si fuit per tempus ullum satis vaga et placibilis, nunc est bene emendata: ideo vadit ad indulgentiam[68].

Que’ modi erano certo men dignitosi, però più efficaci che non le esanimi generalità, le perifrasi schizzinose, e i consigli senza coraggio dei tempi d’oro. Ma se a persone semplici e credenti servivano d’edificazione, tornavano a scandalo dacchè vi si applicassero la critica e la negazione; e i predicatori usandone esageratamente, davano appiglio ad accuse, alla lor volta esagerate. Il fervore, non sempre disinteressato per certe devozioni nuove, come il rosario de’ Domenicani e lo scapolare de’ Carmeliti, faceva proclamarle quale rimedio sufficiente a tutti i peccati, i quali perdevano l’orrore quando annunziavasi così facile il redimerli, e ne veniva presunzione a chi le osservasse, e confidenza d’una buona morte dopo vita ribalda.

Giacomo, arcivescovo di Téramo poi di Firenze, scrisse varie opere, tra cui è rinomata una specie di romanzo col titolo Consolatio peccatorum o Belial: suppone che i demonj, indispettiti del trionfo di Cristo sopra Lucifero, eleggano procuratore Belial per chiedere giustizia a Dio contro le usurpazioni di Cristo; Dio commette la decisione a Salomone; e Cristo citato, manda per rappresentante Mosè, il quale adduce a testimonj giurati Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Virgilio, Ippocrate, Aristotele, il Battista. Belial li scarta tutti, eccetto l’ultimo, sostiene la sua causa con finezza diabolica; pure ha decisione contraria. Si appella, e Dio demanda la causa a Giuseppe, se non che Belial preferisce scegliere degli arbitri; e sono Aristotele ed Isaia per Mosè, per Belial Augusto e Geremia. I passi più venerabili sono stiracchiati beffardamente; e dopo tutti i garbugli della giurisprudenza, ove Belial imbarazza sovente Mosè men versato ne’ cavilli, gli arbitri danno di quelle vaghe decisioni, che lasciano ad ambe le parti captare trionfo.

Così la credulità univasi alla miscredenza per dare fomite alla corruttela, tanto più pericolosa, in quanto che «il maggior padre ad altra opera intendeva» (Petrarca). Gregorio XI aveva autorizzati i cardinali ad eleggergli il successore a semplice pluralità di voci, senza aspettare i fratelli assenti, per abbreviare al possibile la vacanza: e poichè di sedici radunati quattro soli erano italiani, il popolo di Roma, timoroso che l’eletto non tornasse ad Avignone, circondò il conclave d’armi schiamazzando — Lo volemo romano», toccando le campane a martello, e minacciando entrarvi di forza. Dopo tempestosissima discussione, questi, per ripiego e con riserve tacite o espresse d’una più libera elezione, diedero i voti (1378 9 aprile) a Bartolomeo Prignano di Napoli, arcivescovo di Bari; ma temendo che il popolo lo disgradisse perchè non romano, fu gridato dal terrazzo andassero a San Pietro e saprebbero chi era l’eletto. Il popolo intese che l’eletto fosse il cardinale di San Pietro, vecchione di casa Tebaldeschi; onde si cominciò a gridargli Viva e saccheggiarne il palazzo secondo l’usanza, e adorar lui, che invano ingegnavasi a far comprendere il vero. Di questo scompiglio s’avvantaggiarono gli altri cardinali per fuggire nelle varie fortezze e ne’ feudi; l’arcivescovo di Firenze presentò il Prignano ai pochi rimasti, con un sermone sul testo Talis debebat esse, ut esset nobis pontifex impollutus; e questi sul testo Timor et tremor venerunt super me, et contexerunt me tenebræ, cominciò a dissertare sulla dignità del posto e l’indegnità propria, finchè l’arcivescovo gli fece intendere si trattava ora solo di dichiarare se accettasse o no; ed egli disse di sì, e prese il nome di Urbano VI.

Uomo di dottrina e coscienza, ma severo, melanconico, colleroso, immoderato, avventatosi a riformare di colpo, vietò ai prelati d’usare a tavola più d’una pietanza, com’egli stesso ne dava l’esempio; minacciò non solo ai simoniaci, ma a chiunque di essi accettasse doni; proponeasi, con creare cardinali nuovi, togliere la prevalenza che da un secolo avevano i francesi; e ne’ concistori secreti li rabbuffava indiscretamente, ad uno dava sin dello sciocco, a un altro ch’era bugiardo come un calabrese. Queste sconvenienze, e il vedere ch’ei voleva fermamente tenerli a Roma, indisposero i cardinali; e la più parte separatisi da lui, protestarono l’elezione non essersi fatta liberamente, ma sotto la costrizione di un popolo tumultuante; e raccomandando la loro vita alla tutela di Bernardo di Sala, capo degli avventurieri guaschi e bretoni che aveano fatto sì rovinoso governo di Cesena, dichiarano non avere operato che per paura della morte; Urbano essere intruso, apostato e anticristo; e a Fondi eleggono papa (21 7bre) quel Roberto di Ginevra che come legato pontifizio avea data a ruba e strazio la Romagna, e che si chiamò Clemente VII. Urbano fu accettato in Italia, Germania, Inghilterra, Danimarca, Svezia, Polonia e nel settentrione de’ Paesi Bassi; Clemente dalla regina di Napoli, da Francia, Scozia, Savoja, Portogallo, Lorena, Castiglia; gli altri paesi esitavano.

Urbano bandì contro del competitore una crociata colle indulgenze concesse a quelle contro gl’infedeli: ma la compagnia de’ Bretoni, soldata da Clemente, si difilò sopra Roma, e fece macello de’ cittadini che sortirono per respingerla, ma non osò penetrare in città. Allora i Romani diedero addosso a quanti Francesi cherici o laici colsero in città; mentre gli Orsini e Francesco di Vico devoti a Clemente devastavano i contorni, e Pietro Rostaing dal Castel Sant’Angelo bombardava gli edifizj: una volta (1379) Silvestro di Buda, capitano de’ Bretoni, sorprende i nobili adunati in Campidoglio e trucida sette banderesi, ducento ricchi, innumerevole popolo, poi di nuovo lascia la città.

Urbano solda Giovanni Acuto e Alberico da Barbiano, che secondato dai cittadini, sorte addosso ai nemici, e sconfittili e fatti prigioni i due capi, mena trionfo[69]; Castel Sant’Angelo si rende, e il papa a piè scalzi, seguito da tutta la popolazione, torna in Vaticano. Clemente allora ricovera a Napoli, ben accolto dai re; ma il popolo a tumulto lo respinge, sicchè fugge in Provenza, e postosi ad Avignone, moltiplica i cardinali, largheggia di aspettative, e sì poco contava sullo Stato pontifizio, che volle almeno punire i Romani e deprimere i feudatarj col costituirlo in regno d’Adria a favore di Luigi I d’Angiò, al quale, per averlo partigiano, prodiga esorbitanti concessioni: tutta la decima in Francia, nel regno di Napoli, in Austria, in Portogallo, in Iscozia; metà delle entrate di Castiglia e d’Aragona, le spoglie de’ prelati che muojono, ogni censo biennale, ogni emolumento della camera apostolica; il papa obbligherà a prestiti gli ecclesiastici, darà in ipoteca Avignone, il contado Venesino ed altre terre della Chiesa; inoltre gli assegna per feudi Ancona e Benevento, e tutto giura sulla croce. Tale spreco facea dei beni di San Pietro nella fiducia d’esser liberato dall’antagonista; mentre Urbano, pien di sospetti, reggevasi con rigiri e sangue e torture, senza riguardo a dignità o danni de’ prelati e cardinali.

Accannito alla regina Giovanna I, contro di lei come signore sovrano del Reame e come scismatica sollecitò Luigi d’Ungheria, che affidò a Carlo di Durazzo l’incarico di punirla. Urbano spogliò chiese e altari per raccogliere ottantamila fiorini, che diede a Carlo, il quale in ricambio promise riconoscere il regno dal papa, e appena coronatone cedere il ducato di Durazzo a Francesco Batillo nipote di esso, e i principati di Capua e d’Amalfi. Vedemmo come la spedizione riuscisse: ma Carlo non pensava mantenere la parola, onde venne in piena rotta col papa, il quale assediato in Nocera, sparnazzava scomuniche scandalose e scandalosi decreti. I prelati sue creature s’erano concertati sul modo di terminare le stravaganze d’un pontefice che prolungava una guerra senza ragione, e farlo il mal arrivato; ma scopertili, Urbano non gliela soffrì impunita (1386), e messi in ceppi l’arcivescovo d’Aquila e sei cardinali, li trasse seco quando potè fuggire da Nocera; perchè il primo non potea cavalcare a paro cogli altri, il fece uccidere e abbandonare insepolto; giunto a Genova, e dicendosi circonvenuto da cospirazioni, malgrado le istanze del doge, fece buttar nel mare i cardinali, salvo un inglese reclamato dal suo re.

Qui comincia doppia serie di papi paralleli; ma qual era il vero? Personaggi di senno e santità grande parteggiarono per l’uno e per l’altro; prove in favore addussero questi e quelli, per modo che può mettersi fuor di quistione la buona fede d’entrambi i partiti. La Chiesa finora non ha proferito, benchè i nostri abbiano generalmente considerato per antipapi quei che sedettero oltremonte, e il nome d’alcuno di questi sia stato assunto da qualche papa successivo[70].

Per mezzo secolo fu partita la cristianità in due campi ostili, e tra pontefici che rimbalzavansi calunnie e taccia d’intruso e d’eretico. Come le nazioni, così erano divisi i cittadini, gli scolari d’un’Università, i monaci d’un convento; ogni giorno dispute, collisioni fin al sangue; due vescovi eletti dall’uno o dall’altro pontefice si contendevano la medesima sede, aborrivansi le messe degli uni o degli altri. I papi, per conservarsi partigiani, erano costretti a rassegnarsi a minaccia, a importunità, a dissimulare e simulare, intrigare, congiurare, promettere, concedere, guadagnar tempo, fingendo di desiderare una riconciliazione, di cui aveano in mano il mezzo. Le piaghe del papato, come il cadavere di Cesare, furono esposte agli occhi di tutti, invelenite dalla collera de’ nemici non meno che dai ripicchi dei pontefici rivali. La santa Sede, scapitando nella venerazione, lasciava baldanza a’ principi di sminuirne l’autorità, ai dotti di chiamarla a severo e passionato esame: le satire contro di essa, che prima erano esercizio letterario, inteso, applaudito e dimenticato, acquistavano peso quando uscivano dalla bocca de’ pontefici stessi, e portavano ad immediata applicazione; indubbio entrava ne’ cuori più sinceri, l’indifferenza ne’ più generosi, la disperazione ne’ più robusti: la beffa trovava di che esercitarsi sulle cose sacre.

Urbano VI non depose mai il desiderio di restare arbitro del regno di Napoli, escludendo e Ladislao e Luigi d’Angiò per mettere in istato quel suo nipote che passava dal carcere alla reggia; intanto scomunicava di qua di là, e mandava bande a devastare. Fra sì deplorabili imprese, minacciato fin della vita dai Romani, miseramente morì (1389 18 8bre), e i quattordici cardinali della sua obbedienza elessero Pietro Tomacelli col nome di Bonifazio IX (5 9bre). Buon parlatore, buon grammatico, non sapea scrivere, nè cantare, nè i costumi della corte romana: onde non capiva di che si trattasse, sentenziava senza conoscenza, e palesava avidità. Sospendendo la folle guerra del suo predecessore, ricevette in grazia Ladislao, e avventò scomuniche ai fautori di Luigi d’Angiò, che scendeva favorito dall’altro papa.

A viva forza dovette occupar Roma e gli altri possedimenti ecclesiastici, straziati dalle fazioni e dalle bande, e colla violenza e i supplizj vi si sostenne. Urbano, accorciando l’intervallo del giubileo, lo bandì pel 1390, ma non v’accorsero che i popoli ubbidienti a Bonifazio, il quale mandò ne’ varj paesi a concedere l’indulgenza a chi pagasse tanto, quanto gli sarebbe costato il viaggio a Roma[71]. I collettori trassero insieme ingenti somme, ma Bonifazio sospettò alcuni d’averne distratte e li punì, altri furono trucidati dal popolo, altri s’uccisero da sè. Sotto quel manto vi fu chi andò trafficando di assoluzioni e dispense, non badando a pentimento o a riparazione o ad abjura; gli abusi fecero fremere i pii, e la prodigalità del papa stesso in fatto d’indulgenze recò non lieve scredito a quel tesoro di grazie, di cui faceasi mercimonio; mentre la concessione di giubilei a chiese parziali scemava l’aurifero concorso de’ pellegrini a Roma, svogliati anche dalle bande di Bernardo di Sala, che professavasi fedele a papa Clemente per ispogliare i dissenzienti.

I Colonna tramarono per togliere al papa la signoria temporale di Roma, invasero la città, ma non furono secondati: trentuno de’ loro masnadieri finirono sul patibolo; Bonifazio avventò contro i Colonna una lunga bolla, dove ne enumera i delitti fin dal tempo di Bonifazio VIII. Anche i Gaetani di Fondi circondavano con bande la città, spogliando i pellegrini che andavano al nuovo giubileo del 1400. E il papa facea denaro con concedere grazie, aspettative, cumuli di benefizj; poi ad un tratto le abolì tutte, ma per aver pretesto a nuove concessioni con guadagno nuovo.

A vicenda i cardinali di Clemente VII a questo diedero successore Pier di Luna aragonese (1394 28 7bre), detto Benedetto XIII, uomo d’astuta ambizione, ed egli, come l’altro, per procacciarsi partigiani scialacquava privilegi, conniveva a traviamenti e usurpazioni, spogliava il basso clero, sicchè i curati erano fin ridotti a mendicare, mentre l’alto riservavasi le migliori grazie e le commende e i benefizj, dandoli in appalto a persone dappoco.

La Chiesa talmente scaduta, sentivasi impotente a ricomporsi da se stessa; e principi, università, giureconsulti, teologi disputavano sui mezzi di ripristinarne l’unità. Il più ovvio sarebbe stato un concilio generale: ma poichè il convocarlo riguardavasi da secoli come attribuzione del papa, a qual dei due spettava? Si dovette ripiegare con sinodi particolari; il re di Francia ne raccolse due, per cui decisione egli mandò a tenere assediato più di quattro anni nel palazzo d’Avignone Benedetto XII, sinchè non fosse ripristinata l’unione: ma questi trovò modo a fuggire (1403), e per la persecuzione crebbe di partigiani, ed ebbe dalla sua non solo il pio Vincenzo Ferreri, ma i due lumi dell’Università parigina, l’eloquente Clemengis ed il cancelliere Pietro d’Ailly.

Morto Bonifazio IX (1404 1 8bre), il popolo di Roma, diretto dai Colonna e dai Savelli, gridò Viva la libertà; e il conclave di non più che nove cardinali elesse Innocenzo VII, già Cosma Meliorati, valente canonista, abile agli affari, intemerato di costumi. Dovette conquistare la propria residenza ajutato da re Ladislao, ma con una capitolazione per cui lasciava a custodia del popolo tutti i ponti e le porte; il senatore sarebbe eletto dal papa ma sovra una tripla offerta dal popolo; i dieci della Camera amministrerebbero le rendite, eccettuato il quartiere del Vaticano. Però ogni giorno nuove pretensioni metteva innanzi il popolo, subillato dai Colonna e dai reggenti Ghibellini, tanto che Innocenzo proruppe: — V’ho concesso tutto; volete che vi dia anche la mia cappa?» E in fatto i tumulti raffittirono, i cardinali dovettero mettersi sotto la protezione d’un capitano di ventura Muscardo, fu trucidato un messo del papa, si combatteva accannito; ed essendo il papa fuggito a Viterbo, Ladislao ne profitta per impadronirsi di Roma.

Il papa fra breve morì (1406 6 9bre), e il veneziano Angelo Correr, detto Gregorio XII, anch’esso giurò prima (30 9bre), professò poi essere disposto ad abdicare tosto che il facesse anche Benedetto XIII: ma com’ebbe assaggiato il comando, se ne inebbriò; alla conferenza stabilita in Savona non comparve; e Benedetto, che era venuto fin a Genova, parve star dal canto della ragione.

Tredici cardinali si raccolsero a Livorno per industriarsi all’unione, protestando non riconoscere nessuno dei due competitori; e assumendo a dirigere gl’interessi temporali e spirituali della Chiesa, convocarono un concilio a Pisa (1409 25 marzo), intimando a ciascun papa venisse ad abdicare, se no procederebbero contro di esso. Ma se consentivasi al concilio l’autorità di deporre il pontefice, non era mutata in repubblicana la costituzione della Chiesa, da secoli monarchica? e a tale cambiamento erano acconci tempi di tanto scompiglio?

Ladislao di Napoli temeva un papa che potesse abolire l’indegna cessione dello Stato, a lui fatta da Gregorio XII, onde s’oppose al concilio di Pisa; i due papi non vi ascoltarono; Gregorio dichiarò apostati e blasfemi que’ cardinali, e intimò il sinodo a Udine; Benedetto l’aprì in Perpignano sua stanza; e così, oltre i due papi, v’ebbe tre concilj. Pensate quanto ne restasse dal fondo sovvertita la società! Morendo un vescovo, ciascun papa vuol dargli un successore, onde scismi diocesani; pretendono potere stronizzare i re, onde un nuovo fomite alla guerra intestina; e Napoli resta disputata fra Luigi d’Angiò e Carlo d’Ungheria, la Castiglia fra il duca di Leon e quello di Lancaster, l’Ungheria fra Carlo della Pace e Maria; il debole imperatore Venceslao lasciava cascarsi di mano le redini della Germania; l’Inghilterra straziava le proprie viscere fra le inimicizie delle case di Lancaster e di York; la Francia durava nella guerra centenne contro l’Inghilterra; nè voce risonava valevole ad imporre la pace. Intanto che nel mondo cristiano cessava l’unità che n’è l’essenza, Bajazet II granturco non solo stringeva Costantinopoli, ma aveva invaso l’Ungheria e la Polonia; e nuovi barbari, i Tartari sotto il terribile Tamerlano minacciavano all’Europa le devastazioni che aveano recate all’Asia.

Gli animi, sgomentati fin alla disperazione, si volgeano a Dio, da lui solo aspettando il termine a tanti guaj. Già nel 1260 vedemmo i Flagellanti diffondersi per Italia. Nel 1334 frà Venturino da Bergamo, «uomo di trentacinque anni, di piccola nazione e di non profonda scienza, ma tanto efficace e ardente ne’ suoi ragionamenti, che traendosi dietro più di diecimila Lombardi, la miglior parte nobili, non era luogo ove arrivasse che non fosse ricevuto a guisa d’uomo divino, e con tanto concorso di limosine, che per quindici dì che si fermò a Firenze, non fu quasi momento di tempo che in sulla piazza di Santa Maria Novella non si vedessono grandissime tavole apparecchiate ove mangiavano quattrocento o cinquecento uomini per volta» (Ammirato), andò ai perdoni di Roma co’ suoi, che portavano gonnella bianca fin a mezza gamba, di sopra un tabarrello perso fin al ginocchio, calze bianche, e stivali di corame fin a mezza gamba, in petto una palomba bianca coll’ulivo in bocca, nella man ritta il bordone, nella manca il rosario[72], e con non mai stanchevoli voci gridando pace e misericordia. Cresciuto forse a trentamila seguaci, e come profeta parlando de’ mali futuri, passò anche alla corte d’Avignone sperando grandi indulgenze; ma al papa sembrò scorgervi ambizione o leggerezza, e frà Venturino fu messo al tormento e in carcere: donde poi mosse colla crociata, e morì a Smirne.

Quella devozione andarina rinfervorò nel 1399, avendola la Madonna indicata in Irlanda ad un villano, come il miglior preservativo da pesti e guerre: onde in veste bianca, coperti di cappucci in modo che non distinguevansi donne da uomini se non per una croce rossa, si posero in via tre a tre, ognuno confessato, chiesto perdono agli offesi, perdonato agli offensori, restituito il maltolto. Così giravano per nove giorni almen tre chiese al giorno, e venendo in un paese, intonavano orazioni e lo Stabat mater, poi tre Miserere entrando in chiesa. Per quella novena faceano vita quaresimale, non dormendo in letto, non isvestendosi, molti andavano scalzi; finivano col mandare alle prossime città, invitandole per parte di Maria Vergine ad assumere la stessa devozione.

D’Irlanda varcarono in Inghilterra, in Francia, poi in Piemonte, e da una parte piegarono alla Lombardia, dall’altra in numero di cinquemila a Genova. I cittadini di questa s’avvolsero in lenzuoli, e il vecchio loro arcivescovo Del Fiesco a cavallo li condusse processionalmente, con dietro a coppia tutti gli abitanti, a visitar le chiese, i cimiteri, le reliquie della città e del contorno, e per nove giorni stettero chiuse le botteghe, sospesi gli affari, tutto émpito di timor di Dio. I più robusti o devoti scesero per la riviera di Levante, eccitando a fare altrettanto: da Lucca tremila cittadini, malgrado i divieti, uscirono ver Pescia, indi a Pistoja, donde quattromila li seguirono, e così i Pratesi e i Pisani, finchè giunsero a Firenze. Quivi quarantamila cittadini visitavano le chiese, preceduti dall’arcivescovo; toglievano di quello ch’era lor dato, e il soverchio distribuivano ai poveri; non cercavano essere adagiati in case o spedali, ma giacevano alla nuda aria; molti imprigionati per debiti furono prosciolti. Il vescovo di Fiesole sin ventimila se ne trasse dietro, per tutto facendo paci e concordie, restituzioni, prediche, miracoli[73]. A Milano «venne grandissimo numero d’uomini, donne, donzelle, garzoni, piccoli e grandi e d’ogni qualità, tutti scalzi, da capo a piedi coperti di lenzuoli bianchi, che a fatica mostravano la fronte; poi dietro a questi vi si adunarono tutti i popoli delle città e ville, dalle quali uscendo, per otto giorni continui visitavano tre chiese di villa, e spesse volte ad una di quelle faceano celebrare una messa in canto; per tutte le vie in croce che trovavano, si gettavano a terra gridando misericordia tre volte, e poi cantavano Pater e Ave, e altri cantici composti da san Bernardo, o litanie o altre orazioni. Il popolo di ciascuna città o altro luogo, come veniva a quelle si separava, ed entrando dentro denunziava agli altri rimanenti che volessero pigliare il medesimo abito; di sorta che alcuna volta erano mille, alcuna millecinquecento. Si celebrarono infinite concordie e limosine, e molti si condussero a vera penitenza» (Corio).

In Padova per quei giorni non fu commessa disonestà nè rissa; e le processioni duravano dall’aurora fino alle due dopo nona, e se ne contarono tremilaseicento; poi radunati nel prato della Valle, diedero di sè meraviglioso spettacolo[74]. Da Bobbio altri si difilarono su Piacenza, e con loro tutti i valligiani della Trebbia, sicchè vi giunsero in più di settemila; poi a Firenzuola, a Borgo Sandonnino, a Parma, dove arrivarono con quaranta carri di donne, bambini, malati; di qui settemila partirono dietro al vescovo e ai gonfaloni delle confraternite. I Veneziani li respinsero, ma il duca d’Este gli ebbe accetti, e da Ferrara li menò a Belfiore. Il pontefice vi conobbe scandali e sozzure, dubitò fino che il loro capo pensasse farsi papa, onde li mandò a processo e al rogo.

Allora si moltiplicarono pertutto le confraternite, che con le foggie visitavano le chiese e accompagnavano il viatico; e furono principalmente diffuse dai santi Bernardino da Siena e Vincenzo Ferreri, il quale anche andava predicando il finimondo. Molti, presso al morire, faceansi porre le divise d’esse società, donde la devozione venne estesa fra i secolari. Tale incondita pietà diffuse anche la peste, che strage menò per Italia, e che funestò il giubileo.

Tutti inadeguati ripari agli scandali che sbranavano la Chiesa; poichè le riforme non venivano di là donde solo avrebbero potuto efficacemente. Null’ostante l’opposizione di re Ladislao, al concilio di Pisa comparvero ventiquattro cardinali, quattro patriarchi, ventisei arcivescovi, ottanta vescovi in persona, centodue per rappresentanti, ottantasei abati in persona, ducentodue per procuratori, quarantun priori, gli ambasciatori dei re, i deputati di oltre cento metropoli e cattedrali, delle Università di Parigi, Tolosa, Orléans, Angers, Montpellier, Bologna, Firenze, Vienna, Praga, Colonia, Oxford, Cambridge, Cracovia, trecento dottori di teologia e diritto canonico.

Non essendosi presentati i due papi Gregorio e Benedetto, il concilio si dichiarò ecumenico, e perciò giudice supremo di essi, e dopo parecchi tentativi di conciliazione, levata loro l’obbedienza come contumaci, li proferì scaduti e vacante il papato (1409 5 giugno); e radunato il conclave sotto la guardia del granmaestro de’ Giovanniti, sostituì Pietro Filargo (1409 26 giugno). Nato non si sa dove nè da chi, mendicava a Candia quando fu raccolto da un frate Minore, e per sapere ed abilità salì nel favore di Gian Galeazzo, che l’ebbe tra’ suoi consiglieri, poi vescovo di Vicenza, di Novara, indi arcivescovo di Milano e cardinale, infine papa (7 agosto) col nome d’Alessandro V, e chiuse il concilio. Teologo e predicatore, ma non leggista e canonista, male intendeva gli affari e cercava scaricarsene; per bontà cieca largheggiava benefizj e grazie abusive e stemperanti, non sapendo misurare la liberalità ai mezzi; e quando più nulla gli rimaneva, dava promesse: onde diceva: — Come vescovo fui ricco, povero come cardinale, pitocco come papa».

Lasciavasi raggirare a senno da Baldassarre Cossa napoletano, che in gioventù corse il mare come armatore; anche nel chericato conservò abitudini secolaresche, abilissimo negli affari, vigoroso di carattere, risoluto di sentenze. Ornato della porpora, fu spedito legato a Bologna, la quale ricuperò alla santa Sede, e anche Faenza e Forlì, che egli si tenne come signoria indipendente; e morto Alessandro dopo soli dieci mesi di regno (1410 17 maggio), gli succedette col nome di Giovanni XXIII. Costui, come avviene in tempi di partiti, fu accusato delle colpe non solo più gravi, ma più brutali; a cui basterebbe opporre il favore datogli dai Fiorentini, da Luigi d’Angiò, dal conclave stesso, che troppo aveva interesse a fare una scelta prudente; comunque siasi detto che egli ne acquistò i voti coll’artifizio e colla forza militare che spiegò in Bologna.

Essendo allora stata ritolta Roma a Ladislao, il papa vi fece l’entrata solennemente sotto la protezione dell’Angioino: ma bentosto Ladislao torna vincitore; Bologna caccia i rappresentanti del pontefice, e si dà al marchese di Ferrara. Ladislao però riconobbe il nuovo papa ordinando a Gregorio di uscire da’ suoi Stati, e finse rassegnarsi ai patti ch’egli stesso aveva imposti a Giovanni. Il concilio che erasi promesso, fu raccolto (1415) a Roma; ma se vi s’introduceano le questioni più urgenti, il cardinale Zabarella levavasi, con eloquenti ambagi sviando dal proposito: poi fu prorogato col pretesto della rinnovata nimistà di Ladislao, a cui il papa a fatica sfuggì, ricoverando in Firenze, che di malavoglia lo accolse.

L’impero vacillava tra l’inetto Venceslao deposto e il mal eletto Roberto palatino, morto il quale, gli furono dati due successori; tanto pareva che ogni cosa dovesse scompigliarsi collo scompiglio del papato. Alfine prevalse Sigismondo (1411), che, come re d’Ungheria, s’era mostrato crudele e perfido, ma insieme valoroso, oprante, indomito. Glorioso di allori côlti sopra i Turchi, si fisse in animo di ricondurre ad unità la Chiesa; corse Francia, Polonia, Spagna, Italia; e mentre il papa gli chiedeva soccorsi, esso lo stimolò a designare il luogo d’un nuovo concilio. Per quanto Giovanni lo disgradisse, dovette spedire legati a ciò, i quali indicarono Costanza, città imperiale sulla riva occidentale del bel lago che divide la Svevia dalla Svizzera, poco lungi dal luogo donde n’esce il Reno, e dove già i Lombardi aveano patteggiato la loro libertà. Giovanni non sapea darsi pace che l’adunanza di tutta cristianità si tenesse in luogo dove gli oltramontani sarebbero più numerosi e indipendenti, ed ostili alla sua autorità: si mosse in persona onde dissuadere Sigismondo; a Lodi durarono lungamente in congresso, circondati da prelati l’uno, da consiglieri l’altro; ma Sigismondo stette fermo, e il concilio fu aperto (1414 5 9bre).

Le ingiurie ricambiatesi dai papi e dai cardinali aveano scossa un’autorità che si fonda sulla virtù e sull’opinione. Se gl’Italiani favorivano alla santa Sede pel vantaggio che ne traeva il loro paese, eransene raffreddati dacchè quella vagava in esiglio; e gli stranieri cominciavano a trovare oneroso questo migrare di tanto loro denaro ad un’altra gente. La contesa coi frati Minori aveva mal volta alla santa Sede la milizia sua più devota; e al vedere condannate persone pie, cui sola colpa dicevasi la povertà, si richiamavano le dottrine d’Arnaldo da Brescia contro i possessi ecclesiastici e la corruttela derivatane. Nell’intento di riuscir superiore, ciascun partito era ricorso a spedienti troppo dissonanti da quelli dell’apostolato: Bonifazio IX aveva lasciato trafficare delle indulgenze e del suffragio ai morti, pretendeva le annate dei vescovi eletti, a denaro dispensava la pluralità di benefizj; Giovanni XXIII ebbe accusa di aver cavato oro dalle medesime miniere, e moltiplicatolo colle usure. Dal disordine esterno passatasi a criticare l’intima verità della Chiesa: si spargeano libri e sermoni critici, anche in lingua vulgare[75]; i roghi non bastavano a reprimere gli eretici in Francia. I Valdesi faceansi più arditi, e Gregorio XI movea lamento perchè dalle valli subalpine si propagassero, e discesi in Piemonte avessero trucidato un inquisitore a Bricherasio, uno a Susa[76].

Bartolino da Piacenza verso il 1385 pubblicò alquante tesi legali sul modo di trattare il papa qualora apparisse negligente, inetto a governare, o capriccioso a ricusare il consiglio dei cardinali (com’era il caso di Urbano VI); e conchiudeva potere questi mettergli de’ curatori, al cui parere fosse obbligato attenersi negli affari della Chiesa. I Francesi colla prammatica sanzione di Bourges restrinsero i diritti papali. In Inghilterra Giovanni Wiclef aveva impugnato le indulgenze, la transustanziazione, la confessione auricolare, domandato la secolarizzazione degli Ordini regolari e la povertà del clero. Girolamo di Praga dall’Università di Oxford ne portò i libri in Boemia, dove ebbero effetti più gravi, perocchè Giovanni Huss, che qui già aveva alzato la voce contro la depravazione del clero, vi attinse argomenti teologici e ardire a palesarsi. Essendo venuti alcuni monaci a spacciare indulgenze, e avendo l’imperatore proibito il sacrilego traffico, pigliò baldanza a declamare, in prima contro l’abuso, poi contro le indulgenze medesime. Il popolo ascoltava volentieri; gli studenti boemi se ne infervoravano; le quistioni religiose prendevano colore politico d’aborrimento ai Tedeschi e d’aspirazioni repubblicane. Dappertutto lo sparlare dei papi era considerato segno d’educazione non vulgare, di ragione più elevata, di dispetto contro i governi, di scontento generico; declamazioni di piazza, frizzi di scuola fra la gioventù inesperta seminavano un vago desiderio di sottrarsi all’autorità; sebbene, per quanto e le accuse si esagerassero e gli errori si estendessero, non si pensasse ancora che la Chiesa si dovesse distruggere anzichè riformare.

Quanto erano più ulcerate le piaghe, tanto più speravasi nel concilio, che inoltre rannoderebbe in pace i principi cristiani per respingere la sempre crescente minaccia degli Ottomani.

L’imperatore, assai principi, signori e conti assistettero all’assemblea, ed è scritto vi si numerassero fin cencinquantamila forestieri con trentamila cavalli; fra quelli, diciottomila ecclesiastici e ducento dottori dell’Università di Parigi. Coi fastosissimi cardinali faceano gara di lusso i tanti avveniticci, giunti dagli estremi d’Europa, distinguendosi per abiti varj, armadure, corteo pomposo. Vi accorrevano a spettacolo, a sollazzo, trovandovisi trecenquarantasei commedianti e giullari, settecento cortigiane, e tornei e sfide[77]; sicchè i gaudenti andavano in delizie, mentre i pii pregavano, i dotti accingeansi a duelli dialettici, dai quali apparirebbe l’odierno loro elevarsi allato ai grandi.

Ma un’assemblea di tanto momento, sin dal principio reluttò ai modi sagaci, con cui gl’Italiani e il papa tentavano dominarla. La Chiesa nella sua universalità non distingue popoli, e valuta ciascun uomo pel proprio valore; sicchè all’indole sua ripugnava il votare per nazioni, come si pretese, dividendo il concilio in camera tedesca, italiana, francese, inglese, spagnuola, le quali deliberassero distintamente affine di elidere la superiorità degl’Italiani. Giovanni XXIII, come presente, provveduto di gran denaro, e assistito dalle compre armi di Federico d’Austria, sperava far considerare il concilio come una continuazione di quello di Pisa, che avendo riconosciuto Alessandro V, considerava lui come solo papa legittimo: inoltre voleva si cominciasse dagli articoli di fede, poichè richiederebbero lunghe dispute, e i prelati nella piccola città s’annojerebbero. Ma questi pretesero che abdicassero e lui e Benedetto XIII che sostenevasi in Ispagna, e Gregorio XII che aveva favore in Germania. Giovanni nella seconda tornata protestò di farlo volontariamente se lo imitassero gli altri due, anzi rinunziare ad ogni modo se con ciò potesse terminarsi lo scisma; sicchè il giubilo e gli applausi andarono al colmo, e l’imperatore gli si buttò ai piedi baciandoli. Ma poi pentito e sbigottito fuggì; e allora i mirallegro si risolvono in costernazione, Gregorio viene sospeso, e proclamato (1415) che il concilio trae immediatamente da Cristo i suoi poteri, e ognuno, compreso il papa, è tenuto obbedirgli in quanto concerne la fede, lo scisma, e la riformazione generale della Chiesa nel capo e nelle membra. Gl’Italiani protestarono invano. Giovanni, citato a giustificarsi delle più enormi e scandalose imputazioni[78], dichiarossene colpevole, sottomettersi a discrezione al concilio, pur beato se con ciò potesse render pace alla Chiesa: e quello il destituì (29 maggio) come avesse disonorato il popolo cristiano, ne spezzò il suggello e gli stemmi, gli tolse le insegne pontifizie e la croce, e lo tenne in cortese prigionia[79].

Anche Gregorio, per mezzo di Carlo Malatesta signore di Rimini, a cui protezione si era posto, mandò la rinunzia (4 luglio), riducendosi cardinale di Porto. Solo Benedetto ostinavasi, scomunicando chi non era con lui, e dichiarava «nel diluvio universale la sola arca della Chiesa essere Paniscola dov’egli sedeva»: alfine, abbandonato anche dalla Chiesa spagnuola per opera principalmente di Vincenzo Ferreri, fu destituito (1417 26 luglio), terminando uno scisma che fu la maggior prova a cui la Chiesa si trovasse esposta. Tante passioni, tanti errori, eppure fu ancora alla Chiesa una che la cristianità si ricoverò, e sotto il manto del ponteficato, di cui non erasi mai impugnata l’autorità e l’unità, comunque restasse incerto chi ne era il depositario, disputandosi del possesso e dell’esercizio dell’autorità, non dell’autorità stessa.

Sbalzatine gl’indegni occupatori, bisognava surrogare un degno sul trono di san Pietro. Sigismondo voleva che prima si riformasse la Chiesa; gl’italiani incalzarono per la pronta nomina del papa Ottone Colonna (11 9bre), il quale si volle chiamato Martino V. Sigismondo aveva preveduto giusto; poichè Martino trovò modo di rinviare d’oggi in domani le chieste riforme, logorando il tempo in divisamenti o in concessioni secondarie, protestando contro gli appelli del papa al concilio, riconfermando molti abusi; finchè dichiarò sciolto il concilio (1418 22 aprile), e andossene a Roma.

I padri, vedendosi dal popolo sprezzati per le contese e i baccani a cui prorompeano[80], e presi in sospetto come staccatisi dal papa, vollero ostentare zelo della fede col perseguitare l’eresia, e condannarono Giovanni Huss e Girolamo da Praga, i quali, malgrado il salvacondotto imperiale[81], furono dati al braccio secolare e mandati al rogo. Tristo rimedio la violenza; e ne pagò le pene Sigismondo, o piuttosto i popoli espianti le colpe dei re: giacchè la Boemia divampò d’un incendio, a spegnere il quale vi vollero torrenti di sangue.

Per compiere le riforme. Martino V indicò un nuovo concilio prima a Pavia, poi a Siena, infine a Basilea; ma apertolo appena, morì (1431). Nell’elezione di Eugenio IV (Gabriele Condulmier veneziano) i conclavisti prefissero una specie di costituzione, che in alcuni punti concerneva anche il governo civile. L’omaggio che il papa ricevea dai feudatarj e dagl’impiegati, non riflettesse su lui solo, ma anche sul collegio de’ cardinali, talchè a questo rimanessero obbligati in sede vacante; metà dei proventi della Chiesa fosse riservata ai cardinali; di conseguenza nessun atto politico importante poteva il papa permettersi se non consenziente il sacro collegio, non pace o guerra, non tasse nuove, non mutar la sede; inoltre il papa doveva riformare la Corte, e tenere concilj periodici. Eugenio vi si obbligò; e se quel costituto reggeva, il principato romano trovavasi ridotto ad aristocrazia, ma forse era tolto il pretesto alla Riforma del secolo seguente.

Eugenio, per giudizio d’un suo successore[82], fu pontefice d’animo elevato, ma senza misura in nessuna cosa, intraprese sempre ciò che voleva, non ciò che poteva. Fece egli aprire il concilio di Basilea onde estirpare l’eresia, metter pace perpetua fra le nazioni cristiane, togliere il lungo scisma de’ Greci, e riformare la Chiesa. Ma i padri vi s’accinsero senza precise idee di quel che volevano operare, nè de’ limiti dell’autorità propria e di quella che pensavano restringere; attaccavano un dopo l’altro gli abusi parziali, non proponevano un rimedio radicale: onde vedendoli condursi con quella precipitazione che sgomenta le autorità desiderose di dirigere, Eugenio sospese il concilio. I padri non gli badando, citano lui pontefice, accusandolo disobbediente; poi, spiegate le vele, dichiaransi ad esso superiori; nè poter lui scioglierli o traslocarli.

Fittisi alla riforma della Chiesa, mozzano assai diritti curiali; determinano la forma dell’elezione del papa, e il giuramento che deva prestare; limitano le concessioni ch’e’ può fare ai parenti; restringono i cardinali a ventiquattro, e ne escludono i nipoti. L’imperatore di Costantinopoli, cercando appoggiare il cadente trono sull’unione della sua Chiesa colla latina, domandò di venire in persona col patriarca onde effettuare la riconciliazione. Perchè non poteva sostener le spese del viaggio, si promise di mandar navi a prenderlo; e la città d’Avignone anticipò settantamila fiorini, da rimborsarle mediante i proventi delle indulgenze. Papa Eugenio indusse Giovanni III Paleologo a chiedere che l’abboccamento si facesse in Italia; e in fatto nella sezione 21ª del concilio di Basilea si proposero Ferrara e Udine, e il papa confermò la proposta, e indusse i Veneziani a spedir galere per trasportare l’imperatore.

Allora Eugenio, rimproverando al concilio i decreti incompetenti e smoderati, lo trasferiva a Ferrara (1438). Ma i padri non si mossero, eccetto due ed il legato; e mentre i prelati italiani maledicevano al conciliabolo di Basilea, ed invitavano a spogliare i mercanti che vi portassero roba, quello (nel quale primeggiava Nicola arcivescovo di Palermo, ambasciadore d’Aragona e Sicilia, e tenuto pel maggior canonista del suo tempo) continuava a cincischiare la giurisdizione pontificia; anzi dichiarò sospeso il papa, e scismatico il consesso di Ferrara; e per quanto i potentati s’intromettessero onde prevenire un nuovo scisma, condannarono Eugenio (1439) come eretico, e surrogarongli Amedeo VIII duca di Savoja, il quale dagli affari s’era ritirato a Ripaglia a vita piuttosto voluttuosa che penitente[83], e che sciaguratamente accettò l’uffizio d’antipapa col nome di Felice V.

Il concilio di Ferrara erasi aperto il 13 gennajo 1438 dal cardinale Albergati, e gran pena si durò per regolarne il cerimoniale: ma la peste scoppiata lo fece trasferire a Firenze[84] (1439). Ivi furono messi in disputa i quattro punti dello scisma greco, cioè il procedere dello Spirito Santo dal Padre e dal Figliuolo, l’uso degli azimi nella comunione, la natura del purgatorio, la supremazia universale del papa. Quell’unione fu famosa per insigni personaggi: il cardinale Giuliano Cesarini, che di sua franchezza avea dato prova nell’appoggiare i rimproveri che al papa faceva il concilio, ed allora sosteneva il vero con incalzante ragionamento; Giovanni di Montenero provinciale de’ Domenicani di Lombardia, versatissimo in divinità; Ambrogio Traversari generale de’ Camaldolesi, che per ordine di Eugenio IV era andato riformando molti conventi, e questi suoi giri descrisse nell’Odœporicon; fra i Greci, Gemistio Platone insigne accademico, Giorgio da Trebisonda, Giorgio Scolario ancora laico, e fra breve patriarca di Costantinopoli, Marco Eugenio vescovo d’Efeso saldissimo alle dottrine scismatiche, Dionigi vescovo di Sardi, e, a tacer altri, il Bessarione arcivescovo di Nicea, sottile platonico, che sparse anche il gusto d’una filosofia men cavillosa e arida, e che vinto dalla verità venne alla Chiesa nostra, molti traendovi col proprio esempio.

Cosmo de’ Medici ricevette splendidamente il papa, i cardinali, l’imperatore; il trasporto dei corpi de’ santi Zenobio, Eugenio, Crescenzio, i funerali del patriarca di Costantinopoli, diedero occasione a solennità; e la Signoria di Firenze regalò al papa quattordici inquisiti di pena capitale (Cambi). Eugenio scomunicò i prelati di Basilea; ma le lunghe dispute col patriarca di Costantinopoli e co’ suoi dottori, agitate nella sala accanto a Santa Maria Novella, non poteano condursi a conchiusione; laonde si venne a una specie di transazione (6 luglio) per istabilire l’unione della Chiesa orientale colla occidentale, stendendola s’una pergamena in greco e in latino, e dopo che l’ebbero letta in latino il cardinale Cesarini, in greco l’arcivescovo Bessarione, la soscrissero molti prelati delle due Chiese per ordine di dignità; oltre il papa stesso e l’imperatore Paleologo che vi fecero apporre le proprie bolle[85].

Federico III, nuovo imperatore, che avea procurato versar acqua su questi incendj, spedì ad Eugenio il proprio segretario Enea Silvio Piccolómini senese, per indurlo ad un concordato colla Germania, e il papa sul letto di morte vi assentì, purchè non menomasse i diritti della santa Sede. Nicola V succedutogli (1447), mostrossi tutto davvero disposto ad accordi, talchè il sinodo di Basilea più non si resse; Felice V abdicò, riservandosi tanti benefizj, che lo rendeano più ricco del papa, ma presto morì. La pace fu dunque restituita alla Chiesa; e il giubileo celebrato l’anno appresso, parve solennizzare il trionfo di Roma.

Se il concilio di Basilea avesse con prudenza e carità provveduto alla riforma della Chiesa, poteva prevenire i guaj che scoppiarono nel secolo seguente. Sulle prime, non che intaccare la sovranità papale, sanzionò il Decreto di Graziano, i cinque libri delle Decretali di Gregorio IX, pare anche il sesto di Bonifazio; solo tolse ai papi le riserve, il diritto di provvisione, e quello di mettere imposte sulle chiese. Ma poi guidato a passione, pensò non solamente limitare la potenza papale come quel di Costanza, ma sostituirvi la propria, e preparò la rivolta protestante, al tempo stesso che l’apparenza di ottenuta vittoria svogliava la Chiesa romana dalle riforme necessarie, e assopiva in una sicurezza che dovea riuscire funestissima.